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Walther Leopold

L E O P O L D   W A L T H E R

Nacque a Bologna il 18 Gennaio 1882 da Gustavo Leopold e da Anna Sandholz.
La coppia si era stabilita a Bologna dove Walter nacque e visse fino ad undici anni quando, in seguito alla morte del marito, la madre ritornò in Germania e  Walter frequentò le scuole medie a Dusseldorf, Bad Godesberg e Lorrach.
Si iscrisse alla facoltà di Architettura dell’Università di Friburgo e continuò gli studi a Monaco e a Dresda, dove si laureò l’otto luglio 1910, in un ambiente culturale che  proponeva il neogotico, soprattutto col suo professore Hartung che  lo invogliò alla ricerca in Sicilia del gotico medievale.
Dopo la prima guerra mondiale sposò la bolognese Mariantonietta Neri e nel 1921 ritornò in Italia, a Milano, dove coltivò vari interessi culturali.
Nel 1941 si trasferì a Bologna.
Morì a Sulzano sul lago d’Iseo il 19 giugno 1976 e fu sepolto a Bologna.
 La sua opera principale (e forse unica) è la sua tesi di laurea, pubblicata a Berlino nel 1917, col titolo “Architetture del medioevo in Sicilia a Castrogiovanni, Piazza Armerina, Nicosia e Randazzo”.

Egli giunse  con la madre in Sicilia il 28 novembre 1910 ed iniziò il suo lavoro ad Enna (allora Castrogiovanni) l’1.12.1910; fu a Piazza Armerina  dal 19. 1. 1911, a Nicosia dal 28.1, e a Randazzo dal 21 febbraio fino al 15 marzo del 1911. 
Ad Enna studiò il palazzo Varisano, palazzo Chiaramonte, la matrice, le torri campanarie di S. Giovanni e del Carmine, la torre di Federico ed il Castello di Lombardia. 
A Piazza Armerina la chiesa di S. Andrea, della Commenda, della Madonna del Gorgo Nero, la torre del Carmine ed il campanile del duomo.
A Nicosia le chiese di S. Nicolò, di S. Michele, di S. Benedetto e particolari del palazzo Speciale in via Giudecca. 
A Randazzo la chiesa di Santa Maria, il campanile di S. Martino, casa Scala(o palazzo reale), casa La Macchia, chiesa di S. Nicola, di S. Vito, di Sant’Agata, il rosone della chiesa di S. Stefano, palazzo Lanza, palazzo Clarentano, casa Scala , due case in vicolo dell’ Agonia,  una casa in via Romeo, casa Spitaleri, casa Menessali, palazzo Rumbolo,  una finestra di casa Calderara, altra casa in via Calderara, un portale in via Cavallotti(oggi via Sottotenente Francesco Fisauli), una monofora in casa vicina a chiesa di Santa Maria, la bifora di casa Camarda, finestre in via Cavallotti, una monofora in via Roma. 
Il Leopold era alla ricerca del gotico in Sicilia , oltre che nei centri noti di Palermo, Cefalù e Messina, nelle città interne e “lombarde”, come località e culture più intrise di cultura ed arte  dell’Europa centrale.
Il lavoro del Leopold consiste in un vasto repertorio di disegni e schizzi puntuali e precisi (era la mano di un architetto) di edifici e di particolari architettonici (un semplice portale o una semplice finestra) che egli effettuò con ammirevole scrupolo e pazienza, sopportando i rigori di un inverno freddissimo (i ghiaccioli dai tetti che stupirono la madre Anna , bolognese, ma esperta del clima della Germania) e fornendo ai futuri studiosi e cultori d’arte e storia informazioni inedite ed originali che fecero da spunto e stimolo, come nel caso della descrizione del tetto ligneo dipinto della Chiesa di S. Nicolò di Nicosia che è il fiore all’occhiello dell’indagine del Leopold.
Infatti tale tetto, coperto e reso invisibile da un nuovo sottostante tetto, era rimasto quasi sconosciuto agli stessi Nicosiani (non certo ai frequentatori della chiesa, come dimostra il sacerdote Salvatore Gioco nel suo volume “Nicosia Diocesi”) per cui si parlò di scoperta del Leopold, e poi di altra scoperta del professore Giovanni De Francisco negli anni Settanta.
Santo Casalotto*

Prof Santo Casalotto

*Santo Casalotto è nato a Nicosia (En) il 2.11.1945 si laurea in Lettere Moderne a Catania e subito inizia ad insegnare ad Omegna e poi  a Nicosia passando alla cattedra di Italiano e latino al liceo classico fino al pensionamento nel 2005. Da allora si dedica alla famiglia coltivando l’interesse per la storia e la cultura locale e componendo versi e racconti anche in dialetto gallo-italico.Ha scritto diversi articoli sul periodico locale “ L’ Eco dei Monti” e negli “ Atti delle giornate di stria locale”.
Ha collaborato con Lo Pinzino e D’Urso all’adattamento ed alla pubblicazione nel 2006 de  “La Casazza di Nicosia”, un testo drammatico compilato in manoscritto dal canonico De Luca agli inizi del 1800 sulla Passione di Cristo.
Ha Scritto e pubblicato nel 2008, assieme A Salvatore Lo Pinzino, il volume “Nicosia e la Valle del Salso” evidenziando, tra l’altro, l’importanza , per la storia e l’economia di Nicosia, del sale e di altri minerali estratti in passato nel territorio di Nicosia.
Nel 2015 ha pubblicato, col Lo Pinzino e Il D’Urso, il rifacimento del manoscritto dal canonico Provenzale dal titolo “ Nicosia città di Sicilia Antica, Nuova, Sacra e Nobile”.
 Nel 2017,in occasione del bicentenario della erezione della Diocesi di Nicosia, ha collaborato alla stesura del volume “Superaddita diei” di Gaetano Zito.
Ha in corso di pubblicazione il testo  stampato e riadattato del trattato “ De Morbi Pandemici causis, symptomatibus et curatione” del famoso medico e filosofo nicosiano Marcello Capra.
Spera di poter pubblicare i frutti delle ricerche effettuate sull’opera e gli scritti dell’arcivescovo di Monreale Francesco Testa e del fratello Alessandro Testa, opere concernenti la storia e la cultura siciliana del 1700.
 Altri lavori sono già pronti per la pubblicazione  riguardano il papa nicosiano Leone II; le vicende delle chiese di Calascibetta contese, fino a qualche secolo fa tra il potere politico e la Chiesa; e la biografia di frate Vitale ,uno dei più importanti frati cappuccini inserito dal Boverio  e dall’ Aremberg tra i “Fiori Serafici”.
Nella sua ricerca nel territorio ha riscoperto e rivalutato la statua della ridenominata “Madonna del cammino”, ora posta in un altare della Chiesa di S. Francesco di Paola; la statua e la chiesa di S. Ubaldo; la statua del Gagini della “Madonna del Soccorso”.
Propone di recuperare e valorizzare le statue della “Madonna dei pescetti” e di Santo Stefano vescovo, attualmente trascurate ed emarginate in angoli di sacrestie e in umide, buie e “sepolte” cripte.

 

La Chiesa di Santa Maria di Randazzo di Francesca Passalacqua

Randazzo è l’ultima tappa dell’itinerario di Walter Leopold: lo studioso ne apprezzava immediatamente le caratteristiche paesaggistiche particolari di un centro storico incastonato sui declivi dell’imponente vulcano, in cui individuava una grande quantità di edifici civili di epoca medievale, ma affermando che «il massimo interesse lo destano la Chiesa di Santa Maria e la torre di San Martino» [Leopold 2007, 146].
La cittadina etnea deve il suo sviluppo all’amministrazione normanna, che ne aveva fatto lo snodo territoriale tra la costa ica siciliana e l’interno del territorio [Natoli Di Cristina 1965,; Basile 1984,; Terranova 1985, ].

Francesca Passalacqua

Sito alle falde del vulcano, sull’estremo lembo di un’antica colata lavica, l’abitato cresceva entro le mura con un andamento fusiforme e si sviluppava per effetto di un «singolare sinecismo di tre gruppi etnici distinti, derivanti dal ceppo latino-arabo, da quello lombardo e da quello greco» [Natoli Di Cristina 1965, 69].
Tre nuclei, pertanto: ciascuno cresciuto intorno alla propria chiesa, così da simboleggiarne i rispettivi valori e le rispettive tradizioni.
Fin dall’età medievale, le tre chiese di San Martino, di San Nicola e di Santa Maria, schierate lungo l’asse centrale dell’impianto urbano, erano i cardini di una forma urbis scandita da tre quartieri attraversati da un reticolo di viabilità variamente intersecato.
Era stato proprio l’assetto medievale della cittadina etnea ad attirare, come s’è detto, Walther Leopold a Randazzo, e a consentirgli di riconoscerne l’appartenenza agli oppida lombardorum di Sicilia.
Non a caso egli scelse di disegnare, insieme agli edifici e alle chiese, anche particolari costruttivi e decorativi che accomunassero i centri urbani attraverso le architetture risalenti a quell’aulica esperienza formale.
Per le architetture randazzesi Walter Leopold concepì dieci tavole.
La chiesa di Santa Maria, il campanile della chiesa di San Martino e le due piccole chiese di San Vito e Sant’Anna venivano rappresentati in sei tavole, mentre le restanti quattro si occupavano di alcuni edifici civili: i palazzi Lanza e Clarentano e le case La Macchia e Spitalieri.
Interessato esclusivamente ai caratteri originari delle fabbriche, Leopold riportava nelle tavole le piante, alcune sezioni, i prospetti principali e, come sappiamo, ometteva volutamente gli interventi incongrui con il periodo esaminato, arricchendo altresì il disegno di un gran numero di particolari costruttivi che esaltavano la fondazione medievale degli edifici selezionati.
Alla chiesa di Santa Maria egli dedicò ben tre tavole, ricostruendone l’ipotetico assetto primitivo, eliminando quelle trasformazioni considerate posticce.

 

W.Leopold – Chiesa di Santa Maria 1910/1911 – Randazzo

 

W.Leopold – Chiesa di Santa Maria profilo laterale 1910/1911 – Randazzo

W.Leopold – Chiesa di Santa maria 1910/1911 – Randazzo

Disegnando il tempio maggiore, rappresentava un edificio interamente marcato dai soli caratteri medievali. Interessato soprattutto all’assetto esteriore e ai caratteri originari, Leopold tralasciava le modifiche che sarebbero intervenute successivamente all’interno e all’esterno della chiesa, trasformandone radicalmente l’impianto originario.
Dalle epigrafi di fondazione deduceva l’esemplarità federiciana della chiesa e, nel ridisegnare la pianta e il prospetto laterale, secondo i procedimenti costruttivi dell’epoca di fondazione, Leopold sostituiva persino il portale meridionale – più tardo – con il disegno di un portale preesistente.
La rappresentazione restava anche mutila del prospetto principale e della cupola, che avevano completato il cantiere tra il XVIII e XIX secolo.
L’analisi dell’edificio è introdotta (senza alcun commento) dalla rappresentazione del calco delle due epigrafi, che gli permettono di confermare l’impostazione planimetrica del tempio, composto da tre navate separate da due file di sei colonne a sostegno di archi e concluso dalla vasta area del transetto triabsidato [Leopold 2007, 148].
La prima tavola  riproduce l’area absidale della chiesa. Divisa in due parti, nella superiore rappresenta (a scala maggiore rispetto ai restanti disegni) il prospetto delle absidi e del transetto affiancato dalle relative sezioni delle cornici di coronamento.
Nell’ inferiore, invece, pone al centro la pianta dell’intero edificio, riportandone fedelmente soltanto i caratteri presumibilmente originari e inserendo lateralmente il disegno della cripta e la relativa sezione trasversale sormontata dalle absidi; completano la tavola i disegni dei particolari delle bifore del transetto, delle finestre absidali e delle sculture leonine, che Leopold ritrova incastonate nella muratura della cripta e che ritiene di epoca romanica [Virzì 1984, 243].
Nella seconda tavola , dedicata principalmente al prospetto meridionale dell’edificio, risaltano le omissioni.
Leopold infatti non disegnava il campanile del prospetto principale, tralasciava integralmente la cupola e sostituiva il portale laterale con un portale coevo alla costruzione della fabbrica, «conservato», a suo dire, «in un ripostiglio». Dovrebbe trattarsi del portale laterale, originariamente sul prospetto settentrionale, poi rimosso per dar posto all’attuale porta d’ingresso, che invece proviene dal prospetto principale. [Leopold 2007, 148].
Grande risalto ricevono invece i particolari costruttivi del doccione, della cornice di coronamento e delle diverse aperture (le bifore e la trifora) dell’area del transetto, che occupano la parte sottostante della tavola.
 Il suo rigoroso senso del restauro dell’architettura medievale induceva, per contro, lo studioso a rappresentare, nella terza tavola concernente il tempio di Santa Maria , i portali laterali rimossi dal disegno dei prospetti.
Databili non prima del XVI secolo – proprio in ossequio al Cinquecento – potevano meritare di essere rappresentati: un privilegio negato alle successive opere (quali le modifiche della zona absidale finalizzate alla copertura del transetto con cupola e la torre campanaria, ricostruita nel secondo Ottocento), che restavano del tutto ignorate [Mothes 1882, 576-577; Bottari 1950, 41-42]. 

Leopold attribuendo la costruzione della chiesa di Santa Maria al tempo di Federico II di Svevia, come attesta l’epigrafe ancora conservata nel portico sottostante la sacrestia, la riteneva, nel suo aspetto esterno «uno splendido esempio di architettura» di quel tempo.

Conclusioni

Alla fine degli anni Novanta, Mario Manganaro, docente di disegno all’Università di Messina, recentemente scomparso, celebrava il viaggio-studio di Leopold con una raccolta di disegni dal titolo: Isole nell’isola. Ripercorrendo l’itinerario dello studioso tedesco realizzava raffinate vedute dei centri siciliani «con lo spirito del diario grafico di un viaggiatore» e un animo attento e delicato come la sua mano di esperto disegnatore.  Rappresentando, ottant’anni dopo il viaggio-studio di Leopold, gli stessi luoghi, rilevati e disegnati dallo studioso tedesco, Manganaro riproponeva scorci e vedute delle isole, prescelte all’interno della nostra Isola, 

 

Mario Manganaro

scoprendo, ancora una volta, un panorama tanto variegato dei centri storici, quanto è varia la storia della Sicilia. 
Alla ricerca del medioevo lombardo, Manganaro come Leopold, aveva individuato quei monumenti che mantenevano salda l’origine della costruzione, malgrado le modifiche e le sovrapposizioni successive.
Era rimasto particolarmente affascinato dal campanile della cattedrale di Piazza Armerina, che, «serrato dalla poderosa fabbrica barocca, mostra sul fianco laterale

 

Mario Manganaro – Chiesa di Santa Maria 1997


la sua candida architettura originaria». [Manganaro 1998, 1], rappresentandolo con dovizia di particolari per esaltarne le forme gotiche.
L’autore, come tanti studiosi, confermava la validità dell’opera di Leopold che, con un approccio curioso ha contribuito a diffondere un patrimonio artistico che è testimone, tra i tanti popoli che si sono avvicendati nel corso dei secoli, della cultura lombarda in Sicilia.
Francesca Passalacqua

per saperne di più:

 

 

 

a cura di Francesco Rubbino 

Giuseppe Plumari – Lettere Autografe 1822

Angela Militi – Emblematica Sacra e Alchimia

Il patrimonio culturale della nostra Città si arricchisce di un altro pregevole libro di Angela Militi.


 

Il vecchio coro ligneo della chiesa di Santa Maria in Randazzo: connubio tra Religione e Alchimia

Pubblicato il 21 marzo 2019 da angela-militi     Qui di seguito alcune pagine significative.

Tra le tante opere d’arte che la chiesa di Santa Maria gelosamente conserva, senza dubbio un posto di assoluto rilievo lo occupa il vecchio coro ligneo.

     Figura 1: Parte del vecchio coro ligneo adattato alla nuova sede

L’opera risale alla fase di rinnovamento e abbellimento degli interni della chiesa, avviati nella seconda metà del XVIII secolo, per adeguare la struttura alle esigenze stilistiche e decorative del momento.
Nel mese dicembre del 1767, il procuratore locale dell’Opera de Quatris, Michele Blandini, volendo dotare la chiesa di un nuovo coro, indiceva un bando, con il quale si invitavano gli eventuali offerenti a presentare le proprie offerte. Ad aggiudicarsi i lavori fu il maestro Tommaso Spitaleri di Troina – già noto in città per aver realizzato nel 1763 il coro ligneo della chiesa di San Nicola – per la somma di onze 99,28 (la somma comprendeva anche la realizzazione delle tre porte della facciata) e il 16 gennaio 1768 sottoscrisse il contratto insieme ai maestri Giuseppe Puglisi e Serafino Abbate di Novara di Sicilia.

     Figura 2: Particolare del coro ligneo della chiesa di San Nicola, 1763

Nell’atto di commissione del lavoro si stabiliva che il coro doveva essere realizzato secondo il progetto presentato dallo Spitaleri, maestro principale dell’opera, ossia composto di due ordini, con 22 stalli nell’ordine superiore.
Spitaleri portò a termine l’opera nel mese di dicembre dello stesso anno, con ben sei mesi di anticipo sulla data stabilita.
Tuttavia dopo circa un anno e mezzo sorse un’accesa e lunga controversia tra il maestro Spitaleri e committenti, giacché questi ultimi avanzarono critiche sulla composizione dell’opera lignea che si concluse a sfavore del magister, tant’è che dovette impegnarsi a rifare il coro sacrificando quattro stalli.
L’utilizzo del coro ligneo da parte dei canonici ebbe, però, breve durata: a distanza di mezzo secolo circa dalla sua installazione, in occasione del completo ammodernamento della chiesa (1790-1820), esso fu smontato e trasferito in sedi provvisorie e, infine nel 1823 fu ricomposto nella forma attuale e collocato del corpo della sacrestia, giungendo così fino ai nostri giorni.
Il preciso e dettagliato programma iconografico dei pannelli del postergale, definito dai Canonici, al quale il magister si dovette necessariamente attenere, non lasciava nulla al caso.
La decorazione dei diciotto pannelli è caratterizzata da figure allegoriche, sole o accompagnate da cartigli con citazioni bibliche, incorniciate da volute fogliacee e fiori.

     Figura 3: Un Pannello del postergale

Tale struttura compositiva è tipica dell’emblematica, genere letterario di cui fu antesignano il giureconsulto milanese Andrea Alciati (o Alciato), che nel 1531 formulò la prima serie di emblemi costituiti da un titolo o motto (inscriptio), un’immagine a carattere simbolico-allegorico (pictura) e un epigramma o breve testo in prosa (subscriptio).

     Figura 4Emblematum Liber, Emblema “In astrologos

Trattasi di un piccolo corpus di emblematica sacra, che conobbe il suo massimo sviluppo nel Seicento, in quanto i Canonici ripresero gli emblemi principalmente dal volume del gesuita Henricus Engelgrave, Lucis Evangelicae, e dal volume del frate certosino Nicolás de la Iglesia, Flores de Miraflores.

                                         

Per approfondire: Angela Militi,  EMBLEMATICA SACRA E ALCHIMIA.  Gli “emblemi” del vecchio coro ligneo della chiesa di Santa Maria in Randazzo, Venezia, 2019

Il Libro di 393 pagine con 170 figure oltre che nelle librerie lo puoi trovare anche in edicola.

BASILICA DI SANTA MARIA

Padre Domenico Massimino Arciprete della Basilica.

 

 

      La storia della Basilica di Santa Maria raccontata dagli storici che nel corso di questi ultimi secoli così l’hanno descritta.

 

     Arciprete Giuseppe Plumari ed Emmanuele (1847):

Storia di Randazzo trattata in seno ad alcuni cenni della storia generale di Sicilia esposta dall’Arciprete di Essa Città.

            Fù prodigiosamente trovata, all’Anno 200. (come dicemmo) nell’interno di un’Antro sotterraneo, ove ora sorge la Parrocchiale Collegiata Chiesa si S.ta MARIA, in questa nostra Città, la Veneranda Immagine della BSSIMA Vergine Madre di Dio, in atto di portare il S. Bambino sul braccio Sinistro, con Vestiario alla Greca, effigiata grossolanamente sopra un Pilastro.
Restò questo Pilastro in seguito traslocato nel Muro Laterizio della Chiesa primitiva, quando, in luogo di quella lavorata di tavole, ve ne costruì un’altra con pietre, calcina, ed arena, benchè ad una sola Navata, nel principio del IV Secolo Cristiano.
Il Sacro Altare eretto innanzi a detto Venerabile Quadro, restò in seguito sottoposto ad un Arco della Navata centrale in faccia al Meriggio nella singolare Epoca del 1239., allora, che questa Chiesa restò ampliata, ed ingrandita a tre Navi.
La Tradizione c’insegna, che i primi Fedeli di questa nostra Patria, riunivansi clandestinamente in tale Sotterraneo al culto di Nostra Signora, per così isfuggire le sanguinose persecuzioni, ch’erano allora in vigore contro i novelli Cristiani, nel bollore delle quali era stato chiuso, e con maestria murato quel bucco, che presentava l’ingresso in detto Antro.
Apparve indi uno spiraglio di lume, per via di quella Lampada, che da più di un Secolo avean lasciata accesa quei primi Cristiani al Culto della Vergine Madre in essa Grotta, quando si accinsero a demolirne quel Muro, a isotterrarne la Sacra Immagine, ed a traslocarne il Pilastro su di cui era dipinta, chiamata perciò d’allora in poi S.ta MARIA DELLO PILERI.
La Chiesa costruita unitamente al di Lei Campanile, che porta unico Prospetto colla medesima in Faccia all’Occidente (di cui ne ho fatto tirar la Figura), l’Epoca riconosce dell’Impero Occidentale di COSTANTINO IL GRANDE, come si sà per Vetusta, e costante Tradizione.
 
Che sia stata scoverta la Sacra Immagine della Vergine SSma, Due Secoli dopo la Nascita in questa Terra del Divin Redentore, veniva ciò manifestato da quella Iscrizione, che sopra il medesimo Altare stiade collocata dall’Anno 1551 fino all’Anno 1663.
In esso Anno 1551 era stato consagrato questo Tempio, secondo il Rito della Santa Romana Chiesa, dal nostro Illustre Concittadino Monsignor GIOAN-ANTONIO FASSIDE Vescovo di Cristopoli in partibus Infidelium, che trovavasi allora Vicario-Generale, e sustraganeo della Chiesa Arcivescovile di Monreale (essendo Arcivescovo di quella Chiesa l’Eminentissimo Cardinale ALESSANDRO FARNESE), di cui si conserva l’Attestato Originale della seguita Consagrazione nell’Archivio di essa Chiesa di S.ta MARIA; Ed ivi, contra l’opinione del Mongitore, che nell’Appendice della sua Biblioteca Sicola lo vorrebbe Palermitano, sono marcabili le seguenti parole: = Juxta Ritum Sancta Romana Ecclesia consecravimus Venerabilem Parochialem Ecclesiam S.ta MARIAE Civitatis Randatii Patria Nostra Jucundissima. Quindi a dinotarsi una tale eseguita Consagrazione, vi fù apposta sù l’Altare anzidetto la seguente Iscrizione:

ALMAE. DEIPARAE. RANDATII. PROTECTRICI. CUJUS. HAEC. EADEM. VENERANDA.IMAGO. HIC. IBIDEM. BINA. POST. SAECULA.

  1. EJUS. VIRGINEO. PUERPERIO. MIRACULOSE’. FUIT. REPERTA. HOC. SUMPTUOSUM. OPUS. PIETATIS. ERGO. POPULI. JUBILATIONE. CONSECRATUM. EST.

DIE. PRIMO. APRILIS. ANNO. DNI. MDLI.

            Fù divelta questa Iscrizione nell’Anno 1663; allor quando all’Altare della Beatissima Vergine fù adattata una Machinetta di fini Marmi, nella quale non vi restò luogo, ove potersi reincidere la medesima. Trovasi tuttavia copiata nel Manoscritto dell’Egregio Sacerdote Antiquario D’ANTONINO POLLICINO, quale finora conservano in RANDAZZO i Signori Fratelli di Palermo ed Alessandro.

            Questa rispettevole Chiesa, che nel suo primitivo Edificio era stata costruita ad una sola Navata, sin dal principio, come si è detto del IV° Secolo Cristiano, (ciò dimostra il suo esteriore Prospetto dall’uno, e l’altro lato dell’interposto suo Campanile) fu poi cominciata ad essere ingrandita a tre Navi nell’Anno 1217, e portata a perfezione.

Le prime tre pagine del primo volume:

 

SALVATORE GRASSO

salvatore Grasso

Salvatore Grasso nasce il 28 agosto 1979. 
Si è diplomato presso l’Istituto Agrario di Randazzo.
La passione per l’arte si manifesta già nelle scuole medie realizzando dei disegni sulla pietra lavica. Uno di questi disegni, molto bello, raffigura la via degli Archi .
Volendo realizzare un presepe per la sua famiglia scopre “la tecnica catalana” per la lavorazione del polistirolo e del gesso.
Prima fa la stuccatura o gessatura e dopo aver lavorato il polistirolo lo dipinge attraverso vari passaggi di colore, fino a quando prende l’aspetto voluto.
In questo modo riesce a realizzare diversi presepi. Uno di questi, molto grande,  si poteva ammirare nei locali del vecchio museo della “Civiltà Contadina”. Diventato “Museo dei Pupi Siciliani” gli è stato imposto di smontarlo.  (Peccato !)

La chiesa di Santa Maria realizzata in polistirolo.

Utilizza questa tecnica affinandola per realizzare della vere e proprie costruzioni in miniatura delle nostre più belle Opere Architettoniche.
 Difatti si fa conoscere realizzando ed esponendo la Chiesa di Santa Maria nel concorso, sezione scultura, di  “Randazzo Arte” dove gli viene assegnato il primo premio

Fino a poco tempo fa la  si poteva ammirare all’interno della stessa chiesa.  La Soprintendenza della Belle Arti di Catania dovendo realizzare un progetto per la ristrutturazione della basilica l’ha fatto togliere. (sic !)

Altre Opere realizzate da Salvatore Grasso sono:
La facciata del Municipio ( esposta nella stanza del Sindaco )
 – La via degli Archi
 – Diversi Presepi

Da oltre due anni lavora alla “costruzione ” della chiesa di San Nicola che spera di poter  esporre nella prossima estate.

Salvatore  Grasso è un giovane di talento, dotato di grande passione per l’Arte e soprattutto per le Opere Architettoniche di Randazzo e per la  sua Storia.

 

Alcune Opere di Salvatore Grasso.

 

La facciata del Municipio – Randazzo

Presepio

 


Chiesa di Santa Maria – Randazzo

Chiesa di Santa Maria – Randazzo

Chiesa di Santa Maria – Randazzo

Chiesa di San Nicola in “costruzione” – Randazzo

Chiesa di San Nicola in “costruzione” – Randazzo

 

Chiesa di San Nicola in “costruzione” – Randazzo

Dipinto su mattone di pietra lavica di Salvatore Grasso.

 

Riproduzione chiesa di Santa Maria con l’originale – Salvatore Grasso

 

 

La via degli Archi – Randazzo

BEATO LUIGI RABATA’

       Beato Luigi Rabatà Sacerdote Carmelitano

 

Erice, Trapani, 1443 circa – Randazzo, Catania, 8 maggio 1490

Beato Luigi Rabatà – Randazzo

Della sua vita non si hanno molte notizie. Di certo si sa che Luigi Rabatà era nato ad Erice, nel Trapanese, probabilmente nel 1443 e che entrò presto nel Carmelo di Trapani, dedicato all’Annunziata.
Fu poi priore del convento carmelitano riformato di Randazzo  dove morì nel 1490.

. Secondo la tradizione la sua morte fu causata da una ferita alla testa procuratagli da una freccia scagliata da un prepotente signorotto locale, tal Antonio Cataluccio, di cui padre Luigi aveva condannato fermamente e ripetutamente i costumi.
Padre Luigi agonizzò per diversi mesi, ma nonostante ciò perdonò il suo feritore.

Il suo corpo fu dapprima sepolto nel convento della cittadina siciliana e fu poi traslato ” nel 1913 ” sotto l’altare dell’Assunzione nella basilica di Santa Maria.

         È beato dal 1841

 

 

    Luigi Rabatà nacque a Monte San Giuliano, l’odierna Erice, intorno all’anno 1443. Sentì la vocazione religiosa quando era ancora giovane e vestì l’abito carmelitano nel convento dell’Annunziata di Trapani.
    Si distinse per la grande umiltà e l’attenzione verso il prossimo e il poco tempo che aveva libero dallo studio lo spendeva per aiutare i poveri della città.
    Era un uomo di grande preghiera che accompagnava alle penitenze. Aveva una grande predisposizione per lo studio e, dopo essere stato ordinato sacerdote, fu destinato al convento riformato di S. Michele di Randazzo (Catania).
    Vi rimase per il resto della vita.
    Fu eletto priore contro il suo volere. Non trascurò nulla per i bene del convento e dell’Ordine e la sua parola, unita alla vita esemplare, fecero breccia nel cuore dei fedeli.

    Numerosi accorrevano al convento dove padre Luigi era, a volte, protagonista di prodigi. Era amato da tutti e nelle prediche il beato non ebbe timore di condannare i costumi di un signorotto locale.
    Il prepotente, attraverso la mano del fratello, si vendicò ordinandone l’uccisione.
    Il beato Luigi fu ferito alla testa e, tra le lacrime di chi lo soccorse, perdonò il suo assassino. Dopo alcuni mesi di sofferenze, spirò l’8 maggio 1490.

    Fu sepolto sotto l’altare maggiore della chiesa e il suo sepolcro divenne meta di ammalati, specialmente di ossessi, che beneficiarono della sua intercessione.
    I processi canonici furono celebrati nel 1533 e nel 1573. Il 10 Dicembre 1841 Papa Gregorio XVI ne approvò ufficialmente il culto.
    L’anno successivo furono approvati ufficio e orazione.
    Il 13 agosto 1913 le reliquie furono traslate, in forma solenne, nella Basilica di Santa Maria e posti in un’urna, sotto l’Altare dell’Assunzione.
    Nel suo paese natale dal 1617 è venerata la reliquia dell’osso di una gamba, a Trapani dal 1640 è venerata una parte del suo capo.
    Il beato Luigi è rappresentato con la palma del martirio e la freccia che lo colpì alla testa. Non fece mai il nome del suo assassino, né il motivo dell’aggressione.
    È venerato come confessore e non come martire.

Autore: Daniele Bolognini

 

 

A VARA

STORIA DELLA ” VARA” di Salvatore Calogero Virzì 

 

Invitato a far seguito alla simpatica cerimonia svoltasi con una mia conversazione che si adattasse nello stesso tempo al momento mi è sembrato argomento consono e opportunissimo parlare della ”Storia della Vara”, espressione folcloristica di grande importanza, non solo per la nostra cittadina, che da secoli gode della sua celebrazione, ma anche per tutta la storia del costume della nostra Sicilia.
Essa, infatti, conserva ancora in tutte le sue espressioni un sapore inconfondibile di tempi e di età trascorsi, gelosamente conservato dal multiforme spirito delle innumerevoli generazioni che formano questa nostra cittadina, che vanta momenti di vero splendore nella sua storia e godette di grande importanza nelle travagliate traversie dell’Isola, come in quel periodo di esaltazione nazionale quale fu il “Vespro Siciliano” di cui l’anno scorso, in tutta la Sicilia, si è commemorato, con manifestazioni culturali, il settimo centenario della ricorrenza: 1282-1982.

Tutti sappiamo in che cosa consiste la festa della “Vara”, quali sono i suoi momenti, quali la caratteristiche, ma non tutti conoscono né le origini, ne la sua lunga storia, né quale sia stato lo svolgimento degli avvenimenti che la riguardano lungo i secoli trascorsi ed a noi ricordati da polverosi e marciti documenti d’archivio, che io ho avuto la fortuna di ritrovare ed il coraggio di compulsare, e che oggi mi danno la gioia di riferirne e notizie in questa mia conversazione.

  1. – LA FIERA FRANCA

A diradare, in parte, il mistero della situazione della Festa della “Vara”, ci viene in soccorso il ritrovamento di un documento originario che ci fa conoscere la data precisa di una manifestazione che fu l’occasione determinante della nascita della festa della Vara.
La istituzione cioè di una Fiera Franca che doveva celebrarsi nell’ambito del territorio della Chiesa di S. Maria.
La concessione è del 3 Agosto 1476 e fu data dal Re Giovanni d’Aragona: privilegio di grande importanza che rivoluzionò tutto il costume e tutta la vita economica e civile del paese.

            Ma è necessario chiarificare in che cosa consiste tale privilegio.

“a Vara”  foto d’epoca – Randazzo

Da tutti si conosce la grande importanza che ebbero la fiere nel Medioevo e l’efficacia economica di tale rilievo che ancora molti paesi, non più per privilegio speciale, ma per tradizione che si è perpetuata nei secoli più lontani della loro storia, ne conservato la celebrazione.
Cosi Mojo, Francavilla, Cesarò, Roccella, Troina, i cui paesi più lontani dell’Isola, e raccolgono animali d’ogni genere in numero veramente impressionante.
RANDAZZO, dunque, ebbe questo privilegio sollecitato dal Clero e dal Procuratore della Chiesa di S. Maria, perché allora era in tali strettezze economiche che non aveva la possibilità di portare a termine i lavori della fabbrica della stessa chiesa ancora, dopo tanti secoli, in costruzione.
Tale privilegio della Fiera Franca, infatti, devolveva una certa tassa da pagare alla Chiesa, mentre i commercianti erano esenti dal pagare le tasse allo stato ed alla dogana del Re.
            La Fiera comprendeva il commercio di panni, merci varie e bestiame. Gli animali prendevano posto ad “un tiro di balestra dalle mura” (nel Piano di S. Giuliano, penso); i mercanti di stoffe e generi vari nella Piazza di S. Maria dove l’amministrazione della Chiesa faceva costruire le “logge “,  abitacoli provvisori di tavole, da affittare ai vari mercanti per un modico prezzo.

Commercio di primaria importanza era quello della seta grezza, di cui in Randazzo vi era una grande produzione, ricercata dai mercanti palermitani, specialmente, che venivano numerosi, per la sua buona qualità.
A tutte le operazioni di commercio presiedeva di turno per il quale, nel centro del mercato, si alzava una “loggia” su un podio a scalini, sulla quale sventolava la bandiera della Fiera Franca ed in cui prendevano posto l’assessore, il notaio per i contratti da stipulare, il pesatore ufficiale; un congruo numero di guardie prestavano servizio per la Fiera.
La Fiera durava 9 giorni: 4 prima del quindici Agosto e 4 dopo e tutte la Autorità (Sindaco, assessori, giudici, ecc.) dovevano essere presenti alla apertura e chiusura della Fiera Franca, simboleggiata dal grande gonfalone bianco, con in mezzo la immagine della Madonna che veniva innalzato sul pinnacolo più alto del Campanile.
            Cerimonia suggestiva cui assisteva tutto il popolo che godeva, acclamava a gran voce la sfilata delle Autorità comunali, vestite con sontuosi paludamenti, che al suono di numerosi tamburi e di “bifferi”, sfilavano solennemente lungo la Piazza Soprana, fino al podio, per loro innalzato, davanti alla Chiesa.
Momento culminante della cerimonia era l’innalzamento del gonfalone, mentre scoppiettavano i mille petardi e suonavano a festa le numerose campane della Chiesa.

Il Privilegio di Re Giovanni coincideva con la “Corsa del Palio”.

Da tutti si conosce, o almeno si è sentito parlare, del ”Palio di Siena” , cioè la gara tra i vari quartieri della città che si disputa la vittoria con una corsa sfrenata di cavalli. A Siena ancora perdura tale manifestazione, diventata tanto famosa per tutta l’Italia; a Randazzo, purtroppo, è morta fin dalla metà del 1700.
In quel tempo le “Corse del Palio” erano una manifestazione famosa in tutta l’Italia e le città più importanti ne godevano il privilegio fin dai tempi remotissimi della Cavalleria Medievale, tanto che ce ne parla perfino Dante nella Cantica dell’Inferno (c. XV 122-123).
Randazzo, città allora di grande importanza, ottenne il privilegio di memorare questa singolare manifestazione che si articolava in cinque gare: corsa dei cavalli, corsa dei giumenti, dei muli, degli asini e dei buoi.
Gli animali che vi concorrevano non erano, almeno nei primi tempi, cioè nei sec. XV e XVI, né pochi né poco efficienti, in numero imprecisato.
Essi correvano la loro corsa a scaglioni, mentre musiche e canti, eseguiti da professionisti chiamati per l’occasione da vari paesi, echeggiavano nella Piazza di S. Maria, all’ombra di quel campanile ornato nella cuspide dallo stendardo della Fiera, che garriva al vento.
A dare il via alla corsa sono le Autorità dal loro palchetto sormontato dalla bandiera bianca.
La gara affannosamente cominciava tra le grida e gli incitamenti dei concorrenti, gli squilli di tromba e gli osanna del popolo: prima i cavalli con le loro bardature trapuntate, poi i giumenti, quindi i muli, gli asini, i buoi.
I vincitori delle varie gare ricevevano in premio delle stoffe pregiate, che cambiavano, nella qualità, secondo le varie gare: damasco d’oro per i cavalli; velluto cremisino per i giumenti; damasco verde per i muli ed un imprecisato “catalubbo” per asini e buoi.

  1. – LA “VARA”

Indagare sull’origine della “Vara”, non è cosa agevole, appunto perché ci mancano i documenti.

Chi, per primo, costruì la “Vara” in Randazzo? Quando e quale fu il primo progetto? Queste sono domande che possono ottenere una risposta solo, all’atto attuale, dalla intuizione storica e dalle deduzioni che si possono ricavare dalle poche notizie che abbiamo.
A mio parere l’invenzione della “Vara” di Randazzo si deve collocare verso la seconda metà del 1500 ed ha una derivazione diretta da quella similare di Messina.
Dagli storici municipali messinesi, quali sono il Bonfiglio e il Gallo, sappiamo che la “Vara” di Messina fu inventata nei primi del 1500.
Quale sia stata l’occasione immediata di questa invenzione, non ci viene da essi riferito ma è chiaro che ebbe derivazione dall’uso dei carri trionfali, allora tanto in auge a Palermo, a Catania e nelle altre città della Sicilia.

Così, dall’uso in Messina di portare in processione la statua della Madonna Assunta su una bardatura cremisi su un cavallo bardo in occasione della Festa del 15 Agosto, per opera di grandi maestri si passò, prima, ad un modesto carro con in alto la statua della Madonna Assunta e poi, man mano, col passare degli anni della prima metà del 1500, ad un carro talmente vistoso che comprendeva ben 500 personaggi ed era alto 50 palmi.
0Fu una tale meraviglia che in occasione del passaggio dalla città dell’imperatore Carlo V, nel 1535, i messinesi lo vollero onorare montando questa meraviglia di carro, che andò incontro all’illustre personaggio che ne rimase ammirato e compiaciuto.
Tappa precedente obbligata del viaggio di Carlo V fu Randazzo, ove arrivò il 18 Agosto del 1535. Egli pare vi si sia fermato per tre giorni, insignì Randazzo del Titolo di “Città”, suscitando tra la popolazione un entusiasmo indicibile e, quindi, partì per Messina, accompagnato da una lunga teoria di nobili della novella città, cioè di Randazzo che, in gran gala, formano un imponente corteo degno di un tanto personaggio, lungo la trazzera regia che attraversava la Valle dell’Alcantara.
I messinesi, come abbiamo detto, accolsero trionfanti il loro Imperatore, con manifestazioni mai viste, giacché per l’occasione gli andarono incontro, sulla via che conduceva al Duomo, due poderosi carri mobili splendenti di ori ed argenti.
Rimasero sbalorditi i componenti del corteo imperiale e tra essi anche i randazzesi che ne facevano parte i quali, a mio parere, recepirono nel loro cuore e nei loro propositi il messaggio che veniva loro da quello spettacolo mai visto.
Perché Messina sì, e Randazzo no?

Anche Randazzo era una gloriosa città. Anche Randazzo celebrava la festa dell’Assunta. Anche Randazzo, e specialmente la Chiesa di S. Maria, avrebbe potuto avere il suo carro trionfale.

Data la posizione economica florida della Chiesa, in seguito alla vistosa eredità di Giovannella De Quatris, che nel 1506 aveva devoluto ad essa i suoi due grandi feudi, si dà mano al progetto e si realizza un carro trionfale alto 18 metri che, in forma sintetica, rappresenti i tre misteri mariani della Dormizione o morte, dell’Assunzione e della Incoronazione di Maria Santissima, prendendo come esempio ispiratore così ci tramanda la tradizione ancora viva – il quadro del Caniglia, ancora esistente nella Chiesa, proprio nella Cappella del Crocifisso, che rappresenta i tre misteri sopraddetti, proprio forma ascensionale con cui sono rappresentati nella “Vara”.

Chi fu il primo inventore ed esecutore del progetto? Nulla sappiamo, solo possiamo azzardare l’ipotesi che sia stato ispiratore e consigliere della costruzione tecnica il grande architetto messinese Andrea Calamech, allora in Randazzo per attendere alla ristrutturazione della facciata della Chiesa di San Nicola, prima, e dell’interno della Chiesa di Santa Maria, poi.

Da ciò che sopra abbiamo riferito, però, possiamo, con forte probabilità, ricavare i termini del tempo della costruzione della “Vara”.

Carlo V venne in Sicilia nel 1535. il quadro del Caniglia porta la data del 1548. Perciò il lasso di tempo in cui fu creata la “Vara di Randazzo” è determinato da queste due date, cioè la metà del sec. XVI, anno più anno meno.

Che il periodo della costruzione sia proprio questo ci viene confermato, inoltre, dal fatto che i documenti più antichi che parlano di essa, uno del cosiddetto “LIBRO ROSSO” e l’altro dell’Archivio, risalgono proprio alla fine del sec. XVI

La struttura originaria della “Vara” sostanzialmente era quella che possiamo ancora ammirare: non si muoveva su ruote ma su scivoli, in un primo momento, e poi, su “rullari”, ed era tirata con entusiasmo da ogni ceto di persone che si prestavano volentieri per devozione, ma anche perché potevano essere avvantaggiati, per la vicinanza, nel salire sulla “Vara”, in occasione della sua spoliazione, per impossessarsi di qualche pezzo considerato preziosa reliquia da porre nei campi e in casa come buon antidoto contro il “malocchio”.

Il montaggio della “Vara” impegnava per mesi tutta la popolazione, operai, rivenditori, artigiani d’ogni specie, perfino boscaioli che dovevano tagliare anno per anno, nel più crudo inverno, e poi lasciarlo stagionare, il tronco della “Vara”, vero supporto portante cui era affidata la vita di tanti bambini e che in tutti i quattro secoli della esistenza della “Vara” cedette solo una volta, alla metà del sec. XVIII.

Col passare degli anni, affidata come fu, nella sua realizzazione strutturale, ad abili maestri ed artigiani, essa subì trasformazioni d’ogni genere e si ingrandì talmente che nel suo passaggio per la “Piazza Soprana” scuoteva pericolosamente le case.

La processione, come ai tempi nostri, si svolgeva lungo l’attuale Via Umberto sia perché era la strada principale ed era pianeggiante, e sia ancora perché, prospicienti ad essa, sorgevano i tre Monasteri di Benedettine (Santa Caterina, S. Giorgio, S. Bartolo), monache di clausura, che attraverso le fitte grate potevano seguire il suo svolgimento.

Alla semplice processione della “Vara”, col passare del tempo, si aggiunsero due altre manifestazioni di grande momento: il carro trionfale e la cavalcata.

La “Cavalcata” era una lunga teoria di cavalieri cui prendevano parte tutti i giovani più nobili della città che, all’occasione, sfoggiavano vistosi costumi alla spagnola dai molti colori, ricchi di trine e di ornamenti preziosi, che, su focosi cavalli, avanzavano accompagnati da alabardieri e scudieri, al seguito del signifero o portatore del gonfalone della città.

Precedeva la processione vera e propria, il “Carro Trionfale”, sontuoso podio mobile su cui prendevano posto i personaggi più importanti della festa e della città: le autorità, i suonatori, i cantanti, ecc.

La festa così diventò sempre più sontuosa, specialmente da quando la sua organizzazione fu assunta dall’Opera De Quatris (1676), che sopperì alle enormi spese richieste dall’illuminazione con accorgimenti speciali della Piazza Soprana, dal Campanile, della Facciata della Chiesa e all’addobbo di tutto l’interno della Chiesa che, in un anno particolare, richiese tanti drappi che per portarli da Linguaglossa, patria dell’impresario, richiese l’impiego di numerosi carri, dai fuochi pirotecnici.

Così la Festa della “Vara” diventò un momento di tripudio popolare in quel mese di Agosto assolato, in cui finalmente le braccia posavano dal lavoro dei campi ed i cuori speravano nel prossimo raccolto delle vigne.

  1. – IL DECLINO 

Così la festa si svolse per secoli: nel 1600 non saltò un anno, nonostante la grossa spesa che comportava (onze 95).
La prima metà del 1700 incrementò la fiera, il Palio e la festa in sé, ma, col maturare degli anni nella seconda metà cominciarono a sorgerei primi contrasti esterni ed interni, che avviarono il tutto verso un deprecabile tramonto.
Gravissimo il contrasto con il vicino comune di Roccella Valdemone, detto allora “Roccella di Randazzo”, che durò per ben un secolo e mezzo e che concorse al declino della Fiera Franca, la Chiesa si premurò di avere altre concessioni, tra le quali quella che proibiva ai comuni viciniori entro trenta miglia, di celebrare fiere nel medesimo tempo in cui la celebrava Randazzo.
Ed ecco i fatti.
Ottenuto Randazzo da Re Giovanni il Privilegio della Fiera Franca, la Chiesa si premurò di avere altre concessioni, tra le quali quella che proibiva ai comuni viciniori entro trenta miglia, di celebrare fiere nel medesimo tempo in cui la celebrava Randazzo.
Le cose andarono bene per oltre un secolo e mezzo.
Tutti i paesi circonvicini erano dipendenti dal Capitano di Giustizia del Valdemone, che risiedeva a Randazzo e pertanto, volenti o nolenti, dovettero sottomettersi a scanso di rappresaglie.
Ma, col passare degli anni, il Capitano di Giustizia si trasferì a Barcellona e così non ci fu, per detti paesi, il pericolo delle temute rappresaglie e Roccella si ribellò all’imposizione e così, forte dei suoi diritti giusti o pretesi, in barba a tutti i privilegi che vantava Randazzo, celebrò la sua festa e la sua fiera dall’11 Agosto al 22, proprio nel tempo riservato alle celebrazioni randazzesi.
Il primo documento in nostro possesso, che ci parla della vertenza, è del 22 Aprile 1655 ed è un richiamo del Tribunale del Real Patrimonio ai roccellesi perché smettano di celebrare la loro festa e la loro fiera nel tempo riservato alla fiera di Randazzo.
Ma i roccellesi, sostenuti da non chiari documenti a loro vantaggio, dai loro potenti feudatari e da esperti avvocati, per anni ed anni, non si diedero per intesi, anzi presero tanto coraggio che, illegalmente, trasformarono la loro piccola fiera “pro maestri scarpari, frondinari e cacinari”, cioè di piccole mercanzie, in grossa fiera di animali.

Vincenzo Rotella il Figlio Salvatore, Cartillone

Le vicende si susseguirono serrate su questa linea di acceso contrasto dall’una e dall’altra parte, per anni ed anni, con continui ricorsi ai Tribunali, che facevano la voce grossa, ma che non avevano la volontà dagli alti personaggi che proteggevano i roccellesi, che in tutte le controazioni randazzesi, come afferma il documento, non “volsero” ubbidire, anzi arrivarono al punto, avendo Randazzo mandato come messo un certo Francesco Paccione di 15 anni, inviato con intento così giovane perché, edotto dai fatti precedenti, si temevano delle violenze e giustamente si pensava che i roccellesi non avrebbero avuto il coraggio di infierire contro un ragazzo.
Ed ebbero ragione, perché il povero giovane se la vide brutta.
Egli, infatti, aveva l’incarico di notificare alle Autorità roccellesi le decisioni del Tribunale, che comandava loro di sospendere le celebrazioni della Fiera e li condannava a pagare i danni ed una grossa multa.
Non avesse mai comunicata la cosa, il povero messo perché, come egli stesso, ancora terrorizzato, riferì, scampò per un miracolo alla furia omicida di quel popolo inferocito: “ci visti fari a tutti di quel popolo etiam a femmini una conturbata grande… che voliano abbrugiare i randazzesi e, se non avesse stato picciotto lo voliano…appendere ad un albero e tagliare a mezzo…”.
Ma intanto altri contrasti più gravi, purtroppo, maturarono in seno alla comunità randazzese, che fecero dimenticare e trascurare i contrasti con Roccella, dando agio a quest’ultima di consolidare i suoi pretesi diritti: contrasti tra Autorità civiche e Autorità ecclesiastiche della Chiesa di S. Maria che, con alterne vicende, si trascineranno fino alla fine del sec. XVIII e che determineranno, per parte loro, il tramonto di questa grande istituzione che aveva procurato per diversi secoli tanta fama alla città e aveva apportato tanto benessere economico alla popolazione.
Ma andiamo con ordine esponendo i fatti e denunziando gli errori.
Malanimi, prepotenze, egoismi, competizioni personalistiche, invidie furono le cause del disastro non solo da parte dei responsabili ma anche dei signorotti del tempo, arbitrariamente protesi verso le prepotenze.
Non è questa una affermazione arbitraria mia perché è confermata da documenti inconfutabili e da esempi che mi permetto di riferirvi, solo qualcuno fra tanti.
E’ del 1765 la persecuzione del Capitano di Giustizia della Città contro mastro Francesco Emmanuele, impresario della “Vara”. La ragione? L’Emmanuele aveva litigato con un servo del Capitano. Solo l’aiuto e intervento del clero della Chiesa impedì il peggio.
Altro caso indicativo è quello di un assessore che fa mettere in carcere i giocolieri che avevano vinto due grani al figlio suo.
Casi questi caratteristici del clima che regnava in città, ma ben altri più gravi turbarono l’armonia della festa e della città.
La legge dava ai Giurati il diritto di imporre alle merci la meta, ed era costume, per accertarne la genuinità, da fare dei prelievi.
Nulla da eccepire! Ma perché doveva essere il solo degli assessori incaricato ad usufruire di questo diritto e privilegio e non tutti e quattro i Giurati?
E così, ecco, tutti i giurati, sindaco guardie e chiunque vantasse un briciolo di autorità, darsi da fare a rilevare prelievi a man salva con quanta gioia da immaginarsi dei vari commercianti!

Singolare il caso di un rivenditore di vetrerie, cui vengono prelevati, a titolo di mostre, i quattro più bei pezzi che aveva. E ancora più banale il caso di un rivenditore di “calia” a cui ne vengono richiesti, sempre a titolo di mostra, ben due mondelli.

Ben più gravi erano poi gli arbitri perpetrati dal Giurato preposto nella compilazione dei contratti, richiedendo indennizzi, ricompense arbitrarie, e spesso perpetrando prepotenze ed ingiustizie.

I commercianti ed i forestieri ne rimanevano sconcertati. I Procuratori della Chiesa reagivano, tempestando di esposti le Autorità centrali che intervennero con provvedimenti non piacevoli alle Autorità Comunali: così viene loro tolta la facoltà della meta alle merci. Indi ire e ripicche.

Usurpano il diritto di suonare il campanello nella processione.
Il clero reagisce e allora le autorità cittadine si intromettono con prepotenza nella assegnazione delle logge. Continuano le reazioni e naturalmente continuano prepotenze ed usurpazioni.
Sono in verità deludenti pettegolezzi di paese, ma incisero tanto nel buon andamento della Fiera e della Festa che allontanarono, anno per anno, forestieri e commercianti.
Infatti, è del 1770 l’assenteismo quasi completo dei mercanti alla Fiera.

Nel 1782 i disordini suscitati dai contrasti tra autorità religiose e comunali, tra gli stessi membri municipali per gelosie personali e irriducibili competizioni, sono così gravi, che il Governo Centrale, dietro denunzia dei Procuratori della Chiesa, ridusse i giorni della franchigia della Fiera da nove a tre.
La reazione dei Giurati non tardò a farsi sentire perché in risposta tentano addirittura di fare abolire la Fiera Franca di S. Maria a vantaggio della Fiera di San Giovanni.

Ma se per il momento non ci riuscirono, hanno in serbo un colpo decisivo.

Il colpo maturò nel 1794, anno in cui, col capitale maturato con la stessa tassa sulla carne, si pensa di pavimentare la “Piazza Soprana” con lastroni di basalto e contemporaneamente si avanza la proposta di abolire il passaggio della “Vara” così pesante da scuotere le case e consentire il lastricato.

Pippo Crimi 

La proposta suscita un immaginabile stupore e le proteste più violente da parte del clero e della popolazione tutta, ma il Consiglio Civico è tutto concorde e si abolisce la Festa, con immenso danno economico.
Né Palio, né Fiera risorgeranno mai più.

Troppo tardi si accorgono del danno che si è recato alla città.

Gli esposti di tutti i ceti della popolazione si avanzano incalzanti al Governo, all’Amministratore della Opera de Quatris, al Re.

Il popolo soprattutto è tanto inquieto da far temere violenze pubbliche perché nella abolizione della processione della “Vara” vede la ragione di tante cattive annate per il raccolto: “i castighi di Dio – dice un esposto al Re firmato da centinaia di persone – in questi anni non sono stati pochi: “grandine mai vista, terremoti, piogge eruttive, effusioni di ceneri vulcaniche” che tutto hanno brugiato…”.

Finalmente dopo tante insistenze esposti e pressioni nell’Agosto del 1815, 21 anni dopo, si ripristina la Festa della Vara, ma non il Palio.
Esso è morto verso la fine del secolo precedente, in quel periodo di contrasti.

Si riprende a celebrare la Fiera, ma con tanta fiacchezza che, non favorita dagli avvenimenti politici del principio del sec. XIX e dalla cessata produzione della seta, man mano andò esaurendosi fino alla completa estinzione.

Solo verso la metà del secolo, dopo vari tentativi e progetti di cui possediamo anche i disegni estrosi e irrealizzabili, si pensò alla riforma della “Vara”, in conformità  alle proposte di alleggerimento di tutto l’apparato, avanzata dalle Autorità che avevano concesso la ripresa della Festa.

E così, tra alti e bassi, dovuti in gran parte ai momenti politici del tempo e ai momenti di disaccordo insanabile per la divisione dei beni dell’Opera de Quatris, si è perpetua fino ai nostri tempi e costituisce ancora il vanto e l’espressione più caratteristica della città.

Dico fra alti e bassi, perché ancora parecchie volte, per ragioni estranee alla volontà dei responsabili, ha dovuto essere sospesa, come in occasione del colera nel 1911, delle due guerre mondiali, la seconda delle quali così furibonda e funesta per il paese che solo nel 1962, quando in parte erano risanate le ferite inferte alla città dai feroci bombardamenti a tappeto del Luglio-Agosto 1943, potè con gioia di tutti essere ripristinata.

Essa è diventata ormai non soltanto una festa religiosa, ma una somma di manifestazioni che raccoglie aderenti in tutti i campi del progresso moderno: pittorico, sportivo, culturale, musicale, dando, purtroppo, a tutta la manifestazione piuttosto un aspetto mondano promosso dallo spirito moderno proteso verso altri valori che quelli della fede.

Essa è diventata un’occasione per evadere dalle preoccupazioni della vita ed una ricerca di obliterazione delle cure presenti senza quell’anelito spirituale che fu la molla di propulsione dei vecchi cittadini del sec. XVI.

Ora, infatti, si è tolto l’uso di collocare sul Carro Trionfale, ai piedi del fercolo, le sante reliquie, né il clero procede, come una volta, in abiti liturgici, mentre il suo posto è preso da squadre di sbandieratori vestiti alla medievale che, allo squillo di lunghe trombe ed al rullo di grossi tamburi, fanno piroettare le loro variopinte bandiere dai molti simboli, da teorie di danzanti majorettes, da sfilate storiche come il Corteo di Carlo V, ultimo Imperatore che dimorò a Randazzo e “dulcis in fundo”, da prestigiosi cantanti che salassano il bilancio della festa per allietare con le loro trite e ritrite canzonette, urlate senza grazia, accompagnate dagli strumenti rumorosi del jazz, gli esaltati animi della gioventù moderna che in essi vedono i loro nuovi santoni.

Ma la “Festa della Vara” è sempre, e per sempre rimane, un atto di fede del popolo e una testimonianza di quella civiltà cristiana che ha civilizzato i popoli, imprimendo nel loro cuore quelle virtù che fecero grandi i nostri padri e che sono sempre, anche in mezzo alle deviazioni moderne ed ai disastri terroristici del tempo, l’anelito del mondo e il miraggio dell’uomo onesto.

Sac. Salvatore Calogero Virzì

 

      Un pregevole depliant  sulla storia della “VARA” a cura di Ettore Palermo ed edito dalle Grafiche PALERMO di Randazzo






Un depliant del 1973 




 

 

 Il parroco don Domenico Massimino sulla festa dell’Assunta: “Profonda la devozione dei Randazzesi a Maria”

 

Annamaria Distefano

Quella del 15 agosto si è trasformata in una festa laica, ma i cattolici, non dimenticano il suo primo e autentico significato: celebrare l’assunzione di Maria Vergine in cielo. Per parlare di questo, abbiamo intervistato  il parroco della Basilica di Santa Maria di Randazzo,  padre Domenico Massimino, fine teologo oltre che sacerdote sempre dedito alla parrocchia.
– Padre Domenico, la Vara, il 15 agosto, mette in scena l’Assunzione di Maria al cielo. Ci spiega in parole povere cosa significhi questo? 
L’Assunzione sta a indicare come, pur essendo Maria morta, esattamente come moriamo tutti noi esseri umani, Gesù compreso, il suo corpo non abbia conosciuto la corruzione del sepolcro, la decomposizione. Maria è stata infatti assunta in cielo nell’interezza dell’identità umana, fatta di anima e corpo. Per la Chiesa ciò che è accaduto a Maria è ciò a cui andremo incontro tutti. Lo scopo della nostra vita terrena, ciò che le conferisce un senso è arrivare a questa risurrezione di vita. La resurrezione di vita comprende l’anima, che non muore mai, e il corpo. Per noi è impossibile immaginarci al di fuori dalle due categorie che conosciamo nella vita terrena: spazio e tempo. Eppure è questo che accadrà nella resurrezione di vita, o per esemplificare, nel Paradiso”.

– Perché la Madonna ha conosciuto immediatamente questa resurrezione di vita, essendo stata l’unica al di fuori di Gesù Cristo?
L’esistenza terrena di Cristo è legata in maniera speciale a quella di Maria. Maria non ha conosciuto mai il peccato. La morte è l’espressione del peccato. Non avendo conosciuto peccato, Maria non ha sperimentato la corruzione del sepolcro. La sua, infatti, non è nemmeno da considerarsi una morte, ma è chiamata dalla Chiesa “dormizione”. Qui in Basilica abbiamo un quadro bellissimo di Giuseppe Velasquez, pittore palermitano vissuto tra il ‘700 e l’ 800. Egli raffigura il ritrovamento del sepolcro vuoto di Maria, da parte degli apostoli. Si tratta di un episodio narrato solo dai Vangeli apocrifi, che il quadro descrive in maniera perfetta: una parte degli apostoli volge lo sguardo al sepolcro vuoto, la rimanente parte volge lo sguardo al cielo. Non si tratta di due sguardi, ma di un unico sguardo, lo sguardo della Fede, che coglie i segni, ma va oltre”.

– Quando è diventato dogma l’Assunzione di Maria?

Padre Domenico Massimino


“ Nel 1950, sotto Papa Pio XII. Un dogma è una verità alla quale bisogna credere necessariamente se ci si professa cristiani. Non è che prima di quella data non si credesse all’Assunzione della Madonna. Al contrario, infinite sono le testimonianze, prima fra tutte la consacrazione di numerose chiese alla Madonna Assunta, che ci dimostrano come, a livello popolare, fosse già radicata la venerazione della Madonna Assunta. Quando parlo ai ragazzi io faccio sempre un esempio per spiegare loro il significato di dogma. Il dogma è come un indumento che hai in valigia, ma che non sai di avere. Nel momento in cui lo cerchi, scopri di averlo. Non si è materializzato nel momento in cui lo trovi, chiaramente è sempre stato lì, solo che prima non si era manifestata l’esigenza di cercarlo”.

– Crede che la Vara aiuti a ricordare il vero significato del 15 agosto, o che, al contrario, l’aspetto folkloristico che ha assunto, e che è proprio a tutte le feste, possa distrarci dal significato cattolico?
Innanzi tutto, esiste, per celebrare la Madonna Assunta, un momento di assoluto raccoglimento in preghiera: è la Messa solenne del 14  pomeriggio, concelebrata da tutti i sacerdoti di Randazzo e presieduta da un Vescovo (quest’anno sarà monsignor Giombanco, vescovo di Patti). Questa Messa è seguita da una processione intima, intensa, partecipata dal paese e da tutte le confraternite”.

“La Vara rientra senza dubbio nelle manifestazioni folkloristico-religiose. Il folklore religioso, però, non è di per sé negativo. Gesù, Dio incarnatosi, ha parlato una lingua specifica, ha vissuto tradizioni, usi e costumi tipici del tempo e del luogo in cui ha vissuto. Certe feste folkloristico-religiose ci presentano i contenuti della fede cristiana in modalità tipiche di una certa cultura e tradizione.
La Vara dà il senso della verticalità, costituisce una sfida all’uomo prigioniero dell’orizzontalità di vita, incapsulato in una visione riduttiva rispetto al senso della vita.
La Vara induce l’uomo a guardare in alto, verso il cielo, fino a trovare l’aggancio che dà senso pieno, globale, eterno, al suo vivere sulla Terra”.

Annamaria Distefano

 

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