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La Settimana Santa

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La tradizione nella Settimana Santa a Randazzo

Pubblicazione curata dalla IVA A  Anno 10 no 6 IPSIA  “E. Fermi” — Randazzo     Giugno 2000

Più che alla storia e ai monumenti, di cui esistono molte valide e approfondite pubblicazioni, abbiamo deciso di dedicare il numero di giugno di IPSIA NEWS esclusivamente alle tradizioni popolari di Randazzo e in particolare alla tradizione nella Settimana Santa.
Purtroppo molte tradizioni via via si sono perse, travolte dalla nostra moderna società.
Le nuove generazioni non hanno trovato interesse a riprenderle e farle rivivere anche perché la gran parte di esse era legata a una civiltà contadina ormai scomparsa.
Nonostante ciò la tradizione nella Settimana Santa, espressione della fede popolare, ancora oggi viene vissuta dagli abitanti del paese, anche da parte delle nuove generazioni, con una intensità e una partecipazione significative.
Gli animatori e i custodi principali della tradizione nella Settimana Santa a Randazzo sono le Confraternite.
Nel passato le Confraternite assumevano nomi diversi in base alla classe sociale di appartenenza dei confrati.
Si distinguevano infatti:

  –  Le Società, che riunivano persone appartenenti alle classi sociali più povere.

  –  Le Confraternite, che riunivano persone appartenenti alle classi sociali che avevano una certa disponibilità economica.

  –  Le Arciconfraternite, che riunivano persone appartenenti alle classi sociali più elevate.

Ogni Confraternita era legata a una Chiesa.
Randazzo, tra grandi e piccole, aveva moltissime Chiese, molte delle quali andate distrutte dai bombardamenti della seconda guerra mondiale (luglio 1943).
Comunemente si pensa che furono i Padri Gesuiti, che avevano il loro Collegio nell’attuale via Umberto al numero civico 165 (ancora oggi al primo piano ne è visibile lo stemma), a diffondere presso le Chiese di Randazzo, a partire dal 1600, Società, Confraternite e Arciconfraternite.

CURIOSITA’: Le Confraternite sono solo maschili. Non è documentata l’esistenza di Confraternite femminili.

Unica testimonianza, di cui non c’è riscontro in altri documenti, è quella di Salvatore Cucinotta il quale nella sua opera “Popolo e clero in Sicilia nella dialettica socio-religiosa fra Cinque-Seicento” edizioni storiche Siciliane, Messina 1986, a pag 140 afferma che:

“A Randazzo, in diocesi di Messina, esisteva nel 1591 la confraternita di S. Giacomo di li fìmmini “ Le Confraternite erano quindi operanti a Randazzo ben prima del 1600.

 

Venerdì Santo – 1979. foto di Salvatore Munforte

 

foto di Vincenzo Rotella – Venerdì Santo del 27.03.1970 Randazzo

 

 

Nella sua tesi di laurea in diritto ecclesiastico, dal tema   “Le Confraternite di Randazzo nella Storia e nel diritto ecclesiastico” discussa all’Università di Bologna nel 1937, relatore il Prof. Cesare Magni, il defunto barone Francesco Fisauli, citando degli atti notarili conservati presso I ‘Archivio Comunale di Randazzo (andato in gran parte distrutto con i bombardamenti del 1943), attesta che già dal XIV secolo a Randazzo le Corporazioni (o Artes o Scholae) di arti e mestieri avevano fatto costruire a loro spese piccole Chiese sia nelle zone periferiche entro le mura della città, sia in zone fuori le mura della città.


Queste Chiese non dipendevano dal Clero.
Le funzioni religiose erano celebrate da un cappellano stipendiato dalle Corporazioni e quindi non dipendente dall ‘Arcivescovado di Messina. I soci vi si riunivano per pregare, per seppellirvi nelle cripte i loro morti e per discutere liberamente dei loro problemi. I beni di queste Chiese e quindi delle Confraternite andavano aumentando sempre più per i lasciti dei confrati. Le proprietà terriere erano costituite soprattutto da “orti di gelso richiestissimi a Randazzo per la fiorente attività collegata alla coltura del baco da seta.

Il nome Confraternite (dal latino “cumfrater”) risale al XVI secolo. Prima di questa data, afferma il Fisauli, le Confraternite erano dette “case “; questa definizione si trova in tutti i testamenti del 1500 nei quali il testatore indicava la “casa ” o confraternita che doveva essere chiamata a recitare le preghiere ai suoi funerali. Il nome “casa ” derivava dal piccolo oratorio che ogni Chiesa aveva.

L ‘oratorio era tanto umile da essere definito appunto “casa”; nel XVI secolo la “casa ” venne chiamata “domus disciplinantium” (casa degli educanti). La “casa” era utilizzata anche come piccolo ospedale sia per i confrati che per i pellegrini.
elenca il nome di quindici “Case ” o Confraternite ed espressamente afferma che ve ne erano anche altre. Eccone i nomi:

Nel 1505 esistevano già le Confraternite di:
  Maria SS.ma Annunziata, Maria SS.ma della Misericordia (che nel 1627 diventerà Arciconfraternita del SS. Crocefisso in S. Martino), S. Barbara, Spirito Santo, S.   Maria de Itria, S. Margherita, S. Giovanni Evangelista, Tutti Santi, S. Anna, SS. Trinità.
Lungo il XVI secolo vengono fondate quelle di: S Maria di Loreto, S. Maria della Carità, S.Sebastiano.
Lungo il XVII secolo quelle di: Signore della Pietà, SS Rosario.

 

 

Queste affermazioni il Fisauli le documenta soprattutto con gli Atti notarili conservati nell ‘Archivio Comunale di Randazzo, andato in gran parte distrutto a causa dei bombardamenti del 1943.
Da altri elenchi si possono conoscere i nomi di altre confraternite: S. Pietro, S. Vito, S. Giacomo

Tutte le Confraternite avevano soprattutto uno scopo: stimolare i soci alla pratica religiosa e all’assistenza verso i confrati.

Il Codice di diritto Canonico al canone 685 afferma che le Confraternite hanno lo scopo: 

       “vel ad perfectiorem vitam christianam inter socios promovendam, vel ad aliqua pietatis aut charitatis opera exercenda, vel denique ad incrementum publici cultus”
(o a promuovere tra i soci una più perfetta vita cristiana, o a esercitare opere di pietà o di carità, o a incrementare infine la pubblica devozione).

L’appartenenza a una Confraternita nel nostro tempo non sembra più avere un senso, ma nel tempo passato era ritenuta importantissima per vari motivi. Ne citiamo alcuni:

non esistendo l’INPS o il servizio sanitario pubblico, il confrate si assicurava un’assistenza al momento del bisogno, soprattutto in punto di morte.
  –  non esistendo i cimiteri, il confrate assicurava a sé e ai suoi familiari un posto dove essere seppellito.

  –  data l’importanza che la Religione rivestiva sia nella vita pubblica che nella vita privata, il confrate aveva il privilegio di acquistare delle indulgenze parziali o plenarie in determinate circostanze. (l’indulgenza plenaria cancella tutta la pena, l’indulgenza parziale cancella  parte della pena che deve essere scontata per i propri peccati veniali in Purgatorio).
  –  Anche oggi alcune Confraternite, soprattutto le Arciconfraternite, assicurano ai loro aderenti una sepoltura al cimitero comunale di  Randazzo nelle Cappelle di proprietà.
  –  Tutte fanno celebrare tre SS Messe in suffragio delle anime dei confrati, subito dopo la loro morte, e ne accompagnano la salma al  cimitero.

CURIOSITA’: Le due Arciconfraternite e la Società di S. Giovanni Battista possiedono nel Cimitero di Randazzo una Cappella ciascuna.

La più antica è quella dell ‘Arciconfraternita delle SS. Anime del Purgatorio di S Nicola, la più recente quella della Società di S. Giovanni Battista in S. Martino.

Non sappiamo con precisione quando fu “inaugurato ” il Cimitero di Randazzo. Sappiamo però che la lapide più antica, ancora esistente nella zona pericolante che dovrebbe essere restaurata, porta la data 1836.
Probabilmente a partire da questa data i defunti dovettero essere tumulati obbligatoriamente nel Cimitero e non più nelle cripte delle Chiese.
Le cripte più utilizzate a Randazzo negli ultimi tempi erano quelle di S. Maria di Gesù (S. Maria Giesu), vicino a S. Pietro e quella di S. Francesco d’Assisi, che si trovava nel piazzale rialzato di Piazza Municipio.
Ambedue queste Chiese sono state distrutte dai bombardamenti del 1943.
Le famiglie benestanti usavano le cripte delle piccole Chiese di loro proprietà.
Nella Cappella del cimitero di Randazzo di proprietà dell ‘Arciconfraternita delle SS. Anime del Purgatorio di S. Nicola il loculo più antico porta la data 1939.
Questo non significa che i confrati deceduti incominciarono ad essere tumulati a partire da questa data. Infatti sotto il pavimento della Cappella vi sono due grandi stanze piene di bare, accatastate le une sopra le altre.
Sotto la Cappella dell ‘Arciconfraternita del Crocifisso vi è una sola stanza con le bare accatastate.
La Cappella della Società di S. Giovanni Battista, costruita dopo la seconda guerra mondiale, ha solo loculi, in tutto 198. La lapide più antica porta la data 1951.
Sono ormai pochi coloro che chiedono di essere seppelliti nelle cappelle delle Confraternite, che del resto oggi si presentano in stato di abbandono, ad eccezione di quella della Società di S. Giovanni Battista che è stata restaurata.

(*) Fino al 1928 il Regno d’Italia demandava alla Chiesa I ‘anagrafe dei nati, dei matrimoni e dei morti.
A partire dal 1928 1’ufficio di anagrafe, per legge, fu regolamentato dai Comuni. Prima di questa data ad esempio nessun ufficio era in grado di rilasciare uno Stato di famiglia.

Durante i riti della Settimana Santa dell’anno 2000, da lunedì 16 a sabato 22 aprile, con il loro tradizionale palio hanno sfilato a Randazzo:

  –  La confraternita di Maria SS Addolorata in S. Pietro, che un tempo riuniva braccianti e contadini.

  –  La confraternita dell’Addolorata, che precedentemente si chiamava Confraternita di Maria SS.ma degli Agonizzanti, non possiede alcun documento manoscritto che ne attesti la data di fondazione. Ha solo un recente dattiloscritto in cui tra l’altro si legge: data di fondazione 20 luglio 1834; data di autorizzazione da parte di Ferdinando II, re delle due Sicilie, 13 febbraio 1836.

  –  La confraternita di Maria SS Annunziata della Chiesa dell’Annunziata (fondata il 25 maggio 1686), che un tempo riuniva massari, inquilini, mezzadri e gabelloti, contadini cioè che avevano un reddito maggiore rispetto agli aderenti alla Confraternita dell’Addolorata.

CURIOSITA’: Massari, inquilini, mezzadri e gabelloti erano contadini che oltre i terreni di loro eventuale proprietà, coltivavano in proprio anche i terreni avuti in affitto dai “Cavalieri” ai quali versavano un canone o in denaro o in prodotti della terra; in quest ‘ultimo caso il canone veniva detto ” tirraggiu ” o ” cuvirtura.

Tirraggiu o cuvirtura variavano in base alla fertilità del suolo.

A cuvirtura ” ad esempio variava da mezza a due; chi pagava un canone di ” ‘na cuvirtura doveva versare Kg. 16 di grano per ogni “tumuru ” di terra. A Randazzo un “tumuru ” di terra equivale a l. 091 metri quadrati.

  –  la confraternita del S. Cuore, costituita il 12 novembre 1950, lasciata chiudere dagli stessi confrati nel 1966 e ricostituita nel 1999.

  –  l’arciconfraternita del SS Crocefisso in S. Martino (fondata il 12 gennaio 1627 con la incorporazione della Confraternita di Maria SS.ma della Misericordia), che un tempo riuniva artigiani ( “a mastranza” ) e “Cavalieri” legati alla nobile famiglia dei Vagliasindi;

  –  l’arciconfraternita del SS Crocefisso in suffragio delle Anime Sante del Purgatorio in S. Nicola di Bari (fondata il I luglio 1632), che un tempo riuniva artigiani ( “a mastranza” ) e “Cavalieri” legati alla nobile famiglia dei Fisauli;
 

Confraternita Sacro Cuore di Gesù – Randazzo


CURIOSITA‘: l’arciconfraternita del SS Crocifisso e l’arciconfraternita delle SS. Anime del Purgatorio di S. Nicola fino al 1866, anno in cui anche i beni di queste associazioni vennero incamerati dal Regno d’Italia, erano molto ricche.

In quei lontani anni il bilancio del Regno d’Italia assommava a lire cinquantamilioni circa. La sola arciconfraternita delle SS Anime del Purgatorio di S. Nicola aveva rendite annue o “canoni derivanti da terreni e fabbricati, per una somma di lire tremila.

Gli introiti dovevano essere spesi in beneficenza e in “legati ” o obblighi di spesa, indicati dal benefattore che lasciava le sue eredità alle Confraternite.

Nella sua già citata tesi di laurea, Francesco  Fisauli afferma che le Confraternite più ricche si obbligavano a:

  –  distribuire onze 18 annuali ai più poveri (9 onze a Pasqua e 9 a Natale);

  –  dare un vestito di lana -una tantum- ai poveri bisognosi;

  –  dare il vitto ai bisognosi nelle giornate di Natale, Carnevale e Pasqua;

  –  dare 10 onze all’anno ai poveri carcerati

Francesco Fisauli cita anche alcuni atti notarili del notaio Antonio Currenti del 13 novembre 1569 e del 23 maggio 1600

In quello del 1569 la Confraternita di S. Pietro e altre confraternite si impegnavano, ciascuna per conto proprio e per 4 anni consecutivi, a dare 10 onze di dote per il matrimonio di un ‘orfana “vergine, povera e figlia di confrate”

In quello del 1600 la Confraternita della SS. Trinità si impegnava a dare 10 onze di dote per il matrimonio di un ‘orfana “magis formosa et periculosa”.
In questo stesso atto vi è espressamente detto che qualsiasi intromissione dell’Arcivescovo di Messina nella designazione dell ‘orfana “magis formosa et periculosa” rendeva nulla la scelta.
Tolta la confraternita del S. Cuore che, in quanto nuova, non ha un ruolo tradizionale alle spalle, le altre quattro confraternite hanno a turno la regia delle processioni nei vari giorni della Settimana Santa.
E tutte fanno a gara a chi organizza la migliore processione con i migliori “figuranti” possibili.
Ad eccezione della confraternita dell’Addolorata, le altre confraternite consentivano solo ai soci e ai parenti dei soci il privilegio di ricoprire i vari ruoli dei figuranti; oggi essi hanno solo la precedenza sulle richieste dei non soci.
La confraternita dell’Addolorata invece metteva e continua ancora oggi a mettere all’asta i ruoli dei figuranti, ad eccezione dei “babaluti“, di cui parleremo più avanti.
Era questo un modo per la Confraternita, un tempo la più “povera”, di reperire ulteriori risorse economiche dato che le modeste contribuzioni annuali dei confrati erano insufficienti a coprire le spese che dovevano essere affrontate.
Una notazione, prima di iniziare a parlare dei figuranti: venendo a mancare una precisa conoscenza e un devoto amore per la tradizione storica, molti piccoli ma significativi particolari, come vestiti, colore dei vestiti, modalità di vestire… potrebbero perdersi, cedendo il posto a generiche “innovazioni”.
Il nostro lavoro vuole anche essere un modesto contributo offerto alle Confraternite, perché custodiscano gelosamente la tradizione e impediscano che essa si perda o venga stravolta.
In ogni caso, e su questo siamo sicuri che tutti ne convengono, qualunque “innovazione” deve essere introdotta dopo attento studio della tradizione, soprattutto spagnola. 

 

I due “Gonfaloni” della Settimana Santa custoditi dalla Confraternita dell’Annunziata

 

I “BABALUTI”

 

Confraternita di S. Pietro con Palio e Confraternita di S. Pietro con Croce e sergentina Nicodemi

 

Cristo alla Colonna.

 

Veronica e tre Marie con “capurra” – Pie donne con “fazzurituni”

 

Le Tre Marie con la tradizionale “capurra”

 

I “figuranti” sono:
  –  Due Nicodemi che scortano la Croce.
Rappresentano Nicodemo, che aiuta Gesù a portare la Croce e Giuseppe d’Arimatea che aiuta a deporre Gesù dalla Croce.
Indossano pantaloni di velluto o di seta damascata a mezza gamba, chiusi con un bottoncino dorato e una giacca di velluto di colore bordeaux, ma anche verde o blu, impreziosita da fili di oro, pizzi, merletti e ricami. Pantaloni e giacca possono essere dello stesso colore o di colore contrastante.
Sotto la giacca un tempo indossavano un gilè dello stesso colore dei pantaloni, arricchito con preziosi ricami. Oggi la giacca è chiusa con bottoni o alamari dorati e quindi il gilè è scomparso. In testa portano un turbante di seta guarnito di oro e piume di pavone. Fino a qualche anno addietro portavano la “gorgiera”, il classico colletto spagnolo formato da rotondeggianti pizzi.
Sulla spalla tengono una scaletta di legno, simbolo della loro funzione.
Gli ori e i brillanti che arricchiscono il loro turbante vengono messi a disposizione per la circostanza da parenti e conoscenti.
Una volta era la confraternita a conservare i costumi e a metterli a disposizione dei figuranti della Settimana Santa, oggi sono le famiglie degli stessi Nicodemi a confezionarli o a farli confezionare.
  –   S. Giovanni Battista, impersonato da bambini solo maschi con rigorosi capelli ricci (naturali o con parrucca) e che non superano i quattro anni di età.
Sono vestiti di una tuta di lana rosa-carne con a tracolla la pelle di un agnellino immacolato (guai ad esserci anche una piccola macchia!); nelle mani portano una piccola croce con la scritta “Ecce Agnus Dei” e un agnello in peluche. In testa hanno un’aureola dorata; ai piedi portano sandali dorati alla schiava intrecciati.
  –   Angeli, impersonati da bambini maschi o femmine che non superano i tre anni di età.
Sono vestiti di una tunica o bianca o rosa o azzurra con alle spalle le ali. In testa portano una coroncina dorata di stelle; in mano un calice. La tunica e le ali sono impreziositi da fili dorati e stelline

  –  la Veronica e le tre Marie (Marta, Maria, Maddalena). 

Se vengono impersonate da bambine fino a dieci anni di età, vestono:  un abito lungo nero con pieghe davanti e il colletto rotondo bianco, simile al classico vestito di Santa Rita; un velo tutto nero (o con esterno nero e interno bianco) da suora che scende dal capo sulle spalle; un’aureola argentata sulla testa.
La Veronica porta in mano un telo di lino con dipinto il volto di Gesù, mentre le tre Marie portano un fazzolettino bianco ricamato.

CURIOSITA’: La tradizione di vestire la Veronica e le tre Marie da suore e precisamente da monache benedettine, è secolare.
A Randazzo infatti erano le suore benedettine a preparare le giovinette alla Settimana Santa e le vestivano con i loro abiti.
Soppressi i Monasteri nel 1866, la tradizione non venne abbandonata.
La Confraternita delle SS Anime del Purgatorio veste le tre Marie in maniera diversa dalla Veronica e precisamente: un vestito di raso (un tempo era di seta o di damasco) di colore diverso per ogni Maria (azzurro, rosa, viola); un grande pizzo nero, che partendo dalla testa, adornata da un’aureola argentata, ricopre le spalle.

CURIOSITA: Il pizzo è ripreso dalla tradizione spagnola e ancora oggi qualcuno lo chiama “capurra”.
Nei secoli passati e fino alla seconda guerra mondiale, la “capurra” era uno dei doni che la novella sposa riceveva dalla famiglia del marito.
Nelle processioni di quest ‘anno (2000) abbiamo potuto vedere con i nostri occhi preziosissime “capurre più che centenarie.
Fino alla seconda guerra mondiale e anche oltre, la “capurra” era portata in processione solo dalle Veroniche delle Arciconfraternite, in quanto figlie di benestanti.
Le Veroniche delle Confraternite utilizzavano “u fazzurituni” una più umile grande stoffa quadrata, simile a un gran foulard, di colore scuro che, piegato a triangolo, veniva messo in testa e fatto scendere sulle spalle.
Il pizzo nero è proprio della tradizione spagnola, per la quale il colore del lutto è il nero.
Da circa cinque anni qualche confraternita consente alle figuranti di portare il velo bianco, rifacendosi alla tradizione più antica, quella arabo-musulmana, per la quale il colore del lutto è il bianco.

Se a impersonare la Veronica e le tre Marie sono ragazzine con più di dieci anni di età.

l’Arciconfraternita delle SS Anime del Purgatorio di S. Nicola le associa al gruppo delle Pie donne e le veste in questo modo:

La Veronica: un vestito di velluto nero con inserti bianchi; in testa la “capurra”; ai piedi sandali romani; nelle mani il telo di lino con impresso il volto di Gesù.
Le tre Marie: un vestito di lino grezzo; una mantella di velluto con colori diversi per ogni Maria (marrò, bordeaux, verde scuro); la “capurra” in testa senza aureola; sandali romani ai piedi.

L’ Arciconfraternita del SS. Crocifisso di S. Martino veste:

La Veronica con il vestito di S. Rita con in testa “fazzurituni” e in mano il telo con il volto di Gesù.
Le tre Marie e le Pie donne con un vestito di raso di colori diversi e in testa “fazzurituni”

  —  Cristo alla colonna, o “Cristu a’ curonna” che procede da solo, a centro strada, portando un piccolo bastone dietro le spalle. Rappresenta il momento della flagellazione di Gesù.

  —  Cristo coronato di spine, o “Cristu a’ canna” che procede come sopra con una canna in mano. La canna rappresenta lo scettro che i soldati diedero in mano a Gesù, dopo averlo incoronato di spine e coperto con un mantello rosso.

  —  Cristo Che porta la Croce, o “Cristu a’ cruci” che procede portando la Croce, unitamente ai due ladroni (in questi ultimi anni sfila in mezzo a due soldati).

I figuranti dei punti  5 — 6 — 7  fino ad alcuni anni addietro erano chiamati “babaluti”, perchè vestiti di bianco e con il volto coperto da un copricapo a cono rovesciato anch’esso bianco. Il copricapo presentava due fessure in corrispondenza degli occhi.
Cristo coronato di spine rispetto alle altre due figure portava sulle spalle una mantelletta rossa.
Cristo che porta la Croce era scortato dai due ladroni, anch’essi vestiti da “babaluti”

I “babaluti” erano espressione di una mentalità popolare molto diffusa: la figura del Cristo non poteva prendere il volto di una persona comune.
Questo “rispetto” ora non c’è più e quindi chi impersona il Cristo mostra anche il proprio volto.

Nota importante: I figuranti delle varie confraternite possono sfilare solo nel giorno in cui la loro confraternita organizza la processione. La sera del Venerdì Santo invece tutte le Confraternite possono portare con sé i loro figuranti ad eccezione dei due Nicodemi, del Cristo alla colonna, del Cristo alla canna, del Cristo che porta la Croce, che devono essere obbligatoriamente quelli della Confraternita che organizza la processione. Poiché queste ultime tre figure non si trovano facilmente, quest ‘anno le ha presentate soltanto la Confraternita dell’Annunziata, che le ha fatto sfilare anche la sera del Venerdì Santo.

Da quindici anni a questa parte, le confraternite, hanno aggiunto altri figuranti e precisamente:

  –  le pie donne, vestite con tessuto di raso tutto di un colore, con mantella di velluto blu e con la”capurra” o il “fazzurituni”

  –  i dodici apostoli, rappresentati da altrettanti ragazzini vestiti con lunghe tuniche di colore scuro e un mantello di colore contrastante.

  –  Pietro, rappresentato da un bambino che veste una tunica di colore scuro con in mano un gallo di peluche.

  –  due “paggi” che portano su un cuscino di velluto rispettivamente una piccola lancia e i chiodi; sono vestiti con raffinati costumi spagnoli di velluto verde con intarsi di pizzo e guarniti con fili in oro antichizzato; al collo la “gorgiera” di cui abbiamo detto.

Come si può ben notare i figuranti della Settimana Santa sono carichi di una simbologia molto istruttiva che possiamo impropriamente definire la Bibbia dei poveri, come i grandi affreschi delle cattedrali medievali che istruivano il popolo su episodi della Sacra Bibbia o della vita dei Santi.

A nostro modesto parere questa caratteristica della tradizione dovrebbe rafforzare nel Clero l’idea di sostenerla e valorizzarla, per coinvolgere centinaia di persone di tutte le età nella celebrazione e nella rievocazione dello spirito della Settimana Santa e per raggiungere le menti e i cuori di tanti che vivono lontano dalla Chiesa.
Mantenendo viva la tradizione, il Clero contribuisce inoltre a coltivare la memoria storica, fondamentale per non smarrire, specie nel nostro tempo, l’identità propria e della comunità in cui si vive.

Immagini della Settimana Santa – foto di Pippo Dilettoso

     
     
 

 

 

Esaminiamo ora i singoli giorni della Settimana Santa.

Lunedì Santo

E’ il giorno della Confraternita dell’Addolorata che ha sede in S. Pietro.

Partecipano alla processione le Amministrazioni delle altre Confraternite, ma non delle Arciconfraternite.
Ogni Amministrazione è composta da un Governatore (detto anche Rettore), da un Primo Assistente e da un Secondo Assistente.

CURIOSITA’: Il Governatore o Rettore delle due Arciconfraternite un tempo doveva obbligatoriamente essere un “Cavaliere “.

Nella Confraternita del S. Cuore non esiste più la figura del “Governatore ” ma quella del “Presidente.
I Confrati vestono la tradizionale tunica bianca con mantella dello stesso colore del palio. Alle due estremità la mantella porta lo stemma (una volta in oro e argento) della Confraternita. Solo i più anziani e coloro che ricoprono una carica interna alla Confraternita possono indossare una mantella con fregi diversi. Il capo è coperto da un cappuccio bianco, che scende sulle spalle. Tunica, mantella e cappuccio vengono chiamati “cappa”.
Tutti procedono su due file laterali e portano in mano un cero acceso. Il Governatore, i suoi due assistenti, i soci più anziani e il “prefetto d’ordine”, cioè il confrate che ordina e dirige la processione, portano la “sergentina”.
“Sergentina”, è un termine di origine spagnola con cui si indica un bastone in osso con alla sommità una crocetta in argento. La “sergentina” doveva essere portata con guanti di pelle nera.

CURIOSITA’: fino agli anni cinquanta, durante i momenti di sosta della processione, alcuni confrati si staccavano dalle file laterali e si riunivano in cerchio a centro strada per cantare la verità di fede professata nel Credo “et Verbum caro factum est et habitavit in nobis” (e il Verbo si è fatto carne ed è stato in mezzo a noi).
Più che un canto era una originalissima nenia, modulata non sulle parole (che i confrati tra l’altro non conoscevano) ma sulle vocali, al punto che molti, soprattutto i giovanissimi, lo chiamavano il canto delle vocali.
In testa alla Confraternita vi è il palio. In mezzo ai confrati, a centro strada, sfilano i figuranti con questo ordine: Cristo alla colonna, Cristo coronato di spine e Cristo che porta la Croce Angeli   Veronica – S. Giovanni – Tre Marie Pie donne – Paggi – Apostoli.
La Croce, coperta da un velo nero, portata da un esponente della confraternita e scortata dai due Nicodemi, sfila per ultima.

CURIOSITA: Un tempo la Croce procedeva sotto un baldacchino ed era portata da un sacerdote che aveva in testa una corona di spine e al collo una corda che gli scendeva davanti e lo aiutava a portare la Croce.
Dietro la Croce si posizionano le Amministrazioni della Confraternita che organizza la processione e le Amministrazioni delle altre Confraternite.
Dietro ancora le autorità, civili e militari, e la banda musicale che suona meste musiche; per ultimi seguono i fedeli in religioso silenzio. Alle 19,00 inizia la processione che segue un percorso identico da secoli.

CURIOSITA’: In attesa, sui marciapiedi, moltissimi altri fedeli fanno ala al passaggio del Crocifisso; fanno il segno della Croce e danno la loro offerta.
I “distratti ” vengono richiamati dal suono delle monete in un secchiello d’argento che due Confrati ai due lati della strada fanno abilmente risuonare davanti a loro.
Solo le due Confraternite, quella dell ‘Addolorata e quella dell’Annunziata, raccolgono le offerte con il secchiello.
Le Arciconfraternite non lo hanno mai fatto.
La processione è seguita anche da due abili esperti in fuochi d’artificio.
Chi vuole, offre al passaggio del Cristo -per fede o per voto- uno o più spari ”
Addirittura vi sono quartieri che offrono la “mascatteria” (sparo di bombe in successione).
Giunti nella Chiesa Madre, S. Maria, la processione vi entra e vi ascolta la predica. Era ed è il modo per accostare il popolo alla pratica degli “Esercizi Spirituali”, o Quaresimale.
Una volta le Chiese erano piene, oggi lo sono di meno, anche se i riti esterni della Settimana Santa richiamano ancora la 
folla.
Subito dopo, la processione riprende il suo percorso e si ritira a S. Pietro verso le 22,30 circa.

Martedì Santo

E’ il giorno della confraternita dell’Annunziata, che ha sede nella Chiesa della Madonna dell’ Annunziata.

Confraternita dell’Annunziata – foto di Pippo Calà

CURIOSITA’: La Chiesa della Madonna Annunziata era dedicata a S. Silvestro.
All ‘interno della Chiesa oltre al gruppo dell ‘Annunciazione, vi è la statua di S. Silvestro Papa. Nei documenti ufficiali della Chiesa, ancora oggi, accanto all ‘intestazione Maria SS.ma Annunziata, si scrive tra parentesi “ex S. Silvestro”.
Come la Chiesa dell’Annunziata, anche molte altre piccole Chiese a Randazzo hanno cambiato nome, così come hanno cambiato nome quasi tutte le Confraternite.
Cerchiamo di scoprirne il perché.
Nella sua già citata tesi di laurea, Francesco Fisauli afferma che le Confraternite a partire dal 1600, con il Concilio di Trento, furono obbligate a dare all ‘autorità ecclesiastica un rendiconto dei beni che amministravano.
Il rendiconto si faceva non ogni anno, ma a gruppi di anni o quando veniva eletto un nuovo governatore.
Il rendiconto doveva obbligatoriamente essere fatto alla presenza di un notaio e dell ‘Arcivescovo di Messina (Randazzo dipendeva dall’Arcivescovado di Messina) o di un suo legale rappresentante. Lo stesso Arcivescovo aveva anche il diritto di “visita ” o ispezione alla Confraternita.
La presenza dell ‘Arcivescovo o per la visita o per il rendiconto non solo pesava sulle finanze della Confraternita ma ne orientava le spese.
Il Fisauli cita l’atto del 3 gennaio 1625 del notaio Giovanni Neapolitano, conservato nell ‘Archivio Comunale di Randazzo, nel quale viene riportato il rendiconto della Confraternita di S. Pietro; risultano presenti il rettore della Confraternita e don Carlo Romeo, rappresentante dell ‘Arcivescovo di Messina.
In base alla documentazione raccolta dal Fisauli, a partire dal 1604 le Confraternite e le loro Chiese, da laiche o indipendenti diventarono prima Chiese venerabili e poi Chiese filiali delle tre Parrocchie: S. Maria, S. Nicola, S. Martino.
Perché questa trasformazione ?
Perché il diritto di rendiconto e di visita per le Confraternite laiche, per nuove disposizioni di legge, venne tolto agli ecclesiastici e affidato a un tribunale civile o in casi eccezionali a un tribunale misto.
Per evitare che queste nuove disposizioni togliessero alla Chiesa il controllo dei beni delle Confraternite, il Clero di gran parte della Sicilia e quindi anche di Randazzo nel giro di alcuni anni azzerò la presenza dei confrati laici nelle vecchie Confraternite e vi iscrisse i chierici. Contemporaneamente lo stesso Clero fondò altre Confraternite con altri nomi iscrivendovi i confrati laici e, se i beni erano collegati alle Chiese, diede nomi diversi alle stesse Chiese.
Risultato: dal punto di vista legale le vecchie Confraternite risultarono ecclesiastiche e non più laiche; le vecchie Chiese risultarono filiali delle Parrocchie e non più laiche e indipendenti.
E poiché le nuove disposizioni di legge non si applicavano alla Confraternite ecclesiastiche e alle Chiese filiali delle Parrocchie, il Clero raggiunse lo scopo di estromettere il potere politico dal controllo dei beni delle vecchie Confraternite.
Ecco perché molte Chiese, compresa quella dell ‘Annunziata, cambiarono nome e molte Confraternite o scomparvero o cambiarono nome.
La Confraternita di S. Pietro scomparve nel 1800, anno in cui la Chiesa di S. Pietro da Chiesa laica diventò Chiesa filiale della parrocchia di S. Martino.
Rimasero fuori da queste manovre le Arciconfraternite di S. Martino e di S. Nicola oltre alle tre Confraternite del SS.mo Sacramento, istituite intorno alla metà del 1600 e da sempre sotto controllo delle tre Parrocchie.
Nel 1866 lo Stato incamerò i beni di tutte le Confraternite, senza eccezione alcuna.
Alla processione, oltre alle Amministrazioni delle altre Confraternite, ma non delle Arciconfraternite, partecipa per la prima volta la nuova confraternita del Sacro Cuore, che sfila a capo scoperto.
Poiché la Chiesa dell’Annunziata si trova vicino alla Chiesa Madre, la processione vi entra quasi subito per ascoltarvi il Quaresimale e solo dopo -verso le 20,00- prosegue per il tragitto tradizionale.
Rispetto agli altri anni abbiamo notato due “novità”‘.
   –  La confraternita fa sfilare tra i figuranti tre damigelle che portano su un cuscino di velluto un pugnale, una corona di spine, un calice. Le damigelle (alcuni le hanno chiamate “angeli”) hanno il capo scoperto e sono vestite con tuniche di colore beige, due particolari che non rientrano -specie il primo- nella tradizione spagnolesca randazzese.      –   La Confraternita porta in processione la Croce con il Cristo coperto da un velo anziché il più tradizionale “Gonfalone” della Settimana Santa di cui è custode.

CURIOSITA: Il “Gonfalone “ è una Croce senza il Cristo ma con i segni della Passione.
Sul legno verticale a partire dall ‘alto vi sono: il gallo, i dadi, il calice, l’acetiera, la colonna.
Sul legno trasversale, a sinistra guardando la Croce, vi sono la tenaglia, la lancia, la spugna; a destra: la scala, i chiodi e il martello.
Nel punto centrale dei due legni vi è la corona di spine. Tre lucerne alle tre estremità della Croce richiamano il mistero della Trinità.
Il Gonfalone veniva portato in processione anche al Venerdì Santo.
La Confraternita dell’Annunziata è custode anche di un’altra insegna della Settimana Santa, che non viene più portata in processione perché pesante. L ‘insegna riporta su un frontale I ‘immagine della Madonna Annunziata con I ‘arcangelo Gabriele e sull ‘altro frontale quella del Crocifisso. Alle tre estremità vi sono tre lucerne, simbolo della Trinità.
Quest ‘ultima insegna veniva portata in processione anche nella festività di Maria SS.ma Annunziata.

Mercoledì Santo

E’ un giorno libero da impegni di processioni. Di questi tempi è un giorno “vuoto”.
Nei tempi passati era invece un giorno particolare, esplicitamente indicato negli Statuti delle Confraternite: era il giorno delle confessioni e del precetto pasquale dei confrati.
I contadini erano dispensati dal recarsi al lavoro e tutti nelle varie Chiese si accostavano al Sacramento della Penitenza e ricevevano il Sacramento dell’Eucaristia.
CURIOSITA’: Il giorno del precetto pasquale delle Confraternite da alcuni anni è cambiato.
Ad esempio per tutte le Confraternite di S. Martino, compresa quella dell ‘Addolorata, è il Venerdì di Passione; per la Confraternita dell ‘Annunziata è la festa dell ‘Annunziata.

Giovedì Santo

Subito dopo la funzione religiosa, nella quale si ricorda l’istituzione del Sacramento dell’Eucaristia, in tutte le Chiese viene preparato “u sebulcru” (il sepolcro).
Oggi il clero sottolinea con forza che non si tratta di “sebulcru” o di adorazione del Cristo morto ma di adorazione dell’Eucaristia.
La tradizione popolare, nonostante l’anomalia (Cristo morto si ha il Venerdì e non il Giovedì), continua invece a chiamarlo “sebulcru”.
E difatti per secoli e fino al 1965, la sera del Giovedì Santo l’Arciconfraternita delle SS Anime del Purgatorio di S. Nicola portava in processione “Cristu ‘ndo cataletto” (di cui parleremo nella giornata del Sabato Santo).
La processione visitava i “sebulcri” di sette Chiese per consentire ai fedeli di acquistare l’ indulgenza plenaria.
Le incomprensioni tra l’ Arciconfraternita e le autorità religiose del paese nel 1966 si conclusero con la soppressione della processione dal calendario delle manifestazioni tradizionali della Settimana Santa.
E’ stata ripresa nel 1985, ma portata al sabato mattina.

CURIOSITA’: Le incomprensioni tra Clero e Arciconfraternita di S. Nicola non furono le uniche di quegli anni.
Altre incomprensioni resero un po’ agitati anche i rapporti tra le confraternite, riflesso delle profonde divisioni politiche tra i cittadini del tempo.
Infatti la gente del S. Cuore, quartiere fuori le mura storiche e quindi lontano dal percorso delle tradizionali processioni, il 12 novembre 1950 decise di creare una nuova Confraternita, chiamata “Pia Associazione Società Cattolica del S. Cuore “, che la Curia di Acireale approvò il 10 Aprile 1956.
La Confraternita organizzò due autonome processioni che si tenevano il Giovedì Santo e il Venerdì Santo, solo nel quartiere del S. Cuore, con queste modalità:
la sera del Giovedì Santo una processione portava il Crocifisso, inizialmente dalla Chiesa del S. Cuore e successivamente dalla Chiesa del Signore della Pietà, al “Castello ” Castorina, in contrada Crocitta, vicino all ‘attuale sede dell’ITC “E. Medi”.
Il “Castello ” per l’occasione nel linguaggio popolare prese il nome di “Calvario ‘.
Il pomeriggio del Venerdì Santo, dopo aver deposto il Cristo dalla Croce, un ‘altra processione portava il “Cristu ndo cataletto ” dal Calvario alla Chiesa del S. Cuore.
Si verificava quindi che il Giovedì pomeriggio nel centro storico del Paese vi era la processione del “Cristu ‘ndo cataletto “; alla sera dello stesso giorno nel quartiere del S. Cuore quella del Crocifisso.
Viceversa nel pomeriggio del Venerdì Santo nel quartiere del S. Cuore vi era la processione del “Cristu ‘ndo cataletto “; alla sera dello stesso giorno nel centro storico quella del Crocifisso.
Una maggiore confusione, a parte I ‘accordo sugli orari, non si sarebbe potuta immaginare.
Quando nel 1964 entrò in vigore la Riforma Liturgica, in base alla quale la funzione di Pasqua dal Sabato mattina venne portata al Sabato sera o notte, la Confraternita del S. Cuore chiese e ottenne dall ‘anziano vescovo di Acireale, Mons. Salvatore Russo, di spostare la processione del “Cristu ‘ndo cataletto ” dal pomeriggio del Venerdì al Sabato mattina.
Morto Mons. Salvatore Russo nell ‘aprile dello stesso anno, il nuovo Vescovo Mons. Pasquale Bacile non solo rifiutò il suo consenso per ripetere la processione al Sabato Santo del 1965, ma decise anche di intervenire personalmente nella “confusione ” delle processioni di Randazzo.
Difatti il 18 marzo del 1966, prima che iniziassero i Riti della Settimana Santa di quell ‘anno, Mons. Pasquale Bacile, facendo riferimento al Decreto della S. Congregazione dei Riti di Roma che in data 16 novembre 1955 aveva emanato nuove disposizioni sui riti della Settimana Santa, firmò un suo personale decreto con cui ordinava alle Confraternite di Randazzo che:
  –  nella giornata del Giovedì Santo non potevano svolgersi processioni con i simboli della Passione e con il simulacro del Cristo morto.

  –  nella mattinata del Venerdì Santo poteva essere mantenuta una processione non per visitare i sepolcri, bensì per coinvolgere il popolo nella pratica della Via Crucis.

  –  La sera del Venerdì Santo si poteva continuare a svolgere la processione del SS Crocifisso organizzata dalla Confraternita dell ‘Addolorata.

  –   Il “Cristu ” ‘ndo cataletto ” dell ‘Arciconfraternita delle SS Anime del Purgatorio di S. Nicola poteva essere esposto nella Chiesa di S. Nicola dalla sera del Venerdì Santo alle ore 12,00 del Sabato Santo.

Mantello della Confraternita delle Anime del Purgatorio presso la Chiesa di San Nicola. (foto F.lli Magro).

In tal modo, d’autorità, il Vescovo soppresse sia le due autonome processioni della Confraternita del S. Cuore, sia la processione del Giovedì Santo dell’Arciconfraternita delle SS Anime del Purgatorio di S. Nicola.
Poteva continuare a svolgersi invece al Venerdì Santo mattina la processione dell ‘Arciconfraternita del SS Crocifisso in S. Martino, la quale da processione che visitava i sepolcri, divenne la processione della Via Crucis.
(il decreto di Mons. Bacile si trova nell ‘archivio della Basilica di S. Maria).
” U sebulcru ” del Giovedì Santo presenta una tradizionale caratteristica che purtroppo incomincia a perdersi: viene adornato soprattutto con “i piatti ru sebulcru” o piantine di frumento.
Una volta si utilizzavano anche piantine di piselli, fave, lenticchie. Qualcuno parla pure di piantine di lino.

CURIOSITA’: Circa quaranta giorni prima del Giovedì Santo (qualcuno con più precisione indica I ‘ultima domenica di Carnevale) fedeli volenterosi provvedono a deporre un pugno di grano in alcuni piatti con un fondo di acqua. I piatti così preparati li depongono in un luogo buio. Ogni tanto vi aggiungono altra acqua, stando però attenti a non aggiungerne molta, diversamente il tutto marcisce. Dopo quaranta giorni circa il frumento dà vita a pallidi e compatti germogli lunghi circa venti/trenta centimetri. I piatti vengono tolti dal buio e portati in Chiesa ad adornare “u sebulcru”.
I “piatti ru sebulcru” erano espressione di un rito propiziatorio, legato alla civiltà contadina. Il pallido germoglio di grano, esposto alla luce, dopo un po’ di ore incomincia a diventare verde. Metterlo accanto al “sebulcru” era un modo per propiziare un abbondante raccolto.
In “Randazzo nei suoi costumi” opera edita nel 1986, a pag. 55 1’indimenticabile don Salvatore Calogero Virzì vede in questa tradizione un collegamento a remoti riti pagani e precisamente al mistero di Adone che soleva onorarsi in questo modo.

                              Dipinto di Enzo Grasso

Venerdì Santo

E’ la giornata centrale della Settimana Santa e proprio per questo vi si svolgono due processioni: una al mattino e una alla sera.

Mattino del Venerdì Santo:
La processione è organizzata dall’arciconfraternita del SS. Crocifisso di S. Martino. Sfilano tutti i figuranti tranne il Cristo alla colonna, il Cristo alla canna e il Cristo alla Croce.
Le Amministrazioni delle altre Confraternite, anche se non vi partecipano, si fanno trovare dinanzi all’ingresso delle loro Chiese con il palio. Passata la processione, se ne ritirano.
Il percorso che la processione fa, è diverso da quello tradizionale. Un tempo visitava i “sebulcri” di sette Chiese, come faceva la processione del “Cristo ‘ndo cataletto” di cui abbiamo già detto.
Dal 1966 si va fermando davanti a varie Chiese, compresa quella del S. Cuore, e in posti dove prima della seconda guerra mondiale vi erano delle Chiese (come il piazzale rialzato di piazza Municipio); le soste in tutto sono quattordici, quante sono le stazioni della Via Crucis.
In tutte le Chiese toccate dalla processione, i confrati e i fedeli che li seguono, pregano e recitano le orazioni della Via Crucis.

CURIOSITA’: la processione del Venerdì Santo mattina dell’Arciconfraternita del SS Crocifisso di S Martino, come la processione dell ‘Arciconfraternita delle SS Anime del Purgatorio di S. Nicola, un tempo al giovedì sera, erano seguite da una figura caratteristica: il mazziere.
Il mazziere, vestito con “cappa” nera, aveva l’incarico di portare tre cuscini di velluto che deponeva a terra davanti alle sette Chiese toccate dalla processione. Sui cuscini si inginocchiavano i “Cavalieri” che componevano I ‘Amministrazione: il Governatore, il 1 0 Assistente e il 2 0 Assistente.
Negli anni precedenti il 1964, subito dopo il passaggio della processione, in tutte le Chiese veniva tolto il “sebulcru ” e iniziavano le funzioni del Venerdì Santo.
Le Confraternite vegliavano “u sebulcru ” per tutta la notte dal Giovedì al Venerdì Santo.
Sera del Venerdì Santo:
E’ il momento della Settimana Santa più atteso dalla popolazione.
La serata è organizzata dalla confraternita dell’Addolorata della Chiesa di S. Pietro, perché proprio in questa Chiesa sono custoditi il Crocifisso e la statua della Madonna Addolorata che vengono portate in processione.
Vi partecipano la Società di S. Giovanni Battista di S. Martino, la Società del Crocifisso in S. Martino e la Confraternita dell’Annunziata. Per la prima volta ha sfilato la Confraternita del S.Cuore.
Sono sempre più rari i devoti che seguono a piedi scalzi le due ”vare”.
Il grande Crocifisso ligneo del ‘600 è illuminato a “lumeri”, cioè con candele poste dentro globi di vetro opaco con alle estremità una grande raggiera di legno dorato.
Il Crocifisso è seguito dalla “Vara dell’Addolorata”, anch’essa illuminata a “lumeri”, con candele poste dentro sfere e lanterne di cristallo con alle estremità una grande raggiera di legno dorato. Ciò che colpisce lo spettatore è il profondo silenzio nel quale l’immensa folla dei fedeli segue la processione o assiste al passaggio delle due “vare”.
Questo silenzio è solo interrotto dalle meste musiche della banda musicale e dalle continue e quasi laceranti grida di invocazione di coloro che, per fede o per voto, vestiti con una tunica bianca, portano sulle spalle le pesanti “vare”.

 


Chi porta il Crocifisso incita alla preghiera con queste parole: “Sa loratu lu SS Crucifissu” e tutti gli altri rispondono:” Loratu sempre sia”.
Chi porta l’ Addolorata incita alla preghiera con queste parole: “E chiamammura chi n’ iuta sempri” e gli altri rispondono: “E viva a Maronna Addulurata” . Il solista riprende subito a dire: “A dispiettu ri l’infernu” . E gli altri a rispondere: “Viva Maria sempri in eternu”.
E così in continuazione, per tutta la durata della processione, fino a sgolarsi, fino a restare senza voce.
Verso le 23,00 la processione si ferma nella piazza di S. Giorgio, dove una volta vi era un convento di Suore Benedettine. Qui c’è l’atteso incontro tra la Madre Addolorata e il figlio Crocifisso.
Tra la commozione dei fedeli, per un attimo, Madre e Figlio incrociano lo sguardo.
Si levano alte nel cielo gli incitamenti alla preghiera da parte dei devoti che portano le due “vare”.
Un altro momento significativo della serata è “a chianata ri San Barturu”, dove nei secoli passati e fino alla soppressione del 1866 vi era un altro monastero di Benedettine (in Paese ve ne erano tre; il terzo si trovava nell’attuale Istituto di S. Caterina).
Le Benedettine erano suore di clausura e potevano assistere ai riti esterni della Settimana Santa solo da dietro le grate.
Ecco perché il tradizionale percorso passa da lì.
Giunta in via Garibaldi, a duecento metri circa da S. Pietro, la processione è costretta a fare una ripida salita, comunemente detta “a chianata ri S. Barturu”.

Chiesa di San Bartolomeo Apostolo. (San Barturu – 1610 e/o 1637) Randazzo


“A chianata” mette a dura prova le forze delle persone anziane oltre che dei portatori delle due “vare”, specie quella del grande Crocifisso. Per impedire eventuali scivoloni e per aiutare a mantenere il baricentro del Crocifisso, due robuste lunghe funi, tirate da volontari e collegate al centro della Croce, aiutano i portatori nella salita.
L’emozione di questo suggestivo momento è tale che i fedeli, in massa, occupano tutti i posti disponibili molto prima che la processione vi giunga.
Prima della benedizione finale e della chiusura della serata, nella grande piazza antistante la Chiesa di S. Pietro, i portatori dell’Addolorata alzano sulle loro braccia la “vara” della Madonna, perché Essa interceda presso suo Figlio e benedica Randazzo e i suoi abitanti.
Quest’anno anche i portatori del pesante Crocifisso, con immane sforzo e nonostante la stanchezza hanno voluto fare lo stesso gesto tra la commozione e gli applausi della folla dei fedeli presenti.
CURIOSITA’: nel lontano passato “a chianata ” scoraggiava le arciconfraternite dei “Cavalieri ” dal seguire la processione per tutto il tradizionale percorso cittadino e quindi vi si accodavano quando questa passava dalla Chiesa di S. Martino e di S. Nicola e se ne ritiravano quando ripassava dalle stesse Chiese.
Attendere la processione nel piazzale di S. Martino e lasciarla al ritorno nello stesso piazzale, per evitare appunto “a chianata “, lo fa oggi la Confraternita dell ‘Annunziata.
Le due Arciconfraternite da quasi trent ‘anni non sfilano più la sera del Venerdì Santo, né vi partecipano con le loro Amministrazioni.
Al passaggio della processione dalla Chiesa di S. Martino e dalla Chiesa di S. Nicola si fanno trovare davanti a queste due Chiese alcuni confrati con il palio dell ‘Arciconfraternita. Palio e confrati si ritirano subito, non appena le due “vare ” sono passate.

 

 

 

 

 

Mattina del Sabato Santo

CURIOSITA’: Fino al 1964 il rito della Pasqua di Resurrezione si svolgeva nella mattinata del Sabato.
Con la Riforma liturgica del 1964 il rito è stato spostato alla tarda serata o alla notte del Sabato.
Dal 1985 la Curia Vescovile di Acireale ha di nuovo autorizzato la processione, ma al Sabato mattina, del “Cristu ‘ndo cataletto”, che l’ Arciconfraternita delle SS Anime del Purgatorio di S. Nicola fino al 1965 organizzava nella giornata del Giovedì Santo.
Le Amministrazioni delle altre Confraternite, anche se non vi partecipano, si fanno trovare dinanzi all’ingresso delle loro Chiese con il palio. Passata la processione, se ne ritirano.
L’Arciconfraternita è attualmente gelosa custode di un bellissimo Cristo morto in cartapesta snodabile e di un preziosissimo tappeto di seta damascata, intarsiato di rose ricamate a mano con fili di oro e di argento, che qualcuno data addirittura 1300.
Su questo tappeto viene adagiato il Cristo e posto poi ” ‘ndo cataletto”, una leggera portantina ricoperta da una bombata rete di rose di seta.
La processione parte dalla Chiesa di S. Nicola, ma fino al 1931 partiva dalla casa del Governatore dell’Arciconfraternita, dove il “Cristu ‘ndo cataletto” veniva precedentemente portato e ornato.
La processione percorre quasi lo stesso tragitto di quella del Venerdì Santo mattina.

CURIOSITA’: Nel dicembre del 1931 i confrati dell’Arciconfraternita delle SS anime del Purgatorio di S. Nicola approvarono un nuovo statuto che all ‘articolo 8 così recita: …si proibisce in modo tassativo ed assoluto a qualsiasi rettore di portare il Cristo morto in casa propria.
Il Sabato pomeriggio era lasciato alla preparazione dei dolci. Oggi a questo pensano i pasticcieri.
Ma i fornai preparano, per i pochi che ancora la richiedono, “a cullura”, il più tradizionale dei dolci pasquali.
“A cullura” è un dolce per lo più a forma ovale con un buco nella parte alta e uno o più uova sode con buccia, inseriti nella parte bassa (oggi si usano anche ovetti di cioccolato); è abbellita da una manciata di “iavuritti” (finissime scaglie di colorate caramelle e cioccolato).
Un tempo le famiglie più povere la preparavano con semplice farina di grano, senza altre aggiunte oltre l’uovo intero.
Le famiglie più agiate la preparavano con impasto di uova, zucchero e farina e con l’aggiunta dei “iavuritti”.

 

Si ringraziano quanti hanno collaborato alla realizzazione di questo numero speciale di ” IPSIA NEWS” , in particolare:
Mons. Vincenzo Mancini, arciprete parroco della Basilica di S. Maria.
il governatore dell’Arciconfraternita delle SS. Anime del Purgatorio, preside Gaetano Modica;
il governatore della Confraternita dell’Annunziata, Sig. Emanuele La Piana;
il | 0 assistente della Confraternita dell’Addolorata, Sig. Carmelino Caputo;
il segretario dell’Arciconfraternita del SS. Crocifisso in S. Martino, Annunziato Rizzo;
il presidente della Confraternita del S. Cuore, Sig. Franco Scarpignato.
la prof.ssa Angioletta Fisauli che ci ha consentito di consultare la tesi di laurea del padre, Francesco Fisauli.
Un grazie particolare va alla prof.ssa Marisa Modica, senza il cui contributo sarebbe stato molto più arduo definire i costumi dei figuranti.
Un grazie particolare va all’Archivio storico fotografico Fratelli Magro di Randazzo che ci ha permesso di illustrare il presente lavoro con foto che purtroppo la fotocopiatrice non riproduce con precisione. 

 

Sulla tradizione nella Settimana Santa di Randazzo si possono trovare utili notizie sul libro edito dal XXI distretto Scolastico di Randazzo nel 1986, dal titolo “Randazzo nei suoi costumi“, opera dell’indimenticabile studioso e sacerdote salesiano don Salvatore Calogero Virzì.

 

 

Manoscritto dei privilegi dei confrati dell ‘Arciconfraternita del SS. mo Crocefisso in S. Martino. Gesù Figlio di Maria

Indulgenza perpetua concessa alli fratelli e sorelle del SS.mo Crocifisso nella Parrocchiale Ecclesia di S. Martino di questa Città di Randazzo, avendo prima preso la bolla della SS.ma Crociata (= dopo che si sono iscritti alla Confraternita)

I – Nel giorno che si scriveranno nel libro di detta Compagnia confessati e comunicati, guadagneranno indulgenzia plenaria, e remissione di tutti loro peccati.

— Dalli primi vesperi del giorno della Invenzione di Santa Croce che viene a tre di Maggio, come anco nel giorno dell’Essaltazione, che viene a 14 di Settembre pure insino al tramontare del Sole di detti giorni, Confessati e Comunicati, visitando detta Cappella, pregando a Dio per la pace tra Principi Christiani, estirpazione dell’Eresia et essaltazione di Santa Chiesa, guadagneranno indulgenza plenaria, e remissione di tutti i peccati.

— Nell’articolo della morte (= in punto di morte) Confessati e Comunicati et invocando il Nome di Gesù con la bocca, e non potendo, con il cuore guadagneranno indulgenza plenaria e remissione di tutti i peccati.

— Ogni Venerdì di tutto l’anno visitando detta Cappella come di sopra, cento giorni d’indulgenza.

— Nelli giorni della Natività di N. S., Epifania, Giovedì Santo, Pascha di Ressurrezione, Pentecoste, visitando detta Cappella come di sopra, dicendo cinque Pater noster et un Ave Maria, guadagneranno sette anni e sette quarantore d’Indulgenze.
 a cura di  Pippo Munforte. 

      Si ringrazia di vivo cuore il Professore Pippo Munforte e i ragazzi della IV^A  IPSIA “E.Fermi” – Randazzo   per aver acconsentito alla pubblicazione di questa stupenda ricerca storica della Settimana Santa che per tutti Noi rappresenta un appuntamento annuale importantissimo.
Francesco Rubbino .

                  Il testo integrale della pubblicazione curata dalla IV A  IPSIA “E. Fermi” – Randazzo giugno 2000

 

Ebrei a Randazzo

 

Il 18 giugno 1492, Ferdinando il cattolico e Isabella di Castiglia presero una decisione grave che in seguito ebbe sviluppi tragici nell’economia del regno spagnolo e in Sicilia allora già vicereame: un gesto di fondamentalismo cattolico fu l’editto che impose senza condizioni che gli ebrei dovessero abbandonare per sempre la Sicilia entro tre mesi, pena la morte.
Gli ebrei erano vissuti in Sicilia dai tempi biblici e la Trinacria era stata una delle terre più importanti in cui si erano fermati, una volta partiti dalla Palestina all’inizio della diaspora nel 70 d.e.v.

Ferdinando il Cattolico ed Isabella di Castiglia

La Sicilia era abitata, fino all’anno 1492, da un numero d’ebrei, in percentuale alla popolazione residente, superiore a quelli presenti in qualsiasi altra regione o stato europeo o del bacino del mediterraneo (percentuali di presenza purtroppo incerte nel territorio siciliano, ma oscillanti secondo cifre controverse di stima da un minimo del 5% per città ad un massimo del 50%, che si raggiunse a Marsala).
Nel 1492 Ferdinando il cattolico era entrato vincitore nella città di Granada, vincitore della guerra di riconquista contro i musulmani, liberando così la Spagna definitivamente dal popolo arabo: i piccoli e grandi banchieri ebrei, in quanto da sempre popolo sottomesso, avevano finanziato la guerra di Ferdinando il cattolico contro i mussulmani di Spagna e segretamente aiutato economicamente il governo islamico in Spagna contro lo stesso Ferdinando (perché non a torto riconoscevano ai musulmani una disponibilità ed una tolleranza nei loro confronti certamente più favorevole dei governanti cattolici).
Gli ebrei erano sempre considerati come gli eredi di quel sinedrio che aveva condannato Gesù alla morte (un pregiudizio che costò loro una persecuzione ingiusta e fino ad oggi viva nell’immaginario collettivo), ed in più erano particolarmente mal tollerati in quanto praticavano il prestito di denaro su pegno.
Di fronte all’editto di espulsione, se si decideva di rimanere, bisognava chiedere il battesimo e convertirsi definitivamente al cristianesimo: si doveva accettare il cristianesimo o abbandonare la Sicilia e la Spagna, vendere i beni mobili ed immobili entro tre mesi, oppure rimanere e rinnegare l’antica fede.
In realtà sembrerebbe che per Ferdinando sia stata più una rivalsa post bellica che non una manifestazione di fede cattolica.

Già prima del 1492, operò anche in Sicilia, il tribunale dell’inquisizione, definito “Della Santa Inquisizione”, perché fregiandosi di tale aggettivo, potesse andare assolto da ogni nefandezza e persecuzione illegale, che spesso portava alla condanna a morte delle sue vittime, troppo spesso di religione ebraica.
Così la chiesa di Roma continuava a cavalcare il mito dell’unica confessione religiosa presente nel mondo civile conosciuto a quel tempo.
Tale atteggiamento prevaricatore ed assolutista, continuò nei secoli, anche dopo l’unità d’Italia ove con la costituzione della Repubblica Sabauda si consolidò in Italia l’antico dominio ideologico religioso.

Tale atteggiamento invasivo politico-assolutista, si concretizzava nel disporre costanti e silenziose iniziative quando di distruzione, quando di acquisizione di tutte le testimonianze ebraiche che soprattutto in Sicilia potessero fare ritornare alla memoria la storia di un popolo siciliano, che per molti secoli rese lustro all’arte medica, ai mestieri, alla cultura ed all’economia isolana.
Dopo le ricerche di Giovanni  Di Giovanni e dei Lagumina, per circa un secolo interesse storico per la fede ebraica siciliana fu quasi del tutto sopito.

Solo dopo il 15 giugno 1992, a seguito del noto convegno “Italia Giudaica – gli ebrei di Sicilia sino all’espulsione del 1492”, si innescò il grande interesse degli storici verso la storia degli ebrei di Sicilia.
La quantità d’ebrei in uscita dalla Sicilia non è stata mai accertata neanche con una credibile approssimazione, ma probabilmente i poveri preferirono cercare nuove terre, mentre molti ricchi ebrei si convertirono apparentemente al cristianesimo (la vendita con premura non sarebbe mai stata un buon affare, specialmente con compratori consapevoli della grave situazione dei legittimi proprietari diffidati ad andarsene): molti andarono a Napoli, altri certamente in Nord-Africa, nella città di Salonicco, nelle isole del Dodecanneso, altri sparsi per il mondo come vuole una tradizione antica e modernissima che vede questo popolo perseguitato ed errante in tutte le direzioni.
Il sultano ottomano inviò in Spagna e Sicilia, a più riprese, un’intera

Monastero San Giorgio – Randazzo

 flotta per accogliere come profughi in Turchia i giudei cacciati, e questa terra (in particolare Istanbul) è ancora abitata dagli eredi di Spagnoli e Siciliani emigrati: non fu solo un atto d’umanità, poiché le autorità turche si resero conto della grande utilità economica degli ebrei.
Chi rimase in Sicilia e finse d’essere cristiano cercò segretamente di mantenere usi e tradizioni, ma soprattutto di rispettare la religione ebraica e le cerimonie ad essa connesse: essendo questo considerato destabilizzante per il potere spagnolo, non fu tollerato che la finta conversione passasse inosservata e impunita e, temendo il potere economico degli ebrei e la loro capacità di far adepti per la loro religione, essi furono sottoposti sempre ad imposizioni fiscali a volte addirittura umilianti (le richieste di pagamento dei “balzelli” mettevano a dura prova le loro capacità finanziarie).
Per quanto tempo segretamente fu professata la religione ebraica in Sicilia dopo il 1492 non è facile a determinarsi, ma si può tutt’ora certificare l’antica presenza ebraica da molti cognomi rimasti in uso fra i siciliani e nomi di strade e toponimi ancora esistenti che denotano la diffusa presenza di questo popolo.

(Calò, Consolo, Consiglio, Castro, Bonaventura, Levi, Marino, Massa, Manara, Meli, Milano, Pavia, Catania, Palermo, Perugia, Piazza, Porto, Prato, Recanati, Romano, Russo Veneziano, nonché tutti i cognomi provvisti di suffisso – Di Carlo, Di Grazia, D’Agata, Del Vecchio, Greco, Ferro, Fiorentino, Franco, Franchetti, Vita, Vitale, etc).

Molti storici si sono interessati alla storia della cacciata degli ebrei di Sicilia cercando di scoprire perché questa tragedia accadde e quanti furono gli ebrei che abbandonarono realmente l’isola, le loro case, le attività ben avviate e soprattutto i luoghi dove nacquero e avevano vissuto.
Il monaco inquisitore Giovanni di Giovanni nel 1748 e i monaci fratelli Lagumina nel 1885, scriveranno sui giudei di Sicilia con documentata penetrazione.
I loro libri diventeranno gli studi da cui partire per le successive ricerche e in ogni modo due libri che sono fondamentali per affrontare quest’argomento.
Com’è facile considerare, Giovanni Di Giovanni e Giuseppe e Bartolomeo Lagumina appartenevano al clero cattolico; non misero in buona luce la civiltà ebraica di Sicilia.
Le ricerche storiche fino ad oggi continuano ad appassionare e l’argomento non è chiuso, sebbene molti storici, sulle cose e vicende di Sicilia, abbiano approfondito quest’avvenimento.

 


Tutti riconoscono che la perdita dei giudei di Sicilia fu un fatto grave per l’economia dell’isola. (Denis Mack Smith, Lodovico Bianchini), perché gestivano attività importanti in alcuni casi faticose, ma sempre a buon reddito.
Avevano in loro mano buona parte dell’economia commerciale e soprattutto quella bancaria e finanziaria del regno e del vice regno di Sicilia, anche se questo privilegio non era esteso a tutta la comunità giudaica di Sicilia.
Oltre all’attività di prestito di denaro e alle attività commerciali, avevano aziende nell’attività della concia delle pelli (cunziria di Vizzini), lavorazione del ferro, lavorazione della seta, coltivazione della canna da zucchero (Savoca), produzione di maioliche (Naso).
Numerosi gli ebrei di Sicilia nella professione medica con una presenza sorprendente anche di donne (non solo specializzate in ginecologia). 52 erano le giudecche esistenti con 60 sinagoghe ben localizzate: si possono ancora vedere i luoghi che testimoniano la loro presenza per scoprire ciò che è rimasto di questa civiltà attraverso la presenza di numerose testimonianze ancora visibili per considerazioni intuitive o tracce d’attività e di luoghi depositari di memoria.

Nel libro di Nicolò Bucaria “Sicilia judaica, sono indicati reperti e oggetti di tradizione ebraica in parte ancora rintracciabili e che si riferiscono ai seguenti comuni siciliani:
Acireale, Agira, Agrigento, Akrai, Alcamo, Bivona, Caccamo, Calascibetta, Caltabellotta, Caltanissetta, Cammarata, Castelbuono, Castiglione, Castronovo, Castroreale, Catania, Caucana(Rg), Cittadella Maccari(Sr), Comiso, Enna, Erice, Gela, Lentini, Lipari, Marsala, Mazara del vallo, Messina, Monreale, Mozia, Noto, Palermo, Polizzi Generosa, Ragusa Randazzo, Rosolini, Salemi, San Fratello, San Marco d’Alunzio, Santa Croce Camerina, Sciacca, Scicli, Siculiana, Siracusa, Sofiana(Cl), Taormina; Termini Imerese, Trapani.

Ma per quel che più ci interessa nel contesto di queste pagine è sottolineare come le prime grandi comunità ebraiche dell’isola, coincidono con le conquiste arabe di Mazara, Agrigento, Mineo, Caltabellotta, Sciacca e Siracusa, comprovando, così, che il grosso insediamento ebraico siciliano, si cominciò a delineare proprio con tale conquista dei nostri territori, laddove i conquistatori disponevano di una grossa componente ebraica cui affidare poi, l’amministrazione dei territori conquistati e la gestione dei tributi.
Tale componente, mantenne nel tempo i contatti sia economici che culturali con i paesi di provenienza, sviluppando, così in favore delle loro comunità e della Sicilia tutta una notevole economia. Agli inizi di tale conquista, in Sicilia si parlava il greco, mentre si faceva strada il volgare siciliano che in seguito divenne la lingua ufficiale del Regno di Sicilia e che gli ebrei presto impararono a parlare meglio degli altri.
Forme più o meno virulente di antisemitismo sono ancora presenti in tutto il mondo, eppure bisogna prendere atto che vi è un’ondata di rinnovato interesse per la cultura ebraica.

 

       

Questo nuovo e diffuso interesse per gli ebrei, fa leva sulla circostanza egoistica che li vede come lievito per lo sviluppo economico di un territorio. Tale interesse, misto al desiderio di conoscenza di un popolo diverso e molto attivo, fanno sentire oggi, in moltissimi siciliani il desiderio di riallacciare gli antichi legami con la cultura ebraica che tanta parte ha avuto nella formazione e nella storia siciliana.
Tale interesse per una storia poco nota o del tutto dimenticata di un grande popolo siciliano; per la sua religione, per il suo moderno stato, fornisce un impulso fondamentale sia all’Istituto Internazionale di Cultura Ebraica, che alla Charta delle Judeche di Sicilia, dallo stesso promossa, che li spinge a trasformare questo affascinante aspetto culturale in un vero e proprio motore di sviluppo economico sociale e culturale per la Sicilia ebraica dei giorni nostri.

 

 

Padre Luigi Magro  così scrive degli ebrei che si trovavano nella nostra Città nel suo famoso libro:

CENNI STORICI DELLA CITTA’ DI RANDAZZO” 

EBREI IN RANDAZZO (PAG. 219)

Nella nostra Città vi fu anche una numerosa Comunità ebraica. Nulla sappiamo delle sue origini, ma da quanto ci è dato conoscere si può arguire essere stata una delle più importanti dell’Isola. Ciò dicono i vari Diplomi Reali emanati a loro riguardo.

Narra  Mons. Giovanni Di Giovanni, nel suo Ebraismo in Sicilia:

                      “Perchè gli Ebrei di Randazzo, in tempo del Re Ferdinando I° mostrarono risiedere in loro uguale attenzione ed ubbidienza verso i cenni del Monarca che in alcuni altri fratelli loro della Sicilia, per mezzo di un prestito della somma di Onze venticinque che fecero alla Regia Corte allora bisognevole di denaro: perciò l’Infante D. Giovanni, figliuolo secondogenito del medesimo Sovrano e suo Vicegerente nella Sicilia ordinò che la stessa Regia Corte, già sollevata dalle strettezze passate, restituisse secondo il dovere agli accennati Ebrei la somma suddetta”. (vedi Regio Cancellario libro anno 1415 pag. 237).

Questo prestito, ci dice lo stesso autore Mons. Giovanni Di Giovanni, fu fatto alla Regia Corte da tutti gli Ebrei di Sicilia, ma nessuna comunità ha concorso tanto quanto quella di Randazzo tranne che tre, segno questo che essa era più numerosa delle altre.
Troviamo difatti che Caltagirone ha dato la somma di Onze dodici; Noto  Onze 22; Licata  Onze 10; S.Lucia di Milazzo Onze 15; ecc.
Ancora della maggior popolazione ebrea della nostra città, abbiamo che la cosi detta  Gabella della Gisìa si pagava da tutti gli ebrei della Sicilia nella seguente somma: Randazzo pagava Onze cinque all’anno; Castrogiovanni che aveva ottanta famiglie ne pagava 4; Noto Onze 3; Castroreale Onze una; Piazza Onze tre; Calascibetta unza una tarì sei e grana dieci ogni anno, ecc.
Nel 1477, questa comunità ebraica era talmente importante da essere retta da un Giudice particolare, come si può vedere da un Diploma del 3 giugno 1477 in cui il Conte Sigismondo de Luna, Maestro Segreto di Sicilia, indirizzando una lettera al Governatore ed al Giudice di Randazzo dava loro disposizioni tassative in una controversia tra gli ebrei e le Monache di S. Giorgio per la chiusura di una finestra di una casa prospiciente sul Monastero.
Riportiamo il documento che trovasi in copia nell’Archivio di S. Giorgio in Randazzo, col seguente indirizzo:

Dirigitur Spectabilibus Gubernatori et Judici Judeorum in Terra Randatii.
Nos D. Sigismundus De Luna Comes, Siciliae Magister Secretus et Magister Portulanus.
Spectabilibus Gubernatori et Judici Judeorum Terrae Randatii Amicis nostris Salutem.
Perocché, ut informamur in frontem hospitiu di la Ecclesia di S. Giorgi monasteriu di donni, vi è una casa di la Muschita et quilla li judei locanu a multi et diversi persuni cristiani la quali teni li finestri che scoprinu intra lu Bagliu di dictu monasteriu ac ortu adeo chi nixuna monaca po’ andari intra li Bagliu di dictu monasteriu né ortu che non sia vista da li finestri di la dicta casa, essendumi propterea supplicatu chi li vulissimu supra zò provvidiri havimu provistu, et cusì, per la presenti, vi dicimu, commettimu et comandamu che a petizioni di lu dicto monasteriu, pro ejus honestate, faczati riqueriri li Prothi di la dicta judea oy a cui specta chi digianu oy vindiri la dicta casa a lo dicto Monasteriu oy murinu li finestri per modu chi di quilla non si pocza scopriri intra lu dictu manasteriu, oy quilla alloghinu a persuni cum voluntate Abbatissae oy si paghino dallu dictu Monasteriu lu lueri chi è statu solitu allugarisi.
Et si la vurrannu vindiri, ci fariti pagari lu pretiu chi fu per loru cumprata, costringanduli chi omnino hagianu a fari una di li dicti electioni, cohertionibus vobis benevisis, et quillu chi elegirannu, faczati pro honestate et beneficio dicti Monasterii exequiri cum effectu.
Sic vos in praemissis gerentes per modum, chi non sia bisognu recurriri a Noi, sub poena unciarum quinquaginta.
Datum Panhormi die III junii Xª indictionis MCCCCLXXVII. Sigismundus De Luna etc.

Essendo la dicitura di tale documento abbastanza chiara, ci asteniamo dal tradurlo.
Nel 1492 gli ebrei furono espulsi da tutti i vasti domini dei Re Ferdinando II° e quindi anche dalla Sicilia.
Costretti gli ebrei di Randazzo a lasciare la Città, hanno venduto alle Monache di S. Giorgio la sopraddetta casa con l’attigua Moschea e due altri casaleni con degli annessi e Cimitero confinanti con il Monastero, con il patto di ritorno nel caso che fossero richiamati dall’esilio.
L’atto fu redatto presso il Notaro Staiti il 26 novembre IIª Indiz. 1492, nei termini seguenti:

Manueli Servidei Medico e Benedetto suo figlio, Mastro José Paneri e Rasè Rabi Medico, Mardacchi De Panormo, Abraam Russo, Gidilu Calabrisi, Gidilu Rabi, Jacob Guadagnu e Xibiti Miseria, come Majorenti Actori e Factori di tutta la Giudaica di questa Terra di Randazzo, congregati entro il loro tempio, vendono alla Reverenda Soro Maria De Pidono, Abbadessa del Venerabile Monastero di S. Giorgio il riferito loro tempio o mischitta, o moschea, nec non la casa collaterale solerata et altri due casaleni confinanti con detto tempio o mischitta e con la casa di detto Monisterio, esistenti nel Quartiere di S. Maria confinanti dalla parte di settentrione con le mura di detta Terra e Via pubblica; et ancora numero sei giarre ad uso di oglio, venti lampe, una scala, et un banco esistente nell’Oratorio, dove commoravano le donne di essi giudei.
Ac etiam il riposto delle predette cose; il secchio di rame ad uso di tirare acqua dalla cisterna e la stessa cisterna; e questo per mezzo di Onze ventiquattro, con patto e condizione, che ritornando detti giudei dall’esilio di questo Regno per stare ad abitare in questa Terra, sia obbligato il monastero revendere le sopradette cose vendute, e ciò per lo stesso prezzo, pagate le spese ecc.
Promise la stessa reverenda Abbadessa detto tempio tenerlo ed averlo solamente per dormitorio di detto suo monasterio.
Similmente venderono il luogo sacro e religioso per riposo dei cadaveri dei giudei, dummodo non inferant injuriam ossibus judeorum.”

Questa copia di contratto ce l’ha tramandato il Plumari che l’ha copiata dall’originale che si conservava nel monastero di S. Giorgio ed ha aggiunto come nota bene: il luogo del sepolcro dei giudei venne poi incluso dentro la clausura di detto monastero, nel punto del giardino che guarda l’occidente.
Le Monache del Monastero non si sono mai serviti della cisterna loro venduta dagli ebrei, avendone altre due.
Dopo la partenza degli ebrei da Randazzo fu abbatuta una lapide di pietra lavica portante una iscrizione in ebraico di cui il Colonna, nel suo manoscritto Idea dell’Antichità della Città di Randazzo, ne riporta un frammento rilevato da un pezzo trovato da lui sulla riva del fiume Alcantara il 18 settembre 1723 e che non potè decifrare perchè ignaro della lingua; l’abbiamo riportato nel capitolo VI° della prima parte, quando si parlò della Porta Orientale della Città di Randazzo.
Delle altre numerose case che formavano il ghetto non si ha notizia, probabilmente saranno state distrutte al tempo della peste che infierì a Randazzo dal 1775 al 1780, quando i sanitari venuti da Messina per incarico del Governo, con il Capitano d’Arme per la peste, ordinarono che fossero incendiate tutte le case, a partire dal punto del cordone sanitario che era nel piano di S. Maria fino a S. Giorgio e di là anche tutte le case fuori le mura, senza eccettuarne una sola; questo incendio durò per sei giorni continui.
Rimase solo salvo il Monastero di S.Giorgio perché non poteva essere infetto, essendo le Monache andate, sin dal principio del pestifero morbo, nel Monastero di S. Bartolomeo. (vedi il capitolo della peste).

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Né Ashkenaziti né Sefarditi: gli Ebrei italiani sono un mistero
 

Ashkenaziti, Sefarditi, Mizrahim, ma anche Bukhari, Falashà e Romanioti. Sono numerosissimi i gruppi che compongono la Diaspora ebraica. Tuttavia gli Ebrei italiani, gli Italkim, rappresentano un’eccezione unica e con una grande storia.
Spesso si sente parlare di due categorie di Ebrei: Ashkenaziti e Sefarditi. Alcuni alludono anche a un terzo gruppo, i Mizrahim, per indicare gli Ebrei che vivevano in quei territori che oggi sono Iraq, Siria, Yemen, Iran, Georgia e Uzbekistan. Ma questa divisione in gruppi può risultare molto più complessa di quello che può sembrare a un primo sguardo.
Ci sono tre modi di intendere la classificazione degli Ebrei; uno di questi si basa sulla geografia.
Questo approccio applica l’etichetta “
Ashkenazita” agli Ebrei che hanno gli antenati che provengono dal territorio che nella letteratura rabbinica medievale era chiamato Ashkenaz.

Alexander Beider

 Questa zona corrisponde alle regioni dove la maggioranza cristiana parlava dialetti germanici.
Gli Ebrei Sefarditi invece, sono quelli i cui antenati vivevano nella 
Sfarad medievale: la Spagna o, più in generale, tutta la penisola iberica.
Un secondo approccio si basa  sulla lingua più che sul territorio. Secondo questa strategia, gli Ashkenaziti moderni discendono dagli Ebrei che parlavano lo Yiddish, mentre i Sefarditi da coloro che parlavano lo spagnolo o il judezmo (in spagnolo ladino, da non confondersi però con il ladino dolomitico).
Seguendo questo metodo di giudizio, viene usato il termine “Mizrahi” per riferirsi agli Ebrei che durante la prima metà del 1900 parlavano (Giudeo-)Arabo. Quindi tutti gli Ebrei nordafricani, a prescindere dai loro antenati, sarebbero considerati 
Mizrahim.
Un terzo modello classifica gli Ebrei in base ai riti religiosi usati nelle proprie comunità. Questo criterio fa risultare i Sefarditi il più grande gruppo, considerato che sin dall’inizio del XX° secolo erano tante le comunità nel mondo senza membri di origine spagnola che seguivano i rituali ebraici secondo la tradizione sefardita.
Nessuno di questi approcci diversi riesce a rispondere alla domanda: a quale categoria appartengono gli Ebrei italiani?

Ebrei italiani, questi sconosciuti
L’opinione più diffusa è che gli Ebrei italiani siano legati ai Sefarditi. Implicitamente, questo pensiero segue l’ultima delle tre definizioni elencate sopra. È senz’altro vero che negli ultimi secoli, sia stato il rito sefardita quello più usato nei territori appartenenti ai vari Stati, che nella seconda metà del XIX° secolo si sono uniti per formare l’Italia.
Tuttavia, secondo il criterio linguistico, l’Ebraismo italiano dovrebbe essere visto come un gruppo culturale separato dagli altri Ebrei, dato che gli Ebrei che vivono in Italia parlano da secoli l’italiano.
In questo articolo applicherò il primo metodo di classificazione per rivelare le radici geografiche di diversi gruppi di Ebrei italiani, usando i cognomi delle famiglie ebraiche italiane per fornire buoni esempi. Questo approccio rivela come il nocciolo degli Ebrei italiani non sia né sefardita, né ashkenazita, ma un gruppo completamente a parte.

Lo Stivale e la Stella di Davide
Gli antenati degli Ebrei italiani erano presenti nello Stivale già molti secoli fa, alcuni sin dai tempi dei Romani. Nella letteratura ebraica non esiste un termine largamente accettato per indicare questi Ebrei “indigeni”, e sono spesso chiamati semplicemente Italiani. Roma, che già nell’antichità aveva una grande popolazione ebraica, ha ospitato per secoli la comunità con più Italiani.
La leggenda vuole che gli antenati di quattro famiglie ebraiche furono portati a Roma dall’imperatore Tito come prigionieri dopo la distruzione del Tempio di Gerusalemme nel 70 e.v. Tra le fonti ebraiche, queste famiglie appaiono come i min ha-tappucḥim (delle mele), min ha-adumim (dei [capelli] rossi]), min ha-anavim (dell’umile) and min ha-ne‘arim (dei giovani).
La più vecchia fonte scritta di questa leggenda è relativamente recente.
Appare in un libro pubblicato alla fine del XVI° secolo da un membro della prima famiglia, Rabbi David de Pomis (delle mele, in latino) di Venezia.

 


Dello stesso secolo troviamo anche la più antica menzione della seconda famiglia in un documento cristiano, che fa riferimento al nome italiano della famiglia, de Rossi.
I membri della terza famiglia appaiono in documenti italiani del 1600, con la strana forma ebraica di anaw (Anau).
Tra le fonti ebraiche, i riferimenti più antichi sono i seguenti: XI° per Anau, XIII° per i de Rossi e i de Pomis e XIV° per il nome che significa “dei giovani”.
Ma la maggioranza degli Italiani ha ricevuti cognomi ereditari solo nel corso del 1500.
La più grande categoria di cognomi è basata sui nomi di località, solitamente i nomi di città vicino a Roma da cui provenivano le famiglie che andavano a vivere nella capitale dello Stato Pontificio. Tra di essi vi sono Di Segni, Piperno, Pontecorvo, Rieti e Tivoli.
Quando, nel 1571, vi fu un censimento della popolazione ebraica di Roma, 278 famiglie erano catalogate come Italiani (indigeni) e 110 come Tramontani (stranieri).

Migrazioni ebraiche
Migranti ebrei arrivarono in Italia anche dai territori dell’odierna Francia. Giunsero in due ondate.

La prima si produsse con l’espulsione degli Ebrei dalla Francia nel 1394 e molti di essi si stabilirono in Piemonte. A partire dal medioevo il Piemonte fu parte della Contea dei Savoia, uno Stato che copriva i territori che oggi appartengono alla Francia. Le famiglie Foa, Segre e Treves, che arrivarono durante questa ondata migratoria, hanno giocato un ruolo importante nella vita culturale dell’ebraismo italiano nei secoli seguenti.

Il secondo grande gruppo di migranti ebrei arrivò in Italia da Marsiglia e altre città della Provenza, una regione annessa al regno di Francia alla fine del 1400. L’espulsione degli Ebrei dalla Provenza avvenne nel 1501. È da questo periodo che viene il cognome Provenzale, come anche Passapaire e Sestieri.

Gli ashkenaziti rappresentano il terzo maggior gruppo di Ebrei italiani. Giunsero tra il 1200 e il 1600 principalmente da province germanofone che oggi corrispondono alla Bavaria e all’Austria, in fuga da pogrom  (violenta azione persecutoria) e legislazioni anti-ebraiche. I migranti ashkenaziti si stanziarono principalmente nelle regioni settentrionali e nord-orientali della penisola: nella Repubblica di Venezia (principalmente Venezia, Padova e Verona), nei Ducati di Milano e Mantova e nell’area di Trieste. Ma ashkenaziti si stabilirono anche in Piemonte, e in Italia centrale e meridionale. Per esempio, fonti romane della metà del 1500 menzionano una congregazione ashkenazita a parte, dotata anche di una sua sinagoga, chiamata Scola Tedesca. Alcuni avevano già dei cognomi, come i Rappa di Norimberga (questo nome diede origine alla famiglia Rappaport, diffusa in Europa dell’Est), gli Heilpron (in Italia più conosciuti con la dicitura Alpron) e i Mintz (o Minci).
Durante questo periodo però, i cognomi erano rari tra gli ashkenaziti. Per questo motivo, molte famiglie comprarono i loro cognomi ereditari una volta arrivati in Italia. Il cognome Katzenellenbogen ha origine dalla città tedesca da cui veniva il fondatore di questa dinastia di rabbini quando giunse a Padova.
Tante famiglie ashkenazite finirono per farsi chiamare coi nomi delle città italiane dove risiedevano. Tra queste vi sono i Bassano, i Colorno, i Conegliano, i Pescarolo e i Soncino (poi modificato in Sonsino). Gradualmente il cognome Tedesco (e le sue varianti Tedeschi e Todesco) divenne uno dei cognomi più diffusi tra gli Ebrei italiani. Altri cognomi famosi di famiglie italiane di origine ashkenazita sono Luzzatto e Morpurgo.
Gli Ebrei sefarditi apparvero in Italia in momenti diversi. Individui e famiglie erano già presenti tra i XIII° e il XV° secolo. Dopo la cacciata dalla Spagna del 1492, molti Ebrei spagnoli si stabilirono a Roma. Tra di essi, alcuni portavano i cognomi Almosnino, Corcos, Gategno e Sarfati. Un gruppo più piccolo (che comprendeva anche gli Abarbanel) si rifugiò a Napoli e dintorni, e lì rimase fino all’espulsione degli Ebrei dal Regno di Napoli, nel 1541.

L’arrivo degli Ebrei “portoghesi”
È nella seconda metà del XVI° secolo che si registra l’arrivo di nuovi migranti ebrei sul territorio italiano: i cosiddetti Ebrei “portoghesi”. Venivano non solo dal Portogallo, ma anche dalla Spagna e dai territori sottomessi alla Corona spagnola, tra cui la città, oggi belga, di Anversa. Tutte queste persone erano formalmente cattoliche: ogni forma di culto ebraico era vietata e perseguita nei loro luoghi d’origine, e il loro attaccamento all’Ebraismo era tenuto nascosto.
Queste persone, i cui antenati erano principalmente Ebrei convertiti a forza al Cristianesimo alla fine del 1400, sono solitamente chiamati Marranos”. Con lo spostamento a paesi dove l’Ebraismo era tollerato, molte di queste famiglie iniziarono a professare la loro fede più liberamente.
Inizialmente questo flusso si concentrò a Ferrara ed Ancona; ma alla fine del XVI° secolo, Venezia e Livorno diventarono le principali destinazioni. Numerosi gruppi di Ebrei portoghesi (ex-marrani) si stabilirono a Genova e in Piemonte tra il 1500 e il 1700. Tutti questi migranti fondarono grandi comunità che seguivano il rito sefardita.
Alcune famiglie recuperarono i cognomi dei loro antenati ebrei che erano vissuti nella Spagna medievale: Aboab, Attias, Mazaod and Namias. Altri presero i cognomi che indicavano a quale delle tre caste sacerdotali appartenevano i loro antenati: Cohen, Levi e Israel. La maggior parte però scelse di mantenere i cognomi che usavano da Cattolici, tra cui Fonseca, Lopes, Mendes, Pinto e Rodrigues.
Col tempo, Livorno – unica città italiana con un’importante presenza ebraica che non istituì mai un ghetto – divenne il fulcro della vita ebraica italiana, attraendo tanti Ebrei di ogni origine da tutte le parti d’Italia.
La propagazione graduale del rito sefardita in Italia fu principalmente dovuta all’influenza degli Ebrei “portoghesi”.

Tra i secoli XVII° e XX° arrivarono in Italia (soprattutto a Livorno) tanti Ebrei provenienti dal Nord Africa, che portavano con sé cognomi come Busnach, Elhaik, Racah e Sasportas.
Tutto questo mostra il grado di complessità cui può arrivare la storia delle comunità ebraiche in ogni area geografica. In situazioni tali – che sono più che comuni nella storia ebraica – uno può facilmente essere ingannato da opinioni troppo semplificatorie o da affermazioni che usano termini ambigui.

Randazzo, segreti e misteri alle falde dell’Etna di ANGELA MILITI

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Leggi, usi, consuetudini, aneddoti sugli Ebrei  

  • L’alfabeto ebraico non ha maiuscole. Neanche Dio è scritto con caratteri speciali.
  • Messìa/mashìah  viene dal verbo “mashah” che significa ungere.
  • Il Messia per noi cristiani è venuto, ma deve ritornare. Per gli ebrei deve ancora venire.
  • Per i cristiani Messia si scrive con l’articolo, per gli ebrei senza articolo in quanto per loro  è un nome familiare,  un parente dell’albero genealogico del ramo di Davide, quindi un nipote.
  • “Mashìah vet kumen”  ( Messia verrà).
  • Il Messia annuncerà la sua venuta con tre squilli del corno di ariete.
  • Per alcuni studiosi ebrei la Morte è Messìa. La fine di ogni essere umano coincide col messìa, non ce n’è un altro e non c’è altro.  (La Famiglia Mushkat di Isaac Bashevis Singer).
  • ROSH HASHANAH   capodanno ebraico che si celebra con la luna nuova di settembre (Tisrì) per due giorni.
  • PURIM  festa delle sorti dal 13 al 15 di Adar (febbraio-marzo) si celebra la liberazione degli ebrei in Persia ad opera della regine Ester.
  • SHAVUOT   la Pentecoste. Commemora il giorno in cui venne data la TORAH (la Bibbia) al popolo ebraico.
  • SUKKOTH  festa autunnale delle Capanne. Commemora il soggiorno degli ebrei nel deserto.
  • YOM Kippur  Giorno dell’Espiazione. Il giorno del grande digiuno celebrato il 10 di Tisrì (settembre-ottobre). 
  • PESACH:  “Pasqua” commemora la liberazione o esodo degli ebrei dall’Egitto.
  • SHABBATH  sabato.
  • Kasher il cibo puro secondo la tradizione.
  • MAZAL TOV  “Buona fortuna” “Siate felici”.
  • SHALOM ALEICHEM  La pace sia con voi.
  • CABALLA  le dottrine mistiche ed esoteriche circa Dio e l’universo che si asserivano rivelate a un numero ristretto di persone e tramandate di generazione in generazione.
  • DYBBUK:  spirito di un defunto che non trova pace nella tomba ed entra nel corpo di un vivente.
  • TORAH  Bibbia. La legge data da Dio a Mosè sul monte Sinai.
  • TALMUD  il complesso delle discussione giuridiche ed esegetiche sulla Bibbia e sulle Leggi Tradizionali. Il Talmùd si compone della MISHNAH (il codice delle leggi) e della GHEMARA’ (lo studio o discussione della MISHNAH), ed è diviso in trattati.
  • Tanakh  scrittura sacra.
  • Geenna: l’Inferno ebraico.
  • Gentili (o goi):  sono i non ebrei.
  • Gli ebrei, come abbiamo visto, sono o Sefarditi (di origine spagnola) o Ashkenaziti (di origine est europea).
  • Gli Ashkenaziti che significa “tedeschi” parlavano la lingua  Yiddish, una specie di dialetto ebraico innestato nella lingua tedesca e manifestano una abilità intellettuale molto al di sopra della media.
  • Gli Ebrei nel mondo sono solo lo 0,2% della popolazione tra i vincitori del premio Nobel gli Ashkenaziti sono il 20%, tra i vincitori della Medaglia Fields il 25%, e tra i campioni del mondo di scacchi circa il 50%.
  • SHOAH: olocausto, distruzione, sterminio del popolo ebreo.
  • PROGROM:  persecuzione violenta.
  • SIONISMO: movimento politico-religioso per costituire uno stato in Palestina
  • Gli ebrei appena si alzano si lavano le mani e prima di ogni pasto.
  • PE’ OT :  riccioli rituali lasciati crescere sulle tempie degli ebrei ortodossi (leviatico 19,27).
  • Non mangiano la carne di maiale nè con la carne qualsiasi cibo derivato dal latte, ma debbono trascorrere sei ore tra un alimento e l’altro. 
    Francesco Rubbino

                                                                                  
 

                                                            —————————————————————————————-

      Ebrei  Italiani famosi   

 

 

Roberto Saviano 

 

Enrico Mentana

 

Paolo Mieli

 

Sen. Liliana Segre 

 

Elsa Morante

 

Lapo Elkann

 

Amedeo Modigliani

 

Alessandro Haber

 

Rita Levi Montalcini

 

Vittorio Gassman

 

Gad Eitan Lerner

 

Franca Valeri

 

Don Lorenzo Milani

 

Carlo De Benedetti

 

Susanna Tamaro

 

Raul Cremona

 

Luca Barbereschi

 

Corrado Augias

Clemente J.Mimum

Arnoldo Foà

 

Stefano Di Mauro – Rabbino di Siracusa

     
     
     
 EBREI FAMOSI NEL MONDO    

Albert Einstein

Isaac B. Singer

Karl Marx

Mordecai Richler

The Beshavis Singers

Mark Zuckerberg (FB)

Larry Page – Google

Sergey Brin – Google

Israel Josha Singer

Quentin Tarantino and Daniela Pick

Woody Allen

Philip Roth

Isaac Newton

Isaac Asimov

George Soros

Sigmund Freud

Franz Kafka

Harvey Weinstein

 

Steven Spielberg

 

Dustin Hoffman

     
     
     

 

                                                                                                                                                                                                                          

  • “STORIA E RELIGIONE: LA PRESENZA EBRAICA E LA CACCIATA DA RANDAZZO “. Un tour alla ricerca delle radici ebraiche. 
  • Annamaria Distefano

  • Presso il museo dei Pupi di Randazzo si è svolta una conferenza sul tema “La presenza ebraica e la cacciata da Randazzo”. Questo evento è stato fortemente voluto dal rabbino di Siracusa, Stefano Di Mauro, capo della “Comunità ebraica di Sicilia”, e fa parte di una serie di incontri che si svolgeranno in tutta la Sicilia, alla ricerca delle tracce della presenza ebraica.
    Lo storico randazzese Salvatore Rizzeri, ha spiegato che per dare il via a questa serie di conferenze,  è stata scelta Randazzo perchè fu sede di una delle più importanti e ricche comunità ebraiche della Sicilia.
  • Purtroppo però non è pervenuto nessun documento che risalga alle origini, ma al primo  secolo dopo Cristo.
    Il primo atto documentato della presenza ebraica nella nostra cittadina è datato 1347, quando l’Infante Giovanni proibì a Raimondo de Pizzolis, arcivescovo di Messina, di intromettersi negli affari della comunità ebraica. Quello che sappiamo di sicuro è che nell’anno 1492 (al momento dell’ editto di espulsione) tale comunità si componeva di ben 170 famiglie per un totale di 1100 persone, l’11,3% della popolazione di Randazzo.
    Vi erano due rabbini, due medici e un banchiere. Un certo Joseph Salom, di professione ciabattino, possedeva 12 volumi, mentre il rabbino capo della città di libri ne possedeva quaranta. Questo si evince dai vari Diplomi reali  aventi per oggetto questa comunità.
    Un importante abbraccio tra due degli esponenti del clero locale, padre Domenico Massimino, arciprete della Basilica di Santa Maria e don Santo Leonardi parroco del Sacro Cuore di Gesù e il sefardita ortodosso Di Mauro, ha dato l’avvio alla conferenza.
    Erano presenti il sindaco, prof. Michele Mangione , il presidente del consiglio comunale, Antonino Grillo e il vice sindaco, dott. Gianluca Lanza. Presenti anche Yitzhak Ben Ayraham, del “Centro sefardico siciliano”, affiliato alla “Federazione delle Comunità ebraiche del Mediterraneo” e il dott. Gabriele Spagna, segretario della Comunità ebraica di Siracusa.
    Relatori della conferenza sono stati: il prof. Ignazio Vecchio, neurologo catanese, docente di Storia della medicina e bioetica presso l’Università degli Studi di Catania e segretario della “Federazione delle Comunità ebraiche del Mediterraneo”, l’arch. Piero Arrigo, ricercatore di Storia e Cultura ebraica siciliana, lo storico randazzese Salvatore Rizzeri e il presidente dell’associazione “Pro Randakes”, Nicolò Sangrigoli .
    Il rabbino cardiologo dott. Stefano Di Mauro ha ripercorso la storia delle persecuzioni e dei martirii perpetrati nei secoli nei confronti dell’ebraismo. Ha parlato delle radici in comune tra le tre religioni monoteiste ma anche della loro inconciliabilità teologica. Proprio a tutela delle loro diversità – egli ha detto – dobbiamo adoperarci per fare in modo che nelle varie religioni non ci sia spazio per soggetti che fomentino odio, e adoperarci per costruire una pacifica convivenza. Per arrivare a ciò è necessario stimolare il dialogo interreligioso.
    A questo punto il professor Ignazio Vecchio ha ricordato come da sempre gli ebrei e l’ebraismo abbiano trovato posto nella vita sociale ed economica siciliana fino alla data della loro espulsione.
    La presenza degli ebrei   in Sicilia, dall’epoca romana al 1492,  e’  documenta   sicuramente   da  Gregorio  Magno all’inizio del Medioevo nelle  sue  “Epistole”. Alcune di queste descrivono gli  ebrei della Sicilia, le  loro attività economiche  e  sociali  e  la   loro religiosita’.
    Sotto il   regno di  Federico II  agli ebrei, furono  concessi   privilegi  che  aumentarono nel periodo aragonese.
    I documenti che testimoniano la presenza ebraica in Sicilia, nel solo periodo aragonese, sono più  numerosi  di  quelli dei periodi  precedenti. Gli ebrei di Sicilia   furono assorbiti, dopo la loro  cacciata  dall’isola nel 1942, dalle altre comunità   ebraiche   del  Mediterraneo (Istanbul e Salonicco principalmente).
    Al momento dell ‘espulsione del  1492,  la   comunità ebraica   di  Sicilia  era  composta   da  circa   40  mila  abitanti, il 5% della popolazione, ed erano   presenti  circa  cinquanta   giudecche,  quartieri ebraici all’interno delle varie comunità cristiane, veri e propri enti  amministrativi  autonomi.
    L’ arch. Piero Arrigo, ha parlato delle poche tracce rimaste degli ebrei in Sicilia dopo 5 secoli dalla loro cacciata. Ha denunciato le difficoltà che a volte riscontra nel restauro e nella valorizzazione dei reperti in cui si imbatte. Un esempio è fornito dal reperto raffigurante la stella di David ritrovato all’interno di un rudere, situato nel centro storico di Savoca, luogo che si ritiene sia stato adibito a sinagoga. La scoperta di questo referto ha fatto riaccendere i riflettori sulla storia delle comunità giudaiche esistenti fino alla fine del 1492 a Savoca e nel territorio dell’intera Valle d’Agrò.

    Però, ancora oggi, a diversi anni della scoperta, l’edificio resta di proprietà privata e il comune di Savoca non sembra intenzionato all’ acquisto e al restauro.
    Ha concluso il presidente dell’associazione organizzatrice ProRandakes, ringraziando la delegazione per aver scelto Randazzo come primo comune di questa sorta di “ tour alla ricerca delle radici ebraiche “ .
    Annamaria Distefano 18 marzo 2016 
     
      
  •  Presentato “Gli ebrei a Randazzo”, saggio di don Santino Spartà edito da “La Voce dell’.Jonio”

Si è svolta ieri, 12 agosto, nel salone della chiesa di San Nicola a Randazzo, la presentazione dell’ultimo libro di don Santino Spartà.

 

 

Annamaria Distefano

Il libro “Gli ebrei a Randazzo”, il cui titolo non potrebbe essere maggiormente esplicativo,  parla della presenza di una comunità ebraica di circa 500 persone in un lasso di tempo di 150 anni, nel paese etneo di cui è nativo lo stesso autore.
Lo ha presentato la prof.ssa Giuseppina Palermo che conosce talmente bene la storia personale e il curriculum vitae di don Santino, da averne tratto un libro.
Era presente al tavolo dei relatori anche la dott.ssa Rita Messina, che, per conto della nostra casa editrice La Voce dell’Jonio, ne ha curato la pubblicazione.
Subito dopo un breve saluto della prof.ssa Pina Palermo, è proprio la dott.ssa Messina a prendere parola e a illustrare magistralmente il breve saggio. Se è fondamentale conoscere la nostra storia nazionale- ha detto – lo è altrettanto conoscere la storia locale, quella della nostra isola, dei nostri luoghi, del nostro paese.
La metodologia di don Santino – ha affermato la Messina – è  degna di risalto perchè segue due strade che sono una complemento dell’altra.
Se il primo approccio è scientifico e si basa sulla raccolta di dati provenienti da documenti storici, degli archivi di Palermo e Catania principalmente, laddove le fonti scarseggiano, don Santino afferma chiaramente di aver elaborato proprie teorie sullo stile di vita e sugli avvenimenti del tempo, basandosi su ragionevoli deduzioni logiche.

Il libro si apre con una data importante, il 1492, anno in cui Ferdinando d’Aragona promulgò l’editto antisemita che prevedeva la cacciata degli ebrei da tutti i territori siciliani, ivi compresa la cittadina di Randazzo.

 

Rita Messina, Don Santino, Pina Palermo


Attraverso un racconto a ritroso, viene quindi ripercorsa la storia dei precedenti secoli, per poi ritornare alla conclusione del libro, come seguendo un andamento ciclico, alla stessa data.
A suscitare l’interesse dello storico, don Santino, sul tema degli ebrei – precisa la dott.ssa Messina – un riferimento di Onorato Colonna, circa una lapide ritrovata nel territorio di Randazzo, che conteneva un’iscrizione ebraica.
A conclusione dell’incontro,  don Santino  ha ringraziato la dott.ssa Messina per l’appoggio ricevuto,  la prof.ssa Palermo e i partecipanti uno per uno. Tutti i presenti hanno infatti ricevuto una copia gratuita del  libro, consegnata direttamente dalle mani del prete, che, girando tra i banchi, ha calorosamente salutato tutti i suoi ospiti.
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L’Ebraismo della Sicilia ricercato ed esposto da Giovanni Di Giovanni Canonico della Santa Metropolitana Chiesa di Palermo ed Inquisitor Fiscale della Suprema Inquisizione della Sicilia.
IN PALERMO MDCCXLVIII (1748).
Nella Stamperia di Giuſeppe Gramignani.-
Con licenza de’ Superiori.

Nel Capo XXI a pagina 361 scrive: “Degli Ebrei di Piazza, di Calatascibetta e di Randazzo”.

 

 

     In un momento particolare per gli ebrei ho voluto dedicare questa ampia pagina per riconoscenza e solidarietà.
Riconoscenza perchè alcuni  di loro hanno letteralmente trasformato il nostro modo di essere cittadini del mondo.
Altri ci hanno insegnato come è fatto l’Universo e quali leggi lo governano. Hanno saputo scrivere romanzi e poesie indimenticabili, e ci hanno fatto sognare con i loro film.
Il popolo ebraico (l’unico sopravvissuto in questi ultimi duemila anni) è stato da sempre perseguitato. Con loro condividiamo molte cose, non ultimo il Vecchio Testamento.
 

Walther Leopold

L E O P O L D   W A L T H E R

Nacque a Bologna il 18 Gennaio 1882 da Gustavo Leopold e da Anna Sandholz.
La coppia si era stabilita a Bologna dove Walter nacque e visse fino ad undici anni quando, in seguito alla morte del marito, la madre ritornò in Germania e  Walter frequentò le scuole medie a Dusseldorf, Bad Godesberg e Lorrach.
Si iscrisse alla facoltà di Architettura dell’Università di Friburgo e continuò gli studi a Monaco e a Dresda, dove si laureò l’otto luglio 1910, in un ambiente culturale che  proponeva il neogotico, soprattutto col suo professore Hartung che  lo invogliò alla ricerca in Sicilia del gotico medievale.
Dopo la prima guerra mondiale sposò la bolognese Mariantonietta Neri e nel 1921 ritornò in Italia, a Milano, dove coltivò vari interessi culturali.
Nel 1941 si trasferì a Bologna.
Morì a Sulzano sul lago d’Iseo il 19 giugno 1976 e fu sepolto a Bologna.
 La sua opera principale (e forse unica) è la sua tesi di laurea, pubblicata a Berlino nel 1917, col titolo “Architetture del medioevo in Sicilia a Castrogiovanni, Piazza Armerina, Nicosia e Randazzo”.

Egli giunse  con la madre in Sicilia il 28 novembre 1910 ed iniziò il suo lavoro ad Enna (allora Castrogiovanni) l’1.12.1910; fu a Piazza Armerina  dal 19. 1. 1911, a Nicosia dal 28.1, e a Randazzo dal 21 febbraio fino al 15 marzo del 1911. 
Ad Enna studiò il palazzo Varisano, palazzo Chiaramonte, la matrice, le torri campanarie di S. Giovanni e del Carmine, la torre di Federico ed il Castello di Lombardia. 
A Piazza Armerina la chiesa di S. Andrea, della Commenda, della Madonna del Gorgo Nero, la torre del Carmine ed il campanile del duomo.
A Nicosia le chiese di S. Nicolò, di S. Michele, di S. Benedetto e particolari del palazzo Speciale in via Giudecca. 
A Randazzo la chiesa di Santa Maria, il campanile di S. Martino, casa Scala(o palazzo reale), casa La Macchia, chiesa di S. Nicola, di S. Vito, di Sant’Agata, il rosone della chiesa di S. Stefano, palazzo Lanza, palazzo Clarentano, casa Scala , due case in vicolo dell’ Agonia,  una casa in via Romeo, casa Spitaleri, casa Menessali, palazzo Rumbolo,  una finestra di casa Calderara, altra casa in via Calderara, un portale in via Cavallotti(oggi via Sottotenente Francesco Fisauli), una monofora in casa vicina a chiesa di Santa Maria, la bifora di casa Camarda, finestre in via Cavallotti, una monofora in via Roma. 
Il Leopold era alla ricerca del gotico in Sicilia , oltre che nei centri noti di Palermo, Cefalù e Messina, nelle città interne e “lombarde”, come località e culture più intrise di cultura ed arte  dell’Europa centrale.
Il lavoro del Leopold consiste in un vasto repertorio di disegni e schizzi puntuali e precisi (era la mano di un architetto) di edifici e di particolari architettonici (un semplice portale o una semplice finestra) che egli effettuò con ammirevole scrupolo e pazienza, sopportando i rigori di un inverno freddissimo (i ghiaccioli dai tetti che stupirono la madre Anna , bolognese, ma esperta del clima della Germania) e fornendo ai futuri studiosi e cultori d’arte e storia informazioni inedite ed originali che fecero da spunto e stimolo, come nel caso della descrizione del tetto ligneo dipinto della Chiesa di S. Nicolò di Nicosia che è il fiore all’occhiello dell’indagine del Leopold.
Infatti tale tetto, coperto e reso invisibile da un nuovo sottostante tetto, era rimasto quasi sconosciuto agli stessi Nicosiani (non certo ai frequentatori della chiesa, come dimostra il sacerdote Salvatore Gioco nel suo volume “Nicosia Diocesi”) per cui si parlò di scoperta del Leopold, e poi di altra scoperta del professore Giovanni De Francisco negli anni Settanta.
Santo Casalotto*

Prof Santo Casalotto

*Santo Casalotto è nato a Nicosia (En) il 2.11.1945 si laurea in Lettere Moderne a Catania e subito inizia ad insegnare ad Omegna e poi  a Nicosia passando alla cattedra di Italiano e latino al liceo classico fino al pensionamento nel 2005. Da allora si dedica alla famiglia coltivando l’interesse per la storia e la cultura locale e componendo versi e racconti anche in dialetto gallo-italico.Ha scritto diversi articoli sul periodico locale “ L’ Eco dei Monti” e negli “ Atti delle giornate di stria locale”.
Ha collaborato con Lo Pinzino e D’Urso all’adattamento ed alla pubblicazione nel 2006 de  “La Casazza di Nicosia”, un testo drammatico compilato in manoscritto dal canonico De Luca agli inizi del 1800 sulla Passione di Cristo.
Ha Scritto e pubblicato nel 2008, assieme A Salvatore Lo Pinzino, il volume “Nicosia e la Valle del Salso” evidenziando, tra l’altro, l’importanza , per la storia e l’economia di Nicosia, del sale e di altri minerali estratti in passato nel territorio di Nicosia.
Nel 2015 ha pubblicato, col Lo Pinzino e Il D’Urso, il rifacimento del manoscritto dal canonico Provenzale dal titolo “ Nicosia città di Sicilia Antica, Nuova, Sacra e Nobile”.
 Nel 2017,in occasione del bicentenario della erezione della Diocesi di Nicosia, ha collaborato alla stesura del volume “Superaddita diei” di Gaetano Zito.
Ha in corso di pubblicazione il testo  stampato e riadattato del trattato “ De Morbi Pandemici causis, symptomatibus et curatione” del famoso medico e filosofo nicosiano Marcello Capra.
Spera di poter pubblicare i frutti delle ricerche effettuate sull’opera e gli scritti dell’arcivescovo di Monreale Francesco Testa e del fratello Alessandro Testa, opere concernenti la storia e la cultura siciliana del 1700.
 Altri lavori sono già pronti per la pubblicazione  riguardano il papa nicosiano Leone II; le vicende delle chiese di Calascibetta contese, fino a qualche secolo fa tra il potere politico e la Chiesa; e la biografia di frate Vitale ,uno dei più importanti frati cappuccini inserito dal Boverio  e dall’ Aremberg tra i “Fiori Serafici”.
Nella sua ricerca nel territorio ha riscoperto e rivalutato la statua della ridenominata “Madonna del cammino”, ora posta in un altare della Chiesa di S. Francesco di Paola; la statua e la chiesa di S. Ubaldo; la statua del Gagini della “Madonna del Soccorso”.
Propone di recuperare e valorizzare le statue della “Madonna dei pescetti” e di Santo Stefano vescovo, attualmente trascurate ed emarginate in angoli di sacrestie e in umide, buie e “sepolte” cripte.

 

La Chiesa di Santa Maria di Randazzo di Francesca Passalacqua

Randazzo è l’ultima tappa dell’itinerario di Walter Leopold: lo studioso ne apprezzava immediatamente le caratteristiche paesaggistiche particolari di un centro storico incastonato sui declivi dell’imponente vulcano, in cui individuava una grande quantità di edifici civili di epoca medievale, ma affermando che «il massimo interesse lo destano la Chiesa di Santa Maria e la torre di San Martino» [Leopold 2007, 146].
La cittadina etnea deve il suo sviluppo all’amministrazione normanna, che ne aveva fatto lo snodo territoriale tra la costa ica siciliana e l’interno del territorio [Natoli Di Cristina 1965,; Basile 1984,; Terranova 1985, ].

Francesca Passalacqua

Sito alle falde del vulcano, sull’estremo lembo di un’antica colata lavica, l’abitato cresceva entro le mura con un andamento fusiforme e si sviluppava per effetto di un «singolare sinecismo di tre gruppi etnici distinti, derivanti dal ceppo latino-arabo, da quello lombardo e da quello greco» [Natoli Di Cristina 1965, 69].
Tre nuclei, pertanto: ciascuno cresciuto intorno alla propria chiesa, così da simboleggiarne i rispettivi valori e le rispettive tradizioni.
Fin dall’età medievale, le tre chiese di San Martino, di San Nicola e di Santa Maria, schierate lungo l’asse centrale dell’impianto urbano, erano i cardini di una forma urbis scandita da tre quartieri attraversati da un reticolo di viabilità variamente intersecato.
Era stato proprio l’assetto medievale della cittadina etnea ad attirare, come s’è detto, Walther Leopold a Randazzo, e a consentirgli di riconoscerne l’appartenenza agli oppida lombardorum di Sicilia.
Non a caso egli scelse di disegnare, insieme agli edifici e alle chiese, anche particolari costruttivi e decorativi che accomunassero i centri urbani attraverso le architetture risalenti a quell’aulica esperienza formale.
Per le architetture randazzesi Walter Leopold concepì dieci tavole.
La chiesa di Santa Maria, il campanile della chiesa di San Martino e le due piccole chiese di San Vito e Sant’Anna venivano rappresentati in sei tavole, mentre le restanti quattro si occupavano di alcuni edifici civili: i palazzi Lanza e Clarentano e le case La Macchia e Spitalieri.
Interessato esclusivamente ai caratteri originari delle fabbriche, Leopold riportava nelle tavole le piante, alcune sezioni, i prospetti principali e, come sappiamo, ometteva volutamente gli interventi incongrui con il periodo esaminato, arricchendo altresì il disegno di un gran numero di particolari costruttivi che esaltavano la fondazione medievale degli edifici selezionati.
Alla chiesa di Santa Maria egli dedicò ben tre tavole, ricostruendone l’ipotetico assetto primitivo, eliminando quelle trasformazioni considerate posticce.

 

W.Leopold – Chiesa di Santa Maria 1910/1911 – Randazzo

 

W.Leopold – Chiesa di Santa Maria profilo laterale 1910/1911 – Randazzo

W.Leopold – Chiesa di Santa maria 1910/1911 – Randazzo

Disegnando il tempio maggiore, rappresentava un edificio interamente marcato dai soli caratteri medievali. Interessato soprattutto all’assetto esteriore e ai caratteri originari, Leopold tralasciava le modifiche che sarebbero intervenute successivamente all’interno e all’esterno della chiesa, trasformandone radicalmente l’impianto originario.
Dalle epigrafi di fondazione deduceva l’esemplarità federiciana della chiesa e, nel ridisegnare la pianta e il prospetto laterale, secondo i procedimenti costruttivi dell’epoca di fondazione, Leopold sostituiva persino il portale meridionale – più tardo – con il disegno di un portale preesistente.
La rappresentazione restava anche mutila del prospetto principale e della cupola, che avevano completato il cantiere tra il XVIII e XIX secolo.
L’analisi dell’edificio è introdotta (senza alcun commento) dalla rappresentazione del calco delle due epigrafi, che gli permettono di confermare l’impostazione planimetrica del tempio, composto da tre navate separate da due file di sei colonne a sostegno di archi e concluso dalla vasta area del transetto triabsidato [Leopold 2007, 148].
La prima tavola  riproduce l’area absidale della chiesa. Divisa in due parti, nella superiore rappresenta (a scala maggiore rispetto ai restanti disegni) il prospetto delle absidi e del transetto affiancato dalle relative sezioni delle cornici di coronamento.
Nell’ inferiore, invece, pone al centro la pianta dell’intero edificio, riportandone fedelmente soltanto i caratteri presumibilmente originari e inserendo lateralmente il disegno della cripta e la relativa sezione trasversale sormontata dalle absidi; completano la tavola i disegni dei particolari delle bifore del transetto, delle finestre absidali e delle sculture leonine, che Leopold ritrova incastonate nella muratura della cripta e che ritiene di epoca romanica [Virzì 1984, 243].
Nella seconda tavola , dedicata principalmente al prospetto meridionale dell’edificio, risaltano le omissioni.
Leopold infatti non disegnava il campanile del prospetto principale, tralasciava integralmente la cupola e sostituiva il portale laterale con un portale coevo alla costruzione della fabbrica, «conservato», a suo dire, «in un ripostiglio». Dovrebbe trattarsi del portale laterale, originariamente sul prospetto settentrionale, poi rimosso per dar posto all’attuale porta d’ingresso, che invece proviene dal prospetto principale. [Leopold 2007, 148].
Grande risalto ricevono invece i particolari costruttivi del doccione, della cornice di coronamento e delle diverse aperture (le bifore e la trifora) dell’area del transetto, che occupano la parte sottostante della tavola.
 Il suo rigoroso senso del restauro dell’architettura medievale induceva, per contro, lo studioso a rappresentare, nella terza tavola concernente il tempio di Santa Maria , i portali laterali rimossi dal disegno dei prospetti.
Databili non prima del XVI secolo – proprio in ossequio al Cinquecento – potevano meritare di essere rappresentati: un privilegio negato alle successive opere (quali le modifiche della zona absidale finalizzate alla copertura del transetto con cupola e la torre campanaria, ricostruita nel secondo Ottocento), che restavano del tutto ignorate [Mothes 1882, 576-577; Bottari 1950, 41-42]. 

Leopold attribuendo la costruzione della chiesa di Santa Maria al tempo di Federico II di Svevia, come attesta l’epigrafe ancora conservata nel portico sottostante la sacrestia, la riteneva, nel suo aspetto esterno «uno splendido esempio di architettura» di quel tempo.

Conclusioni

Alla fine degli anni Novanta, Mario Manganaro, docente di disegno all’Università di Messina, recentemente scomparso, celebrava il viaggio-studio di Leopold con una raccolta di disegni dal titolo: Isole nell’isola. Ripercorrendo l’itinerario dello studioso tedesco realizzava raffinate vedute dei centri siciliani «con lo spirito del diario grafico di un viaggiatore» e un animo attento e delicato come la sua mano di esperto disegnatore.  Rappresentando, ottant’anni dopo il viaggio-studio di Leopold, gli stessi luoghi, rilevati e disegnati dallo studioso tedesco, Manganaro riproponeva scorci e vedute delle isole, prescelte all’interno della nostra Isola, 

 

Mario Manganaro

scoprendo, ancora una volta, un panorama tanto variegato dei centri storici, quanto è varia la storia della Sicilia. 
Alla ricerca del medioevo lombardo, Manganaro come Leopold, aveva individuato quei monumenti che mantenevano salda l’origine della costruzione, malgrado le modifiche e le sovrapposizioni successive.
Era rimasto particolarmente affascinato dal campanile della cattedrale di Piazza Armerina, che, «serrato dalla poderosa fabbrica barocca, mostra sul fianco laterale

 

Mario Manganaro – Chiesa di Santa Maria 1997


la sua candida architettura originaria». [Manganaro 1998, 1], rappresentandolo con dovizia di particolari per esaltarne le forme gotiche.
L’autore, come tanti studiosi, confermava la validità dell’opera di Leopold che, con un approccio curioso ha contribuito a diffondere un patrimonio artistico che è testimone, tra i tanti popoli che si sono avvicendati nel corso dei secoli, della cultura lombarda in Sicilia.
Francesca Passalacqua

per saperne di più:

 

 

 

a cura di Francesco Rubbino 

Sicularagonensia l’inizio

 

SICULARAGONENSIA  L’INIZIO 

In una città dallo straordinario valore artistico e culturale, cinta da mura aragonesi, attraversata da vicoli medievali e arricchita da splendide chiese, nasce l’Associazione Sicularagonensia.
Essa è frutto dell’idea e dell’impegno di un gruppo di amici che ha sempre creduto nelle potenzialità e nella bellezza di Randazzo, una bellezza da salvaguardare, proteggere e soprattutto valorizzare.

Maria Cristina Fioretto


Era il 1995 quando, con un atto redatto da un notaio, fondiamo una associazione culturale avente un proprio statuto, un presidente, nella persona della sottoscritta Maria Cristina Fioretto, e un consiglio direttivo composto da Di Stefano Francesca, Gangemi Giuseppe, Gangemi Alessandro e Gangemi Laura.
La scelta del nome dell’Associazione era legata alle tradizioni e alla storia della città di Randazzo, per lungo tempo dominata dagli Aragonesi.
Furono così poste le basi per dare vita a quella ventata culturale che portò alla rea-lizzazione della Festa Medievale, che nella prima edizione non era ancora una “rievocazione storica”. 
La prof.ssa Francesca Di Stefano si occupò di disegnare tutti i bozzetti per i costumi quattrocenteschi, che furono poi realizzati a mano da sarte del posto e anche per le acconciature e il trucco, frutto del lavoro delle parrucchiere e delle estetiste di Randazzo.
La prima edizione della Festa Medievale si svolse il 10 agosto del 1995, in una unica giornata, nella quale sfilò un corteo con trenta figuranti.
Volendo però dare una precisa identità alla festa, iniziammo a cercare una figura storica legata a Randazzo, della quale rievocare le gesta. 
Si voleva però valorizzare un personaggio che non fosse già protagonista di altre manifestazioni analoghe. 
Fu così che, su suggerimento del prof. Giuseppe Severini, ripescammo da alcuni testi di storia la figura di Bianca di Navarra, vedova di Martino il Giovane, re di Sicilia, da lui nominata reggente del regno quando si recò in Sardegna per conquistarla e dove poi morì.

Francesca Di Stefano

Giuseppe Gangemi

Laura Gangemi


Leggendo la storia di questa donna forte e determinata, scoprimmo che ella fece tappa proprio a Randazzo mentre si recava a Taormina dove era stato convocato un consiglio dei nobili siciliani per decidere la successione sul trono di Sicilia.
Iniziammo allora la ricerca delle figure che accompagnarono la regina in quel suo viaggio: il capitano d’armi, il capitano di giustizia, le damigelle di compagnia e alcuni membri della corte.
Il successo della prima edizione e l’aver trovato una figura ai più sconosciuta e per di più donna rese facile decidere di rievocare il suo passaggio nella nostra città e ci invogliò a replicare la festa negli anni successivi, con una conseguente crescita del numero dei partecipanti che arriva oggi a contare ben 100 personaggi. 

     
     
     

 

Alla corte si aggiunsero infatti i gruppi dei tamburi, degli arcieri, dei popolani e dei giocolieri.
La particolarità del corteo è data dal fatto che sia la corte che i popolani sono in grado di esibirsi in danze (popolari) e bassedanze (cortigiane) del periodo (XIV XV sec.), frutto di stages con professionisti del settore.
Oggi l’Associazione Sicularagonensia è conosciuta e apprezzata da molti, è spesso invitata a partecipare alle feste e alle rievocazioni storiche di altre città ed è un vanto e motivo di orgoglio per tutti noi poter dire di aver dato vita a una manifestazione che è una tra le realtà più interessanti nel panorama delle rievocazioni storiche della Sicilia.

Maria Cristina Fioretto

Antonio Tomarchio

 Antonio Tomarchio  è nato a Catania il 10 settembre del 1982 da Venerando (detto da sempre Nuccio ) noto Imprenditore di Giarre  e Rita Fieramosca (di Randazzo) Insegnante. Sposati nel 1973 hanno tre figli, Giusy laureata in Ingegneria Informatica lavora alla ST Microelectronics, Salvo laureato in Fisica insegna matematica e fisica nelle Scuole Superiori e Antonio .
Antonio è laureato in Ingegneria Matematica e sposato con Carla Patanè hanno una bambina di 4 anni.  Carla insegna in una scuola montessoriana. Le scuole montessoriane a New York sono molte richieste e ci sono delle liste d’attesa incredibili, naturalmente sono scuole private. La bambina frequenta una scuola montessoriana da quando aveva due anni.
Dopo la maturità scientifica, conseguita presso il liceo scientifico “Leonardo” di Giarre,  Antonio si trasferisce a Milano per frequentare, presso il Politecnico, il corso di laurea in Ingegneria Matematica.

Al terzo anno di università partecipa a una selezione per il programma di doppia laurea “time” con l’École Centrale di Parigi, dove rimane due anni.

Antonio Tomarchio


Nel 2005 consegue la laurea di primo livello. Nel 2006 la laurea all’École Centrale. Nel 2008 completa il percorso universitario conseguendo la laurea specialistica.
Durante il percorso universitario ha fondato due startup la prima, Precydent, negli USA con il professore Thomas Smith di San Diego; la seconda, Ad Right, in Italia, ceduta all’azienda Dada del gruppo RCS.  Azienda che ha assunto Antonio e tutto il team che lavorava con lui. A ottobre 2010 Antonio si dimette da Dada, continuando a dare consulenza per 6 mesi.
In seguito si dimettono anche i ragazzi che tuttora collaborano con lui.
Tutti insieme si buttano in una nuova avventura, “Beintoo”, che nel giro di pochi mesi acquisisce milioni di utenti e vince a Parigi “Le Web 2011”, competizione internazionale alla quale parteciparono circa 600 startup.
Questa vittoria permette a Beintoo di espandersi.
Oggi Beintoo opera globalmente nel mobile marketing e ha sedi a Milano, Shangai, Londra, New York.
Nel 2014 Antonio si trasferisce a New York, dove fonda Cuebiq, di cui è CEO  ( in inglese/americano e la sigla di Chief Executive Officer  cioè  l’Amministratore Delegato) .
Cuebiq inizialmente considerata uno spin off di Beintoo, successivamente ha acquisito un’identità propria.
Ha varie sedi: quella principale a New York, una in Italia, inoltre a San Francisco e Chicago.
Cuebiq si occupa di business intelligence. La metodologia di cui è proprietaria Cuebiq consente la raccolta anonima dei dati sulla posizione e l’analisi offline dei trend aggregati.
Il modo in cui le persone si muovono all’interno dei punti vendita viene elaborato sulla base di altri dati sul comportamento dei consumatori.

 

Antonio Tomarchio


Il tutto avviene in forma completamente anonima.
Le tecnologie di localizzazione di Cuebiq vengono utilizzate anche dagli sviluppatori di app per creare esperienze migliori per gli utenti. 

Nel 2016 riceve due riconoscimenti importanti uno in Italia da parte del politecnico di Milano come alunno dell’anno; l’altro a New York come giovane imprenditore di età inferiore a 40 anni (Antonio ne aveva 34), “40 Under 40 Awards” In tutto negli USA sono stati premiati 40 giovani manager del settore tecnologico.

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MILANO E HINTERLAND

GLI INVESTIMENTI DELL’ITALO-AMERICANA  CUEBIQ

 

Dimmi come compri e ti svelo chi sei
Nell’hub degli specialisti dei dati tra talenti e il rientro di cervelli in fuga.

 

Il quartier generale è a New York
Ma l’azienda fondata a Milano
ha scelto il capoluogo lombardo
per potenziare ricerca e sviluppo.

  

IL PROGETTO è ambizioso: costruire il primo hub di professionisti dei dati in Italia. La realizzazione anche. «Cerchiamo alte professionalità sfruttando le relazioni con le università. E puntiamo sul rientro dall’estero dei migliori “cervelli in fuga”», spiega Walter Ferrara, uno dei fondatori con Antonio Tomarchio (promotore e CEO) Filippo Privitera e William Nespoli di Cuebiq, azienda italoamericana nata nel 2016 a Milano.


Eppure il piano della società che sviluppa e vende piattaforme per trasformare «la grande mole di dati in informazioni intelligenti » è avviato: «Entro fine anno – assicurano – il team di professionisti che lavora a Milano passerà da 70 a 120 persone».
Cuebiq ha scelto. Il quartier generale è e resterà a New York.
Ma il dipartimento di ricerca e sviluppo avrà casa nel cuore del capoluogo lombardo, nella sede da poco ampliata in Porta Romana: circa mille metri quadrati tra open space, sale riunioni, aree relax, cucina e terrazzo.
QUI DATA SCIENTIST, analisti e sviluppatori non si limitano a suggerire le novità da trasferire alla produzione, «ma fanno ricerca, lavorano ad algoritmi», sottolinea Ferrara, country manager per l’Italia di Cuebiq. «Siamo una delle poche aziende in cui si fa innovazione con i dati. Già oggi abbiamo uno dei dipartimenti di ricerca e sviluppo più grandi del Paese: investiremo buona parte delle risorse ottenute con il nuovo round di finanziamento (27 milioni di dollari) sulla sede milanese, con l’obiettivo di farla diventare un polo di eccellenza e d’avanguardia in ambito “big data”.
Un punto di riferimento per i professionisti dei dati in Italia».
Sviluppatori di software, ingegneri, data scientist, product manager e business analyst saranno tra i cinquanta specialisti selezionati da Cuebiq per creare l’hub di Milano.
In tre anni l’azienda ha triplicato il personale in organico tra Stati Uniti e Italia (140 in tutto). Tra il 2017 e il 2018 il fatturato è cresciuto del 300% trasformando la società italo-americana in una delle realtà leader del settore.


«LAVORIAMO per grandi brand e media agency – fa sapere Ferrara –. Vendiamo la nostra piattaforma per estrarre valore dai dati ».
Il sistema intelligente che archivia e trasforma i dati in informazioni si chiama Clara.
CLARA è Una piattaforma che consente alle aziende di conoscere i comportamenti dei propri utenti e confrontarli con quelli dei competitor.
Così come sviluppare nuove strategie commerciali, identificare opportunità di mercato e misurare l’impatto delle campagne pubblicitarie.

I DATI – precisa il country manager per l’Italia di Cuebiq – sono anonimi e de-identificati. Utilizziamo un’avanzata metodologia di crittografia per archiviare e trasmettere i dati raccolti: la tutela della privacy è una priorità, l’azienda ha creato un team dedicato e può contare su un manager come Shane Wiley con quasi trent’anni di esperienza in aziende tech.
Cuebiq ha creato anche un team specializzato nella cybersecurity » .

Con Clara i numeri diventano notizie.

LE TAPPE DELLA CRESCITA

Dall’anno zero al boom di affari
Nel 2016 quattro italiani fondano a Milano Cuebiq, azienda che sviluppa e vende piattaforme per trasformare dati in informazioni Il fatturato nell’ultimo anno è cresciuto del 300%.

Triplicato il personale
L’azienda ha triplicato il personale in organico tra Stati Uniti e Italia dove lavorano complessivamente 140 persone. La società è diventata una delle realtà leader del settore.

Il potenziamento dell’organico
L’ultimo finanziamento di 27 milioni di dollari sarà destinato soprattutto al potenziamento del team al lavoro a Milano. L’organico verrà potenziato e passerà da 70 persone a 120 entro fine anno.

I professionisti impiegati
Sviluppatori di software ingegneri, data scientist product manager e business analyst saranno tra i cinquanta specialisti selezionati da Cuebiq per creare il primo hub in Italia.
Luca Balzarotti
MILANO

 

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La startup di business intelligence Cuebiq raccoglie 27 milioni di dollari per accelerare la crescita e supportare l’avanzamento delle iniziative sulla privacy dei dati.

Cubeiq è una società di business intelligence che fornisce ai propri clienti comportamenti del consumatore e approfondimenti sulle tendenze. Oggi, la società ha annunciato di aver raccolto $ 27 milioni in finanziamenti della serie B per sostenere la crescita, l’innovazione dei prodotti e il progresso delle iniziative sulla privacy dei dati. Il round è coordinato da Goldman Sachs Principal Strategic Investments (PSI), Nasdaq Ventures, DRW Venture Capital, Tribeca Venture Partners e gli investitori esistenti Tribeca Angels e TLcom Capital.

Antonio Tomarchio.

“In relazione al finanziamento, Brian Hirsch, co-fondatore e Managing Partner di Tribeca Venture Partners, e Marco DeMeireles, Head of Private Investments presso Balyasny Asset Management, sono entrati a far parte del consiglio di amministrazione di Cuebiq”, ha dichiarato la società in un comunicato pubblico.

Fondata nel 2015 da Antonio Tomarchio, Walter Ferrara e William Nespoli, Cubeiq, con sede a New York, è una delle principali società di intelligence di localizzazione e conoscenza dei consumatori che sfrutta il più grande database di dati di posizione accurati e precisi negli Stati Uniti. La sua piattaforma di intelligence di dati analizza modelli di posizione anonimi per consentire alle aziende di acquisire informazioni utili e comprendere meglio il percorso del consumatore offline.


Cubeiq offre ai suoi clienti servizi di marketing, vendita al dettaglio, ricerca ed editori. 
La sua piattaforma di marketing offre targeting per pubblico, attribuzione di campagne offline, analisi delle prestazioni e approfondimenti sulla posizione.
 La sua piattaforma di vendita al dettaglio offre analisi del footfall, selezione del sito e opinioni dei consumatori sul pubblico e geo-comportamentali.
 La sua piattaforma di editori offre servizi di segmentazione del pubblico, attribuzione della campagna e monetizzazione dei dati. 
La piattaforma SaaS di Cuebiq offre ai clienti analisi della posizione offline, ottimizzazione della campagna in tempo reale e attribuzione del footfall, nonché audience geo-comportamentali per il targeting di annunci multipiattaforma. 
Cuebiq ha sede a New York con uffici a San Francisco, Chicago, Italia e Cina.

La società ha guidato una significativa innovazione di prodotto con un aumento delle entrate di 3,2 volte su base annua e una crescita di 2,4 volte su base annua nella sua base di clienti.
 Oltre 1.300 aziende e marchi in una varietà di settori verticali utilizzano le soluzioni Cuebiq per accedere e personalizzare le informazioni in base alle loro esigenze in modi senza precedenti. 
Questo finanziamento supporterà l’ulteriore sviluppo del prodotto, contribuirà ad espandere le operazioni globali e far avanzare le iniziative sulla privacy dei dati attualmente in corso.
La metodologia proprietaria di Cuebiq consente la raccolta anonima dei dati sulla posizione e l’analisi delle tendenze offline aggregate.
 Questo livello di dati e intelligence aiuta gli esperti di marketing con siti di mattoni e malta a comprendere meglio le tendenze dei consumatori offline, analizzare le prestazioni dei negozi, misurare l’efficacia dell’attivazione del marketing e, in definitiva, competere meglio con le aziende di e-commerce.
Tali approfondimenti aggregati hanno dimostrato di fornire sostanziali capacità predittive per la previsione delle prestazioni. Ciò consente correlazioni di tendenze e vendite per una vasta gamma di settori verticali, dalla vendita al dettaglio alla comunità degli investimenti.

La location intelligence di Cuebiq aiuta anche gli sviluppatori di app a creare esperienze utente migliori, consentendo la consegna di contenuti e pubblicità più pertinenti al contesto.

Come parte dell’investimento, Cuebiq sfrutterà la tecnologia blockchain per creare un mercato di dati aperto per portare valore economico non solo alle società di dati e ai loro clienti, ma anche agli utenti finali.
“Mentre l’industria dei dati alternativi continua a maturare, ci sono crescenti applicazioni e opportunità per la comunità finanziaria di prendere decisioni di investimento più intelligenti”, ha affermato Ashwin Gupta, amministratore delegato del gruppo PSI di Goldman Sachs. “Di particolare importanza per noi nel fare questo investimento è il fatto che Cuebiq è leader nella tecnologia della privacy. Dal momento che riteniamo che la privacy dei dati sia il problema principale nel segmento dell’analisi della visione dei consumatori oggi, siamo lieti di collaborare con un’azienda innovativa che sta guidando il progresso tecnologico a questo scopo.
“Una delle nostre missioni chiave come azienda tecnologica è quella di investire in soluzioni e servizi che rafforzano l’integrità dei mercati mondiali”, ha affermato Gary Offner, capo di Nasdaq Ventures.
 “Siamo stati attratti da Cuebiq per la sua posizione unica come fornitore indipendente e indipendente dai media di informazioni sulla posizione che è stata ricavata da dati aggregati e anonimizzati. A integrazione del nostro investimento, esploreremo le opportunità per sfruttare l’intelligence di Cuebiq per i nostri clienti, nonché potenzialmente applicare la nostra blockchain e zero tecnologie a prova di conoscenza tramite il nostro Nasdaq Financial Framework per guidare ulteriormente l’iniziativa sulla privacy dei dati di Cuebiq. ”
“Fin dalla sua istituzione, Cuebiq si è impegnata a proteggere la privacy degli utenti, che ha ottenuto le certificazioni NAI e TRUSTe dell’azienda”, afferma Antonio Tomarchio, CEO di Cuebiq. “Questo impegno ha reso il desiderio di collaborare con investitori che la pensano allo stesso modo un fattore critico.

 Cuebiq non è solo pronto per la conformità al GDPR in Europa, ma sta anche lavorando con le sue app partner in tutto il mondo per adottare lo stesso framework lungimirante. Riteniamo che la privacy e la trasparenza saranno vantaggiose per tutte le parti interessate – dagli utenti finali, agli sviluppatori di app e alle società di dati allo stesso modo. ”
Nell’ultimo anno, Cuebiq ha lavorato per preparare la conformità al GDPR fornendo alle sue app partner una soluzione chiavi in ​​mano per una migliore gestione del consenso e della rinuncia. Ciò include un’app proprietaria, in fase di sviluppo, che fornirà agli utenti un modo aggiuntivo per esercitare i loro diritti sulla privacy.
Cuebiq è stato anche leader nell’utilizzo di dati e approfondimenti al servizio di una varietà di cause. 
Attraverso la sua iniziativa “Data for Good”, la società condivide le proprie conoscenze sulla posizione con i ricercatori delle migliori università e organizzazioni no profit per promuovere l’innovazione per cause quali il miglioramento della qualità della vita nelle comunità scarsamente servite, la risposta ai disastri naturali e lo sviluppo di una città intelligente.
Team TechStartups  pubblicato IL 18 maggio 2018 

Antonio Tomarchio (Founder and CEO at Cuebiq) – Antonio Tomarchio is founder and CEO of Cuebiq; a location intelligence company that helps businesses glean actionable insights based on consumers’ offline behavior and purchase intent. Cuebiq is a spinoff of Beintoo, a market gin tech company to serve the needs of marketers, the media community and investors. Antonio founded Beintoo in 2011 and served as CEO until February 2016. Before Beintoo, Antonio was Head of Product and R&D of Dada and prior to that, Antonio co founded multiple data driven companies, US and Europe based. Antonio holds an M.S. in Mathematical Engineering from Polytechnic University of Milan and a double degree in Engineering Science from the Ecole Centrale de Paris.

 

MINDS SHAPING THE WORLD


Startupper seriale conquista l’America partendo dal Politecnico

Antonio Tomarchio: Alumnus dell’anno 2016: Da Giarre a New York, costruendo il futuro della business intelligence.

 


Un keynote speech sul futuro dell’intelligenza artificiale e il deep learning che fa scattare l’applauso più lungo della mattinata è solo l’antipasto per Antonio Tomarchio, CEO e fonder di Cuebiq la start-up premiato il 15 ottobre durante l’annuale Convention degli Alunni del Politecnico.

Partito da Giarre – in provincia di Catania – più di 15 anni fa per studiare Ing. Matematica al Politecnico di Milano, Tomarchio dagli anni di studio non è rimasto fermo un attimo. Prima gli anni di lavoro in azienda, poi il salto. Diventa uno startupper seriale, con successi all’attivo in Italia e nel mondo: prima del salto da un continente all’altro, quello davvero importante.

Il trasferimento a New York, dove dalla sua prima start-up, Beintoo, nasce lo spinoff centrato sulla business intelligence in tempo reale Cuebiq. Cuebiq, ha spiegato Tomarchio, è una piattaforma che permette di raccogliere in tempo reale informazioni sulle abitudini dei consumatori nei luoghi d’acquisto.
Sono dati raccolti in forma anonima e nel rispetto di ogni normativa sulla privacy grazie allo smartphone che ognuno di noi possiede, e che vengono utilizzati solo a livello di aggregato per permettere alle aziende di comprendere al meglio le esigenze e le abitudini dei consumatori che visitano gli store e i negozi fisici.
Un’idea tutto sommato laterale per un mondo che sembra muoversi sempre più in direzione dell’e-commerce, dato che il senso comune vuole i negozi tradizionali destinati se non a scomparire quantomeno a vedere ridimensionati i propri volumi d’affari.
Ma un’idea potenzialmente rivoluzionaria per il mondo retail tradizionale. La tecnologia proprietaria – che a stretto giro verrà brevettata – di Cuebiq permetterà così di intercettare i trend di visite degli store, analizzando il flusso di traffico e fornendo al brand di turno informazioni sull’utente.

 

 

Cuebiq: l’azienda con radici italiane riceve un nuovo finanziamento da 27 milioni di dollari

Cuebiq: l'azienda con radici italiane riceve un nuovo finanziamento da 27 milioni di dollari

Cuebiq è lo spin-off americano dell’azienda italiana Beintoo: ha annunciato un nuovo sostanzioso finanziamento a sei anni dal primo round di investimenti

di Rosario Grasso pubblicata il 21 Maggio 2018, alle 16:21 nel canale MERCATO

 
 
 

Cuebiq ha annunciato di aver ottenuto un finanziamento da 27 milioni di dollari da una cordata guidata da Goldman Sachs e Nasdaq Ventures che coinvolge precedenti finanziatori dell’azienda come Tribeca Angels e TLcom Capital. Cuebiq è una startup americana con CEO italiano, Antonio Tomarchio, nata nel 2016 come spin off dell’azienda italiana Beintoo. Si tratta del secondo round di finanziamento per l’azienda che già nel 2012 aveva ottenuto 5 milioni di dollari.

L’operazione porta all’interno del consiglio di amministrazione di Cuebiq Brian Hirsch, co-founder e Managing Partner di Tribeca Venture Partners, e Marco DeMeireles, Head of Private Investments a Balyasny Asset Management. L’investimento arriva in seguito alla crescita del fatturato dell’azienda, con un aumento delle entrate nell’ultimo anno di 3,2 volte e una crescita di 2,4 volte per quanto riguarda la consumer base.

Cuebiq

Più di 1300 tra aziende e brand usano le tecnologie di Cuebiq per fornire soluzioni mirate ai loro clienti. Questo finanziamento supporterà lo sviluppo di ulteriori prodotti, contribuirà all’espansione delle operazioni su scala globale e all’avanzamento delle iniziative sulla privacy dei dati attualmente in discussione. Fra gli altri elementi della sua strategia, infatti, Cuebiq si fa promotore delle tecnologie a garanzia della privacy e dell’esportazione del GDPR su tutto il pianeta.

Cuebiq è un’azienda di business intelligence. La metodologia proprietaria di Cuebiq consente la raccolta anonima dei dati sulla posizione e l’analisi offline dei trend aggregati. Il modo in cui le persone si muovono all’interno dei punti vendita viene elaborato sulla base di altri dati sul comportamento dei consumatori. Il tutto avviene in forma completamente anonima e in modo da aderire alle recenti direttive del GDPR.

Ciò permette alle aziende di realizzare campagne pubblicitarie mirate: queste informazioni aggregate, infatti, hanno dimostrato di fornire notevoli capacità predittive per la previsione delle prestazioni. Ciò consente di correlare tendenze e vendite per un’ampia gamma di settori verticali. L’azienda ha saputo cogliere i trend di mercato e modificare il suo orientamento iniziale, più votato al concetto di gamification, come abbiamo visto in una precedente intervista ad Antonio Tomarchio.

Precedente intervista ad Antonio Tomarchio

Le tecnologie di localizzazione di Cuebiq vengono anche utilizzate dagli sviluppatori di app per creare esperienze migliori per gli utenti, consentendo la pubblicazione di messaggi pubblicitari contestuali. Come parte dell’investimento, Cuebiq sfrutterà la tecnologia blockchain per creare un mercato di dati aperto capace di portare valore economico non solo alle società che gestiscono dati e ai loro clienti, ma anche agli utenti finali.”Fin dalla sua istituzione, Cuebiq si è impegnata a proteggere la privacy degli utenti, ottenendo le certificazioni NAI e TRUSTe”, ha affermato Antonio Tomarchio. “Questo impegno ha reso un fattore critico la volontà di collaborare con investitori che la pensassero allo stesso modo. Cuebiq non solo è conforme al GDPR in Europa, ma sta anche lavorando con le sue app partner per adottare lo stesso framework lungimirante in tutto il mondo. Riteniamo che la privacy e la trasparenza offrano vantaggi per tutte le parti interessate, dagli utenti finali agli sviluppatori di app fino alle data companies”.

“È per noi fonte di orgoglio che l’intero R&D dell’azienda sia basato a Milano, nella nuova sede che conta già oltre 40 dipendenti con un forte piano di crescita”, aggiunge Walter Ferrara, Country manager italiano. “Abbiamo moltissime posizioni aperte, disponibili nella sezione career del nostro sito, tra cui Data Engineers, Data Scientist, Full Stack Engineers in un contesto di innovazione tecnologica che ci ha portato all’uso di soluzioni top-notch”.

Altre informazioni su Cuebiq sono reperibili sul sito ufficiale

 

Beintoo, la start-up da un milione di utenti 
Dal mare di Sicilia alla San Francisco bay

Filippo Privitera e Antonio Tomarchio hanno 30 e 29 anni, vengono rispettivamente da Acireale e Giarre, e danno lavoro a 18 giovani, età media 27 anni. Hanno 15 dipendenti a Milano e tre a Palo Alto, in California, ma vogliono espandersi perché «buona parte del nostro traffico viene dalla Cina». Tutto questo grazie alla loro start-up, che esiste da un anno e mezzo, ha vinto tutti i premi che poteva vincere ed è una delle realtà web più interessanti d’Italia

Startup L’ Italia del futuro Il nuovo business dei giovani .

Oltre il posto fisso, forse non c’ è il baratro.
C’ è un esercito di startup che si è finalmente messo in moto. Alzate lo sguardo.
In Cile qualche giorno fa una startup italiana ha vinto la gara mondiale per i migliori progetti di innovazione e business.
Doochoo propone un sistema per fare i soldi con i sondaggi in rete, ha già conquistato clienti come Ikeae Toyota, ed è guidata da un giovane che quando parla sembra sempre che stia per ribaltare il mondo: Paolo Privitera, veneziano, 35 anni, da dieci negli Stati Uniti («me ne sono andato perché volevo correre»). È uno startupper seriale, nel senso che ne ha all’ attivo già sei. Il premio cileno funziona così: i team scelti vengono ospitati a Santiago per sei mesi e incassano 40 mila dollari ciascuno.
Tanti? Pochi, se pensate che Doochoo potrebbe essere comprata entro l’ anno per 25 milioni di dollari.
Dice Privitera: «A San Francisco non ho mai visto tanti startupper italiani come in questi giorni».
Un terremoto? «No,è un tumulto». Ecco, tumulto rende meglio l’ idea della rivoluzione in corso. Tumulto iniziato da un po’ : l’ 8 dicembre a Parigi un’ altra startup italiana ha vinto LeWeb, il più importante evento europeo dedicato all’ economia digitale.
Per i francesi è stato uno shock: appena qualche giorno prima il presidente Sarkozy faceva i sorrisini quando gli nominavano les italiens. Antonio Tomarchio, 29 anni, partito da Giarre, provincia di Catania, sapeva di dover battere anche lo spread della credibilità: è salito sul palco ed ha sbaragliato la concorrenza parlando di Beintoo (una piattaforma per applicazioni legate al gioco che ha tre milioni di utenti al giorno, di cui un milione solo in Cina).

 

Antonio Tomarchio e il Vescovo di Acireale Antonino Raspanti.


Ancora un passo indietro: a ottobre aveva fatto scalpore il fatto che Mashape, l’ impresa di tre ventenni che avevano polemicamente lasciato l’ Italia, era stata finanziata con circa un milione e mezzo di dollari dal numero uno di Google e dal fondatore di Amazon, ovvero la Champions League della Silicon Valley.
Ma il tumulto non riguarda solo gli startupper lontani. Se restiamo ai casi di successo, quello forse più eclatante in questi giorni è AppsBuilder, piattaforma per farsi da soli applicazioni per telefonino, creata da un ingegnere del Politecnico di Torino di 25 anni, Daniele Pelleri: in undici mesi ha già sfornato 20 mila apps che sono state scaricate oltre un milione di volte.
Questo elenco potrebbe non finire mai. E vuol dire in fondo una cosa sola: avanza una generazione di startupper.
Sono di solito molto giovani, in prevalenza uomini ma ci sono tanti casi di donne (RisparmioSuper di Barbara Labate è il più noto).
E poi: sanno usare benissimo la Rete; parlano alla perfezione almeno l’ inglese; viaggiano in economy anche quando hanno successo perché i soldi non si sprecano; spesso all’ inizio non hanno un vero ufficio e sanno raccontare il loro progetto in tre minuti esatti, non una misura qualsiasi, ma il tempo di una corsa in ascensore con un potenziale investitore (di qui la formula americanissima degli” elevator pitch” per le ormai tantissime competizioni a caccia di capitali).
Ma, soprattutto, gli startupper, non sanno cos’ è il posto fisso. «Il nostro obiettivo nella vita non è trovarci un lavoro, ma creare lavoro», ha scolpito nel web Max Ciociola, 34 anni, fondatore di musiXmatch e «startup activist».
Riccardo Luna

 

Beintoo, la start-up da un milione di utenti 
Dal mare di Sicilia alla San Francisco bay

Filippo Privitera e Antonio Tomarchio hanno 30 e 29 anni, vengono rispettivamente da Acireale e Giarre, e danno lavoro a 18 giovani, età media 27 anni. Hanno 15 dipendenti a Milano e tre a Palo Alto, in California, ma vogliono espandersi perché «buona parte del nostro traffico viene dalla Cina». Tutto questo grazie alla loro start-up, che esiste da un anno e mezzo, ha vinto tutti i premi che poteva vincere ed è una delle realtà web più interessanti d’Italia.

«È una giornata intensissima, sono arrivati gli investitori, abbiamo tanti appuntamenti». La sede di Beintoo, a Milano, è piena di gente. In ogni stanza c’è qualcuno che lavora o qualcuno che discute. L’unico spazio vuoto è una stanzetta con la macchina per fare il caffè e un divanetto per fare una pausa. Filippo Privitera ha trent’anni, e Antonio Tomarchio 29.
Grazie alla loro start-up, oggi danno lavoro a 18 persone: 15 in quelle stanze milanesi, tre a Palo Alto, nella San Francisco bay. Se per caso i cognomi lasciassero dubbi, tutt’e due sono siciliani. Filippo di Acireale, Antonio di Giarre. «Ci siamo conosciuti tramite amici in comune, mentre io studiavo alla Scuola superiore di Catania, e all’università facevo Ingegneria elettronica», racconta Filippo, che dei due è quello che è andato via dall’Isola più tardi. «Mi sono trasferito qui nel 2008, sempre per lavoro – spiega – Mentre Antonio aveva studiato all’École centrale di Parigi, e poi al Politecnico di Milano».

«Beintoo è un modo per restituire un valore agli utenti che usano app sui loro smartphone». In parole semplici funziona così: ci sono una trentina di applicazioni – tra le quali la celeberrima Fruit Ninja (il gioco dove s’affetta frutta con la katana) che hanno deciso di aderire alla piattaforma ideata dai due siciliani. Ciò significa che, usandole, l’utente iscritto a Beintoo ci guadagna: «Abbiamo creato una moneta virtuale, i bedollars, che possono essere spesi per acquistare oggetti reali all’interno del nostro market online, oppure per vincere coupon sconto». Così, un numero stabilito di bedollars può valere un peluche per la festa della mammaun buono del 50 per cento da Bottega verde e molto altro: «In questo modo, i marchi piazzano i loro prodotti». L’idea per i due giovani è arrivata nel 2010, poi tra una cosa e l’altra – «adempimenti burocratici, soprattutto» – sono partiti a fine gennaio del 2011. Oggi, dopo un anno e mezzo di attività e 650 mila euro di finanziamenti trovati, Beintoo attinge a un bacino di 100 milioni di persone e ha raggiunto un milione di utenti registrati.
Un progetto ad alto contenuto d’innovazione, che piace al mondo delle start-up. LeWeb, per esempio, è una delle più importanti competizioni per start-up del mondo, «anche se in realtà è più basata sull’Europa», precisa Filippo. L’edizione 2011 l’ha vinta proprio Beintoo, tra gli applausi dei colleghi. «Ci siamo iscritti per provare, già superare le prime selezioni è stata una sorpresa, figurarsi arrivare per primi», ride il ragazzo, che è il responsabile di tutta la parte tecnica.
Oggi ancora in fase di assunzione. «Siamo in un momento di grande sviluppo, abbiamo bisogno di programmatori validi, cerchiamo le eccellenze, i migliori».
Trovarli, però, è difficile. O è difficile riuscire ad assumerli: «Vogliono il posto fisso, il contratto a tempo indeterminato, ma io e Antonio il tempo indeterminato l’avevamo e l’abbiamo lasciato per lanciarci in questa avventura, così come tutti i ragazzi che lavorano con noi, che sono tutti assunti con contratto a progetto». 
L’età media è 27 anni, il più giovane di anni ne ha 22. «Siamo un’azienda giovane, dinamica, il posto fisso è un concetto che non si lega bene al concetto di start-up – spiega Privitera – È troppo costoso, ed è anche un po’ obsoleto».
Non vuole fare polemica, non gli interessa, «voglio solo assumere persone che non vengono a lavorare per me perché vogliono sistemarsi, ma perché credono nel progetto: ho bisogno di gente che combatta come faccio io, non che si adagi con la stabilità». In più, se uno è tanto bravo e sa di esserlo, non ha paura di cambiare continuamente posto di lavoro: «È una sfida come un’altra».
I prossimi passi saranno l’apertura di nuove sedi di Beintoo in giro per il mondo: «Vogliamo ingrandire Palo Alto e poi il nostro obiettivo principale è l’Asia, visto che buona parte del nostro traffico viene dalla Cina».
Alla Sicilia ci si pensa, mica no. «Volevamo aprire giù qualcosa che si occupasse di ricerca e sviluppo», ma è una regione complicata. «Non è che non si possano fare start-up lì, è solo che il territorio non ti supporta, i clienti li devi incontrare fisicamente e al Sud non ci sono aziende con le quali si possa lavorare, per esempio, sull’advertising».

Luisa Santangelo 29 MAGGIO 2012

 

Beintoo, startup tutta italiana, si aggiudica la Startup Competition di LeWeb. Ennesima dimostrazione di come l’eccellenza italiana conquista e mette d’accordo tutti in giro per il mondo.

 

La Startup Competition di  LeWeb, svoltasi in questi giorni a Parigi, ha visto trionfare Beintoo, unico concorrente italiano. Il primo della fila Antonio Tomarchio.

Cos’è Beintoo?
Beintoo permette di ottenere benefici reali dalla tua attività online.
Utilizzando le tue app preferite (piattaforma Android/iOS/Facebook) potrai incrementare il tuo Bescore e quindi aumentare la tua ricchezza in Bedollars.

In un secondo momento potrai trasformare i tuoi Bedollars virtuali in reali benefici come coupon, sconti e bonus, presso i partner affiliati, da utilizzare nella vita di tutti i giorni.

Ovviamente la piattaforma è aperta anche agli sviluppatori che vogliono monetizzare quanto da loro prodotto.
Il modello di business adottato prevede che il 60% del ricavato sia destinato allo sviluppatore mentre il 40% a Beintoo.

Chi c’è dietro Beintoo?
Dietro un nome, un brand o un marchio c’è sempre un team di persone che, con le proprie eccezionali capacità, hanno speso tutto per inseguire il sogno.
Come già anticipato, Beintoo è startup tutta italiana. Ecco tutti i componenti del team:

Antonio Tomarchio – Fondatore
– Filippo Privitera – Fondatore
– Andrea Cozzi – Co-Fondatore
– William Nespoli – Co-Fondatore
– Walter Ferrara – Co-Fondatore

Qualche numero:
– 24 milioni di utenti
– 200 sviluppatori attivi
– 60 mila utenti “premiati” ogni giorno

Questo ennesimo successo di una realtà italiana dimostra come le migliori menti del nostro paese siano sempre in grado di stupire e di convincere tutti in giro per il mondo.
Anche se il nostro paese spesso non offre il giusto supporto alla crescita ed alla maturazione di realtà imprenditoriali, il crescente successo dei nostri giovani ci fa ben sperare per una società migliore nel prossimo futuro. 
SABATO 10 DICEMBRE 2011

 

Cuebiq/Beintoo

Oggi una delle realtà informatiche che affondano le radici in Italia, e in particolare in Sicilia, più promettenti è Cuebiq, spin-off americano dell’azienda italiana Beintoo. Il suo CEO è Antonio Tomarchio, già conosciuto per il suo lavoro in Dada sul sistema di online advertising Simply. Oggi Tomarchio guida il successo di Cuebiq da New York e le ultime procedure per la conclusione della fase di startup.
La squadra di Tomarchio, così come i due ragazzi della prossima storia, ha molti elementi originari della provincia di Catania.
Recentemente Cuebiq ha ricevuto un secondo round di finanziamento da 27 milioni di dollari.
Si tratta del secondo round di finanziamento per l’azienda che già nel 2012 aveva ottenuto 5 milioni di dollari.
Più di 1300 tra aziende e brand usano le tecnologie di Cuebiq per fornire soluzioni mirate ai loro clienti. Questo finanziamento supporterà lo sviluppo di ulteriori prodotti, contribuirà all’espansione delle operazioni su scala globale e all’avanzamento delle iniziative sulla privacy dei dati attualmente in discussione. Fra gli altri elementi della sua strategia, infatti, Cuebiq si fa promotore delle tecnologie a garanzia della privacy e dell’esportazione del GDPR su tutto il pianeta.

Antonio Tomarchio

Cuebiq è un’azienda di business intelligence. La metodologia proprietaria di Cuebiq consente la raccolta anonima dei dati sulla posizione e l’analisi offline dei trend aggregati. Il modo in cui le persone si muovono all’interno dei punti vendita viene elaborato sulla base di altri dati sul comportamento dei consumatori. Il tutto avviene in forma completamente anonima.
La metodologia proprietaria di Cuebiq consente la raccolta anonima dei dati sulla posizione e l’analisi offline dei trend aggregati.
Ciò permette alle aziende di realizzare campagne pubblicitarie mirate: queste informazioni aggregate, infatti, hanno dimostrato di fornire notevoli capacità predittive per la previsione delle prestazioni allo scopo di correlare tendenze e vendite per un’ampia gamma di settori verticali.
Una vera e propria manna dal cielo per tantissime imprese il cui business funziona sulla raccolta e l’elaborazione dei dati.
L’azienda affonda le sue radici in Beintoo, brand con il quale Tomarchio e la sua squadra hanno saputo cogliere i trend di mercato e modificare il suo orientamento iniziale, più votato al concetto di gamification, come abbiamo visto in una precedente intervista ad Antonio Tomarchio.
“La ricerca di fondi è una sfida fondamentale perché è necessario essere finanziati per poter avere la tranquillità di lavorare focalizzati sul prodotto e senza distrazioni”, diceva Tomarchio in quell’intervista. “In Italia esiste una comunità di angel e inizia a esserci una comunità di venture capital di rilievo formata da persone competenti. È chiaro che non vi è la stessa disponibilità di fondi che si può avere negli Stati Uniti, ma è anche chiaro che il numero di startup è decisamente ridotto”.

 

La tecnologia Beintoo ha rappresentato una parte cruciale di uno dei titoli mobile di maggior successo di quel periodo, Fruit Ninja. La software house di origine siciliana con sede a Milano ha infatti collaborato con Halfbrick Studios, la software house australiana che ha creato Fruit Ninja e Jetpack Joyride.

Le tecnologie di localizzazione di Cuebiq vengono anche utilizzate dagli sviluppatori di app per creare esperienze migliori per gli utenti, consentendo la pubblicazione di messaggi pubblicitari contestuali. Cuebiq sfrutterà la tecnologia blockchain per creare un mercato di dati aperto capace di portare valore economico non solo alle società che gestiscono dati e ai loro clienti, ma anche agli utenti finali.

“Fin dalla sua istituzione, Cuebiq si è impegnata a proteggere la privacy degli utenti, ottenendo le certificazioni NAI e TRUSTe”, ha affermato Antonio Tomarchio. “Questo impegno ha reso un fattore critico la volontà di collaborare con investitori che la pensassero allo stesso modo. Cuebiq non solo è conforme al GDPR in Europa, ma sta anche lavorando con le sue app partner per adottare lo stesso framework lungimirante in tutto il mondo. Riteniamo che la privacy e la trasparenza offrano vantaggi per tutte le parti interessate, dagli utenti finali agli sviluppatori di app fino alle data companies”.

“È per noi fonte di orgoglio che l’intero R&D dell’azienda sia basato a Milano, nella nuova sede che conta già oltre 40 dipendenti con un forte piano di crescita”, aggiunge Walter Ferrara, Country manager italiano. “Abbiamo moltissime posizioni aperte, disponibili nella sezione career del nostro sito, tra cui Data Engineers, Data Scientist, Full Stack Engineers in un contesto di innovazione tecnologica che ci ha portato all’uso di soluzioni top-notch”.

 

 

 

Drive-to-store, McDonald’s sceglie la location intelligence di Beintoo

L’azienda di fast food ha utilizzato BeAttribution Lite, nuova versione alleggerita del prodotto BeAttribution, per misurare l’efficacia delle campagne pubblicitarie mobile dedicate a promozioni brevi.
McDonald’s ha scelto Beintoo per verificare sul campo l’efficacia dei dati di location effettuando studi di analisi del traffico su campagne drive-to-store legate a brevi promozioni.

 

Mandatory Credit: Photo by Shutterstock (9077573o)
Scott McDonald (President and CEO, ARF), Antonio Tomarchio (CEO, Cuebiq), Mark Rabe (CEO, Sojern), David Wong (SVP, Product Leadership, Nielsen Watch), Chris Kelly (CEO, Survata)
Measuring Up seminar, Advertising Week New York 2017, Target Media Network Stage, PlayStation Theater, New York, USA – 27 Sep 2017


Grazie alla BeAttribution Lite della società tecnologica, una nuova versione alleggerita del prodotto di location intelligente BeAttribution, è possibile infatti effettuare questi studi su tutte le campagne, senza limiti di durata o delivery (numero di impression ecc.), restituendo accurati insights sulla risposta offline dei consumatori.
“La versione Lite è stata pensata per rispondere alle esigenze di diverse tipologie di player: dai grandi marchi che basano il loro business sulla diversificazione dell’offerta e hanno l’esigenza di promuovere diversi prodotti, ai piccoli brand che vogliono sfruttare gli strumenti della location intelligence per orientarsi verso il marketing data driven.
In un mercato dominato dall’omnicanalità, infatti, è fondamentale ottenere insights sulle singole iniziative di marketing con una frequenza periodica, motivo per il quale abbiamo pensato che questo prodotto sarebbe stato in grado di rispondere alle esigenze di McDonald’s.
Il brand, infatti, realizza spesso iniziative promozionali limitate nel tempo e, inoltre, si è sempre dimostrato aperto all’innovazione e alla sperimentazione di nuovi strumenti e prodotti”, afferma Luca Marmo, Sales Account Manager Beintoo.
L’azienda ha richiesto inizialmente un primo studio di BeAttribution Lite sulla campagna drive-to-store Crispy McBacon. Grazie alla tecnologia proprietaria, Beintoo ha erogato la campagna su specifiche audience e quantificato il numero di utenti che, dopo essere stati esposti al messaggio pubblicitario, si sono recati in uno dei punti vendita McDonald’s sul territorio nazionale.
Per misurare l’effettiva efficacia della campagna, inoltre, questi dati sono stati incrociati con quelli di un gruppo di controllo con le stesse caratteristiche che non era stato esposto al messaggio, generando così il dato di uplift, ovvero, il numero reale delle visite attribuite grazie all’impatto della campagna pubblicitaria.



La prima campagna drive-to-store ha ottenuto più di un milione di impression e portato nel punto vendita decine di migliaia consumatori su tutto il territorio nazionale, facendo registrare un tasso di visita compreso tra il 5% e il 7% (rapporto tra gli utenti raggiunti dalla campagna e le visite uniche presso gli store all’interno della finestra di conversione).
L’efficacia della campagna è stata dunque molto positiva, come dimostra il dato di uplift che ha registrato un incremento in linea con la media di settore. McDonald’s ha poi deciso di effettuare questo studio anche sulle campagne pianificate successivamente, migliorando ancora la tendenza positiva fino al raggiungimento di un uplift superiore al 15% per la campagna Salva Euro.
Lo studio di BeAttribution Lite ha fornito, inoltre, al cliente una dashboard navigabile dove poter osservare nel dettaglio per ogni campagna insights come: le visite, il tempo di permanenza, la distanza percorsa per raggiungere lo store, l’arco temporale trascorso tra la visione del messaggio pubblicitario e la visita in store e, infine, la creatività utilizzata.
Questo consente di poter analizzare con semplicità i singoli risultati divisi per regione, ed effettuare una valutazione minuziosa sull’efficacia delle diverse promozioni in relazione all’arco temporale e alla distribuzione geografica degli utenti e dei punti vendita.
Cosimo Vestito – 16 luglio 2019

Che dire ?!!!  Congratulazioni  alla famiglia Tomarchio e un grazie ad Antonio chè ci fa sentire più orgogliosi di essere siciliani. 
Ad Maiora Semper.

 

 

 

 

Maristella Dilettoso

 Maristella Dilettoso è nata e vive a Randazzo. Ha studiato a Randazzo, Bronte e Catania, dove ha conseguire la Laurea in Lettere Moderne nel 1976, discutendo la Tesi “Il fascino della distanza: due fiabe moderne presentate ai ragazzi”, relatore il Ch.mo Prof. Gino Corallo.

Dopo qualche breve esperienza di insegnamento, dal 1978 fino al 2011 ha diretto la Biblioteca civica della sua città. Tra i suoi interessi principali la pittura, la letteratura, il giornalismo, la storia e le tradizioni locali.

Nella pittura predilige il genere figurativo, i suoi soggetti sono paesaggi, nature morte, ma soprattutto angoli, monumenti e vie della sua città. Ha partecipato nel passato a diverse estemporanee e mostre collettive di pittura, aggiudicandosi un 1° posto (Maletto, 1980), ed altri riconoscimenti, ha tenuto una mostra personale a Bronte nel 1982; si è inoltre classificata al 1° posto nel Concorso indetto dal Comune di Maniace nel 1984 per il progetto dello stemma e del gonfalone.

 Ha redatto il testo della Guida turistica Randazzo città d’arte nel 1994, e, assieme ad altri, il testo della Guida alla Città di Randazzo nel 2002.
Ha pubblicato, assieme a don Cristoforo Bialowas, il volume Un beato che unisce : Randazzo e Montecerignone, nell’anno 2006, sulla vita e sul culto del beato Domenico Spadafora da Randazzo.
Nel 2008 ha pubblicato il volume Detti, sentenze, proverbi, storielle, modi di dire, aneddoti e usanze siciliane: un viaggio nell’universo randazzese. Per questa pubblicazione le è stato conferito nel 2008 il “Premio Bianca Lancia” nel corso delle manifestazioni di Medievalia a Brolo (ME), e nel 2009 il premio speciale della giuria per la sezione “Libro edito – Saggio”, nel concorso “Poesia, prosa e arti figurative 2009” indetto dall’Accademia Internazionale Il Convivio.

Maristella Dilettoso

Come giornalista ha firmato, fino ad ora, oltre 400 articoli, su argomenti vari: d’opinione, di cronaca, cultura, costumi e tradizioni, biografie, interviste, racconti, recensioni letterarie, collaborando a diverse testate, quali il Gazzettino di Giarre, Il Sette, il bollettino del Comune di Randazzo, Randazzo notizie, Famiglia domenicana (periodico dell’O.P.), il giornale della Diocesi di Acireale La Voce dell’Jonio (anche nella versione online, ed alla rivista Il Convivio, suoi scritti sono apparsi sul Giornale di Sicilia, La voce dell’isola, e su Prospettive.

È stata relatrice in alcune presentazioni di libri, conferenze e tavole rotonde, come una conferenza per la sezione l’Unitre di Randazzo sul tema “Le leggende di Randazzo” (2006) e una tavola rotonda su “Federico De Roberto a Randazzo” per l’Associazione RIS (2014), collabora occasionalmente con emittenti locali, ha fatto spesso parte di giurie in occasione di concorsi artistici e letterari.

Libro di Maristella Dilettoso

 

 

Produzione Letteraria

 Produzione artistica

 

 

Parlano di Maristella

Collana Etnografia

Titolo: Detti, sentenze, proverbi, storielle, modi di dire, aneddoti e usanze sicilane

Autore: Maristella Dilettoso  

Descrizione – Detti, sentenze, proverbi, storielle, modi di dire, aneddoti e usanze sicilane

«… si può con sicurezza affermare che la Dilettoso ha raccolto, illustrato e confrontato il mondo variegato delle tradizioni randazzesi da lasciare ben poco ad altri da spigolare nel vastissimo campo.
E pur avendo sottolineato nella sua introduzione di aver voluto circoscrivere il suo studio all’ambiente randazzese … e considerata una così grande importanza storica della città, questo ricco patrimonio culturale, regalatoci dall’ardua fatica della Dilettoso, non può restare circoscritto ad un ambiente delimitato al quale ha peraltro intrecciato una splendida corona, ma ha diritto di superare i ristretti confini geografici, di essere conosciuto, studiato e di far parte del prezioso tesoro delle tradizioni po­polari siciliane.
Di conseguenza, il volume merita di stare accanto alla produzione demologica dei grandi e meno grandi folkloristi dell’Isola, anche perché ricco di opportune annotazioni, con la finalità di agevolare l’intelligenza dei vocaboli e del senso della pregevole scelta dei proverbi.
E, inoltre, il volume mette in risalto una vasta erudizione, un’abilità non comune, una grande vivacità di fantasia, discernimen­to critico e un’arte singolare di descrivere della ricercatrice: proprio così, Mari­stel­la Dilettoso ha conservato uno dei più bei monumenti della nostra città e ha collocato un magnifico gioiello nel forziere nel quale vengono conser­vati i tesori della cultura popolare» (dalla Prefazione di Salvatore Agati).

L’Autore – Maristella Dilettoso

Maristella Dilettoso, nata a Randazzo nel 1951, laureata in Let­tere moderne all’Università  degli Studi di Catania, dopo brevi esperienze di insegnamento, dal 1978 dirige la Biblioteca comunale della sua città.
Si è occupata di pittura e disegno,  giornalista pubblicista, ha scritto articoli di cronaca, storia, arte, cultura locale, re­cen­sioni lette­rarie, collaborando a varie testate giornalistiche siciliane.
Ha pubblicato:
la Guida turistica ” Randazzo città d’arte” (1994), e con altri autori,
una Guida storico-turistica di Randazzo (2002) 
la monografia:  Un beato che unisce: Randazzo e Montecerignone (2006).

 

Randazzo / La parrocchia di S. Martino vive l’Anno Giubilare del seicentesco “crocefisso della pioggia” |

La voce dell’Jonio  19 maggio 2016

“Crocifisso della pioggia” di S. Martino, – Randazzo

La Parrocchia di San Martino in Randazzo celebra quest’anno il 475° anniversario della presenza del Crocifisso del Matinati, con un Anno Giubilare straordinario indetto da Papa Francesco.
Le celebrazioni del Giubileo, che si sono aperte il 13 settembre e si concluderanno il 20 settembre 2015 con una grande festa in onore del Crocifisso, si articoleranno per un anno intero attraverso celebrazioni parrocchiali, pellegrinaggi, concessioni di indulgenze, nel corso delle varie ricorrenze e festività previste dall’anno liturgico.  

In apertura, la sera del sabato 13, per desiderio del parroco, padre Emanuele Nicotra, durante la Messa serale, è stato inaugurato un nuovo quadro, realizzato dall’artista Giuseppe Giuffrida e offerto alla chiesa di S. Martino da due parrocchiani che hanno preferito restare anonimi: l’opera si riferisce a un momento particolare dell’eruzione dell’Etna del marzo 1981 – quella che distrusse molte case e terreni del territorio di Randazzo, e minacciò seriamente l’abitato – e rappresenta S. Giuseppe, patrono della città, che intercede per la sua salvezza. La celebrazione  eucaristica è stata presieduta dall’arciprete Domenico Massimino, parroco del Duomo di Giarre.

Domenica 14 settembre, sempre in S. Martino, è stato inaugurato ufficialmente l’anno giubilare per i 475 anni dall’arrivo del Crocifisso a Randazzo con una messa celebrata dal vescovo della Diocesi di Acireale Mons. Antonino Raspanti, e la partecipazione di tutto il clero della città. Nel corso della celebrazione il Vescovo ha consacrato il nuovo altare.

Vale la pena di ricordare brevemente, a questo punto, la leggenda cui è legato il “Crocifisso della pioggia” di S. Martino, chiamato comunemente dai randazzesi ‘u Signuri ‘i l’acqua:  opera pregevole di uno dei Matinati, famiglia di “crocifissari” rinomata in tutta la Sicilia, probabilmente Giovanni Antonio,  è una scultura dallo stile contenuto e dalle armoniche proporzioni.
Vuole la tradizione che, in una sera di settembre del 1540, alcuni uomini trasportavano il Crocifisso verso un paese dell’interno, cui era destinato; giunti a Randazzo, o perché sorpresi da un acquazzone, o semplicemente per il sopraggiungere delle tenebre, chiesero ricovero per il simulacro nella chiesa di San Martino. 
All’indomani, venuto il momento di riprendere il viaggio, non appena giunti sulla porta della chiesa, un violento temporale li costrinse a rimandare la partenza, e così per tre giorni di seguito, finché, interpretando il prodigio come una manifesta volontà del Signore di rimanere a Randazzo, il clero della chiesa non ne  formalizzò l’acquisto.
L’immagine, ritenuta miracolosa, è stata ne corso dei secoli oggetto di grande venerazione da parte dei randazzesi, che in passato, durante i periodi di siccità e carestia, si rivolgevano a lei per impetrare la pioggia, con digiuni, preghiere e processioni.

Maristella Dilettoso

 

Randazzo / Riconoscimento filiale per mons. Mancini. A dieci anni dalla morte, il Comune gli dedica una piazza.

 

Lo scorso 29 aprile 2016 , giorno del 10° anniversario della scomparsa di mons. Vincenzo Mancini,  la città di Randazzo ha voluto dedicargli una piazza con una cerimonia che ha visto la partecipazione di autorità religiose, civili, militari, parrocchiani e numerosi altri cittadini.
Mons. Vincenzo Mancini era nato a Randazzo il 26 agosto 1921. Seguendo una vocazione manifestatasi fin dall’infanzia, ricevette l’Ordine Sacro il 4 marzo 1944, dopo gli studi compiuti presso il Seminario vescovile di Acireale.
Erano gli anni tristi della guerra (solo pochi mesi prima il fratello maggiore, Alessandro, era perito in mare durante l’affondamento della corazzata Roma), Randazzo non si era ancora completamente destata dall’incubo dei bombardamenti e dell’invasione, dovunque vi erano macerie, lutti, fame e distruzione, e il clero dovette molto impegnarsi a dare assistenza e sostegno.
Fin dall’inizio del suo ministero, il neo sacerdote fu assegnato alla Basilica di S. Maria, e da allora la sua vita è rimasta legata strettamente, inscindibilmente, a questa chiesa, uno splendido tempio che affonda le sue origini nella leggenda, che si è arricchito nei secoli di tante opere d’arte, grazie anche al mecenatismo degli arcipreti che vi si sono succeduti, che ha accolto la comunità randazzese nei momenti più luminosi come in quelli più bui, superando, magnifica e indenne, terremoti, eruzioni e guerre.
Di questa chiesa mons. Vincenzo Mancini è stato, per ben 62 anni, custode e guida, dal 1° dicembre 1966, quando ne divenne arciprete e parroco, succedendo a mons. Giovanni Birelli.
La successiva nomina di vicario foraneo, da parte del vescovo di Acireale, gli conferiva un ruolo pastorale, oltre che giuridico e amministrativo, che si estendeva ben oltre i confini della parrocchia e della città di Randazzo, comprendendo anche Linguaglossa e Castiglione di Sicilia, ruolo di grande importanza, che lo promuoveva tra i più vicini collaboratori del vescovo, e che mons. Mancini ha svolto sempre con grande dignità e competenza, grazie a quella prudenza e innata saggezza, diplomazia, capacità di mediazione e autorevolezza, che lo hanno sempre contraddistinto.
Il suo impegno non restò circoscritto all’attività parrocchiale, ma si era esteso anche al mondo della scuola, con l’insegnamento presso il liceo classico “Don Cavina”, e all’assistenza agli anziani, perseguita e realizzata particolarmente attraverso la casa di riposo “Paolo Vagliasindi del Castello”.
L’istituzione, fondata nel 1929, e in un primo tempo aggregata all’ospedale civile, dal 1964 collocata in una struttura autonoma e dignitosa, lo ebbe nel 1956 commissario prefettizio, e dopo alcuni mesi presidente, carica, questa, che padre Mancini ricoprì, salvo brevi interruzioni, fino alla fine, e nella quale investì energie e impegno, promuovendo ampliamenti e ristrutturazioni dell’edificio, al fine di assicurare una vecchiaia e un’assistenza dignitosa e adeguata a tanti anziani di Randazzo e del circondario. Rimase attivo e presente nella vita parrocchiale, anche quando il fardello dell’età e degli acciacchi aveva cominciato a rallentare il suo passo, e nonostante il peso dei gravi lutti familiari che gli era toccato di affrontare negli ultimi anni. Si spense a 84 anni, il 29 aprile 2006.

L’Amministrazione comunale di Randazzo, considerato lo spessore del sacerdote e dell’uomo, e quanto mons. Mancini sia stato, nel corso del suo lungo mandato, un punto di riferimento, per tanti giovani, adesso cresciuti, per tanti anziani, per il clero locale, per la comunità parrocchiale e per la città tutta di Randazzo, con deliberazione di Giunta. n. 19 del 19.02.2016, stabiliva di dedicargli un’area cittadina.
La manifestazione del 29 aprile scorso, iniziata con una concelebrazione nella Basilica di S. Maria, presieduta dal vescovo della Diocesi di Acireale, mons. Antonino Raspanti, con la partecipazione dell’arciprete don Domenico Massimino e degli esponenti del clero di Randazzo, è proseguita con l’intitolazione dello spiazzo antistante il lato nord della chiesa e la sacrestia (‘a Tribonia), che si affaccia sul fiume Alcantara, e che da oggi, a ricordo di chi in quei luoghi ha operato per lunghi anni, si chiamerà “Largo mons. Vincenzo Mancini”.

 | La Voce dell’Jonio 4 maggio 2016 – Maristella Dilettoso 

 

la chiesa nera
Recensito 23 maggio 2016

La basilica di Santa Maria è la più famosa di Randazzo, e ha sempre costituito un’attrazione per turisti e visitatori. Interamente costruita in pietra lavica, la sua origine si perde nella leggenda. L’edificio, per come lo vediamo oggi, è il risutato di diverse fasi costruttive, fuse armonicamente. La parte absidale, la più antica, risale al XIII secolo.
All’esterno la costruzione è realizzata in blocchi squadrati di nero basalto, che non lasciano intravedere la malta tra le connessure. Oltre alle tre absidi merlate, dove si può vedere lo stemma di Randazzo, il leone rampante su uno scudo di marmo bianco, molto interessanti i due portali della facciata nord e sud, il campanile neogotico, costruito al centro della facciata nella seconda metà del XIX sec. sullo schema di quello originario, con tre ordini di finestre bifore e trifore, che alterna pietre bianche e nere, crendo con la sua bicromia un insieme artistico armonioso e suggestivo.
All’interno, una fuga di colonne in pietra lavica, alcune delle quali monolitiche, numerosi dipinti e oggetti preziosi.
Ricordiamo la Madonna di Pietro Vanni (1886) sull’altare maggiore, l’affresco con la Madonna del Pileri, sulla porta nord, legato alle leggendarie origini della chiesa, 6 tele del palermitno Giuseppe Velasco (sec. XIX), tra cui spiccano un’Annunciazione e il Martirio di S. Andrea, la Crocifissione del fiammingo Van Houmbracken (sec. XVII), la tavoletta di Girolamo Alibrandi sec. XVI) con La Madonna che salva Randazzo dalla lava, il Martirio di S. Lorenzo e di S. Agata, entrambi di Onofrio Gabrieli e il Martirio di S. Sebastiano di Daniele Monteleone, tutti del sec. XVII, la Pentecoste (sec. XVI), la tavola di Giovanni Caniglia (1548) cui s’ispira la Vara, il Battesimo di Gesù del randazzese F. Paolo Finocchiaro (1894), e un Crocifisso scolpito da frate Umile da Petralia.

 

 

 Articoli di Maristella

Maurits Cornelis Escher

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Maurits Cornelis Escher nasce a Leeuwarden, Olanda, il 17 giugno del 1898, quarto figlio di un ingegnere idraulico.

Nel 1903 si trasferisce con tutta la famiglia ad Arnheim dove, dal 1912 al 1918, frequenta il liceo con esiti disastrosi, tanto che alla prova di maturità viene addirittura respinto. Dopo essere riuscito con tanta fatica a conseguire il diploma, Maurits Escher si stabilisce ad Haarlem per seguire i corsi di architettura alla Scuola di Architettura e Arti Decorative, come voleva suo padre. L’architettura non interessa il giovane Escher quanto il disegno e, dopo pochi mesi, abbandona architettura per iscriversi ai corsi di disegno dell’insegnante di grafica Samuel Jesserun de Mesquita. Alla fine degli studi, come era quasi d’obbligo per tutti gli aspiranti artista, Maurits Escher fa un lungo viaggio in Italia e in Spagna nel 1922 dove rimane incantato dalla la prodigiosa complessità dalle decorazioni moresche dell’Alhambra, il castello di Granada. Proprio in Spagna scopre la tecnica dei “disegni periodici”, caratterizzati da una divisione regolare della superficie piana, disegni che diventeranno una costante di certe sue illustrazioni che lo renderanno celebre ed inconfondibile, nonché simbolo di un’arte contaminata dal pensiero scientifico.

Nel 1923 il pittore torna in Italia dove incontra Jetta Umiker, svizzera e l’anno dopo la sposa e compra casa a Roma, dove resterà per undici anni e da dove partiva per i suoi numerosi vagabondaggi. Durante gli anni italiani Maurits Escher prende moltissimi disegni e schizzi che si trasformeranno in litografie e comincia ad eseguire le incisioni su legno, servendosi di blocchi di faggio, della consistenza più dura, che gli permettono di tracciare delle linee sempre più sottili e di scolpire le sue sfere. Per trovare idee e spunti nuovi, viaggia molto, visitando ad esempio gli Abruzzi a piedi e molte località Italiane: è del 1929 la prima litografia “Veduta di Goriano Sicoli, Abruzzi”.
In questo periodo la sua produzione è ispirata alla natura ed ottiene un notevole successo con la sua prima mostra allestita Siena, primo passo in un susseguirsi di successi e affermazioni con esposizioni personali via via più corpose, nelle città europee fino in Olanda. In Italia, si afferma il regime fascista e il clima politico del paese diventa pesante, così alle prime avvisaglie di guerra si trasferisce con la famiglia in Svizzera, dove nel 1938 nasce il figlio Jan, avvenimento che lo allontanano dalla visione della natura per concentrarsi sulle sue immagini interiori.

In seguito, Maurits Escher, parlando della sua vita, definì l’anno della nascita di suo figlio come quello in cui maturò la svolta della sua vita: ” In Svizzera e in Belgio ho trovato molto meno interessanti sia i paesaggi che l’architettura, rispetto a ciò che avevo visto nel Sud Italia. Mi sono così sentito spinto ad allontanarmi sempre di più dall’illustrazione più o meno diretta e realistica della realtà circostante. Non vi è dubbio che queste particolari circostanze sono state responsabili di aver portato alla luce le mie “visioni interiori”.

La sua arte, ormai matura, riflette la sua visione del mondo che lo circonda e le elabora attraverso la fantasia, le realizza in architetture, prospettiva e spazi impossibili; le sue opere grafiche sono celebri per l’uso fantasmagorico degli effetti ottici. Il campionario sviluppato da Escher, contempla le sorprese più spettacolari che vanno da paesaggi illusori, prospettive invertite, costruzioni geometriche minuziosamente disegnate e altro ancora, frutto della sua inesauribile vena fantastica, che incanta e sconcerta. Nelle opere di Escher, l’ambiguità visiva diventa ambiguità di significato e dall’ osservazione delle opere e invenzioni di questo artista si intuiscono gli interessi e fonti di ispirazione, che vanno dalla psicologia alla matematica, dalla poesia alla fantascienza, che animano la sua mente geniale, affiancandolo a Michelangelo, Leonardo da Vinci, Dürer e Holbein. “La metamorfosi”, realizzata nel 1940 rappresenta una sorta di riassunto delle sue opere: densa di richiami alla geometria è una splendida storia per immagini in cui tutti i soggetti rappresentati si trasformano rapidamente in un qualcosa d’altro, in un continuo processo di mutazione.

Le case sul mare diventano scatole, perdono via via le loro caratteristiche, si trasformano in semplici cubi, in esagoni e alla fine in ragazzini cinesi; sono questi passaggi da una forma all’altra, dalla seconda alla terza dimensione che sconcertano l’osservatore. Due anni dopo venne pubblicato “M.C. Escher en zijn experimenten”. Nel 1941 si trasferisce in Olanda, a Baarn e, dal 1948, in concomitanza di mostre personali, tiene una serie di conferenze per illustrare il senso del suo lavoro. Nel 1954 M.C. Escher stabilisce un primo contatto con il mondo scientifico grazie alla sua esposizione al Museo Stedelijk di Amsterdam, in coincidenza con il Congresso Internazionale dei Matematici e, nel 1955, il 30 aprile riceve una onorificenza reale. Per il sessantesimo compleanno di Escher la città dell’Aia organizza una grande mostra retrospettiva per celebrare il suo genio, viene pubblicato “Divisione regolare delle superfici” e realizza la sua prima litografia dedicata alle sue celeberrime costruzioni impossibili : “Belvedere”. Dopo una lunga permanenza in ospedale, nel 1964 il pittore intraprende un viaggio in Canada, dove viene ricoverato ed operato d’urgenza.

Oltre ad essere un artista grafico, M.C. Escher si occupa di illustrazioni per l’editoria, progetta arazzi, francobolli e murales, un’attività senza sosta che gli vale il premio della Cultura della città di Hilversum. Nel 1969, in luglio, realizza la sua ultima xilografia, “Serpenti”, ma l’anno dopo subisce un’operazione e resta ricoverato per lungo tempo in ospedale, dopo di ché si trasferisce in una Casa di Riposo per Artisti a Iaren e muore il 27 marzo del 1972. La parte più originale della ricerca del pittore-matematico è quella riguardante la distribuzione del colore nei disegni periodici, per facilitare l’individuazione delle singole figure, ognuna delle quali deve svolgere alternativamente il ruolo di figura e di sfondo. Ad esempio, nei suoi Uccelli/Pesci, gli uccelli sono acqua rispetto ai pesci e i pesci sono cielo rispetto agli uccelli.

La sua teoria della “simmetria di colore” sui disegni periodici a due o più colori contrastanti, verrà scoperta solo parecchi anni dopo dai cristallografi che l’applicheranno con notevoli vantaggi nella classificazione dei cristalli e delle loro proprietà. Maurits Escher, popolare per le sue cosiddetto strutture impossibili, come “Ascending e Descending”, “Relatività”, le sue stampe di trasformazione, come “Metamorfosi I”, ” Metamorfosi II “, ” Metamorfosi III “e ” Sky & Water I o rettili “, non voleva dire nulla di più di quanto si vede nelle sue opere. La sua ricerca estetica è semplicemente una ricerca geometrico-formale, e la sua idea di bellezza risiede nella purezza del segno, nell’armonia, anche apparente, delle composizioni e nei paradossi illusionistici che solo la matita può creare. Eppure, al di là delle intenzioni consapevoli o inconsapevoli dell’artista e al di là dell’adesione ufficiale a un particolare movimento pittorico, le opere di Maurits Escher lo collegano al Surrealismo.

 

Maurits Cornelis Escher: breve biografia e opere principali in 10 punti

Due minuti per raccontare la vita dell’artista olandese, delle sue scale senza fine e delle sue prospettive impossibili.

Scale che non hanno inizio né fine, uccelli in volo che si fondono come il giorno e la notte, mondi impossibili che sembrano partoriti da un sogno. Osservare le opere di Maurits Cornelis Escher significa intraprendere un viaggio lungo i confini dello spazio, in una realtà che esiste in qualche anfratto profondo della nostra mente e quando viene a galla ci costringe a porci degli interrogativi su ciò che è vero e ciò che è solo apparenza. Eppure questo geniale artista olandese, forse non avrebbe mai creato quelle opere che lo hanno reso immortale, se la sua vita non lo avesse costretto a rinunciare al sole, al mare e agli splendidi paesaggi italiani.

LA VITA E LE OPERE DI MAURITS CORNELIUS ESCHER:
1. Maurits Cornelis Escher (1898-1972) è stato un incisore e grafico olandese. È conosciuto soprattutto per le sue incisioni che hanno per oggetto immagini basate su curiose simmetrie che esplorano l’infinito, paradossi matematici e prospettive (apparentemente) impossibili.

2. Escher non è stato uno studente modello, essendo carente in quasi tutte le materie, compresa la matematica, ad eccezione (ovviamente) del disegno.

3. L’Italia ha un peso rilevante nella vita di Escher. L’artista olandese vive infatti a Roma dal 1923 al 1935 con sua moglie Jetta Umiker che sposa a Viareggio nel 1924. È in Italia che nascono i suoi figli George ed Arthur. Escher ricorderà i suoi anni in Italia come “I migliori anni della sua vita”.

4. Escher approfitta del soggiorno italiano per percorrere la penisola in lungo e in largo in cerca di ispirazione. Oltre ad innamorarsi del sole, del mare e dei paesaggi del Belpaese, Escher è attratto dai piccoli villaggi della Calabria (es. Pentedattilo, sopra) e della Sicilia (CESARO’, MASCALI e RANDAZZO, in basso) che lo colpiscono per la particolare composizione e la struttura dei centri abitati che sembrano fondersi col paesaggio.

5. Lascia l’Italia per andare in Svizzera nel 1935 a causa dell’insopportabile clima politico causato dal fascismo. Nell’inverno del 1944 il suo grande maestro e amico Samuel Jessurun de Mosquita muore con la moglie e il figlio nel campo di concentramento di Theresienstadt, nella Repubblica Ceca.

6. Negli anni Quaranta Escher si trasferisce in Belgio e poi in Olanda. Da qui comincerà il suo periodo artistico più prolifico, in cui abbandonerà la riproduzione della realtà per rappresentare il suo mondo interiore. Escher motiva questa scelta spiegando che nei paesaggi di Belgio e Olanda non ha trovato nulla di così bello da ispirarlo, cosa che accadeva invece quando ammirava i paesaggi italiani.

7. Simmetrie, paradossi geometrici, luoghi che inducono a moti senza fine. La matematica e il calcolo sono componenti chiave per comprendere a fondo le opere di Escher. Lui stesso è stato amico di molti matematici come Bruno Ernst che su di lui ha scritto un libro “Lo specchio magico di M.C. Escher”.

8. Una delle opere più famose di Escher, Salita e discesa (1960) è ispirata all’illusione ottica dei matematici inglesi Lionel e Roger Penrose che ne avevano parlato in un articolo pubblicato nel 1958.

9. Day and night del 1938 (immagine in basso), Mani che disegnano (1948), Relatività (1953 – a lato) e Belvedere (1958) sono alcune delle opere più note di Escher.

10. Per le sue deformazioni spaziali capaci di creare mondi alternativi, Escher è stato molto amato dagli hippie e dalla controcultura dell’epoca, tanto che Mick Jagger scrisse una lettera molto amichevole (forse troppo) al maestro olandese per chiedergli di creare un’opera da usare come copertina per un album dei Rolling Stones. Escher rifiutò, chiedendo inoltre a Mick Jagger la cortesia di usare il “lei”, piuttosto che il “tu” nella loro corrispondenza.

 

“Solo coloro che tentano l’assurdo raggiungeranno l’impossibile.” (Maurits Cornelius Escher)

Maurits Cornelis Escher,inoltre esegue molte incisioni su legno e straordinariamente una bella veduta di CESARO’ con lo sfondo dell’Etna innevata, un panorama di RANDAZZO con in primo piano il Ponte sul fiume Alcantara, la Basilica di Santa Maria e di nuovo l’Etna innevata e una serie di litografie raffiguranti “la lava” che distrugge la città di Mascali (1928) ed il recupero di una villa circondata dalla lava.

Cesarò – 1933 Randazzo – Basilica di Santa Maria 1933 Mascali 1928

Mascali, la casa immortalata da Escher e ritrovata
             A novant’anni dall’eruzione che ha cambiato l’Etna

La litografia si chiama House in the lava near Nunziata e racconta la devastazione del 1928. La fotografa e documentarista Maria Aloisi, assieme alla crew di Etna walk, ha ricostruito la storia, ritrovando i ruderi di quella villa. 

Ritratta dal celebre Maurits Cornelis Escher, l’artista dell’impossibile e dei paradossi, House in the lava near Nunziata è una litografia che raffigura una grande villa completamente circondata dalla lava, nel piccolo borgo di Nunziata, frazione di Mascali, piccolo paese alle pendici dell’Etna.
Quest’opera, insieme a tante altre, è stata esposta al Palazzo della Cultura a Catania lo scorso anno, in occasione di una mostra che ha svelato, per la prima volta al pubblico siciliano, l’estro e le oniriche visioni dell’artista olandese.
Fu tra il 1928 e il 1936 che Escher si recò per lunghi soggiorni in Sicilia, affascinato dai paesaggi selvaggi e incuriosito dalla notizia della distruzione che la colata dell’Etna aveva seminato nel territorio di Mascali, nel novembre del 1928.


House in the lava near Nunziata

La stessa curiosità che ha spinto la fotografa, grafica e documentarista Maria Aloisi a indagare su quella litografia mascalese, dando una svolta alla storia di una villa diventata famosa nel mondo e, fino a questo momento, ritenuta perduta per sempre.rappresenta una testimonianza e un simbolo di quella che, sull’Etna, sarà ricordata come una delle eruzioni più devastanti degli ultimi secoli: interi campi coltivati completamente bruciati, abitazioni inghiottite dalla lava, popolazioni costrette a scappare e a lasciare in fretta le proprie case, comunicazioni ferroviarie e stradali interrotte e buona parte dei territori di Mascali e Nunziata sepolti in soli sei giorni.
«Dopo avere visto la litografia alla mostra mi sono attivata per cercare informazioni sulla casa nella lava – spiega Maria a MeridioNews – Ero affascinata da quest’opera e mi sono domandata se qualcuno avesse mai cercato i resti della villa o se invece era tutto perduto per sempre; grazie a un post su Facebook e a un’amica in comune, sono riuscita a rintracciare Francesca Failla, ultima erede della famiglia proprietaria della casa».
L’incontro di Maria con Francesca, tra i lucidi ricordi della signora e le fotografie ingiallite conservate gelosamente nei cassetti, si rivela inaspettatamente prezioso: «Sono andata a trovare Francesca convinta di fare una semplice chiacchierata e invece sono tornata a casa con in mano una splendida storia da raccontare», continua Aloisi che, poco dopo, decide di dare vita a un documentario per raccontare la storia di questa ricca famiglia caduta in disgrazia dopo l’eruzione, ma anche la storia di una tragedia che ha segnato le sorti di un intero paese.
«Escher ha dato un’altra vita a Palazzo Barabini, è così che si chiama la casa nella lava, dal nome della mia famiglia», racconta la signora Francesca Failla. «Vedendo la litografia ho avuto una grande emozione al pensiero dei miei nonni e di mia madre che abitavano proprio lì e di come poi le sorti della mia famiglia furono segnate dall’eruzione: agli splendori subentrarono gli stenti e mia nonna fu costretta ad appellarsi alla clemenza di Mussolini, chiedendo dei contributi che altrimenti non sarebbero arrivati, dato che mio nonno era dichiaratamente antifascista», continua Francesca.
«Non sono mai voluta andare a vedere un’eruzione dell’Etna: per la mia famiglia era un tabù», conclude l’ultima erede dei Barabini.
Negli ultimi mesi, durante la preparazione del documentario, Maria Aloisi, insieme a Giuseppe Distefano e Marco Restivo, documentaristi e fondatori di Etna walk My Etna map, hanno effettuato diverse ricerche e sopralluoghi per tentare di individuare i resti della casa della famiglia Barabini, nonostante tutte le voci e le notizie lasciassero pensare che della villa non ci fosse più alcuna traccia. «Abbiamo confrontato mappe antiche dell’Ufficio tecnico del Comune di Mascali, del catasto, fotografie dell’epoca, abbiamo consultato l’archivio dell’Istituto Luce e le preziose immagini dell’Eth di Zurigo e ci siamo fatti raccontare i ricordi di bambini degli ultimi anziani del paese.
 La difficoltà principale è stato muoversi in un territorio complesso, ampiamente martoriato dall’edilizia selvaggia e dall’abusivismo», spiega Maria.
Quando tutto sembrava perduto, l’aiuto decisivo per il ritrovamento della casa arriva grazie a una palma raffigurata in un’antica mappa che i tre documentaristi trovano presso l’Ufficio tecnico del Comune di Mascali.
Quella palma era la stessa ritratta da Escher nella litografia di House in the lava near Nunziata e, prima della catastrofica eruzione, fungeva come una sorta di faro per le persone che ogni giorno si recavano a lavorare presso gli agrumeti e i frutteti della proprietà dei Barabini.
 «Un ringraziamento particolare va al signor Zappalà, uno degli ultimi testimoni viventi dell’eruzione 1928, incontrato per caso mentre eravamo in centro a Mascali; un prezioso aiuto ci è stato dato inoltre da Leonardo Vaccaro dell’Associazione Mascali 1928 e dall’architetto Alessandro Cavallaro», conclude Maria Aloisi.
Il documentario La Casa nella Lava sarà visibile i primi di novembre a Mascali, nell’ambito degli appuntamenti dedicati al 90esimo anniversario dell’eruzione.
MICHELA COSTA 

a cura di Lucio Rubbino

Luca Sammartino

Luca Sammartino nasce a Catania il 21 febbraio 1985.

Di formazione cattolica, è da sempre impegnato nel mondo dell’associazionismo che è sempre stato il suo punto di riferimento nella contaminazione di idee e valorizzazione dell’impegno.
Ha giocato a livello professionistico a pallanuoto e quest’esperienza gli ha trasmesso i valori del “gioco di squadra”, della fiducia verso il prossimo e del rispetto delle regole.

Si laurea in Odontoiatra e Protesi dentaria all’Università di Catania con voto 110 e lode.

Nel 2012 diventa deputato dell’Assemblea Regionale Sicilia, ottenendo circa 13 mila preferenze nella lista dell’UDC. Diventa membro della Commissione Attività produttive, segretario della Commissione Cultura, Formazione e Lavoro e componente della Commissione Bilancio.
Nel 2014 fonda insieme a Lino Leanza il movimento politico “Articolo 4” di cui diventa capogruppo.
Nel 2016 decide di aderire al Partito democratico guidato dal segretario nazionale Matteo Renzi.

 

Luca Sammartino, Matteo Renzi, Davide Faraone

 

sen. Valeria Sudano e Luca Sammartino

 Alle regionali del 2017 viene rieletto per la seconda volta a Palazzo dei Normanni con il record di 33 mila preferenze nella lista del Pd.
Eletto presidente della V Commissione Cultura, Formazione e Lavoro dell’ARS e componente della Commissione Bilancio.
Il 6 novembre 2019 aderisce ad Italia Viva, il nuovo partito fondato da Matteo Renzi.
Ha portato avanti in prima persona battaglie politiche importanti, tra le quali il diritto allo studio, il riconoscimento dei Marina Resort per incentivare il turismo nautico, la lotta agli sprechi alimentari, l’introduzione degli appalti verdi, la sburocratizzazione della macchina amministrativa regionale, l’aiuto al trasporto pubblico locale.

E’ giusto ricordare che Luca Sammartino è figlio della d.ssa Nuccia Sciacca figlia a sua volta del dr Nino Sciacca, appunto per questo, per noi, Randazzese doc.

 

 

dr. Nino Sciacca con il nipote Luca Sammartino

   

Per saperne di più sulla sua attività professionale e politica clicca qui.
a cura di Lucio Rubbino

1956/1965 – Due Terribili Tragedie

La frazione di Montelaguardia nel 1956 aveva un piccolo plesso scolastico con una sola aula frequentata dai bambini della frazione.
Il 24 aprile all’uscita della scuola alcuni scolaretti invece di rientrare a casa si attardano a giocare nel vicino boschetto proprio dietro la scuola.
Uno di loro sfortunatamente trova un ordigno residuato bellico dell’ultima guerra mondiale.

Non è inutile ricordare come la nostra Città tra il 13 luglio ed il 15 agosto 1943 è stata bombardata dagli alleati Anglo/Americani, basti pensare che nel solo giorno del 7 agosto vi furono ben 24 incursioni aerei.
 

Si misero a giocare. La deflagrazione fu tremenda. Persero la vita:

Santo Russo di Sebastiano nato il 24 agosto 1946

Arturo Raciti di Giovanni nato a Randazzo 22 gennaio 1947

Domenico Barbagallo di Salvatore nato a Randazzo il 3 luglio del 1947.

Una immane tragedia che segnò per molti anni la nostra comunità.
a cura di Vincenzo Rotella

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Nello slargo che si forma alla fine della via Lanza  quando incrocia la via Marconi davanti al bel palazzo dei baroni Romeo   si consuma un’altra tragedia. La sera del 16 marzo 1965 due ragazzi giocano con le cartelle, gioco assai in voga in quel periodo. Si trattava di far girare le cartelle utilizzando il palmo della mano.
I due sono seduti davanti al portone del palazzo quanto all’improvviso scoppia una bomba che per alcuni è un residuato bellico per altri un ordigno inesploso che i contadini usavano per spaventare il “tempo”. 
Santino Franco di di 12 anni muore sul colpo, forse perchè più vicino all’ordigno, mentre Melo Marullo di 13 anni viene soccorso e trasportato con la macchina di  Vincenzino Quattropani a Catania all’ospedale Vittorio Emmanuele.
Sulla macchina vi era anche uno zio del ragazzo Santo Donato a cui il giovane gli raccomandava di non dire niente a sua madre ( i genitori si trovavano in Svizzera per lavoro) e che non facevano niente di male in quanto giocavano con le cartelle.
Durante la notte il ragazzo finiva di soffrire.
Su questo avvenimento molte sono state le illazioni e i commenti, purtroppo non è facile capire quello che veramente è successo e un certo oblio è caduto su questo fatto.
Le famiglie dei ragazzi erano molto noti e tutti si strinsero attorno al loro profondo dolore. 
 

 

Santino Franco nato a Randazzo il 27 marzo 1953

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Melo Marullo nato a Randazzo il 27 giugno 1952

 

 

 

 

 

 

 

 

a cura di Vincenzo Rotella

Carmelo Carmeni

Carmelo Carmeni nasce a Randazzo il 29 luglio 1972. Sposato con Maria Rita Giacca ha due figli Fabiana (10 anni) e Antonio (5 anni) che sembra voler seguire le orme paterne. 
Fin da piccolo ha una passione per la forgia,  il fuoco, il martello, l’odore del metallo fuso,  insomma tutto ciò che fa diventare un bravo fabbro artigiano. La sua passione lo porta sempre più a migliorarsi e perfezionarsi in questa non facile attività. Frequenta assiduamente la scuola di Stia (Arezzo) dove ha modo di apprendere i segreti del mestiere.


A Stia (oggi Pratovecchio Stia)  ogni due anni dal 1976 si svolge la Biennale Europea d’Arte Fabbrile che  è la più tradizionale manifestazione sul ferro battuto che si tenga con regolare cadenza in Italia e la più antica delle mostre d’artigianato artistico del ferro forgiato che con continuità si tengono in tutto il mondo. 
Nel 2013 nel  sesto campionato del mondo che si è disputato a Stia nell’ambito della XX Biennale Europea d’Arte Fabbrile il “nostro” Carmelo Carmeni vince  il titolo di Fabbro Campione del Mondo di Forgiatura” con l’opera dal titolo “Uno, Nessuno, Centomila” . ha preceduto nella classifica individuale l’austriaco Peter Reisinger e l’italiano Fabrizio Boccingher.
Dal titolo dell’Opera premiata si comprende il Suo profondo amore per la Sicilia. A nessuno penso sia sfuggito che il Carmeni ha voluto ricordare il capolavoro di Luigi Pirandello.
 
La gara,  ha visto la partecipazione di 200 fabbri provenienti da 20 paesi stranieri ed aveva come tema la “Plasticità”.

 

 

 

Carmelo Carmeni, il fabbro campione con il fuoco dell’Etna che gli arde nel cuore
La storia di un artigiano randazzese insignito del titolo mondiale di forgiatura nel 2013.
«Un mestiere/arte che consiglio ai giovani»

 

Carmelo Carmeni, il fabbro campione con il fuoco dell'Etna che gli arde nel cuore

Carmelo Carmeni

  
 

Il ribollente fuoco dell’Etna, sulle cui pendici vive, gli scorre nelle vene e nutre la sua passione, il suo mestiere e la sua vena artistica.
E come faceva il mitologico Efesto nel cuore del vulcano, Carmelo Carmeni,  47enne fabbro d’arte di Randazzo, campione del mondo di arte fabbrile nel 2013, batte e forgia il metallo piegandolo ai suoi voleri nella sua officina che, non per nulla, si chiama appunto “La fucina di Efesto”.
Un fuoco interiore che da sempre arde nel cuore di Carmelo Carmeni: «Sono stato contaminato dal vulcano – spiega con un sorriso -. La mia passione per il ferro battuto e la forgiatura nasce dalla mitologia. Finite le scuole dell’obbligo, ho iniziato a lavorare come apprendista fabbro a 14 anni. Ma in realtà già in precedenza avevo manifestato una certa attrazione per il fuoco, non perché fossi un piromane, ma perché l’energia del fuoco mi ha sempre attratto: così, sin da bambino giocavo costruendo oggetti con le aste degli ombrelli, che rendevo incandescenti forgiandole con le candele e battendole utilizzando un martello molto piccolo su una mazzetta da muratore senza manico che usavo come incudine».
Una passione, peraltro, non da figlio d’arte: «Mio padre di mestiere faceva il carbone. Io, con la mia forgia tradizionale a carbone, invece lo brucio».

Da apprendista fabbro, Carmelo Carmeni faceva soprattutto il saldatore, ma questa attività non lo soddisfaceva: decide quindi di mettersi in proprio, sorretto dalla passione e da una certa manualità innata. «Basta poi una scintilla per fare nascere una passione.
Ho iniziato a frequentare fiere e mostre e così ho scoperto altre realtà. In particolare, in Repubblica ceca ho assistito a una manifestazione sulla forgiatura e lì ho capito che esisteva un mondo assai diverso rispetto al mio».
Da autodidatta come era stato fino ad allora, Carmelo Carmeni comincia così nel 2004 a frequentare corsi di forgiatura: dapprima in Sicilia tramite l’Associazione Fabbri d’Arte, poi a Stia, nell’Aretino, dove esiste una scuola molto importante e si tiene la biennale di arte fabbrile, oltre che il campionato mondiale di forgiatura, una estemporanea durante la quale, in tre ore, i fabbri devono forgiare le loro sculture.
A Stia Carmelo Carmeni ha seguito la maggior parte dei corsi e, siccome non si finisce mai di imparare, tuttora, pur da campione del mondo 2013, continua a seguirne. Campionato mondiale al quale ha partecipato una sola volta, appunto nel 2013, quando ha vinto sbaragliando la concorrenza internazionale di circa 250 partecipanti, con una scultura denominata “Uno, nessuno e centomila” in onore di Luigi Pirandello.
«Per me è stata una bella esperienza, perché a fare la differenza non è il titolo, ma il confronto con altre realtà da tutto il mondo, quindi con tecniche, sensibilità, etnie e mentalità diverse. Il titolo è una soddisfazione, ma non si arriva mai a una meta, non significa nulla essere campione del mondo. Anzi, quello è solo un motivo in più per continuare a superarsi sempre».
L’idea di intitolare la scultura vincitrice “Uno, nessuno e centomila” è stata un omaggio a Pirandello ma anche dettata dal fatto che, «guardandola e riguardandola, mi sono reso conto che in quel pezzo c’erano tanti particolari e varie sfaccettature a seconda dell’angolazione dalla quale si guardava».

Un mestiere o un’arte della quale Carmelo Carmeni non potrebbe fare a meno perché la passione arde dentro di lui: «Io ritengo di essere un artigiano, non un artista. Questo lavoro a me dà la grande soddisfazione di essere libero di pensare, di fare, di costruire, di esprimermi senza vincoli. Per me non è un lavoro: io arrivo in officina la mattina, inizio a lavorare e, quando arriva la sera, mi sembra che siano passati appena cinque minuti, per me l’orologio corre troppo veloce, perché lavoro con una tale passione che non mi pesa».
E, considerato che Carmeni fa questo lavoro da 30 anni, non è una fortuna da poco né così comune…

 

Carmelo Carmeni

Un lavoro che Carmeni consiglia fortemente ai giovani, perché offre tante opportunità: «Gli artigiani stanno scomparendo, i giovani sono sempre meno. E di questo attribuisco la colpa alle istituzioni: lo Stato ha praticamente eliminato gli istituti professionali, mentre all’estero i miei colleghi hanno in officina giovani che provengono dagli istituti professionali e che hanno una certa formazione.
Qui in Italia, invece, non hanno nulla, qui studiano tutti per diventare avvocato o medico, ma non tutti lo possono essere. Purché qualcuno impari questo lavoro che oggi si sta perdendo, ho addirittura proposto al Comune di Randazzo di tenere corsi gratuitamente per trasmettere agli altri il mio sapere»
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Ma gli unici interessati, in linea di massima, sono gli stranieri:
«Ogni tanto ne ospito qualcuno, perché gli stranieri sono abituati a fare esperienze da vari artigiani, in modo da tornare a casa con un nutrito bagaglio di idee, in quanto da ciascuno prendono il meglio. È la cosa che faccio ancora io stesso: vado talvolta all’estero a lavorare nelle officine di altri fabbri. Gli italiani, invece, la prima cosa che chiedono è: “Quanto mi dai?”. “E tu che sai fare?”, è la mia risposta. “Prima impari e poi ti pago”. È giusto che un ragazzo che lavora percepisca uno stipendio, però prima deve imparare a lavorare».

Ecco che quindi ai giovani Carmeni consiglia di «imparare a lavorare, perché sporcarsi le mani lavorando non è vergogna. E poi bisogna avere fame di conoscenza: io ogni giorno ho sempre più voglia di imparare, la ricerca è bella».

Tra le difficoltà che incontra un artigiano/artista, Carmeni mette al primo posto il fatto che «le istituzioni non fanno nulla per garantire gli artigiani, le tasse ci distruggono». Di contro, la soddisfazione è essere «libero di esprimermi e di fare quello che voglio».
Perché, per Carmeni, per fare questo lavoro in fin dei conti «non occorre nulla, solo la volontà di lavorare. C’è soltanto un segreto per avere successo, anzi sono tre: il primo è lavorare, il secondo è lavorare, il terzo è lavorare. Fine».
Anche per le donne: «Nei Paesi esteri ce ne sono tante, soprattutto nell’Est Europa, ma anche in Germania, Austria e negli Usa. Donne fabbro che fanno tutto: forgiano, battono il ferro, realizzano il lavoro e poi lo montano. D’altronde, quale dovrebbe essere la differenza tra uomo e donna?».

 

Carmelo Carmeni

Prendendo forza da una terra, dalla sua Randazzo che, ammette Carmeni, «non riuscirò mai a lasciare: ci sono legato, io mi nutro da questa terra, il suo fuoco ce l’ho nel Dna e, quando sono fuori, magari anche per lavoro, mi manca il paese, l’Etna, l’officina, la forgia. Persino la domenica vengo qui in officina almeno 5-10 minuti, ne respiro l’odore e poi torno a casa. E, in qualsiasi parte del mondo vado, cerco sempre un’officina dove entrare, perché devo sentire l’odore del carbone, della forgia».
Impossibile, di fronte a tanta passione, avere quindi rimpianti, pur con la consapevolezza che altrove magari Carmeni avrebbe avuto maggiori opportunità:
«Però quello che fa la differenza tra una persona e un’altra è la tenacia, il credere nei progetti. È la perseveranza che premia. E io sono così».

 Maria Ausilia Boemi    
“La Sicilia” 30 settembre 2019

Di recente ha realizzato la targa per la intitolazione della piazzetta antistante il ristorante “La Bifora” davanti all’ingresso di quello che fu il Cinema Centrale di proprietà dell’avvocato Matteo Vagliasindi.
 Si chiamerà “Slargo Spartà” in ricordo di Antonio 57 anni, Vincenzo 26 anni e Salvatore 19 anni, che il 22 gennaio 1993 divennero “vittime di mafia”. 

 

      a cura di Lucio Rubbino                                                                     

Giuseppe Plumari ed Emmanuele – Codice Diplomatico della Città di Randazzo.

Proietto Di Silvestro Gioele

GIOELE PROIETTO DI SILVESTRO (Barman, mixologist)

Gioele Proietto a 12 anni.

Nasce a Taormina il 17 maggio 1988, all’età di 12 anni fa la sua prima esperienza lavorativa come barman e capisce che questo sarà il suo lavoro.

L’attività in questo settore lo porta a lavorare in diverse a attività di ristorazione e banqueting nella zona etnea.
Ha partecipato a diverse competizioni e corsi di perfezionamento sui metodi di preparazione dei cocktails in Italia ed in Europa. Fino a quando nel 2014 decide di trasferirsi in Francia, a Parigi dove tutt’oggi lavora.

Ecco la sua esperienza nella capitale parigina.

Gioele, come è nata la scelta di Parigi?

Io sono di un piccolo paesino meraviglioso che si chiama Randazzo in provincia di Catania, sull’Etna. Detta la Bourgogne d’Italia per restare in tema.
Perchè Parigi. È una scelta che mi è arrivata, più che io a scegliere lei. È iniziato tutto nel novembre 2014. Uno dei miei più cari amici d’infanzia, il buon caro Marco, era già qui per lavoro, è un pizzaiolo molto conosciuto. Ci incontrammo in paese e mi disse: “Sai Gioele sono a Parigi, se c’è possibilità tu verresti?”. Gli ho risposto: “Guarda aspetto una tua chiamata ed in 48 ore sono lì”.

Qualche mese dopo arrivò questa fatidica telefonata alle 11 di mattina, in 48 ore feci il biglietto ed iniziò il mio viaggio a Parigi, la mia avventura parigina.
Ho iniziato in questa pizzeria dove lui era capo pizzaiolo e si era occupato appunto dell’avviamento. Una pizzeria siciliana. Ringrazio anche il titolare con il quale poi è nata una bellissima amicizia. Titolari una coppia meravigliosa Francesco e Amelie. Ho imparato la lingua abbastanza in fretta e poi mi sono inserito nel mondo del bartending, della mixologia parigina. Quando arrivai a Parigi in effetti ero già un barman, avevo già degli anni di esperienza un po’ in tutta Italia. Non parlavo ancora bene il francese, e questo è un lavoro dove saper parlare è molto importante. Infatti ho fatto in fretta ad 
imparare la lingua dei cugini francesi, per potermi inserire bene.

Qual è il cocktail più richiesto qui a Parigi ?

C’è molto un ritorno negli ultimi anni, l’ultima tendenza, l’uscita dal periodo ciclico degli anni 90 , quindi di questi cocktail molto colorati, appariscenti, c’è stato un grande ritorno alla miscelazione dell’800 del 900, alla ricerca del cocktail vintage.

Sono riemersi dei cocktail meravigliosi quali il Vieux Carré, il Manhattan, il Negroni, che si afferma come l’eccellenza italiana nel mondo.

Il cocktail ha una grande storia, è un qualcosa che è sempre stato presente a livello di cinematografia, di arte, di correnti letterarie.

 

Elisa Alessandro intervista Gioele Proietto

Uno dei progetti che abbiamo sviluppato qui è stato la ripresa delle polibibite del ‘900 del Movimento Futurista. Molto sentito in Francia, anche perchè il Futurismo fu un movimento presentato su Le Figaro .

Portraits racconta degli italiani che si sono trasferiti a Parigi. Sulla base della tua esperienza, Parigi sì o no ?

Parigi, tutta la vita. Perchè è veramente una città dove la meritocrazia è uno dei pilastri del sistema sociale francese.

Quando sono arrivato qui conoscevo tre parole in francese : bonjour, bonsoir e cigarette, perchè purtroppo sono un fumatore.

In due anni e mezzo mi ritrovo ad aver affrontato, da quasi due mesi e mezzo a questa parte, una grossa apertura di un club che entra nello scenario del lusso a Parigi. È una grande soddisfazione, per un ragazzo italiano che arriva qui e parte da zero. Quindi come l’ho fatto io lo possono fare tutti. È una città che ti offre di metterti davanti allo specchio delle tue capacità e potenzialità, e lì dici “Ok, vediamo chi sono”.

Gioele ti ringraziamo tantissimo di aver partecipato!

Grazie a voi. Grazie a te. Vi aspetto tutti con piacere. E per dirla come un caro vecchio amico direbbe in questa occasione: spero que tout va bien. Ciao a tutti a presto.

E noi ci vediamo al prossimo appuntamento con Portraits !

 

PARIS – DEC 8, 2018 – Sacre Coeur Cathedral on Montmartre in Paris, France

 

Se vuoi partecipare a Portraits non esitare a scriverci: parigi@italiani.it.

https://parigi.italiani.it/portraits-quarto-appuntamento/

 

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Gioele Proietto Di Silvestro : questo è il nome del nuovo Chef Barman du Fou , questo bar parigino situato nel 2 ° arrondissement della capitale.  

Questo italiano da una famiglia di ristoratori ha avuto la  sua prima esperienza come barista all’età di 12 anni. 
  
Poi ha moltiplicato alcuni anni dopo le esperienze di restauro, prima di fare i suoi primi cocktail  al fianco dello Chef Danilo Fraccare . 
  
Da allora, ha stabilito legami nel campo della mixology e ampliato la sua rete, accanto a rinomati mixologist tra cui David Wondrich , Oscar Quagliarini ,Agostino Perrone , Mauro Mahjoub o Simone Caporale .  

Nel 2014, è arrivato in Francia e ha iniziato la sua avventura parigina come Brand Ambassador France di VKA , una vodka biologica premium della Toscana. 
  
Il suo gioco preferito in mixology? Perpetuare antiche tecniche di preparazione come l’Oleo Saccharum e 
moltiplicare i piccoli additivi magici come questa fiala di essenza di foglie di mandarino o la sua suite di “finali di cocktails” che tiene sempre su di lui!  

 

 

 

 

Alcuni Link che parlano dell’attività di Gioele.

Gioele Proietto Di Silvestro: nuovo chef barista a Parigi

Il bar parigino Le Fou ti invita a incontrare il suo nuovo Chef          

Proietto Di Silvestro Gioele
Gérant de PINOT

GIOELE CI INSEGNA COME  FARE UN COCKTAIL 

A cura di Francesco Rubbino

Parco Sciarone – Madonna di Fatima

 

Area Attrezzata demaniale Sciarone

Dal Comune di Randazzo si segue la segnaletica “Parco Polifunzionale Sciarone” a circa 1 km dal centro del comune si trova l’area attrezzata, l’ingresso al demanio Sciarone è consentito solo a piedi, l’area attrezzata si trova a circa 1 km da tale ingresso.
L’area attrezzata si trova a circa 600 m sIm – la vegetazione è costituita prevalentemente da bosco di roverella in passato governato a ceduo adesso in conversione ad alto fusto.
L’area comprende 8 tavoli completi di panche, presenza di fontanella per l’acqua, barbecue, l’area è accessibile a tutti, sono presenti i bagni anche per i disabili, area parcheggio esterna, sentiero natura, possibili escursioni in mountain-bike.
  –  Assenza di barriere architettoniche
  –  4 servizi igienici di cui 1 per disabili
  –  1 giochi: Percorso vita

Possibilità di effettuare pic-nic grazie a: 5 punti cottura, 16 tavoli, per un totale di 128 posti a sedere – 1 punto di acqua potabile.

 

 

 

   

 

 

Per avere più notizie complete visita il sito del Prof. Nino Grasso che ha dato il maggiore contributo alla realizzazione del Parco.

 

PARCO SCIARONE -RANDAZZO  =  NOSTRA SIGNORA DI FATIMA

 

 CONCESSIONE DELL’INDULGENZA PLENARIA AL PARCO SCIARONE

 

 

Nino Grasso intervistato sulle apparizioni nella rivista “Maria con Te”

La Sacra Penitenzieria Apostolica della Santa Sede, il 9 marzo 2019, ha emanato due DECRETI di concessione dell’Indulgenza Plenaria per il Parco Sciarone:
DECRETO 
     Viene concessa l’indulgenza plenaria a chi partecipa giorno 18 marzo 2019 alla solenne benedizione della Via Crucis e del Calvario, edificati dietro la Cappella di Nostra Signora di Fatima.
II DECRETO 
     Viene concessa per i prossimi 7 anni l’indulgenza plenaria nelle celebrazioni religiose annuali al Parco Sciarone:

13 Maggio festa della Madonna di Fatima

14 Agosto vigilia dell’Assunzione di Maria al Cielo (anniversario dell’inaugurazione della Cappella)

Ogni qual volta si celebra ufficialmente la Via Crucis.

Per lucrare l’indulgenza plenaria bisogna confessarsi, fare la Comunione e pregare secondo le intenzioni del Santo Padre.

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Articolo del Prof. Nino Grasso sulla Via Crucis e il Calvario realizzato al Parco Sciarone con il programma della manifestazione del 18 marzo 2019.

 

 

 PREMIO LETTERARIO

«IL “SANTUARIO SILVESTRE” DI NOSTRA SIGNORA DI FATIMA NEL PARCO SCIARONE DI RANDAZZO».

 

Giovedì 26 settembre 2019, si è svolta al Parco Sciarone la cerimonia della premiazione degli elaborati vincenti del Concorso Letterario «IL “SANTUARIO SILVESTRE” DI NOSTRA SIGNORA DI FATIMA NEL PARCO SCIARONE DI RANDAZZO». A presiedere l’evento è stato il Prof. Don Santino Spartà, ideatore del premio.

Alle 16.30 è iniziata la celebrazione della Via Crucis, guidata dal parroco del S. Cuore, P. Salvatore Grasso e seguita lungo tutto il meraviglioso percorso dai fedeli presenti con grande devozione e partecipazione.

Al termine del rito, davanti alla Cappella della Madonna, è seguita la premiazione dei vincitori a cui è stato consegnato sia il compenso in denaro che la pergamena. La Commissione ha riconosciuto come vincitori del Premio della I° Edizione 2019 i candidati:

CAGGEGI GIORGIO       CAMARDA LUDOVICO       CANTALI MATTIA      CONSALVO MARIO    DILETTOSO MORGANA

MAGRO GABRIELLA     PALERMO MARIA     SGROI VALENTINA     SPARTÁ FEDERICA.

Commozione hanno suscitato due particolarità dell’evento: la premiazione della signora Palermo Maria che, oltre ad aver partecipato al concorso, è venuta dalla provincia di Verona anche a ringraziare la Madonna di Fatima per la guarigione del marito.
Una pergamena speciale e un coppa ricordo sono stati anche donati ad una giovane signora che da anni assiste con grande dedizione il suocero Salvatore Sgroi cieco e bisognoso di aiuto.
Al termine della celebrazione, don Santino Spartà ha salutato i presenti con un “Arrivederci il prossimo anno”, dato che riparte per Roma, dove vive, ed ha promesso la II edizione del premio nel 2020.
Nino Grasso

 

     


 

 

Le Statue di Padre Pio

Guerra Santa per Padre Pio 

 

C’era una volta… C’era una volta, ai piedi dell’Etna, una città fortificata, dal clima salubre, circondata da monti, fiumi e vallate, ricca di monumenti e un tempo prediletta e frequentata da re e regine, ma… questa città era divisa in tre quartieri, fondati da tre genti diverse, lombardi, greci e latini, che vi avevano eretto tre chiese, e che con le loro rivalità, con le loro lotte per la preminenza, funestarono per secoli la storia della gloriosa cittadina, tirando in causa governatori, viceré, re, vescovi e pontefici.
A tal punto si spinsero le gelosie, che nel XV secolo ciascuna delle tre chiese a turno, per un anno, faceva da cattedrale e sede dell’arciprete, e, nel 1824, alla morte di Ferdinando I, la messa funebre si dovette celebrare in “San Nicola, perché in quell’anno funzionava da cattedrale, San Martino come cattedrale subentrante, e Santa Maria come uscente”. Così Federico de Roberto (Randazzo e la Valle dell’Alcantara, Bergamo 1909).
Eppure quella città aveva profonde e radicate tradizioni religiose, vantava un tempo ben 11 conventi e 99 chiese…
C’era una volta… e c’è ancora.
All’alba del terzo millennio questa città si ridesta, con un accanimento, una passione degni dei fasti dei secoli andati, rispolvera le sue ancestrali e mai sopite tradizioni, per cimentarsi in una lotta senza quartiere, o fra quartieri, se preferiamo.
Vero è che i nostri paesi erano adusi alle guerre di santi, dove, attorno a due culti antagonisti, si polarizzava tutta la vita sociale della comunità: addirittura, nell’omonima novella del Verga, persino un fidanzamento andava a monte per l’esacerbarsi dei contrasti fra la due fazioni. Ma nel nostro caso il bello, anzi il brutto, è che i contendenti non sono San Rocco e San Pasquale, ma un Santo solo, il Beato Padre Pio da Pietralcina, al secolo Francesco Forgione.
Non è il caso di descrivere minutamente i fatti, né la cronaca di tutte le battaglie di cui è fatta questa guerra, già abbastanza se n’è parlato, scritto e dibattuto, rinnovando ogni volta, dopo l’iniziale ilarità, un profondo senso di tristezza.
A illuminare i lettori, basti quanto segue.
In quella città, ch’è anche la nostra, in ossequio ad una consuetudine dilagante, si pensò un giorno di erigere un monumento a Padre Pio. Non sappiamo chi, per primo, abbia avuto l’idea, e a questo punto, forse, è irrilevante saperlo.
Come avvenne – in ambito però del tutto profano – per l’invenzione del telefono, attribuita alternativamente all’americano Bell e all’italiano Meucci, da una parte si ritenne di affidare l’esecuzione ad un bravo artista del posto, dall’altra di procedere ad una raccolta di fondi per realizzare l’opera.
E, quando già le iniziative si erano spinte abbastanza in là, si scopre che, in quell’unica città, si stavano per erigere ben due statue di Padre Pio, l’una in una piazzola di sosta lungo la scalinata che conduce al convento dei PP. Cappuccini (proprio dirimpetto all’abitazione dell’artista), l’altra nel giardinetto annesso alla chiesa di Maria SS. Annunziata.
Ironia della sorte vuole che la saggezza popolare, che da secoli si manifesta attraverso motti e proverbi, quando ci sia da definire un contegno ambiguo, di compromesso, ricorra all’espressione  mangiari ‘e Cappuccini e dormiri a’ Nunziata.
Tornando invece ai nostri giorni, pare che i tentativi di mediazione messi in atto, e volti ad unificare le due iniziative, sì da erigere un solo monumento, siano andati a vuoto per l’irriducibilità delle due parti, e che ciascuna abbia deciso di proseguire.
Nel settembre scorso, intanto, con una solenne inaugurazione, la prima statua ha trovato dimora lungo la scalinata dei Cappuccini, luogo ritenuto idoneo quant’altri mai dal momento che il Beato Padre Pio fu in vita un frate francescano.
Nel frattempo proseguivano i lavori per l’installazione dell’altra statua, inaugurata con altra solenne cerimonia lo scorso 23 marzo.
Inutili sono stati gli interventi delle Autorità ecclesiastiche locali e diocesane, inutili le esortazioni affinché si addivenisse a più miti consigli.  Niente.

Statua di Padre Pio nel giardinetto annesso alla chiesa di Maria SS. Annunziata

La statua di Padre Pio nella scalinata del convento dei Cappuccini realizzata e donata da Santino Papotto.


I due gruppi di preghiera, che si sono nel frattempo costituiti, fermi e irriducibili, pregano e recano fiori ciascuno per conto proprio, poco ci manca che ciascuno rivendichi: “Il nostro è l’unico vero Padre Pio, diffidate dalle imitazioni!”, ma c’è di più.
Qualcuno paventa che, da qui a poco tempo, ogni quartiere della città potrebbe volersi intestare l’erezione di un’altra statua.
Basta così. Lungi dalle nostre intenzioni voler essere irriverenti, e tanto meno verso Padre Pio che in vita fu uomo esemplare, timorato, obbediente e pacifico – soprattutto! – di santa vita, e che per i suoi meriti il prossimo 16 giugno si appresta a diventare Santo.
Qualche, anzi molte perplessità, invece, sul fatto che in nome della devozione, della pietas religiosa, si sia scatenata un’assurda querelle, nutrita di puntigliosità, schermaglie, intransigenze, che sarebbero sicuramente dispiaciuti all’umile frate di Pietralcina, una contesa che riporta Randazzo alle forse non sopite rivalità tra quartieri dei tempi andati.
Già, perché si trattava di Randazzo, forse c’eravamo dimenticati di dirlo.

(Maristella Dilettoso)

(articolo pubblicato sul Gazzettino di Giarre n. 13 del 2002)
n.b. : il testo è stato redatto in data anteriore alla canonizzazione di San Pio da Pietralcina, ed è per tale ragione che vi si adopera ancora l’espressione “Padre Pio”.

 

La Croce di ferro che i Padri Passionisti posero nel 1934 e la statua di padre Pio.  Notate qualcosa di strano !!??   (ndr)

 

Mazza Desiree

 

Desiree Mazza, nata a Bronte il 12 ottobre del 2005, vive a Randazzo con i genitori Gianluca e Angela Gullotto e il fratello Giuseppe, frequenta la classe terza della scuola secondaria di primo grado dell’istituto comprensivo Edmondo De Amicis.
Sin da piccola la sua voglia di conoscenza l’ha spinta verso la lettura e lo studio dove ottiene ottimi risultati. Studia danza e il venerdì pomeriggio mette da parte le scarpette da ballo per correre alle prove di musica un altra sua passione infatti studia musica dall’età di nove anni, suona il clarinetto nel complesso bandistico “Erasmo Marotta” di Randazzo.
Studia la lingua inglese dall’età di sette anni dove da poco ha conseguito la certificazione B1 Preliminary for schools, of Cambridge.
Ama il teatro e visitare luoghi d’arte. Sempre pronta a lavorare e a buttarsi in qualsiasi progetto trova il tempo anche per leggere e scrivere racconti e poesie.
All’etá di 10 anni, scrisse una lettera a Papa Francesco su iniziativa di don Santino Spartà che con la raccolta dei lavori dei bambini ne ricavò un libro “Meno male che c’è Francesco”, la lettere di Desiree non solo venne pubblicata nel libro, insieme ai lavori dei suoi coetanei, ma ottenne la pubblicazione sul settimanale “NUOVO “.
Nell’anno 2018 nell’ottava edizione del Premio Themis concorso indetto dall’Associazione Culturale Orizzonti Liberi, si classificò terza nella sezione opere artistiche, categoria scuola media inferiori, con l’opera dal titolo “Le leggi del cuore”  il cui tema del concorso era “la famiglia“.
Quest’anno nella nona edizione del Premio Themis, il cui tema erano i “legami”,con il racconto “Grazie, lo devo a te”si è classificata prima nella categoria scuola media inferiore.
La sua sensibilità d’animo, i valori in cui crede l’hanno portata a scrivere un racconto pieno di sani principi. Desiree,con il suo impegno costante e i suoi lavori ci porta a smentire l’idea che ci siamo fatti sui giovani d’oggi ritenuti superficiali, poco propensi allo studio e a qualsiasi attività che li porti a una crescita culturale.

Caro Papa Francesco
Mi chiamò Mazza Desiree, sono una bambina di dieci anni e frequento la Scuola Primaria.
La maestra di religione mi ha chiesto di scriverti una lettera, ma io, a dirti la verità, in un primo momento non avevo idea su cosa scrivere. Ho pensato: “Scrivere una lettera al Papa non è come scrivere una lettera a un amico, o a mamma e papà per Natale”. Ma poi, riflettendoci su, le idee sono affiorate nella mia mente.
Per prima cosa volevo chiederti come stai in salute, nelle ultime settimane ho sentito pareri diversi. C’erano persone in televisione che affermavano che hai una grave malattia, altre che smentivano la notizia. Certo che ricoprire una carica importante come la tua ti mette al centro di discussioni e di mille problematiche.
Ma io Ti rivedo in televisione, Ti leggo su internet e sui giornali e da quello che dici capisco che sei un uomo buono e umile. Ed è per questo che quando sei stato eletto Papa hai scelto il nome Francesco, in onore di San Francesco d’Assisi , l’uomo della povertà e della pace.
Forse il mondo aveva bisogno di un uomo come te per guida, un Papà attento alla sofferenza degli ultimi, che dia speranza per il futuro, un padre a cui affidare i nostri cuori in questo periodo difficile.
Io sono solo una bambina. Ma credo che se noi tutti unissimo le nostre forze in un’unica, grande preghiera da innalzare a Dio, se tutti gli uomini si rispettassero, tendendo la mano a chi ne ha bisogno, se, come dici tu “costruissimo non muri, ma ponti “, se non avessimo paura della bontà e della tenerezza, perché esse non sono le virtù del debole, ma, al 
contrario, denotano forza d’animo, capacità di attenzione e compassione, di vera apertura all’altro, forse il mondo sarebbe diverso, migliore.
Papa Francesco, ti chiedo di pregare Dio insieme a me, affinché si fermino l’odio tra uomini, le guerre, la miseria. Per colpa di tutto questo nel mondo ci sono bambini che non hanno un tozzo di pane, che non hanno vestiti, costretti a fuggire dal proprio paese, dalla propria casa e dai legami affettivi.

Preghiamo Dio affinché nell’uomo nasca la bontà.
Sperando che, per mezzo di te, questa mia preghiera giunga al più presto all’orecchio di Dio, ti saluto e ti mando un immenso abbraccio.

Desiree

 

TU CHE RENDI BELLO OGNI MIO GIORNO
E di sorrisi così se ne vedono tanti, ma così belli mai, così allegri mai.
Di occhi grandi così se ne vedono tanti ma così gioiosi mai.
Di un viso furbetto come il tuo ne è pieno il mondo ma per me è il viso più bello.
Una voce come la tua si è udita tante volte ma per me è la più armoniosa, mi rallegra il cuore.
Cresci con me, mio compagno di giochi e di mille avventure,
delusioni, gioie, dolori, quante ne condivideremo e ne affronteremo insieme ?
C’è tanta bellezza nella vita, nel cielo, in un prato, in un tramonto, nelle stelle ,
ma la vera bellezza è l’amore.
Stringi la mia mano nella tua, ne sento il calore, è forte, ha una stretta salda.
Salto io salti tu.
La vita è bella da quando sei arrivato tu nella nostra famiglia.

 

EMOZIONI
Sorge il sole su dolci colline,
l’erba verde ondeggia al soffio di una leggera brezza.
Brillanti i colori dei prati vivaci
con fiori profumati bianchi gialli e vermigli.
Fluisce rapida l’acqua del fiume
come uno specchio pieno di vita
e nell’aria si spande il suo suono scrosciante.
Batuffoli di nuvole solcano il cielo azzurro
mentre stormi d’uccelli si librano in volo.
Trabocca di gioia il cuore.

 

LEGAMI  

  Legami ritrovo in un album di foto ingiallite
in un fiore appassito tra le pagine di un libro
in una scatola dimenticata in soffitta
nelle pagine di un vecchio diario
in una maglia accantonata impregnata di storie.
Legami ritrovo in uno sguardo
in un profumo in un sorriso sincero
perfezionato da un abbraccio
  in un gelato tra vecchi amici che ritornano bambini.
Legami ritrovo tra i ricordi
sbiaditi fuori dal tempo
tra le memorie vaghe in fondo al cuore.
Legami che profumano di vita, di emozioni, di passioni.

 

 

          Grazie, lo devo a te    (con questo racconto Desiree ha vinto il primo premio THEMIS  – 2019)

Don, don. Ecco, i rintocchi della campana della chiesa vicina mi dicono di alzarmi e di iniziare una nuova giornata.
Non amo alzarmi presto e così resto un altro po’ a letto, un altro quarto d’ora, fin quando la campana non suonerà di nuovo. Ha sempre scandito le mie giornate fin dalla primissima infanzia.
“Anna è ora di andare all’asilo! Hai sentito la campana? Sono le nove”, mi diceva mia madre. Imparai presto che la questione tempo per lei era molto importante. Lei, affaccendata tra i suoi mille impegni quotidiani, non dimenticava mai i miei, inoltre, c’era sempre il campanile a scandire con i suoi rintocchi il passare del tempo: l’ora della merenda, l’ora di lasciare i giochi per correre a danza, per andare in piscina o in un dei tanti corsi in cui i miei genitori mi impegnavano. Andavo volentieri, ricordo di non essermi mai ribellata alle loro decisioni.
Figlia della fine del XX secolo, misi presto da parte i balocchi e con loro la mia infanzia, impegnata come ero tra lezioni di musica e corsi d’inglese. Pensavo che tutto questo era normale, d’altronde tutti i bambini, chi più e chi meno, frequentavano corsi, campeggi ed altro.
Don, don. Come sempre i rintocchi della campana mi dicono di alzarmi. Oggi è un giorno speciale, tra poche ore prenderò l’aereo e dopo tanto tempo riabbraccerò il mio caro amico Sef che mi ha invitato alla sua laurea.
Ricordo ancora il giorno in cui Sef arrivò nella nostra classe, fu a metà anno della prima media, durante l’ora di spagnolo. Bussarono alla porta e si presentò un ragazzo di colore, alto, smilzo con

due occhi grandi ed espressivi. Con voce tremante e con fare impacciato si presentò alla classe e il professore gli disse di accomodarsi nell’unico banco vuoto. Questo nuovo compagno, umile e silenzioso dai modi molto educati, nonostante non parlasse bene la nostra lingua cercava di integrarsi.
I suoi modi rispettosi e quello che, dopo, ci raccontò della sua vita mi incuriosirono e mi attirarono come un’ape al miele; almeno così era per me e credo anche per qualche altro compagno.
Un giorno la professoressa di italiano, forse per aiutarlo e farlo sentire parte della nostra comunità, gli chiese di parlarci un po’ di lui. Ci disse che era arrivato in Italia grazie all’aiuto di una famiglia che aveva conosciuto in Gambia e che si sarebbe presa cura di lui, qui nel nostro paese.
Parlò degli affetti che aveva lasciato. Ultimo di otto figli, aveva perso entrambi i genitori. Mentre proseguiva nel racconto la sua voce si incrinò e i suoi occhi si riempirono di lacrime. Frugò nello zaino, tirò fuori e mostrò alla classe delle foto dei suoi fratelli, delle sue sorelle, dei suoi cognati e anche dei suoi nipoti.
Grosse lacrime gli rigavano il viso. In quel momento mi ritenni una persona molto fortunata.
Io ogni giorno tornavo a casa da scuola, pranzavo con i miei genitori, andavo a dormire dopo aver ricevuto il loro bacio della buonanotte e la mattina la voce di mia mamma ed una sua carezza mi svegliava.
Ero davvero fortunata eppure sentivo un vuoto dentro di me.
Sef guardò per un’ ultima volta le foto e poi le mise via come una reliquia. Erano l’unico legame con le persone a lui più care, erano i ricordi del suo paese, della sua vita vissuta lì. Questo ragazzo aveva affrontato un lungo viaggio che l’aveva portato lontano da casa in mezzo a persone di lingua, cultura, religione diverse dalle sue. Dato che la mia vita era sempre stata scandita da impegni, programmata in ogni minuto, ora mi chiedevo se avessi mai avuto il coraggio di affrontare ciò che lui stava vivendo.
Io che, da ragazza timida e riservata qual ero, non riuscivo a stringere amicizia con nessuno questa volta con Sef cercavo di superare la mia timidezza. Spesso a scuola mi fermavo a parlare con lui, cercavo di insegnargli la nostra lingua e devo dire che egli si impegnava e riusciva ad imparare benissimo.Mi ascoltava con attenzione e notavo in lui una grande forza di volontà.
Con il tempo capii che per lui l’istruzione e la cultura erano importanti perché l’avrebbero aiutato a riscattare la sua vita, ad essere una persona libera e a farsi accettare in un mondo dove ancora oggi, purtroppo, lo straniero non è ben accetto.
Ricordo che mi citò una frase di Nelson Mandela: “L’istruzione è l’arma più potente che puoi usare per cambiare il mondo” e mi disse che l’aveva letta quando viveva ancora nel suo paese e che l’aveva fatta sua.
Un giorno lo invitai a casa, per aiutarlo un po’ in grammatica. Si presentò puntuale, con i suoi soliti modi semplici e con i suoi grandi occhi espressivi. All’inizio mi sembrò un po’ nervoso, come se avesse paura di muoversi. Noi abitavamo in un modesto appartamento in una piccola cittadina medievale, non vivevamo nel lusso. Mia madre, ossessionata dalla pulizia, teneva la casa ordinata e splendente.
Credo che tutto quell’ordine mettesse a disagio Sef, sicuramente si sentiva come un elefante in un negozio di cristalli.
L’indomani all’interrogazione di grammatica fece una bella figura, la professoressa si complimentò con lui e mentre ritornava al suo banco guardandomi mi disse: “Grazie, lo devo a te”.
Ciò mi rese felice e soddisfatta. In uno dei tanti pomeriggi in cui veniva a studiare a casa mia, mi chiese di andare a fare un giro in bici, così mandai un messaggio a mia madre, che era a lavoro e uscimmo prendendo una strada che ci portò fuori città
Sef iniziò a pedalare velocemente, prese la discesa, lasciò il manubrio e aprì le braccia, non era più l’elefante ora era un’aquila. Io cercavo di stargli dietro, nonostante la mia paura per la velocità. Provai l’ebbrezza del vento che mi accarezzava il viso e mi scompigliava i capelli. Poi Sef ,alla vista di una radura, si fermò, io lo raggiunsi e gli dissi che

ci eravamo allontanati troppo e che, se lo avessero saputo i miei, si sarebbero di certo arrabbiati.
Lui portandosi l’indice davanti alle labbra mi indicò di fare silenzio e mi disse di ascoltare.
Quel pomeriggio scoprii i suoni della natura, il ronzio delle api, il cinguettio degli uccelli, il frinire delle cicale. Da quel giorno appena potevamo io e Sef pedalavamo fin a quella radura e lì rimanevamo incantati a guardare le sfumature di un tramonto o semplicemente a passeggiare a piedi nudi sull’erba. Grazie a Sef iniziai a scoprire e ad assaporare le bellezze della natura, lui mi mostrava e mi parlava dei mille esseri viventi che popolano un prato, del perché un’ape viene attratta dal colore e dal profumo di un fiore.
Abbandonai qualche corso che frequentavo il pomeriggio e andavo a fare delle escursioni con lui o insieme giocavamo con la palla, con la play station oppure ascoltavamo musica. I miei genitori interpretarono i cambiamenti che avvenivano in me come una ribellione dovuta al periodo adolescenziale, non si rendevano conto che io stavo cambiando e che questo cambiamento non era dovuto alla crescita ma era in fondo quello che avevo sempre desiderato: una vita alla scoperta di qualcosa di nuovo, una vita diversa da quella che mi era stata imposta e che mi faceva crescere timida e riservata.
Avevo voglia di vivere la mia adolescenza e in fondo al mio cuore avevo sempre desiderato di urlare al mondo ciò che sentivo: nostalgia, solidarietà, amicizia, stupore nello scoprire le bellezze del mondo che ci circonda, della natura.
Tutti questi sentimenti sopiti dentro di me, proprio grazie a Sef, iniziai a provarli uno per uno: il desiderio di una vita piena di scoperte, la voglia di conoscere il mondo, la solidarietà verso un compagno straniero e infine il sentimento più grande al mondo, “l’amicizia”, quella vera, quella con la A maiuscola, quella fatta di risate ma anche di pianti, perché quando stai male ed hai un amico vicino non si piange da soli ma in due, ci si asciuga le lacrime insieme e si riparte più forti di prima.
Ormai poco mi importava se alle volte, mentre attraversavo i corridoi della scuola, qualcuno bisbigliava che ero amica di un “negro”.
In seconda media accadde un fatto che cambiò la mia personalità e da quella ragazzina paurosa uscì fuori un grande coraggio che portò a crearmi molte amicizie. Una mattina arrivai a scuola prima del solito e già dal corridoio sentivo dei strani rumori, come dei tonfi. Aprii la porta della classe e vidi alcuni ragazzi del terzo anno dare calci all’armadio dal quale provenivano dei lamenti, come un pianto. Mi feci coraggio e chiesi chi ci fosse all’interno, i ragazzi scoppiarono a ridere, qualcuno mi disse di stare alla larga. Capii che avevano rinchiuso Tommaso, il ragazzo autistico. Lo chiamai e gli dissi di stare tranquillo, che l’avrei fatto uscire. Uno dei ragazzi mi intimò di stare zitta e mi chiamò amica dei negri.
Non ci vidi più dalla rabbia e mentre cercavo di avvicinarmi all’armadio uno di quei ragazzi, da dietro, mi prese per le spalle e mi tirò via.
Intanto il pianto nell’armadio si faceva più forte. Proprio in quel momento entrò Sef in classe, capì la situazione e si diresse verso l’armadio. Uno dei ragazzi gli si parò davanti gridandogli di tornarsene al suo paese e chiamandolo “ sporco negro”.
Io dalla rabbia, non so come, diedi con tutta la mia forza un calcio ad uno dei ragazzi e Federico, un altro ragazzo, cercò di colpirmi ma Sef intervenne in mio aiuto. Finirono col litigare, durante la rissa caddero a terra fra urla d’incitazione e io ne approfittai per far uscire Tommaso dall’armadio.
In quel momento entrarono i miei compagni che trovandosi di fronte quella situazione dissero che avrebbero chiamato l’insegnante. Non ce ne fu bisogno, il professore stava arrivando in aula e i ragazzi accorgendosene se la diedero a gambe levate.
Tommaso era impaurito e sconvolto. Il professore cercò di calmarlo, lo portò in infermeria e chiamò i genitori. Poco dopo tornò in classe, ci chiese cosa fosse successo e come mai il nostro compagno fosse ridotto in quello stato. Io mi alzai in piedi, iniziai a raccontare, ma il ricordo di quell’istante fece tornare in me la paura e la rabbia, scoppiai a piangere e tra i singhiozzi dissi che se non fosse arrivato Sef in tempo chissà come

sarebbe andata a finire.
Ci pensò il mio amico, che intervenendo, finì di raccontare. Il professore volle sapere i nomi dei ragazzi di terza e dopo si allontanò dalla classe. Prima dell’uscita di scuola venimmo a sapere che i ragazzi erano stati sospesi. Nel pomeriggio mentre stavo studiando nella mia camera, mia madre mi chiamò e mi disse che c’erano delle visite. Entrai in salotto e vidi seduti sul divano i genitori di Tommaso, quando li salutai, la mamma di Tommaso si alzò e mi venne ad abbracciare. Erano venuti a ringraziarmi per aver difeso il figlio in classe, io dissi a loro che a difenderlo non ero stata solo io ma tutta la classe.
I genitori di Tommaso se ne andarono via dicendo che il loro figliolo era fortunato ad avere degli amici che si prendevano cura di lui.
Quel pomeriggio ricevetti delle telefonate da alcuni compagni che si complimentarono con me per il coraggio avuto e qualcuno mi invitò ad uscire nel week-end. La fine dell’anno scolastico arrivò presto, ormai l’estate era nell’aria e noi ragazzi non vedevamo l’ora di mettere da parte i libri per goderci le vacanze.
Arrivò il giorno della cerimonia dei diplomi, l’aula magna era gremita di persone, io lasciai i miei genitori nei posti assegnati a loro e raggiunsi la mia classe. Durante la cerimonia i ragazzi del coro della scuola intonarono “L’inno alla gioia”, altri lessero delle poesie e una ragazza di terza lesse il suo discorso agli studenti. A cerimonia quasi ultimata la parola passò al preside, che ringraziò i colleghi professori per il lavoro svolto durante l’anno, porse un saluto e un augurio ai ragazzi che avrebbero intrapreso una nuova carriera scolastica, ringraziò i genitori e gli alunni presenti. Infine disse che sarebbe stata assegnata una onorificenza agli alunni che si erano distinti in modo particolare per la loro umiltà, gentilezza, amicizia, qualità che rendono grande una persona e che questa grandezza non è dettata dall’uso della forza e della prepotenza ma da un cuore semplice e generoso.
Io nel frattempo cercavo di capire a chi potesse andare quel riconoscimento, nella mia mente scorrevano i nomi e i volti dei ragazzi della scuola.
Il preside continuò dicendo che lo studente si era distinto in modo particolare per la sua umiltà, per aver aiutato ad integrarsi il compagno straniero e per aver affrontato con coraggio un momento di difficoltà nell’aiutare un compagno di classe. “É con grande orgoglio che consegno la medaglia allo studente che con umiltà e gentilezza ha fatto riscoprire il grande valore dell’amicizia, Anna Rossi”.
La gente iniziò ad applaudire, io non credevo alle mie orecchie, con gambe tremanti salii sul palco, vidi lo sguardo orgoglioso dei miei genitori, ringraziai il preside, i miei insegnanti e dissi che quella medaglia la volevo condividere con coloro che mi avevano fatto scoprire il vero senso dell’amicizia, con Sef soprattutto, ma anche con tutta la classe.
Il preside a questo punto invitò il resto della classe a raggiungerci sul palco e fu una grande festa di applausi, di abbracci e di sorrisi.
Ci salutammo con un augurio di buone vacanze e con un arrivederci a settembre in terza.
Dentro di me non sentivo più il vuoto, era pervasa da un profondo sentimento: l’Amicizia. Sef, Tommaso, Eleonora, Luca, Gianluca, Francesco, Isabella, Rachele, Giuseppe, Angela, Fabio e Salvatore furono gli amici con cui trascorsi i più bei giorni della mia adolescenza.
Con qualcuno di loro, finita la scuola media, non ho avuto più il modo di frequentarli in modo assiduo, ma quando potevamo facevamo delle rimpatriate, con altri ancora oggi ho un buon rapporto.
Sef per altri cinque anni rimase il mio compagno di classe ed è il mio migliore amico. Alla fine delle scuole superiori nonostante si fosse trasferito a Milano per frequentare l’università che aveva scelto, il nostro rapporto di amicizia non finì, perché l’amicizia non conosce confini.
E così oggi mi ritrovo qui ad applaudire alla sua laurea con il cuore colmo di gioia, ripensando ai pomeriggi trascorsi insieme, a quando l’aiutavo con i compiti di grammatica o quando gli insegnavo la nostra lingua, alle corse in bicicletta, alle passeggiate in campagna.
Ricordo ancora il

ragazzo che quella mattina di metà anno scolastico, durante l’ora di spagnolo, entrò in classe, alto, smilzo, con due grandi occhi espressivi, con voce tremante e oggi faccio fatica a paragonarlo all’uomo che con voce sicura discute la sua tesi.
Mentre applaudiamo Sef si gira, mi guarda, mi sorride, fa un gesto e mi dice: “Grazie, lo devo a te”. Io ricambio il sorriso.
L’unica persona, però, che Sef deve ringraziare è se stesso, la sua buona volontà, la sua tenacia, la voglia di essere un uomo migliore, qualità che nessuno può dare e trasmettere.
Io gli ho solo dato la mia amicizia che lui ha ricambiato.
Ciò che ci unisce non è quello che ci accomuna ma ciò che ci rende diversi, perché l’uno completa l’altro.

La cerimonia della consegna dei premi THEMIS  (art. di Live Sicilia)

 

Luciano Fioretto

 Luciano Fioretto, nato a Catania il 11/12/1989

Fin dalla giovane età, grazie anche alle attività parrocchiali dell’epoca, si ritrova sempre su un palcoscenico. Dalle tavole del palchetto del salone dell’Opera De Quatris nasce la sua passione per il teatro, tanto da fargli intraprendere, dopo studi accademici, il percorso di attore professionista.

 

Teatro Degli Specchi di CT

Dopo essersi diplomato al Liceo Scientifico Michele Amari di Linguaglossa (Ct) nel 2009, Luciano Fioretto si accosta per la prima volta al teatro professionistico grazie al “Laboratorio di avviamento al Teatro” del Teatro degli Specchi di Catania, diretto all’epoca dal drammaturgo Aldo Lo Castro e dall’attore Marco Tringali.

Qui il suo debutto tra i palcoscenici del capoluogo etneo e non solo:

2010: “Sogno Di Una Notte Di Mezza Estate”, di William Shakespeare; regia di MARCO TRINGALI; “Festival Nazionale Di Regia Fantasio” Teatro Dell’Orologio di Roma; prod.Teatro Degli Specchi di Catania.

2011: “Bastardi A Cena”, di Salvo Giorgio; regia di MARCO TRINGALI; Magazzini Sonori di Catania, Gatto Blu-sala Harpago di Catania; prod. Teatro Degli Specchi di Catania.

2011: “Shakespearean Love Dream”, di Salvo Giorgio; regia di MARCO TRINGALI; TEATRO COMUNALE LEONARDO SCIASCIA DI ACI BONACCORSI (Ct); prod. Teatro Degli Specchi di Catania.

 

Classe triennio 2012/2015 Accademia d’Arte Drammatica Umberto Spadaro Teatro Stabile di CT

Dopo aver concluso il biennio di studi previsto dal Laboratorio del Teatro degli Specchi e dopo aver superato le tre fasi di selezione previste, Luciano Fioretto nel 2012 rientra tra gli allievi che formeranno il corso del triennio 2012-2015 dell’Accademia D’Arte Drammatica Umberto Spadaro del Teatro Stabile di Catania.

Qui si trova a seguire le lezioni di validi professionisti del settore quali:

Giuseppe Dipasquale, Ezio Donato, Mario Incudine, Filippo Brazzaventre, Donatella Capraro, Gioacchino Palumbo, Rita Gari e workshop con artisti del calibro di Vincenzo Pirrotta e Mariano Rigillo.

Il debutto artistico con lo Stabile di Catania avviene nel 2014 :

“Foemina Ridens”, di Giuseppe Fava; regia di GIOVANNI ANFUSO; musiche di MARIO INCUDINE; TEATRO A. MUSCO DI CATANIA, TEATRO COMUNALE DI TRECASTAGNI (CT); prod. Teatro Stabile di Catania, con protagonisti GUIA JELO e MIKO MAGISTRO.

Nel 2015, dopo aver concluso il percorso didattico e aver ricevuto il diploma, fa parte del cast dei seguenti spettacoli:

 

La volata di Calò con Mimmo Mignemi e Luciano Fioretto.

“La Volata Di Calò”, di Gaetano Savatteri; regia di FABIO GROSSI; TEATRO A. MUSCO DI CATANIA; prod. Teatro Stabile di Catania. Protagonista della pièce teatrale MIMMO MIGNEMI.

Trainspotting regia di GiamPaolo Romania

“Trainspotting”, di Irvine Welsh; regia di GIAMPAOLO ROMANIA; TEATRO SPAZIO NASELLI DI COMISO (RG), TEATRO A. MUSCO DI CATANIA, TEATRO DELL’ORCA DI CALTAGIRONE (CT); prod. Teatro Stabile di Catania e Spazio Naselli di Comiso.

 

Una Solitudine Troppo Rumorosa con Stefano Onofri

“Una Solitudine Troppo Rumorosa”, di Filippo Arriva liberamente tratto dal romanzo di Bohumil Hrabal; regia di FRANCESCO RANDAZZO; musiche di MARIO MODESTINI; TEATRO A. MUSCO DI CATANIA, TEATRO COMUNALE DI TRECASTAGNI (CT); prod. Teatro Stabile di Catania con protagonista STEFANO ONOFRI.

 

Il Giardino dei Ciliegi regia di Giuseppe Dipasquale – Mosca

La stagione 2015 si conclude con una trasferta dello Stabile di Catania a Mosca, portando in scena al FESTIVAL INTERNAZIONALE “YOUR CHANCHE” 2015 DEL TEATRO DI MOSCA “NA STASNOM”, “Il Giardino Dei Ciliegi” di Anton Cechov; regia di GIUSEPPE DIPASQUALE; musiche di GERMANO MAZZOCCHETTI; ruolo: ERMOLAJ ALEKSEEVIÈ LOPACHIN (protagonista); prod. Teatro Stabile di Catania.

Di ritorno dalla fortunata trasferta russa, nel 2016 Luciano Fioretto si ritrova a far parte del cast dello spettacolo:

 

La Cagnotte con Pippo Patavina e Vittorio Viviani

“La Cagnotte”, di Eugène Labiche; regia di WALTER PAGLIARO; musiche di GERMANO MAZZOCCHETTI; TEATRO G. VERGA DI CATANIA; prod. Teatro Stabile di Catania. Protagonisti della vicenda attori del calibro di PIPPO PATTAVINA e VITTORIO VIVIANI.

 

Sempre nel 2016 avviene l’incontro con il regista Antonello Capodici. Quest’incontro porterà Luciano Fioretto a entrare nel cast della tournée annuale regionale dello spettacolo:

“Orlando Pazzo”, commedia musicale in 3 atti di Turi Mancuso; regia di ANTONELLO CAPODICI; musiche di TURI MANCUSO; ruolo: NINO MARTOGLIO poi MEDORO (coprotagonista); Tournée regionale; prod. Teatro ABC di Catania.

Nel 2017, a conclusione della tournée regionale, fa parte degli spettacoli:

“Troppu trafficu ppi nenti”, adattamento di Andrea Camilleri e Giuseppe Dipasquale; regia di GIUSEPPE DIPASQUALE; TEATRO SILVANO TOTI GLOBE THEATRE DI ROMA diretto da GIGI PROIETTI; prod. Politeama srl in coproduzione con Teatro Della Città di Catania con: RUBEN RIGILLO, VALERIA CONTADINO, CARLOTTA PROIETTI e MIMMO MIGNEMI.

 

Toppu Trafifcu pi nienti _ Globe Theatre di Roma

Toppu Trafifcu pi nienti _ Globe Theatre di Roma

 

“Jeli il pastore”, adattamento di Lorenzo Muscoso; regia di LORENZO MUSCOSO; FESTIVAL VERGHIANO presso TEATRO CUNZIRIA di Vizzini (Ct); prod. Dreamworld Pictures.

 

Nel Tempo della Lontananza con Mariano Riggillo, Anna Teresa Rossini e Luciano Fioretto.

“Nel tempo della lontananza” La figura e l’opera di Luigi Pirandello nel 150° della nascita; regia di MARIANO RIGILLO; musiche di MATTEO MUSUMECI; Chiesa di San Francesco Borgia di Catania; iniziativa direttamente promossa da SOPRINTENDENZA PER I BENI CULTURALI E AMBIENTALI DI CATANIA con: MARIANO RIGILLO e ANNA TERESA ROSSINI.

Nel 2018, Luciano Fioretto fa parte del cast degli spettacoli:

“In attesa di giudizio”, di Roberto Andò da “Il mistero del processo” di Salvatore Satta; regia di ROBERTO ANDÒ; TEATRO G. VERGA DI CATANIA; prod. Teatro Stabile di Catania in collaborazione con Fondazione Campania dei Festival, Napoli Teatro Festival Italia e il Nuovo Teatro di Marco Balsamo. Protagonisti della pièce teatrale FAUSTO RUSSO ALESI e FILIPPO LUNA.

 

L’Inferno di Dante – Luciano Fioretto

 
 

L’Inferno di Dante – Luciano Fioretto

 

 

L’Inferno di Dante – Gole dell’Alcantara

 

L’Inferno di Dante – Luciano Fioretto

 

“L’Inferno Di Dante”, di Giovanni Anfuso da “Divina Commedia” di Dante Alighieri; regia di GIOVANNI ANFUSO; musiche di NELLO TOSCANO; presso GOLE DELL’ALCANTARA; prod. Vision Sicily & Buongiorno Sicilia.

 

Filippo Mancuso e Don Lollò con Pippo Patavina, Tuccio Musumeci e Luciano Fioretto

“Filippo Mancuso e Don Lollò”, di Andrea Camilleri e Giuseppe Dipasquale; regia di GIUSEPPE DIPASQUALE; musiche di MATTEO MUSUMECI; ruolo: BERTO MANCUSO; Tournée regionale; prod. Teatro Della Città di Catania. Protagonisti della vicenda la coppia PIPPO PATTAVINA e TUCCIO MUSUMECI.

 

Filippo Mancuso e Don Lollò con Pippo Patavina e Luciano Fioretto

 

Sempre nel 2018 arriva il primo cortometraggio con:

“Magic Show”, di Andrea Traina, Ornella Sgroi e Davide Vigore; regia di ANDREA TRAINA; ruolo: GIOVANE ULISSE POIDOMANI (protagonista da giovane); prod. Onirica S.r.l. con la collaborazione di Studio Riva. Protagonista NINO FRASSICA.

Il 2019 si apre con tre tournèe regionali:

“L’aria Del Continente”, di Nino Martoglio; regia GIUSEPPE PATTAVINA; Tournée regionale. A ricoprire i panni di Don Cola Duscio, protagonista della commedia, è lo stesso PIPPO PATTAVINA.

“Il Figlio Maschio” , di Massimo Leggio da “Il Bell’Antonio” di Vitaliano Brancati; regia MASSIMO LEGGIO; ruolo: VINCENZO CAVALLARO (Antonio Magnano); Tournée regionale; prod. Brigata D’Arte Sicilia. Protagonista MIKO MAGISTRO.

Attualmente, Luciano Fioretto si trova impegnato con la ripresa con tournèe regionale dello spettacolo:

“L’Inferno Di Dante”, di Giovanni Anfuso da “Divina Commedia” di Dante Alighieri; regia di GIOVANNI ANFUSO; musiche di NELLO TOSCANO; Tournée regionale; prod. Vision Sicily & Buongiorno Sicilia.

Il Castello-Carcere

 

 

Nino Di Stefano

 

Un randazzese girovago, Antonino Di Stefano. Oltre che nella città natale (dove ha studiato al collegio salesiano San Basilio), è vissuto a Messina, Napoli, Taranto, Perugia. Oggi, all’età di 67 anni, vive a Tradate, in provincia di Varese. Felice pensionato cura – insieme con la cara moglie Emma – i nipotini, il suo bel giardino, i suoi animaletti domestici.
Giornalista pubblicista, iscritto all’albo dal 1983, è specializzato in economia e finanza, aerospazio, Istituzioni europee. Oltre che “grillo parlante” su facebook, collabora con “RemoContro” del giornalista RAI Ennio Remondino e con “PaeseItaliapress”
 di Messina, diretto da Mimma Cucinotta. Fa parte dell’AGE, Associazione giornalisti europei, sezione italiana dell’AEJ, Association of European Journalists.

 

Nino Di Stefano con la moglie Emma

 

Di Randazzo conserva con gratitudine le radici, il ricordo di una infanzia felice, dei genitori Giuseppe e Maria Catena e della carissima nonna Paola. I suoi paesaggi, insieme dolci ed aspri, sono immagini indelebili.                                                   

Ha seguito studi di economia (non completati) presso l’Università Federico II di Napoli. Ha seguito corsi di specializzazione in comunicazione. Ha partecipato a migliaia di convegni di studio, in tutta Europa, principalmente in veste di giornalista.
Parla inglese e francese.
E’ stato consigliere nazionale dell’AGE, ex dirigente nazionale (commissione di accreditamento soci) della FERPI, Federazione relazioni pubbliche italiana, organismo che raggruppa gli operatori della comunicazione.
E’ stato Tesoriere dell’UGAI, Unione giornalisti aerospaziali, associazione per la quale ha organizzato convegni di studio specialistici.
Uguale incarico ha ricoperto presso la società sportiva di pallanuoto, ed il circolo nautico,  “Rari Nantes Napoli”.
Free lance, ha collaborato, tra gli altri, con i quotidiani e periodici: Napolinotte, Il Mattino di Napoli (supplemento economico “Lettera Sud”), Il Giornale di Napoli, Corriere di Napoli, Milano Finanza, Capitale Sud, L’Industria Meridionale (periodico dell’Unione Industriali di Napoli), Il Denaro, Roma, Napoli City, agenzia di stampa ASCA.
Funzionario di direzione del Banco di Napoli, per circa venti anni ha lavorato presso l’ufficio studi della banca come coordinatore di gruppi di lavoro nei settori: ufficio stampa e rapporti con i media; comunicazione interna (principalmente con la preparazione dell’house organ  “Nuove Frontiere Banco di Napoli” e la collaborazione al periodico “Dossier Unione Europea”); credito ed economia reale, con la redazione di studi e ricerche sull’andamento dei settori economici e del credito, in particolare per quanto riguarda l’area meridionale del Paese.
E’ stato anche dirigente sindacale regionale della UIL credito ed assicurazioni, sindacato per il quale ha curato il periodico “Casa Uilca”.

Autore, insieme con Matteo Paone, dello studio -pubblicato a cura della Camera di commercio di Napoli e del Centro studi Cresl- sulla “Evoluzione del sistema bancario e il Sud”, menzione speciale del premio internazionale  Guido Dorso nel 2006.

Per saperne di più e leggere suoi  articoli di economia e finanza  clicca qui

Grazie Nino, auguri a Te e alla Tua signora. Non dimenticare di venirci a trovare e di seguire il sito.

 

 

Alfio Mannino

Le congratulazioni di Tutti Noi. 

Fernando Mainenti – La Sicilia dei Castelli

Vito La Mantia

 

LA MANTIA, Vito. – Nacque il 6 nov. 1822 a Cerda, piccolo comune del Palermitano, da Francesco e da Rosa Arcara, entrambi appartenenti a famiglie dell’agiata borghesia terriera. Compiuti gli studi superiori a Termini Imerese, si trasferì a Palermo per iscriversi alla facoltà giuridica, dove ebbe tra i suoi maestri E. Amari e B. D’Acquisto.

Negli anni di studi universitari fu insignito del premio Angioino per l’economia politica e del premio Di Giovanni in lingua greca e latina, storia sacra e storia di Sicilia. A uno di tali premi è legata la sua prima pubblicazione, Sul modo di procurare la ricchezza e la civiltà delle nazioni (Palermo 1843), in cui il L. professava un’incondizionata adesione al liberismo economico, pur differenziando le proprie posizioni da quelle della scuola degli economisti siciliani di matrice autonomistica e liberale, quali R. Busacca e F. Ferrara.

Dopo qualche anno di pratica legale presso lo studio di P. Calvi, nel febbraio 1846 conseguì la laurea in giurisprudenza, dedicandosi, dopo un vano tentativo di ottenere un incarico universitario, all’avvocatura.

Antinapoletano convinto e prudente sostenitore del movimento liberale siciliano, restò tuttavia estraneo all’esperienza rivoluzionaria e costituzionale del 1848 e, di conseguenza, all’ondata di persecuzioni successive al ritorno dei Borbone. Fino all’Unità, continuò a esercitare la professione di avvocato. Risalgono a questo periodo diverse memorie difensive e il progetto di dotare il foro siciliano di una rivista di legislazione e giurisprudenza, gli Annali di legislazione e giurisprudenza patria e straniera: nel 1858 ne pubblicò il primo (e unico) volume, seguito dalla raccolta di Decisioni della Corte suprema di Sicilia (Palermo 1858), relativa al primo decennio di attività della Suprema Corte siciliana (1819-29).

Nel 1856, il L. sposò Antonina Salemi, sorella del democratico-radicale G. Salemi-Oddo. Dalla loro unione nacquero quattro figli, Francesco Giuseppe, Giuseppe – futuri collaboratori del padre e autori anch’essi di numerosi lavori storico-giuridici -, Rosa e Maria Concetta.

In un contesto culturale impoverito dalla fuga di cervelli causata dalla repressione borbonica, il L. avviò il primo nucleo di studi di storia dell’antico diritto siciliano. Nell’opuscolo Discorso sulle basi della legislazione seguito da un progetto di storia del diritto civile e penale in Sicilia (Palermo 1853), presentò l’ambizioso disegno che, con qualche modifica resasi ancor più necessaria a seguito dell’unificazione territoriale e legislativa del Regno d’Italia, avrebbe preso corpo con la pubblicazione della Storia della legislazione civile e criminale di Sicilia (I-IV, ibid. 1858-74). L’opera, che gli avrebbe dato ampia notorietà, è ancora oggi punto di riferimento per gli studi di storia del diritto siciliano.

Articolata su due grandi aree temporali (dai tempi primitivi all’espulsione degli Arabi dall’isola e dalla conquista normanna sino ai suoi giorni), la Storia della legislazione, dopo i primi due volumi pubblicati nel 1858 e nel 1859, fu completata dopo l’Unità d’Italia (Palermo 1866 [ma 1868] e 1874), finendo per costituire una sorta di testimonianza dell’impatto con il processo di unificazione e codificazione nazionale.

Il 6 agosto 1860 il L. fu nominato giudice del tribunale civile di Palermo, entrando così a far parte della rinnovata magistratura siciliana. Nei trentacinque anni di attività giudiziaria, il L. continuò a coltivare gli studi di storia del diritto, spesso anteponendoli a interessanti prospettive di carriera e affrontando con rigore la difficoltà di conciliarli con i doveri del suo ufficio. All’età di 73 anni, pressato dal carico di lavoro connesso ai compiti di consigliere di Corte di cassazione, chiese l’anticipato collocamento a riposo, per dedicarsi totalmente alla ricerca storico-giuridica e, in particolare, ai lavori sulle consuetudini siciliane.

Vito La Mantia

La dimensione praticistica dei suoi studi, sollecitati sin dagli anni giovanili anche da esigenze di natura professionale, trovò alimento nell’attività di magistrato: le indagini per risolvere le controversie sottoposte alla sua cognizione si associavano alla ricerca storica sulle fonti, ritenuta necessaria per dominare un sistema giuridico di tipo codicistico, ma con vaste influenze dell’antico sistema giurisprudenziale del diritto comune. Rivelavano interferenze tra il lavoro di giudice e l’impegno di storico del diritto i numerosi approfondimenti su argomenti presi in esame in ragione del suo ufficio.

Si ricordano, in proposito, le ricerche in tema di prescrizione centenaria, di diritti del Pubblico Demanio sulle spiagge e terreni adiacenti, di decime siciliane e di tonnare. Su quest’ultimo argomento il L. pubblicò la monografia Le tonnare in Sicilia (Palermo 1901), che riprendeva una nota alla sentenza della Corte di cassazione di Palermo del 22 marzo 1890, di cui era stato estensore. Lo studio ricostruiva, con ampio corredo di fonti documentarie e normative, la regolamentazione giuridica delle tonnare siciliane, ripercorrendone le tappe: dal sistema della libertà della pesca, riconosciuto dal diritto romano, alle concessioni di età normanna, sveva, angioina e aragonese, fino alla normativa di età borbonica e alla vigente legislazione unitaria. Un esame già effettuato in occasione del giudizio di cassazione, non per gusto antiquario ma per ragioni processuali, poiché, pur nel vigore della normativa nazionale, il caso concreto esigeva, per accertare il titolo del possesso, un’indagine storica sulle fonti.

Riconducibili ai suoi percorsi di carriera furono anche le ricerche sugli statuti di Roma, primo passo verso l’ambizioso progetto, rimasto incompiuto, di scrivere una storia della legislazione italiana. Il L. iniziò questo filone di studi quando, nel 1877, trasferito a Perugia in seguito alla promozione a consigliere di corte d’appello, fu costretto ad allontanarsi dagli archivi siciliani e quindi a sospendere le ricerche da tempo intraprese sulle consuetudini delle città di Sicilia. Avviate in occasione del rinvenimento di un codice membranaceo custodito nell’Archivio segreto Vaticano, le indagini sfociarono in un breve saggio intitolato Statuti di Roma: cenni storici (Roma 1877), che costituì il primo lavoro critico intorno agli statuti romani di età medievale. L’illustre Eugène de Rozière elogiò il lavoro, conferendo al L. notorietà e consensi negli ambienti storico-giuridici e letterari d’Oltralpe e consacrandolo come l’iniziatore di quegli studi. Affrontato in un più articolato saggio dal titolo Origini e vicende degli statuti di Roma (Firenze 1879), il tema sarebbe stato successivamente ripreso e sviluppato nella memoria I Comuni dello Stato romano nel Medio Evo (s.l. 1884) e, quindi, nella più vasta opera Storia della legislazione italiana, I, Roma e Stato romano (Torino 1884). A questo volume fu riservata, però, un’inattesa, negativa accoglienza da parte della intelligencija accademica.

Se la parte relativa alla ricostruzione delle fonti – la cosiddetta “storia esterna” – fu unanimemente apprezzata, il metodo storico-sistematico, con il quale il L. seguì cronologicamente l’evoluzione del diritto, degli studi giuridici e della giurisprudenza per aree politico-geografiche differenziate, suscitò aspri giudizi. Il tentativo di passare da una dimensione localistica a una storia del diritto nazionale produceva una somma di storie regionali che prendevano in sostanza le mosse dall’età comunale. Scelta infelice in anni in cui proprio alla storia del diritto italiano e al diritto romano si affidava il compito di saldare i nessi dell’unità culturale della nazione italiana, all’insegna della continuità tra l’antica Roma e l’ottocentesco Regno d’Italia.

Forse in conseguenza di quelle critiche, il L. archiviò il progetto di una storia generale del diritto italiano e tornò a dedicarsi agli studi sull’antico diritto siciliano e, soprattutto, ai lavori sulle consuetudini delle città di Sicilia, che suscitarono interesse e approvazione tra i contemporanei e ai quali ancora oggi è in gran parte legata la sua notorietà.

Avviati intorno agli anni Sessanta, con la pubblicazione di una raccolta di Consuetudini delle città di Sicilia (Palermo 1862) in cui si limitava a includere i capitoli di diritto civile ritenuti utili per risolvere questioni pendenti in giudizio, gli studi sulla legislazione cittadina sarebbero stati da lui approfonditi in successivi lavori: Notizie e documenti su le consuetudini delle città di Sicilia, monografia pubblicata a puntate nell’Archivio storico italiano, poi raccolta in estratto (Firenze 1888); le Consuetudini siciliane in lingua volgare, in Il Propugnatore, XVI (1883), pp. 3-73; Leggi civili del Regno di Sicilia: 1130-1816 (Palermo 1895). Seguirono altri saggi che confluirono nell’ampia silloge Antiche consuetudini delle città di Sicilia (ibid. 1900), comprensiva non solo dei testi delle consuetudini in senso stretto, ma di gran parte dello ius proprium, costituito da privilegi, capitoli, ordinationes ecc. Una scelta apprezzata, che avrebbe consentito di registrare in modo organico l’estensione delle libertates vantate, in tempi diversi, dalle varie città siciliane.

Socio dell’Accademia di scienze, lettere e arti di Palermo e della Società siciliana per la storia patria, il L. fu anche assiduo collaboratore del più originale tra i cenacoli culturali palermitani, il Circolo giuridico, editore dell’omonimo periodico (dopo la morte del fondatore, Circolo giuridico Luigi Sampolo), fra le cui pagine pubblicò, a puntate, dal 1883 al 1894, il saggio Diritto civile siciliano esposto secondo l’ordine del codice italiano. Il lavoro, in cui ripercorreva la tradizione giuridica isolana in aderenza con la sistematica del codice civile del 1865, fu poi dato alle stampe, nella redazione completa, nel citato volume Leggi civili del Regno di Sicilia.

Protagonista di vivaci polemiche con storici del diritto italiani e stranieri (particolarmente aspre quelle con O. Hartwig, A. Del Vecchio, A. Todaro della Galia), che rivelavano l’intransigenza e la spigolosità del carattere, fu peraltro legato da rapporti di amicizia e cooperazione con illustri esponenti della cultura giuridica nazionale, da F. Sclopis a P.S. Mancini, su invito del quale scrisse diverse voci dell’Enciclopedia giuridica italiana. Collaboratore di prestigiose riviste storiche e giuridiche nazionali, il L. pubblicò, tra monografie, saggi, memorie, recensioni e scritti polemici, oltre cento lavori.

Coadiuvato dai figli il L. completò altri lavori originali in materia di diritto consuetudinario, come quelli sulle Consuetudini di Paternò (Palermo 1903) e le Consuetudini di Randazzo il testo originale e completo lo puoi trovare nella pagina “Libreria” del sito –   (ibid.1903), riproponendosi di dare alle stampe in tempi brevi un volume conclusivo sulla legislazione cittadina siciliana di età medievale e moderna.

Il progetto non si realizzò. Vito La Mantia morì a Palermo, dopo breve malattia, il 16 giugno 1904.

Apparve postumo, per cura dei figli, il volume L’Inquisizione in Sicilia. Serie dei rilasciati al braccio secolare, 1487-1732. Documenti su l’abolizione dell’Inquisizione 1782 (Palermo 1904), che completava il suo precedente lavoro sull’Inquisizione siciliana (Origine e vicende dell’Inquisizione in Sicilia, ibid. 1886). Si tratta di un’opera ricca di documenti inediti, capace di suggerire interessanti itinerari di ricerca, e in grado di offrire agli studiosi un prezioso materiale per indagini ancora passibili di sviluppi.

Fonti e Bibl.: Arch. di Stato di Palermo, Commissione Pubblica Istruzione, bb. 198, 325; Palermo, Arch. stor. dell’Università, Premi Angioini, a. 1840; Premi Di GiovanniAtti diversi1845-52, b. 129; Ibid., Biblioteca centrale della Regione siciliana, Autografi, LVII.4421; Ibid., Biblioteca comunale, 2.Qq.C.248, n. 1; 5.Qq.D.351, nn. 1, 2; 5.Qq.D.101, n. 19; Ibid., Società siciliana per la storia patria, La Mantia, cart. I, b. 41: Raccolta di dati e documenti riguardanti Giuseppe La Mantia per la sua biografia – fatta da sé stesso; cart. I, b. 42: Scritti e documenti vari riguardanti la famiglia La Mantia e discendenti; cart. VII, b. 87: Storia di Cerda; cart. VIII, b. 99: Vendita fondi, gabelle famiglia Oddo-La Mantia dal 1801 al 1819; cart. XIII, b. 175: Donazione alla R. Accademia d’Italia; Roma, Arch. centr. dello Stato, Ministero di Grazia e Giustizia, Uff. superiore del personale, ff. personali dei magistrati, I vers., b. 215, f. 36.630: V. L.; Ibid., Museo centr. del Risorgimento, Carte Mancini, bb. 753, n. 5 (1 e 18); 753, n. 8 (2, 3 e 14); 871, n. 107.

Necrologi e commemorazioni: G. Lodi, Seduta sociale del 14 ag. 1904 (breve commemorazione del socio V. L.), in Arch. stor. siciliano, XXIX (1904), p. 460; L. Sampolo, V. L., in Circolo giuridico, XXXV (1904), pp. 164 s.; Riv. stor. italiana, XXI (1904), p. 380; L’Illustrazione italiana, 3 luglio 1904, p. 14; L’Araldo italiano – The Italian Herald, 10 luglio 1904; G. Graziano, Nel primo centenario dalla nascita di V. L.: discorso del cav. G. G., sindaco di Cerda pronunziato a 6 nov. 1922, Palermo 1922 (poi in F. Russo, Il cuore di Cerda. Piazza Vito La Mantia, Cerda 1988); A. Sansone, Mezzo secolo di vita intellettuale della Società siciliana per la storia patria (1873-1923), Palermo 1923, pp. 218 ss. Sulla figura di storico del diritto: A. Solmi, La storia del diritto italiano, Roma 1922, pp. 5, 18, 23; P. Del Giudice, Storia del diritto italiano, II, Fonti, Legislazione e scienza giuridica dal secolo decimosesto ai giorni nostri, Milano 1923, pp. 383-385; F. Patetta, Storia del diritto italiano. Introduzione, a cura di L. Bulferetti, Torino 1946, pp. 185 s.; C. Avella, Bibliografia delle opere di V. L., tesi di laurea, Univ. degli studi di Palermo, facoltà di lettere, a.a. 1948-49; B. Paradisi, Gli studi di storia del diritto italiano dal 1896 al 1946, in Id., Apologia della storia giuridica, Bologna 1973, pp. 108 s., 116; M.S. Guccione, Per una biografia di V. L., in Il Tommaso Natale, III (1975), pp. 224-234; M. Bellomo, Problemi e tendenze della storiografia giuridica siciliana tra Ottocento e Novecento, in La presenza della Sicilia nella cultura degli ultimi cento anni, II, Palermo 1977, pp. 989-1004; A. Romano, V. L. e le fonti della legislazione cittadina siciliana medievale. Prefazione alla rist. anast. di V. La Mantia, Antiche consuetudini delle città di Sicilia, Messina 1993, pp. V*-XXVII*; M.A. Cocchiara, V. L. e gli studi storico-giuridici nella Sicilia dell’Ottocento, Milano 1999 (contiene la bibliogr. completa degli scritti del L.); P. De Salvo, La cultura delle riviste giuridiche siciliane dell’Ottocento, Milano 2002, pp. 56-60; A. De Gubernatis, Diz. biogr. degli scrittori contemporanei, I, Firenze 1879, pp. 605 s.; G.M. Mira, Bibliogr. siciliana…, II, Palermo 1881, pp. 32 s.; Novissimo Digesto italiano, IX, Torino 1963, p. 444

Alcune pubblicazioni di Vito La Mantia

 

 

 

Vera Guidotto

 

BIOGRAFIA.

Era  una  notte  di settembre, quando i coniugi Guidotto si recarono alla clinica “Santo Bambino” di Catania, per dare alla luce il primo frutto del loro amore, così, il venerdì del 10/9/76 nascevo io, Vera Guidotto. Il parto fu un pò difficile, infatti io nacqui leggermente cianotica in viso, ma dopo poco tempo, il mio viso riacquistò il suo colore normale.
            Indubbiamente quella fu una notte lieta per i miei genitori, ma soli sei mesi dopo, forse  in seguito ad una forte febbre, qualcosa smise  di andare per il verso giusto, i miei movimenti non erano più come prima, erano diventati tutto ad un tratto involontari e scoordinati. Diagnosi: Tetraparesi spastica, qualcosa aveva per sempre danneggiato quella parte del cervello che permette al corpo di muoversi correttamente, lasciando per fortuna illesa la parte cognitiva e tutti i cinque sensi.
I medici hanno  subito tranquillizzato i miei, affermando che iniziando a fare un pò di fisioterapia, avrei avuto buone probabilità di un miglioramento motorio, ma le cose andarono diversamente. Le mie condizioni motorie, purtroppo, rimasero invariate, ma col tempo, grazie alla tecnologia, la qualità della mia vita è migliorata moltissimo. Infatti, io ho sempre fatto davvero tutto, proprio come una bambina, una ragazzina e  una donna come le altre.

            La mia infanzia è stata davvero il periodo più bello, felice e spensierato della mia vita.

Quando iniziai le scuole elementari, non trovai solo una classe che mi accolse bene, ma quasi una famiglia, una meravigliosa famiglia formata ovviamente dalla mia cara maestra,  per me, una seconda mamma, e dai miei compagni, che in me non videro mai nulla di strano. Eravamo tutti  bambini con la voglia solo di giocare, ridere, scherzare e stare insieme. Quello era il periodo in cui non c’erano ancora quelle stupide barriere mentali, in quanto si sa, i bambini non si creano il problema di come parlare e giocare con un disabile; si parla, si scherza, si gioca con quella semplicità e spontaneità che solo i bambini sanno avere.  Quei tempi non posso che ricordarli con molta gioia e con un pizzico di dolce nostalgia, proprio perché erano tempi, che una volta finiti, non sarebbero mai più tornati, momenti unici ed indimenticabili.
            All’inizio l’approccio con la scuola media non è stato affatto facile, non avevo più i miei compagni e Veri Amici e neanche la mia cara maestra, ma più professori: dovevo ora più che mai rimboccarmi le maniche e studiare davvero, per farmi conoscere per quella che ero e non solo come apparivo.
            Nel 1988 andando a Milano, in un centro che vendeva ausili per disabili, io ed i  miei  genitori, scoprimmo che grazie ad un computer ed un caschetto  con davanti un’asta per digitare i tasti del computer, potevo scrivere autonomamente. Poi, davvero per caso, mi sono accorta di possedere un piccolo, ma per me importante dono: il dono della poesia, potevo esprimere finalmente tutti quei sentimenti, che fin d’allora erano da me inespressi, e dagli altri ignorati.
            Finite le medie, vista la mia predisposizione per le materie umanistiche, e la mia passione per lo scrivere, mi inscrissi al Classico,  infatti, fu proprio al liceo che incominciai inevitabilmente ad innamorarmi sul serio di un ragazzo, amore ovviamente mai  ricambiato. In questa fase della mia vita, trovai nello scrivere, un ottimo alleato per non impazzire.
            Nel 1998, dopo essermi diplomata, pubblicai il mio primo libro dal titolo “Il diverso non esiste”,  ( a cura di Armando Siciliano editore e con il contributo del comune di Randazzo). Una raccolta di poesie sull’amore che provavo in quel periodo, sull’amicizia che desideravo avere proprio come quando ero alle mie amate scuole elementari, e  lettere sociali, nelle quali mettevo ben in evidenza, se pur con molto garbo, tutte quelle cose che impedivano la piena integrazione della persona disabile nella società.
            Intanto proseguii per la mia strada inscrivendomi così all’università nella facoltà di lettere moderne, riuscendo a darmi purtroppo solo una materia (psicologia dello sviluppo), in quanto dovetti abbandonarla dopo solo un anno, per l’impossibilità di scendere spesso a Catania. Tuttavia conservo ancora la speranza di continuare gli studi universitari, magari con una facoltà online, o, in alternativa trovare un lavoro idoneo alle mie possibilità.
Vera Guidotto 
                                                                                                                                                                                                                                                       Randazzo 21/09/2013
                                                                                  Alcuni articoli e riflessioni 

 

COS’È IL TEMPO ?

 

È strano come a volte noi diamo per scontato alcune cose, non attribuendole il giusto valore e l’esatto significato.

È facile dire frasi del tipo: “Ci vuole tempo” “Dai tempo al tempo”, “Col tempo tutto passa, “Ho bisogno di tempo” “Prenditi il tempo che ti serve”, ma cos’è realmente il Tempo? E soprattutto il Tempo è davvero nostro?

L’essere umano è convinto che il tempo appartiene solo a sé, come anche la vita, che può e deve poter gestire come meglio crede, dimenticando una cosa essenziale, ossia che la vita, ed il suo evolversi, non è di nostra esclusiva proprietà. Infatti, se facciamo entrare in noi Dio, il suo Amore, la sua Misericordia infinita, ci rendiamo conto di come il tempo in cui stiamo sulla terra non è nostro, esso in realtà ci viene donato da Dio, dandoci il libero arbitrio sulle  nostre azioni, non facendoci però mancare le giuste direttive, i giusti consigli che Egli stesso ci da attraverso i Dieci Comandamenti, che altro non sono che delle sane regole per vivere una vita in perfetta fraternità con il nostro prossimo.

Cristo ha impiegato il suo tempo sulla terra, per consolare gli afflitti, per sfamare gli affamati, per lavare con lo Spirito Santo i nostri peccati attraverso la nostra conversione, così a sua volta il vero Cristiano è chiamato a fare un corretto e sano uso del proprio Tempo, impiegato nel servizio e nell’amore per Cristo e per i più  piccoli dei suoi figli, considerando il tempo come un Tempo di grazia, un Tempo per guardarsi dentro nel silenzio eloquente della preghiera, con umiltà d’animo, condizione ideale per trovare e per percorrere quella  strada molto spesso ripida, piena di erbacce e  sassi pericolanti, che porta però ad un’autentica e sincera  conversione.

Il Tempo, unito alla vera Fede, è un ottimo cicatrizzante, rimargina ogni ferita morale, infatti, ogni persona ha un proprio modo, ed un proprio Tempo di vivere, di metabolizzare ed accettare il dolore trasformandolo magari in qualcosa di positivo.
Sembra quasi un paradosso pirandelliano, ma a volte, il nostro dolore, se accettato e maturato, può benissimo tramutarsi in gioia e speranza per gli altri, semplicemente perché solo chi è stato segnato da un profondo ed intenso dolore, può capire ed alleviare le sofferenze del prossimo, aiutandolo a reagire, a riemergere, diventando così uomini con un cuore di carne, che  sia in grado di amare davvero tutti senza riserva, ma al tempo stesso forte e combattivo per contrastare le avversità della  vita e le lusinghe del male.

Da quanto appena finito di dire, è facilmente comprensibile come il Tempo non sia concepito solo come una questione di spazio-temporale da calcolare e verificare  con l’orologio, andando sempre  di corsa, quasi come se volessimo ad ogni costo fermare per un attimo le lancette, per avere magari il tempo di gustarci quel momento a noi tanto prezioso, oppure per rimediare ad una  nostra mancanza. Dio sa guardare molto più lontano di noi, Lui sa quello che fa, ed è per tale motivo che i suoi Tempi non coincidono con i nostri, e c’è sempre una ragione per cui ogni cosa accade quando deve accadere e  non quando lo desideriamo noi.

 La mente umana è troppo piccola per capire i disegni di Dio, ma Lui tra gli altri doni, ci da il dono del Tempo, che è natura, tutto matura dall’incontro con Cristo, dando veri frutti di saggezza che noi con la vera Fede e con pazienza, dobbiamo saper cogliere al momento giusto, non facendoli perdere, ma prendercene amorevole cura, solo così un giorno potremmo vedere i frutti del nostro operato, non ci è dato sapere né quando, né come, ma se semineremo prima o dopo raccoglieremo, è una regola di natura questa, che tutti conosciamo, è che molto spesso ci dimentichiamo di chi c’è dietro a tutto questo, ci dimentichiamo dell’unico vero artefice di tutto, ossia di Dio.

Vorrei concludere con una domanda che mi pongo io stessa: “Vivendo in una società così frenetica e caotica, dove anche se a fatica troviamo bene o male il tempo per tutto, siamo in grado di ritagliare un pò del nostro tempo per Cristo? E soprattutto, abbiamo mai anche solo lontanamente immaginato al Tempo in questi termini? Io sinceramente non ci avevo mai pensato prima di questo momento, da questo scaturisce in me la logica deduzione che c’è un Tempo per ogni cosa, ed evidentemente io dovevo essere spinta da un’amica ad affrontare questo argomento per rendermi conto, almeno in parte, di cosa sia il Tempo, che generalmente è visto come una cosa astratta, quando invece è una delle cose più concrete che esiste sulla terra, ed adesso lo so.
Vera Guidotto

                                                                                                                                                                                                                                                                             Randazzo lì 04/07/2007

                                                                                           IL SERVIZIO.

Il Servizio: quante volte abbiamo sentito questa parola, e quante volte l’abbiamo pronunziata? Ma cos’è esso? Ci siamo mai soffermati a chiedercelo? Può una parola così semplice e piccola  racchiudere un significato così grande? Ebbene se ci fermiamo semplicemente su tale termine  e ci poniamo in maniera distratta ad esso,  la prima cosa che ci salta in  mente è il verbo servire, un verbo che schiavizza, costringe a fare una cosa che magari noi non vorremmo.

Tutto cambia però se pensiamo al gesto di Gesù fatto nell’ultima cena, Egli  infatti, donando tutto se stesso con il suo corpo per sfamarci ed il suo sangue  per dissetarci, si è donato totalmente ora ai dodici apostoli, ora all’intera umanità.

Ma Egli ci fece anche un altro  dono nella sua ultima  cena,  il dono dell’Umiltà, infatti, Egli ha fatto un profondo gesto d’amore e di donazione quando lavò i piedi a Simon Pietro, un gesto servile, umile, ma pieno d’amore, quindi, se lo stesso Gesù si è abbassato a  fare un così grande gesto d’amore, perché mai noi, dovremo  non farlo? Chi siamo noi per sentirci superiori ad un nostro fratello? La nostra sottosezione, pur essendo costituita  da laici, segue perfettamente l’esempio di Cristo donatosi a  noi per amore.

            Alla domanda: Cos’è l’U.N.I.T.S.I? Rispondo semplicemente: “Una famiglia che: Ama, accoglie chiunque in un caloroso abbraccio fraterno, camminando con il suo  prossimo per sempre, sostenendolo e guidandolo con gesti semplici ma concreti, senza mai aspettarsi né un  grazie né degli elogi, gioendo solo dei sorrisi e delle manifestazioni d’affetto da parte delle persone che con tanta cura e premura si accingono ad aiutare.

Questo è il Servizio, una piccola parola che si trasforma in veri atti di profondo ed autentico amore, amore che dilaga, amore che si espande, amore che arriva dappertutto, insomma, un amore che investe di dolci attenzioni anche i cuori più duri, piegati magari dai dolori  più terribili e li risana.

Concludendo vorrei ricordare: tutti coloro che in passato si sono prodigati con cuore umile e sincero a mettere e mantenere in piedi la nostra sottosezione, come per esempio il Dottore Zappia, la cara Graziella e a quanti, con il loro impegno e devozione, hanno fatto la storia della sottosezione di Bronte, rammaricandomi di non averli conosciuti se non che dai vostri racconti.

 Un mio pensiero e un grazie va a Spadaro, che, anche se da lontano, l’ho sempre osservato ed apprezzato molto e a tutti coloro che purtroppo non ho avuto l’onore di conoscere o non ricordo, ma so che hanno speso gran parte della loro vita per l’Unitalsi facendone la storia. Un sentito e doveroso grazie va ovviamente al personale che conosco e stimo moltissimo, il quale con immenso affetto e pazienza mi ha supportata fin dal mio primo ingresso in questa grande famiglia, facendomi crescere davvero in tutti i sensi, dico un grazie globale per paura di dimenticare a qualcuno che omai fa parte della mia vita.

Seguendo il loro esempio, mi auguro di vero cuore che questa grande famiglia, cresca sempre più nell’amore e nel rispetto reciproco, senza mai dimenticare quel umile gesto che Gesù ha compiuto per noi.

Sulle orme di quel magnifico dono che Lui ha compiuto, non posso che augurarmi di continuare per molto, molto tempo ancora, il mio cammino di Fede e di vera vita con voi, insomma se non l’avete ancora capito, non vi libererete tanto facilmente di me, si era capito no? La vostra

Vera Guidotto

                                                                                                                                                                                                                                                                                        Randazzo lì 17/07/2008

 

                                                                                                                     IL LAVORO

 

            Per trattare come si deve il tema del lavoro, bisogna innanzitutto tenere ben presente come viene definito dal punto di  vista giuridico.

            Infatti, come cita l’articolo 1 della nostra Costituzione: L’Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro. Inoltre secondo l’articolo 3 della stessa, è compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che limitando dl fatto la libertà e l’uguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese.              Da questo si evince come il lavoro, sia uno dei più importante diritti dell’uomo, diritto che dovrebbe essere rivalutato e valorizzato come merita, ricordando  che, come dice un vecchio ma sempre attuale detto, ossia: “Il  lavoro nobilita l’uomo”,  esso è l’unico strumento che dovrebbe servire al soddisfacimento morale e materiale dell’uomo.

            L’inserimento nel mondo  del lavoro è per tutti un argomento assai spinoso, prendiamo ad esempio i giovani, che dopo anni ed  anni di studio, faticano a trovare un impiego, questo succede principalmente per tre motivi che al mio avviso vanno di pari passo: Il primo è il cattivo comportamento di chi si trova al potere, il quale fa nascere e progredire una classe privilegiata precisamente quella dei raccomandati che a discapito dei meritevoli si impossessa dei migliori lavori anche se priva di capacità professionali ed attitudine personale, ciò con grande danno per l’intera società;

            secondo l’incapacità da parte delle scuole di impartire ai giovani informazioni utili e concreti atti ad un buon inserimento nel mondo del lavoro, il terzo,  non meno importante è senz’altro i tempi lunghi e farraginosi che i ragazzi sono costretti a passare sopra i libri, avendo magari un alto bagaglio culturale a livello nozionistico, senza però avere la più pallida idea su come approcciarsi su un terreno sconosciuto ed il più delle volte minato quale è l’ambito lavorativo.

            Indubbiamente le scuole di ogni ordine e grado dovrebbero preparare i giovani come in pratica e realmente debbano avvicinarsi nel mondo del lavoro. Vero è che le scuole tecniche come  l’agraria e l’alberghiero  turistico offrono forse maggiore possibilità di lavoro, poiché insegnano materie decisamente più pratiche, ma anche qui si riscontra una pecca, ad  esempio i docenti delle scuole agrarie oltre alla teoria, dovrebbero puntare più sulla pratica, facendo realmente vedere e  capire direttamente sul campo come si coltiva la terra, toccando con mano i prodotti per capirne il  metodo di coltivazione, i tempi, i macchinari più idonei per produrre di più e magari lavorare di meno, come far fronte alle malattie delle piante, insomma studiare e lavorare direttamente sul campo, facendo  capire ai giovani che tutto quello di cui ci nutriamo viene dalla terra, ritornando un pò alle nostre origini, quando  il contadino aspettava pazientemente la crescita del proprio raccolto sperando in un risultato concreto la sera ritornava stanco ma soddisfatto e sereno, perché fiero del proprio lavoro.

            Oggi è chiaro che i tempi sono decisamente cambiati, è cambiato anche il modo di coltivare la terra, adesso è la tecnologia che  porta avanti il raccolto, infatti, abbiamo tutto e subito in tutte le stagioni, e se questo da un lato ci facilita di molto il compito, riducendo i tempi di attesa, entrando più velocemente nel mercato, con maggiori possibilità di guadagno, dall’altro però spesso  ci  fa perdere e dimenticare, il sapore della genuinità.

            L’ambito lavorativo, qualunque esso sia, come  giusta regola dovrebbe essere motivo di scambio culturale, ove ogni lavoratore, seppure nel proprio campo, può e deve interagire con i colleghi, esprimendo liberamente le proprie idee, dando per quanto è possibile dei suggerimenti utili al buon funzionamento e quindi al raggiungimento di un risultato finale positivo sia per l’azienda o l’ente di appartenenza che per tutti i lavoratori e soprattutto per i fruitori finali che sono i veri portatori di interesse.

            Questo è ciò che dovrebbe essere il lavoro, fare sentire il lavoratore appagato sia professionalmente che economicamente, ma la realtà purtroppo è ben diversa in quanto oggi spesso il lavoratore si trova costretto a svolgere una attività lavorativa non solo precaria ma anche poco remunerata e non adeguate alle proprie capacità ed aspettative professionali.

            Quanto sopra, dipende principalmente dal mancato equilibrio tra domanda ed offerta lavorativa, in parole povere, c’è oggi poco lavoro e male remunerato, infatti, la combinazione di questi due fattori costringe i componenti di ogni famiglia in età lavorativa a rimboccarsi le maniche e cercare disperatamente una fonte di guadagno che per gli onesti non può essere altro che il lavoro.

            Qui purtroppo entra in gioco, nonostante anni ed anni di continue lotte e battaglie sulle Pari Opportunità, il mancato raggiungimento della vera parità dei diritti tra uomo e donna. Infatti, poche sono le donne in politica e molto svantaggiati sono le donne che lavorano, e soprattutto dimenticato da tutti è il lavoro domestico, che peraltro è il  più  faticoso rispetto a molte altre attività lavorative.

            Infatti, quando ambo i genitori lavorano in genere è la madre, che segue passo passo  l’istruzione e l’educazione dei figli, aiutandogli a fare i  compiti, chiarendo i  loro dubbi e placando le loro paure, è sempre la madre, che, con la sua saggezza e delicatezza, ad aprire un dialogo sincero e completo con i figli, spiegando loro come va la vita e come fare a viverla in modo sano e cristiano.

            Tutto questo a tempo dovuto e non rimandato, certo, per la  donna che lavora diventa molto più difficile, ma ciò non significa che non possa adempiere in modo esemplare il proprio ruolo, tutto però sta a mio avviso, in una buona organizzazione della coppia.

            È sempre lei dunque, che ascoltando e facendo propri i problemi presenti nel nucleo, consiglia ed incoraggia contribuendo validamente a prendere le decisioni finali riguardanti la famiglia ed i suoi contorni, una sorta di psicologo a tempo pieno, il lavoro più pesante e gravoso che una donna possa mai fare, mestiere non riconosciuto e mai retribuito.  

             Quindi, il lavoro per la donna che ben venga, ma bisogna anche valorizzare ed agevolare il difficile ruolo della casalinga, che purtroppo ancora è troppo sottovalutato.

            Ad onore del vero, si può in effetti dire, che oggi alcune cose stanno cambiando, infatti, vediamo come sempre più uomini si prendono amorevolmente cura della prole, basta sapersi dividere le mansioni, usufruendo con il dovuto buon senso, delle leggi che tutelano la famiglia e la donna.  

            Da quanto si è ampiamente espresso, risulta evidente come il lavoro sia l’unica risorsa di sostentamento dell’uomo e di come esso andrebbe tutelato e valorizzato, non dimenticandosi neanche dei diversamente abili, categoria ancora da integrare pienamente nella società, integrazione che raggiunge il suo culmine proprio in un impiego che risponda sia all’esigenza che alle attitudini del singolo individuo.
                                                                                                                                                                                                                                                                                       Randazzo lì 06/09/2007
Vera Guidotto

                                                                                                                   IL MIRACOLO DEL NATALE.

 

In una serata fredda  e nevosa, alla vigilia del Santo Natale, a Randazzo, un paesino di 12000 abitanti, una giovane  donna in carriera, essendo presa dai propri affari, e facendo una  vita molto frenetica e caotica, sia sul piano professionale che, soprattutto su quello personale, tornando a casa, si stende sul divano e cadendo in un sonno profondo, ma alquanto agitato,  fa uno strano sogno.

       La nostra protagonista sogna infatti di fare un lungo viaggio tra i vari quartieri del paese, con una guida d’eccezione, strana a vedersi, ma pacifica e soave, quasi come se fosse un angelo.

Nel suo sogno, lei, con questa figura angelica, si incammina tra i vari quartieri di Randazzo, in uno dei quali vede un bambino di nome Luca intento a fare il suo bel  pupazzo di neve; una volta finitolo, si reca a cercare il suo  amico del cuore, per fargli vedere il suo capolavoro,Luca infatti si precipita a casa di Massimo esclamando gioiosamente e con orgoglio: “Dai vieni! Esci, vieni a vedere”! Massimo assonnato strofinandosi gli occhi per svegliarsi un po’, disse: “Che cosa c’è Luca!” Luca ribadisce: “Ho fatto una cosa che voglio farti vedere dai! È bellissimo vedrai” “Ma cos’è?” Chiede Massimo, l’amico risponde: “Ho fatto un pupazzo di neve,” “E chi ti ha aiutato a farlo?” Risponde Luca: “l’ho fatto io da solo ed è venuto benissimo, vieni a vederlo, dai, ci giochiamo assieme” “Ok aspetta, fammi vestire e scendo subito” Luca risponde “Ok fai presto! Ti aspetto qui”.
Dopo pochi minuti, Massimo scende  “Eccomi qui, andiamo”. I due bambini corrono verso casa di Luca, Massimo dice stupefatto: “Ma è stupendo! Sembra vero! Come hai fatto a farlo?” Luca gli risponde: “Stavo giocando con la neve, mi arrotolavo su di essa, facevo delle palle di neve tipo questa vedi?” Mentre lo diceva, gliene ha gettata una in faccia, Massimo replica: “Ah si! Vuoi la guerra! E guerra sia! E cominciarono a giocare allegramente per parecchie ore.

 La donna, ancora presa dalle sue cose, non capisce il senso di tutto ciò e chiede in maniera un pò scontrosa al suo strano accompagnatore: “Ma perché siamo qui? E poi tu chi sei? Io voglio solo dormire, domani ho una riunione importantissima, la quale potrebbe fruttarmi un sacco di quattrini, non ho tempo di guardare quattro mocciosi che giocano, dai! Portami subito dov’ero! Capito?” Disse con un tono decisamente aspro ed alterato.
L’angelo replica con voce pacata ma decisa: “Io ti conosco meglio di te stessa, tu non sei così in realtà, rilassati e per una volta, apri il tuo cuore all’amore”. La donna con un sorriso di chi non vuole scoprirsi, ma nascondere la sua reale natura, perché forse troppa dolorosa, ribadisce: “Ma che puoi saperne tu di me? Di come sono fatta? Figurati! Non sai neanche chi sono!! Andiamo forza!” L’angelo le parla ancora: “D’accordo, vuoi andare?” La giovane donna risponde “Oh finalmente! Si, andiamo!” Ed immergendosi in una fitta nebbia, si trovano dinnanzi una casa un pò malandata con una donna vedova ed una bambina di otto anni da crescere, i cui unici amici erano: il caminetto acceso, un piccolo alberello che la bambina si accingeva ad addobbare unicamente con della carta colorata ed una stella in cima, con piccoli batuffoli di lana bianca per fare la neve, e della musica natalizia.

La bambina, dopo aver addobbato con cura il suo albero con l’aiuto della mamma, felice di come era venuto, si mette vicino al caminetto acceso, ed ammirando la candida neve coprire tutti i tetti, le strade, le auto e gli alberi, canta allegramente le canzoni natalizie, con il cuore sereno e colmo di gioia, avendo la certezza che il suo papà dall’alto dei cieli sta cantando come lei, infatti, cantate le prime canzoni, chiede alla madre: “Mamma, tu che pensi, papà ci vede? Mi starà ascoltando?” Risponde la madre: “Certo piccola mia, il tuo papà starà di certo canticchiando con te e ne è felice, canta ancora figlia mia.” La bambina, rincuorata di tali parole, continua a cantare, osservando, fiocco a fiocco, lieve, lieve, la candida neve.

A questo punto, dopo una lunga contemplazione, accompagnata da un fitto silenzio verbale, la giovane donna, improvvisamente avvertì un tonfo al cuore, un misto di pena, rabbia, tristezza, dolore e tenerezza, in forte contrasto con i sentimenti provati fino adesso, come: freddezza, intolleranza, ostilità, avidità, e il suo essere calcolatrice. Facendo appello a tutta la sua forza interiore, disse a voce alta, come un segno d’ammissione e colpevolezza: “Ma che razza di donna sono? Cosa ho fatto della mia vita? Nulla! Proprio nulla!” Lasciandosi finalmente andare in un pianto sincero e liberatorio, l’angelo appoggiandole la mano sulla spalla, le disse: “Buon Natale ragazza mia, adesso si che è Natale, sii felice” e dandole un bacio in fronte, scomparve lentamente circondato da una luce bianca.

Dopo  queste ultime parole, la donna si svegliò in lacrime di gioia, con la voglia di vivere una nuova vita, amando e rispettando il prossimo, scrollandosi per sempre di dosso quella maschera che l’aveva sempre accompagnata, e  telefonò per la prima volta a parenti ed amici, a partire dalla madre per gli auguri di Buon Natale, persino ai condomini, alla gente che passava e che non aveva mai salutato, augurava Buon Natale.

Camminando camminando, fece mentalmente una profonda considerazione; “Si può essere ricchi, si può essere famosi, puoi possedere case, azioni, yacht,  ma se in qualunque cosa che fai o dici, se nella tua bravura, nel tuo potere, e nella tua notorietà, non ci metti un pò d’amor e generosità, nella vita sarai sempre una nullità ed è proprio questa la vera strada per andare incontro alla vera felicità”. 

Italiano: Buon Natale! Inglese: Merry Christmas! Francese: Bon Noel! Tedesco: Freve Wainachten! Spagnolo:  Bueno Navidad!

  Vera Guidotto

                                                                                                                                                                                                                                                                                                Randazzo lì 02/11/03              

 

                                                                                   INFINITAMENTE PICCOLI.

 

In uno dei miei pellegrinaggi a Siracusa, mi colpì molto l’argomento trattato in quei  giorni, ossia la Roccia, che simboleggiava la nostra Fede e le pietre che ovviamente siamo noi uomini.
Infatti, siamo noi, semplici pietre, che nutrendoci ogni giorno della parola di Dio, costruiamo passo dopo passo, la nostra Roccia, ovvero la  vera Fede, basando la nostra vita su di essa, anziché sulle false lusinghe che ogni giorno ci vengono prospettati come modelli  da imitare.
Lo stesso paragone lo si può senz’altro fare con dei semplici mattoni, spesso neanche visti e considerati perché sotterrati, che in se per se considerati piccoli ed insignificanti, ma che hanno un’importanza davvero notevole se solo noi ci pensassimo un pò su.
 Infatti, senza dei semplici mattoni, come si costruirebbero le case?
 La medesima domanda può essere posta anche in un altro modo: Senza Dio, che senso avrebbe la nostra esistenza?
Lui  è il nostro mattone, e ci invita a sua volta ad essere mattoni solidi e veri costruttori di pace, gioia, amore e bontà così come fa Egli con il più piccolo dei suoi figli.
Nella storia del Cristianesimo, vi sono sempre stati degli uomini e delle donne che hanno fatto della loro povertà materiale una grandissima ricchezza spirituale, donandosi anima e  corpo a Dio e ai suoi figli, senza riserve: Un esempio più che tangibile ci è stato  dato da Madre Teresa di Calcutta, oggi Beata agli onori  dell’Altare,  la quale abbracciando sorella povertà, visse giorno dopo giorno quasi nell’anonimato, ma che con la sua preghiera umile ma viva e con le  sue opere cristiane ed umanitarie, ha riscosso un baccano negli animi della gente, tale da riuscire a sciogliere anche i cuori più freddi, piegando l’odio solo con la forza dell’amore, lo stesso amore umano e cristiano che la spingeva quotidianamente a curare i lebbrosi, alleviando il più possibile le ferite dell’anima assieme a quelle del corpo.
Madre Teresa, come anche Papa Giovanni Paolo II, fu solo una piccola donna che decise di essere povera tra i poveri, decise cioè di essere l’ultima, proprio come quel mattone sotterrato che non si vede, ma c’è.
Essere dei veri Cristiani significa proprio questo, essere umili e riconoscere che ciascuno di noi, di fronte al creato, è poco meno che nulla, se nel cuore non ha la vera Fede, e non parlo di certo  della  fede per convenienza che diciamo di avere ogni qualvolta la vita ci mette a dura prova con i nostri piccoli o grandi problemi, bensì la Fede che ad un certo punto della nostra vita, entra in punta di piedi nel nostro cuore e ci fa fare magari cose che prima erano per noi inimmaginabili, ma fatti con un’autentica Fede diventano naturali e spontanei come i gesti affettuosi dei bambini.
I bambini per  l’appunto, come diceva Giovanni Paolo II, sono fiori, bellissimi e delicati, infatti, chi impedisce ad un bambino di venire al  mondo, o peggio ancora, negargli una vita serena e dignitosa, commette uno dei reati più gravi, è come se si calpestasse un bel  prato di fiori, è come dire  no all’amore, no alla  vita che Dio  ci dona, è  come dire no al futuro stesso, visto  che i bambini di oggi, saranno gli uomini di domani, quindi la nostra speranza per l’avvenire.
 Madre Teresa e Giovanni Paolo II, si sono fatti strumento di Dio Padre, affidandosi anche alla Madre Celeste, facendosi guidare dal suo amore Misericordioso, consolando i più piccoli dei piccoli,  che con la loro umiltà possono davvero cambiare il mondo, a differenza dei superbi, che con la loro mania di falsa grandezza, perdono facilmente di vista i veri valori della vita.
Giovanni Paolo II è stato per  me un Papa davvero straordinario, che durante il suo lungo pontificato, non si è fatto mai prendere la mano dal suo potere, anzi, è sempre stato un uomo sensibile alle vere problematiche dell’umanità, avendo una parola di conforto per ogni singolo individuo, sia esso povero, ricco, sano o sofferente, difendendo anche i diritti dei lavoratori, i diritti delle donne, con consigli concreti, parole dunque no di pietismo, ma di reale comprensione, donando a chiunque più dignità e la forza necessaria per far fronte a quel determinato problema.
Naturalmente ci sono stati e ci sono tutt’oggi molti altri uomini e  donne che nella loro vita hanno lasciato o lasceranno senza  dubbio la loro impronta con le proprie opere di carità ed amore, ma se ci troviamo oggi a  parlare di Madre Teresa e di Papa Giovanni Paolo II, non è di certo per sminuire gli altri grandi uomini di fede, ma semplicemente perché sono stati personaggi recenti il cui ricordo è ancora molto vivo e caro nei nostri cuori, prendiamo dunque esempio da loro! Diventiamo anche noi mattoni semplici ed umili! Uniamoci tra di noi e ad altri, diventiamo anche noi mattoni infinitamente piccoli ma solidi, e costruiamo la nostra casa, ossia la nostra vera Fede! 

Vera Guidotto

                                                                                                                                                                                                                                                                                       Randazzo lì 02/07/2006

                                                                                                        LE STAGIONI DELLA VITA.

 

Ogni vegetale,  ogni animale, ogni essere umano, proprio perché è nella sua natura, attraversa vari stadi nella propria esistenza: nascita, crescita, riproduzione, maturità e morte.
Se paragoniamo le varie fasi della vita al ciclo biologico ed esistenziale, potremo benissimo constatare che l’uomo, così come gli animali o le piante, non esiste così, per caso, egli infatti, segue il suo ciclo naturale, dapprima inconsapevole e se vogliamo involontario, come appunto la nascita, momento apparentemente meraviglioso, ed in effetti, la nascita di un bambino è sempre un evento  gioioso, perché esso è il  frutto benedetto di un amore, è dunque il completamento di un sogno di ogni donna, ma per un bambino cos’è la nascita?
Se un neonato potesse parlare sin dal momento stesso della nascita, direbbe “Che  succede? E tu camice bianco fai piano! Faccio già tanta fatica ad uscire! E  non mi tirare così! ma dove mi portate? Qui sto così bene!” Inizia dunque a vivere, o meglio, inizia la dura lotta per la sopravvivenza, perché fino a qualche  istante prima, il bambino era in un luogo protetto, sicuro, dove poteva alimentarsi autonomamente, mentre adesso avrà bisogno sempre di qualcuno per soddisfare ogni sua piccola ma grande necessità. La nascita è dunque paragonabile alla primavera, quando i fiori  sbocciano di una fantasia multicolore da far brillar gli occhi, con quel profumo che emanano nell’aria. La primavera è la stagione più vitale, dinamica e piena di prosperità.
Non a caso è proprio la primavera la stagione degli amori per alcuni animali, inizia infatti l’accoppiamento, non privo di fatiche e pericoli, è tempo quindi per certi esemplari di darsi da fare, prima per procurarsi il cibo, le provviste, poi per riprodursi portando avanti la specie, così come il bambino divenuto ormai ragazzino, dovrà affrontare una fase tanto bella, quanto delicata e difficile, inizia così l’età scolare, nella quale sarà chiamato ad imparare nozioni utili alla propria crescita culturale,  sociale e morale.
Inoltre questa, è la fase in cui il ragazzino comincia a trovare un certo interesse per l’altro sesso, scoprendo a proprie spese le prime gioie e dolori dell’amore, entrando così nella fase adolescenziale, la quale tutto sommato si può definire il passaggio tra la primavera ed un’altra bellissima stagione, l’estate.
Così come l’estate, stagione molto feconda per tanti altri esemplari animali, e la terra molto fertile, producendo finalmente i tanti attesi frutti, per cui si era tanto lavorato nella stagione precedente, così il ragazzino, divenuto ormai più grande, da libero sfogo, tanto alla sua voglia  di riposo, dopo il duro e noioso anno scolastico, quanto al suo desiderio di divertirsi, facendo nuove ed eccitanti esperienze, stavolta però un po’ più consapevole, inizia finalmente a lottare per qualcosa in cui crede veramente, cercando di dare forma ai suoi desideri, e questo lo si nota soprattutto dal modo in  cui si approccia con l’altro sesso, egli appare infatti molto più sicuro di sé, malgrado gli innumerevoli ed inevitabili fallimenti sia sul campo sentimentale, che su quello socio-lavorativo, ricevendo per l’appunto le classiche batoste della dura e fredda società.
Ora si, che prende davvero coscienza del fatto che deve necessariamente cavarsela con le proprie forze, perché adesso può contare su pochissime persone dato che sono tutti seriamente impegnati a seguire, così come lui, chi i loro sogni, chi le loro ambizioni socio-lavorative,  chi i loro progetti per il futuro, cercando magari di formarsi una famiglia solida ed unita, impresa di certo molto ardua e purtroppo non sempre realizzabile.
Trascorrono inesorabili i giorni, i mesi e gli anni, e senza quasi accorgersene è già arrivato l’autunno, i frutti ormai maturi cadono già dagli alberi, come anche le foglie. È  tempo  di raccogliere ciò che si  era seminato.
L’uva ormai matura aspetta d’essere raccolta, poiché pronta per produrre dell’ottimo vino, e l’uomo, vivendo anch’egli il proprio autunno, si prepara con l’ormai acquisita saggezza, donatagli e dall’età, e dall’esperienza, a mettere nel cassetto i propri sogni che un tempo erano l’unica sua ragione di vita, per aiutare magari a realizzare quelli dei suoi figli, i quali rappresentano ora più che mai l’unico suo vero bastone della vecchiaia.
E anche l’autunno è ormai tramontato, la natura si assopisce, le giornate si accorciano sempre più, è l’inizio della stagione finale. Il gelido e tempestoso inverno, che,  con la candida e gelida sorella neve ricopre la terra omai stanca, accompagnandola nel suo  lungo e beato sonno, comincia sin da  adesso a fertilizzarla, mettendole i piccoli semi i quali, col passare dei mesi, produrranno nuovi frutti.
 Così l’ormai anziano e saggio nonnino, ricordando i bei tempi passati, aspetta sereno sorella morte corporale, mentre forse chissà, proprio di là, nell’altra stanza, una giovane donna sta dando alla luce una  nuova vita, un piccolo ma prezioso bocciolo, che segnerà la fine di un ciclo, di  una stagione, di un anno, e perché no, la fine di un’Era, per darne spazio ad un’altra, la quale, seppure con le medesime caratteristiche di quella appena trascorsa, è del tutto diversa nel modo di compiersi.
Perché, si sa, tutti nasciamo allo stesso modo, ma cambiano i tempi, gli usi, i costumi, così come cambia la vita di ciascun individuo ed il suo evolversi nel corso dei giorni, dei mesi, degli anni, e dei secoli avvenire, facendo di ogni essere, sia esso vegetale, animale, o umano, un essere speciale, raro, anzi no, unico. È proprio per questo penso che la vita andrebbe maggiormente valorizzata, apprezzata e rispettata, e questo credo sia una verità  che mette tutti d’accordo, dai credenti e non, dai naturalisti, dai poeti, scrittori, filosofi e gente comune.  
 

Vera Guidotto                                                                                                                                                                                                                                                               Randazzo 28/01/2004 

 

 

                                                                                                 LE BARRIERE DELL’AMORE.

 

LA TRAMA

Una ragazzina disabile, entrata  da poco  nel gruppo dell’Unitalsi per  evadere un po’ da quella  vita che tanto le  stava stretta, stretta  non perché non facesse una  vita normale, anzi, tutt’altro, ma stretta perché le  mancava un  amore da  vivere, cercando all’interno dell’associazione la forza di emergere, timida, chiusa in  sé, con un sorriso bello, raggiante, ma aimè finto.

Fiamma,  cosi si chiamava la ragazza, dopo una decina d’anni, è maturata parecchio raggiungendo un buon equilibrio psico-fisico, diventando finalmente spigliata e socievole, uscendo fuori anche il suo umorismo, insomma adesso Fiamma è forte, adesso sa o meglio, crede di aver capito come non farsi fregare da eventuali cotte.

 Passano 4 anni e conosce Angelo, un nuovo barelliere, il  ragazzo è un tipo attivo e dinamico, e si mostra disinvolto  con  lei, ma Fiamma prova nei suoi confronti un’immediata antipatia  a pelle, antipatia peraltro immotivata ed inspiegabile, antipatia molto forte, e lo ignora. Angelo da buon  barelliere, invece, la tratta normalmente, ignaro di questa  antipatia che la ragazza nutre  nei suoi confronti. I due giovani  facendo lo stesso cammino all’interno della sottosezione, frequentandosi per le attività unitalsiane, stanno spesso  a stretto contatto, lei inizia finalmente a sciogliersi  guardandolo con occhi diversi, non con amore, ma almeno abbassa la  guardia, iniziando a stimarlo sia come  volontario  che come  amico, cominciano pian piano a  comunicare ed a scherzare come si  fa tra amici, i  due sembrano  aver raggiunto una discreta  sintonia, ma dopo quattro anni o poco più, partecipando ad un ritiro fuori paese, chiaramente con la propria sottosezione, una sera si  trovano  a parlare di loro stessi, come mai avevano fatto.

DIALOGO REALE TRA  FIAMMA ED  ANGELO.

 Fiamma  per  rompere il ghiaccio dice: “Sai Angelo, poco fa, ripensando all’imminente carnevale, mi è venuto in mente che sarebbe  carino se  quest’anno ci inventassimo qualcosa di attuale” Angelo rispose: “Tipo? Dai dimmi!” Fiamma replica: “Dunque io pensavo alla sanità, pensa che bello, potremo mettere in risalto la  mala sanità, mizzica oh per fare un  lastra  dobbiamo  aspettare  sei mesi! È  assurdo! E per non parlare poi di come sono combinate le strutture  ospedaliere,  che le persone entrano  con qualche problemino ed ascono stecchiti,  ricordi  quella donna morta dopo essersi operata di appendicite, solo perché i medici  attenti come sono, avevano dimenticato una garza nello suo stomaco? È davvero  il colmo!” Angelo disse: “Si, ricordo quell’episodio, siamo proprio nelle mani di nessuno  ormai, anzi,  siamo nelle mani Dio!
Il tema sarebbe  ottimo, però sinceramente non so se un carro simile sarebbe tanto facile da realizzare con voi in carrozzina, ci  vorrebbe qualcosa di più semplice, capisci?” Fiamma  parla ancora: “Si in effetti  è un po’ complicato, va  beh dai fatti  venire un’idea tu, io la mia l’ho sparata! Qualcosa  ti verrà in mente di sicuro”, Angelo ribatte: “Ma si certo, qualcosa ci verrà in mente!  Ma dimmi, tu che stai facendo di bello  in  questo  periodo?” Fiamma una volta essersi rilassata, gli apre un po’ il suo cuore,  dicendo: “Io che faccio di bello? Purtroppo in questo periodo  spreco  il  mio tempo a chattare,  cercando nel  virtuale quello che non riesco a trovare nella vita reale, capisci?”dice un po’ imbarazzata. Angelo rispose: “Si ho capito”  non aggiungendo altro.

Fiamma, per  cambiare argomento dice: “Chiamiamo a Giada? Dai la stuzzichiamo un po’ che dici?” Il ragazzo rispose: “E va beh chiamiamoci a sta Giada!” Risponde Fiamma: “Che sei fino! Meno male  che è la tua ragazza, la galanteria non si chiama uomo!” Disse con un tono scherzoso e sorridendo, Angelo ribatte: “Le sto chiamando visto?” Fiamma rispose: “Bravo, così si fa” Angelo; “Pronto, ciao Giada, sono qui con  Fiamma e abbiamo  pensato  di chiamarti,o meglio Fiamma  ha pensato di chiamarti!” Giada dall’altra parte del telefono risponde: “Ci credo, se fosse stato per te, buonanotte! Ma come va lì?”Angelo le risponde facendo un po’il  buffone:”O ma qui va alla  grande! C’è un sacco  di gente, un  sacco di belle ragazze!”Mentre diceva ciò, fingeva di salutare e parlare con i passanti,”Ei  ciao, si, arrivo  subito” mentre continuava a parlare al cellulare con Giada, “Visto mi stanno aspettando” e continuò così per un po’. Fiamma divertita dalla pagliacciata  a cui stava assistendo,  disse a  voce alta,in modo che Giada sentisse, “Non credere a questo pagliaccio, non c’è un cane! Dai Angelo, passamela, fammela salutare,” tirandogli  il cellulare delle mani, continuo a parlare con l’amica: “Ohi Giada ciao, non credere  ad Angelo, vuole fare  il malandrino” Giada rispose: “Si, l’avevo capito” Fiamma replica: “Qui non c’è niente da pescare né per Angelo, né per me, per me poi! Che  ci deve essere? Figurati!” disse ridendo, rispose l’amica: “Uffa Fiamma, non fare la melodrammatica come al solito tuo, perché ti  chiudo il telefono in faccia, devi metterti in testa  che se è destino, anche  tu troverai l’amore” Fiamma risponde umoristicamente: “Io troverò i gelsi, altro che le more! Giada replico: ahah molto divertente! Che  spirito di patate  che hai! Comunque io sono sicura che lo troverai” Fiamma ribatte: “Se lo dici  tu! Io figurati, sono qui  che aspetto, ok Giada, adesso ti passo il  tuo boy friend a presto, ciao” Giada: “Ok Fiamma, però ti voglio su di morale, ok?” Fiamma rispose: “Ok, caso mai mi farò sollevare  da Angelo, che fra l’altro sto scivolando davvero! Aiutoooo! Disse con un  tono spaventato ma divertito e restituì subito il telefonino all’amico, il quale disse: “Scusa  Giada, devo chiudere, Fiamma sta  scivolando davvero!”  E chiuse aiutando Fiamma a  mettersi bene sulla sedia, Angelo: “Oplà! Ok?” Fiamma lo rassicurò, “Si, si, grazie, tutto a posto, stavo leggermente scivolando!” Replicò Angelo: “Guarda,  non l’aveva capito  nessuno! Ma proprio nessuno  sai?” La  ragazza disse: “Che vuoi, io faccio le cose alla luce del sole, anzi  no scusami,  al chiarore della luna!”  Il ragazzo  le  disse:  “Andiamo  va! Andiamo a berci  qualcosa” Lei disse: “Dai Angelo, non mi sono spaventata così  tanto!” Angelo le disse: “Mica ti porto al  bar  per questo! Non posso  offrirti qualcosa? Dai, il bar è qui” e si recarono al  bar li vicino, Angelo disse: “Io prendo una red bull”  Fiamma:”No, io vorrei qualcosa di dissetante, mi  basta un po’ d’acqua tonica” Angelo disse: “ok”e ordinò da bere.

Una volta arrivate le bibite, il ragazzo da buon barelliere porge  l’acqua tonica  a Fiamma, la  quale esclamò con voce carina: “Oh grazie  mio baldo cavaliere!” Angelo rispose con  altrettanta gentilezza: “Ma prego  signorina” e mentre consumavano le  bevande, parlano  ancora, Angelo dice: “Bene, adesso possiamo andare a letto” poi aggiunse  con tono malizioso ed a bassa voce: “Insieme intendo” Fiamma gli rispose, cercando di non scomporsi: “Si come no, così io vengo pugnalata e tu vieni difettato, penso  che ancora il gioiellino ti serva ancora!” Lui risponde: “E mica glielo dobbiamo dire” Fiamma replica:”Si, si, va beh!” Mentre diceva ciò, rideva, ma nella sua mente le balenò un pensiero galeotto: “Ma magari Dio qualcuno si decidesse! È che nessuno mi vede così, figurati tu!” Dopo questo pensiero, ritornò subito in sé, non perdendo il suo ormai noto autocontrollo e disse: “Torniamo  alla base?” Rispose Angelo: “Che c’è, hai sonno? Non è da te andare a letto presto” Fiamma rispose: “Si, hai ragione, è che stanotte non ho dormito bene” l’amico chiese: “Pensieri molesti?” La ragazza rispose sorridendo e grattandosi  la testa: “Già,  a  volte capita” Angelo: “Ok andiamo” e facendo ritorno si sedettero ancora un po’ a solito posto, chiacchierando ancora: Fiamma disse: “Giovanni  dov’è?” Angelo risponde con la sua voce squillante: Giovanni? Quello è da tre ore che dorme!” Risponde  lei: “Davvero? È a letto? Boh è troppo strano, da quando si è  sposato  è cambiato  troppo, prima  era allegro, vivace, ora è  apatico, quasi spento” Angelo rispose: “E si, è vero” Fiamma domandò ancora: “E  gli atri dove sono finiti? Paolo, Nino, Padre Samuele e Stefano?”  Angelo le rispose: “Beh, loro dovresti  immaginarlo, sono usciti, Giro Turistico!” La ragazza replicò: “Li  conosco i loro Giri  Turistici, a  quest’ora saranno a rimorchiare, che non lo so? I  cretini siamo noi che  siamo qua”  disse sorridendo.

FINE DIALOGO TRA FIAMMA ED ANGELO.

 

ENTRATA IN SCENA  DI UNA DAMA.

Bianca, una delle dame della loro sottosezione, rivolgendosi a Fiamma  con tono  normale: “Allora  signorina, che si  fa  ora?” Fiamma come  solo rare  volte faceva: “Si Bianca,  andiamo a  letto, stasera  non oppongo resistenza” e salutato  Angelo si ritirò in camera, dopo aver aiutato  la ragazza a coricarsi, Bianca  le disse: “Apposto? Ascolta, manco solo un minuto, vado a fare un peccatuccio” La ragazza rispose: “Sigaretta eh!” Bianca rispose: E già” Fiamma  disse sorridendo: “Vai tranquilla,  io sono  apposto”.

INIZIO CONSIDERAZIONI DI  FIAMMA

La ragazza si sente stranamente appagata, contenta, e prima di addormentarsi, ripercorre mentalmente  la serata  appena conclusasi, guardando la porta pensa: “E se venisse ora?  Magari! Si va beh, quello starà pensando a me, si, figuriamoci!” quando  ad un tratto si dice ad alta voce: “ E dai! Fiamma basta! Spegni il cervello adesso e dormi, su  basta pensare” e dopo un po’ si  addormentò.Il  giorno  seguente , dopo una breve permanenza  li, ritornarono tutti a casa.

INNAMORAMENTO  DI FIAMMA.

 Tornando a casa, la ragazza, ripensa  più volte a  quella  sera, ed  inizia a vedere Angelo con occhi ben diversi. Capisce molto bene di starsi innamorando per l’ennesima volta, ma  non lo accetta, facendo finta di nulla, si  comporta quindi normalmente, almeno così  fa apparire, ancora una  volta è costretta a camuffare i propri sentimenti,  facendo  di tutto per non far  trapelare nulla, la sua spontaneità è adesso molto verosimile, ma non è più reale.
La giovane donna, una  notte  fa un bellissimo sogno, praticamente il sogno più bello della sua vita,  sogno che avrebbe  voluto tanto vedere realizzato.
 In questo sogno succede la seguente:
IL SOGNO.

Angelo un giorno va a trovare Fiamma: “Salve signor Pappalardo, come sta?” Dice stringendo la mano del padre della Ragazza, il signor Michele lo saluta con piacere: “Ciao Angelo, bene grazie, cerchi mia figlia?” Angelo risponde: “Si, vorrei parlarle” il signor Pappalardo replica: “Beh, che aspetti? È in camera sua, vai pure” Angelo ringraziandolo va subito da Fiamma.  La ragazza, essendo al computer, appena lo sente chiude subito la chat  e  si mettono a parlare:  Angelo con molta disinvoltura: “ Ciao Fiamma, come stai?” Lei:  “Ehi ciao, chi  ti porta da queste parti?” Lui risponde: “ Scusa non posso venire a trovare un’amica?”E le siede accanto, lei con una voce triste, e accennando un sospiro, dice: “Già un’amica!”  Angelo ribatte: “Beh? Cos’è questo tono triste? Cos’era quel sospiro?” Mentre dice ciò, accenna una tenera carezza sul viso, lei cercando di non scomporsi, sdrammatizza: “Ma dai scemo! Niente! Mi è venuto così,  capita no?” Mentre lo dice, gli fa un bel sorriso, Angelo: “Ecco, così va già molto meglio,sei così bella quando sorridi” Fiamma: “Bella io? Ma dai non farmi ridere! Eheheh” Fiamma ride per  evitare d’arrossire, Angelo con tono spiritoso le dice: “Ehi ragazza che fai, ti prendi gioco di me? Non ti permettere sai!” Fiamma con la stessa  risata parla ancora: “No, scusa Angelo, non rido di te, non mi permetterei mai” dice con tono spiritoso e chiede: “E a Giada dove l’hai lasciata?” Angelo, risponde grattandosi la tasta: “Ti riferisci a Giada Giada?” Fiamma ribatte: “Si, Giada, ehi! Sveglia! Hai presente la tua ragazza? La mia migliore amica? Perché non è venuta con te? Mi avrebbe fatto piacere vederla” dice come se si volesse auto convincere di non amarlo, mettendo a tacere il suo cuore, ed il desiderio di digli tutto, Angelo le risponde a fatica ma con la voglia di confessarle che forse si è innamorato di lei, alzandosi in piedi, mettendosi dietro di lei, appoggiandole le mani sulle spalle in segno d’affetto, e tenta di  risponderle: “Vedi, io e Giada”…….. e sospende un attimo di parlare, e spostando un po’ lo sguardo sulla stampante, avvista qualcosa, un foglio, legge il titolo: “Il treno sbagliato” e dice: “E questa? Una nuova poesia?” Fiamma che si era dimenticata di averla stampata e si agita dicendo: “No, non è niente, lasciala perdere,non è  nulla davvero, poi aggiunge, non leggerla ti prego, non voglio!” Ma lui la legge comunque, la povera Fiamma disperata lo rimprovera: “Ma come osi ficcare il naso tra le mie cose?” Cercando di strappagliela dalle mani  senza riuscirci, Angelo continua a leggere, man mano che legge è sempre più felice, appena ebbe finito le siede nuovamente accanto  dicendo: “Fiammetta, ma allora tu mi ami?” Ma Fiamma risponde: “Ma piantala! Certo che no, dai, vai a fatti una doccia fredda e vai da Giada e non dire più queste cretinate!” Angelo le parla ancora: “Cara Fiamma, ho lasciato Giada” Fiamma lo interrompe bruscamente: “Cosa? Tu e Giada vi siete lasciati? Perché? Ma siete impazziti?” Angelo risponde: “Basta Fiamma, è giunta l’ora che ci togliamo queste stupidissime maschere, io ti amo, si. Ti amo, a Giada l’ho amata, ma non è lei la donna della mia vita,il mio posto è con te mio vero amore” Fiamma risponde agitata, emozionata, confusa: “No no caro mio, tu non mi prendi in giro, no, troppe volte mi sono innamorata di un sogno,no, non mi farò ferire da te! Ma poi, io  che vita potrei offrirti! Cosa diranno gli altri? Mio Dio, poi c’è Giada, la mia migliore amica! Sei pazzo! Angelo oh! Torna in te!” Angelo risponde: “Hai finito di sparare minchiate? Ora ascoltami bene, non voglio illuderti né farti del male, non chiedimi come caspita sia successo perché non lo so,forse quella sera o poco dopo,non lo so, so solo che mi sono innamorato come un baccalà di te, io vedo te,il tuo cuore i tuoi occhi, non mi interessa dei giudizi o pregiudizi degli altri, chi ci capirà bene chi ci volterà le spalle peggio per loro, io non vedo la tua sedia,ma è te che vedo” Fiamma lo guarda in lacrime e dice: “Brutto stronzo, mi ami davvero, davvero?” Angelo se l’abbraccia tutta e dice: “Si, questo stronzo ti ama davvero, ma dimmi, con i tuoi genitori come siamo messi?” Fiamma risponde con gioia: “Angelo, ti amo anch’io, è una vita che ti aspetto, ti amo, ti amo,non lasciarmi mai,dovremo lottare  contro tutti, ma non contro i miei genitori, loro saranno più felici di noi, sempre se questo è possibile!” Angelo parla ancora: “Hai visto che non siamo soli?” Accarezzandole ancora il viso con amore, ed aggiunge ancora: “Ce la faremo vedrai!” mentre sono abbracciati, arriva la signora Eleonora, madre di Fiamma, e appena li vede, sussulta di gioia esclamando: “Ragazzi miei! Non mi dite che voi?” non riuscendo a finire la frase per la forte commozione. Fiamma esclama felice: “Mamma, si, è proprio come pensi, è un miracolo, il mio Angelo mi ama, adesso si, che sono davvero felice, non so dirvi quanto!” La madre corre subito ad abbracciarseli, dicendo: “Ragazzi siate felici! Che Dio  vi benedica, sempre!”

FINE DEL  SOGNO.
 Fiamma una volta svegliatasi, ancora una volta nella sua realtà, pianse per l’ennesima volta lacrime amare, non riuscendo  a trattenersi e  dopo essersi sistema  un po’  aspettò  di essere sola per scrivere una lettera ad Angelo, lettera che non avrebbe avuto il  coraggio di spedire, o forse  chissà, avrebbe  voluto essere scoperta, anche indirettamente,  solo da  lui però.

LETTERA PER  ANGELO.
Carissimo Angelo, scrivere queste righe mi fa male, molto male, è successo ancora, mi sono innamorata, e di chi poi! Proprio dell’unico uomo che non posso avere, non dovrebbe essere  una novità per me, ho passato tutta la vita ad innamorarmi di ragazzi che non mi hanno considerata nemmeno una donna, ma per lo meno però erano dei cretini e soprattutto non erano fidanzati con la mia migliore amica, si, hai capito bene, mi sono innamorata di te.

 Stavo così  bene prima! Si, ho sempre cercato e desiderato l’amore, ma non ero mai scesa così in basso, innamorarmi del ragazzo della mia migliore amica, o mio Dio no! Questo no! Ho mentito a tutti, a te, a Giada, a tutti, ma come sempre ho provato, e credimi mi sono impegnata molto, ho mentito soprattutto a me stessa, ancora una volta volevo auto convincermi di non amarti, ma adesso non ce la faccio più, io ti amo, ti amo! Se solo tu fossi fidanzato con una qualunque  altra, troverei il  coraggio di dirti che ti amo, ma così no, no potrei mai, o meglio se tu mi avresti dato anche solo un segno, troverei il coraggio di dichiararmi, e la cosa peggiore è proprio questa, cioè se tu per assurdo mi amassi, tra il tuo amore e l’amicizia di Giada, sceglierei purtroppo il tuo amore, dico purtroppo perché in genere gli uomini passano, gli amori vanno e vengono  mentre le vere amicizie restano  e questo è vero, ma se io rinunciassi all’amore se pur per una bella e sincera amicizia, rischierei forse di buttar via l’unica occasione d’essere felice, ecco perché non avrei dubbi a scegliere te, ma visto come stanno le cose,  l’unica cosa che voglio fare adesso, è cancellare questo mio sentimento per te, peraltro nato davvero dal nulla, non so  nemmeno io perché proprio tu, infondo non abbiamo mai avuto nulla in comune a parte il  nostro umorismo, quindi perché tu? Perché CASPITA TI AMO? Credimi,  non lo capisco, forse il mio cuore, dopo tanti anni di buona condotta, si è stancato di fare il bravo bambino mettendosi a  fare lo scemo con l’uomo sbagliato, e sai qual è il colmo? È che tu all’inizio mi eri addirittura antipatico, certo che la vita è proprio strana eh! Infondo l’amore è un sentimento  del  tutto irrazionale e così è successo di nuovo,  ma ora basta! Devo assolutamente dimenticarti, con la speranza che la prossima volta che mi innamorerò sarà per lo meno per  un uomo libero, anche se dubito  che mi capiterà l’uomo giusto.
Ciao carissimo Angelo, amare significa anche lasciare liberi, lasciare andare via le  persone che più amiamo, io ti  amo, ma devo lasciarti spiccare il volo, ti prego, sii felice con la  tua Giada, è  la donna giusta per te,  ma se per caso un giorno dovessi avere  dei dubbi, o per un motivo o per un  altro, non ti dovesse rendere felice, ti prego, cercami, vieni da me,  io sono qui. Non posso darti nulla ma il mio amore si. Tua Fiamma.

PS

Scusa se Ti Amo!

Finito di  scrivere, la  ragazza ormai sfinita e demoralizzata,  ancora  con le lacrime agli occhi, tenendo stretta in mano la  lettera, si appoggiò  sulla scrivania e si addormentò.

ENTRATA  DI  UNO STRANO PERSONAGGIO.

            Mentre  Fiamma  prova a riposare,  ecco che  dal  nulla spunta un’anziana signora, dall’aspetto simpatico e  buono, stende con dolcezza la propria mano sul capo di Fiamma,  dicendo: “Povera piccola mia, un’altra volta il cuore a pezzi!” Poi rivolgendosi al  pubblico disse: “Oh scusate, non mi sono presentata! Sono  Giuseppina, la nonna  di Fiamma, il Signore ad  un certo punto mi ha chiamata a sé, ma non spaventatevi vi prego, non sono un comune fantasma, sono solo la nonna di Fiamma e ho chiesto al Nostro Signore un permesso speciale per dirvi la mia su questa storia.

 Non voglio imporvi nulla, il Signore ci ha lasciati liberi di vivere la nostra vita come meglio crediamo, ed è giusto così, ma se posso esprimere la mia  opinione, vorrei dire che i disabili sono persone  come voi e come me, il fatto che non camminino non significa che non debbano innamorasi, o non debbano vivere i propri sentimenti, c’è  purtroppo ancora troppa ignoranza su questo tema. Questa volta  mia nipote si  è davvero  innamorata dell’uomo sbagliato come ha detto lei, la  definizione di “sbagliato”  Fiamma la usa perché il suo Angelo è un ragazzo già fidanzato e si sente in colpa nei  confronti dell’amica, si ma tutte le altre volte che si è innamorata perché non è stata  ricambiata? È lei a sbagliare o siamo noi, che non consideriamo il disabile  una persona  “normale”, non capace d’amare in  tutti i sensi?

E poi, è inutile che stiamo qui a raccontarci favole, perché se questo Angelo non fosse stato fidanzato, purtroppo non sarebbe cambiato niente, perché è la mentalità ad essere totalmente sbagliata, io non credo che nessuno abbia mai trovato Fiamma carina o simpatica, allora è la sedia a rotelle che rende tutti impotenti in quel senso? In paradiso mi sono aggiornata sapete? E vi parlo come una giovane affinché voi mi capiate,  visto  che italiano! Però voglio che capiate la morale della favola, anzi no, facciamo così, io vi dico la mia versione, poi chiaramente ciascuno di voi, secondo coscienza, scavando nel proprio cuore, trae la propria morale, ok?

Allora, secondo me, nel mondo esistono davvero questi due personaggi, esiste una Fiamma ed un Angelo,con nomi e storie diversi è chiaro, anche invertendo i sessi e le condizioni, quindi se qualcuno di voi si dovesse in qualche modo specchiare in questa situazione, anziché scappare, rifiutare la situazione, l’affronti con normalità, con più tranquillità, mi spiego meglio: Se tra di voi si cela un Angelo, che poi si può chiamare: Topolino, Paperino, Qui, o Quo o Qua, e dovesse scoprire grazie a questa storia che nella propria vita, ci potrebbe essere una Fiamma, la quale si potrebbe chiamare: Minni, Paperina o  che so magari Headi o Clara, per favore non esiti a  cercarla, non esiti a parlarle, non esiti cioè a scoprirla, insomma Vivetela, e chissà se è proprio quella  la persona della vostra vita, perché escluderlo a priori? Insomma ragazzi miei, io voglio che il finale di questa storia siate voi a scriverlo, fate conto che la storia non sia finita, manca il finale, o meglio la storia è in stallo, avete due possibilità: O farla finire così, come purtroppo fanno la maggior parte delle persone, oppure uscire dal branco e decidere un finale diverso, mettete voi i lieto fine, e si ragazzi miei,adesso dipende tutto da  voi e chissà se un giorno la mia Fiamma non  troverà il suo Angelo, chiunque egli sia, purché l’ami, altrimenti, lo vedete questo bastone,  vero?” Mentre diceva ciò, alzava il  suo bastone in segno di  dolce minaccia e replicò: “Afferrato il  concetto,  vero?” E girandosi ancora una volta verso la nipote  dormiente, le sussurrò: “Dici che hanno capito? I maschi  sono un po’ di  coccio ti avverto, io ci ho provato, speriamo bene!” E dandole un bacio le sussurrò ancora: “Ti voglio bene piccola  mia, non ti abbattere ok?” e dandole  una pacca nella spalla, scomparve nel nulla.   THE END.

   Vera Guidotto                                                                                                                                                                                                                                           Randazzo lì 29/11/2009                                            

 

                                                                                           PUOI NON CREDERCI…. PERÒ  FA RIDERE  !!!!!!

 

            In un bel castello enorme, lussuoso e sfarzoso, vi regnava un Re molto autoritario, avaro e potente, il quale  amava solo divertirsi, giocare sia d’azzardo, ove poteva sperperare come meglio credeva il suo denaro, e sia inventare giochi popolari anche a costo di mettere a repentaglio la vita dei suoi sudditi, inoltre amava fare delle bellissime feste, grandissime abbuffate con cibi prelibati e  vini doc, circondandosi sempre di belle donne, ordinando loro di stare sempre con lui e compiacerlo, ma stranamente ogni sera era sempre triste, anzi, più feste, svaghi e giochi si  concedeva e più era giù di corda e non si spiegava il perché.

      Un bel giorno dal nulla gli comparve uno ometto, grasso ma variopinto ed allegro, il quale giocava solo con piccoli, anzi piccolissimi pezzettini di carta colorata, cantando canzoni popolari ed allegre, fece tante feste che il Re, in una risata scoppiò, “ Ma chi sei? Il re domandò, rispose l’omino, “Carnevale e chi se no!” l’omino disse “ Maestà, mi concede l‘onore di comporre una canzone insieme? Il Re rispose “ Ma io suonar non so, come farò?” Replica l’omino “ Io un’idea ce l’ho!”  il Re “ O sentiamo”! L’omino risponde “Ok inizio io, sua maestà mi venga dietro, proviamo?” “Ok” replicò il Re.
L’omino iniziò a cantare così “ Evviva carnevale che viene e va, a tutti porta felicità,”  il Re dopo averci pensato un pò iniziò a canticchiare così “ Evviva carnevale che per un pò i musi lunghi si porta via,” l’omino compiaciuto continuò,  “Coriandoli, costumi ed allegria, ed è subito festa si fa,” a questo punto il Re ci prese gusto e si scatenò così “ E per chi ancora triste ti sembrerà, tu questa storia puoi raccontar; una volta tanti anni fa, c’era un Re che non rideva mai, era sempre triste così, non sapeva proprio perché, un bel giorno gli capitò per caso, un ometto grasso così” disse indicandolo con una pacca affettuosa continuando in questo modo “ Fece tante feste che il Re, in un tratto, in una risata scoppiò, ma chi sei il Re domandò, carnevale e chi se no!” i due conclusero la loro performance dandosi un  bel cinque, dicendo in coro “ olle!
        

                                                                                                                                     LA  FORZA  DELL’AMICIZIA.. 

 

Era una fredda giornata di dicembre, fredda dal punto di vista atmosferico, ma calda nei cuori dalla gente, in particolare nella  comunità degli “Amici Per Sempre” nella quale, in attesa del Santo Natale, arano tutti felicemente impegnati a fare chi il bel presepe, chi l’albero di Natale.

Tuttavia c’era una ragazza tanto bella quanto triste, che se ne stava con il suo amichetto del cuore, Laura disse “ sai Fabio, sono davvero felice di avere un amico come te, con te mi sento serena” Fabio risponde,” Per me è la stessa cosa, sei una cara amica” Laura sedendosi, fece un gran sospiro angosciato, Fabio le chiese “perché sei triste? Cos’hai?” Laura rispose, “Ieri ci sono rimasta male quando ti ho visto parlare e scherzare con Angela, le vuoi bene?” Fabio “Si certo, le voglio bene, ma perché?” Laura chiese ancora, “ Ma a chi vuoi più bene a me o a lei?” Fabio replica, “ Dai, che centra? Siete tutti e due amiche mie” Risponde Laura un po’ arrabbiata, “ No! Non è vero! Tu con lei ti diverti di più! Quindi vai da lei!” dicendo queste parole, si alzo di botto e corse via in lacrime, Fabio nel tentativo di fermarla corse verso di lei dicendo, “ Dai fermati! Non fare così! Siamo amici no?” malgrado le parole di Fabio, Laura presa dalla tristezza non volle sentire ragione e si nascose in un angolino rannicchiata continuando a piangere. 
Dopo un po’ di tempo, venne Luca, il responsabile dalla comunità, vestito da Babbo Natale, con tanti regali per tutti, esclamando “Ehi bambini! Guardate un po’ chi c’è! E quanti regali! Guardate, prendete su e ve li distribuite  con calma, siete contenti?” Tutti i bambini esclamarono in coro “ Siiii grazie Luca!!” finiti gli schiamazzi, Luca sentì che qualcuno piangeva, ed andò a vedere, disse stupito “ Laura! Piccola mia! E tu? Cosa fai tutta sola soletta qui? Ed accarezzandole dolcemente la testa replicò “Allora? Perché nascondi i tuoi bei occhioni? Guardami, ti va di parlare un po’ con me?” Laura rispose singhiozzando “ Si, sono una stupita, credevo che Fabio mi volesse bene, ed invece no, vuole più bene ad Angela non a me” Luca le parla ancora “ Laura? Tu sai quanto è grande il nostro cuore?” Laura rispose “No, quanto è grande?” Luca le risponde, “ I medici dicono che sia grande quanto un pugno, ma  io invece penso che sia infinito come l’azzurro cielo, che copre ampiamente le nostre teste, così come è immenso ed infinito l’amore di chi lo ha creato cioè Dio, quindi il cuore di Fabio è abbastanza grande da contenere amore ed affetto per tutti noi, capito piccola mia? Su corri da lui e  fate pace, ti starà aspettando con ansia” Laura disse felice “ Ok vado subito da Fabio a chiedergli scusa, tu pensi mi perdonerà?” Lui rispose “ Ma certo! Ha il cuore grande ricordi?” Laura esclamò “ Già vero!” e si precipitò subito da Fabio, il quale la stava aspettando, Laura “ Fabio! Fabio! Dove sei? Fabio le venne subito incontro dicendo “Laura! Finalmente! Mi hai fatto preoccupare!” Laura disse “scusami, prima  non capivo, ora so  che mi vuoi bene, perdonami”, detto ciò, i due ragazzi si abbracciarono in segno di pace, scambiandosi gli auguri di Buon Natale.
Vera Guidotto

                                                                                                                                                                                                                                         Randazzo lì 26/11/2004
POESIE

AMORE SEMPRE SOFFOCATO

Solo come sempre è il mio cuore

che  vorrebbe soltanto un po’

di comprensione ed un po’d’amore,

sola in questo momento

io mi  sento

quando nessuno sembra capire

il mio reale sentimento,

tutti azzardano ottime ipotesi,

ma nessuno osa andare

mai del problema infondo,

o perché per troppi molto scomodo

o sono io  che camuffo sempre

tutto così maledettamente bene,

infatti, mentre la mia mente e la bocca sua

imbattibile complice tutto camuffa,

il cuore siccome povero

scemo non sa mentire

 e irrimediabilmente

amareggiato, soffre  e sbuffa.

Quando finirà questo continuo

tiro e molla morale e sentimentale?

E mi ritrovo sempre qui,

davanti al PC,

a confidagli i segreti

più intimi del mio

cuore

che parlano con

voce silenziosa

e strozzata d’amore,

un amore che nessuno vuole,

nessuno ricambia,

mai nessuno che

legga il mio dolore

e lo conforti anche

solo con un dolce bacio,

o con la tenerezza

di una carezza,

una carezza piccola

che parli però

d’amore,

amore lungo o

breve che sia,

che riscaldi e

faccia vivere

anche solo per

un attimo l’anima mia.

Voglio solo vivere ed amare

e non soltanto sognare o

ad occhi aperti fantasticare,

cosa diavolo c’è di così

sbagliato in questo?

Mai che becchi quello giusto!

Cos’è  che  non va in me?

La mia sedia?

Il mo handicap

È così terribile?

Il mio aspetto

è così orribile?

È una vita che:

m’innamoro,

camuffo

e quel benedetto

o maledetto momento

aspetto!

Possibile che nessuno mi veda?

Sono tutti sordi e ciechi

o con me tutti fanno finta?

Finta di non vedere,

finta di non capire,

di non sapere cosa

c’è nel mio cuore

fanno tutti finta?

E mi chiedo sempre, ma perché?

Aspettando una risposta

che mai c’è.

Qualcuno può dire:

“molto bella ed ottimista è

questa poesia”!

Nulla  ci posso far,

è ciò che sente

l’anima mia

che più non trova

l’ormai smarrita

diretta via.

Randazzo lì 9/07/2008

********************************

IL TRENO SBAGLIATO.

A chi potrò mai confessare

i segreti del mio cuore,

sempre così voglioso

di cotanto amore?

Perché ancora

una volta

sono così

smaniosa,

triste ed

ansiosa?

Ancora una

volta ho  

sbagliato

il treno,

ne ho preso

uno pericoloso

per me,

esso è infatti

un bel

treno,

ma è già

pieno,

non c’è dunque

posto per me,

per questo il

 treno giusto non è.

Ma perché devo

voler salire

sempre sul vagone sbagliato?

Perché desidero giacere

su una cuccetta già occupata,

da tempo prenotata?

È sempre così,

la solita storia,

che si ripete in modo

 continuo,

insistentemente,

freneticamente,

ma davvero

involontariamente,

senza con la ragione volerlo,

ma ahimè col cuore desiderarlo.

È forse il mio cuore sbagliato?

Il mio pensiero malato?

Perché non prendo mai

il giusto treno?

Scrivo così frasi

senza senso,

parole buttati al vento,

che porta con se via

non svelando mai a

quel qualcuno

cosa realmente sento,

ma spero per lo meno

servono ad alleggerire

 un pò l’anima mia,

sperando che il

pensiero ritrovi

presto la retta via.

Perché deve sempre

esserci questo conflitto

tra mente e cuore,

tra ragione ed amore?

Se solo nel mio

cammino

incrociarsi

per caso

il treno giusto,

allora si che

potrei assaporare

la vita con più gusto.

Da tempo mi chiedo ormai:

“una cuccetta

libera

la troverò mai?

Una cuccetta

che di nessuno sia,

ma solo mia”?

Randazzo lì 30/10/2007

APATIA

Stasera mi sento apatica,

tanto da apparire

scorbutica ed antipatica.

Voglio dunque essere

   con tutti voi del  tutto  franca,

di ogni cosa  sono troppo stanca,

stanca di tutto e di niente.

Stanco è il mio

 povero cuore,

di aspettare

il grande amore.

Stanca è la  mia mente

di troppo sognare

per poi ottenere il niente.

Ho voglia dunque di una

 bella novità,

che mi regali,

non dico la felicità,

ma quanto meno

 un pò di gioia

e  di serenità.

L’apatia è per me

un abito stretto da

infilare,

scomodo

da indossare.

Essere apatica non è da me,

ma l’apatia di colpo mi ha preso

e non capisco il perché,

la vivo infatti come un peso.

Ho voglia di cambiare,

ho voglia di ricevere

una lieta novella,

purché non sia un bluff,

purché non sia

 la solita caramella,

ma voglio la verità,

una verità che per una

volta nella vita,

non sia brutta ma bella.

Randazzo lì 11/03/2006

********************************

DONACI LA VERA LUCE

Grande Papa,

che ti sei fatto piccolo

per noi,

per meglio parlare ai nostri cuori

sordi dal grande frastuono

che è la vita.

Tu che hai dato luce

alle nostre misere menti,

troppo cieche per vedere

accanto  a noi il bene,

troppo occupate

a pianificare il male,

rimanendo così,

soli,

in compagnia solo

del nostro niente.

Sordi sono i cuori

e cieca è la mente.

 Si è vero,

spesso  vediamo

tutto nero,

non trovando la

vera luce,

quella luce

nascosta dentro

di noi,

quella piccola,

ma preziosa

lampadina che

si chiama Pace.

Generoso Papa,

ancora oggi mito

per i giovani,

è dunque ora di

donarci un

nuovo cuore,

che serva solo a

dare all’umanità

un sincero e disinteressato

amore,

si,

è di questo che c’è bisogno  ora,

di fare un’autentica fraternità,

che non  si fermi  in questo

preciso istante,

bensì duri per l’eternità.

Randazzo  lì 08/07/2006

********************************

LA  VITA È.

La vita è, così bella, quasi come

fosse  una piccola stella,

vista di notte, come se

ti augurasse una serena

buonanotte.

La vita è, come una dolce sinfonia,

da ascoltare con allegria, ed in

piacevole  compagnia.

La vita può essere davvero molto bella,

se al tuo fianco hai un’amica

che ti sta vicino proprio come  una sorella.

La vita è davvero  meravigliosa, se

 un ragazzo ti regala una rosa e ti

chiede così di diventare sua sposa.

La vita il più delle volte è complicata

se, quando meno te lo aspetti,

 ti arriva una terribile stangata,

ma basta prenderla con molta filosofia

per trasformarla in una dolce poesia,

anche se di filosofia ce ne vuole

proprio tanta,

non so neppure io quanta.

La vita è così imprevedibile

che non fai in tempo a

dire “Ma dai, è incredibile!”

perché forse non sai che

nulla, davanti a Dio. è

impossibile.

La vita è ricca di sentimenti

confusi e contrastanti,

capaci di fare a pugni

con i nostri cuori

e con le nostre menti,

un pò come guardare

cani e gatti

sopra i tetti,

giocare e litigare.

La vita sembra essere solo

 un buffo gioco,

un gioco di parole che

a volte fa ridere,

ed invece a volte ferisce come pallottole

 uscite dalle pistole,

ma se sono dette

con dolcezza ed amore,

 hanno un altro sapore,

 ed un inestimabile valore,

poiché dette con il giusto tatto

e calore arrivano dritto al

cuore.

La vita non è come un romantico

film in bianco e  

nero,

da guardare così,

a cuor

leggero,

 nella vita è purtroppo tutto

 vero,

 da prendere molto sul

serio.

La vita è sentire una forte nostalgia

che può trasformarsi in malinconia

se ti manca una, a te  

gradita ed importante compagnia,

sentire la mancanza per una cosa o di

una persona che non hai più,

 ed è per questo che molto spesso,

o quasi sempre,

 ti senti così giù,

e delle volte talmente giù ti senti,

che per andare avanti

devi stringere forte i denti

e nascondere così i tuoi

reali e più profondi sentimenti.

Come avete capito,

 la vita è un continuo minestrone,

fatto di cose brutte e di altre buone,

che bisogna sapere

sempre assaporare

con gusto,

anche se molte volte esclamiamo

 “Uffa, questo non è

affatto giusto!”

Randazzo lì 14/11/2005

 

IL MIO CIAO

Ma com’è questa caspita di vita?

Sempre così confusa e cattiva,

altrochè  armoniosa e saporita

come la buona pizza margherita.

Che razza di vita è questa?

Di sicuro non molto giusta,

anzi molto, ma molto guasta.

Non è mai come nelle belle canzoni,

ognuna delle quali capaci di regalarti

le più diverse e dolci emozioni.

Siamo tutti dei cuccioli d’uomo,

non facciamo in tempo a nascere,

ad assaporare le gioie della vita,

che un giorno esaliamo il nostro

 ultimo respiro,

e per chi resta?

Solo un grande vuoto nel cuore ed

un grande cerchio alla testa,

ad un tratto

sparisce la voglia di far festa,

e per cosa poi?

Se  non hai più ciò che vuoi,

se la persona amata

per sempre se ne è andata,

tuttavia so che non mi

ha abbandonata.

La dolce voce di mia

 zia più non udirò,

le sue parole,

i suoi saluti

non toccheranno più

le mie orecchie,

ma chiudendo gli occhi,

nel silenzio del mio cuore,

sono certa che la rivedrò.

Ciao cara zia,

adesso riposa in pace,

tanto lo sai,

tu vivrai per sempre

nell’anima mia,

che non ti lascerà

mai andar via.

È vero,

il tempo cancella ogni cosa,

ogni ferita,

ogni dolore,

ma una cosa resterà

sempre intatta nel

mio cuore,

tu,

la tua dolcezza

ed il tuo amore.

È proprio per tale

 motivo che, con

questa mia poesia,

desidero

dirti ancora

una volta,

“Ciao cara zia”.

Randazzo lì 11/06/2007

********************************

L’ANIMA IN GABBIA

Ho come l’anima in gabbia,

come se dentro me

ci fosse un fritto misto:

ansia, angoscia, tristezza e rabbia.

Provo un tal nodo in gola,

tanto da soffocare.

Il mio spirito per

adesso è a terra,

infatti più non vola,

senza saperne i perché.

Mi sembra quasi d’essere

 una candela spenta, che

luce più non fa,

è come se l’anima  mia

 più gioia non ha,

poiché a stare accesa stenta,

non trovando il giusto

tepore  che

riscaldi ogni

cuore.

È penoso per me

dire tutto ciò,

ma è proprio questo

che per il momento

 nel cuore ho.

Mi chiedo se sia il caso

di esprimere tal

mio sentimento,

forse  mi sto solo rendendo

ridicola con questa poesia,

ma non ho altri modi

per dar voce

a ciò che sente

in questo momento

l’anima mia.

Randazzo lì 08/10/2006

********************************

SANTA VERGINE

O Santa Vergine,

Tu che sei stata                                  

di San Giuseppe                       

devota sposa,

Tu che consideri ogni

persona preziosa,                                        

Tu che sei                                                

Madre amabile e

generosa,                                        

Madre gioiosa e                                        

nel medesimo                                            

tempo inconsolabile.

Tu che pronunciando

quel Si,

ti sei fatta piena di grazia

poiché portatrice

 di un infinito  amore,

capace  di consolare

e sanare ogni cuore

afflitto dal più

terribile  dolore.

Dona all’umanità

Pace e Serenità.

Fai dunque in

 modo che

nel mondo ci sia

una sana allegria,

e si  faccia fra gli

uomini più fraternità,

unica vera strada

per andare incontro

ad una più vera

ed autentica felicità.

O Santa Vergine,

Tu che accogliesti

 nel tuo grembo immacolato

una piccola  ma

 grande creatura,

mille volte più grande,

forte e  benigna

della stessa natura,

una piccola  vita

che sapevi già non

 appartenerti del tutto,

poiché generata da te,

ma di un altro amore infinito

 e cosmico era frutto,

creatura che sarebbe

presto tornata alla casa

del Padre,

voglia tu vegliare su tutti

coloro  che prematuramente

lasciano la vita terrena,

fai in modo che la loro

anima sia davvero serena,

fai in modo che per loro non cali  mai la sera,

e se calar deve,

per lo meno,

fai  che non  sia  troppo  buia o nera.

Randazzo lì 11/07/2006

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NATALE È GIÀ PASSATO

Natale è già passato,

 il bambinello è gia nato,

è caduta fiocco a fiocco,

 lieve, lieve

la candida neve.

  Il vecchio anno se ne è andato,

 con esso speriamo anche

 tutte le avversità,

ed un nuovo anno è già arrivato,

portando a tutti un pò di Gioia,

Amore e Bontà,

così che l’umanità,

più felice e serena sarà.

Buone Feste a te e famiglia,

che la befana vi porti

 solo stupore e meraviglia.

Randazzo lì 28/12/03

 

 

CARO CUORE.

Caro cuore, è a te che sono rivolte queste

mie parole, non continuare a battere più

così senza freno, anche se sei così

d’amore pieno,

cessa una buona volta,

dai! Ti prego!

Tu vuoi amare, amare sul serio,

ma sai che non puoi, non davvero, il perché non

si sa è ancora un mistero.

Basta, basta, finisci di sognare, è venuto

invece il tempo di dimenticare,

dimentica lui, l’amore e tutto il resto,

perché forse per te è ancora troppo

presto,sperando però che il vero

ostacolo alla tua

felicità sia soltanto questo.

 

 

 

“CUORE RIBELLE”

Oh caro cuore, che ti ribelli e ti agiti continuamente
 con tanta furia dentro il petto,
per il tuo stato di non amore,
per un destino a te avverso,
per qualche privilegio a te mancato
e per un muro non abbattibile,
che non vuoi,
né sai accettare più
e né tanto meno
ignorare come facevi da bambina,
quando,ancora ignara d’ogni cosa,
e priva d’ogni piccola pena,
eri entusiasta e felice per un nulla.

Oh cuore indomabile,
che scalpiti senza un attimo di tregua
 nel mio petto,
come un giovane puledro irrequieto
 che non esita a correre
 dopo averlo fatto già,
poiché spinto dalla vita.
Si, quella stessa vita
che spinge ognuno di noi,
nonostante gli ostacoli,
ad amarci liberamente l’un l’altro,
senza più catene,
né impedimenti,
e né barriere interne.

Come uno scrigno a sorpresa sei tu
oh giovane cuore ribelle,
che custodisci dentro,
tanta forza,
tanta energia e soprattutto.
tanto amore,
che vorresti poter sprigionare un giorno,
donandoli magari a chi come te,
sta aspettando una nuova
possibilità,
con quello stato di umile solitudine
che solo un vero innamorato ha,
in attesa di una nuova occasione
che cambi definitivamente
la tua vita,
facendo di te una vera donna
felice e appagata,
ma sai purtroppo che
qualcosa non finirà mai di impedirtelo,
un qualcosa di misterioso,
di non bene definibile,
di non spiegabile,
un misto cioè di stupide paure
e di sciocche idee,
appena impercettibili per i più,
ma irrimediabilmente in corso,
che cerchi tuttavia di combattere sperando
in qualche modo di vincerle.

Ed ecco in te,
un putiferio di idee strane ronzare
sempre più insistentemente
nella tua mente,
che riesci a mala pena
a dominare
con il lume della ragione,
contro la moltitudine
di sensazioni che senza
sentir ragioni,
sovrastano come signori,
quel tuo cuore
così stanco e inerme.      

   Questa poesia è una delle poesie dal contenuto abbastanza forte, scritta nella primavera del 1995,

“ESSERE AMICI”

Un amico è raro averlo,

è quasi come trovare un bel fiore

con un fragrante profumo e d’un

delicato colore, in una tundra

ghiacciata completamente

disabitata.

O come intravedere in un deserto

arido e secco,

quasi come in un miraggio,

una sorgente,

sgorgante dell’acqua viva,

fresca e pura.

Trovare oggi un vero amico

è dunque un’impresa ardua,

sennonché il più delle volte

impossibile,

ma solo chi l’ha trovato,

lo ha assaporato e soprattutto

chi ha saputo accettarlo

per quello che è,

con molta dolcezza

e umiltà d’animo,

sa spiegare cosa sia

effettivamente un amico,

un vero amico.

Solo chi ha vissuto

una sincera amicizia

cercando veramente

di dare tutto quello può,

senza mai aspettarsi nulla in cambio,

sa dire cosa significhi essere

un vero amico

per qualcuno.  

Vera Guidotto

Randazzo lì 1994

 

“LA BELLA SIGNORA”

 

C’è una bella signora

di un bianco  candido,

come è candido il velo

d’una sposina sul punto di

emettere il suo si decisivo,

che unirà per sempre la

propria esistenza,

il proprio destino,

il proprio presente,

passato e futuro all’amato,

col cuore pieno di gioia e

di bontà.

Puro e semplice

come la bianca neve che

col suo manto bianco

spazza via tutte le impurità

del mondo e ridona all’uomo

la sua vera ed originaria

identità di essere umano

con l’animo colmo di bontà

e d’amore.

“L’AMORE”

     L’Amore è come un dolce fiore,

che nasce infondo al cuore, e

se non lo innaffi muore.

Nulla ci puoi far, viverlo

con dignità, perché esso

non è affatto da ignorar

e tanto meno da gettar

via come se nulla sia,

ma merita lo stesso

un sacco, un sacco

d’affetto.

Scritta nel 90

 

                                                                                         “NÈ DONNA NÉ BAMBINA”

Tale poesia, scritta sul finire del 1993, è un componimento poetico un po’ più complesso rispetto alle precedenti, poesie, quali: “L’Amore”, “Un Amico”, “La felicità” e “La leggiadra fanciulletta”, in quanto come si può notare già da una prima lettura, il tema comincia a cambiare.
Io stessa mi sto accorgendo di stare cambiando, ed è un cambiamento non solo fisico, ma psichico il mio, è come se in me, ci fossero all’improvviso due cuori, due modi di essere, di voler essere, due volontà diverse fortemente in contrasto tra loro insomma: quella della bambina che cerca di aggrapparsi con tutta se stessa al desiderio di rimanere sempre tale, perché la sua infanzia è stata una delle più felici e spensierata che potesse mai desiderare, in quanto, come bambina aveva avuto tutto l’amore, il calore e il grande affetto che nutrivano non solo i suoi parenti, che questo nel corso degli anni non è cambiato, anzi, ma anche quello della maestra e dei compagni della scuola elementare, che l’hanno accolta con immenso affetto e serenità.
Quello era il suo mondo incantato, aveva legato talmente tanto con loro, che puntualmente ogni anno, arrivati all’ultimo giorno di scuola, lei scoppiava a piangere, contrariamente a tutti gli altri bambini, che ovviamente non vedevano l’ora che finisse la scuola per poter giocare in pace, ma per quella bambina, quando arrivava quel momento era come se le togliessero qualcosa di veramente grande a cui non voleva, non poteva rinunciare  assolutamente, fino a quando arrivò l’ora x.
Era solo l’ultimo giorno di scuola della 5° elementare, per me per molto tempo non ci fu cosa peggiore, non volevo accettare l’idea di crescere; in quel momento, non so come, sapevo che la mia vita dal punto di vista affettivo non sarebbe mai stata più la stessa; infatti, non mi sbagliavo, perché crescendo anno dopo anno incominciavo a desiderare si, un amico, o un’amica sincera, ma nel mio cuore stava entrando una persona nuova, una donna, che tuttavia respingevo con tutte le mie forse; ma ormai era troppo tardi, mi stavo innamorando per la seconda volta di un ragazzo conosciuto al liceo, con il quale ho fatto solo il biennio, in quanto io a causa di una insegnante di sostegno che ha fatto tutto tranne che aiutarmi, sono stata bocciata, e quindi anche se eravamo nella stessa scuola, il nostro rapporto si è andato sempre più deteriorando e di questo avevo paura, perché mi era già successo in passato e non volevo soffrire più, ma nello stesso tempo non riuscivo ad impedire al mio cuore di battere di nuovo per un altro.
La poesia già nei primi versi, denota una sorta di crisi esistenziale, non so più quasi chi sono, né so con certezza chi voglio essere, se desidero essere finalmente una donna e quindi essere libera d’amare, anche se in realtà non lo sono assolutamente, oppure cercare di trattenere, pur con la forza quella bambina allegra e felice di un tempo.

Qui si nota soprattutto il profondo desiderio d’amare e di essere amata, ma nello stesso tempo la paura soffrire di nuovo, di conseguenza il forte bisogno di tornare indietro col tempo, quando ero libera di esprimere ciò che sentivo, senza la paura di dichiararlo apertamente, con la certezza di essere sempre e comunque amata; cosa che non poteva mai fare la donna che stava entrando in me, che non sa spiegarsi il perché di così tanti dubbi, paure, incertezze e timore regnino in quel suo piccolo grande cuore.         

A questo punto si può notare la raffinata similitudine tra la rosa che “sta incominciando a sbocciare di un delicato e fresco profumo di petali gentili,  così come delicato e gentile, ma timoroso, è il tuo dolce amore che comincia involontariamente a riscaldare il tuo povero buon cuore”.
Questi sono gli ultimi versi della poesia, tratti testualmente, sono versi che si commentano da sé, quindi non credo che necessitano di ulteriore spiegazione, giacché il finale è un po’ il sunto di tutta la poesia.       

Ad ispirarmi tale poesia, cioè a darmi in qualche maniera l’ispirazione giusta, o meglio l’imput per iniziare a scrivere, oltre a quelle naturalmente sopra descritte, fu stranamente una canzone cantata da una delle ragazze di una trasmissione televisiva più o meno stupida che  parò a me all’epoca piaceva molto, perché era condotta da ragazze che facevano in qualche modo spettacolo, con giochi, musica e interviste, si chiamata NON E’ LA RAI, peccato che però con tempo si è andata rovinando, infatti, era diventata sciocca e vuota, l’unica cosa che ricordo davvero con vero piacere è appunto quella famosa canzone, che forse ad alcuni sarà sembrata insignificante, ma in tanto a me, è servita per scrivere questa poesia, infatti, il tutolo dalla mia poesia è proprio quello della stessa canzone, le uniche parole che mi sono rimaste impresse sono proprio quelle con cui incomincia la mia poesia, anche se molto, ma molto personalizzate, e sono: “I sogni tuoi di prima, solo che adesso non vuoi” e poi ovviamente il resto della poesia l’ho scritta secondo la mia reale esperienza.

NÉ DONNA NÉ BAMBINA.

Chi sei tu? Né donna né bambina, che

cerchi disperatamente nel tuo piccolo

grande cuore, i sogni tuoi di prima,

solo che adesso non vuoi, chi senti

di essere? E chi vorresti essere?

L’una o l’altra? Oh come era bello

quel tuo cuoricino bambino, sempre

pronto a veder in ogni piccola cosa

la felicità, in ogni piccolo gesto la bontà.

Ancora incapace di mentire per paura,

perché sapevi che sempre, in ogni caso

 saresti stato amato, e perché

  tanti dubbi ora? Ora che stai finalmente

crescendo, perché tante paure?

Tante incertezze? E tanto timore

regna in quel tuo piccolo grande cuore?

Ancora fresco come una rosa che sta

Incominciando a sbocciare di un delicato

E fresco profumo di petali gentili, così 

come delicato e gentile, ma timoroso,

è il tuo dolce amore che comincia

involontariamente a riscaldare

il tuo buon cuore.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

                                                                                                                         

Raimondo Diaccini – Vita del Beato Domenico Spadafora

Giuseppe Plumari – Lettere Autografe 1822

Federico De Roberto – CATANIA con 152 Illustrazioni

Nino Grasso

 ANTONINO GRASSO, nato a Randazzo il 16 ottobre 1943.

1. TITOLI ACCADEMICI
Maturità magistrale conseguita presso l’Istituto “Regina Elena” di Acireale nel 1967. 
Magistero in Scienze Religiose conseguito nel 1999 presso l’Istituto Superiore di Scienze Religiose “S. Luca” di Catania;
Bacellierato in S. Teologia conseguito nel 2000 presso l’Istituto Teologico “San Tommaso” di Messina;
 
Licenza in S. Teologia con specializzazione in Mariologia conseguita presso la Pontificia Facoltà Teologica “Marianum” di Roma, ”Summa cum Laude”,  11 gennaio 2002; 
Dottorato in S. Teologia con specializzazione in Mariologia, conseguito presso la Pontificia Facoltà Teologica “Marianum” il 14 novembre 2005, “Summa cum Laude” con la tesi: “La Madre di Dio e la pace in alcuni documenti magisteriali di Paolo VI”. 
2. ATTIVITÀ ACCADEMICHE E RADIOFONICHE

– In qualità di Professore Stabile insegna Mariologia nell’Istituto Superiore di Scienze Religiose “San Luca” di Catania aggregato alla Pontificia Facoltà Teologia di Sicilia; 
– É socio corrispondente della Pontificia Academia Mariana Internatinalis (PAMI) della Santa Sede; 
– É socio ordinario dell’Associazione Mariologica Interdisciplinare Italiana (AMI).
– Collabora dal 2013 per i commenti mariologico-mariani con la trasmissione “Non un giorno qualsiasi” della Radio Vaticana condotta da Federico Piana.
– È stato relatore in Convegni di vario genere a Catania, Siracusa, Giarre, Alcamo, Palermo.

3. ATTIVITA’ SOCIALI, ONORIFICENZE CIVILI E CONOSCENZA LINGUE

– É stato per lunghi anni Corrispondente Consolare del Consolato Generale di Monaco di Baviera per la Regione della Svevia meridionale con sede a Kempten/Allgäu;
– È stato Insignito il 02 giugno 1980 dal Presidente Sandro Pertini dell’onorificenza di “Cavaliere al merito della Repubblica Italiana” “per particolari benemerenze” acquisite al servizio dell’emigrazione degli italiani in Germania. 
– Parla correttamente la lingua tedesca ed ha l’abilitazione all’insegnamento di questa lingua, avendo insegnato per molti anni nelle scuole tedesche della Svevia meridionale, in Baviera, dove ha pubblicato un libro, in collaborazione con un’autrice tedesca dal titolo ICH LERNE DEUTSCH (Io imparo il tedesco) per l’insegnamento del tedesco ai bambini italiani.
4. ARTICOLI E INTERVISTE SU GIORNALI
É autore di numerosi articoli pubblicati sulle seguenti riviste:
“LAÓS” dell’I.S.S.R. “San Luca” di Catania;
– “Theotokos” (“Siti mariani in Internet”)
– “La Roccia di Belpasso” – Santuario del Cuore Immacolato di Maria Regina della pace.
– “Cammino” – Periodico dell’Arcidiocesi di Siracusa
– “Maria”
Ha rilasciato interviste ai giornali:
– Avvenire
– Il Foglio
– Senza Colonne di Brindisi
– La Sicilia
5. PUBBLICAZIONI A CARATTERE MARIOLOGICO

É autore di 10 pubblicazioni mariane presso le case editrici:
1) EDITRICE ANCILLA (CONEGLIANO) – “Maria con te” con prefazione di R. Laurentin [1994]
2) EDITRICE ANCILLA (CONEGLIANO) – “E la Vergine distese le mani” [1995]                                 Seconda Edizione Dicembre 2011. 
3) EDIZIONI GRIBAUDI (MI) – “Guadalupe. Le apparizioni della “Perfetta Vergine Maria” 
4) ASSESSORATO BENI CULTURALI AMBIENTE E PUBBLICA ISTRUZIONE DELLA SICILIA (PALERMO) – Av.Vv., “Maria, madre della speranza, Donna di legalità” a cura di N. Mannino [2006].
 
5) PONTIFICIA ACADEMIA MARIANA INTERNATIONALIS (CITTÀ DEL VATICANO) – “La Vergine Maria e la pace nel magistero di Paolo VI” [2008];
 
6) EDITRICE ISTINA (SIRACUSA) – “Maria di Nazareth. Saggi teologici” [2011].
 
7) EDITRICE ANCILLA (CONEGLIANO)  – “Perchè appare la Madonna? Per capire le apparizioni mariane” [2012]
 
8) EDITRICE ISTINA (SIRACUSA) – Maria, maestra e modello di fede vissuta [2013]
 
9) EDIZIONI SEGNO (TAVAGNACCO)
– Apparizioni, malati e guarigioni a Lourdes. La prodigiosa guarigione di Delizia Cirolli il miracolo n. 65 di Lourdes riconosciuto dalla Chiesa [2015]
 
10) EDIZIONI SEGNO (TAVAGNACCO) – Maria, Madre di misericordia: “sotto il tuo manto c’è posto per tutti” Meditazioni [2016]
11) Prossima pubblicazione agli inizi del 2018: – Lucia Mangano. Una vita d’unione con Maria
 
6. ATTIVITÀ MARIOLOGICA SULLA RETE INTERNET
 
– É autore e gestore del portale di Mariologia http://www.latheotokos.it, raccomandato dalla Congregazione per il Clero e dalla Pontificia Academia Mariana Internationalis.
Il sito che ha migliaia di pagine di articoli su ogni aspetto della Mariologia, filmati, audio, immagini, ecc. è il sito mariano più visitato d’Italia e uno dei più visitati del mondo in campo mariano ed è stato recensito spesso.
Ecco le recensioni più significative:
– CHIESA CATTOLICA ITALIANA Convegno “Pastorale e Nuove Tecnologie” Assisi 911 marzo 2000 Relazione di F. Diani: “Radiografia virtuale della Comunità ecclesiale italiana”;
– LA MADRE DI DIO 4 aprile 2001; – JESUS, Aprile 2001;
– LA MADRE DI DIO 3 MARZO 2003;
– VERSO LA BIBLIOTECA ECCLESIALE DIGITALE. Indagine sull’impatto di internet sulla disponibilità e sulla consultazione on line della documentazione di natura ecclesiastica Barbara Fiorentini – Università Cattolica del S. Cuore (Piacenza) – OSSERVATORIO COMUNICAZIONE&CULTURA 10/2002. – Ne ha parlato una importante pubblicazione dal titolo “IL FENOMENO MARIANO NEI NUOVI MEDIA” alle pagine 143-147.

– È autore e gestore del sito dedicato alla Madonnina del Parco Sciarone di Randazzo:  www. fatimaparcosciaronerandazzo.

ConvegnoFebbraio2020

 

Intervista a Radio Vaticana: “Il Papa ieri ed oggi” 

 

 

PRESENTAZIONE UFFICIALE DEL LIBRO “LUCIA MANGANO. UNA VITA D’UNIONE CON MARIA”
DEL PROF. ANTONINO GRASSO

Il 19 febbraio 2018, nell’Aula Magna dell’Istituto Superiore di Scienze Religiose “San Luca” di Catania, aggregato alla Pontificia facoltà Teologica di Palermo, si è svolta la presentazione ufficiale dell’ultima pubblicazione del Prof. Antonino Grasso, docente dell’Istituto, dedicata alla più grande mistica siciliana dei tempi moderni: “Lucia Mangano. Una vita d’unione con Maria”.
Presiedeva la cerimonia l’Arcivescovo Metropolita di Catania, Presidente della Conferenza Episcopale Siciliana e Moderatore del “San Luca”, Mons. Salvatore Gristina, circondato dalle autorità dell’Istituto, da altri esimi autori e davanti ad un nutrito gruppo di partecipanti.
La relazione ufficiale è stata tenuta dal Prof. Salvatore Maria Perrella, noto mariologo a livello internazionale, Preside della Facoltà Teologica “Marianum” di Roma e Direttore Editoriale della collana scientifica della Facoltà romana “Virgo Liber Verbi”, nella quale in volume del prof. Grasso è stato ufficialmente inserito al n. 9.
Dopo aver sottolineato la validità scientifica della pubblicazione, il Prof. Perrella, è passato a delineare la figura di Lucia Mangano, Orsolina di San Giovanni La Punta, soprattutto sotto l’aspetto della straordinaria esperienza mistica che la annovera tra le più grandi della Chiesa universale.
Il Prof. Perrella, passava, quindi, a sottolineare la singolare angolatura mariologica del volume, dato che il Prof. Grasso ha approfondito il particolare, straordinario e intenso rapporto che Lucia Mangano ebbe con la Madre di Dio, angolatura irrinunciabile per chi parla o scrive di Lucia, tanto che la sua esperienza non potrebbe essere pienamente compresa, se si tralasciasse di sottolineare l’intensità di questo singolare rapporto.
Sono, quindi intervenuti nel dibattito il Superiore dei frati Passionisti di Mascalucia, legati storicamente a Lucia Mangano che contribuì alla loro fondazione nell’isola ed il cui allora superiore, il Venerabile P. Generoso Fontanarosa, fu per lunghissimi anni il Padre Spirituale; la Superiora delle Orsoline di Catania, che ha ringraziato l’autore per aver rimesso in luce la figura di Lucia Mangano.
Dietro domanda di uno studioso presente, il Prof. Grasso è passato poi a descrivere l’amichevole rapporto che Lucia Mangano ebbe con il beato Antonio Allegra, grande missionario originario di San Giovanni La Punta, il primo a tradurre in lingua cinese la Bibbia, che conobbe la Venerabile fin da quando faceva il chierichetto nel Santuario della Ravanusa e che, pur trovandosi stabilmente in Cina, mantenne con lei un costante rapporto epistolare.
Il tutto si è concluso con l’augurio dell’Arcivescovo che l’opera del Prof. Grasso contribuisca a far conoscere meglio e ancor di più Lucia Mangano, una gloria dell’Arcidiocesi di Catania e della Sicilia.

 

 
37° Convegno Pastorale – Giarre : “Maria Madre della Chiesa” relatore Nino Grasso. 29 marzo 2019

 

 

 

PRODUZIONE   LETTERARIA 

 

 

                                                        PERCHE’ APPARE LA MADONNA?

 

Per capire le apparizioni mariane

 Il libro di Antonino Grasso

    La Costituzione Dogmatica Lumen Gentium del Concilio Vaticano II al n. 62, dopo aver delineato i compiti della maternità spirituale di Maria nei nostri confronti, ha affermato che questa maternità di Maria nell’economia della grazia perdura senza soste fino al perpetuo coronamento di tutti gli eletti.
    Difatti, assunta in cielo, non ha interrotto questa funzione salvifica, ma con la sua molteplice intercessione continua a ottenerci i doni che ci assicurano la nostra salvezza eterna.
    Con la sua materna carità si prende cura dei fratelli del Figlio suo ancora peregrinanti e posti in mezzo a pericoli e affanni, fino a che non siano condotti nella patria beata.
    Collegandole con questo perenne e dinamico “prendersi cura dei fratelli del Figlio suo”, la mariologia legge le apparizioni della glorificata e assunta Madre di Dio, come manifestazioni impellenti di quell’amore materno che anima il suo cuore nei nostri riguardi e come conferma del suo essere l’icona del nostro divenire nuove creature in Cristo.
    Per questo motivo esse vengono anche chiamate “Mariofanie”. Il termine, infatti, secondo Stefano De Fiores, non solo declina il fatto dell’apparizione della Vergine, ma soprattutto indica la “persona di Maria e la sua funzione” in continuità con i dati biblici, che costituiscono la vera e fondamentale mariofania.
    Maria, così, non appare personaggio del tempo passato, ma continua a “manifestarsi” come persona viva, luminosa, glorificata, che si interessa, a causa della missione a cui è stata chiamata da Dio, dei suoi figli e delle sorti del mondo.
    Ne consegue, che le apparizioni della Vergine non possono essere spiegate e comprese, prescindendo dalla sua identità di madre e cooperatrice del Salvatore nella Storia della Salvezza. 
    In realtà, assistiamo oggi a un grave paradosso: le apparizioni mariane, che non godono quasi nessun credito nell’elite intellettuale e teologica e vengono declassate ad eventi secondari e privati, hanno, al contrario, un impressionante seguito nel popolo di Dio.
    Così che, mentre l’ufficialità quasi sempre tace, sottovalutando il fenomeno o accogliendolo con eccessiva riservatezza, milioni di fedeli si recano continuamente verso i luoghi in cui appare o si dice essere apparsa la Vergine.
    Con la conseguenza che essi, molto spesso, non sapientemente guidati o correttamente illuminati sulla natura, il valore, la valutazione e il significato di questi eventi, ignorando le direttive dei Pastori, assumono atteggiamenti troppo spesso dipendenti dai “messaggi” e dai racconti dei veggenti, considerati quasi nuovi evangelisti e nuove guide spirituali del mondo.
    Abbiamo, come afferma René Laurentin, il sorgere di una “Chiesa delle apparizioni” con le sue regole e il suo modus vivendi, che cammina parallela e spesso in dissenso con la “Chiesa istituzionale”. A questo si aggiungono le varie, gravi ed epocali crisi d’identità dell’uomo contemporaneo, spesso schiavo:

– del suo efficientismo esteriore, a cui non corrisponde un’uguale ricchezza interiore;

– del suo positivismo, empirismo e nichilismo che precludono la possibilità di un’apertura ai valori trascendenti;

– del suo materialismo, per cui primeggiano l’istinto per il piacere e per il possesso che gli fanno ignorare la bellezza del donarsi nell’amore e per amore;

– del suo attaccamento al potere e al dominio, che lo distolgono dall’idea della vita come servizio umile e disinteressato.

Inoltre, dobbiamo riconoscere che ci troviamo, drammaticamente, in un contesto generale di vita in cui:

– la fede, Cristo e la Chiesa, perdono il loro carattere di verità e di universalità salvifica, perché su di essi si getta continuamente un’ombra di dubbio, di incertezza e di discredito;

– l’angoscia e l’ansia, la paura e il dolore, anch’essi globalizzati, avvolgono la nostra esistenza; 

– i luoghi stessi della nostra vita somigliano sempre di più ad un terribile deserto, a un aspro monte fatto di solitudine, di incomprensioni, di desolazione. 

    È proprio la constatazione sia di una situazione ecclesiale in cui da un lato, quasi si ignorano o si criticano e, dall’altro, spesso si esaltano senza alcuna sicurezza teologica le rivelazioni private elevandole ad assoluta regola di vita; sia il riscontro di una situazione socio – antropologica in cui le donne e gli uomini del nostro tempo vivono, senza una reale apertura ai valori della trascendenza e senza prospettive, come veri “figli del nulla”, che ha spinto gli studiosi di mariologia a dedicarsi con maggiore serietà allo studio delle problematiche teologiche, ecclesiali, sociali ed antropologiche delle apparizioni mariane, con l’intento di fornire i chiarimenti necessari per una loro oggettiva valutazione, a beneficio non solo della Chiesa, ma della stessa umanità.
    Essi, infatti, con i loro studi approfonditi intendono:

– sollecitare i Pastori a riconoscere i frutti spirituali che esse producono;

indicare ai fedeli la sicura via per accoglierle senza infantilismo o isterismo religioso;

– sottolineare la loro incidenza nella società, perché si mostrano un valido aiuto per il rinnovamento spirituale dell’intera umanità, in cammino non verso l’autodistruzione, ma verso l’Eschaton, e fanno riscoprire Maria come icona, maestra e “presenza” di speranza e di giustizia in mezzo a noi.

    Tenendo conto di tutto questo, Antonino Grasso ha cercato nel suo volume di sintetizzare le complesse problematiche e i significati teologici e antropologici delle Mariofanie in 5 brevi ma intensi Capitoli:

  1. Quantità delle apparizioni
  2. Natura delle apparizioni
  3. Valutazione delle apparizioni
  4. Valore delle apparizioni
  5. Significato delle apparizioni

 

 

LA FEDE CHE CAMBIA LA STORIA: IL MESSAGGIO DI FATIMA CENT’ANNI DOPO

26 Ago 2017

Nino Grasso

Tra le celebrazioni di quest’anno in onore della Madonna dell’Elemosina, ha assunto un ruolo significativo il ricordo dei primi cento anni delle apparizioni della Madonna a Fatima, una delle più importanti mariofanie che ha segnato le vicende storiche del secolo scorso e che ancora è capace di interpretare profeticamente il nostro tempo.
Promossa dall’Associazione “Maria SS. dell’Elemosina”, la conferenza di venerdì 25 agosto è stata introdotta da Alessandro Scaccianoce, responsabile attività culturali dell’aggregazione mariana, e condotta dal prof. Nino Grasso, docente di mariologia presso l’Istituto Superiore di Scienze Religiose di Catania.
Perché la Madonna appare? Qual è il messaggio per noi contemporanei? Qual è il valore profetico del terzo segreto? Con queste domande Scaccianoce ha avviato la riflessione, sottolineando come Fatima sia la dimostrazione della capacità della fede di incidere nella storia. “La fede – ha detto Scaccianoce – non è solo un rapporto intimo e personale con Dio, ma è principio di rinnovamento della vita. La preghiera e la penitenza, tra le consegne più importanti delle rivelazioni di Fatima, possono davvero modificare il male della storia”.
Nel suo intervento il prof. Grasso ha ripercorso le tappe delle apparizioni, avvenute tra il 13 maggio e il 13 ottobre 1917, e ha spiegato in dettaglio il contenuto dei tre segreti, o meglio, delle tre parti dell’unico segreto rivelato dalla Vergine ai tre fanciulli portoghesi. Ha detto Grasso:
“La visione dell’inferno, la possibilità di una nuova e più grande guerra e la persecuzione della Chiesa, con la visione del Vescovo vestito di bianco che cade sotto colpi di armi da fuoco ai piedi di una grande croce, sono i tre grandi segreti.
A queste visioni drammatiche però la Vergine accompagna sempre dei messaggi di speranza.
L’inferno può essere evitato, come anche il male della guerra, attraverso la consacrazione al cuore immacolato di Maria, con quel che significa questo atto, come adesione e fiducia all’intera persona della Madre di Dio.

Anche Giovanni Paolo II, che vide applicata a sé la profezia del Vescovo colpito con armi da fuoco, riconobbe che fu la Vergine a deviare con la sua mano il proiettile che lo colpì nell’attentato in piazza San Pietro il 13 maggio 1981”.
Grasso ha anche ricordato l’interpretazione dei segreti offerta da Joseph Ratzinger nel 2000, come Prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede, e l’omelia che tenne a Fatima, come Papa, in cui precisò che il valore profetico delle rivelazioni non è affatto esaurito:
la persecuzione dei cristiani, infatti, e il sangue versato da vescovi, preti, religiosi e religiose, e da tanti cristiani laici è sotto gli occhi di tutti.
“La Madonna – ha concluso Grasso – appare perché ci è madre, per richiamarci specifici aspetti della rivelazione evangelica e per confermarci la verità del cielo e della risurrezione”.
A chiudere la serata è stato l’intervento del Vescovo Paolo Urso che ha presieduto la Celebrazione eucaristica, con la partecipazione degli ammalati e dei volontari delle associazioni che operano nel territorio.
“Noi siciliani – ha detto Mons. Urso – invochiamo Maria come ‘a Bedda Matri’ non solo per far riferimento alla sua bellezza fisica, ma per sottolineare la sua bellezza spirituale. Lei che è davvero vicinissima a noi è anche la donna vestita di cielo e di sole, luminosa perché brilla della grazia di Dio.
Le rivelazioni di Fatima ci confermano che lei è sempre attenta alle nostre vicende umane e per noi desidera la felicità più grande: il paradiso. Un paradiso che inizia già su questa terra. Fatima ci conferma che non esiste un destino immutabile, ma al contrario che con il nostro contributo possiamo rendere questo nostro passaggio sulla terra migliore, per noi e per i nostri fratelli”.
Il prevosto don Pino Salerno ha ringraziato i presenti e ha esortato a vivere le celebrazioni con la ricchezza di queste splendide verità di fede, evidenziando l’importanza di queste riflessioni per il Santuario Mariano di Biancavilla che venera Maria come Madre di Misericordia.
    Articolo di Nino Grasso 

 

             MARIA, LA “DONNA” GLORIFICATA DAL RISORTO, ICONA DI VITA E PROFEZIA DI FUTURO PER I “FIGLI DEL NULLA”.

 

                                                                                Istituto Superiore di Scienze Religiose “San Luca” – Catania

Introduzione

Secondo l’insegnamento di papa Paolo VI (1963-1978), espresso soprattutto nell’esortazione apostolica Marialis cultus del 2 febbraio 1974, 1 ripreso e  approfondito dal magistero successivo di Giovanni Paolo II (1978-2005), Maria è l’autentica risposta alla varie crisi d’identità dell’uomo contemporaneo, spesso incatenato dal suo efficientismo esteriore, a cui non corrisponde un’uguale ricchezza interiore; dal suo positivismo, empirismo e nichilismo che precludono la possibilità di un’apertura ai valori trascendenti; dal suo materialismo, per cui primeggiano l’istinto per il piacere e per il possesso che gli fanno ignorare la bellezza del donarsi nell’amore e per amore; dal suo attaccamento al potere e al dominio, che lo distolgono dall’idea della vita come servizio umile e disinteressato.
Inoltre, Maria è l’esempio vivente e perenne della rivoluzione cristiana che cambia il mondo, ridona speranza e offre prospettive di futuro agli uomini e alle donne, essendo la prima creatura che, rigenerata alla totalità della grazia per la salvezza operata da Cristo e partecipe della sua gloria di Risorto, rappresenta la condizione umana completamente realizzata, libera dalle catene del peccato e della morte, interprete, quindi, nella piena significanza della sua esistenza, della vitalità operativa e trasformante del Dio Trinitario che riscatta la creatura dalle condizioni di indigenza e la fa partecipe del mistero della vita senza fine.

1.1. Il cristianesimo e i “figli del nulla”

Di fronte ai mali e ai pericoli che lo minacciano, fra i quali primeggia la crisi di futuro, l’uomo di oggi mostra un totale e drammatico disorientamento. Molti indicano nel nichilismo la causa fondamentale di questa profonda incertezza e precarietà
 Il nichilismo è la negazione radicale e metafisica del senso dell’essere e degli enti il cui significato e la cui realtà sostanziale e valoriale è fondata nell’assolutezza dell’essere.

In sostanza, il nichilismo è una concezione delle cose, per la quale la realtà finirebbe nel nulla, per cui essa non ha alcuna consistenza e nessun solido rapporto con la verità: è il niente il vero senso dell’essere.
Marcando come un fuoco potente non solo la filosofia contemporanea ma la cultura e l’esistenza umana nelle sue molteplici espressioni, il nichilismo ha generalizzato una diffusa e profonda corrosione della fede circa la visione del mondo e dei valori trascendenti, manifestandosi come la vera radice dei mali dell’uomo d’oggi.
È evidente che il nichilismo come «processo nel quale, alla fine, dell’essere come tale 
non resta più nulla»8 interroga profondamente il cristianesimo e lo chiama ad un confronto, dal quale devono emergere convincenti risposte.
Invece di guardare al nichilismo come ad un antagonista ideologico, bisogna considerarlo piuttosto come un clima culturale, una contingenza esistenziale in cui l’uomo contemporaneo si trova a vivere, bisognoso, quindi, anche e soprattutto in questa situazione, di comprensione, amore e sollecitazioni salvifiche. Il massimo limite del confronto tra cristianesimo e nichilismo è l’incapacità di quest’ultimo di confrontarsi seriamente oltre che con il problema del male e della libertà, anche con quello del senso della vita.
Nasce, di conseguenza, la necessità per la teologia di annunciare Dio ai “figli del nulla”, non nell’orizzonte della dimostrazione metafisica, ma in quello dell’accoglienza della rivelazione.
L’importante non è riaffermare genericamente l’esistenza e il primato di Dio, ma far comprendere il significato della sua reale e trasformante presenza tra di noi. È così che i “figli del nulla” scopriranno che il Dio cristiano non è il Dio dei filosofi, ma il Dio Trinitario svelatoci da Gesù Cristo; non il Dio assoluto e onnipotente dei metafisici, ma il Dio che cerca la relazione, crea, ama, s’incarna e si umilia sulla croce ed escatologizza la storia; un Dio santo di una santità non separata ma partecipata; un Dio che propone all’uomo le beatitudini, perché lui stesso ne è il compendio; che non si chiude gelosamente nella perfezione del proprio essere, ma la dispensa per amore nella creazione e nella redenzione; che non vive la propria bellezza e grandezza come auto-contemplazione estatica ma come avventura dinamica, come teo-drammatica; un Dio che, in definitiva, inserendosi nel “nulla” della  storia, offre all’uomo e alla sua esistenza, pienezza di senso e garanzia di futuro.

1.2. Maria, la “Donna” glorificata, di fronte alla cultura del nichilismo

All’uomo smarrito perché orientato al passato per paura del futuro; inchiodato al presente o a futuri brevi senza reali prospettive di ampio respiro, il cristianesimo può, dunque, offrire le sue motivazioni sapienziali e la profezia della sua fede, chiamandolo anche a riflettere sull’esempio di esistenze liberate e a contemplare quale icona di vita perfettamente realizzata perché immersa nella gloria del Risorto, la “Donna rivestita di sole” la cui Bellezza, in dipendenza e in riverbero dalla Bellezza dello Spirito, salverà il mondo.
Proprio la “Donna” glorificata nel e dal Risorto, parte attiva di una storia piena di significato in cui si realizza la liberazione totale dell’uomo nella prospettiva dell’infinito, offre la proposta di una civiltà nuova vista e pensata dal futuro. Maria, infatti, provoca al futuro l’uomo senza radici e senza promesse che consuma la sua esistenza nel quotidiano e che pone le sue scelte nella breve terra dell’oggi, senza pretendere che esse vengano da lontano o portino lontano.
La “Sorella” degli uomini, come amava chiamare Maria di Nazaret Paolo VI, invita i suoi “fratelli” e le sue “sorelle” in umanità, a non aver paura del futuro ma a interrogarlo con fiducia, severità e radicale rigore.
Con l’esempio della sua esistenza piena di senso, Maria invita gli uomini a superare la pretesa di un futuro senza passato e senza presente, perché non potrebbe spiegarsi né da dove nasce e come si nutre la forza propulsiva della speranza; la pretesa di un passato senza presente e senza futuro, perché recherebbe con sé soltanto la sconfortante mitizzazione di un brano del tempo; la pretesa di un presente senza passato e senza futuro, perché non ne giustificherebbe l’oggettivo valore.
Con Maria e in Maria, dunque, l’uomo può comprendere che entrare e stare nel mondo, vivere ed agire nel frammento di tempo che gli è dato, dà senso alla storia individuale e collettiva, la orienta al suo fine che non è l’abisso del nulla, ma la pienezza luminosa nel Dio Salvatore.
La Madre glorificata di Colui che proprio ex nihilo iniziò il cammino della storia con la creazione; che nel nihilo della croce raggiunse l’apice dell’amore nella storia; che dal nihilo della tomba risorse, vincitore della morte quale signore della storia e che tutti chiama dal nihilo della fragilità del peccato alla figliolanza del Padre nella potenza rigenerante dello Spirito, illumina nella luce del Figlio Risorto la realtà dell’esistenza umana, quale icona di speranza e di futuro, oltre la ristretta contingenza del tempo e dello spazio.
Ella insegna, in definitiva, che il significato e il fine della storia non sono il “nulla” ma un “evento di grazia” che ha provenienza trascendente,  destinazione escatologica, soggetti e destinatari concreti;12 un evento che rivela non una conoscenza astratta di Dio, ma la realtà storica di un Dio salvatore, sempre in relazione con gli uomini, incarnato e crocifisso per amore, perché ogni creatura avesse il suo destino di gloria.

1.3. Maria, icona di vita e profezia di futuro nel “mysterium salutis”

La storia degli uomini è escatologizzata da questo evento, cioè dall’incarnazione della Seconda Persona della SS. Trinità che ha reso, così, presente nel mondo il “futuro” di Dio, operando la “eternizzazione” del tempo.
Con il suo ingresso nella storia e il mistero della sua Pasqua, il Verbo di Dio fattosi uomo, ha permesso che la storia della salvezza si evolvesse in un itinerario unitario secondo uno schema ternario:
 – tempo della promessa, che precede e attende la sua venuta (tempo di Israele);
 – tempo dell’anticipazione, che segna la sua presenza storica e l’evolversi della Chiesa (tempo di Gesù-tempo della Chiesa);
 – tempo del totale adempimento che segna il compimento finale della storia (parusia-resurrezione).
Maria, madre di Dio secondo l’umanità, è figura escatologica, 
non soltanto perché è già alla fine del cammino che la Chiesa è chiamata a percorrere, ma anche perché ha collaborato con Cristo ad escatologizzare la nostra storia.
In lei, passato, presente e futuro si fondono perché è stata coinvolta da Dio nel passato di grazia che ha reso il presente capace di accogliere in nuce, nella speranza, nella pazienza e nel mistero la gloria futura.
Già fin dai primordi della storia, accanto al Messia venuto per lottare e sconfiggere il peccato e la morte e che con il mistero della sua Pasqua avrebbe ottenuto una vittoria per la quale il cammino dell’uomo si sarebbe avviato verso il cielo, la “Donna” è stata profetizzata come uno dei soggetti di questa lotta (Cfr. Gn 3,15),15 partecipe del vittorioso esito finale, a causa della sua presenza attiva sotto la croce.
È, infatti, la croce, il vero e nuovo albero della vita sul quale e accanto al quale il Nuovo Adamo e la Nuova Eva fanno ricominciare la storia nel segno della completa fedeltà e ubbidienza al Padre.
Con la sua “presenza materna” iniziata con l’Incarnazione, la Vergine Madre ha partecipato ad escatologizzare la storia, prima permettendo l’ingresso in essa del Verbo di Dio Salvatore come causa escatologia; poi continuando con la collaborazione all’opera messianica del Figlio e restando al suo fianco nel cuore del mistero dell’Ora.
L’escatologia ha, quindi, una caratura mariana perché riguarda un futuro la cui causa è radicata nel passato (incarnazione e croce) nel quale Maria ha preso parte in modo essenziale e attivo.
Questa presenza di Maria e la sua partecipazione alla strutturazione della storia della salvezza, è stata così profonda ed essenziale, da costituire ella stessa una microstoria della salvezza. In lei, infatti si sintetizza l’intero progetto di grazia che il Dio Trinitario ha disegnato e realizzato per l’intera famiglia umana e si realizzano in modo nuovo ed esemplare i maggiori passaggi della storia della salvezza, per cui in lei –Donna agonale – Nuova Eva – Figlia di Sion – Chiesa nascente, si riuniscono e riverberano i massimi dati della nostra fede.
Maria è – come afferma Laurentin – la sintesi e la chiave del mistero cristiano:
 – del Mistero Trinitario, in quanto Figlia eletta dal Padre; Madre santa del Figlio; Sposa amorosa dello Spirito;
 – del Mistero dell’Incarnazione, in quanto vera madre del Dio fatto uomo;
 – del Mistero Pasquale – Pentecostale, per essere stata la socia del Salvatore e la compagna degli Apostoli nel Cenacolo;
 – del Mistero della Chiesa, perché sua madre e modello; del Mistero escatologico, perchè già assunta nella gloria finale. 

1.4. Maria, icona di vita e profezia di futuro nel “mysterium hominis”

La “Donna” glorificata dal Risorto è un “luogo” in cui il cristianesimo, oltre a mostrare e narrare se stesso e la sua fede, mostra e narra quello che crede sull’uomo, cioè Maria è anche la massima espressione del realismo cristiano.
Nella sua concretezza umana, materna, verginale, 
spirituale ed escatologica, Maria:
ricorda come l’essenza del cristianesimo non è una gnosi, 
un’ideologia, ma il Verbo di Dio fattosi uomo, ossia la persona di Cristo;
– scoraggia ogni 
concezione dell’uomo «in termini di angelismo, in quanto questo non interpreta l’atto della creazione e quello ad esso connesso della redenzione»;
disapprova ogni forma di spiritualità 
disincarnata perché non si può separare ciò che Dio creatore e redentore ha tenuto sempre e invariabilmente unito; –  – condanna il disprezzo del corpo e delle cose, perché sono tessere dell’opera di un Dio creatore di «tutte le cose visibili e invisibili» (Credo) e soprattutto perché il Figlio di Dio con la sua incarnazione ha amato, con la croce redento, con la resurrezione glorificato, la “carne” umana divenuta così cardine di salvezza; – invita a contemplare la gloria escatologica alla quale l’uomo nella sua interezza viene chiamato;
 – ricorda che l’inizio è già avvenuto in lei, un essere 
umano della nostra stirpe che ha pianto e sofferto con noi e come noi è morto.

1.5. Maria, icona di vita e profezia di futuro nel “mysterium mortis”

Anche il tema della morte26 connesso inevitabilmente alla questione del senso, emerge

dalle negazioni totalizzanti del post – moderno nichilista. A differenza della ragion moderna che nel

suo ottimismo aveva esorcizzato la morte riducendola a un puro momento negativo del processo

totale dello spirito, il pessimismo della ragione post – moderna, estende l’esperienza del morire

all’intera vita, intesa, di conseguenza, come un interminabile addio, un continuo e drammatico

precipitare verso il non senso.27 È evidente che affermare che la morte è niente e ritenere che tutto è

un continuo morire, sono due modi complementari di sfuggire all’interrogativo che la morte pone

alla vita; la morte, cioè, viene semplicemente ignorata, evasa, nascosta. Il cristianesimo si interessa

alla morte non soltanto perché fondamentalmente legata al mistero dell’uomo, ma perché essa

investe la stessa fede in Dio in quanto questa è plausibile solo se risolve escatologicamente il

problema stesso del morire. Che ne sarebbe, infatti, del “Credo” cristiano senza l’escatologia? 28

Nemmeno sul tema della morte, il cristianesimo rinuncia a confrontarsi col pensiero post

– moderno e col nichilismo ma anzi, proprio nei confronti di quest’ultimo, riafferma che è possibile

il “superamento” della morte; che si può “morire per l’invisibile”; che è piena di senso l’intuizione

credente secondo la quale il cimitero non è il “loculo” del destino ultimo del singolo uomo e,

conseguentemente, la storia non è la “fossa comune” dell’intera famiglia umana.29 Proprio dentro

una cultura debole e frammentaria che impedisce la ricerca del senso, la “riscoperta del senso della

morte” costituisce uno degli spiragli più preziosi per il dialogo del cristianesimo con l’uomo del

nostro tempo, ma sarà pertinente e reale, solo se riguarderà il tema della salvezza, cioè se terrà

conto dell’eventualità di una vita dopo la morte.30

Ed è proprio ad una cultura che sfugge all’idea della morte, la traduce in tabù

sconvenienti a tutti i livelli, la sconsacra, la circoscrive all’ambito dell’inesistenza, la riduce a una

probabilità o a ricorrenza statistica, che il cristianesimo mostra accanto al Cristo crocifisso, l’icona

dello “Stabat Mater”.31 La “Donna” che sta ai piedi della Croce del Figlio in nome della Chiesa e

dell’intera umanità, è la testimone per eccellenza del senso perenne della morte di Colui che,

proprio morendo, diventava il vincitore definitivo della morte stessa. Con questa sua presenza, la

Mater dolorosa insegna agli uomini che la morte dell’uomo, come quella di Cristo, è il “luogo”: –

dove si tocca il vertice dell’auto-comunicazione di Dio e della rivelazione sull’uomo; – dove

ispirarsi per ripensare la presenza nel mondo e l’impegno nella storia; – dove intuire l’ardire e la

follia dell’amore di Dio per le sue creature; – dove intravedere la terribile e disperante solitudine

dell’uomo che perde Dio; – dove scorgere la voragine del degrado del mondo se da esso Dio si

allontana; – dove la morte, proprio al momento del suo apparente trionfo risulta sconfitta, dato che

all’esodo dell’uomo dal tempo, viene incontro l’avvento di Dio; – dove, non segue il baratro della

fine ma vengono spalancate le porte luminose del Regno. La “Donna” glorificata dal Risorto entra,

così, nella lettura e nella proposta di soluzione del nostro morire. La sua partecipazione al mistero di

Cristo, ossia alla lotta da Cristo sostenuta per vincere la morte e al suo definitivo trionfo sulla morte

25 Cfr. K. RAHNER, Maria. Meditazioni, Herder – Morcelliana, Roma – Brescia 1969-1979, 108.

26 Su questo tema cfr. J. P. MANIGNE – B. ANDRÉ, Il ritorno della morte, Queriniana, Brescia 1976; G. ANCONA, Il

significato antropologico della morte, LUL, Roma 1990; F. LIVERZIANI, Le esperienze di confine e la via oltre la morte,

Mondadori, Milano 1978; V. MESSORI, Scommessa sulla morte. La proposta cristiana: illusione o speranza?, SEI,

Torino 1982.

27 M. G.MASCIARELLI, Maria icona perfetta dell’umanità pervenuta per grazia al suo compimento, op. cit., 409.

28 Cfr. B. FORTE, La parabola della modernità e il problema del senso, in AA. VV., Condividere la nostra esperienza di

Dio, Città Nuova, Roma 1995, 95.

29 M. G.MASCIARELLI, Maria icona perfetta dell’umanità pervenuta per grazia al suo compimento, op. cit., 410-411.

30 Ibidem, 411

31 Cfr. Gv 19, 25-27.

6

con la resurrezione, la rende in grado di stare vicina alla morte di ogni uomo e di ogni donna, così

come è stata vicina alla morte ed è vicina alla gloria di Colui che, a nostra salvezza e per nostro

vantaggio, ha «ingoiato la morte nella sua vittoria pasquale» (1Cor 15,54).32

Conclusione

Maria, la “Donna” glorificata dal Risorto è, perciò, icona di vita e profezia di futuro per

l’uomo oppresso dal non senso e dal nulla. Ella invita i “figli del nulla” a disincantarsi dal fascino

dell’anamnesi come paura del presente, perché nel presente si affaccia e risplende già la luce del

futuro; a liberarsi dal frammentarismo della storia, perché il Signore l’ha unificata in un unico

cammino salvifico e proiettata verso il suo glorioso compimento; a non affidarsi a futuri brevi,

perché fanno perdere il senso del futuro ultimo; a resistere alla tentazione del neo – paganesimo

perché incatenando l’uomo al suo smarrimento pratico – esistenziale, gli fa perdere la dimensione

escatologia. Maria chiama gli uomini a guardare in alto, là dove è Dio creatore e fine ultimo; dove è

Cristo, salvezza dell’uomo; dove è lei stessa, prima creatura pienamente realizzata nel Risorto dalla

potenza dello Spirito. La “Donna” glorificata, chiama in sostanza i “figli del nulla” ad essere

anch’essi “icone di vita e profezia di futuro”.33

1 Cfr. PAOLO VI, Marialis cultus, esortazione apostolica del 2 febbraio 1974, in EV, EDB, Bologna 1980, vol. 5, nn. 13–

97.

2 Cfr. GIOVANNI PAOLO II, Redemptoris Mater, lettera enciclica del 25 marzo 1987, in EdE, EDB, Bologna 1998, vol. 8,

  1. 715–774; IDEM, Sollecitudo rei socialis, lettera enciclica del 30 dicembre 1987, in EdE, nn. 775–1025; IDEM,

Rosarium Virginis Mariae, lettera apostolica del 16 ottobre 2002, in AAS 95 (2003), 5-36.

3 Cfr. C. C. DELIA, Maria e l’uomo d’oggi, Centro di cultura mariana „Madre della Chiesa“, Roma 1989.

4 Cfr. P. ZILLINGEN, Maria zeige uns Jesus, St. Raphael Verlag, Gögglingen 1983.

5 Cfr. F. VOLPI, Il nichilismo, Laterza, Roma-Bari 1996, 3-10.

6 Sul nichilismo si indicano queste interessanti opere: N. ABBAGNANO, Dizionario di Filosofia, Utet, Torino, 1971;

KARL LÖWITH, Il nichilismo europeo, Laterza, Roma-Bari 1999; E. SEVERINO, Essenza del nichilismo, Milano, 1972;

  1. VATTIMO, Nichilismo ed emancipazione. Etica, politica, diritto, Garzanti, 2003.

32 M. G. MASCIARELLI, Maria icona perfetta dell’umanità pervenuta per grazia al suo compimento, op. cit., 412-414.

Strettamente legato al tema della morte è pure quello del dolore umano. Anche qui Maria, la “Donna” glorificata dal

Risorto, si pone come paradigma esemplare per l’uomo. Cfr. S. PALUMBIERI, Maria Assunta in cielo risposta divina al

dolore umano, in AA. VV., AA. VV., L’Assunzione di Maria, Madre di Dio. Significato storico a 50 anni dalla

definizione dogmatica, AA. VV., L’Assunzione di Maria, Madre di Dio. Significato storico a 50 anni dalla definizione

dogmatica, op. cit., 307-352.

7 Cfr. M. G. MASCIARELLI, Maria icona perfetta dell’umanità pervenuta per grazia al suo compimento, in AA. VV.,

L’Assunzione di Maria, Madre di Dio. Significato storico a 50 anni dalla definizione dogmatica, Pontificia Academia

Mariana Internationalis, Città del Vaticano 2001, 388-389.

8 G. VATTIMO, La fine della modernità. Nichilismo ed ermeneutica nella cultura post-moderna, Feltrinelli, Milano

1987, 27.

9 Cfr. ALDO BODRATO, Nichilismo e cristianesimo. Un confronto a Torino, in Il Foglio, mensile on-line, n. 307..

L’autore riassume le relazioni del Convegno su “Nichilismo e Cristianesimo”, tenutosi a Torino dal 17 al 18 ottobre

2003.

10 Sulle problematiche, le soluzioni, le prospettive del rapporto tra cristianesimo e nichilismo si possono confrontare: M.

  1. MASCIARELLI, Trinità in contesto. La sfida dell’inculturazione al riannuncio del Dio cristiano, in AA. VV., Trinità

in contesto, LAS, Roma 1994; B. WELTE, La luce del nulla. Sulla possibilità di una nuova esperienza religiosa,

Queriniana, Brescia 1983; G. LORIZIO, Prospettive teologiche del postmoderno, in Rassegna di Teologia 30 (1989), 550

ss; I. SANNA, Fede, scienza e fine del mondo. Come sperare oggi, Garzanti, Milano 1994; IDEM, Dialettica e speranza,

Valacchi, Firenze 1967; G. B. MONDIN, I teologi della speranza, Borla, Roma 1974; P. PRIMI, Cristianesimo e

ideologia, Esperienze, Fossano 1974.

11 Cfr. M. G. MASCIARELLI, Maria icona perfetta dell’umanità pervenuta per grazia al suo compimento, op. cit., 397-

  1. L’autore cita la frase di Dostoevski: «Proprio la Bellezza salverà il mondo, non la Bellezza qualunque, ma quella

dello Spirito Santo e quella della Donna vestita di sole», a sua volta riportata da T. SPIDLÍK, L’idea russa, Lipa, Roma

1995, 102.

12 Cfr. M. G. MASCIARELLI, Maria icona perfetta dell’umanità pervenuta per grazia al suo compimento, op. cit., 400-

401.

13 Cfr. R. LAURENTIN, Maria chiave del mistero cristiano, San Paolo, Cinisello Balsamo 1996, 8.

14 Cfr. Ibidem, 402-403.

15 Cfr. A. SERRA, La presenza e la funzione della Madre del Messia nell’A.T. Principi per la ricerca e applicazioni, in

Dizionario di spiritualità biblico – patristica, 40 (2005), 101-109.

33 Cfr. AA. VV., Come vivere l’impegno cristiano con Maria. Principi e proposte, Centro di Cultura Mariana “Madre

della Chiesa”, Roma 1984; AA. VV., Maria guida sicura in un mondo che cambia, Centro di Cultura Mariana “Madre

della Chiesa”, Roma 202; AA. VV., Maria e la fine dei tempi. Approccio biblico, patristico e storico, Città Nuova,

  NINO GRASSO :  Roma 1994 

 

 

Convegni

Allegati

 Articoli di stampa

Attività Letteraria

 SCRIVONO di NINO GRASSO

 

 

Giacomo Rosa (1472/1548) – Francescano

Angela Militi

Angela Militi ricostruendo la storia de : La Chiesa e il Convento di San Francesco dei Frati Minori Conventuali a Randazzo, si imbatte in un francescano randazzese  Padre Giacomo Rosa molto famoso ai suoi tempi per la sua eloquenza e sepolto addirittura nel chiostro del Noviziato della basilica di Sant’Antonio a Padova.
Qui di seguito la storia.

Per coloro che volessero approfondire la storia del nostro Convento basta cliccare sul titolo per accedere al sito ” Randazzo Segreta” di Angela Militi che ringraziamo di cuore per averci raccontato questa storia.

 

 

La foto in copertina raffigura la Basilica di S. Antonio – Padova 

Giovanni Lo Castro

Giovanni Lo Castro è un pittore poco noto a Randazzo in quanto ha vissuto quasi sempre a Firenze. I suoi parenti sono i D’Antonio che abitarono a Crocitta nella via Gulloto in alto. Per chì se la ricorda era il fratello della signora Maria che tutti nel quartiere la chiamavano “donna Maria a irata ” ( nel senso di gelata). Avendo fatto una lunga ricerca ed interpellato diverse gallerie d’arte Luca Sforzini mi ha inviato questa lettera.

Gentile Signor Rubbino,

con preghiera di citare la fonte Luca Sforzini Arte Le indico quanto segue :

Giovanni Lo Castro, nato a Randazzo il 20 giugno 1897, visse a Firenze ove morì nel 1973.

Fu allievo del Massani e del Rossi, ed iniziò la sua attività espositiva nel 1924.

Partecipò ad importanti rassegne, tra cui spicca la Biennale di Venezia del 1926.

Sue opere figurano in rilevanti collezioni private e pubbliche, tra cui la Galleria d’Arte Moderna di Firenze (“La mendica” e “Natura morta”),
e la Galleria degli Uffizi (il suo Autoritratto).

Con i migliori auguri, e cari saluti alla bella Randazzo e alla zona attorno all’Etna che conosco ed amo.

Luca Sforzini

 

Giovanni Lo Castro – Dipinto ad olio – Decoratore di vasi – 1931

Lo Castro Giovanni olio su tela 1930 Mestieri antico quadro olio su tela design


Lo Castro è abbastanza ben quotato difatti ” il decoratore di vasi ” è quotato 1.800,00 euro mentre “Mestieri ” 3.800,00 euro.

a cura di Francesco Rubbino

Pietro Silvio Rivetta detto Toddi – La Città del TRE

 

                                    LA CITTA’ DEL 3

 

Un laghetto periodico – La prediletta dell’Etna – Un parente di Ernani Involami – Le viventi statue digiune – il tempo è relativo.  

Randazzo, febbraio 1934, XII.

    Se – come afferma un detto latino non aureo ma secolare – omne trinum est perfectum – la città della perfezione è sulle pendici settentrionali dell’Etna: Randazzo.
    Una locale tradizione vuole che Randazzo sia << città >> a causa di una illusione ottica di Carlo V: l’Imperatore, vedendo da lontano tre merlati campanili, li prese per  importanti castelli e domandò:
    – Come si chiama questa città che ha tre si dei castelli?

   I notabili randazzesi, gongolanti per l’abbiglio preso dall’Imperatore, acciuffarono la bella occasione e ringraziarono Sua Maestà Cesarea per il titolo di << città >> che egli si era compiaciuto di conferire a Randazzo. 
    Ciò sarebbe avvenuto, secondo la tradizione, presso quel bizzarro lago di Gurrida il quale esiste solamente una parte dell’anno: in estate si asciuga e diventa pascolo. 
    Per trovare un altro lago periodico dobbiamo recarci all’estrema frontiera orientale d’Italia, nella Venezia Giulia, oltre Postumia, ove il lago Circonio è periodico anch’esso: il grande lago – che sol per un piccolo lembo è in territorio italiano, e gran parete in Jugoslavia – d’estate è coltivato a grano, chè le acque sono scomparse, inghiottite da caverne e pozzi. 
    Ma l’episodio di Carlo V sulle periodiche sponde del laghetto di Gurrida è pura leggenda: una delle tantissime che fioriscono qui: sgorgano e si solidificano come i getti di lava i quali nereggiano, a larghe strisce paurose.
    Randazzo è la città più vicina al cratere dell’Etna: ne dista appena 15 chilometri. L’audacia di queste case medievali, ricamate di bifore e solide nelle mura massicce, non ha irritato il vulcano, il quale ha sempre risparmiato Randazzo, inerpicata a mezza costa da epoca remotissima.
    Era certamente già << città >> – con onori ed oneri – nell’epoca in cui sarebbe avvenuto l’episodio di Carlo V.
Negandolo, sicchè, non le si toglie nulla: anzi!

    Che Randazzo sia di origine assai antica è fuori dubbio: che tutto il vicinato sia regione ricchissima di cimeli attici, sicelioti, italioti, è documentato dalla mirabile collezione del Museo Vagliasindi: ma la bella fantasia linguistica si è sbizzarita nelle più stravaganti filiazioni per stabilire la paternità del nome di Randazzo. 
    E’ vero che la temerità etimologica non ha confini: e non si basa su una calunnia l’epigramma del cavalier Jacques de Cailly contro Gilles Mènage:

Alfana vient d’equus san doute:

                                                             mais il faut avouer aussi

                                                             qu’en venant de là jusqu’ici

                                                             il a bien changè sur la route!

    Se il pedante maestro di Madame de Sèvignè riusci a far discendere alfana da equus, non c’è da stupirsi che si sia voluto far derivare Randazzo del Tiracium di cui parla Plinio (III, 91).
    Tra questa e altre etimologie – elleniche, latine o bizantine, collegate a nomi geografici o personaggi – assai sensata ci sembra l’opinione popolare:
randazzu, in dialetto locale, non significa forse << grande, grandioso >>?
    Ebbene: Randazzo è randazzu.
La grandiosità, Randazzo la conserva ancor oggi, pur semidiruta com’è, mentre si avvia a risurrezione per un intelligente piano regolatore, una bella strada che abborderà l’Etna per congiungersi a quella che ascende da Catania.
    Saran messi in valore tutti quei gioielli d’arte che qui si incontrano ad ogni angolo: bifore, colonnine agili, rosoni, palazzi maestosi che han l’aspetto di maniero, portali ingenui di botteghe medievali.
    La Vòlta di S. Nicolò, o via degli Archi degli Uffizi, è – pur cosi com’è ora – un idillio storico-pittoresco: quattro archi allineati su la viuzza stretta, in pietra cupa allineata da ciuffi vegetali: a sommo di una bifora ad esile colonnina tòrtile, forma giocondo irsuto pennacchio pallido un’acrobatica agave in cerca di sole.    Randazzo è << la città del tre >>. Cosi può chiamarsi questa bizzara cittadina in cui, ancor oggi, prosperano tre cattedrali.

    Tutta la storia di Randazzo è, fondamentalmente, la storia della rivalità tra chiese: Santa Maria, S, Nicola, S. Martino.

    Aspetto austero, esternamente, conserva la trecentesca Santa Maria, dalla poderosa struttura in lava: una lapide nella sacrestia che la costruzione cominciò nel 1215:
    mille duecento decem quinque septena fluebant

    tempora post Genitum Sanctae deVirgine…

    Il resto della lapide è enigmatico o addirittura enigmistico e menziona, come artefice, un Leo Cumier del quale non si ha notizia.

    Probabilmente questo Leo Cumier non è mai esistito: fu un Leo non meglio identificabile, chè, invece Cumier, va letto culmine….

   Il Leo Culmier menzionato autorevolmente da alcuni storici sarebbe sicchè un personaggio simile al Re Tappella o ad Ernani Involami.

    All’altro estremo della città, presso il palazzo Ducale, è la chiesa di S. Martino, troppo rimaneggiata in varie epoche, ma che ha, salvo, un meraviglioso merlato campanile trecentesco in lava, con bifore e trifore che la lava e la pietra calcare pallida zèbrano graziosamente.
    Fra le due chiese, nel centro della città, è la << statua di Randazzo vecchia >>, bizzarra figura umana che la compagnia di un’aquila, un serpente e un leone rendono sibillina.
    Sono ancora tre curiosi simboli, in questa strana città ove domina il numero 3.
    Chi sa con quali argomenti reconditi, si vuole che la statua sia la veridica effigie del ciclope Pyracmon. Del resto anche Virgilio ci fornisce pochi connotati di lui: ci dice (Eneide, VIII, 425) che fosse nudus: e questo Pirammone è nudo. Il pudore delle autorità randazzesi gli ha donato una metallica foglia.
   Non ci fu modo, attraverso secoli, di conciliare con un compromesso qualsiasi le tre chiese, si che una sola- come ovunque altrove . fosse la cattedrale. Perciò anche oggi le cattedrali sono tre: ognuna per un triennio, a turno.
    E nessuna delle tre cede all’altra, nemmeno come primato artistico: ognuna possiede una ricca mazza pastorale, tre copie dello stesso lavoro. E cosi per i calici ed altri oggetti dei tre tesori.
   Poco più che un secolo fa, nel 1824, alla morte di Ferdinando I, la chiesa di S. Nicola – che funzionava da cattedrale del triennio – celebrò solenne funerale: ma, dato il caso specialissimo, anche le altre due chiese vollero celebrare ciascuno il suo: e i funerali furono tre.
    Questa tripartizione, corrispondente a tre rioni, si connette con l’origine di Randazzo, città composta da tre diverse popolazioni che, siano al XVI secolo, parlavano ancora tre dialetti diversi. 

Oenochoe il mito dei Boreadi Museo Vagliasindi Randazzo

 Non c’è da stupirsi che avessero tre cattedrali, tre vescovi…
    Unica, però, è la bara, strano appellativo – che nulla ha di funebre – di un singolare altissimo trofeo recato in processione nella festa dell’Assunzione: l’armatura, di legno e ferro, alta 20 metri e rivestita di cartone variopinto, sorregge figure simboliche viventi: sono fanciulli vestiti da pretoriani, martiri o angeli, legati a un grosso tamburo rotante.
    I ragazzi – martiri tutti, anche se vestiti da pretoriani – dovrebbero soffrire di mal di mare, per il rotar del tamburo cui son legati: ma non c’è pericolo: per un paio di giorni sono stati tenuti prudentemente a digiuno.
   Se la Randazzo medievale lascia un ricordo indimenticabile, una visita al Museo Vagliasindi desta  una impressione non meno forte, diversa.
   L’archeologo, con occhi cùpidi, ammira quella ricca collezione di vasi, tra i quali la celebre oenochoe raffigura il mito dei Boreadi che liberano Fineo, re di Salmidesso, dalle Arpie.

 

Intatto e perfettamente conversato, nella vernice neppur screpolata, è questo recipiente con cui si attingeva il vino dal kratèr per versarlo nel bicchiere, ventiquattro secoli or sono. Nel mondo d’oggi non ne son rimasti che tre, raffiguranti questo mito finèide: ma la pittura della oenochoe Vagliasindi supera le altre per bellezza.
   Superano anche, in finezza di fattura i gioielli di qualunque museo di Europa quelli che son racchinosi nelle vetrine, qui, presso la finestra che si apre sulla valle dell’Alcàntara, la quale custodisce ancora chi sa quanti altri tesori
Il proprietario del Museo, (Vincenzo Vagliasindi figlio di Paolo ndr) podestà di Randazzo, ti mostra con legittimo orgoglio pithi e olpe, aryballi e trulle, helike e anelli: grossi recipienti di argilla, con coperchi a chiusura perfetta quanto quelli dei modernissimi thermos.
   Ma soprattutto ti commuovono i piccoli vasi che ornarono la tavola di toletta delle belle dame, più che duemilaquattrocento anni or sono. Insinuando le dita nell’ansa graziosa, questa ti sembra ancor tepida, per il calore della mano giovane e bella che la teneva.
    Le teorie einsteiniane affermano che il tempo è una nozione << relativa >>. Oltre Einstein lo dice, con più efficacia, anche la storia, quando la storia diventa bellezza e poesia.

   Pietro Silvio Rivetta in arte TODDI 

 

   Randazzo, febbraio 1934, XII.

   

 

 

 

 

Gaetano Basile

Il dottor commendatore Gaetano Basile nacque a Randazzo nel 1864 e mori nel 1952. Fu  uno fra i più illustri personaggi della nostra Città e non solo. 
 Medico provinciale a Ravenna, Trapani e Catania

Nel 1930 fu designato dal ministro per l’Interno, Pietro Parini,  Direttore Generale della Sanità Pubblica (1930-35) , in seguito divenne Direttore dell’Istituto Superiore di Sanità (1934-35), Cavaliere di Gran Croce e Gran Cordone dell’Ordine della Corona d’Italia.
E’ giusto anche ricordare che Gaetano Basile fu il più illustre discendente di Don Antonino Basile e Gemellaro che nel 1760 comprò l’ufficio di Mastro Notaro della Corte Civile di Randazzo. Sia lui che i suoi discendenti si imparentarono con nobili famiglie locali (Marotta, Vaccaro, Fisauli) e di paesi limitrofi (Salleo di Sinagra, Sardo di Castiglione, Caldarera di Sant’Angelo).
Gli ultimi anni della sua vita li passò presso l’abitazione delle sorelle ( i signurini Basile) che si trovava  alla fine della via Galliano ai confini della contrada “Scimonetta”.
Le persone più anziane si ricordano ancora oggi  il lunghissimo corteo funebre dove parteciparono le più alte cariche provinciali della Sanità, della Politica e della Religione oltre a tantissimi cittadini, che lo accompagnarono in chiesa e dopo al cimitero.

Il Consiglio Comunale di allora gli dedicò la più bella, la più lunga e la più larga via della “nuova” Randazzo:
Via Gaetano Basile.

Recentemente il ponte dell’ex FF.SS. è stato rimesso a nuovo grazie alla generosità  signor Paolo Maio in ricordo della tragica morte di suo zio Francesco.

a cura di Francesco Rubbino

Alfio Petrullo – La Umana Commedia

Un grazie di cuore a Maurizio Damiano che ci ha fatto avere questo libro scritto da suo zio che pubblichiamo.

 

Domenico Ventura – Uno sfortunato capomastro randazzese nella Sicilia del ‘600

 

Albino Rubbino

Albino Rubbino nasce a Randazzo il 16 dicembre 1945 da Carmelo e La Piana Carmela. Secondo di quattro figli.
Nel quartiere della Crocitta è il bambino più conosciuto per la sua simpatia e generosità.
A dodici anni, all’improviso,  decide di andare a studiare al seminario di Acireale per intraprendere la vita sacerdotale. A 17 anni pensa di averne abbastanza e ritorna a casa. Si presenta da esterno all’Istituto magistrale di Acireale e consegue la maturità magistrale.
Si guarda intorno e capisce che Randazzo gli sta stretto.
Con Concetta la sorella maggiore, parte per Cislago (Va) e poi a Milano dove riesce ad entrare alla Fabbri Editore prima come correttore di bozze e poi  come collaboratore amministrativo seguendo come responsabile le edizioni delle Enciclopedie.
La sua vis polemica, siamo nei primi anni settanta del secolo scorso, lo porta a diventare sindacalista e viene eletto segretario aziendale della CISL dei Cartai e dopo segretario provinciale.
Dopo aver conosciuto la Sua compagna decidono di ritirarsi a Garda. Si licenzia dalla Fabbri e pensa di poter finalmente liberare il suo estro artistico.

 

 

 

Apre un negozio di ceramica che chiama “La Bottega del Sole” ed espone solo opere create da lui e da Giovanni De Simone  (il ceramista palermitano) di cui diviene amico.
Il paese di Garda – sul lago omonimo – vive di turismo e accoglie di buon grado Artisti che possono renderlo più vivo.
Un giorno recatosi sul lungolago a fare colazione in un chiosco al momento di pagare il gestore  gli chiede se è Lui il proprietario del negozio di ceramica artistica , alla risposta affermativa gli dice: “se permette offro io non solo ora, ma tutte le volte che vorrà perché lei con la sua bottega ha reso il mio paese più bello”.
Piccole soddisfazioni.  Questo tipo di lavoro gli permette di avere l’autunno e l’inverno libero e quindi gli consente di girare il mondo, altra sua grande passione, permettendogli di acquisire conoscenze ed ispirazioni per il lavoro di ceramista.
La sua ceramica rappresenta la Sicilia – all’ingresso del negozio posiziona una grande ruota di un carretto siciliano ridipinto da lui – con la sua magia, i suoi colori, le sue luci, i suoi sapori e viene molto apprezzata la sua vena artistica da una clientela sempre più numerosa. Una certa clientela fissa rimane veramente affascinata anche dalla sua personalità, dal suo modo di porsi, dalle sue eccentricità. Quando pensa, però, di essere riuscito a raggiungere una certa “notorietà” ecco che tutto precipita.

Nel 1991 incomincia il Suo “calvario” che durerà cinque anni.

Nel 1994  (la malattia ormai era in uno stato molto avanzato)  scrive questa lettera a una Sua nipote: 

Negarine 20.02.1994

            Ciao …………   Scusami il lungo ritardo; sono stato in un luogo ove ogni cosa diventa bianca, i pensieri, l’inchiostro, la memoria, i vestiti, gli amori,le parole, tutto insomma. Mi turbava tanto non riuscire a trovare le parole per chiamare il sole, e il povero era allo stremo delle forze. Qui ho combattuto contro gli Elfi Bianchi, una volta miei alleati ora invece al soldo dei loro nemici i piccoli e cattivi Topazzi .
Ho ripercorso strade un tempo gioiose per portare tristezza e lutto !
Abbiamo perso.  Ti sembrerà strano, ma sono contento. In fondo io sono sempre stato un Elfo delle Rocce ed ho convissuto con il popolo Buco della Lava.
Che gente buffa il popolo Buco della Lava !  Basta un pò di vento perché cantino lunghe nenie d’amore. Basta avvicinare la mano vicino a loro perché incominciano a ridere, soffrono il solletico ! 
Ma ora non voglio annoiarti parlandoti di me, se vorrai, Ti racconterò quando ci incontriamo (speriamo presto!):
Io volevo qui dirti che la Tua lettera mi ha molto commosso. Grazie………… arrivederci a presto, così se vorrai Ti farò conoscere i miei amici: gli Elfi delle Rocce ! 
Ciao Tuo Albino
 

Torna a Randazzo nel gennaio del 1996 e serenamente si spegne il 27 aprile del 1996.

 

Alcune produzioni:

 

Ritratto di suo padre.

 a cura di Lucio Rubbino

Vigili Urbani – Foto

I Comandanti dei Vigili Urbani 

Alfio Lanza

 

Antonino Farina

 

Salvatore Munforte nasce a Randazzo il 25 maggio del 1946, dopo la scuola dell’obbligo consegue il diploma di Perito Meccanico a Giarre. Presta servizio militare a Milano nella sezione Comando degli Autieri. Risiederà a Milano, per motivi di lavoro, sino al 1975.
Si sposa con  Carmela Silvestro il 6 settembre 1972 con la quale avrà due figlie, Lara e Silvia, oggi avvocato l’una e psicologa l’altra.
A seguito concorso pubblico viene assunto dal Comune di Randazzo con la qualifica di Vigile Urbano. Nel 1983 diventa sottufficiale e, dopo, con concorso pubblico, Vice Comandante col grado di Tenente:. Dopo il pensionamento del Capitano Antonino Farina, viene nominato Comandante. 
Carica che ricoprirà sino a dicembre del 2008 anno del suo pensionamento:

 

Gaetano Cullurà

VV.UU. dal dopo guerra ad oggi.

Daniele Palermo – La rivolta del 1647 a Randazzo

Daniele Palermo nato a Palermo 07/06/1971 Laureato in Lettere Moderne nel dicembre 1999 con il massimo dei voti e lode.  Dal luglio 2006 è ricercatore del settore M-STO/02-Storia moderna presso la Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università di Palermo, dove per l’anno accademico 2007-2008 tiene in affidamento la disciplina “Storia moderna” (sede di Agrigento). Studioso delle rivolte di “antico regime” ha dedicato buona parte dei suoi lavori agli avvenimenti siciliani del biennio 1647-48.

 

Antonio Petrullo

 

Antonio Petrullo

Tutti noi conosciamo Randazzo: paese piccolo, ma dalla storia antica. In epoca moderna ingrandito e anche colpito, come tutti i paesi d’Italia e del mondo, da devastazioni edilizie, ma capace di conservare un cuore architettonico medioevale (e, scavando qua e là, tracce di un passato romano, greco, preistorico…).
Non molto popoloso (oggi meno di un tempo) ma, come tutti i paesi al mondo, capace di donare i natali tanto a persone che hanno vissuto senza lasciare tracce evidenti ma che, nel silenzio, hanno contribuito alla sua vita, alla sua storia, quanto a persone che hanno lasciato nel paesello o in qualche punto del mondo qualche traccia, piccola o grande che sia.
Questa breve nota riguarda uno di questi personaggi, che ho avuto la fortuna di avere (sin troppo poco, ahimè) per nonno materno.
Quell’uomo, nato a Randazzo alla fine del XIX secolo, si chiamava Antonio Petrullo; aveva avuto la fortuna – non comune all’epoca – dell’agiatezza, poiché il padre, Salvatore Petrullo, fu benestante, proprietario di terre e case, nonché amministratore presso un’importante famiglia del paese.
L’infanzia di Antonio è passata in famiglia, con il padre, la madre Carmela (Lo Presti), e vari fratelli e sorelle (uno di questi, Alfio, è fra quelli che hanno lasciato traccia di sé). Fra le altre cose, per diversi anni ha avuto problemi di salute che hanno fatto temere per la sua vita ma che furono superati grazie ai medici e a una ferrea forza di volontà, a un tenace e gioioso amore per la vita che lo hanno contraddistinto lungo tutto il suo percorso.
I suoi studi lo hanno portato al diploma di ragioniere, che però non fu mai impiegato per esercitare quella professione: divenne un imprenditore portando a termine lavori importanti, soprattutto in Sicilia.
Ha costruito acquedotti in piccoli centri dove ancora non esisteva acqua corrente, e molte strade e piazze, alcune delle quali ancora esistenti in vari paesi e realizzate “a regola d’arte”, alla “maniera antica”, ossia senza la necessità successiva di manutenzione, né di ricostruzione.
Era il buon vecchio orgoglio del lavoro ben fatto, e fatto per durare.
Ma il suo lavoro non si è fermato alla nostra splendida terra di Sicilia. Antonio Petrullo ha viaggiato molto, e realizzato opere in paesi lontani.
Ma ci arriveremo; per il momento vediamo Antonio crescere, divenire un uomo, e creare una famiglia.
Sposa una lontana cugina, Nunziata Mavica, nata da un agricoltore e piccolo proprietario terriero, Giuseppe Mavica, e da Paola Petrullo.
Nunziata fu all’epoca (ricordiamo che si parla di persone, e donne, nate alla fine dell’800) una delle rare donne che sia riuscita a trasferirsi a Catania per compiere i suoi studi, diplomarsi come insegnante e iniziare il suo lavoro, portandolo avanti per diversi anni in Lucania (Oliveto Lucano, poi Accettura, entrambi in provincia di Matera).
Rientrata a Randazzo, sposò Antonio, da cui ebbe tre figli: Alfredo, Mario e Lina.
I primi anni di matrimonio trascorsero a Catania, e più tardi a Randazzo.
Padre affettuoso, era figlio dei suoi giorni e, secondo la mentalità dell’epoca (si era nel Ventennio), ha unito alla dolcezza genitoriale il rigore morale; a tal fine i due figli maschi furono messi in collegio, il S. Basilio di Randazzo, gestito dai Salesiani, dove la loro educazione veniva completata sia sotto il profilo culturale che formativo. La figlia Lina invece era in casa con i genitori.
È sempre difficile descrivere le persone, anche sé stessi, perché non ci si conosce mai abbastanza, e ancor meno gli altri. Ciò che si può fare è solo rendere testimonianza nei ricordi propri e degli altri. Chi ha conosciuto Antonio lo ricorda come una persona gioiosa, cordiale, dall’inesauribile gioia di vita e dal sorriso aperto. Sul lavoro sempre molto attivo e rigoroso, ciò che lo ha portato ai traguardi di cui parleremo.
Poi ci sono i ricordi dei familiari. Antonio, nelle memorie della figlia Lina, viene descritto come “un padre meraviglioso, affettuoso, sensibile, delicato e molto attento alla salute dei figli”; lo era anche la madre, “ma lui arrivava a fare quasi l’impossibile … per quel che riguardava la salute”.
E la figlia, cresciuta in casa, iniziò ad andare a scuola nel 1934, e fu sempre circondata dall’amore genitoriale, ma mai viziata; Antonio soleva dirle:
non sempre, ma ogni tanto, bisogna saper rinunciare a qualcosa o al realizzarsi di qualche desiderio; bisogna essere pronti a qualsiasi evenienza, poiché la vita, a volte, può sottoporci a prove durissime quando meno ce lo aspettiamo”.
E queste parole dovevano rivelarsi terribilmente vere, con le vicende della guerra.
Quegli anni, gli anni ’30, non erano facili: allora dominava il fascismo, ma inizialmente in paese non vi furono estremismi.
Un esempio è proprio la famiglia di Antonio: lui, pur diffidando del governo degli uomini (di Mussolini, come del Re e degli altri), vedeva nelle prime idee del fascismo una strada per una società più sana, affidata alla dirittura morale sia dei singoli governanti che sociale.
Non vedeva ancora lo spettro della dittatura, al punto da scrivere e pubblicare nel 1934 un volume:La legge morale del fascismo”. (ed. Rinnovamento 1934)  
Parlavo di mancanza di estremismi e di esempio di ciò in famiglia, perché accanto ad Antonio viveva la moglie Nunziata che lungi dall’essere fascista, era di idee socialiste.
Eppure, questa differenza non fu mai un problema fra marito e moglie, né fu mai stata osteggiata od ostacolata nel suo lavoro o nella vita, né non fu mai perseguitata, per queste sue idee, di cui non faceva assolutamente mistero.
Antonio Petrullo parte per l’Eritrea nel 1935, come direttore di un’importante ditta ad Asmara e poi impiantandovi una florida impresa che si occupa, come già aveva fatto in Italia, di costruire strade e piazze; lo seguono nell’avventura africana alcune persone di famiglia e altri del paese.
Dopo circa un anno di lavoro in Eritrea, in seguito all’ingresso dell’esercito italiano ad Addis Abeba, il 5 maggio 1936, Antonio si trasferisce con la sua impresa edile in Etiopia, stabilendo la sua base operativa (e poi la sua casa) ad Addis Abeba, dove amplia l’iniziale impresa di costruzioni stradali trasformandola su invito del governo in impresa edile per la costruzione della nuova Addis Abeba.
Vi aggiunge anche un’immensa segheria (la maggiore macchina, una sega a nastro, era “
la più grande dell’Impero”) e poi dà avvio ai suoi sogni, che divenivano sempre più progetti: inizia a esplorare il territorio in avventurosi viaggi sempre più distanti dalla capitale, alla ricerca della terra che gli permetta di realizzare ciò che ha in mente.
E infine la generosa Africa gli svela un’area selvaggia che ai suoi occhi appare come il paradiso che da tempo sognava: grandi falesie calcaree per produrre la calce di cui ha bisogno la nuova capitale, la foresta per la produzione del legname, acqua in abbondanza da sorgenti e fiumi, e terreno fertile per vastissime distese di terreno da coltivare. Il “suo” paradiso è Guder, oggi una cittadina 140 chilometri a occidente di Addis Abeba.
Non mi dilungherò qui sugli anni difficili, avventurosi, meravigliosi, terribili trascorsi in Etiopia. Li ha descritti lui stesso in un romanzo di cui parlerò più avanti.
Qui mi limiterò ai fatti salienti e più personali: si fa raggiungere dalla famiglia ad Addis Abeba all’inizio del 1938: erano passati quasi tre anni dalla sua partenza; nella capitale ormai le sue attività sono molto ben avviate, come in tutta l’area sino a Guder: dalla costruzione delle strade a quella dei palazzi della città nascente, dalla produzione e lavorazione del legname, alla fabbrica di mattoni, all’agricoltura.
Quando ero bambino mi raccontava dello stupore nel vedere i prodotti coltivati in quella terra vergine: dai finocchi grandi come teste aimeloncini di Guder Petrullo (le papaie) a mille altre cose dalle dimensioni e qualità straordinarie. Lo ascoltavo con occhi meravigliati, ma non so quanto potessi crederci o davvero immaginare finché, giovane uomo, non andai io stesso in Africa, rimanendo a mia volta sbalordito nel guardare i banchi dei mercati, e ripensando alle parole di mio nonno.
Il ricordo degli anni africani della figlia Lina sono meravigliosi, pensando a quella straordinaria città che univa tratti di modernità ed eleganza italiana alla meraviglia da paradiso terrestre della boscaglia fra un quartiere e l’altro, una casa e l’altra (andava a scuola a cavallo, attraversando ampi tratti di boscaglia); e del padre dice che ha donato anni felici alla famiglia, in Etiopia, perché “con la sua intelligenza e la sua grande abilità, unita anche ad una profonda onestà e dirittura morale, aveva costruito un Impero nell’Impero.
La figlia Lina ricorda i due anni successivi come i più belli della sua vita.
Unica ombra, un episodio che avrà un tragico peso qualche anno più tardi: il fratello maggiore, Alfredo, curioso di conoscere usi e costumi locali, e di aiutare come poteva, si recava spesso presso le abitazioni degli indigeni: una di queste volte fu punto dall’insetto responsabile e veicolo della Ricketsia Mooseri, contraendo il tifo esantematico. Malattia gravissima che portava quasi sempre alla morte.
Oggi questa malattia si può curare con antibiotici e sulfamidici, ma allora questi prodotti, anche se erano stati scoperti, non erano stati isolati, e quindi non erano disponibili. Alla fine comunque Alfredo si salvò e si riprese, ma il fisico era stato minato, con conseguenze che avranno il loro peso qualche anno dopo. Intanto, ripresosi, verso l’inizio del 1939, d’accordo coi genitori, scelse di tornare in Italia per entrare al Collegio Navale della G.I.L. di Venezia (oggi Collegio Navale Francesco Morosini).
Intanto, la visione di Antonio sulla situazione italiana era profondamente cambiata: se si sentiva sempre, profondamente e fieramente italiano, era deluso dal fascismo, che tradiva tutte le promesse di libertà e rettitudine (la realtà di Stato era ben lontana quella “legge morale” di cui lui aveva scritto e in cui continuava a credere).
In effetti, mentre in Italia la propaganda (e la paura) condizionavano la vita e le menti, nella lontana Etiopia (o Eritrea, Somalia, Libia) gli italiani si trovavano ad affrontare da soli i problemi; a parte la presenza militare, lo Stato era qualcosa di astratto e lontano, e la costruzione “dell’Impero” era lasciata nelle loro mani; le roboanti parole di Mussolini lì arrivavano come un’eco lontana e puerile, una sorta di teatrino criminale, anche perché i capi militari si macchiavano di crimini che ben poco avevano a che fare con la fama di “italiani brava gente”; e questo, per i civili era dolosamente chiaro.
Tuttavia c’era l’orgoglio del costruire qualcosa in cui credevano: concetti come quelli odierni di occupazione, diritti dei nativi, ecc. erano ancora inesistenti, e si aveva la presunzione di “portare la civiltà” (non richiesta) e di dover essere ringraziati.
A ciò si aggiunga il fatto che nel caso dell’Etiopia la presenza ufficiale dello Stato era rappresentata dal Viceré Amedeo di Savoia-Aosta, uno dei rari esponenti della casata ad aver dimostrato dirittura morale e senso del dovere, tanto da recarsi da Addis-Abeba a Roma per parlare con Mussolini e con Galeazzo Ciano per cercare di convincerli che una guerra, in particolare in Etiopia, non sarebbe stata affatto opportuna.
Con Mussolini non riuscì a parlare da solo perché glielo impedirono. Ciononostante parlò chiaramente al Duce: una guerra nell’impero sarebbe stata insostenibile ed impossibile. Non esisteva la preparazione necessaria; in particolare per mancanza di armamenti sia in cielo che a terra. Ma non fu ascoltato. I fatti hanno dato pienamente ragione al Viceré che pagò personalmente e molto dolorosamente i gravi errori della II Guerra Mondiale.
Comunque, questi fatti storici non sono il tema di queste pagine, ma qui ne vediamo i risvolti per Antonio Petrullo.
I venti di guerra gli suggerirono di far rientrare in Italia la famiglia (si pensava che a Randazzo sarebbero stati più al sicuro) mentre lui rimaneva in Etiopia per portare avanti il lavoro.
Lo scoppio della guerra il 10 giugno 1940, come sappiamo, portò infine, in Etiopia, alla sconfitta degli italiani da parte britannica, nel novembre del 1941. Occupata Addis Abeba, gli Inglesi catturarono Antonio, ma gli proposero di rimanere al suo posto, conservando privilegi e proprietà, senza far nulla contro la sua patria, purché portasse avanti i lavori di produzione e costruzione.
Unica condizione, svelare se e dove avessero nascosto le armi. In effetti, all’approssimarsi degli Inglesi, Antonio aveva fatto nascondere armi nella speranza di un contrattacco italiano, in modo da poter combattere i britannici dall’interno della città.
Come sappiamo, non ci fu mai nessun contrattacco. Comunque, né le lusinghe né le torture lo convinsero a parlare (“io sono un Italiano!”) e le armi rimasero (o sono ancora???) nascoste dove lui le aveva fatte mettere: sepolte sotto l’immensa sega a nastro. Alla fine gli inglesi gli offrirono una bella passeggiata, di più di 1200 chilometri, da Addis Abeba sino a Ol Dònyo Sàbouk, ridente località nel verde del Kenya ove si trovava uno dei loro campi di concentramento; poco distante dal campo per i prigionieri comuni, come mio nonno, si trovava la villetta in cui era prigioniero Amedeo D’Aosta.
In questo campo si lega un particolare ricordo di mio nonno che diede origine a una piccola “leggenda familiare”: da bambino io volevo sempre mangiare con un cucchiaio in particolare, l’unico diverso, pezzo unico fra quelli dei servizi da tavola.
Cucchiaio umile, di metallo comune e non particolarmente bello ma lo volevo perché aveva dietro una corona; era, ovviamente, la corona britannica; si trattava di una posata portata da mio nonno dal campo di prigionia. Ma non l’aveva certo presa per quei tristi ricordi, bensì per una particolare ragione che mi raccontò quando avevo circa sei anni e gli chiesi cos’erano quei numeri graffiti dietro, sul manico, sotto la corona. Li aveva incisi lui, ed erano la ragione per cui aveva portato con sé il cucchiaio.
Si riferiscono a qualcosa che è più dominio del mistero, qualcosa che si può credere o non credere, e dunque la racconterò così com’è nata.
Torniamo a quel campo di concentramento in cui mio nonno fu “ospitato” dagli inglesi. Vi stette dal 1941 al 1946; ma quello che ci interessa riguarda il 1943. Anno particolarmente infausto per Randazzo, perché fu l’anno dei bombardamenti, ogni giorno, per quasi un mese consecutivo; i bombardamenti si susseguirono con una tale frequenza che un giorno se ne contarono ben 23. La notte tra il 15 e il 16 luglio del 1943 fu particolarmente cruenta; chi era scappato verso l’alto, sull’Etna, ricorda che alla fine del bombardamento vide verso il paese solo fiamme e sfacelo”.

 

13 luglio 1943 – Gli alleati entrano a Randazzo bombardata. Corso Umberto con la chiesa di San Martino.


Pensiamo solo un attimo al fatto che Randazzo, con la sua cinta muraria intatta e le 12 porte, racchiudeva in seno alle mura quello che dagli esperti medievisti veniva considerato “il più bel paese medioevale di Sicilia”.
Dopo il passaggio degli eroici americani, che bombardarono, solo perché “in posizione strategica”, un paese inerme, privo di qualsiasi difesa contraerea, rimanevano “solo fiamme e sfacelo”.
Le uniche due vittime gli Alleati se le fecero da soli: poiché non si accontentavano di bombardare, ma si accanirono mitragliando anche i civili in fuga sulla montagna, due caccia, facendo una picchiata si scontrarono, quasi sulla basilica (nell’area del ponte), precipitando a breve distanza.
Tutto questo fa parte della storia di famiglia perché nell’incubo dei bombardamenti mio zio Alfredo, che era da tempo rientrato da Venezia, si prodigava per andare in paese sotto le bombe e cercare viveri per la sorella, la madre e gli anziani, le donne e i bambini del gruppo di fuggiaschi, sempre tenendo per sé il minimo per la sopravvivenza, se mai lo teneva.
Quando finalmente i bombardamenti cessarono, Alfredo non riuscì più a tornare sull’Etna dai familiari. Era rimasto a letto con la febbre alta. In un primo momento si pensò che si trattasse solo di una febbre dovuta alle fatiche sostenute; ma quando la madre e la sorella tornarono a casa le aspettava la dura e tristissima realtà della malattia di Alfredo. La privazione per troppi giorni, gli stenti, gli sforzi per portare il cibo a chi non ne aveva, uniti all’indebolimento fisico della malattia che aveva contratto in Africa, lo portarono a debilitarsi troppo; un ufficiale medico disse che ci volevano quegli antibiotici che ormai si trovavano in America ma che in Italia non erano ancora arrivati.
La notte tra il 21 e il 22 novembre del 1943 Alfredo si aggravò ulteriormente; ormai alla fine, con una tristezza infinita, ad un certo punto raccolse le sue ultime forze, si alzò a sedere e disse, quasi urlando: “Papuccio mio, non ti vedrò mai più”, poi crollò sul letto ed esalò il suo ultimo respiro. Ma perché mai racconto questo episodio?
Perché nello stesso istante, a Ol Dònyo Sàbouk, a circa 5000 chilometri di distanza, mio nonno si svegliò di soprassalto con la sensazione di qualcosa di tremendo. La sensazione era così forte, e strana, e unica, che incise quella data su quel cucchiaio della mia infanzia.
Dovevano passare due anni perché Antonio sapesse cos’era accaduto in quell’istante di quella notte del ’43.
Solo alla fine del 1945 fu possibile uno scambio di notizie fra il campo di prigionia e la famiglia; e Antonio apprese della perdita del figlio. Si doveva ancora arrivare alla primavera del 1946 perché potesse tornare a Randazzo. Il suo ritorno, tanto atteso, lenì il dolore delle tante ferite che la guerra aveva procurato e consolò dei grandi dolori subiti, anche se Antonio ne era stato colpito tanto quanto la moglie e la figlia.
Antonio possedeva ancora dei doni preziosi: il suo carattere, la forza e l’ottimismo, l’amore per la vita e per la famiglia; e aveva parecchie possibilità, nonostante il crollo provocato dalla guerra.
Poco dopo il suo rientro, potè avvalersi dei reti del suo “impero” economico perso nella guerra; in effetti, il suo vecchio amico e socio d’Etiopia, l’avvocato Colitto, di rara onestà, era stato rimpatriato prima per ragioni di salute, e negli anni aveva potuto preservare a Roma qualcosa dal disastro bellico; grazie a quei fondi Antonio poté dare avvio a un nuovo inizio, creando quindi delle industrie anche a Randazzo (produzione di calce, mattoni, ecc.).
Gradatamente la famiglia ricominciò a prendere respiro, nonostante la ferita dovuta alla perdita del figlio primogenito fosse ancora molto viva.
Gli anni successivi furono quelli del dopo guerra, della ricostruzione, e di tutti gli esseri umani, di tutte le famiglie: lo scorrere degli anni, il lavoro, la crescita dei figli, i matrimoni, l’arrivo dei nipoti.
La figlia Lina uscì di casa per iscriversi in Medicina e Chirurgia, cosa rarissima per le donne, all’epoca; all’università di Messina incontrerà un collega, quel Paolo Damiano che sposerà e con cui andrà a vivere a Randazzo.
Quel Paolo Damiano che mi fu padre e che creò l’ospedale del paese con vent’anni di lavoro.
Dopo la sua partenza per Milano purtroppo la struttura declinò sino alla sua fine.
L’altro figlio di Antonio Petrullo, Mario, divenuto geometra, andò a lavorare per molti anni in Somalia.
La vita a Randazzo scorreva tranquilla: la casa alla fine del paese, a Crocitta, aveva intorno campi e, in fondo, le fornaci per la calce.
Per me quella casa e qui campi, quelle fornaci e la terra intorno sono l’infanzia, e tratteggiarne qualche immagine aiuta a conoscere alcuni aspetti di Antonio Petrullo come nonno: ho passato più anni con i miei nonni che con i miei genitori.
Forse dovrei dire “con mio nonno” perché la nonna è una figura quasi indistinta: sempre gentile e amorevole, era però circondata da un alone di eterna tristezza, con le sue vesti nere e il buio nell’anima: non si riprese mai dalla morte dell’amatissimo Alfredo; sorrideva del suo sorriso triste solo quando ero vicino a lei e mi chiamava “Alfredo, Alfreduccio” (che volle come mio secondo nome).
La casa dei miei nonni è per me ricordo di libertà in quegli ampi spazi e delle esplorazioni nella sciara infinita dietro casa; le chiacchierate e i giochi con mio nonno, le lunghe serate nel suo studio, accanto a lui, chino sui suoi scritti alla scrivania, mentre io seduto per terra divoravo libri su libri della sua biblioteca.
Era lui che ci portava, me e le cugine, con la Topolino, a Taormina; è lui che a tre anni mi insegnò a nuotare; ed era lui che sapeva trasformare in magia rituale le cose più semplici, facendoci sognare con un sorso d’acqua o una semplice aia.
Due esempi, due ricordi per tutti: quando, al rientro dal mare, facevamo troppo chiasso (com’è d’obbligo per una piccola banda di pargoli in una Topolino) non una voce si levava da lui, non un rimprovero; anzi! Era lì che iniziava la magia: con la voce del bravo narratore di favole ci diceva: “se fate i bravi, c’è per voi una sorpresa…”. Ovviamente, la sorpresa non era tale, e sapevamo benissimo quale fosse, e l’aspettavamo con gli occhi colmi di magia. Giocattoli? Caramelle? Gelati? Qualsiasi altra cosa comprata col denaro? Assolutamente no! Era rituale e magia. Era solo acqua pura, cristallina. Ma era l’acqua di un rituale magico: “quella” fontanella di pietra (a Piedimonte), di “quella” piazzetta, con “quel” bicchiere. Era uno di quei bicchieri da campo, pieghevoli, d’alluminio: con le mosse eleganti ed elaborate delle mani di un prestidigitatore che ammalia il pubblico scopriva la scatoletta del bicchiere, lo apriva, lo lavava dentro e fuori con la solennità di un antico sacerdote egizio, e poi il sospirato premio dei sorsi di acqua favolosa nel bicchiere magico. Non bevevamo l’acqua, ma la magia dell’amore di quel nonno straordinario. 
L’altro esempio? Se facevamo i bravi durante la settimana, in via del tutto eccezionale (dovevamo guadagnarcelo!) ci portava nel magico “tondo-tondo” che non era altro che l’aia che si trova ancora sulla strada di Santa Domenica Vittoria davanti alla piazzola che allora ospitava una cabina elettrica. 
E passavamo delle ore a rincorrerci felici.
Possedeva un’arte perduta, nonno Antonio: l’arte di creare la magia in noi, di saper stimolare la fantasia che è in ogni bambino.
E, come questi, molti altri ricordi mi riportano a quell’uomo fuori dal comune.
Gli anni della pensione non furono mai inattivi, ma presi dagli affari (tra cui le briciole dei rimborsi dei danni di guerra da un governo di Roma che stentava a rispettare la legge), ma soprattutto della scrittura dei suoi ricordi d’Africa, trasformati in romanzi; solo uno vide la luce: il suo romanzo storico/autobiografico “Nei giorni del crollo”, pubblicato nel 1970, considerato come “effemeride storica” e che gli valse l’accoglienza fra i membri dell’Accademia Tiberina di Roma.
Stava lavorando alla correzione delle bozze del secondo quando sopraggiunsero i pesi delle catene del tempo.
Il lavoro si fermò per il deterioramento della vista sino alla cecità, e un po’ della mente che iniziava a perdersi, ma solo a causa del buio dei suoi occhi.
Ricordo che un giorno disse alla persona che si occupava di lui (e di cui parlerò sotto): “ragazzo, preparami delle uova al bacon, per la colazione”; e quando il “ragazzo”, ridendo, rispose “certo, signore”, Antonio riconobbe la voce e ripiombò nell’assoluta lucidità del presente e del luogo.
Semplicemente, nella cecità, quando ricordava i suoi tanti viaggi, poteva capitare di continuare nella visione; ma bastava qualcosa come la voce per riportarlo alla realtà. In quel caso, ridendo, raccontò che stava pensando ai giorni di Londra e ridendo disse: “scusa, Paolo”.
Già, perché il “ragazzo” era Paolo, mio padre, suo genero.
Quegli ultimi due anni furono tristi e meravigliosi a un tempo per entrambi, perché mio padre, che col matrimonio trovò in Antonio il padre che lo aveva lasciato morendo quando lui aveva 19 anni, poté accudirlo come non poté fare con suo padre; e Antonio trovava il figlio più amorevole che potesse sognare.
Mio padre, che lavorava all’ospedale, aveva anche la condotta di Passopisciaro, Solicchiata, Rovittello e Verzella; Paolo Damiano, che aiutava la moglie medico nel suo ambulatorio e nelle visite, aveva la forza di accudire il suocero andandoci almeno tre volte al giorno, per portargli il cibo, aiutarlo a lavarsi e vestirsi, e fargli compagnia.
Avevamo provato a portarlo a casa nostra ma dopo pochi giorni volle tornare a casa sua perché le poche, vaghe ombre che vedeva gli impedivano di muoversi in casa nostra mentre in casa sua era libero comunque di spostarsi per le stanze.
Questi furono gli ultimi due, tristi anni in cui, come ogni essere umano che arrivi a tarda età, dobbiamo pagare il tributo a Kronos l’implacabile. 
Il 23 luglio 1973 Antonio Petrullo si spegneva nella notte, serenamente, nel suo ultimo sogno e, chissà, forse tornando col suo perduto e amato figlio in quell’Africa dei giorni felici.

Maurizio Damiano  

     Il romanzo ” Nei giorni del crollo ” dopo una breve prefazione di Arnaldo Di Serio, inizia con questa bellissima poesia:

Giuseppe Plumari – La Felicità Politico-Cristiana.

Omelie recitate dall’Autore nella Basilica di Santa Maria il 12 gennaio 1801 e il 12 gennaio 1821.

 

Vito La Mantia – Consuetudini di Randazzo

http://www.randazzo.blog/2019/05/18/vito-la-mantia-2/Parte Prima


Parte Seconda

a cura di Angela Militi

Collegio Salesiano San Basilio Randazzo 1879-1979

Antonio Pallante

Il 14 luglio del 1948 accadde un fatto terribile e spettacolare ( non penso certamente a Gino Bartali che vince il Tour de France, anche se poi avrà un suo ruolo) l’attentato al segretario politico del PCI Palmiro Togliatti. Ma il fatto più stupefacente per noi è che l’attentatore è un giovane studente di Randazzo:  Antonio Pallante.
I randazzesi rimangono molto stupiti ed increduli. Molti conoscono la famiglia Pallante ed anche Antonio. Giovane molto impegnato in politica , anche se con idee confuse e contraddittorie,ma nessuno poteva immaginare che potesse diventare addirittura un attentatore.
Antonio Pallante e figlio di Carmine e di Meloro Maddalena, nato a Bagnoli Irpino il 3 agosto del 1923. Il padre abruzzese lavora nel Corpo Forestale ed era una persona molto rigida e severa soprattutto nei confronti dei tre figli, anche se durante un comizio di Antonio ad un certo Proietti che lo contestava gli dà un pugno che lo scaraventa a terra.
Da giovane era religioso,spinto pure dal padre che lo voleva sacerdote, ed entra nel seminario di Cassano allo Jonio in Calabria. Finita la vocazione prende la licenzia ginnasiale a Castrovillari, poi la maturità classica in Sicilia al prestigioso Real  Collegio Capizzi di Bronte, quindi si iscrive a giurisprudenza a Catania».
Per anni fa “finta” di dare esami  ingannando il padre che per mantenerlo agli studi aveva venduto un terreno di famiglia per duecentomila lire.
Ai primi di luglio del 1948 saluta i genitori, parenti e amici, raccoglie da loro tremilacinquecento lire e dice che sarebbe andato a Catania per la tesi di laurea.
A Catania ci passa  solo per acquistare una pistola la Smith calibro 38 al mercato nero per 250 lire e per 25 lire acquista in armeria cinque proiettili. e  parte per Roma.

Di seguito alcuni articoli di giornali, interviste e di recente un libro scritto dal giornalista  Stefano Zurlo inviato de “Il Giornale” –  Quattro colpi per Togliatti. Antonio Pallante e l’attentato che sconvolse l’Italia (Baldini+Castoldi, pagine 254, euro 17,00) , che spiegheranno bene e da diversi punti di vista cosa successe in quei terribili giorni.

 

Andrea Velardi per il Messaggero

La mattina del 14 luglio del 1948, anno della Costituzione e delle prime elezioni repubblicane, l’ Italia sfiora il baratro della guerra civile quando, davanti a Montecitorio, il giovane studente siciliano Antonino Pallante ferisce gravemente Palmiro Togliatti, segretario del Partito Comunista Italiano.
La reazione del Migliore fa subito capire che quella del comunismo italiano sarà una vera anomalia, destinata a non reiterare gli scenari cruenti che la storia recente ha confermato essere assai realizzabili. 
A 70 anni da quell’ attentato si può considerare come tutta la storia del Partito comunista sia contenuta in nuce in questo evento così decisivo. Lo conferma il libro ricco e inusuale costruito da Salvatore Sechi mettendo insieme la sua lunga di intellettuale liberale di sinistra e la breve parentesi della sua consulenza presso la Commissione Mitrokhin, il cui lavoro viene giudicato fallimentare, a causa della censura nella accessibilità degli archivi e dei documenti, dei reciproci interessi partitici, del giornalismo petulante e sensazionalistico.

L’apparato para-militare del PCI e lo spionaggio del KGB sulle nostre imprese. Una storia di omissis fornisce, offre una tesi storiografica complessa e forte, restituendo la cornice di un’ identità del Partito comunista la cui matrice è in Togliatti e che si mantiene continua nonostante le virate e le mutazioni strategico-politiche del Novecento.

Il Pci ha perseguito due direttive contradditorie che in qualche modo hanno però realizzato la sua unicità con un equilibrio paradossale ma efficace. Da una parte l’ avversione esplicita per la socialdemocrazia, l’ influenza del Pcus e del Kgb nella politica italiana tra spionaggio industriale e tentativi di infiltrazione.
Dall’ altra l’ impossibilità di ridurre il comunismo italiano al Kgb e all’ immagine marziale del Partito così come venne espressa dall’ ampio dossier sulla organizzazione paramilitare dei comunisti italiani confezionato dal Sifar negli anni Cinquanta a cui si è appiattita tutta la vulgata storica e di cui bisogna attenuare la portata visto che una certa militarizzazione post-bellica era comune a partiti di diversa vocazione, col risultato dell’ esistenza di una Gladio bianca accanto ad una Gladio rossa.
LO SCENARIO.  Questo scenario riprende due linee adottate con grande efficacia da Togliatti.
L’ intuizione del dicembre del 1947 di non radicalizzare lo scontro armato sostenendo nella Direzione del partito la «possibilità di intreccio di lotte legali e di massa extralegali», pur non escludendo che si potesse essere costretti ad uscire dalla legalità, cioè ad abbandonare quelle che gli jugoslavi e gli stessi sovietici chiamavano «illusioni parlamentaristiche».
Vi è poi lo sforzo strumentale, ma geniale di Togliatti medesimo di agganciare la tradizione comunista a quella più risorgimentale e liberale, dissimulando in tutti i modi il reale e tremendo volto stalinista e bolscevico del Partito, con l’ effetto di italianizzare il comunismo (formula secondo Sechi poi fin troppo abusata), radicandolo inscindibilmente nella nostra tradizione sociale, istituzionale e costituzionale così da consolidare nei decenni successivi, soprattutto dopo la mutazione solo parziale dell’ era Berlinguer, una impermeabilità dei dirigenti di Botteghe Oscure alle stesse influenze sovietiche, impedendo nei fatti una infiltrazione massiccia dell’ Urss nel tessuto della nostra democrazia. 
Si dovrebbe così all’ input togliattiano se Berlinguer potrà con coraggio «non assecondare supinamente le decisioni e gli orientamenti dall’ Unione Sovietica» e insieme a Longo, Rodano e gli altri mantenere l’ ambiguità togliattiana della radicalità e dell’ enfasi della retorica della unicità storica della rivoluzione di Ottobre e della creazione dell’ Urss, nonché della contrapposizione tra comunismo sovietico e democrazie individualiste occidentali, minimizzando sulla repressione dei diritti civili come nella famosa intervista a Nuovi Argomenti nel giugno 1956 .

Palmiro Togliatti in ospedale dopo l’attentato

IL SOSTEGNO DELL’ URSS.  Senza coltivarne l’ immagine marziale, Sechi, che lasciò il Partito negli anni Settanta, non nasconde però quanto sia stato massiccio il sostegno economico sotto traccia del Kgb e quanto la storia del comunismo italiano sia sostanzialmente illiberale e totalitaria con buona pace di chi ha cercato di voler conciliare in tutti i modi la Rivoluzione liberale di Gobetti con il comunismo occidentalizzato, non leninista, ma certamente non pluralista, di Antonio Gramsci. 
L’ esperienza deludente della Commissione Mitrokhin e la disavventura di una infondatissima causa per diffamazione intentatagli da un ex parlamentare comunista non hanno permesso che si confermasse l’ amara conclusione di Sechi secondo cui «coltivare la speranza di ripensare la storia del comunismo è ormai impossibile». 
L’ occasione dell’ anniversario dell’ attentato a Togliatti e questo libro così denso ci fanno capire che lo sguardo dello storico può viaggiare alto al di là delle limitazioni documentarie e delle prospettive ristrette e faziose dei partiti e dei mass media.

 

LA DOMENICA DI REPUBBLICA: DOMENICA 29 APRILE 2007

La memoria:Storia d’Italia

Il 14 luglio 1948, in un periodo di estrema tensione politica, lo studente siciliano Antonio Pallante sparò da breve distanza quattro colpi di rivoltella contro il segretario del Partito comunista, che rimase ferito ma si salvò.

Abbiamo ritrovato negli archivi l’incartamento del processo che ne seguì e documenti rimasti sepolti per sessant’anni.

Antonio Pallante – arrestato

ROMA «Anche se in una cella del Regina Coeli, caro Paolo, io sono sempre quell’Antonio buono, affettuoso, e ponderato!». Era il 23 agosto del 1948 quando Antonio Pallante, da una cella d’isolamento del carcere romano, scrisse queste parole dirette al suo amico d’infanzia Paolo Marrone.
Poco più d’un mese prima, il 14 luglio, in piazza Montecitorio, quel ragazzo di Randazzo, provincia di Catania, che si definiva «buono e ponderato», all’epoca appena venticinquenne, aveva sparato a bruciapelo quattro colpi di rivoltella contro Palmiro Togliatti, ferendolo gravemente. 
E scatenando al Nord un moto insurrezionale che costò la vita a decine di persone. Quasi sessant’anni dopo, il fascicolo giudiziario di “Pallante Antonio” è diventato pubblico, custodito nell’Archivio di Stato, sezione di Galla Placidia.
Bisogna slegare sei o sette cordicelle per aprire il faldone quasi imbozzolito che contiene un migliaio di fogli ingialliti. 
Le pagine più toccanti che spuntano da quel fascicolo dimenticato sono le lettere inedite che Pallante scrisse a Regina Coeli e che la censura sequestrò.
Da quei manoscritti 
emerge il ritratto di un giovane fortemente condizionato da una ideologia intrisa di fascismo, che arrivò a Roma con un solo libro, Mein Kampf di Hitler. 
Il fascicolo giudiziario inizia con la testimonianza di “Iotti Romilde fu Egidio nata a Reggio Emilia, deputato al parlamento”, interrogata dal procuratore di Roma due ore dopo la sparatoria.
Stando 
a questa testimonianza di Nilde Iotti, che vide Togliatti «abbattersi al suolo», mentre «quel giovane pallido in viso si abbassava sul ferito e gli sparava a bruciapelo al fianco sinistro», e che fu la prima a gridare ai carabinieri «arrestatelo, arrestatelo», diventa difficile immaginare che il Migliore, quel drammatico frangente, possa aver pronunciato la fatidica frase che gli viene attribuita: «Non perdete la calma».
Dopo quello della Iotti, c’è l’interrogatorio 
dello stesso Togliatti del 22 novembre, quando, ormai guarito, pone fine alla tesi del complotto agitata a lungo dall’Unità e da esponenti del Pci. «Non sono in grado di fornire alcun elemento in merito a responsabilità di altre persone —dichiara, lapidario, ai giudici — non essendomi curato di fare indagini, né mi è stato riferito da altri alcun elemento al riguardo». 
Così il forestale Carmine Pallante descriveva il figlio. «Ha un carattere mite e ubbidiente, però un po’ nervoso, si adirava quando era contrariato anche nelle più piccole cose. Ha una certa ripugnanza per le armi. Durante il passato regime era appartenuto alla Gioventù italiana littoria».  
 
Pallante, ambizioso quanto confuso, passò dai liberali all’Uomo qualunque, e manifestò l’intenzione sia di scrivere per l’Unità, che di iscriversi all’Msi.
Ecco come 
descrisse se stesso alla polizia che lo aveva appena arrestato. «Nel ‘44 mi sono iscritto al Partito liberale, diventandone dirigente della sezione di Randazzo. Lo lasciai perché a mio giudizio troppo conservatore. Nel mio paese sono conosciuto come un fascista perché il mio noto anticomunismo viene a torto giudicato fascismo ». Ed ecco come spiegò il movente del suo gesto. «Ho sempre pensato che in Togliatti si debba ravvisare l’elemento più pericoloso alla vita politica italiana.