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Vittorio Emanuele II

Giuseppe Mazzini

 

          Giuseppe Mazzini nacque a Genova il 22 giugno del 1805 da Giacomo, professore universitario ex giacobino e da Maria Drago.
A soli quindici anni fu ammesso all’Università, in un primo tempo venne avviato agli studi di medicina, poi a quelli di legge, ma sin dall’adolescenza si mostrò più interessato agli studi politici e letterari.
         Nel 1826 scrisse il suo primo saggio letterario, Dell’amor patrio di Dante (pubblicato poi nel 1837).
Nel 1827 si laureò in legge, e nello stesso periodo entrò a far parte della Carboneria, per la quale svolse incarichi vari di carattere organizzativo in Liguria e in Toscana.
        Animo rivoluzionario, concepiva la rivoluzione non come rivendicazione di diritti individuali non riconosciuti, bensì come un dovere religioso da attuare in favore del popolo.
       Negli anni seguenti collaborò con l’Indicatore genovese (giornale che verrà soppresso dal governo Piemontese nel 1829), scrivendo articoli e note bibliografiche.
       Nel 1830 Mazzini iniziò a viaggiare in tutta Italia per trovare nuovi adepti per la carboneria. Tradito e denunciato alla polizia quale carbonaro venne arrestato e rinchiuso nella fortezza di Savona.
        L’anno seguente, prosciolto per mancanza di prove e quindi liberato, gli venne imposto di scegliere tra il confino, sotto la sorveglianza della polizia, o l’esilio. Scelse quest’ultimo, recandosi a Ginevra dove incontrò altri esuli.
        In seguito, a Marsiglia, fondò la Giovine Italia, che ebbe come sottotitolo: Serie di scritti intorno alla condizione politica, morale e letteraria dell’Italia, tendenti alla sua rigenerazione, società con cui propugnò l’unità nazionale in senso repubblicano e democratico.
        Appena salito al trono Carlo Alberto, gli scrisse per esortarlo a prendere l’iniziativa della riscossa italiana, ma senza ottenere risultati. Allargò poi il suo impegno ideologico con la fondazione della Giovine Europa.

Giuseppe Mazzini morì a Pisa nel 1872, con la consolazione di spegnersi in patria, dopo aver vissuto quasi sempre in esilio

 

Cavour, Camillo Benso Conte di

Virginia Oldoni ( La Contessa di Castiglione)

Libri sul Risorgimento

 

 

 

 

 

 

 

     
     

Il Ponte sullo Stretto di Messina.

Aspettando il Ponte L’imbarazzante elenco di cantieri aperti e di opere mai concluse in Sicilia

L’isola ha centotrentotto infrastrutture incomplete, lo stesso numero dell’anno scorso. Tra mancanza di fondi, cause tecniche e ditte fallite, i lavori qui si aprono (forse) e non si chiudono mai

Paolo Caravello/Lapresse

          Aspettando il Ponte sullo Stretto di Messina (costo di dodici miliardi di euro, progetto esecutivo previsto a ottobre 2024, tempi di realizzazione: sette anni) un utile e puntuale memorandum sulla situazione di opere pubbliche e trasporti in Sicilia.
Magari il ministro Matteo Salvini non lo sa, o non è aggiornato.
La Sicilia è la Regione che ha il più alto numero di opere pubbliche incomplete in Italia: centotrentotto. Lo certifica l’ultimo monitoraggio della Regione. Piccolo particolare: è lo stesso numero dell’anno scorso. Quindi, in pratica, in dodici mesi non si è mosso quasi nulla. I dati arrivano dalla piattaforma Servizio Contratti Pubblici (Scp) dello stesso ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti. La Sicilia da sola ha più di un’incompiuta su tre, il trentotto per cento, per un valore di quattrocentosei milioni di euro.
Le cause che portano al non completamento di un’opera pubblica sono principalmente tre: mancanza di fondi (cinquantuno casi) cause tecniche (come ad esempio il cambio in corsa del progetto per eventi sopravvenuti: sessantacinque casi), fallimento della ditta che ha vinto l’appalto (ventidue casi)
Magari il Ponte sullo Stretto sarà uno sprone per completare questi ed altri lavori, strade e ferrovie che sono indispensabili per adeguare l’isola al resto d’Italia.
Nella lunga lista dei cantieri aperti o da aprire c’è di tutto: il raddoppio della Ragusa-Catania, con lavori partiti e data di apertura mai definita, l’eterno cantiere della Palermo-Agrigento (fine dei lavori non nota), le strade interne, alcune delle quali sono ancora le “regie trazzere” del sistema viario voluto durante il Regno dei Borboni, e da allora mai ammodernate.
Può essere indicativa la storia dell’anello autostradale per collegare Mazara a Trapani, trentaquattro chilometri. Tra le tante infrastrutture pubbliche progettate e mai realizzate in Sicilia c’è infatti questa famosa bretella autostradale della quale si parla da almeno ventidue anni e diventata simbolo dell’inefficienza e dell’incapacità della politica siciliana di far diventare realtà progetti che dovrebbero migliorare, snellire e rendere più sicuri, viabilità, trasporti e collegamenti tra le diverse province.
Il 30 novembre 2023 è prevista finalmente la gara d’appalto, ma c’è l’incertezza sulla copertura finanziaria dell’opera: centotrentaquattro milioni di euro.
Nel 2001 venne inserita dal governo nel programma di “infrastrutture strategiche” per il Paese. Il progetto preliminare venne approvato dall’Anas a marzo 2004. I lavori dovevano partire nel 2009. Non accade nulla. Nel 2011 l’allora ministro delle Infrastrutture e Trasporti del Governo Berlusconi, Altero Matteoli, chiede con una nota inviata al presidente della Regione Raffaele Lombardo «di sottoscrivere l’accordo d’intesa generale quadro per avviare le procedure atte alla copertura finanziaria dell’opera in questione».
Nel 2011 vengono stanziati per la Sicilia un miliardo e centonovantasette milioni di euro; centocinquanta milioni saranno destinati alla Provincia di Trapani per creare la bretella. Sembra fatta. Non accade nulla. Nel 2017 l’opera è inserita in un nuovo elenco di interventi urgenti in Sicilia. Ma anche in questo caso, oltre le dichiarazioni soddisfatte dei politici del tempo, non accade nulla.
Nel 2021 il governo nomina un Commissario straordinario per il completamento dell’opera (in verità, qua si tratta di cominciare, prima ancora che di completare…). Grazie ai suoi poteri può velocizzare l’iter. Si scopre anche che l’opera è ferma, per un parere, al Consiglio Superiore dei Lavori Pubblici. L’iter si sblocca. C’è la gara, ma nel frattempo mancano i soldi, sono stati dirottati altrove. Sembra, insomma, un romanzo di Andrea Camilleri.
Anche il sistema aeroportuale siciliano ha mostrato la propria fragilità, dopo l’incendio che questa estate ha causato la chiusura dell’aeroporto di Catania e un mese di autentica passione per i viaggiatori dirottati sugli altri scali.
Le fiamme che hanno reso inservibile il Terminal A dell’aerostazione di Fontanarossa, nel capoluogo etneo, hanno contemporaneamente costretto agli straordinari gli aeroporti di Comiso, Palermo Punta Raisi e Trapani Birgi. Decine di cancellazioni, centinaia di dirottamenti e quaranta milioni al giorno di mancati introiti (dato Assoesercenti). E mentre turisti e siciliani, per spostarsi da e per l’isola, facevano i conti con voli cancellati e aerei dirottati, è arrivata l’emergenza incendi.
E i treni ? L’alta velocità non esiste, il quarantadue delle linee ferroviarie sono non elettrificate, solo duecento chilometri su milleseicento di linea ferrata sono a doppio binario. Secondo il piano di investimenti previsto dal Piano nazionale di ripresa e resilienza su questo fronte è prevista l’alta capacità (da non confondere con l’alta velocità) tra Palermo e Catania, il raddoppio della Palermo-Messina, il ripristino della Caltagirone-Gela, mentre è ancora allo studio di fattibilità la linea Palermo-Agrigento.
Anche qui, di storie esemplari non me mancano. Una su tutte: nel 2013 è stata chiusa la linea ferrata per il collegamento diretto tra Palermo e Trapani: c’è stata una frana vicino la città di Alcamo. La tratta è interrotta da dieci anni, i lavori per il ripristino sono stati appaltati solo a febbraio 2022. Chissà se sarà pronta prima del 2030, l’anno di inaugurazione del Ponte

 

«Vi spiego perché il Ponte sullo Stretto è il “Giubileo” per tutta la Sicilia»

 

Di Michele Guccione

     

  «Il Ponte sullo Stretto è importantissimo farlo, e ce lo chiede tutto il mondo, non solo Sicilia e Calabria, perché non sarà solo il ponte a campata unica più lungo al mondo. Sarà come un Giubileo. Abbatterà l’ultimo grande muro dell’Occidente e potrà anche cambiare la storia dell’Europa».
Come il grande progettista Enzo Siviero, anche la giurista catanese Ida Angela Nicotra, chiamata dal governatore Renato Schifani a rappresentare l’Isola nella società Stretto di Messina, ha una visione non solo ingegneristica, ma anche geopolitica e socio-economica di quest’opera di interesse strategico internazionale.

 

          Una sfida che Nicotra ha accettato con passione e che prova a spiegare con una metafora: «Sin da piccola ho immaginato il Ponte come una sorta di ariete che abbatte un muro. L’immagine è simile a quella del Santo Padre che col martello abbatteva il muro per aprire la Porta Santa nell’anno del Giubileo. Se per i cristiani questo percorso aperto simboleggia il passaggio dal peccato alla grazia, il Ponte sullo Stretto abbatterà il muro rappresentato da quel mare che isola la Sicilia costando ai suoi abitanti 6,5 miliardi l’anno: aprirà la strada a diritti uguali e pari condizioni per tutti compensando i danni dell’insularità con la continuità territoriale terrestre così come prevede da un anno la Costituzione, visti i non concorrenziali costi del trasporto marittimo e aereo. È un muro che blocca il completamento dell’Alta velocità in Sicilia e in Calabria e del corridoio scandinavo-mediterraneo: aprire questa strada consentirà il trasporto veloce di passeggeri, merci, energia, culture e turismo fra il Nord-Europa e il Nord-Africa. Il mare è quel muro che nega ai giovani la speranza, alle imprese di essere competitive, agli abitanti di Messina, Reggio Calabria e Villa San Giovanni di essere legittimamente “città gemelle” e avere una vita e uno sviluppo comuni: l’attraversamento diretto metterà in relazione università, intelligenze, competenze, professionalità, produzione e lavoro in quella che sarà la terza area metropolitana del Sud».

Ma il Ponte genera pure enormi potenzialità in grado di muovere lo sviluppo del Sud: «Il progetto non comprende solo il Ponte, ma anche le arterie stradali e ferroviarie di collegamento, che si sviluppano per 13 km in Calabria e per 28 km in Sicilia. Inoltre, l’opera prevede tre corsie e due binari per ogni senso di marcia ed è tarata per il passaggio di 200 treni al giorno. Questi treni devono potere arrivare e l’avere riattivato il progetto del Ponte sta, infatti, servendo da volano per completare e adeguare la rete viaria e ferroviaria delle due regioni. Ad esempio, il governo e Rfi stanno lavorando per completare in Sicilia gli ultimi 81 km del raddoppio ferroviario Pa-Me e per rendere ad Alta velocità l’intera linea Pa-Ct-Me. Inoltre, si sta lavorando al potenziamento della rete stradale, ai collegamenti con i porti, gli interporti, gli aeroporti e le Zes. Trasporti e logistica saranno l’anima del piano di sviluppo di quest’area come hub europeo nel Mediterraneo».

 

          Tutto questo, però, va realizzato, e sembra una montagna enorme da scalare di fronte alla breve scadenza fissata dal ministro delle Infrastrutture, Matteo Salvini, “padre” di questa storica svolta: progetto esecutivo e avvio cantieri entro l’estate del 2024.
Alla Stretto di Messina ne sono consapevoli e lavorano “pancia a terra” per raggiungere gli obiettivi con «razionale ottimismo» e una precisa tabella di marcia, come spiega la consigliera d’amministrazione: «Siamo già ad un punto abbastanza avanzato.
Noi abbiamo avviato il lavoro tecnico e la Commissione Ue sta facendo le valutazioni per confermare l’inserimento nel corridoio Ten-T di quest’opera che si innesta con la strategia avviata dal “Pnrr” e dagli altri strumenti finalizzati a colmare il divario Nord-Sud.
Partendo dal progetto esecutivo del 2011 che aveva già ottenuto tutte le autorizzazioni, servono dati aggiornati che, rispetto a quelli della commissione De Micheli-Giovannini, non tengano conto solo degli attuali attraversamenti – che, quanto al pendolarismo, sono molto limitati dai traghetti – , ma che calcolino lo sviluppo reale del futuro attraversamento diretto di passeggeri e merci.
La tabella di marcia la dà la legge 58 del 2023 (il dl “Ponte”: la Valutazione di impatto ambientale va esaminata entro 90 giorni ed entro 90 giorni va completata la Conferenza dei servizi. Cioè, 180 giorni».
«La Stretto di Messina  si sta attrezzando per gestire questa sfida. Partiva da un liquidatore e un dipendente, oggi ha un Cda e 21 professionisti che passeranno a breve a 60, fino a 150 entro l’avvio dei cantieri.
Le tappe dei prossimi tre mesi prevedono la nomina da parte del Mit del comitato scientifico di 9 esperti che daranno i pareri tecnici; la redazione della Via, anche se gli studi indicano il Ponte come un’opera “green” in grado di abbattere le emissioni di CO2; il decreto di nomina del responsabile della trasparenza e anticorruzione; la conferma dell’attuale o la nomina di un nuovo monitore ambientale; la stesura del piano economico-finanziario; la relazione del progettista che dovrà essere consegnata entro settembre».
Una tabella di marcia molto serrata, che denota un serio approccio, tecnico e non demagogico, perché l’Europa e il mondo ci guardano. Nella sua recente visita a Roma, la Commissaria Ue ai Trasporti, Adina-Ioana Vălean, ha chiesto dati affinchè l’Europa possa valutare se cofinanziare o meno l’opera, e ha auspicato il sostegno dell’Italia per convincere gli altri Stati membri della bontà del progetto, nell’ambito di un fabbisogno finanziario per tutte le grandi infrastrutture strategiche del Vecchio Continente che il Commissario Ue all’Economia, Paolo Gentiloni, ha stimato in 500 miliardi l’anno fino al 2030.
Ida Nicotra è fiduciosa: «La costruzione di queste grandi opere richiede tempo e piani finanziari pluriennali. La copertura per il Ponte potrà essere trovata lungo tutto l’arco di medio-lungo periodo di 8-10 anni di cantiere. Si tratta di “debito buono” che sarà ben visto, dato l’importante solco che gli Stati membri hanno tracciato con la prima esperienza del “Next Generation EU” che ha distribuito contributi e prestiti, in parte con debito comune sul mercato, per realizzare opere che fanno crescere la collettività.
Il Ponte avrà un notevole impatto sull’occupazione, sull’attrazione di investimenti privati, sul turismo. Quindi, rispettando le leggi, le procedure, i tempi e la valutazione di impatto ambientale, avvalendoci della collaborazione offerta dalle Regioni, dagli Enti locali e dalle Università, e presentando solidi piani economico-finanziari, i fondi potranno essere reperiti in parte nei bilanci pubblici e in parte sul mercato tramite investitori istituzionali e privati.
Ma quest’opera alla fine sarà fatta. Lo dobbiamo ai nostri giovani, la vogliono tutti i siciliani e i calabresi. E se nel 2012 non fosse stato interrotto l’iter dal governo Monti, oggi il Ponte non sarebbe ancora una leggenda inseguita da oltre 50 anni, ma sarebbe già una realtà».

 «L’opera consentirà il trasporto veloce di persone e merci  fra il Nord-Europa e il Nord-Africa»

la tabella di marcia. «Entro settembre la relazione del progettista, in 180 giorni Via e Conferenza dei servizi»

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Ponte sullo Stretto di Messina, ecco quando inizieranno i lavori

Ponte sullo Stretto di Messina, gli ultimi aggiornamenti sulla data di inizio dei lavori, ecco quando partiranno i cantieri.

 
Ponte sullo Stretto di Messina
Ponte sullo Stretto di Messina- fonte: web

Il 30 settembre 2023 a Roma è stata consegnata la relazione del progettista con gli aggiornamenti pianificati per la realizzazione del Ponte sullo Stretto. Questo segna una pietra miliare importante, poiché nel 2024 si prevede una svolta significativa.

Eurolink, il contraente generale, ha rispettato i tempi previsti e ha consegnato alla società Stretto di Messina la documentazione riguardante l’aggiornamento del progetto definitivo del ponte e delle infrastrutture di collegamento stradale e ferroviario.
La relazione del progettista fornisce una dettagliata esposizione delle modifiche e degli aggiornamenti progettuali, che saranno inclusi nel progetto esecutivo. Questi adattamenti sono necessari per conformarsi alle nuove normative tecniche per le costruzioni, alle modifiche nella modellazione geologica e nella caratterizzazione geotecnica, agli adeguamenti richiesti per la sicurezza e ai manuali tecnici di progettazione, alle prescrizioni ambientali, all’evoluzione tecnologica dei materiali da costruzione e alle tecniche costruttive. Inoltre, è previsto un aggiornamento degli studi ambientali, che includono lo Studio di Impatto Ambientale, lo Studio di Incidenza Ambientale e la Relazione Paesaggistica.

Ponte sullo Stretto di Messina, cosa succederà nel 2024

“E’ un passo cruciale,” ha dichiarato Pietro Ciucci, Amministratore Delegato della società Stretto di Messina. “Questo passo è parte di un serrato cronoprogramma che ci permetterà di aprire i cantieri nell’estate del 2024, in linea con le direttive del Ministro delle Infrastrutture, Matteo Salvini. La società Stretto di Messina è stata riavviata solo cento giorni fa, ma oggi è dotata di una struttura organizzativa completa, che comprende aspetti tecnici, economici, finanziari e legali, pronta a gestire il complesso piano di attività. Queste attività includono, tra le altre cose, gli aggiornamenti in corso per lo studio del traffico, l’analisi dei costi e dei benefici, la pianificazione finanziaria con la definizione degli investimenti e dei costi operativi, e la valutazione della sostenibilità. Stiamo anche lavorando all’aggiornamento della Convenzione e dell’Accordo di programma, come previsto dalla legge, per una migliore definizione del quadro realizzativo dell’opera.”

“In aggiunta,” ha spiegato Pietro Ciucci, “abbiamo avviato tavoli tecnici di lavoro con i rappresentanti dei Comuni interessati dall’opera, con l’obiettivo di mantenere un costante dialogo e confronto con le città e permettere ai governi locali di avanzare le scelte strategiche programmate. Questi incontri sono di fondamentale importanza, poiché il ponte è un progetto che coinvolge il territorio e da cui deriveranno notevoli benefici. In questo contesto, stiamo per aprire sedi a Villa San Giovanni e Messina per garantire un costante flusso di informazioni con le istituzioni e i cittadini.”

La consegna del progetto

Con la consegna della relazione del progettista, si avvia il processo fondamentale nel cronoprogramma per l’approvazione del progetto definitivo. La società Stretto di Messina inizia immediatamente l’analisi tecnica ed economica, in collaborazione con il Project Manager Consultant, la Parson Transportation Group, e contemporaneamente richiede il parere del Comitato Scientifico. Questo processo, che rientra nei tempi previsti dalla normativa e che ha una durata stimata di un mese, sarà completato con l’approvazione da parte del Consiglio di Amministrazione della Stretto di Messina.

Successivamente, la società trasmetterà il progetto definitivo e la relazione di aggiornamento del progettista al Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti, che guiderà la Conferenza di Servizi in cui parteciperanno le amministrazioni statali e gli enti territoriali interessati all’opera. Tutta la documentazione, insieme agli studi ambientali pertinenti, sarà contemporaneamente inviata anche al Ministero dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica per ottenere l’approvazione in termini di compatibilità ambientale.

 

A cura di Lucio Rubbino

Francesco La Guzza

       

Francesco Rubbino

           Francesco La Guzza  nato a Randazzo probabilmente nella meta del 1600, si distinse per integrità interiore e per preparazione culturale. Fu instancabile predicatore a Messina, dove resse come Preposito (Superiore, Capo) la Congregazione dell’Oratorio. 
E’ autore di: 
  –  Affetti a Gesù addolorato devotamente contemplati,  Messane, 1672.
  –  Compendioso ritratto d’una perfetta religiosa…. Messane, 1682.
  –  Trionfo della Carità solennizzato dal Crocifisso Amore…. Messane, 1690.
  –  Cor in ore Laudantis, Penitentis, Postulantis, … Roma, 1698.
  –  Salve Regina contemplata ad excitantos  filiales confidentialesque affectus erga Virginem angelorum dominam hominumque matrem….  Roma 1698 
  –  Vergini Angeli Terreni, somiglianze divine … Roma, 1699.
Tratto dal libro di Don Santino Spartà  ” Randazzo fra Arte e storia”. 

Vita virtù e costumi del Molto Reverendo Padre Maestro Esprovinciale FRANCESCO LA GUZZA  di Santo Calì

          Del Padre Maestro Francesco La Guzza sapevamo ben poco; Vito Ma­ria Amico, nel suo Lexicon annotava: « Memorant cives illustrem virum Franciscum La Guzza ex Ordine Carmelitano, qui doctrina eximius, sed sanctis moribus praecipue ornatus effulsit. Rexit pluries provinciam, quo in munere egregie se commendavit».
            Sapevamo anche che il Transito di Maestro Francesco La Guzza era stato cantato dalla musa accorata del Notaro Francesco Copani, la poesia del Copani si è perduta solo da qualche decennio, ci era rimasta ansia di conoscere vita e opere del santo frate.
            Anche perché sapevamo che i santi frati del seicento e del settecento — fran­cescani, carmelitani o domenicani — erano stati tutti abbondantemente illumi­nati dalla Grazia Divina, e per questo avevano vissuta una vita fiorita di opere buone e di miracoli, e Maestro Francesco La Guzza doveva essere stato della sceltissima schiera di essi.
            La scoperta di un manoscritto contenente una Breve relazione della vita, virtù, e costumi del Molto Reverendo Padre Maestro Esprovinciale Francesco La Guzza figlio del Carmine di Linguaglossa.

Altre ricerche su Francesco La Guzza:

La Guzza, Francesco . Affetti a Giesù addolorato deuotamente contemplati dal sacerdote don Francesco Laguzza della città di Randazzo padre della primaria, e venerabile Congregazione di Giesù e Maria nella nobile, ed esemplare città di Messina. Opera a’ contemplatiui, e predicatori egualmente gioueuole in due parti diuisa. – In Messina : nella stamperia di Paolo Bisagni, 1671-1672. – 2 v. ; 4°. ((Riferimenti: Lipari, 637; Mira, I, 474; Mongitore, I, 215; Narbone, III, 380; Rodriquez, 214. – Rom., cors. – Iniz. e final. xilogr. 1. – 1671. – [12], 17, [3], 392, [44] p. : antip. ((Tit. dell’occhietto: Affetti a Giesù addolorato parte prima. – Fregio xilogr. sul front. – Antip. inc. da Francesco Donia. – Segn.: p 2 , X 4 , a-b 4 ,

La Guzza, Francesco . Compendioso ritratto d’vna perfetta religiosa interna, ed esterna cosi d’ogn’anima, ch’aspira agli auanzi di se. Ornato di più aiuti, e dedicato alle m.r. sig. del ven. monastero di S. Paulo di Messina da don Francesco La Guzza padre della primaria Congregatione di Gesù Maria nel piano di S. Giouanni. – In 66 Messina : nella stamperia di Vincenzo d’Amico : per Matteo la Rocca, 1682. – [32], 383, [1] p. ; 16°. ((Riferimenti: Lipari, 703; Mira, I, 474; Mongitore, 216; Narbone, III, 368. – Rom., cors. – Fregio xilogr. sul front. – Final. xilogr. – Segn.: X 8 2† 8 , A-2A8 Impronta: noa, tala o-n- dost (3) 1682 (A) Provenienza: Convento dei Cappuccini, Palermo Antiqua

La Guzza, Francesco . Trionfo della carità sollennizzato dal crocifisso amore. Esposto a publica vtilità di peccatori, giusti, guide, e predicatori dal p. Francesco La Guzza della Congregatione dell’Oratorio di Messina. Consecrato alla Regina del cielo Con l’aggiunta di vna bella e nuoua forma di meditatione, e di vn potentissimo motiuo, per impetrare da Dio ogni gratia. – In Messina : nella stamperia di Vincenzo d’Amico, 1690. – [12], 323, [1] p. ; 12°. ((Riferimenti: Cacciola, 118; Lipari, 773; Mira, I, 474; Mongitore, I, 216; Narbone, III, 384; Rodriquez, 215. – Rom., cors. – Final. xilogr. – Segn.: X 6 , A-B 6 C-O 12 P6 Impronta: anin teg- e-lo to85 (3) 1690 (A) Antiqua Y 6 II 7

https://www.randazzo.blog/2023/09/15/francesco-la-guzza-compendioso-ritratto-duna-perfetta-religiosa-1682/
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Angela Militi – I resti di un antico mulino ad acqua sul fiume Flascio: una memoria storica dimenticata.

I resti di un antico mulino ad acqua sul fiume Flascio: una memoria storica dimenticata.

Nella contrada Flascio di Randazzo, a poca distanza dall’omonimo fiume, sorge un complesso composto da diversi corpi di fabbrica giustapposti, uno dei quali pertinente ai resti di un antico mulino ad acqua [Fig. 1], per la lavorazione dei cereali, le cui origini affondano nel lontano XII secolo.

Fig. 1

Figura 1: Randazzo (CT), Contrada Flascio, I resti del mulino ai nostri giorni

L’odierna forma del toponimo che designa la contrada è l’effetto di una ipercorrezione, in quanto dalle antiche attestazioni, risalenti al Medioevo, la forma originaria era Fraxinu, il cui fitonimo dal latino fraxinus, attesta la presenza di un bosco di frassino.

Il territorio che si estende lungo il fiume Flascio[1], da sempre crocevia naturale di passaggio, è un luogo di notevole rilevanza paesaggistica e di grande interesse storico-culturale, immerso nella natura incontaminata della valle dei Nebrodi [Fig. 2], il quale mantiene ancora quasi del tutto inalterati i caratteri insediativi delle comunità di tradizione agro-selvo-pascorali.

Fig. 2Figura 2: Medio bacino del fiume Flascio, versante meridionale dei Nebrodi, località Zarbata, foto Salvo Granato

Ha attraversato secoli di storia, testimone nel 1061 del passaggio di Ruggero d’Altavilla (m. 1101), futuro conte di Sicilia, e del fratello Roberto il Guiscardo (1015-1085), che, racconta la cronaca di Malaterra[2], muovendo da Messina con il loro esercito, valicando i Nebrodi, sopraggiunsero «ad Fraxinos» (ai Frassini) e successivamente «ad Maniaci pratum» (al prato di Maniaci)[3].

Le origini del mulino mosso dall’energia idraulica è molto antica. Le prime testimonianze si hanno a partire dal I secolo a. C., nell’area del Mediterraneo orientale. La prima è più antica menzione di un mulino ad acqua o hydralétes è quella dello storico e geografo greco Starbone (50 a. C. – 25 d. C.), che nel suo trattato Geografia, descrive un mulino ad acqua a Cabria nel Ponto, fatto costruire dal re Mitridate VI Eupatore (120 a.C.- 63 a.C.) nel suo palazzo reale[4].

I Romani conoscevano il principio del mulino ad acqua: l’architetto romano Vitruvio Pollione (I sec. a.C.), nel quinto capitolo del libro X del suo trattato De Architectura, ne descrive il funzionamento, dopo aver descritto alcune ruote per il sollevamento dell’acqua:

Fiunt etiam in fluminibus rotae eisdem rationibus, quibus supra scriptum est. Circa earum frontes affiguntur pinnae, quae cum percutiuntur ab impetu fluminis, cogunt progredientes versari rotam, et ita modiolis aquam haurientes et in summum referentes sine operarum calcatura, ipsius fluminis impulsu versatae, praestant quod opus est ad usum. Eadem ratione etiam versantur hydraletae, in quibus eadem sunt omnia, praeterquam quod in uno capite axis [habent] tympanum dentatum et inclusum. Id autem ad perpendiculum collocatum in cultrum versatur cum rota partier: secundum id tympanum majus, item dentatum, planum est collocatum, quo continetur [axis habens in summo capite subscudem ferream, qua mola continetur]. Ita dentes ejus timpani, quod est in axe inclusum, impellendo dentes tympani plani, cogunt fieri molarum circinationes; in qua machina impedens infundibulum subministrat molis frumentum, et eadem versatione subigitur farina[5].

Vitruvio tace sulle condizioni che avevano determinato il passaggio di questa tecnologia dal mondo ellenico a quello romano. Tuttavia i Romani non ne fecero largo utilizzo data la rilevante disponibilità di schiavi e bestiame, sfruttati come forma alternativa di energia.

L’impiego e la diffusione del mulino ad acqua si diffuse largamente in Europa solo nel corso del Medioevo, favorita dai Benedettini: il capitolo LXVI (De ostiario Monasterii) della Regola di San Benedetto del 540 d. C. raccomanda un mulino ad acqua all’interno del monastero: «Monasterium autem (si fieri potest) ita debet construi, ut omnia necessaria, id est, aqua, molendinum, hortus, pistrinum, vel artes diversae intra Monasterium exerceantur»[6] (il monastero – se possibile – deve essere costruito in modo che tutte le cose necessarie, come l’acqua, un mulino, un orto, un forno, o i diversi mestieri debbano trovarsi all’interno del monastero) [Fig. 3].

Fig. 3Figura 3: Ricostruzione di un monastero benedettino

In Sicilia la diffusione dei mulini idraulici la si deve soprattutto agli Arabi e ai Normanni, i quali incanalarono l’acqua dei fiumi e dei torrenti per impiegarla come fonte di energia cinetica per muovere la ruota idraulica.

I mulini medievali della Sicilia, scrive Henri Bresc, erano strutture piccole che non necessitavano di una grande quantità di acqua. Questa, canalizzata dal fiume o dalla sorgente dentro una condotta, azionava una ruota in legno che trascinava la macina in pietra per la molitura[7]. Il tipo di mulino idraulico più diffuso in Sicilia era quello detto a ruota orizzontale o ritrecine [Fig. 4]. Per edificare un mulino e per utilizzare l’acqua del fiume era necessario ottenere una concessione regia, inoltre gli stessi erano soggetti al fisco regio. I proprietari erano per lo più i monasteri, i vescovadi, esponenti della classe feudale o della aristocrazia urbana[8]: ciò era dovuto al fatto che l’impianto di un mulino richiedeva un cospicuo investimento di capitale che solo costoro erano in grado di sostenere. Esso, inoltre, costituiva un’importante fonte di reddito sicura per il feudatario: in genere veniva concesso in affitto dietro pagamento di un canone annuo da corrispondere in natura o in denaro, il gabellotto, altresì, era tenuto a provvedere alle spese di manutenzione e delle eventuali migliorie.

Fig. 4Figura 4: Schema di funzionamento di un mulino a ruota orizzontale (ritrecine)

Il documento più antico che annota la presenza di un mulino azionato ad acqua nel Val Demone, risale al 1082, quando il conte Ruggero d’Altavilla dona alla chiesa vescovile di Troina «unum molendinum in flumine»[9] (un mulino sul fiume).

Dell’antico impianto molitorio del Flascio si sono conservati parte dell’acquedotto ad archi a tutto sesto in pietra lavica e malta [Figg. 5-6], il quale convogliava attraverso un canale detto saja («sagitta») [Fig.7] l’acqua sino alla torre gradonata[10] [Fig. 8], un canale verticale di carico, meglio conosciuto come botte («buttis»), il quale raggiungeva diversi metri di altezza, uno degli elementi più importanti del mulino.

Fig. 5
Fig. 6Figure 5-6: Resti dell’acquedotto ad archi a tutto sesto

Fig. 7Figura 7: Resti della saja

Fig. 8Figura 8: Resti del canale verticale di carico (botte)

L’esistenza di un mulino nel tenimento detto di Fraxinum nel territorio di Randazzo, ci è documentata, indirettamente, per la prima volta nel maggio del 1140: in tale anno un certo Ronfredo de Nas[11] donava al monastero di Santa Maria di Valle Giosafat una certa chiesa con vigneto e «cum decima unius molendini»[12] (con la decima di un mulino) e con le decime degli uomini latini, ovvero sui Cristiani, e tanta terra quanta una coppia di buoi poteva arare per un anno[13]. Questo dimostra che il mulino, il più antico di cui si abbia notizia nella terra di Randazzo, era già presente e funzionante ben prima di questa data. Esso si ritrova menzionato in altri tre documenti. Il primo è una bolla rilasciata da papa Adriano IV – giudicata falsa da Garufi[14] – e datata primo marzo 1154[15], con il quale il pontefice confermava al monastero i privilegi rilasciati dai suoi predecessori, Innocenzo II, Eugenio III ed Anastasio IV. Il secondo è un privilegio di conferma dato dal re Gugliemo I il Malo (1120-1166), con il quale il sovrano procedeva a confermare al monastero i privilegi concessi allo stesso da suo padre Ruggero II e da altri baroni[16]. Il terzo è una lettera congiunta di Ludovico e Giovanna, datata primo aprile 1357, con la quale i sovrani ordinavano agli ufficiali della città di Messina, su richiesta dell’abate del monastero di Santa Maria di Valle Giosafat, di rispettare i diritti di possessione sui casali, concessi allo stesso dai tempi remoti sino alla morte di Roberto d’Angiò (1276-1343). Alla missiva seguiva il privilegio di conferma di Guglielmo II il Buono (1153-1189) del gennaio del 1188[17].

In seguito non si hanno altre menzioni fino al 1395, allorquando i sovrani Martino I il Giovane e Maria, con il privilegio del 28 giugno 1395, concedevano a Corrado Lancia[18], figlio del nobile Perruccio[19], il feudo vocatum lu Fraxinu, confiscato al ribelle Iohannes seu Antonius de Castella eius frater, posto nel territorio di Maniace[20], con tutti gli annessi e connessi, ovvero «herbagiis, glandagiis, decimis, censualibus, aquis, molendinis, aqueductibus, viridariis, vineis» (erbaggi, ghiande, decime, censi, acque, mulini, acquedotti, giardini, vigne)[21]. Questo documento è un’importante fonte d’informazioni, dato che oltre a confermarci l’esistenza del mulino, testimonia anche la presenza di una presa d’acqua, ossia la canalizzazione che adduce l’acqua del fiume all’impianto molitorio. Il fatto che nel privilegio venga impiegato il plurale molendinis e aqueductibus non implica necessariamente la presenza di più di un mulino così come di più di una presa d’acqua nel feudo.

Il feudo Fraxinu[22], incamerato dalla regia corte dopo la morte di Belengarie di Antiochia[23], venne concesso cum iuriribus et pertinenciis suis da Alfonso il Magnanimo, mediante un suo privilegio datato 11 gennaio 1421, al nobile aragonese Gonsalvo (Godinsalvo) de Monroy[24]militis camerarii et consiliarii regii [25].

Dopo solo tre anni, il 28 agosto 1424, Gonsalvo de Monroy donava, con atto di donazione inter vivos rogato dal notaio Nicola de Augusta, al miles Gomes de Quadro e ai suoi eredi e successori, i feudi di lu Fraxinu e di Briemi con le loro pertinenze «nemoribus vallonibus fluminibus rivis aquarum decursibus et saltibus glutis mandris tracirii mineriis molendinis viridariis terris cultis et non cultis» (boschi, valli, fiumi, torrenti, corsi d’acqua e salti, cereali, mandrie, … miniere, mulini, giardini, terre colte ed incolte), che l’infante Pietro, fratello del re Alfonso, confermava, con privilegio del primo novembre[26], escludendo e riservando, come di consueto, totalmente dalla presente conferma le leggi di lignare, le miniere, le saline, le foreste, i giardini e le antiche difese di dominio regio, e quelle cose spettanti dai tempi antichi allo stesso demanio[27].

Gomes, con testamento del 25 agosto 1455, lasciò i due feudi al figlio Giovanni, che prestò omaggio feudale e giuramento di fedeltà a re Alfonso, innanzi al viceré Lop Ximen Durrea (de Urrea) il 16 luglio 1456[28], ed ancora a re Giovanni, l’8 giugno 1459, tramite il suo procuratore Pardus de la Casta[29]. Nel 1486, in seguito alla morte di Giovanni, (anno di redazione del suo testamento[30]) questi beni feudali passarono, per disposizioni testamentarie, alla figlia minore Giovannella (affidata, assieme alla sorella Tucia, alla tutela dello zio materno Riccardo Filangeri), che nel 1490 li portò in dote al miles Pietro Rizzari. Qualche anno dopo, il 5 novembre 1495, Giovannella prestava omaggio feudale e giuramento di fedeltà a re Ferdinando II, tramite il suo procuratore Angelo Rizzari[31].

Stando all’elenco dei mulini esistenti nella terra e nella flomaria magna della terra di Randazzo – sottoposti al pagamento del censo regio -, riportato da Giovan Luca Barberi, segretario e maestro notaio della Real Cancelleria siciliana, nel suo Liber de Secretiis[32], sappiamo che, nel 1506, nel feudo Fraxino erano attivi due impianti molitori, uno vocato di Faso[33], al quale erano annessi anche una serra (serre), cioè una sega azionata da ruote idrauliche per segare i tronchi d’albero [Fig. 9], e un battinderio (bactinderio) o gualchiera, un mortaio per la follatura dei panni[34] [Figg. 10-11]; l’altro nominato lu Faxo subtani[35] dotato di una macina per i cereali e di un battinderio. La forma Faso/Faxo può essere dovuta ad un errore di scrittura con dimenticanza del relativo segno abbreviativo, ad una forma dialettale o ad una forma contratta di Fraxino. L’appellativo indica con l’avverbio di luogo subtani (sotto) la sua posizione, ovvero più a valle rispetto all’altro mulino, posizionato più a monte.

Fig. 9Figura 9: Sega azionata da ruote idrauliche, rappresentazione di Francesco di Giorgio Martini del XV secolo, Biblioteca apostolica Vaticana, Codicetto, Urb.lat.1757, f. 165v

Fig. 10Figura 10: Battinderio, G. A. Böckler, Theatrum machinarum novum, Noribergae 1662

Fig. 11Figura 11: Il moto di rotazione generato dalla caduta del getto d’acqua sul ritrecine, veniva trasmesso, oltre che alla macina, all’albero motore, provvisto di camme, del battinderio, il quale azionava a sua volta delle grandi gambe di legno o magli (folloni) che alternativamente battevano il tessuto grezzo di lana, in precedenza immerso in acqua, soda, urina e argilla, per perdere il grasso che rivestiva le sue fibre

La nobildonna, il 5 marzo 1507, donava i feudi, mediante una donazione irrevocabile inter vivos, di dubbia autenticità[36], alla chiesa di Santa Maria di Randazzo, che veniva in seguito confermata con regio assenso del 28 aprile e resa esecutiva il 31 luglio. Un ulteriore donazione inter vivos contribuì ad ingarbugliare le cose: nel novembre del 1513, Giovannella donava i feudi con le loro pertinenze «terragiis herbagiis nemoribus aquarum decursibus et aliis» ad Andrea Santangelo – sposato in seconde nozze dopo la morte di Pietro Rizzari – ed ai suoi eredi e successori in perpetuum.

Non è possibile, in questa sede, offrire una disanima completa dell’intrigata vicenda, che sarà trattata più ampiamente in un saggio in corso di stesura, a ogni modo, qui sarà sufficiente accennare che alla morte della baronessa Giovanella (avvenuta il 15 luglio 1529), il notaio Pietro Paolo Russo di Randazzo investiva Iohannes Georgius Preximone, procuratore della chiesa di Santa Maria, nel «naturalem civilem corporalem actualem realem» (naturale, civile, corporale, attuale, reale) possesso del feudo Fraxinu, attraverso la consueta cerimonia che dava veste ufficiale alla titolarità del feudo. L’atto solenne ebbe luogo sulle terre del feudo, il 30 luglio 1529, alla presenza del notaio, dei testimoni e degli ufficiali di Randazzo, seguendo una precisa ritualità e specifici gesti, nel nostro caso, «per tactum lapidis erbarium aquarum» (attraverso il tocco della pietra di confine, delle erbe e delle acque), e per incisione degli alberi come solita tradizione[37].

Del mulino non si hanno notizie successive fino alla metà del XIX secolo (1847), quando il Plumari nel suo manoscritto Storia di Randazzo, disquisendo delle chiese della città, riportava che la «Chiesa dè SS. TRE-RÈ, fin’oggi esistente presso la Torre del Fraxio»[38]. Come si legge dalle parole del reverendo la chiesa dedicata ai Santissimi Tre Re (Re Magi) si trovava vicino alla Torre del Flascio, ovvero la botte del mulino, denominata così dallo storico e in alcune mappe topografiche [Fig. 12] per la sua della somiglianza con una torre.

Immagine 2023-06-29 163713Figura 12: Particolare della mappa «Contorni dell’Etna» pubblicata da Karl Baedeker nel 1869

Seguendo le indicazioni del Plumari e confrontandole con i dati topografici e quelli ricavati dalle Mappe del Catasto borbonico del 1852 [Fig. 13] e dal Sommarione del Catasto provvisorio siciliano del 1852, che registra una chiesa e un mulino di proprietà dell’Opera de Quatris[39], è possibile identificare la chiesa dei Santissimi Tre Re con la chiesetta annessa alla masseria, un tempo appartenuta alla baronessa de Quadro, della quale oggi restano solo i ruderi[40] [Fig. 14] e una rara fotografia d’epoca, riportata nel libro Le cento chiese di Randazzo di Salvatore Rizzeri[41] [Fig. 15].

Fig. 13Figura 13: Particolare, Mappa del Territorio di Randazzo, Regione Siciliana, CRCD, U.O IV, Archivio cartografico Mortillaro di Villarena, mappa n. 151

Fig. 14 bisFig. 15

 

 

 

 

 

 

 

Figura 14: Ruderi della chiesa dei SS. Tre Re
Figura 15: Una rara foto (forse unica) della chiesa come si presentava alla fine degli anni ’90

La presenza di questo mulino viene poi registrata nelle mappe “Europe in the XIX. Century – Third Military Survey -” del 1862-1876 [Fig. 16] e in una mappa edita dal Touring Club d’Italia nel 1919 [Fig. 17].

Immagine 2023-06-29 163804Figura 16: Particolare della mappa C26 “Europe in the XIX. Century – Third Military Survey”

Immagine 2023-06-29 163831Figura 17: Particolare della mappa “Etna” edita dal Touring Club d’Italia nel 1919

Ed ancora nel 1933 quando con il provvedimento del 28 settembre, viene riconosciuto all’arciprete Francesco Germanà, presidente pro tempore dell’Opera de Quatris, il diritto di ricavare dal torrente Flascio «mod.[42] 0,31 di acqua per sviluppare mediante il salto di m. 11, la forza nominale di HP[43] 4,55 allo scopo di azionare un molino»[44].

NOTE

[1] Il fiume Flascio ha origine dal lago Pisciotto nel territorio di Tortorici, a quota 1250 metri s. l. m. e dopo un percorso di circa 16 chilometri confluisce nel lago Gurrida, nel territorio di Randazzo. Ringrazio di cuore il mio caro amico Salvo Granato per avermi mandato la foto del fiume.
[2] Goffredo Malaterra fu un monaco benedettino di origine normanna, appartenente al monastero di S. Agata di Catania, di cui fu abate il vescovo di Catania Angerio. La sua opera in quattro libri, che nella sua edizione più recente, è intitolata De rebus gestis Rogerii Calabriae et Siciliae comitis et Roberti Guiscardi ducis fratris eius, gli venne commissionata dal conte Ruggero I e rappresenta la cronaca “ufficiale” della conquista della Sicilia.
[3] GAUFREDI MALATERRAE, Historia sicula, in Rerum Italicarum Scriptores, ed. L. A. Muratori, Mediolani 1724, Tomus V, p. 562.
[4] Della Geografia di Strabone Libri XVII, volgarizzati da Francesco Ambrosoli, Milano 1834, Vol. IV, Libro XII, cap. 2, p. 146.
[5] MARCI VITRUVII POLLIONIS, De Architectura Libri decem, ed. by Jo. Gottlob Schneider, Venetiis 1855, X, col. 383. (Trad. “Anche lungo i fiumi si trovano delle ruote che funzionano con il medesimo sistema, di quelle che sono state descritte sopra. Intorno alle loro parti esterne sono attaccate delle pinne, che quando sono colpite dall’impeto del fiume fanno in modo che, mentre procedono, la ruota giri, e così, mediante la potenza del fiume e senza l’opera degli uomini, danno ciò che è necessario all’uso attingendo l’acqua con i secchielli e portandola in alto. Allo stesso modo si muovono anche gli altri mulini ad acqua, nei quali vi sono tutte le medesime cose, eccetto che hanno in un capo dell’asse inserita una ruota dentata. La stessa è messa di taglio in perpendicolare all’asse e gira insieme alla ruota: accanto a questa c’è una ruota più grande, anch’essa dentata, disposta orizzontalmente che è congiunta all’asse sulla cui estremità superiore vi è una graffa di ferro a coda di rondine che è unita alla mola. Così i denti di questa ruota, che è inclusa nell’asse, mettendo in movimento i denti della ruota in orizzontale creano il movimento circolare delle mole. Sopra questa macchina vi è una tramoggia che somministra frumento alla mola, la quale a sua volta girando lo riduce in farina”).
[6] GREGORIO MAGNO, Vita di San Benedetto e la Regola, Città Nuova Editrice, Roma 2006, pp. 230-232.
[7] H. BRESC, «Mulini e paratori nel Medioevo siciliano», in H. BRESC – P. DI SALVO, Mulini ad acqua in Sicilia. I mulini, i paratori, le cartiere e altre applicazioni, L’Epos, Palermo 2001, p. 31.
[8] A. GIUFFRIDA, Permanenza tecnologica ed espansione territoriale del mulino ad acqua siciliano (secoli XIV-XVI), in Archivio storico per la Sicilia orientale, LXIX, fasc. II, 1973, p. 204.
[9] R. PIRRI, Sicilia Sacra disquisitionibus et notitiis illustrata, ed. by A. Mongitore – V. M. Amico, Panormi 1733, Vol. I, p. 495.
[10] Tipo di torre diffusa nell’area etnea e nel territorio centroisolano, con anelli in pietra a giacitura fortemente inclinata; mentre sui Nebrodi e sui Peloritani era diffusa la torre verticale, alta circa 10 metri, con pareti leggermente scarpate, che comprendevano al suo interno il condotto forzato (‘utti) ottenuto da blocchi quadrati con foratura troncoconica a restringimento progressivo per la tenuta stagna. La molitura, https://www2.regione.sicilia.it/beniculturali/museomistretta/02_pulsanti/ percorsi/07_grano_tessitura/pagine/pagine/004.htm (ultimo accesso 03//02/2023).
[11] In altri documenti Romfredo de Nas (Archivio di Stato di Palermo [=ASPa], Tabulario dei monasteri di S. Maria Maddalena di Valle Giosafat e di San Placido di Calonerò, perg. n. 23a; Edizione in P.F. KEHR, Papsturkunden in Sizilien, Nachrichten von der Königl. Gesellschaft der Wissenschaften zu Göttingen, Philologisch-Historische Klasse, Göttingen 1899, I, pp. 348-354); Rafrè di Naso (P. COLLURA, Appendice al regesto dei diplomi di Re Ruggero compilato da Erich Caspar, in «Atti del Convegno Internazionale di Studi Ruggeriani», Palermo 1955, p. 602). Un certo Raffredo de Nasa (Roffredo di Naso in E. CASPAR, Roger II (1101-1154) und die Gründung der normannisch – sicilischen Monarchie, Innsbruck 1904, p. 487) compare in qualità di testimone in un diploma della contessa Adelasia e del figlio Ruggero dato a Palermo il 12 giugno 1112. (R. PIRRI, Sicilia Sacra, cit. p. 81; A. MONGITORE, Bullae, privilegia et instrumenta Panormitanae Metropolitanae Ecclesiae, Regni Siciliae primariae, collecta, notisque illustrata, Panormi 1734, p. 17) Egli, probabilmente, è da identificarsi con quel Goffredo de Garres, a cui il Gran Conte Ruggero donò, nel 1094, metà del castello di Naso. Un Galtere di Garres di Naso (γαλτέρη διγαρρες της νάσου) viene menzionato in un documento del 1134 concernente una controversia, intorno all’uso e al possesso di taluni poderi, tra Giovanni vescovo di Patti e Galtere de Garres, risolta innanzi a Ruggero II (G. SPATA, Diplomi greci siciliani inediti, Torino 1871, doc. II, pp. 16-20).
[12] Un tributo equivalente alla decima parte del reddito annuale.
[13] «Item in territorio Randacii in tenimento quod dicitur / fraxinum quandam ecclesiam cum vinea et cum decima unius molendini et cum decimis / hominum latinorum et tanta terra quanta sufficit ad par unum boum arare per unum annum / concessam predicto monasterio a Ronfredo de Nas». Catania, Biblioteche Riunite Civica e A. Ursino Recupero, Tabulario dei monasteri di San Nicolò l’Arena di Catania e di S. Maria di LicodiaApostolice sedis, perg. 10 (ex 2.27.F.1).
[14] C. A. GARUFI, I documenti inediti dell’epoca normanna in Sicilia, in Documenti per servire alla Storia di Sicilia, I serie, XVIII, Palermo 1899, pp. 318-319.
[15] H.-F. DELABORDE, Chartes de Terre Sainte provenant de l’Abbaye de N.-D. de Josaphat, Paris 1880, doc. XXXI, pp. 72-78.
[16] C. A. GARUFI, I documenti inediti dell’epoca normanna in Sicilia, op. cit., doc. XXIX, pp.67-72.
[17] G. TRAVALI, I diplomi angioini dello Archivio di Stato di Palermo, Palermo 1886, doc. XXI, pp. 29-38.
[18] Nato verso il 1380, barone di Ficarra. Nel 1403 sposa Laura Arezzo, figlia di Giacomo, protonotaro del regno, dalla quale ebbe Pietro, Valore, Violante e Giovanni. Per le informazioni sulla sua biografia, si rinvia a Dei Lancia di Brolo: albero genealogico e biografie, Palermo 1879, pp. 157-160.
[19] Pietro Lancia alias di Modica, figlio di Corrado Lancia e Margherita. Per la biografia si veda Ivi, pp. 143-151.
[20] Il feudo confinava con il «feudo ecclesie Sancti Pauli et cum feudo vocato la Porta di Randazu Nemori, cum feudo quod fuit Iohannis Preciosi et cum terra di lu Cumuni di Randazu et aliis confinibus».
[21] ASPa, Real Cancelleria [=RC], reg. 24, cc. 8v-9r.
[22] Sito e posto nel Val Demone, nel territorio di Randazzo, presso la «flomariam qui dissidit ad feudum Gurride secus viam publicam versus Maniachi propre Portam Randacii et iuxta territorium Ucrie et alios confines».
[23] Belengaria era figlia di Benedetto di Antiochia e della seconda moglie Margherita figlia del miles Nicola de Homodeo, il quale possedette il feudo Fraxinu. Nel 1345 Benedetto di Antiochia, secondo quanto risulta dall’ l’Adohamentum sub rege Ludovico, percepiva trenta onze di reddito ed in cambio era chiamato a corrispondere il servizio di un cavallo armato e mezzo (Imperatum Adohamentum sub Rege Ludovico, in R. GREGORIO, Bibliotheca scriptorum qui res in Sicilia gestas sub Aragonum imperio retulere, Palermo 1792, Tomo 2, p. 471). Alla morte del padre, Belengaria, che aveva sposato Niccolò de Claro, dovette difendere il possesso del feudo dalle rivendicazioni di suo cognato Federico de Tarento, marito della sorella ex patre Pina, il quale alterando la data del primo testamento del suocero e rilasciando falsa testimonianza, subentrò nel possesso dello stesso, escludendo Belengaria, tant’è che dalla “recensio pheudorum” del 1408 risultava possessore del feudo (Palermo, Biblioteca comunale, Constitucione, ordinaciones,capitula, privilegia, pragmatice Sanciones et leges municipales Regni Sicilie, ed. Johannem Matheum de Speciali, Panhormi 1492, Qq_H_124, f. 140r). Tuttavia la tenacia della gentildonna insieme all’abilità dell’illustre legum doctor siracusano Guglielmo Perno, portava, dopo 22 anni, alla verità e alla vittoria delle ragioni della stessa; il cognato Federico venne condannato, dal giudice della Regia Corte Ruggero de Berlione alla pena della decapitazione. Siracusa, Biblioteca Comunale, Libro di legge. Guillielmi de Perno Consilia 128, cons. 106, 107, ff. 189r-192v.
[24] Il Monroy come ricompensa per i servigi prestati a re Alfonso durante la conquista della Sardegna e della Corsica, ottenne dal sovrano, con privilegio del 16 aprile 1416, la concessione di tutti quei feudi, baronie e beni borgensatici che per scadenza, processo o decesso ed in qualunque altro modo fossero ricaduti nella disponibilità della Regia Corte, purché il loro reddito annuale non eccedesse la somma di onze 400. G. L. BARBERI, I Capibrevi, ed. by G. Silvestri, Vol. II: I feudi del Val di Demina, Palermo 1886, p. 118.
[25] ASPa, Protonotaro del Regno [=PR], reg. 23, cc. 55v-57v.
[26] ASPa, RC, reg. 55 bis, c. 57v-61r.
[27] «iuribus lignaminum siqua in dictis pheudis et eorum tenimentis regie curie debentur nec non mineriis salinis forestis solaciis et defensis antiquis que sunt de regio demanio et ea velut ex antiquo eiusdem regio demanio spectancia in regiis».
[28] ASPa, RC, reg. 100, cc. 2rv. Il testo del documento è edito in A. COSTA, L’ira del re e la fedeltà dei sudditi. Un quaternus di fideomagi della metà del Quattrocento, Associazione Mediterranea, Palermo 2013, p. 139, n. 4.
[29] ASPa, RC, reg. 100, c. 52r. il testo del documento è edito in Ivi, p. 249, n. 227.
[30] Giovanni, l’11 ottobre 1486, benché giacente nel letto, nella sua casa di Catania, malato di corpo ma sano di mente, dettava il suo testamento.
[31] ASPa, RC, reg. 193, cc. 524rv.
[32] ASPa, RCMisc. II.48 (Liber de Secretiis), f. 196r; J. L. DE BARBERIIS, Liber de Secretiis, ed. by E. Mazzarese Fardella, Milano 1966, p. 189.
[33] Di questo mulino non c’è traccia.
[34] Nei mulini, spesso convivevano diversi impianti. I battinderi erano presenti nelle campagne in cui si praticava l’allevamento di ovini e in zone in cui la tessitura era largamente diffusa, mentre le serre erano presenti in prossimità di aree boschive, in quanto legate allo sfruttamento delle risorse forestali del territorio.
[35] Con tutta probabilità da identificarsi con l’edificio che costituisce l’oggetto del nostro studio.
[36] Si rinvia in proposito ad A. MILITI, La donazione della baronessa de Quadro: “l’arma segreta” del clero di Santa Maria per conquistare l’egemonia religiosa?, Randazzo segreta, https://randazzosegreta.myblog.it/2021/12/22/la-donazione-della-baronessa-de-quadro-larma-segreta-del-clero-di-santa-maria-per-conquistare-legemonia-religiosa/ (ultimo accesso 22/12/2021).
[37] La cerimonia è stata registrata in un atto notarile, redatta dallo stesso notaio, che contiene il verbale della presa di possesso del feudo.
[38] G. PLUMARI ED EMMANUELE, Storia di Randazzo trattata in seno ad alcuni cenni della Storia Generale di Sicilia, ms. 1847-49, Palermo, Biblioteca Comunale, Qq G76, Vol. I, p. 324, n. 20.
[39] Archivio di Stato di Catania, Catasto provvisorio sicilianoSommarione di Randazzo, vol. 2229, Sezione L, nn. 10, 13 p. 372.
[40] Il tetto della chiesa crollò nel 2010. Si ritiene che essa possa identificarsi con la chiesa citata nel documento del maggio 1140. Ringrazio Carmelo Scalisi che gentilmente e con disponibilità mi ha messo a disposizione la masseria.
[41] Ringrazio il dottor Salvatore Rizzeri per avermi messo a disposizione la scansione della rara fotografia.
[42] Moduli.
[43] Cavallo vapore.
[44] Rassegna amministrativa, Riconoscimenti di utenze idriche, «Supplemento mensile economico-statistico a L’Energia Elettrica», Vol. X, Fasc. XII, Anno XII (dicembre 1933), p. 2.

FONTI DELL’ILLUSTRAZIONI

Le fotografie riprodotte nell’articolo, quando non specificato diversamente, sono state eseguite dall’autrice.

Figura 2: Medio bacino del fiume Flascio, versante meridionale dei Nebrodi, località Zarbata, foto gentilmente fornita da Salvo Granato.
Figura 3: Ricostruzione di un monastero benedettino, disegno tratto da https://education.minecraft.net/en-us/lessons/old-monastery (ultimo accesso 22/01/2023).
Figura 4: Schema di funzionamento di un mulino a ruota orizzontale (ritrecine), disegno tratto da I sentieri natura del Parco, a cura del Parco Nazionale del Cilento e Vallo di Diano.
Figura 9: Sega azionata da ruote idrauliche, rappresentazione di Francesco di Giorgio Martini del XV secolo, Biblioteca apostolica Vaticana, Codicetto, Urb.lat.1757, f. 165v.
Figura 10: Battinderio, G. A. Böckler, Theatrum machinarum novum, Noribergae 1662, Tav. 72.
Figura 11: Disegno tratto da https://formiaelasuastoria.wordpress.com/2017/04/03/il-vico-gualchiera-e-il-vico-caposelice-a-formia/#jp-carousel-1501 (ultimo accesso 22/01/2023).
Figura 12: Particolare della mappa «Contorni dell’Etna» pubblicata da Karl Baedeker nel 1869, tratta da Karl Baedeker, Italy: Handbook for Travellers, Coblenz 1869, Vol. 3: Southern Italy, Sicily, p. 282.
Figura 13: Particolare, Mappa del Territorio di Randazzo, Regione Siciliana, CRCD, U.O IV, Archivio cartografico Mortillaro di Villarena, mappa n. 151, tratta da tratta da Le mappe del Catasto Borbonico di Sicilia. Territori comunali e centri urbani nell’archivio cartografico Mortillaro di Villarena (1837-1853), ed. by E. Caruso – A. Nobili, Palermo, Regione siciliana, Assessorato dei beni culturali e ambientali e della pubblica istruzione, 2001, p. 330.
Figura 15: Una rara foto (forse unica) della chiesa come si presentava alla fine degli anni ’90, scansione gentilmente fornita dal dottor Salvatore Rizzeri.
Figura 16: Particolare della mappa C26 “Europe in the XIX. Century – Third Military Survey”, https://maps.arcanum.com/en/map/europe-19century-thirdsurvey/?layers=160%2C166&bbox=413982.94519251445%2C5779710.061815894%2C2063799.7636997588%2C6372861.401308862 (ultimo accesso 13/01/2023).
Figura 17: Particolare della mappa “Etna” edita dal Touring Club d’Italia nel 1919, tratta da Guida d’Italia, Touring Club d’Italia, 1919.

 

Francesco La Guzza – Compendioso ritratto d’una perfetta religiosa….(1682)

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Enzo Maganuco – Icone di Antonello Gaggini in Roccella Valdemone (1939)

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Nunzio Perciabosco

                                                    Nunzio Perciabosco è nato a Randazzo probabilmente nel 1676.    

Francesco Rubbino

                 Fu uno scrittore di varie commedie e drammi oltre che poeta comico. Non si hanno molte notizie di Lui. Sicuramente ha viaggiato molto  è riuscito a laurearsi ed entrare nelle corti nobili di Roma e di altre Città. E’ stato citato da alcuni storici:

  –  Giuseppe Emanuele Ortolani (1758-1828)  ha scritto quattro volumi sulla storia di molti Uomini Illustri e  parlando di Randazzo (1821)  lo cita come “poeta comico e autore di varie commedie e drammi”. Interessante la breve citazione che fa di Randazzo nel
      “Nuovo Dizionario Geografico e Biografico della Sicilia”

  • Domenico Martuscelli · (1825) nella Sua Opera ” Dizionario topografico della Sicilia di Vito Amico”  a pagina 415   così lo definisce:  “Nunzio Perciabosco addetto alle più amene lettere ed intento a comporre opere comiche , nelle quali alcune furono pubblicate ed altre corrono manoscritte per le mani degli amici ; visse famigliare di Matteo Fazio vescovo di Patti”. 

    Nicola Morelli (1825) nella Sua Opera “Biografia dé Re di Napoli -a Pagina 564 così lo definisce: “Nunzio Perciabosco Siciliano fu Autore molto esatto della Commedia intitolata Altamira , In quest’epoca fu introdotta la musica nel teatro .

    Pietro Napoli-Signorelli  (1811)  nella sua opera: “Vicende della coltura nelle due Sicilie dalla venuta delle colonie straniere sino a nostri giorni”. a pag. 100 lo cita : “… Niccolò Salerno de ‘ baroni di Lucignano autore del Gianni barattieri pubblicata nel 1717,  Nunzio Perciabosco siciliano autore dell’ Altamira, …..”

    Alessio Narbone  (1855)  nella sua opera: “Bibliografia sicola sistematica – Volume 4 – Pagina 113  così ne parla: ” Nunzio Perciabosco da Randazzo , Il Fidauro , ovvero Le bellicose vendette . – L ‘ Altamira , ovvero L’amorosa simpatia . Giulio V Cesare in Egitto , ovvero La vendetta giurata “.

    Agostino Gallo (1832) nella sua ” Lettera sulla Collegiata di S.M. di Randazzo, e su una descrizione ivi esistente”  inviata all’Abate Buscemi cita Nunzio Perciabosco.

     

Le Sue opere conosciute ed anche molto stimate dalla critica sono:

  • Altamira o vero l’Armoniosa Simpatia del sangue. ( 1713)
    Gl’Accidenti del Carnovale. ( 1716)
    Il Polifemo o vero la Tirannide soggiogata.
    Fidauro o vero le bellicose vendette favorite dalla fortuna.  (1698)
    L’Olivara o vero l’amante crudele.
    La Partenza e l’arrivo in Porto Salvo degli ambasciatori di Messina a Nostra Signora in Jerusalemme, Musica del Rev. Abb. D. Marco Caraffa  (1740)
    La Donna  Margarita, O vero L’incognita Conosciuta Negl’ Accidenti Scenici Del Carnovale.  Opera Scenica (1743). 

  • Giulio Cesare in Egitto o vero la vendetta giurata in premio del tradimento opera tragicomica datata 1 novembre 1716. 

  •       Di quest’ultima Opera fortunatamente è arrivato fino a Noi il testo integrale che potrai leggere cliccandoci sopra.
          Non ci è nota la data della Sua morte.

     
    Gli Amministratori Comunali in Suo ricordo gli hanno intitolato una graziosa Via che si trova dietro la chiesa di San Martino ed è l’immagine in evidenza che caratterizza il personaggio.   

 

 

 
 

Nunzio Perciabosco – Il Giulio Cesare in Egitto

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Giuseppe Garibaldi

 

 Con Giuseppe Garibaldi iniziamo dalla fine.

 

 

 

La vita ( forse la vera vita ) di Giuseppe Garibaldi

 

Antonino La Piana “Maratoneta”

                                                                             

 

Francesco Rubbino

                   Nino La Piana nasce in Germania a Francoforte il 20 gennaio 1979 da Mario e Franca Pina Saporito emigrati lì per lavorare.

Da piccolo ritorna a Randazzo dai nonni Antonino La Piana e Benedetta Longhitano che si prendono cura di Lui.

Frequenta la scuola media al Collegio Salesiano San Basilio. Nel 1999 si diploma all’Istituto Agrario. Nel 2001/2003 svolge il servizio Civile/Militare a Messina e 2 mesi  nel 5^ Reggimento Alpini di Vipiteno (Bolzano).

  Nel 2004, suo malgrado, ritorna in Germania per lavorare. Purtroppo non riesce ad ambientarsi ed ha trovare un lavoro soddisfacente e decide di rientrare definitivamente a Randazzo dagli adorati nonni.

 

Nino con i nonni.

Nino con i nonni.

Nino con suo padre.

Nino militare a Vipiteno.

 


      La sua passione è la bicicletta, ma nel periodo della Pandemia – 2020 – incomincia a correre riscontrando di avere delle qualità in questa disciplina sportiva. Incomincia il Suo percorso da
“Maratoneta”.

       Queste sono le Sue partecipazioni agli eventi sportivi: 

Salvatore Rizzeri – La Comunità ebraica di Randazzo

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Proemio – Descrizioni delle Chiese di Randazzo scritto da un Socio del Gabinetto Archeologico di Adernò (1905 ?)

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Questo Proemio/Introduzione scritto e dedicato da un Socio del Gabinetto Archeologico di Adernò al dottor Salvatore Petronio Russo è stato trovato da Pippo Greco  navigando sul web ed avendolo letto  ha capito di aver trovato un piccolo tesoro letterario riguardante la nostra Città. Pippo Greco che segue il nostro sito ce lo ha inviato per essere pubblicato e metterlo a disposizione di quanti lo vorranno leggere, cosa che abbiamo fatto con grande piacere e per questo lo ringraziamo. 
Un “Proemio”  è la parte introduttiva di un’opera, di un poema e in questo caso introduceva sicuramente uno scritto di più grande rilevanza sulla storia della nostra zona. Il libro scritto nei primi anni del secolo scorso è dedicato al Il dottor Salvatore Petronio Russo (1835/1917)  storico e scrittore di Adrano nonchè fondatore e direttore del Museo Archeologico della sua Città.
Il fratello Giovanni, inventore della “Locomotiva stradale”, ebbe una certa fama sia in Sicilia che nella capitale, a Roma, dove ebbe modo di mostrare in pubblico la sua invenzione.

 

   Dottor Salvatore Petronio Russo

                                Ing Giovanni Petronio Russo

 

Di seguito una scheda  dimostrativa della stretta collaborazione di Salvatore Petronio Russo con il cav. Paolo Vagliasindi Polizzi.

Petronio Russo, SalvatoreIl museo del cav. P. Vagliasindi Polizzi di Randazzo / Salvatore Petronio Russo

Aderno : Tip. Longhitano, Costa & c., 1905
Monografia – Testo a stampa [PAL0042405]

Scheda: 5/23 ·         Scarico Unimarc

 

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  Livello bibliografico Monografia
  Tipo documento Testo a stampa
  Autore principale Petronio Russo, Salvatore
  Titolo Il museo del cav. P. Vagliasindi Polizzi di Randazzo / Salvatore Petronio Russo
  Pubblicazione Aderno : Tip. Longhitano, Costa & c., 1905
  Descrizione fisica 40 p. ; 30 cm
  Nomi · [Autore] Petronio Russo, Salvatore
  Soggetti · Museo archeologico Paolo Vagliasindi < Randazzo >
  Classificazione Dewey · 937.800744581333 (21.) STORIA DELLA SICILIA ANTICA E ISOLE ADIACENTI FINO AL 476. MUSEI, COLLEZIONI, ESPOSIZIONI. RANDAZZO.
  Lingua di pubblicazione ITALIANO
  Paese di pubblicazione ITALIA
  Provenienza IT – IT-000000
  Codice identificativo PAL004240

 

 


a cura di Francesco Rubbino  

 

Angela Militi – Sant’Agata storia di una chiesa scomparsa.

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Nino Grasso

 ANTONINO GRASSO, nato a Randazzo il 16 ottobre 1943.

1. TITOLI ACCADEMICI
Maturità magistrale conseguita presso l’Istituto “Regina Elena” di Acireale nel 1967. 
Magistero in Scienze Religiose conseguito nel 1999 presso l’Istituto Superiore di Scienze Religiose “S. Luca” di Catania;
Bacellierato in S. Teologia conseguito nel 2000 presso l’Istituto Teologico “San Tommaso” di Messina;
 
Licenza in S. Teologia con specializzazione in Mariologia conseguita presso la Pontificia Facoltà Teologica “Marianum” di Roma, ”Summa cum Laude”,  11 gennaio 2002; 
Dottorato in S. Teologia con specializzazione in Mariologia, conseguito presso la Pontificia Facoltà Teologica “Marianum” il 14 novembre 2005, “Summa cum Laude” con la tesi: “La Madre di Dio e la pace in alcuni documenti magisteriali di Paolo VI”. 
2. ATTIVITÀ ACCADEMICHE E RADIOFONICHE

– In qualità di Professore Stabile insegna Mariologia nell’Istituto Superiore di Scienze Religiose “San Luca” di Catania aggregato alla Pontificia Facoltà Teologia di Sicilia; 
– É socio corrispondente della Pontificia Academia Mariana Internatinalis (PAMI) della Santa Sede; 
– É socio ordinario dell’Associazione Mariologica Interdisciplinare Italiana (AMI).
– Collabora dal 2013 per i commenti mariologico-mariani con la trasmissione “Non un giorno qualsiasi” della Radio Vaticana condotta da Federico Piana.
– È stato relatore in Convegni di vario genere a Catania, Siracusa, Giarre, Alcamo, Palermo.

3. ATTIVITA’ SOCIALI, ONORIFICENZE CIVILI E CONOSCENZA LINGUE

– É stato per lunghi anni Corrispondente Consolare del Consolato Generale di Monaco di Baviera per la Regione della Svevia meridionale con sede a Kempten/Allgäu;
– È stato Insignito il 02 giugno 1980 dal Presidente Sandro Pertini dell’onorificenza di “Cavaliere al merito della Repubblica Italiana” “per particolari benemerenze” acquisite al servizio dell’emigrazione degli italiani in Germania. 
– Parla correttamente la lingua tedesca ed ha l’abilitazione all’insegnamento di questa lingua, avendo insegnato per molti anni nelle scuole tedesche della Svevia meridionale, in Baviera, dove ha pubblicato un libro, in collaborazione con un’autrice tedesca dal titolo ICH LERNE DEUTSCH (Io imparo il tedesco) per l’insegnamento del tedesco ai bambini italiani.
4. ARTICOLI E INTERVISTE SU GIORNALI
É autore di numerosi articoli pubblicati sulle seguenti riviste:
“LAÓS” dell’I.S.S.R. “San Luca” di Catania;
– “Theotokos” (“Siti mariani in Internet”)
– “La Roccia di Belpasso” – Santuario del Cuore Immacolato di Maria Regina della pace.
– “Cammino” – Periodico dell’Arcidiocesi di Siracusa
– “Maria”
Ha rilasciato interviste ai giornali:
– Avvenire
– Il Foglio
– Senza Colonne di Brindisi
– La Sicilia
5. PUBBLICAZIONI A CARATTERE MARIOLOGICO

É autore di 10 pubblicazioni mariane presso le case editrici:
1) EDITRICE ANCILLA (CONEGLIANO) – “Maria con te” con prefazione di R. Laurentin [1994]
2) EDITRICE ANCILLA (CONEGLIANO) – “E la Vergine distese le mani” [1995]                                 Seconda Edizione Dicembre 2011. 
3) EDIZIONI GRIBAUDI (MI) – “Guadalupe. Le apparizioni della “Perfetta Vergine Maria” 
4) ASSESSORATO BENI CULTURALI AMBIENTE E PUBBLICA ISTRUZIONE DELLA SICILIA (PALERMO) – Av.Vv., “Maria, madre della speranza, Donna di legalità” a cura di N. Mannino [2006].
 
5) PONTIFICIA ACADEMIA MARIANA INTERNATIONALIS (CITTÀ DEL VATICANO) – “La Vergine Maria e la pace nel magistero di Paolo VI” [2008];
 
6) EDITRICE ISTINA (SIRACUSA) – “Maria di Nazareth. Saggi teologici” [2011].
 
7) EDITRICE ANCILLA (CONEGLIANO)  – “Perchè appare la Madonna? Per capire le apparizioni mariane” [2012]
 
8) EDITRICE ISTINA (SIRACUSA) – Maria, maestra e modello di fede vissuta [2013]
 
9) EDIZIONI SEGNO (TAVAGNACCO)
Apparizioni, malati e guarigioni a Lourdes. La prodigiosa guarigione di Delizia Cirolli il miracolo n. 65 di Lourdes riconosciuto dalla Chiesa [2015]
 
10) EDIZIONI SEGNO (TAVAGNACCO) – Maria, Madre di misericordia: “sotto il tuo manto c’è posto per tutti” Meditazioni [2016]
11) Prossima pubblicazione agli inizi del 2018: – Lucia Mangano. Una vita d’unione con Maria
 
6. ATTIVITÀ MARIOLOGICA SULLA RETE INTERNET
 
– É autore e gestore del portale di Mariologia http://www.latheotokos.it, raccomandato dalla Congregazione per il Clero e dalla Pontificia Academia Mariana Internationalis.
Il sito che ha migliaia di pagine di articoli su ogni aspetto della Mariologia, filmati, audio, immagini, ecc. è il sito mariano più visitato d’Italia e uno dei più visitati del mondo in campo mariano ed è stato recensito spesso.
Ecco le recensioni più significative:
– CHIESA CATTOLICA ITALIANA Convegno “Pastorale e Nuove Tecnologie” Assisi 911 marzo 2000 Relazione di F. Diani: “Radiografia virtuale della Comunità ecclesiale italiana”;
– LA MADRE DI DIO 4 aprile 2001; – JESUS, Aprile 2001;
– LA MADRE DI DIO 3 MARZO 2003;
– VERSO LA BIBLIOTECA ECCLESIALE DIGITALE. Indagine sull’impatto di internet sulla disponibilità e sulla consultazione on line della documentazione di natura ecclesiastica Barbara Fiorentini – Università Cattolica del S. Cuore (Piacenza) – OSSERVATORIO COMUNICAZIONE&CULTURA 10/2002. – Ne ha parlato una importante pubblicazione dal titolo “IL FENOMENO MARIANO NEI NUOVI MEDIA” alle pagine 143-147.

– È autore e gestore del sito dedicato alla Madonnina del Parco Sciarone di Randazzo:  www. fatimaparcosciaronerandazzo.

 

Papa in Iraq: un viaggio all’insegna di Maria, ponte di dialogo con l’Islam

Nel Paese a maggioranza musulmana, la Vergine è amata e pregata. Antonino Grasso, mariologo: “Nel Corano si parla di Maria in 12 Sure e 70 versetti. Viene considerata modello di fede e di religiosità”. A Komane, nel Kurdistan iracheno, si trova il santuario mariano più visitato della nazione: ogni anno si recano in pellegrinaggio molti fedeli musulmani dopo un digiuno di cinque giorni. 

Federico Piana- Città del Vaticano

In Iraq Papa Francesco è stato sempre accanto a Maria. Non solo perché un’immagine della Vergine di Loreto lo ha accompagnato in tutte le tappe di un viaggio straordinario e storico  o perchè ha avuto sul palco di Erbil la statuina di Maria ferita dall’Is, ma anche per il fatto che nel Paese dell’Asia occidentale, a maggioranza musulmana, la Madonna ha stabilito la sua ‘casa’. L’amore che i fedeli musulmani nutrono per l’Immacolata è, infatti, talmente grande da essere diventato anche un punto di forza nel dialogo interreligioso. “Il Corano, che contiene la dottrina di Maometto tramandata dalla memoria dei suoi compagni, si compone di 114 Sure, o capitoli, disposti in ordine decrescente di lunghezza.
Maria è presente in 12 Sure e 70 versetti” dice Antonino Grasso, mariologo, socio corrispondente dell’Pontificia Accademia Mariana Internazionale e docente all’Istituto Superiore di Scienze Religiose ‘San Luca’ di Catania.

Ascolta l’intervista ad Antonino Grasso : 

Quali sono gli episodi narrati dal Corano che riguardano la Vergine?

R.- Sono cinque. La sua nascita, il ritiro nel tempio, l’annunciazione, il parto e la difesa da un’atroce calunnia. Il racconto della nascita di Maria è nella terza Sura. Il nome che le viene dato significa ‘devota e pia’: viene confermata la protezione di Dio sulla neonata. Egli la farà crescere mirabilmente perché diventi adulta e matura e progredisca in bontà, castità ed obbedienza. Il racconto del ritiro nel tempio, invece, si trova nelle Sure 19 e 3. Qui, il Corano narra che Maria si ritira giovanissima nel tempio sotto la protezione di Zaccaria. Maria viene prodigiosamente nutrita da Dio, sta in compagnia degli angeli e dell’arcangelo Gabriele, il cui compito è quello di farle prendere coscienza della sua dignità, della sua posizione nel disegno di salvezza e della sua predestinazione.

Poi c’è il racconto dell’annunciazione. Come viene trattato nel Corano?

R.- Si trova nelle Sure 19 e 3. Obiettivo dell’annuncio è la nascita di un figlio chiamato Verbo, termine che per gli esegeti musulmani vuol dire ‘fiat’, cioè l’imperativo categorico col quale Dio ha fatto venire all’esistenza Gesù, figlio di Maria. All’annuncio che diventerà madre, Maria mostra sorpresa ed invoca la sua verginità e l’arcngelo Gabriele le dice che tutto è volontà di Dio per cui non può non accettare una cosa da Lui decretata. Poi troviamo il racconto del parto: è nella Sura 19. Per il Corano, il luogo del parto non sarebbe una città ben precisa né una stalla o una grotta: il parto sarebbe avvenuto all’aperto vicino ad una palma. Per quanto riguarda i dolori del parto, secondo i commentatori musulmani, si tratta di dolori morali e quindi il Corano affermerebbe la verginità di Maria. Il racconto inoltre, spiega che subito dopo il parto Maria viene consolata dal neonato che l’invita a cibarsi dei datteri prodigiosamente spuntati sulla palma e a dissetarsi ad una sorgente fatta scaturire da Dio ai suoi piedi.

Il Corano narra anche della difesa da una calunnia terribile nei confronti della Vergine…

R.- Si, si trova nella Sura 19. Si racconta che Maria torna a casa dopo il parto e la reazione dei suoi parenti è di indignazione per vederla con un bambino senza essere sposata. Ma il neonato interviene a gran voce, difende la madre, rende giustizia alla sua innocenza, così come fece Dio che ne aveva dimostrato la rettitudine con una sua particolare provvidenza al momento del parto.

Qual è il profilo spirituale di Maria nella fede islamica?

R.- Secondo l’interpretazione che ne danno i teologi musulmani, le modalità con cui Maria è presentata nel Corano fanno di lei un modello di fede e di religiosità, un modello esemplare della donna musulmana e un segno dato da Dio all’Universo. Maria è considerata modello di fede perché prestò ascolto alla parola del Signore aderendo interiormente a Dio senza indecisione o irritazione ma con fermezza. Inoltre, è considerata un modello perché rivestì la sua fede di tutte le caratteristiche musulmane. La Sura 21, al versetto 91, ad esempio, recita: ‘Rammenta pura colei che preservò la sua verginità e si alimentò in lei il nostro spirito e facemmo di lei e di suo figlio un segno per l’Universo’.

In Iraq ci sono santuari mariani visitati anche da fedeli musulmani?

R.- Uno dei luoghi mariani più frequentati è quello di Komane, nel Kurdistan iracheno. Nel santuario di un monastero fondato nel quarto secolo, il 15 agosto viene celebrata in modo solenne la dormizione di Maria. Ogni anno, sono migliaia i pellegrini che vi si recano e tra loro ci sono anche numerosi musulmani che venerano Maria come madre del profeta Gesù: tutti i pellegrini si preparano al pellegrinaggio con un digiuno di cinque giorni. Poi c’è il Santuario dell’Immacolata Concezione, nella città di Qaraqosh, nella Piana di Ninive, nel quale si è recato Papa Francesco. Esso è il luogo di culto più conosciuto e rappresentativo dell’intera città. Sulla torre campanaria si erge una grande statua della Vergine che assume una forte connotazione simbolica come segnale di rinascita della città irachena, essendo stata ripristinata dopo la cacciata dell’Isis che, dal 2014 al 2016, devastò il luogo di culto facendone un poligono di tiro ed un presidio militare. Anche qui, sono molti i musulmani che vengono per omaggiare Maria.
Marzo 2021.

La stessa intervista in spagnolo e Portoghese. 

https://www.vaticannews.va/es/iglesia/news/2021-03/papa-iraq-un-viaje-bajo-signo-de-maria-puente-dialogo-con-islam.html
https://www.vaticannews.va/pt/igreja/news/2021-03/papa-no-iraque-maria-ponte-de-dialogo-com-o-isla.html

                                                                                  ———————————-

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ConvegnoFebbraio2020

Intervista nella Radio Vaticana sulla festa della Assunzione di Maria Vergine al Cielo.
https://www.vaticannews.va/it/chiesa/news/2021-08/assunzione-maria-solennita-chiesa-pio-xii-dogma.html

 

Intervista a Radio Vaticana: “Il Papa ieri ed oggi” 

 

 

PRESENTAZIONE UFFICIALE DEL LIBRO “LUCIA MANGANO. UNA VITA D’UNIONE CON MARIA”
DEL PROF. ANTONINO GRASSO

Il 19 febbraio 2018, nell’Aula Magna dell’Istituto Superiore di Scienze Religiose “San Luca” di Catania, aggregato alla Pontificia facoltà Teologica di Palermo, si è svolta la presentazione ufficiale dell’ultima pubblicazione del Prof. Antonino Grasso, docente dell’Istituto, dedicata alla più grande mistica siciliana dei tempi moderni: “Lucia Mangano. Una vita d’unione con Maria”.
Presiedeva la cerimonia l’Arcivescovo Metropolita di Catania, Presidente della Conferenza Episcopale Siciliana e Moderatore del “San Luca”, Mons. Salvatore Gristina, circondato dalle autorità dell’Istituto, da altri esimi autori e davanti ad un nutrito gruppo di partecipanti.
La relazione ufficiale è stata tenuta dal Prof. Salvatore Maria Perrella, noto mariologo a livello internazionale, Preside della Facoltà Teologica “Marianum” di Roma e Direttore Editoriale della collana scientifica della Facoltà romana “Virgo Liber Verbi”, nella quale in volume del prof. Grasso è stato ufficialmente inserito al n. 9.
Dopo aver sottolineato la validità scientifica della pubblicazione, il Prof. Perrella, è passato a delineare la figura di Lucia Mangano, Orsolina di San Giovanni La Punta, soprattutto sotto l’aspetto della straordinaria esperienza mistica che la annovera tra le più grandi della Chiesa universale.
Il Prof. Perrella, passava, quindi, a sottolineare la singolare angolatura mariologica del volume, dato che il Prof. Grasso ha approfondito il particolare, straordinario e intenso rapporto che Lucia Mangano ebbe con la Madre di Dio, angolatura irrinunciabile per chi parla o scrive di Lucia, tanto che la sua esperienza non potrebbe essere pienamente compresa, se si tralasciasse di sottolineare l’intensità di questo singolare rapporto.
Sono, quindi intervenuti nel dibattito il Superiore dei frati Passionisti di Mascalucia, legati storicamente a Lucia Mangano che contribuì alla loro fondazione nell’isola ed il cui allora superiore, il Venerabile P. Generoso Fontanarosa, fu per lunghissimi anni il Padre Spirituale; la Superiora delle Orsoline di Catania, che ha ringraziato l’autore per aver rimesso in luce la figura di Lucia Mangano.
Dietro domanda di uno studioso presente, il Prof. Grasso è passato poi a descrivere l’amichevole rapporto che Lucia Mangano ebbe con il beato Antonio Allegra, grande missionario originario di San Giovanni La Punta, il primo a tradurre in lingua cinese la Bibbia, che conobbe la Venerabile fin da quando faceva il chierichetto nel Santuario della Ravanusa e che, pur trovandosi stabilmente in Cina, mantenne con lei un costante rapporto epistolare.
Il tutto si è concluso con l’augurio dell’Arcivescovo che l’opera del Prof. Grasso contribuisca a far conoscere meglio e ancor di più Lucia Mangano, una gloria dell’Arcidiocesi di Catania e della Sicilia.

 

 
37° Convegno Pastorale – Giarre : “Maria Madre della Chiesa” relatore Nino Grasso. 29 marzo 2019

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PRODUZIONE   LETTERARIA 

 

 

                                                        PERCHE’ APPARE LA MADONNA?

 

Per capire le apparizioni mariane

 Il libro di Antonino Grasso

    La Costituzione Dogmatica Lumen Gentium del Concilio Vaticano II al n. 62, dopo aver delineato i compiti della maternità spirituale di Maria nei nostri confronti, ha affermato che questa maternità di Maria nell’economia della grazia perdura senza soste fino al perpetuo coronamento di tutti gli eletti.
    Difatti, assunta in cielo, non ha interrotto questa funzione salvifica, ma con la sua molteplice intercessione continua a ottenerci i doni che ci assicurano la nostra salvezza eterna.
    Con la sua materna carità si prende cura dei fratelli del Figlio suo ancora peregrinanti e posti in mezzo a pericoli e affanni, fino a che non siano condotti nella patria beata.
    Collegandole con questo perenne e dinamico “prendersi cura dei fratelli del Figlio suo”, la mariologia legge le apparizioni della glorificata e assunta Madre di Dio, come manifestazioni impellenti di quell’amore materno che anima il suo cuore nei nostri riguardi e come conferma del suo essere l’icona del nostro divenire nuove creature in Cristo.
    Per questo motivo esse vengono anche chiamate “Mariofanie”. Il termine, infatti, secondo Stefano De Fiores, non solo declina il fatto dell’apparizione della Vergine, ma soprattutto indica la “persona di Maria e la sua funzione” in continuità con i dati biblici, che costituiscono la vera e fondamentale mariofania.
    Maria, così, non appare personaggio del tempo passato, ma continua a “manifestarsi” come persona viva, luminosa, glorificata, che si interessa, a causa della missione a cui è stata chiamata da Dio, dei suoi figli e delle sorti del mondo.
    Ne consegue, che le apparizioni della Vergine non possono essere spiegate e comprese, prescindendo dalla sua identità di madre e cooperatrice del Salvatore nella Storia della Salvezza. 
    In realtà, assistiamo oggi a un grave paradosso: le apparizioni mariane, che non godono quasi nessun credito nell’elite intellettuale e teologica e vengono declassate ad eventi secondari e privati, hanno, al contrario, un impressionante seguito nel popolo di Dio.
    Così che, mentre l’ufficialità quasi sempre tace, sottovalutando il fenomeno o accogliendolo con eccessiva riservatezza, milioni di fedeli si recano continuamente verso i luoghi in cui appare o si dice essere apparsa la Vergine.
    Con la conseguenza che essi, molto spesso, non sapientemente guidati o correttamente illuminati sulla natura, il valore, la valutazione e il significato di questi eventi, ignorando le direttive dei Pastori, assumono atteggiamenti troppo spesso dipendenti dai “messaggi” e dai racconti dei veggenti, considerati quasi nuovi evangelisti e nuove guide spirituali del mondo.
    Abbiamo, come afferma René Laurentin, il sorgere di una “Chiesa delle apparizioni” con le sue regole e il suo modus vivendi, che cammina parallela e spesso in dissenso con la “Chiesa istituzionale”. A questo si aggiungono le varie, gravi ed epocali crisi d’identità dell’uomo contemporaneo, spesso schiavo:

– del suo efficientismo esteriore, a cui non corrisponde un’uguale ricchezza interiore;

– del suo positivismo, empirismo e nichilismo che precludono la possibilità di un’apertura ai valori trascendenti;

– del suo materialismo, per cui primeggiano l’istinto per il piacere e per il possesso che gli fanno ignorare la bellezza del donarsi nell’amore e per amore;

– del suo attaccamento al potere e al dominio, che lo distolgono dall’idea della vita come servizio umile e disinteressato.

Inoltre, dobbiamo riconoscere che ci troviamo, drammaticamente, in un contesto generale di vita in cui:

– la fede, Cristo e la Chiesa, perdono il loro carattere di verità e di universalità salvifica, perché su di essi si getta continuamente un’ombra di dubbio, di incertezza e di discredito;

– l’angoscia e l’ansia, la paura e il dolore, anch’essi globalizzati, avvolgono la nostra esistenza; 

– i luoghi stessi della nostra vita somigliano sempre di più ad un terribile deserto, a un aspro monte fatto di solitudine, di incomprensioni, di desolazione. 

    È proprio la constatazione sia di una situazione ecclesiale in cui da un lato, quasi si ignorano o si criticano e, dall’altro, spesso si esaltano senza alcuna sicurezza teologica le rivelazioni private elevandole ad assoluta regola di vita; sia il riscontro di una situazione socio – antropologica in cui le donne e gli uomini del nostro tempo vivono, senza una reale apertura ai valori della trascendenza e senza prospettive, come veri “figli del nulla”, che ha spinto gli studiosi di mariologia a dedicarsi con maggiore serietà allo studio delle problematiche teologiche, ecclesiali, sociali ed antropologiche delle apparizioni mariane, con l’intento di fornire i chiarimenti necessari per una loro oggettiva valutazione, a beneficio non solo della Chiesa, ma della stessa umanità.
    Essi, infatti, con i loro studi approfonditi intendono:

– sollecitare i Pastori a riconoscere i frutti spirituali che esse producono;

indicare ai fedeli la sicura via per accoglierle senza infantilismo o isterismo religioso;

– sottolineare la loro incidenza nella società, perché si mostrano un valido aiuto per il rinnovamento spirituale dell’intera umanità, in cammino non verso l’autodistruzione, ma verso l’Eschaton, e fanno riscoprire Maria come icona, maestra e “presenza” di speranza e di giustizia in mezzo a noi.

    Tenendo conto di tutto questo, Antonino Grasso ha cercato nel suo volume di sintetizzare le complesse problematiche e i significati teologici e antropologici delle Mariofanie in 5 brevi ma intensi Capitoli:

  1. Quantità delle apparizioni
  2. Natura delle apparizioni
  3. Valutazione delle apparizioni
  4. Valore delle apparizioni
  5. Significato delle apparizioni

 

 

LA FEDE CHE CAMBIA LA STORIA: IL MESSAGGIO DI FATIMA CENT’ANNI DOPO

26 Ago 2017

Nino Grasso

Tra le celebrazioni di quest’anno in onore della Madonna dell’Elemosina, ha assunto un ruolo significativo il ricordo dei primi cento anni delle apparizioni della Madonna a Fatima, una delle più importanti mariofanie che ha segnato le vicende storiche del secolo scorso e che ancora è capace di interpretare profeticamente il nostro tempo.
Promossa dall’Associazione “Maria SS. dell’Elemosina”, la conferenza di venerdì 25 agosto è stata introdotta da Alessandro Scaccianoce, responsabile attività culturali dell’aggregazione mariana, e condotta dal prof. Nino Grasso, docente di mariologia presso l’Istituto Superiore di Scienze Religiose di Catania.
Perché la Madonna appare? Qual è il messaggio per noi contemporanei? Qual è il valore profetico del terzo segreto? Con queste domande Scaccianoce ha avviato la riflessione, sottolineando come Fatima sia la dimostrazione della capacità della fede di incidere nella storia. “La fede – ha detto Scaccianoce – non è solo un rapporto intimo e personale con Dio, ma è principio di rinnovamento della vita. La preghiera e la penitenza, tra le consegne più importanti delle rivelazioni di Fatima, possono davvero modificare il male della storia”.
Nel suo intervento il prof. Grasso ha ripercorso le tappe delle apparizioni, avvenute tra il 13 maggio e il 13 ottobre 1917, e ha spiegato in dettaglio il contenuto dei tre segreti, o meglio, delle tre parti dell’unico segreto rivelato dalla Vergine ai tre fanciulli portoghesi. Ha detto Grasso:
“La visione dell’inferno, la possibilità di una nuova e più grande guerra e la persecuzione della Chiesa, con la visione del Vescovo vestito di bianco che cade sotto colpi di armi da fuoco ai piedi di una grande croce, sono i tre grandi segreti.
A queste visioni drammatiche però la Vergine accompagna sempre dei messaggi di speranza.
L’inferno può essere evitato, come anche il male della guerra, attraverso la consacrazione al cuore immacolato di Maria, con quel che significa questo atto, come adesione e fiducia all’intera persona della Madre di Dio.

Anche Giovanni Paolo II, che vide applicata a sé la profezia del Vescovo colpito con armi da fuoco, riconobbe che fu la Vergine a deviare con la sua mano il proiettile che lo colpì nell’attentato in piazza San Pietro il 13 maggio 1981”.
Grasso ha anche ricordato l’interpretazione dei segreti offerta da Joseph Ratzinger nel 2000, come Prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede, e l’omelia che tenne a Fatima, come Papa, in cui precisò che il valore profetico delle rivelazioni non è affatto esaurito:
la persecuzione dei cristiani, infatti, e il sangue versato da vescovi, preti, religiosi e religiose, e da tanti cristiani laici è sotto gli occhi di tutti.
“La Madonna – ha concluso Grasso – appare perché ci è madre, per richiamarci specifici aspetti della rivelazione evangelica e per confermarci la verità del cielo e della risurrezione”.
A chiudere la serata è stato l’intervento del Vescovo Paolo Urso che ha presieduto la Celebrazione eucaristica, con la partecipazione degli ammalati e dei volontari delle associazioni che operano nel territorio.
“Noi siciliani – ha detto Mons. Urso – invochiamo Maria come ‘a Bedda Matri’ non solo per far riferimento alla sua bellezza fisica, ma per sottolineare la sua bellezza spirituale. Lei che è davvero vicinissima a noi è anche la donna vestita di cielo e di sole, luminosa perché brilla della grazia di Dio.
Le rivelazioni di Fatima ci confermano che lei è sempre attenta alle nostre vicende umane e per noi desidera la felicità più grande: il paradiso. Un paradiso che inizia già su questa terra. Fatima ci conferma che non esiste un destino immutabile, ma al contrario che con il nostro contributo possiamo rendere questo nostro passaggio sulla terra migliore, per noi e per i nostri fratelli”.
Il prevosto don Pino Salerno ha ringraziato i presenti e ha esortato a vivere le celebrazioni con la ricchezza di queste splendide verità di fede, evidenziando l’importanza di queste riflessioni per il Santuario Mariano di Biancavilla che venera Maria come Madre di Misericordia.
    Articolo di Nino Grasso 

 

             MARIA, LA “DONNA” GLORIFICATA DAL RISORTO, ICONA DI VITA E PROFEZIA DI FUTURO PER I “FIGLI DEL NULLA”.

 

                                                                                Istituto Superiore di Scienze Religiose “San Luca” – Catania

Introduzione

Secondo l’insegnamento di papa Paolo VI (1963-1978), espresso soprattutto nell’esortazione apostolica Marialis cultus del 2 febbraio 1974, 1 ripreso e  approfondito dal magistero successivo di Giovanni Paolo II (1978-2005), Maria è l’autentica risposta alla varie crisi d’identità dell’uomo contemporaneo, spesso incatenato dal suo efficientismo esteriore, a cui non corrisponde un’uguale ricchezza interiore; dal suo positivismo, empirismo e nichilismo che precludono la possibilità di un’apertura ai valori trascendenti; dal suo materialismo, per cui primeggiano l’istinto per il piacere e per il possesso che gli fanno ignorare la bellezza del donarsi nell’amore e per amore; dal suo attaccamento al potere e al dominio, che lo distolgono dall’idea della vita come servizio umile e disinteressato.
Inoltre, Maria è l’esempio vivente e perenne della rivoluzione cristiana che cambia il mondo, ridona speranza e offre prospettive di futuro agli uomini e alle donne, essendo la prima creatura che, rigenerata alla totalità della grazia per la salvezza operata da Cristo e partecipe della sua gloria di Risorto, rappresenta la condizione umana completamente realizzata, libera dalle catene del peccato e della morte, interprete, quindi, nella piena significanza della sua esistenza, della vitalità operativa e trasformante del Dio Trinitario che riscatta la creatura dalle condizioni di indigenza e la fa partecipe del mistero della vita senza fine.

1.1. Il cristianesimo e i “figli del nulla”

Di fronte ai mali e ai pericoli che lo minacciano, fra i quali primeggia la crisi di futuro, l’uomo di oggi mostra un totale e drammatico disorientamento. Molti indicano nel nichilismo la causa fondamentale di questa profonda incertezza e precarietà
 Il nichilismo è la negazione radicale e metafisica del senso dell’essere e degli enti il cui significato e la cui realtà sostanziale e valoriale è fondata nell’assolutezza dell’essere.

In sostanza, il nichilismo è una concezione delle cose, per la quale la realtà finirebbe nel nulla, per cui essa non ha alcuna consistenza e nessun solido rapporto con la verità: è il niente il vero senso dell’essere.
Marcando come un fuoco potente non solo la filosofia contemporanea ma la cultura e l’esistenza umana nelle sue molteplici espressioni, il nichilismo ha generalizzato una diffusa e profonda corrosione della fede circa la visione del mondo e dei valori trascendenti, manifestandosi come la vera radice dei mali dell’uomo d’oggi.
È evidente che il nichilismo come «processo nel quale, alla fine, dell’essere come tale 
non resta più nulla»8 interroga profondamente il cristianesimo e lo chiama ad un confronto, dal quale devono emergere convincenti risposte.
Invece di guardare al nichilismo come ad un antagonista ideologico, bisogna considerarlo piuttosto come un clima culturale, una contingenza esistenziale in cui l’uomo contemporaneo si trova a vivere, bisognoso, quindi, anche e soprattutto in questa situazione, di comprensione, amore e sollecitazioni salvifiche. Il massimo limite del confronto tra cristianesimo e nichilismo è l’incapacità di quest’ultimo di confrontarsi seriamente oltre che con il problema del male e della libertà, anche con quello del senso della vita.
Nasce, di conseguenza, la necessità per la teologia di annunciare Dio ai “figli del nulla”, non nell’orizzonte della dimostrazione metafisica, ma in quello dell’accoglienza della rivelazione.
L’importante non è riaffermare genericamente l’esistenza e il primato di Dio, ma far comprendere il significato della sua reale e trasformante presenza tra di noi. È così che i “figli del nulla” scopriranno che il Dio cristiano non è il Dio dei filosofi, ma il Dio Trinitario svelatoci da Gesù Cristo; non il Dio assoluto e onnipotente dei metafisici, ma il Dio che cerca la relazione, crea, ama, s’incarna e si umilia sulla croce ed escatologizza la storia; un Dio santo di una santità non separata ma partecipata; un Dio che propone all’uomo le beatitudini, perché lui stesso ne è il compendio; che non si chiude gelosamente nella perfezione del proprio essere, ma la dispensa per amore nella creazione e nella redenzione; che non vive la propria bellezza e grandezza come auto-contemplazione estatica ma come avventura dinamica, come teo-drammatica; un Dio che, in definitiva, inserendosi nel “nulla” della  storia, offre all’uomo e alla sua esistenza, pienezza di senso e garanzia di futuro.

1.2. Maria, la “Donna” glorificata, di fronte alla cultura del nichilismo

All’uomo smarrito perché orientato al passato per paura del futuro; inchiodato al presente o a futuri brevi senza reali prospettive di ampio respiro, il cristianesimo può, dunque, offrire le sue motivazioni sapienziali e la profezia della sua fede, chiamandolo anche a riflettere sull’esempio di esistenze liberate e a contemplare quale icona di vita perfettamente realizzata perché immersa nella gloria del Risorto, la “Donna rivestita di sole” la cui Bellezza, in dipendenza e in riverbero dalla Bellezza dello Spirito, salverà il mondo.
Proprio la “Donna” glorificata nel e dal Risorto, parte attiva di una storia piena di significato in cui si realizza la liberazione totale dell’uomo nella prospettiva dell’infinito, offre la proposta di una civiltà nuova vista e pensata dal futuro. Maria, infatti, provoca al futuro l’uomo senza radici e senza promesse che consuma la sua esistenza nel quotidiano e che pone le sue scelte nella breve terra dell’oggi, senza pretendere che esse vengano da lontano o portino lontano.
La “Sorella” degli uomini, come amava chiamare Maria di Nazaret Paolo VI, invita i suoi “fratelli” e le sue “sorelle” in umanità, a non aver paura del futuro ma a interrogarlo con fiducia, severità e radicale rigore.
Con l’esempio della sua esistenza piena di senso, Maria invita gli uomini a superare la pretesa di un futuro senza passato e senza presente, perché non potrebbe spiegarsi né da dove nasce e come si nutre la forza propulsiva della speranza; la pretesa di un passato senza presente e senza futuro, perché recherebbe con sé soltanto la sconfortante mitizzazione di un brano del tempo; la pretesa di un presente senza passato e senza futuro, perché non ne giustificherebbe l’oggettivo valore.
Con Maria e in Maria, dunque, l’uomo può comprendere che entrare e stare nel mondo, vivere ed agire nel frammento di tempo che gli è dato, dà senso alla storia individuale e collettiva, la orienta al suo fine che non è l’abisso del nulla, ma la pienezza luminosa nel Dio Salvatore.
La Madre glorificata di Colui che proprio ex nihilo iniziò il cammino della storia con la creazione; che nel nihilo della croce raggiunse l’apice dell’amore nella storia; che dal nihilo della tomba risorse, vincitore della morte quale signore della storia e che tutti chiama dal nihilo della fragilità del peccato alla figliolanza del Padre nella potenza rigenerante dello Spirito, illumina nella luce del Figlio Risorto la realtà dell’esistenza umana, quale icona di speranza e di futuro, oltre la ristretta contingenza del tempo e dello spazio.
Ella insegna, in definitiva, che il significato e il fine della storia non sono il “nulla” ma un “evento di grazia” che ha provenienza trascendente,  destinazione escatologica, soggetti e destinatari concreti;12 un evento che rivela non una conoscenza astratta di Dio, ma la realtà storica di un Dio salvatore, sempre in relazione con gli uomini, incarnato e crocifisso per amore, perché ogni creatura avesse il suo destino di gloria.

1.3. Maria, icona di vita e profezia di futuro nel “mysterium salutis”

La storia degli uomini è escatologizzata da questo evento, cioè dall’incarnazione della Seconda Persona della SS. Trinità che ha reso, così, presente nel mondo il “futuro” di Dio, operando la “eternizzazione” del tempo.
Con il suo ingresso nella storia e il mistero della sua Pasqua, il Verbo di Dio fattosi uomo, ha permesso che la storia della salvezza si evolvesse in un itinerario unitario secondo uno schema ternario:
 – tempo della promessa, che precede e attende la sua venuta (tempo di Israele);
 – tempo dell’anticipazione, che segna la sua presenza storica e l’evolversi della Chiesa (tempo di Gesù-tempo della Chiesa);
 – tempo del totale adempimento che segna il compimento finale della storia (parusia-resurrezione).
Maria, madre di Dio secondo l’umanità, è figura escatologica, 
non soltanto perché è già alla fine del cammino che la Chiesa è chiamata a percorrere, ma anche perché ha collaborato con Cristo ad escatologizzare la nostra storia.
In lei, passato, presente e futuro si fondono perché è stata coinvolta da Dio nel passato di grazia che ha reso il presente capace di accogliere in nuce, nella speranza, nella pazienza e nel mistero la gloria futura.
Già fin dai primordi della storia, accanto al Messia venuto per lottare e sconfiggere il peccato e la morte e che con il mistero della sua Pasqua avrebbe ottenuto una vittoria per la quale il cammino dell’uomo si sarebbe avviato verso il cielo, la “Donna” è stata profetizzata come uno dei soggetti di questa lotta (Cfr. Gn 3,15),15 partecipe del vittorioso esito finale, a causa della sua presenza attiva sotto la croce.
È, infatti, la croce, il vero e nuovo albero della vita sul quale e accanto al quale il Nuovo Adamo e la Nuova Eva fanno ricominciare la storia nel segno della completa fedeltà e ubbidienza al Padre.
Con la sua “presenza materna” iniziata con l’Incarnazione, la Vergine Madre ha partecipato ad escatologizzare la storia, prima permettendo l’ingresso in essa del Verbo di Dio Salvatore come causa escatologia; poi continuando con la collaborazione all’opera messianica del Figlio e restando al suo fianco nel cuore del mistero dell’Ora.
L’escatologia ha, quindi, una caratura mariana perché riguarda un futuro la cui causa è radicata nel passato (incarnazione e croce) nel quale Maria ha preso parte in modo essenziale e attivo.
Questa presenza di Maria e la sua partecipazione alla strutturazione della storia della salvezza, è stata così profonda ed essenziale, da costituire ella stessa una microstoria della salvezza. In lei, infatti si sintetizza l’intero progetto di grazia che il Dio Trinitario ha disegnato e realizzato per l’intera famiglia umana e si realizzano in modo nuovo ed esemplare i maggiori passaggi della storia della salvezza, per cui in lei –Donna agonale – Nuova Eva – Figlia di Sion – Chiesa nascente, si riuniscono e riverberano i massimi dati della nostra fede.
Maria è – come afferma Laurentin – la sintesi e la chiave del mistero cristiano:
 – del Mistero Trinitario, in quanto Figlia eletta dal Padre; Madre santa del Figlio; Sposa amorosa dello Spirito;
 – del Mistero dell’Incarnazione, in quanto vera madre del Dio fatto uomo;
 – del Mistero Pasquale – Pentecostale, per essere stata la socia del Salvatore e la compagna degli Apostoli nel Cenacolo;
 – del Mistero della Chiesa, perché sua madre e modello; del Mistero escatologico, perchè già assunta nella gloria finale. 

1.4. Maria, icona di vita e profezia di futuro nel “mysterium hominis”

La “Donna” glorificata dal Risorto è un “luogo” in cui il cristianesimo, oltre a mostrare e narrare se stesso e la sua fede, mostra e narra quello che crede sull’uomo, cioè Maria è anche la massima espressione del realismo cristiano.
Nella sua concretezza umana, materna, verginale, 
spirituale ed escatologica, Maria:
ricorda come l’essenza del cristianesimo non è una gnosi, 
un’ideologia, ma il Verbo di Dio fattosi uomo, ossia la persona di Cristo;
– scoraggia ogni 
concezione dell’uomo «in termini di angelismo, in quanto questo non interpreta l’atto della creazione e quello ad esso connesso della redenzione»;
disapprova ogni forma di spiritualità 
disincarnata perché non si può separare ciò che Dio creatore e redentore ha tenuto sempre e invariabilmente unito; –  – condanna il disprezzo del corpo e delle cose, perché sono tessere dell’opera di un Dio creatore di «tutte le cose visibili e invisibili» (Credo) e soprattutto perché il Figlio di Dio con la sua incarnazione ha amato, con la croce redento, con la resurrezione glorificato, la “carne” umana divenuta così cardine di salvezza; – invita a contemplare la gloria escatologica alla quale l’uomo nella sua interezza viene chiamato;
 – ricorda che l’inizio è già avvenuto in lei, un essere 
umano della nostra stirpe che ha pianto e sofferto con noi e come noi è morto.

1.5. Maria, icona di vita e profezia di futuro nel “mysterium mortis”

Anche il tema della morte26 connesso inevitabilmente alla questione del senso, emerge dalle negazioni totalizzanti del post – moderno nichilista.
A differenza della ragion moderna che nel
suo ottimismo aveva esorcizzato la morte riducendola a un puro momento negativo del processo totale dello spirito, il pessimismo della ragione post – moderna, estende l’esperienza del morire all’intera vita, intesa, di conseguenza, come un interminabile addio, un continuo e drammatico precipitare verso il non senso.
27 È evidente che affermare che la morte è niente e ritenere che tutto è
un continuo morire, sono due modi complementari di sfuggire all’interrogativo che la morte pone alla vita; la morte, cioè, viene semplicemente ignorata, evasa, nascosta. Il cristianesimo si interessa alla morte non soltanto perché fondamentalmente legata al mistero dell’uomo, ma perché essa investe la stessa fede in Dio in quanto questa è plausibile solo se risolve escatologicamente il problema stesso del morire.
Che ne sarebbe, infatti, delCredo cristiano senza l’escatologia? 
Nemmeno sul tema della morte, il cristianesimo rinuncia a confrontarsi col pensiero post– moderno e col nichilismo ma anzi, proprio nei confronti di quest’ultimo, riafferma che è possibile il “superamento” della morte; che si può “morire per l’invisibile”; che è piena di senso l’intuizione credente secondo la quale il cimitero non è il “loculo” del destino ultimo del singolo uomo e, conseguentemente, la storia non è la “fossa comune” dell’intera famiglia umana.
Proprio dentro
una cultura debole e frammentaria che impedisce la ricerca del senso, la “riscoperta del senso della morte” costituisce uno degli spiragli più preziosi per il dialogo del cristianesimo con l’uomo del nostro tempo, ma sarà pertinente e reale, solo se riguarderà il tema della salvezza, cioè se terrà conto dell’eventualità di una vita dopo la morte.
Ed è proprio ad una cultura che sfugge all’idea della morte, la traduce in tabù sconvenienti a tutti i livelli, la sconsacra, la circoscrive all’ambito dell’inesistenza, la riduce a una probabilità o a ricorrenza statistica, che il cristianesimo mostra accanto al Cristo crocifisso, l’icona dello Stabat Mater” La “Donna” che sta ai piedi della Croce del Figlio in nome della Chiesa e dell’intera umanità, è la testimone per eccellenza del senso perenne della morte di Colui che, proprio morendo, diventava il vincitore definitivo della morte stessa.
Con questa sua presenza, la
Mater dolorosa insegna agli uomini che la morte dell’uomo, come quella di Cristo, è il “luogo”:
dove si tocca il vertice dell’auto-comunicazione di Dio e della rivelazione sull’uomo;
– dove
ispirarsi per ripensare la presenza nel mondo e l’impegno nella storia;
– dove intuire l’ardire e la
follia dell’amore di Dio per le sue creature;
– dove intravedere la terribile e disperante solitudine
dell’uomo che perde Dio;
– dove scorgere la voragine del degrado del mondo se da esso Dio si
allontana;
– dove la morte, proprio al momento del suo apparente trionfo risulta sconfitta, dato che
all’esodo dell’uomo dal tempo, viene incontro l’avvento di Dio;
– dove, non segue il baratro della
fine ma vengono spalancate le porte luminose del Regno.
La “Donna” glorificata dal Risorto entra,
così, nella lettura e nella proposta di soluzione del nostro morire.
La sua partecipazione al mistero di
Cristo, ossia alla lotta da Cristo sostenuta per vincere la morte e al suo definitivo trionfo sulla morte. 

25 Cfr. K. RAHNER, Maria. Meditazioni, Herder – Morcelliana, Roma – Brescia 1969-1979, 108.

26 Su questo tema cfr. J. P. MANIGNE – B. ANDRÉ, Il ritorno della morte, Queriniana, Brescia 1976; G. ANCONA,
Il
significato antropologico della morte, LUL, Roma 1990; F. LIVERZIANI, Le esperienze di confine e la via oltre la morte. 

Mondadori, Milano 1978;illusione o s V. MESSORI, Scommessa sulla morte. La proposta cristiana:illusione o speranza?, SEI, Torino 1982.

27 M. G.MASCIARELLI, Maria icona perfetta dell’umanità pervenuta per grazia al suo compimento, op. cit., 409.

28 Cfr. B. FORTE, La parabola della modernità e il problema del senso, in AA. VV., Condividere la nostra esperienza di Dio, Città Nuova, Roma 1995, 95.

29 M. G.MASCIARELLI, Maria icona perfetta dell’umanità pervenuta per grazia al suo compimento, op. cit., 410-411.

Con la resurrezione, la rende in grado di stare vicina alla morte di ogni uomo e di ogni donna, così come è stata vicina alla morte ed è vicina alla gloria di Colui che, a nostra salvezza e per nostro vantaggio, ha «ingoiato la morte nella sua vittoria pasquale» (1Cor 15,54).32

Conclusione

Maria, la “Donna” glorificata dal Risorto è, perciò, icona di vita e profezia di futuro per l’uomo oppresso dal non senso e dal nulla.
Ella invita i “figli del nulla” a disincantarsi dal fascino
dell’anamnesi come paura del presente, perché nel presente si affaccia e risplende già la luce del futuro; a liberarsi dal frammentarismo della storia, perché il Signore l’ha unificata in un unico cammino salvifico e proiettata verso il suo glorioso compimento; a non affidarsi a futuri brevi, perché fanno perdere il senso del futuro ultimo; a resistere alla tentazione del neo – paganesimo perché incatenando l’uomo al suo smarrimento pratico – esistenziale, gli fa perdere la dimensione escatologia.
Maria chiama gli uomini a guardare in alto, là dove è Dio creatore e fine ultimo; dove è
Cristo, salvezza dell’uomo; dove è lei stessa, prima creatura pienamente realizzata nel Risorto dalla potenza dello Spirito.
La “Donna” glorificata, chiama in sostanza i “figli del nulla” ad essere
anch’essi “icone di vita e profezia di futuro”.33

1 Cfr. PAOLO VI, Marialis cultus, esortazione apostolica del 2 febbraio 1974, in EV, EDB, Bologna 1980, vol. 5, nn. 13–

97.

2 Cfr. GIOVANNI PAOLO II, Redemptoris Mater, lettera enciclica del 25 marzo 1987, in EdE, EDB, Bologna 1998, vol. 8,

  1. 715–774; IDEM, Sollecitudo rei socialis, lettera enciclica del 30 dicembre 1987, in EdE, nn. 775–1025; IDEM,

Rosarium Virginis Mariae, lettera apostolica del 16 ottobre 2002, in AAS 95 (2003), 5-36.

3 Cfr. C. C. DELIA, Maria e l’uomo d’oggi, Centro di cultura mariana „Madre della Chiesa“, Roma 1989.

4 Cfr. P. ZILLINGEN, Maria zeige uns Jesus, St. Raphael Verlag, Gögglingen 1983.

5 Cfr. F. VOLPI, Il nichilismo, Laterza, Roma-Bari 1996, 3-10.

6 Sul nichilismo si indicano queste interessanti opere: N. ABBAGNANO, Dizionario di Filosofia, Utet, Torino, 1971;

KARL LÖWITH, Il nichilismo europeo, Laterza, Roma-Bari 1999; E. SEVERINO, Essenza del nichilismo, Milano, 1972;

  1. VATTIMO, Nichilismo ed emancipazione. Etica, politica, diritto, Garzanti, 2003.

32 M. G. MASCIARELLI, Maria icona perfetta dell’umanità pervenuta per grazia al suo compimento, op. cit., 412-414.

Strettamente legato al tema della morte è pure quello del dolore umano. Anche qui Maria, la “Donna” glorificata dal

Risorto, si pone come paradigma esemplare per l’uomo. Cfr. S. PALUMBIERI, Maria Assunta in cielo risposta divina al

dolore umano, in AA. VV., AA. VV., L’Assunzione di Maria, Madre di Dio. Significato storico a 50 anni dalla

definizione dogmatica, AA. VV., L’Assunzione di Maria, Madre di Dio. Significato storico a 50 anni dalla definizione

dogmatica, op. cit., 307-352.

7 Cfr. M. G. MASCIARELLI, Maria icona perfetta dell’umanità pervenuta per grazia al suo compimento, in AA. VV.,

L’Assunzione di Maria, Madre di Dio. Significato storico a 50 anni dalla definizione dogmatica, Pontificia Academia

Mariana Internationalis, Città del Vaticano 2001, 388-389.

8 G. VATTIMO, La fine della modernità. Nichilismo ed ermeneutica nella cultura post-moderna, Feltrinelli, Milano

1987, 27.

9 Cfr. ALDO BODRATO, Nichilismo e cristianesimo. Un confronto a Torino, in Il Foglio, mensile on-line, n. 307..

L’autore riassume le relazioni del Convegno su “Nichilismo e Cristianesimo”, tenutosi a Torino dal 17 al 18 ottobre

2003.

10 Sulle problematiche, le soluzioni, le prospettive del rapporto tra cristianesimo e nichilismo si possono confrontare: M.

  1. MASCIARELLI, Trinità in contesto. La sfida dell’inculturazione al riannuncio del Dio cristiano, in AA. VV., Trinità

in contesto, LAS, Roma 1994; B. WELTE, La luce del nulla. Sulla possibilità di una nuova esperienza religiosa,

Queriniana, Brescia 1983; G. LORIZIO, Prospettive teologiche del postmoderno, in Rassegna di Teologia 30 (1989), 550

ss; I. SANNA, Fede, scienza e fine del mondo. Come sperare oggi, Garzanti, Milano 1994; IDEM, Dialettica e speranza,

Valacchi, Firenze 1967; G. B. MONDIN, I teologi della speranza, Borla, Roma 1974; P. PRIMI, Cristianesimo e

ideologia, Esperienze, Fossano 1974.

11 Cfr. M. G. MASCIARELLI, Maria icona perfetta dell’umanità pervenuta per grazia al suo compimento, op. cit., 397-

  1. L’autore cita la frase di Dostoevski: «Proprio la Bellezza salverà il mondo, non la Bellezza qualunque, ma quella

dello Spirito Santo e quella della Donna vestita di sole», a sua volta riportata da T. SPIDLÍK, L’idea russa, Lipa, Roma

1995, 102.

12 Cfr. M. G. MASCIARELLI, Maria icona perfetta dell’umanità pervenuta per grazia al suo compimento, op. cit., 400-

401.

13 Cfr. R. LAURENTIN, Maria chiave del mistero cristiano, San Paolo, Cinisello Balsamo 1996, 8.

14 Cfr. Ibidem, 402-403.

15 Cfr. A. SERRA, La presenza e la funzione della Madre del Messia nell’A.T. Principi per la ricerca e applicazioni, in

Dizionario di spiritualità biblico – patristica, 40 (2005), 101-109.

33 Cfr. AA. VV., Come vivere l’impegno cristiano con Maria. Principi e proposte, Centro di Cultura Mariana “Madre

della Chiesa”, Roma 1984; AA. VV., Maria guida sicura in un mondo che cambia, Centro di Cultura Mariana “Madre

della Chiesa”, Roma 202; AA. VV., Maria e la fine dei tempi. Approccio biblico, patristico e storico, Città Nuova,

  NINO GRASSO :  Roma 1994 

 

 

Convegni

Allegati

 Articoli di stampa

Attività Letteraria

 SCRIVONO di NINO GRASSO

A cura di Francesco Rubbino  

 

La Badessa di Olga Foti

 

 LA BADESSA                                                                    

Nel mese di maggio suor Veronica fu trovata morta dentro il pozzo del convento.

Si era buttata? Era stata buttata?

Che fosse caduta accidentalmente nemmeno un bambino all’ultimo anno d’asilo l’avrebbe creduto.

Un pozzo di pietra come quello dei conventi di una volta, alto più di un metro e mezzo, il coperchio di ferro leggero, la carrucola con la lunga catena, e, appeso, il secchio zincato. Si calava lentamente o con un colpo deciso, e poi, pieno e gocciolante, veniva tirato su con la carrucola.

Impossibile cadere dentro il pozzo se non spinta a forza.

Su questo, in paese, tutti d’accordo, in pochi invece credevano che suor Veronica avesse deciso di uccidersi. L’avevano uccisa, si diceva, perché era incinta, e si facevano nomi di monaci e preti, di due monsignori anche, che frequentavano il convento con assiduità.

“Comunque, vedrete, faranno passare tutto per suicidio così lo scandalo si potrà soffocare più facilmente.”

E infatti le indagini furono svolte in fretta e con grande discrezione, l’autopsia, se autopsia era stata fatta, passata sotto silenzio.

Era incinta suor Veronica?

Non si è mai saputo.

La badessa era nata in una di quelle famiglie che possedevano quasi tutte le terre del paese, ma erano tempi, inizio Novecento, in cui le ragazze avevano una sola opportunità: il matrimonio. I feudi, i palazzi, i soldi, si sapeva, toccavano ai figli maschi, al primogenito soprattutto. Le femmine sposandosi avrebbero avuto la dote, certo, poca cosa comunque, in abbondanza solo casse di biancheria di lino ricamata, un inutile corredo se non riuscivano a pescare un marito, corredo che passava alla figlia primogenita del fratello dove la zitella sarebbe andata a vivere dopo la morte dei genitori.

Non era una bella prospettiva.

Le sorelle maggiori della futura badessa avevano impalmato i ricchi scapoli a disposizione, lei aveva già venti anni, quando ci si sposava a quindici, e all’orizzonte non appariva nessuno. Eppure era bellina, carnagione bianchissima, lineamenti regolari, sorriso e sguardo da santarella che nascondevano tenacia, caparbietà, e la ferma decisione di non finire in casa di qualche cognata o, come la maggior parte delle terze o quartogenite delle famiglie bene, di accontentarsi di un mezzo proprietario – mezzo bifolco forestiero scovato da uno dei tanti sensali di matrimoni.

E poi, in paese c’era l’uomo giusto, il più nobile, ricco, istruito, aveva persino diverse lauree quando i proprietari, allora, completavano al massimo le elementari: i maschi, le femmine solo le prime tre classi. Quello era l’uomo per lei. Possedeva vigneti a perdita d’occhio, terreni da semina, veri e propri feudi, ville e case di villeggiatura, oltre il palazzo che portava il nome di famiglia. Insomma, un gran partito.

Il problema?

Il nobiluomo non solo non si era mai interessato a lei, ma aveva – e in paese – una donna e una figlia. Una donna bella e simpatica che non apparteneva però alla cerchia dorata dei proprietari terrieri, e per questo, quando la cosa era iniziata, aveva suscitato scandalo, e lo scandalo era esploso quando era nata una bambina.

Una bambina fuori dal matrimonio.

Non c’era adulto, ragazzo, contadino, servo o proprietario che non ne fosse al corrente, che non ne parlasse, che non chiedesse a chi assomigliava. Al padre? Ah, c’era il segno della nobiltà in quella piccolina!

Le notizie e i commenti entravano e uscivano da ogni casa: con le serve, le verdure, le derrate che arrivavano dalle campagne, notizie e commenti che sostavano nei salotti, nelle cucine dei signori e  dei villani, andavano per strada, si fermavano al lavatoio, dal droghiere, dal macellaio, nel negozio di tessuti della via principale e nelle osterie, oltre che sul sagrato delle chiese dove qualsiasi fatto veniva raccontato e commentato dopo la messa o le altre funzioni.

Ormai anche le pietre del fiume parlavano dello scandalo ma la madre badessa, in seguito, avrebbe raccontato alle sue monache che lei non aveva mai saputo della “scappatella” prematrimoniale del marito.

Una scappatella. Era nata anche una bambina che, se non riconosciuta dal padre, sarebbe stata una bastarda, una figlia di N.N., il marchio che veniva stampigliato su tutti i documenti rovinando la vita di tante persone, e si è dovuto aspettare il 1975 perché fosse abolito.

Il nobiluomo però era anche un gentiluomo, il pericolo per quella bambina non esisteva. Così dicevano tutti ma la futura badessa fece in modo che le cose andassero diversamente.

Quindi, in tutto quel bailamme, con discrezione, accortezza, lei comincia a lanciare la rete per  pescare il suo pesce.

Nei primi bigliettini gli assicura di ricordarlo nelle sue preghiere, certamente tutti quei commenti e pettegolezzi lo disturbano, lo rattristano, e lei chiede per lui il conforto cristiano.

I biglietti, com’era consuetudine, viaggiavano col sistema sicuro e rapido della serva di casa e lei ne aveva una più fedele di un cane fedele, sempre pronta a portare messaggi, avanti e indietro dal quartiere di S. Nicola a quello dei Cappuccini.

Per quanto tempo? E cosa venne aggiunto in seguito alle parole di conforto cristiano?

Nemmeno l’arcangelo Gabriele può saperlo. Si sa invece che la futura badessa sigillava le missive con la ceralacca e, dopo averle chiuse in una piccola borsa di tessuto, ordinava alla serva di metterle, non nel petto, come allora facevano molte donne, ma nella parte interna dei mutandoni.

La serva poteva cadere, svenire, morire, ma nessuno avrebbe trovato niente. 

Non si sa quando la madre della bambina capì che qualcosa stava cambiando, era cambiato, né quando il nobiluomo cominciò a pensare a un matrimonio più adatto al suo rango. Sono segreti finiti nelle tombe e da lì non usciranno più. Di sicuro c’è l’intervento di un padre guardiano cappuccino che fa cadere le parole giuste al momento giusto in tempi in cui i padri guardiani, gli arcipreti, i vescovi, i segretari dei vescovi e anche i semplici sacerdoti avevano un peso notevole nella vita delle persone. E le parole giuste, in quel caso, suonarono più o meno così: Circolano voci, eccellenza (molti gli davano dell’eccellenza) voci accorte, sommesse, quasi sotterranee come certi corsi d’acqua che d’improvviso vengono fuori impetuosi e trascinano via tutto quel che trovano. Anche l’onorabilità di una ragazza perbene, di famiglia perbene.

Qualcuno aveva notato, disse il cappuccino, il via e vai della serva da un quartiere all’altro, da un palazzo all’altro, e poi…

Il padre guardiano accennò all’invito che la famiglia di lei aveva fatto alla famiglia di lui per la festa di Maria assunta in cielo, invito accettato.

“Mi sbaglio eccellenza? Al paese, da sempre – il sempre umano, s’intende – l’invito a vedere la processione di ferragosto dai balconi della propria casa ha un significato preciso, e accettare quell’invito è quasi un impegno. Mi corregga se sbaglio.”

Non si sbagliava.

Il clero, eccezione fatta per qualche santo o qualche pazzo, era sempre stato dalla parte dei signori,  non certo dalla parte di una donna che non voleva il bollo di bastarda per la figlia, Si doveva rassegnare, il mondo, del resto, era pieno di figli di N. N.

Ma la madre non si rassegnava, anche se aveva tutti contro, e lo disse alla futura badessa, l’affrontò senza esitazione, lo sposasse pure il padre di sua figlia, lei voleva solo il nome per la bambina.

Il matrimonio ci fu e subito dopo iniziarono da parte della sposa le manovre per evitare che i suoi probabili futuri figli dovessero spartire i possedimenti con l’estranea. Prima cercò di allontanare il padre dalla bambina: “Con la scusa di vedere la figlia ti incontri con la madre”, e quando la questione fu risolta mandando a palazzo la piccola in braccio a una anziana donna, la fresca sposina alle prime avvisaglie di “riconoscimento legale” iniziò quel che oggi si direbbe lo sciopero della fame ma che allora suonava: lasciarsi morire di consunzione.

Non è difficile immaginare che la serva fedele la nutrisse segretamente, doveva sembrare decisa a morire, non certo morire, e così il marito continuò a rimandare quel riconoscimento. Poteva causare la morte della moglie?

Malgrado la sua intelligenza, le lauree, il patrimonio e il nobile casato, si comportò, come avrebbe detto Sciascia, da quaquaraquà. In quella specie di partita a scacchi la futura badessa aveva messo in campo tutte le sue armi per indirizzare le mosse dell’avversario a suo vantaggio, per costringerlo a spostare le pedine che voleva lei, come voleva lei. E aveva vinto.

Poi il grande avvenimento: la sposa aspettava un bambino. L’erede, il figlio, l’unto del Signore.  E chi pensava più alla bastarda?

Ci sarebbe voluto il Rettore dei Salesiani che c’era una volta, una specie di Padre Cristoforo fra i tanti don Rodrighi e don Abbondi, che molti anni prima aveva costretto il barone Rametta a riconoscere i figli avuti dalla servetta. Ma i padri Cristoforo sono più rari delle mosche bianche e comunque in quel frangente al paese di quelle mosche non ne volavano.

Dopo qualche anno però il bambino fu colpito dalla difterite, una malattia spesso mortale, allora, non c’era il vaccino, non c’erano gli antibiotici, e come si temeva morì.

La futura badessa all’inizio vide quella morte come un castigo divino, sapeva fra l’altro che non poteva più avere figli, ma presto ne pensò una delle sue: il marito avrebbe riconosciuto la bambina che però doveva andare ad abitare con loro, sarebbe stata la loro figlia, la madre doveva rinunciare a lei, non doveva più nemmeno vederla.

La madre ovviamente rifiutò sdegnata e la nobile signora ne fu stupita: ma che ingratitudine!

  Poi anche il marito si ammalò, una malattia che i migliori medici non riuscirono a curare, morì anche lui, e poiché non c’erano figli tutto il patrimonio andò alla moglie.

Cosa poteva fare una vedova ambiziosa, con pochissima istruzione e zero interessi?

La madre badessa.

Bisogna riconoscere che per molto tempo le autorità ecclesiastiche ostacolarono le pretese della vedova ma lei sapeva come muoversi, convincere, e tempo costanza e mezzi non le mancavano.

Proprio per questo, secondo alcuni, non era necessario buttare Veronica nel pozzo, troppo pericoloso, prima o poi qualche suora avrebbe parlato. Ci sono armi più sicure che sanno creare il vuoto attorno ad una ragazza semplice, di famiglia povera, abituata alle ingiustizie. Ad albero caduto accetta accetta, si ripeteva Veronica, ma che colpa aveva l’albero se il vento l’aveva buttato giù? E le tornava in mente l’asino visto nella strada ripida della Crocitta, era scivolato, sotto il pesante carico non riusciva più a sollevarsi e il padrone imbestialito gli faceva calare con tutta la sua forza un grosso bastone sulla testa. Picchiava e gridava, gli diceva delinquente, mangia paglia a ufo, finché la bestia era morta, la testa sul selciato, un occhio aperto., e l’uomo l’aveva guardato quasi stupito e indignato per quell’ultimo tiro mancino che l’asino gli aveva giocato.

Veronica non poteva dimenticare quell’asino, e quando la badessa si rivolgeva alle suore riunite, stava ad ascoltare con la disperazione di una bambina che si è persa nel bosco. In quei discorsi c’era forse il segreto per ritrovare la strada ma le parole le sembravano pronunciate in una lingua sconosciuta. Aveva anche cercato di parlare alla badessa, si era fatta coraggio, l’aveva fermata nel corridoio: Madre…” Ma lei l’aveva gelata con lo sguardo ed era andata via.

Due consorelle lavoravano in cortile, pulivano e rassettavano come gli altri giorni, chiacchieravano, e nessuna di loro si accostò a una delle finestre aperte per dire, Buongiorno suor Veronica, avevano sentito dal rumore del secchio che lei era là, nel corridoio, e avevano smesso di parlare.

Veronica non le vedeva, vedeva il rampicante sul muro con i fiori bianchi a forma di campanule e le foglie lucide come quelle del limone. Sentì sbattere con forza lo zerbino, era sempre pieno di terra perché ci si pulivano i piedi venendo dal giardino, e poi di nuovo le consorelle che avevano ripreso a parlare ma a voce bassa.

Devo parlare con la Superiora, si disse, provare ancora, sì, forse mi ascolterà, dirà, Vieni nel mio studio. Proverò di nuovo domani. E mentre si abbassava per strizzare lo straccio nel secchio, la decisione che sapeva inutile le diede una certa serenità..

Quasi mezzanotte. Veronica percorre il corridoio attenta ad evitare qualsiasi rumore, anche se non ci sono assi che scricchiolano ma mattonelle di ceramica pulitissime che lei lava ogni giorno. Il cuore le batte forte, le sembra di sentirne l’eco che rimbalza sulle pareti, ma continua a camminare, è quasi a metà corridoio, non lontana dalla stanza della Madre superiora. Non alzerò gli occhi, si disse, ma quando si trovò davanti a quella porta gli occhi si sollevarono involontariamente e Veronica è sicura che la porta si aprirà all’improvviso e apparirà la badessa.

Ma non accade.

Prosegue in quel silenzio notturno così nuovo per lei, arriva in fondo al corridoio. Sa che la porta è chiusa ma sa anche come usare il ferretto per i capelli che era caduto a donna Rosaria quando aveva portato la biancheria e gli abiti talari dei frati perché venissero lavati e stirati come di consueto. La forcina si era staccata dalla crocchia di capelli bianchi ed era caduta sulle mattonelle lucide del pavimento, donna Rosaria non se n’era accorta e Veronica, senza sapere perché, si era chinata e l’aveva fatta scomparire nella tasca.

Il trucco di aprire una porta chiusa a chiave con un ferretto gliela aveva insegnato il cugino Saro, erano ancora bambini e si divertivano ad aprire la stalla o la casa della nonna.

La porta che dà in giardino adesso è davanti a lei, mette una mano sulla maniglia, con l’altra palpa il fondo della tasca, hanno tasche profonde i vestiti delle monache, chissà perché, ci tengono solo il rosario e il fazzoletto.

Veronica trova subito la forcina, la piega, la fa girare a mo’ di chiave e la porta si apre.

Fuori un cielo con tante stelle e uno spicchio di luna, niente nuvole, si dirige verso l’aiola delle erbe aromatiche e accanto, sull’albero della robinia, avverte un sommesso eccitato frullo d’ali. Il suo passo nel viottolo ha messo in allarme gli uccelli che dormivano. Lei invece è tranquilla, le decisioni una volta prese portano serenità, si chiede solo se la Superiora sapeva chi era stato.

Quasi certamente no, e non le interessava saperlo, era importante solo soffocare lo scandalo, e lo  scandalo era lei, lei il problema, lui avrebbe continuato con i buoni pranzi preparati dalle consorelle, avrebbe bevuto il vino rosso gradazione diciotto, biancheria e abiti lavati e stirati. Non erano loro le ancelle dei sacerdoti? E ancelle vuol dire serve, le aveva spiegato suor Rosina.

Si volta a guardare il convento, l’impassibile struttura completamente buia, nemmeno una luce dietro quelle finestre, e forse per questo le sembra ancora più freddo e inutile, un uccellaccio morto, rinsecchito. Continua a camminare, il cuore non le batte, solo un leggero pulsare delle vene vicino alle tempie, come se tutto ciò che ha nella testa, pensieri, ricordi, volessero fuggire verso le nuvole finché erano in tempo. Infatti è già arrivata al pozzo, con un saltello siede sull’orlo di pietra lavica, si sta bene di notte in giardino, siamo in maggio ormai. Solleva il coperchio, guarda verso l’acqua,  ma è buio, sente solo un soffio di aria fresca, pulita, salire verso di lei, accarezzarle il viso.

 “Veronica…!?”

Vuole ascoltare il suo nome e si china di più verso l’acqua, chiama ancora:

“Veronica…!?”

 “Onica…!?”

Un suono bellissimo quasi come quello dell’organo della Chiesa madre.

“Veronica…?”

L’eco rispose senza farsi attendere:

“Onica…?”

E lei si lasciò andar giù.

 

                                                                                               Olga Foti

 

 

 

 

Antonio Mursia: «Clemente De Rubino Civitatis Randatii»

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La Confraternità della SS Annunziata di Salvatore Rizzeri.

Sovranismi – Dal Sovranismo Regionale al Sovranismo Nazionale di Mario Scalisi

 

MARIO SCALISI

DAL SOVRANISMO REGIONALE AL SOVRANISMO NAZIONALE

CANEPA

Vivevo a Siena da sei anni. Quattro erano stati necessari per conseguire la laurea nella locale Università.  L’anno successivo ebbi l’occasione di collaborare con un giornale di quella città. Il sesto anno mi fu conferito l’incarico d’insegnare al Liceo Scientifico “Poliziano” di Montepulciano e, per completare l’orario  di cattedra, all’Istituto Tecnico Commerciale “Redi” del medesimo paese.
All’inizio dell’estate del 1969, come di consueto, rientrai in Sicilia, a Randazzo, mia città natale, per trascorrere le solite vacanze estive.

 Immancabilmente ad attendermi alla stazione della ferrovia dello stato c’era l’amico Totò Del Campo, cancelliere presso la Pretura di Randazzo. E immancabilmente l’amico cancelliere mi accolse con la solita domanda : “tutto bene nei paesacci?”. Io, altrettanto immancabilmente, risposi: ”si:”. Alla  domanda del cancelliere attribuivo il valore di una battuta. Certamente non si può definire “paesaccio” la splendida Toscana.
Alla fine dell’estate, però, non rientrai a Siena. Mio padre aveva bisogno del mio aiuto per sovrintendere i lavori di taglio e di vendita degli alberi dell’immenso castagneto di una delle nostre proprietà. Operazione che si effettuava ogni venti anni. L’evenienza rese felici i miei amici, in primis il cancelliere del Campo e Santino Cammarata.
Santino Cammarata aveva ricoperto per un breve periodo la carica di Sindaco di Randazzo. Da tempo ci interessavamo dei problemi amministrativi del comune e ci prendevamo cura d’informare i concittadini con la pubblicazione e diffusione periodica di un opuscolo.
Il 17 giugno del 1970 a Randazzo, in località Murazzu Ruttu,  confluirono i rappresentanti dei vari movimenti indipendentisti della Sicilia. Il motivo era quello di commemorare il professor Antonio Canepa, capo dell’Esercito Volontari per l’Indipendenza della Sicilia (EVIS), davanti al cippo eretto nel luogo in cui i carabinieri gli tesero  un agguato che portò alla sua morte.
Mi tornarono alla mente tutti discorsi che sentivo durante la mia infanzia, quando, nelle sere d’estate, gli adulti si ritrovavano davanti alle porte di casa e  facevano salotto seduti su  sedie malferme. Nei loro discorsi c’era grande consenso per il MIS, Movimento per l’Indipendenza della Sicilia. Il bandito Salvatore Giuliano veniva dipinto come un eroe che avrebbe contribuito a far diventare la Sicilia un’ulteriore stella della bandiera degli Stati Uniti d’America. Qualcuno ricordava che negli anni successivi all’unità d’Italia, all’interno delle case delle famiglie più umili, era appeso il ritratto di Abramo Lincoln e non quello di Vittorio Emanuele II di Savoia.
Quel raduno dei movimenti indipendentisti avvenuto a Murazzu Ruttu e  il ricordo del fatto che uno dei miei fratelli quel 17 giugno 1945 si trovava nei pressi del luogo dell’agguato a Antonio Canepa, professore di storia delle dottrine politiche all’Università di Catania , mi fecero sorgere il desiderio di ricostruire gli ultimi giorni di vita del capo dell’EVIS

.

Di questo mio progetto parlai con l’amico cancelliere Totò Del Campo. Sorridendo mi disse che nel dopoguerra lui era stato segretario del MIS di Randazzo. Nei giorni successivi mi fornì documenti riguardanti quel movimento indipendentista. Trovai una spiegazione alla domanda che mi faceva tutte le volte che rientravo a Randazzo “tutto bene nei paesacci?”, era conseguenza del motto separatista “al di là dello stretto il nemico”. Lo stretto è ovviamente quello di Messina.
All’inizio del mese di luglio del 1970 il cancelliere mi condusse a Francavilla di Sicilia e mi fece parlare col campiere dei feudi di Maria Majorca di Mortillaro, zia di Antonio Canepa e suocera di Franco Restivo, l’importante personaggio politico della Democrazia Cristiana, che ricoprì cariche pubbliche di grande rilievo. Fu componente dell’Assemblea Costituente, Presidente della Regione Siciliana, Ministro dell’Interno, della Difesa e dell’Agricoltura, rispettivamente nei governi presieduti da Giovanni Leone, Giulio Andreotti e Aldo Moro.

Il campiere  mi disse che il professor Antonio Canepa, autore dell’Opuscolo “La Sicilia ai Siciliani”, fondatore e capo dell’EVIS, Esercito Volontario per l’Indipendenza della Sicilia , qualche giorno prima di morire, fra il  13 e il 16 giugno 1945. si recò nel  feudo di  Maria Majorca di Mortillaro. Era accompagnato da due personaggi definiti dal campiere “silenziosi ed equivoci”. Sicuramente appartenenti o alla mafia o ai servizi segreti.”
Il feudo, di cui lui era il campiere, era base per il rifornimento di armi destinate all’EVIS.
In Sicilia la gente sapeva, a ragione, che l’Indipendenza trovava la compiacenza degli Inglesi e degli  Americani.  Ma gran parte della popolazione siciliana cadeva nell’errore di pensare che gli alleati sostenendo i movimenti indipendentisti della Sicilia intendessero cautelarsi per mantenere  sotto il loro controllo la strategica posizione dell’isola, nell’eventualità in cui l’Italia fosse rimasta sotto l’influenza di Tito e dell’Unione Sovietica.

 


Dai documenti ufficiali risulta, invece, che gli alleati non avevano mai pensato all’indipendenza della Sicilia, parlavano di “Italiani di Sicilia”.
Durante la conferenza di Yalta, che  ebbe luogo dal 4 all’11 febbraio 1945 e alla quale  parteciparono i capi dei tre paesi che sconfissero la Germania nazista: l’americano Franklin Delano Roosevelt, l’inglese Winston Churchill e il russo Iosif Stalin, fu concordata la spaccatura dell’Europa in due zone d’influenza. L’Unione Sovietica sarebbe stata potenza predominante nell’Europa Orientale e Centrale. Ma mentre si centellinò la proporzione d’influenza per ogni singolo stato europeo, nulla si disse dell’Italia, perché, in quella sede, fu considerata paese cobelligerante degli alleati.

E’ storia che i Siciliani tutte le volte in cui si sono trovati in stato di malessere sociale hanno sempre sfoderato l’indipendentismo.

 

Nella notte fra il 9 e il 10 luglio 1943 gli Angloamericani, incontrando qualche difficoltà, sbarcarono in Sicilia, in un tratto di litorale lungo circa 150 chilometri  che va da Licata a Cassibile. La strategia dei comandi militari americani e inglesi era quella di stringere a tenaglia le truppe tedesche e impedire loro di trovare rifugio nell’Italia continentale. Da Licata dovevano partire operazioni militari in direzione di Palermo, da Cassibile in direzione di Catania e Messina.
Ai disagi patiti durante il periodo nazifascista si aggiunsero quelli derivanti dalle operazioni militari degli Americani e degli Inglesi. Randazzo, sede del comando tedesco, fu pesantemente bombardata dagli alleati per impedire gli spostamenti delle truppe tedesche, ma, quando entrarono in città, il generale Hube l’aveva già abbandonata per schierare le sue truppe in posizione più vantaggiosa.  Come sempre avvenuto per il passato, in una situazione così drammatica, rispuntarono i movimenti separatisti. Gli alleati li sostennero  per avere  la simpatia e l’appoggio della popolazione. Al sostegno degli alleati si aggiunse quello della mafia e del bandito Salvatore Giuliano.

 

Finalmente l’occupazione della Sicilia da parte degli alleati fu completata.

Nonostante molti comunisti e democristiani sostenessero il MIS, l’indipendenza della Sicilia non era vista di buon occhio dal Partito Comunista Italiano e, soprattutto, dalla Democrazia Cristiana di Salvatore Aldisio, allora Alto Commissario per la Sicilia. Aldisio preferiva la visione autonomistica di Luigi Sturzo. 
Divennero imbarazzanti i rapporti con l’EVIS, frutto della trasformazione del GRUPPO ETNA operata da Canepa. IL GRUPPO ETNA, guidato e composto da uomini di sinistra, fu artefice di diverse azioni armate nell’ambito della resistenza  in Sicilia contro il nazifascismo.

La mattina del 17 giugno 1945  mio fratello Gaetano, in groppa  all’asino, si recava nella nostra proprietà agricola in località “la Nave” nel confinante comune di Maletto.  Giunto a Murazzu Ruttu, poco fuori Randazzo, scorse  dei carabinieri appostati  in una curva della strada. Percorse qualche centinaio di metri e incontrò un motocarro che procedeva in direzione di Randazzo. Su quel motocarro viaggiavano il Professor Canepa  e quattro giovani: Carmelo Rosano, Giuseppe Lo Giudice e Francesco Ilardi. Dopo poco sentì degli spari. Si trattava del conflitto a fuoco, a seguito del quale trovò la morte il professor Antonio Canepa, capo dell’EVIS. Mio fratello ebbe l’impressione che quei carabinieri appostati stessero aspettando il passaggio di quel motocarro, partito da Cesarò per raggiungere il feudo di  Maria Majorca di Mortillaro.

Nei primi mesi del 1970 informai anche Santino Cammarata della mia ricerca di testimonianze tese a ricostruire le ragioni che portarono all’agguato di Murazzu Ruttu e alla morte di Antonio Canepa. Lui sapeva chi aveva trasportato all’ospedale Canepa e mi organizzò un incontro.

Qualche giorno dopo incontrai  Vincenzo Mazza davanti alla chiesa di San Martino, quartiere lombardo di Randazzo. Mi confermò di aver trasportato Canepa all’ospedale: “ Viaggiavo per lavoro col mio motocarro. Giunto a Murazzu Ruttu i carabinieri imposero l’alt a me e al motocarro di Luigi Arcidiacono. Notai subito che era successo qualcosa di grave e che c’erano dei feriti. Sul mio motocarro sdraiammo il professor Canepa.  I carabinieri dissero che si trattava di pericoloso brigante e ci imposero di seguire un percorso tortuoso che ritardò l’arrivo in ospedale. Il personale dell’ospedale di Randazzo fu messo in uno stato di ansia di fronte a quell’uomo definito brigante pericoloso. Finché non passò il dottor Giuseppe Petrina, che conosceva Canepa,  e disse “ma che brigante e brigante, questo è il professor Canepa”. Era troppo tardi. il prof Canepa, gravemente ferito all’inguine, morì dissanguato di lì a poco.”

La dinamica dello scontro a fuoco fra carabinieri e gli uomini dell’ EVIS che viaggiavano su quel motocarro insieme al professor Canepa ha avuto versioni diverse.


Da testimonianze raccolte sembra  che la trappola fu organizzata dai servizi segreti inglesi. A Canepa fu consegnata una borsa piena di soldi che doveva costituire il suo lasciapassare al controllo dei carabinieri. Ma quando i carabinieri imposero l’alt al motocarro del professor Canepa ci fu una sparatoria anomala, perché appostati c’erano alcuni giovani comunisti, due di Randazzo e tre dei paesi vicini. Uno di questi, alla fine della sparatoria alla quale aveva partecipato, prese la borsa di soldi, che avrebbe dovuto costituire il lasciapassare del povero prof Canepa, e la restituì ai carabinieri. Quella borsa scomparve  nel nulla. La vicenda dell’agguato a Canepa resta comunque oscura e imprecisa, come i tanti misteri della politica italiana.
C’è chi suppone che essa nasconda un regolamento di conti fra comunisti. Altri che collegano ad essa l’attentato a Togliatti da parte di Antonio Pallante.

Ma quali erano gli argomenti degli Indipendentisti dell’EVIS? Basta leggere “la Sicilia ai Siciliani”, l’opuscolo pubblicato dal professor Antonio Canepa, con lo pseudonimo Mario Turri. L’assunto è che “tutte le volte che la Sicilia è stata indipendente, tutte le volte che si è governata da sé , è stata anche forte, ricca e felice. Invece tutte le volte che abbiamo dovuto obbedire ai padroni venuti dal continente, siamo stati deboli, poveri e disprezzati.”

Quindi passa in rassegna le conseguenze delle dominazioni fatte dal continente.

La prima dominazione italiana fu fatta da Roma. I Romani erano un popolo incolto. Umiliarono e saccheggiarono il benessere spirituale e materiale  che fin dagli antichissimi tempi i Fenici e i Greci avevano portato in Sicilia. I governanti romani erano una banda di ladri. Imposero tasse, trafugarono statue d’oro e d’argento, si appropriarono delle risorse naturali della Sicilia e portarono il tutto “al di là dello stretto”.
  La popolazione fu ridotta in schiavitù.

La seconda dominazione fu quella della Monarchia Borbonica. Nel 1848 la Sicilia insorse per affermare la propria indipendenza da Napoli e per diciotto mesi fu libera.
La terza dominazione è quella derivante dall’Unità d’Italia, da Garibaldi al periodo liberale e al regime fascista.
Sempre furono trascurate e oppresse le ambizioni e le spettanze  dei Siciliani e la Sicilia fu trattata come un problema coloniale a vantaggio degli interessi Piemontesi.
Gli argomenti del MIS erano i medesimi, ma esposti in modo più aulico e sentimentale. Basti leggere la lettera dal carcere scritta da Attilio Castrogiovanni  considerato fra i più dinamici del MIS in quanto teneva i rapporti con l’EVIS, di cui, dopo la morte di Canepa, divenne per breve tempo comandante.

 

Il MIS continuò ad impegnarsi, come aveva sempre fatto, nell’organizzare i propri iscritti in sezioni territoriali, nell’  elaborare e nell’ approvare gli statuti interni del movimento.  




A fatica trovò un esponente di spicco: Andrea Finocchiaro Aprile, docente di Storia del Diritto all’Università di Siena.

Ineluttabilmente l’indipendenza della Sicilia tornò ad essere un sogno. Fu concessa l’Autonomia.

I vari movimenti indipendentisti si adoperarono per farsi accreditare dalle Autorità regionali. Alle elezioni indette per formare il parlamentino siciliano ottennero pochi voti.

Alcuni di essi, però, s’impegnarono a tenere aperto il problema dell’indipendenza della Sicilia a livello europeo.

A Marsiglia fu creata la sede del porta parola della Sicilia in Europa.

BOSSI

A novembre del 1970 abbandonai Randazzo, mentre ricoprivo la carica di vicesindaco, e mi trasferii in Valle Imagna, nella bergamasca, dove mi fu assegnata una cattedra per l’insegnamento nella Scuola Media di Sant’Omobono. Con l’abbandono di Randazzo abbandonai anche la ricerca sui retroscena politici italiani che determinarono la morte di Canepa.
In Valle Imagna, dove vivo da oltre cinquant’anni, mi è stata data l’opportunità di ricoprire diverse cariche elettive.
Alla fine degli anni ottanta, quando la Lega Nord per l’Indipendenza della Padania cominciò a prendere piede, ricoprivo anche la carica di Presidente del Consorzio Idrico della Valle Imagna. L’Assemblea del Consorzio era formata da Sindaci e Consiglieri Comunali in rappresentanza di ciascun comune aderente al Consorzio Idrico che venivano eletti dai singoli Consigli Comunali.
La Lega Nord fu il risultato dell’Unione di vari movimenti: La Lega Lombarda, che propugnava la secessione dall’Italia, la Liga Veneta, Piemonte Autonomista, l’Unione Ligure e Alleanza Toscana. 
Agli inizi degli anni novanta l’Assemblea del Consorzio Idrico accolse i primi rappresentanti della Lega Nord per l’Indipendenza della Padania, quelli del comune di Palazzago. Erano il Sindaco Ferruccio Bonacina e il consigliere comunale  Cristiano Forte.
Già conoscevo gli argomenti dei leghisti. A parti invertite coincidevano con quelli del movimento per l’indipendenza della Sicilia. I leghisti  vedono la ricchezza delle regioni del Nord fagocitata da “Roma Ladrona” e sperperata per l’assistenzialismo dell’inetto Meridione d’Italia , di conseguenza creano lo slogan “Prima il Nord”.
Proprio per questo parallelismo fui interessato a dialogare con i due rappresentanti leghisti di Palazzago. In particolare con Cristiano Forte, che in quel tempo era anche impegnato a coordinare, per conto della Lega, i rapporti fra imprenditori bergamaschi e Comunità Europea. Successivamente, dal 2004 al 2006, ricoprì la carica di segretario Politico della Lega Nord di Bergamo.
Con Cristiano Forte parlai dell’indipendentismo siciliano e dei problemi effettivi delle regioni dell’Italia Meridionale e della Sicilia. Gli feci visionare alcuni documenti propagandistici del MIS. Fu particolarmente incuriosito dal fatto che un ufficio del Separatismo Siciliano avente sede a Marsiglia rilasciava ai nati in Sicilia che ne facevano richiesta, una carta d’identità valida per spostarsi nella Comunità Europea,.
Umberto Bossi con la Lega Lombarda prima voleva perseguire la secessione dall’Italia, poi da capo della Lega Nord per l’indipendenza della Padania il termine secessione divenne indipendenza. Ma la sostanza non cambiava.
Il leader massimo della lega non andava per il sottile, manifestò disprezzo per il tricolore dicendo che quando lo vedeva s’incazzava e che “la bandiera italiana gli serviva per pulirsi il culo”. S’impegnò a divinizzare il Po e organizzò in modo esemplare i raduni a Pontida, dove i suoi fedeli, vestiti in modo folcloristico, trovarono la tribuna mediatica per inveire contro Roma e l’inetto meridione d’Italia.
Per rafforzare l’immagine di separazione della Padania dal resto d’Italia, prese le distanze dalla nazionale di calcio, creò la Padania Football Association A.S.D. e organizzò il concorso per l’elezione di Miss Padania.
Non poteva mancare la costituzione del Parlamento della Padania. E non poteva mancare la creazione della Guardia Padana per vigilare le strade “dove si annidano puttane e culattoni e dove, complice l’oscurità, si annidano gli infidi negri, rom, ladri, nomadi, zozzi comunisti, drogati.”

Creò i suoi gadget indipendentisti. La carta d’identità della Repubblica Federale Padana, 

e coniò la moneta della Banca Nord Nazione.

 

 

Tale animus, col quale si rivelava livore verso l’Italia di Roma ladrona e dei terroni, nella realtà di quel periodo, lasciava aperta a Bossi solo la via di un’insurrezione armata per poter realizzare l’indipendenza della Padania.
I Francesi avrebbero detto che  Bossi  si era cacciato in un cul de sac, cioè in un vicolo cieco. Nessuno, né a livello nazionale né a livello internazionale, avrebbe compreso e sostenuto azioni tese a spaccare l’Italia.
Il programma della Lega di Bossi non trovava riscontro in nessuno dei partiti politici italiani. Né in quelli di centrodestra: Forza Italia, UDC e Alleanza Nazionale, né in quelli del centrosinistra: Partito Democratico della Sinistra e Partito Popolare Italiano.
Essendo impossibile la secessione armata, la Lega Nord di Bossi ritenne conveniente entrare nelle stanze del Governo Nazionale per realizzare una qualche riforma che desse più poteri alle Regioni  con conseguenti maggiori vantaggi per le Regioni padane.
A partire dalle elezioni del 1994, navigando fra centrodestra, centrosinistra e centrodestra, la Lega Nord, intraprese la strada della devolution, che consisteva in una incisiva riforma della Costituzione. A fronte della  devolution, che, fra l’altro, recepiva il trasferimento di alcuni poteri alla competenza esclusiva delle regioni, Bossi rinunciò a ciò che non avrebbe mai potuto realizzare: l’indipendenza padana a mezzo della secessione.
La devolution fu definitivamente approvata dal Parlamento nel 2005, ma fu bocciata dal referendum costituzionale del 2006.
Morto un Papa se ne fa un altro. La Lega Nord calò sul tavolo dei giochi politici il Federalismo Fiscale. Serviva per Assegnare agli enti decentrati una maggiore autonomia di entrate e spese. Per introdurre il Federalismo Fiscale  non c’era bisogno di operare alcuna riforma della carta costituzionale.
Il federalismo fiscale della Lega Nord nel 2011 finì sepolto sotto le macerie della caduta del governo Berlusconi. Bossi si trovò con in mano un pugno di mosche e un consenso elettorale in caduta libera.
Per chiudere definitivamente le velleità della Lega Nord non fu necessario organizzare un agguato a Bossi, come quello organizzato per eliminare Canepa a Murazzu Ruttu. Bossi l’agguato se lo era organizzato da solo. La Lega Nord infatti aveva truffato allo Stato circa 49 milioni di euro, parte dei quali spesi a vantaggio dei motivi familiari del Senatùr.
Ad aprile del 2012, nel corso del Consiglio federale tenutosi nella sede di Via Carlo Bellerio, Bossi si dimise da segretario federale della Lega Nord, fu nominato presidente del partito. Al triunvirato Maroni, Calderoli, Dal Lago fu affidata la reggenza del partito  sino all’elezione del nuovo segretario federale.
Qualche mese dopo, il  1° luglio 2012, Roberto Maroni fu nominato nuovo Segretario Federale della lega Nord.

SALVINI

Roberto Maroni ricoprì la carica di segretario della Lega Nord per poco più di un anno. Il “barbaro sognante” si dimise il 15 dicembre 2013 per dedicarsi in modo completo ai compiti derivanti dalla carica di Presidente della Regione Lombardia conquistata a seguito delle elezioni del 2013.

Nuovo segretario della Lega Nord è eletto Matteo Salvini.

La sua elezione costituisce il punto terminale delle lotte intestine della Lega. Chiude o cerca di chiudere le vecchie ferite, ma ne provoca delle altre.
Sono contenti tutti i leghisti che erano stati emarginati o espulsi dal partito perché non graditi al “cerchio magico” di Umberto Bossi.
Nella Lega Nord di Salvini, dei vari obbiettivi perseguiti da Umberto Bossi resta vivo , ma problematico da realizzare, il federalismo  fiscale.
Problematico da realizzare perché Salvini intraprende la via della trasformazione della Lega Nord da partito del Nord d’Italia in partito nazionale. Cioè passa dal sovranismo regionale al sovranismo nazionale.
Questa trasformazione avviene in modo graduale ma irreversibile, nonostante l’irritazione dei leghisti fermamente convinti della necessità d’indipendenza per la Padania. Dal simbolo della Lega sparisce la parola Nord. Esso diventa Lega Salvini Premier.
Tutti gli slogan contro i terroni sono trasformati in attestazioni di amore verso il Sud d’Italia.

PRIMA

                                                                             

         DOPO 

                                                                  

Salvini ha le caratteristiche dell’uomo giusto per effettuare il passaggio dal sovranismo regionale a quello nazionale. Senza problemi dimentica il suo passato di capolista dei comunisti padani nel Parlamento della Padania e le sue frequentazioni, anche se saltuarie, del centro sociale Leoncavallo di Milano. Dimentica allo scopo di poter scambiare sorrisi  col movimento politico di estrema destra  Casapound e per potersi esibire al fianco di Marine Le Pen presidente del Fronte Nazionale francese.  
Conseguentemente deve abbandonare la sua  fede marxista e sbandierare quella cristiana. Probabilmente senza aver approfondito né i valori essenziali dell’una né quelli dell’altra.
Salvini fa della lotta all’immigrazione il suo cavallo di battaglia, grazie al quale ottiene consenso popolare. Purtroppo esordisce con una foto contradditoria.
Col manifesto attaccato alla parete Salvini intende evidenziare il fatto che, i pellerossa, avendo subito l’immigrazione degli Inglesi, sono finiti a vivere nelle riserve. Contemporaneamente Salvini indossa una maglietta che rappresenta il Presidente Trump e i suoi slogan contro l’immigrazione e solleva il pollice in segno di approvazione.
A Salvini è sfuggito il fatto che gli Inglesi non erano emigrati in America. In America avevano operato una conquista coloniale.
E gli è sfuggito il fatto che Donald  Trump è il discendente di quegli “immigrati” che erano sbarcati in America e avevano confinato nelle riserve i Pellerossa.


Non importa. Salvini può dire agli Italiani qualsiasi cosa. Può dire persino che è possibile andare in bicicletta sulla Luna. Circa il 30% degli elettori ci crede e magari pensa che Capitan Salvini sia una reincarnazione di Jules Verne.
Divenuto sovranista nazionale Salvini  si comporta in modo coerente. Se il sovranismo regionale aveva l’obiettivo di rompere l’unità dell’Italia, il sovranismo nazionale non può avere altro obiettivo se non quello di scombinare la possibile evoluzione delle istituzioni europee verso una forma di unione più compatta e autorevole a livello mondiale.
Non abbandona del tutto la campagna “Basta Euro”, snobba le istituzioni europee, si esibisce solo con quei capi di stato che svolgono il ruolo di pensarla come lui.
Cerca di instaurare  rapporti con Trump e Putin. Ma lo fa da dilettante della politica internazionale.
I rapporti con i capi di stato stranieri si tengono dopo aver preventivamente approfondito i loro obiettivi, gli interessi dello stato che rappresentano, le relazioni che essi hanno con gli altri stati e con i rispettivi operatori economici.
Salvini forse ha capito qualcosa dall’ “affaire Savoini” La Russia di Putin teneva i rapporti con gli imprenditori veneti e con Berlusconi a mezzo di persone più autorevoli e più competenti del suo intermediario.
E forse ha capito che per il capo di un partito che si propone di governare l’Italia è sconveniente tifare apertamente per uno dei due candidati alla presidenza degli Stati Uniti d’America.
L’amicizia dell’Italia è con il popolo americano e col Presidente che essi esprimono democraticamente.
I fatti  sopra enumerati costituiscono parte dell’azione politica fin ora effettuata da Salvini ed evidenziano le sue contraddizioni più evidenti.
L’impegno politico di Salvini è ancora in corso. Per tale motivo non ritengo lecito esprimere un giudizio sul suo operare, perché sarebbe un giudizio politico e non storico.
Bisogna attendere. I lavori sono ancora in corso.
Credo, però, che sia possibile esprimere qualche sensazione. Per la Lega delle origini aveva un senso portare all’occhiello Alberto da Giussano. E aveva un senso che, come conseguenza, si sentisse risuonare nelle orecchie il “Va pensiero sull’ali dorate…”.
Con Salvini Italiano L’inno “Fratelli d’Italia”, cantato da lui, sembra un po’ stonato.
Il suo comportamento attuale fa risultare enigmatico il contenuto dei suoi discorsi e inutile entrare nel merito dei suoi ragionamenti. Un motivo musicale risuona spontaneamente nelle nostre orecchie: “La  donna è mobile qual piuma al vento. Muta d’accento e di pensier”.
Ora resta solo da attendere con quali modalità e con quali contradizioni avverrà il passaggio della Lega Nord dal sovranismo nazionale al sovranismo dell’Unione Europea, frenato proprio dai sovranismi nazionali.
Quali sconquassi combinerà con la sua alleata/avversaria Giorgia Meloni  Presidente dei FdI.

Mario Scalisi

 

 

 

 

 

Canonico Giuseppe Finocchiaro

                                                                                                                      Un protagonista di mezzo secolo di storia randazzese

                                                                                                                          IL CANONICO GIUSEPPE FINOCCHIARO

Maristella Dilettoso

         Difficile restare obiettivi e asettici quando si parla di persone verso le quali ci si sente apparentati da un legame di stima, di affetto, ancor più quando la loro immagine è sfumata, da un canto, dai ricordi dolcissimi dell’infanzia, ed è ingigantita, dall’altro, dalle testimonianze di rispetto di quanti ancora ne conservano memoria. Ma poiché il Canonico Giuseppe Finocchiaro ebbe un ruolo più che attivo nella comunità randazzese, riscuotendo stima ed amicizia, tanto nell’ambiente laico quanto in quello clericale, e purtroppo i più, a quarant’anni dalla sua scomparsa, sembrano avere dimenticato troppo presto questo concittadino, tenteremo di ricostruire le linee generali della sua biografia.
 Giuseppe Finocchiaro nacque a Randazzo il 7.1.1884, quarto di sei figli, da Cesare e Giovanna Vagliasindi, e dal padre, più volte impegnato nell’amministrazione della cosa pubblica, dovette forse ereditare quella certa passione per la politica che fu uno dei tratti più singolari e discussi della sua personalità.
            Compiuti gli studi, si ordinò sacerdote il 21 dicembre 1907. Sua prima aspirazione era stata quella di entrare nella famiglia salesiana, ma le precarie condizioni di salute della madre gli fecero accantonare questo proposito.
Il latino, appreso sui banchi di scuola, per lui non aveva segreti: lo insegnò per qualche anno al Real Collegio Capizzi di Bronte, più tardi dava ripetizioni in privato, e si dice che riuscisse a tradurre ed a comporre in questa lingua con notevole scioltezza e padronanza.
Suo è il testo dell’epigrafe, incisa in marmo e posta all’interno dell’abside maggiore della chiesa di S. Maria, a commemorare la riconsacrazione dell’altare dopo i danni subìti durante i bombardamenti del 1943.

 

In questa foto il canonico Giuseppe Finocchiaro con alcuni allievi del Real Collegio Capizzi di Bronte.

Nel 1910 l’Arciprete Francesco Fisauli, invitato da Don Luigi Sturzo ad una conferenza a Paternò, delegava, quale rappresentante del clero di Randazzo, il Canonico Finocchiaro con il compito di acquisire elementi utili per costituire ed organizzare anche a Randazzo un movimento cattolico.
          Partecipò quindi all’Atto costitutivo e alla stesura dello Statuto della Cassa Rurale Cattolica di Randazzo, ricoprendo il ruolo di Segretario dal 1910 al 1915, e facendo parte del Consiglio di Amministrazione fino al 1935, quando si dimise come molti altri esponenti del clero, dietro invito dei superiori (la Sacra Congregazione del Concilio “sconsigliò” in vari paesi i sacerdoti dal fare parte delle casse Rurali).
In quegli anni, quando una terribile e mortale epidemia di colera si abbatté su Randazzo (1911), si prodigò incessantemente in prima persona per l’assistenza ai malati ed ai moribondi, trascorrendo con loro gran parte delle sue giornate, nel lazzaretto che era stato allestito presso il Convento di S. Domenico.
            Nel 1912 venne nominato Economo Cassiere della Parrocchia di S. Nicolò, dove era coadiutore dal 1908, perché “abbastanza versato in fatto di contabilità” (V. verbale di nomina del 3.9.1912).
Lasciò la Parrocchia dal 1915 al 1918, quando, allo scoppiare del 1° conflitto mondiale fu inviato, come Cappellano Militare, col grado di Tenente, in zona di operazione.


Il canonico Giuseppe Finocchiaro in divisa di Cappellano Militare durante la guerra 15/18.

Raramente, poi, avrebbe parlato ad altri degli orrori vissuti e delle scene drammatiche cui gli toccò assistere al fronte: e questo fu sempre un altro aspetto del suo carattere: una qualche forma di pudore, o riservatezza, gli impediva di diffondersi a narrare i propri ricordi più tristi, o i propri dispiaceri, o le proprie sofferenze fisiche.
Preferiva piuttosto intrattenere gli intimi con gli aneddoti e gli episodi più divertenti. Così fu anche per l’esperienza della guerra, quando in realtà gli pesava troppo parlare di tanti amici e commilitoni che si era visto morire davanti tra le sofferenze, o straziati dalle granate, senza poterli aiutare, dovendosi accontentare di somministrare loro in fretta gli ultimi Sacramenti, spesso senza neanche il tempo di una Confessione.
Nel 1928, a seguito delle dimissioni per motivi di salute dell‘Arciprete Francesco Paolo Germanà (del quale era stato segretario), partecipò al Concorso per la carica di Arciprete. Superò il concorso Mons. Giovanni Birelli, che detenne la carica fino al 1966.
Tra la fine del 1936 e la primavera 1938, venne inviato in qualità. di Vicario Economo nella vicina Castiglione, dove si fermò circa un anno, alloggiando in Canonica, allo scopo di rivedere la contabilità, per presunti illeciti verificatisi durante i lavori di ricostruzione della Chiesa di Maria SS della Catena.
Una bolla del nuovo Vescovo di Acireale, mons. Salvatore Russo, emanata l’8 dicembre 1936, doveva segnare una data storica per Randazzo: con essa infatti si poneva fine a quella vexata quaestio della secolare disputa fra le tre chiese di S. Maria, S. Nicolò e S. Martino. Fino ad allora esse ricoprivano il ruolo di matrice a rotazione, per un anno ciascuna, e l’unico Arciprete parroco aveva sede nella matrice di turno. Il Vescovo, trovando ciò difforme dalle norme di Diritto Canonico, sanciva con tale bolla la parrocchialità autonoma delle tre chiese, con proprio parroco e due coadiutori, abrogava i turni di matriciato, eleggendo come unica matrice la chiesa di S. Maria, la quale sarebbe stata anche sede di Arcipretura.

In questa foto si riconoscono: Padre Matteo Paparo, Gaetano Vagliasindi, canonico Finocchiaro. 2°fila: arc. Giovanni Birelli, sig. Polizzi, canonico Edoardo Lo Giudice.

Il Canonico (perché talvolta emerge il conflitto tra l’uomo e il sacerdote), che con altra bolla episcopale del 4 luglio 1937 veniva nominato Parroco di S. Nicolò, nel suo intimo dovette mal digerire questa subordinazione ad un’altra chiesa.
La bolla del 1936, ad esempio, stabiliva fra l’altro che S. Maria avrebbe dovuto, per prima, il Sabato Santo, suonare le campane a gloria, e pare ch’egli si regolasse con i propri tempi e ritmi…
            Ma ben altre nubi si profilavano all’orizzonte. La Seconda Guerra mondiale, che a Randazzo portò lutti e rovine, distruggendo un patrimonio storico e monumentale di inestimabile valore, a Don Giuseppe portò eventi dolorosissimi: la notizia della morte del figlioccio e nipote prediletto, il Tenente Gaetano Vagliasindi, ucciso dai Tedeschi a soli 22 anni nell’isola egea di Coos, il 6 ottobre 1943, e poi ancora quella del nipote Alessandro Mancini, perito in mare il 9 settembre assieme a quasi tutto l’equipaggio della corazzata “Roma”.
E infine, i bombardamenti incessanti del luglio-agosto 1943, che aprirono in lui ferite profonde, come nel suo fraterno amico Salvatore Calogero Virzì.
La Chiesa di S. Nicolò venne centrata da una bomba, che distrusse la cupola, gran parte della navata centrale, la navata destra con tutta la sagrestia, la Canonica e molte opere d’arte.
Il parroco in quei giorni fu sorpreso a piangere, seduto tra le macerie della “sua” chiesa, che riteneva ormai irreparabilmente distrutta.
Ma l’attività di un sacerdote non si può mai fermare, neanche di fronte ai momenti di prostrazione più profonda. In un primo tempo aveva pensato di delimitare la navata di sinistra, rimasta quasi integra, per potervi officiare, ma in un secondo tempo le manifestazioni di culto vennero spostate nella chiesetta di S. Barbara, poi nella vicina S. Domenico (anche questa chiesa era pericolante, benché al momento del crollo della torre era già stato ripristinato il culto in S. Nicolò), mentre per ovviare alla perdita dei locali della canonica, dove soleva riunire tanti giovani, adattò una stanza al pianterreno della propria abitazione (Palazzo Clarentano), aprendola agli affezionati di sempre.
            Durante gli anni del conflitto si era adoperato, con impegno e a proprie spese, per rintracciare i prigionieri di guerra: dopo aver ricavato il codice dell’ultima corrispondenza inviata ai familiari, si metteva in contatto, a Roma, con l’Ordinariato militare, ottenendo le notizie di tanti militari randazzesi dispersi, che si affrettava a trasmetterle ai parenti.
            E venne la insperata ricostruzione, i lavori della cupola furono completati nel 1950, e in seguito anche quelli della chiesa, della canonica e sagrestia, sebbene con pianta diversa.


    Questa è una foto storica della ricostruzione della cupola della chiesa di San Nicola distrutta dai bombardamenti del 1943. Si riconoscono: Padre Mangano, il Canonico Finocchiaro, Padre Saro Maugeri e il carpentiere don Pippo Crispino.     

Nel dopoguerra ricoprì la carica di Presidente dell’E.C.A. (Ente Comunale Assistenza),  ma in quei tempi troppi erano i bisogni, la popolazione randazzese era stata duramente colpita, ed era difficile accontentare tutti coloro che chiedevano sussidi.
            In parrocchia venne istituita la devozione a S. Rita da Cascia, al cui simulacro, ritirato direttamente da Ortisei, seguirono quello di S. Giuseppe e più tardi di S. Lucia, posti tutti nelle cappelle laterali; proprio nella ricorrenza di questi due Santi si fecero volare dalla piazza enormi palloni a gas, dalle forme più strane.
Durante la Settimana Santa il parroco seguiva e curava personalmente la solenne e suggestiva processione col Cristo nel “cataletto”, che si svolgeva allora il Giovedì Santo sera, e creò il gruppo dei figuranti rappresentanti i 12 Apostoli.
            Nelle arroventate elezioni amministrative del 1956, fu accanito sostenitore (fiancheggiato in ciò da una nutrita rappresentanza del clero), della Lista Civica che portò alla carica di Sindaco Pietro Vagliasindi.
Sembra che il Canonico ne sia stato, per alcuni versi e in varie occasioni, consigliere e ispiratore “Ma chi scrissi ‘u Canonicu?”, avrebbe esclamato il Vagliasindi mentre cercava di leggere, durante un comizio, gli appunti scritti nella grafia illeggibile di don Giuseppe).
            Morì l’11 marzo 1957, dopo essere stato colto da un ictus mentre si trovava in canonica.
            L’attività di don Giuseppe Finocchiaro non si fermò al suo ministero, che svolse sempre con estrema fermezza e dignità, ma spaziava anche in altri campi. Oltre che un latinista, era anche un esperto di Diritto Canonico, cui si rivolgevano spesso altri sacerdoti per chiarimenti e consulti, apprezzava la musica lirica, ma non disdegnava una partita a biliardo o una mano di briscola con gli amici.
            Un aspetto rilevante è quello dell’interesse per i giovani, di cui si circondava sempre in Canonica e fuori: forse proprio in quest’ottica si possono anche inquadrare l’affinità ed i buoni rapporti di amicizia e frequentazione con molti Salesiani, cui lo accomunava la cura e l’attenzione nell’intrattenimento dei ragazzi. Seguì per parecchio tempo l’Associazione S. Paolo, di Azione Cattolica maschile.
            Fu senz’altro una figura non convenzionale, quasi controcorrente, ma non comunque nel senso odierno di “prete scomodo”. Alcuni atteggiamenti, poco consueti per quei tempi in un sacerdote, gli costarono le critiche dei più formalisti.
Certi tratti sono rimasti fortemente impressi nella memoria collettiva randazzese, come il suo modo particolare di incedere, la dizione stretta e particolarissima, l’aroma di caffè che aleggiava in Canonica, l’eterna sigaretta “Tre Stelle” (aveva preso il “vizio” nel periodo trascorso al fronte, quando le scorte nei magazzini restavano inutilizzate perché tanti non tornavano più), le sue capacità di esperto solutore di giochi enigmistici, l’abito talare indossato in modo informale, con il collarino spesso slacciato.
            Era dotato di una memoria formidabile, e capace di grandi slanci di generosità e abnegazione, amante della compagnia e delle facezie, personalità molto spiccata e poco incline all’ossequio formalistico, intollerante dei soprusi e schietto nel suo dire, senza peli sulla lingua.

 

Nella foto il Canonico Giuseppe Finocchiaro co alcuni amici.

Molte cose ancora si potrebbero dire del Canonico, molti episodi si potrebbero riportare, di quelli che ci sono stati rievocati con simpatia e commozione da quanti gli furono accanto; tanti apprezzamenti e testimonianze postume si potrebbero citare, di quanti fecero a gara per ottenere l’amicizia di un personaggio considerato di levatura superiore; molte opere buone si potrebbero narrare, se non si temesse di fare un torto a quella sua modestia e ritrosia, che in vita non lo indusse mai a vantarsi del bene fatto, applicando alla lettera la massima evangelica “non sappia la tua sinistra ciò che fa la tua destra”.
Ma non era il nostro intento quello di costruire un ritratto agiografico, da immaginetta commemorativa, bensì di riconsegnare al ricordo la figura di un uomo che ha contribuito a fare la storia del nostro paese, una figura dai forti tratti umani, sanguigna, coraggiosa, aliena dai compromessi, ma fortemente attaccata ai valori essenziali, autentici, fuori da schemi ieratici e convenzionali.

Maristella Dilettoso
(Articolo pubblicato sul Gazzettino di Giarre, nn. 26 e 27 del 1998)
Le foto con le didascalie sono di Maristella Dilettoso che si ringrazia anche per l’ottimo articolo.

Ture Magro

         

Lucio Rubbino

            TURE MAGRO , attore e sceneggiatore nasce il 9 febbraio 1984 da una famiglia Randazzese (CT)  di artigiani e architetti del legno.
Il papà Giuseppe e la mamma Rosaria Parasiliti Bellocchi abitano a Randazzo in fondo alla via Gaetano Basile. Il fratello più grande Rosario (11 settembre 1977), si è trasferito in Cile a Maipu dove si è affermato come Architetto e il suo studio professionale progetta e realizza grandi opere e non solo nel Cile.
A 18 anni inizia il proprio percorso artistico professionale nella collaborando con diversi registi e attori provenienti dal Teatro Stabile di Catania. Frequenta la scuola del Teatro degli Specchi di Catania e l’International School of Performing and Arts di Londra. Studia Biomeccanica teatrale con Gennai Bogdanov del GITIS di Mosca.
Lavora con Aldo Lo Castro, Giampaolo Romania, Enrico Guarneri, Antonello Puglisi.
In seguito a questa esperienza e al percorso di studi di Scienze per la Comunicazione Internazionale, si trasferisce nel 2004 a Londra dove porta a termine un lavoro mirato sul corpo, gli studi di arti marziali e ad una costante ricerca giornalistica e di scrittura con un focus sui temi più attuali della contemporaneità.

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Ture Magro

Rientrato in Italia a 22 anni si trasferisce a Genova dove è’ attore di diversi spettacoli diretti dal regista Jurij Ferrini. 
Nello stesso anno con Andrea Lanza,  avvia un altro percorso professionale e di formazione lavorando per un intero anno sul personaggio Aksentij Ivanovič Popriščin  de Il diario di un pazzo (Gogol).
Nel 2005 recita in Locandiera di Goldoni, regia di Jurij Ferrini (prod. Progetto U.R.T.tournée 2005/06) e, nello stesso anno, ne La Bisbetica Domata, regia di Alberto Giusta (co-produzione Gank Teatro Stabile di Genova).
Nel 2006 prende parte a Riccardo III di Shakespeare, regia di Jurij Ferrini (prod. Progetto U.R.T. tournée 2006/07 e 2007/2008).
Nel 2007 è scritturato al Teatro Biondo di Palermo, per “Il povero Piero”, diretto da Pietro Carriglio.  
Lavora a diversi spettacoli diretti dal regista Beppe Rosso nel 2016 /2017 /2019 /2020 .
Nel 2009, dopo l’incontro con un gruppo di colleghi, decide di dedicarsi alla fondazione di una nuova compagnia.
Nasce così Sciara Progetti Teatro, delle cui produzioni Magro è autore, regista e interprete e che, come punto di partenza, si prefigge quello di sperimentare spettacoli di narrazione su alcune tematiche centrali del contemporaneo. Legalità ed educazione alla cittadinanza. Bullismo e cyberbullismo. Violenza di genere ed educazione sentimentale
  Gli ultimi spettacoli di Ture Magro: Padroni delle nostre vite , storia di un imprenditore calabrese che si è ribellato alla ‘ndrangheta, Malanova Uno strappo, il caso Nicola Tommasoli sono stati rappresentati in Italia, Germania e Sud America.
Lo spettacolo Malanova è stato premiato come “Miglior Spettacolo al Festival Inventaria 2017 – Roma Premio del Pubblico Festival Avvistamenti Teatrali – Ricadi.”

 

Le connessioni culturali di Sciara Progetti Teatro. Intervista a Ture Magro

Sciara

 

Sciara Progetti Teatro è un’impresa di produzione artistica fondata da professionisti Under 35 che opera a livello nazionale e internazionale, con sede nella città di Fiorenzuola D’Arda. Nel territorio piacentino, dopo anni di esperienza e formazione in Germania, Inghilterra, Spagna, Cile e Argentina, Sciara Progetti Teatro ha trovato la propria casa, dedicandosi a un’attività artistica basata sulla costruzione di percorsi didattici e psico-pedagogici, volti alla mediazione culturale e al rafforzamento della coscienza civica del proprio pubblico. 
Le lunghe tournée e la capacità di intavolare collaborazioni edificanti con la comunità e le istituzioni, hanno attivato in Sciara Progetti Teatro la volontà di creare connessioni culturali che si sono integrate nella ricerca artistica e nella visione teatrale della compagnia. Con queste premesse, dal 2016 Sciara Progetti Teatro è impegnata nell’ideazione di progetti per Erasmus Plus, il programma dell’Unione europea per l’istruzione, la formazione, la gioventù e lo sport offrendo importanti occasioni formative e lavorative all’estero.
In questo percorso di progettazione si inserisce Ideas for a creative young Europe, un ciclo gratuito di workshop, webinar e talk, online da ottobre a dicembre, finanziato dalla Regione Emilia-Romagna, avente come obiettivo la condivisione di strumenti utili alla comunità studentesca e teatrale, in ambito nazionale ed europeo. 
Ture Magro, autore, attore e direttore artistico di Sciara Progetti Teatro, racconta attività e mission della compagnia, approfondendo programma e obiettivi di Ideas for a creative young Europe.
Rispetto alle esperienze internazionali che caratterizzano la formazione dell’organico, quali pratiche, diffuse nei sistemi teatrali che avete attraversato, potrebbero essere importate in Italia per migliorare il comparto culturale nazionale? In che misura tali pratiche hanno influito sulla direzione progettuale di Sciara?
Sicuramente il periodo trascorso all’estero è stato un momento particolare che ha fatto virare il percorso della compagnia. Eravamo all’inizio, la compagnia era stata fondata da poco, noi avevamo circa vent’anni: l’incontro con il contesto internazionale è stato anche per questo motivo una vera svolta per il nostro percorso non solo artistico, ma anche organizzativo. 
Abbiamo vissuto per sei mesi di tournée in Cile dove abbiamo sperimentato un sistema di distribuzione capillare, non solo in grado di raggiungere le istituzioni teatrali – che hanno collaborato ampiamente al nostro progetto – ma di passare anche tramite il coinvolgimento dei quartieri, delle giunte, di vicini, banche, fino a raggiungere anche Amnesty International e il Ministero per l’Istruzione
Abbiamo costruito così un tour di 6 mesi con decine e decine di repliche e decine di migliaia di spettatori. È in questa esperienza che abbiamo intuito che forse esiste una possibilità, un potenziale per la distribuzione che, a nostro avviso, se cucita sulle esigenze di una compagnia e non copiata da altri modelli, può far raggiungere dei risultati numerici e di esperienza notevoli.
Intendiamo questa forza come una spinta in grado di far capire al gruppo di lavoro come muoversi per intercettare i tanti canali possibili per un determinato progetto. Anche i canali istituzionali, ma seguendo vie nuove.

 

L’incontro con gli artisti Sudamericani è stato poi illuminante: il panorama lì è totalmente diversificato, il divario tra ricchezza e povertà comprende una forbice estremamente ampia, e lo si vede anche tra gli artisti. Ci sono artisti che lavorano per mesi e mesi, quasi senza entrate, mentre nei teatri dei quartieri alti i biglietti raggiungono prezzi altissimi.
E poi il periodo in Senegal: lì abbiamo incontrato realtà che hanno scelto di distaccarsi dal contesto istituzionale per entrare in un contatto autentico con il tessuto sociale, per intervenire concretamente nella comunità con il proprio operato artistico. Con l’esperienza in Germania abbiamo invece conosciuto un sistema distributivo diverso, invidiato un po’ in tutta Europa.
Infine, aver organizzato diversi progetti per il programma Erasmus Plus ci ha permesso di stringere collaborazioni con 20 Paesi del mondo e con professionisti provenienti da universi differenti (educatori, speaker radiofonici, artisti visuali, performer, giornalisti), ma tutti, in qualche modo, promotori e  distributori attraverso il proprio lavoro, organizzando spettacoli dal vivo per le loro attività.
È indubbio che vivere per anni a contatto con queste riflessioni artistiche e organizzative, ti instrada verso una visione personale del tuo percorso distributivo. Noi crediamo che il percorso distributivo sia parte di un ragionamento artistico complessivo e non distaccato.  Non abbiamo cercato di replicare in Italia queste pratiche, le abbiamo mescolate alla nostra visione e prodotto il nostro personale metodo, quello cucito su di noi e sulla nostra idea di Teatro, abbiamo privilegiato un taglio distributivo e organizzativo umano, che si costruisce su rapporti umani autentici, puri da ogni opportunismo di facciata, nati dal solo desiderio di incontrarsi. 
Questo è un detonatore di possibilità se lo guardi dal punto di vista distributivo. Non esiste un modello unico, ma tante modalità personali da condividere per migliorare la strada. In questo modo è nato il nostro percorso, che in questi 12 anni si è affinato e sul quale cerchiamo di lavorare costantemente. E’ una visione quasi sistemica dell’arte.  
L’attività artistica e laboratoriale di Sciara Progetti si è distinta per la valenza civica e psico-pedagogica che ha posto il lavoro della compagnia anche su un piano didattico. Come si è avviato e strutturato l’intervento formativo dei progetti spettacolari che conducete?

Nasciamo dal connubio professionale tra un artista e una psicologa: questi due aspetti coesistono e permangono nei nostri progetti, sia con le giovani generazioni sia con gli adulti. Il teatro – e l’arte in genere –  parla alla nostra sfera emotiva, usando un linguaggio universale, e facendosi così veicolo privilegiato per messaggi con finalità educative e pedagogiche. Partendo dai laboratori nelle scuole, abbiamo affinato negli anni i nostri interventi formativi, strutturandoli a partire dalle nostre produzioni, integrandoli così in maniera coerente con la nostra ricerca artistica, sperimentandoli durante i progetti realizzati per il programma europeo Erasmus Plus, e quindi sottoponendoli a una comunità internazionale da cui apprendere nuove pratiche e suggerimenti. 
Tutti i nostri interventi sono strutturati in modo da fornire ai partecipanti strumenti utili, innovativi e creativi per prendere confidenza con le proprie emozioni ed elaborarle in maniera sana: puntiamo a promuovere percorsi di educazione sentimentale per tutte le età, perché da una sana convivenza con la propria dimensione emotiva si arriva ad una sana convivenza con l’altro, con la comunità.
Con “Ideas for a Creative Young Europe”, Sciara Progetti prosegue il proprio cammino sulla strada dell’internazionalità con il sostegno di importanti realtà italiane ed estere.
Come si struttura il programma di “Ideas for a Creative Young Europe” e qual è la mission del progetto?

Ideas for a Creative Young Europe è un progetto finanziato dalla Regione Emilia Romagna che si articola in tre mesi, da ottobre a dicembre, di attività di formazione in streaming pensate per colleghi, scuole e giovani di tutta Italia. La mission del progetto è quella di condividere strumenti, competenze, idee ed opportunità valide in Italia come in Europa, per ripensarci nel nostro essere artisti, teatranti, educatori, anche in questo periodo così difficile.

Il progetto è partito il 15 ottobre con un intervento rivolto alle scuole piacentine in occasione degli Erasmus Days, per parlare delle opportunità di mobilità internazionale rivolte ai giovani, e proseguirà fino al 20 dicembre. In programma vi sono nove workshop pensati per artisti e operatori di settore per studiare nuove modalità di sostegno per le proprie attività, trovare finanziamenti per il comparto culturale, strutturare progetti in grado di avere una ricaduta e un impatto positivi su tutto il territorio dell’Unione Europea. 


Ancora, tre talk in streaming pensati come lezioni di approfondimento rivolti agli Istituti di istruzione, con i membri della Compagnia e ospiti che ci hanno accompagnato in questi anni nel nostro percorso di creazione di spettacoli, per analizzare insieme tematiche relative agli obiettivi dell’Agenda 2030 dell’ONU; due conferenze sulla mobilità giovanile; un seminario di due giorni dal titolo Steps&Strategies for a creative young Europe, un momento collettivo dedicato all’approfondimento delle strategie di lungo periodo negli ambiti di loro maggior interesse e alla costruzione di proposte condivise a partire da tutte le idee emerse che sarà presentato al livello decisionale pubblico, dalla dimensione locale a quella europea passando per il contesto regionale e nazionale.
La visione del teatro come Welfare è alla base del lavoro di Sciara Progetti. Quand’è che il teatro diventa una risorsa per formare uno spettatore consapevole, capace di migliorarsi anche in quanto cittadino all’interno del tessuto sociale?
Slogan del progetto Ideas, è una citazione di Paolo Grassi: Il teatro è un diritto e un dovere di tutti. La città ha bisogno del Teatro, il Teatro ha bisogno dei cittadini. 
Tutti noi crediamo fortemente nel valore dell’espressione artistica e teatrale come momento per interrogarsi su dove stiamo andando come società, su che tipo di comunità siamo o vorremmo essere.
Il teatro può essere, per esempio, il luogo dove avviene la mediazione culturale, dove vengono oliati i meccanismi di transizione di una società da multiculturale (cioè in grado di ospitare la diversità) a interculturale (ossia in grado di creare connessioni positive tra tutti i membri di una comunità culturalmente eterogenea). 
La cittadinanza attiva e consapevole, per esercitarsi, ha un prezioso alleato nel teatro, che, con la sua funzione di specchio sociale, permette ad una comunità di aprire spazi di riflessione importanti, chiedendo la partecipazione attiva dei cittadini anche nel solo gesto di riunirsi, per il tempo di uno spettacolo, intorno ad un’esperienza, un respiro comune.

L’AUTORE E INTERPRETE TURE MAGRO RACCONTA IL SUO ULTIMO SPETTACOLO “MALANOVA”, IN SCENA AL FESTIVAL  “INVENTARIA”. 
Nell’ambito del Festival Inventaria, il 26 maggio al Teatro Argot, debutterà “Malanova”, il nuovo interessante spettacolo di Ture Magro e Flavia Gallo, dedicato al delicato e attuale tema della violenza sulle donne.
Traendo ispirazione dal romanzo Malanova di Cristina Zagaria, i due autori hanno dato vita ad una pièce che intende esprimere, attraverso la storia di una donna del sud Italia, una forte sensibilità e fragilità andando ad indagare gli abissi dell’umanità per comporre una toccante pagina di educazione sentimentale.
Abbiamo incontrato Ture Magro, attore e sceneggiatore, vincitore dei Nastri d’Argento 2009 e 2011, uno degli autori, oltre che interprete di Malanova, il quale in questa intervista sulle pagine di Recensito ci racconta come è nato questo lavoro, come si è sviluppato e ha reso forma, ma soprattutto quale peso e valenza può avere nella società odierna.

Cosa è “Malanova”? Com’ è nata l’idea di dar vita a questo progetto a quattro mani a partire dal libro di Cristina Zagaria? 

“È stato un caso, come a volte accade. Un caso che si è trasformato in una decisione che è diventata una esperienza. Professionale e umana.”


“Malanova” è una storia forte, di violenza, di onore, di dolcezza e fragilità, in cui il punto di vista maschile e femminile in un certo senso si incontrano. Come avete fatto combaciare i due vostri pensieri, maschile e femminile, in virtù di un messaggio universale?

“Questo aspetto è molto interessante. È stato un confronto costante, una tensione positiva continua nel cercare di ascoltare l’altro per capire le ragioni dell’altro da te. Per me è stato un lavoro complesso e affascinante, perché ha creato una crisi interiore, come spesso il teatro fa, quando ti fai attraversare da quello che vivi lavorando e soprattutto quando non lo percepisci solo come mestiere. Il lavoro mi ha richiesto energia e capacità di andare fino al cuore della questione. E quando parli di diversi uomini che violentano una ragazzina è facile confondersi e perdere di vista il fulcro della questione trattata che non è, appunto, la Violenza ma ciò che ruota intorno a quell’azione infame.”

Hai lavorato anche nel mondo del cinema. Quanto c’è di cinematografico in questo spettacolo?

“Se fosse un film sarebbe una docu fiction perché abbiamo innestato pezzi di realtà dentro la finzione. Avevamo bisogno di questo per raccontare la verità. Che è altro rispetto alla realtà. A volte la realtà non basta per raccontare una certa verità. Però questo è uno spettacolo, e in uno spettacolo non abbiamo la Fotografia, non abbiamo i luoghi fisici ma è il pubblico che crea le immagini e i luoghi, viaggiando insieme all’attore.”

“Malanova” è una cattiva notizia che però il teatro ha la capacità di dare e in un cero modo di trasformare in “buonanova” veicolando il fulcro del suo messaggio. Ti auguri che questo avvenga?

“Malanova è anche il racconto di come una umanità si è liberata dall’oppressione. La Malanova ha deciso di abbattere il muro della paura e del condizionamento sociale per provare a Vivere. In questo senso è già avvenuto, nella storia reale ancora prima che nello spettacolo. “

Quali sono le analogie e le differenze tra il vostro testo drammaturgico e il romanzo?

 

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Ture Magro


“Il Romanzo della Giornalista Cristina Zagaria pone a confronto il diario di Anna Maria e le reazioni del Paesino in cui vive nel momento in cui giunge la notizia. Ed è forte e sconcertante leggere quelle parole.
Sono rimasto decisamente colpito tanto da volerlo portare a teatro. Però le parole e frasi di un libro, quelle che stanno appoggiate sulla carta non sono le stesse parole e frasi che possono stare sul palcoscenico. Hanno bisogno di essere disegnate e progettate in un altro modo per poter stare su un palcoscenico.
Lo spettacolo si avvale della creazione di un personaggio non esistito realmente che è Salvatore, che ci conduce e guida in questa storia, svelando sia le azioni e reazioni dei protagonisti che la sua assenza di coraggio nel fare un passo in avanti e cambiare la storia. È la storia di un codardo che pur vedendo ogni cosa non agisce. Rimane spettatore di un grande crimine.
Diventa colpevole durante lo spettacolo, si accorge di questo e man mano che assistiamo al crescendo della tragedia e siamo parteci della sua trasformazione.
Una trasformazione dolorosa che pur non avendo agito quella violenza diventa un grande colpevole.

 

Come è stato lavorare insieme a Flavia Gallo? È la prima volta?

“Con Flavia Gallo abbiamo tradotto in tedesco, per una tournée in Germania, un nostro precedente spettacolo.
Ci siamo conosciuti cosi. Durante quel periodo. Era il 2013. Quando le ho proposto di scrivere a quattro mani lo spettacolo Malanova non ha accettato subito.
Essendo Flavia Gallo sia una drammaturga che una pedagoga, conoscendo benissimo il rischio che correvamo nell’affrontare un tema tanto delicato, con una storia tanto cruda, mi ha fatto tantissime domande e chiesto chiarimenti.
Cosa si deve raccontare nella storia si una ragazzina di 13 anni stuprata per tre anni da diversi uomini. La violenza non si può descrivere. Non servono le parole per descriverla e non è corretto farlo.
Eppure giorno dopo giorno, conversazione dopo conversazione, abbiamo capito che dal fatto di cronaca, dalla vita vissuta con dolore della protagonista poteva e doveva nascere un testo.
Abbiamo spostato il punto di vista dalla violenza agita alle ragioni che ci muovono ad agire violenza, dal sangue e dei corpi che fanno del male alle responsabilità degli individui e delle società che non agendo creano le condizioni perché questo male possa continuare a procurare dolore.
Malanova, e adesso riporto alcune frasi scritte da Flavia, è stato il tentativo fatto a quattro mani da due autori teatrali, un uomo ed una donna, che hanno deciso di non nascondere mai la propria stessa fragilità, perfettamente in accordo nel voler trasformare la retorica della denuncia in una indagine al maschile, un’esplorazione edipica sulla responsabilità, sulla convivenza e sull’essere coinvolti, come esseri umani, in una trama di fondo che ci rende tutti ugualmente responsabili della vita degli altri.”

Nello spettacolo si parla dell’Italia, di umanità ed educazione sentimentale. Quali insegnamenti sperate possa trasmettere al pubblico?

“Non credo si debba avere la pretesa di insegnare con uno spettacolo teatrale. Il termine è impegnativo e richiede una riflessione. Il teatro non insegna, non informa, il teatro può seminare Dubbi, porre domande, aprire finestre di riflessione.
Il Teatro crea delle crisi che per essere risolte hanno bisogno di una ulteriore riflessione da parte dello spettatore che può tornare a casa diverso, si, grazie allo spettacolo e al modo in cui lui si è relazionato allo spettacolo.”

Altri progetti per il futuro?

“Sto cominciando a lavorare alla scrittura di un nuovo spettacolo e sto ascoltando quello che mi succede intorno. Invece Malanova produzione Sciara Progetti andrà in Spagna e poi Cile a gennaio 2018 e sempre con Sciara Progetti, compagnia che abbiamo fondato 8 anni fa e che ha residenza al Teatro Verdi di Fiorenzuola in Emilia-Romagna, siamo alle prese con un progetto Erasmus che partirà tra una settimana, lavoriamo inoltre a due produzioni per ragazzi che partiranno la prossima Stagione.
Collaboro anche con la Compagnia Acti di Beppe Rosso e nella prossima stagione porteremo in tournée lo spettacolo Piccola Società Disoccupata, un interessante progetto, che amo particolarmente, sul mondo del lavoro e “Troppi Ormai su questa Vecchia Chiatta” di Visniec sempre con la Regia di Beppe Rosso.
Invece con la società di produzione video Nois Produzioni dei registi Bruno e Fabrizio Urso, con cui collaboro ormai da 10 anni, stiamo lavorando alla scrittura di un documentario che verrà girato in Sicilia su un tema a me molto caro.”

Maresa Palmacci 24/05/2017

 

 

MALANOVA  scritto da Maurizio Sesto Giordano.

E’ teatro civile, di pura denuncia e che, attraverso la parola, colpisce e scuote, quello proposto da Sciara Progetti Teatro con l’atto unico “Malanova” di Ture Magro e Flavia Gallo, al Centro Zo di Catania, come terzo appuntamento della Rassegna “AltreScene”.
Sciara Progetti Teatro, fondata nel 2008 dall’attore Ture Magro e dalla psicologa Emilia Mangano ha l’obiettivo di unire teatro, didattica e partecipazione sociale e da tempo ha sede operativa al Teatro Verdi di Fiorenzuola D’Arda (Piacenza) e di recente ha ottenuto il patrocinio della Regione Emilia Romagna.
Si tratta di un intenso e vibrante monologo di Ture Magro e Flavia Gallo, con unico protagonista lo stesso Ture Magro. Una storia cruda e inenarrabile resa pubblica nei suoi particolari di cronaca nell’omonimo romanzo scritto dalla giornalista Cristina Zagaria e da Anna Maria Scarfò, edito dalla Sperling & Kupfer.

Lo spettacolo, di circa 60 minuti, da due anni è ospite nei palcoscenici di tutta Italia, affrontando l’attuale problematica della violenza sulla donna ed il titolo della pièce, “Malanova”, fa riferimento ad una cattiva notizia, ma in realtà etichetta una ragazzina, Anna Maria, precipitata in una storia orribile, raccontata sulla scena da un giovane uomo innamorato, Salvatore, che ricorda di averle voluto bene, che l’ha desiderata e poi ritrovata coinvolta in una violenza squallida.
Grazie alla forte e sentita interpretazione di Ture Magro, che si muove in una sorta di gabbia (ora piazza, ora paese, ora campagna e carcere, ora luogo chiuso, dal clima claustrofobico, che ti fa mancare l’aria), la pièce effettua una sorte di indagine, esplorando responsabilità, convivenza e connivenza e soprattutto quell’essere coinvolti, come esseri umani, che rende tutti ugualmente responsabili della vita degli altri.
Ture Magro in scena è il giovane Salvatore che racconta la storia di Anna Maria Scarfò, tredicenne di San Martino (Calabria) che ha avuto il coraggio di denunciare, dopo anni di violenze e soprusi, i suoi aguzzini.
A Salvatore che viveva nel piccolo paese con 475 case e 2000 abitanti, batteva forte il cuore quando vedeva passeggiare Anna Maria, avrebbe sempre voluto dichiararsi e, forse, avrebbe potuto fare qualcosa ed evitarle l’ingresso in quell’orribile tunnel.
Ma il coraggio, però, non lo ha mai trovato.

I protagonisti della storia e dello spettacolo, attraverso il racconto emozionante e terribile di Ture Magro, sono Salvatore, Anna Maria, Domenico, i cittadini di un piccolo centro della Calabria che cela soprusi e che va avanti con l’omertà di donne, mariti, vecchi, parroci, additando a “Malanova” (cattiva notizia) chi vuole dire la verità o denunciare.
Il disperato Salvatore attraversa a piedi piazze e vicoli stretti, racconta delle donne, dei loro silenzi, delle loro leggi omertose, di matrimoni, battesimi e funerali, partecipa alle feste ed ai riti di sempre e si interroga sulle cose viste e sentite, sul rispetto e sull’onore.

La notte di Pasqua del 1999 Anna Maria, una ragazzina di tredici anni,

 

Ture Magro


si allontana dalla messa per seguire Domenico, il suo innamorato che le promette mari e monti ed anche il matrimonio con l’abito bianco.
Quella sera Anna Maria sarà vittima di uno stupro di gruppo che si perpetrerà per anni, tra minacce ed umiliazioni di ogni genere. Un giorno, però, la ragazzina si ribellerà ai soprusi, all’omertà della famiglia e del paese denunciando, uno per uno, i suoi aguzzini. “Malanova”, come la chiamano in paese, violerà le regole e in un mondo fatto di rispetto e di onore avrà il coraggio di difendere la propria dignità.

Molto intensa l’interpretazione di Ture Magro – alla fine lungamente applaudito dal pubblico -, che si disimpegna in vari ruoli, facendo rivivere al pubblico tutta la storia, ma decidendo però di non raccontare l’atto della violenza.
Testo di assoluto valore e che, mettendo a confronto ferocia e vigliaccheria, coraggio e dignità, permette di conoscere l’ennesima storia di abusi, di violenza inaudita su una donna.
La storia di Anna Maria Scarfò non chiede altro che di essere raccontata, tanto al Sud, dove si è realmente consumata la violenza, quanto nei luoghi d’Italia dove una vita violata può scorrere nella solitudine, nell’indifferenza e nella connivenza silenziosa.

“Malanova”
di Ture Magro e Flavia Gallo
Tratto dall’omonimo libro “Malanova”, edito da Sperling Kupfer Editori Spa, scritto dalla giornalista del quotidiano La Repubblica, Cristina Zagaria e da Anna Maria Scarfò
Con Ture Magro
Scene e luci di Lucio Diana
Produzione Sciara Progetti Teatro in collaborazione con Teatro Verdi di Fiorenzuola d’Arda – Rassegna Altrescene 2017 – Catania – 12 Marzo 2017

Gli Autori: 
Ture Magro attore, regista e sceneggiatore, classe 1984.
Vincitore dei Nastri D’argento 2009 e 2011 come sceneggiatore e di diversi altri premi con gli spettacoli “Padroni delle nostre vite” e “Chopin e l’ipod nano”. La sua formazione si è creata tra l’Italia e l’Inghilterra lavorando nel cinema e nel teatro. Dal 2004 lavora con diverse compagnie in Italia e dal 2008, fondando la compagnia Sciara Progetti, porta i propri spettacoli in tournée in Italia, Germania e Cile.

Flavia Gallo drammaturga, traduttrice, classe 1982.
Ha maturato una ricca formazione universitaria in Lingue e Culture Europee (Laurea Triennale, voto 110/110 e lode), Scienze per la comunicazione internazionale (Laurea Magistrale, voto 110/110 e lode) e mediazione linguistico culturale (Master , voto 110/110 e lode) e parallelamente sviluppa la formazione teatrale come regista e drammaturga. Ha firmato diverse sceneggiature tra le quali lo spettacolo Bella e Bestia, prodotto dall’Associazione Ersilio M., promosso e finanziato dal Teatro di Roma e Teatro India.
Per la drammaturgia ha vinto diversi premi, tra cui, IV Concorso Europeo di Drammaturgia per Giovani Ernesto Calindri Milano, Premio Speciale della giuria al V Concorso di Critica teatrale indetto dal Teatro Libero di Palermo (2005)

 

 

 


 

 

UNO STRAPPO, IL CASO NICOLA TOMMASOLI – Ture Magro e Sara Parziani

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Verona, mercoledì 30 aprile 2008.

Dodici anni fa.

Hai una sigaretta?

Una settimana corta, questa, domani è festa e davanti ci quattro giorni di ponte.

Quattro giorni liberi, tutti da inventare. Quattro giorni non programmati. Del tempo da passare in famiglia, con gli amici, da dedicare a ciò che si ama. Quattro giorni per staccare dalla quotidianità.

Quattro giorni. Un giorno, 24 ore ore. E, allora, davanti, 96 ore “impreviste”, tutte da scrivere, tutte da riempire.

Come dappertutto, i ragazzi ne approfittano per uscire e fare tardi che tanto domani non c’è da andare a scuola o lavorare, che tanto “la città è tutta per noi”, “si può fare quello che ci va”, “facciamo un giro in centro”, “vedrai che ci divertiamo”, “Hai una sigaretta?” 

A Illasi, due amici si ritrovano al Boomerang, gente seduta al bancone, la cameriera carina, e il solito gruppo che suona dal vivo. Nessuna novità, insomma, che a Illasi la sera non c’è proprio nulla da fare, e quindi: “Andiamo a  Verona, ti presento qualche mio amico”.

Adesso gli amici sono cinque, seduti ad un tavolo del Caffè Malta, in pieno centro. I ragazzi ridono, parlano, ordinano da bere: “Che birra avete? Mi porti una birra?” “Rossa, chiara, ce l’avete alla spina? Moretti?”

Le ore passano, le risate si fanno più intense, le parole più forti, le birre continuano: “Ancora un giro”, festeggiare,  sì, bisogna festeggiare che l’Hellas Verona ha appena battuto il Novara 2 a 1, che si dice “quest’anno diventiamo la Juve della Serie C”.

Adesso è la 1,30 i cinque prendono giacche, bomber, cappellino ed escono dal locale. Il giro è lo stesso di sempre: piazza Bra, piazza delle Erbe, via Mazzini, via Cappello, il lungadige Bartolomeo Rubele. E poi indietro, di nuovo, ancora mentre si fa più tardi, mentre la città si svuota.

I cinque camminano e le chiacchiere e le risa continuano, nessuno ha ancora voglia di tornare a casa, stanotte si può fare tardi, stanotte non esistono orari, non ci sono regole, stanotte si fanno strappi alle regole.

Così si sta in giro, “Butei, che facciamo?”

“Butei”, lo sapete, a Verona significa “ragazzi”.

Io non lo sapevo, ma ho capito che i butei sono come gli “gnari” bresciani, i “bocia” bergamaschi, i “raga” milanesi.

Perché quella dei butei, degli “gnari”, dei “bocia”, dei “raga” a volte è più un’appartenenza: fratelli che condividono la stessa storia, le stesse esperienze, lo stesso modo di vedere la vita.

La stessa noia, a volte. Magari quando non ci sono partite di calcio, magari quando non ci sono partite di calcio dell’Hellas.

O in quei weekend di ponte troppo lunghi in cui si sta al bar a bere qualche birra e il tempo non passa mai. Come questo di questa storia, questo con le sue 96 ore “tutte da riempire”.

E così, a Verona, i butei iniziano a passeggiare per le strade  quando piano piano si svuotano e sotto il balcone di Romeo e Giulietta non c’è più la folla pigiata a guardare verso l’alto. Camminano e chiacchierano  i butei, stretti nei loro giubbotti. 

“Hai una sigaretta?”

I cinque decidono per un altro pub, adesso è l’ 1,58, così, per bere ancora qualcosa assieme, e si muovono  verso il centro in  direzione Porta Leoni.

In via Cappello, incontrano un ragazzo, vestito come un punk. Gli chiedono dei soldi, 10-15 euro, lui rifiuta, “No” dice, allora insistono, “No, non ce li ho” dice, “Be’, dacci le tue spillette”, insistono, lui allora stacca tutte le spillette dai vestiti e gliele dà.

I ragazzi riprendono a camminare lungo via Cappello, passano circa 15 minuti e all’angolo con Corticella Leoni incrociano tre ragazzi, forse, stanno fumando.

Anche loro hanno fatto serata. Parlato, scherzato, bevuto, fumato. Si sono divertiti. Anche loro domani non andranno al lavoro che domani è il Primo maggio, domani, cascasse il mondo, si dorme.

I tre, sono appena usciti da un locale e stanno tornando alla macchina.

Camminano quando ad un certo punto sentono una frase che è questa: ”Codino, dame na sigareta”, e uno di loro risponde “No”. 

Luca e Maria Tommasoli sono fuori dalla sala operatoria dell’Ospedale di Borgo Trento, Verona.

Maria è seduta e fissa il muro bianco davanti a sé.

Luca percorre avanti e indietro corridoi lunghi e stretti, tutti uguali, che si incrociano, si diramano, che scompaiono dietro a grandi porte, che vengono inghiottiti da grigi ascensori, corridoi che portano a sale piene di sedie in fila e gente seduta che aspetta.

Luca e Maria Tommasoli non parlano molto, ogni tanto guardano l’orologio appeso alla parete, poi il telefono cellulare: “Era Alessandro, sta venendo qua”. Ogni volta che passa un medico Luca Tommasoli gli si avvicina, fa domande nella speranza di ottenere risposte. Anche Erika arriva, ha gli occhi  lucidi, trema e senza una parola si lascia cadere sulla sedia accanto a Maria Tommasoli. Chi è Erika? Erika è la fidanzata del ragazzo che in questo momento sta dentro la sala operatoria dell’Ospedale di Borgo Trento.

Alle loro spalle, la porta della sala è chiusa. Dentro i neurochirurghi, nei loro camici e cuffiette verdi, le mani in guanti di lattice, incidono, aspirano, rimuovono. La concentrazione è massima, i gesti precisi, le parole fitte, si guardano e ricominciano da capo, ”taglia”, “aspira”, “forse ci siamo”. 

Adesso, ci spostiamo, e siamo a Boscochiesanuova e ci sono due ragazzi in una casa che stanno pranzando, si dicono che devono parlare con il loro amico, si dicono che hanno avuto un’idea.  Da ieri in tv, sui  giornali, alla radio, facebook non si fa che parlare del tipo picchiato in Porta Leoni. Del tipo che è a Borgo di Trento per una gravissima emorragia cerebrale.

Sì, i due che ora sono a casa e stanno pranzando, devono assolutamente parlare con l’amico, dirgli di non preoccuparsi, di stare tranquillo e di non dire niente a nessuno, che in questi casi non bisogna dire niente a nessuno, che loro hanno un piano.

Arriva l’amico, parlano e spiegano: il piano è semplice, il solito, quello visto tante volte nei film, andarsene.

“Partiamo, poi si vedrà”, “Partiamo che magari intanto si ripiglia”, “Partiamo che mia madre mi conosce, mi ha già detto che sono strano”, “Partiamo e non ci pensiamo più un po’.

Il loro amico però, non vuole partire. E loro, a questo punto, non hanno altro tempo da perdere. Le borse sono già tutte pronte, perché poche cose si portano dietro, giusto qualche cambio, i documenti, “Mi raccomando, i documenti”, e poi i soldi, tutti quelli che sono riusciti  a trovare.

Prendono la macchina di una delle loro madri, un’Audi A3 grigia, e arrivano fino ad un parcheggio alle Golosine. Scendono dall’auto, la chiudono a chiave e la lasciano lì. C’è un ragazzo con una Y10 che come da accordi li sta aspettando, un ragazzo che conoscono, un ragazzo che uno di loro ha conosciuto tempo fa quando si era candidato alle ultime amministrative.

Salgono sulla Y10 del ragazzo e partono, direzione Austria. Sì, perché gli hanno chiesto di accompagnarli in Austria dove possono trovare due biglietti aerei low-cost, così, per andare a Londra, così, per assistere ad una partita di calcio.

Circa tre ore di viaggio passate tra una sigaretta e l’altra, a parlare di politica, di calcio, e di quel tipo, quello dell’altra notte in Porta Leoni, quello che stanno operando da ore, quello che “Vedi che sicuramente si ripiglia, e quando si ripiglia lui noi torniamo”, si dicono mentre attraversano il Passo di Resia. “Dammi un’altra sigaretta”.

A casa, a San Giovanni Lupatoto, c’è il loro amico, quello che non è partito, sta parlando con il padre. Perché lui, in realtà, ci aveva pensato subito alla fuga. Sì, subito, l’altro giorno, all’alba si era messo una tuta ed era uscito di casa, ma poi era tornato il giorno stesso, e c’era suo padre ad aspettarlo, a fissarlo senza dire niente. Perché suo padre l’ha capito subito com’è.

Mentre lui parla con il padre, a Illasi, due ragazzi aspettano da giorni, fermi, vigili, sentono che qualcosa sta per accadere.

Un giro per le strade del paese, un salto al Boomerang, tutti parlano di Verona, di Porta Leoni, dell’altra notte.  E i due ragazzi tornano a casa che a Illasi la sera non c’è proprio nulla da fare.

L’Y10 arriva a Innsbruck, lì i due con 300 euro pagano un taxi che li porta fino all’aeroporto di Monaco e da lì, con un volo low cost della Easy Jet, arrivano a Londra.

“Hai una sigaretta?”.

Sigarette, caffè, sono giorni e notti che il magistrato Francesco Rombaldoni non fa che visionare i filmati ripresi dalle telecamere del centro di Verona.

Rombaldoni, il viso asciutto, le dita lunghe, li manda avanti e indietro, i filmati, li ferma, ingrandisce le immagini, di nuovo e ancora alla ricerca di “qualcosa”.

Ecco, la videocamera a circuito di una banca inquadra cinque ragazzi mentre corrono veloci in via Leoni. Sì, ci sono cinque di spalle che corrono via, e altri tre, due si reggono in piedi a malapena, appoggiati a un muro, un terzo è disteso a terra, immobile.

I dettagli sono pochi, pochi i dettagli di quelli che scappano: due di loro indossano jeans, due un giubbotto bomber, uno un cappellino.

Intanto i due del muro, quelli che si reggono a malapena in piedi, sono stati ascoltati più  e più volte dalla polizia, ma sono sotto shock, tutto è confuso.  L’unico ricordo che hanno sembra essere quello dell’amico, lì, steso a terra,  di loro che lo chiamano e di lui che non si muove. Tutto il resto, è annebbiato, dicono, si sforzano ma è come se le loro menti si rifiutassero di rievocare quei minuti da incubo, dicono, forse 3 minuti, durati un’eternità, dicono loro.

Quello che emerge, però, è che i cinque sono italiani, “probabilmente di Verona, parlavano in dialetto”, e giovani, “probabilmente 20 – 25 anni”. Almeno questo il magistrato Francesco Rombaldoni ce l’ha chiaro.

E, allora, i carabinieri diffondono queste informazioni tramite la stampa, sperando in qualche altro testimone: altri ragazzi, anche loro in giro fino a tardi, il camion dell’AMIA, o i soliti barboni che girano per Porta Leoni, chiunque. Chiunque possa contribuire alle indagini.

Anche la madre Maria, il madre del ragazzo che ancora dopo ore e ore si trova all’ospedale di Borgo Trento, tramite il quotidiano locale l’Arena lancia un appello: “Chi ha visto qualcosa quella sera non abbia paura di dirlo perché un ragazzo non può essere in fin di vita per una sigaretta”.

A Verona gli anziani ritrovano seduti ai tavolini in piazza delle Erbe, un signore appoggia il  giornale locale di quel giorno, una frase scrive così: “Non fa storia, capita una volta su un milione”, e commenta: “Verona è una città che è sempre stata così, è un po’ estremista, diciamo, ma la famiglia c’entra poco secondo me. Che adesso, la violenza mi sembra che si è un po’ accentuata rispetto agli anni passati, sono più violenti i ragazzi.”

“La famiglia c’entra, come può non c’entrare? È lì che ti educhi”, fa un altro.

“La famiglia non c’entra, non è più importante come prima, ora ci sono gli amici, c’è il gruppo è quello che stravolge quella che dovrebbe essere l’educazione”, insiste quello con il giornale.

“È una violenza che sta dilagando sempre più, per la quale bisogna intervenire. Dipende da tante cose, prima di tutto dalla cultura che non esiste, dall’educazione, e poi da certi principi che si diffondono anche sulla prepotenza, sul contrasto l’uno con l’altro, e finisce che così impiegano il tempo”.

“Famiglia, gruppo… Assurdo, per come la vedo io, è una violenza inconcepibile”, dice una donna mentre con una mano lentamente si sistema le pieghe del vestito.

“Mio figlio, mio figlio è titolare di un ristorante vicino a Castelvecchio, dice che il centro di Verona è pericoloso, lui ha lavorato in una famosa enoteca nel cuore della città e ne ha viste di tutti i colori. Anche nel suo locale le porte dopo una certa ora vengono chiuse.”

“Almeno ora ci sono gli “assistenti civici”, le ronde per la città approvate dal Sindaco, sono aumentati fermi, è vietato dormire per strada“.

“Oggi i la violenza non la puoi controllare, si diffonde più facilmente, internet, la televisione”, commenta la coppia di clienti mentre paga il conto.

Verona si alza un mattino e non si riconosce più.

Verona, dove il benessere del Nord-Est lo si respira camminando nelle strade del centro dove i locali si accalcano l’uno sull’altro e per l’happy hour si preparano spritz a ritmo frenetico: prosecco, seltz, Aperol. Verona, dove i turisti, dicono, sono 3 milioni ogni anno, arrivano da tutto il mondo e si accalcano per entrare in via Cappello per lasciare al balcone di Giulietta bigliettini o scrivere direttamente sul muro i loro messaggi d’amore. Tutti lo abbiamo fatto, no?

La bella Verona, Verona la città dell’amore e delle sue promesse.

Verona si alza un mattino e non si riconosce più. Incredula, sgomenta, sofferente, vuole reagire e chiede sicurezza.

Verona  si alza un mattino e non si riconosce più, o forse almeno per un istante, osserva il suo viso sotto al trucco, che lei lo sa che c’è dell’altro, che c’è da sempre, solo che di solito è nascosto dal trucco, mentre e ora sembra impossibile nasconderlo.

Perché questo è il quindicesimo episodio di violenza dal 2001, contando solo i fatti più gravi.

Ma ci sono cose che le guide turistiche non dicono. Non raccontano le storie della gente e delle strade, non parlano delle sofferenze e delle grida. Non lo scrivono le guide e non lo sanno i turisti tedeschi, americani e giapponesi che sciamano nelle strade.

È così che gli anziani, seduti al bar, parlano dei giovani in quel tiepido mattino di maggio.

Luca e Maria Tommasoli sono ancora seduti fuori dalla neurochirurgia di Borgo Trento, stanno aspettando fuori da quella sala operatoria da 40 ore, 40 ore di intervento. E per 40 ore in quella sala i medici ci hanno provato. E per 40 ore loro hanno aspettato, il lungo corridoio, avanti e indietro, e il muro bianco, freddo, senza una crepa.

“È stato fatto tutto il possibile”, hanno detto quelli nella sala a quelli fuori dalla sala, “ma è entrato in coma irreversibile”.

I giorni passano e sono tutti uguali.

Di nuovo il corridoio, il muro bianco, il sedersi accanto a lui, collegato alle macchine e ai tubi.

È un tempo senza tempo, è un tempo non-tempo.

Le lancette dell’orologio paiono muoversi in modo impercettibile seguendo una linea tutta loro in cui i giorni si accavallano alle notti e i giorni e le notti ad altri giorni e ad altre notti cosicché diventa quasi impossibile distinguere l’oggi dal ieri.

È un tempo in cui sembra che nulla accada. Tutto è fermo, silenzioso e, nello stesso tempo, tutto è attento a cogliere il più piccolo movimento, ogni fatto, ogni gesto, ogni parola che potrebbe tramutarsi in evento.

I giorni passano e sono tutti uguali.

“Le sue condizioni sono stazionarie ma la sofferenza al cervello è gravissima”, spiegano i medici; “a questo stadio rimane poco: o migliora, o peggiora”.

Non ci sono più i rumori, tutto è ovattato, i passi, le voci,  gli odori, gli sguardi.

Sguardi ovattati che incontrano altri sguardi ovattati, e quell’odore acre di disinfettante che arriva al naso come un pugno.

È un luogo che sa  di sospensione quello dell’ospedale.

Solo ogni tanto dei rumori: i passi in fondo al corridoio, la porta dell’ascensore che si apre, la macchinetta del caffè, le monete che cadono. Qualcuno che apre una finestra e dal basso le voci degli infermieri che chiacchierano mentre si fumano una sigaretta.

Ma sembra tutto lontano, distante, chiuso in quell’odore di anestesia e in quel colore bianco che trattiene.

Dentro la stanza, lui, quello dell’altra notte in Porta Leoni, quello con i due amici, quello del “no” alla sigaretta. Lui è disteso sul letto mentre c’è chi entra e gli si siede accanto, gli parla, lo accarezza, e la stanza è un continuo via vai: i suoi genitori, il fratello Alessandro, la fidanzata Erika, e poi gli amici di quella sera durata un’eternità, quelli i cui ricordi sono ofuscati, i due che sono appoggiati al muro e a malapena si reggono in piedi, e poi i colleghi. E poi di nuovo i suoi genitori, e Alessandro, Erika, e gli amici, i colleghi.

In ospedale arrivano fiori, biglietti perché tutti vorrebbero trovare le parole giuste da dire, tutta Negrar, ma anche tutta Verona, si stringe intorno alla sua famiglia.

Le “parole giuste da dire”.

“Coma irreversibile”. “Essere in fin di vita per una sigaretta”, dice Maria Tommasoli nel suo appello.

No, non possono e non devono essere queste le “parole giuste”.

Al parcheggio delle Golosine viene ritrovata l’Audi A3 grigia viene ritrovata, si risale al proprietario della macchina, una donna di Boscochiesanuova. L’auto è chiusa a chiave, sui sedili e nel bagagliaio scarpe, un casco, alcuni cd, un paio di dvd e delle fotocopie di un libro. E ancora, svariati programmi elettorali di Forza Nuova con scritta nera su fondo rosso. E, poi, i volantini dell’Hellas Verona, con lo stemma a righe gialle e blu, la scritta nera e i due mastini con tra loro il tricolore.

Intanto le indagini proseguono. Il magistrato Francesco Rombaldoni intanto ha un’intuizione, che bisogna partire da qualche parte, e allora si mette a cercare tra la “lista dei 17”,  tra i nomi di quei 17 giovani, tutti di Verona, tutti tifosi dell’Hellas e appartenenti all’estrema destra, ritenuti responsabili di vari pestaggi avvenuti tra il 2006 e il 2007, per i quali si ipotizza il reato di “associazione a delinquere con l’aggravante della Legge Mancino, contro la discriminazione razziale, etnica e religiosa”.
Perché Verona dall’estate precedente è tornata prepotentemente sulle pagine di cronaca, come per esempio con aggressioni a extracomunitari, o a tre militari paracadutisti della Folgore perché meridionali, perché “terroni”, a un ragazzo con la maglia del Lecce; o a uno che mangiava un kebab, e a frequentatori di centri sociali.

Rombaldoni legge le parole degli inquirenti: “L’obiettivo era quello di colpire con calci, pugni, colpi di spranga e catene chiunque potesse sembrare diverso.”

Rombaldoni, il viso asciutto, le dita lunghe, legge e pensa. E, forse, la sua intuizione è giusta.

Adesso sono le ore 12, e in questo momento all’ospedale di Borgo Trento scattano le sei ore di osservazione. Cioè, bisogna aspettare 6 ore prima che il collegio  medico possa esprimersi sulle condizioni cliniche del 29enne ricoverato in terapia intensiva e in stato di coma in seguito al gravissimo trauma cranio-cervicale con emorragia cerebrale provocato da un calcio alla testa, “C’è assenza di attività cerebrale”, dicono.

Il ragazzo con la tuta, a San Giovanni Lupatoto parla a lungo con il padre. Lui vorrebbe convincere il figlio a chiamare un legale e a costituirsi. Perché forse questa è la soluzone migliore, perché il ragazzo di Porta Leoni non si ripiglia e, allora, forse questa è la cosa giusta da fare. Il ragazzo con la tuta non sa che fare, “Però forse, sì, forse è meglio costituirsi, forse con un buon avvocato questa storia si sistema”. Il ragazzo ci pensa.

Anche a Londra i due ci stanno pensando, che le notizie dall’Italia non sono buone, le notizie dall’Italia dicono che quel ragazzo aggredito in corticella Leoni non è mai uscito dal coma, e che le indagini sono iniziate. E poi, la vita Londra è cara, si sa, e i due per risparmiare dormono in ostello ma gli basta fare una colazione che spendono una cifra esagerata e in un paio di giorni si trovano senza denaro.

È pieno giorno, al commissariato di Verona l’appuntato vede entrare un ragazzo giovane e due uomini. Il ragazzo è quello della tuta, i due uomini sono il padre e un avvocato.

Il ragazzo della tuta si presenta alla polizia, racconta la propria versione dei fatti ma non fa nomi “per non essere scambiato per infame”, spiegano gli investigatori, “Il padre ci ha fornito subito la massima collaborazione, mettendo per iscritto, senza esserne obbligato, le responsabilità del figlio, l’uomo dice che vorrebbe essere il papà della vittima anziché il padre di suo figlio”.

Anche a Illasi i due ragazzi ci stanno pensando da giorni, camminano per le strade del paese e ci pensano “No, aspettiamo, aspettiamo ancora”.

Il ragazzo con la tuta si è presentato alla polizia e quella notte, in due case di Illasi si sente bussare alla porta, i due ragazzi aprono ed è la polizia che arresta entrambi, nessuno di loro oppone resistenza, solo uno sguardo alla madre che gli  aveva consigliato di costituirsi.

Il ragazzo della tuta e i due di Illasi finiscono in carcere con l’accusa di “lesioni gravissime”.

Ne mancano altri due adesso, quelli a Londra che si stanno chiedendo: “Come facciamo qui senza soldi?” Dicono che il fratello di uno dei due sta collaborando con la Digos e allora provano a mettersi in contatto con i fuggiaschi e li convince a tornare, acquistando loro un biglietto aereo Londra-Bergamo. Il 5 maggio alle 22,30 i due arrivano a Orio al Serio, ad aspettarli ci sono la Digos e il magistrato Francesco Rombaldoni.

I due fuggiti a Londra vengono portati, come il ragazzo della tuta e i due di Illasi, nel carcere di Montorio Veronese.

Adesso sono tutti in carcere.

All’ospedale di Borgo Trento, alle ore 18 viene dichiarato il decesso di quel ragazzo rimasto sotto i ferri per 40 ore e in coma da giorni perché picchiato per un “no” ad una sigaretta.

È proprio mentre alle spalle dei cinque si chiude la cella i cinque capiscono che ora le cose non sanno se si sistemano.

Il giorno dopo il capo d’accusa dei cinque diventa “omicidio preterintenzionale”. “Preterintenzionale” significa che va oltre l’intenzione di chi agisce, che è un’azione in cui l’evento dannoso è più grave di quanto fosse l’intenzione dell’autore. Che è più grave di quanto si pensava.

Forse scappare non è stato un buon piano, forse picchiarlo non è stata una buona idea, forse non è come nei film.

Ci sono dei giorni in cui i cerchi che si chiudono. Nei modi più inattesi, a volte modi desiderati, altri scongiurati, perché nessun genitore dovrebbe seppellire un figlio.

Ci sono giorni come questo 5 maggio 2008, dieci anni fa, come domani, in cui alcuni pezzi strappati sembrano andare al loro posto: le confessioni, gli arresti; mentre altri sembrano destinati a non ricucirsi mai più.

Fine dell’attesa, della sospensione.

Fine dei giorni e delle notti passate a guardare un muro bianco, a bere caffè scadente, a fare su e giù per il corridoio, a entrare in una stanza per parlare e stringere mani e accarezzare un volto sperando, sperando anche in un minimo movimento.

Fine delle preghiere.

Adesso come non mai, Luca e Maria Tommasoli si stringono e cercano di proteggersi e farsi forza, perché un senso è impossibile da trovare e, allora, si rimane così, come quei pezzi strappati tra le mani.

“Oh ce l’hai una sigaretta o no?” 

Chi sono loro?

Adesso ve lo dico.

Il ragazzo della tuta si chiama Raffaele Dalle Donne, lo chiamano “Raffa”, 19 anni, è di San Giovanni Lupatoto, studia al liceo classico Maffei ed è un ex attivista di Blocco Studentesco,  l’associazione giovanile legata a Fiamma Tricolore e Casa Pound.

È già noto alle forze dell’ordine, colpito dal Daspo, nel febbraio 2008, il provvedimento che allontana per un anno gli ultras violenti dagli stadi, ed è implicato nelle indagini della Procura veronese sul gruppo di 17 giovani accusati “associazione a delinquere con l’aggravante della Legge Mancino”. Questo è Raffaele Dalle Donne, ed è un tifoso Hellas Verona.

Quelli scappati a Londra sono Federico Perini, “Peri”, 20 anni, di Boscochiesanuova, ultras della curva sud dell’Hellas, colpito da Daspo. È stato candidato di Forza Nuova alle ultime amministrative per la seconda e l’ottava Circoscrizione, è così che ha conosciuto quello che li ha portati in Austria. E, poi,  Nicolò Veneri,  detto“Tarabuio”, 19 anni, vive a Verona, anche lui già indagato nella lista dei 17; anche lui ultras dell’Hellas, anche lui colpito da Daspo.

E poi ci sono i due di Illasi, quelli che non si sono mossi da lì, Guglielmo Corsi, di 19 anni, metalmeccanico, lui è un tifoso dell’Hellas e fondatore di un gruppo di supporter. E Andrea Vesentini, 20 anni, promotore finanziario, dicono c’entri poco con il calcio e pure con la politica, e che sia sconosciuto alla polizia.

E, poi, c’è il ragazzo di Borgo Trento, il ragazzo che non s’è ripigliato, lui è Nicola Tommasoli.

Nicola che quella notte aveva 29 anni, Nicola che da un anno viveva a Negrar con la fidanzata Erika, che aveva studiato al liceo Maffei e poi a Treviso dove si era laureato in disegno industriale allo Iuav in Industrial design, e lì aveva abitato in un appartamento insieme ad altri studenti. Nicola che adesso aveva un buon lavoro come disegnatore tecnico per una ditta di Affi. Nicola che aveva una creatività incredibile, che esprimeva al computer, aveva vinto anche alcuni concorsi internazionali. Nicola che aveva tantissimi  amici e che spesso usciva anche con il fratello poco più grande di lui. Nicola che non amava il calcio ma aveva una grande passione per i motori, auto e moto da corsa. Nicola che d’inverno praticava lo snowboard e d’estate andava in skate. Nicola non aveva  mai avuto nessun particolare credo politico, che era una persona creativa e sensibile.

Nicola che aveva una bella vita e che e adesso stava pensando al futuro.

Nicola che quella sera era uscito per divertirsi e divertirsi non è reato. Nicola che quella sera aveva rifiutato una sigaretta, e anche dire “no” non è reato.

Nicola Tommasoli che è morto il 5 maggio 2008 all’ospedale di Borgo Trento.

Nicola Tommasoli il cui processo, per il suo omicidio, è iniziato il 9 febbraio 2009 e ancora non è terminato.

Adesso silenzio. 

C’è uno strano silenzio il 10 maggio, a Verona e a Negrar, tutto si è fermato, è lutto cittadino.

Il funerale di Nicola si svolge il 10 maggio nella chiesa del XV secolo di San Bernardino a Verona.

A Verona, e non a Negrar, dove abitava. A Verona perché è lì che è morto, e allora forse è giusto che sia questa la città dove celebralo. A Verona perché il maggior numero di persone possa partecipare al saluto a Nicola, perché questo saluto si diffonda per tutta la provincia.

Per volere della famiglia non ci sono giornalisti né autorità.

La chiesa è piena: la  famiglia, gli amici, i compagni di scuola, gli insegnanti, i colleghi, quelli che Nicola non lo conoscevano bene, ma che ogni tanto lo incrociavano, quelli che Nicola non lo avevano mai visto, ma che in questi giorni non hanno potuto non pensare a lui.

Non ci sono giornalisti o telecamere oggi.

Adesso c’è solo silenzio. 

Anche a scuola c’è uno strano silenzio.

Certo che a uno strano effetto leggere di tuoi coetanei coinvolti in un fatto  di cronaca. Leggere che hanno picchiato un ragazzo, lasciandolo lì, steso a terra, immobile e tutto per un “no” ad una sigaretta.  L’effetto strano si amplifica se sai che quei ragazzi li hai sicuramente incontrati per le strade della tua città, per i corridoi della tua scuola, magari erano seduti al banco dietro al tuo. Magari ti stavano simpatici, o magari no, non ti era mai sembrato così importante.

Fa uno strano effetto anche se sei l’insegnante di questi ragazzi. Ti domandi se c’entri in qualche modo anche tu in quello che è accaduto, se avresti dovuto notare di più, fare di più. O, forse, no, forse sì. Insomma, tu sei l’insegnante, ma poi c’è la famiglia, gli amici, la società…

Sono giorni dall’aria pesante quelli che seguono la morte di Nicola, giorni che non lo diresti che è primavera e che per molti la maturità è alle porte, giorni densi di domande senza risposta.

Nelle classi, gli insegnanti dedicano un tempo per parlare insieme, ragionare, riflettere, i temi sono sempre gli stessi le scelte, il futuro: “Cosa farai l’anno prossimo?,  “E tu? Io ancora non lo so”

Si parla tanto, si parla di Nicola, di quei cinque, di quello che è successo quella notte, di quello che succede in città.

Si parla tanto perché questo è qualcosa di molto vicino a loro, di vicinissimo, perché si parla di loro.

Al liceo Maffei, poi, è ancora più strano. Qualcuno se lo ricorda bene Nicola, passato da lì dieci anni prima, e tutti  conoscono Raffaele che su quei banchi sedeva fino a due settimane fa.

Durante l’intervallo ci si raduna come al solito in piccoli gruppi, tutti parlano sottovoce e guardano quell’aula, quella dove c’era uno di quei cinque, “che io mai l’avrei pensata una roba così”.

Nicola e Raffaele – Nicola dieci anni prima di Raffaele, dieci anni prima di essere ucciso da Raffaele  e dai suoi quattro suoi amici, così, una sera – hanno studiato nello stesso liceo, lo “Scipione Maffei”, fiero di essere il più antico liceo d’Italia. Nato nel 1804, il “Maffei” è orgoglioso della sua storia bicentenaria, ma anche delle virtù custodite, generazione dopo generazione, in una carta dei valori che onora “lo spirito critico; la laboriosità; la legalità; l’assunzione di responsabilità; la coscienza dei diritti e dei doveri”.
Qui si impara a dare forma di parola alle emozioni, nutrimento e argomenti per le passioni e le idee. Qui è radicata la consapevolezza che la democrazia sia “ars dubiae”.

E allora bisogna chiedersi dove nasce la muffa aggressiva che ha rovinato i giorni di Raffaele e spezzato la vita di Nicola?

“Ce lo stiamo chiedendo – dice il preside – e ce lo siamo chiesti. Ci siamo chiesti se abbiamo fatto tutto quanto in nostro potere per educare gli studenti alla buona cittadinanza”, dice, “Mi sento sconfitto, come ho detto ai ragazzi, ma non complice. Non siamo stati né indifferenti né distratti”.

Il preside non vuole e forse non può dire di più. Il circuito istituzionale e mediatico descrive un’occasione perduta di “recupero”, di disvelamento, ma non spiega le ragioni della “caduta” in un “rito della crudeltà”, per nulla occasionale o impulsivo, che nel tempo si è  esercitato nel cuore di Verona contro gli “altri”.

I compagni e le compagne di Raffaele hanno come il muso. Non vogliono difendere Raffaele, ma non si è mai comportato da mostro.

E allora come è potuto accadere ad un loro compagno di classe?
Ne stanno parlando accanto alla fontana del chiostro, Giulia e Simone provano a ragionare – ancora una volta, in questi giorni – su quei perché.

“Come è potuto accadere? Perché?”

Prova a spiegarsi Giulia: “Non c’è spazio per l’ignoranza che produce l’ottusa violenza senza scopo qui. Si viene travolti da quel che c’è là fuori, oltre quel cancello. Se un responsabile e una responsabilità si deve cercare, va trovata non in questo liceo, ma nella città. In quella Verona dove può capitare – e capita spesso – che si senta dire in autobus “non siedo qui, accanto a questo negro” e nessuno che, intorno, disapprovi o censuri quelle parole… Magari chi le ascolta, non oserebbe mai pronunciarle, ma le giustifica”.

Simone ne sta parlando tanto con Giulia e, come Giulia, ha idee lucide e asciutte. “In questa storia, si usano le parole per nascondere quel che è accaduto e ancora può accadere. Si dice: Raffaele era un bullo.
Non lo era. Si dice: è un delinquente. Non lo era. Si dice: è solo una mela marcia, è un caso isolato. È falso che sia la sola mela marcia del cesto, il caso non è isolato ma addirittura, nella sua assurdità, ordinario. Si dice: la politica non c’entra. E invece, c’entra, eccome”, dice Simone, “se politica è l’odio per il diverso, se politica è un’ideologia diffusa là fuori”, indica l’arco, il cancello, la strada, “che legittima chi vuole liberarsi di chi non è uguale a te, per colore della pelle, per convinzioni, per religione, per la lunghezza dei capelli.
Tutto questo ha un nome: razzismo, xenofobia. Se si usano le parole appropriate, le ragioni della morte di Nicola, e di quel ha combinato Raffaele con i suoi amici saranno evidenti.  È quel che dovreste fare: ed è chiamare le cose con il proprio nome”.

Chiamare le cose con il proprio nome.
“Difendi il tuo simile e distruggi il diverso” recita il motto dell’Hellas Verona, una delle curve da stadio più famose in Italia: dura, pura, rigorosamente di estrema destra.

Nel settembre 2004, di fronte ad un bar nei pressi dello stadio, poco prima di una partita, un appartenente alla tifoseria dell’Hellas Verona insulta (“Negro di merda!”) un ragazzo di origine senegalese di passaggio. Il ragazzo nero chiede conto e ragione di questo insulto e, allora, il ragazzo bianco gli lancia un boccale di birra in faccia, che gli procura una profonda ed indelebile cicatrice sul volto.

Nel marzo 2008, un altro ragazzo nero è in un bar della Valpolicella. Tutto il bar sta cantando canzoni da stadio dell’Hellas Verona. E allora anche il ragazzo nero lo fa con gli amici si unisce ai cori, canta le canzoni da stadio dell’Hellas Verona.

Ma lui  è “negro” e questo fatto infastidisce più di qualcuno. Nemmeno il tempo di apostrofarlo con i soliti epiteti, e la furia dei “butei” si accanisce sul ragazzino. Furia violenta a tal punto che il ragazzino è tuttora in sedia a rotelle e non riesce a camminare a causa delle lesioni subite.

Nel bar erano circa 40, ma nessuno ha visto niente.

Chiamare le cose con il proprio nome.

E, allora, torniamo indietro.

Verona, mercoledì 30 aprile 2008.

Dieci anni fa.

Dammi una sigaretta.

Una settimana corta, questa, domani è festa e davanti ci quattro giorni di ponte.

Quattro giorni liberi, tutti da inventare. Quattro giorni non programmati. Del tempo da passare in famiglia, con gli amici, da dedicare a ciò che si ama. Quattro giorni per staccare dalla quotidianità.

Quattro giorni. Un giorno, 24 ore ore. E, allora, davanti, 96 ore “impreviste”, tutte da scrivere, tutte da riempire.

Come dappertutto, i ragazzi ne approfittano per uscire e fare tardi che tanto domani non c’è da andare a scuola o lavorare, che tanto stanotte “la città è tutta per noi”, “si può fare quello che ci va”, “facciamo un giro in centro”, “vedrai che ci divertiamo”, “Hai una sigaretta?”

Corticella Leoni, è uno spazio buio, stretto. Lì ci sono tre ragazzi sono Nicola, Andrea ed Edoardo.

Anche loro hanno fatto serata. Parlato, scherzato, bevuto, fumato. Si sono divertiti. Anche loro domani non andranno al lavoro che domani è il Primo maggio, domani, cascasse il mondo, si dorme.

I tre, sono appena usciti da un locale e stanno tornando alla macchina.

Camminano quando ad un certo punto sentono una frase che è questa: ”Codino, dame na sigareta”, e uno di loro risponde “No”.

96 ore da riempire che cominciano con 3 minuti.

Andrea viene colpito, all’improvviso, di spalle, neanche il tempo di girarsi.

E, poi un altro, secco, duro, mentre fanno per girarsi, senza il tempo di voltarsi, senza il tempo per capire, Nicola, Andrea ed Edoardo hanno i cinque addosso. Sono quelli con il bomber, i jeans, il cappellino. Sono quello della tuta, quelli che scappano a Londra, quelli di Illasi.

Colpiscono, senza un fiato, senza una parola. Solo calci, pugni, capelli tirati, vestiti strappati.

I tre cercano di difendersi, corpi che non riconoscono, che non vedono se non a pezzi. E sono braccia e gambe, e sono bomber, e scarpe, e mani, e un cappello, e capelli e occhi e jeans. Ed è un cadere a terra e rialzarsi, continuamente, con la città che gli ruota intorno, negozi, bar, ciottoli, e quel negozio con le insegne luminose.

I tre cercano di difendersi, gridano, cercano aiuto.

La furia dei cinque è grande, e sotto i colpi, le ginocchia cedono, i corpi si piegano. E ogni volta cadono e ogni volta provano a rialzarsi, fanno leva sulle braccia, ma ogni volta un altro colpo li ributta a terra. Le teste tirate all’indietro, per i capelli, le braccia ora sono bloccate, la schiena inarcata, colpita.

I cinque sembrano un corpo solo, un’unica forma di braccia e gambe. Non parlano, non un insulto, non un nome, non una voce.

Sono bestie. Bestie silenziose, animali impazziti, furie cieche.

Colpiscono, spingono, tirano, calciano. I loro occhi sono fuoco , le bocche serrate. I muscoli tesi, i corpi rigidi, corpi come macchine. Ad ogni colpo ne segue un altro, e poi un altro e un altro ancora.

“Quando finirà? Quando smetteranno?” Non smettono. “Bisogna pensare, capire cosa fare” ma i colpi sono più veloci dei pensieri e pensare diventa praticamente impossibile.

Nessuno pensiero. Solo colpire. Uno, due, tre, quattro, cinque, dieci e di nuovo.

Gambe che tremano che faticano a reggere il peso del proprio corpo. Paura per il prossimo colpo che arriverà. È arrivato il prossimo colpo.

Sentire i polsi che vengono stretti, torti. Il dolore in ogni parte del corpo fino a non sentire più nulla, a non distinguere più una parte del corpo dall’altra, a non distinguere più il proprio corpo.

Nicola, i pugni serrati cerca di difendersi, vuole difendersi, Nicola, resistere. Le mani le tiene strette, Nicola, più strette per poi sentire un dolore acuto, più forte del resto. Il pollice e l’indice di Nicola scricchiolano, si frantumano.

Un altro colpo, un altro, di nuovo, alle gambe, all’addome, un calcio.

Nicola è a terra. Gambe e braccia non lo reggono più. Rimane a terra.

Lo sguardo su questa notte di metà primavera, su questo blu veronese. Lo sguardo a contare le stelle per provare a non sentire il dolore,

Continuano a colpire.

Nicola è a terra, conta le stelle e si dimena.

Urla di dolore.

Un calcio, ancora, gli arriva dritto alla nuca, un colpo lì alla base del collo.

Un colpo che è l’ultimo.

Adesso Nicola non urla più, non si dimena, resta steso a terra immobile che pare addormentato.

Il tempo sembra essersi fermato,

Il tempo si è fermato all’improvviso, ora che qualcosa è cambiato, ora che qualcosa si è strappato.

I cinque scappano via, ora.

I due amici, Andrea ed Edoardo, si reggono a malapena in piedi, si avvicinano a Nicola, lo chiamano, lui non risponde e loro quasi non lo riconoscono. Che non è Nicola quello, che sembra diverso, gambe  e braccia e dita spezzate. Che non è Nicola quello, che vorrebbero rimetterlo insieme,e allora, per un istante restano lì, contro la parete alta e bianca di Porta Leoni. E poi li riprendono quei pezzi, pezzi di Nicola e li riattaccano insieme, e capiscono che devono chiamare i soccorsi.

Verona, mercoledì 30 aprile 2008.

Dieci anni fa.

Il resto della storia ve l’ho già raccontato.
     a cura di Lucio Rubbino

 

Le fornaci del quartiere di San Giuliano di Carmelo Venezia

                                                          

Carmelo Venezia     Esistono, durante la vita di una persona, periodi di difficoltà morale,  causati  da circostanze dolorose ;  lontananza, malattie,  perdita di persone  più che cari.  Per qualche anno, non ho più voluto continuare a scrivere  il mio diario di un tempo piu’ che passato. 

Innanzi tutto, debbo ringraziare il Prof. Nunziatino Magro ; malgrado  le distanze che ci separano,  telefonicamente mi ha incoraggiato  a riprendere la mia penna, ridandomi il gusto per esprimermi  e di rimemorare il mio  passato.
  Ma, prima di continuare, desidero  chiedere scusa a tutti i miei amici e intellettuali, per l’uso del mio  semplice vocabolario.  In verita’ non ho mai frequentato le aule  e i banchi delle Università. Rappresento una vecchia generazione randazzese possedendo semplicemente un modesto diploma elementare. 
 Ma , amo moltissimo , non solamente la mia città di Randazzo perche’ è stato il luogo della mia nascita,  ma anche i resti delle sue opere d’arte  che  i nostri alleati non hanno osato demolire nel periodo dei  bombardamenti del luglio e agosto 1943.    Spesse volte, mi siedo alla terrazza del mio modesto  appartamento, ammirando il panorama del Principato di Monaco, con le sue moderne costruzioni destinati ad una classe sociale privilegiata e milionaria. 
   Talvolta, socchiudo i miei occhi, facendo divagare la mia mente ed anche il mio pensiero, percorrendo le vecchie stradine dei nostri antichi quartieri di Santa Maria, S. Nicolò e San Martino della nostra  città, luoghi riposanti, pieni di misteri, aneddoti, storie, li’ dove molti anni indietro, erano animati con la presenza di artigiani, carrettieri, contadini , musicisti, pastori, intellettuali,  moltissime signorine ,sedute davanti le loro porte d’ingresso, ricamando la loro  dote eseguendo un lavoro  d’arte e talvolta prezioso, dando vita e animazione a questi luoghi storici. 
  In certi periodi delle stagioni,  sentivamo  gli odori del vino, delle mele  e di altri frutti, che  i nostri antenati e le nostre mamme   avevano l’arte  ed il segreto di conservazione   per il periodo invernale. 
   Ma, ritorniamo  alla realtà. 
  Qualche anno indietro,  trascorrevo un certo periodo di  vacanza presso i miei  famigliari ; qualche giorno dopo il mio arrivo,  ricevo un cortese invito dal Prof.  Nunziatino Magro invitandomi   ad una lunga  passeggiata  piuttosto storica.   A bordo  del suo veicolo, abbiamo  percorso parecchi  kilometri , salendo  verso Santa  Domenica vittoria.  Ma, quale fu la mia sorpresa ? fermandosi, non solamente abbiamo ammirato  lo stupendo paesaggio della nostra Randazzo  ma  anche  il panorama dell’imponente  Etna  molto invidiata  dai nostri turisti stranieri. 
La seconda, è stata la  scoperta dei resti  di una  antica  cappella situata sul lato Sud dei Nebrodi dedicata  in passato  a San Marco
   Da  ragazzo, percorrevo spesso questo cammino  per recarmi  a Santa  Domenica Vittoria  soprattutto per assistere alla festa di S. Antonio , chiedendomi sempre , che cosa rappresentavano questi ruderi.  Penso, che qualche secolo fà ,  è stato  un luogo di raccoglimento  di pellegrinaggio, di raduno e di preghiera non solamente per i contadini ,numerosi  in questo settore agricolo, ma anche per gli abitanti delle  masserie e dei comuni limitrofi.
Finalmente,  dopo tanti anni, la mia curiosità è stata  ricompensata.  Penso, che qualche tempo indietro,  questo luogo è stato citato dal Dott. Salvatore Rizzeri  nel suo libro : Le Cento Chiese . 
     Riscendendo, dopo avere attraversato il Ponte di San Giuliano, l’ho pregato di fermarsi a sinistra su questo piazzale  chiamato volgarmente da noi randazzesi : U Stazzuni , in quanto che, volevo  far conoscere una antica costruzione dove attualmente esiste un mulino inefficiente chiamato dai nostri antenati :  Il Mulinello. 
L’accoglienza del  proprietario è stato molto cordiale e soprattutto amichevole .  Fiero di mostrare  non solamente la vecchia costruzione, ma anche il resto delle vecchie macine  o mole, con qualche resto di antichi accessori.  La  botte  situata sul  piano superiore , la quale serviva di riserva e di pressione, é in eccellente stato di conservazione  e di curiosità per gli alunni di tutte le scuole e soprattutto per  osservare   e  conoscere , i vecchi sistemi idrici usati nell’epoca passata.
   Scendendo, e passando dietro l’antica costruzione, la nostra  seconda grande  sorpresa, è stata di scoprire  una delle  antiche  fornaci , numerosissime qualche secolo fa , in questo quartiere di San Giuliano,  destinate alla fabbricazione  della calce  e nello stesso tempo alla cottura  delle tegole, mattonelle e recipienti di argilla.
  Ed è proprio di questo soggetto, di quest’ arte , di questi artigiani  più che artisti nella loro materia,  dotati di una straordinaria esperienza e di un sapere sconosciuto dai nostri  giovani, i quali  non hanno mai avuto l’occasione e la gioia  di ammirare il lavoro di questi talentuosi artigiani.
   Le fornaci  erano  state  costruite principalmente in questo quartiere ; numerose nei dintorni di  questo piazzale chiamato  come  avevo scritto prima : Stazzone :  in dialetto randazzese,  U Stazzuni.   Sopra questa superfice ,  dove  le costruzioni   in duro non esistevano,  c’erano   circa quattro fornaci ;  un certo numero appartenevano alle  famiglie  Arcidiacono, molto numerose fino agli anni   1960. 
   Altre, si trovavano  nei dintorni  della Via Regina Margherita , oggi chiamata  in onore  del nostro  concittadino  sindacalista e deceduto molto tempo   fa, Via Giuseppe Bonaventura.
   Una di queste, apparteneva  al Signor  Egidio Arcidiacono,  specializzato  nella fabbricazione di anfore, giare , vasi , lampade ad olio,
ed altri oggetti, i quali servivano  per conservare  l’acqua,  l’aceto , l’olio di oliva indispensabile  per la nostra  buona cucina. Questo artigiano, ha smesso la sua attività dopo il 1950 emigrando  come moltissimi dei nostri concittadini in Argentina.  
   Le ultime notizie  del signor Egidio, le ho ottenute nel dicembre del 1987.  Essendomi recato parecchie volte a Buenos Aires,  e dopo nella città di Haedo , situata nella grande  periferia della Capitale, dal nostro concittadino  Nino Luca, fratello del defunto Mario Luca,  all’occasione  di un incontro piu’ che affettuoso  e nello stesso tempo, per la visita della sua , grande fabbrica di mobili .
  Preciso,  che in questa Citta’ , vivevano  moltissime famiglie originarie della nostra  Randazzo.
  Il signor Egidio, si era stabilito  in un’altra regione ; forse nella città di Mendoza. 
   Diverse fornaci,  si trovavano  nei pressi  della chiesa del Signore della Pietà.  Un’atra, apparteneva alle famiglie Mazza ; salvo errore da parte mia, questa era vicino la discesa del Ciapparo. 
    Mi chiedo  sempre, perchè  i nostri antenati , avevano  dato questo nome  .   Oltrepassando la chiesetta, e andando a sinistra  seguendo la strada  che conduceva sia  alle vecchie  vasche di scarico delle fognature del comune ed anche  al vecchio Mulino di Citta’ Vecchia,  una di queste era proprieta’ del defunto Signor Alfio Bordonaro, padre del Dr.  Nunzio Bordonaro,  il  quale da  professionista, aveva creato  una vera  piccola industria  per la fabbricazione della calce e soprattutto   produrre  la migliore  qualita’ del prodotto.  
    Altre fornaci  si trovavano nel quartiere di Murazzorotto,   andando  verso il   lago Gurrida . 
   Anni passati,  questa zona era molto popolata,  dove ancora  si potevano contemplare molte  antichissime  casette costruite in pietra lavica a secco, esistenti  forse anche all’epoca araba, le quali, potevano servire  temporaneamente di alloggio  per i contadini e nello stesso tempo , come riserve di foraggio per nutrire asini, cavalli ,muli,  pecore , numerosi  in quel periodo.
   Ma quasi tutte sono state  demolite per ignoranza ed  incoscienza ,  costruendo casette certo moderne ,  ma  senza stile  ed in un modo piu’ che disordinato.

Monastero San Giorgio

Monastero di San Giorgio

   Un’ altra fornace molto antica, si trovava a fianco del muro di cinta della Citta’ tra il Convento di San Giorgio e la Via Duca degli Abruzzi esattamente a fianco dell’antica Porta dell’Erbaspina , chiamata anche , Porta del Quartarario ; esisteva anche una piccola fontanella chiamata dai nostri antenati, Fontanella dell’Erbaspina.
   Questo artigiano lavorava esclusivamente l’argilla per la fabbricazione delle Quartare, vasi, e diversi recipienti in terracotta. Desidero precisare  che questa porta con il suo semiarco e i suoi due pilastri,  era visibile prima del Luglio 1943. Una parte è stata demolita dai bombardamenti ; il resto, dall’incoscienza umana. 
   Le fornaci, potevano avere la forma di un grande  cubo  munito di  una corta ciminiera  oppure rotonde come un grande cilindro  di un diametro di parecchi metri,  munite  sempre di una ciminiera.  Il materiale  utilizzato,  erano  le  pietre laviche,  murate  con un impasto di  calce e sabbia dell’Etna .  L’ argilla  in certi casi  era  utilizzata    per  la  sua resistenza al  calore.  
    L’ interno, era  diviso in diversi piani ;  si accedeva attraverso una apertura situata a piano terra.  Il  sottosuolo  era riservato per il grande focolare, il primo perimetro , per la cottura delle pietre calcaree . Il piano superiore, per la cottura delle tegole, i mattoni, le mattonelle.  In seguito, le anfore, vasi, ed alti oggetti ad esempio  le lampade ad olio, molto utilizzate  nel periodo  della guerra  e specialmente nel periodo dei bombardamenti del luglio  e agosto 1943.  I  focolari, erano alimentati  con parecchie tonnellate di legno proveniente dalle nostre foreste comunali  ed anche da foreste private. 

DA  DOVE  PROVENIVANO  LE  PIETRE  A  CALCE ?        

La cava delle pietre a calce, si trovava  sul versante  Nord  dei Monti Peloritani parecchi kilometri dopo  il comune  di Santa Domenica Vittoria.
   Nella mia giovinezza, ho avuto una sola volta di visitarla in compagnia di un conoscente e  concittadino carrettiere , offrendomi un passaggio.  Preciso che questo signore, faceva il trasporto  di materiale edile. Non mi ricordo il nome  di  questa contrada ;  mi ricordo solamente che durante il tragitto , ho potuto ammirare  il magnifico paesaggio, ma anche  i lavori dei campi  eseguiti dai nostri bravi contadini.
  L’ estrazione delle pietre, era un lavoro molto faticoso e soprattutto pericoloso per  gli operai.  I mezzi  meccanici moderni non esistevano.   Tutto era eseguito con la forza delle loro braccia, a colpi di mazza , picco ed altri rudimentari arnesi per potere spaccare le grosse rocce, ottenendo cosi’ il volume desiderato. 
     Il trasporto  era eseguito con l’aiuto dei carretti  trainati dai muli e per i piu’ ricchi, dai cavalli.    Moltissime  famiglie di carrettieri della nostra città eseguivano il trasporto di   questo materiale, approvvigionando i proprietari delle fornaci.
   I carrettieri   partivano  nella notte, per ritornare  di buon mattino evitando cosi’ l’afoso calore  dell’ estate.  Il lavoro degli artigiani carrettieri,  era molto impegnativo  e faticoso , anche per gli  animali che in realtà erano  ben nutriti , ben curati  e ben protetti.          

IL LAVORO DELL’ARGILLA                      

  Diversi  proprietari di fornaci,  come avevo accennato prima,  si erano specializzati  nella lavorazione dell’argilla , fabbricando mattoni, mattonelle, anfore, piatti e casseruole, molto usate  dai nostri antenati  per la cottura dei cibi prelibati e gustosi.
  Queste piccole imprese,  erano proprieta’ di parecchie famiglie randazzesi.  Desidero citare  la famiglia  Mazza,  la famiglia  Bordonaro e soprattutto, le numerosissime  famiglie  Arcidiacono.
   Sicuramente,  ne esistevano altre , ma onestamente non ho mai avuto l’occasione di conoscerle.
   Per quanto concerna la famiglia Arcidiacono,  ho conosciuto i due fratelli , Luigi  e Battista,  intimi amici musicisti, che per molti anni, hanno fatto parte del Corpo Musicale di Randazzo, all’epoca in cui era diretto dal Maestro Lilio Narduzzi e sovvenzionato dal Comune di Randazzo e soprattutto con l’aiuto e la contribuzione degli abitanti  molto fieri del loro  complesso.
  Parlerò  di Battista Arcidiacono  nelle prossime pagine. 
   La  nostra argilla, era estratta  nel piano della Gurrida.  All’epoca, questo terreno , era molto argilloso.  In certe stagioni il fiume Simeto e  Flascio ,  non solamente alimentavano  il lago Gurrida ma anche moltissime superfici adibiti a vigne e ortaggi.  Alimentavano  anche un piccolo corso d’acqua che scorreva  ai piedi del Castello Svevo per finire nel fiume Alcantara. 
   Non posso precisare  il luogo esatto dove l’argilla era prelevata.  Sicuramente all’interno di certe proprietà private ed anche  nei terreni comunali pagando  una tassa.    Questa materia,  era trasportata con i carretti a Randazzo e depositata  sul luogo  di  lavoro.  Ma, prima di usarla, necessitava una lunga preparazione.  Depositata al suolo ed al sole per moltissimi  giorni l’ argilla  si riduceva cosi’ in finissima polvere.  In seguito, era depositata in un grande bacino dove era mescolata e dosata con una qualità di terra che ogn’uno di loro, conosceva il segreto ed il dosaggio.
   Il lavoro più faticoso, era quando tutta questa materia doveva essere mescolata, umidificata e pigiata da parecchi operai con la forza dei loro piedi e delle gambe, ottenendo così una materia  omogenea , malleabile e pronta per la lavorazione . 
   Gli artigiani, lavoravano a cielo aperto. Moltissime erano le donne, figlie di artigiani adibiti a questo lavoro. Sopra i loro banchi di lavoro ,confezionati in legno  oppure  con  i mattoni,  avevano  parecchi telai  in legno duro molto  resistente  all’umidità; per le tegole  di forma  trapezoidale, per  i mattoni  rettangolari, per le mattonelle in terra cotta,  i telai erano quadrati  a secondo la superfice richiesta dai clienti.  
   Per la confezione delle tegole, l’argilla era  spalmata  con le mani, livellata con una piccola regola nel suo apposito telaio, e dopo averla uscita dal telaio con l’aiuto di una piccola cordicella, era depositata sopra una forma  semi rotonda, e impermeabilizzata  con  un impasto liquido a base di argilla e depositata al suolo e al sole  per molti giorni ; in seguito all’interno della fornace  per la cottura.  Così per i mattoni ed altri oggetti.
   Giovane apprendista falegname, ho avuto parecchie occasioni di costruire molti di questi telai. Da ragazzino, vedevo lavorare molte donne ed anche uomini con una enorme rapidità. Questo lavoro era molto impegnativo ; per proteggersi dal sole, specialmente nei mesi estivi,  il loro capo era coperto  con un cappello di paglia oppure con l’aiuto di un grande fazzoletto .
Gli uomini, erano vestiti   con un semplice  pantaloncino, talvolta torso nudo  e con i piedi scalzi,  molto allegri,   fieri della loro arte e del loro sapere.      

COME  LE FORNACI ERANO PREPARATE ?     

Maestro Pippo Madè

   Il  primo  lavoro,  consisteva  allo sgombero  delle  scorie del grande focolare situato  nel piano inferiore ed alla pulitura  del perimetro interno .  Le pietre a calce, erano squadrate  con colpi di martello e mazza ;  parecchi  muri a secco erano costruiti  all’interno , occupando  cosi’ la  prima parte inferiore.  Le  tegole  , le  anfore , i grandi vasi ed altre  oggetti  da fare cuocere, erano situati sulla parte superiore.
   L’ entrata  veniva murata,  lasciando  semplicemente  un’ apertura  per  l’alimentazione del focolare   con piccoli  tronchi  d’alberi , truccioli ed anche  con enormi  mazzi di legno secco  di poco  valore , usato  generalmente per questo  lavoro.
   Il  focolare  acceso,  la fornace  doveva  essere  alimentata  e soprattutto  sorvegliata  giorno  e  notte  per  parecchi  giorni.   Talvolta,  e questo dipendeva  della quantità del materiale  da cuocere,  circa una settimana. 
  Nel periodo della mia giovinezza,  ho avuto molte occasioni  di percorrere di notte in compagnia di  mio padre  Giuseppe  e mio  nonno paterno  Carmine Venezia , mugnai di professione, la strada  che partiva   dal  vecchio mulino di Citta’ Vecchia, e che conduceva  verso la chiesetta del Signore  della Pieta’,  soffermandomi  vicino a queste  fornaci , per ammirare le fiamme che sgorgavano dal focolare  e della ciminiera ,  creando  cosi un  gioco  d’ artifizio , sviluppando  non solamente  un  grande  calore ,  ma  anche  un fumo  molto  denso ,  soffocante ,  rendendo  ancora più faticoso  il lavoro  degli operai .
   Durante  la cottura  della calce, le fornaci  erano  soggetti  ai cambiamenti  atmosferici ;  un  giorno,   parlando  con il Signor  Bordonaro,  proprietario  di questa  grande  fornace  situata in questi  paraggi ,  mi spiegò che  un cambiamento  atmosferico  durante  la cottura , poteva  influenzare  sulla durata del  fuoco.  Non posso precisare quanti gradi erano necessari per ottenere una eccellente qualità di calce ; forse  circa  900 gradi .
   Questi talentuosi artigiani pieni di esperienza e di maestria, conoscevano il momento in cui la fornace doveva essere spenta.  Talvolta, una settimana di tempo era necessaria per raffreddare l’insieme di questa piramide, e accedere all’interno recuperando   tutto il materiale  il quale era venduto a tutti gli artigiani edili  ed anche ai privati  per la costruzione e la copertura delle nostre  vecchie e moderne dimore.
Per la preparazione delle pietre a calce, i nostri artigiani muratori usavano un metodo molto semplice ;  creavano  un piccolo bacino di una profondità desiderata e secondo la quantità di calce da fare sciogliere.
  La  pietra a calce  già cotta, veniva depositata nel fondo di questo bacino e ricoperta con molta acqua. La calce al contatto con l’acqua, si scioglieva, sviluppando  un forte calore che talvolta al contatto della pelle  e del corpo, causava moltissime ustioni.
   Dalla calce sciolta,  qualche giorno dopo , si otteneva una materia  bianchissima e cremosa, la quale mescolata con la sabbia dell’Etna e con una certa dose di acqua,  ottenevano così un impasto per la costruzione  dei muri in pietra lavica ma anche per costruire case ed altre opere.    Serviva  anche per imbiancare  i muri e le pareti . 
   Possiamo anche dire, che tutte le costruzioni  della nostra vecchia Citta’, sono state eseguite e realizzate con questi materiali.  Voglio precisare un dettaglio molto importante ; nei  secoli  passati, la calce prodotta  dai nostri artigiani, era molto usata da tutti gli artisti frescanti , specializzati  nelle esecuzioni  degli affreschi.
   Ma, prima di usarla, ciascuno di loro, aveva il loro segreto di conservazione. 
   Moltissimi artisti di grande nome, conservavano la calce all’interno delle botti di legno per circa  venti anni cioè conservata per le future generazioni ;  per i  loro figli ed anche per i nipoti. 
   Non sono capace  di spiegarvi  l’effetto e la reazione chimica  di questa materia , dopo molti anni  di conservazione, posso invece affermarvi,  che questo metodo è esistito.  Onore  ai nostri artisti del passato , i quali  ci permettono di ammirare gli affreschi  e capolavori  dopo molti secoli passati.
  Molte cose si potrebbero scrivere  concernante la preparazione di questi  lavori ; ma il soggetto  è troppo importante.
Nelle precedenti  pagine,  avevo accennato   il cognome  delle famiglie  Arcidiacono.  Mi  permetto ancora di parlare  di Battista  e Luigi ;  due fratelli  che pur essendo specialisti dei lavori in terracotta erano anche due eccellenti  musicisti.
  Per molti anni, hanno fatto parte  del Corpo Musicale di Randazzo ; prima sotto la direzione del Maestro  Marrone , dopo sotto la direzione del  nostro  talentuoso maestro  Lilio  Narduzzi , deceduto a Roma  molti anni indietro.
  Ho avuto  l’onore  di averli  frequentato  dal  1950 al gennaio 1957  facendo parte  anch’io  di questo  prestigioso Complesso musicale  molto  amato da noi Randazzesi . 
  Mi  ricordo , che  tutte le domeniche  e nei giorni festivi  nel periodo  estivo,  i  cittadini   potevano assistere   e  ascoltare nelle piazze  comunali  concerti  di musica  lirica e non solo.
   Colgo  l’occasione  per ricordare un artista  dimenticato da noi randazzesi , deceduto
 a Milano qualche decennio  indietro: Battista  Arcidiacono ,  da  giovane,  a parte le sue qualità artigianali,   possedeva  una   eccezionale  dote musicale . Primo  Trombone  solista  del  Corpo musicale  sotto la direzione  del Maestro  Lilio  Narduzzi . Battista,  era sempre  alla ricerca della  perfezione , dei coloriti  e  della  raffinatezza  musicale. 
   Una  sera,  , i componenti  del  Complesso , eravamo  riuniti  nella sala del Concerto  della  Via San Giacomo per la  ripetizione  generale  di una romanza  dell’opera  Rigoletto  di Giuseppe Verdi . Il  maestro  Narduzzi  con la sua  bacchetta , chiama con un segno il primo  trombone solista !    La risposta  è stata  più che negativa !  nessun  suono.  Battista, invece di suonare,  si é messo a cantare  la romanza  mettendo un po’ in collera  il maestro ; ma dopo qualche secondo,  la collera si è  trasformata  in un grande sorriso paterno  facendo  anche ridere  tutti i componenti del Corpo  musicale.  Battista, possedeva una bella voce  ,un  orecchio  più che perfetto  sempre alla ricerca della  sensibilità  musicale.
La sua esecuzione  della Cavatina di Figaro del  Barbiere di Siviglia  era  eccezionale ;  un vero delizio per  gli  appassionati della musica lirica.  
Come  moltissimi  randazzesi,  nel periodo   del  1960  è partito per Milano, continuando  a perfezionarsi  nella storia musicale . Mi  è stato riferito  che dirigeva  un complesso  musicale, dedicandosi  anche  alla composizione.
    Ho avuto l’ occasione di rivederlo a Randazzo nel periodo estivo con il complesso  Marotta  presentando  prima dell’esecuzione  dell’ opera musicale,  i dettagli  storici  dei grandi compositori  italiani.  
   Tante storie  potrei  scrivere concernente  certi componenti  del vecchio  Corpo Musicale di Randazzo. 
  Non  volendo cambiare i miei  propositi ,  prima di terminare  questo modesto  diario,  desidero  semplicemente  citare  qualche cognome  di  concittadini  , facendo parte del Corpo musicale  negli anni  1950 ed  anche dopo.
   Gaetano  Lazzaro , grande clarinettista,  grande  copista, dotato di una eccezionale calligrafia musicale ,abitava in Piazza San Martino , allievo del Maestro Marrone,  primo clarinetto  A  sotto la direzione del Maestro Narduzzi .  Il  nostro   concittadino è deceduto  a Milano ,      Carmelo  Scalisi ,  primo clarinetto , di professione  ebanista.
   Salvatore  Mendolaro , clarinetto,  di professione calzolaio
   Salvatore  Raciti , primo clarinetto , accompagnato  dal figlio  Mario  Raciti  trombettista. In realtà Mario suonava parecchi strumenti. Voglio  ricordare  ai nostri giovani  randazzesi ,  che il Signor  Salvatore  Raciti , era un grande maestro  scalpellino ; accompagnato  dal figlio Mario,  verso gli  anni 1947  cioè nel dopo guerra,  le dobbiamo  il restauro  del Chiostro , colonne , banchine  e  finestre  del  nostro  Palazzo  Comunale , la  realizzazione  della  scalinata  del  Santuario del Carmine ,  moltissimi  lavori in pietra lavica , e innumerevoli monumenti  funerari . 
   Pietrino  Grasso , anche lui  suonava  il clarino  ed anche  i  saxsofoni . Eccellente  copista sicuramente  negli  archivi  del Complesso  Marotta,  si possono  trovare  ancora  molte  partizioni  musicali  trascritte  dalle  sue  mani.
Per  completare,  voglio accennare  la fine delle nostre  antiche  fornaci. 
   Nel quartiere  di San Giuliano  e nei  pressi della  Via  Carcare,  quasi tutte le fornaci sono state demolite .  Ci sarebbe  da  conservare  e proteggere  ancora qualche fornace più che nascosta e che  sarebbe  dell’ epoca  Araba , non  voglio citarla , per paura  della  demolizione.
Ricordo, la sera  dell’ 11 agosto 2001 in occasione  dell’ inaugurazione  della  Grande  Esposizione in onore  di Federico II , realizzata  dall’artista  siciliano Pippo MADE’   e presentata  all’ interno del Chiostro Municipale dal   Rev.mo Monsignore Santino Spartà Dopo la presentazione di questa  grandiosa esposizione, dei  suoi oggetti preziosi e del suo libro, terminò il suo discorso  accennando  la delicata questione  della  protezione e  della conservazione  dei resti antichi lasciati  per miracolo  in salvo  dopo  i bombardamenti  del  luglio e agosto 1943 . 
   Ascoltai  e  ammirai il coraggio di  questo  eminente religioso , affermando  pubblicamente  che questi,  non sono stati  ne curati  ne apprezzati  da certi cittadini .   Noi  dobbiamo essere fieri  di avere  un religioso intelligente , un uomo di  lettere , dotato di un grande sapere ,  con moltissime buone  idee  non   solamente  al livello amministrativo ,  ma anche  per la protezione dei nostri monumenti,   e per lo sviluppo del turismo locale. 
   Molte volte le sue buone idee non sono state ben seguite ed eseguite da certi dirigenti  della nostra Amministrazione .  La citta’ di Randazzo, ha bisogno di un grande sviluppo economico. Molti giovani  non hanno occupazione . Per rimediare a questa  grande lacuna, male cancerogeno della nostra epoca, due soluzioni esistono ; rilanciare  l’ agricoltura e il turismo.
    Non dimentichiamo  che il nostro territorio, è stato  sempre   una grande zona artigianale e agricola.  Produrre locale, significa creazione di posti di lavoro e impieghi per i nostri giovani , evitando così l’immigrazione  e la separazione dell’unità famigliare. Nelle contrade del nostro Comune, esistono ancora bellissime proprietà agricole con sontuose palazzine antiche di una vera bellezza architetturale inestimabile.
   Ammiro  sempre, il coraggio  dei proprietari, i quali con la forza fisica e mentale, malgrado gli inconvenienti  amministrativi, riescono con molta volontà e gusto,  al restauro,  trasformandoli in  alberghi,   ristoranti  e luoghi di vacanza , creando  qualche posto di lavoro per i nostri giovani .
      Ma, tutti  i cittadini  randazzesi  amano le  nostre antiche costruzioni ?   Trovandomi  molto distante  della mia amata Randazzo, la mia risposta è forse negativa.
   Senza  la forza  e la fede  degli abitanti, un giorno o l’altro , moltissimi vestigi antichi e meno antichi, saranno distrutte .  Non desidero impicciarmi  di certi affari . Ultimo caso , la parte  antica Est  del vecchio palazzetto  Germana’ ; questa piccola particella piu’ che antica,  è rimasta per miracolo in piedi  dopo i disastrosi  bombardamenti del 1943. 
  Da ragazzo,  ho conosciuto il vecchio palazzetto ; potrei anche  descrivere  come era , il pianoterra, era occupato  da parecchie botteghe  di artigiani ; falegnami, barbieri,  stagnini e venditori di buon  vino.
    Era possibile salvarla ?  questa particella, poteva essere inglobata nella nuova costruzione ?  Non essendo un esperto  in questa materia , non posso  rispondere a queste spinose questioni.
 Amici miei randazzesi,  amministratori comunali di tutte le tendenze ,   avete pensato al salvataggio  del nostro vecchio  Convento  di San Giorgio ?   al nostro Convento  dei Frati  Cappuccini ? al nostro rinomato  Collegio  San Basilio ?     volete  che questi monumenti cadono in rovina e dare via libera ai demolitori ?  Sarebbe un gesto ed un atto più che grave .
Il turismo,  si attira  proteggendo le vecchie pietre e non costruendo muri  in cemento  oppure in calcestruzzo . 
Ho avuto  diverse occasioni  di visitare  molte regioni della Francia  con i suoi sublimi antichi villaggi ;  talvolta  abbandonati  a causa delle guerre e delle carestie , oggi  risuscitati  dal  disastro , con la forza  e la volonta’ dei cittadini , ridando vita a queste antiche dimore , attirando molti turisti  e  molto benessere per gli abitanti.
Con la volonta’ e l’aiuto delle numerose associazioni locale,  nei nostri antichi  quartieri, molte cose  si potrebbero imbellire ;  molti abitanti lo fanno, mettendo in valore i lavori in pietra lavica, archi di porte , finestre, balconi ed altre belle cose. 
   Di ritorno nella mia Randazzo,  mi rendo conto  che certe mentalita’ e principi, non cambiano ;  pertanto, l’intelligenza e l’istruzione  esiste . 
  I cittadini randazzesi, possiedono un enorme potenziale  intellettuale , artistico e culturale .  Non dimentichiamo  che  le belle  realizzazioni culturali  , intellettuali  e architettoniche , si possono realizzare con le idee e la volonta’ di tutti gli abitanti , all’infuori  della politica e delle idee politiche.

Ringrazio il  Prof.  Nunziatino  Magro e la sua equipe  di T.G.R.  Televisione  Randazzo ,  il  Signor  Giuseppe Portale per le sue interviste ,  i suoi libri , per i suoi inteventi . Il Signor  Francesco  Rubbino per il suo sito   internet  “Randazzo . Blog” il quale con il suo lavoro  e le sue ricerche , ha onorato  e onora  la  memoria dei nostri  defunti  illustri cittadini ,   ma anche a noi immigrati randazzesi presenti  in tutti i luoghi d’Italia  e  del mondo .
Grazie  Signor Rubbino. Grazie  a tutti  coloro che hanno pubblicato  sui siti internet , e consultati  da noi residenti all’ estero.
   Auguri  a tutti i  cittadini di Randazzo , e che la nostra  Citta’ sia sempre piu’ bella, piu’ prospera, più tranquilla.
  Carmelo Venezia     Beausoleil   Agosto  2019 .                                                                                            

                                                                

Salvatore Rizzeri – La Storia dei Templari

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Grasso Fernando Antonino

http://www.fernandoagrasso.altervista.org/SUGNU_RI_RANNAZZU/Sugnu_ri_Rannazzu.htm

Biblioteca di Randazzo

 

   

            Don Biagio Tringale, responsabile della Casa Salesiana di Randazzoci fa sapere che si sta  “digitalizzando”  la – BIBLIOTECA COLLEGIO SALESIANO SAN BASILIO – e BIBLIOTECA COMUNALE “Don Calogero Virzì, Salesiano”. 

  Si può anche dare la propria adesione al Volontariato per la Biblioteca e collaborare per una migliore riuscita di questa nobile iniziativa.

Chiunque fosse interessato i contatti sono: 
blasiusprof@virgilio.it  oppure  biagio.tringale@tin.it.  “Di tutto di più”.

 Di seguito il link del sito con gli elenchi dei libri che si possono consultare.

               https://biblioteca-randazzo.weebly.com/

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Raffigurazioni musicali nella collezione Vagliasindi di Randazzo di Maria Teresa Magro*

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Enzo Maganuco

                                                                                ENZO  MAGANUCO  (1896-1968)

Il 4 febbraio 1968 si è spento a Catania il Professore Enzo Maganuco, figura eminente di umanista che vivrà sempre ne ricordo di quanti lo ebbero come Maestro e come collega.
Enzo Maganuco nacque ad Acate il 10novembre 1896, compì i suoi studi a Genova, dove si laureò in Letteratura Italiana; specializzandosi poi a Firenze in Storia dell’Arte. Insegnò Storia dell’Arte nei licei statali di Catania (Cutelli e Spedalieri)  per molti anni.
In questo periodo pubblicò pregevoli saggi artistici.

Maria Cristina Maganuco

Impegnato nell’insegnamento medio, iniziò l’attività universitaria dopo aver conseguito la docenza nel 1938.
Fu Accademico d’Italia nel 1939.
Gli fu conferito l’incarico di Storia dell’Arte Medioevale e Moderna presso l’Università di Messina, che mantenne per venti anni; contemporaneamente insegnava presso l’Università di Catania in un primo tempo Storia della Musica e Storia delle Tradizioni Popolari ed in seguito Stria dell’Arte Musulmana e Copta.
Dal 1950 in poi e fine alla fine insegnò Storia dell’Arte Medioevale e Moderna presso l’Istituto di Magistero di Catania.
Suoi argomenti preferiti di ricerca furono i problemi relativi all’Arte Siciliana.
Nel 1962 conseguì anche per questo la Medaglia d’Oro al merito della Cultura e dell’Arte.
Diresse con appassionata cura il Museo Civico del Castello Ursino fino alla morte.
Fra le sue pubblicazioni notevole risonanza ebbero gli studi sui problemi di datazione e sui pittori Pietro Novelli e Giuseppe Paladino.
Grande è il vuoto che Enzo Maganuco ha lasciato nel mondo della Cultura. Particolarmente in quello Siciliano, che aveva trovato in Lui il Maestro sempre aperto ad ogni entusiasmo, sempre pronto ad esaltare la generosità della sua terra di Sicilia.
Egli, irridendo la vita, insegnò ad amarla perché della vita fece intendere i valori eterni e, sprezzante di ogni conformismo sociale, rivelò i veri ideali umani per i quali vale la pena di vivere.

 

                                        Enzo Maganuco

OPERE: 
   –   Lineamenti e motivi di storia dell’arte siciliana, in “Archivio Storico per la Sicilia Orientale”, 1932
   –   Architettura plateresca e del tardo cinquecento in Sicilia, Catania 1939
   –   Problemi di datazione nell’Architettura Siciliana del Medioevo, Catania 1940
   –   Icòne di Antonello Gagini in Roccella Valdemone, Catania 1939
   –   Cicli di affreschi medioevali a Randazzo e a Nunziata di Giarre, Catania 1939
   –   Opere d’Arte catanesi inedite o malnote in Catania, Catania aprile 1933
   –   La pittura a Piazza Armerina, Siciliana, agosto 1923
   –   Artigianato e piccole industrie, 1932
   –   Le decorazioni dei carri e delle barche, 1945
   –   Motivi d’Arte Siciliana, 1957
   –   Bibliografia: Salvatore Nicolosi, Enzo Maganuco, in “La Sicilia”, 6 febbraio 1968, p. 3. 

 

 

 

Catania-1930.-A-sinistra-Vitaliano-Brancati-il-fratello-Enzo-Maganuco-Franca-Santangelo-un-amico.-In-basso-Maria-Maganuco-DAmico-Maria-Concetta-Santangelo-Maria-Concetta-DAmico (foto di Maria Cristina Maganuco) ..jpg

                                                                                                               ***

  Enzo Maganuco nella sua attività di critico d’arte ha scritto molti articoli alcuni riprodotti qui di seguito:

 

01-La-Sicilia-4-gennaio-1966 (1) Enzo Maganuco
il pittore Antonino Gandolfo, articolo di Enzo Maganuco, 1933
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   Libri:

 

 

 

Alcuni articoli sulla figura umana, professionale, artistica, storica del prof. Enzo Maganuco.

La Sicilia

 

L’amore per la Sicilia

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Quel pendolare

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Cagini e Roccella Valdemone

 

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La lucerna

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 Piccola curiosità raccontata da Santino Camarata.

  Enzo Maganugo era solito venire a Randazzo accompagnato da alcuni dei suoi alunni e scendendo dalla stazione della CircumEtnea saliva lungo il corso Umberto I. Si fermava quasi sempre davanti alla sua parruccheria ad ammirare una colonnina di marmo bianco che Santino aveva collocato nella vetrina  su un piccolo piedistallo. Il negozio allora si trovava quasi all’angolo del corso Umberto I con piazza Municipio.
La colonnina era quello che restava della casa paterna in quanto negli anni cinquanta del novecento era stata completamente distrutta da un incendio. 
La casa si trovava quasi accanto il Castello Svevo dove ora vi è ubicato il Museo Archeologico Vagliasindi .
Osservando con quanto ammirazione il Maganuco guardava la colonnina Santino gli fa la proposta che l’avrebbe regalata al Comune, per metterla nella via degli Archi, se avesse fatto ottenere un finanziamento dalla Sovrintendenza ai Beni Culturali di Catania. 
E così fu. 
Le foto sottostante dimostrano questa piccola e bella curiosità.

 

                                              La vetrina della parruccheria di Santino Camarata.

 

 

 

Randazzo – La casa paterna di Santino Camarata. In fondo si nota la colonnina.

 

Randazzo – La via degli Uffici ora via degli Archi con la vecchia colonnina che è andata distrutta.

 

Randazzo – Via degli Archi, in bella vista la colonnina di Santino Camarata.

 

Randazzo – La colonnina di via degli Archi

     La prossima settimana pubblicheremo alcuni articoli dedicati a Randazzo alla sua Architettura, alla Pittura, alla Miniatura, e al libro di preghiere di Giovannella De Quatris scritte da Enzo Maganuco nella rivista “Panorami di Provincia – Randazzo” . (1937/1938).

 

 

TESTIMONIANZE

 Una figura eccezionale. Dovevo dare con lui un esame ma lui guardava il mio libretto universitario e poi guardava me: ah, lei è di Randazzo! Bene, per giudicarla mi basterà sentire quel che mi dirà del suo paese e come lo dirà.
Naturalmente Randazzo non era nel programma.
Foti Olga

Collegio Salesiano S. Basilio esami  V° Ginnasio 1955 Enzo Maganuco presidente della commissione. Una persona austera che incuteva non soggezione, ma terrore a vederlo. Si dimostrò un’animo gentile e disponibile mettendoci a nostro agio. Ci disse che eravamo fortunati a vivere a Randazzo che, si capiva, amava moltissimo.
Nino Calcagno

Enzo Maganuco era innamorato di Randazzo e ha fatto innamorare anche me, al punto che ,dopo 40 anni di vita nella metropoli ho avuto il coraggio di tornare a vivere qui. Ricordo con quanto amore ci portava in giro per le vie dei vecchi quartieri in compagnia di Don Virzi ,del prof. Edoardo Bonaventura o del prof. Pietro Virgilio. Si entusiasmava nel descrivere i monumenti o le vie come via dell’Agonia a parer suo la strada più bella di Randazzo assieme a via degli Archi . Un uomo non bello in viso ma intelligente, cordiale e semplice. Mi  ha fatto piacere rivedere la sua foto.
Avv. Vittorio Nunzio Zappalà.

Ho conosciuto Enzo Maganuco al Santuario di Valverde nel 1947. Ero lì per gli esercizi spirituali. Lui si aggirava nella chiesa ammirando i dipinti. Il parroco lo chiamò presentandolo come il migliore critico dell’Arte Siciliana. Una persona di gran fascino.
Don Santino Spartà

Enzo Maganuco fu il presidente della commissione degli esami di V° ginnasio nel 1952 al Collegio Salesiano S. Basilio. Una persona che non passava inosservata e lo si incontrava fuori fra le stradine del centro storico.
Avv. Nando Camarata

Si ringrazia Maria Cristina Maganuco per il materiale letterario che ci ha messo a disposizione e la signora Paola Fisauli Appassionata di Arte e Storia di Randazzo che gentilmente ci ha messo in contatto.

         

      

 

 

 

 

Enzo Crimi: la bellezza della Natura – otto articoli inediti.

ENZO  CRIMI

Feudo Vagliasindi

 

Feudo Vagliasindi: 200 anni di storia in un calice di vino

Tra le più rinomate cantine dell’Etna non possiamo non citare Feudo Vagliasindi a Randazzo, la storica villa in stile liberty che si affaccia sul vulcano e i monti Nebrodi.

 
 
 

Gli esterni di Feudo Vagliasindi a Randazzo. Elia Priolo

Quella che ti stiamo per raccontare è una storia di vino, che ha a che fare con il rispetto del territorio, il legame con le proprie radici e l’amore per la conoscenza.
Cosa c’entra tutto questo con il vino, ti chiedi? C’entra, eccome se c’entra! Come scriveva Mario Soldati, il vino lo capisci davvero soltanto quando entri in confidenza con l’ambiente dove è nato, quando vieni a conoscenza della sua storia più genuina e autentica. E noi te la raccontiamo.

Una ricca storia secolare

La storia di Feudo Vagliasindi comincia così ed ha un nome e un cognome: quello del barone Paolo Vagliasindi, per l’appunto.
Siamo nel 1850 e Paolo Vagliasindi dà vita alla prima e originaria azienda agricola produttrice di olio e vini etnei, il Nerello Mascalese e il Nerello Cappuccio. Questi pregiati prodotti avranno ben presto successo e non solo nel territorio circostante: sbarcheranno infatti fino ai porti di Genova e di Marsiglia. L’azienda, di ben 60 ettari, è allora conosciuta dai lavoratori agricoli per gli infiniti (e temuti!) filari dei suoi vigneti; un racconto popolare vuole che i contadini implorassero Dio di liberarli dalla fatica di lavorare quei filari.

Dio ne scampi do filagnu do fieu

Da allora sono davvero molte le vicissitudini che riguarderanno il buon nome del barone e di questo posto. Si racconta che, a fine ‘800, una contadina dell’azienda abbia trovato nei terreni del noccioleto un oggetto d’oro. Lo consegnò quindi al barone che, rendendosi conto dell’elevato valore, avviò una campagna di scavo nella zona.
Gli scavi portarono alla luce i resti di una cuba bizantina e vasellame, ceramiche, oggetti d’oro, di bronzo e d’argento, oggi esposti al museo Archeologico Paolo Vagliasindi di Randazzo.
Lo splendore di questa azienda, però, è destinato a svanire con lo scoppio della Seconda Guerra Mondiale, quando Randazzo diventa base del terzo Reich: Feudo Vagliasindi viene assediato dai tedeschi e trasformato in ospedale militare prima e civile poi.
Feudo Vagliasindi ha assistito a tutto questo e ha subìto persino un breve periodo di abbandono, ma oggi si trova in una nuova fase di splendore grazie ai fratelli Paolo e Corrado Vassallo Vagliasindi che hanno dato all’azienda una nuova vita e si sono ripresi cura dei vigneti, degli uliveti e di questa villa che poi, diciamoci la verità, è un importantissimo pezzo di storia.

I vini di Feudo Vagliasindi
Ma parliamo dell’azienda oggi.

La Villa è circondata da 10 ettari di terreno. Non molti in confronto ad un tempo, potrai pensare, ma è da qui che prendono vita i pregiati prodotti dell’azienda, ora come allora: l’olio extravergine d’Oliva da Nocellara Etnea e i Vini Etna Rosso Doc, Etna Rosato DOC, Nerello Cappuccio, Nerello Mascalese e, da quest’anno, Carricante.

L’Etna Rosso DOC è il pezzo forte dell’azienda Vagliasindi. È un vino tra i più pregiati ed è ottenuto dalle due uve autoctone dell’Etna, Nerello Mascalese e Nerello Cappuccio.
Il suo affinamento? Rigorosamente in botti di rovere francese.

Passiamo ai rosati. L’elegante rosato del Feudo nasce anch’esso dal connubio Nerello Mascalese e Nerello Cappuccio e viene prodotto tramite la tecnica del salasso. Questa consiste nel prelevare, dalla vasca di macerazione dove si sta preparando un vino rosso, un po’ di mosto il quale verrà vinificato in bianco. Ed ecco la magia: l’Etna Rosato DOC! 

Se sei interessato ad acquistare:  Feudo Vagliasindi Etna Rosato DOC.

Tra i vini dell’azienda troverai pure etichette di 100% Nerello Mascalese e di 100% Nerello Cappuccio. Da sottolineare che Feudo Vagliasindi è una delle poche cantine a vinificare il Nerello Cappuccio in purezza ottenendo magnifici risultati.

Se sei interessato ad acquistare:  Feudo Vagliasindi Nerello Mascalese Terre Siciliane IGP e Feudo Vagliasindi Nerello Cappuccio Terre Siciliane IGT

Potrai assaggiare tutti questi vini prenotando una degustazione con visita dei vigneti, dell’antica cantina e del palmento QUI.

 
 
 

La cultura dell’olio

Cultura dell’olio, questa (quasi) sconosciuta! Dovremmo proprio valorizzarla di più: anche Paolo crede che presto questa possa superare di gran lunga quella del vino. In fondo a permetterlo sarebbe la terra fertile della nostra Etna, dato che è grazie a Lei che cresce sana e forte la Nocellara Etnea, l’ulivo rigoglioso che dà vita all’olio extravergine d’oliva di Feudo Vagliasindi: puro, genuino e che sa di Sicilia. Anzi no, sa proprio di Etna.
L’olio di Nocellara non è solo buono e pregiato, ma è anche benefico per la salute. Proprio così: mantiene giovane il sistema cardiocircolatorio e quello neurologico, protegge la pelle dalle radiazioni solari, è ricco di antiossidanti e antiradicali ed è facile da digerire. Davvero prezioso, oro colato!! 
Se sei interessato ad acquistare : 
   Olio Extravergine d’Oliva Feudo Vagliasindi

Il sogno di un ritorno alla terra

Rispetto per il territorio e legame con la propria terra: sono questi i valori principali dell’azienda Vagliasindi ed è grazie a questi concetti che ogni prodotto riscuote successo.

Il sogno di assistere ad un ritorno alla terra, alla genuinità ed autenticità non lo ritroviamo solo nella scelta di coltivare ulivo biologico e di produrre in purezza il nerello cappuccio, ma è vivo anche nel piccolo orto, anche questo biologico. Da questo pezzo di terra vengono raccolti infatti gran parte degli ingredienti, di prima qualità e rigorosamente di stagione, che rendono speciali i piatti del ristorante del Feudo, nato nel 2010.

 
 
 

Insomma, Feudo Vagliasindi ha proprio tutte le carte giuste per essere la prossima meta che vorrai raggiungere: buon cibo, eccellenti vini, antiche cantine e palmenti, una meravigliosa vista sull’Etna, una piscina immersa nel verde, vigneti ed uliveti… e che dire poi dell’accoglienza? Non puoi che sentirti come a casa della nonna, specie a colazione, quando ad accoglierti ci saranno conserve fatte in casa, yogurt, croissant e squisite torte.

Eh già, proprio come dalla nonna, una nonna di classe che vive in una villa novecentesca.

Raggiungi Feudo Vagliasindi

Indirizzo: Contrada Feudo Sant’Anastasia, Strada provinciale 89 – 95036 Randazzo (CT)

Sito Web: www.feudovagliasindi.it

Shop Online: www.feudoshop.com

Contatti: +39 095 799 1823 – info@feudovagliasindi.it

   Chiara Proietto

Etna 1981

 

 

 

 

     Pino Portale 

 

 

 


 Randazzo Notizie – Febbraio 1983.  

 

 

Vent’anni fa la colata lavica che minacciò Randazzo  

Cominciò verso mezzogiorno e mezzo, con una folata di vento fortissimo. Il balcone, che era socchiuso, si spalancò violentemente, alcuni soprammobili si rovesciarono, eppure non sentii oscillare il suolo, perché mi trovavo in movimento. Seppi soltanto dopo che si era trattato di una violenta scossa di terremoto.
Era il 17 marzo 1981, venti anni fa.

Maristella Dilettoso

Solo nel primo pomeriggio, quando cominciarono i boati, sordi, incessanti, comprendemmo che ‘a Muntagna ci stava dichiarando la guerra. Affluivano già le prime notizie: “Si è aperta una bocca a 1800 metri… a 1500… a 1200… c’è una colata imponente in corso…”. Mentre i boati si facevano più cupi, più frequenti, più snervanti, cominciavamo a diventare tutti più nervosi, a scrutarci in faccia, esprimendo solo con gli occhi la domanda che ci premeva dentro, ed ognuno temeva di formulare: “E se…?”. Ma no, via, l’Etna ci voleva bene, ci aveva sempre risparmiati, per secoli, non avrebbe potuto mai…

Eppure l’inquietudine cresceva in noi, all’imbrunire cominciammo a salire sulle terrazze, sulle alture, per vedere, per capire, ma si era levata la nebbia, e in quella foschia si distingueva solo un rossore diffuso, poi più nulla. Forse non c’era pericolo, magari la lava si era arrestata – l’aveva fatto tante volte in passato – e potevamo tornare alle nostre case. Poi qualcuno disse: “È a un chilometro da Montelaguardia, scende come un fiume!”. E saltò la corrente.

Si seppe in seguito che il magma aveva travolto i tralicci della luce. Prendemmo a girare per il paese sulle auto, c’erano anche alcuni abitanti di Montelaguardia, muti e con gli occhi fissi. Per noi era cominciata veramente la paura.

Quella notte non si dormì, ci si assopiva sfiniti sulle sedie, a intervalli, per svegliarsi di soprassalto, con il cuore sempre più piccolo, si telefonava, si cercavano notizie, si usciva, si rientrava… e intanto – anche questo per fortuna lo sapemmo molto tempo dopo – si stava disponendo di suonare le campane a martello.
Giungevano altre notizie: Montelaguardia era stata risparmiata dal passaggio della colata, ma era rimasta tagliata dal paese; la lava, scendendo come un liquido, vorticoso fiume rosso, aveva attraversato la SS 120, la SP 89. Attraversato si fa per dire, il fronte che aveva tagliato le due arterie misurava dai 1500 metri ai 2 Km. Praticamente, dal lato di Fiumefreddo Randazzo era isolata, se fossimo dovuti scappare, sfollare, si poteva prendere soltanto la direzione di Bronte.
Quel che la lava aveva incontrato sul suo cammino, investendoli, ricoprendoli, erano boschi, terreni, vigneti, oliveti, masserie, villette… anni, secoli di lavoro, spese, sacrifici, una zona fertilissima, amena.
Si pianse molto, dopo, per questo, ma allora si temeva per l’abitato, per le nostre case, ma anche per le nostre chiese, i nostri monumenti, i pochi lasciati in piedi dalle bombe del ’43. E venne l’alba, livida e grigia, si accesero radio e televisori, era strano, seppure con la lava a breve distanza, si ascoltavano i notiziari che giungevano da lontano, che davano i brividi: “Randazzo, il paese che rischia di scomparire, di essere cancellato…” esordì la radio quella mattina. Ci trovavamo sospesi, nessuno pensò alle incombenze quotidiane, stavamo vivendo l’eccezionalità, qualcuno già aveva lasciato il paese, raffazzonando alla meglio qualche oggetto di valore, qualche indumento, qualche ricordo, altri vagavano per il paese su macchine cariche all’inverosimile, senza decidersi.
Erano arrivati i mezzi della protezione civile, dell’Esercito, dei Vigili del fuoco, schierati in fila sulle piazze, pronti a caricare e partire, militari e uomini in divisa dappertutto, sembravamo in guerra.

Andammo a vedere la lava: più lenta e solida della sera prima, superata ormai la fase parossistica, avvicinandosi si sentiva un rumore metallico, agghiacciante, e un odore acre e soffocante di zolfo, l’odore dell’Inferno. Mi ritrovai di fronte ad una sorta di muraglia nera e rosseggiante, orribile.

La tranquillità per il nostro tormentato paese era di là da venire. Quella sera del 18 marzo un’altra bocca prese ad alimentare una nuova colata, che questa volta scendeva diritta verso Randazzo, ci salvò solo il fatto che la prima furia del vulcano s’era ormai esaurita.
La mattina del 19, l’inclemenza del tempo portò anche una nevicata, mentre ai militari, ai soccorsi, si aggiungevano ora liete comitive di gitanti, brigate di curiosi: c’erano compagnie di ragazzi che, a pochi metri dalla lava, cantavano allegramente tenendosi per mano, qualcuno pensò pure di allestire una grigliata, mettendo ad arrostire le salsicce sul magma incandescente, buscandosi un’esemplare quanto memorabile intossicazione.

In paese, invece, quella sera ci si ricordò dei Santi. Già il pensiero era andato alla Madonna – la leggenda, come ricordato dall’affresco della Madonna del Pileri, dalla tavoletta di Girolamo Alibrandi, e dalla statuetta marmorea posta sulla porta di mezzogiorno della Basilica di S. Maria, voleva Randazzo edificata su sette strati di lava, ma comunque salvata più volte dall’intervento della Vergine, nel 254 forse (?), di sicuro nel 1536, 1614, 1624 – ma era la ricorrenza del compatrono S. Giuseppe, e la gente uscì in processione e in preghiera, con le fiaccole, fino al punto in cui era giunto il fronte lavico.

L’eruzione andò a rallentare nei giorni successivi, fino a esaurirsi e fermarsi, il 23 marzo.

Restò una nera muraglia, altissima e minacciosa, una distesa immensa di sciara, ancora calda, sotto la quale erano rimasti sepolti per sempre 740 ettari di terreno, di case; da quella distesa si levò, dopo qualche mese, alle prime piogge, una densissima nebbia e un pungente odore di zolfo.

L’economia del paese era in ginocchio, eppure i randazzesi cominciarono a leccarsi le ferite, a ristabilire e delimitare le antiche proprietà, irriconoscibili ormai, a trasportarvi terra, senza attendere che il suolo ridiventasse fertile – si dice che, perché la sciara torni a produrre, ci vogliono 500 anni! – hanno dissodato, piantato, seminato, si sono riappropriati della loro terra, sottraendola alla lava, chiesero aiuti e sussidi, non sempre ottenendoli, per ricostruire, per tornare a vivere, perché il ciclo della vita deve continuare. A un anno da quei tragici eventi, sulla collinetta di S. Pietro fu posta una statua di S. Giuseppe, interamente sbozzata in pietra lavica (!) dallo scultore Gaetano Arrigo, una statua che sembra guardare dritto verso il vulcano. Sul basamento poche semplici parole:

Nei giorni della prova, come allora, proteggici”.

Venti anni sono passati, eppure da quel giorno i miei rapporti con l’Etna si sono incrinati, anche quelli dei miei concittadini, credo. Fino allora c’era stato un rapporto reciproco amore-odio, si era sempre creduto, o sperato, che a Muntagna, madre provvida e matrigna nefasta al tempo stesso, mai avrebbe fatto sul serio, che si sarebbe limitata tutt’al più a qualche scossa, un pennacchio, una fumata, una spolverata di ginisi ogni tanto, giusto per imbrattare i panni stesi e sporcare le vie, ma avrebbe mantenuto le colate sempre ad alta quota. Ora che il nostro termostato s’è alterato, da quel fatidico 17 marzo di venti anni fa, anche se l’abitato non fu provvidenzialmente colpito, ogni fenomeno eruttivo ci allarma, ed i nostri sonni non sono più tranquilli come un tempo.

Maristella Dilettoso
(Gazzettino di Giarre, n. 10 del 17 marzo 2001)

 

A 40 anni dall’evento, ti raccontiamo gli attimi di quella spettacolare e spaventosa eruzione dell’Etna che per giorni tenne tutti col fiato sospeso. Ecco per te, i racconti degli abitanti di Randazzo.

                                                          

 

                      Eruzione Etna marzo 1981: 40 anni dopo che “Idda” minacciò Randazzo                                                                           

 

Chi c’era lo sa cosa vuol dire restare impotenti davanti alla furia della nostra Etna; chi non c’era, come me e tutto lo staff di Tripnacria, può solo immaginarlo grazie a racconti da brivido.
Siamo sicuri che queste storie l’avrai sentite anche tu, ma noi vogliamo fartele raccontare da chi quei fatti li ha vissuti in prima linea, dai nostri genitori, zii, nonni e compaesani randazzesi.

Leggi un po’ questa storia!

17 marzo 1981

Una nuova alba dà colore al cielo di Randazzo. La primavera è alle porte e tutti gli abitanti si impegnano nelle loro faccende in una giornata qualunque di fine inverno, inconsapevoli di tutto ciò che sta per accadere.
La signora Concetta si alza presto al mattino, stende i panni e canticchia una canzone. Non inizia mai la giornata senza aver dato un’occhiata alla sua Etna, che da un po’ sembra volersi far notare.
“Si sa” – pensa fra sé e sé – “le donne amano essere al centro dell’attenzione di tanto in tanto!”
Rosaria, che abita a Passopisciaro, sta invece andando in stazione, deve prendere la littorina per andare a scuola a Randazzo. La scuola la odia proprio; ama invece il tragitto che la porta fino a lì. E come darle torto: l’Etna sullo sfondo e un trenino che corre lento attraversando vigneti e tanta vegetazione è un’immagine di sicuro più piacevole di una lezione incomprensibile di matematica!
Giuseppe, uomo devoto alla sua terra, va come ogni mattina al suo piccolo pezzo di terreno. La vigna e gli ulivi sono la sua vita. È impossibile per un uomo, ormai in pensione, starsene a casa con le mani in mano.

 

Eruzione Etna 1981 Randazzo, Eruzioni dell'Etna

                                                                             Eruzione Etna marzo1981- Randazzo


La campagna è il suo luogo d’evasione bucolica.
Ma qualcosa silenziosamente sta per abbattersi a pochi passi dal paese: l’Etna comincia ad avvertire tutti della sua incombente furia con tremori e scosse, inizialmente impercettibili agli abitanti.
Ore 11:30 circa. Ecco la prima scossa. Boati, tremori ed una cappa di fumo nero avvolge la montagna, ma questo non desta particolare preoccupazione: i randazzesi lo sanno che vivono sotto un vulcano e l’Etna non è mai stata un pericolo per loro. Qualcuno, però, presto inizia a provare strane sensazioni: i boati si intensificano e dei venti hanno cominciato a soffiare forte, come a presagire un terribile evento. Che succede?
Una folata di vento fortissima, verso le 12.30, scosse impetuosamente gli alberi e fece cadere tanti piccoli oggetti posati sui mobili.
Ore 13:37. Nancy viaggia sulla littorina di ritorno verso casa. Ma quel giorno il suo solito tragitto non è tranquillo come gli altri.

Andavo alle Magistrali e viaggiavo sulla Circumetnea. Ricordo il rombo dell’Etna che superava lo sferragliare del trenino e incuteva terrore.
Ore 18 circa. È adesso che la paura ha la meglio su tutti, quando l’eruzione vera e propria ha inizio. Si aprono bocche a 2.500 e a 1.900 metri e da quota 1.500 l’Etna sputa fuori un fiume di lava così fluido e veloce da ricoprire enormi distanze in pochissimo tempo. È inevitabile (ed anche comprensibile): i randazzesi si allarmano e alla paura si aggiungono panico e apprensione mentre girano le prime notizie.

Tra i boati cupi, incessanti, e quel bagliore rossastro nel cielo, cominciavano ad arrivare notizie concitate: “è ‘a Muntagna!”, “Si è aperta una bocca nuova, un’altra, un’altra ancora a quota 1200 m.”, “La lava scende velocissima, sembra un fiume rosso.”

 

                                                           La colata lavica raggiunge i terreni. Foto di repertorio dal web

Tutti scendono per le strade, ammirando – con spavento e meraviglia – l’essenza furiosa della loro Etna. Il sindaco e l’amministrazione iniziano a pensare ad uno sfollamento del paese.

     Ricordo il macigno sul cuore quando ci dissero che Randazzo doveva essere pronta all’evacuazione e che “a chiazza”, il salotto della mia cittadina, poteva sparire sotto il fiume incandescente della lava. Ricordo le mie lacrime e la grande fiducia di mio padre che mi ripeteva che la Madonna e San Giuseppe, in Paradiso, erano alla ricerca di Gesù per chiedere il suo intervento miracoloso. Ricordo il cielo fumoso e l’odore di zolfo sulle nostre teste e i militari dappertutto.

Montelaguardia è il primo centro abitato ad essere travolto dal terrore di una ipotetica distruzione, ma per un pelo è salvo. Una piccola montagnola, infatti, ha deviato il corso di lava verso il fiume Alcantara salvandolo. Molte ville, case di campagna e terreni tuttavia sono distrutti; solo pochissimi beni e costruzioni, frutto dei sacrifici di una vita intera, riescono ad essere salvati in tempo sulla SS 120.
La disperazione di chi sta perdendo tutto è immensa.
Mio zio, saputo della perdita del suo terreno con all’interno una bella casa, ebbe una febbre altissima per molti giorni e passò un periodo che somigliava alla depressione molto lungo.

 

La notte di certo non trascorre meno terribile del giorno. Qualcuno dalla paura non chiude occhio fino a quando non sorge il sole, pensando al peggio.
Fu una notte di paura, nessuno andò a dormire, si restò in piedi, sulle sedie, coi vestiti addosso, finché di prima mattina qualcuno accese la radio.
Il Giornale Radio diceva: “Randazzo, il paese che sta rischiando di venire sepolto dalla lava…” e qui le lacrime partirono da sole.

18 Marzo 1981

Ore 10:30 circa. Il giorno seguente, alle notizie di certo non rassicuranti dei media, un gruppo di fedeli si raccoglie in preghiera, ma proprio in questo momento una seconda colata lavica prende piede da 1150 metri, anche lei minacciando Randazzo e scorrendo verso la zona del Cimitero Comunale.
Randazzo è adesso in una morsa di fuoco dalla quale sembra impossibile scappare; la strada statale è già stata bloccata e con essa anche i binari della ferrovia circumetnea. Forze dell’ordine, vigili del fuoco e militari tutti si mobilitano per venire in soccorso; la gente impaurita non sa cosa fare né tanto meno dove rifugiarsi. Fortunatamente, la seconda colata è meno fluida e veloce della prima. Nel frattempo gli abitanti trovarono la forza ed il coraggio di andare a vedere con i propri occhi cosa sta accadendo.
Il 18 la vidi, la lava, in contrada Arena: si muoveva più lenta, con un rumore ferrigno, agghiacciante, era altissima ed emanava un forte odore di zolfo che mi fece pensare subito all’inferno.
Tra gli spettatori c’è anche qualche stolto che “regala” alla lava quello che non si è portata via di sua iniziativa.
Io andai a vedere la lava più da vicino con i miei genitori ed altri parenti: la lava rotolava e si sentiva una forte puzza di zolfo. I meno previdenti lasciarono l’auto parcheggiata lungo quello che sarebbe stato il percorso della lava; le macchine furono inevitabilmente travolte. Molta altra gente arrivò da fuori e ricordo che qualcuno intelligentemente venne ad arrostirsi la salsiccia sulla lava finendo in ospedale.

 

                                                                     La colata lavica presso Randazzo. Foto di repertorio dal web

19 Marzo 1981

Gli abitanti, sempre più impauriti, ricorrono ad una seconda preghiera. Portano in processione la statua di San Giuseppe, oggi santo patrono, per le vie del paese. Ad un tratto il cielo inizia a piovere nevischio ed una lieta notizia inizia a spargersi: la lava ha rallentato la sua corsa e si è quasi fermata a pochi passi dalle prime case del paese! Forse la natura, forse qualcosa di divino ha mandato questi candidi fiocchi di neve come a spegnere il fuoco altrimenti inarrestabile. E la gioia vince sul dramma.
Adesso la lava avanzava appena, in prossimità di case sulle quali nessuno allora avrebbe scommesso, mentre cadevano i fiocchi di neve… E il resto lo sappiamo tutti, ma confesso una cosa: da quel momento in poi il mio rapporto con la Montagna si è guastato, irrimediabilmente.

 

                                                                          Le case distrutte dalla colata lavica a Randazzo

 

Da quel giorno l’Etna non si è di certo fermata.
È un vulcano e come tale continua periodicamente a riempire i nostri occhi di stupore e meraviglia.

Quel che è sicuro è che il rapporto con Lei per molti degli abitanti è cambiato radicalmente: al sentimento di devozione si è aggiunto anche quello di timore e di rispetto, come verso ad una madre severa, ma giusta.
Nessuno ad oggi può dimenticare quegli attimi drammatici e inimmaginabili.

L’Etna intanto è ancora lì, austera e potente, con la sua cima che sembra sfiorare il cielo e la sciara nera ai suoi piedi.
Lei, che è inferno e paradiso insieme, che ha dimostrato ancora una volta a tutti gli uomini che la natura dona e toglie, che è benevola e tempestosa, che nella sua apparente contraddizione non smette mai di affascinarci.

Lei che in fondo si ama sempre e si odia talvolta, o meglio, si teme.

Noi di Tripnacria vogliamo ringraziare tutti gli abitanti di Randazzo che ci hanno raccontato sui social le memorie di quei terribili giorni, in giorni altrettanto difficili come quelli durante l’epidemia da Coronavirus.

Un grazie particolare ai miei genitori Rosaria e Antonio, alla mia zia lontana Silvana, a Nino, Nancy, Maristella, Rosa, Valeria, Antonio, Manuela, Enrico, Antonino, Concetta, Giuseppe e a tutti coloro che ci hanno regalato i loro racconti.

Chiara Proietto

Scalisi Giuseppe

       

                                  Il sottotenente GIUSEPPE SCALISI nasce a Randazzo il 18 maggio 1921 da Salvatore Scalisi e Venera Gangi.
All’anagrafe risulta nato il 22 maggio 1921. A quei tempi i bambini nascevano in casa e la data di nascita ufficiale era quella del giorno in cui il padre si presentava in comune, accompagnato da due testimoni, per denunciare il lieto evento.

Giuseppe Scalisi è il primogenito dei cinque figli avuti da Scalisi Salvatore e Gangi Venera.

I suoi quattro fratelli sono:

Il dr Nunziato, nato nel 1923. Deceduto.

Angelo, nato nel 1925. Deceduto.

Gaetano, nato nel 1927. Deceduto.

Il prof. Mario, nato nel 1941. Vivente. 

Il 10 giugno 1940 l’Italia entra in guerra a fianco della Germania.
Giuseppe Scalisi viene reclutato il 10 febbraio 1941 e assegnato al 4° artiglieria di Mantova, dove ricopre il grado di soldato scelto, quindi di caporale e, infine, di sergente.

Il 4 settembre 1941 è ammesso alla Regia Accademia di Artiglieria e Genio per frequentare il corso biennale in territorio dichiarato in stato di guerra.
Per tale motivo, il 19 gennaio 1943, la Regia Accademia si trasferisce a Lucca dove l’8 aprile 1943, conclude il corso col grado di sottotenente di artiglieria.

 

Rodi: il sottotenente Giuseppe Scalisi è quello sdraiato a terra con la giacca della divisa chiara.

 

Il 26 luglio 1943 il sottotenente Giuseppe Scalisi è assegnato al Deposito misto delle truppe destinate alle Isole Italiane dell’Egeo (il così detto Dodecaneso) e il 2 agosto 1943 è trasferito, via aerea, a Rodi e assegnato al 56° di artiglieria, operante in territorio dichiarato in stato di guerra.
L’8 settembre 1943 viene reso noto l’armistizio sottoscritto, a Cassibile , dall’Italia con gli anglo americani il giorno 3 dello stesso mese.

Il 12 settembre 1943 scatta la ritorsione dei Tedeschi. Probabilmente seppero prima dei comandi militari italiani che l’Italia aveva  sottoscritto l’armistizio con gli anglo americani.

Il sottotenente Giuseppe Scalisi è catturato e internato in Germania.

La notizia dell’internamento in un campo di detenzione giunge alla famiglia insieme all’informazione che il sottotenente, essendo un ufficiale, non poteva svolgere lavori, così come previsto dall’articolo 27 della convenzione di Ginevra del 27 luglio 1929. Conseguentemente incontrava difficoltà per integrare l’alimentazione standard stabilita dai Tedeschi e per meglio gestire il vestiario avuto in dotazione.

Il padre del sottotenente, Scalisi Salvatore, era stato istruttore di cavalleria nella celebre scuola di Pinerolo, nei pressi di Torino. Durante la prima guerra mondiale come cavalleggero partecipò alla lunga guerra di trincea contro gli Austriaci.
Suo generale era il conte Paolo Rignon. Durante uno dei tanti attacchi contro le truppe austriache il generale Rignon fu colpito da un tiro di mitraglia. Scalisi Salvatore e un altro randazzese lo sollevarono e lo portarono a braccia dietro la linea di combattimento.
Non appena guarito il generale volle sapere chi gli aveva salvato la vita. In segno di gratitudine propose ai due randazzesi di restare a Torino e offrì loro delle azioni del canale Cavour.
I due ringraziarono per la riconoscenza e per la generosità loro dimostrata dal conte, ma preferirono rientrare a Randazzo dove i loro padri li attendevano per avere aiuto nell’ attività agricola.

Nel 1943 la Sicilia era occupata dagli Anglo Americani mentre il resto dell’Italia era sotto il controllo delle truppe tedesche. Scalisi Salvatore riuscì comunque a mettersi in contatto col conte Paolo Rignon. Da Torino egli trovò il modo per far pervenire a suo figlio Giuseppe  rinchiuso nel campo di detenzione, pacchi viveri e di vestiario.

Il 29 luglio   1945, liberato dagli  Inglesi, il sottotenente rientra in Italia e si presenta al centro alloggi di Verona.
Il centro alloggi, per la precisione, si trovava a Pescantina, poco fuori Verona nella direzione della strada che porta nel Brennero. Da lì arrivavano i prigionieri detenuti nei campi di concentramento nazisti, man mano che venivano liberati. Il centro, organizzato da volontari e volontarie che vi prestavano la loro opera, chiamati dagli stessi reduci “angeli di Pescantina”, costituiva il primo centro in cui i reduci trovavano cure, assistenza e conforto.
In un secondo tempo prestarono assistenza anche la Croce Rossa Italiana e la Pontificia Opera di Assistenza.

Il 12 agosto 1945:Giuseppe Scalisi si presentata al Distretto militare di Catania ed è inviato in licenza di rimpatrio di gg. 90.

Il 15 gennaio 1946 è riammesso in servizio e destinato alla scuola di artiglieria di Bracciano.

 

Palermo: Giuseppe Scalisi e Antonio Fisauli

Il 30 luglio   1946 è trasferito al 22° Reggimento della Divisione sicurezza interna “Aosta” a Palermo.

Il 31 agosto 1946 è trasferito al 6° Reggimento di fanteria della neo costituita brigata di fanteria “Aosta”.

Il 2 ottobre 1946 è comandato a prestare servizio presso la commissione recupero materiali delle FF.AA. per l’impiego bellico d’arma.

Il 15 aprile 1947 è trasferito al Gruppo di artiglieria “Aosta”.

Il 19 maggio 1947 muore a Pantelleria a causa dello scoppio del deposito ordigni bellici recuperati.

Furono formulate varie ipotesi tese a capire chi o cosa avesse provocato quello scoppio, ma nessuna di esse apparve del tutto convincente.

   a cura di    Mario Scalisi  che saluta tutti gli amici avendo Randazzo sempre nel cuore.

Antonio Mursia: “Una breve nota sui due conventi cappuccini di Randazzo (1544-1650)”

Una_breve_nota_sui_due_conventi_cappucci

Chiesa di San Bartolomeo

 

     

  Di questa chiesa in stile barocco è sconosciuta la data di costruzione. E’ l’unico edificio rimasto di tutto il complesso monastico delle suore di clausura, distrutto dai bombardamenti alleati e da un’ incendio nel 1943.
Fu ricostruita ed ampliata nell’anno 1616, come descrive una lapide sulla porta di levante.
Nel 1844, la chiesa venne ulteriormente rinnovata ed abbellita nel suo interno con stucchi e dorature, tanto da farla ritenere una delle più belle chiese della città.
La chiesa, inoltre, era adorna di quadri, paramenti e suppellettili di pregevole valore artistico, parte dei quali sono ancora conservati nella chiesa di San Martino.
   

 

Chiesa di San Bartolomeo – Randazzo

 

CENNI STORICI SUL MONASTERO

     Era uno dei tre Monasteri di Benedettine presenti a Randazzo. Si ergeva imponente, per la sua posizione sul colle di San Pietro, a pochi metri da detta piazza.
Sappiamo che il nome gli deriva da una chiesetta dedicata al Santo, che esisteva nell’ambito del Monastero; e che fu in seguito diroccata per costruirvi quella attuale.
La notizia più antica e certa riguardante questo monastero, risale al 1575, quando essendo scoppiato il terribile morbo della pestilenza nella città , ed essendone infettato il quartiere di Santa Maria, le monache dell’altro monastero benedettino di San Giorgio, si trasferirono in questo per sfuggire al contagio, rimanendovi fino al 1580; anno in cui l’epidemia cessa.
Nel 1746, l’Arcivescovo di Messina Mons. Moncada, giunge a Randazzo per la consacrazione della Chiesa di San Martino, iniziando le funzioni proprio nella chiesa di questo monastero.
 
 

 

Martirio di San Bartolomeo Apostolo. Chiesa di San Martino – Randazzo


    Nel 1866, a seguito delle leggi eversive sulle corporazioni religiose, anche questo monastero fu soppresso.
Le 18 monache che ancora vi abitavano, ebbero concesso il permesso di rimanervi ad abitare vita natural durante.
Il monastero venne distrutto dalle bombe e da un incendio nel 1943.
Unica a salvarsi fu la Chiesa.
 Una lapide in arenaria posta sulla porta di levante ci fa sapere che essa fu ricostruita ed ampliata nel 1616
su progetto dell’Arch. Francesco Rubino: “ Ars et labor – Francisci Rubini – 1616 “.
Sul Prospetto principale si apre un portale in pietra lavica (1637) di stile classico, delimitato da colonne ioniche poggianti su plinti di media grandezza.
Nel 1844 la chiesa fu ingrandita ed abbellita all’interno con stucchi e dorature.
Negli anni settanta fu sede della Associazione “Amici degli Artisti” fondata da Paolino Lazzaro.
 
  a cura di Lucio Rubbino  

Sciascia Leonardo

                                                 

                                                           Guar­da­re e (ri) sco­pri­re la Si­ci­lia at­tra­ver­so gli scat­ti di Federico De Ro­ber­to

         

  É a Ran­daz­zo, se­con­do Leonardo Scia­scia, che lo scrit­to­re emer­ge come fo­to­gra­fo.
Qui co­glie la pro­spet­ti­va del­le vie «che de­li­nea­no que­sto pae­se nel­l’al­tu­ra», come nel­lo scat­to del­le case di via Fur­na­ri, la Vol­ta di via de­gli Uf­fi­zi o la Por­ta Ara­go­ne­se.
         Tra i se­mi­na­ri or­ga­niz­za­ti per la de­ci­ma edi­zio­ne del Med Pho­to Fest 2018, Ro­sal­ba Gal­va­gno, do­cen­te di cri­ti­ca let­te­ra­ria e let­te­ra­tu­re com­pa­ra­te pres­so il Di­par­ti­men­to di Scien­ze Uma­ni­sti­che, ha ri­co­strui­to un iti­ne­ra­rio in Si­ci­lia at­tra­ver­so lo sguar­do di Fe­de­ri­co De Ro­ber­to, nel­le ve­sti non solo di scrit­to­re ma an­che di fo­to­gra­fo, come te­sti­mo­nia­no gli scat­ti pre­sen­ti nel­la gui­da del­la cit­tà di Ran­daz­zo e la Val­le del­l’Al­can­ta­ra pub­bli­ca­ta nel 1909.

 

1964-Sciascia a Randazzo. foto Ferdinando Scianna.

               
                                   Lo scrit­to­re si  av­vi­ci­na alla fo­to­gra­fia  al­l’in­cir­ca al­l’e­tà di ven­t’an­ni  con una «tec­ni­ca che tra­sfor­ma­va in con­ti­nua­zio­ne la­stre ed obiet­ti­vi».

A cau­sa del­la guer­ra e del bom­bar­da­men­to che di­strus­se il pa­laz­zo pre­sen­te tra la via Et­nea e la via San­t’Eu­plio, di­mo­ra ca­ta­ne­se del­lo scrit­to­re, nes­sun ori­gi­na­le è giun­to a noi. Quel che però emer­ge dal­le po­che im­ma­gi­ni è che «po­ne­va at­ten­zio­ne per rea­liz­za­re ser­vi­zi fo­to­gra­fi­ci per­fet­ti».
Nel­l’ar­ti­co­lo “San Sil­ve­stro da Troi­na” pub­bli­ca­to nel­l’a­go­sto del 1908 su “Let­tu­ra”, men­si­le il­lu­stra­to del Cor­rie­re del­la Sera, De Ro­berto «ri­vi­ve con le pa­ro­le quel­lo che si tro­va nel­le im­ma­gi­ni»: l’e­ven­to del­la pro­ces­sio­ne, un tema ama­to, pre­sen­te an­che in “Ran­daz­zo” e ne “I Vi­ce­ré”, che rien­tra nei ser­vi­zi di cro­na­ca mon­da­na di cui si era oc­cu­pa­to da fo­to­re­por­ter.
       Dal­le let­te­re in­via­te a Cor­ra­do Ric­ci emer­ge il suo in­te­res­se per la Si­ci­lia e i suoi luo­ghi, dal­le cit­tà ai ca­stel­li et­nei, alle iso­le Eo­lie che de­fi­ni­sce «iso­le di Dio».
Un’at­ti­vi­tà che uni­sce ri­pro­du­zio­ne fo­to­gra­fi­ca e re­to­ri­ca, in cui il let­to­re vie­ne gui­da­to at­tra­ver­so uno sguar­do sto­ri­co, este­ti­co e poe­ti­co. De Ro­ber­to fo­to­gra­fa pa­laz­zi, bal­co­ni, co­glie il sen­so del­la con­no­ta­zio­ne fi­si­ca dei luo­ghi, og­get­ti su cui si do­cu­men­ta ac­cu­ra­ta­men­te pri­ma de­gli scat­ti.
É a Ran­daz­zo, se­con­do Scia­scia, che De Ro­ber­to emer­ge come fo­to­gra­fo.
Qui co­glie la pro­spet­ti­va del­le vie «che de­li­nea­no que­sto pae­se nel­l’al­tu­ra», come nel­lo scat­to del­le case di via Fur­na­ri, la Vol­ta di via de­gli Uf­fi­zi o la Por­ta Ara­go­ne­se. Fo­to­gra­fa la Fe­sta del­l’As­sun­ta, il cam­pa­ni­le di San Mar­ti­no, le Bal­ze di San Do­me­ni­co, le fi­ne­stre, come quel­le di via Gra­na­ta­ra, aper­tu­re da cui si af­fac­cia­va­no i so­vra­ni che pas­sa­va­no da Ran­daz­zo, una cit­tà ric­ca di ele­men­ti sto­ri­ci, di cui De Ro­ber­to pro­va a cat­tu­ra­re l’at­mo­sfe­ra sto­ri­ca e me­die­va­le.
Ne emer­ge un iti­ne­ra­rio si­ci­lia­no che ha su­sci­ta­to nel­la mag­gior par­te dei pre­sen­ti la cu­rio­si­tà di vi­si­ta­re, o ri­vi­si­ta­re, la cit­tà di Ran­daz­zo, ma­ga­ri scat­tan­do qual­che fo­to­gra­fia.

 DA­NIE­LA MAR­SA­LA

Ritratto di uno Sciascia inedito e inimmaginabile

 

PIETRANGELO BUTTAFUOCO 

Insegnante alle elementari. Questo è Leonardo Sciascia. A chi cerimoniosamente lo appella “maestro!”, da sornione qual è, risponde: “Ebbene sì; maestro di scuola io sono”.
Diplomato alle magistrali dove insegna Vitaliano Brancati, all’istituto IX Maggio di Caltanissetta – la cittadina siciliana d’entroterra della sua più completa felicità – Sciascia, nato cent’anni fa l’8 gennaio 1921, è il pezzo raro della letteratura europea in ragione della sua unicità: essere davvero un intellettuale e, al contempo, un formidabile artista.
A dispetto dei tanti imbonitori di pistolotti moralistici da festival letterari, Sciascia attraversa il suo tempo accompagnando Sandro Attanasio, l’ispettore di Einaudi che alla guida di una Bianchina furgonata vende libri nei più remoti paesi dell’entroterra di Sicilia.
Anni dopo – portando con sé Gesualdo Bufalino – accompagnerà anche Gianni Giuffrida e Mario Andreose per Bompiani mentre con Elvira Sellerio, dagli uffici di via Siracusa a Palermo, inventa la stagione in assoluto più entusiasmante dell’editoria.
Donna Elvira è una vera “comandiera”. Con lei Sciascia affina il dovere sociale e civile della letteratura, inventa la collana della Memoria, fabbrica l’immaginario di libertà a uso di un’Italia bisognosa sempre più di verità nel diritto e della razionalità fuori dall’ideologia dominante e si ritrova “eretico” rispetto alle tante chiese.
Litiga, infatti, con Renato Guttuso, titolare del mistero comunista; in tema di terrorismo polemizza con Italo Calvino che è potente idolo della Cultura col C maiuscolo; si butta alle spalle l’esperienza di consigliere comunale del Pci a Palermo, quella di parlamentare radicale al fianco di Marco Pannella e dopo aver votato la lista del Garofano, scrive – ma senza iscriversi al partito – a Bettino Craxi.
Col leader del Psi, inviso a tutte le anime belle, Sciascia consuma il trauma definitivo presso il ceto dei colti e sulla questione dolente della giustizia – col simbolo della bilancia ormai sostituito con quello delle manette – rompe l’andazzo forcaiolo al punto di essere 

Pietrangelo Buttafuoco.

tratteggiato da Giorgio Bocca al pari di un avvocaticchio; con la paglietta e l’abito bianco dei Don.
Bocca che riteneva l’Inferno un vasto Sud abitato da diavoli raccontava dunque l’autore de Il Giorno della civetta vestito al modo di una macchietta. E lo vedeva perfino “immerso nei ragionamenti mafiosi”. Antonio Di Grado, già presidente della Fondazione Sciascia, non ha mai dimenticato questo inciampo di Bocca, ma gli è che la Buonanima nei suoi viaggi in Italia cercava solo ciò che voleva trovare, al punto d’inventarsi – in un rigurgito razzista – uno Sciascia con la coppola.
È quello che sul Corriere della Sera pubblica il fondamentale editoriale dal titolo “I Professionisti dell’Antimafia” e la milizia di Leoluca Orlando, il comitato antimafia, sfregia ponendolo addirittura “ai margini della società civile”.
A proposito di coppole, di zii di Sicilia – e d’incontri pericolosi – sembra un racconto di Sciascia l’incontro del Maestro di Regalpetra con Marcello dell’Utri, nientemeno.
In un pomeriggio del 1983 a Milano, il non ancora senatore di Forza Italia si aggira tra gli scaffali quando il proprietario, coccolandolo come merita un cliente spendaccione, gli dice: “Di là c’è Sciascia, lo vuole conoscere?”. Imbarazzato, Dell’Utri dice sì “ma” – si premura ad aggiungere – “non voglio disturbarlo”.
Il libraio fa allora le presentazioni, Sciascia è altrettanto imbarazzato nel far un minimo di conversazione con uno sconosciuto, porge timidamente la mano ma il libraio, molesto assai, dice al maestro: “Questo signore è il dottor Dell’Utri, il braccio destro del dottor Berlusconi…”.
Con un’espressione muta che il palermitano Dell’Utri decifra benissimo, Sciascia si sta interrogando – “e cu è?” – mentre il libraio, inesorabile, continua: “Quello di Canale5!”.
L’illustre letterato in un sussulto rimedia alla gaffe: “Certo, certo, la guardiamo questa televisione”. Il libraio, soddisfatto di avere trovato almeno quest’appiglio prende la copia di Cruciverba, un libro edito dalla Einaudi, e lo porge a Sciascia chiedendogli una dedica per il dottor Dell’Utri. “E cosa scrivo?” domanda lo scrittore facendo una faccia sconfortata ed è lo stesso Dell’Utri a soccorrerlo in quel frangente: “Manco mi conosce, non si può sbilanciare; scriva ‘cordialmente, senza cordialità’; e così non sbaglia”.
La battuta piace così tanto a Sciascia da fargli accendere la parlantina e allo sconosciuto avventore incontrato in libreria racconta di quando, nel 1958, da giovane maestro alle elementari – pur distaccato a Roma al ministero, corrispondente da Caltanissetta per L’Europeo – è incaricato di intervistare Genco Russo, il capo della mafia.
Sciascia si adopera con l’avvocato di Genco Russo per organizzare l’incontro a Mussomeli e così fare l’intervista. Il servizio va a buon fine ma quando sta per prendere congedo dai due ecco che l’avvocato porge a Sciascia una copia fresca di stampa de Gli zii di Sicilia e gli dice: “Firmaci una dedica allo zio Genco”.
Tutto poteva immaginare, Sciascia, eccetto che ritrovarsi a fare una dedica a Genco Russo. Il dio del genio e dell’improvvisazione però gli viene in aiuto. E così scrive: “Allo zio di Sicilia, questo libro contro tutti gli zii”.
In tema di “sicilianizzazione” – il progressivo degrado di una povera nazione qual è l’Italia – nel Giorno della Civetta, uno tra i suoi libri più famosi, Sciascia introduce una efficace locuzione: la linea della palma, emblema della prossimità desertica che come il mercurio di un termometro segnala l’immobilità sociale.
Preso a prestito e a pretesto di cavoli a merenda, con lo sciascismo fuori luogo rispetto alla sua stessa poetica – tutta di asciuttezza e rigore – perfino Sciascia è diventato un genere orecchiato ora in un tribunale, ora in una redazione o, peggio ancora, nelle chiacchiere da talk.

Tra le botole dei luoghi comuni, quella della Sicilia, è una delle più capienti. A ritrovarla, oggi, la copia con dedica a Genco Russo, se ne farebbe un feticcio del mistero di un’isola affollata di metafore ma affacciandosi dalla finestra di casa in contrada Noce, la residenza di campagna in quel di Racalmuto, Sciascia si conferma nell’agio di chi vive e conosce il mondo.
Padrone di se stesso, degli asparagi selvatici e dello specialissimo genius loci dell’impostura – quella dell’abate Vella raccontato nel suo Consiglio d’Egitto – più di ogni altro posto, lì, lui è Nanà XaXa, così come la traslitterazione in lingua araba impone, svelando quel che il suo volto olivastro e il suo sorriso già annunciano.
Prima dell’avvento dell’Islam, Racalmuto – ovvero Rahal-Maut – neppure esisteva. E lui stesso, presentandosi con la tipica aspirazione delle vocali – che risente del linguaggio saraceno di dodici secoli fa – non sa darsi memoria prima dell’Egira.
Sciascia che viene ben dopo Verga e i suoi vinti – e dopo le lenzuola sporche di morte descritte da Tomasi di Lampedusa – capovolge la disperazione cui si assoggetta la sua terra e adotta la luce e la vita sul lutto. La sua stessa tomba, al cimitero del paese, è abbagliante di chiarore e lumi. Composto nel sepolcro con le mani strette a un crocifisso d’argento reclama con Pascal la possibilità di una scommessa: l’eventualità del Cielo.
La Sicilia spagnolissima che s’invera nella lezione di Giuseppe Antonio Borgese, quella della cupa pasta “cervantina e riberesca”, ovvero la follia onirica del Don Chisciotte di Cervantes e il contrappunto buio nelle pitture di De Ribera, arretra rispetto alla sua scelta di modernità.

Alle tenebre dello Spagnoletto, Sciascia contrappone la luminosa santità delle foto di Ferdinando Scianna che gli consentono di affollare nell’Es la disperante solitudine dei suoi siciliani.
Non c’è libro più erotico di Feste religiose in Sicilia e, dunque, non c’è rave più sensuale della Settimana Santa, con gli scatti di Scianna a confermarlo in un’intensa trama di Eros e sacro. In Morte dell’Inquisitore Sciascia decifra nel sacramento della confessione “una escogitazione, per così dire, boccaccesca”.
Lo stesso celibato dei preti è pura astuzia, assicura invulnerabilità nello sconfinare il mondo della femmina velata, ammantata e addobbata di mantiglie quando svela azioni e intenzioni: “Un modo escogitato da una categoria privilegiata, cioè quella dei preti, per godere di libertà sessuale sul terreno altrui, e nell’atto stesso di censurare una tal libertà nei non privilegiati”.
L’eleganza del lutto estremo – il più potente rito di consacrazione della carne inchiodata – s’avvolge nella brace, tutto sfarzo e fantasticheria, di un desiderio. Gli uomini sono incappucciati. I bambini, pure. E all’hidalgo che se ne va a cavallo del Ronzinante in cerca di Mulini a vento, Sciascia – chiudendo una volta per tutte con Borgese – predilige Giufà, il furbo sciocco di memoria saracena che si tira la porta di casa portandosela sotto braccio al modo di un Magritte assai saputo di cavilli algebrici ancorché limpidi, illogici e umoristici.
Lui, di suo, è un intellettuale i cui occhiali – quelli della letteratura – lo aiutano a decifrare la realtà anche a costo di fraintenderla. Durante i lavori della commissione parlamentare sul terrorismo da deputato si ritrova interrogare Patrizio Peci, il pentito delle Brigate Rosse, e si prepara come se avesse di fronte un testimone del nichilismo travolto dalla miseria, dalla tirannia e dall’ignoranza, con domande tipo “ha letto La Madre, qual è la sua interpretazione di Maksim Gor’kij?”.
Gli altri parlamentari, vicino a lui, sono ammirati del suo candore da Candide. Lui è solo uno che fa sogni in Sicilia – vorrebbe cavarsela con l’optimisme alla Voltaire – ma quelli la sanno lunga e l’avvisano amorevolmente: “Ma che fai, Leonardo? Cosa credi che siano i brigatisti? Tutt’al più avranno letto solo fumetti e giornalini pornografici…”.

E ancora in tema di osé resta da raccontare di quella volta quando a Parigi, nel quartiere a luci rosse di Pigalle, Scianna e Sciascia, inseparabili cercatori di senso, si ritrovano davanti alla locandina di un locale di spogliarelli.
Il fotografo chiede allo scrittore: “Che facciamo, entriamo?”.
“Entriamo” risponde Sciascia.
I due fanno il loro ingresso nel locale deserto. Siedono a un tavolo e subito si palesa davanti a loro una ragazza che sulle note di una musica diffusa da un registratore comincia a spogliarsi.
Scianna guarda furtivamente lo scrittore che, a sua volta, osserva di sottecchi il proprio compagno di disavventura.
Entrambi, imbarazzati, distolgono lo sguardo dalla scena quando finalmente Scianna sussurra a Sciascia: “Che facciamo, usciamo?”.
“Usciamo” borbotta l’altro e quando una volta fuori, camminando per un bel pezzo in silenzio, Sciascia riprende a parlare, dice: “In quel posto, caro amico, l’unica cosa pornografica eravamo noi due”.

 (articolo pubblicato su La Lettura del Corriere della Sera)  Il 3. gennaio 2021

 

Eredità e attualità di un modello di scrittura: Leonardo Sciascia

 phpthumb_generated_thumbnailjpgdi Rosario Atria

Georges Duby, insigne medievista, tra i maggiori rappresentanti della storiografia sociale francese, rassomigliava i documenti storici alle isolette di un arcipelago sopravvissuto alla scomparsa di un continente sommerso che si pretende di raccontare nella sua interezza [1]. Un’immagine che suggerisce una sconfortante visione della storia e della sua parzialità, palesando la strenua difficoltà di istituire fondate relazioni tra gli sparsi frammenti superstiti e di ricostruire una verità incontrovertibile e assoluta. Questione intricata, che pertiene al metodo storico, ma su cui anche la letteratura, ponendosi sul versante dell’impegno civile, ha spesso steso il proprio sguardo: si pensi al Manzoni della Storia della colonna infame.

Il Novecento letterario italiano ci ha lasciato una delle più alte testimonianze di scrittura votata alla demistificazione, sostenuta da una critica aspra e a tutto tondo rivolta ai tanti, troppi quadri, che la storia ufficiale ha tramandato come inequivocabilmente ricomposti: è il modello di Leonardo Sciascia [2]. Un’eredità importante, da custodire; un patrimonio da tener vivo e trasmettere ai più giovani, di cogente attualità nel tempo presente, popolato di idoli mediatici capaci di conquistare orde di followers nel mondo reale e in quello virtuale, costellato di fake news subdolamente serpeggianti e facilmente destinate a diventare virali, non immune dal pericolo sempre incombente di fascismi di ritorno, di derive politiche pronte a riproporsi «sotto le spoglie più innocenti», come già avvertiva Umberto Eco in uno scritto apparso sul finire del XX secolo, non casualmente ripubblicato lo scorso anno [3].

Sciascia, nato a Racalmuto l’8 gennaio 1921, ci lasciava trent’anni or sono, il 20 novembre 1989, congedandosi con un ultimo, lapidario romanzo giallo, Una storia semplice, ma in verità «complicatissima», data alle stampe da Adelphi nel novembre dello stesso anno [4], e con A futura memoria, raccolta di scritti giornalistici, di taglio politico e civile, che avrebbe visto la luce postuma, nel mese di dicembre, presso Bompiani. Con parentesi scettica al titolo annessa; formidabile, finale boutade di un polemista di razza, maestro nel mescidare ironia e invettiva: se la memoria ha un futuro [5].

9788845907296_0_0_626_75In esergo alla sua ultima prova narrativa, l’intellettuale siciliano inserì una frase di Friedrich Dürrenmatt che, con La promessa, aveva sancito il requiem per il romanzo giallo [6]: «Ancora una volta voglio scandagliare scrupolosamente le possibilità che forse ancora restano alla giustizia» [7]. Nell’ultima pagina di Una storia semplice, l’«uomo della Volvo», appena scarcerato, percorre cantando «la strada verso casa»: opera cioè una precisa scelta, la rinuncia consapevole a contribuire all’accertamento della verità. C’è un attimo di esitazione in lui, quando riconosce nel prete, padre Cricco, il «capostazione», o meglio colui che aveva «creduto fosse il capostazione» [8]. Ma, nel gioco degli inganni, l’esitazione è subito vinta dal timore di scontrarsi con i meccanismi di una giustizia incapace di distinguere il reo dall’innocente. Così, in quello che può definirsi il testamento letterario di Sciascia, la verità viene tenuta nascosta, taciuta, come altrove – soggiacendo alle logiche del potere – è stata offuscata, insabbiata, artefatta o imposta, divenendo impostura [9].

Come epigrafe di A futura memoria, campeggia invece una citazione da Georges Bernanos: «Preferisco perdere dei lettori, piuttosto che ingannarli» [10]. Nel libro sono riuniti gli interventi più significativi ma anche più discussi dello scrittore di Racalmuto, apparsi tra il 1979 e il 1988 su varie testate giornalistiche, tra cui principalmente “L’Espresso” e il “Corriere della Sera”: da protagonista navigato del dibattito culturale italiano, abituato ad attirare su di sé ripetute critiche e feroci strali, come nel caso della polemica sui professionisti dell’antimafia, anche attraverso quel rimando teneva a ribadire di aver voluto sempre analizzare con fermezza e lucidità la società contemporanea, urlando la sua verità, senza asservimenti, senza timori; e sperava – ma forse era un’estrema provocazione – che le sue pagine potessero essere lette (meglio, rilette) con «serenità» di giudizio, dopo la sua morte [11].

Non semplici omaggi a Dürrenmatt e Bernanos, gli stralci apposti sulle due ultime opere da un lato forniscono utilissime chiavi di lettura per la fruizione delle stesse, dall’altro – combinati fra loro – sembrano offrirsi come cartine di tornasole per la comprensione dell’intero itinerario sciasciano, un universo di scrittura caratterizzato – come recentemente ha ricordato Paolo Squillacioti [12] – da una commistione di soluzioni ed elementi che tende a scardinare le canoniche partizioni riguardanti forme e generi: così, «i romanzi sono ricchi di elementi saggistici, i saggi hanno spesso un andamento narrativo, ed esistono forme letterarie peculiari difficilmente incasellabili fra i generi tradizionali come le cronachette o le inquisizioni alla maniera di Borges» [13].

27269638d2b0062d9d426bb468d9dd24_w600_h_mw_mh_cs_cx_cyIl pensiero di Borges, un autore che ha influenzato più d’una generazione di intellettuali, da Calvino ad Eco a Tabucchi [14], con la sua concezione della vita e della storia come menzogna e opera contraffatta, viene intercettato e rielaborato da Sciascia, capace di cogliere il senso profondo delle Finzioni e delle Inquisizioni, quella sottile ambiguità di fondo che trasfigura ciascuna pagina in labirinto, ciascuna storia in metafora, aprendo ad una molteplicità di sensi [15]. Come i personaggi di Borges, così anche molti fra i personaggi sciasciani assurgono a simboli: un aspetto che certamente concorre a definire, oggi, trent’anni dopo la sua scomparsa, l’originalità di Sciascia nel panorama letterario italiano e non solo.

Tornando ai grandi temi della verità e della giustizia e all’impegno sin dagli esordi ingaggiato dallo scrittore nel provocare il lettore a pensare, può ben affermarsi che tratto costitutivo del suo intender la letteratura sia stata la vocazione ad inoltrarsi nell’oceano oscuro del taciuto, impugnando le armi della ragione e della polemica per trasporre la scrittura – narrativa, saggistica, pamphlettistica – in pervicace inchiesta e inesausta indagine conoscitiva. «Credo nella ragione umana, e nella libertà e nella giustizia che dalla ragione scaturiscono» [16]: questo il credo laico di Sciascia. Correva l’anno 1956 quando, nelle primissime pagine de Le parrocchie di Regalpetra, esprimeva la propria attestazione di fiducia nel razionalismo, posto a fondamento di ogni società che si presuma equa e libertaria: «Ho tentato di raccontare qualcosa della vita di un paese che amo, e spero di aver dato il senso di quanto lontana sia questa vita dalla libertà e dalla giustizia, cioè dalla ragione» [17].

2570012116139_0_0_0_768_75Sin dagli esordi, è la ragione degli oppressi quella che Sciascia, sulla scorta di quel Paolo Luigi Courier che sapeva assestare colpi di penna come fossero come colpi di spada, mostrò di avere a cuore: «La povera gente di questo paese ha una gran fede nella scrittura, dice – basta un colpo di penna – come dicesse – un colpo di spada – e crede che un colpo vibratile ed esatto della penna basti a ristabilire un diritto, a fugare l’ingiustizia e il sopruso» [18]. Dietro l’identificazione tra penna e arma – come ha rilevato Claude Ambroise – occorre scorgere quel sottile «filo etimologico che alla guerra lega la polemica», frutto di «una convergenza ideologica che fa perno sulla Rivoluzione» scoppiata a Parigi il 14 luglio 1789 [19].

Una data emblematica per Sciascia che, raccontando Regalpetra, osservava: «è come se la meridiana della Matrice segnasse un’ora del 13 luglio 1789». Per aggiungere subito dopo, con palpabile sconforto: «domani passerà sulla meridiana l’ombra della Rivoluzione francese, poi Napoleone il Risorgimento la rivoluzione russa la Resistenza, chissà quando la meridiana segnerà l’ora di oggi, quella che è per tanti altri uomini nel mondo l’ora giusta» [20].

Chissà se oggi segna l’ora giusta, vien da chiedersi, nel villaggio globale dilaniato da diaframmi sociali sempre più evidenti e allarmanti. La possibilità di leggere, interpretare e proporre, a trent’anni dalla morte di Sciascia, la sua opera in chiave attualizzante inestricabilmente si lega al valore assoluto dall’autore attribuito al recupero e alla trasmissione della memoria [21] e risiede, in ultimo, nel significato universalistico e non localistico della sua indagine conoscitiva, assicurato dall’esser ogni opera – alla maniera di Borges, come visto – specchio di qualcos’altro. Non riduttivo esame analitico della realtà siciliana con le sue particolari categorie antropologiche (uominimezz’uominiominicchipigliainculoquaquaraquà), giacché quella realtà è assunta a metafora dell’umanità tutta [22].

d26f2d3a8ff5583681ac68eec63fdc44_xlQuel che, nel Giorno della civetta, era detto del Bel Paese («Forse tutta l’Italia va diventando Sicilia»), registrando finalmente l’avvenuta unificazione nazionale, ma sotto il segno della collusione del malaffare [23], oggi potrebbe applicarsi all’Europa: come se la linea della palma fosse salita sempre più a nord, sancendo anche in questo caso una singolare unificazione, oltre Roma, oltre le Alpi, fino a Berlino, Strasburgo, Bruxelles, nel cuore dell’Europa che comanda, al cui interno si è già generata una nuova questione morale e sociale.

La divaricazione tra i due poli in perenne opposizione dialettica, quello degli oppressi e degli oppressori, che Sciascia – manzonianamente – ha tratteggiato in tante delle sue opere, è una delle piaghe più evidenti dell’oggi ed è destinata sempre più ad infettarsi, determinando ulteriori diseguaglianze e tensioni.

Chissà cosa ne penserebbe Sciascia di quest’epoca senza ideologie! Chissà cosa direbbe del nostro Mediterraneo, tomba a cielo aperto, uno dei molti teatri del mondo su cui quotidianamente si dispiegano drammi umanitari senza precedenti, soluzioni né consolazioni. Opporrebbe la necessità di una rivoluzione, forse. O forse, affermerebbe ancora – come nell’intervista rilasciata a Marcelle Padovani – che «l’unico modo di essere rivoluzionari, è quello di essere un po’ conservatori», protesi cioè, in una fase storica di inarrestabile disgregazione, a conservare il meglio. Di certo, ci spronerebbe ad indagare, a scrutare, a rigettare l’ovvio, a demolire tutto ciò che ci appare pericolosamente artefatto: «Con molta diffidenza, con tanto scetticismo, ma bisogna vedere» [24].

 

 

L. Sciascia, La Sicilia come metafora (1979)

 

 

a cura di Francesco Rubbino

https://it.wikipedia.org/wiki/Leonardo_Sciascia

Padre Mario Camarda

 

 Padre Mario Camarda, Missionario  Oblato di Maria Immacolata

Coloro che si accingono a leggere la biografia di Padre Mario Camarda, non si annoieranno di sicuro, perché saranno attratti da ciò che è riuscito a realizzare,  nel nome della Fede e di come l’ ha intesa nella sua lunghissima e poliedrica esperienza di Missionario OMI.
Mario Camarda nasce a Randazzo il 18-01-1955.
Non conoscerà il padre che viene a mancare quando lui ha solo 10 mesi.
Ultimo di 11 figli, di cui 7 scomparsi prematuramente, in famiglia rimangono, con la mamma, solo 4 fratelli,  dei quali, due maschi, emigrano presto in Belgio, per lavoro,  mentre la sorella segue il marito in Svizzera.
Mario, il ”piccolino di casa” resta  a Randazzo con “ mamma” come la chiama affettuosamente tuttora, a distanza di anni dalla sua mancanza, facendo trapelare il profondo legame che li univa.
La sua infanzia è povera . Frequenta la scuola elementare all’ “edificio scolastico”, come veniva comunemente chiamata, negli anni 60, l’ attuale scuola Don Milani.
La mamma, intanto, per  far proseguire la scuola a Mario, chiede assistenza ad un ente per orfani, l’E.N.A.O.L.I. che gli permette di continuare gli studi presso il collegio salesiano di Randazzo” San Basilio”, con la frequenza della scuola media e del biennio di Ragioneria.

Mario, infatti, pur riuscendo meglio nelle materie letterarie, razionalmente, sceglie gli studi di ragioneria perché  pensa di poter aiutare economicamente la mamma  ed allo stesso tempo starle più vicino, in quanto, all’ epoca, col diploma di ragioneria e perito commerciale si poteva subito lavorare in banca.

 

 

L’ aspetto vocazionale                                             

Invece la sua razionalità lascia  il posto all’ emozione del cuore  che lentamente e  con netta convinzione lo porta alla vocazione sacerdotale.
I primissimi approcci verso la sua vocazione iniziano durante la frequenza scolastica del collegio  salesiano di Randazzo, grazie a Don Mondìo che è il suo catechista ed anche attraverso i missionari salesiani che passano da Randazzo periodicamente,  venendo a parlare in classe delle loro missioni.
Mario, ascoltandoli, inizia a porsi spesso la domanda:- Perché  un domani non potrei essere io al loro posto? 
Quindi comincia a  prendere strada in lui una prima consapevolezza di vocazione  missionaria, piuttosto che di sacerdote diocesano, anche se questa sua   futura scelta l’avrebbe portato lontano dalla mamma, per cui  opta per il Seminario Diocesano.
Quindi, tramite il Parroco di S. Nicola, allora Don Egidio Galati, ha  un colloquio con Don Giuseppe Costanzo, Rettore del Seminario Vescovile di Acireale (futuro  Arcivescovo di Siracusa), che gli consiglia di proseguire i suoi studi di ragioneria fino al diploma.
Mario, quindi, seguendo la sua vocazione, a solo quindici anni  entra in seminario ad Acireale.
Intanto  l’idea di missione sacerdotale si fa sempre più strada in  lui. Infatti   quando , dopo il diploma di ragioniere, nel 1973, gli arriva la lettera per  un’intervista da parte della CASSA DI RISPARMIO di Acireale, Mario la cestina senza esitazione,  perché pensa più fermamente che la vera strada da seguire sia quella sacerdotale .

 


Quindi sempre ad Acireale frequenta un anno di propedeutica, durante il quale studia latino, greco e storia della filosofia per poter poi accedere allo Studio Teologico a Catania.
La sua  convinzione verso la  missione sacerdotale, viene rafforzata ancor di più nel 1974, quando arriva  a Randazzo la MISSIONE POPOLARE da parte dei Missionari Oblati di Maria Immacolata . Mario, viene attratto dal loro modo di svolgere la missione, che lo porta a seguirli, prima in un campeggio  a Fiumara Calabra,  in seguito a Patti ed infine a Marino Laziale, per un’esperienza comunitaria con altri giovani, provenienti da tutta Italia. In questo Centro , questi giovani, vivono  secondo il principio del Vangelo, come gli Apostoli nei primi tempi, mettendo tutto in comune e svolgendo qualsiasi lavoro fosse  necessario, con umiltà e serenità.
Nel frattempo , Mario  frequenta il primo anno di filosofia all’ Università Pontificia Lateranense.   
Alla fine di quest’anno di discernimento nella comunità,  Mario   comprende , chiaramente e in modo definitivo  che la sua vera strada da seguire non è quella del sacerdote diocesano, ma quella di portare la Parola di Dio tra la gente, come Missionario OMI, dando un grande dispiacere  alla mamma, che lo avrebbe voluto vicino a lei.
 Così nel 1975 inizia il Noviziato e il 29 settembre 1976 pronuncia i voti temporanei per un anno, ricevendo subito dopo la veste talare.
Dall’ottobre 1976, nel Seminario degli Oblati, comincia a frequentare il secondo anno di  filosofia ,  tre anni di teologia  e  di seguito due anni di specializzazione in Teologia della Vita Religiosa all’ istituto di spiritualità CLARETIANUM di Roma.
 Nel 1980 pronuncia i voti perpetui,  durante i quali gli viene consegnato il Crocifisso che indossa sempre, perché simbolo della sua Congregazione.
Alla cerimonia dei voti perpetui partecipano i suoi familiari, compresa la mamma, malvolentieri, ormai rassegnata alla decisione di Mario.

Il 20 febbraio 1982 viene ordinato sacerdote a Randazzo, nella Chiesa di S. NICOLA, e a giugno dello stesso anno riceve” l’ obbedienza” dai superiori come missionario in Camerun, in Africa, che raggiunge il 2 ottobre dello stesso anno.

 

 

 L’ esperienza missionaria… La” sua”prima Africa                                                   

Padre Mario  rimane in Camerun per sette anni, definendo questa esperienza bellissima e stimolante , in una stupenda Africa da sogno.
Abita con un altro missionario in una casetta a 1500 metri d’altezza.
I villaggi che deve raggiungere si trovano in basso, nella bellissima ed immensa foresta pluviale equatoriale, con una straordinaria biodiversità di flora e fauna.  
I piccoli villaggi sono sparsi dappertutto  e, per raggiungerli, Padre Mario, con grande e gioioso spirito di sacrificio,  guada fiumi,  attraversa ponti di liane e  quant’ altro.
ll compito di Padre Mario  è quello di portare la parola di DIO concretamente con amore e dedizione, a questa popolazione immersa nella foresta,  aiutando  i malati insieme agli infermieri e alle suore . Si dedicano,  con amore anche ai bambini, fra cui tanti orfani, dando a loro affetto, protezione e quant’altro …
Ma, purtroppo, in queste sette intensi anni di permanenza in Camerun, Padre Mario viene colpito da varie malattie: prima dalla malaria, poi dalla malattia del sonno provocata dalla mosca tse-tse, che riesce a curare all’ospedale della Missione.
La più pesante, la tubercolosi, lo costringe, nel settembre 1989,  
a rientrare in Italia per curarsi. Una volta guarito viene inviato, nel 1990 “in missione” a Messinacome parroco della Parrocchia di S.Caterina, tenuta dagli Oblati dal 1980, dove vi rimane per 8 anni.
Gli Oblati lasciano la Parrocchia di Messina il 1° Settembre 1998 . Così Padre Mario raggiunge la Francia, esattamente Aix-en-Provence, vicino a Marsiglia, dove rimane per circa tre mesi per un ritiro spirituale.    

 

                                                                                      

La”  sua” seconda Africa
Il suo secondo ritorno in Africa risale  al 21 gennaio 1999, periodo in cui riparte, a 44 anni,  per il Senegal, dove rimane  otto anni per continuare la sua  opera missionaria.
Il Senegal, però non è il Camerun, sia per il clima che per la flora e fauna.  In Senegal, il clima  è tropicale, molto secco, con rare piogge.
Nella zona interna, dove si trova ad operare, la terra è arida, spoglia di vegetazione, a parte tanti baobab…
Quindi, in Senegal quel” mal  d’Africa” che l’ aveva spinto a ritornare, si  attenua ,  anche se l’esperienza con la gente del luogo ,  P. Mario la definisce entusiasmante.
Nel 2006 Padre Mario  rientra in Italia dall’ Africa per celebrare con un ANNO SABBATICO i suoi 25 anni di sacerdozio.
Trascorso l’anno in Molise, il 7 luglio 2007 muore la mamma ed egli viene giù a Randazzo per il funerale, al quale hanno partecipato anche i fratelli del Belgio e la sorella che ormai vive a Randazzo dal 1990.
Nel settembre di quello stesso anno una nuova esperienza l’attende: riceve l’obbedienza per LOURDES, dove rimane fino al 2009, come confessore dei tantissimi pellegrini, in grande parte italiani, che raggiungono Lourdes, soprattutto nel 2008, in ricorrenza del 150 anniversario dell’ apparizione della Madonna .

 

 

 

Il ritorno definitivo in Italia                                 

Nell’agosto 2009 lascia Lourdes per rientrare in Italia, ad ONE’ DI FONTE (in provincia di Treviso).
La comunità viene chiusa  nel 2012, dopo oltre sessant’anni …
Di seguito viene inviato in Molise, al Convento di Ripalimosani (in provincia di Campobasso), anche questa comunità in chiusura . In questa sede rimane insieme ad un altro confratello per svolgere delle piccole Missioni Parrocchiali nel territorio molisano-campano… una bellissima esperienza missionaria,  che gli dà  molte e ricche soddisfazioni.
L’anno dopo, viene inviato a Napoli, dove ha avuto dai superiori l’”obbedienza”,, con l’ intenzione di chiudere la comunità, perché vi sono rimasti, nella sede, solo un padre anziano ed ammalato ed un altro  confratello in dialisi da otto anni. 
Padre Mario rimane a Napoli per due anni, dal 2013 al 2015, dove fa  un’ esperienza pastorale bellissima in un quartiere chiamato Pizzofalcone, vicino ai Quartieri spagnoli, appena sopra S. Lucia. 
La cosa che più colpisce Padre Mario, in questo periodo, è vedere il suo confratello soffrire per la dialisi che fa tre volte a settimana, partendo alle 16:00 e tornando alle 22:00,  stremato.
Un giorno, a pranzo, parlando insieme, Padre Raffaele, così si chiama il confratello, gli confessa  che è stato chiamato 21 volte da Pisa per il trapianto, ma il rene non era mai stato compatibile.
A questo punto Padre Mario, con un gesto partito dal profondo del cuore, si propone di donare lui il rene al suo confratello, nella speranza che sia compatibile. Di fatto risulta compatibile, e così, dopo una lunga trafila ed una lunga attesa, finalmente nel mese di agosto 2015 viene comunicata la data del trapianto, che bisognerà fare a Pisa perché P. Raffaele è in lista d’attesa lì ed ha tutta la documentazione all’ospedale di Cisanello, a Pisa. 
Il rene viene trapiantato il 7 ottobre, giorno della Madonna di Pompei, alla quale P. Raffaele era particolarmente legato. 
Nelle pieghe della vicenda, Padre Mario vede, in quella data,  una protezione particolare della Madonna , per cui, in sala operatoria si  sente ancora più unito al confratello. Dopo il trapianto, Padre Mario, a chi gli chiede sull’ argomento, risponde che, durante lo scolasticato, periodo di studio, i suoi formatori  dicevano che bisognava essere sempre pronti  a dare la vita gli uni per gli altri e lui, con molta modestia, in realtà ,  ha donato solo e semplicemente un rene  per poter lenire le sofferenze del suo confratello. 
Cosi con questo gesto ha dato una nuova e normale vita a Padre Raffaele …
Nel novembre 2015,  viene inviato in Sardegna dove il suo ruolo è quello di parroco ed economo della comunità di cui fa parte, e dopo 2 anni è inviato a Pescara, dove si trova attualmente …
La sua vita è ancora un continuo itinere, per portare la Parola di  Dio, là dove glielo chiederanno, secondo i principi della sua congregazione. 


La storia. Religioso dona rene a suo confratello. 

​​I due si conoscono da 40 anni, sono della congregazione degli Oblati di Maria e hanno dovuto attendere il via libera del Tribunale di Pisa prima di potersi sottoporre all’operazione.
Padre Mario Camarda, sacerdote della Congregazione degli Oblati di Maria, ha donato un rene ad un suo confratello missionario, padre Raffaele Grasso.
Non essendo consanguinei, i due religiosi Omi hanno dovuto attendere il parere del Tribunale di Pisa prima di procedere alle analisi mediche e al trapianto, avvenuto il 7 ottobre.
Ne dà notizia oggi il Servizio Informazione Religiosa della Cei, che rivela un antefatto: padre Raffaele già nel 2000 aveva ricevuto un trapianto, poi andato male e attendeva da tempo che il telefono squillasse da Cisanello di Pisa per la nuova operazione.
Dieci anni di dialisi – sottolinea il Sir – sono tanti, indeboliscono, condizionano la vita di ogni giorno. Così padre Mario ha sentito di “doversi fare ancora più fratello”. “Te lo do io il rene!”.
I due si conoscono dal 1975, sono stati compagni di cammino verso il sacerdozio. “Ricordo durante lo scolasticato che ci dicevano: ‘Siete pronti a dare la vita gli uni per gli altri?’ Ecco, io ho dato solo un rene”, riflette padre Mario. “Pensaci, riflettici, pregaci”, gli aveva chiesto padre Raffaele. “Ho deciso di farlo: se si può dare una vita diversa, lenire le sofferenze di padre Raffaele, perché non aiutarlo?”, racconta padre Mario.
 


Non essendo consanguinei, padre Grasso e padre Camarda hanno dovuto attendere il parere del Tribunale di Pisa prima di procedere alle analisi mediche e all’eventuale trapianto.
Solo dopo 9 mesi i giudici si sono espressi positivamente e sono iniziate le prescritte prove di compatibilità anche attraverso il “cross match”: in sostanza, contemporaneamente sono stati monitorati i reni di diversi possibili donatori. Alla fine, quello di padre Mario è risultato il più compatibile. “È una storia condivisa da tutta la Provincia d’Italia e di Spagna e nelle terre di missione”, chiosa padre Mario, che è ancora in ospedale a causa di qualche intoppo nel drenaggio renale.
Adesso padre Raffaele sta compiendo il decorso operatorio in una casa di accoglienza a due passi da Cisanello, dove è sottoposto ai controlli di routine.
È missionario, abituato ad andare di qua e di là, secondo il carisma della congregazione, secondo la proposta del fondatore, Sant’Eugenio de Mazenod. Ora, però, i medici gli hanno consigliato riposo assoluto. Lui lo sa, non vuole affrettare i tempi, i suoi giovani, che guida da anni, pazienteranno un pò. “Adesso devo gestire un dono che è frutto dell’atto d’amore di un confratello”. “Per ora – commenta il Sir – è questa la sua missione”.

Avvenire venerdì 23 ottobre 2015 

Guarda il video di Don Mario Camarda è molto, ma molto significativo. 

 

 

 

   A cura di LIDIA  PETRULLO  

Il Mercato Domenicale a Randazzo – La Storia

              Il Parlamento Nazionale nel 1970 approva la riforma delle attività commerciali.
 L’Assemblea Regionale Siciliana la  recepisce  nel 1972.             

La riforma vietava qualsiasi attività nei giorni di domenica e nelle festività.
Il Mercato Domenicale a Randazzo quindi doveva essere chiuso.

Nella cittadinanza incominciò ad esserci un forte malumore. Il Sindaco di allora – Francesco Rubbino – tentò di ottenere qualche decreto e/o ordinanza sollecitando il governo regionale e la prefettura, anche per una questione di ordine pubblico,  ma tutto fu inutile perché era necessario che l’Assemblea Regionale Siciliana legiferasse in merito.
Furono organizzate da parte dei Sindacati e dei partiti (soprattutto quelli di sinistra PSI, PSIUP, PCI, PRI ed  in seguito tutta la DC) varie manifestazioni anche a Palermo con la partecipazione di numerosi cittadini. Per ben due volte quattro  pullman strapieni di manifestanti si recarono a Palermo per sollecitare i vari gruppi politici a presentare ed ad approvare un progetto di legge che garantisse lo svolgimento del Mercato Domenicale. 
C’è da dire che da parte dell’Associazione dei Commercianti vi fu una forte pressione a che si rispettasse la legge. Infatti da molto tempo i Commercianti volevano la chiusura o lo spostamento del Mercato ad un altro giorno della settimana in quanto vedevano lesi i propri interessi. 
In Città vi era una vera e propria ribellione molti, anche per interessi politici/sindacali soffiavano sul fuoco.
I giorni passavano e per due domeniche il Sindaco fu autorizzato dal Prefetto, per pericolo di ordine pubblico,  a consentire lo svolgimento del Mercato Domenicale.
Il Pretore subito se ne lavò le mani dicendo “fate che poi Io vi giudicherò”. 
Intanto a Palermo tutti i gruppi dell‘Arco Costituzionale, come si diceva una volta, erano favorevoli alla proposta di modificare la legge, ma vi era un ostacolo: il Presidente della Regione aveva manifestato la volontà di dimettersi e se questa veniva formalizzata in Aula l’attività legislativa doveva essere sospesa fino a quanto si eleggeva il nuovo governo.
Il clima era molto teso, bisognava trovare qualcuno della maggioranza che prima delle dimissioni del Presidente presentasse questo progetto di legge.
Penso che vi rendiate conto che il nostro problema visto da Palermo era ben poca cosa, un fastidio più che altro.
Santino Camarata, allora Vice Sindaco repubblicano, si recò a Mascali per parlare con l’on.le Rosario Cardillo  repubblicano manifestandogli tutta la Sua preoccupazione per quello che succedeva a Randazzo e sollecitandolo ad essere Lui a presentare la proposta di legge.
E così fu.
Prima che il Presidente della Regione formalizzasse in Aula le sue dimissioni, l’on.le Cardillo si alzò e chiese che si potesse discutere e mettere ai voti la Proposta.
Tutti furono d’accordo. 
E così fu che venne approvata  la legge n. 44 del 22 luglio 1972 , ottenuta a furor di popolo, che autorizzava i  Mercati Domenicali in Sicilia,  ove per tradizione si erano svolti. In esecuzione di questa legge, l’Assessore Regionale all’Industria e Commercio, con D.A. n. 558 del 13 settembre 1972 sanciva il diritto all’apertura del Mercato Domenicale nel Comune di Randazzo, di fatto esistente da oltre trentacinque anni.

Randazzo aveva vinto la sua battaglia; l’unica Città in Italia a poter svolgere Attività Commerciale di Domenica sia per i negozianti sia per gli ambulanti.

 

Una piccola considerazione.
Per molti anni si è discusso della possibilità di organizzare meglio il Mercato Domenicale e però niente si è fatto, anzi si è lasciato che crescesse disordinatamente. 
A parole molte proposte: spostarlo in un altro sito anche alla Stazione delle FFSS, farlo salire per il corso Umberto interessando la piazza S. Nicola e piazza Municipio, o lasciarlo lì dov’è con una organizzazione più razionale.
Tutto si può fare basta che ci sia equilibrio e buon senso da parte di tutti.
Una cosa, penso non si possa fare: che questo Sindaco e questa Maggioranza decidano per tutti noi. Il Mercato – nel bene come nel male – è un Patrimonio di tutti i Randazzesi che lo hanno voluto e hanno lottato per ottenerlo là dove si trova. Quindi, prima di prendere decisioni avventate, è necessario un dibattito tra le forze politiche/sindacali coinvolgendo le Associazioni di categorie e i Cittadini che hanno a cuore questi problemi. 
Al Sindaco, politicamente e moralmente, spetta soltanto quello di capire quello che la Città vuole e farsi carico di realizzarlo. 
Francesco Rubbino .

Dissesto Finanziario

 

                                     BREVE ARTICOLO SUL DISSESTO FINANZIARIO DEL COMUNE DI RANDAZZO

   

                  Per tentare di comprendere il significato di pre dissesto o piano di riequilibro finanziario e il dissesto finanziario vero e proprio occorre fare riferimento alle Leggi che disciplinano il dissesto dei Comuni ed agli atti amministrativi che hanno preceduto il dissesto, che lo hanno dichiarato e che riguardano la sua gestione.
Abbiamo cercato di capire questa problematica, sulla base della documentazione in nostra possesso tutta desumibile da qualsiasi data base giuridico aggiornato e dal sito istituzionale del Comune di Randazzo.

                                                 LA NORMATIVA

Essa consta degli articoli dal 244 al 269 del Decreto Legislativo n. 267/2000, comunemente noto come Testo Unico degli Enti Locali, e del D.P.R. 24 Agosto 1993 “Regolamento recante norme sul risanamento degli enti locali dissestati”.
Ad essi per oggettività e per economia di tempo e spazio si rimanda integralmente.
In questa sede ci preme rilevare solo due fondamentali articoli il 244 ed il 245 di detto Testo Unico.
Il primo l’art 244 recita:
1. Si ha stato di dissesto se l’Ente non può garantire l’assolvimento delle funzioni e dei servizi indispensabili ovvero esistono nei confronti dell’Ente locale crediti liquidi ed esigibili di terzi cui non si possa fare validamente fronte con le modalità di cui all’art. 193, nonché con le modalità di cui all’art. 194 per le fattispecie ivi previste.
2. Le norme sul risanamento degli enti locali dissestati si applicano solo a province e comuni.
Il secondo l’art. 245 recita “Soggetti della procedura di risanamento sono l’Organo Straordinario di liquidazione e gli Organi Istituzionali dell’Ente ”
– Inoltre, il dissesto degli Enti Locali (Province e Comuni) è disciplinato anche dal DPR 378 del 24 Agosto 1993

                                                                                  GLI ATTI AMMINISTRATIVI

Si premette che si è svolta una breve ricerca mediante la consultazione e la estrazione di Atti pubblicati sul sito on line del Comune o attraverso la consultazione di notizie di stampa relative al predissesto del Comune di Randazzo, la sua rimodulazione ed il suo dissesto finanziario.
– Già da tempo gli Amministratori Comunali si sono trovati in grande difficoltà nel portare in pareggio i capitoli di bilancio, tant’è che nel 2016 l’Amministrazione presieduta dal sindaco Michele Mangione con delibera n. 111 dello 03/11/2016 e successivamente il Consiglio Comunale con delibera consiliare n. 40 del 18/11/2016 approvavano il predissesto ovvero il “Piano di riequilibrio finanziario pluriennale ex art. 243 bis” per fare fronte ad un indebitamento accertato dai Capi Settore di poco superiore agli € 8.000.000,00;
– Successivamente alla sua elezione avvenuta nel giugno 2018, il Sindaco Francesco Sgroi, rimodulava il suddetto predissesto finanziario modificando da dieci a venti anni la durata per poter recuperare i crediti e pagare i debiti;
– Tale rimodulazione veniva effettuata in un più lungo periodo rispetto a quello approvato dalla precedente amministrazione per fare fronte ad una situazione debitoria certificata simile a quella del piano di riequilibrio del novembre 2016;
– Nel 2019, però, la Giunta Municipale, a seguito di relazione e parere rispettivamente del Capo Settore Ragioneria e Tributi e dell’intero Collegio dei Revisori, con delibera n. 84 del 16 maggio 2019 ha dato avvio alla procedura del dissesto finanziario;
– Il 30 Maggio 2019 il Consiglio Comunale di Randazzo, dopo un dibattito di oltre 6 ore, approva a maggioranza (11 voti favorevoli e 5 contrari) la delibera n. 17/2019 e dichiara il DISSESTO FINANZIARIO ai sensi dell’art 244 e segg. del TUEL. Ciò per una previsione di squilibrio finanziario di €. 800.000,00 circa per il 2019 e di €. 620.000,00 circa per il 2020.
– E’ bene sapere che la dichiarazione di dissesto finanziario non comporta solo un sostanziale e reale depauperamento dei crediti vantati dai fornitori di beni e servizi del Comune (ante 31/12/2018), che vedranno ritardato e ridotto quasi con certezza il pagamento di quanto dovuto, ma determina – come chiaramente dettato dall’articolo 248 del Decreto Legislativo 267/2000 Testo Unico degli Enti Locali – varie negative conseguente per la Cittadinanza.
Imposte e tasse comunali all’aliquota massima
Rideterminazione della dotazione organica entro ben precisi e riduttivi parametri (si legga il decreto del Ministero dell’Interno del 18 novembre 2020 che fissa un dipendente per ogni 166 abitanti, quindi il limite per Randazzo dovrà essere di n. 62 dipendenti a fronte di una precedente dotazione organica ben maggiore con conseguente più ampia erogazione dei servizi).
Impossibilità di stabilizzare i 56 precari storici, i quali, qualora non in dissesto, sarebbero potuti essere stabilizzati a totale carico della Regione per n. 24 ore settimanali.
– Tant’è che ai sensi dell’art. 251 del D. Lgs n. 267/2000, nella prima seduta consiliare utile successiva alla dichiarazione del dissesto finanziario, con deliberazione n. 24 del 28.06.2019 vengono modificate le aliquote delle imposte IMU (tassa sulla casa) e TASI (tassa sui servizi).
L’IMU passa da una tassazione pari a 0,9% a 1,06% per le “seconde case”.
– Nella medesima seduta di Consiglio Comunale con la deliberazione n. 25 viene rideterminata l’aliquota dell’addizionale IRPEF, infatti viene modificato l’art. 3 del regolamento imponendo il pagamento dell’imposta anche a coloro che, fino ad allora esenti, percepiscono un reddito inferiore a 7.499,00 €.
– Successivamente alla dichiarazione di dissesto finanziario, il Presidente della Repubblica, con proprio decreto in data 23 agosto 2019, su proposta del Ministero dell’Interno, che ha competenza sulla finanza locale, ha nominato tre Commissari Straordinari che faranno parte dell’Organo Straordinario di Liquidazione al fine di estinguere la massa debitoria del comune.
Sono stati designati, quali componenti dell’Organo Straordinario di Liquidazione (OSL) del dissesto il dott. Giuseppe Milano, Funzionario in servizio della Prefettura di Catania, il Dott. Antonino Alberti, Segretario Generale in quiescenza ed il Dott. Andrea Dara, Dottore Commercialista dell’Ordine dei Dottori Commercialisti di Palermo;
– Che detto OSL con delibera n. 1 del 18 settembre 2019 si è regolarmente insediato ed ha eletto a suo Presidente il Dott. Giuseppe Milano;
– In base alla vigente normativa sopra indicata l’OSL deve provvedere a definire entro cinque anni dall’approvazione dell’ipotesi di bilancio riequilibrato (avvenuta con delibera consiliare n. 42 del 20/12/2019) il dissesto.

Ciò avviene tramite la rilevazione della massa passiva (la somma totale dei debiti) e la costituzione della massa attiva (cioè l’approntamento finanziario con cui pagare i debiti sorti prima del 31/12/2018).
La massa attiva è sostanzialmente costituita dai crediti (denominati residui attivi) del Comune maturati anche essi prima del 31/12/2018. Al fine del recupero delle somme per il pagamento dei debiti l’OSL può adottare anche azioni forzose nei confronti dei cittadini e in caso di necessità può essere irrobustita aggredendo i beni comunali mediante l’alienazione degli immobili e/o mediante un mutuo finanziato dallo Stato.
– Ove le somme recuperate non soddisfino il debito complessivo del dissesto finanziario, può succedere che il Comune possa rientrare in un ulteriormente dissesto finanziario.
Quindi, l’ammontare dei debiti che l’OSL non riuscirà a recuperare ed a liquidare, sarà interamente pagato dai Cittadini Randazzesi e non, come si fa intendere, dallo Stato.
– Sulla base degli atti amministrativi reperibili sul sito istituzionale on line del Comune Sezione “Atti amministrativi” sottosezione “Delibere Organo Straordinario di Liquidazione” e sottosezione “Verbali Organo straordinario di Liquidazione”, in particolare la delibera n. 11/2021 ed il verbale n. 5/2021 emerge che il totale dei debiti rispetto al piano di riequilibrio rimodulato nell’Ottobre 2018 si è raddoppiato (circa € 16.077.000,00) mentre la massa attiva ad oggi appare ammontare a circa € 45.000,00. Successivamente si entrerà nello specifico della “Massa Attiva” e Massa Passiva”.
Con quanto sopra scritto si intende solo, per quel poco che si può fare, contribuire ad informare e/o confrontarsi su importanti e gravi problematiche della Nostra Comunità con serenità e pacatezza.

Chiunque voglia argomentare e/o portare contributi su questa tema può farlo attraverso WhatsApp o scrivendo a: francescorubbino@gmail.com

a cura di Lucio Rubbino  .

La Rivolta di Randazzo – 25 luglio 1920

                                                   

                         Il 25 luglio del 1920, preceduto da una serie di proteste,  anche da parte di molte donne, vi fu una grande dimostrazione di Cittadini (oltre 700) contro il Commissario Prefettizio Rocco Scriva, a causa della mancanza del pane e da una iniqua distribuzione della farina.
I dimostranti assaltarono il Municipio e dopo che furono stati costretti ad uscire si accalcarono dietro le due porte d’uscita.
I carabinieri , forse impauriti da tutta questa gente, incominciarono a sparare sulla folla.
Il risultato fu che vi furono sette morti:
 – i contadini Vincenzo Calcagno, Francesco Paolo Magro, Giuseppe Sorbello,
 – il pastore Giuseppe Giglio,
 – il calzolaio Luigi Celona,
 – il falegname Benedetto La Piana,
 – lo scalpellino Gaetano Mangione 
e sedici feriti di cui quattro dell’Arma.

Il 27 luglio del 1920 la Camera del Lavoro di Catania delibera uno sciopero generale in seguito ai fatti di Randazzo.

Lo sciopero proclamato dalla Camera del Lavoro venne subito avversato dai ceti medio-alti tramite i giornali. 

Dopo lo sciopero, il 28 Luglio, a piazza Manganelli le guardie regie nascostesi fuori dal teatro San Giorgio caricarono la folla all’uscita di un comizio tenuto da Maria Giudice nello stesso teatro, facendo tre morti e trenta feriti. 

Nei giorni successivi, nel commentare i fatti accaduti, gli industriali e i commercianti della provincia auspicavano l’istituzione di guardie speciali di controllo: i tempi del fascismo erano maturi.

 

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La rivolta di Randazzo: da pag 34 a pag 38

                                                                          —————————————————————–

 

                                       QUELLA TERRIBILE DOMENICA DI TANTI ANNI FA…

I DRAMMATICI FATTI DEL 25 LUGLIO 1920 A RANDAZZO

di  Giuseppe Portale 

Giuseppe Portale

                Storia si ripete. “Corsi e ricorsi storici”, diceva il famoso filosofo italiano Giambattista Vico (1668 – 1744), come molti ricorderanno avendolo certamente studiato sui libri di scuola.
Ed infatti è così.
Dalle cronache di questi giorni – che si stanno giustamente occupando e preoccupando della pandemia da Covid ’19 – apprendiamo che, scontenti delle varie misure, e conseguenti chiusure, programmate dai vari governi nazionali per cercare di fermare l’espandersi del Coronavirus, molti imprenditori, lavoratori, studenti e semplici cittadini, hanno dato e stanno dando vita a sempre più numerose azioni di protesta, con relativi disordini, in quasi tutte le piazze delle principali città italiane e straniere.
È proprio così. Collegati alle varie epidemie e pandemie, la Storia ci insegna che vi sono sempre stati malumori, tumulti, disordini sociali e chi più ne ha più ne metta.
Chi non ricorda, infatti, i tumulti che vi furono a Milano, ed un po’ in tutta la Lombardia, nel mese di novembre del 1628, con gli assalti ai forni, magistralmente descritti da Alessandro Manzoni nel suo “I Promessi Sposi”?
O chi non ricorda quanto accaduto, nel secolo appena scorso, proprio cento anni fa, a seguito dell’epidemia di “Spagnola” che tanti lutti portò non solo in Italia ma un po’ in tutta Europa e nel mondo intero?
Una delle tante sommosse che si ebbero allora in tutta Italia e, di conseguenza, anche in Sicilia, si verificò pure nella nostra città di Randazzo nella giornata di domenica 25 luglio 1920.
Al già pesante prezzo di vite umane pagato a causa di una prima epidemia di colera verificatasi nel 1897, e di una seconda nell’agosto del 1911 durante la quale si contarono ben 102 vittime, ben presto si aggiunsero anche quelli della Prima Guerra Mondiale (1915-18) e – come si accennava prima – dell’epidemia di febbre “Spagnola” che funestò l’intera Europa, ed ovviamente anche la nostra Randazzo,  dal 1918 a tutto il 1921, facendo sentire ancora i propri terribili strascichi sino a quasi l’inizio della Seconda Guerra Mondiale.
Proprio in quel periodo fra i due conflitti mondiali, Randazzo ebbe a sopportare uno dei più gravi momenti di collasso economico per il fatto che la sua agricoltura toccò livelli così bassi fino ad allora mai conosciuti: la città, infatti, in quei lunghissimi anni, risultò popolata unicamente da donne, vecchi, infermi e bambini.
E come se la guerra e l’epidemia di “Spagnola” non fossero bastate, il 25 luglio 1920, domenica, a seguito di tutta una serie di manifestazioni contro il carovita e per la mancanza di viveri, si verificarono nella nostra città diversi tafferugli tra la popolazione e le forze dell’ordine, durante i quali ben nove randazzesi persero la vita e molti altri rimasero feriti.
I motivi di tali manifestazioni popolari trovava la sua ragion d’essere nelle delusioni post-belliche della Prima Guerra Mondiale, nelle giuste lotte socialiste e rivendicazioni sindacali, e purtroppo nell’azione governativa di allora tendente già ad ammassare grano e nella penuria di generi di prima necessità.
A questo quadro generale si aggiunse per Randazzo la prossimità della battaglia elettorale tra Popolari e Socialisti per la conquista del Comune.
Si capisce, quindi, il tipo di clima che in quei giorni spirava e si respirava in città.
In ultimo, si ricorda che a dirigere la municipalità vi era in quel preciso momento l’inflessibile e – sotto certi aspetti – “terribile” commissario prefettizio Rocco Scriva.
L’incidente cui accennavamo prima ebbe origine nel corso di una riunione che si stava tenendo, in quella calda mattinata domenicale del 25 luglio 1920, al Municipio tra il commissario e una delegazione di cittadini.
La richiesta, peraltro già accettata, consisteva nel mantenere nella nostra città il grano che era stato requisito proprio a Randazzo, dal momento che quello rimasto in mano ai produttori non sarebbe bastato né per i fabbisogni familiari dell’intero anno a venire né per l’ormai prossima semina del successivo periodo autunnale. Richiesta più che legittima la quale – come si accennava prima – sembra fosse stata già accolta ed accettata dal responsabile prefettizio.
A provocare l’incidente, poi, furono alcune donne, particolarmente e comprensibilmente arrabbiate – visto   il delicato e difficile momento che stavano vivendo in quel periodo le famiglie della nostra città – le quali, ad un’infelice battuta da parte di un impiegato comunale presente, fecero letteralmente volare in aria sedie e tavoli degli uffici comunali che venivano letteralmente messi a soqquadro.
Alla forza pubblica intervenuta venne ordinato di allontanare con ogni mezzo la delegazione che, una volta fuori dal Comune, continuò però a protestare.
Sul vero motivo per cui i Regi Carabinieri da lì a poco fecero fuoco sui presenti, attraverso le sbarre del cancello di sinistra del Municipio (quello, per intenderci,  oggi prospiciente al Circolo unione operai e professionisti, ed i cui segni delle pallottole proprio sulle sbarre del cancello sono ancora oggi ben visibili), non si riuscì a fare completa luce.
Fatto sta che sul selciato rimasero privi di vita ben sette persone: i contadini Vincenzo Calcagno, Francesco Paolo Magro e Giuseppe Sorbello, il pastore Giuseppe Giglio, il calzolaio Luigi Celona, il falegname Benedetto La Piana e lo scalpellino Gaetano Mangione; mentre altre quindici rimasero gravemente ferite, due delle quali all’indomani morirono.
Fu così che, per non morire di miseria con le loro famiglie, nove sventurati morirono di piombo. Un’altra grave ingiustizia, nella storia dell’umanità, era stata consumata!

Il successivo mercoledì 28 luglio, a Catania, e più precisamente in Piazza Manganelli, durante una manifestazione organizzata dalla nascente Cgil con la sua Camera del Lavoro, per protestare proprio a causa dell’eccidio che era stato consumato tre giorni prima a Randazzo, si ebbero ancora altri scontri fra le truppe regie in assetto di guerra, i dimostranti ed alcuni provocatori nazionalfascisti che disturbavano il comizio tenuto dai dirigenti socialisti Maria Giudice e Giuseppe Sapienza.
Nei disordini causati soprattutto dai provocatori che, come al solito, cercavano di pescare nel torbido (come sta succedendo ancora oggi) e nelle dure reazioni delle forse dell’ordine che ne seguirono, fra i dimostranti vi furono ancora altri sei morti con circa un’altra quarantina di feriti.
E tutto questo, solo per non morire di fame, loro e le loro famiglie.

Sì. È proprio così: la Storia si ripete come sempre, ancora una volta, anche ai giorni nostri…

Giuseppe Portale

 

 

Angelo Manitta e Salvatore Maugeri ne: ” La Valle dell’Alcàntara – Dalla preistoria all’età contemporanea”   raccontano questo tragico avvenimento così:

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Questi sette Randazzesi uccisi perché reclamavano un giusto diritto non sono morti invano.

Eppure non sono mai ricordati dai nostri storiografi, solo un accenno di padre Luigi Magro a pagina 151 del: “Cenni storici della Città di Randazzo” .

Non una via, una piazza, una lapide per ricordare il loro sacrificio.
 
Sarebbe molto significativo che il 25 luglio del 2021 si potesse inaugurare una lapide nel cortile del Palazzo Municipale
a ricordo di questo tristissimo avvenimento.

                                                                                   ———————————————

a cura di Francesco Rubbino
 

 

Edifici Monumentali CT e Provincia – 1921

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La battaglia di Francavilla di Angelo Manitta a cura di Maristella Dilettoso

FRANCAVILLA DI SICILIA – Pomeriggio culturale a Francavilla di Sicilia con la presentazione di due pubblicazioni: “La Battaglia di Francavilla. La Quadruplice alleanza e la contesa della Sicilia” di Angelo Manitta e “Il consiglio di guerra di Francavilla di Sicilia dai resoconti di George Byng (28 – 29 giugno 1719)”, di Thomas Corbett, a cura di Angelo Manitta

 

Il 22 Agosto 2020  a Francavilla di Sicilia (ME), presso l’area esterna comunale “Il Giardino della Vita”, nel pieno rispetto delle norme e precauzioni anti Covid-19, sono stati presentati il volume di Angelo Manitta, La Battaglia di Francavilla. La Quadruplice alleanza e la contesa della Sicilia (Il Convivio Editore, 2020), e Il consiglio di guerra di Francavilla di Sicilia dai resoconti di George Byng (28 – 29 giugno 1719), di Thomas Corbett, a cura di Angelo Manitta (Il Convivio Editore 2020). L’incontro culturale è stato introdotto dallo storico francavillese Angelo Pirri, in qualità di moderatore, che dopo i saluti istituzionali del sindaco Vincenzo Pulizzi e del vicesindaco Gianfranco D’Aprile, ha ceduto il microfono all’autore, per un’ampia disamina della genesi dell’opera e dei fatti più salienti in essa descritti. A seguire sono intervenuti diversi storici e operatori culturali del territorio alcantarino, come Giuseppe Carmeni, Salvatore Maugeri, Antonino Portaro, Salvatore Rizzeri, Filippo Zullo, evidenziando ciascuno qualche aspetto particolare dei libri e della personalità dell’autore.

I due scritti, sebbene concepiti a tre secoli di distanza, sono strettamente correlati tra loro, in quanto vi si tratteggia uno scontro, sia bellico che diplomatico, tra le maggiori potenze europee agli inizi del XVIII secolo, che ebbe come scenario proprio il territorio di Francavilla, e Angelo Manitta, trattandone, è riuscito a descriverne tutti gli sviluppi, dando vita ad un’opera corposa e approfondita.

La Battaglia di Francavilla (20 giugno 1719), della quale nel 2019 si è commemorato il 300° anniversario, è uno degli scontri più importanti della Guerra di Sicilia (1718-1720).
La ricerca, basata sulle fonti delle varie parti coinvolte, austriache, spagnole, inglesi, piemontesi e francesi, indagando e consultando anche documenti inediti e rari, vuole far luce su un evento che ha deciso il predominio sul Mediterraneo, di cui la cittadina siciliana, ad una nuova lettura delle numerose testimonianze, appare un tassello più importante di quanto si è potuto credere finora.
Attraverso una dettagliata esposizione, si esaminano le cause che hanno spinto la Quadruplice Alleanza a scontrarsi con le forze spagnole proprio a Francavilla di Sicilia, e si ricostruiscono sia la dinamica dei fatti che la tattica militare, nel tentativo di capire le conseguenze e di contestualizzare le successive azioni all’interno del Mediterraneo.

Per quanto riguarda, invece, la seconda opera presentata, questo è il tema: dopo la Battaglia di Francavilla, il 28 e 29 giugno si svolge nell’accampamento, disposto a nord del paese alcantarino, un Consiglio di guerra, cui partecipano i principali protagonisti e alleati dell’armata, tra i quali il generale Florimondo di Mercy, gli ufficiali dell’esercito imperiale e l’ammiraglio George Byng (plenipotenziario nel Mediterraneo per l’Inghilterra), per discutere le modalità di prosecuzione del conflitto contro gli spagnoli.
Esaminati i motivi della sconfitta, vengono prese delle decisioni determinanti per il successivo svolgimento dell’azione militare. Molto probabilmente al consiglio dovette prendere parte anche l’autore del libro, Thomas Corbett, nella sua qualità di segretario personale dell’Ammiraglio Byng, che ne redasse un verbale.
Da qui parte appunto la ricerca di Angelo Manitta, che decide di rendere nota, e pubblicare, parte di tale verbale, riproponendo il testo inglese e la traduzione italiana, con ampi riferimenti ai documenti contemporanei.

      Maristella Dilettoso

(articolo pubblicato su “Il Convivio” n. 82, Luglio-Settembre 2020).

 

 

 Foto di Maristella Dilettoso

Corpo Musicale di Randazzo: Storia, Ricordi e Aneddoti di Carmelo Venezia

Francesco Rubbino

STORIA , RICORDI E ANEDDOTTI DEL CORPO MUSICALE DI RANDAZZO

      Nei diari personali degli anni passati sono state sempre le prime dieci righe le più difficili  da redigere. Forse perché alcuni ricordi sono, più che incancellabili, sublimi.  Poche persone della nostra Città hanno  scritto a sufficienza  per elogiare il nostro  antico  corpo bandistico Musicale di Randazzo.

    Banda Musicale di Randazzo – 1955 al centro  Lilio Narduzzi con il canonico Edoardo Lo Giudice

  Ma, con  parole semplici e chiare, vi parlerò delle mie esperienze e della mia vita , vissuta dal  1948 a gennaio del 1958 nel seno di questa grande scuola che era il corpo Bandistico musicale di Randazzo. Dopo una lunga ricerca personale ho potuto avere dal nostro concittadino signor Vincenzo Rotella delle informazioni molto precise riguardo la creazione di questo corpo musicale, il più antico della provincia di Catania.

Il  22 settembre 1847, dal sindaco di Randazzo, con l’aiuto del canonico Giuseppe Cavallaro amministratore dell’Opera De Quatris, grazie alle leggi e al consenso dell’amministrazione comunale  dell’epoca, fu creato il corpo bandistico cittadino di Randazzo per abbellire e migliorare le feste cittadine.
Il Canonico istituì anche una scuola per l’insegnamento di musica, solfeggio, strumenti ad ancia e ottone, per giovani ed anche per adulti che avevano la passione per la musica. Il costo, a quei tempi, fu di circa di trenta onze, penso in oro. 
Prima di continuare nella ricerca ho voluto fare un piccolo calcolo per potere conoscere il valore di questa antica moneta  la quale, per l’epoca, rappresentava  una grossa cifra ; oggi sicuramente molte migliaia di euro. 
L’onza,  od oncia, era una moneta che ebbe corso in Sicilia nel XVIII°  secolo fino  all’annessione della Sicilia al Regno d’Italia  del 1860 .  Il suo valore corrispondeva a 30 tarì. Nel 1732 fu coniata in argento e in oro nel 1733 dal peso di 4,4 grammi d’oro puro.
Prima del 1800 era stata coniata una doppia onza d’oro di circa 8,8 grammi.  Verso il 1814 fu coniata in argento con un peso di circa 69 grammi.
Dobbiamo essere grati ai tanti finanziatori  di quell’epoca appassionati di questa meravigliosa arte musicale, per la loro grande generosità, perché essi pensavano non solamente all’istruzione,  ma anche al bene in generale della  cittadinanza randazzese .
Dal 1847, anno dell’istituzione  e sino al 1967, l’Amministrazione  Comunale  di Randazzo sostenne le spese  per il salario dei maestri e finanziava anche le spese per la fornitura  e per  eventuali riparazioni  degli  strumenti musicali; metteva anche a disposizione un locale spazioso e gratuito non solamente per il solfeggio, ma anche per l’insegnamento degli strumenti musicali e per le ripetizioni generali.
La sala di musica era quella attuale ; cioè l’antica  chiesetta  sconsacrata di San Giacomo ubicata sempre in questa antica stradina che è la via San Giacomo.  Percorrendola a piedi possiamo ancora ammirare moltissime antiche casette con magnifici archi di porta in pietra lavica  decorati con sculture semplici e date di costruzione.
La banda musicale, allora, era composta esclusivamente da uomini;  tutti i mestieri artigianali vi erano rappresentati.
Le donne non erano ammesse; la mentalità e le usanze dell’epoca erano completamente diverse da oggi. Le donne non avevano la libertà di scelta. Forse per un arcano spirito di protezione? Forse per egoismo maschilistico? La risposta non è facile. Tuttavia anche loro avevano il diritto di amare la musica. 
Come avevo scritto nella precedente pagina , il 22 Settembre del 1847 iniziò la storia del nostro corpo bandistico musicale di Randazzo. Certi documenti ci portano poi al 1891 quando ne fu nominato  presidente  un nostro concittadino, uomo d’aspetto un po’ austero , ma  dotato di una grande intelligenza: era il Signor Francesco Vagliasindi. 
Pur avendo consultato  parecchi documenti, purtroppo non posso indicare quale fosse  la sua attività principale. Forse era un eminente funzionario del comune di Randazzo ? Ignoro.   Il signor Francesco Vagliasindi, grazie alla sua intelligenza ed alla sua perspicacia, capì subito  che bisognava assumere  un vero maestro di musica e così insegnare e trasmettere agli allievi  le appropriate tecniche per una adeguata competenza musicale teorica  e strumentale.

Carmelo Venezia

                               Gruppo di Musicanti – Randazzo 1953.


 Vincenzo Rotella mi ha precisato che i maestri, sin dalla istituzione della banda musicale, cioè dal  1847,  erano di origine catanese e si erano formati al Conservatorio di Napoli, scelti da Carmelo e Mario Bellini fratelli di Vincenzo l’autore della  “Sonnambula”, della “Norma” e de “ I Puritani”.
Alcuni documenti ci conducono immediatamente  al 1891, quando il presidente  Francesco Vagliasindi assunse un nuovo maestro di musica, sempre con l’intenzione di perfezionare e migliorare le capacità dei musicanti. 
Questo documento  ci descrive l’incontro  di queste due persone così recitando :

     “Un bel giorno, un signore di altezza media, con un vestito ben curato, con un bel paio di baffetti su un volto rotondo, scese dal treno proveniente da Catania e si presentò subito al Signor Francesco Vagliasindi  che, da circa un’ora, lo attendeva alla stazione ferroviaria di Randazzo. Questo elegante signore era il maestro Antonino Borzì accompagnato da Orazio Scuderi, virtuoso trombettista e capo banda  del complesso bandistico di Biancavilla.
  Il maestro Borzì, dopo parecchi mesi di intenso lavoro, raggiunse tutto quello che aveva desiderato, cioè i frutti del suo lavoro e del suo insegnamento musicale.  La banda musicale aveva raggiunto il numero straordinario di trentuno musicanti bene addestrati”

Malgrado la distanza che mi separa da Randazzo, ho potuto fare una breve ricerca riguardo la famiglia Borzì.  Un documento di quell’epoca specifica che nel 1878, il consiglio comunale di Catania deliberò un sussidio per solida pensione al figlio di Antonino Borzì per altri due anni e per  fargli completare i suoi studi musicali a Napoli.
Antonino Borzì non fu irriconoscente.  Egli regalò la Messa di Gloria che venne eseguita al Duomo  nella festa di Sant’ Agata il 21 Agosto 1882.  Nel 1886, ancora lui, il maestro , istituì la nuova banda musicale di Catania con la denominazione  di “Bellini”.
Il maestro Borzì rimase a Randazzo probabilmente per parecchi anni, praticando sempre il suo insegnamento musicale per i suoi allievi i quali, riconoscenti, lo ricambiavano eseguendo con molta passione, tecnica e melodia, diversi brani musicali sinfonici e fornendo, nei periodi festivi, allegria ai cittadini randazzesi ed anche ai numerosi forestieri che assistevano ai festeggiamenti  del quindici agosto. 
Come è destino di tutte le cose  belle della nostra esistenza, il maestro Borzì, per sconosciuti motivi, dovette lasciare il corpo musicale e la città di Randazzo.  Pur cercando nei miei documenti, non mi è stato possibile   conoscere la data esatta della sua partenza.
Un documento fotografico del 1872, forse unico, si trova nell’archivio fotografico personale del prof. Nunzio Magro.  Si tratta, di una fotografia su lastra di vetro argentato, metodo fotografico in uso in quell’epoca, ed in esso figurano  i componenti della banda.
Questa copia è ancora visibile  nella  sala di ripetizione  della via San Giacomo.
C’è un’altra antica foto, scattata il 5 Marzo 1899 sotto i portici all’interno del cortile del Convento di San Domenico, nella quale possiamo vedere tutti  i musicanti  della banda, vestiti con un’ elegante divisa e con il loro simpatico cappello a piume.

     5 marzo 1899 – Banda Musicale di Randazzo. Al centro elegantemente vestito il maestro Antonino Borzì.           foto di Vincenzo Rotella.

 

 Possiamo anche ammirare  l’elegantissimo maestro Antonio Borzì e, alla sua destra, forse il suo capo banda.
Mi compiaccio di fornire  una precisazione; questa foto è stata eseguita all’epoca sotto i portici, situati all’interno del cortile dell’antico Convento di San Domenico, oggi in rovina, e al centro del quale si trovava un’antica cisterna la quale serviva come riserva d’acqua per i monaci.  Le loro celle erano situate al disopra di questa struttura. Sfortunatamente  una parte della chiesa e dell’ antica costruzione furono danneggiate dai bombardamenti del luglio e dell’ agosto  del 1943. 
In seguito, intorno al 1959, il resto dell’edificio, che in parte poteva essere salvato e conservato come antica rovina, è stata demolito dalle mani  di uomini poco scrupolosi ed indifferenti verso le testimonianze storiche .
Una informazione  ben precisa mi è stata fornita  una sera del 1952, da un anziano musicante  Signor Santo Santangelo ormai deceduto da molti anni .
Nel secolo scorso molte fotografie sono state scattate all’interno di questo cortile che veniva utilizzato  forse saltuariamente. L’interno della chiesa serviva come sala di ripetizione.
Il motivo  dell’utilizzo del cortile era il fatto che  tutti i giovani allievi, dopo molti mesi di insegnamento  musicale e strumentale, prima di essere ammessi  nel corpo musicale per le sfilate  e concerti, dovevano imparare  a camminare  a passo militare  cioè a passo sinfonico.
Ed era appunto all’interno di questo spazio aperto, che certi anziani insegnavano ai giovani questi movimenti  che, come tutti sappiamo, consistono nel camminare  battendo i piedi a tempo e contemporaneamente. 
Il Signor Santangelo suonava il sax  basso con molta passione ed era fiero del suo strumento sempre intonatissimo.
Un’altra antica fotografia , anni fa, era in possesso del signor  Vincenzino Scandurra e  di suo fratello Pippo, due eccellenti clarinettisti e “duettisti”, che erano stati  allievi del maestro Gerardo Marrone;  essa era esposta all’interno della sua antica segheria situata nel quartiere di San Francesco di Paola.  Un membro della sua famiglia vi era rappresentato: forse suo padre.
Dopo la partenza del maestro Antonino Borzì, un altro talentuoso personaggio gli successe alla direzione  del Corpo Musicale: il maestro Sigismondo Manno nato a Monreale (Palermo).  Questa persona dotata da un notevole ingegno musicale e artistico , ha saputo continuare il lavoro e l’opera del suo predecessore, aiutata nello stesso tempo della collaborazione dei due Capi banda Santo Bruno e Orazio Scuderi.
Il maestro Sigismondo Manno, prima di venire nella città di Randazzo, aveva diretto per qualche periodo diversi complessi bandistici.
 L’idea di questa ricerca mi è venuta per curiosità piuttosto storica  concernente  la sua carriera musicale.
Un  altro documento  che riguarda  la banda musicale della città di Augusta, creata nel 1863, e diretta in quell’epoca dal maestro Monteforte, ci informa che nel 1895 costui lasciò la direzione del complesso e a lui succedette il supplente maestro Sigismondo  Manno nato a Monreale.
Nel 1896 a sua volta quest’ultimo si dimise della sua carica lasciando il posto al  maestro Monteforte.
Successivamente la banda di Augusta fu diretta dal maestro Francesco Farina il quale nel 1899  emigrò in Argentina per cui alla direzione della banda di Augusta succedette ancora il maestro Sigismondo Manno fino al 1906, quando ne riprese la direzione il maestro Farina rientrato dall’Argentina. 
Il maestro Manno diresse anche  il corpo bandistico della città di Calascibetta a seguito di pubblico concorso nel 1891. A lui succedette il maestro Antonino Leto di Castelbuono (Palermo) nel 1903.

 

                                       La Banda di Randazzo – foto avv. Nunzio Zappalà

 

Il maestro Sigismondo Manno prese la direzione della banda musicale di Randazzo probabilmente dopo il 1906; ma questa data non è documentata.  Egli era un uomo di un notevole ingegno  musicale e artistico e continuò efficacemente il lavoro del maestro Borzì sempre con l’aiuto e la collaborazione dei due capi banda Santo Bruno e Orazio Scuderi, virtuoso trombettista, come certi scritti attestano.
Il 28 ottobre 1922 un evento politico venne a sconvolgere l’Italia cambiando le abitudini, i costumi, la situazione politica e le manifestazioni della vita di tutti i cittadini. 
Per essere chiari, è stata la creazione del Partito Fascista. In seguito all’affermarsi di questo movimento politico, la banda fu costretta a cambiare il nome trasformandolo in: Corpo Musicale Fascista e fu anche nominato un nuovo  presidente.
La persona scelta fu un  concittadino dell’antica nobiltà randazzese, il dottore Consalvo Vagliasindi, uomo molto intelligente, appassionato di musica, cortese e,  soprattutto, rigoroso e amante della disciplina. 
Quanto ero ragazzino, vi parlo degli anni 1940-1944, mi ricordo di questo simpatico personaggio di grande statura vestito sempre con molta eleganza e raffinatezza  soprattutto i sabati fascisti con la sua elegante divisa militare in compagnia di altri dignitari.
In quel periodo il Corpo Musicale Fascista tornò veramente di moda, usato e impiegato come propaganda  per moltissimi rituali del regime; ad esempio, le parate militari e soprattutto per festeggiare i sabati fascisti.
 Molti concerti sinfonici erano eseguiti sulle piazze della nostra città di Randazzo.  Molte volte, il sabato fascista, era festeggiato con sfilate e parate militari. 
Non volendo commentare questo triste periodo, desidero spiegare brevemente ai nostri giovani in che cosa consisteva il sabato fascista.   Tutti i giovani di allora che avessero compiuto 18 anni, tutti i sabati, avevano l’obbligo di partecipare alla preparazione militare.   Vestiti con una divisa militare  imparavano  a marciare a passo militare, salutare  militarmente ed acquisire  la conoscenza dell’uso delle armi  da fuoco e da combattimento.
Lo scopo  dei dirigenti politici e dell’esercito era che quando  questi giovani sarebbero stati reclutati, arrivando nel loro luogo di assegnazione, erano già quasi preparati e pronti per essere destinati sui campi di battaglia e d’occupazione. 
Molti giovani musicanti appartenenti alla banda, hanno dovuto fare questo percorso.
Un altro  importante fatto storico avvenne nel luglio del 1929, quando il Podestà (massima autorità municipale) essendo  molto soddisfatto  del lavoro compiuto dal maestro Manno, decise di rinnovargli l’incarico per  altri cinque anni. Ma il maestro non era in un eccellente stato di salute.  Le sue condizioni fisiche si aggravarono sempre di più e, nel 1931, circondato dall’affetto della sua famiglia e di molti cittadini randazzesi, lasciò definitivamente  questo mondo. 
Per un breve periodo il Corpo Musicale Fascista fu diretto dal maestro Sebastiani ; pur avendo effettuato una pur breve ricerca, non ho raccolto notizie precise su questa persona.

               Carmelo Venezia a sinistra.


Dopo il decesso del maestro Manno un altro  grave problema  si doveva risolvere : trovare il suo successore.
Il problema  fu presto risolto.  La persona scelta fu un giovane  di circa 36 anni molto simpatico, diplomato dal  Conservatorio di Napoli  e che fu subito assunto.
Era il maestro Gerardo Marrone, nato nella città di Lanciano il 25 luglio 1895, diplomato  in oboe e corno inglese.  Pare che da giovane abbia fatto parte del Corpo Musicale di Chianciano. 
Con il suo aspetto giovanile, con il suo modo di parlare, e con il suo accento continentale, trovò il modo esatto di conquistare l’affetto, la fiducia e la stima di tutti i musicanti e di molti cittadini randazzesi. 
Un documento del 1931 ci informa che il Podestà, con delibera  immediatamente esecutiva , lo nominò subito  direttore della banda e della scuola del dopo lavoro. Da allora il giovane maestro Marrone trasferì  a Randazzo la sua famiglia.  La moglie era originaria della città di Giarre ; aveva due figli, una femminuccia e un maschietto chiamato Paolo.  Non posso  indicarvi  il loro luogo di nascita, ma posso  affermare  che la loro giovinezza l’hanno trascorsa  nella nostra città di Randazzo.
Il maestro Gerardo Marrone , con il suo grande zelo e con le sue capacità musicali, si impegnò moltissimo nel il suo nuovo lavoro.  All’inizio il suo cambiamento di metodo disorientò un po’ i  musicanti, abituati ad un altro modo di direzione.  Quando questi  si resero conto del valore umano , artistico e musicale del maestro, modificarono il loro comportamento ed i loro atteggiamenti; ed  un particolare trattavano con grande rispetto il giovane maestro che si dimostrò  un eccellente insegnante rispettoso dei  i suoi allievi, ma molto severo nell’ ’insegnamento del solfeggio. 
Dopo il suo arrivo alla direzione della banda, impose un sistema di lavoro molto severo e in certi periodi anche faticoso. 
Le prove si effettuavano a partire delle diciannove e trenta senza limiti di orario finale. Con questo metodo la banda progredì musicalmente e artisticamente con un ritmo più che veloce.

                       Locandina Banda Musicale di Randazzo – 5 maggio 1932.

Nel periodo dei concerti domenicali e festivi la presenza dei cittadini era sempre più numerosa ; costoro, dopo avere ascoltato diversi brani musicali, applaudivano con molta energia e passione il maestro e tutti i componenti del corpo bandistico. 
Desidero aggiungere che, anche sotto la direzione  del Maestro Lilio Narduzzi, quest’orario è stato mantenuto.
I principali periodi delle feste nella città di Randazzo incominciavano sempre a Capodanno, con un grande concerto sinfonico eseguito su una delle piazze scelte dall’autorità municipale:  molte volte all’interno dell’antico chiostro del nostro Municipio.
Seguivano le processioni della Settimana Santa, la festa della Santa Pasqua, dell’Annunziata con la sua grande fiera del bestiame, la festa di San Giovanni Battista nel quartiere di San Martino, sempre con la sua particolare fiera del bestiame  tenuta all’esterno della Porta San Martino nei dintorni dei ruderi dell’antica chiesa oggi nascosta da parecchie nuove costruzioni forse abusive.
Questi due importantissimi avvenimenti duravano circa una settimana attirando moltissimi commercianti forestieri .
La città di Randazzo, in questi periodi, era un centro molto animato e vivace; il commercio locale prosperava e  soprattutto l’artigianato era molto attivo, tornando ai livelli di prima degli eventi bellici del luglio e dell’agosto 1943.

Gli Alleati sfilano davanti alla chiesa di San Martino bombardata. – luglio/agosto 1943.

La stagione lirica terminava sempre  nel  mese di settembre in coincidenza con le feste dell’Immacolata nel quartiere di San Pietro  e  del Signore della Pietà sulla piazzetta dello storico quartiere di San Giuliano.

Nelle precedenti pagine avevo scritto che, dal 1847 fino al 1940, moltissimi avvenimenti si verificarono sotto la  direzione del corpo bandistico.  Essendo io nato nel 1934, il maestro che ho conosciuto nel periodo della mia infanzia è stato il maestro Gerardo Marrone.
Da ragazzino e nei periodi festivi i miei genitori mi accompagnavano per assistere alle animatissime feste ed anche ai concerti serali eseguiti con molto talento dalla banda municipale  diretta dall’infaticabile maestro Marrone.
Mi divertivo vedendolo gesticolare  tenendo nella sua mano destra una bacchetta anche se non capivo i suoi movimenti. 
Il suo fisico era  piuttosto robusto; indossava una elegantissima divisa sicuramente confezionata  da qualche maestro sarto della nostra Città. Non capivo i gesti ed i segni della sua mano sinistra come della mano destra.
Cosa esprimevano questi gesti ora lenti ora veloci ? Per me ragazzino erano gesti appartenenti ad uno strano ed incomprensibile linguaggio. Con il passare degli anni ho capito  l’importanza di questi gesti e movimenti.
Nel 1939  iniziò la seconda e disastrosa guerra mondiale, creando disordine ed un grande disagio economico e sociale in tutte le nostre famiglie. 
Molti musicisti furono arruolati e inviati sui campi di guerra: in Grecia , in Africa, in Russia.
Il corpo musicale subì grandi perdite tra i principali componenti. Molti non sono più ritornati, dispersi o deceduti sui campi di battaglia.  Malgrado questi inconvenienti, il complesso bandistico con la forza e l’impegno del maestro Marrone, continuò a sopravvivere sino al 1943.
Tra  luglio e agosto 1943 la nostra antica città di Randazzo fu bombardata più che duramente dai nostri alleati. L’ottantatré per cento circa delle nostre case e dei nostri antichi monumenti furono distrutti .
L’antica chiesetta sconsacrata della via San Giacomo che era adibita a sala di musica, d’insegnamento e ripetizioni, fu distrutta dalle micidiali bombe privando il corpo musicale del suo luogo di raduno.
In seguito a questi disagi (forse poche persone  ne sono a conoscenza) è stata utilizzata una sala provvisoria all’interno del nostro Municipio pur essendo stato bombardato  anch’esso assieme all’antica chiesa di San Francesco oggi inesistente.
Questa si trovava, dopo l’entrata dal cancello, a sinistra,  a piano terra, prima di accedere alla scala che conduce al primo piano. Un nostro simpatico concittadino, il papà del nostro musicista, artista, trombettista Massimo Greco, conosce bene questo dettaglio, in quanto la sua famiglia, nonni, mamma e papà, erano stati guardiani del palazzo comunale.
Un altro luogo di insegnamento  e ripetizione  è stato l’interno dell’antica chiesa e Convento di San Domenico anche se una parte dell’edificio, cioè le celle e un lato del campanile furono semidistrutte.

Per un breve periodo  ospitò anche la scuola per l’insegnamento dei mestieri, in particolare per la lavorazione del legno cioè ebanisteria e falegnameria.
Ho avuto l’occasione di leggere, in un breve commento scritto forse da un nostro concittadino, che la chiesa di San Martino sarebbe servita provvisoriamente come sala di ripetizione; questo non è possibile in quanto la chiesa era stata bombardata nel luglio del 1943.
Desidero apportare una precisazione; quando ero adolescente, prima delle feste di San Giovanni ed anche in occasione di altri eventi festivi, in certi giorni piovosi, il corpo musicale si metteva al riparo  all’interno della chiesa eseguendo marce sinfoniche ed anche liriche. Tutto questo però avveniva molto di rado.
Vorrei dare una precisa informazione storica ai giovani che non hanno conosciuto e visto l’interno di questa chiesa prima del disastro bellico. Entrando dalla porta centrale ,sulla destra , esisteva un grande antico organo poi distrutto nel periodo dei bombardamenti e mai ricostruito.  La grande porta centrale con le due porte laterali, erano in bronzo con pannelli in rilievo che raffiguravano vari santi e personaggi della liturgia cattolica.  Queste porte richiamano quelle esistenti nel Battistero di Pisa.
Forse, negli archivi della chiesa, esiste qualche documento fotografico di queste opere d’arte oggi distrutte.
Molti anni di lavoro sono occorsi a queste persone per ricomporre il corpo musicale. Molti giovani appassionati di musica  frequentavano i corsi gratuiti in questi luoghi provvisori. 
Per quanto mi riguarda, la persona che mi ha veramente trasmesso la passione per la musica e per il clarino è stato mio padrino di cresima Carmelo Scalisi, clarinettista, fisarmonicista e pianista, che era stato allievo del maestro Gerardo Marrone.
Una sera del 1947 mi presentò al maestro Marrone; dopo un breve colloquio con moltissime domande, egli non esitò ad assumermi nella sua scuola per l’apprendimento del solfeggio e solo l’anno seguente per l’apprendimento del clarinetto in la bemolle chiamato anche sestino a causa delle dita delle mie mani non abbastanza lunghe essendo ancora giovanissimo. 
Le prime lezioni di solfeggio mi erano state impartite nella sua abitazione situata nel quartiere di Santa Maria, all’angolo tra via dei Caggegi e la via G. Marconi.   In seguito i corsi e le prove  si tenevano all’interno della chiesa dell’antico Convento di San Domenico.  Dopo la guerra la ricostruzione fu molto laboriosa e difficilissima per la comunità randazzese. 
Il maestro  Marrone fece molto con le sue capacità ed il suo coraggio ,  ma fu anche aiutato da molti anziani musicanti soprattutto dal capo banda Signor Francesco Di Silvestro e da suo padre Signor Antonino Di Silvestro; preciso che essi erano anche due bravissimi baritoni dotati di un eccezionale cultura musicale,  e furono aiutati da altri musicanti quali Gaetano Lazzaro , Carmelo Scalisi, Pietrino Grasso ed altri, riuscendo a riorganizzare i corsi di musica e d’insegnamento strumentale.

                                                               15 agosto 1960 Banda Musicale di Randazzo e di Catania.


In questo periodo  moltissimi antichi strumenti musicali furono inviati a Messina per una completa revisione. Aggiungo un piccolo dettaglio: il signor Antonino Di Silvestro aveva conosciuto il maestro Manno. Lo troviamo con altri anziani musicanti su un foto dell’otto aprile 1928 dove possiamo riconoscere il signor Salvatore Raciti, clarinettista, il signor Antonino Di Silvestro, il giovane Luciano Samperi con il suo tamburo e piatti ed altre persone come il signor Baieri Carmelo con i suoi piatti, il signor Santangelo, il signor Papotto con il suo bombardino, il signor Salanitri con il suo saxofono soprano.
Persone con molta cultura musicale, oggi passate al mondo dei defunti.
In attesa della fine dei lavori nella nuova sala dei concerti della via San Giacomo, l’antica chiesa di San Domenico serviva ancora come luogo di insegnamento e raduno.
Il metodo d’insegnamento del maestro Marrone era molto impegnativo per noi giovani allievi. Egli teneva moltissimo all’ottima conoscenza del solfeggio; anche ad una rapidissima lettura delle note musicali.  Durante il mio percorso di vita musicale ho avuto moltissimi consigli e lezioni particolari da due clarinettisti, il signor Gaetano Lazzaro bravissimo copista dotato di una bellissima calligrafia musicale e il signor Carmelo Scalisi anche lui insegnante.
Finalmente tra il 1949 ed il  1950 e dopo molti mesi di lavoro edile, la sala della Via San Giacomo fu riaperta. 
Con grande sorpresa dei dirigenti i muri interni, compreso il soffitto, non erano stati isolati; durante le ripetizioni i suoni producevano un eco, creando  disturbo sonoro per l’accordo degli strumenti. 

Ettore Di Stefano

Dopo molte consultazioni e discussioni, il capo banda signor Francesco Di Silvestro ed il maestro apportarono un grande miglioramento acustico facendo collocare un gran telone sotto il soffitto.
Qualche anno dopo la sala fu arricchita di una grande cattedra (palco) in legno che formava un semicerchio con diversi livelli che permettevano di separare gli strumenti ad ance da quelli in ottone e percussione.
 Quest’opera fu eseguita da un nostro concittadino, oggi defunto, signor Salvatore Di Stefano con l’aiuto del giovane  figlio Ettore. La sua falegnameria si trovava in Via Umberto dirimpetto alla chiesa di San Martino.
Nel 1949 il Comune di Giarre decise di ricomporre il suo corpo musicale facendo appello al maestro Gerardo Marrone.
Il bravissimo maestro decise di lasciare la città di Randazzo e la sua banda per andare a dirigere quella di Giarre. Aggiungo una precisazione: tutti i musicanti  della nuova banda della città di Giarre era stipendiati e pagati mensilmente dal Comune. In pochi mesi di lavoro egli fece progredire il complesso bandistico ad un alto livello artistico essendo lui, all’epoca, il migliore e il più rinomato della provincia.
Non volendo abbandonare definitivamente i suoi allievi e la sua banda di Randazzo, ritornava per  brevi periodi circa due volte la settimana. Per qualche anno la banda di Randazzo rimase senza maestro. Con la tenacia e le capacità del capobanda Francesco Di Silvestro, aiutato da suo padre signor Antonino, si riuscì, malgrado gli innumerevoli problemi finanziari, a mantenere il complesso bandistico efficiente.

Cav Pietro Vagliasindi sindaco di Randazzo

Nel 1950 l’amministrazione comunale, col contributo  del sindaco cav. Pietro Vagliasindi, fu creata una nuova commissione . L’affidamento della presidenza fu dato ad una persona che noi tutti abbiamo conosciuto e che troviamo su molte fotografie con il maestro Manno; si tratta del canonico Edoardo Lo Giudice, persona dotata di una grande cultura ecclesiastica e musicale.
Altre tre persone facevano parte della nuova commissione: il notaio Cammarda, il signor Castiglione ed un altro concittadino; perdonatemi se non ricordo il suo cognome. 
Il rev.mo canonico Lo Giudice era nato a Randazzo il 21 febbraio 1888 e morì il 9 gennaio 1977.
Il suo corpo riposa nel cimitero di Randazzo accanto alla tomba di padre Luigi Magro da Randazzo, monaco Cappuccino e grande storico. 
Il nuovo presidente, nei primi mesi del 1951, andò alla ricerca di un nuovo maestro. Dopo una consultazione tra i componenti della nuova commissione, il canonico Lo Giudice decise di chiamare un giovane maestro proveniente dalla provincia di Viterbo. 
La mattina del 13 febbraio 1951 un piccolo gruppo di musicanti si recò  alla stazione della Ferrovia Circumetnea ad attendere il treno proveniente da Catania. Il maestro Lilio Narduzzi scese dal treno un po’ infreddolito; ma, con molto garbo, andò incontro a questo piccolo gruppo composto anche dal signor Vincenzino Trazzera.
Dopo le rituali presentazioni il maestro Narduzzi fu accompagnato in Via Dei Lanza alla dimora del canonico Edoardo Lo Giudice, il quale aveva già fatto preparare  per lui un piccolo alloggio. L’incontro tra i due fu più che caloroso; la stretta di mano fu lunga e calorosa.
Il maestro, che discendeva da una famiglia di musicisti, era nato nella città di Vallerano (Viterbo) il 7 gennaio 1921 e si era diplomato al Conservatorio di Santa Cecilia in Roma in fagotto e composizione musicale.  Nel 1946 diresse la storica banda musicale G. Verdi della città di Corchiano, facendole vivere un grande rinascimento artistico. Lilio Narduzzi aveva anche diretto la banda della città di Orte. Sarebbe stato anche ( ma io non ne ho notizie certe) direttore sostituto della RAI e di Gorizia.
Nella serata del 13 febbraio egli convocò tutti i componenti della banda all’interno  del nuovo luogo di ripetizione della via San Giacomo. Tutti erano presenti; eravamo circa 65, numero molto importante. Il maestro, dopo avere fatto conoscenza di noi tutti e dopo aver accordato i nostri strumenti, ha voluto che provassimo un brano sinfonico. L’esecuzione fu più che soddisfacente, sia per la nostra preparazione musicale, sia per l’eccellente esecuzione. 
Per parecchi mesi le prove serali furono molto intense e laboriose.
Il maestro Narduzzi dirigeva le ripetizioni sempre con molta eleganza gestuale, ricercando sempre la perfezione, l’armonia, con la sua mano sinistra, i coloriti musicali, la sensualità e la sensibilità musicale. Ed era così che preparava il corpo bandistico ai nuovi concerti per la nuova stagione estiva, la quale si presentava molto promettente.
Il nuovo presidente dovette affrontare un altro importantissimo problema; il corpo musicale di Randazzo non possedeva le divise. Con l’aiuto del sindaco che (se non faccio errore) era il cav. Pietro Vagliasindi e, del consiglio municipale di allora, una importante somma (forse cinquecentomila lire) fu stanziata per la confezione di divise, cappelli e accessori. I migliori sarti della nostra Città furono consultati per la scelta e la confezione del modello. Cito semplicemente quattro sartorie:
la sartoria Ferro, situata in via Umberto nelle vicinanze della chiesa di San Martino,
 la sartoria Livello, la sartoria Caggegi e quella dei fratelli Scuderi.
Posso affermarvi che questi artigiani , possiamo anche dire artisti nella loro materia, erano i migliori della città di Randazzo e forse anche della provincia.
Il modello, confezionato con tessuto di lana colore nero, forse fu creato dal signor Ferro, accogliendo anche i suggerimenti dei suoi colleghi.
Tutti gli artigiani sarti di Randazzo  parteciparono alla confezione delle divise. Ogni artigiano confezionava circa sette divise su misura pagate dal Comune. I cappelli furono confezionati, sempre su misura, a Messina. Per il ritiro delle confezioni fummo invitati all’interno della sacrestia della Basilica di Santa Maria, dove il presidente can. Edoardo Lo Giudice consegnava con molto orgoglio e soddisfazione il nostro cappello decorato con una superba lira musicale dorata.
Il maestro Narduzzi accelerava le ripetizioni serali per presentare il complesso non solamente alla cittadinanza randazzese, ma anche per eseguire il primo concerto sinfonico e lirico previsto in Piazza Santa Maria per il 14 maggio 1951. 
Il giorno della sfilata tutti i musicanti vestiti elegantemente con le nuove divise, camicia bianca, pantaloni e giacca neri, con cravatta e scarpe nere e con il nostro superbo cappello decorato con la simbolica lira musicale, ci adunammo all’esterno della sala di ripetizione della via San Giacomo.
Certo noi giovani con un po’ di apprensione; ma fummo aiutati da qualche anziano. Cito semplicemente il signor Giuseppe La Piana, cornista, il quale incoraggiava noi giovani ancora senza esperienza.   Dopo esserci inquadrati eseguendo gli ordini del maestro Narduzzi e del capo banda Francesco Di Silvestro, il signor Vincenzo Spitaleri, con il suo tamburo, diede il segnale della partenza a passo sinfonico, per procedere verso la via Umberto sotto gli applausi di molti abitanti del quartiere di San Martino.
Attraversando piazza Municipio, cittadini e curiosi erano fieri di rivedere e applaudire il loro nuovo corpo bandistico con i suoi nuovi strumenti musicali in ottone più che brillanti.

 

                                                                                          La banda Musicale – foto di Carmelo Venezia


Ricordo il signor Vincenzo Facondo, in piedi davanti alla sua pasticceria, che applaudiva con un grande sorriso il complesso musicale che eseguiva le nuove marce sinfoniche e percorreva la via Umberto fino a Piazza Loreto sempre applaudito e accompagnato da molti cittadini di tutte le età.
Dopo le festività della Settimana Santa in Randazzo i membri della commissione  erano soddisfatti per le loro iniziative e dei risultati ottenuti. Per noi giovani ed anche per gli  anziani musicanti, il giorno più memorabile fu quello del 14 maggio1951 quando tenemmo il nostro   primo concerto lirico, eseguito in Piazza Santa Maria in presenza dei membri della giunta municipale, della commissione e, soprattutto, di moltissimi cittadini.
Per immortalare quella serata una fotografia in bianco e nero fu realizzata dallo studio fotografico Longo, situato in Via Sciacca, oggi inesistente.  In essa possiamo riconoscere i volti di tre guardie municipali, oggi decedute, il signor Cernuto, il signor Varsallona, il signor Zappalà, il padre di Monsignore Vincenzo Mancini con i suoi nipoti, Pietro Giusa con suo fratello, il signor Giuseppe Facondo all’epoca molto giovane in compagnia di altre persone oggi assenti al mondo.
Non mi ricordo del programma serale; penso che nella prima parte del programma si eseguiva l’opera Ernani. Per molti anni avevo conservato questa foto, in seguito smarrita a causa dei miei viaggi di lavoro in Francia.
I musicanti erano posizionati in parecchi semicerchi piramidali e per categorie strumentali.La parte inferiore era riservata  alla cattedra del maestro.
Dopo l’accordo dei nostri strumenti eravamo pronti per l’esecuzione del primo brano lirico. Poi il tradizionale colpo di timpano eseguito dal signor Vincenzo Spitaleri che significava per noi metterci in piedi. Qualche istante dopo arrivò il maestro Lilio Narduzzi, il quale con molta eleganza e agilità salì sulla sua cattedra.
Il mio posto  era in prima fila, alla mia destra c’erano due clarinetti in mi bemolle, cioè il signor Gaetano Catania e il suo secondo il giovane Rasano; dopo c’ero io con il mio clarinetto in la bemolle ed alla mia sinistra l’oboe suonato dal mio amico Paolo Maio partito qualche anno dopo per l’Australia. 
Essendo a poca distanza dal  maestro, sul suo leggio notai che mancava la sua partizione generale. Pensavo che fosse stata una dimenticanza del nostro simpatico bidello signor Santangelo; volevo avvertire! Troppo tardi! Il maestro Narduzzi sempre con molta eleganza e con delicati gesti, tenendo nella sua mano destra una lunga bacchetta in acero bianco (confezionata dalle mie mani)  diede il via al complesso bandistico. Con nostra grande meraviglia notammo che il maestro con la sua memoria ed abilità dirigeva senza leggere la sua partizione. Per noi tutti fu una grande sorpresa; questo tipo di direzione era molto rischioso; ma la sua memoria fu  infallibile. Molte altre composizioni si sono succedute.

Nelle prossime pagine mi permetterò di enumerare una parte dei suoi scritti e composizioni.
Con l’impegnativo lavoro del maestro, aiutato dal capo banda Francesco Di Silvestro, da suo padre Antonino, dai clarinettisti Gaetano Lazzaro, Carmelo Scalisi, Pietrino Grasso, Vincenzino Trazzera trombone e tromba, Salvatore Mannino tromba e filicornino, Gaetano Papotto primo flicornino, queste persone con il loro insegnamento trasmettevano agli allievi il loro prezioso sapere musicale.
Con tale metodo la banda musicale aveva raggiunto un alto livello  artistico; essa era rinomata non solamente nella nostra provincia ma anche in tutta la  nostra isola.
Il 31 maggio 1952 la banda municipale di Randazzo fu chiamata dal comune della città di Assoro in provincia di Enna per animare la festa di Santa Petronilla patrona di questa antica città. La sera un grande concerto lirico fu eseguito sulla grande piazza, sotto la direzione del maestro Narduzzi, riportando un grande successo e molti applausi dalla cittadinanza di Assoro.

 

      Carmelo Venezia con il clarinetto, altri musicanti e il Comandante VV.UU. Zappalà


Mi ricordo con molta precisione questo viaggio in autobus della ditta Giovanni  Pagano. Eravamo accompagnati dal capo delle guardie municipali, signor Zappala’ padre del nostro concittadino avv. Zappalà.
Una foto ricordo fu scattata con il mio apparecchio fotografico al gruppo del signor Zappalà, del  capobanda Francesco Di Silvestro, del signor Antonino Di Silvestro, del signor Papotto, del signor Santangelo e del  nostro autista.
Questa foto  in mia possesso, è visibile sul sito internet : www.randazzo.blog. 
Durante il viaggio, abbiamo  potuto ammirare i meravigliosi paesaggi di questa provincia sconosciuti all’epoca da noi giovani. All’alba del primo giugno 1952, malgrado la nostra stanchezza, eravamo pronti per l’apertura dei festeggiamenti della Madonna dell’Annunziata in Randazzo; infatti, arrivati di buon mattino, il corpo musicale percorse la via Umberto eseguendo qualche marcia sinfonica, terminando il nostro servizio davanti la chiesa dell’Annunziata.
Agli inizi dell’estate 1954, in presenza del presidente rev.mo canonico Edoardo Lo Giudice, dei membri della commissione, del maestro Lilio Narduzzi, del capobanda Francesco Di Silvestro, una foto possiamo dire leggendaria del Corpo Musicale di Randazzo fu scattata davanti alle scalinate della Basilica di Santa Maria dal fotografo signor Longo. Vi possiamo riconoscere molti anziani musicanti i quali avevano conosciuto il maestro Manno e forse  erano stati anche suoi allievi. Una copia di essa si trova esposta all’interno della sala di ripetizione della via San Giacomo.

 

                                               14 agosto 1952 Banda Musicale di Randazzo e di Noto.


Un altro importante avvenimento si verificò nel periodo di Ferragosto; non posso affermare la data esatta, forse il 15 agosto del 1952; si tratta della venuta a Randazzo del corpo bandistico della città di Noto, quando i due complessi bandistici percorsero insieme, la nostra via Umberto, fermandosi in Piazza Santa Maria e quando la sera in Piazza Loreto meravigliosamente illuminata, fu tenuto un grande concerto lirico. Una foto, possiamo anche dire rara dei due complessi, fu scattata in Piazza Santa Maria dal nostro concittadino maresciallo Bonaventura fotografo, ed in essa possiamo ancora vedere le antiche facciate  delle case, oggi  modernizzate.
Desidero ricordare ai nostri giovani che il signor maresciallo Bonaventura era stato un grande reporter   nell’esercito italiano nel periodo della guerra. Il suo archivio fotografico era molto importante; moltissimi avvenimenti svoltisi nella nostra città, sono stati fotografati e penso conservati dai suoi figli e eredi.
Ci sarebbero molte cose e molti avvenimenti da raccontare e scrivere riguardanti il periodo della  direzione del nostro talentuoso maestro Narduzzi. Altre trasferte si sono effettuate nel periodo tra il 1951 e 1957; tra di esse un grande concerto lirico nella città di Biancavilla, a Passopisciaro, a Malvagna per le feste di Cristo Re,  a Montelaguardia ed  in altri luoghi della provincia. Mi ricordo perfettamente del viaggio della banda a Riposto per animare la festa di San Pietro. Fu un viaggio speciale con la littorina andata e ritorno organizzato dai dirigenti della Ferrovia Circumetnea e la sera, sulla piazza e davanti alla chiesa, fu eseguito un grande concerto lirico diretto dal nostro maestro Lilio Narduzzi in presenza del nostro maestro Gerardo Marrone il quale alla fine del concerto, si complimentò con Lilio Narduzzi per la sua eccellente direzione.
Per noi tutti fu un grande onore e piacere  rivedere il nostro anziano maestro e insegnante. Il tempo trascorre velocemente; malgrado la mia buona memoria, molti altri avvenimenti sono stati dimenticati.
Nelle prossime pagine, vi racconterò,  evidentemente con un po’ di nostalgia del passato, parecchi aneddoti, verificatisi all’interno della sala di ripetizione della via San Giacomo.

 

                                                            Banda Musica Randazzo. foto di Tony Trazzera

Dopo parecchi anni di intenso esercizio musicale con il mio clarinetto in la bemolle, il maestro Narduzzi mi consigliò di cambiare strumento e di suonare il clarino in si bemolle. Ho percepito questo consiglio come una promozione  meritata.
Il mio piccolo clarinetto , qualche anno dopo, fu affidato ad un giovane allievo molto volenteroso: Egidio Cavallaro.
Con il mio nuovo strumento trascorrevo molte ore eseguendo moltissime scale tenute e arpeggi; esercizi molto seccanti e talvolta noiosi ma necessari essendo il solo metodo per tutti i clarinettisti per raffinare i suoni, alla ricerca dei coloriti e sviluppare l’agilità delle dita.
Il giorno più lieto fu quello in cui il maestro mi assegnò un posto tra i primi cinque clarinetti, ritrovandomi a fianco dei clarinettisti Gaetano Lazzaro, il signor Salvatore Raciti, il signor Carmelo Scalisi ed il signor Pizzino.
Essere a fianco di questi bravi insegnanti è stato per me un grande riconoscimento, una gioia goduta con grande umiltà.
Desidero citare altre persone: il signor Salvatore Mendolaro, il signor Vecchio ed suo amico anche lui clarinettista; venivano da Linguaglossa viaggiando con la loro vespa.
Non posso dimenticare i fratelli Scandurra, Vincenzino e Pippo eccellenti duettisti,  senza dimenticare il signor Gaetano Catania con il suo clarinetto in mi bemolle, accompagnato da un suo allievo, il giovane Rasano. Ricordo un altro clarinettista, uno dei primi allievi del maestro Marrone, il signor Varotta, figlio del signor Paolo Varotta, ma che non aveva conosciuto Narduzzi; questi, dopo la fine degli avvenimenti bellici del 1943, emigrò in Belgio. Ricordo ancora il signor Santo Santangelo con il suo basso sempre lucido e brillante ed il signor Presti, con il suo saxo basso, partito per  l’Argentina verso il 1955. E poi i fratelli Vecchio, Rosario, saxo contralto, emigrato in Australia, il quale poco dopo il suo arrivo, creò la sua orchestra composta di sedici musicisti riportando molto successo.

Egidio Cavallaro capo della Banda Musicale di Randazzo

Il fratello Antonino Vecchio, trombettista, il giovane Antonino Gullotto, basso in si bemolle deceduto in un incidente di lavoro; ed ancora, un altro caro amico, Salvatore Mascali, saxofono, ma che da principio aveva suonato il clarone. Non possiamo dimenticare i nostri anziani, il signor Giuseppe La Piana, bravissimo cornista nato a Randazzo il 13 aprile 1913, anche lui dotato di un’ottima cultura musicale, uomo rispettoso con noi giovani, Salvatore Mannino, tromba e flicornino, deceduto nel 2015 a Randazzo, senza dimenticare un altro caro amico, Gaetano Papotto, primo flicornino solista del corpo musicale di Randazzo, uomo molto appassionato per il suo strumento e per la musica.
Lo ricordo sempre nell’esecuzione dei suoi brani lirici, soprattutto nella Norma, nella sua “ Casta Diva”. Il suo suono era chiaro, trasparente, melodioso; anche nel Barbiere di Siviglia ed anche in altri brani lirici come Rigoletto, Ernani, Traviata, Cavalleria Rusticana, Puritani ed altre opere. Gaetano, dopo qualche ora di esecuzione musicale, sentiva il bisogno di riposare le  sue labbra a causa del suo bocchino; in quel periodo la scelta era molto limitata e difficile in quanto i modelli non erano abbondanti come adesso. Ma, al suo fianco sinistro, aveva l’aiuto di Mario Raciti che spesse volte, con il leggendario segnale del piccolo colpo di gomito, su certi brani secondari prendeva la rileva.
Un altro importante personaggio, scherzoso nei suoi modi di agire, era il signor Vincenzino Spitaleri  percussionista; suonava i timpani, il tamburo ed altri strumenti musicali. Nelle serate di ripetizione generale entrava in sala frettolosamente. Il suo primo lavoro consisteva nell’accordo dei suoi timpani; con le sue mazzuole eseguiva delicati colpi sulle pelli con molta cura e precisione cercando l’accordo perfetto.
Il signor Vincenzino Spitaleri era un personaggio attraente, svelto e virtuosissimo nei suoi gesti. Egli trasmise la sua passione a moltissimi allievi. Desidero citare suo nipote Antonino Spitaleri il quale , sia nelle prove, sia nei concerti, era sempre al suo fianco.
Per i giovani che non hanno avuto il piacere di conoscerlo, cito il signor Vincenzino che suonava le campane in quanto era il sacrestano della chiesa di San Nicolò in Randazzo. Uomo di gentile e rispettato da noi giovani musicanti; amatore e degustatore del nostro buon vino locale, durante le processioni sapeva, assieme ad altri, dove fermarsi per qualche istante, per potere rinfrescare il suo palato nei momenti afosi della nostra estate, riprendendo con molta discrezione il proprio posto con un grande sorriso. Molte volte queste furtive assenze non piacevano al capo banda Francesco Di Silvestro il quale teneva molto alla disciplina. Erano periodi di festa e gioia; tutto si svolgeva nel buon umore e tra le risate.
Il signor Spitaleri è deceduto nella nostra città di Randazzo nel 1977.
Mi è molto difficile raccontare le storielle svoltesi nel seno della banda municipale diretta dal maestro Narduzzi. Per anni, in inverno come anche in estate, le prove si svolgevano con molta puntualità e disciplina. Certe sere molte autorità comunali venivano ad assistere alle nostre  ripetizioni. Spesso abbiamo avuto l’onore di ricevere il nostro celebre e onorevole concittadino avvocato Ferdinando Basile; chi di noi non ricorda questo illustre personaggio? Uomo di cuore e buono, è stato lui che in più anni di lotta amministrativa, si interessò per il completamento della tratta ferroviaria Taormina- Randazzo, oggi ridotta in uno stato di disordine e macerie.
L’avvocato Ferdinando Basile, amava molto la musica; il suo compositore preferito, era Boccherini. Vestito sempre con pantaloni, camicia e cravatta colorati, con scarponi, lungo pastrano, grande cappello, sempre con il suo fazzoletto in mano e soprattutto con la sua leggendaria pipa.
Il maestro Narduzzi, conoscendo le sue preferenze, distribuiva a noi tutti le partizioni del Minuetto di Boccherini.
Seduto a fianco del maestro, ascoltava con molta religiosità questa dolce, melodiosa e sentimentale composizione. Alzandosi e prima di ripartire, con il suo simpatico gesto, tenendo in mano il suo cappello e la sua pipa, salutava il maestro e tutti i presenti uscendo dalla sala con un grande sorriso.
Molte pagine si potrebbero scrivere su questo illustre personaggio conosciuto, stimato, e rispettato  da tutti i cittadini.
Altre persone che mi vengono in mente sono i tre fratelli della famiglia Turnaturi: Michelino, Nicolino e Pippo, tre fratelli intelligenti, simpatici e divertenti. Michelino era il fratello maggiore, suonava la tromba in si bemolle e per un lungo periodo anche il trombone. Come tutti i bravi solisti, suonava cercando la perfezione.
Una sera, in periodo di prove, con sorpresa del maestro , smise di suonare e con molta gentilezza chiese scusa al maestro perché le sue note e la sua romanza non erano perfette.
Nicolino suonava la tromba, Pippo il flicorno. Era un giovane molto scherzoso, sempre con un sincero sorriso, e raccontava sempre le sue solite barzellette facendo ridere gli amici. I tre simpatici fratelli, per motivi personali e di lavoro, si trasferirono  in altri luoghi della nostra Isola, lasciando definitivamente il corpo musicale.

 

Battista Arcidiacono. foto di V.Rotella 

       Luigi Arcidiacono


In un mio precedente diario scritto nell’agosto del 2019 con il titolo: Le fornaci del quartiere di San Giuliano, avevo ricordato i nomi di Luigi e Battista Arcidiacono, due fratelli che non solo erano specialisti nei lavori in terracotta, ma erano anche due eccellenti musicisti. Per molti anni hanno fatto parte del corpo musicale di Randazzo.
Luigi suonava il basso, prima con il maestro Marrone, dopo sotto la direzione del maestro Narduzzi.
Per moltissimi anni ho avuto il piacere di essere uno dei suoi veri amici. Con Battista ci conoscevamo da quando siamo nati cioè prima della seconda guerra e colgo l’occasione  per ricordare con lui un artista dimenticato da noi cittadini randazzesi, deceduto a Milano qualche decennio fà.
Battista Arcidiacono, a parte la sua perizia come artigiano della terracotta, possedeva un’eccezionale dote musicale. Primo trombone solista del corpo musicale sotto la direzione del maestro Narduzzi, Battista con il suo brillante strumento era un grande perfezionista che ricercava sempre i coloriti, l’intonazione ed anche l’armonia musicale.
Una sera, come sempre, il complesso si riuniva nella sala di ripetizione della via San Giacomo; c’era in programma il Rigoletto : opera di Giuseppe Verdi, con una trascrizione del maestro Narduzzi. Da principio tutto si svolgeva nella precisione e nell’armonia; l’esecuzione  era perfetta e noi tutti leggevamo la nostra  partizione con molta attenzione seguendo sempre i gesti del maestro con un particolare sguardo. Narduzzi, tenendo sempre nella sua mano destra la sua bacchetta, sempre con il suo delicato gesto, chiamò il primo trombone solista. La risposta fu più che negativa: nessun suono. Battista, invece di suonare, si mise a cantare la romanza mettendo un po’ in collera il maestro; dopo qualche secondo la collera si trasformò in un grande sorriso paterno facendo ridere tutti i componenti del corpo musicale.  
Battista Arcidiacono possedeva una bella voce, aveva un orecchio più che perfetto, sempre alla ricerca di una certa sensibilità musicale. La sua esecuzione di Figaro nel Barbiere di Siviglia di Rossini era eccezionale, ma anche in altri brani lirici come Ernani, Traviata, il Trovatore, Cavalleria Rusticana di Pietro Mascagni , La Forza del Destino, opere di Verdi, Puccini ed altri compositori .
Ascoltarlo era una vera delizia musicale per gli appassionati della musica lirica. Come moltissimi cittadini randazzesi, nel periodo del 1960, si è  trasferito a Milano, continuando a perfezionarsi nella storia musicale. Mi è stato riferito che a Milano dirigeva un  complesso bandistico e che si dedicava anche alla composizione musicale.
Ho avuto l’occasione di rivederlo a Randazzo in periodo festivo e prima del suo decesso, principalmente nei mesi di agosto, con il corpo bandistico Erasmo Marotta quando presentava, prima delle esecuzioni, i dettagli storici dei nostri grandi compositori italiani.
Altre storie si potrebbero scrivere su altri anziani componenti del corpo musicale di Randazzo, oggi deceduti, ma che noi non dimentichiamo.
Voglio citare un altro penultimo aneddoto che si è svolto sempre durante le ripetizioni. Una sera il maestro Narduzzi  aveva deciso di mettere in programma una trascrizione dell’opera Andrea Chenier, scritta dal compositore Umberto Giordano e con il libretto scritto di Luigi Illico. La storia è ambientata nel periodo della rivoluzione francese del 1789. In essa Andrea Chenier, accusato di essere un rivoluzionario, fu rinchiuso a Parigi nella prigione di Saint Lazare ed in seguito fu ghigliottinato nel 1794.
L’opera fu data alla Scala di Milano il 28 marzo 1896 riportando un enorme successo. In quest’opera c’è un’importante romanza eseguita dal baritono solista cioè dal capo banda Francesco Di Silvestro; alla sua sinistra, era seduto il padre, il signor Antonino.
Questa romanza era il canto patriottico dell’Inno nazionale  francese cantato da Andrea Chenier dietro le griglie della sua prigione prima della sua  esecuzione capitale. Questo canto doveva essere eseguito con una certa lentezza , dolcezza e  armoniosamente, e non con un tempo marziale. Il capo banda, con molta diligenza, eseguiva la sua partizione; il maestro lo pregò di rincominciare, ma questa esecuzione non piaceva al padre il quale con un gesto di nervosismo pregò suo figlio di fermarsi e disse : “Non è questo il modo esatto di eseguire questa romanza !” e riprendendo il suo strumento, eseguì con molto talento questo nostalgico brano musicale chiamato  La Marsigliese. Dobbiamo dire che il signor Antonino Di Silvestro era il più anziano dei componenti del corpo musicale ma, malgrado la sua età, era ancora in grado di eseguire meravigliosamente tante leggendarie romanze del nostro grande repertorio lirico italiano.
Prima di finire con i miei brevi aneddoti, desidero raccontarvi una piccola storiella, svoltasi una sera d’estate  intorno al 1954.
Come tutte le settimane, dopo le prove serali del complesso bandistico, terminandosi sempre  dopo le ore 22, in compagnia di Gaetano Papotto ed altri amici, avevamo sempre l’abitudine, uscendo dalla via San Giacomo, di percorrere la via Umberto, Piazza Loreto e Via Vittorio Veneto, sino ad arrivare nelle vicinanze della stazione Circumetnea, e nello stesso tempo avevano l’occasione di ossigenare i nostri polmoni respirando l’aria pura e odorosa del gelsomino ed anche l’occasione di ammirare questo decoro naturale, illuminato in  piena luna d’estate, che è la nostra Etna.
Bisogna dire che tra il 1950 ed il 1960, gli abitanti di Randazzo numerosi in questo periodo, potevano andare a passeggio in tutti i luoghi senza essere disturbati dalle automobili in quanto  pochi veicoli circolavano all’interno della nostra Città.
Ognuno di noi trovava sempre spunti di discussione. Si parlava di musica, delle nostre belle e simpatiche signorine, di avvenimenti culturali, dei nostri mestieri, del nostro lavoro. Una sera, percorrendo la via Vittorio Veneto, passando davanti le nuove palazzine costruite dal comune anni dopo la fine dei bombardamenti del 1943, in un appartamento situato al primo piano, giungemmo  all’altezza del luogo in cui  abitava il nostro bravo fotografo maresciallo Bonaventura.
Erano circa le ore 23, la temperatura era un po’ afosa; Gaetano Papotto si accorse, attraverso la sua finestra, che il signor Bonaventura aveva tirato fuori dalla sua ghiacciaia una bottiglia semipiena di vino depositandola sul bordo della sua finestra a circa due metri di altezza, punto facilissimo per recuperarla dall’esterno. Gaetano  volle fare uno scherzo al nostro bravo fotografo sapendo che, anche lui, era un grande estimatore del nostro buon vino. In un istante  la bottiglia con il  suo contenuto molto fresco si trovò nelle sue mani. Ci nascondemmo tutti  per goderci la reazione del signor Bonaventura.
Il maresciallo era stupito di non trovare più il suo prezioso liquido e cercava in tutti gli angoli della sua cucina, e chiedeva  anche a sua moglie  dove avesse sistemato la bottiglia. Quando si rassegnò, pensando forse a qualche allucinazione, andò a prendere un’altra bottiglia. Posso assicurarvi che la scena è stata unica, molto divertente  e con molte risate. Prima di ripartire la bottiglia fu rimessa al suo posto senza causare rumori e con molte precauzioni. Carissimo maresciallo, tu che ci guardi dall’alto dei Cieli, perdonaci di questo gesto più che monello; ma l’abbiamo commesso perché ti volevamo bene, sapendo che  anche tu sapevi ricambiarlo con la tua arte cioè con le tue magnifiche fotografie in bianco e nero. Grazie, sperando che nel tuo Paradiso trovi ancora il nostro buon vino genuino.
Dopo i racconti di questi aneddoti veri, bisogna riprendere la storia del corpo bandistico di Randazzo. Per lo svolgimento di un altro spettacolo lirico nella nostra Città, nel ferragosto del 1955 è stata invitata  la banda municipale di Giarre, e la sera del 15 agosto assieme al corpo bandistico musicale di Randazzo, un grande concerto lirico fu diretto dal maestro Gerardo Marrone riscuotendo un grande successo e moltissimi applausi dalla cittadinanza randazzese e dai numerosi turisti in Piazza Loreto.
Nel 1956 si è svolto un altro importante cambiamento  nel seno  della presidenza; il nostro amato e rispettato eminente canonico Edoardo Lo Giudice dimissiona lasciando la carica al nuovo presidente Signor Gaetano Fisauli il quale per dieci anni ha avuto anche lui molta passione e molto interessamento per la musica e per l’organizzazione del complesso bandistico fino al 1965.
Riferisco un altro dettaglio concernente il rev.mo Edoardo Lo Giudice; quando un giovane musicante partiva per compiere il servizio militare, il sacerdote si interessava moltissimo per la sua nuova situazione chiedendo sempre le sue notizie. Spesse volte, e grazie ai suoi interventi presso le autorità militari e con il loro accordo, in certi periodi festivi potevamo  ottenere una breve licenzia premio per rivedere la famiglia e nello stesso tempo partecipare alla festa ed ai concerti  aumentando così il numero dei musicanti.
Nel 1957 un altro concertone fu eseguito assieme alla banda municipale di Catania diretto dal maestro Michele Ventre.
Debbo affermare che a questo concerto non ho potuto partecipare a causa dei miei obblighi militari, trovandomi in sevizio al XXI Battaglione Trasmissioni F.T.A.S.E. nella magnifica e storica città di Verona.
Dopo molti anni trascorsi nella nostra città il maestro Narduzzi era diventato per noi tutti non solamente un vero cittadino randazzese ma anche un figura indispensabile perché partecipava attivamente alla vita artistica; per cui era rispettato e ammirato per le sue composizioni musicali da noi tutti, allievi e musicanti, e da tutta la comunità randazzese.
Durante le sue poche ore di riposo amava percorrere certe stradine antiche della nostra Città, ammirando  i resti dell’antica architettura soffermandosi spesso davanti alle antiche botteghe degli artigiani, numerosissimi ancora in questo periodo, oggi spariti,  ed ammirava il loro lavoro eseguito manualmente con molta arte e passione.
La sua famiglia, con la nascita dei suoi figli, si era ingrandita; possiamo dire che era un uomo felice! La sua abitazione si trovava nel quartiere di San Pietro , in un piano elevato, dove di buon mattino poteva ammirare e contemplare l’alba, la nascita del sole e nello stesso tempo il superbo panorama della nostra Etna, la quale ispirò al maestro qualche composizione musicale.
A proposito di composizione, qualche anno dopo il suo arrivo,  egli ha voluto innovare la fine dei concerti lirici, con le tradizionali marce sinfoniche molto conosciute dai cittadini, trascrivendo, esclusivamente per la banda municipale di Randazzo, una lunga composizione di vecchie canzoni napoletane e  del repertorio italiano dalla fine del 1800 al 1950.
Posso affermare che le armonie e i coloriti della sua trascrizione erano perfetti. Il nostro stile di interpretazione era completamente cambiato: non era più la lirica ma un altro linguaggio musicale moderno, veramente una musica popolare cantata e conosciuta dalle nostre mamme, nonni ed anche dalle nostre belle signorine.
Questo nuovo repertorio diretto sempre da Narduzzi fu eseguito una sera del 15 agosto in Piazza Loreto. I nostri giovani cantavano, i nostri anziani , e tutti i presenti, ascoltavano con molta, possiamo dire, nostalgia di tempi passati, questi magnifici melodiosi brani musicali.
Il canzoniere era sempre eseguito alla fine del concerto lirico e molte volte richiesto da moltissimi cittadini, e  il maestro Narduzzi lo dirigeva sempre con un grande sorriso.
Alla fine del mio servizio militare nel dicembre del 1957 ho ripreso il mio posto nel seno della banda musicale della nostra Città, felicissimo di ritrovare i miei amici e soprattutto la presenza del maestro Lilio Narduzzi.
La mia gioia fu molto breve; qualche mese dopo, precisamente il 17 gennaio 1958, per ragioni di lavoro, sono partito a malincuore per la Francia dove per circa ventidue anni mi sono stabilito nella città di Lyon. 
Il maestro Narduzzi ancora per anni continuò sempre il suo intenso lavoro, facendo progredire il complesso bandistico attirando moltissimi allievi tra i quali possiamo citare due dei nostri cittadini, Massimo Greco ed il  fratello Antonio.
Massimo
fu un allievo esemplare, intelligente e volenteroso. E’ stato anche un allievo di mia sorella nel periodo dell’insegnamento elementare e, con la sua caparbietà e con la sua capacità intellettuale, è stato sempre uno dei primi della sua classe.
La passione per il suo
flicornino e dopo per la tromba,a trasmessa da Gaetano  Papotto.
E’ stato proprio lui che si accorse che Massimo aveva la passione e la capacità per questi due strumenti. Con l’insegnamento ed i consigli prodigati dal maestro Narduzzi, egli aveva quasi raggiunto il vertice dell’apprendimento.
Massimo, ripeto, era molto volenteroso; e con la sua ambizione ha voluto raggiungere il vertice frequentando ( se non mi sbaglio )  il Conservatorio Musicale di Catania, ottenendo agli esami un alto punteggio.
Massimo Greco suonò con l’orchestra del Teatro Massimo di Catania. Fu poi trombettista del musicista e cantante Zucchero Fornaciari, in seguito lavorò con Luciano LigabueNeffa (pseudonimo di Giovanni Pellino) ed anche con altri complessi.
Oggi dirige molti complessi artistici in Italia ed anche all’estero. Ha diretto diversi spettacoli all’interno di quel luogo più che mitico che è l’Arena di Verona.
Durante il mio servizio militare, nell’estate del 1957, ho avuto l’occasione e la gioia di assistere a quattro rappresentazioni liriche con i tenori Franco Corelli all’epoca molto giovane, Giuseppe Di Stefano ed altri artisti.

                  Massimo Greco 

Possiamo affermare che Massimo ha fatto e farà onore alla nostra città di Randazzo assieme al fratello Antonio eccellente clarinettista.
Anni addietro in periodo estivo, in compagnia di mia sorella, ho avuto il piacere di incontrare Massimo Greco nella nostra cittadina in compagnia della sua famiglia.  Mia sorella fu molto sorpresa  nel vedere che, l’allievo che aveva avuto anni passati, non era più un adolescente. Era vestito molto alla moda con capelli e barba lunghi, grande cappello e stivaletti; noi ammiravamo un personaggio di televisione, un vero artista!
Nel giugno del 1956 il maestro Narduzzi, per ragioni personali, decise di ritornare con la sua numerosa famiglia a Roma.
Leggendo un articolo pubblicato sulla ‘’ Rassegna Periodica di Randazzo”  del 1990, trovo che il vero motivo della sua partenza sarebbero state le avverse condizioni economiche del comune di Randazzo il quale non era più in grado di versare lo stipendio mensile al maestro. Forse anche per altre ragioni? Personalmente non affermo niente in quanto in quel periodo vivevo lontanissimo della mia Randazzo e  non ne seguivo bene le vicende.
Dopo la dipartita del maestro Narduzzi il complesso bandistico rimase per parecchio tempo sotto la direzione del capo banda Francesco Di Silvestro.
Lilio Narduzzi  ritornava una volta l’anno per dirigere il complesso nel periodo estivo, soprattutto per i concerti lirici eseguiti nei periodi festivi cioè per la festa dell’Annunziata, di San Giovanni Battista il 24 giugno e la festa dell’Assunzione  il 15 agosto.
Era sempre una gioia per allievi, musicanti, amici e cittadini rivederlo nella nostra Città.
Dopo il decesso del capo banda Francesco Di Silvestro diversi anziani musicanti desideravano occuparne il posto vacante.  La scelta era un po’ imbarazzante e difficile.
Verso la fine del 1970 il signor Vincenzino Trazzera fu scelto e nominato capobanda.
Vincenzino era un ottimo trombettista, suonava il trombone, il saxofono ed era anche un bravo fisarmonicista.  Nel periodo della sua direzione apportò un gradevole cambiamento all’interno della banda, facendo partecipare ai  concerti pubblici altre voci cioè invitando molti cantanti lirici: soprani, tenori, e baritoni nei periodi festivi
Questi artisti  venivano abitualmente dal Conservatorio di Catania, forse anche dal Teatro Massimo ed anche da altri luoghi della nostra isola. Questo cambiamento è stato non solamente un’innovazione artistica , ma anche  musicale.
Come tutte le cose belle, dopo qualche periodo, il signor Vincenzino Trazzera è stato sostituito dal signor Salvatore Mannino, in seguito dal suo amico Gaetano Pappotto, a sua volta sostituito da Egidio Cavallaro.
Un altro cambiamento avvenne anche in questo periodo: la nomina di un nuovo presidente. Il signor Salvatore Mannino fu scelto non solamente per la sua esperienza ma anche per le sue capacità musicali e intellettuali ; personalmente l’avevo conosciuto quando ero suo allievo.
Salvatore Mannino era molto legato al complesso bandistico ed anche ai suoi dirigenti. Con l’accordo del direttivo nominò un giovanissimo maestro molto valente: il signor Giovanni Blanca.
Dopo la nomina del nuovo giovane capobanda Egidio Cavallaro, con l’accordo dei dirigenti, un cambiamento che possiamo dire importane, si verificò nel seno del complesso bandistico.
Dopo più di un secolo di esistenza la porta della sala di ripetizione della via San Giacomo  fu finalmente aperta a tutte le giovani donne desiderose di imparare la musica e suonare  uno strumento musicale; in seguito fu data anche la possibilità di accedere nel seno del corpo bandistico. E’ stata  un’eccellente idea  la quale ha permesso di aumentare considerabilmente il numero degli allievi e per conseguenza, per il futuro, i membri del complesso. Finalmente le donne entrarono in questa sala, che per anni era riservata esclusivamente agli uomini, assicurando la continuità e la tradizione di questo antico  complesso musicale.

Dopo la dimissione del signor Salvatore Mannino un’ altra persona conosciuta e stimata da noi tutti cittadini ha avuto il coraggio e possiamo anche dire la vera passione musicale  di ricoprire la carica di presidente ; il   signor Vincenzo Rotella.

 

                  Pasqua 1988 – La Banda Musicale al centro il Presidente Vincenzo Rotella.


Vincenzo Rotella
è stato Presidente dal 1987 al 1990. Per tutti questi anni la sua collaborazione nel seno del corpo bandistico è stata molto efficace.
Nel luglio del 1987, non essendo più sovvenzionato dal Comune, il corpo bandistico diventò un’Associazione e venne chiamato: “Corpo Bandistico Erasmo Marotta”, musicista nato a Randazzo il 24 febbraio 1576 e morto a Palermo il 6 ottobre 1641. Inventore del dramma musicale pastorale nel 1620 pubblicò  l’Aminta musicale… Il primo libro di madrigali a cinque voci, con un dialogo a otto.
L’associazione comprendeva circa 65 elementi giovani da 14 a 20 anni e una media tra i 40 ai 60 anni.
Vincenzino Rotella modernizzò l’interno della sala di musica, attrezzandola con un locale igienico, dotando il complesso bandistico di nuove divise e nuovi strumenti e nello stesso tempo attirò molti giovani elementi, i quali non avevano la possibilità di frequentare i conservatori musicali di Catania e di Messina. Grazie al suo dinamismo ed alla sua passione riuscì a dare un’anima musicale al corpo bandistico coinvolgendoli nella gestione dell’Associazione facendoli sentire parte di un progetto prestigioso per la nostra Randazzo.

Il presidente V. Rotella consegna le targhe ai Musicisti che hanno compiuto 50 anni di attività musicale.

 


Per un lungo periodo molti maestri si sono succeduti:  Giovanni Blanca, Francesco Letta, Salvatore Miraglia, Francesco Sapienza, Toni Trazzera.
Attualmente in Corpo Bandistico Erasmo Marotta, è sotto la direzione di un nostro bravissimo concittadino, il giovane maestro Angelo Zirilli diplomato dal Conservatorio Musicale di Messina in direzione e composizione. 
Il maestro Angelo Zirilli discendeva anche lui da una grande famiglia di musicisti e cantanti più  che amatori. Ho avuto l’onore di conoscerne i  bisnonni, i  nonni, le zie e gli zii.

 

                      9 agosto 1988 il primo concerto dell’Associazione Erasmo Marotta.


Desidero citare il bisnonno signor Giuseppe Adornetto, costruttore edile e chitarrista, dotato di una straordinaria memoria, che si accompagnava sempre con la sua antica chitarra, recitando e cantando tutte le antiche e meravigliose canzoni dialettali siciliane ed italiane del secolo passato, assieme ai suoi figli e molte volte accompagnato da sua moglie signora Margherita la quale aveva una straordinaria voce di soprano. Desidero anche citare il nonno, signor Alfredo Adornetto e  lo zio Gino; anche loro erano due melodiosi chitarristi. Ricordo sempre le serate trascorse assieme ad altri ragazzi e giovani signorine del quartiere in compagnia del signor Giuseppe seduto davanti la sua dimora sopra un grosso blocco di granito il quale serviva da sedile, ancora oggi esistente, con la sua celebre chitarra in mano, quando raccontava le antiche storielle dell’epoca passata accompagnandosi sempre con il suo melodioso strumento.
Molti di questi antichi racconti e canzoni sono stati registrati con magnetofoni da turisti americani di origine randazzese, venuti per rivedere le loro famiglie , ritrovare le loro origini e per conoscere versi , poesie e antiche canzoni, da riascoltare nei loro luoghi di residenza negli Stati Uniti d’America ; dolci ricordi.
Altri tempi! altri periodi, i quali malgrado molte difficoltà quotidiane, erano forse più ricchi di sentimento  e la gente era più sensibile e più sincera.
Gli anni di lavoro trascorsi da me in Francia sono passati più che velocemente non dimenticando mai il mio luogo di nascita , ritornandovi quasi ogni anno . Una sera, un venerdì d’estate del 2017 trovandomi in vacanza nella nostra città di Randazzo, il maestro Angelo Zirilli mi  invitò nella sala di ripetizione della Via san Giacomo per presentarmi tutti i giovani componenti del complesso bandistico ed assistere alla ripetizione generale
Da circa sessanta anni non avevo più avuto l’occasione di ritornare in questo luogo, per me più che mitico e pieno di dolci ricordi della mia giovinezza. Con moltissima  emozione ed anche con qualche lacrima, ho socchiuso per qualche istante i miei occhi, rivedendo nella mia mente la presenza dei miei amici giovani e anziani musicanti assieme al maestro Lilio Narduzzi, oggi deceduti.
Di  questo memorabile ricordo rimangono le antiche fotografie esposte in permanenza sui muri di questo “tempio” musicale ed esse rappresenteranno sempre, anche simbolicamente, la presenza di questi persone, possiamo dire artisti nelle loro materie e competenze professionali.

 

           Corpo Musicale “Erasmo Marotta” nella suggestiva piazza di San Giorgio. Dirige il maestro Tony Trazzera

 

Molti di questi non avevano mai frequentato i conservatori musicali, ma la loro perizia musicale era indiscutibile ed essi avevano trasmesso sempre il loro sapere e le loro esperienze a noi giovani allievi.
Seduto in un angolo della sala ammiravo il nostro giovane maestro Angelo Zirilli con i suoi elegantissimi gesti quando dirigeva con molta maestria ed abilità questo complesso  composto di elementi giovani e anziani.
Modestamente, desidero citare il nostro concittadino Santo Anzalone con il suo trombone, dedicato sempre alla composizione di canzoni e musica moderna. E’ stato sempre una persona molto attiva sia nella sua carriera musicale che nella sua professione. 
Ascoltai con molta attenzione questi giovani che eseguivano con molta perfezione e brio la loro partizione; meravigliato per il loro insegnamento, molti frequentano i Consevatori.
 Desidero citare i clarinetti, gli oboi suonati da due simpatiche signorine, anche le trombette, gli eccellenti giovani cornisti, i baritoni, i tamburi , i bassi, i saxofoni, le percussioni.  Ho potuto notare la presenza della signorina Greco con il suo oboe; i suoni del suo strumento erano pastorali e melodiosi. Farà ancora qualche anno di studio per raggiungere la perfezione.
La signorina Greco è la figlia dell’attuale presidente Antonio Greco , clarinettista e fratello di Massimo Greco. 
Questa gradevole serata, terminò con una squisita degustazione di pizzette e varie specialità culinarie prodotte dai nostri eccellenti artigiani di Randazzo. Che magnifica serata trascorsa assieme a questa gioventù appassionata e capace di continuare e proseguire questa antica tradizione artistica.
Con il signor Antonio Greco ci siamo incontrati nel mese di giugno 2020 proprio a Montecarlo. Rivederlo per me è stato non solamente una gioia ma anche un gradevole piacere. Abbiamo anche avuto il tempo di parlare della nostra Città e del corpo bandistico.
Un appuntamento e un incontro è stato fissato per la sera de 15 agosto a Randazzo alle ore ventuno, ai piedi  della scalinata dell’antico convento dei Cappuccini  per assistere ad un concerto lirico organizzato gratuitamente dai membri del corpo bandistico Erasmo Marotta.   La puntualità è stata rispettata. Il complesso bandistico, malgrado le difficoltà causate dal coronavirus, e dalla mancanza di un podio per la comodità dei musicanti, era disposto ai piedi di un’ imponente scalinata composta di 107 gradini, quella che conduce sul piazzale  davanti alla chiesa   del nostro antico Conve
nto dei Frati Cappuccini, oggi senza anima e senza presenza umana.
Negli anni passati questo convento non era semplicemente un luogo di insegnamento e di preghiera. Molti frati cappuccini, con la loro presenza, si occupavano della loro organizzazione e della loro vita monacale; ma anche aiutavano i bisognosi, gli ammalati , e si dedicavano all’educazione dei giovani. Nei periodi festivi partecipavano alle processioni organizzate da altre parrocchie della nostra Città, dando anche vita e animazione al quartiere dei Cappuccini, luogo di tranquillità abitato da moltissimi agricoltori, artigiani e professionisti, oggi quasi spariti.
  Desidero ricordare , fuori dal racconto sulla musica, sempre in questo convento, la presenza di un nostro illustre concittadino, Padre Luigi Magro da Randazzo, monaco cappuccino deceduto nel 1951. La sua vita monacale è stata consacrata non solamente alla religione, ma anche alla scrittura ed al servizio dei bisognosi. Molti scritti e ricerche, dopo la sua morte, sono state recuperati da storici e studenti randazzesi, sperando che presto siano pubblicati nell’interesse dei nostri numerosi studenti e della nostra storia locale.
Quasi tutti i componenti del corpo musicale erano presenti; vestiti con molta eleganza e classe; assieme al maestro Angelo Zirilli, la mezzo soprano Daniela Caggegi, il baritono Ludovico Cammarda, il presidente e clarinettista Antonio Greco.
L’insieme visto e ammirato in un decoro naturale possiamo anche dire in un quadro antico. Quasi tutti i gradini di questa scalinata erano stati occupati da molti cittadini: bambini, giovani ed anziani amanti di quest’arte musicale. Malgrado la mancanza di ripetizioni per causa della pandemia, il concerto si è svolto in una gioiosa ambientazione.  Molti brani lirici sono stati eseguiti con molta professionalità, melodia e coloriti, eseguiti dai nostri artisti  e concittadini Daniela Caggegi e dal  baritono Ludovico Cammarda .
Complimenti per il nostro giovane baritono. Il suo timbro di voce è stupendo, vibrante, melodioso! Spero che nei prossimi anni avremo il piacere di ascoltarlo in un grande teatro lirico: questo è il mio augurio; attualmente però frequenta il conservatorio.

                     Daniela Caggegi mezzo soprano

        Daniela Caggegi mezzo soprano


Non desidero dimenticare i meriti della signora Daniela Caggegi; anche lei ha un voce sublime, melodiosa, delicata e colorita. Moltissime serate d’estate sono state animate da suo padre, Nino Caggegi, anche lui pianista e cantante nei suoi momenti liberi, nella nostra città di Randazzo ed anche in altri luoghi della nostra isola.

Nino Caggegi

Possiamo affermare che nella nostra Città ,malgrado certi problemi, la passione per la musica  è stata sempre viva. 
La sorpresa in questo concerto lirico è stata l’esecuzione della  composizione musicale del nostro celeberrimo compositore Ennio Morricone : Il etait une fois dans l’ouest : ( C’era una volta il West )  e, malgrado le poche ripetizioni, la voce di Daniela Caggegi, con il suo stile, con la sua squillante voce, e con gli effetti sonori del complesso bandistico, trasportò per qualche momento noi spettatori nel deserto americano dell’Arizona.
Il giovane maestro Angelo Zirilli diresse questa difficile composizione con molta eleganza e affermo con molta maestria. Bravissimi tutti i componenti che suonavano gli strumenti ad ancia, in ottone, percussioni senza dimenticare i bravi cornisti e i trombonisti.

La serata del 15 agosto 2020 terminò con moltissimi applausi, ringraziamenti e felicitazioni da parte di noi tutti spettatori e con i ringraziamenti pronunciati dal presidente Antonio Greco, persona meritevole per la sua efficacia artistica e musicale nel seno del Corpo Musicale Erasmo Marotta.

 

           Il presidente Antonio Greco e il maestro Angelo Zirilli.


Nella tarda sera, dopo aver trascorso questi magnifici momenti d’estate, e percorrendo le stradine dell’antico quartiere di San Martino, passando per via San Giacomo, ho avuto un particolare pensiero per il maestro Lilio Narduzzi ed anche per il maestro Gerardo Marrone. Un altro aneddoto mi è venuto in mente. Una sera, come tutti i venerdì ,era in programma l’esecuzione della Cavalleria Rusticana scritta dal nostro compositore Pietro Mascagni nato a Livorno ne 1863, deceduto a Roma nel 1945.  L’opera fu data nel 1890.
Il maestro Narduzzi con il suo solito gesto della mano destra diede il via, marcando delicatamente il tempo di questa melodiosa composizione.
Leggendo la mia partizione davo uno sguardo ai suoi gesti i quali, con la sua mano sinistra, indicavano a noi tutti musicanti i coloriti musicali e melodici. Il suo sguardo era fissato sul suo leggio . In questi  momenti un musicante legge una linea della sua partizione mentre il maestro  ne leggeva quasi una ventina.
Questo lavoro necessita una grande forza mentale e di resistenza; due  qualità complementari che Lilio Narduzzi possedeva, cui si aggiungeva il suo raffinato sorriso, e il suo affiatamento con i musicanti. Il finale di questo melodioso intermezzo terminava con il gesto della sua mano destra che disegnava  simbolicamente un punto coronato, il quale per noi musicanti significava la fine di questo lungo brano musicale eseguito con molta attenzione, grazia, e melodia da tutti i componenti del corpo musicale.
Il maestro Lilio Narduzzi era nato nella citta di Vallerano in provincia di Viterbo il 7 gennaio del 1921. Nella metà del 1966 lasciò la nostra città di Randazzo per stabilirsi a Roma. Nel 1974 ha diretto la banda musicale della città di Squinzano; in seguito, dal 1981 al 1997, ha diretto la banda musicale della città di San  Giovanni Valdarno.
Dopo l’unione con una nostra cittadina, sono nati quattro eredi: Nello, direttore musicale dei Vigili Urbani della città di Roma nel 1987, Esmeralda insegnante, Massimo, e infine Alessandro architetto.
Moltissime composizioni musicali sono state scritte dal maestro Narduzzi. Non avendo consultato nessun archivio, posso solo citare le sue composizioni da me conosciute:_ La Strega, Esmeralda, Il Pianto dell’Etna, marcia funebre scritta a Randazzo esclusivamente per il  nostro corpo bandistico ; ed ancora: Romeo e Giulietta; Passeggiando; Persistenti; Dialogo, composizione per clavicembalo. Continente Nero,  prima e seconda parte; Week- End; Danza Selvaggia; Angolazioni, composizione sempre per clavicembalo; Meravigliosa Natura; Impulsi e Ricerche. 
Molte di queste composizioni, sono state registrate e forse diffuse. Il maestro si è spento il 24 luglio del 2008 a Roma.
La sua salma riposa nel cimitero di Vallerano secondo le sue volontà. Ed  è sempre col  dito coronato che termino il mio diario. Grazie maestro Narduzzi, grazie maestro Gerardo Marrone per i vostri insegnamenti; i vostri ultimi allievi, oggi  anziani, malgrado gli anni passati più che velocemente, si ricordano di voi.  Penso che, dall’alto dei cieli, circondati dalla musica degli angeli, volgete sempre lo sguardo sulla nostra bella città di Randazzo con la sua Etna, “A MUNTAGNA”, circondata dai suoi paesaggi, boschi, vigneti con le sue antiche costruzioni, lì dove la natura nasce , lì dove muore 
Spero che verrà il giorno in cui concittadini e dirigenti municipali amanti della musica, quest’arte nobile, pacifica e internazionale, avranno l’idea di dedicare due nuove strade in onore di questi due maestri:
“Via Lilio Narduzzi Direttore Musicale e  Compositore”, ed anche “Via Gerardo Marrone direttore musicale”.
      Desidero nuovamente ringraziare il signor Vincenzo Rotella Presidente per più di un decennio,  nonché memoria storica del ” Corpo Bandistico Città di Randazzo ” e dopo rinominato “Associazione Corpo Bandistico Scuola Musicale Erasmo Marotta”, .
         Molti avvenimenti mi sono stati precisati da Lui. 

Disidero pure ringraziare il prof. Santino Casalotto e Francesco Rubbino per l’aiuto dato nella stesura del testo anchè se lasciato a mò di memoria e scritto come la mia mente ma,  soprattutto il mio cuore dettava.

          Carmelo Venezia . Montecarlo Aprile 2021.  

 

ATO CT1 – Soc. Joniambiente

 

Costituzione della Società per Azioni a partecipazione pubblica per la gestione dell’Ambito Territoriale Ottimale
( ATO CT1 ).

Nomina componenti del Consiglio di Amministrazione.
Atto stipulato in data 30 dicembre 2002 presso lo studio del notaio Carlo Saggio. 

I SOCI:

Provincia Regionale di Catania, Assessore Provinciale Salvatore Cristaldi, delegato dal Presidente Sebastiano Musumeci;

Comune di Bronte, Leanza Salvatore Sindaco;

Comune di Calatabiano, in persona del Sindaco pro tempore Maccarrone Salvatore;

Comune di Castiglione di Sicilia, in persona del Sindaco pro tempore  Cardile Concetta;

Comune di Fiumefreddo di Sicilia, in persona del Sindaco pro tempore Nucifora Sebastiano;

Comune di Giarre, in persona dell’Assessore Vitale Salvatore, giusta delega del Sindaco pro tempore Toscano Giuseppe; 

Comune di Linguaglossa, in persona del sindaco pro tempore Stagnitta Antonino Felice;

Comune di Maletto, in persona del Sindaco pro tempore Parrinello Nunzio;

Comune di Maniace, in persona del Sindaco pro tempore Conti Emilio;

Comune di Mascali, in persona dell’Assessore Maccarrone Alfio, giusta delega del Sindaco pro tempore Carota Silvestro;

Comune di Milo, in persona del Sindaco pro tempore Sessa Paolo;

Comune di Piedimonte Etneo, in persona del Sindaco pro tempore Cavallaro Giuseppe;

Comune di Randazzo, in persona del Sindaco pro tempore Del Campo Ernesto Alfonso;

Comune di Riposto, in persona del Sindaco pro tempore D’Urso Carmelo;

Comune di Sant’Alfio, in persona del Sindaco pro tempore Patti Leonardo;  

 

                Componenti del Consiglio di Amministrazione, nominati dai Soci, per il primo triennio:

Spampinato Mario, presidente
Tomarchio Salvatore, vice presidente

Di Maria Orazio, consigliere
Pavone Giovanni, consigliere
Rubbino Francesco, consigliere
Spartà Salvatore, consigliere
Vasta Gianni, consigliere

Componenti il Collegio Sindacale, nominati dai Soci, per il primo triennio:
Bonaccorsi Roberto, presidente;
 Barbagallo Salvatore, sindaco effettivo;
Caprino Campana Gaetano, sindaco effettivo 
Scaglione Antonio, sindaco supplente;
  Caruso Paolo, sindaco supplente.

I Presidenti che dal 2002 ad oggi si sono susseguiti : 

 

 

 

 

 

                          Amministratori ATO CT1  Società Joniambiente

                               

Contenzioso con il comune di Randazzo

Il Consiglio di Giustizia Amministrativa per la Regione Siciliana, in sede
giurisdizionale, definitivamente pronunciando sull’appello, come in epigrafe
proposto, lo accoglie in parte, nei termini di cui alla motivazione e per la restante
parte lo respinge, e per l’effetto, in riforma della sentenza impugnata, accoglie in
parte il ricorso introduttivo e per la restante parte lo respinge.
data: 7 luglio 2021.

Qui di seguito la sentenza che modifica la parte riguardante la possibilità che il comune potesse uscire dall’ATO CT1 – Società Joniambiente SpA in liquidazione.

Il Consiglio N. 00026/2021 REG.RIC.
N. _____/____REG.PROV.COLL.
N. 00026/2021 REG.RIC.
R E P U B B L I C A I T A L I A N A
IN NOME DEL POPOLO ITALIANO
Il CONSIGLIO DI GIUSTIZIA AMMINISTRATIVA PER LA REGIONE SICILIANA
Sezione giurisdizionale
ha pronunciato la presente
SENTENZA
sul ricorso numero di registro generale 26 del 2021, proposto dalla società
Joniambiente s.p.a. in liquidazione, in persona del legale rappresentante pro
tempore, rappresentato e difeso dagli avvocati Agatino Cariola e Fabio Santangeli,
con domicilio digitale come da PEC da Registri di Giustizia e domicilio fisico
eletto presso lo studio Agatino Cariola in Catania, via Gabriello Carnazza, 51;
contro
Comune di Randazzo, in persona del legale rappresentante pro tempore,
rappresentato e difeso dall’avvocato Giovanni Parisi, con domicilio digitale come da
PEC da Registri di Giustizia;
nei confronti
Comune di Bronte non costituito in giudizio;
per la riforma
della sentenza breve del Tribunale Amministrativo Regionale per la Sicilia sezione
staccata di Catania (Sezione Prima) n. 2932/2020, resa tra le parti
N. 00026/2021 REG.RIC.
Visti il ricorso in appello e i relativi allegati;
Visto l’atto di costituzione in giudizio del Comune di Randazzo;
Visti tutti gli atti della causa;
Relatore nell’udienza pubblica del giorno 7 luglio 2021, tenutasi ex art. 4 del d.l. n.
84 del 2020 e ex art. 25 del d.l. n. 137 del 2020, così come modificato dall’art. 6 del
d.l. n. 44/2021, il Cons. Sara Raffaella Molinaro e uditi per le parti gli avvocati
Agatino Cariola e Giovanni Parisi;
Ritenuto e considerato in fatto e diritto quanto segue.
FATTO
1. Il Consiglio comunale di Randazzo (CT), con deliberazione n.10 del 2020 ha
deliberato il recesso dalla società Joniambiente s.p.a. in liquidazione (di seguito:
“Joniambiente”), ai sensi del combinato disposto degli artt. 4 e 20 del medesimo d.
lgs. n. 175 del 2016.
2. Detta deliberazione è stata impugnata da Joniambiente, la quale ha proposto
ricorso anche per il “riconoscimento dell’obbligo del Comune di Randazzo a
contribuire alle spese di gestione della Società partecipata Joniambiente s.p.a.
[…], sino alla fine della stessa liquidazione”, per la dichiarazione di inefficacia
della deliberazione impugnata (e del correlato recesso ivi disposto) rispetto alle
obbligazioni nei confronti di terzi che Joniambiente s.p.a. in liquidazione sarebbe
costretta a soddisfare “in dipendenza dei rapporti contrattuali insorti per la
gestione del servizio di igiene pubblica anche a favore del Comune di Randazzo ed
all’esito di tutti i contenziosi pendenti”.
3. Il Tar Sicilia – Catania ha respinto il ricorso con sentenza 9 novembre 2020 n.
2932.
4. La sentenza è stata appellata davanti a questo CGARS con ricorso n. 26 del
2021, corredato da istanza cautelare.
5. Con ordinanza 5 febbraio 2021 n. 69 l’istanza cautelare è stata accolta al solo
fine della fissazione dell’udienza di merito, che è stata fissata il 7 luglio 2021.
N. 00026/2021 REG.RIC.
6. Nel giudizio di appello si è costituito il Comune di Randazzo.
7. All’udienza del 7 luglio 2021 la causa è stata trattenuta in decisione.
DIRITTO
8. L’appello è parzialmente meritevole di accoglimento.
9. Prima di scrutinare il ricorso in appello si rileva che non costituisce un motivo
sul quale questo CGARS è chiamato a pronunciarsi il paragrafo rubricato “In via
preliminare: sull’obbligo degli enti locali soci di rispondere delle obbligazioni
della Società d’ambito e sulle conseguenze che ne derivano a carico degli enti
soci”, nel quale viene esposta la disciplina “circa l’obbligo dei Comuni-soci di
rispondere delle obbligazioni assunte dall’Ato per prestare i servizi di riferimento”,
in quanto non contiene un motivo di doglianza, tanto è vero che
è articolato prima (e separatamente, anche dal punto di vista grafico) rispetto alla
successiva illustrazione delle specifiche censure avverso la sentenza gravata, così
come nel ricorso introduttivo detto paragrafo è articolato prima (e separatamente)
rispetto alla successiva illustrazione delle specifiche censure avverso l’atto
impugnato.
Ciò comporta che non attiene alla presente controversia la questione degli asseriti
debiti del Comune di Randazzo nei confronti della società appellante con
riferimento alla gestione del servizio dei rifiuti svolta dalla stessa società (sui quali
ha interloquito anche controparte e poi controdedotto nuovamente parte appellante).
10. Con il primo motivo l’appellante ha dedotto l’erroneità della sentenza nella
parte in cui il Tar ha dichiarato l’inammissibilità del ricorso di primo grado per la
“la mancata impugnazione della deliberazione consiliare n.18/2020 in tema di
revisione delle partecipazioni che ha previsto il recesso […] i profili di
inammissibilità che da ciò – pacificamente – discenderebbero”.
Il motivo, ininfluente rispetto alla decisione del Tar, che ha comunque scrutinato il
merito del ricorso, con pronuncia di infondatezza (cui sono rivolte le censure
scrutinate infra), diviene rilevante nel caso di specie in ragione del parziale
N. 00026/2021 REG.RIC.
accoglimento del ricorso.
Esso è fondato.
In primo luogo la deliberazione è stata impugnata con ricorso straordinario al
Presidente della Regione il 21 dicembre 2020.
In secondo luogo, l’eventuale mancata impugnazione della deliberazione consiliare
n. 18 del 2020 in tema di revisione delle partecipazioni, che ha previsto il recesso
da Jonica, non determina l’inammissibilità del ricorso introduttivo del presente
giudizio (avverso la deliberazione attuativa).
La deliberazione n. 18 del 2020 assolve infatti una funzione programmatoria e
compulsiva delle future attività dell’ente in tema di razionalizzazione degli
organismi partecipati.
Essa non rileva nella prospettiva dell’immediata lesività, atteso che quei programmi
possono poi subire delle modificazioni nell’an, nella tempistica e nel quantum e che
comunque scontano la possibilità della mancata attuazione. In termini generali, è
infatti l’atto che esegue le intenzioni dell’Ente che manifesta un’immediata lesività.
Il piano di razionalizzazione di cui all’art. 20 del d. lgs. n. 175 del 2016 trovano la
propria ratio nell’esigenza di incentivare la dismissione delle partecipazioni
societarie antieconomiche o superflue, imponendo agli enti di verificare
periodicamente le ragioni delle partecipazioni detenute. Detta funzione è presidiata
da istituti tipici dell’ordinamento contabile, la previsione di una sanzione per la
mancata adozione del piano e l’eventuale ricorrenza di una responsabilità
amministrativo contabile.
E’ in linea con tale impostazione il fatto che la Corte dei conti, nell’ottica di una
sana gestione finanziaria degli enti, consideri la “revisione delle partecipazioni” un
atto doveroso (“la mancata adozione degli atti di cui ai commi da 1 a 4 da parte
degli enti locali comporta la sanzione amministrativa del pagamento di una somma
da un minimo di euro 5.000 a un massimo di euro 500.000, salvo il danno
eventualmente rilevato in sede di giudizio amministrativo contabile, comminata
dalla competente sezione giurisdizionale regionale della Corte dei conti”, così la
N. 00026/2021 REG.RIC.
Sezione delle autonomie, delibera n. 22/2018/INPR).
Detta obbligatorietà, infatti, riguarda l’adozione del piano di cui all’art. 20 del d.
lgs. n. 175 del 2016, non la successiva attuazione, ed è presidiata da una sanzione e
dall’eventuale responsabilità amministrativo contabile, così spostando nell’ambito
del particolare ordinamento contabile gli effetti e le conseguenze, oltre che la
rilevanza, dell’adozione dell’atto di programmazione.
In tale prospettiva gli istituti introdotti dal d. lgs. n. 175 del 2016 non possono
essere interpretati in senso ostativo rispetto alla volontà del legislatore di riordino
delle partecipazioni pubbliche (sicché l’omesso inserimento di un’operazione di
razionalizzazione nella delibera programmatoria non può essere inteso come
impedimento alla realizzazione di detta operazione), mentre l’avvenuto inserimento
dell’operazione di snellimento nell’ambito del programma è funzionale a facilitare
la successiva implementazione concreta della scelta amministrativa, scelta che
viene attuata successivamente.
D’altro canto neppure gli esiti del ricorso straordinario avverso la deliberazione
presupposta producono necessariamente riflessi nell’ambito della presente
controversia (dipendendo dal tenore del singolo atto e dai motivi di ricorso), con la
conseguenza che neppure l’annullamento di uno di detti piani (che comporta fa
venir meno lo specifico progetto di dismissione nell’atto di programmazione)
impedisce necessariamente di cedere la titolarità delle quote sociali con un atto
indipendente. Ciò perché altrimenti l’atto programmatorio di cui all’art. 20 del d.
lgs. n. 175 del 2016 (o, meglio, la mancata previsione di un’operazione di
razionalizzazione, o l’annullamento di essa) produrrebbe un effetto contrario
rispetto alla volontà legislativa di incentivare, anche attraverso quel piano, gli
interventi di dismissione di partecipazioni antieconomiche.
E in ogni caso non risulta agli atti che sia intervenuta una decisione sul ricorso
straordinario.
10.1. Il motivo è quindi fondato, con conseguente ammissibilità della domanda
N. 00026/2021 REG.RIC.
introduttiva del presente giudizio.
11. Con il secondo e il quarto motivo l’appellante ha dedotto l’erroneità della
sentenza nella parte in cui il Tar ha dichiarato legittimo il recesso del Comune di
Randazzo.
11.1. Il motivo è meritevole di accoglimento.
Il tema sotteso alla presente controversia necessita di essere affrontato considerando
la prospettiva pubblicistica e la prospettiva privatistica, sia in riferimento all’istituto
del recesso (del Comune di Randazzo), sia in relazione all’istituto della
liquidazione societaria (di Joniambiente).
Con l’atto qui impugnato il Comune di Randazzo ha esercitato il recesso nei
confronti di Joniambiente, società in liquidazione.
In particolare, a tale ultimo riguardo, l’ambito territoriale ottimale per il servizio di
gestione dei rifiuti è stato introdotto con l’art. 23 del d. lgs. n. 22 del 1997.
Successivamente il d. lgs. n. 152 del 2006 ha istituito e disciplinato le Autorità
d’ambito, le quali agiscono attraverso gli ATO, destinatari di alcune prerogative
precedentemente affidate alle regioni e alle province in merito di gestione dei
rifiuti.
Joniambiente s.p.a., che rappresentava l’Ambito Territoriale CT1, è stata costituita
dal Comune di Randazzo, unitamente ad altri Comuni della ex provincia di Catania.
Lo stesso provvedimento impugnato in primo grado riporta che “con deliberazione
del Commissario ad Acta, n.1 del 17/12/2002, il Comune di Randazzo ha aderito
alla società d’Ambito denominata Joniambiente, approvando contemporaneamente
lo Statuto della società d’Ambito” e che “le quote di partecipazione, sottoscritte dal
Comune di Randazzo per l’adesione alla Joniambiente S.p.A., oggi in Liquidazione,
ammontano a 8,19, pari ad € 8.189,00”.
La l.r. n. 9 del 2010 ha posto le società d’ambito in liquidazione (le gestioni da
parte delle s.p.a. ATO “sono cessate dalla data del 30 settembre 2013 e sono state
trasferite in capo alle S.R.R., con conseguente divieto per i liquidatori delle società
d’ambito di compiere ogni atto di gestione”, così l’art. 19) e ha istituito al loro
N. 00026/2021 REG.RIC.
posto le SRR, Società Regolamentazione Rifiuti, le quali hanno progressivamente
assunto il servizio, direttamente o tramite i comuni riuniti in ARO.
Attualmente quindi Joniambiente in liquidazione svolge attività liquidatoria e non
gestisce più il servizio rifiuti.
Il Comune di Randazzo ha motivato il proprio recesso dalla partecipazione in
Joniambiente in liquidazione sulla base delle seguenti considerazioni:
– la razionalizzazione imposta dall’art. 20 del d. lgs. n. 175 del 2016 in punto di
partecipazioni societarie da parte degli enti locali;
– lo stato di dissesto del comune di Randazzo (deliberazione 30 maggio 2019 n.
17);
– l’irragionevolezza di pagare i costi di gestione di Joniambiente in liquidazione,
quelli “inerenti il mantenimento di SRR Catania Provincia nord” e “i costi
amministrativi e gestionali per far fronte al servizio di igiene urbana del Comune
di Randazzo, attualmente gestito dallo stesso Comune”.
Tale motivazione non trova corrispondenza nelle fattispecie di recesso previste dal
legislatore.
11.2. Principiando dalla disciplina pubblicistica, il d. lgs. n. 175 del 2016 non
prevede una disciplina derogatoria del recesso del socio, se non in un caso,
ricadendo pertanto la relativa disciplina nella previsione di cui all’art. 1, comma 3,
d. lgs. n. 175 del 2016, secondo cui “per tutto quanto non derogato dalle
disposizioni del presente decreto, si applicano alle società a partecipazione
pubblica le norme sulle società contenute nel codice civile e le norme generali di
diritto privato”.
In particolare, il d. lgs. n. 175 del 2016 incentiva la razionalizzazione delle società a
partecipazione pubblica, senza prevedere, salvo specifici casi, modalità di cessione
di società o di quote ulteriori rispetto a quelle ordinariamente consentite in ambito
commerciale (alienazione di quota, cessione, messa in liquidazione, fusione o
soppressione di società).
N. 00026/2021 REG.RIC.
Fra gli strumenti di dismissione introdotti dal d. lgs. n. 175 del 2016 vi è l’ipotesi di
recesso di cui all’art. 24 comma 5, che non si applica al caso concreto perché fa
riferimento alla mancata attuazione di una dismissione prevista nel piano di
razionalizzazione mentre nel caso di specie la dismissione controversa è stata
prevista e attuata (sul punto Corte dei conti, Sez. reg. Lazio, deliberazione n.
35/2020/VSG e Sez. reg. Lombardia 79/2018/PAR).
11.3. Pertanto l’istituto del recesso, cui fa riferimento il provvedimento impugnato,
trova fondamento nella disciplina privatistica.
Inquadrato nella categoria dei diritti potestativi sostanziali, connotati dal fatto che il
titolare è abilitato a produrre una modificazione nella sfera giuridica altrui non
sottoposta a controllo giudiziale, l’art. 2437 c.c. prevede, al comma 1, le cause di
recesso inderogabili, riguardanti la modifica significativa dell’oggetto sociale, la
trasformazione della società, il trasferimento della sede all’estero, la revoca dello
stato di liquidazione, l’eliminazione di una o più cause di recesso derogabili o
previste dallo statuto, la modificazione dei criteri di valutazione delle azioni in caso
di recesso, le modifiche dello statuto concernenti il diritto di voto o di
partecipazione. Al comma 2 sono indicate ulteriori cause di recesso, derogabili
dallo statuto, quali la proroga del termine di durata della società, l’introduzione o la
rimozione di vincoli alla circolazione delle azioni. Al comma 3 è attribuita facoltà
di recesso ad nutum al socio di società di durata indeterminata e al comma 4 è
previsto che lo Statuto possa introdurre altre ipotesi di recesso.
Nello statuto di Jonicambiente non sono previste ulteriori ipotesi di recesso mentre
viene effettuato un rimando alle norme del codice civile e alle altre disposizioni in
materia di società (art. 30), in linea con la sopra riferita disposizione di cui all’art.
1, comma 3, d. lgs. n. 175 del 2016.
Il recesso di cui alla deliberazione impugnata, motivato nei termini sopra delineati,
non integra alcune delle ipotesi di recesso previste dai commi 1 e 2 dell’art. 2437
c.c., non potendo essere ricondotto ad una modifica significativa dell’oggetto
sociale, alla trasformazione della società, al trasferimento della sede all’estero, alla
N. 00026/2021 REG.RIC.
revoca dello stato di liquidazione, all’eliminazione di una o più cause di recesso
derogabili o previste dallo statuto, alla modificazione dei criteri di valutazione delle
azioni in caso di recesso, alle modifiche dello statuto concernenti il diritto di voto o
di partecipazione, alla proroga del termine di durata della società, all’introduzione o
alla rimozione di vincoli alla circolazione delle azioni.
Rimane pertanto la sola possibilità di ritenere applicabile al caso di specie il
recesso ad nutum previsto dal terzo comma dell’art. 2437 c.c.
A fronte delle specifiche ipotesi di recesso previste dal codice civile e considerando
la mancanza di previsioni ulteriori di recesso da parte dello Statuto, la
giurisprudenza della Corte di cassazione sul punto sembra chiudere le porte
all’interpretazione analogica dei casi di recesso ad nutum di cui all’art. 2437
comma 3 c.c., previsto nei casi di durata indeterminata della società, anche al di
fuori di detta ipotesi (dallo statuto di Joniambiente si evince che la durata della
società è fissata per il 2030).
La questione di fondo riguarda la possibilità di equiparare, ai fini di legittimare il
recesso ad nutum del socio, la previsione statutaria di una società per azioni,
contratta per un tempo particolarmente lungo, a quella di società con previsione di
durata a tempo indeterminato.
In disparte ogni valutazione in ordine alla possibilità di qualificare il termine di
durata di Joniambiente, individuato nello statuto nel 2030, come “particolarmente
lungo”, gli indici normativi e sistematici convergono nel non consentire detta
equiparazione (e quindi il recesso ad nutum del socio di società per azioni in caso
di termine non indeterminato della società ma “particolarmente lungo”).
Depongono in tale senso la lettera del comma 3 dell’art. 2437 c.c., che limita
tassativamente la possibilità di recedere ad nutum al solo caso di società contratta a
tempo indeterminato, e la prospettiva sistematica, che deve tenere in considerazione
la disciplina dettata per le società di capitali e le esigenza di certezza che la
connotano, nonchè la tutela dei creditori sociali, i quali, facendo affidamento solo
N. 00026/2021 REG.RIC.
sul patrimonio sociale, hanno interesse al mantenimento della sua integrità.
Sullo sfondo si pone la comparazione tra l’interesse del socio di società per azioni a
dismettere il suo investimento e l’interesse del resto della compagine e della società
stessa a portare avanti il progetto imprenditoriale, facendo affidamento sulle risorse
presenti e sulla certezza delle stesse, connesso all’interesse dei terzi creditori, che, a
loro volta, confidano sulla generica garanzia costituita dall’intero patrimonio
sociale, in una prospettiva che si distingue dalla situazione delle società di persone.
Nelle società di capitali l’interesse della società alla conservazione del capitale
sociale prevale sull’eventuale pregiudizio di fatto subito dal socio (per la
frustrazione alla volontà di dismettere la partecipazone), che non vede inciso, nè
direttamente nè indirettamente, il suo diritto di partecipazione agli utili e il suo
diritto di voto a causa del mutamento del quorum. “Ciò giustifica – anzi impone –
una interpretazione restrittiva delle norme che prevedono le ipotesi di recesso del
socio di società per azioni” (Cass. civ., sez. I, ordinanza 29 marzo 2019 n. 8962).
Rispetto alle società di persone, invece, il legislatore ha stabilito una diversa
disciplina delle ipotesi di recesso ad nutum (previsto dall’art. 2285 c.c. per le
ipotesi di durata della società indeterminata o pari alla vita di un socio), atteso che,
in esse, prevale l’intuitus personae.
Diversamente, nelle società di capitali, nelle quali il recesso ad nutum è
contemplato solo per i casi di società con durata indeterminata, l’estensione alle
società per azioni della disciplina del recesso del socio trova ostacolo in esigenze di
certezza e di tutela, in particolare, dell’interesse dei terzi creditori: mentre i creditori
di una società di persone possono fare affidamento, oltre che sul patrimonio
societario, anche sui patrimoni personali dei soci illimitatamente responsabili,
viceversa, i creditori di una società di capitali possono contare soltanto sul primo,
che, in caso di recesso di un socio, subisce una corrispondente riduzione (non
compensata dalla responsabilità personale del recedente).
Considerato che l’interesse della società alla conservazione del capitale sociale
prevale sull’eventuale pregiudizio di fatto subito dal socio e che si impone
N. 00026/2021 REG.RIC.
un’interpretazione restrittiva delle norme che prevedono le ipotesi di recesso del
socio di società per azioni (Cass. civ., sez. I, ordinanza 29 marzo 2019 n. 8962) è
esclusa la possibilità di assimilare la società avente quale termine di durata un
termine “particolarmente prolungato” alla società a tempo indeterminato, per la
quale (soltanto) è previsto il recesso ad nutum quale espressione del principio
generale desumibile dall’art. 1379 c.c. in tema di impegni a tempo indeterminato.
“E’ escluso il diritto di recesso “ad nutum” del socio di società per azioni nel caso
in cui lo statuto preveda una prolungata durata della società (nella specie, fino al
2100), non potendo tale ipotesi essere assimilata a quella, prevista dall’art. 2437,
comma 3, c.c., della società costituita per un tempo indeterminato, stante la
necessaria interpretazione restrittiva delle cause che legittimano la fuoriuscita del
socio dalla società” (Cass. civ., sez. I, 21 febbraio 2020, n. 4716).
Esclusa la possibilità di ricorrere al recesso ad nutum, non si rinviene il fondamento
normativo del recesso esercitato dal Comune di Randazzo.
11.4. Non solo. L’art. 2437-bis c.c. esclude espressamente la possibilità per il socio
di recedere nella fase di liquidazione della società (e Joniambiente, come già
ricordato, è in liquidazione).
In disparte ogni considerazione su