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La Badessa di Olga Foti

 

 LA BADESSA                                                                    

Nel mese di maggio suor Veronica fu trovata morta dentro il pozzo del convento.

Si era buttata? Era stata buttata?

Che fosse caduta accidentalmente nemmeno un bambino all’ultimo anno d’asilo l’avrebbe creduto.

Un pozzo di pietra come quello dei conventi di una volta, alto più di un metro e mezzo, il coperchio di ferro leggero, la carrucola con la lunga catena, e, appeso, il secchio zincato. Si calava lentamente o con un colpo deciso, e poi, pieno e gocciolante, veniva tirato su con la carrucola.

Impossibile cadere dentro il pozzo se non spinta a forza.

Su questo, in paese, tutti d’accordo, in pochi invece credevano che suor Veronica avesse deciso di uccidersi. L’avevano uccisa, si diceva, perché era incinta, e si facevano nomi di monaci e preti, di due monsignori anche, che frequentavano il convento con assiduità.

“Comunque, vedrete, faranno passare tutto per suicidio così lo scandalo si potrà soffocare più facilmente.”

E infatti le indagini furono svolte in fretta e con grande discrezione, l’autopsia, se autopsia era stata fatta, passata sotto silenzio.

Era incinta suor Veronica?

Non si è mai saputo.

La badessa era nata in una di quelle famiglie che possedevano quasi tutte le terre del paese, ma erano tempi, inizio Novecento, in cui le ragazze avevano una sola opportunità: il matrimonio. I feudi, i palazzi, i soldi, si sapeva, toccavano ai figli maschi, al primogenito soprattutto. Le femmine sposandosi avrebbero avuto la dote, certo, poca cosa comunque, in abbondanza solo casse di biancheria di lino ricamata, un inutile corredo se non riuscivano a pescare un marito, corredo che passava alla figlia primogenita del fratello dove la zitella sarebbe andata a vivere dopo la morte dei genitori.

Non era una bella prospettiva.

Le sorelle maggiori della futura badessa avevano impalmato i ricchi scapoli a disposizione, lei aveva già venti anni, quando ci si sposava a quindici, e all’orizzonte non appariva nessuno. Eppure era bellina, carnagione bianchissima, lineamenti regolari, sorriso e sguardo da santarella che nascondevano tenacia, caparbietà, e la ferma decisione di non finire in casa di qualche cognata o, come la maggior parte delle terze o quartogenite delle famiglie bene, di accontentarsi di un mezzo proprietario – mezzo bifolco forestiero scovato da uno dei tanti sensali di matrimoni.

E poi, in paese c’era l’uomo giusto, il più nobile, ricco, istruito, aveva persino diverse lauree quando i proprietari, allora, completavano al massimo le elementari: i maschi, le femmine solo le prime tre classi. Quello era l’uomo per lei. Possedeva vigneti a perdita d’occhio, terreni da semina, veri e propri feudi, ville e case di villeggiatura, oltre il palazzo che portava il nome di famiglia. Insomma, un gran partito.

Il problema?

Il nobiluomo non solo non si era mai interessato a lei, ma aveva – e in paese – una donna e una figlia. Una donna bella e simpatica che non apparteneva però alla cerchia dorata dei proprietari terrieri, e per questo, quando la cosa era iniziata, aveva suscitato scandalo, e lo scandalo era esploso quando era nata una bambina.

Una bambina fuori dal matrimonio.

Non c’era adulto, ragazzo, contadino, servo o proprietario che non ne fosse al corrente, che non ne parlasse, che non chiedesse a chi assomigliava. Al padre? Ah, c’era il segno della nobiltà in quella piccolina!

Le notizie e i commenti entravano e uscivano da ogni casa: con le serve, le verdure, le derrate che arrivavano dalle campagne, notizie e commenti che sostavano nei salotti, nelle cucine dei signori e  dei villani, andavano per strada, si fermavano al lavatoio, dal droghiere, dal macellaio, nel negozio di tessuti della via principale e nelle osterie, oltre che sul sagrato delle chiese dove qualsiasi fatto veniva raccontato e commentato dopo la messa o le altre funzioni.

Ormai anche le pietre del fiume parlavano dello scandalo ma la madre badessa, in seguito, avrebbe raccontato alle sue monache che lei non aveva mai saputo della “scappatella” prematrimoniale del marito.

Una scappatella. Era nata anche una bambina che, se non riconosciuta dal padre, sarebbe stata una bastarda, una figlia di N.N., il marchio che veniva stampigliato su tutti i documenti rovinando la vita di tante persone, e si è dovuto aspettare il 1975 perché fosse abolito.

Il nobiluomo però era anche un gentiluomo, il pericolo per quella bambina non esisteva. Così dicevano tutti ma la futura badessa fece in modo che le cose andassero diversamente.

Quindi, in tutto quel bailamme, con discrezione, accortezza, lei comincia a lanciare la rete per  pescare il suo pesce.

Nei primi bigliettini gli assicura di ricordarlo nelle sue preghiere, certamente tutti quei commenti e pettegolezzi lo disturbano, lo rattristano, e lei chiede per lui il conforto cristiano.

I biglietti, com’era consuetudine, viaggiavano col sistema sicuro e rapido della serva di casa e lei ne aveva una più fedele di un cane fedele, sempre pronta a portare messaggi, avanti e indietro dal quartiere di S. Nicola a quello dei Cappuccini.

Per quanto tempo? E cosa venne aggiunto in seguito alle parole di conforto cristiano?

Nemmeno l’arcangelo Gabriele può saperlo. Si sa invece che la futura badessa sigillava le missive con la ceralacca e, dopo averle chiuse in una piccola borsa di tessuto, ordinava alla serva di metterle, non nel petto, come allora facevano molte donne, ma nella parte interna dei mutandoni.

La serva poteva cadere, svenire, morire, ma nessuno avrebbe trovato niente. 

Non si sa quando la madre della bambina capì che qualcosa stava cambiando, era cambiato, né quando il nobiluomo cominciò a pensare a un matrimonio più adatto al suo rango. Sono segreti finiti nelle tombe e da lì non usciranno più. Di sicuro c’è l’intervento di un padre guardiano cappuccino che fa cadere le parole giuste al momento giusto in tempi in cui i padri guardiani, gli arcipreti, i vescovi, i segretari dei vescovi e anche i semplici sacerdoti avevano un peso notevole nella vita delle persone. E le parole giuste, in quel caso, suonarono più o meno così: Circolano voci, eccellenza (molti gli davano dell’eccellenza) voci accorte, sommesse, quasi sotterranee come certi corsi d’acqua che d’improvviso vengono fuori impetuosi e trascinano via tutto quel che trovano. Anche l’onorabilità di una ragazza perbene, di famiglia perbene.

Qualcuno aveva notato, disse il cappuccino, il via e vai della serva da un quartiere all’altro, da un palazzo all’altro, e poi…

Il padre guardiano accennò all’invito che la famiglia di lei aveva fatto alla famiglia di lui per la festa di Maria assunta in cielo, invito accettato.

“Mi sbaglio eccellenza? Al paese, da sempre – il sempre umano, s’intende – l’invito a vedere la processione di ferragosto dai balconi della propria casa ha un significato preciso, e accettare quell’invito è quasi un impegno. Mi corregga se sbaglio.”

Non si sbagliava.

Il clero, eccezione fatta per qualche santo o qualche pazzo, era sempre stato dalla parte dei signori,  non certo dalla parte di una donna che non voleva il bollo di bastarda per la figlia, Si doveva rassegnare, il mondo, del resto, era pieno di figli di N. N.

Ma la madre non si rassegnava, anche se aveva tutti contro, e lo disse alla futura badessa, l’affrontò senza esitazione, lo sposasse pure il padre di sua figlia, lei voleva solo il nome per la bambina.

Il matrimonio ci fu e subito dopo iniziarono da parte della sposa le manovre per evitare che i suoi probabili futuri figli dovessero spartire i possedimenti con l’estranea. Prima cercò di allontanare il padre dalla bambina: “Con la scusa di vedere la figlia ti incontri con la madre”, e quando la questione fu risolta mandando a palazzo la piccola in braccio a una anziana donna, la fresca sposina alle prime avvisaglie di “riconoscimento legale” iniziò quel che oggi si direbbe lo sciopero della fame ma che allora suonava: lasciarsi morire di consunzione.

Non è difficile immaginare che la serva fedele la nutrisse segretamente, doveva sembrare decisa a morire, non certo morire, e così il marito continuò a rimandare quel riconoscimento. Poteva causare la morte della moglie?

Malgrado la sua intelligenza, le lauree, il patrimonio e il nobile casato, si comportò, come avrebbe detto Sciascia, da quaquaraquà. In quella specie di partita a scacchi la futura badessa aveva messo in campo tutte le sue armi per indirizzare le mosse dell’avversario a suo vantaggio, per costringerlo a spostare le pedine che voleva lei, come voleva lei. E aveva vinto.

Poi il grande avvenimento: la sposa aspettava un bambino. L’erede, il figlio, l’unto del Signore.  E chi pensava più alla bastarda?

Ci sarebbe voluto il Rettore dei Salesiani che c’era una volta, una specie di Padre Cristoforo fra i tanti don Rodrighi e don Abbondi, che molti anni prima aveva costretto il barone Rametta a riconoscere i figli avuti dalla servetta. Ma i padri Cristoforo sono più rari delle mosche bianche e comunque in quel frangente al paese di quelle mosche non ne volavano.

Dopo qualche anno però il bambino fu colpito dalla difterite, una malattia spesso mortale, allora, non c’era il vaccino, non c’erano gli antibiotici, e come si temeva morì.

La futura badessa all’inizio vide quella morte come un castigo divino, sapeva fra l’altro che non poteva più avere figli, ma presto ne pensò una delle sue: il marito avrebbe riconosciuto la bambina che però doveva andare ad abitare con loro, sarebbe stata la loro figlia, la madre doveva rinunciare a lei, non doveva più nemmeno vederla.

La madre ovviamente rifiutò sdegnata e la nobile signora ne fu stupita: ma che ingratitudine!

  Poi anche il marito si ammalò, una malattia che i migliori medici non riuscirono a curare, morì anche lui, e poiché non c’erano figli tutto il patrimonio andò alla moglie.

Cosa poteva fare una vedova ambiziosa, con pochissima istruzione e zero interessi?

La madre badessa.

Bisogna riconoscere che per molto tempo le autorità ecclesiastiche ostacolarono le pretese della vedova ma lei sapeva come muoversi, convincere, e tempo costanza e mezzi non le mancavano.

Proprio per questo, secondo alcuni, non era necessario buttare Veronica nel pozzo, troppo pericoloso, prima o poi qualche suora avrebbe parlato. Ci sono armi più sicure che sanno creare il vuoto attorno ad una ragazza semplice, di famiglia povera, abituata alle ingiustizie. Ad albero caduto accetta accetta, si ripeteva Veronica, ma che colpa aveva l’albero se il vento l’aveva buttato giù? E le tornava in mente l’asino visto nella strada ripida della Crocitta, era scivolato, sotto il pesante carico non riusciva più a sollevarsi e il padrone imbestialito gli faceva calare con tutta la sua forza un grosso bastone sulla testa. Picchiava e gridava, gli diceva delinquente, mangia paglia a ufo, finché la bestia era morta, la testa sul selciato, un occhio aperto., e l’uomo l’aveva guardato quasi stupito e indignato per quell’ultimo tiro mancino che l’asino gli aveva giocato.

Veronica non poteva dimenticare quell’asino, e quando la badessa si rivolgeva alle suore riunite, stava ad ascoltare con la disperazione di una bambina che si è persa nel bosco. In quei discorsi c’era forse il segreto per ritrovare la strada ma le parole le sembravano pronunciate in una lingua sconosciuta. Aveva anche cercato di parlare alla badessa, si era fatta coraggio, l’aveva fermata nel corridoio: Madre…” Ma lei l’aveva gelata con lo sguardo ed era andata via.

Due consorelle lavoravano in cortile, pulivano e rassettavano come gli altri giorni, chiacchieravano, e nessuna di loro si accostò a una delle finestre aperte per dire, Buongiorno suor Veronica, avevano sentito dal rumore del secchio che lei era là, nel corridoio, e avevano smesso di parlare.

Veronica non le vedeva, vedeva il rampicante sul muro con i fiori bianchi a forma di campanule e le foglie lucide come quelle del limone. Sentì sbattere con forza lo zerbino, era sempre pieno di terra perché ci si pulivano i piedi venendo dal giardino, e poi di nuovo le consorelle che avevano ripreso a parlare ma a voce bassa.

Devo parlare con la Superiora, si disse, provare ancora, sì, forse mi ascolterà, dirà, Vieni nel mio studio. Proverò di nuovo domani. E mentre si abbassava per strizzare lo straccio nel secchio, la decisione che sapeva inutile le diede una certa serenità..

Quasi mezzanotte. Veronica percorre il corridoio attenta ad evitare qualsiasi rumore, anche se non ci sono assi che scricchiolano ma mattonelle di ceramica pulitissime che lei lava ogni giorno. Il cuore le batte forte, le sembra di sentirne l’eco che rimbalza sulle pareti, ma continua a camminare, è quasi a metà corridoio, non lontana dalla stanza della Madre superiora. Non alzerò gli occhi, si disse, ma quando si trovò davanti a quella porta gli occhi si sollevarono involontariamente e Veronica è sicura che la porta si aprirà all’improvviso e apparirà la badessa.

Ma non accade.

Prosegue in quel silenzio notturno così nuovo per lei, arriva in fondo al corridoio. Sa che la porta è chiusa ma sa anche come usare il ferretto per i capelli che era caduto a donna Rosaria quando aveva portato la biancheria e gli abiti talari dei frati perché venissero lavati e stirati come di consueto. La forcina si era staccata dalla crocchia di capelli bianchi ed era caduta sulle mattonelle lucide del pavimento, donna Rosaria non se n’era accorta e Veronica, senza sapere perché, si era chinata e l’aveva fatta scomparire nella tasca.

Il trucco di aprire una porta chiusa a chiave con un ferretto gliela aveva insegnato il cugino Saro, erano ancora bambini e si divertivano ad aprire la stalla o la casa della nonna.

La porta che dà in giardino adesso è davanti a lei, mette una mano sulla maniglia, con l’altra palpa il fondo della tasca, hanno tasche profonde i vestiti delle monache, chissà perché, ci tengono solo il rosario e il fazzoletto.

Veronica trova subito la forcina, la piega, la fa girare a mo’ di chiave e la porta si apre.

Fuori un cielo con tante stelle e uno spicchio di luna, niente nuvole, si dirige verso l’aiola delle erbe aromatiche e accanto, sull’albero della robinia, avverte un sommesso eccitato frullo d’ali. Il suo passo nel viottolo ha messo in allarme gli uccelli che dormivano. Lei invece è tranquilla, le decisioni una volta prese portano serenità, si chiede solo se la Superiora sapeva chi era stato.

Quasi certamente no, e non le interessava saperlo, era importante solo soffocare lo scandalo, e lo  scandalo era lei, lei il problema, lui avrebbe continuato con i buoni pranzi preparati dalle consorelle, avrebbe bevuto il vino rosso gradazione diciotto, biancheria e abiti lavati e stirati. Non erano loro le ancelle dei sacerdoti? E ancelle vuol dire serve, le aveva spiegato suor Rosina.

Si volta a guardare il convento, l’impassibile struttura completamente buia, nemmeno una luce dietro quelle finestre, e forse per questo le sembra ancora più freddo e inutile, un uccellaccio morto, rinsecchito. Continua a camminare, il cuore non le batte, solo un leggero pulsare delle vene vicino alle tempie, come se tutto ciò che ha nella testa, pensieri, ricordi, volessero fuggire verso le nuvole finché erano in tempo. Infatti è già arrivata al pozzo, con un saltello siede sull’orlo di pietra lavica, si sta bene di notte in giardino, siamo in maggio ormai. Solleva il coperchio, guarda verso l’acqua,  ma è buio, sente solo un soffio di aria fresca, pulita, salire verso di lei, accarezzarle il viso.

 “Veronica…!?”

Vuole ascoltare il suo nome e si china di più verso l’acqua, chiama ancora:

“Veronica…!?”

 “Onica…!?”

Un suono bellissimo quasi come quello dell’organo della Chiesa madre.

“Veronica…?”

L’eco rispose senza farsi attendere:

“Onica…?”

E lei si lasciò andar giù.

 

                                                                                               Olga Foti

 

 

 

 

Ture Magro

   TURE MAGRO , attore e sceneggiatore nasce il 9 febbraio 1984 da una famiglia Randazzese (CT)  di artigiani e architetti del legno.
Il papà Giuseppe e la mamma Rosaria Parasiliti Bellocchi abitano a Randazzo in fondo alla via Gaetano Basile. Il fratello più grande Rosario (11 settembre 1977), si è trasferito in Cile a Maipu dove si è affermato come Architetto e il suo studio professionale progetta e realizza grandi opere e non solo nel Cile.
A 18 anni inizia il proprio percorso artistico professionale nella collaborando con diversi registi e attori provenienti dal Teatro Stabile di Catania. Frequenta la scuola del Teatro degli Specchi di Catania e l’International School of Performing and Arts di Londra. Studia Biomeccanica teatrale con Gennai Bogdanov del GITIS di Mosca.
Lavora con Aldo Lo Castro, Giampaolo Romania, Enrico Guarneri, Antonello Puglisi.
In seguito a questa esperienza e al percorso di studi di Scienze per la Comunicazione Internazionale, si trasferisce nel 2004 a Londra dove porta a termine un lavoro mirato sul corpo, gli studi di arti marziali e ad una costante ricerca giornalistica e di scrittura con un focus sui temi più attuali della contemporaneità.

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Ture Magro

Rientrato in Italia a 22 anni si trasferisce a Genova dove è’ attore di diversi spettacoli diretti dal regista Jurij Ferrini. 
Nello stesso anno con Andrea Lanza,  avvia un altro percorso professionale e di formazione lavorando per un intero anno sul personaggio Aksentij Ivanovič Popriščin  de Il diario di un pazzo (Gogol).
Nel 2005 recita in Locandiera di Goldoni, regia di Jurij Ferrini (prod. Progetto U.R.T.tournée 2005/06) e, nello stesso anno, ne La Bisbetica Domata, regia di Alberto Giusta (co-produzione Gank Teatro Stabile di Genova).
Nel 2006 prende parte a Riccardo III di Shakespeare, regia di Jurij Ferrini (prod. Progetto U.R.T. tournée 2006/07 e 2007/2008).
Nel 2007 è scritturato al Teatro Biondo di Palermo, per “Il povero Piero”, diretto da Pietro Carriglio.  
Lavora a diversi spettacoli diretti dal regista Beppe Rosso nel 2016 /2017 /2019 /2020 .
Nel 2009, dopo l’incontro con un gruppo di colleghi, decide di dedicarsi alla fondazione di una nuova compagnia.
Nasce così Sciara Progetti Teatro, delle cui produzioni Magro è autore, regista e interprete e che, come punto di partenza, si prefigge quello di sperimentare spettacoli di narrazione su alcune tematiche centrali del contemporaneo. Legalità ed educazione alla cittadinanza. Bullismo e cyberbullismo. Violenza di genere ed educazione sentimentale
  Gli ultimi spettacoli di Ture Magro: Padroni delle nostre vite , storia di un imprenditore calabrese che si è ribellato alla ‘ndrangheta, Malanova Uno strappo, il caso Nicola Tommasoli sono stati rappresentati in Italia, Germania e Sud America.
Lo spettacolo Malanova è stato premiato come “Miglior Spettacolo al Festival Inventaria 2017 – Roma Premio del Pubblico Festival Avvistamenti Teatrali – Ricadi.”

 

Le connessioni culturali di Sciara Progetti Teatro. Intervista a Ture Magro

Sciara

 

Sciara Progetti Teatro è un’impresa di produzione artistica fondata da professionisti Under 35 che opera a livello nazionale e internazionale, con sede nella città di Fiorenzuola D’Arda. Nel territorio piacentino, dopo anni di esperienza e formazione in Germania, Inghilterra, Spagna, Cile e Argentina, Sciara Progetti Teatro ha trovato la propria casa, dedicandosi a un’attività artistica basata sulla costruzione di percorsi didattici e psico-pedagogici, volti alla mediazione culturale e al rafforzamento della coscienza civica del proprio pubblico. 
Le lunghe tournée e la capacità di intavolare collaborazioni edificanti con la comunità e le istituzioni, hanno attivato in Sciara Progetti Teatro la volontà di creare connessioni culturali che si sono integrate nella ricerca artistica e nella visione teatrale della compagnia. Con queste premesse, dal 2016 Sciara Progetti Teatro è impegnata nell’ideazione di progetti per Erasmus Plus, il programma dell’Unione europea per l’istruzione, la formazione, la gioventù e lo sport offrendo importanti occasioni formative e lavorative all’estero.
In questo percorso di progettazione si inserisce Ideas for a creative young Europe, un ciclo gratuito di workshop, webinar e talk, online da ottobre a dicembre, finanziato dalla Regione Emilia-Romagna, avente come obiettivo la condivisione di strumenti utili alla comunità studentesca e teatrale, in ambito nazionale ed europeo. 
Ture Magro, autore, attore e direttore artistico di Sciara Progetti Teatro, racconta attività e mission della compagnia, approfondendo programma e obiettivi di Ideas for a creative young Europe.
Rispetto alle esperienze internazionali che caratterizzano la formazione dell’organico, quali pratiche, diffuse nei sistemi teatrali che avete attraversato, potrebbero essere importate in Italia per migliorare il comparto culturale nazionale? In che misura tali pratiche hanno influito sulla direzione progettuale di Sciara?
Sicuramente il periodo trascorso all’estero è stato un momento particolare che ha fatto virare il percorso della compagnia. Eravamo all’inizio, la compagnia era stata fondata da poco, noi avevamo circa vent’anni: l’incontro con il contesto internazionale è stato anche per questo motivo una vera svolta per il nostro percorso non solo artistico, ma anche organizzativo. 
Abbiamo vissuto per sei mesi di tournée in Cile dove abbiamo sperimentato un sistema di distribuzione capillare, non solo in grado di raggiungere le istituzioni teatrali – che hanno collaborato ampiamente al nostro progetto – ma di passare anche tramite il coinvolgimento dei quartieri, delle giunte, di vicini, banche, fino a raggiungere anche Amnesty International e il Ministero per l’Istruzione
Abbiamo costruito così un tour di 6 mesi con decine e decine di repliche e decine di migliaia di spettatori. È in questa esperienza che abbiamo intuito che forse esiste una possibilità, un potenziale per la distribuzione che, a nostro avviso, se cucita sulle esigenze di una compagnia e non copiata da altri modelli, può far raggiungere dei risultati numerici e di esperienza notevoli.
Intendiamo questa forza come una spinta in grado di far capire al gruppo di lavoro come muoversi per intercettare i tanti canali possibili per un determinato progetto. Anche i canali istituzionali, ma seguendo vie nuove.

 

L’incontro con gli artisti Sudamericani è stato poi illuminante: il panorama lì è totalmente diversificato, il divario tra ricchezza e povertà comprende una forbice estremamente ampia, e lo si vede anche tra gli artisti. Ci sono artisti che lavorano per mesi e mesi, quasi senza entrate, mentre nei teatri dei quartieri alti i biglietti raggiungono prezzi altissimi.
E poi il periodo in Senegal: lì abbiamo incontrato realtà che hanno scelto di distaccarsi dal contesto istituzionale per entrare in un contatto autentico con il tessuto sociale, per intervenire concretamente nella comunità con il proprio operato artistico. Con l’esperienza in Germania abbiamo invece conosciuto un sistema distributivo diverso, invidiato un po’ in tutta Europa.
Infine, aver organizzato diversi progetti per il programma Erasmus Plus ci ha permesso di stringere collaborazioni con 20 Paesi del mondo e con professionisti provenienti da universi differenti (educatori, speaker radiofonici, artisti visuali, performer, giornalisti), ma tutti, in qualche modo, promotori e  distributori attraverso il proprio lavoro, organizzando spettacoli dal vivo per le loro attività.
È indubbio che vivere per anni a contatto con queste riflessioni artistiche e organizzative, ti instrada verso una visione personale del tuo percorso distributivo. Noi crediamo che il percorso distributivo sia parte di un ragionamento artistico complessivo e non distaccato.  Non abbiamo cercato di replicare in Italia queste pratiche, le abbiamo mescolate alla nostra visione e prodotto il nostro personale metodo, quello cucito su di noi e sulla nostra idea di Teatro, abbiamo privilegiato un taglio distributivo e organizzativo umano, che si costruisce su rapporti umani autentici, puri da ogni opportunismo di facciata, nati dal solo desiderio di incontrarsi. 
Questo è un detonatore di possibilità se lo guardi dal punto di vista distributivo. Non esiste un modello unico, ma tante modalità personali da condividere per migliorare la strada. In questo modo è nato il nostro percorso, che in questi 12 anni si è affinato e sul quale cerchiamo di lavorare costantemente. E’ una visione quasi sistemica dell’arte.  
L’attività artistica e laboratoriale di Sciara Progetti si è distinta per la valenza civica e psico-pedagogica che ha posto il lavoro della compagnia anche su un piano didattico. Come si è avviato e strutturato l’intervento formativo dei progetti spettacolari che conducete?

Nasciamo dal connubio professionale tra un artista e una psicologa: questi due aspetti coesistono e permangono nei nostri progetti, sia con le giovani generazioni sia con gli adulti. Il teatro – e l’arte in genere –  parla alla nostra sfera emotiva, usando un linguaggio universale, e facendosi così veicolo privilegiato per messaggi con finalità educative e pedagogiche. Partendo dai laboratori nelle scuole, abbiamo affinato negli anni i nostri interventi formativi, strutturandoli a partire dalle nostre produzioni, integrandoli così in maniera coerente con la nostra ricerca artistica, sperimentandoli durante i progetti realizzati per il programma europeo Erasmus Plus, e quindi sottoponendoli a una comunità internazionale da cui apprendere nuove pratiche e suggerimenti. 
Tutti i nostri interventi sono strutturati in modo da fornire ai partecipanti strumenti utili, innovativi e creativi per prendere confidenza con le proprie emozioni ed elaborarle in maniera sana: puntiamo a promuovere percorsi di educazione sentimentale per tutte le età, perché da una sana convivenza con la propria dimensione emotiva si arriva ad una sana convivenza con l’altro, con la comunità.
Con “Ideas for a Creative Young Europe”, Sciara Progetti prosegue il proprio cammino sulla strada dell’internazionalità con il sostegno di importanti realtà italiane ed estere.
Come si struttura il programma di “Ideas for a Creative Young Europe” e qual è la mission del progetto?

Ideas for a Creative Young Europe è un progetto finanziato dalla Regione Emilia Romagna che si articola in tre mesi, da ottobre a dicembre, di attività di formazione in streaming pensate per colleghi, scuole e giovani di tutta Italia. La mission del progetto è quella di condividere strumenti, competenze, idee ed opportunità valide in Italia come in Europa, per ripensarci nel nostro essere artisti, teatranti, educatori, anche in questo periodo così difficile.

Il progetto è partito il 15 ottobre con un intervento rivolto alle scuole piacentine in occasione degli Erasmus Days, per parlare delle opportunità di mobilità internazionale rivolte ai giovani, e proseguirà fino al 20 dicembre. In programma vi sono nove workshop pensati per artisti e operatori di settore per studiare nuove modalità di sostegno per le proprie attività, trovare finanziamenti per il comparto culturale, strutturare progetti in grado di avere una ricaduta e un impatto positivi su tutto il territorio dell’Unione Europea. 


Ancora, tre talk in streaming pensati come lezioni di approfondimento rivolti agli Istituti di istruzione, con i membri della Compagnia e ospiti che ci hanno accompagnato in questi anni nel nostro percorso di creazione di spettacoli, per analizzare insieme tematiche relative agli obiettivi dell’Agenda 2030 dell’ONU; due conferenze sulla mobilità giovanile; un seminario di due giorni dal titolo Steps&Strategies for a creative young Europe, un momento collettivo dedicato all’approfondimento delle strategie di lungo periodo negli ambiti di loro maggior interesse e alla costruzione di proposte condivise a partire da tutte le idee emerse che sarà presentato al livello decisionale pubblico, dalla dimensione locale a quella europea passando per il contesto regionale e nazionale.
La visione del teatro come Welfare è alla base del lavoro di Sciara Progetti. Quand’è che il teatro diventa una risorsa per formare uno spettatore consapevole, capace di migliorarsi anche in quanto cittadino all’interno del tessuto sociale?
Slogan del progetto Ideas, è una citazione di Paolo Grassi: Il teatro è un diritto e un dovere di tutti. La città ha bisogno del Teatro, il Teatro ha bisogno dei cittadini. 
Tutti noi crediamo fortemente nel valore dell’espressione artistica e teatrale come momento per interrogarsi su dove stiamo andando come società, su che tipo di comunità siamo o vorremmo essere.
Il teatro può essere, per esempio, il luogo dove avviene la mediazione culturale, dove vengono oliati i meccanismi di transizione di una società da multiculturale (cioè in grado di ospitare la diversità) a interculturale (ossia in grado di creare connessioni positive tra tutti i membri di una comunità culturalmente eterogenea). 
La cittadinanza attiva e consapevole, per esercitarsi, ha un prezioso alleato nel teatro, che, con la sua funzione di specchio sociale, permette ad una comunità di aprire spazi di riflessione importanti, chiedendo la partecipazione attiva dei cittadini anche nel solo gesto di riunirsi, per il tempo di uno spettacolo, intorno ad un’esperienza, un respiro comune.

L’AUTORE E INTERPRETE TURE MAGRO RACCONTA IL SUO ULTIMO SPETTACOLO “MALANOVA”, IN SCENA AL FESTIVAL  “INVENTARIA”. 
Nell’ambito del Festival Inventaria, il 26 maggio al Teatro Argot, debutterà “Malanova”, il nuovo interessante spettacolo di Ture Magro e Flavia Gallo, dedicato al delicato e attuale tema della violenza sulle donne.
Traendo ispirazione dal romanzo Malanova di Cristina Zagaria, i due autori hanno dato vita ad una pièce che intende esprimere, attraverso la storia di una donna del sud Italia, una forte sensibilità e fragilità andando ad indagare gli abissi dell’umanità per comporre una toccante pagina di educazione sentimentale.
Abbiamo incontrato Ture Magro, attore e sceneggiatore, vincitore dei Nastri d’Argento 2009 e 2011, uno degli autori, oltre che interprete di Malanova, il quale in questa intervista sulle pagine di Recensito ci racconta come è nato questo lavoro, come si è sviluppato e ha reso forma, ma soprattutto quale peso e valenza può avere nella società odierna.

Cosa è “Malanova”? Com’ è nata l’idea di dar vita a questo progetto a quattro mani a partire dal libro di Cristina Zagaria? 

“È stato un caso, come a volte accade. Un caso che si è trasformato in una decisione che è diventata una esperienza. Professionale e umana.”


“Malanova” è una storia forte, di violenza, di onore, di dolcezza e fragilità, in cui il punto di vista maschile e femminile in un certo senso si incontrano. Come avete fatto combaciare i due vostri pensieri, maschile e femminile, in virtù di un messaggio universale?

“Questo aspetto è molto interessante. È stato un confronto costante, una tensione positiva continua nel cercare di ascoltare l’altro per capire le ragioni dell’altro da te. Per me è stato un lavoro complesso e affascinante, perché ha creato una crisi interiore, come spesso il teatro fa, quando ti fai attraversare da quello che vivi lavorando e soprattutto quando non lo percepisci solo come mestiere. Il lavoro mi ha richiesto energia e capacità di andare fino al cuore della questione. E quando parli di diversi uomini che violentano una ragazzina è facile confondersi e perdere di vista il fulcro della questione trattata che non è, appunto, la Violenza ma ciò che ruota intorno a quell’azione infame.”

Hai lavorato anche nel mondo del cinema. Quanto c’è di cinematografico in questo spettacolo?

“Se fosse un film sarebbe una docu fiction perché abbiamo innestato pezzi di realtà dentro la finzione. Avevamo bisogno di questo per raccontare la verità. Che è altro rispetto alla realtà. A volte la realtà non basta per raccontare una certa verità. Però questo è uno spettacolo, e in uno spettacolo non abbiamo la Fotografia, non abbiamo i luoghi fisici ma è il pubblico che crea le immagini e i luoghi, viaggiando insieme all’attore.”

“Malanova” è una cattiva notizia che però il teatro ha la capacità di dare e in un cero modo di trasformare in “buonanova” veicolando il fulcro del suo messaggio. Ti auguri che questo avvenga?

“Malanova è anche il racconto di come una umanità si è liberata dall’oppressione. La Malanova ha deciso di abbattere il muro della paura e del condizionamento sociale per provare a Vivere. In questo senso è già avvenuto, nella storia reale ancora prima che nello spettacolo. “

Quali sono le analogie e le differenze tra il vostro testo drammaturgico e il romanzo?

 

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Ture Magro


“Il Romanzo della Giornalista Cristina Zagaria pone a confronto il diario di Anna Maria e le reazioni del Paesino in cui vive nel momento in cui giunge la notizia. Ed è forte e sconcertante leggere quelle parole.
Sono rimasto decisamente colpito tanto da volerlo portare a teatro. Però le parole e frasi di un libro, quelle che stanno appoggiate sulla carta non sono le stesse parole e frasi che possono stare sul palcoscenico. Hanno bisogno di essere disegnate e progettate in un altro modo per poter stare su un palcoscenico.
Lo spettacolo si avvale della creazione di un personaggio non esistito realmente che è Salvatore, che ci conduce e guida in questa storia, svelando sia le azioni e reazioni dei protagonisti che la sua assenza di coraggio nel fare un passo in avanti e cambiare la storia. È la storia di un codardo che pur vedendo ogni cosa non agisce. Rimane spettatore di un grande crimine.
Diventa colpevole durante lo spettacolo, si accorge di questo e man mano che assistiamo al crescendo della tragedia e siamo parteci della sua trasformazione.
Una trasformazione dolorosa che pur non avendo agito quella violenza diventa un grande colpevole.

 

Come è stato lavorare insieme a Flavia Gallo? È la prima volta?

“Con Flavia Gallo abbiamo tradotto in tedesco, per una tournée in Germania, un nostro precedente spettacolo.
Ci siamo conosciuti cosi. Durante quel periodo. Era il 2013. Quando le ho proposto di scrivere a quattro mani lo spettacolo Malanova non ha accettato subito.
Essendo Flavia Gallo sia una drammaturga che una pedagoga, conoscendo benissimo il rischio che correvamo nell’affrontare un tema tanto delicato, con una storia tanto cruda, mi ha fatto tantissime domande e chiesto chiarimenti.
Cosa si deve raccontare nella storia si una ragazzina di 13 anni stuprata per tre anni da diversi uomini. La violenza non si può descrivere. Non servono le parole per descriverla e non è corretto farlo.
Eppure giorno dopo giorno, conversazione dopo conversazione, abbiamo capito che dal fatto di cronaca, dalla vita vissuta con dolore della protagonista poteva e doveva nascere un testo.
Abbiamo spostato il punto di vista dalla violenza agita alle ragioni che ci muovono ad agire violenza, dal sangue e dei corpi che fanno del male alle responsabilità degli individui e delle società che non agendo creano le condizioni perché questo male possa continuare a procurare dolore.
Malanova, e adesso riporto alcune frasi scritte da Flavia, è stato il tentativo fatto a quattro mani da due autori teatrali, un uomo ed una donna, che hanno deciso di non nascondere mai la propria stessa fragilità, perfettamente in accordo nel voler trasformare la retorica della denuncia in una indagine al maschile, un’esplorazione edipica sulla responsabilità, sulla convivenza e sull’essere coinvolti, come esseri umani, in una trama di fondo che ci rende tutti ugualmente responsabili della vita degli altri.”

Nello spettacolo si parla dell’Italia, di umanità ed educazione sentimentale. Quali insegnamenti sperate possa trasmettere al pubblico?

“Non credo si debba avere la pretesa di insegnare con uno spettacolo teatrale. Il termine è impegnativo e richiede una riflessione. Il teatro non insegna, non informa, il teatro può seminare Dubbi, porre domande, aprire finestre di riflessione.
Il Teatro crea delle crisi che per essere risolte hanno bisogno di una ulteriore riflessione da parte dello spettatore che può tornare a casa diverso, si, grazie allo spettacolo e al modo in cui lui si è relazionato allo spettacolo.”

Altri progetti per il futuro?

“Sto cominciando a lavorare alla scrittura di un nuovo spettacolo e sto ascoltando quello che mi succede intorno. Invece Malanova produzione Sciara Progetti andrà in Spagna e poi Cile a gennaio 2018 e sempre con Sciara Progetti, compagnia che abbiamo fondato 8 anni fa e che ha residenza al Teatro Verdi di Fiorenzuola in Emilia-Romagna, siamo alle prese con un progetto Erasmus che partirà tra una settimana, lavoriamo inoltre a due produzioni per ragazzi che partiranno la prossima Stagione.
Collaboro anche con la Compagnia Acti di Beppe Rosso e nella prossima stagione porteremo in tournée lo spettacolo Piccola Società Disoccupata, un interessante progetto, che amo particolarmente, sul mondo del lavoro e “Troppi Ormai su questa Vecchia Chiatta” di Visniec sempre con la Regia di Beppe Rosso.
Invece con la società di produzione video Nois Produzioni dei registi Bruno e Fabrizio Urso, con cui collaboro ormai da 10 anni, stiamo lavorando alla scrittura di un documentario che verrà girato in Sicilia su un tema a me molto caro.”

Maresa Palmacci 24/05/2017

 

 

MALANOVA  scritto da Maurizio Sesto Giordano.

E’ teatro civile, di pura denuncia e che, attraverso la parola, colpisce e scuote, quello proposto da Sciara Progetti Teatro con l’atto unico “Malanova” di Ture Magro e Flavia Gallo, al Centro Zo di Catania, come terzo appuntamento della Rassegna “AltreScene”.
Sciara Progetti Teatro, fondata nel 2008 dall’attore Ture Magro e dalla psicologa Emilia Mangano ha l’obiettivo di unire teatro, didattica e partecipazione sociale e da tempo ha sede operativa al Teatro Verdi di Fiorenzuola D’Arda (Piacenza) e di recente ha ottenuto il patrocinio della Regione Emilia Romagna.
Si tratta di un intenso e vibrante monologo di Ture Magro e Flavia Gallo, con unico protagonista lo stesso Ture Magro. Una storia cruda e inenarrabile resa pubblica nei suoi particolari di cronaca nell’omonimo romanzo scritto dalla giornalista Cristina Zagaria e da Anna Maria Scarfò, edito dalla Sperling & Kupfer.

Lo spettacolo, di circa 60 minuti, da due anni è ospite nei palcoscenici di tutta Italia, affrontando l’attuale problematica della violenza sulla donna ed il titolo della pièce, “Malanova”, fa riferimento ad una cattiva notizia, ma in realtà etichetta una ragazzina, Anna Maria, precipitata in una storia orribile, raccontata sulla scena da un giovane uomo innamorato, Salvatore, che ricorda di averle voluto bene, che l’ha desiderata e poi ritrovata coinvolta in una violenza squallida.
Grazie alla forte e sentita interpretazione di Ture Magro, che si muove in una sorta di gabbia (ora piazza, ora paese, ora campagna e carcere, ora luogo chiuso, dal clima claustrofobico, che ti fa mancare l’aria), la pièce effettua una sorte di indagine, esplorando responsabilità, convivenza e connivenza e soprattutto quell’essere coinvolti, come esseri umani, che rende tutti ugualmente responsabili della vita degli altri.
Ture Magro in scena è il giovane Salvatore che racconta la storia di Anna Maria Scarfò, tredicenne di San Martino (Calabria) che ha avuto il coraggio di denunciare, dopo anni di violenze e soprusi, i suoi aguzzini.
A Salvatore che viveva nel piccolo paese con 475 case e 2000 abitanti, batteva forte il cuore quando vedeva passeggiare Anna Maria, avrebbe sempre voluto dichiararsi e, forse, avrebbe potuto fare qualcosa ed evitarle l’ingresso in quell’orribile tunnel.
Ma il coraggio, però, non lo ha mai trovato.

I protagonisti della storia e dello spettacolo, attraverso il racconto emozionante e terribile di Ture Magro, sono Salvatore, Anna Maria, Domenico, i cittadini di un piccolo centro della Calabria che cela soprusi e che va avanti con l’omertà di donne, mariti, vecchi, parroci, additando a “Malanova” (cattiva notizia) chi vuole dire la verità o denunciare.
Il disperato Salvatore attraversa a piedi piazze e vicoli stretti, racconta delle donne, dei loro silenzi, delle loro leggi omertose, di matrimoni, battesimi e funerali, partecipa alle feste ed ai riti di sempre e si interroga sulle cose viste e sentite, sul rispetto e sull’onore.

La notte di Pasqua del 1999 Anna Maria, una ragazzina di tredici anni,

 

Ture Magro


si allontana dalla messa per seguire Domenico, il suo innamorato che le promette mari e monti ed anche il matrimonio con l’abito bianco.
Quella sera Anna Maria sarà vittima di uno stupro di gruppo che si perpetrerà per anni, tra minacce ed umiliazioni di ogni genere. Un giorno, però, la ragazzina si ribellerà ai soprusi, all’omertà della famiglia e del paese denunciando, uno per uno, i suoi aguzzini. “Malanova”, come la chiamano in paese, violerà le regole e in un mondo fatto di rispetto e di onore avrà il coraggio di difendere la propria dignità.

Molto intensa l’interpretazione di Ture Magro – alla fine lungamente applaudito dal pubblico -, che si disimpegna in vari ruoli, facendo rivivere al pubblico tutta la storia, ma decidendo però di non raccontare l’atto della violenza.
Testo di assoluto valore e che, mettendo a confronto ferocia e vigliaccheria, coraggio e dignità, permette di conoscere l’ennesima storia di abusi, di violenza inaudita su una donna.
La storia di Anna Maria Scarfò non chiede altro che di essere raccontata, tanto al Sud, dove si è realmente consumata la violenza, quanto nei luoghi d’Italia dove una vita violata può scorrere nella solitudine, nell’indifferenza e nella connivenza silenziosa.

“Malanova”
di Ture Magro e Flavia Gallo
Tratto dall’omonimo libro “Malanova”, edito da Sperling Kupfer Editori Spa, scritto dalla giornalista del quotidiano La Repubblica, Cristina Zagaria e da Anna Maria Scarfò
Con Ture Magro
Scene e luci di Lucio Diana
Produzione Sciara Progetti Teatro in collaborazione con Teatro Verdi di Fiorenzuola d’Arda – Rassegna Altrescene 2017 – Catania – 12 Marzo 2017

Gli Autori: 
Ture Magro attore, regista e sceneggiatore, classe 1984.
Vincitore dei Nastri D’argento 2009 e 2011 come sceneggiatore e di diversi altri premi con gli spettacoli “Padroni delle nostre vite” e “Chopin e l’ipod nano”. La sua formazione si è creata tra l’Italia e l’Inghilterra lavorando nel cinema e nel teatro. Dal 2004 lavora con diverse compagnie in Italia e dal 2008, fondando la compagnia Sciara Progetti, porta i propri spettacoli in tournée in Italia, Germania e Cile.

Flavia Gallo drammaturga, traduttrice, classe 1982.
Ha maturato una ricca formazione universitaria in Lingue e Culture Europee (Laurea Triennale, voto 110/110 e lode), Scienze per la comunicazione internazionale (Laurea Magistrale, voto 110/110 e lode) e mediazione linguistico culturale (Master , voto 110/110 e lode) e parallelamente sviluppa la formazione teatrale come regista e drammaturga. Ha firmato diverse sceneggiature tra le quali lo spettacolo Bella e Bestia, prodotto dall’Associazione Ersilio M., promosso e finanziato dal Teatro di Roma e Teatro India.
Per la drammaturgia ha vinto diversi premi, tra cui, IV Concorso Europeo di Drammaturgia per Giovani Ernesto Calindri Milano, Premio Speciale della giuria al V Concorso di Critica teatrale indetto dal Teatro Libero di Palermo (2005)

 

 

 


 

 

UNO STRAPPO, IL CASO NICOLA TOMMASOLI – Ture Magro e Sara Parziani

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Verona, mercoledì 30 aprile 2008.

Dodici anni fa.

Hai una sigaretta?

Una settimana corta, questa, domani è festa e davanti ci quattro giorni di ponte.

Quattro giorni liberi, tutti da inventare. Quattro giorni non programmati. Del tempo da passare in famiglia, con gli amici, da dedicare a ciò che si ama. Quattro giorni per staccare dalla quotidianità.

Quattro giorni. Un giorno, 24 ore ore. E, allora, davanti, 96 ore “impreviste”, tutte da scrivere, tutte da riempire.

Come dappertutto, i ragazzi ne approfittano per uscire e fare tardi che tanto domani non c’è da andare a scuola o lavorare, che tanto “la città è tutta per noi”, “si può fare quello che ci va”, “facciamo un giro in centro”, “vedrai che ci divertiamo”, “Hai una sigaretta?” 

A Illasi, due amici si ritrovano al Boomerang, gente seduta al bancone, la cameriera carina, e il solito gruppo che suona dal vivo. Nessuna novità, insomma, che a Illasi la sera non c’è proprio nulla da fare, e quindi: “Andiamo a  Verona, ti presento qualche mio amico”.

Adesso gli amici sono cinque, seduti ad un tavolo del Caffè Malta, in pieno centro. I ragazzi ridono, parlano, ordinano da bere: “Che birra avete? Mi porti una birra?” “Rossa, chiara, ce l’avete alla spina? Moretti?”

Le ore passano, le risate si fanno più intense, le parole più forti, le birre continuano: “Ancora un giro”, festeggiare,  sì, bisogna festeggiare che l’Hellas Verona ha appena battuto il Novara 2 a 1, che si dice “quest’anno diventiamo la Juve della Serie C”.

Adesso è la 1,30 i cinque prendono giacche, bomber, cappellino ed escono dal locale. Il giro è lo stesso di sempre: piazza Bra, piazza delle Erbe, via Mazzini, via Cappello, il lungadige Bartolomeo Rubele. E poi indietro, di nuovo, ancora mentre si fa più tardi, mentre la città si svuota.

I cinque camminano e le chiacchiere e le risa continuano, nessuno ha ancora voglia di tornare a casa, stanotte si può fare tardi, stanotte non esistono orari, non ci sono regole, stanotte si fanno strappi alle regole.

Così si sta in giro, “Butei, che facciamo?”

“Butei”, lo sapete, a Verona significa “ragazzi”.

Io non lo sapevo, ma ho capito che i butei sono come gli “gnari” bresciani, i “bocia” bergamaschi, i “raga” milanesi.

Perché quella dei butei, degli “gnari”, dei “bocia”, dei “raga” a volte è più un’appartenenza: fratelli che condividono la stessa storia, le stesse esperienze, lo stesso modo di vedere la vita.

La stessa noia, a volte. Magari quando non ci sono partite di calcio, magari quando non ci sono partite di calcio dell’Hellas.

O in quei weekend di ponte troppo lunghi in cui si sta al bar a bere qualche birra e il tempo non passa mai. Come questo di questa storia, questo con le sue 96 ore “tutte da riempire”.

E così, a Verona, i butei iniziano a passeggiare per le strade  quando piano piano si svuotano e sotto il balcone di Romeo e Giulietta non c’è più la folla pigiata a guardare verso l’alto. Camminano e chiacchierano  i butei, stretti nei loro giubbotti. 

“Hai una sigaretta?”

I cinque decidono per un altro pub, adesso è l’ 1,58, così, per bere ancora qualcosa assieme, e si muovono  verso il centro in  direzione Porta Leoni.

In via Cappello, incontrano un ragazzo, vestito come un punk. Gli chiedono dei soldi, 10-15 euro, lui rifiuta, “No” dice, allora insistono, “No, non ce li ho” dice, “Be’, dacci le tue spillette”, insistono, lui allora stacca tutte le spillette dai vestiti e gliele dà.

I ragazzi riprendono a camminare lungo via Cappello, passano circa 15 minuti e all’angolo con Corticella Leoni incrociano tre ragazzi, forse, stanno fumando.

Anche loro hanno fatto serata. Parlato, scherzato, bevuto, fumato. Si sono divertiti. Anche loro domani non andranno al lavoro che domani è il Primo maggio, domani, cascasse il mondo, si dorme.

I tre, sono appena usciti da un locale e stanno tornando alla macchina.

Camminano quando ad un certo punto sentono una frase che è questa: ”Codino, dame na sigareta”, e uno di loro risponde “No”. 

Luca e Maria Tommasoli sono fuori dalla sala operatoria dell’Ospedale di Borgo Trento, Verona.

Maria è seduta e fissa il muro bianco davanti a sé.

Luca percorre avanti e indietro corridoi lunghi e stretti, tutti uguali, che si incrociano, si diramano, che scompaiono dietro a grandi porte, che vengono inghiottiti da grigi ascensori, corridoi che portano a sale piene di sedie in fila e gente seduta che aspetta.

Luca e Maria Tommasoli non parlano molto, ogni tanto guardano l’orologio appeso alla parete, poi il telefono cellulare: “Era Alessandro, sta venendo qua”. Ogni volta che passa un medico Luca Tommasoli gli si avvicina, fa domande nella speranza di ottenere risposte. Anche Erika arriva, ha gli occhi  lucidi, trema e senza una parola si lascia cadere sulla sedia accanto a Maria Tommasoli. Chi è Erika? Erika è la fidanzata del ragazzo che in questo momento sta dentro la sala operatoria dell’Ospedale di Borgo Trento.

Alle loro spalle, la porta della sala è chiusa. Dentro i neurochirurghi, nei loro camici e cuffiette verdi, le mani in guanti di lattice, incidono, aspirano, rimuovono. La concentrazione è massima, i gesti precisi, le parole fitte, si guardano e ricominciano da capo, ”taglia”, “aspira”, “forse ci siamo”. 

Adesso, ci spostiamo, e siamo a Boscochiesanuova e ci sono due ragazzi in una casa che stanno pranzando, si dicono che devono parlare con il loro amico, si dicono che hanno avuto un’idea.  Da ieri in tv, sui  giornali, alla radio, facebook non si fa che parlare del tipo picchiato in Porta Leoni. Del tipo che è a Borgo di Trento per una gravissima emorragia cerebrale.

Sì, i due che ora sono a casa e stanno pranzando, devono assolutamente parlare con l’amico, dirgli di non preoccuparsi, di stare tranquillo e di non dire niente a nessuno, che in questi casi non bisogna dire niente a nessuno, che loro hanno un piano.

Arriva l’amico, parlano e spiegano: il piano è semplice, il solito, quello visto tante volte nei film, andarsene.

“Partiamo, poi si vedrà”, “Partiamo che magari intanto si ripiglia”, “Partiamo che mia madre mi conosce, mi ha già detto che sono strano”, “Partiamo e non ci pensiamo più un po’.

Il loro amico però, non vuole partire. E loro, a questo punto, non hanno altro tempo da perdere. Le borse sono già tutte pronte, perché poche cose si portano dietro, giusto qualche cambio, i documenti, “Mi raccomando, i documenti”, e poi i soldi, tutti quelli che sono riusciti  a trovare.

Prendono la macchina di una delle loro madri, un’Audi A3 grigia, e arrivano fino ad un parcheggio alle Golosine. Scendono dall’auto, la chiudono a chiave e la lasciano lì. C’è un ragazzo con una Y10 che come da accordi li sta aspettando, un ragazzo che conoscono, un ragazzo che uno di loro ha conosciuto tempo fa quando si era candidato alle ultime amministrative.

Salgono sulla Y10 del ragazzo e partono, direzione Austria. Sì, perché gli hanno chiesto di accompagnarli in Austria dove possono trovare due biglietti aerei low-cost, così, per andare a Londra, così, per assistere ad una partita di calcio.

Circa tre ore di viaggio passate tra una sigaretta e l’altra, a parlare di politica, di calcio, e di quel tipo, quello dell’altra notte in Porta Leoni, quello che stanno operando da ore, quello che “Vedi che sicuramente si ripiglia, e quando si ripiglia lui noi torniamo”, si dicono mentre attraversano il Passo di Resia. “Dammi un’altra sigaretta”.

A casa, a San Giovanni Lupatoto, c’è il loro amico, quello che non è partito, sta parlando con il padre. Perché lui, in realtà, ci aveva pensato subito alla fuga. Sì, subito, l’altro giorno, all’alba si era messo una tuta ed era uscito di casa, ma poi era tornato il giorno stesso, e c’era suo padre ad aspettarlo, a fissarlo senza dire niente. Perché suo padre l’ha capito subito com’è.

Mentre lui parla con il padre, a Illasi, due ragazzi aspettano da giorni, fermi, vigili, sentono che qualcosa sta per accadere.

Un giro per le strade del paese, un salto al Boomerang, tutti parlano di Verona, di Porta Leoni, dell’altra notte.  E i due ragazzi tornano a casa che a Illasi la sera non c’è proprio nulla da fare.

L’Y10 arriva a Innsbruck, lì i due con 300 euro pagano un taxi che li porta fino all’aeroporto di Monaco e da lì, con un volo low cost della Easy Jet, arrivano a Londra.

“Hai una sigaretta?”.

Sigarette, caffè, sono giorni e notti che il magistrato Francesco Rombaldoni non fa che visionare i filmati ripresi dalle telecamere del centro di Verona.

Rombaldoni, il viso asciutto, le dita lunghe, li manda avanti e indietro, i filmati, li ferma, ingrandisce le immagini, di nuovo e ancora alla ricerca di “qualcosa”.

Ecco, la videocamera a circuito di una banca inquadra cinque ragazzi mentre corrono veloci in via Leoni. Sì, ci sono cinque di spalle che corrono via, e altri tre, due si reggono in piedi a malapena, appoggiati a un muro, un terzo è disteso a terra, immobile.

I dettagli sono pochi, pochi i dettagli di quelli che scappano: due di loro indossano jeans, due un giubbotto bomber, uno un cappellino.

Intanto i due del muro, quelli che si reggono a malapena in piedi, sono stati ascoltati più  e più volte dalla polizia, ma sono sotto shock, tutto è confuso.  L’unico ricordo che hanno sembra essere quello dell’amico, lì, steso a terra,  di loro che lo chiamano e di lui che non si muove. Tutto il resto, è annebbiato, dicono, si sforzano ma è come se le loro menti si rifiutassero di rievocare quei minuti da incubo, dicono, forse 3 minuti, durati un’eternità, dicono loro.

Quello che emerge, però, è che i cinque sono italiani, “probabilmente di Verona, parlavano in dialetto”, e giovani, “probabilmente 20 – 25 anni”. Almeno questo il magistrato Francesco Rombaldoni ce l’ha chiaro.

E, allora, i carabinieri diffondono queste informazioni tramite la stampa, sperando in qualche altro testimone: altri ragazzi, anche loro in giro fino a tardi, il camion dell’AMIA, o i soliti barboni che girano per Porta Leoni, chiunque. Chiunque possa contribuire alle indagini.

Anche la madre Maria, il madre del ragazzo che ancora dopo ore e ore si trova all’ospedale di Borgo Trento, tramite il quotidiano locale l’Arena lancia un appello: “Chi ha visto qualcosa quella sera non abbia paura di dirlo perché un ragazzo non può essere in fin di vita per una sigaretta”.

A Verona gli anziani ritrovano seduti ai tavolini in piazza delle Erbe, un signore appoggia il  giornale locale di quel giorno, una frase scrive così: “Non fa storia, capita una volta su un milione”, e commenta: “Verona è una città che è sempre stata così, è un po’ estremista, diciamo, ma la famiglia c’entra poco secondo me. Che adesso, la violenza mi sembra che si è un po’ accentuata rispetto agli anni passati, sono più violenti i ragazzi.”

“La famiglia c’entra, come può non c’entrare? È lì che ti educhi”, fa un altro.

“La famiglia non c’entra, non è più importante come prima, ora ci sono gli amici, c’è il gruppo è quello che stravolge quella che dovrebbe essere l’educazione”, insiste quello con il giornale.

“È una violenza che sta dilagando sempre più, per la quale bisogna intervenire. Dipende da tante cose, prima di tutto dalla cultura che non esiste, dall’educazione, e poi da certi principi che si diffondono anche sulla prepotenza, sul contrasto l’uno con l’altro, e finisce che così impiegano il tempo”.

“Famiglia, gruppo… Assurdo, per come la vedo io, è una violenza inconcepibile”, dice una donna mentre con una mano lentamente si sistema le pieghe del vestito.

“Mio figlio, mio figlio è titolare di un ristorante vicino a Castelvecchio, dice che il centro di Verona è pericoloso, lui ha lavorato in una famosa enoteca nel cuore della città e ne ha viste di tutti i colori. Anche nel suo locale le porte dopo una certa ora vengono chiuse.”

“Almeno ora ci sono gli “assistenti civici”, le ronde per la città approvate dal Sindaco, sono aumentati fermi, è vietato dormire per strada“.

“Oggi i la violenza non la puoi controllare, si diffonde più facilmente, internet, la televisione”, commenta la coppia di clienti mentre paga il conto.

Verona si alza un mattino e non si riconosce più.

Verona, dove il benessere del Nord-Est lo si respira camminando nelle strade del centro dove i locali si accalcano l’uno sull’altro e per l’happy hour si preparano spritz a ritmo frenetico: prosecco, seltz, Aperol. Verona, dove i turisti, dicono, sono 3 milioni ogni anno, arrivano da tutto il mondo e si accalcano per entrare in via Cappello per lasciare al balcone di Giulietta bigliettini o scrivere direttamente sul muro i loro messaggi d’amore. Tutti lo abbiamo fatto, no?

La bella Verona, Verona la città dell’amore e delle sue promesse.

Verona si alza un mattino e non si riconosce più. Incredula, sgomenta, sofferente, vuole reagire e chiede sicurezza.

Verona  si alza un mattino e non si riconosce più, o forse almeno per un istante, osserva il suo viso sotto al trucco, che lei lo sa che c’è dell’altro, che c’è da sempre, solo che di solito è nascosto dal trucco, mentre e ora sembra impossibile nasconderlo.

Perché questo è il quindicesimo episodio di violenza dal 2001, contando solo i fatti più gravi.

Ma ci sono cose che le guide turistiche non dicono. Non raccontano le storie della gente e delle strade, non parlano delle sofferenze e delle grida. Non lo scrivono le guide e non lo sanno i turisti tedeschi, americani e giapponesi che sciamano nelle strade.

È così che gli anziani, seduti al bar, parlano dei giovani in quel tiepido mattino di maggio.

Luca e Maria Tommasoli sono ancora seduti fuori dalla neurochirurgia di Borgo Trento, stanno aspettando fuori da quella sala operatoria da 40 ore, 40 ore di intervento. E per 40 ore in quella sala i medici ci hanno provato. E per 40 ore loro hanno aspettato, il lungo corridoio, avanti e indietro, e il muro bianco, freddo, senza una crepa.

“È stato fatto tutto il possibile”, hanno detto quelli nella sala a quelli fuori dalla sala, “ma è entrato in coma irreversibile”.

I giorni passano e sono tutti uguali.

Di nuovo il corridoio, il muro bianco, il sedersi accanto a lui, collegato alle macchine e ai tubi.

È un tempo senza tempo, è un tempo non-tempo.

Le lancette dell’orologio paiono muoversi in modo impercettibile seguendo una linea tutta loro in cui i giorni si accavallano alle notti e i giorni e le notti ad altri giorni e ad altre notti cosicché diventa quasi impossibile distinguere l’oggi dal ieri.

È un tempo in cui sembra che nulla accada. Tutto è fermo, silenzioso e, nello stesso tempo, tutto è attento a cogliere il più piccolo movimento, ogni fatto, ogni gesto, ogni parola che potrebbe tramutarsi in evento.

I giorni passano e sono tutti uguali.

“Le sue condizioni sono stazionarie ma la sofferenza al cervello è gravissima”, spiegano i medici; “a questo stadio rimane poco: o migliora, o peggiora”.

Non ci sono più i rumori, tutto è ovattato, i passi, le voci,  gli odori, gli sguardi.

Sguardi ovattati che incontrano altri sguardi ovattati, e quell’odore acre di disinfettante che arriva al naso come un pugno.

È un luogo che sa  di sospensione quello dell’ospedale.

Solo ogni tanto dei rumori: i passi in fondo al corridoio, la porta dell’ascensore che si apre, la macchinetta del caffè, le monete che cadono. Qualcuno che apre una finestra e dal basso le voci degli infermieri che chiacchierano mentre si fumano una sigaretta.

Ma sembra tutto lontano, distante, chiuso in quell’odore di anestesia e in quel colore bianco che trattiene.

Dentro la stanza, lui, quello dell’altra notte in Porta Leoni, quello con i due amici, quello del “no” alla sigaretta. Lui è disteso sul letto mentre c’è chi entra e gli si siede accanto, gli parla, lo accarezza, e la stanza è un continuo via vai: i suoi genitori, il fratello Alessandro, la fidanzata Erika, e poi gli amici di quella sera durata un’eternità, quelli i cui ricordi sono ofuscati, i due che sono appoggiati al muro e a malapena si reggono in piedi, e poi i colleghi. E poi di nuovo i suoi genitori, e Alessandro, Erika, e gli amici, i colleghi.

In ospedale arrivano fiori, biglietti perché tutti vorrebbero trovare le parole giuste da dire, tutta Negrar, ma anche tutta Verona, si stringe intorno alla sua famiglia.

Le “parole giuste da dire”.

“Coma irreversibile”. “Essere in fin di vita per una sigaretta”, dice Maria Tommasoli nel suo appello.

No, non possono e non devono essere queste le “parole giuste”.

Al parcheggio delle Golosine viene ritrovata l’Audi A3 grigia viene ritrovata, si risale al proprietario della macchina, una donna di Boscochiesanuova. L’auto è chiusa a chiave, sui sedili e nel bagagliaio scarpe, un casco, alcuni cd, un paio di dvd e delle fotocopie di un libro. E ancora, svariati programmi elettorali di Forza Nuova con scritta nera su fondo rosso. E, poi, i volantini dell’Hellas Verona, con lo stemma a righe gialle e blu, la scritta nera e i due mastini con tra loro il tricolore.

Intanto le indagini proseguono. Il magistrato Francesco Rombaldoni intanto ha un’intuizione, che bisogna partire da qualche parte, e allora si mette a cercare tra la “lista dei 17”,  tra i nomi di quei 17 giovani, tutti di Verona, tutti tifosi dell’Hellas e appartenenti all’estrema destra, ritenuti responsabili di vari pestaggi avvenuti tra il 2006 e il 2007, per i quali si ipotizza il reato di “associazione a delinquere con l’aggravante della Legge Mancino, contro la discriminazione razziale, etnica e religiosa”.
Perché Verona dall’estate precedente è tornata prepotentemente sulle pagine di cronaca, come per esempio con aggressioni a extracomunitari, o a tre militari paracadutisti della Folgore perché meridionali, perché “terroni”, a un ragazzo con la maglia del Lecce; o a uno che mangiava un kebab, e a frequentatori di centri sociali.

Rombaldoni legge le parole degli inquirenti: “L’obiettivo era quello di colpire con calci, pugni, colpi di spranga e catene chiunque potesse sembrare diverso.”

Rombaldoni, il viso asciutto, le dita lunghe, legge e pensa. E, forse, la sua intuizione è giusta.

Adesso sono le ore 12, e in questo momento all’ospedale di Borgo Trento scattano le sei ore di osservazione. Cioè, bisogna aspettare 6 ore prima che il collegio  medico possa esprimersi sulle condizioni cliniche del 29enne ricoverato in terapia intensiva e in stato di coma in seguito al gravissimo trauma cranio-cervicale con emorragia cerebrale provocato da un calcio alla testa, “C’è assenza di attività cerebrale”, dicono.

Il ragazzo con la tuta, a San Giovanni Lupatoto parla a lungo con il padre. Lui vorrebbe convincere il figlio a chiamare un legale e a costituirsi. Perché forse questa è la soluzone migliore, perché il ragazzo di Porta Leoni non si ripiglia e, allora, forse questa è la cosa giusta da fare. Il ragazzo con la tuta non sa che fare, “Però forse, sì, forse è meglio costituirsi, forse con un buon avvocato questa storia si sistema”. Il ragazzo ci pensa.

Anche a Londra i due ci stanno pensando, che le notizie dall’Italia non sono buone, le notizie dall’Italia dicono che quel ragazzo aggredito in corticella Leoni non è mai uscito dal coma, e che le indagini sono iniziate. E poi, la vita Londra è cara, si sa, e i due per risparmiare dormono in ostello ma gli basta fare una colazione che spendono una cifra esagerata e in un paio di giorni si trovano senza denaro.

È pieno giorno, al commissariato di Verona l’appuntato vede entrare un ragazzo giovane e due uomini. Il ragazzo è quello della tuta, i due uomini sono il padre e un avvocato.

Il ragazzo della tuta si presenta alla polizia, racconta la propria versione dei fatti ma non fa nomi “per non essere scambiato per infame”, spiegano gli investigatori, “Il padre ci ha fornito subito la massima collaborazione, mettendo per iscritto, senza esserne obbligato, le responsabilità del figlio, l’uomo dice che vorrebbe essere il papà della vittima anziché il padre di suo figlio”.

Anche a Illasi i due ragazzi ci stanno pensando da giorni, camminano per le strade del paese e ci pensano “No, aspettiamo, aspettiamo ancora”.

Il ragazzo con la tuta si è presentato alla polizia e quella notte, in due case di Illasi si sente bussare alla porta, i due ragazzi aprono ed è la polizia che arresta entrambi, nessuno di loro oppone resistenza, solo uno sguardo alla madre che gli  aveva consigliato di costituirsi.

Il ragazzo della tuta e i due di Illasi finiscono in carcere con l’accusa di “lesioni gravissime”.

Ne mancano altri due adesso, quelli a Londra che si stanno chiedendo: “Come facciamo qui senza soldi?” Dicono che il fratello di uno dei due sta collaborando con la Digos e allora provano a mettersi in contatto con i fuggiaschi e li convince a tornare, acquistando loro un biglietto aereo Londra-Bergamo. Il 5 maggio alle 22,30 i due arrivano a Orio al Serio, ad aspettarli ci sono la Digos e il magistrato Francesco Rombaldoni.

I due fuggiti a Londra vengono portati, come il ragazzo della tuta e i due di Illasi, nel carcere di Montorio Veronese.

Adesso sono tutti in carcere.

All’ospedale di Borgo Trento, alle ore 18 viene dichiarato il decesso di quel ragazzo rimasto sotto i ferri per 40 ore e in coma da giorni perché picchiato per un “no” ad una sigaretta.

È proprio mentre alle spalle dei cinque si chiude la cella i cinque capiscono che ora le cose non sanno se si sistemano.

Il giorno dopo il capo d’accusa dei cinque diventa “omicidio preterintenzionale”. “Preterintenzionale” significa che va oltre l’intenzione di chi agisce, che è un’azione in cui l’evento dannoso è più grave di quanto fosse l’intenzione dell’autore. Che è più grave di quanto si pensava.

Forse scappare non è stato un buon piano, forse picchiarlo non è stata una buona idea, forse non è come nei film.

Ci sono dei giorni in cui i cerchi che si chiudono. Nei modi più inattesi, a volte modi desiderati, altri scongiurati, perché nessun genitore dovrebbe seppellire un figlio.

Ci sono giorni come questo 5 maggio 2008, dieci anni fa, come domani, in cui alcuni pezzi strappati sembrano andare al loro posto: le confessioni, gli arresti; mentre altri sembrano destinati a non ricucirsi mai più.

Fine dell’attesa, della sospensione.

Fine dei giorni e delle notti passate a guardare un muro bianco, a bere caffè scadente, a fare su e giù per il corridoio, a entrare in una stanza per parlare e stringere mani e accarezzare un volto sperando, sperando anche in un minimo movimento.

Fine delle preghiere.

Adesso come non mai, Luca e Maria Tommasoli si stringono e cercano di proteggersi e farsi forza, perché un senso è impossibile da trovare e, allora, si rimane così, come quei pezzi strappati tra le mani.

“Oh ce l’hai una sigaretta o no?” 

Chi sono loro?

Adesso ve lo dico.

Il ragazzo della tuta si chiama Raffaele Dalle Donne, lo chiamano “Raffa”, 19 anni, è di San Giovanni Lupatoto, studia al liceo classico Maffei ed è un ex attivista di Blocco Studentesco,  l’associazione giovanile legata a Fiamma Tricolore e Casa Pound.

È già noto alle forze dell’ordine, colpito dal Daspo, nel febbraio 2008, il provvedimento che allontana per un anno gli ultras violenti dagli stadi, ed è implicato nelle indagini della Procura veronese sul gruppo di 17 giovani accusati “associazione a delinquere con l’aggravante della Legge Mancino”. Questo è Raffaele Dalle Donne, ed è un tifoso Hellas Verona.

Quelli scappati a Londra sono Federico Perini, “Peri”, 20 anni, di Boscochiesanuova, ultras della curva sud dell’Hellas, colpito da Daspo. È stato candidato di Forza Nuova alle ultime amministrative per la seconda e l’ottava Circoscrizione, è così che ha conosciuto quello che li ha portati in Austria. E, poi,  Nicolò Veneri,  detto“Tarabuio”, 19 anni, vive a Verona, anche lui già indagato nella lista dei 17; anche lui ultras dell’Hellas, anche lui colpito da Daspo.

E poi ci sono i due di Illasi, quelli che non si sono mossi da lì, Guglielmo Corsi, di 19 anni, metalmeccanico, lui è un tifoso dell’Hellas e fondatore di un gruppo di supporter. E Andrea Vesentini, 20 anni, promotore finanziario, dicono c’entri poco con il calcio e pure con la politica, e che sia sconosciuto alla polizia.

E, poi, c’è il ragazzo di Borgo Trento, il ragazzo che non s’è ripigliato, lui è Nicola Tommasoli.

Nicola che quella notte aveva 29 anni, Nicola che da un anno viveva a Negrar con la fidanzata Erika, che aveva studiato al liceo Maffei e poi a Treviso dove si era laureato in disegno industriale allo Iuav in Industrial design, e lì aveva abitato in un appartamento insieme ad altri studenti. Nicola che adesso aveva un buon lavoro come disegnatore tecnico per una ditta di Affi. Nicola che aveva una creatività incredibile, che esprimeva al computer, aveva vinto anche alcuni concorsi internazionali. Nicola che aveva tantissimi  amici e che spesso usciva anche con il fratello poco più grande di lui. Nicola che non amava il calcio ma aveva una grande passione per i motori, auto e moto da corsa. Nicola che d’inverno praticava lo snowboard e d’estate andava in skate. Nicola non aveva  mai avuto nessun particolare credo politico, che era una persona creativa e sensibile.

Nicola che aveva una bella vita e che e adesso stava pensando al futuro.

Nicola che quella sera era uscito per divertirsi e divertirsi non è reato. Nicola che quella sera aveva rifiutato una sigaretta, e anche dire “no” non è reato.

Nicola Tommasoli che è morto il 5 maggio 2008 all’ospedale di Borgo Trento.

Nicola Tommasoli il cui processo, per il suo omicidio, è iniziato il 9 febbraio 2009 e ancora non è terminato.

Adesso silenzio. 

C’è uno strano silenzio il 10 maggio, a Verona e a Negrar, tutto si è fermato, è lutto cittadino.

Il funerale di Nicola si svolge il 10 maggio nella chiesa del XV secolo di San Bernardino a Verona.

A Verona, e non a Negrar, dove abitava. A Verona perché è lì che è morto, e allora forse è giusto che sia questa la città dove celebralo. A Verona perché il maggior numero di persone possa partecipare al saluto a Nicola, perché questo saluto si diffonda per tutta la provincia.

Per volere della famiglia non ci sono giornalisti né autorità.

La chiesa è piena: la  famiglia, gli amici, i compagni di scuola, gli insegnanti, i colleghi, quelli che Nicola non lo conoscevano bene, ma che ogni tanto lo incrociavano, quelli che Nicola non lo avevano mai visto, ma che in questi giorni non hanno potuto non pensare a lui.

Non ci sono giornalisti o telecamere oggi.

Adesso c’è solo silenzio. 

Anche a scuola c’è uno strano silenzio.

Certo che a uno strano effetto leggere di tuoi coetanei coinvolti in un fatto  di cronaca. Leggere che hanno picchiato un ragazzo, lasciandolo lì, steso a terra, immobile e tutto per un “no” ad una sigaretta.  L’effetto strano si amplifica se sai che quei ragazzi li hai sicuramente incontrati per le strade della tua città, per i corridoi della tua scuola, magari erano seduti al banco dietro al tuo. Magari ti stavano simpatici, o magari no, non ti era mai sembrato così importante.

Fa uno strano effetto anche se sei l’insegnante di questi ragazzi. Ti domandi se c’entri in qualche modo anche tu in quello che è accaduto, se avresti dovuto notare di più, fare di più. O, forse, no, forse sì. Insomma, tu sei l’insegnante, ma poi c’è la famiglia, gli amici, la società…

Sono giorni dall’aria pesante quelli che seguono la morte di Nicola, giorni che non lo diresti che è primavera e che per molti la maturità è alle porte, giorni densi di domande senza risposta.

Nelle classi, gli insegnanti dedicano un tempo per parlare insieme, ragionare, riflettere, i temi sono sempre gli stessi le scelte, il futuro: “Cosa farai l’anno prossimo?,  “E tu? Io ancora non lo so”

Si parla tanto, si parla di Nicola, di quei cinque, di quello che è successo quella notte, di quello che succede in città.

Si parla tanto perché questo è qualcosa di molto vicino a loro, di vicinissimo, perché si parla di loro.

Al liceo Maffei, poi, è ancora più strano. Qualcuno se lo ricorda bene Nicola, passato da lì dieci anni prima, e tutti  conoscono Raffaele che su quei banchi sedeva fino a due settimane fa.

Durante l’intervallo ci si raduna come al solito in piccoli gruppi, tutti parlano sottovoce e guardano quell’aula, quella dove c’era uno di quei cinque, “che io mai l’avrei pensata una roba così”.

Nicola e Raffaele – Nicola dieci anni prima di Raffaele, dieci anni prima di essere ucciso da Raffaele  e dai suoi quattro suoi amici, così, una sera – hanno studiato nello stesso liceo, lo “Scipione Maffei”, fiero di essere il più antico liceo d’Italia. Nato nel 1804, il “Maffei” è orgoglioso della sua storia bicentenaria, ma anche delle virtù custodite, generazione dopo generazione, in una carta dei valori che onora “lo spirito critico; la laboriosità; la legalità; l’assunzione di responsabilità; la coscienza dei diritti e dei doveri”.
Qui si impara a dare forma di parola alle emozioni, nutrimento e argomenti per le passioni e le idee. Qui è radicata la consapevolezza che la democrazia sia “ars dubiae”.

E allora bisogna chiedersi dove nasce la muffa aggressiva che ha rovinato i giorni di Raffaele e spezzato la vita di Nicola?

“Ce lo stiamo chiedendo – dice il preside – e ce lo siamo chiesti. Ci siamo chiesti se abbiamo fatto tutto quanto in nostro potere per educare gli studenti alla buona cittadinanza”, dice, “Mi sento sconfitto, come ho detto ai ragazzi, ma non complice. Non siamo stati né indifferenti né distratti”.

Il preside non vuole e forse non può dire di più. Il circuito istituzionale e mediatico descrive un’occasione perduta di “recupero”, di disvelamento, ma non spiega le ragioni della “caduta” in un “rito della crudeltà”, per nulla occasionale o impulsivo, che nel tempo si è  esercitato nel cuore di Verona contro gli “altri”.

I compagni e le compagne di Raffaele hanno come il muso. Non vogliono difendere Raffaele, ma non si è mai comportato da mostro.

E allora come è potuto accadere ad un loro compagno di classe?
Ne stanno parlando accanto alla fontana del chiostro, Giulia e Simone provano a ragionare – ancora una volta, in questi giorni – su quei perché.

“Come è potuto accadere? Perché?”

Prova a spiegarsi Giulia: “Non c’è spazio per l’ignoranza che produce l’ottusa violenza senza scopo qui. Si viene travolti da quel che c’è là fuori, oltre quel cancello. Se un responsabile e una responsabilità si deve cercare, va trovata non in questo liceo, ma nella città. In quella Verona dove può capitare – e capita spesso – che si senta dire in autobus “non siedo qui, accanto a questo negro” e nessuno che, intorno, disapprovi o censuri quelle parole… Magari chi le ascolta, non oserebbe mai pronunciarle, ma le giustifica”.

Simone ne sta parlando tanto con Giulia e, come Giulia, ha idee lucide e asciutte. “In questa storia, si usano le parole per nascondere quel che è accaduto e ancora può accadere. Si dice: Raffaele era un bullo.
Non lo era. Si dice: è un delinquente. Non lo era. Si dice: è solo una mela marcia, è un caso isolato. È falso che sia la sola mela marcia del cesto, il caso non è isolato ma addirittura, nella sua assurdità, ordinario. Si dice: la politica non c’entra. E invece, c’entra, eccome”, dice Simone, “se politica è l’odio per il diverso, se politica è un’ideologia diffusa là fuori”, indica l’arco, il cancello, la strada, “che legittima chi vuole liberarsi di chi non è uguale a te, per colore della pelle, per convinzioni, per religione, per la lunghezza dei capelli.
Tutto questo ha un nome: razzismo, xenofobia. Se si usano le parole appropriate, le ragioni della morte di Nicola, e di quel ha combinato Raffaele con i suoi amici saranno evidenti.  È quel che dovreste fare: ed è chiamare le cose con il proprio nome”.

Chiamare le cose con il proprio nome.
“Difendi il tuo simile e distruggi il diverso” recita il motto dell’Hellas Verona, una delle curve da stadio più famose in Italia: dura, pura, rigorosamente di estrema destra.

Nel settembre 2004, di fronte ad un bar nei pressi dello stadio, poco prima di una partita, un appartenente alla tifoseria dell’Hellas Verona insulta (“Negro di merda!”) un ragazzo di origine senegalese di passaggio. Il ragazzo nero chiede conto e ragione di questo insulto e, allora, il ragazzo bianco gli lancia un boccale di birra in faccia, che gli procura una profonda ed indelebile cicatrice sul volto.

Nel marzo 2008, un altro ragazzo nero è in un bar della Valpolicella. Tutto il bar sta cantando canzoni da stadio dell’Hellas Verona. E allora anche il ragazzo nero lo fa con gli amici si unisce ai cori, canta le canzoni da stadio dell’Hellas Verona.

Ma lui  è “negro” e questo fatto infastidisce più di qualcuno. Nemmeno il tempo di apostrofarlo con i soliti epiteti, e la furia dei “butei” si accanisce sul ragazzino. Furia violenta a tal punto che il ragazzino è tuttora in sedia a rotelle e non riesce a camminare a causa delle lesioni subite.

Nel bar erano circa 40, ma nessuno ha visto niente.

Chiamare le cose con il proprio nome.

E, allora, torniamo indietro.

Verona, mercoledì 30 aprile 2008.

Dieci anni fa.

Dammi una sigaretta.

Una settimana corta, questa, domani è festa e davanti ci quattro giorni di ponte.

Quattro giorni liberi, tutti da inventare. Quattro giorni non programmati. Del tempo da passare in famiglia, con gli amici, da dedicare a ciò che si ama. Quattro giorni per staccare dalla quotidianità.

Quattro giorni. Un giorno, 24 ore ore. E, allora, davanti, 96 ore “impreviste”, tutte da scrivere, tutte da riempire.

Come dappertutto, i ragazzi ne approfittano per uscire e fare tardi che tanto domani non c’è da andare a scuola o lavorare, che tanto stanotte “la città è tutta per noi”, “si può fare quello che ci va”, “facciamo un giro in centro”, “vedrai che ci divertiamo”, “Hai una sigaretta?”

Corticella Leoni, è uno spazio buio, stretto. Lì ci sono tre ragazzi sono Nicola, Andrea ed Edoardo.

Anche loro hanno fatto serata. Parlato, scherzato, bevuto, fumato. Si sono divertiti. Anche loro domani non andranno al lavoro che domani è il Primo maggio, domani, cascasse il mondo, si dorme.

I tre, sono appena usciti da un locale e stanno tornando alla macchina.

Camminano quando ad un certo punto sentono una frase che è questa: ”Codino, dame na sigareta”, e uno di loro risponde “No”.

96 ore da riempire che cominciano con 3 minuti.

Andrea viene colpito, all’improvviso, di spalle, neanche il tempo di girarsi.

E, poi un altro, secco, duro, mentre fanno per girarsi, senza il tempo di voltarsi, senza il tempo per capire, Nicola, Andrea ed Edoardo hanno i cinque addosso. Sono quelli con il bomber, i jeans, il cappellino. Sono quello della tuta, quelli che scappano a Londra, quelli di Illasi.

Colpiscono, senza un fiato, senza una parola. Solo calci, pugni, capelli tirati, vestiti strappati.

I tre cercano di difendersi, corpi che non riconoscono, che non vedono se non a pezzi. E sono braccia e gambe, e sono bomber, e scarpe, e mani, e un cappello, e capelli e occhi e jeans. Ed è un cadere a terra e rialzarsi, continuamente, con la città che gli ruota intorno, negozi, bar, ciottoli, e quel negozio con le insegne luminose.

I tre cercano di difendersi, gridano, cercano aiuto.

La furia dei cinque è grande, e sotto i colpi, le ginocchia cedono, i corpi si piegano. E ogni volta cadono e ogni volta provano a rialzarsi, fanno leva sulle braccia, ma ogni volta un altro colpo li ributta a terra. Le teste tirate all’indietro, per i capelli, le braccia ora sono bloccate, la schiena inarcata, colpita.

I cinque sembrano un corpo solo, un’unica forma di braccia e gambe. Non parlano, non un insulto, non un nome, non una voce.

Sono bestie. Bestie silenziose, animali impazziti, furie cieche.

Colpiscono, spingono, tirano, calciano. I loro occhi sono fuoco , le bocche serrate. I muscoli tesi, i corpi rigidi, corpi come macchine. Ad ogni colpo ne segue un altro, e poi un altro e un altro ancora.

“Quando finirà? Quando smetteranno?” Non smettono. “Bisogna pensare, capire cosa fare” ma i colpi sono più veloci dei pensieri e pensare diventa praticamente impossibile.

Nessuno pensiero. Solo colpire. Uno, due, tre, quattro, cinque, dieci e di nuovo.

Gambe che tremano che faticano a reggere il peso del proprio corpo. Paura per il prossimo colpo che arriverà. È arrivato il prossimo colpo.

Sentire i polsi che vengono stretti, torti. Il dolore in ogni parte del corpo fino a non sentire più nulla, a non distinguere più una parte del corpo dall’altra, a non distinguere più il proprio corpo.

Nicola, i pugni serrati cerca di difendersi, vuole difendersi, Nicola, resistere. Le mani le tiene strette, Nicola, più strette per poi sentire un dolore acuto, più forte del resto. Il pollice e l’indice di Nicola scricchiolano, si frantumano.

Un altro colpo, un altro, di nuovo, alle gambe, all’addome, un calcio.

Nicola è a terra. Gambe e braccia non lo reggono più. Rimane a terra.

Lo sguardo su questa notte di metà primavera, su questo blu veronese. Lo sguardo a contare le stelle per provare a non sentire il dolore,

Continuano a colpire.

Nicola è a terra, conta le stelle e si dimena.

Urla di dolore.

Un calcio, ancora, gli arriva dritto alla nuca, un colpo lì alla base del collo.

Un colpo che è l’ultimo.

Adesso Nicola non urla più, non si dimena, resta steso a terra immobile che pare addormentato.

Il tempo sembra essersi fermato,

Il tempo si è fermato all’improvviso, ora che qualcosa è cambiato, ora che qualcosa si è strappato.

I cinque scappano via, ora.

I due amici, Andrea ed Edoardo, si reggono a malapena in piedi, si avvicinano a Nicola, lo chiamano, lui non risponde e loro quasi non lo riconoscono. Che non è Nicola quello, che sembra diverso, gambe  e braccia e dita spezzate. Che non è Nicola quello, che vorrebbero rimetterlo insieme,e allora, per un istante restano lì, contro la parete alta e bianca di Porta Leoni. E poi li riprendono quei pezzi, pezzi di Nicola e li riattaccano insieme, e capiscono che devono chiamare i soccorsi.

Verona, mercoledì 30 aprile 2008.

Dieci anni fa.

Il resto della storia ve l’ho già raccontato.

 

ATO CT1 – Soc. Joniambiente

 

                          Amministratori ATO CT1  Società Joniambiente

                               Contenzioso con il comune di Randazzo

Il Consiglio di Giustizia Amministrativa per la Regione Siciliana, in sede
giurisdizionale, definitivamente pronunciando sull’appello, come in epigrafe
proposto, lo accoglie in parte, nei termini di cui alla motivazione e per la restante
parte lo respinge, e per l’effetto, in riforma della sentenza impugnata, accoglie in
parte il ricorso introduttivo e per la restante parte lo respinge.
data: 7 luglio 2021.

Qui di seguito la sentenza che modifica la parte riguardante la possibilità che il comune potesse uscire dall’ATO CT1 – Società Joniambiente SpA in liquidazione.

Il Consiglio N. 00026/2021 REG.RIC.
N. _____/____REG.PROV.COLL.
N. 00026/2021 REG.RIC.
R E P U B B L I C A I T A L I A N A
IN NOME DEL POPOLO ITALIANO
Il CONSIGLIO DI GIUSTIZIA AMMINISTRATIVA PER LA REGIONE SICILIANA
Sezione giurisdizionale
ha pronunciato la presente
SENTENZA
sul ricorso numero di registro generale 26 del 2021, proposto dalla società
Joniambiente s.p.a. in liquidazione, in persona del legale rappresentante pro
tempore, rappresentato e difeso dagli avvocati Agatino Cariola e Fabio Santangeli,
con domicilio digitale come da PEC da Registri di Giustizia e domicilio fisico
eletto presso lo studio Agatino Cariola in Catania, via Gabriello Carnazza, 51;
contro
Comune di Randazzo, in persona del legale rappresentante pro tempore,
rappresentato e difeso dall’avvocato Giovanni Parisi, con domicilio digitale come da
PEC da Registri di Giustizia;
nei confronti
Comune di Bronte non costituito in giudizio;
per la riforma
della sentenza breve del Tribunale Amministrativo Regionale per la Sicilia sezione
staccata di Catania (Sezione Prima) n. 2932/2020, resa tra le parti
N. 00026/2021 REG.RIC.
Visti il ricorso in appello e i relativi allegati;
Visto l’atto di costituzione in giudizio del Comune di Randazzo;
Visti tutti gli atti della causa;
Relatore nell’udienza pubblica del giorno 7 luglio 2021, tenutasi ex art. 4 del d.l. n.
84 del 2020 e ex art. 25 del d.l. n. 137 del 2020, così come modificato dall’art. 6 del
d.l. n. 44/2021, il Cons. Sara Raffaella Molinaro e uditi per le parti gli avvocati
Agatino Cariola e Giovanni Parisi;
Ritenuto e considerato in fatto e diritto quanto segue.
FATTO
1. Il Consiglio comunale di Randazzo (CT), con deliberazione n.10 del 2020 ha
deliberato il recesso dalla società Joniambiente s.p.a. in liquidazione (di seguito:
“Joniambiente”), ai sensi del combinato disposto degli artt. 4 e 20 del medesimo d.
lgs. n. 175 del 2016.
2. Detta deliberazione è stata impugnata da Joniambiente, la quale ha proposto
ricorso anche per il “riconoscimento dell’obbligo del Comune di Randazzo a
contribuire alle spese di gestione della Società partecipata Joniambiente s.p.a.
[…], sino alla fine della stessa liquidazione”, per la dichiarazione di inefficacia
della deliberazione impugnata (e del correlato recesso ivi disposto) rispetto alle
obbligazioni nei confronti di terzi che Joniambiente s.p.a. in liquidazione sarebbe
costretta a soddisfare “in dipendenza dei rapporti contrattuali insorti per la
gestione del servizio di igiene pubblica anche a favore del Comune di Randazzo ed
all’esito di tutti i contenziosi pendenti”.
3. Il Tar Sicilia – Catania ha respinto il ricorso con sentenza 9 novembre 2020 n.
2932.
4. La sentenza è stata appellata davanti a questo CGARS con ricorso n. 26 del
2021, corredato da istanza cautelare.
5. Con ordinanza 5 febbraio 2021 n. 69 l’istanza cautelare è stata accolta al solo
fine della fissazione dell’udienza di merito, che è stata fissata il 7 luglio 2021.
N. 00026/2021 REG.RIC.
6. Nel giudizio di appello si è costituito il Comune di Randazzo.
7. All’udienza del 7 luglio 2021 la causa è stata trattenuta in decisione.
DIRITTO
8. L’appello è parzialmente meritevole di accoglimento.
9. Prima di scrutinare il ricorso in appello si rileva che non costituisce un motivo
sul quale questo CGARS è chiamato a pronunciarsi il paragrafo rubricato “In via
preliminare: sull’obbligo degli enti locali soci di rispondere delle obbligazioni
della Società d’ambito e sulle conseguenze che ne derivano a carico degli enti
soci”, nel quale viene esposta la disciplina “circa l’obbligo dei Comuni-soci di
rispondere delle obbligazioni assunte dall’Ato per prestare i servizi di riferimento”,
in quanto non contiene un motivo di doglianza, tanto è vero che
è articolato prima (e separatamente, anche dal punto di vista grafico) rispetto alla
successiva illustrazione delle specifiche censure avverso la sentenza gravata, così
come nel ricorso introduttivo detto paragrafo è articolato prima (e separatamente)
rispetto alla successiva illustrazione delle specifiche censure avverso l’atto
impugnato.
Ciò comporta che non attiene alla presente controversia la questione degli asseriti
debiti del Comune di Randazzo nei confronti della società appellante con
riferimento alla gestione del servizio dei rifiuti svolta dalla stessa società (sui quali
ha interloquito anche controparte e poi controdedotto nuovamente parte appellante).
10. Con il primo motivo l’appellante ha dedotto l’erroneità della sentenza nella
parte in cui il Tar ha dichiarato l’inammissibilità del ricorso di primo grado per la
“la mancata impugnazione della deliberazione consiliare n.18/2020 in tema di
revisione delle partecipazioni che ha previsto il recesso […] i profili di
inammissibilità che da ciò – pacificamente – discenderebbero”.
Il motivo, ininfluente rispetto alla decisione del Tar, che ha comunque scrutinato il
merito del ricorso, con pronuncia di infondatezza (cui sono rivolte le censure
scrutinate infra), diviene rilevante nel caso di specie in ragione del parziale
N. 00026/2021 REG.RIC.
accoglimento del ricorso.
Esso è fondato.
In primo luogo la deliberazione è stata impugnata con ricorso straordinario al
Presidente della Regione il 21 dicembre 2020.
In secondo luogo, l’eventuale mancata impugnazione della deliberazione consiliare
n. 18 del 2020 in tema di revisione delle partecipazioni, che ha previsto il recesso
da Jonica, non determina l’inammissibilità del ricorso introduttivo del presente
giudizio (avverso la deliberazione attuativa).
La deliberazione n. 18 del 2020 assolve infatti una funzione programmatoria e
compulsiva delle future attività dell’ente in tema di razionalizzazione degli
organismi partecipati.
Essa non rileva nella prospettiva dell’immediata lesività, atteso che quei programmi
possono poi subire delle modificazioni nell’an, nella tempistica e nel quantum e che
comunque scontano la possibilità della mancata attuazione. In termini generali, è
infatti l’atto che esegue le intenzioni dell’Ente che manifesta un’immediata lesività.
Il piano di razionalizzazione di cui all’art. 20 del d. lgs. n. 175 del 2016 trovano la
propria ratio nell’esigenza di incentivare la dismissione delle partecipazioni
societarie antieconomiche o superflue, imponendo agli enti di verificare
periodicamente le ragioni delle partecipazioni detenute. Detta funzione è presidiata
da istituti tipici dell’ordinamento contabile, la previsione di una sanzione per la
mancata adozione del piano e l’eventuale ricorrenza di una responsabilità
amministrativo contabile.
E’ in linea con tale impostazione il fatto che la Corte dei conti, nell’ottica di una
sana gestione finanziaria degli enti, consideri la “revisione delle partecipazioni” un
atto doveroso (“la mancata adozione degli atti di cui ai commi da 1 a 4 da parte
degli enti locali comporta la sanzione amministrativa del pagamento di una somma
da un minimo di euro 5.000 a un massimo di euro 500.000, salvo il danno
eventualmente rilevato in sede di giudizio amministrativo contabile, comminata
dalla competente sezione giurisdizionale regionale della Corte dei conti”, così la
N. 00026/2021 REG.RIC.
Sezione delle autonomie, delibera n. 22/2018/INPR).
Detta obbligatorietà, infatti, riguarda l’adozione del piano di cui all’art. 20 del d.
lgs. n. 175 del 2016, non la successiva attuazione, ed è presidiata da una sanzione e
dall’eventuale responsabilità amministrativo contabile, così spostando nell’ambito
del particolare ordinamento contabile gli effetti e le conseguenze, oltre che la
rilevanza, dell’adozione dell’atto di programmazione.
In tale prospettiva gli istituti introdotti dal d. lgs. n. 175 del 2016 non possono
essere interpretati in senso ostativo rispetto alla volontà del legislatore di riordino
delle partecipazioni pubbliche (sicché l’omesso inserimento di un’operazione di
razionalizzazione nella delibera programmatoria non può essere inteso come
impedimento alla realizzazione di detta operazione), mentre l’avvenuto inserimento
dell’operazione di snellimento nell’ambito del programma è funzionale a facilitare
la successiva implementazione concreta della scelta amministrativa, scelta che
viene attuata successivamente.
D’altro canto neppure gli esiti del ricorso straordinario avverso la deliberazione
presupposta producono necessariamente riflessi nell’ambito della presente
controversia (dipendendo dal tenore del singolo atto e dai motivi di ricorso), con la
conseguenza che neppure l’annullamento di uno di detti piani (che comporta fa
venir meno lo specifico progetto di dismissione nell’atto di programmazione)
impedisce necessariamente di cedere la titolarità delle quote sociali con un atto
indipendente. Ciò perché altrimenti l’atto programmatorio di cui all’art. 20 del d.
lgs. n. 175 del 2016 (o, meglio, la mancata previsione di un’operazione di
razionalizzazione, o l’annullamento di essa) produrrebbe un effetto contrario
rispetto alla volontà legislativa di incentivare, anche attraverso quel piano, gli
interventi di dismissione di partecipazioni antieconomiche.
E in ogni caso non risulta agli atti che sia intervenuta una decisione sul ricorso
straordinario.
10.1. Il motivo è quindi fondato, con conseguente ammissibilità della domanda
N. 00026/2021 REG.RIC.
introduttiva del presente giudizio.
11. Con il secondo e il quarto motivo l’appellante ha dedotto l’erroneità della
sentenza nella parte in cui il Tar ha dichiarato legittimo il recesso del Comune di
Randazzo.
11.1. Il motivo è meritevole di accoglimento.
Il tema sotteso alla presente controversia necessita di essere affrontato considerando
la prospettiva pubblicistica e la prospettiva privatistica, sia in riferimento all’istituto
del recesso (del Comune di Randazzo), sia in relazione all’istituto della
liquidazione societaria (di Joniambiente).
Con l’atto qui impugnato il Comune di Randazzo ha esercitato il recesso nei
confronti di Joniambiente, società in liquidazione.
In particolare, a tale ultimo riguardo, l’ambito territoriale ottimale per il servizio di
gestione dei rifiuti è stato introdotto con l’art. 23 del d. lgs. n. 22 del 1997.
Successivamente il d. lgs. n. 152 del 2006 ha istituito e disciplinato le Autorità
d’ambito, le quali agiscono attraverso gli ATO, destinatari di alcune prerogative
precedentemente affidate alle regioni e alle province in merito di gestione dei
rifiuti.
Joniambiente s.p.a., che rappresentava l’Ambito Territoriale CT1, è stata costituita
dal Comune di Randazzo, unitamente ad altri Comuni della ex provincia di Catania.
Lo stesso provvedimento impugnato in primo grado riporta che “con deliberazione
del Commissario ad Acta, n.1 del 17/12/2002, il Comune di Randazzo ha aderito
alla società d’Ambito denominata Joniambiente, approvando contemporaneamente
lo Statuto della società d’Ambito” e che “le quote di partecipazione, sottoscritte dal
Comune di Randazzo per l’adesione alla Joniambiente S.p.A., oggi in Liquidazione,
ammontano a 8,19, pari ad € 8.189,00”.
La l.r. n. 9 del 2010 ha posto le società d’ambito in liquidazione (le gestioni da
parte delle s.p.a. ATO “sono cessate dalla data del 30 settembre 2013 e sono state
trasferite in capo alle S.R.R., con conseguente divieto per i liquidatori delle società
d’ambito di compiere ogni atto di gestione”, così l’art. 19) e ha istituito al loro
N. 00026/2021 REG.RIC.
posto le SRR, Società Regolamentazione Rifiuti, le quali hanno progressivamente
assunto il servizio, direttamente o tramite i comuni riuniti in ARO.
Attualmente quindi Joniambiente in liquidazione svolge attività liquidatoria e non
gestisce più il servizio rifiuti.
Il Comune di Randazzo ha motivato il proprio recesso dalla partecipazione in
Joniambiente in liquidazione sulla base delle seguenti considerazioni:
– la razionalizzazione imposta dall’art. 20 del d. lgs. n. 175 del 2016 in punto di
partecipazioni societarie da parte degli enti locali;
– lo stato di dissesto del comune di Randazzo (deliberazione 30 maggio 2019 n.
17);
– l’irragionevolezza di pagare i costi di gestione di Joniambiente in liquidazione,
quelli “inerenti il mantenimento di SRR Catania Provincia nord” e “i costi
amministrativi e gestionali per far fronte al servizio di igiene urbana del Comune
di Randazzo, attualmente gestito dallo stesso Comune”.
Tale motivazione non trova corrispondenza nelle fattispecie di recesso previste dal
legislatore.
11.2. Principiando dalla disciplina pubblicistica, il d. lgs. n. 175 del 2016 non
prevede una disciplina derogatoria del recesso del socio, se non in un caso,
ricadendo pertanto la relativa disciplina nella previsione di cui all’art. 1, comma 3,
d. lgs. n. 175 del 2016, secondo cui “per tutto quanto non derogato dalle
disposizioni del presente decreto, si applicano alle società a partecipazione
pubblica le norme sulle società contenute nel codice civile e le norme generali di
diritto privato”.
In particolare, il d. lgs. n. 175 del 2016 incentiva la razionalizzazione delle società a
partecipazione pubblica, senza prevedere, salvo specifici casi, modalità di cessione
di società o di quote ulteriori rispetto a quelle ordinariamente consentite in ambito
commerciale (alienazione di quota, cessione, messa in liquidazione, fusione o
soppressione di società).
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Fra gli strumenti di dismissione introdotti dal d. lgs. n. 175 del 2016 vi è l’ipotesi di
recesso di cui all’art. 24 comma 5, che non si applica al caso concreto perché fa
riferimento alla mancata attuazione di una dismissione prevista nel piano di
razionalizzazione mentre nel caso di specie la dismissione controversa è stata
prevista e attuata (sul punto Corte dei conti, Sez. reg. Lazio, deliberazione n.
35/2020/VSG e Sez. reg. Lombardia 79/2018/PAR).
11.3. Pertanto l’istituto del recesso, cui fa riferimento il provvedimento impugnato,
trova fondamento nella disciplina privatistica.
Inquadrato nella categoria dei diritti potestativi sostanziali, connotati dal fatto che il
titolare è abilitato a produrre una modificazione nella sfera giuridica altrui non
sottoposta a controllo giudiziale, l’art. 2437 c.c. prevede, al comma 1, le cause di
recesso inderogabili, riguardanti la modifica significativa dell’oggetto sociale, la
trasformazione della società, il trasferimento della sede all’estero, la revoca dello
stato di liquidazione, l’eliminazione di una o più cause di recesso derogabili o
previste dallo statuto, la modificazione dei criteri di valutazione delle azioni in caso
di recesso, le modifiche dello statuto concernenti il diritto di voto o di
partecipazione. Al comma 2 sono indicate ulteriori cause di recesso, derogabili
dallo statuto, quali la proroga del termine di durata della società, l’introduzione o la
rimozione di vincoli alla circolazione delle azioni. Al comma 3 è attribuita facoltà
di recesso ad nutum al socio di società di durata indeterminata e al comma 4 è
previsto che lo Statuto possa introdurre altre ipotesi di recesso.
Nello statuto di Jonicambiente non sono previste ulteriori ipotesi di recesso mentre
viene effettuato un rimando alle norme del codice civile e alle altre disposizioni in
materia di società (art. 30), in linea con la sopra riferita disposizione di cui all’art.
1, comma 3, d. lgs. n. 175 del 2016.
Il recesso di cui alla deliberazione impugnata, motivato nei termini sopra delineati,
non integra alcune delle ipotesi di recesso previste dai commi 1 e 2 dell’art. 2437
c.c., non potendo essere ricondotto ad una modifica significativa dell’oggetto
sociale, alla trasformazione della società, al trasferimento della sede all’estero, alla
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revoca dello stato di liquidazione, all’eliminazione di una o più cause di recesso
derogabili o previste dallo statuto, alla modificazione dei criteri di valutazione delle
azioni in caso di recesso, alle modifiche dello statuto concernenti il diritto di voto o
di partecipazione, alla proroga del termine di durata della società, all’introduzione o
alla rimozione di vincoli alla circolazione delle azioni.
Rimane pertanto la sola possibilità di ritenere applicabile al caso di specie il
recesso ad nutum previsto dal terzo comma dell’art. 2437 c.c.
A fronte delle specifiche ipotesi di recesso previste dal codice civile e considerando
la mancanza di previsioni ulteriori di recesso da parte dello Statuto, la
giurisprudenza della Corte di cassazione sul punto sembra chiudere le porte
all’interpretazione analogica dei casi di recesso ad nutum di cui all’art. 2437
comma 3 c.c., previsto nei casi di durata indeterminata della società, anche al di
fuori di detta ipotesi (dallo statuto di Joniambiente si evince che la durata della
società è fissata per il 2030).
La questione di fondo riguarda la possibilità di equiparare, ai fini di legittimare il
recesso ad nutum del socio, la previsione statutaria di una società per azioni,
contratta per un tempo particolarmente lungo, a quella di società con previsione di
durata a tempo indeterminato.
In disparte ogni valutazione in ordine alla possibilità di qualificare il termine di
durata di Joniambiente, individuato nello statuto nel 2030, come “particolarmente
lungo”, gli indici normativi e sistematici convergono nel non consentire detta
equiparazione (e quindi il recesso ad nutum del socio di società per azioni in caso
di termine non indeterminato della società ma “particolarmente lungo”).
Depongono in tale senso la lettera del comma 3 dell’art. 2437 c.c., che limita
tassativamente la possibilità di recedere ad nutum al solo caso di società contratta a
tempo indeterminato, e la prospettiva sistematica, che deve tenere in considerazione
la disciplina dettata per le società di capitali e le esigenza di certezza che la
connotano, nonchè la tutela dei creditori sociali, i quali, facendo affidamento solo
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sul patrimonio sociale, hanno interesse al mantenimento della sua integrità.
Sullo sfondo si pone la comparazione tra l’interesse del socio di società per azioni a
dismettere il suo investimento e l’interesse del resto della compagine e della società
stessa a portare avanti il progetto imprenditoriale, facendo affidamento sulle risorse
presenti e sulla certezza delle stesse, connesso all’interesse dei terzi creditori, che, a
loro volta, confidano sulla generica garanzia costituita dall’intero patrimonio
sociale, in una prospettiva che si distingue dalla situazione delle società di persone.
Nelle società di capitali l’interesse della società alla conservazione del capitale
sociale prevale sull’eventuale pregiudizio di fatto subito dal socio (per la
frustrazione alla volontà di dismettere la partecipazone), che non vede inciso, nè
direttamente nè indirettamente, il suo diritto di partecipazione agli utili e il suo
diritto di voto a causa del mutamento del quorum. “Ciò giustifica – anzi impone –
una interpretazione restrittiva delle norme che prevedono le ipotesi di recesso del
socio di società per azioni” (Cass. civ., sez. I, ordinanza 29 marzo 2019 n. 8962).
Rispetto alle società di persone, invece, il legislatore ha stabilito una diversa
disciplina delle ipotesi di recesso ad nutum (previsto dall’art. 2285 c.c. per le
ipotesi di durata della società indeterminata o pari alla vita di un socio), atteso che,
in esse, prevale l’intuitus personae.
Diversamente, nelle società di capitali, nelle quali il recesso ad nutum è
contemplato solo per i casi di società con durata indeterminata, l’estensione alle
società per azioni della disciplina del recesso del socio trova ostacolo in esigenze di
certezza e di tutela, in particolare, dell’interesse dei terzi creditori: mentre i creditori
di una società di persone possono fare affidamento, oltre che sul patrimonio
societario, anche sui patrimoni personali dei soci illimitatamente responsabili,
viceversa, i creditori di una società di capitali possono contare soltanto sul primo,
che, in caso di recesso di un socio, subisce una corrispondente riduzione (non
compensata dalla responsabilità personale del recedente).
Considerato che l’interesse della società alla conservazione del capitale sociale
prevale sull’eventuale pregiudizio di fatto subito dal socio e che si impone
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un’interpretazione restrittiva delle norme che prevedono le ipotesi di recesso del
socio di società per azioni (Cass. civ., sez. I, ordinanza 29 marzo 2019 n. 8962) è
esclusa la possibilità di assimilare la società avente quale termine di durata un
termine “particolarmente prolungato” alla società a tempo indeterminato, per la
quale (soltanto) è previsto il recesso ad nutum quale espressione del principio
generale desumibile dall’art. 1379 c.c. in tema di impegni a tempo indeterminato.
“E’ escluso il diritto di recesso “ad nutum” del socio di società per azioni nel caso
in cui lo statuto preveda una prolungata durata della società (nella specie, fino al
2100), non potendo tale ipotesi essere assimilata a quella, prevista dall’art. 2437,
comma 3, c.c., della società costituita per un tempo indeterminato, stante la
necessaria interpretazione restrittiva delle cause che legittimano la fuoriuscita del
socio dalla società” (Cass. civ., sez. I, 21 febbraio 2020, n. 4716).
Esclusa la possibilità di ricorrere al recesso ad nutum, non si rinviene il fondamento
normativo del recesso esercitato dal Comune di Randazzo.
11.4. Non solo. L’art. 2437-bis c.c. esclude espressamente la possibilità per il socio
di recedere nella fase di liquidazione della società (e Joniambiente, come già
ricordato, è in liquidazione).
In disparte ogni considerazione sul fatto che è il recesso può portare, in alcuni casi,
alla liquidazione della società (art. 2437-quater comma 6 c.c.), la previsione è posta
a tutela dei terzi che sono venuti in contatto con un soggetto dotato di autonomia
patrimoniale perfetta, così assicurando che siano soddisfatti prima che venga meno
il soggetto (e l’autonomia patrimoniale perfetta).
Tale previsione si apprezza nella prospettiva della liquidazione societaria.
11.5. Principiando dalla disciplina pubblicistica, il d. lgs. n. 175 del 2016 non
prevede una disciplina derogatoria della liquidazione societaria, ricadendo pertanto
la relativa disciplina nella già richiamata previsione di cui all’art. 1 comma 3 d. lgs.
n. 175 del 2016, che rimanda, per tutto quanto non derogato, alle norme sulle
società contenute nel codice civile e alle norme generali di diritto privato.
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11.6. In termini generalissimi, il tema della soggettività giuridica, specie se
accompagnata da autonomia patrimoniale perfetta, richiede di essere
adeguatamente attenzionato.
Nelle soggettività ad autonomia patrimoniale perfetta, infatti, i creditori possono
contare soltanto sul patrimonio di detta soggettività, che, in caso di recesso di un
socio, subisce una corrispondente riduzione (non compensata dalla responsabilità
personale del recedente).
Ciò in quanto la personalità giuridica piena consente (e impone) di riconoscere una
piena autonomia al soggetto che ne è dotato, anche rispetto agli enti che vi
partecipano.
Anche allorquando la persona giuridica è posta in liquidazione, il patrimonio
dell’ente continua a costituire l’unica garanzia per l’adempimento delle
obbligazioni e, se del caso, per la proficua attivazione della responsabilità
patrimoniale di cui all’art. 2740 c.c.
Ne deriva che lo scioglimento delle persone giuridiche richiede di essere coordinato
con la responsabilità delle medesime, specie se si considera, quanto alle società di
capitali, che esse trovano la propria ragione d’essere nella necessità di reperire
capitali al fine di compiere iniziative economiche, evitando nel contempo di esporre
a responsabilità personale i soggetti che li conferiscono: in tal senso depone
l’origine storica delle medesime, che si suole ricondurre alla Compagnie des Indes
Occidentales (1664), rispetto alla quale fu sentita la necessità di dotarla di
personalità giuridica al fine di addossare solo alla medesima, e non anche ai
finanziatori, il rischio (alto e imprevedibile) del fallimento delle esplorazioni per
mare.
In detta prospettiva tipicamente connessa alla concezione delle società di capitali in
funzione (limitativa) della responsabilità patrimoniale di cui all’art. 2740 c.c., il
patrimonio sociale riveste, come già illustrato, una particolare rilevanza,
costituendo una garanzia per i soggetti terzi che sono entrati in relazione, per
motivi economici, con la persona giuridica.
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Il venir meno della persona giuridica deve quindi essere coordinato e
regolamentato in relazione alle obbligazioni già assunte dalla medesima, sulla base
di una disciplina che, dovendo assicurare la tenuta del mercato, presenta aspetti di
imperatività che la accomunano ad altri settori della responsabilità patrimoniale.
La liquidazione della società ha l’obiettivo di estinguere le passività dell’ente
trasformando in denaro il patrimonio aziendale, così da ripartire poi, tra i soci,
l’eventuale residuo attivo, con la conseguenza che durante la liquidazione la società
continua a esistere come centro di imputazione di rapporti giuridici, ma con
sostituzione dello scopo liquidatorio a quello lucrativo (Cass. civ., sez. I, ordinanza
10 dicembre 2020 n. 28193). Invero, con la deliberazione di liquidazione il socio
perde il diritto di conseguire il valore delle azioni, conservando solo, al pari di ogni
altro socio e in conformità con la disciplina della liquidazione, il diritto di
partecipare alla distribuzione del residuo attivo in misura proporzionale alla propria
partecipazione.
Prioritariamente quindi essa è preordinata al pagamento dei debiti sociali, secondo
l’ordine legale di priorità dei corrispondenti crediti sancito nel piano di liquidazione
e il diritto dei soci alla ripartizione dell’attivo sorge solo se, dopo il pagamento dei
debiti, residui un saldo attivo da distribuire.
La disciplina è volta a garantire massima tutela ai creditori, come si rinviene nelle
norme che disciplinano i criteri di svolgimento della liquidazione, e più
precisamente negli artt. 2487 e 2489 c.c. e nell’art. 2491 comma 2 c.c., ove si
prevede espressamente che “i liquidatori non possono ripartire tra i soci acconti
sul risultato della liquidazione, salvo che dai bilanci risulti che la ripartizione non
incide sulla disponibilità di somme idonee alla integrale soddisfazione del creditori
sociali”.
La cogenza della disposizione si evince anche dalla correlata responsabilità
aquiliana del liquidatore nell’ipotesi considerata nell’art. 2495 c.c., parificabile alla
responsabilità verso i terzi o i soci degli amministratori ex art. 2395 c.c., secondo
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una concezione classica che vede i creditori sociali come soggetti terzi rispetto alla
società (Cass. civ., sez. III, ordinanza 12 giugno 2020 n. 11304).
Del resto, già da tempo, la giurisprudenza ha avuto occasione di sottolineare la
priorità che assume l’interesse dei creditori, stakeholders della società, soprattutto
nella fase in cui essi non possono più fare affidamento nell’operatività dell’impresa
e nella continuità aziendale, a vedere soddisfatti i propri crediti (Cass. civ., sez. III,
ordinanza 15 gennaio 2020 n. 521), tant’è che sin dal 1980 la Suprema Corte ha
sancito la nullità della convenzione fra i soci di una società per azioni,
amministratori e detentori dell’intero pacchetto azionario, la quale sia rivolta a
trasferire i beni sociali, in favore dei soci stessi o di terzi, senza il preventivo
soddisfacimento dei creditori della società, “per violazione delle norme imperative
che tutelano l’integrità del patrimonio della società a garanzia dei creditori”, e che
ne consentono l’assegnazione ai soci solo nel caso e con la procedura dello
scioglimento e messa in liquidazione dell’Ente (Cass., sez. 1, 18 gennaio 1988 n.
326).
In relazione all’attuale normativa, che espressamente tutela la posizione di creditori
in tale delicata fase, la giurisprudenza ha riconosciuto l’obbligo dei liquidatori,
anche di diritto, di rispettare il precetto della par condicio creditorum (Cass. civ.,
sez. III, ordinanza 15 gennaio 2020 n. 521), sebbene detto obbligo non sia
espressamente menzionato nelle norme di settore ma ricavandolo dalle norme
generali che negli artt. 2740 e 2741 regolano il concorso dei creditori e le cause di
prelazione.
Il dovere del liquidatore di procedere a un’ordinata liquidazione del patrimonio
sociale pagando i debiti sociali, per conto della società debitrice, secondo il
principio di par condicio creditorum dà il segno degli interessi cui è preordinata la
fase liquidatoria della società, cioè quelli dei terzi che sono entrati in contatto con
la medesima.
La disposizione, contenuta nell’art. 2437-bis c.c., che esclude espressamente la
possibilità del socio di recedere durante la fase di liquidazione della società, si
N. 00026/2021 REG.RIC.
inscrive nella anzidetta prospettiva della tutela degli interessi dei creditori, dal
momento che il recesso del socio comporta una diminuzione del patrimonio sociale,
non compensata dalla responsabilità personale del recedente.
11.7. A fronte di ciò, la coloritura pubblicistica del caso qui controverso non
consente di incidere nel senso di rendere meno stringente la disciplina della fase di
liquidazione, deponendo piuttosto in senso contrario.
Invero, la circostanza che la società interessata dalla liquidazione sia partecipata da
soci pubblici presuppone che la partecipazione dell’ente risponda ad un
corrispondente interesse pubblico del medesimo, rispetto al quale si impone, nella
gestione della fase di transizione dello scioglimento della società, un’attenzione
ancora maggiore (o comunque non inferiore) a quella rivolta alla liquidazione di
società a capitale interamente privato.
Ne deriva che la disciplina contenuta nel d. lgs. n. 175 del 2016, non solo, come
sopra già si è cercato di dimostrare, non apporta prescrizioni specificamente
derogatorie sul punto qui controverso, ma neppure evidenzia un principio generale
teso a incidere sulle regole liquidatorie previste in generale per le società di
capitale.
11.8. Sicché, durante la fase liquidatoria, il socio pubblico, così come il socio
privato, non può recedere dal contratto di società, con le conseguenze che ciò
comporta sull’effettiva dismissione della partecipazione societaria, e quindi sul
piano di razionalizzazione di cui all’art. 20 del d. lgs. n. 175 del 2016.
A tale ultimo riguardo il Collegio non ignora che l’ordinamento giuridico incentiva
ormai da tempo forme di razionalizzazione della partecipazione degli enti pubblici
in società aventi forme privatistiche.
In particolare sin dalla legge n. 296 del 2006 il legislatore ha tentato di porre un
argine al proliferare delle società pubbliche, laddove non strettamente necessarie
per il perseguimento delle finalità istituzionali dei singoli enti pubblici, a tutela sia
della concorrenza che della sostenibilità della finanza pubblica.
N. 00026/2021 REG.RIC.
Seguendo questo obiettivo sono stati posti dei limiti alla capacità di diritto privato
delle pubbliche amministrazioni, specie a livello locale, accentuando il profilo del
cd. vincolo di scopo, vietando loro di costituire società e di mantenerne la
partecipazione, ove non strettamente necessario.
Attualmente il d. lgs. n. 175 del 2016 è intervenuto in modo organico prevedendo
una prima revisione straordinaria delle società partecipate nell’art. 24, che
costituisce un aggiornamento dell’analogo piano di razionalizzazione richiesto
dall’art. 1, commi 611 e seguenti, della legge n. 190 del 2014, e una
razionalizzazione periodica nell’art. 20.
L’art. 24 del d.lgs. n. 175 del 2016, in particolare, nel disciplinare il procedimento
di revisione straordinaria prescrive che le partecipazioni detenute in società, sia
direttamente che indirettamente, dalle amministrazioni pubbliche, alla data di
entrata in vigore del decreto, non riconducibili ad alcuna delle categorie elencate
nel precedente articolo 4, commi 1, 2 e 3, ovvero che non soddisfano i requisiti di
cui all’articolo 5, commi 1 e 2, o che ricadono in una delle ipotesi di cui all’articolo
20, comma 2 (esplicitanti i parametri ed i presupposti in base ai quali deliberare i
piani di razionalizzazione periodica), vadano alienate o siano oggetto delle misure
indicate all’articolo 20, comma 1 (“razionalizzazione, fusione o soppressione,
anche mediante messa in liquidazione o cessione”).
L’art. 20 del d.lgs. n. 175/2016, imponente la razionalizzazione periodica, prescrive
che, fermo restando quanto disposto dal citato articolo 24, comma 1, le
amministrazioni pubbliche effettuino annualmente, con apposito provvedimento,
un’analisi dell’assetto complessivo delle società in cui detengono partecipazioni,
dirette o indirette, predisponendo, ove ricorrano i presupposti indicati al comma 2,
un piano di riassetto, anche in questo caso finalizzato alla “razionalizzazione,
fusione o soppressione, anche mediante messa in liquidazione o cessione”.
Entrambe le suddette norme, che si inquadrano nell’ambito della finalità di
razionalizzare in funzione di una maggiore efficienza e di una riduzione dei costi la
partecipazione di enti pubblici in società di diritto privato, si riferiscono
N. 00026/2021 REG.RIC.
all’alienazione delle partecipazioni o alla “razionalizzazione, fusione o
soppressione, anche mediante messa in liquidazione o cessione” (art. 20), con una
formulazione che pone come obiettivo finale (non intermedio) la messa in
liquidazione della società, come si evince anche dall’equiparazione di detta
situazione con la stessa cessione.
Sicché non si ricava dal d. lgs. n. 175 del 2016 alcuna sollecitazione ad intervenire
con un atto di recesso a fronte della già avvenuta messa in liquidazione della
società, che anzi costituisce un obiettivo finale della razionalizzazione.
Il legislatore ha quindi compiuto una scelta in tal senso, contemperando le esigenze
di contenimento della spesa pubblica con le prerogative di certezza dei rapporti
giuridici connaturali a un’economia di mercato, che esigono di preservare la
posizione dei contraenti della società (a partecipazione pubblica), così accettando il
rischio che la razionalizzazione delle partecipazioni di cui all’art. 20 del d. lgs. n.
175 del 2016 non determini, senza soluzione di continuità e con immediatezza,
l’effettiva dismissione della partecipazione, se non al termine delle procedure
ordinariamente previste dall’ordinamento.
Del resto, allorquando il legislatore ha ritenuto di intervenire per assicurare un
immediato (e unilaterale) effetto all’atto di dismissione posto in essere dall’ente
locale, lo ha espressamente disposto: è il caso della cessione di partecipazione, per
la quale era previsto ex lege che, decorso un certo termine, “la partecipazione non
alienata mediante procedura di evidenza pubblica cessa ad ogni effetto” e “entro
dodici mesi successivi alla cessazione la società liquida in denaro il valore della
quota del socio cessato” (art. 1 comma 569 della legge n. 147 del 2013, poi
abrogato dall’art. 28 comma 1 lett. t del d. lgs. n. 175 del 2016).
In ragione di quanto sopra, durante la fase liquidatoria, il socio pubblico, così come
il socio privato, non può recedere dal contratto di società. Al riguardo si precisa che
detta statuizione non contrasta con la sentenza di questo CGARS n. 530 del 2019,
richiamata da parte appellata, in ragione del fatto che in quell’occasione i motivi di
N. 00026/2021 REG.RIC.
censura, così come formulati, non hanno richiesto una pronuncia espressa in punto
di rapporti fra recesso e liquidazione della società, atteso che la controversia si è
incentrata piuttosto sull’attualità, o meno, della gestione caratteristica del servizio.
Né depone in senso contrario la circostanza che il Comune di Randazzo versi in
stato di dissesto (deliberato con atto del consiglio comunale 30 maggio 2019 n. 17),
il cui bilancio stabilmente riequilibrato (per gli anni 2019/2023, approvato con
decreto 6 luglio 2020 n. 65991 dal Ministero dell’Interno) prevede espressamente di
“rivedere la partecipazione a consorzi, enti e società di cui l’Ente è attualmente
parte, ai fini della riduzione degli oneri eventualmente a carico, alla luce delle
disposizioni di cui all’art. 259, comma 5, del TUOEL che prevede l’eliminazione, o
quantomeno la riduzione, delle spese che non abbiano per fine l’esercizio di servizi
pubblici indispensabili e, quanto ai consorzi di funzioni, osservare il disposto
dell’art. 2, comma 186, lettera e) della legge 23 dicembre 2009, n. 191, come
modificato dal decreto legge 25 gennaio 2010, n. 2, convertito con modificazioni
dalla L. 26 marzo 2010, n. 42”. L’affermazione infatti non contrasta con
l’impostazione sopra riferita in punto di recesso e liquidazione delle società per
azioni, in quanto la revisione delle partecipazioni può avvenire con gli strumenti
sopra richiamati, fra i quali è appunto contemplata la messa in liquidazione, nel
caso già realizzata.
11.9. Neppure si ritiene contrasti con detta impostazione la circostanza che il
Comune di Randazzo sia soggetto alla procedura di dissesto, che non costituisce
causa di estinzione delle obbligazioni assunte dagli enti dissestati e per la quale non
è prevista una disciplina analoga a quella contenuta nell’art. 72 della legge fall. per
i rapporti pendenti (che consente al curatore di intervenire su alcuni rapporti
contrattuali). Piuttosto, in conseguenza della dichiarazione di dissesto, all’organo
straordinario è affidato il compito, sulla base dei “fatti ed atti di gestione
verificatisi entro il 31 dicembre dell’anno precedente a quello dell’ipotesi di
bilancio riequilibrato”, di accertare il complesso dei debiti dell’ente locale relativi
al periodo indicato e di determinare l’attivo disponibile per procedere al loro
N. 00026/2021 REG.RIC.
pagamento (“al ripiano dell’indebitamento pregresso con i mezzi consentiti dalla
legge”, così l’art. 245 del d. lgs. n. 267/2000).
11.10. Ne deriva che le censure scrutinate sono meritevoli di accoglimento, atteso
che, durante la fase liquidatoria, il socio non può recedere dal contratto di società.
Nondimeno il Collegio rileva che la situazione che il Comune di Randazzo ha
posto alla base della propria decisione di recesso è attenzionabile attraverso gli
strumenti attribuiti dall’ordinamento al socio della società in liquidazione, non
ultima l’azione di responsabilità avverso l’organo liquidatorio e la denuncia di
danni erariali compiuti da soggetti passibili di detta responsabilità, valutando le
ragioni del protrarsi di una fase liquidatoria, che, impedendo alla società, per le
ragioni sopra esposte, di perseguire lo scopo statutario, quindi la gestione del
servizio, rappresenta un mero centro di spesa (e di duplicazione di costi rispetto a
quelli sostenuti dall’attuale gestore), che si giustifica negli stretti limiti delle
necessità della liquidazione (che deve quindi essere perseguita in tempi il più
possibili rapidi).
12. L’accoglimento dei motivi sopra esposti, aventi portata sostanziale, relativa
all’an del recesso, riveste portata assorbente rispetto alle doglianze (espressione di
un mero interesse strumentale) contenute nel terzo motivo, con il quale l’appellante
ha riproposto il motivo del ricorso introduttivo relativo alla mancata previa
comunicazione agli altri soci pubblici, da parte del Comune di Randazzo,
dell’intenzione di recedere da Joniambiente s.p.a. in liquidazione, e nell’ultimo
mezzo, riguardante un asserito vizio di istruttoria e motivazione.
13. Con il quinto motivo l’appellante ha censurato la sentenza per omessa
pronuncia sulla domanda rivolta a fa affermare l’obbligo del Comune di Randazzo
a contribuire alle spese della gestione liquidatori di Joniambiente.
13.1. Il Collegio si pronuncia su detta domanda nei termini che seguono, così
superando il profilo di omessa pronuncia per violazione dell’art. 112 c.p.c., che non
costituisce motivo di rimessione al primo giudice ai sensi dell’art. 105 c.p.a. (Ad.
N. 00026/2021 REG.RIC.
plen. 30 luglio 2018 n. 10).
La domanda dell’appellante è rivolta a vedere riconosciuto il generale obbligo del
Comune di Randazzo a contribuire alle spese della gestione liquidatoria, in quanto
derivanti dagli asseriti obblighi di contribuzione alle spese della gestione
caratteristica (che non rientrano, peraltro, nell’oggetto della presente controversia,
come già detto sopra).
La domanda (con la quale è stato chiesto a questo Giudice di accertare un generale
“obbligo del Comune di Randazzo a contribuire alle spese della gestione
liquidatori di Joniambiente s.p.a. in liquidazione”) non è meritevole di
accoglimento, nei termini nei quali è stata formulata.
Detto obbligo non può infatti essere affermato in termini generali, come derivante
senza soluzione di continuità dagli obblighi del Comune in relazione al servizio di
gestioni dei rifiuti.
La formulazione del quesito non tiene infatti in debito conto che la disciplina
generale della fase liquidatoria di una società segue i canoni dettati dal codice
civile.
Osta rispetto a un generale accertamento di detto obbligo ( e della derivazione
automatica del medesimo rispetto agli asseriti obblighi di contribuzione rispetto alla
gestione caratteristica) lo statuto normativo delle società per azioni, che si fonda sul
già richiamato principio dell’autonomia patrimoniale e della distinta personalità
giuridica (persino quando è unipersonale) rispetto ai suoi soci e ai suoi
amministratori, ai quali non è riferibile il patrimonio intestato alla compagine (Cass.
civ., sez. I, ordinanza 2 febbraio 2021 n. 2280).
Durante la liquidazione infatti la società continua a esistere come centro di
imputazione di rapporti giuridici, con la sola sostituzione dello scopo liquidatorio a
quello lucrativo (Cass. civ., sez. I, ordinanza 10 dicembre 2020 n. 28193).
In tale fase permane pertanto l’attualità dell’obbligo dei soci di eseguire i
conferimenti dovuti (e i corrispondenti poteri compulsivi degli organi societari):
“nel caso di scioglimento della società, e anche nell’eventualità di fallimento della
N. 00026/2021 REG.RIC.
medesima, non pare subire alterazioni sostanziali la parte della norma dell’art.
2446 c.c. che concerne l’esecuzione coattiva dell’obbligo di eseguire i conferimenti
dovuti” (Cass. civ., sez. VI – 1, ordinanza 25 febbraio 2020, n. 4956).
Somme aggiuntive (rispetto ai conferimenti) da parte dei soci vengono erogate,
secondo la giurisprudenza, a titolo di mutuo, con il conseguente obbligo per la
società di restituire la somma ricevuta ad una determinata scadenza, oppure di
versamento, destinato ad essere iscritto non tra i debiti, ma a confluire in apposita
riserva in conto capitale, o altre simili denominazioni (Cass. civ., sez. I, 20 aprile
2020 n. 7919).
In termini generali, quindi, l’ente non ha, in tale fase, l’obbligo di assumere a
carico del proprio bilancio i debiti della società partecipata in liquidazione, qualora
il patrimonio di quest’ultima non sia in grado di soddisfare le pretese creditorie, o
comunque di corrispondere risorse aggiuntive alla società per azioni in
liquidazione.
Del resto, in base all’art. 14 del d. lgs. n. 175 del 2016 le società a partecipazione
pubblica sono soggette alle disposizioni sul fallimento e sul concordato preventivo,
nonché, ove ne ricorrano i presupposti, a quelle in materia di amministrazione
straordinaria delle grandi imprese in stato di insolvenza, con conseguente rilevanza
nel senso anzidetto dello stato di insolvenza, inteso quale incapacità del debitore di
soddisfare regolarmente le proprie obbligazioni.
Si aggiunge poi che, in seguito alla riforma del diritto societario, solo dopo
l’estinzione della società, conseguente alla cancellazione dal registro delle imprese,
il socio risponde, a determinate condizioni e entro certi limiti, per le obbligazioni
della società estinta, e non in quanto successore nel rapporto originario tra il
creditore sociale e la società, ma nella qualità di soggetto terzo rispetto al rapporto
tra società e creditore. Sicchè, in presenza di certi presupposti, quali la
cancellazione della società dal registro delle imprese, l’esistenza di debiti e
l’avvenuto incasso di una quota di liquidazione, viene a gravare ex lege l’obbligo di
N. 00026/2021 REG.RIC.
corrispondere, o meglio di restituire, un importo comunque limitato a quanto
percepito a titolo di liquidazione, in violazione della regola, di cui all’art. 2491 c.c.,
in base alla quale i soci hanno diritto alla quota di liquidazione soltanto allorché
tutte le pretese dei creditori sociali risultino precedentemente soddisfatte o siano
state accantonate le somme necessarie per farlo (Cass. civ., sez. V, ordinanza 15
marzo 2021 n. 7168).
In tale contesto non si esclude che l’Ente si faccia carico dei debiti della gestione
liquidatoria e che questi possano discendere, considerando anche la natura delle
singole spese liquidatorie, dagli asseriti obblighi di contribuzione alle spese della
gestione caratteristica, ma è necessario che non vi siano espressi divieti e che
sussistano adeguate giustificazioni (anche normative).
La giurisprudenza contabile richiede, peraltro, che sia evidenziata, attraverso
congrua motivazione, la sussistenza di un interesse pubblico concreto
all’operazione da intraprendere, valutandone la sostenibilità finanziaria e dando
conto delle ragioni di vantaggio e di utilità che ne derivano, considerato il principio
di economicità che connota l’azione amministrativa e l’autonomia patrimoniale
perfetta che caratterizza le società per azioni (Corte conti, sez. controllo
Lombardia, deliberazione 24 aprile 2017 n. 106).
Non si può peraltro escludere che detto interesse possa derivare, considerando la
specifica natura delle spese liquidatorie, negli asseriti obblighi di contribuzione alle
risorse necessarie per svolgere il servizio di gestione dei rifiuti.
In una tale prospettiva le circostanze addotte dall’appellante, tese a richiamare gli
obblighi del Comune in relazione al servizio di gestioni dei rifiuti, quindi alla
gestione caratteristica, e a far discendere da essi la conseguente debenza
generalizzata delle spese liquidatorie, non sono sufficienti (senza che sia necessario
valutarne la fondatezza, peraltro non oggetto del presente giudizio, come già
puntualizzato in precedenza) ad affermare un generale obbligo di partecipazione
alle spese di liquidazione.
In disparte ogni valutazione in ordine al fatto che i costi della gestione caratteristica
N. 00026/2021 REG.RIC.
trovano titolo nello svolgimento del servizio a vantaggio della collettività di
riferimento dell’Ente locale, mentre le spese di liquidazione trovano la propria
ragion d’essere nelle esigenze di liquidazione tipiche della persona giuridica (che
non necessarimente discendono da quela gestione), la questione che si pone è che
non è consentito affermare in generale un omnicomprensivo obbligo del Comune a
corrispondere le spese liquidatorie quale discendente senza soluzione di continuità
dagli asseriti obblighi di contribuzione alla gestione caratteristica, considerati i
sopra richiamati principi di autonomia patrimoniale.
13.2. Ne deriva che non è meritevole di accoglimento la domanda appena sopra
scrutinata, nei termini nei quali è stata formulata.
14. In conclusione l’appello è parzialmente fondato mentre per la restante parte
deve essere respinto, con conseguente accoglimento parziale del ricorso
introduttivo e reiezione per la restante parte in parziale riforma della sentenza
impugnata.
15. La parziale reciproca soccombenza giustifica la compensazione delle spese del
doppio grado di giudizio.
P.Q.M.
Il Consiglio di Giustizia Amministrativa per la Regione Siciliana, in sede
giurisdizionale, definitivamente pronunciando sull’appello, come in epigrafe
proposto, lo accoglie in parte, nei termini di cui alla motivazione e per la restante
parte lo respinge, e per l’effetto, in riforma della sentenza impugnata, accoglie in
parte il ricorso introduttivo e per la restante parte lo respinge.
Spese del doppio grado di giudizio compensate.
Ordina che la presente sentenza sia eseguita dall’autorità amministrativa.
Così deciso dal C.G.A.R.S. con sede in Palermo nella camera di consiglio del
giorno 7 luglio 2021, tenutasi da remoto e in modalità telematica e con la
contemporanea e continua presenza dei magistrati:
Fabio Taormina, Presidente
N. 00026/2021 REG.RIC.
Roberto Caponigro, Consigliere
Sara Raffaella Molinaro, Consigliere, Estensore
Maria Immordino, Consigliere
Giovanni Ardizzone, Consigliere
L’ESTENSORE IL PRESIDENTE
Sara Raffaella Molinaro Fabio Taormina
IL SEGRETARIO

    ————————–
                                                                     

La società ATO CT1  Joniambiente in liquidazione ha ottenuto in appello una sentenza favorevole nei confronti dell’ex Provincia Regionale di Catania in merito ai costi di gestione delle attività svolte in questi anni. L’importanza della sentenza non è in quanto deve pagare quasi nove milioni di euro (tanto era il costo addebitatogli), quanto l’aver sancito che la ex Provincia – socio per il 10% della Società, nominava un componente nel comitato di gestione e un componente nel collegio sindacale, partecipava alle elezioni degli altri componenti e (cosa molto strana) incassava il 5% di quello che i comuni soci mettevano a ruolo per la TARSU , quasi un milione di euro l’anno – aveva l’obbligo di concorrere alle spese.
Nessuno delle altre 26 ATO della Sicilia, nonostante le nostre pressioni, hanno voluto intraprendere questa via coraggiosa e anche purtroppo la Regione, dopo aver creato tutto questo pasticcio legislativo, si è tirato ignobilmente indietro.
Di seguito la sentenza.     

2116046s

 

Ato Joniambiente, sentenza della Corte d’Appello: l’ex Provincia competente per la pulizia di spiagge e strade

 

Costituzione della Società per Azioni a partecipazione pubblica per la gestione dell’Ambito Territoriale Ottimale
( ATO CT1 ).

Nomina componenti del Consiglio di Amministrazione.
Atto stipulato in data 30 dicembre 2002 presso lo studio del notaio Carlo Saggio. 

I SOCI:

Provincia Regionale di Catania, Assessore Provinciale Salvatore Cristaldi, delegato dal Presidente Sebastiano Musumeci;

Comune di Bronte, Leanza Salvatore Sindaco;

Comune di Calatabiano, in persona del Sindaco pro tempore Maccarrone Salvatore;

Comune di Castiglione di Sicilia, in persona del Sindaco pro tempore  Cardile Concetta;

Comune di Fiumefreddo di Sicilia, in persona del Sindaco pro tempore Nucifora Sebastiano;

Comune di Giarre, in persona dell’Assessore Vitale Salvatore, giusta delega del Sindaco pro tempore Toscano Giuseppe; 

Comune di Linguaglossa, in persona del sindaco pro tempore Stagnitta Antonino Felice;

Comune di Maletto, in persona del Sindaco pro tempore Parrinello Nunzio;

Comune di Maniace, in persona del Sindaco pro tempore Conti Emilio;

Comune di Mascali, in persona dell’Assessore Maccarrone Alfio, giusta delega del Sindaco pro tempore Carota Silvestro;

Comune di Milo, in persona del Sindaco pro tempore Sessa Paolo;

Comune di Piedimonte Etneo, in persona del Sindaco pro tempore Cavallaro Giuseppe;

Comune di Randazzo, in persona del Sindaco pro tempore Del Campo Ernesto Alfonso;

Comune di Riposto, in persona del Sindaco pro tempore D’Urso Carmelo;

Comune di Sant’Alfio, in persona del Sindaco pro tempore Patti Leonardo;  

 

                Componenti del Consiglio di Amministrazione, nominati dai Soci, per il primo triennio:

Spampinato Mario, presidente
Tomarchio Salvatore, vice presidente

Di Maria Orazio, consigliere
Pavone Giovanni, consigliere
Rubbino Francesco, consigliere
Spartà Salvatore, consigliere
Vasta Gianni, consigliere

Componenti il Collegio Sindacale, nominati dai Soci, per il primo triennio:
Bonaccorsi Roberto, presidente; Barbagallo Salvatore, sindaco effettivo; Caprino Campana Gaetano, sindaco effettivo Scaglione Antonio, sindaco supplente;  Caruso Paolo, sindaco supplente.

 

 

 

Contenzioso con il Comune Socio di Randazzo.

Nel 2016 a seguito di reiterate critiche contro la Società Joniambiente in seno al Consiglio Comunale al fine di poter chiarire la situazione economica e gestionale tra la Società  e il  Comune Socio Randazzo  ( Gli altri Comuni Soci, invece, ci convocavano per un Incontro Istituzionale e in quella sede veniva chiarito l’eventuale contenzioso ) fu inviato il documento che segue:

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Come per incanto le critiche sparirono. Ci siamo augurati che da parte del Governo della Città si fosse finalmente capito che l’ATO era stata una risorsa e non una negatività. (Certamente cose perfette è difficile che ce ne siano ! ).

Il 20 novembre 2020, a seguito di una sentenza del tribunale di Ct che permetteva al comune di Randazzo di poter uscire dall’ATO e conseguentemente di non più pagare le quote relative alle spese per la liquidazione per il prossimo futuro ( per il passato il Comune resta sempre debitore per quasi 2 milioni di euro), Il sindaco Francesco Sgroi posta sulla sua pagina F.B. :

 


&nbsp
Sconcertati per questo annuncio abbiamo inviato una lettera al Sindaco, agli Assessori e all’intero Consiglio Comunale affinchè fosse rettificato quanto dichiarato perchè  palesemente falso e oltremodo ingiurioso per la Società Joniambiente e i suoi Amministratori ( il Collegio dei Liquidatori, il Collegio Sindacale, ed il Revisore dei Conti). 
 

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La lettera, in breve sintesi, afferma quanto segue:

   –   Il Comune dal 30 settembre 2013 ad oggi, per le spese della gestione della liquidazione, ha versato alla Società Joniambiente 0 (zero) euro.
   –   Il 5 dicembre 2014 il Comune ha versato alla Società euro 627.390,10  per il Servizio di Igiene Pubblico effettuato dal 1 febbraio 2006 al 30 settembre 2013. Restano  ancora da pagare quasi 2 (due) milioni di euro.
   –   Per la complessa gestione della Liquidazione ( si gestisce 20 milioni di massa passiva e altrettanti 20 milioni di massa attiva)  la quota che il Comune dovrebbe pagare annualmente ai due liquidatori e di euro 2.400,00  (cento euro al mese). 
   –   Dal momento che il Comune non ha versato un euro e quindi avendo la disponibilità di queste somme è lecito chiedersi: quali servizi ha dato ai Cittadini Randazzesi !!??
   –   La Società Joniambiente nell’espletamento del servizio ha fatto risparmiare al Comune di Randazzo più di 500 mila euro. 
 
Attesi inutilmente oltre 2 mesi e non avendo ricevuto alcuna risposta e costatando che il post non è stato rimosso, siamo stati costretti, nostro malgrado, ad adire per le vie legali.

Una nota personale: da oltre 50 anni espleto attività pubblica con incarichi politici e amministrativi e non ho mai querelato nessuno.

Oggi sono stato costretto a farlo in quanto non si può permettere che il massimo rappresentante della nostra Città faccia dichiarazione pubbliche palesemente false ed ingiuriose nei confronti di una società pubblica e dei suoi amministratori dove il Comune di Randazzo è socio.

 

 

STORIA DELLE ATTIVITA’ DELLA  SOCIETA’ JONIAMBIENTE SPA  ATO CT1

ANNO 2006

L’anno 2006 è stato per la Società  quello dell’inizio del servizio e come tale è stato denso di attività che sono state caratterizzate da una serie di vicende importanti per la vita di tutti i Comuni soci.

Il primo elemento importante è stato il passaggio del personale che prestava servizio nelle precedenti gestioni comunali. Con il 1° di febbraio è partito il servizio e la fase successiva di avvio è stata densa di impegni per la Società e per i Comuni stessi, tutti protesi nello sforzo di ridurre al minimo i disagi di una gestione che doveva mettere assieme diversi cantieri di lavoro e diverse abitudini nelle varie realtà del nostro Ambito territoriale

Il  cosiddetto “Piano Nido” (una puntuale, minuziosa analisi del servizio, sulla scorta dei primi mesi di lavoro, completa di direttive ed indicazioni per l’espletamento dei vari servizi), ha ottenuto risultati significativi che hanno quasi azzerato i disservizi.

Sono stati curati i vari iter amministrativi dei finanziamenti ottenuti per il completamento delle infrastrutture necessarie all’espletamento del servizio di gestione integrata dei rifiuti ( CCR nei vari Comuni e finanziamenti per l’acquisto di attrezzature necessarie).

Una serie di azioni importanti sono state intraprese al fine di fornire all’esterno ( agli utenti ) le notizie necessarie per un corretto utilizzo di tutti i servizi offerti e  al fine di accrescere all’interno, il “know-how” della Società;

In ottemperanza a quanto previsto dal piano di comunicazione si è proceduto alla realizzazione del logo societario. La formula scelta è stata quella del concorso d’idee.

In esecuzione a quanto previsto dal piano di comunicazione sono stati realizzatati n. 10.000 ecocalendari su carta riciclata con tutte le informazioni necessarie agli utenti per quanto attiene la raccolta differenziata.

E’ stato pubblicato il sito internet societario con il seguente nome di dominio: www.atoct1joniambiente.it.

Si è proceduto a stipulare un’apposita convenzione di Stage con l’Università di Catania. Tale convenzione ha previsto la possibilità per laureandi e laureati di svolgere attività di tirocinio formativo presso le strutture della società.

 

   

 

ANNO 2007

Il 2007 ha rappresentato per la società il II° anno di attività nel settore ed è stato caratterizzato dal consolidamento dell’esperienza acquisita durante il I° anno.

Tale esperienza ci ha permesso di ridurre gli errori dovuti alla inevitabile inesperienza ed alla complessità della gestione di un appalto in 14 Comuni con tipologie diverse sia dal punto di vista architettonico, che urbanistico, che orografico (mare – montagna) con peculiarità proprie e specifiche che vanno dalla vocazione agricolo-naturalistica a quella commerciale-turistica.

Ognuna di queste realtà  si è  tradotta in richieste di servizio personalizzate che hanno trovato pronta risposta in tutti quei comuni che avevano, ed hanno, personale già abituato ed educato alle abitudini ed alle aspettative della propria comunità.

A complicare fin dall’inizio dell’anno la già difficile situazione, è intervenuta una legge regionale, la 2\07, che ha previsto la riduzione degli ATO essenzialmente su base provinciale ed ha lasciato in un clima di incertezza  e di confusione tutti gli ambiti territoriali, chiamati ad una serie di adempimenti e di modifiche, non meglio specificate, che dovevano portare ad una razionalizzazione della spesa con varie misure che poi, sostanzialmente, per noi si sono tradotte nella riduzione del numero dei componenti del CdA.

A seguito dell’annullamento della gara per l’affidamento dei servizi di igiene urbana nell’ATO-CT1 svoltasi nel novembre 2005, con la collaborazione degli altri settori, e senza l’ausilio di collaborazioni esterne, si è proceduto alla redazione del nuovo Progetto dei Servizi di igiene ambientale,con relativo Bando di Gara e Capitolato Speciale di Appalto, da sottoporre all’esame del Cd.A. della Società.

In particolare si è proceduto all’immane lavoro di censimento di tutte le strade, piazze e spazi pubblici di tutti i centri urbani dell’ambito territoriale CT1, alla puntuale analisi della produttività oraria di uomini e mezzi e allo studio di modalità e percorsi per ottimizzare il servizio. Particolare attenzione è stata posta alla redazione del C.S.A. per evitare difformi interpretazioni e future controversie.

E’ stata quasi completata la collocazione dei contenitori e dei cestini gettacarta.

Nel periodo estivo sono stati collocati contenitori per la raccolta differenziata presso i lidi.

E’ stato concordato con la ditta Aimeri il programma definitivo di raccolta differenziata e raccolta beni durevoli ed ingombranti in ogni singolo Comune.

Tale programma è stato propedeutico per la stesura del pieghevole di informazione inviato nel mese di dicembre ai cittadini.

Per ogni Comune sono stati predisposti gli elenchi di tutte le attività non domestiche esistenti sul territorio. Ciò al  fine di poter predisporre dei “giri di raccolta” per quanto attiene  la  raccolta differenziata presso tali  attività, attraverso un progetto specifico finalizzato all’incremento delle percentuali di raccolta differenziata.

Dalla fine del mese di Novembre è attivo il numero verde di Joniambiente  800 911 303.

Un servizio utile per i cittadini e anche per l’Ufficio che, giornalmente, prima dell’attivazione del citato servizio, doveva con il poco personale a disposizione rispondere alle telefonate, registrare le prenotazioni e le segnalazioni ed inviarle alla ditta Aimeri.

L’impegno, però, non è finito, in quanto ogni giorno l’Ufficio provvede a scaricare le “e-mail” inviate dal numero verde e controllare che i report sull’espletamento del servizio, trasmessi dalla ditta Aimeri,  corrispondano con quelli trasmessi dal numero verde.

Inoltre l’ufficio provvede a verificare che i report mensili di riepilogo siano corretti e corrispondano al servizio realmente espletato dalla ditta Aimeri.

Un momento molto importante, soprattutto in un ottica futura è la sensibilizzazione nelle scuole.

Il progetto “Scuola-isola ecologica” ha coinvolto nel corso dell’anno scolastico 2006-2007 circa 3.000 alunni dei Comuni di Bronte, Fiumefreddo, Giarre, Maletto, Maniace, Mascali, Piedimonte Etneo, Randazzo. Nell’anno scolastico 2007-2008 gli incontri sono continuati presso i Comuni di Calatabiano (novembre), Riposto (dicembre).

Infine, possiamo osservare che le percentuali di raccolta sono notevolmente aumentate (vedi grafico n. 1), soprattutto quelle relative alla  frazione secca (vedi grafico n. 2).

 

 A tal proposito si evidenzia che i dati nel 2007 ci  hanno  consentito di essere inclusi tra i sei ATO più virtuosi della Sicilia da parte di COMIECO.

 

Nel corso del 2007 sono state espletate tutte le procedure per l’affidamento dei lavori di costruzione dei C.C.R. di Maletto e Bronte, si è conclusa con il collaudo finale la fornitura per l’attrezzature per la raccolta differenziata, sono stati rimossi gli ostacoli che impedivano la conclusione dei lavori del C.C.R. di Riposto e si è collaborato con il Comune di Bronte per l’individuazione di un’area per l’insediamento di un impianto per il trattamento della frazione secca e di un area per la costruzione di una discarica comprensoriale per i rifiuti indifferenziati.

 Anche il 2008 per il settore degli A.T.O. rifiuti si è assistito ad una serie di iniziative parlamentari e di disegni di legge tendenti a riformare il sistema degli A.T.O. in Sicilia, senza peraltro giungere ad alcuna risoluzione definitiva. Tale atmosfera di precarietà continua ci ha fatto operare con ancora più prudenza e con l’obiettivo di non gravare ulteriormente le casse dei Comuni di alcuna iniziativa che non fosse necessaria e dettata da obblighi istituzionali. Nonostante ciò, il nostro A.T.O. è sicuramente da annoverare tra gli A.T.O. virtuosi della nostra Regione, anche se le modifiche regolamentari dell’Agenzia Regionale, che hanno cambiato in corsa le regole per la classificazione degli A.T.O. virtuosi, ci hanno collocato solo nella fascia dei papabili.

L’iniziativa più importante che i nostri uffici hanno portato avanti, seppur nel clima di incertezza sopra accennato, è la predisposizione di un C.S.A. che mira a consolidare gli standards di servizio fino adesso raggiunti  e a non disperdere e a non vanificare il livello di cultura ambientale già raggiunto dalle nostre popolazioni. 

 

Andamento della gestione

 

Sin dalla sua costituzione, per la Joniambiente S.p.A, le attività di comunicazione hanno assunto una indiscussa centralità, riscontrabile direttamente nel territorio dei 14 comuni dell’A.T.O. CT 1.

Giova ricordare alcune iniziative degli anni precedenti a beneficio degli Amministratori che si sono insediati a seguito delle elezioni del 2008.

Già a  partire dal 2006, infatti, sono stati attivati, attraverso l’analisi del contesto                         socio-economico, processi di verifica tesi alla costruzione di un rapporto diretto e trasparente con l’utenza, e a seguire tutta una serie di interventi  quali:

  • la divulgazione dei numeri utili della società e l’avvio del servizio informazioni;
  • gli incontri di sensibilizzazione nelle scuole;
  • la distribuzione capillare di volantini tesi ad incrementare la raccolta differenziata realizzati ad hoc per ciascuno dei 14 comuni soci;
  • la collaborazione con le associazioni di volontariato;
  • la realizzazione dei primi gadget (es. EcoCalendario).

A partire dal 2007 si aggiungono, alle precedenti, nuove azioni di sensibilizzazione, in particolare: 

  • l’attivazione del numero verde e del sito internet;
  • l’indagine telefonica di customer satisfaction;
  • Il recapito (tramite il servizio di Posta Target) a ben 400 utenze di un depliant sulla raccolta differenziata contenente tutte le istruzioni per differenziare i rifiuti nonché i giorni e gli orari  del servizio raccolta porta a porta parallelamente alla distribuzione di un pieghevole analogo rivolto, invece, alle attività produttive.

L’ anno 2008, però, ha registrato una significativa intensificazione delle attività di comunicazione, dal momento che numerose azioni sono scaturite dal lancio di tre importanti iniziative cha hanno trovano ampia pubblicizzazione tramite diversi mass media :

  • la I Edizione del Concorso Ricicla in Arte;
  • La campagna di sensibilizzazione “EcoEstate”;
  • Il progetto “EcoNatale 2008”.

la I Edizione del  Concorso “Ricicla in Arte” si è rivolta alle scuole primarie e secondarie di 1° grado ricadenti nell’Ambito Territoriale Ottimale CT1 registrando circa 1.800 adesioni. Il successo dell’iniziativa nel sensibilizzare le nuove generazioni e le famiglie intervenute è stato sicuramente sancito dal record di presenze registrate in occasione delle Giornate Ecologiche, tenutesi nelle piazze dei diversi comuni partecipanti, nonché in occasione della Festa dell’Ambiente che ha visto riuniti a Giarre gli alunni di tutti gli Istituti partecipanti con genitori al seguito per premiare e festeggiare i vincitori del concorso;

La campagna di sensibilizzazione “EcoEstate” ha promosso la raccolta differenziata sulle spiagge dei comuni etnei dell’A.T.O. CT 1 sensibilizzando e coinvolgendo  bagnanti e turisti attraverso una serie di interventi mirati quali: l’installazione di “EcoPoint” (appositi contenitori per la raccolta differenziata) nei lidi, sul lungomare e nelle spiagge libere; la collocazione di n. 5 Infopoint sul lungo mare Riposto – Calatabiano per la distribuzione di sacchetti, gadget e materiale divulgativo (Eco Ventagli e Riciclamente),  e l’organizzazione dell’EcoAquilonata, evento che, avendo registrato un considerevole numero di presenze, ha consentito di raggiungere in un’unica soluzione target  differenti. Nell’ambito della medesima iniziativa vanno annoverate, inoltre,  la presenza di stand informativi in occasione di sagre e manifestazioni (tenutesi nei comuni di Bronte, Fiumefreddo di Sicilia, Maletto, Maniace, Milo, Piedimonte Etneo, Randazzo e  Riposto) e le manifestazioni itineranti “ArteAmbiente” tenuti da artigiani specializzati sul riutilizzo dei materiali;

L’EcoNatale 2008, progetto dai profondi significati pedagogici e didattici in tema di cultura ambientale, ha avuto come principali destinatari circa 10.000 alunni delle scuole dell’infanzia e primarie dell’Ambito Territoriale Ottimale CT1, attraverso i quali il le famiglie hanno ricevuto il Kit natalizio, appositamente realizzato da  Joniambiente,  contenente gadget e materiale divulgativo (Eco Calendario ’09, Depliant sulla RD dei rifiuti umidi organici, l’album da colorare EcoColora, Il Grande Gioco del Riciclo…).

Nel corso della programmazione ordinaria dell’anno 2008, indipendentemente dalle suddette iniziative,  meritano inoltre di esser e ricordate :

  • la stipula della convenzione (tra le prime su l’intero territorio nazionale) per la raccolta differenziata dei contenitori per bevande in TetraPak;
  • la presentazione all’A.R.R.A. del nuovo Piano di Comunicazione per il biennio 2009-2010 (con la richiesta di un finanziamento pari a circa € 1.900.000,00) all’interno del quale è stato riservato un posto di assoluto rilievo a tutti gli interventi destinati a: incrementare le percentuali di RD, ridurre i rifiuti alla fonte, mettere a punto sistemi per il calcolo dei conferimenti nella prospettiva di offrire agevolazioni fiscali ai cittadini virtuosi;
  • la richiesta di un contributo all’A.R.R.A. da destinare alla formazione del personale degli Enti locali operanti nel settore ambientale nonché ad interventi di sensibilizzazione ambientale nelle scuole.

L’anno 2008 ha visto l’Ing. Giulio Nido responsabile del Settore Tecnico della Società particolarmente impegnato nella progettazione e gestione dei LL.PP..

Nel corso dell’anno sono stati redatti e presentati all’Agenzia Regionale per i Rifiuti e le Acque per acquisirne il finanziamento i seguenti progetti:

  1. Costruzione di un impianto di selezione e pressatura nella contrada Margiogrande presso l’ex discarica dei R.S.U. – Comue di Bronte;
  • Importo: €. 3.500.000,00;
  • Progettazione: Settore Tecnico della Società “Joniambiente S.p.A.” in collaborazione con i tecnici del Comune di Bronte;
  1. Progetto per la realizzazione di un centro comunale per la raccolta differenziata dei rifiuti, nell’area dell’ex depuratore Comune di Milo;
  • Importo: € 237.634,00;
  • Progettazione: Settore Tecnico della Società “Joniambiente S.p.A.”;
  1. Progetto per la realizzazione di un centro comunale per la raccolta differenziata dei rifiuti da realizzarsi nel Comune di Piedimonte Etneo;
  • Importo: €. 546.000,00;
  • Progettazione: Settore Tecnico della Società “Joniambiente S.p.A.” in collaborazione con i tecnici del Comune di Bronte;
  1. Progetto per la realizzazione di un impianto di smaltimento RAEE in Randazzo;
  • Importo: € 2.300.000,00;
  • Progettazione: Settore Tecnico della Società “Joniambiente S.p.A.”;
  1. Progetto per la realizzazione di un centro comunale per la raccolta differenziata dei rifiuti, da ubicarsi in via Etna – Comune di S. Alfio;
  • Importo: € 501.882,05;
  • Progettazione: Tecnici del Comune di S. Alfio assistiti dal settore tecnico della Società “Joniambiente S.p.A.”;
  1. Progetto di adeguamento delle isole ecologiche nell’A.T.O.CT1 (Calatabiano, Castiglione di Sicilia, Fiumefreddo di Sicilia, Maletto, Mascali, Piedimonte Etneo, S. Alfio);
  • Importo: € 99.060,00;
  • Progettazione: Settore Tecnico della Società “Joniambiente S.p.A.”;
  1. Progetto per acquisto attrezzature raccolta differenziata frazione umida;
  • Importo: € 941.840,00;
  • Progettazione: Settore Tecnico della Società “Joniambiente S.p.A;
  1. Progetto per acquisto attrezzature informatizzazione centri comunali di raccolta;
  • Importo: € 538.142,00;
  • Progettazione: Germanà Antonino – Funzionario della Società “Joniambiente S.p.A;

In totale sono stati presentati progetti per un importo di € 8.664.558,05, tutti redatti dal Settore Tecnico della Società “Joniambiente S.p.A.” e/o da tecnici dei Comuni Soci.
Questa scelta ha permesso a questa Società di presentare un gran numero di proposte a costo zero.

Infatti l’Agenzia Regionale per i Rifiuti e le Acque ammette al finanziamento le competenze tecniche nella misura massima del 1,5% dell’importo delle opere, pari a quella che sarà corrisposta a finanziamento ottenuto ai tecnici che si sono occupati della progettazione e che cureranno la direzione dei lavori.

Nel caso in cui si fosse optato per l’affidamento di incarichi di progettazione e direzione dei lavori a tecnici esterni, le spese per le competenze tecniche sarebbero state di gran lunga superiori, in gran parte a carico di questa Società e da liquidare all’approvazione dei progetti anche in caso di mancato finanziamento.

Oltre alle progettazioni di cui sopra, nel corso dell’anno sono stati svolti diversi incontri con gli uffici tecnici dei Comuni Soci per illustrare il Capitolato d’appalto e tutti gli atti predisposti per il nuovo affidamento dei servizi di igiene urbana nel territorio di competenza dell’A.T.O. CT1. A seguito di detti incontri, per venire incontro alle esigenze esposti dai vari interlocutori, si è provveduto a ben tre rielaborazioni del Capitolato d’appalto fino a giungere alla stesura definitiva sulla quale gli Enti soci non hanno formulato alcuna osservazione.

Sono state inoltre espletate le seguenti gare per la realizzazione di Centri comunali di raccolta e fornitura di attrezzature:

  1. Costruzione di un centro comunale di raccolta nella c.da SS. Cristo – Area Artigianale – Comune di Bronte;
  • Importo: €. 491.339,46;
  1. Fornitura di attrezzature nella piazzola di stoccaggio per la raccolta differenziata e pavimentazione del piazzale – Comune di Randazzo;
  • Importo: €. 91.690,96;
  1. Fornitura di un complesso di attrezzature per i servizi di raccolta differenziata – Comune di Riposto;
  • Importo: €. 70.000,00;
  1. Fornitura di autoveicoli per i servizi di raccolta differenziata – Comune di Riposto;
  • Importo: €. 120.000,00;
  1. Fornitura e posa in opera di pesa a ponte per i servizi di raccolta differenziata – Comune di Riposto;
  • Importo: €. 23.500,00;
  1. Fornitura di attrezzature di n. 1 autocarro nella piazzola di stoccaggio per la raccolta differenziata e pavimentazione del piazzale – Comune di Randazzo;
  • Importo: €. 124.000,00;
  1. Fornitura di attrezzature di n. 2 cassoni scarrabili nella piazzola di stoccaggio per la raccolta differenziata e pavimentazione del piazzale – Comune di Randazzo;
  • Importo: €. 11.000,00;
  1. Fornitura di attrezzature di n. 1 nastro trasportatore nella piazzola di stoccaggio per la raccolta differenziata e pavimentazione del piazzale – Comune di Randazzo;
  • Importo: €. 30.000,00;
  1. Fornitura di attrezzature di n. 1 pressa idraulica continua nella piazzola di stoccaggio per la raccolta differenziata e pavimentazione del piazzale – Comune di Randazzo;
  • Importo: €. 108.000,00;
  1. Fornitura di automezzi e attrezzature per il centro comunale di raccolta di c.da SS. Cristo – Zona Artigianale- Comune di Bronte;
  • Importo: €. 128.548,10;

La raccolta differenziataResponsabile il Dirigente Antonino Germanà – nel 2008 ha conosciuto un  consolidamento significativo che ci ha portato a poterci candidare tra i Comuni virtuosi dell’isola e ci ha consentito di riconfermare la “Bandiera Blu” per uno dei nostri comuni soci candidati a questo prestigioso riconoscimento.

Se si analizzano le tipologie di rifiuti “più importanti” della raccolta differenziata (carta e cartone, plastica e vetro), possiamo notare, anche qui, dei risultati in costante crescita.

Se raffrontiamo i risultati a partire dall’anno 2005 (gestione dei Comuni) al 2008, possiamo notare significativi incrementi per tutte le tipologie di rifiuto. (vedi grafico)

In termini quantitativi nel 2008 sono stati raccolti oltre 1.200 tonnellate in più di imballaggi rispetto al primo anno del servizio da parte di Joniambiente.

Questi risultati hanno portato anche un riconoscimento per 7 Comuni dal nostro A.T.O. che sono entrati a far parte del Club “Comuni Virtuosi”, iniziativa promossa da COMIECO.

Ma i rifiuti raccolti in maniera differenziata non sono stati sono quelli sopracitati.

Infatti nell’anno 2008 sono stati avviati a recupero rifiuti appartenenti a ben 20 codici CER, mentre in passato venivano avviati a recupero mediamente solo 7 codici CER. 

Un’azione importante è stata avviata nel recupero dei R.A.E.E. (rifiuti apparecchiature elettriche ed elettroniche) sia per ottemperare a quanto previsto dal D.L.vo n. 151/2005, ma anche per evitare il loro abbandono indiscriminato sul territorio.

Nel mese di dicembre 2008, inoltre, sono state attivate le procedure per adempiere a quanto previsto dal D.L.vo n. 36/2003 e sue modifiche ed integrazioni (riduzione dello smaltimento in discarica dei rifiuti urbani biodegradabili).

E’  doveroso a conclusione dell’anno un ringraziamento a tutti coloro che hanno collaborato con la Società, dai nostri tre Dirigenti che da soli hanno guidato le linee programmatiche della Società, ai loro collaboratori che li hanno sostenuti materialmente e quotidianamente nelle varie attività.

Sono riusciti a dimostrare brillantemente che in pochi si può gestire una società con coscienza e semplicemente facendo il proprio dovere quotidiano.

Un ringraziamento particolare al Collegio dei Sindaci della Società che ci hanno controllato ma anche guidato e sostenuto nelle nostre decisioni più complicate evitando spesso di spingerci nel terreno dei facili entusiasmi dettati dalla buona volontà e dalla voglia di fare.

Infine sento il dovere di ringraziare anche la ditta che gestisce il servizio che, seppur tra mille incomprensioni e contrasti anche quotidiani, ci ha permesso di garantire una continuità di gestione nonostante alcuni dei nostri Soci non abbiano versato regolarmente le quote di partecipazione per evidenti difficoltà interne, a volte anche storiche.

Immobilizzazioni immateriali

Le immobilizzazioni immateriali sono pari a €  30.333,00  (€  44.868,00  nel precedente esercizio).

La composizione ed i movimenti delle singole voci sono così rappresentati:

 

Descrizione Costo storico es. pr. Rivalutaz. es. pr. Svalutaz. es. pr. F.do ammort. es. pr. Valore iniziale
Costi di impianto e di ampliamento 11.700 0 0 11.700 0
Piano Comunicazione “EcoNatale” 0 0 0 0 0
Totali 11.700 0 0 11.700 0

 

Descrizione Acquisiz. / Capitalizz. Alienazioni Riclassif.(a)/da altre voci Svalut./Ripr. valore dell’es. Rivalutazioni dell’esercizio
Costi di impianto e di ampliamento 0 0 0 0 0
Piano Comunicazione “EcoNatale” 30.333 0 0 0 0
Totali 0 0 0 0 0

 

Descrizione Ammortamenti Totale rivalutaz. es. corr. Totale svalutaz. es. corr. F.do ammort. es. corr. Valore finale
Costi di impianto e di ampliamento 0 0 0 11.700 0
Piano Comunicazione “EcoNatale” 0 0 0 0 30.333
Totali 0 0 0 11.700 30.333

 

Immobilizzazioni materiali

Le immobilizzazioni materiali sono pari a € 1.641.739,00  (€ 911.442,00  nel precedente esercizio).

La composizione ed i movimenti delle singole voci sono così rappresentati:

 

Descrizione Costo storico es. pr. Rivalutaz. es. pr. Svalutaz. es. pr. F.do ammort. es. pr. Valore iniziale
Altri beni 6.430 0 0 680 5.750
C.c.r. ed  attrezzatura da Finanz.Reg.le 1.002.372 0 0 96.680 905.692
Totali 1.008.802 0 0 97.360 911.442

 

Descrizione Acquisiz. / Capitalizz. Alienazioni Riclassif.(a)/da altre voci Svalut./Ripr. valore dell’es. Rivalutazioni dell’esercizio
Altri beni 87.026 0 0 0 0
C.c.r. ed  attrezzatura da Finanz.Reg.le 653.961 0 0 0 0
Totali 740.987 0 0 0 0

 

Descrizione Ammortamenti Totale rivalutaz. es. corr. Totale svalutaz. es. corr. F.do ammort. es. corr. Valore finale
Altri beni 10.690 0 0 11.370 82.086
C.c.r. ed  attrezzatura da Finanz.Reg.le 0 0 0 0 1.559.653
Totali 10.690 0 0 11.370 1.641.739

 

 

Evoluzione prevedibile della gestione

 

Come accennato in premessa il sistema degli A.T.O.  in Sicilia è oggetto di una profonda rielaborazione legislativa che porterà a soluzioni diverse dall’attuale sui cui risultati nessuno può oggi pronunciarsi.

La preoccupazione principale, che gli amministratori pubblici del nostro Ambito dovrebbero avere per il futuro, sarà quella di non disperdere il patrimonio culturale di rispetto verso l’ambiente che si è creato nei nostri concittadini e che ha visto una risposta massiccia e convinta alle nostre iniziative nelle scuole e durante l’estate lungo le nostre spiagge.

Fondamentale per le nostre popolazioni sarà il mantenimento dei confini del nostro ambito territoriale per continuare a condividere la cultura e le abitudini di un servizio che sta crescendo di anno in anno.

Anche il 2009 per il settore degli ATO rifiuti si è assistito ad una serie di iniziative parlamentari e di disegni di legge tendenti a riformare il sistema degli ATO in Sicilia, senza peraltro giungere ad alcuna risoluzione definitiva. Tale atmosfera di precarietà continua ci ha fatto operare con ancora più prudenza e con l’obiettivo di non gravare ulteriormente le casse dei Comuni di alcuna iniziativa che non fosse necessaria e dettata da obblighi istituzionali.

L’iniziativa più importante che i nostri uffici hanno portato avanti, seppur nel clima di incertezza sopra accennato, è la predisposizione di tutti gli atti necessari per bandire la nuova gara per l’affidamento del servizio igiene urbana nell’ATO-CT1. Il nuovo CSA posto a base della gara, pur nel rispetto delle direttive ricevute dall’Assemblea dei Soci di contenere i costi, ha previsto modalità innovative di svolgimento dei servizi. La raccolta dei rifiuti in tutti i centri urbani passa al sistema integrato porta a porta con l’eliminazione dei cassonetti stradali. Secondo gli studi effettuati dai nostri uffici, il nuovo sistema di raccolta, farà aumentare decisamente le percentuali di raccolta differenziata.

 

Andamento della gestione

 

Sin dalla sua costituzione, per la Joniambiente S.p.A, le attività di comunicazione hanno assunto una indiscussa centralità, riscontrabile direttamente nel territorio dei 14 Comuni con la Provincia Regionale di Catania  dell’A.T.O. CT 1.

Giova ricordare alcune iniziative svolte nel corso del 2009:

  • La continuità nella divulgazione dei numeri utili della società , nel servizio informazioni e segnalazioni fornito dal Numero Verde, nell’indagine telefonica di customer satisfactione e nell’aggiornamento del sito internet;
  • La distribuzione capillare di materiale divulgativo sulla raccolta differenziata alle utenze domestiche (ad hoc per ciascuno dei 14 comuni soci);
  • La realizzazione di incontri di sensibilizzazione nelle scuole, di incontri pubblici e di manifestazioni di sensibilizzazione (EcoPiazze, Festa dell’Ambiente, EcoAquilonata);
  • L’affissione programmata di manifesti informativi in tutti gli Enti soci;
  • La collaborazione con le associazioni di volontariato;
  • La realizzazione e la distribuzione di gadget (es. EcoCalendario, Ecopen, varie edizioni della rivista Riciclamente).
  • Il ricorso ad Acquisti Verdi mediante la scelta di prodotti e servizi ecosostenibili.

L’ anno 2009 , inoltre, ha registrato sia la riproposizione di campagne di sensibilizzazione già avviate sia il lancio di nuove.
Tra le prime ricordiamo:

  • La II Edizione del Concorso Ricicla in Arte;
  • La campagna di sensibilizzazione “EcoEstate”;

Tra le seconde:

  • La campagna di sensibilizzazione “Il Magico Mondo di Verino il Burattino”;
  • Il progetto “EcoPresepe 2009”.

 

La II Edizione del  Concorso Ricicla in Arte si è rivolta alle scuole primarie e secondarie di 1° grado ricadenti nell’ambito territoriale ottimale Ct 1 registrando circa 3000 adesioni. Il successo dell’iniziativa nel è stato sicuramente sancito dal record di presenze registrate in occasione delle Ecopiazze e della Festa dell’Ambiente che ha visto riuniti alunni, famiglie e comuni cittadini.

La campagna di sensibilizzazione “EcoEstate” ha promosso la raccolta differenziata sulle spiagge dei comuni etnei dell’A.T.O. CT 1 attraverso una serie di interventi mirati quali: l’installazione di EcoPoint nei lidi; la collocazione di n. 3 Infopoint sul lungo mare Riposto- Calatabiano per la distribuzione di sacchetti, gadget e materiale divulgativo (Eco Ventagli e Riciclamente)  e l’organizzazione dell’EcoAquilonata. Nell’ambito della medesima iniziativa vanno annoverate, inoltre,  la presenza di stand informativi in occasione di sagre e manifestazioni (tenutesi nei comuni di Bronte e Randazzo) e il laboratorio creativo sul riutilizzo dei materiali di scarto tenuto da artigiani specializzati.

La partecipazione al tour di sensibilizzazione itinerante “Il Magico Mondo di Verino” promossa da Corepla ha fatto tappa a Fiumefreddo di Sicilia il 16 giungo coinvolgendo i più piccoli in attività di sensibilizzazione al riciclo delle bottiglie in PET.

L’EcoPresepe 2009, ha avuto come principali destinatari circa 10.000 alunni delle scuole dell’infanzia e primarie dell’ambito territoriale ottimale CT 1, impegnati nella realizzazione di presepi con materiali di scarto. Dall’iniziativa sono risultate vere e proprie opere d’arte frutto della straordinaria creatività dei più piccoli. Contestualmente sono stati distribuiti agli Istituti scolastici, agli Enti soci, alle utenze non domestiche e a tutti i richiedenti gli Ecocalendari 2010.

L’anno 2009 ha visto il Settore Tecnico della Società particolarmente impegnato nella realizzazione e gestione di LL.PP..

Nel corso dell’anno sono stati realizzati le seguenti opere e forniture:

  1. Costruzione di un centro comunale di raccolta nella c.da SS. Cristo – Area Artigianale – Comune di Bronte;
  • Importo: €. 491.339,46;
  1. Fornitura di attrezzature nella piazzola di stoccaggio per la raccolta differenziata e pavimentazione del piazzale – Comune di Randazzo;
  • Importo: €. 91.690,96;
  1. Fornitura di un complesso di attrezzature per i servizi di raccolta differenziata – Comune di Riposto;
  • Importo: €. 70.000,00;
  1. Fornitura di autoveicoli per i servizi di raccolta differenziata – Comune di Riposto;
  • Importo: €. 120.000,00;
  1. Fornitura e posa in opera di pesa a ponte per i servizi di raccolta differenziata – Comune di Riposto;
  • Importo: €. 23.500,00;
  1. Fornitura di attrezzature di n. 1 autocarro nella piazzola di stoccaggio per la raccolta differenziata e pavimentazione del piazzale – Comune di Randazzo;
  • Importo: €. 124.000,00;
  1. Fornitura di attrezzature di n. 1 nastro trasportatore nella piazzola di stoccaggio per la raccolta differenziata e pavimentazione del piazzale – Comune di Randazzo;
  • Importo: €. 30.000,00;
  1. Fornitura di attrezzature di n. 1 pressa idraulica continua nella piazzola di stoccaggio per la raccolta differenziata e pavimentazione del piazzale – Comune di Randazzo;
  • Importo: €. 108.000,00;
  1. Fornitura di automezzi e attrezzature per il centro comunale di raccolta di c.da SS. Cristo – Zona Artigianale- Comune di Bronte;
  • Importo: €. 128.548,10;
  1. Completamento e adeguamento del centro comunale di raccolta nel Comune di Maletto;

 

Oltre ai progetti realizzati i nostri uffici hanno lavorato alla stesura dei progetti esecutivi relativi alle progettazioni definitive e di massima presentati all’ARRA negli anni precedenti. Tutti i progetti sono stati redatti dal Settore Tecnico della Società “Joniambiente S.p.A.” e/o da tecnici dei Comuni soci. Questa scelta ha permesso ha questa Società di presentare un gran numero di proposte a costo zero.

Infatti l’Agenzia Regionale per i Rifiuti e le Acque ammette al finanziamento le competenze tecniche nella misura massima del 1,5% dell’importo delle opere, pari a quella che sarà corrisposta a finanziamento ottenuto ai tecnici che si sono occupati della progettazione e che cureranno la direzione dei lavori.

Nel caso in cui si fosse optato per l’affidamento di incarichi di progettazione e direzione dei lavori a tecnici esterni, le spese per le competenze tecniche sarebbero state di gran lunga superiori, in gran parte a carico di questa Società e da liquidare all’approvazione dei progetti anche in caso di mancato finanziamento.

La raccolta differenziata nell’anno 2009 ha confermato gli stessi dati dell’anno 2008. Oltre alla riconferma della bandiera blu per il Comune di Fiumefreddo di Sicilia, sono entrati a far parte dei Comuni virtuosi, per quanto riguarda la raccolta della carta, ben 7 Comuni del nostro ATO (Bronte, Fiumefreddo di Sicilia, Giarre, Maletto, Maniace, Mascali, Sant’Alfio.

Inoltre nell’anno 2009, a seguito attivazione del servizio di raccolta della frazione organica presso le utenze non domestiche, sono state avviate agli impianti di compostaggio 2.031 tonnellate di rifiuti.

E’ continuata la raccolta degli ingombranti, attraverso le prenotazioni presso il numero verde 800 911 303.
Con questo servizio è stato contenuto il fenomeno dell’abbandono indiscriminato di tali rifiuti sul territorio. Sono stati avviati a recupero circa 1.000 tonnellate di rifiuti.

Complessivamente, escludendo i conferimenti diretti presso i centri comunali di raccolta, nei 14 Comuni facenti parte del nostro ATO, sono stati effettuati nel corso dell’anno 2009 n. 6.499 ritiri. 

Vedi tabelle allegate:

Tabella 1^ – “ Dati Riepilogo R.R.U – R.D. 2009”;

Tabella 2^ – “ Raffronto dati ingombranti 2005-2009”.

 

E’ doveroso a conclusione dell’anno un ringraziamento a tutti coloro che hanno collaborato con la Società, dai nostri tre Dirigenti:
Ing. Giulio Nido Responsabile Settore Tecnico, il dr. Franco Musso  Responsabile bilancio finanze, personale, e affari generali, il Sig. Antonino Germanà  Responsabile della Raccolta Differenziata, trasmissioni dati tempo per tempo all’Assessorato Energia ed Ambiente dei dati e contati con i Consorzi di filiera (CONAI –  COMIECO – CO.RE.VE. – COREPLA – CIAL – RICREA – RILEGNO  ecc….)
che da soli hanno guidato le linee programmatiche della Società, ai loro collaboratori che li hanno sostenuti materialmente e quotidianamente nelle varie attività.

Sono riusciti a dimostrare brillantemente che in pochi si può gestire una società con coscienza e semplicemente facendo il proprio dovere quotidiano.

Un ringraziamento particolare al Collegio Sindacale della Società che ci hanno controllato ma anche guidato e sostenuto nelle nostre decisioni più complicate evitandoci spesso di spingerci nel terreno dei facili entusiasmi dettati dalla buona volontà e dalla voglia di fare.

Infine sento il dovere di ringraziare anche la ditta che gestisce il servizio che, seppur tra mille incomprensioni e contrasti anche quotidiani, ci ha permesso di garantire una continuità di gestione nonostante alcuni dei nostri soci non hanno versato regolarmente le quote di partecipazione per evidenti difficoltà interne, a volte anche storiche.

Immobilizzazioni immateriali

Le immobilizzazioni immateriali sono pari a €  0 (€  30.333   nel precedente esercizio).

La composizione ed i movimenti delle singole voci sono così rappresentati:

 

Descrizione Costo storico es. pr. Rivalutaz. es. pr. Svalutaz. es. pr. F.do ammort. es. pr. Valore Finiale
Costi di impianto e di ampliamento 11.700 0 0 11.700 0
Totali 11.700 0 0 11.700 0

Immobilizzazioni materiali

Le immobilizzazioni materiali sono pari a € 2.114.230  (€ 1.641.739  nel precedente esercizio).

La composizione è così rappresentata:

 

Descrizione Costo
C.c.r. raccolta differenziata finanziamento regionale 1.324.343
Attrezzatura finanziamento regionale 992.716
Altri beni 111.712
Totali 2.428.771
Fondo ammortamento – 314.541
Totale immobilizzazioni materiali (II) 2.114.230

 

Evoluzione prevedibile della gestione

 

Come accennato in premessa il sistema degli ATO in Sicilia è oggetto di una profonda rielaborazione legislativa che porterà a soluzioni diverse dall’attuale sui cui risultati nessuno può oggi pronunciarsi.

La preoccupazione principale, che tutti gli amministratori pubblici di questo nostro ambito dovremo avere per il futuro, sarà quella di non disperdere il patrimonio culturale di rispetto verso l’ambiente che si è creato nei nostri concittadini e che ha visto una risposta massiccia e convinta alle nostre iniziative nelle scuole e durante l’estate lungo le nostre spiagge.

Fondamentale per le nostre popolazioni sarà il mantenimento dei confini del nostro ambito territoriale per continuare a condividere la cultura e le abitudini di un servizio che sta crescendo di anno in anno.

Si da atto che in ottemperanza al comma 1 dell’art.19 della L.r. 9/2010 del 08/04/2010, la società è stata posta in liquidazione pur continuando a svolgere il relativo servizio, il tutto nelle more di nuove disposizioni che disciplinino il passaggio al nuovo soggetto giuridico.

Nell’anno 2010, finalmente, dopo varie iniziative parlamentari e disegni di legge tendenti a riformare il sistema degli ATO in Sicilia, la Regione ha dato vita alla riforma degli ATO rifiuti.

In particolare l’Assemblea della Regione Siciliana ha approvato e pubblicato la Legge Regionale 8 aprile 2010 n°9, unitamente alle conseguenti Circolari illustrative. Tale novella legislativa, che ha come obiettivo finale generale la riforma del vecchio piano e la introduzione Del Nuovo Piano Regionale Di Gestione Dei Rifiuti, nel disporre la modifica degli ambiti territoriali ottimali esistenti con la riduzione da 27 a 10 ATO (art.5 L.R.9/2010 citata), prevede la cancellazione degli ATO esistenti, attraverso la obbligatoria procedura dello scioglimento e messa in liquidazione  delle società d’ambito, con contestuale nomina dei liquidatori (art.19 L.R.9/2010 citata), e la creazione di nuove società consortili di capitale per l’esercizio delle funzioni di gestione integrata dei rifiuti, (Società per la regolamentazione del servizio di gestione dei rifiuti – in breve S.R.R.) (art.6 L.R.9/2010 citata). Pur tuttavia, come già anticipato sopra, fino all’effettivo esercizio delle funzioni conferite dalla L.R. 9/2010, e comunque fino al definitivo avvio del servizio di gestione integrata dei rifiuti previsto dalla stessa , ovvero fino alla soppressione delle autorità d’ambito, i soggetti già deputati alla gestione integrata del ciclo dei rifiuti,  continuano a svolgere le competenze loro attribuite, (art.19 comma 12 L.R.9/2010 citata).

Nell’ambito delle prerogative e degli obblighi attribuiti ai soggetti liquidatori/amministratori rientra quello primario di provvedere alla quantificazione della massa attiva e passiva degli stessi consorzi e società d’ambito accertate alla data del 31-12-2010 nonché all’accertamento delle percentuali di copertura dei costi di gestione del servizio delle precedenti autorità d’ambito, sostenuti dagli EE.LL. In particolare, i liquidatori dovranno certificare la ricognizione dei debiti e dei crediti, asseverando la loro esistenza nell’an e nel quantum, nel rispetto dei principi o postulati di chiarezza, verità e precisione.

A tal proposito, l’arbitrato in corso afferente alle penali per la differenziata 2006 e 2007, nonché tutte le contestazioni in essere tra la nostra società e l’Aimeri Ambiente srl, stridono fortemente con l’obiettivo di determinare con certezza e precisione la massa attiva e passiva,o addirittura confliggono con tale esigenza, rendendola di fatto la superiore quantificazione indeterminabile allo stato degli atti. A tal proposito quest’organo ritiene che una equa transazione non possa non comportare benefici effetti alla società, non ultimo quello di garantire certezza e determinabilità ai rapporti di dare avere fra la stessa e i terzi.  

Pur nelle difficoltà inevitabili che il bailamme legislativo ha comportato, l’organo che vi scrive non ha perso di vista quella che dal suo insediamento è stata una sua priorità, ovvero l’affidamento del nuovo servizio, nella forma della Raccolta Integrata Dei Rifiuti,  (c.d. “porta a porta”), mediante una nuova gara d’appalto.

Per ben tre volte, sono stati predisposti tutti gli atti necessari, ed è stata bandita la nuova gara per l’affidamento del servizio igiene urbana nell’ATO-CT1. Le prime due volte non sono state presentate offerte; con ogni probabilità, la ragione di tale situazione è da individuare nella brevissima durata prevista, nei primi due bandi, tal che l’economicità della partecipazione era pregiudicata. Nel terzo bando, i cui termini per la partecipazione, alla data odierna sono ancora aperti, il periodo in gara per quanto breve in assoluto, e pur sempre di gran lunga superiore ai primi due, e pertanto speriamo che le valutazioni economiche dei potenziali partecipanti subiscano da tale circostanza positive influenze, che indicano gli stessi a presentare delle offerte.     

Andamento della gestione

 

Sin dalla sua costituzione, per la Joniambiente S.p.A, le attività di comunicazione hanno assunto una indiscussa centralità, riscontrabile direttamente nel territorio dei 14 comuni dell’A.T.O. CT 1.

Giova ricordare alcune iniziative svolte nel corso del 2010:

  • La continuità nella divulgazione dei numeri utili della società , nel servizio informazioni e segnalazioni fornito dal Numero Verde, nell’indagine telefonica di customer satisfaction e nell’aggiornamento del sito internet;
  • La distribuzione capillare di materiale divulgativo sulla raccolta differenziata alle utenze domestiche e commerciali ad hoc per ciascuno dei 14 comuni soci (ad es. locandine con calendario settimanale di raccolta r.d.);
  • La realizzazione di incontri di sensibilizzazione nelle scuole, di incontri pubblici e di manifestazioni di sensibilizzazione (sponsorizzazione progetto “Nell’Alveo del torrente”);
  • L’affissione programmata di manifesti informativi in tutti i 14 comuni soci;
  • La collaborazione con le associazioni di volontariato (progetto “Un tappo per la solidarietà” – UNITALSI);
  • La realizzazione e la distribuzione di gadget (es. EcoCalendario, Ecopen, varie edizioni della rivista Riciclamente).

L’ anno 2010 , inoltre, ha registrato sia la riproposizione di campagne di sensibilizzazione già avviate sia il lancio di nuove. Tra le prime ricordiamo:

  • Il progetto “Riciroriandolo” (raccolta della carta delle scuole primarie e dell’infanzia in cambio di coriandoli);
  • Il progetto “EcoPresepe 2010”;
  • La campagna di sensibilizzazione “EcoEstate”;

Tra le seconde:

  • La campagna di sensibilizzazione “Progetto Futuro”, relativa al progetto pilota di raccolta integrata dei rifiuti a Calatabiano e Maletto (realizzazione di depliant, locandine, manifesti ecc.)”;

La campagna di sensibilizzazione “EcoEstate” ha promosso la raccolta differenziata sulle spiagge dei comuni etnei dell’A.T.O. CT 1 attraverso una serie di interventi mirati quali: l’installazione di EcoPoint sul longomare; la collocazione di n. 3 Infopoint sul lungo mare Riposto- Calatabiano per la distribuzione di sacchetti, gadget e materiale divulgativo (Riciclamente). Nell’ambito della medesima iniziativa vanno annoverate, inoltre,  la presenza di stand informativi in occasione di sagre e manifestazioni (tenutesi nei comuni di Bronte – Sagra del Pistacchio e Randazzo – Notte Bianca).

L’anno 2010 ha visto il Settore Tecnico della Società particolarmente impegnato nell’adeguamento dei progetti già presentati all’A.R.R.A. negli anni precedenti. Nel corso dell’anno sono stati riadeguati e ripresentati all’Assessorato Regionale dell’Energia e dei Servizi di Pubblica Utilità – Dipartimento Regionale dell’Acqua e dei Rifiuti”, i seguenti progetti:

  • Progetto di adeguamento delle isole ecologiche nell’ATO-CT1;
  • Progetto per la realizzazione di un impianto di smaltimento RAEE in Randazzo;
  • Progetto per la realizzazione di un centro comunale per la raccolta differenziata dei rifiuti, da ubicarsi in via Etna- Comune di S. Alfio;
  • Progetto per la realizzazione dell’isola ecologica per la raccolta dei rifiuti – Comune di Mascali;
  • Progetti per l’acquisto di attrezzature per la raccolta differenziata della frazione organica;
  • Progetto per acquisto attrezzature per informatizzazione i Centri Comunali di Raccolta/Isole ecologiche.

Inoltre nel corso del 2010 è stato predisposto ed avviato il progetto pilota per la raccolta integrata dei rifiuti nei Comuni di Calatabiano e Maletto.

La raccolta differenziata nell’anno 2010 ha subito lievi scostamenti rispetto all’anno 2009.

I risultati del 2010, per quanto riguarda la raccolta differenziata degli imballaggi (carta e cartone, plastica e vetro) sono desumibili dal seguente grafico.

Dallo stesso si evidenzia, rispetto all’anno 2009, un incremento pari al 9% circa per quanto riguarda la plastica e dell’1% per quanto riguarda il vetro. Il cartone e la carta hanno avuto una leggera flessione, pari a circa il 3%.

La flessione di carta e cartone è determinata dal numero crescente di attività commerciali che si avvalgono per l’espletamento del servizio di ditte esterne, in conformità a quanto previsto dall’art. 195 lett. e) del D.L.vo n. 152/2006 e s.m.i., Per quanto attiene il vetro, l’incremento è stato minimo a causa del blocco dei ritiri da parte di COREVE (analisi del materiale risultato non conforme ai parametri previsti dagli allegati tecnici della Convenzione). Il blocco non ha consentito di conferire presso la piattaforma il vetro che è rimasto stoccato nei cassoni all’interno dei nostri CCR/isole ecologiche. Con il sblocco dei ritiri da parte di COREVE nell’anno 2011 si avrà un incremento più consistente.

E’ stata riconfermata anche per l’anno 2011 la bandiera blu per il Comune di Fiumefreddo di Sicilia.

La raccolta della frazione organica presso le utenze non domestiche è continuata anche nel 2010, con un incremento del 20% circa.

E’ continuata la raccolta degli ingombranti, attraverso le prenotazioni presso il numero verde. Con questo servizio è stato contenuto il fenomeno dell’abbandono indiscriminato di tali rifiuti sul territorio. Sono stati avviati a recupero circa 750 tonnellate di rifiuti.

Nonostante i dati di cui sopra, per poter incrementare le percentuali di r.d. necessita un servizio che, oltre alla raccolta delle suddette frazioni merceologiche, comprenda anche la frazione organica presso le utenze domestiche.
Nelle more dell’espletamento della prima gara d’appalto, poi andata deserta,  Joniambiente, al fine di verificare eventuali criticità di quanto progettato, ha proceduto ad una sperimentazione di tale sistema di raccolta in due Comuni (Maletto e Calatabiano).

I risultati si evincono dai seguenti grafici.

         

Oltre ad una notevole diminuzione dei conferimenti in discarica, si evidenzia che anche la frazione secca differenziata (carta, cartone, plastica e vetro) ha avuto un incremento rilevante dovuto, essenzialmente, all’eliminazione dei cassonetti stradali.
Da quanto sopra, si ritiene la raccolta integrata dei rifiuti con il metodo “porta a porta”  il sistema più idoneo per raggiungere le percentuali di raccolta differenziata previste dalla vigenti normative, ma anche l’unico che, a medio e lungo termine, consentirà un contenimento dei costi.
E’ doveroso a conclusione dell’anno un ringraziamento a tutti coloro che hanno collaborato con la Società, dai nostri tre Dirigenti che da soli hanno guidato le linee programmatiche della Società, ai loro collaboratori che li hanno sostenuti materialmente e quotidianamente nelle varie attività.
Sono riusciti a dimostrare brillantemente che in pochi  si  può gestire una società con coscienza e semplicemente facendo il proprio dovere quotidiano.
Un ringraziamento particolare al Collegio Sindacale della Società che ci hanno controllato ma anche guidato e sostenuto nelle nostre decisioni più complicate evitandoci spesso di spingerci nel terreno dei facili entusiasmi dettati dalla buona volontà e dalla voglia di fare.

Infine sento il dovere di ringraziare anche la ditta che gestisce il servizio che, seppur tra mille incomprensioni e contrasti anche quotidiani, ha permesso di garantire una continuità di gestione nonostante alcuni dei nostri soci non hanno versato regolarmente le quote di partecipazione per evidenti difficoltà interne, a volte anche storiche.

Immobilizzazioni immateriali

Le immobilizzazioni immateriali sono pari a €  53.415 (€ 0  nel precedente esercizio).

La composizione ed i movimenti delle singole voci sono così rappresentati:

 

Descrizione Costo storico es. pr. Rivalutaz. es. pr. Svalutaz. es. pr. F.do ammort. es. pr. Valore Finale
Piano di Comunicazione (Finanziamento Regionale) 53.415 0 0 0 53.415
Totali 53.415 0 0 0 53.415

Immobilizzazioni materiali

Le immobilizzazioni materiali sono pari a € 1.857.739 (2.114.230   nel precedente esercizio).

La composizione è così rappresentata:

 

Descrizione Costo
C.c.r. raccolta differenziata finanziamento regionale 1.324.343
Attrezzatura finanziamento regionale 992.716
Altri beni 159.598
Totali 2.476.657
Fondo ammortamento – 618.918
Totale immobilizzazioni materiali (II) 1.857.739

 

Evoluzione prevedibile della gestione

 

Come accennato succintamente in premessa, è fondato presumere che entro il primo semestre del 2011 i comuni della provincia approveranno lo schema di statuto che dovrà adottare la nuova società di regolamentazione dei rifiuti, (S.R.R.), che gestirà il servizio per l’intera provincia. Non appena costituita la nuova S.R.R. , ad essa verranno effettuate le consegne e tutta la gestione del servizio rimarrà affidata a quest’ultima in ottemperanza al comma 1 dell’art.19 della L.r. 9/2010 del 08/04/2010, il quale statuisce che la società posta in liquidazione continua a svolgere il relativo servizio, nelle more di nuove disposizioni che disciplinino il passaggio al nuovo soggetto giuridico (S.R.R.).

Sin dalla sua costituzione, per la Joniambiente S.p.A, le attività di comunicazione hanno assunto una indiscussa centralità, riscontrabile direttamente nel territorio dei 14 comuni dell’A.T.O. CT 1.

Giova ricordare alcune iniziative svolte nel corso del 2011:

  • Nell’ambito delle attività di sensibilizzazione della cittadinanza sono stati realizzati e distribuiti, a tutte le utenze non domestiche, gli Istituti Scolastici, gli URP, tutti gli uffici comunali e i cittadini richiedenti, gli Ecocalendari 2011 (nelle versioni lavagna, da muro e da tavolo): strumenti utili e di facile consultazione tesi a perfezionare le modalità di conferimento dei rifiuti da parte degli utenti dell’ambito;
  • E‘ stato periodicamente aggiornato sul sito della società, per una più ampia consultazione, il Prontuario dei rifiuti con possibilità di ricerca alfabetica degli stessi per conoscere la loro destinazione ultima;
  • E’ stato mantenuto il Numero Verde 800.911.303 per fornire informazioni sul servizio di raccolta differenziata, sulla società e sul ritiro gratuito degli ingombranti;
  • E’ stata condotta l’indagine telefonica di customer satisfaction rivolta ai cittadini, destinata a verificare l’effettiva esecuzione del servizio di ritiro a domicilio degli ingombranti, al fine di migliorare ed ottimizzare il servizio e scongiurare l’abbandono dei rifiuti ingombranti e durevoli sul territorio;
  • E’ stato allestito uno stand informativo presso la galleria del Centro Commerciale Conforama di Riposto in occasione del Salone dell’Ambiente dal 02.04.11 al 10.04.11;
  • Presso l’Aula consiliare del Comune di Randazzo, è stato organizzato un Seminario sulle Tecnologie applicate nell’ambito del riciclo in occasione della visita di una delegazione giapponese interessata a conoscere la nostra realtà in materia di smaltimento e gestione rifiuti;
  • E’ stato adeguatamente promosso e gradualmente avviato il Nuovo Servizio di Raccolta integrata dei Rifiuti in riferimento al quale sono stati predisposti i seguenti prodotti comunicativi: lettera informativa con allegato tagliando per il ritiro del kit per la raccolta differenziata recapitata a ciascun utenza, locandine pubblicizzanti i punti di distribuzione, adesivi illustrativi per contenitori, diffusione di spot radio e tv su emittenti locali, attività di sensibilizzazione telefonica condotta ad opera degli operatori del Numero Verde, formazione e sensibilizzazione dei volontari addetti alla distribuzione nonché loro dotazione di uniforme identificativa;
  • In occasione del Natale, infine, è stato promosso presso le scuole dell’infanzia e le scuole primarie il progetto di sensibilizzazione ambientale “EcoAlbero”, finalizzato ad incrementare la pratica del riutilizzo all’interno degli istituti scolastici.

Con l’aggiudicazione della gara d’appalto relativa alla raccolta integrata dei rifiuti, si è avviato quel processo di innovazione del servizio, già da qualche anno auspicato e che, dopo le due gare deserte, ha potuto prendere avvio.

Il 5 dicembre 2011, infatti, è stato attivato il servizio di raccolta integrata dei rifiuti nel 1° Step comprendente Bronte, Maniace e Randazzo, oltre a Maletto, già oggetto di sperimentazione, insieme a Calatabiano, dal mese di luglio del 2010. A partire dal 5 marzo 2012 è stato avviato il servizio anche in nel 2° Step comprendente Castiglione di Sicilia, Linguaglossa, Piedimonte, Fiumefreddo di S. e il già citato Calatabiano.

Di seguito si riportano i risultati conseguiti fino al mese di aprile 2012, raffrontati con lo stesso periodo dell’anno precedente.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

I risultati raggiunti in così poco tempo ci soddisfano, ma soprattutto ci indicano che la strada intrapresa è quella giusta. Si sottolinea, che oltre alle “semplici” statistiche di percentuale di raccolta differenziata, il dato più importante è la diminuzione dei rifiuti da smaltire in discarica.

Già dopo pochi mesi si è già in linea con il Piano di Azione della Regione Siciliana, relativamente al Q.S.N. (quadro strategico nazionale) 2007-2013, che, con l’indicatore S.07 – “Kg. di rifiuti urbani da smaltire in discarica per abitante/anno”, indica il target da raggiungere nel 2013: kg. 230/pro-capite.

I nove Comuni dove è già stato attivato il nuovo servizio di raccolta integrata dei rifiuti, lo hanno già raggiunto e, in alcuni casi, sono anche al di sotto di tale soglia, come dimostrano i precedenti grafici.

Un’altra normativa che si sta rispettando con il nuovo servizio è quella prevista dal D.L.vo n. 36/2005 “Attuazione della direttiva 1999/31/CE relativa alle discariche di rifiuti”.

L’art. 5 del suddetto decreto prevede che a livello di Ambito Territoriale Ottimale, oppure, ove questo non sia stato istituito, a livello provinciale, i rifiuti biodegradabili da smaltire in discarica devono essere inferiori a 173 kg/anno per abitante entro cinque anni dalla data di entrata in vigore del decreto, 115 kg/anno per abitante entro otto anni e 81 kg/anno per abitante entro quindici anni.

Per quanto riguarda, invece, la raccolta differenziata della frazione secca, si ritiene opportuno evidenziare un dato negativo: la diminuzione della raccolta del cartone di imballaggio. Infatti, rispetto all’anno 2010, si è avuta una diminuzione dei conferimenti presso la piattaforma S.A.C.C.A. di circa 300 tonnellate e, di conseguenza, un minor introito dei Contributi CONAI. Ciò è dovuto a quanto già segnalato fin dal mese di settembre 2011 a tutti gli Enti Soci, evidenziando come la raccolta da parte di “soggetti” diversi dal servizio pubblico fosse in contrasto con le ordinanze sindacali emesse dai Sindaci e che “senza apposita autorizzazione e/o accordo da parte del produttore (utenza)” il prelievo si configurava come “ furto” di cartone.

Nel corso del 2011 sono state espletate le seguenti gare d’appalto:

  • “Lavori di manutenzione presso l’isola ecologica del Comune di Randazzo sita in via cap. Castiglione”;
  • Ditta aggiudicataria: Franco Raffaele;
  • Importo: € 12.604,69oltre IVA;
  • “Fornitura di n. 100 cassonetti da lt 1.100”;
  • Ditta aggiudicataria: Tech Servizi s.r.l.;
  • Importo: € 15.950,00 oltre IVA;
  • “Servizi di igiene urbana nell’ATO-CT1”;
  • Ditta aggiudicataria: Aimeri Ambiente s.r.l.;
  • Importo: € 8.296.751,19 oltre IVA;
  • “Fornitura contenitori per la raccolta integrata dei rifiuti nell’ATO-CT1”;
  • Ditta aggiudicataria: ECOLMEC s.r.l.;
  • Importo: € 730.188,36 oltre IVA;

 

Andamento della gestione

 

La Società “Joniambiente S.p.A.” oggi in liquidazione, ha iniziato la gestione diretta dei servizi di igiene urbana nel territorio dell’ATO-CT1, il 01/02/2006.
Il servizio progettato in house da tecnici distaccati dai Comuni soci, è stato concesso in appalto con gara ad evidenza pubblica e si è concluso il 31/07/2011.
L’appalto era unico per tutti i 14 Comuni inclusi nell’ATO-CT1 aventi una popolazione complessiva di circa 123.000 abitanti.
In data 01/08/2011 ha avuto il via il nuovo servizio appaltato con gara ad evidenza pubblica in data 30/05/2011.
Il progetto redatto in house dai tecnici della stessa Società Joniambiente S.p.A. è frutto dall’esperienza acquisita in 5 anni di gestione dei servizi di igiene urbana nell’ATO-CT1.
Con il nuovo Progetto di gestione integrata dei rifiuti giunto, come da cronoprogramma di attivazione, alla sua ultima fase prima del definitivo avvio dei nuovi servizi in tutti e 14 i Comuni dell’A.T.O. CT1 (alla data odierna, di fatto, è stato già avviato in 9 di essi), le priorità assunte dalla Joniambiente S.p.A. per la sua formulazione, coerentemente con le direttive europee e la normativa nazionale e regionale, sono state quelle: 
della prevenzione e riduzione della produzione e pericolosità dei rifiuti indifferenziati;

  1. del recupero e riciclo di materiali e prodotti di consumo;
  2. del recupero e compostaggio dei rifiuti, complementare al riciclo ed a chiusura del ciclo di gestione dei rifiuti;
  3. dello smaltimento in discarica, residuale ed in sicurezza, al fine ultimo di attuare una concreta politica ambientale, avente tra i suoi obiettivi principali quelli di seguito indicati:
  • principio di chi inquina paga (responsabilità economica);
  • principio delle priorità (riduzione dei volumi, riuso, riciclo e recupero [c.d. 4R]);
  • dalla crisi dei rifiuti (emergenza) alla politica ambientale;
  • consapevolezza sociale, sensibilità ambientale, cultura dei servizi pubblici;
  • le potenzialità del riciclaggio e gli obiettivi per gli imballaggi;
  • obiettivi per materiali (immesso/riciclo), per imballaggi e per rifiuti pericolosi;
  • incentivazione del compostaggio di qualità con individuazione di sistema premiante;
  • crescente attenzione ai risultati finali e non alle modalità operative (ruolo gestore);
  • coordinamento territoriale delle frazioni merceologiche;
  • gestione omogenea delle raccolte differenziate (riciclabili/pericolose);
  • analisi capacità impiantistiche di smaltimento e soluzioni gestionali;
  • adeguamento tassa-tariffa ambientale e valutazioni economiche;
  • verifica possibilità d’integrazione servizi;
  • la prevenzione dei rifiuti;
  • governance “forte” con programmazione e controllo sul sistema dei rifiuti.

Si tratta, ovviamente, di indicazioni di principio da cui si è partiti, affrontate nel merito per ricercare le possibili soluzioni di attuazione, in maniera da proporre, infine, un progetto efficace, realizzabile e di lunga durata nel tempo. Appare opportuno rappresentare, come prima ancora di proporlo con la nuova gara ad evidenza pubblica del maggio 2012, lo stesso è stato avviato in modo sperimentale, già nell’anno 2010, nei c.d. 2 Comuni pilota di “Calatabiano” (per i Comuni a valle) e “Maletto” (per Comuni della fascia pedemontana), ove si sono raggiunti risultati soddisfacenti. Questa sua applicazione pratica, inoltre, ha permesso di definire alcune delle più importanti scelte gestionali adottate, riprese e inserite nella sua stesura finale. 

Il precedente sistema di gestione dei rifiuti urbani dell’A.T.O. CT1, è innegabile, presentava forti criticità, per cui si è ritenuto necessario adottare dei “rilevanti interventi di ristrutturazione”, al fine di garantire, per un lungo periodo, non solo la conformità alle disposizioni di legge vigenti, che sarebbe stata fine a se stessa, ma anche la sostenibilità e la solidità tecnico-ambientale.

Le analisi condotte nel corso della predisposizione di questo progetto, arricchito dalle informazioni ricevute nell’ambito pratico della sua applicazione sperimentale, hanno mostrato la fattibilità di questo percorso, anche in termini di sostenibilità economica, delineando opportunità di intervento volte a:

  • invertire concretamente l’attuale tendenza alla crescita della produzione di rifiuti;
  • massimizzare le opportunità di recupero di materia dai rifiuti, attraverso lo sviluppo delle raccolte differenziate (prioritariamente con sistemi domiciliari), finalizzate sia al reinserimento nei cicli produttivi di materie prime da esse derivate, sia alla produzione di “compost” con valorizzazione del contenuto organico del rifiuto in termini agronomici;
  • minimizzare le necessità di smaltimento in discarica, puntando sul lungo periodo al tendenziale annullamento del flusso di rifiuti così destinati.

Il progetto così formulato, a regime, oltre a quanto precedentemente evidenziato sulla normativa dei conferimenti in discarica, dovrebbe riprendere e confermare  gli obiettivi di raccolta differenziata definiti a livello regionale dalla L.R. 08-04-2010 n. 9:

  • anno 2012: R.d. 40 per cento, recupero materia 30 per cento;
  • anno 2015: R.d. 65 per cento, recupero materia 50 per cento.

Con le fasi di progetto già attuate era stato previsto ancora:

  • l’educazione e la formazione del personale operaio impiegato nell’ambito dei servizi;
  • diverse azioni di informazione al cittadino, concretizzatesi con conferenze presso le scuole; la distribuzione di appositi volantini e depliant; impiego dei mass media; comitati consultivi degli utenti, in corso di distribuzione dei KIT per uso domestico; etc..
  • coinvolgimento delle locali Associazioni di volontariato aventi tra gli scopi sociali la salvaguardia dell’ambiente, che dopo opportuni corsi di formazione hanno contribuito in modo determinante all’avvio del servizio partecipando alla distribuzione dei Kit per la raccolta e all’informazione capillare della popolazione.

 

Fatti di rilievo dopo la chiusura dell’esercizio

 

              Vi segnaliamo che dopo la chiusura dell’esercizio si sono verificati i seguenti eventi:

              L’Assemblea Regionale Siciliana, con la legge regionale 9 maggio 2012 n. 26 ha modificato, in talune parti, la legge   Regionale 8 aprile 2010 n. 9, per assicurarne la piena e generale effettività e garantire una rapida transizione verso il nuovo sistema della gestione integrata del ciclo dei rifiuti in Sicilia come delineato nella legge di riforma.

              Con l’art. 11 comma 66 della suddetta legge regionale n. 26/12, si è attribuito alla Regione la possibilità di modificare la rigida delimitazione territoriale di cui all’articolo 5 della legge regionale 8 aprile 2010, n. 9, individuano bacini territoriali ottimali di dimensione diversa da quella provinciale, al fine di consentire la produzione di economie di scala e di differenziazione dallo svolgimento del servizio di gestione integrata dei rifiuti, stabilendo che non possono superare il numero massimo di otto.

              Meritano particolare attenzione, altresì, le previsioni di cui al comma 2 bis dell’art. 19 della legge regionale 8 aprile 2010, n. 9 introdotte dal comma 64 dell’art. 11 della legge regionale 9 maggio 2012, n. 26, dalle quali si evince inequivocabilmente la volontà del legislatore di dare piena e immediata attuazione al nuovo modello di organizzazione del ciclo integrato dei rifiuti in Sicilia, governato dalle S.R.R.

              Il legislatore regionale, con l’obiettivo di separare definitivamente la delicata attività di liquidazione dei Consorzi e/o delle Società d’ambito, dalla altrettanto complessa attività di gestione del servizio, pone espressamente il divieto, per i liquidatori dei Consorzi e delle Società d’ambito, di compiere qualsiasi atto di gestione dopo il 30 settembre 2012, attribuendone la competenza, da quella data, ai nuovi soggetti gestori, le S.R.R.

              Quindi i liquidatori potranno, solo entro e non oltre il citato termine, porre in essere atti di gestione, i cui effetti comunque dovranno cessare entro il 31 dicembre 2012, data entro la quale dovrà avvenire, sempre ai sensi del citato comma 2 bis, l’estinzione dei Consorzi e delle Società d’ambito. 

 

Evoluzione prevedibile della gestione

 

L’evoluzione del sistema di gestione dei rifiuti dal quadro precedente alla situazione prevista a regime, si sta concretizzando con una progressiva attuazione degli interventi previsti, come da cronoprogramma di attivazione.

I risultati fino ad oggi conseguiti, come sopra rappresentato, dimostrano la bontà delle scelte progettuali adottate. L’avvio dei servizi ha prodotto significativi risultati, di gran lunga superiori sia quelli precedenti, che alle aspettative ipotizzate.

Nell’anno 2012 è stato avviato, con diversi step, il nuovo servizio di raccolta integrata dei rifiuti. Parecchie le difficoltà che si sono dovute affrontare già a partire dai primi mesi dell’anno (sciopero degli autotrasportatori, blocco dei forconi, assemblee sindacali e sciopero per il mancato o ritardato pagamento degli emolumenti ai dipendenti Aimeri). A distanza di un anno, sembra opportuno una verifica su quanto accaduto.

Come precedentemente detto, pur con tantissime difficoltà, il servizio sembrava essersi avviato verso un suo consolidamento, così come da progetto, ed i risultati del 1° semestre erano più che lusinghieri sia nel 1° che nel 2° step.

Purtroppo l’avvio del 3° step, per motivi non certamente imputabili a questa Società, ha provocato problemi di carattere organizzativo che hanno vanificato nel secondo semestre quanto di positivo era stato ottenuto nel primo semestre (vedi grafico).

 

 

 

 

 

Oltre alle semplici percentuali di raccolta differenziata, il dato più significativo è stata la diminuzione dei conferimenti in discarica, come si evince dalla allegata tabella.

 

RIEPILOGO DISCARICA (RIFIUTI E COSTI)
ANNO 2011 ANNO 2012
R.S.U. (Kg) COSTO DISCARICA R.S.U. (Kg) COSTO DISCARICA
       
62.887.870  6.967.176,35 45.321,442  5.023.381,41

Ciò ha comportato anche un notevole risparmio sui conferimenti in discarica.

Un altro dato confortante è il quantitativo di rifiuti conferiti in discarica per abitante/anno.

Infatti, come può desumersi dai grafici, in parecchi Comuni del 1° e 2° step, pur con le difficoltà sopraelencate, si è già in linea con il Piano di Azione della Regione Siciliana, relativamente al Q.S.N. (quadro strategico nazionale) 2007-2013, che, con l’indicatore S.07 – “Kg. di rifiuti urbani da smaltire in discarica per abitante/anno”, indica il target da raggiungere nel 2013: kg. 230/pro-capite.

Alcuni sono già al di sotto di tale soglia, altri sono prossimi all’obiettivo.

 

 

 

 

Sulla scorta di quanto sopra, si è dell’avviso che il percorso intrapreso sia quello giusto e che quanto di positivo ottenuto nel primo periodo debba essere la base di partenza per il futuro servizio di raccolta integrata dei rifiuti.
Un dato negativo rispetto a quanto sopra evidenziato è la diminuzione della raccolta del cartone di imballaggio, con conseguente minore introito dei contributi CONAI.
Il fenomeno è accentuato soprattutto nei Comuni del terzo step, dove nell’anno 2012 è stato raccolto solo per il 13,85% del totale degli imballaggi in cartone. Il 21,97 è stato raccolto nel 2° step, mentre i maggiori quantitativi sono stati raccolti nel 1° step con il 64,18% del totale.
Da una comparazione con gli anni antecedenti al fenomeno di raccolta cartone da parte di ditte “esterne”, il danno economico per la Società può essere quantificato in circa € 90.000 per l’anno 2012.
Nel corso dell’anno 2012 l’attività della società è stata, essenzialmente, rivolta e incentrata all’avvio in tutto l’ATO CT1 del nuovo Servizio di Raccolta integrata dei Rifiuti, già partito il 5 dicembre 2011 per i Comuni del 1° step Bronte, Randazzo, Maniace e Maletto.
In conseguenza è stato redatto e predisposto il progetto di gestione sperimentale ex art. 3 dell’ordinanza n. 151 del 14.11.2011 del Commissario delegato per l’emergenza dei rifiuti in Sicilia.
In ossequio al mandato Assembleare, e con un rilevante sforzo organizzativo, di concerto con le amministrazioni comunali coinvolte, è stato pianificato l’avvio, in tempi brevi, del medesimo servizio sul territorio dei restanti Comuni dell’ambito, (Calatabiano, Castiglione di Sicilia, Fiumefreddo di Sicilia, Giarre, Linguaglossa, Mascali, Milo, Piedimonte Etneo, Riposto e Sant’Alfio).

Essenziale nella fase di start up del progetto, è stata la collaborazione operosa delle associazioni di volontariato e delle associazioni aventi nel proprio statuto come scopo la cura dell’ambiente che, opportunamente edotti tramite dei corsi di formazione, e successivamente coordinati e seguiti dal nostro personale tecnico direttamente sul territorio, dopo aver stipulato apposita convenzione, si sono occupati della distribuzione dei kit, ed essendo a stretto contatto con gli utenti hanno contribuito in maniera rilevante, a fornire una adeguata informazione sulle modalità di conferimento.

Nel mese di Marzo è partito ufficialmente il nuovo servizio di raccolta “porta a porta” nei Comuni appartenenti al 2°step nello specifico Linguaglossa, Piedimonte, Castiglione di Sicilia, Fiumefreddo di Sicilia e Calatabiano.

L’avvio del servizio riguardo al 3° step, previsto per il mese di Maggio, si è poi rivelato al quanto ostico, inevitabilmente, anche per via degli spiacevoli episodi accaduti alla ditta Aimeri Ambiente e dopo il susseguirsi di diversi tavoli tecnici, con tutte le difficoltà del caso a ridosso praticamente della stagione estiva, è stato attivato nel mese di Luglio nei Comuni di Milo, Sant’Alfio, Giarre, Mascali e Riposto.

Nonostante l’avvio del 3° step abbia conseguito buoni risultati rispetto ai target prefissati, nei Comuni del 1° e 2° step, tale avvio ha generato i disagi che si sono ripercossi sul buon andamento del servizio nel suo complesso, che è divenuto via via sempre più inefficiente ed inefficace.

I motivi di tale grave empasse, trovano la loro causa principalmente nell’impiego, da parte della ditta Aimeri Ambiente, di una quantità di automezzi insufficiente e non adeguata ai programmi di lavoro predisposti e alle necessità minime. Peraltro, cosa molto grave, in tal modo la stessa ditta Aimeri ha violato quando statuito dal Capitolato Speciale d’Appalto.

Nemmeno la fornitura dei sacchi per la raccolta differenziata si è rivelata idonea e sufficiente rispetto alle quantità indicate nel Piano di organizzazione dei servizi.

Infine, il mancato pagamento delle spettanze ai lavoratori dipendenti della ditta aggiudicataria ha ulteriormente aggravato la situazione, in quanto ha generato continui scioperi, che hanno fatto precipitare definitivamente la qualità e l’efficienza del servizio.

Ovviamente, tutto ciò ha comportato come diretta conseguenza, la doverosa applicazione delle sanzioni a carico della ditta appaltatrice. Giovi a questo fine porre mente che solo per il periodo da Luglio a Dicembre, ossia dall’avvio del 3° step, sono state elevate penali per un importo pari a € 2.441.658,05.

Nel corso del 2012 sono state espletate le seguenti gare d’appalto:

  • “Servizi di estirpazione erbacce, rovi e piante infestanti lungo i marciapiedi, i muri ed i cigli nelle strade urbane ricadenti nel territorio dell’ATO CT1”
  • Ditta aggiudicataria: Grasso Servizi di Toscano Maria Luisa.
  • Importo di aggiudicazione del servizio: € 59.966,22 oltre IVA
  • “Fornitura distributori automatici sacchi per la raccolta differenziata nell’ATO CT1”
  • Ditta aggiudicataria: CO.M.E.S.I. Group srl.
  • Importo per la fornitura: € 165.602,40 oltre IVA
  • “Fornitura di sacchetti per la raccolta differenziata nell’ATO CT1”
  • Ditta aggiudicataria: Lady Plastik srl.
  • Importo per la fornitura: € 133.951,84 oltre IVA

Nell’ottica della continuità operativa e del costante miglioramento dei risultati, nell’anno 2012  la Joniambiente S.p.A. ha dato attuazione a diverse campagne di comunicazione tese, da una parte, ad educare e sensibilizzare attraverso il coinvolgimento attivo i cittadini di oggi e di domani e, dall’altra,  a promuovere e sostenere la raccolta differenziata senza con questo dimenticare di dare la giusta visibilità  alla società quale soggetto deputato alla gestione dei rifiuti.
Alla base di ogni strategia comunicativa condotta da Joniambiente e rivolta ai diversi target c‘è sempre stata la sinergia con tutti gli attori dell’ambito territoriale: primi fra tutti gli Enti Soci, la ditta aggiudicataria del servizio, le istituzioni locali (scolastiche e non), le associazioni di volontariato e di categoria, le utenze commerciali nonché i Consorzi di Filiera.
Tra gli interventi giova anzitutto ricordare quelli posti in essere contestualmente alle operazioni di avvio del nuovo Servizio di Raccolta Integrata.
Considerato che il passaggio al Sistema di Raccolta Integrata dei Rifiuti ha comportato un cambiamento radicale nelle abitudini degli utenti, è stata predisposta una comunicazione ad hoc, in grado di sottolineare in modo funzionale i vantaggi personali e collettivi, di veicolare, con estrema chiarezza, le modalità, i tempi del nuovo servizio assieme agli obiettivi ambientali e finanziari; pertanto, questa Società ha ritenuto opportuno predisporre un apposito Piano Integrato preoccupandosi, da subito, di concordarne l’indirizzo assieme alla ditta aggiudicataria in occasione di numerosi incontri propedeutici all’avvio del  nuovo servizio.

Tutte le riunioni e i tavoli tecnici si sono basati sul dialogo e sul confronto tra gli  ”attori” principali, ovvero i rappresentanti dei Comuni, dell’azienda aggiudicataria, i tecnici, gli esperti di comunicazione e ai rappresentanti delle associazioni di volontariato al fine di concordare tempi, modi e strumenti atti a garantire una pianificazione condivisa e partecipata tanto in fase di start-up che di follow-up.

Su questi presupposti sono stati definiti  e realizzati gli interventi che seguono:

1-      A seguito di apposita convenzione stipulata con Poste Italiane, si è provveduto al recapito di n. 51.037 lettere informative a tutte le utenze con allegato il tagliando per il ritiro gratuito del kit per la raccolta differenziata;

COMUNI SOCI N. LETTERE RECAPITATE
BRONTE 7.699
CALATABIANO 2.326
CASTIGLIONE DI SICILIA 1.529
FIUMEFREDDO DI SICILIA 3.935
GIARRE 10.855
LINGUAGLOSSA 2.194
MALETTO 1.595
MANIACE 1.439
MASCALI 5.669
MILO 496
PIEDIMONTE ETNEO 1.865
RANDAZZO 4.710
RIPOSTO 6.049
SANT’ALFIO 676
 

2-      la realizzazione di n. 71.500  pieghevoli informativi con le  istruzioni su come effettuare correttamente la raccolta differenziata  e le modalità di svolgimento del servizio di raccolta sulla base della zona di appartenenza distribuiti dai volontari delle associazioni che hanno stipulato apposita convenzione con questa società per collaborare alla consegna dei kit per la raccolta differenziata;

3-      la collocazione, in punti strategici (punti di maggior afflusso pubblico quali farmacie, punti vendita, rivenditori di tabacchi, uffici pubblici, ecc), di n. 1.000 locandine personalizzate per ciascun comune, per pubblicizzare i punti di consegna dei kit.

Lo dimostra il fatto che entro il 05 dicembre 2011, data di avvio del servizio di raccolta, aveva già partecipato alle operazioni di ritiro:

 l’83% dei cittadini di Bronte (ovvero 6.414 utenze su 7.696);

 il 96% dei cittadini di Randazzo (ovvero n. 4.504 utenze su 4.710);

 il 92% dei cittadini di Maniace (ovvero n. 1320 utenze su 1.439);

4-      l’apposizione di un messaggio sui tradizionali cassonetti per avvisare della loro prossima rimozione con il rimando al Numero Verde e al sito internet della società per qualsiasi ulteriore informazione;
5-       la realizzazione di adesivi per i contenitori di prossimità indicanti le tipologie di rifiuto da potervi conferire;
6-      lo svolgimento di un apposito corso di formazione per  i volontari curato dal dirigente del Servizio Raccolta Differenziata Antonino Germanà, le cui lezioni si sono tenute secondo il calendario di seguito indicato:

 

DATA ORA SEDE
Lunedì 3 ottobre 2011 9.30-12.30 Saletta conferenze Comune di Randazzo
Lunedì 17 ottobre 2011 16.00-18.30 Saletta conferenze Comune di Randazzo
Martedì 18 ottobre 2011 16.00-18.30 Aula consiliare Comune di Bronte
Venerdì 21 ottobre 2011 16.00-18.30 Saletta conferenze Comune di Randazzo
Martedì 25 ottobre 2011 16.00-18.30 Aula consiliare Comune di Bronte

 

Durante il corso sono stati trattati e sviluppati con il necessario approfondimento, i seguenti argomenti:

 

–          Rifiuti e loro classificazione;

–          Raccolta Differenziata;

–          Disposizioni legislative in materia di RD;

–          Tipologie e modalità di espletamento del servizio RD;

–          Materiali oggetto di RD;

–          Imballaggi;

–          Convenzioni con i Consorzi CONAI;

–          Controlli di qualità;

–          C.C.R./ Isole ecologiche,

–          Nuovo servizio di raccolta integrata dei rifiuti:  modalità consegna kit e loro corretto utilizzo.

 

7-      la realizzazione di badge e divise per i volontari  tali da consentire all’utente una chiara identificazione dell’operatore incaricato alla consegna tramite apposito cartellino di riconoscimento con foto e indicazione della qualifica. Solo nei comuni del primo step hanno collaborato con questa Società 11 associazioni diverse per un totale di n. 115 volontari che hanno prestato il loro prezioso servizio sul  campo.

 

COMUNE ASSOCIAZIONE N. VOLONTARI
BRONTE RANGERS SICILIA 16
BRONTE ASS. NAZ. GIACCHE VERDI 6
BRONTE CONFR. DI MISERICORDIA 15
BRONTE ASS. IRIDE 14
BRONTE CHARITAS UNITALSI 15
BRONTE GRUPPO S. GIUSEPPE COOP. SOCIALE 10
MANIACE ASS. IALITE ONLUS 5
RANDAZZO VOLONTARI PER LA PROT.CIVILE 6
RANDAZZO AROT 9
RANDAZZO ASS. IRIDE 7
RANDAZZO CONFR. DI MISERICORDIA 12
 

8-      l’allestimento di postazioni dedicate alla consegna kit gestite dai volontari con il coordinamento di Joniambiente. La fase di distribuzione si è svolta comunque tenendo conto delle specifiche esigenze rilevate attraverso 3 sistemi:

– consegna presso le postazioni dedicate;

– consegna a domicilio laddove necessario e funzionale, per far fronte alle richieste inoltrate tramite il Numero Verde o ai Comuni da parte di cittadini impossibilitati al ritiro quali anziani, disabili, ecc..

– consegna presso taluni uffici comunali ai quali ne è stata destinata una riserva.

Presso ciascuna postazione, inoltre, è stato consegnato ai volontari un manuale informativo da poter consultare per rispondere nel modo più completo e pertinente ai dubbi e alle perplessità degli utenti.

Si annovera, inoltre, l’opera di sensibilizzazione a 360 gradi che le associazioni hanno portato avanti anche presso la propria sede fungendo da prezioso supporto ai cittadini soprattutto nelle prime fasi di avvio della raccolta;

 

9-      la realizzazione di una campagna di informazione telefonica rivolta a tutte le utenze titolari di un abbonamento fisso nonché l’aggiornamento costante degli operatori del Numero Verde su tutte le novità introdotte.

Considerato che una comunicazione integrata presuppone la predisposizione di mezzi e strumenti che consentano un feedback è stato scelto questo strumento che, oltre a completare la funzione svolta dalla lettera informativa inviata per posta, ha stabilito e promosso un’interazione e un dialogo quanto mai proficuo rispondendo nell’immediato agli eventuali dubbi o curiosità di ciascun utente ricordando la possibilità di contattare, per qualsiasi necessità o segnalazione, il Numero Verde societario (si stima che siano sono state contattate almeno 9800 utenze per ben 3 volte);

 
10-   la diffusione di spot tv sulle principali emittenti televisive locali. Nelle fasce orarie di maggiore ascolto, le emittenti tv locali hanno trasmesso, ad intervalli frequenti, gli spot televisivi a spiccata impronta didattico-didascalica realizzati appositamente per l’avvio del nuovo servizio.    

La messa in onda di tali spot è stata programmata su una piattaforma trimestrale coinvolgendo le seguenti emittenti locali:

 

–          La Società Cooperativa Ciclope Bronte, che ha trasmesso gli spot sul nuovo servizio ben 15 volte al giorno, e soltanto nella fascia oraria compresa tra  le 7 e le 13, ha trasmesso comunicazioni ed informazioni sul nuovo servizio esattamente ogni 20 minuti;

 

–          L’emittente TV “TGR” Telegiornale Randazzo, che registra un bacino di utenza di 35.000 abitanti, ha mandato in onda gli spot televisivi ben 18 volte al giorno, inserendoli nei momenti di maggiore ascolto del palinsesto;

 

–          L’emittente Televideorandazzo che raggiunge l’utenza dei seguenti comuni: Bronte, Maletto, Maniace, Castiglione di Sicilia, Linguaglossa e Piedimonte Etneo, ha previsto 12 passaggi giornalieri;

 

–          L’emittente Prima TV, con i suoi 35 mila contatti giornalieri registrati e un bacino d’utenza che si estende da Giarre, passando per la fascia etnea, fino a Taormina, ha trasmesso gli spot 12 volte al dì;

 

si annovera, inoltre, la registrazione di diversi redazionali inerenti il nuovo servizio, in particolare sono state registrate vere e proprie lezioni sulla raccolta differenziata ad opera dal personale della Joniambiente, ripetutamente diffuse dalle emittenti televisive negli orari di maggiore ascolto e comunque non meno di 2 volte al giorno;

 

11-  la messa in onda di messaggi informativi sul nuovo servizio in forma grafica e testuale per comunicare  tutti gli avvisi attinenti l’avvio del nuovo servizio e le sue fasi propedeutiche. All’interno della grafica informativa sul nuovo servizio sono stati inseriti tutti i comunicati redatti. L’emittente TV “TGR” Telegiornale Randazzo, ad  esempio,  ha previsto addirittura 60 di questi passaggi al dì;

 

12-  la diffusione di spot di sensibilizzazione via radio tramite la principali emittenti radiofoniche presenti sul territorio dell’ATO.

 

–           La Società Cooperativa Ciclope Bronte ha diffuso lo spot ben 15 volte al giorno oltre a riservare appositi spazi alle comunicazioni della società;

–           Radio Studio 7 ha previsto  20 passaggi al giorno  oltre a 4 spazi interamente dedicati alla società.

 

13-   la redazione e la diffusione di comunicati stampa numerosi, costanti, puntuali e dettagliati.

 

Un’informazione puntuale e aggiornata è stata garantita anche attraverso il Gazzettino di Giarre, settimanale di informazione diffuso nella fascia territoriale che si estende da Acireale e l’acese in genere, passando per i territori compresi tra Giarre, Riposto,  Mascali, Fiumefreddo di Sicilia, Calatabiano (solo in queste porzioni territoriali registrano 4 mila copie distribuite) e raggiungendo i Comuni etnei fino alle zone dell’Alcantara. Sono state 5 le pagine speciali, organizzate nell’ambito di una campagna pubblicitaria dedicata al servizio di raccolta integrata dei rifiuti, modulando gli spazi a disposizione sulla scorta dell’esigenza di fornire il maggior numero di dettagli: modi e tempi del nuovo servizio; destinazione dei rifiuti suddivisa per tipologia, stato della distribuzione dei kit sia alle utenze domestiche che alle utenze non domestiche.

 

14-             numerosi incontri didattici e di sensibilizzazione nelle scuole sono stati tenuti, su iniziativa della società, dal dirigente Antonino Germanà. Si annovera, inoltre, il progetto di sensibilizzazione EcoAlbero che, in occasione delle festività natalizie, ha coinvolto le scuole dell’infanzia e primarie dell’ATO CT1 rappresentando un ulteriore motivo di incontro atto a promuovere l’imminente avvio del servizio di raccolta integrata;

 

15-             l’aggiornamento costante e la promozione del sito internet quale moderno strumento di dialogo con  gli utenti, con la predisposizione di  un apposito format sulla home page per consentire l’ inoltro di messaggi e segnalazioni e la possibilità di consultare e scaricare il Prontuario sul corretto conferimento dei rifiuti;

 

Tra le altre iniziative realizzate nel corso dell’anno meritano, inoltre, di essere annoverate:

–          l’attività di collaborazione con Tetra Pak Italia con invio di gadget da distribuire agli alunni delle scuole coinvolti nei vari progetti di sensibilizzazione;

–          la partecipazione al Salone dell’Ambiente svoltosi dal 13 al 22 aprile presso la galleria del centro commerciale Conforama di Riposto con distribuzione di materiale informativo;

–          la sponsorizzazione delle manifestazioni:  “Tuttoinunanottegiarrese” promossa dalla Proloco di Giarre in occasione della ricorrenza del 2 giugno e “Riposto we care” promossa dal CNGEI Riposto per la pulizia dei nostri litorali.

 

     DELIBERE  ASSEMBLEA  DEI  SOCI

 

ASSEMBLEA DEI SOCI   13 settembre  2004 

Ordine del Giorno:

  1. Dimissioni Presidente del Consiglio di Amministrazione
  2. Nomina Presidente del Consiglio di Amministrazione
  3. Nomina componente Consiglio di Amministrazione riservato alla Provincia Regionale (art. 2458 codice civile)

Sono presenti in proprio:

Il Sindaco del Comune di Giarre

Il Sindaco del Comune di Piedimonte Etneo

Sono presenti per delega:

Il Sindaco del Comune di Bronte

Il Sindaco del Comune di Randazzo

Considerato che il capitale rappresentato dai presenti è esiguo ed insufficiente e, poiché manca la necessaria informazione sugli oggetti posti all’ordine del giorno, la seduta viene rinviata al 18 settembre 2004 

ASSEMBLEA DEI SOCI 18 settembre 2004

  Ordine del Giorno:

Ripresa lavori della seduta precedente del 13 Settembre 2004, ovvero:

  1. Dimissioni Presidente del Consiglio di Amministrazione
  2. Nomina Presidente del Consiglio di Amministrazione
  3. Nomina componente Consiglio di Amministrazione riservato alla Provincia Regionale (art. 2458 codice civile)

Sono presenti in proprio:
Il Sindaco del Comune di Bronte

Il Sindaco del Comune di Giarre

Il Sindaco del Comune di Maletto

Il Sindaco del Comune di Piedimonte Etneo

Il Sindaco del Comune di Randazzo

Il Sindaco del Comune di Sant’Alfio

Sono presenti per delega:

Il Sindaco del Comune di Linguaglossa

Il Sindaco del Comune di Mascali

Il sindaco del Comune di Milo

Il Consiglio preso atto delle dimissioni irrevocabili del Presidente del Consiglio, Mario Spampinato, accoglie la proposta del Sindaco di Giarre, di voler eleggere nuovo Presidente del Consiglio di Amministrazione il Dott. Mario Carmelo Zappia.

La votazione ha il seguente esito:

si esprimono a favore del dott. Mario Carmelo Zappia:

L’Amministrazione Provinciale

I Comuni di: Giarre, Linguaglossa, Maletto, Mascali, Milo, Piedimonte Etneo, Randazzo, Sant’Alfio.

Si astiene il Comune di Bronte

Nessun voto contrario 

Quale componente del Consiglio di Amministrazione, viene designato, con determina del Presidente della Provincia Regionale di Catania On. Raffaele Lombardo, depositata in sede di Assemblea dall’Assessore della Provincia Calanducci,  Francesco  Rubbino.

La superiore nomina del componente del Consiglio di Amministrazione avviene contestualmente alla seduta ratificata dall’Assemblea.

Eletto nuovo Presidente del Consiglio di Amministrazione: Zappia Mario Carmelo, nato a Catania il 19 luglio 1962.

Nominato componente del Consiglio di Amministrazione: Rubbino Francesco, nato a Randazzo il 02 gennaio 1948.

ASSEMBLEA DEI SOCI 07 DICEMBRE 2007

 Ordine del Giorno

Parte straordinaria:

  1. Proposta aumento del capitale sociale ad € 1.000.000,00 (Euro un milione/00)
  2. Modifica Statuto

Parte ordinaria:

  1. Nomina componenti Consiglio di Amministrazione

Sono presenti in proprio o per delega tutti i quindici Soci.

E’ presente l’Organo Amministrativo:

Dott. Mario Carmelo Zappia, Presidente Consiglio di Amministrazione.

Caruso Antonio, Vice Presidente

Cardillo Mario, Consigliere

Di Bella Giambattista, Consigliere

Grasso Mario, Consigliere

Parrinello Nunzio, Consigliere

Rubbino Francesco, Amministratore Delegato

E’ presente il Collegio Sindacale:

Bonaccorsi Roberto, Presidente

Barbagallo Salvatore, Sindaco effettivo

Caprino Campana Gaetano, Sindaco effettivo

L’Assemblea  modifica l’art. 17 dello statuto sociale, in modo tale che il nuovo Consiglio di Amministrazione sia composto di tre membri;

Considerato che la nomina di uno dei componenti, ai sensi dell’art. 2458 del codice civile,  è riservata alla  Provincia, l’Assessore Orazio Pellegrino nomina componente del Consiglio di Amministrazione il Sig. Nunzio Parrinello.

In rappresentanza dei Comuni inferiori ai 10.000 abitanti, viene proposto e nominato componente del Consiglio di Amministrazione il Sig. Antonio Caruso.

L’Assemblea con i voti dei soci rappresentanti i Comuni di Castiglione di Sicilia, Fiumefreddo di Sicilia, Giarre, Linguaglossa, Maniace, Milo, Randazzo e della Provincia Regionale, pari al 55,44% delle azioni, con l’astensione dei rappresentanti i Comuni di Bronte, Calatabiano, Maletto, Mascali, Piedimonte Etneo, Riposto, Sant’Alfio, nomina quale componente del Consiglio di Amministrazione il Dott. Mario Zappia. 

A questo punto si eleggono il Presidente e il vice Presidente del Consiglio di Amministrazione.

Con i voti dei Soci rappresentanti i Comuni di Castiglione di Sicilia, Fiumefreddo di Sicilia, Giarre, Linguaglossa, Maniace, Milo, Randazzo e della Provincia Regionale, pari al 55,44% delle azioni, con l’astensione dei rappresentanti i Comuni di Bronte, Calatabiano, Maletto, Mascali, Piedimonte Etneo, Riposto, Sant’Alfio, viene nominato quale Presidente del Consiglio di Amministrazione il Dott. Mario Zappia, quale vice Presidente del C.d.A. il Consigliere Parrinello Nunzio, quale componente il sig. Antonio Caruso. 

ASSEMBLEA DEI SOCI 03 AGOSTO 2009 

 Ordine del Giorno:

  1. Revoca Consiglio di Amministrazione, ex art. 2383 del codice civile; (su proposta dei seguenti Soci: Provincia Regionale di Catania, Comune di Bronte, Comune di Piedimonte Etneo, Comune di Castiglione di Sicilia, Comune di Mascali, Comune di Maletto, Comune di Randazzo);
  2. Nomina nuovo Consiglio di Amministrazione (su proposta dei seguenti soci: Provincia Regionale di Catania, Comune di Bronte, Comune di Piedimonte Etneo, Comune di Castiglione di Sicilia, Comune di Mascali, Comune di Maletto, Comune di Randazzo);
  3. Nomina Collegio Sindacale;
  • nomina dei sindaci effettivi e supplenti;
  • nomina del Presidente del Collegio Sindacale;
  1. Esame dei rilievi presentati da alcuni Soci nell’Assemblea del 03 luglio 2009;
  2. Bilancio al 31/12/2008, relazione degli amministratori sulla gestione, relazione dei sindaci e deliberazioni relative.

Sono presenti:

  • Provincia Regionale di Catania – Bulla Giovanni;
  • Comune di Bronte – Sindaco Senatore Giuseppe Firrarello;
  • Comune di Calatabiano – Sindaco Antonio Petralia;
  • Comune di Castiglione di Sicilia – Sindaco Claudio Scavera;
  • Comune di Fiumefreddo di Sicilia – Sindaco Sebastiano Nucifora;
  • Comune di Giarre – Sindaco Teresa Sodano;
  • Comune di Maletto – Sindaco Giuseppe De Luca;
  • Comune di Maniace – Assessore Luigi Marino Grammazza;
  • Comune di Mascali – Sindaco Filippo Monforte;
  • Comune di Milo – Sindaco Giuseppe Messina;
  • Comune di Piedimonte Etneo – Sindaco Giuseppe Pidoto;
  • Comune di Randazzo – Sindaco Ernesto Del Campo;
  • Comune di Riposto – Sindaco Carmelo Spitaleri;
  • Comune di Sant’Alfio – Sindaco Salvatore Russo;

E’ presente l’organo amministrativo in persona del Presidente dott. Mario Carmelo Zappia e dei consiglieri signori: Caruso Antonio e Rubbino Francesco;

E’ presente il collegio sindacale in persona del Presidente Bonaccorsi Roberto e dei componenti sindaci: Barbagallo Salvatore e Caprino Campana Gaetano;
Il presidente Zappia dà inizio alla seduta esprimendo le proprie perplessità riguardo la richiesta di convocazione dell’Assemblea per la revova del C.d.A., decisione, secondo lo stesso, singolare,  in quanto mossa da soci morosi nei confronti di un’amministrazione che comunque ha continuato a garantire un servizio di gestione rifiuti fra i migliori prestati nell’ambito della Regione siciliana, nonostante gli sforzi affrontati a causa del consistente debito maturato dalla maggioranza dei soci.
Il presidente informa, altresì, l’Assemblea che, su richiesta della stessa Joniambiente S.p.A., con decreto del Direttore dell’A.R.R.A. è stato nominato un Commissario ad acta nella persona del dott. Francesco Lo Cascio, il quale ha già potuto verificare la sana gestione della Società da parte del C.d.A. e dei vertici aziendali, nonostante la pesante situazione debitoria di alcuni enti locali soci.
Dopo quanto reso noto all’Assemblea, il presidente informa che, non essendoci giusta causa nella richiesta di revoca del C.d.A., non si esimerà dal richiedere un congruo risarcimento del danno da destinare a fini benefici.
Dopo le dichiarazioni del presidente seguono gli interventi di alcuni sindaci, che confermano, secondo quanto ribadirà sempre in seduta il dott. Zappia, il proprio convincimento che la richiesta non trova fondamento in ragioni tecniche, bensì in ragioni politiche.
Completati gli interventi, il Presidente mette ai voti la proposta di revoca del C.d.A., mediante voto palese ed appello nominale.
Ultimate le operazioni di voto, risultano favorevoli alla revoca del C.d.A. i comuni soci di: Bronte, Maletto, Mascali, Randazzo, Piedimonte Etneo, Castiglione di Sicilia e la Provincia Regionale di Catania, per un totale di azioni pari a 49.545;
Contrari alla revoca i comuni soci di: Giarre, Fiumefreddo di Sicilia, Sant’Alfio, Milo, Calatabiano e Maniace, per un totale di azioni pari a 35.739;
Astenuto il comune di Riposto, per un totale di azioni pari a 10.725;
Visto l’esito del voto, accertato e proclamato dal Presidente, l’Assemblea delibera di APPROVARE la revoca del Consiglio di Amministrazione.
Assume, a questo punto, la presidenza dell’Assemblea il dott. Bonaccorsi Roberto, presidente del Collegio Sindacale, il quale invita l’Assemblea a voler trattare gli ulteriori punti all’ordine del giorno.
Fa ingresso anche il rappresentante del comune di Linguaglossa;
Sono presenti di persona o per delega tutti i 15 soci, per un totale di n. 100.003 di azioni, pari al 100% dell’intero capitale sociale.
2° punto all’ordine del giorno: “Nomina nuovo Consiglio di Amministrazione”.
I sindaci dei comuni con popolazione inferiore ai 10.000 abitanti indicano il loro candidato all’Assemblea, nella persona del signor Giuseppe Cardillo, nato a Mascali (Ct) il 17/09/1963;
La Provincia Regionale di Catania indica il proprio candidato, nella persona del signor Francesco Rubbino, nato a Randazzo il 02/01/1948.
Il sindaco di Riposto propone all’Assemblea, come terzo componente del consiglio di Amministrazione, il signor Antonio Caruso, nato a Koln (Germania) il 02/01/1970;
Il sindaco di Giarre propone all’Assemblea che venga eletto, come terzo componente del Consiglio di Amministrazione, la signora Calcabotta Rosaria.
Il sindaco di Fiumefreddo di Sicilia, ascoltate le superiori proposte, riferisce che, considerato che tra le proposte per il nuovo Consiglio di Amministrazione ci sono due dei componenti in carica al momento della mozione di sfiducia, la stessa è da ritenersi di natura politica, in quanto indirizzata solo al Presidente Zappia, seppur abbia operato sempre nel migliore dei modi, evitando qualsiasi interruzione del servizio anche in circostanze critiche, non imputabili allo stesso.
Si passa, quindi, alla votazione, che vede eletto il nuovo Consiglio di Amministrazione nelle persone dei signori: Rubbino Francesco, Cardillo Giuseppe e Caruso Antonio.
Si passa all’elezione del Presidente e del vice Presidente del Consiglio di Amministrazione.
Il Sindaco di Maletto propone, quale Presidente, il signor Rubbino Francesco e quale vice Presidente il signor Antonio Caruso.
Il Sindaco di Fiumefreddo di Sicilia propone di nominare quale Presidente il signor Rubbino Francesco e quale vice Presidente il dott. Giuseppe Cardillo.

Si passa ai voti la prima proposta e a seguire la seconda, con il seguente risultato:
eletti al Consiglio di Amministrazione, fino alla data di approvazione del bilancio 2011:  

  • Rubbino Francesco, Presidente
  • Caruso Antonio, vice Presidente
  • Cardillo Giuseppe, componente

che dichiarano di accettare l’incarico.

Si passa alla trattazione del 3° punto all’ordine del giorno: “Nomina Collegio Sindacale”
I Sindaci dei Comuni con popolazione inferiore ai 10.000 abitanti indicano all’Assemblea il dr Paparo Salvatore, nato a Calatabiano (Ct) il 13/09/1950;
La Provincia Regionale di Catania indica all’Assemblea il signor Capace Lorenzo, nato a Bronte il 12/05/1954;
Vengono eletti componenti effettivi del Collegio Sindacale il dott. Paparo Salvatore e il rag. Capace Lorenzo;
Quale terzo componente, il Sindaco di Giarre propone la dott.ssa Calcabotta Rosaria;
Il Sindaco di Maletto propone il dott. Bonaccorsi Roberto, già componente del Collegio Sindacale.
Espletata l’operazione di voto, viene eletto sindaco effettivo il Sig. Bonaccorsi Roberto.
Si passa, quindi, al voto, per le cariche specifiche del Collegio Sindacale, che vedono in lizza i signori:

Bonaccorsi Roberto;
Paparo Salvatore;
Capace Lorenzo;

Calcabotta Rosaria, Turnaturi Anna e Barbagallo Salvatore, quali Sindaci supplenti;
Dalle operazioni di voto viene eletto, fino alla data di approvazione del bilancio 2011, il Collegio Sindacale, di cui a seguire.
Bonaccorsi  Roberto, Presidente; Paparo Salvatore, sindaco effettivo; Capace Lorenzo, sindaco effettivo; Turnaturi Anna, sindaco supplente; Barbagallo Salvatore, sindaco supplente;. 

ASSEMBLEA DEI SOCI

06 MAGGIO 2010 

Ordine del Giorno

Parte ordinaria:

  • Trasferimento sede legale da Giarre – Strada 18 C.da Rovettazzo n. 14 a Corso Lombardia n. 101;

Parte straordinaria:

  1. Attuazione legge regionale n. 9 del 12 aprile 2010 art. 19 – Scioglimento e contestuale messa in liquidazione della Società;
  2. Numero dei liquidatori e regole di funzionamento del collegio in caso di pluralità dei liquidatori;
  3. Nomina liquidatori con l’indicazione di quelli a cui spetta la rappresentanza della Società;
  4. Criteri in base ai quali si deve procedere alla liquidazione.

Sono presenti di persona o per delega n. 10 Soci su 15.
E’ presente l’Organo Amministrativo, in persona di:
Rubbino Francesco, Presidente;  Caruso Antonio, Consigliere;  Cardillo Giuseppe, Consigliere.

E’ presente il Collegio Sindacale, in persona di: Bonaccorsi Roberto, Presidente;

Aperta la seduta dell’Assemblea e stabilita la necessità di deliberare il cambio della sede sociale della Società, come da ordine del giorno alla parte ordinaria, si passa alla disamina dei punti alla parte straordinaria.
Si delibera, pertanto, di

  • Sciogliere la Società denominata Joniambiente S.p.A. e, conseguentemente, di metterla in liquidazione con effetto immediato;
  • Di affidare la procedura di liquidazione ad un Organo Collegiale di tre membri, individuati nelle persone dei signori:
    Rubbino Francesco, Caruso Antonio e Cardillo Giuseppe, già componenti dell’Organo Amministrativo;
  • Di stabilire che il funzionamento del Collegio dei Liquidatori avverrà secondo le regole degli Organi Collegiali, con potere decisionale a maggioranza e la rappresentanza di fronte a terzi e in giudizio del sig. Rubbino Francesco;
  • Di conferire ai liquidatori tutti i più ampi ed opportuni poteri all’uopo occorrenti, ritenuti utili per la liquidazione della Società; Gli stessi dovranno adempiere i loro doveri con la professionalità e diligenza richieste dalla natura dell’incarico ottemperando a tutte le incombenze poste a loro carico (artt. 2490 e segg. Del codice civile); dovranno garantire il servizio di gestione integrata dei rifiuti fin quando il servizio non sarà affidato al nuovo soggetto giuridico di cui alla citata legge regionale n. 9/2010.
             

                                                                 

RASSEGNA STAMPA

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Biblioteca di Randazzo

 

Don Biagio Tringale, responsabile della Casa Salesiana di Randazzo,  ci fa sapere che si sta  “digitalizzando”  la

 – BIBLIOTECA COLLEGIO SALESIANO SAN BASILIO – e BIBLIOTECA COMUNALE “Don Calogero Virzì, Salesiano”.
 

  Si può anche dare la propria adesione al Volontariato per la Biblioteca e collaborare per una migliore riuscita di questa nobile iniziativa.

Chiunque fosse interessato i contatti sono: 
blasiusprof@virgilio.it  oppure  biagio.tringale@tin.it.  “Di tutto di più”.

 

 Di seguito il link del sito con gli elenchi dei libri che si possono consultare.

               https://biblioteca-randazzo.weebly.com/

 

 1-elenco_libri_a-d


2-elenco_libri_e-q

Raffigurazioni musicali nella collezione Vagliasindi di Randazzo di Maria Teresa Magro*

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Feudo Vagliasindi

 

Feudo Vagliasindi: 200 anni di storia in un calice di vino

Tra le più rinomate cantine dell’Etna non possiamo non citare Feudo Vagliasindi a Randazzo, la storica villa in stile liberty che si affaccia sul vulcano e i monti Nebrodi.

 
 
 

Gli esterni di Feudo Vagliasindi a Randazzo. Elia Priolo

Quella che ti stiamo per raccontare è una storia di vino, che ha a che fare con il rispetto del territorio, il legame con le proprie radici e l’amore per la conoscenza.
Cosa c’entra tutto questo con il vino, ti chiedi? C’entra, eccome se c’entra! Come scriveva Mario Soldati, il vino lo capisci davvero soltanto quando entri in confidenza con l’ambiente dove è nato, quando vieni a conoscenza della sua storia più genuina e autentica. E noi te la raccontiamo.

Una ricca storia secolare

La storia di Feudo Vagliasindi comincia così ed ha un nome e un cognome: quello del barone Paolo Vagliasindi, per l’appunto.
Siamo nel 1850 e Paolo Vagliasindi dà vita alla prima e originaria azienda agricola produttrice di olio e vini etnei, il Nerello Mascalese e il Nerello Cappuccio. Questi pregiati prodotti avranno ben presto successo e non solo nel territorio circostante: sbarcheranno infatti fino ai porti di Genova e di Marsiglia. L’azienda, di ben 60 ettari, è allora conosciuta dai lavoratori agricoli per gli infiniti (e temuti!) filari dei suoi vigneti; un racconto popolare vuole che i contadini implorassero Dio di liberarli dalla fatica di lavorare quei filari.

Dio ne scampi do filagnu do fieu

Da allora sono davvero molte le vicissitudini che riguarderanno il buon nome del barone e di questo posto. Si racconta che, a fine ‘800, una contadina dell’azienda abbia trovato nei terreni del noccioleto un oggetto d’oro. Lo consegnò quindi al barone che, rendendosi conto dell’elevato valore, avviò una campagna di scavo nella zona.
Gli scavi portarono alla luce i resti di una cuba bizantina e vasellame, ceramiche, oggetti d’oro, di bronzo e d’argento, oggi esposti al museo Archeologico Paolo Vagliasindi di Randazzo.
Lo splendore di questa azienda, però, è destinato a svanire con lo scoppio della Seconda Guerra Mondiale, quando Randazzo diventa base del terzo Reich: Feudo Vagliasindi viene assediato dai tedeschi e trasformato in ospedale militare prima e civile poi.
Feudo Vagliasindi ha assistito a tutto questo e ha subìto persino un breve periodo di abbandono, ma oggi si trova in una nuova fase di splendore grazie ai fratelli Paolo e Corrado Vassallo Vagliasindi che hanno dato all’azienda una nuova vita e si sono ripresi cura dei vigneti, degli uliveti e di questa villa che poi, diciamoci la verità, è un importantissimo pezzo di storia.

I vini di Feudo Vagliasindi
Ma parliamo dell’azienda oggi.

La Villa è circondata da 10 ettari di terreno. Non molti in confronto ad un tempo, potrai pensare, ma è da qui che prendono vita i pregiati prodotti dell’azienda, ora come allora: l’olio extravergine d’Oliva da Nocellara Etnea e i Vini Etna Rosso Doc, Etna Rosato DOC, Nerello Cappuccio, Nerello Mascalese e, da quest’anno, Carricante.

L’Etna Rosso DOC è il pezzo forte dell’azienda Vagliasindi. È un vino tra i più pregiati ed è ottenuto dalle due uve autoctone dell’Etna, Nerello Mascalese e Nerello Cappuccio.
Il suo affinamento? Rigorosamente in botti di rovere francese.

Passiamo ai rosati. L’elegante rosato del Feudo nasce anch’esso dal connubio Nerello Mascalese e Nerello Cappuccio e viene prodotto tramite la tecnica del salasso. Questa consiste nel prelevare, dalla vasca di macerazione dove si sta preparando un vino rosso, un po’ di mosto il quale verrà vinificato in bianco. Ed ecco la magia: l’Etna Rosato DOC! 

Se sei interessato ad acquistare:  Feudo Vagliasindi Etna Rosato DOC.

Tra i vini dell’azienda troverai pure etichette di 100% Nerello Mascalese e di 100% Nerello Cappuccio. Da sottolineare che Feudo Vagliasindi è una delle poche cantine a vinificare il Nerello Cappuccio in purezza ottenendo magnifici risultati.

Se sei interessato ad acquistare:  Feudo Vagliasindi Nerello Mascalese Terre Siciliane IGP e Feudo Vagliasindi Nerello Cappuccio Terre Siciliane IGT

Potrai assaggiare tutti questi vini prenotando una degustazione con visita dei vigneti, dell’antica cantina e del palmento QUI.

 
 
 

La cultura dell’olio

Cultura dell’olio, questa (quasi) sconosciuta! Dovremmo proprio valorizzarla di più: anche Paolo crede che presto questa possa superare di gran lunga quella del vino. In fondo a permetterlo sarebbe la terra fertile della nostra Etna, dato che è grazie a Lei che cresce sana e forte la Nocellara Etnea, l’ulivo rigoglioso che dà vita all’olio extravergine d’oliva di Feudo Vagliasindi: puro, genuino e che sa di Sicilia. Anzi no, sa proprio di Etna.
L’olio di Nocellara non è solo buono e pregiato, ma è anche benefico per la salute. Proprio così: mantiene giovane il sistema cardiocircolatorio e quello neurologico, protegge la pelle dalle radiazioni solari, è ricco di antiossidanti e antiradicali ed è facile da digerire. Davvero prezioso, oro colato!! 
Se sei interessato ad acquistare : 
   Olio Extravergine d’Oliva Feudo Vagliasindi

Il sogno di un ritorno alla terra

Rispetto per il territorio e legame con la propria terra: sono questi i valori principali dell’azienda Vagliasindi ed è grazie a questi concetti che ogni prodotto riscuote successo.

Il sogno di assistere ad un ritorno alla terra, alla genuinità ed autenticità non lo ritroviamo solo nella scelta di coltivare ulivo biologico e di produrre in purezza il nerello cappuccio, ma è vivo anche nel piccolo orto, anche questo biologico. Da questo pezzo di terra vengono raccolti infatti gran parte degli ingredienti, di prima qualità e rigorosamente di stagione, che rendono speciali i piatti del ristorante del Feudo, nato nel 2010.

 
 
 

Insomma, Feudo Vagliasindi ha proprio tutte le carte giuste per essere la prossima meta che vorrai raggiungere: buon cibo, eccellenti vini, antiche cantine e palmenti, una meravigliosa vista sull’Etna, una piscina immersa nel verde, vigneti ed uliveti… e che dire poi dell’accoglienza? Non puoi che sentirti come a casa della nonna, specie a colazione, quando ad accoglierti ci saranno conserve fatte in casa, yogurt, croissant e squisite torte.

Eh già, proprio come dalla nonna, una nonna di classe che vive in una villa novecentesca.

Raggiungi Feudo Vagliasindi

Indirizzo: Contrada Feudo Sant’Anastasia, Strada provinciale 89 – 95036 Randazzo (CT)

Sito Web: www.feudovagliasindi.it

Shop Online: www.feudoshop.com

Contatti: +39 095 799 1823 – info@feudovagliasindi.it

   Chiara Proietto

Etna 1981

 

 

 

 

     Pino Portale 

 

 

 


 Randazzo Notizie – Febbraio 1983.  

 

 

Vent’anni fa la colata lavica che minacciò Randazzo  

Cominciò verso mezzogiorno e mezzo, con una folata di vento fortissimo. Il balcone, che era socchiuso, si spalancò violentemente, alcuni soprammobili si rovesciarono, eppure non sentii oscillare il suolo, perché mi trovavo in movimento. Seppi soltanto dopo che si era trattato di una violenta scossa di terremoto.
Era il 17 marzo 1981, venti anni fa.

Maristella Dilettoso

Solo nel primo pomeriggio, quando cominciarono i boati, sordi, incessanti, comprendemmo che ‘a Muntagna ci stava dichiarando la guerra. Affluivano già le prime notizie: “Si è aperta una bocca a 1800 metri… a 1500… a 1200… c’è una colata imponente in corso…”. Mentre i boati si facevano più cupi, più frequenti, più snervanti, cominciavamo a diventare tutti più nervosi, a scrutarci in faccia, esprimendo solo con gli occhi la domanda che ci premeva dentro, ed ognuno temeva di formulare: “E se…?”. Ma no, via, l’Etna ci voleva bene, ci aveva sempre risparmiati, per secoli, non avrebbe potuto mai…

Eppure l’inquietudine cresceva in noi, all’imbrunire cominciammo a salire sulle terrazze, sulle alture, per vedere, per capire, ma si era levata la nebbia, e in quella foschia si distingueva solo un rossore diffuso, poi più nulla. Forse non c’era pericolo, magari la lava si era arrestata – l’aveva fatto tante volte in passato – e potevamo tornare alle nostre case. Poi qualcuno disse: “È a un chilometro da Montelaguardia, scende come un fiume!”. E saltò la corrente.

Si seppe in seguito che il magma aveva travolto i tralicci della luce. Prendemmo a girare per il paese sulle auto, c’erano anche alcuni abitanti di Montelaguardia, muti e con gli occhi fissi. Per noi era cominciata veramente la paura.

Quella notte non si dormì, ci si assopiva sfiniti sulle sedie, a intervalli, per svegliarsi di soprassalto, con il cuore sempre più piccolo, si telefonava, si cercavano notizie, si usciva, si rientrava… e intanto – anche questo per fortuna lo sapemmo molto tempo dopo – si stava disponendo di suonare le campane a martello.
Giungevano altre notizie: Montelaguardia era stata risparmiata dal passaggio della colata, ma era rimasta tagliata dal paese; la lava, scendendo come un liquido, vorticoso fiume rosso, aveva attraversato la SS 120, la SP 89. Attraversato si fa per dire, il fronte che aveva tagliato le due arterie misurava dai 1500 metri ai 2 Km. Praticamente, dal lato di Fiumefreddo Randazzo era isolata, se fossimo dovuti scappare, sfollare, si poteva prendere soltanto la direzione di Bronte.
Quel che la lava aveva incontrato sul suo cammino, investendoli, ricoprendoli, erano boschi, terreni, vigneti, oliveti, masserie, villette… anni, secoli di lavoro, spese, sacrifici, una zona fertilissima, amena.
Si pianse molto, dopo, per questo, ma allora si temeva per l’abitato, per le nostre case, ma anche per le nostre chiese, i nostri monumenti, i pochi lasciati in piedi dalle bombe del ’43. E venne l’alba, livida e grigia, si accesero radio e televisori, era strano, seppure con la lava a breve distanza, si ascoltavano i notiziari che giungevano da lontano, che davano i brividi: “Randazzo, il paese che rischia di scomparire, di essere cancellato…” esordì la radio quella mattina. Ci trovavamo sospesi, nessuno pensò alle incombenze quotidiane, stavamo vivendo l’eccezionalità, qualcuno già aveva lasciato il paese, raffazzonando alla meglio qualche oggetto di valore, qualche indumento, qualche ricordo, altri vagavano per il paese su macchine cariche all’inverosimile, senza decidersi.
Erano arrivati i mezzi della protezione civile, dell’Esercito, dei Vigili del fuoco, schierati in fila sulle piazze, pronti a caricare e partire, militari e uomini in divisa dappertutto, sembravamo in guerra.

Andammo a vedere la lava: più lenta e solida della sera prima, superata ormai la fase parossistica, avvicinandosi si sentiva un rumore metallico, agghiacciante, e un odore acre e soffocante di zolfo, l’odore dell’Inferno. Mi ritrovai di fronte ad una sorta di muraglia nera e rosseggiante, orribile.

La tranquillità per il nostro tormentato paese era di là da venire. Quella sera del 18 marzo un’altra bocca prese ad alimentare una nuova colata, che questa volta scendeva diritta verso Randazzo, ci salvò solo il fatto che la prima furia del vulcano s’era ormai esaurita.
La mattina del 19, l’inclemenza del tempo portò anche una nevicata, mentre ai militari, ai soccorsi, si aggiungevano ora liete comitive di gitanti, brigate di curiosi: c’erano compagnie di ragazzi che, a pochi metri dalla lava, cantavano allegramente tenendosi per mano, qualcuno pensò pure di allestire una grigliata, mettendo ad arrostire le salsicce sul magma incandescente, buscandosi un’esemplare quanto memorabile intossicazione.

In paese, invece, quella sera ci si ricordò dei Santi. Già il pensiero era andato alla Madonna – la leggenda, come ricordato dall’affresco della Madonna del Pileri, dalla tavoletta di Girolamo Alibrandi, e dalla statuetta marmorea posta sulla porta di mezzogiorno della Basilica di S. Maria, voleva Randazzo edificata su sette strati di lava, ma comunque salvata più volte dall’intervento della Vergine, nel 254 forse (?), di sicuro nel 1536, 1614, 1624 – ma era la ricorrenza del compatrono S. Giuseppe, e la gente uscì in processione e in preghiera, con le fiaccole, fino al punto in cui era giunto il fronte lavico.

L’eruzione andò a rallentare nei giorni successivi, fino a esaurirsi e fermarsi, il 23 marzo.

Restò una nera muraglia, altissima e minacciosa, una distesa immensa di sciara, ancora calda, sotto la quale erano rimasti sepolti per sempre 740 ettari di terreno, di case; da quella distesa si levò, dopo qualche mese, alle prime piogge, una densissima nebbia e un pungente odore di zolfo.

L’economia del paese era in ginocchio, eppure i randazzesi cominciarono a leccarsi le ferite, a ristabilire e delimitare le antiche proprietà, irriconoscibili ormai, a trasportarvi terra, senza attendere che il suolo ridiventasse fertile – si dice che, perché la sciara torni a produrre, ci vogliono 500 anni! – hanno dissodato, piantato, seminato, si sono riappropriati della loro terra, sottraendola alla lava, chiesero aiuti e sussidi, non sempre ottenendoli, per ricostruire, per tornare a vivere, perché il ciclo della vita deve continuare. A un anno da quei tragici eventi, sulla collinetta di S. Pietro fu posta una statua di S. Giuseppe, interamente sbozzata in pietra lavica (!) dallo scultore Gaetano Arrigo, una statua che sembra guardare dritto verso il vulcano. Sul basamento poche semplici parole:

Nei giorni della prova, come allora, proteggici”.

Venti anni sono passati, eppure da quel giorno i miei rapporti con l’Etna si sono incrinati, anche quelli dei miei concittadini, credo. Fino allora c’era stato un rapporto reciproco amore-odio, si era sempre creduto, o sperato, che a Muntagna, madre provvida e matrigna nefasta al tempo stesso, mai avrebbe fatto sul serio, che si sarebbe limitata tutt’al più a qualche scossa, un pennacchio, una fumata, una spolverata di ginisi ogni tanto, giusto per imbrattare i panni stesi e sporcare le vie, ma avrebbe mantenuto le colate sempre ad alta quota. Ora che il nostro termostato s’è alterato, da quel fatidico 17 marzo di venti anni fa, anche se l’abitato non fu provvidenzialmente colpito, ogni fenomeno eruttivo ci allarma, ed i nostri sonni non sono più tranquilli come un tempo.

Maristella Dilettoso
(Gazzettino di Giarre, n. 10 del 17 marzo 2001)

 

A 40 anni dall’evento, ti raccontiamo gli attimi di quella spettacolare e spaventosa eruzione dell’Etna che per giorni tenne tutti col fiato sospeso. Ecco per te, i racconti degli abitanti di Randazzo.

                                                          

 

                      Eruzione Etna marzo 1981: 40 anni dopo che “Idda” minacciò Randazzo                                                                           

 

Chi c’era lo sa cosa vuol dire restare impotenti davanti alla furia della nostra Etna; chi non c’era, come me e tutto lo staff di Tripnacria, può solo immaginarlo grazie a racconti da brivido.
Siamo sicuri che queste storie l’avrai sentite anche tu, ma noi vogliamo fartele raccontare da chi quei fatti li ha vissuti in prima linea, dai nostri genitori, zii, nonni e compaesani randazzesi.

Leggi un po’ questa storia!

17 marzo 1981

Una nuova alba dà colore al cielo di Randazzo. La primavera è alle porte e tutti gli abitanti si impegnano nelle loro faccende in una giornata qualunque di fine inverno, inconsapevoli di tutto ciò che sta per accadere.
La signora Concetta si alza presto al mattino, stende i panni e canticchia una canzone. Non inizia mai la giornata senza aver dato un’occhiata alla sua Etna, che da un po’ sembra volersi far notare.
“Si sa” – pensa fra sé e sé – “le donne amano essere al centro dell’attenzione di tanto in tanto!”
Rosaria, che abita a Passopisciaro, sta invece andando in stazione, deve prendere la littorina per andare a scuola a Randazzo. La scuola la odia proprio; ama invece il tragitto che la porta fino a lì. E come darle torto: l’Etna sullo sfondo e un trenino che corre lento attraversando vigneti e tanta vegetazione è un’immagine di sicuro più piacevole di una lezione incomprensibile di matematica!
Giuseppe, uomo devoto alla sua terra, va come ogni mattina al suo piccolo pezzo di terreno. La vigna e gli ulivi sono la sua vita. È impossibile per un uomo, ormai in pensione, starsene a casa con le mani in mano.

 

Eruzione Etna 1981 Randazzo, Eruzioni dell'Etna

                                                                             Eruzione Etna marzo1981- Randazzo


La campagna è il suo luogo d’evasione bucolica.
Ma qualcosa silenziosamente sta per abbattersi a pochi passi dal paese: l’Etna comincia ad avvertire tutti della sua incombente furia con tremori e scosse, inizialmente impercettibili agli abitanti.
Ore 11:30 circa. Ecco la prima scossa. Boati, tremori ed una cappa di fumo nero avvolge la montagna, ma questo non desta particolare preoccupazione: i randazzesi lo sanno che vivono sotto un vulcano e l’Etna non è mai stata un pericolo per loro. Qualcuno, però, presto inizia a provare strane sensazioni: i boati si intensificano e dei venti hanno cominciato a soffiare forte, come a presagire un terribile evento. Che succede?
Una folata di vento fortissima, verso le 12.30, scosse impetuosamente gli alberi e fece cadere tanti piccoli oggetti posati sui mobili.
Ore 13:37. Nancy viaggia sulla littorina di ritorno verso casa. Ma quel giorno il suo solito tragitto non è tranquillo come gli altri.

Andavo alle Magistrali e viaggiavo sulla Circumetnea. Ricordo il rombo dell’Etna che superava lo sferragliare del trenino e incuteva terrore.
Ore 18 circa. È adesso che la paura ha la meglio su tutti, quando l’eruzione vera e propria ha inizio. Si aprono bocche a 2.500 e a 1.900 metri e da quota 1.500 l’Etna sputa fuori un fiume di lava così fluido e veloce da ricoprire enormi distanze in pochissimo tempo. È inevitabile (ed anche comprensibile): i randazzesi si allarmano e alla paura si aggiungono panico e apprensione mentre girano le prime notizie.

Tra i boati cupi, incessanti, e quel bagliore rossastro nel cielo, cominciavano ad arrivare notizie concitate: “è ‘a Muntagna!”, “Si è aperta una bocca nuova, un’altra, un’altra ancora a quota 1200 m.”, “La lava scende velocissima, sembra un fiume rosso.”

 

                                                           La colata lavica raggiunge i terreni. Foto di repertorio dal web

Tutti scendono per le strade, ammirando – con spavento e meraviglia – l’essenza furiosa della loro Etna. Il sindaco e l’amministrazione iniziano a pensare ad uno sfollamento del paese.

     Ricordo il macigno sul cuore quando ci dissero che Randazzo doveva essere pronta all’evacuazione e che “a chiazza”, il salotto della mia cittadina, poteva sparire sotto il fiume incandescente della lava. Ricordo le mie lacrime e la grande fiducia di mio padre che mi ripeteva che la Madonna e San Giuseppe, in Paradiso, erano alla ricerca di Gesù per chiedere il suo intervento miracoloso. Ricordo il cielo fumoso e l’odore di zolfo sulle nostre teste e i militari dappertutto.

Montelaguardia è il primo centro abitato ad essere travolto dal terrore di una ipotetica distruzione, ma per un pelo è salvo. Una piccola montagnola, infatti, ha deviato il corso di lava verso il fiume Alcantara salvandolo. Molte ville, case di campagna e terreni tuttavia sono distrutti; solo pochissimi beni e costruzioni, frutto dei sacrifici di una vita intera, riescono ad essere salvati in tempo sulla SS 120.
La disperazione di chi sta perdendo tutto è immensa.
Mio zio, saputo della perdita del suo terreno con all’interno una bella casa, ebbe una febbre altissima per molti giorni e passò un periodo che somigliava alla depressione molto lungo.

 

La notte di certo non trascorre meno terribile del giorno. Qualcuno dalla paura non chiude occhio fino a quando non sorge il sole, pensando al peggio.
Fu una notte di paura, nessuno andò a dormire, si restò in piedi, sulle sedie, coi vestiti addosso, finché di prima mattina qualcuno accese la radio.
Il Giornale Radio diceva: “Randazzo, il paese che sta rischiando di venire sepolto dalla lava…” e qui le lacrime partirono da sole.

18 Marzo 1981

Ore 10:30 circa. Il giorno seguente, alle notizie di certo non rassicuranti dei media, un gruppo di fedeli si raccoglie in preghiera, ma proprio in questo momento una seconda colata lavica prende piede da 1150 metri, anche lei minacciando Randazzo e scorrendo verso la zona del Cimitero Comunale.
Randazzo è adesso in una morsa di fuoco dalla quale sembra impossibile scappare; la strada statale è già stata bloccata e con essa anche i binari della ferrovia circumetnea. Forze dell’ordine, vigili del fuoco e militari tutti si mobilitano per venire in soccorso; la gente impaurita non sa cosa fare né tanto meno dove rifugiarsi. Fortunatamente, la seconda colata è meno fluida e veloce della prima. Nel frattempo gli abitanti trovarono la forza ed il coraggio di andare a vedere con i propri occhi cosa sta accadendo.
Il 18 la vidi, la lava, in contrada Arena: si muoveva più lenta, con un rumore ferrigno, agghiacciante, era altissima ed emanava un forte odore di zolfo che mi fece pensare subito all’inferno.
Tra gli spettatori c’è anche qualche stolto che “regala” alla lava quello che non si è portata via di sua iniziativa.
Io andai a vedere la lava più da vicino con i miei genitori ed altri parenti: la lava rotolava e si sentiva una forte puzza di zolfo. I meno previdenti lasciarono l’auto parcheggiata lungo quello che sarebbe stato il percorso della lava; le macchine furono inevitabilmente travolte. Molta altra gente arrivò da fuori e ricordo che qualcuno intelligentemente venne ad arrostirsi la salsiccia sulla lava finendo in ospedale.

 

                                                                     La colata lavica presso Randazzo. Foto di repertorio dal web

19 Marzo 1981

Gli abitanti, sempre più impauriti, ricorrono ad una seconda preghiera. Portano in processione la statua di San Giuseppe, oggi santo patrono, per le vie del paese. Ad un tratto il cielo inizia a piovere nevischio ed una lieta notizia inizia a spargersi: la lava ha rallentato la sua corsa e si è quasi fermata a pochi passi dalle prime case del paese! Forse la natura, forse qualcosa di divino ha mandato questi candidi fiocchi di neve come a spegnere il fuoco altrimenti inarrestabile. E la gioia vince sul dramma.
Adesso la lava avanzava appena, in prossimità di case sulle quali nessuno allora avrebbe scommesso, mentre cadevano i fiocchi di neve… E il resto lo sappiamo tutti, ma confesso una cosa: da quel momento in poi il mio rapporto con la Montagna si è guastato, irrimediabilmente.

 

                                                                          Le case distrutte dalla colata lavica a Randazzo

 

Da quel giorno l’Etna non si è di certo fermata.
È un vulcano e come tale continua periodicamente a riempire i nostri occhi di stupore e meraviglia.

Quel che è sicuro è che il rapporto con Lei per molti degli abitanti è cambiato radicalmente: al sentimento di devozione si è aggiunto anche quello di timore e di rispetto, come verso ad una madre severa, ma giusta.
Nessuno ad oggi può dimenticare quegli attimi drammatici e inimmaginabili.

L’Etna intanto è ancora lì, austera e potente, con la sua cima che sembra sfiorare il cielo e la sciara nera ai suoi piedi.
Lei, che è inferno e paradiso insieme, che ha dimostrato ancora una volta a tutti gli uomini che la natura dona e toglie, che è benevola e tempestosa, che nella sua apparente contraddizione non smette mai di affascinarci.

Lei che in fondo si ama sempre e si odia talvolta, o meglio, si teme.

Noi di Tripnacria vogliamo ringraziare tutti gli abitanti di Randazzo che ci hanno raccontato sui social le memorie di quei terribili giorni, in giorni altrettanto difficili come quelli durante l’epidemia da Coronavirus.

Un grazie particolare ai miei genitori Rosaria e Antonio, alla mia zia lontana Silvana, a Nino, Nancy, Maristella, Rosa, Valeria, Antonio, Manuela, Enrico, Antonino, Concetta, Giuseppe e a tutti coloro che ci hanno regalato i loro racconti.

Chiara Proietto

Enzo Maganuco

                                                                                ENZO  MAGANUCO  (1896-1968)

Il 4 febbraio 1968 si è spento a Catania il Professore Enzo Maganuco, figura eminente di umanista che vivrà sempre ne ricordo di quanti lo ebbero come Maestro e come collega.
Enzo Maganuco nacque ad Acate il 10novembre 1896, compì i suoi studi a Genova, dove si laureò in Letteratura Italiana; specializzandosi poi a Firenze in Storia dell’Arte. Insegnò Storia dell’Arte nei licei statali di Catania (Cutelli e Spedalieri)  per molti anni.
In questo periodo pubblicò pregevoli saggi artistici.

Maria Cristina Maganuco

Impegnato nell’insegnamento medio, iniziò l’attività universitaria dopo aver conseguito la docenza nel 1938.
Fu Accademico d’Italia nel 1939.
Gli fu conferito l’incarico di Storia dell’Arte Medioevale e Moderna presso l’Università di Messina, che mantenne per venti anni; contemporaneamente insegnava presso l’Università di Catania in un primo tempo Storia della Musica e Storia delle Tradizioni Popolari ed in seguito Stria dell’Arte Musulmana e Copta.
Dal 1950 in poi e fine alla fine insegnò Storia dell’Arte Medioevale e Moderna presso l’Istituto di Magistero di Catania.
Suoi argomenti preferiti di ricerca furono i problemi relativi all’Arte Siciliana.
Nel 1962 conseguì anche per questo la Medaglia d’Oro al merito della Cultura e dell’Arte.
Diresse con appassionata cura il Museo Civico del Castello Ursino fino alla morte.
Fra le sue pubblicazioni notevole risonanza ebbero gli studi sui problemi di datazione e sui pittori Pietro Novelli e Giuseppe Paladino.
Grande è il vuoto che Enzo Maganuco ha lasciato nel mondo della Cultura. Particolarmente in quello Siciliano, che aveva trovato in Lui il Maestro sempre aperto ad ogni entusiasmo, sempre pronto ad esaltare la generosità della sua terra di Sicilia.
Egli, irridendo la vita, insegnò ad amarla perché della vita fece intendere i valori eterni e, sprezzante di ogni conformismo sociale, rivelò i veri ideali umani per i quali vale la pena di vivere.

 

                                        Enzo Maganuco

OPERE: 
   –   Lineamenti e motivi di storia dell’arte siciliana, in “Archivio Storico per la Sicilia Orientale”, 1932
   –   Architettura plateresca e del tardo cinquecento in Sicilia, Catania 1939
   –   Problemi di datazione nell’Architettura Siciliana del Medioevo, Catania 1940
   –   Icòne di Antonello Gagini in Roccella Valdemone, Catania 1939
   –   Cicli di affreschi medioevali a Randazzo e a Nunziata di Giarre, Catania 1939
   –   Opere d’Arte catanesi inedite o malnote in Catania, Catania aprile 1933
   –   La pittura a Piazza Armerina, Siciliana, agosto 1923
   –   Artigianato e piccole industrie, 1932
   –   Le decorazioni dei carri e delle barche, 1945
   –   Motivi d’Arte Siciliana, 1957
   –   Bibliografia: Salvatore Nicolosi, Enzo Maganuco, in “La Sicilia”, 6 febbraio 1968, p. 3. 

 

 

 

Catania-1930.-A-sinistra-Vitaliano-Brancati-il-fratello-Enzo-Maganuco-Franca-Santangelo-un-amico.-In-basso-Maria-Maganuco-DAmico-Maria-Concetta-Santangelo-Maria-Concetta-DAmico (foto di Maria Cristina Maganuco) ..jpg

                                                                                                               ***

  Enzo Maganuco nella sua attività di critico d’arte ha scritto molti articoli alcuni riprodotti qui di seguito:

 

01-La-Sicilia-4-gennaio-1966 (1) Enzo Maganuco
il pittore Antonino Gandolfo, articolo di Enzo Maganuco, 1933
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   Libri:

 

 

 

Alcuni articoli sulla figura umana, professionale, artistica, storica del prof. Enzo Maganuco.

La Sicilia

 

L’amore per la Sicilia

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Quel pendolare

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Cagini e Roccella Valdemone

 

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La lucerna

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 Piccola curiosità raccontata da Santino Camarata.

  Enzo Maganugo era solito venire a Randazzo accompagnato da alcuni dei suoi alunni e scendendo dalla stazione della CircumEtnea saliva lungo il corso Umberto I. Si fermava quasi sempre davanti alla sua parruccheria ad ammirare una colonnina di marmo bianco che Santino aveva collocato nella vetrina  su un piccolo piedistallo. Il negozio allora si trovava quasi all’angolo del corso Umberto I con piazza Municipio.
La colonnina era quello che restava della casa paterna in quanto negli anni cinquanta del novecento era stata completamente distrutta da un incendio. 
La casa si trovava quasi accanto il Castello Svevo dove ora vi è ubicato il Museo Archeologico Vagliasindi .
Osservando con quanto ammirazione il Maganuco guardava la colonnina Santino gli fa la proposta che l’avrebbe regalata al Comune, per metterla nella via degli Archi, se avesse fatto ottenere un finanziamento dalla Sovrintendenza ai Beni Culturali di Catania. 
E così fu. 
Le foto sottostante dimostrano questa piccola e bella curiosità.

 

                                              La vetrina della parruccheria di Santino Camarata.


 

 

Randazzo – La casa paterna di Santino Camarata. In fondo si nota la colonnina.

 

Randazzo – La via degli Uffici ora via degli Archi con la vecchia colonnina che è andata distrutta.

 

Randazzo – Via degli Archi, in bella vista la colonnina di Santino Camarata.

 

Randazzo – La colonnina di via degli Archi

     La prossima settimana pubblicheremo alcuni articoli dedicati a Randazzo alla sua Architettura, alla Pittura, alla Miniatura, e al libro di preghiere di Giovannella De Quatris scritte da Enzo Maganuco nella rivista “Panorami di Provincia – Randazzo” . (1937/1938).

 

 

TESTIMONIANZE

 Una figura eccezionale. Dovevo dare con lui un esame ma lui guardava il mio libretto universitario e poi guardava me: ah, lei è di Randazzo! Bene, per giudicarla mi basterà sentire quel che mi dirà del suo paese e come lo dirà.
Naturalmente Randazzo non era nel programma.
Foti Olga

Collegio Salesiano S. Basilio esami  V° Ginnasio 1955 Enzo Maganuco presidente della commissione. Una persona austera che incuteva non soggezione, ma terrore a vederlo. Si dimostrò un’animo gentile e disponibile mettendoci a nostro agio. Ci disse che eravamo fortunati a vivere a Randazzo che, si capiva, amava moltissimo.
Nino Calcagno

Enzo Maganuco era innamorato di Randazzo e ha fatto innamorare anche me, al punto che ,dopo 40 anni di vita nella metropoli ho avuto il coraggio di tornare a vivere qui. Ricordo con quanto amore ci portava in giro per le vie dei vecchi quartieri in compagnia di Don Virzi ,del prof. Edoardo Bonaventura o del prof. Pietro Virgilio. Si entusiasmava nel descrivere i monumenti o le vie come via dell’Agonia a parer suo la strada più bella di Randazzo assieme a via degli Archi . Un uomo non bello in viso ma intelligente, cordiale e semplice. Mi  ha fatto piacere rivedere la sua foto.
Avv. Vittorio Nunzio Zappalà.

Ho conosciuto Enzo Maganuco al Santuario di Valverde nel 1947. Ero lì per gli esercizi spirituali. Lui si aggirava nella chiesa ammirando i dipinti. Il parroco lo chiamò presentandolo come il migliore critico dell’Arte Siciliana. Una persona di gran fascino.
Don Santino Spartà

Enzo Maganuco fu il presidente della commissione degli esami di V° ginnasio nel 1952 al Collegio Salesiano S. Basilio. Una persona che non passava inosservata e lo si incontrava fuori fra le stradine del centro storico.
Avv. Nando Camarata

Si ringrazia Maria Cristina Maganuco per il materiale letterario che ci ha messo a disposizione e la signora Paola Fisauli Appassionata di Arte e Storia di Randazzo che gentilmente ci ha messo in contatto.

 Francesco Rubbino

  

     

 

 

 

 

Scalisi Giuseppe

Il sottotenente GIUSPPE SCALISI nasce a Randazzo il 18 maggio 1921 da Salvatore Scalisi e Venera Gangi.
All’anagrafe risulta nato il 22 maggio 1921. A quei tempi i bambini nascevano in casa e la data di nascita ufficiale era quella del giorno in cui il padre si presentava in comune, accompagnato da due testimoni, per denunciare il lieto evento.

Giuseppe Scalisi è il primogenito dei cinque figli avuti da Scalisi Salvatore e Gangi Venera.

I suoi quattro fratelli sono:

Il dr Nunziato, nato nel 1923. Deceduto.

Angelo, nato nel 1925. Deceduto.

Gaetano, nato nel 1927. Deceduto.

Il prof. Mario, nato nel 1941. Vivente. 

Il 10 giugno 1940 l’Italia entra in guerra a fianco della Germania.
Giuseppe Scalisi viene reclutato il 10 febbraio 1941 e assegnato al 4° artiglieria di Mantova, dove ricopre il grado di soldato scelto, quindi di caporale e, infine, di sergente.

Il 4 settembre 1941 è ammesso alla Regia Accademia di Artiglieria e Genio per frequentare il corso biennale in territorio dichiarato in stato di guerra.
Per tale motivo, il 19 gennaio 1943, la Regia Accademia si trasferisce a Lucca dove l’8 aprile 1943, conclude il corso col grado di sottotenente di artiglieria.

 

Rodi: il sottotenente Giuseppe Scalisi è quello sdraiato a terra con la giacca della divisa chiara.

 

Il 26 luglio 1943 il sottotenente Giuseppe Scalisi è assegnato al Deposito misto delle truppe destinate alle Isole Italiane dell’Egeo (il così detto Dodecaneso) e il 2 agosto 1943 è trasferito, via aerea, a Rodi e assegnato al 56° di artiglieria, operante in territorio dichiarato in stato di guerra.
L’8 settembre 1943 viene reso noto l’armistizio sottoscritto, a Cassibile , dall’Italia con gli anglo americani il giorno 3 dello stesso mese.

Il 12 settembre 1943 scatta la ritorsione dei Tedeschi. Probabilmente seppero prima dei comandi militari italiani che l’Italia aveva  sottoscritto l’armistizio con gli anglo americani.

Il sottotenente Giuseppe Scalisi è catturato e internato in Germania.

La notizia dell’internamento in un campo di detenzione giunge alla famiglia insieme all’informazione che il sottotenente, essendo un ufficiale, non poteva svolgere lavori, così come previsto dall’articolo 27 della convenzione di Ginevra del 27 luglio 1929. Conseguentemente incontrava difficoltà per integrare l’alimentazione standard stabilita dai Tedeschi e per meglio gestire il vestiario avuto in dotazione.

Il padre del sottotenente, Scalisi Salvatore, era stato istruttore di cavalleria nella celebre scuola di Pinerolo, nei pressi di Torino. Durante la prima guerra mondiale come cavalleggero partecipò alla lunga guerra di trincea contro gli Austriaci.
Suo generale era il conte Paolo Rignon. Durante uno dei tanti attacchi contro le truppe austriache il generale Rignon fu colpito da un tiro di mitraglia. Scalisi Salvatore e un altro randazzese lo sollevarono e lo portarono a braccia dietro la linea di combattimento.
Non appena guarito il generale volle sapere chi gli aveva salvato la vita. In segno di gratitudine propose ai due randazzesi di restare a Torino e offrì loro delle azioni del canale Cavour.
I due ringraziarono per la riconoscenza e per la generosità loro dimostrata dal conte, ma preferirono rientrare a Randazzo dove i loro padri li attendevano per avere aiuto nell’ attività agricola.

Nel 1943 la Sicilia era occupata dagli Anglo Americani mentre il resto dell’Italia era sotto il controllo delle truppe tedesche. Scalisi Salvatore riuscì comunque a mettersi in contatto col conte Paolo Rignon. Da Torino egli trovò il modo per far pervenire a suo figlio Giuseppe  rinchiuso nel campo di detenzione, pacchi viveri e di vestiario.

Il 29 luglio   1945, liberato dagli  Inglesi, il sottotenente rientra in Italia e si presenta al centro alloggi di Verona.
Il centro alloggi, per la precisione, si trovava a Pescantina, poco fuori Verona nella direzione della strada che porta nel Brennero. Da lì arrivavano i prigionieri detenuti nei campi di concentramento nazisti, man mano che venivano liberati. Il centro, organizzato da volontari e volontarie che vi prestavano la loro opera, chiamati dagli stessi reduci “angeli di Pescantina”, costituiva il primo centro in cui i reduci trovavano cure, assistenza e conforto.
In un secondo tempo prestarono assistenza anche la Croce Rossa Italiana e la Pontificia Opera di Assistenza.

Il 12 agosto 1945:Giuseppe Scalisi si presentata al Distretto militare di Catania ed è inviato in licenza di rimpatrio di gg. 90.

Il 15 gennaio 1946 è riammesso in servizio e destinato alla scuola di artiglieria di Bracciano.

 

Palermo: Giuseppe Scalisi e Antonio Fisauli

Il 30 luglio   1946 è trasferito al 22° Reggimento della Divisione sicurezza interna “Aosta” a Palermo.

Il 31 agosto 1946 è trasferito al 6° Reggimento di fanteria della neo costituita brigata di fanteria “Aosta”.

Il 2 ottobre 1946 è comandato a prestare servizio presso la commissione recupero materiali delle FF.AA. per l’impiego bellico d’arma.

Il 15 aprile 1947 è trasferito al Gruppo di artiglieria “Aosta”.

Il 19 maggio 1947 muore a Pantelleria a causa dello scoppio del deposito ordigni bellici recuperati.

Furono formulate varie ipotesi tese a capire chi o cosa avesse provocato quello scoppio, ma nessuna di esse apparve del tutto convincente.

   a cura di    Mario Scalisi  che saluta tutti gli amici avendo Randazzo sempre nel cuore.

Antonio Mursia: “Una breve nota sui due conventi cappuccini di Randazzo (1544-1650)”

Una_breve_nota_sui_due_conventi_cappucci

Chiesa di San Bartolomeo

 

          Di questa chiesa in stile barocco è sconosciuta la data di costruzione. E’ l’unico edificio rimasto di tutto il complesso monastico delle suore di clausura, distrutto dai bombardamenti alleati e da un’ incendio nel 1943.
Fu ricostruita ed ampliata nell’anno 1616, come descrive una lapide sulla porta di levante.
Nel 1844, la chiesa venne ulteriormente rinnovata ed abbellita nel suo interno con stucchi e dorature, tanto da farla ritenere una delle più belle chiese della città.
La chiesa, inoltre, era adorna di quadri, paramenti e suppellettili di pregevole valore artistico, parte dei quali sono ancora conservati nella chiesa di San Martino.
   
 

Chiesa di San Bartolomeo – Randazzo

 

CENNI STORICI SUL MONASTERO

     Era uno dei tre Monasteri di Benedettine presenti a Randazzo. Si ergeva imponente, per la sua posizione sul colle di San Pietro, a pochi metri da detta piazza.
Sappiamo che il nome gli deriva da una chiesetta dedicata al Santo, che esisteva nell’ambito del Monastero; e che fu in seguito diroccata per costruirvi quella attuale.
La notizia più antica e certa riguardante questo monastero, risale al 1575, quando essendo scoppiato il terribile morbo della pestilenza nella città , ed essendone infettato il quartiere di Santa Maria, le monache dell’altro monastero benedettino di San Giorgio, si trasferirono in questo per sfuggire al contagio, rimanendovi fino al 1580; anno in cui l’epidemia cessa.
Nel 1746, l’Arcivescovo di Messina Mons. Moncada, giunge a Randazzo per la consacrazione della Chiesa di San Martino, iniziando le funzioni proprio nella chiesa di questo monastero.
 
 

 

Martirio di San Bartolomeo Apostolo. Chiesa di San Martino – Randazzo


    Nel 1866, a seguito delle leggi eversive sulle corporazioni religiose, anche questo monastero fu soppresso.
Le 18 monache che ancora vi abitavano, ebbero concesso il permesso di rimanervi ad abitare vita natural durante.
Il monastero venne distrutto dalle bombe e da un incendio nel 1943.
Unica a salvarsi fu la Chiesa.
 Una lapide in arenaria posta sulla porta di levante ci fa sapere che essa fu ricostruita ed ampliata nel 1616
su progetto dell’Arch. Francesco Rubino: “ Ars et labor – Francisci Rubini – 1616 “.
Sul Prospetto principale si apre un portale in pietra lavica (1637) di stile classico, delimitato da colonne ioniche poggianti su plinti di media grandezza.
Nel 1844 la chiesa fu ingrandita ed abbellita all’interno con stucchi e dorature.
Negli anni settanta fu sede della Associazione “Amici degli Artisti” fondata da Paolino Lazzaro.
 

Sciascia Leonardo

Guar­da­re e (ri) sco­pri­re la Si­ci­lia at­tra­ver­so gli scat­ti di Federico De Ro­ber­to

        É a Ran­daz­zo, se­con­do Leonardo Scia­scia, che lo scrit­to­re emer­ge come fo­to­gra­fo.
Qui co­glie la pro­spet­ti­va del­le vie «che de­li­nea­no que­sto pae­se nel­l’al­tu­ra», come nel­lo scat­to del­le case di via Fur­na­ri, la Vol­ta di via de­gli Uf­fi­zi o la Por­ta Ara­go­ne­se.
Tra i se­mi­na­ri or­ga­niz­za­ti per la de­ci­ma edi­zio­ne del Med Pho­to Fest 2018, Ro­sal­ba Gal­va­gno, do­cen­te di cri­ti­ca let­te­ra­ria e let­te­ra­tu­re com­pa­ra­te pres­so il Di­par­ti­men­to di Scien­ze Uma­ni­sti­che, ha ri­co­strui­to un iti­ne­ra­rio in Si­ci­lia at­tra­ver­so lo sguar­do di Fe­de­ri­co De Ro­ber­to, nel­le ve­sti non solo di scrit­to­re ma an­che di fo­to­gra­fo, come te­sti­mo­nia­no gli scat­ti pre­sen­ti nel­la gui­da del­la cit­tà di Ran­daz­zo e la Val­le del­l’Al­can­ta­ra pub­bli­ca­ta nel 1909.

 

1964-Sciascia a Randazzo. foto Ferdinando Scianna.

Lo scrit­to­re si  av­vi­ci­na alla fo­to­gra­fia  al­l’in­cir­ca al­l’e­tà di ven­t’an­ni  con una «tec­ni­ca che tra­sfor­ma­va in con­ti­nua­zio­ne la­stre ed obiet­ti­vi».
A cau­sa del­la guer­ra e del bom­bar­da­men­to che di­strus­se il pa­laz­zo pre­sen­te tra la via Et­nea e la via San­t’Eu­plio, di­mo­ra ca­ta­ne­se del­lo scrit­to­re, nes­sun ori­gi­na­le è giun­to a noi. Quel che però emer­ge dal­le po­che im­ma­gi­ni è che «po­ne­va at­ten­zio­ne per rea­liz­za­re ser­vi­zi fo­to­gra­fi­ci per­fet­ti».
Nel­l’ar­ti­co­lo “San Sil­ve­stro da Troi­na” pub­bli­ca­to nel­l’a­go­sto del 1908 su “Let­tu­ra”, men­si­le il­lu­stra­to del Cor­rie­re del­la Sera, De Ro­berto «ri­vi­ve con le pa­ro­le quel­lo che si tro­va nel­le im­ma­gi­ni»: l’e­ven­to del­la pro­ces­sio­ne, un tema ama­to, pre­sen­te an­che in “Ran­daz­zo” e ne “I Vi­ce­ré”, che rien­tra nei ser­vi­zi di cro­na­ca mon­da­na di cui si era oc­cu­pa­to da fo­to­re­por­ter.
       Dal­le let­te­re in­via­te a Cor­ra­do Ric­ci emer­ge il suo in­te­res­se per la Si­ci­lia e i suoi luo­ghi, dal­le cit­tà ai ca­stel­li et­nei, alle iso­le Eo­lie che de­fi­ni­sce «iso­le di Dio».
Un’at­ti­vi­tà che uni­sce ri­pro­du­zio­ne fo­to­gra­fi­ca e re­to­ri­ca, in cui il let­to­re vie­ne gui­da­to at­tra­ver­so uno sguar­do sto­ri­co, este­ti­co e poe­ti­co. De Ro­ber­to fo­to­gra­fa pa­laz­zi, bal­co­ni, co­glie il sen­so del­la con­no­ta­zio­ne fi­si­ca dei luo­ghi, og­get­ti su cui si do­cu­men­ta ac­cu­ra­ta­men­te pri­ma de­gli scat­ti.
É a Ran­daz­zo, se­con­do Scia­scia, che De Ro­ber­to emer­ge come fo­to­gra­fo.
Qui co­glie la pro­spet­ti­va del­le vie «che de­li­nea­no que­sto pae­se nel­l’al­tu­ra», come nel­lo scat­to del­le case di via Fur­na­ri, la Vol­ta di via de­gli Uf­fi­zi o la Por­ta Ara­go­ne­se. Fo­to­gra­fa la Fe­sta del­l’As­sun­ta, il cam­pa­ni­le di San Mar­ti­no, le Bal­ze di San Do­me­ni­co, le fi­ne­stre, come quel­le di via Gra­na­ta­ra, aper­tu­re da cui si af­fac­cia­va­no i so­vra­ni che pas­sa­va­no da Ran­daz­zo, una cit­tà ric­ca di ele­men­ti sto­ri­ci, di cui De Ro­ber­to pro­va a cat­tu­ra­re l’at­mo­sfe­ra sto­ri­ca e me­die­va­le.
Ne emer­ge un iti­ne­ra­rio si­ci­lia­no che ha su­sci­ta­to nel­la mag­gior par­te dei pre­sen­ti la cu­rio­si­tà di vi­si­ta­re, o ri­vi­si­ta­re, la cit­tà di Ran­daz­zo, ma­ga­ri scat­tan­do qual­che fo­to­gra­fia.

 DA­NIE­LA MAR­SA­LA

Ritratto di uno Sciascia inedito e inimmaginabile

 

PIETRANGELO BUTTAFUOCO 

Insegnante alle elementari. Questo è Leonardo Sciascia. A chi cerimoniosamente lo appella “maestro!”, da sornione qual è, risponde: “Ebbene sì; maestro di scuola io sono”.
Diplomato alle magistrali dove insegna Vitaliano Brancati, all’istituto IX Maggio di Caltanissetta – la cittadina siciliana d’entroterra della sua più completa felicità – Sciascia, nato cent’anni fa l’8 gennaio 1921, è il pezzo raro della letteratura europea in ragione della sua unicità: essere davvero un intellettuale e, al contempo, un formidabile artista.
A dispetto dei tanti imbonitori di pistolotti moralistici da festival letterari, Sciascia attraversa il suo tempo accompagnando Sandro Attanasio, l’ispettore di Einaudi che alla guida di una Bianchina furgonata vende libri nei più remoti paesi dell’entroterra di Sicilia.
Anni dopo – portando con sé Gesualdo Bufalino – accompagnerà anche Gianni Giuffrida e Mario Andreose per Bompiani mentre con Elvira Sellerio, dagli uffici di via Siracusa a Palermo, inventa la stagione in assoluto più entusiasmante dell’editoria.
Donna Elvira è una vera “comandiera”. Con lei Sciascia affina il dovere sociale e civile della letteratura, inventa la collana della Memoria, fabbrica l’immaginario di libertà a uso di un’Italia bisognosa sempre più di verità nel diritto e della razionalità fuori dall’ideologia dominante e si ritrova “eretico” rispetto alle tante chiese.
Litiga, infatti, con Renato Guttuso, titolare del mistero comunista; in tema di terrorismo polemizza con Italo Calvino che è potente idolo della Cultura col C maiuscolo; si butta alle spalle l’esperienza di consigliere comunale del Pci a Palermo, quella di parlamentare radicale al fianco di Marco Pannella e dopo aver votato la lista del Garofano, scrive – ma senza iscriversi al partito – a Bettino Craxi.
Col leader del Psi, inviso a tutte le anime belle, Sciascia consuma il trauma definitivo presso il ceto dei colti e sulla questione dolente della giustizia – col simbolo della bilancia ormai sostituito con quello delle manette – rompe l’andazzo forcaiolo al punto di essere 

Pietrangelo Buttafuoco.

tratteggiato da Giorgio Bocca al pari di un avvocaticchio; con la paglietta e l’abito bianco dei Don.
Bocca che riteneva l’Inferno un vasto Sud abitato da diavoli raccontava dunque l’autore de Il Giorno della civetta vestito al modo di una macchietta. E lo vedeva perfino “immerso nei ragionamenti mafiosi”. Antonio Di Grado, già presidente della Fondazione Sciascia, non ha mai dimenticato questo inciampo di Bocca, ma gli è che la Buonanima nei suoi viaggi in Italia cercava solo ciò che voleva trovare, al punto d’inventarsi – in un rigurgito razzista – uno Sciascia con la coppola.
È quello che sul Corriere della Sera pubblica il fondamentale editoriale dal titolo “I Professionisti dell’Antimafia” e la milizia di Leoluca Orlando, il comitato antimafia, sfregia ponendolo addirittura “ai margini della società civile”.
A proposito di coppole, di zii di Sicilia – e d’incontri pericolosi – sembra un racconto di Sciascia l’incontro del Maestro di Regalpetra con Marcello dell’Utri, nientemeno.
In un pomeriggio del 1983 a Milano, il non ancora senatore di Forza Italia si aggira tra gli scaffali quando il proprietario, coccolandolo come merita un cliente spendaccione, gli dice: “Di là c’è Sciascia, lo vuole conoscere?”. Imbarazzato, Dell’Utri dice sì “ma” – si premura ad aggiungere – “non voglio disturbarlo”.
Il libraio fa allora le presentazioni, Sciascia è altrettanto imbarazzato nel far un minimo di conversazione con uno sconosciuto, porge timidamente la mano ma il libraio, molesto assai, dice al maestro: “Questo signore è il dottor Dell’Utri, il braccio destro del dottor Berlusconi…”.
Con un’espressione muta che il palermitano Dell’Utri decifra benissimo, Sciascia si sta interrogando – “e cu è?” – mentre il libraio, inesorabile, continua: “Quello di Canale5!”.
L’illustre letterato in un sussulto rimedia alla gaffe: “Certo, certo, la guardiamo questa televisione”. Il libraio, soddisfatto di avere trovato almeno quest’appiglio prende la copia di Cruciverba, un libro edito dalla Einaudi, e lo porge a Sciascia chiedendogli una dedica per il dottor Dell’Utri. “E cosa scrivo?” domanda lo scrittore facendo una faccia sconfortata ed è lo stesso Dell’Utri a soccorrerlo in quel frangente: “Manco mi conosce, non si può sbilanciare; scriva ‘cordialmente, senza cordialità’; e così non sbaglia”.
La battuta piace così tanto a Sciascia da fargli accendere la parlantina e allo sconosciuto avventore incontrato in libreria racconta di quando, nel 1958, da giovane maestro alle elementari – pur distaccato a Roma al ministero, corrispondente da Caltanissetta per L’Europeo – è incaricato di intervistare Genco Russo, il capo della mafia.
Sciascia si adopera con l’avvocato di Genco Russo per organizzare l’incontro a Mussomeli e così fare l’intervista. Il servizio va a buon fine ma quando sta per prendere congedo dai due ecco che l’avvocato porge a Sciascia una copia fresca di stampa de Gli zii di Sicilia e gli dice: “Firmaci una dedica allo zio Genco”.
Tutto poteva immaginare, Sciascia, eccetto che ritrovarsi a fare una dedica a Genco Russo. Il dio del genio e dell’improvvisazione però gli viene in aiuto. E così scrive: “Allo zio di Sicilia, questo libro contro tutti gli zii”.
In tema di “sicilianizzazione” – il progressivo degrado di una povera nazione qual è l’Italia – nel Giorno della Civetta, uno tra i suoi libri più famosi, Sciascia introduce una efficace locuzione: la linea della palma, emblema della prossimità desertica che come il mercurio di un termometro segnala l’immobilità sociale.
Preso a prestito e a pretesto di cavoli a merenda, con lo sciascismo fuori luogo rispetto alla sua stessa poetica – tutta di asciuttezza e rigore – perfino Sciascia è diventato un genere orecchiato ora in un tribunale, ora in una redazione o, peggio ancora, nelle chiacchiere da talk.

Tra le botole dei luoghi comuni, quella della Sicilia, è una delle più capienti. A ritrovarla, oggi, la copia con dedica a Genco Russo, se ne farebbe un feticcio del mistero di un’isola affollata di metafore ma affacciandosi dalla finestra di casa in contrada Noce, la residenza di campagna in quel di Racalmuto, Sciascia si conferma nell’agio di chi vive e conosce il mondo.
Padrone di se stesso, degli asparagi selvatici e dello specialissimo genius loci dell’impostura – quella dell’abate Vella raccontato nel suo Consiglio d’Egitto – più di ogni altro posto, lì, lui è Nanà XaXa, così come la traslitterazione in lingua araba impone, svelando quel che il suo volto olivastro e il suo sorriso già annunciano.
Prima dell’avvento dell’Islam, Racalmuto – ovvero Rahal-Maut – neppure esisteva. E lui stesso, presentandosi con la tipica aspirazione delle vocali – che risente del linguaggio saraceno di dodici secoli fa – non sa darsi memoria prima dell’Egira.
Sciascia che viene ben dopo Verga e i suoi vinti – e dopo le lenzuola sporche di morte descritte da Tomasi di Lampedusa – capovolge la disperazione cui si assoggetta la sua terra e adotta la luce e la vita sul lutto. La sua stessa tomba, al cimitero del paese, è abbagliante di chiarore e lumi. Composto nel sepolcro con le mani strette a un crocifisso d’argento reclama con Pascal la possibilità di una scommessa: l’eventualità del Cielo.
La Sicilia spagnolissima che s’invera nella lezione di Giuseppe Antonio Borgese, quella della cupa pasta “cervantina e riberesca”, ovvero la follia onirica del Don Chisciotte di Cervantes e il contrappunto buio nelle pitture di De Ribera, arretra rispetto alla sua scelta di modernità.

Alle tenebre dello Spagnoletto, Sciascia contrappone la luminosa santità delle foto di Ferdinando Scianna che gli consentono di affollare nell’Es la disperante solitudine dei suoi siciliani.
Non c’è libro più erotico di Feste religiose in Sicilia e, dunque, non c’è rave più sensuale della Settimana Santa, con gli scatti di Scianna a confermarlo in un’intensa trama di Eros e sacro. In Morte dell’Inquisitore Sciascia decifra nel sacramento della confessione “una escogitazione, per così dire, boccaccesca”.
Lo stesso celibato dei preti è pura astuzia, assicura invulnerabilità nello sconfinare il mondo della femmina velata, ammantata e addobbata di mantiglie quando svela azioni e intenzioni: “Un modo escogitato da una categoria privilegiata, cioè quella dei preti, per godere di libertà sessuale sul terreno altrui, e nell’atto stesso di censurare una tal libertà nei non privilegiati”.
L’eleganza del lutto estremo – il più potente rito di consacrazione della carne inchiodata – s’avvolge nella brace, tutto sfarzo e fantasticheria, di un desiderio. Gli uomini sono incappucciati. I bambini, pure. E all’hidalgo che se ne va a cavallo del Ronzinante in cerca di Mulini a vento, Sciascia – chiudendo una volta per tutte con Borgese – predilige Giufà, il furbo sciocco di memoria saracena che si tira la porta di casa portandosela sotto braccio al modo di un Magritte assai saputo di cavilli algebrici ancorché limpidi, illogici e umoristici.
Lui, di suo, è un intellettuale i cui occhiali – quelli della letteratura – lo aiutano a decifrare la realtà anche a costo di fraintenderla. Durante i lavori della commissione parlamentare sul terrorismo da deputato si ritrova interrogare Patrizio Peci, il pentito delle Brigate Rosse, e si prepara come se avesse di fronte un testimone del nichilismo travolto dalla miseria, dalla tirannia e dall’ignoranza, con domande tipo “ha letto La Madre, qual è la sua interpretazione di Maksim Gor’kij?”.
Gli altri parlamentari, vicino a lui, sono ammirati del suo candore da Candide. Lui è solo uno che fa sogni in Sicilia – vorrebbe cavarsela con l’optimisme alla Voltaire – ma quelli la sanno lunga e l’avvisano amorevolmente: “Ma che fai, Leonardo? Cosa credi che siano i brigatisti? Tutt’al più avranno letto solo fumetti e giornalini pornografici…”.

E ancora in tema di osé resta da raccontare di quella volta quando a Parigi, nel quartiere a luci rosse di Pigalle, Scianna e Sciascia, inseparabili cercatori di senso, si ritrovano davanti alla locandina di un locale di spogliarelli.
Il fotografo chiede allo scrittore: “Che facciamo, entriamo?”.
“Entriamo” risponde Sciascia.
I due fanno il loro ingresso nel locale deserto. Siedono a un tavolo e subito si palesa davanti a loro una ragazza che sulle note di una musica diffusa da un registratore comincia a spogliarsi.
Scianna guarda furtivamente lo scrittore che, a sua volta, osserva di sottecchi il proprio compagno di disavventura.
Entrambi, imbarazzati, distolgono lo sguardo dalla scena quando finalmente Scianna sussurra a Sciascia: “Che facciamo, usciamo?”.
“Usciamo” borbotta l’altro e quando una volta fuori, camminando per un bel pezzo in silenzio, Sciascia riprende a parlare, dice: “In quel posto, caro amico, l’unica cosa pornografica eravamo noi due”.

 (articolo pubblicato su La Lettura del Corriere della Sera)  Il 3. gennaio 2021

 

Eredità e attualità di un modello di scrittura: Leonardo Sciascia

 phpthumb_generated_thumbnailjpgdi Rosario Atria

Georges Duby, insigne medievista, tra i maggiori rappresentanti della storiografia sociale francese, rassomigliava i documenti storici alle isolette di un arcipelago sopravvissuto alla scomparsa di un continente sommerso che si pretende di raccontare nella sua interezza [1]. Un’immagine che suggerisce una sconfortante visione della storia e della sua parzialità, palesando la strenua difficoltà di istituire fondate relazioni tra gli sparsi frammenti superstiti e di ricostruire una verità incontrovertibile e assoluta. Questione intricata, che pertiene al metodo storico, ma su cui anche la letteratura, ponendosi sul versante dell’impegno civile, ha spesso steso il proprio sguardo: si pensi al Manzoni della Storia della colonna infame.

Il Novecento letterario italiano ci ha lasciato una delle più alte testimonianze di scrittura votata alla demistificazione, sostenuta da una critica aspra e a tutto tondo rivolta ai tanti, troppi quadri, che la storia ufficiale ha tramandato come inequivocabilmente ricomposti: è il modello di Leonardo Sciascia [2]. Un’eredità importante, da custodire; un patrimonio da tener vivo e trasmettere ai più giovani, di cogente attualità nel tempo presente, popolato di idoli mediatici capaci di conquistare orde di followers nel mondo reale e in quello virtuale, costellato di fake news subdolamente serpeggianti e facilmente destinate a diventare virali, non immune dal pericolo sempre incombente di fascismi di ritorno, di derive politiche pronte a riproporsi «sotto le spoglie più innocenti», come già avvertiva Umberto Eco in uno scritto apparso sul finire del XX secolo, non casualmente ripubblicato lo scorso anno [3].

Sciascia, nato a Racalmuto l’8 gennaio 1921, ci lasciava trent’anni or sono, il 20 novembre 1989, congedandosi con un ultimo, lapidario romanzo giallo, Una storia semplice, ma in verità «complicatissima», data alle stampe da Adelphi nel novembre dello stesso anno [4], e con A futura memoria, raccolta di scritti giornalistici, di taglio politico e civile, che avrebbe visto la luce postuma, nel mese di dicembre, presso Bompiani. Con parentesi scettica al titolo annessa; formidabile, finale boutade di un polemista di razza, maestro nel mescidare ironia e invettiva: se la memoria ha un futuro [5].

9788845907296_0_0_626_75In esergo alla sua ultima prova narrativa, l’intellettuale siciliano inserì una frase di Friedrich Dürrenmatt che, con La promessa, aveva sancito il requiem per il romanzo giallo [6]: «Ancora una volta voglio scandagliare scrupolosamente le possibilità che forse ancora restano alla giustizia» [7]. Nell’ultima pagina di Una storia semplice, l’«uomo della Volvo», appena scarcerato, percorre cantando «la strada verso casa»: opera cioè una precisa scelta, la rinuncia consapevole a contribuire all’accertamento della verità. C’è un attimo di esitazione in lui, quando riconosce nel prete, padre Cricco, il «capostazione», o meglio colui che aveva «creduto fosse il capostazione» [8]. Ma, nel gioco degli inganni, l’esitazione è subito vinta dal timore di scontrarsi con i meccanismi di una giustizia incapace di distinguere il reo dall’innocente. Così, in quello che può definirsi il testamento letterario di Sciascia, la verità viene tenuta nascosta, taciuta, come altrove – soggiacendo alle logiche del potere – è stata offuscata, insabbiata, artefatta o imposta, divenendo impostura [9].

Come epigrafe di A futura memoria, campeggia invece una citazione da Georges Bernanos: «Preferisco perdere dei lettori, piuttosto che ingannarli» [10]. Nel libro sono riuniti gli interventi più significativi ma anche più discussi dello scrittore di Racalmuto, apparsi tra il 1979 e il 1988 su varie testate giornalistiche, tra cui principalmente “L’Espresso” e il “Corriere della Sera”: da protagonista navigato del dibattito culturale italiano, abituato ad attirare su di sé ripetute critiche e feroci strali, come nel caso della polemica sui professionisti dell’antimafia, anche attraverso quel rimando teneva a ribadire di aver voluto sempre analizzare con fermezza e lucidità la società contemporanea, urlando la sua verità, senza asservimenti, senza timori; e sperava – ma forse era un’estrema provocazione – che le sue pagine potessero essere lette (meglio, rilette) con «serenità» di giudizio, dopo la sua morte [11].

Non semplici omaggi a Dürrenmatt e Bernanos, gli stralci apposti sulle due ultime opere da un lato forniscono utilissime chiavi di lettura per la fruizione delle stesse, dall’altro – combinati fra loro – sembrano offrirsi come cartine di tornasole per la comprensione dell’intero itinerario sciasciano, un universo di scrittura caratterizzato – come recentemente ha ricordato Paolo Squillacioti [12] – da una commistione di soluzioni ed elementi che tende a scardinare le canoniche partizioni riguardanti forme e generi: così, «i romanzi sono ricchi di elementi saggistici, i saggi hanno spesso un andamento narrativo, ed esistono forme letterarie peculiari difficilmente incasellabili fra i generi tradizionali come le cronachette o le inquisizioni alla maniera di Borges» [13].

27269638d2b0062d9d426bb468d9dd24_w600_h_mw_mh_cs_cx_cyIl pensiero di Borges, un autore che ha influenzato più d’una generazione di intellettuali, da Calvino ad Eco a Tabucchi [14], con la sua concezione della vita e della storia come menzogna e opera contraffatta, viene intercettato e rielaborato da Sciascia, capace di cogliere il senso profondo delle Finzioni e delle Inquisizioni, quella sottile ambiguità di fondo che trasfigura ciascuna pagina in labirinto, ciascuna storia in metafora, aprendo ad una molteplicità di sensi [15]. Come i personaggi di Borges, così anche molti fra i personaggi sciasciani assurgono a simboli: un aspetto che certamente concorre a definire, oggi, trent’anni dopo la sua scomparsa, l’originalità di Sciascia nel panorama letterario italiano e non solo.

Tornando ai grandi temi della verità e della giustizia e all’impegno sin dagli esordi ingaggiato dallo scrittore nel provocare il lettore a pensare, può ben affermarsi che tratto costitutivo del suo intender la letteratura sia stata la vocazione ad inoltrarsi nell’oceano oscuro del taciuto, impugnando le armi della ragione e della polemica per trasporre la scrittura – narrativa, saggistica, pamphlettistica – in pervicace inchiesta e inesausta indagine conoscitiva. «Credo nella ragione umana, e nella libertà e nella giustizia che dalla ragione scaturiscono» [16]: questo il credo laico di Sciascia. Correva l’anno 1956 quando, nelle primissime pagine de Le parrocchie di Regalpetra, esprimeva la propria attestazione di fiducia nel razionalismo, posto a fondamento di ogni società che si presuma equa e libertaria: «Ho tentato di raccontare qualcosa della vita di un paese che amo, e spero di aver dato il senso di quanto lontana sia questa vita dalla libertà e dalla giustizia, cioè dalla ragione» [17].

2570012116139_0_0_0_768_75Sin dagli esordi, è la ragione degli oppressi quella che Sciascia, sulla scorta di quel Paolo Luigi Courier che sapeva assestare colpi di penna come fossero come colpi di spada, mostrò di avere a cuore: «La povera gente di questo paese ha una gran fede nella scrittura, dice – basta un colpo di penna – come dicesse – un colpo di spada – e crede che un colpo vibratile ed esatto della penna basti a ristabilire un diritto, a fugare l’ingiustizia e il sopruso» [18]. Dietro l’identificazione tra penna e arma – come ha rilevato Claude Ambroise – occorre scorgere quel sottile «filo etimologico che alla guerra lega la polemica», frutto di «una convergenza ideologica che fa perno sulla Rivoluzione» scoppiata a Parigi il 14 luglio 1789 [19].

Una data emblematica per Sciascia che, raccontando Regalpetra, osservava: «è come se la meridiana della Matrice segnasse un’ora del 13 luglio 1789». Per aggiungere subito dopo, con palpabile sconforto: «domani passerà sulla meridiana l’ombra della Rivoluzione francese, poi Napoleone il Risorgimento la rivoluzione russa la Resistenza, chissà quando la meridiana segnerà l’ora di oggi, quella che è per tanti altri uomini nel mondo l’ora giusta» [20].

Chissà se oggi segna l’ora giusta, vien da chiedersi, nel villaggio globale dilaniato da diaframmi sociali sempre più evidenti e allarmanti. La possibilità di leggere, interpretare e proporre, a trent’anni dalla morte di Sciascia, la sua opera in chiave attualizzante inestricabilmente si lega al valore assoluto dall’autore attribuito al recupero e alla trasmissione della memoria [21] e risiede, in ultimo, nel significato universalistico e non localistico della sua indagine conoscitiva, assicurato dall’esser ogni opera – alla maniera di Borges, come visto – specchio di qualcos’altro. Non riduttivo esame analitico della realtà siciliana con le sue particolari categorie antropologiche (uominimezz’uominiominicchipigliainculoquaquaraquà), giacché quella realtà è assunta a metafora dell’umanità tutta [22].

d26f2d3a8ff5583681ac68eec63fdc44_xlQuel che, nel Giorno della civetta, era detto del Bel Paese («Forse tutta l’Italia va diventando Sicilia»), registrando finalmente l’avvenuta unificazione nazionale, ma sotto il segno della collusione del malaffare [23], oggi potrebbe applicarsi all’Europa: come se la linea della palma fosse salita sempre più a nord, sancendo anche in questo caso una singolare unificazione, oltre Roma, oltre le Alpi, fino a Berlino, Strasburgo, Bruxelles, nel cuore dell’Europa che comanda, al cui interno si è già generata una nuova questione morale e sociale.

La divaricazione tra i due poli in perenne opposizione dialettica, quello degli oppressi e degli oppressori, che Sciascia – manzonianamente – ha tratteggiato in tante delle sue opere, è una delle piaghe più evidenti dell’oggi ed è destinata sempre più ad infettarsi, determinando ulteriori diseguaglianze e tensioni.

Chissà cosa ne penserebbe Sciascia di quest’epoca senza ideologie! Chissà cosa direbbe del nostro Mediterraneo, tomba a cielo aperto, uno dei molti teatri del mondo su cui quotidianamente si dispiegano drammi umanitari senza precedenti, soluzioni né consolazioni. Opporrebbe la necessità di una rivoluzione, forse. O forse, affermerebbe ancora – come nell’intervista rilasciata a Marcelle Padovani – che «l’unico modo di essere rivoluzionari, è quello di essere un po’ conservatori», protesi cioè, in una fase storica di inarrestabile disgregazione, a conservare il meglio. Di certo, ci spronerebbe ad indagare, a scrutare, a rigettare l’ovvio, a demolire tutto ciò che ci appare pericolosamente artefatto: «Con molta diffidenza, con tanto scetticismo, ma bisogna vedere» [24].

 

 

L. Sciascia, La Sicilia come metafora (1979)

 

 

a cura di Francesco Rubbino

https://it.wikipedia.org/wiki/Leonardo_Sciascia

Padre Mario Camarda

 

 Padre Mario Camarda, Missionario  Oblato di Maria Immacolata

Coloro che si accingono a leggere la biografia di Padre Mario Camarda, non si annoieranno di sicuro, perché saranno attratti da ciò che è riuscito a realizzare,  nel nome della Fede e di come l’ ha intesa nella sua lunghissima e poliedrica esperienza di Missionario OMI.
Mario Camarda nasce a Randazzo il 18-01-1955.
Non conoscerà il padre che viene a mancare quando lui ha solo 10 mesi.
Ultimo di 11 figli, di cui 7 scomparsi prematuramente, in famiglia rimangono, con la mamma, solo 4 fratelli,  dei quali, due maschi, emigrano presto in Belgio, per lavoro,  mentre la sorella segue il marito in Svizzera.
Mario, il ”piccolino di casa” resta  a Randazzo con “ mamma” come la chiama affettuosamente tuttora, a distanza di anni dalla sua mancanza, facendo trapelare il profondo legame che li univa.
La sua infanzia è povera . Frequenta la scuola elementare all’ “edificio scolastico”, come veniva comunemente chiamata, negli anni 60, l’ attuale scuola Don Milani.
La mamma, intanto, per  far proseguire la scuola a Mario, chiede assistenza ad un ente per orfani, l’E.N.A.O.L.I. che gli permette di continuare gli studi presso il collegio salesiano di Randazzo” San Basilio”, con la frequenza della scuola media e del biennio di Ragioneria.

Mario, infatti, pur riuscendo meglio nelle materie letterarie, razionalmente, sceglie gli studi di ragioneria perché  pensa di poter aiutare economicamente la mamma  ed allo stesso tempo starle più vicino, in quanto, all’ epoca, col diploma di ragioneria e perito commerciale si poteva subito lavorare in banca.

 

 

L’ aspetto vocazionale                                             

Invece la sua razionalità lascia  il posto all’ emozione del cuore  che lentamente e  con netta convinzione lo porta alla vocazione sacerdotale.
I primissimi approcci verso la sua vocazione iniziano durante la frequenza scolastica del collegio  salesiano di Randazzo, grazie a Don Mondìo che è il suo catechista ed anche attraverso i missionari salesiani che passano da Randazzo periodicamente,  venendo a parlare in classe delle loro missioni.
Mario, ascoltandoli, inizia a porsi spesso la domanda:- Perché  un domani non potrei essere io al loro posto? 
Quindi comincia a  prendere strada in lui una prima consapevolezza di vocazione  missionaria, piuttosto che di sacerdote diocesano, anche se questa sua   futura scelta l’avrebbe portato lontano dalla mamma, per cui  opta per il Seminario Diocesano.
Quindi, tramite il Parroco di S. Nicola, allora Don Egidio Galati, ha  un colloquio con Don Giuseppe Costanzo, Rettore del Seminario Vescovile di Acireale (futuro  Arcivescovo di Siracusa), che gli consiglia di proseguire i suoi studi di ragioneria fino al diploma.
Mario, quindi, seguendo la sua vocazione, a solo quindici anni  entra in seminario ad Acireale.
Intanto  l’idea di missione sacerdotale si fa sempre più strada in  lui. Infatti   quando , dopo il diploma di ragioniere, nel 1973, gli arriva la lettera per  un’intervista da parte della CASSA DI RISPARMIO di Acireale, Mario la cestina senza esitazione,  perché pensa più fermamente che la vera strada da seguire sia quella sacerdotale .

 


Quindi sempre ad Acireale frequenta un anno di propedeutica, durante il quale studia latino, greco e storia della filosofia per poter poi accedere allo Studio Teologico a Catania.
La sua  convinzione verso la  missione sacerdotale, viene rafforzata ancor di più nel 1974, quando arriva  a Randazzo la MISSIONE POPOLARE da parte dei Missionari Oblati di Maria Immacolata . Mario, viene attratto dal loro modo di svolgere la missione, che lo porta a seguirli, prima in un campeggio  a Fiumara Calabra,  in seguito a Patti ed infine a Marino Laziale, per un’esperienza comunitaria con altri giovani, provenienti da tutta Italia. In questo Centro , questi giovani, vivono  secondo il principio del Vangelo, come gli Apostoli nei primi tempi, mettendo tutto in comune e svolgendo qualsiasi lavoro fosse  necessario, con umiltà e serenità.
Nel frattempo , Mario  frequenta il primo anno di filosofia all’ Università Pontificia Lateranense.   
Alla fine di quest’anno di discernimento nella comunità,  Mario   comprende , chiaramente e in modo definitivo  che la sua vera strada da seguire non è quella del sacerdote diocesano, ma quella di portare la Parola di Dio tra la gente, come Missionario OMI, dando un grande dispiacere  alla mamma, che lo avrebbe voluto vicino a lei.
 Così nel 1975 inizia il Noviziato e il 29 settembre 1976 pronuncia i voti temporanei per un anno, ricevendo subito dopo la veste talare.
Dall’ottobre 1976, nel Seminario degli Oblati, comincia a frequentare il secondo anno di  filosofia ,  tre anni di teologia  e  di seguito due anni di specializzazione in Teologia della Vita Religiosa all’ istituto di spiritualità CLARETIANUM di Roma.
 Nel 1980 pronuncia i voti perpetui,  durante i quali gli viene consegnato il Crocifisso che indossa sempre, perché simbolo della sua Congregazione.
Alla cerimonia dei voti perpetui partecipano i suoi familiari, compresa la mamma, malvolentieri, ormai rassegnata alla decisione di Mario.

Il 20 febbraio 1982 viene ordinato sacerdote a Randazzo, nella Chiesa di S. NICOLA, e a giugno dello stesso anno riceve” l’ obbedienza” dai superiori come missionario in Camerun, in Africa, che raggiunge il 2 ottobre dello stesso anno.

 

 

 L’ esperienza missionaria… La” sua”prima Africa                                                   

Padre Mario  rimane in Camerun per sette anni, definendo questa esperienza bellissima e stimolante , in una stupenda Africa da sogno.
Abita con un altro missionario in una casetta a 1500 metri d’altezza.
I villaggi che deve raggiungere si trovano in basso, nella bellissima ed immensa foresta pluviale equatoriale, con una straordinaria biodiversità di flora e fauna.  
I piccoli villaggi sono sparsi dappertutto  e, per raggiungerli, Padre Mario, con grande e gioioso spirito di sacrificio,  guada fiumi,  attraversa ponti di liane e  quant’ altro.
ll compito di Padre Mario  è quello di portare la parola di DIO concretamente con amore e dedizione, a questa popolazione immersa nella foresta,  aiutando  i malati insieme agli infermieri e alle suore . Si dedicano,  con amore anche ai bambini, fra cui tanti orfani, dando a loro affetto, protezione e quant’altro …
Ma, purtroppo, in queste sette intensi anni di permanenza in Camerun, Padre Mario viene colpito da varie malattie: prima dalla malaria, poi dalla malattia del sonno provocata dalla mosca tse-tse, che riesce a curare all’ospedale della Missione.
La più pesante, la tubercolosi, lo costringe, nel settembre 1989,  
a rientrare in Italia per curarsi. Una volta guarito viene inviato, nel 1990 “in missione” a Messinacome parroco della Parrocchia di S.Caterina, tenuta dagli Oblati dal 1980, dove vi rimane per 8 anni.
Gli Oblati lasciano la Parrocchia di Messina il 1° Settembre 1998 . Così Padre Mario raggiunge la Francia, esattamente Aix-en-Provence, vicino a Marsiglia, dove rimane per circa tre mesi per un ritiro spirituale.    

 

                                                                                      

La”  sua” seconda Africa
Il suo secondo ritorno in Africa risale  al 21 gennaio 1999, periodo in cui riparte, a 44 anni,  per il Senegal, dove rimane  otto anni per continuare la sua  opera missionaria.
Il Senegal, però non è il Camerun, sia per il clima che per la flora e fauna.  In Senegal, il clima  è tropicale, molto secco, con rare piogge.
Nella zona interna, dove si trova ad operare, la terra è arida, spoglia di vegetazione, a parte tanti baobab…
Quindi, in Senegal quel” mal  d’Africa” che l’ aveva spinto a ritornare, si  attenua ,  anche se l’esperienza con la gente del luogo ,  P. Mario la definisce entusiasmante.
Nel 2006 Padre Mario  rientra in Italia dall’ Africa per celebrare con un ANNO SABBATICO i suoi 25 anni di sacerdozio.
Trascorso l’anno in Molise, il 7 luglio 2007 muore la mamma ed egli viene giù a Randazzo per il funerale, al quale hanno partecipato anche i fratelli del Belgio e la sorella che ormai vive a Randazzo dal 1990.
Nel settembre di quello stesso anno una nuova esperienza l’attende: riceve l’obbedienza per LOURDES, dove rimane fino al 2009, come confessore dei tantissimi pellegrini, in grande parte italiani, che raggiungono Lourdes, soprattutto nel 2008, in ricorrenza del 150 anniversario dell’ apparizione della Madonna .

 

 

 

Il ritorno definitivo in Italia                                 

Nell’agosto 2009 lascia Lourdes per rientrare in Italia, ad ONE’ DI FONTE (in provincia di Treviso).
La comunità viene chiusa  nel 2012, dopo oltre sessant’anni …
Di seguito viene inviato in Molise, al Convento di Ripalimosani (in provincia di Campobasso), anche questa comunità in chiusura . In questa sede rimane insieme ad un altro confratello per svolgere delle piccole Missioni Parrocchiali nel territorio molisano-campano… una bellissima esperienza missionaria,  che gli dà  molte e ricche soddisfazioni.
L’anno dopo, viene inviato a Napoli, dove ha avuto dai superiori l’”obbedienza”,, con l’ intenzione di chiudere la comunità, perché vi sono rimasti, nella sede, solo un padre anziano ed ammalato ed un altro  confratello in dialisi da otto anni. 
Padre Mario rimane a Napoli per due anni, dal 2013 al 2015, dove fa  un’ esperienza pastorale bellissima in un quartiere chiamato Pizzofalcone, vicino ai Quartieri spagnoli, appena sopra S. Lucia. 
La cosa che più colpisce Padre Mario, in questo periodo, è vedere il suo confratello soffrire per la dialisi che fa tre volte a settimana, partendo alle 16:00 e tornando alle 22:00,  stremato.
Un giorno, a pranzo, parlando insieme, Padre Raffaele, così si chiama il confratello, gli confessa  che è stato chiamato 21 volte da Pisa per il trapianto, ma il rene non era mai stato compatibile.
A questo punto Padre Mario, con un gesto partito dal profondo del cuore, si propone di donare lui il rene al suo confratello, nella speranza che sia compatibile. Di fatto risulta compatibile, e così, dopo una lunga trafila ed una lunga attesa, finalmente nel mese di agosto 2015 viene comunicata la data del trapianto, che bisognerà fare a Pisa perché P. Raffaele è in lista d’attesa lì ed ha tutta la documentazione all’ospedale di Cisanello, a Pisa. 
Il rene viene trapiantato il 7 ottobre, giorno della Madonna di Pompei, alla quale P. Raffaele era particolarmente legato. 
Nelle pieghe della vicenda, Padre Mario vede, in quella data,  una protezione particolare della Madonna , per cui, in sala operatoria si  sente ancora più unito al confratello. Dopo il trapianto, Padre Mario, a chi gli chiede sull’ argomento, risponde che, durante lo scolasticato, periodo di studio, i suoi formatori  dicevano che bisognava essere sempre pronti  a dare la vita gli uni per gli altri e lui, con molta modestia, in realtà ,  ha donato solo e semplicemente un rene  per poter lenire le sofferenze del suo confratello. 
Cosi con questo gesto ha dato una nuova e normale vita a Padre Raffaele …
Nel novembre 2015,  viene inviato in Sardegna dove il suo ruolo è quello di parroco ed economo della comunità di cui fa parte, e dopo 2 anni è inviato a Pescara, dove si trova attualmente …
La sua vita è ancora un continuo itinere, per portare la Parola di  Dio, là dove glielo chiederanno, secondo i principi della sua congregazione. 


La storia. Religioso dona rene a suo confratello. 

​​I due si conoscono da 40 anni, sono della congregazione degli Oblati di Maria e hanno dovuto attendere il via libera del Tribunale di Pisa prima di potersi sottoporre all’operazione.
Padre Mario Camarda, sacerdote della Congregazione degli Oblati di Maria, ha donato un rene ad un suo confratello missionario, padre Raffaele Grasso.
Non essendo consanguinei, i due religiosi Omi hanno dovuto attendere il parere del Tribunale di Pisa prima di procedere alle analisi mediche e al trapianto, avvenuto il 7 ottobre.
Ne dà notizia oggi il Servizio Informazione Religiosa della Cei, che rivela un antefatto: padre Raffaele già nel 2000 aveva ricevuto un trapianto, poi andato male e attendeva da tempo che il telefono squillasse da Cisanello di Pisa per la nuova operazione.
Dieci anni di dialisi – sottolinea il Sir – sono tanti, indeboliscono, condizionano la vita di ogni giorno. Così padre Mario ha sentito di “doversi fare ancora più fratello”. “Te lo do io il rene!”.
I due si conoscono dal 1975, sono stati compagni di cammino verso il sacerdozio. “Ricordo durante lo scolasticato che ci dicevano: ‘Siete pronti a dare la vita gli uni per gli altri?’ Ecco, io ho dato solo un rene”, riflette padre Mario. “Pensaci, riflettici, pregaci”, gli aveva chiesto padre Raffaele. “Ho deciso di farlo: se si può dare una vita diversa, lenire le sofferenze di padre Raffaele, perché non aiutarlo?”, racconta padre Mario.
 


Non essendo consanguinei, padre Grasso e padre Camarda hanno dovuto attendere il parere del Tribunale di Pisa prima di procedere alle analisi mediche e all’eventuale trapianto.
Solo dopo 9 mesi i giudici si sono espressi positivamente e sono iniziate le prescritte prove di compatibilità anche attraverso il “cross match”: in sostanza, contemporaneamente sono stati monitorati i reni di diversi possibili donatori. Alla fine, quello di padre Mario è risultato il più compatibile. “È una storia condivisa da tutta la Provincia d’Italia e di Spagna e nelle terre di missione”, chiosa padre Mario, che è ancora in ospedale a causa di qualche intoppo nel drenaggio renale.
Adesso padre Raffaele sta compiendo il decorso operatorio in una casa di accoglienza a due passi da Cisanello, dove è sottoposto ai controlli di routine.
È missionario, abituato ad andare di qua e di là, secondo il carisma della congregazione, secondo la proposta del fondatore, Sant’Eugenio de Mazenod. Ora, però, i medici gli hanno consigliato riposo assoluto. Lui lo sa, non vuole affrettare i tempi, i suoi giovani, che guida da anni, pazienteranno un pò. “Adesso devo gestire un dono che è frutto dell’atto d’amore di un confratello”. “Per ora – commenta il Sir – è questa la sua missione”.

Avvenire venerdì 23 ottobre 2015 

Guarda il video di Don Mario Camarda è molto, ma molto significativo. 

 

 

 

   A cura di LIDIA  PETRULLO  

Il Mercato Domenicale a Randazzo – La Storia

 Il Parlamento Nazionale nel 1970 approva la riforma delle attività commerciali. L’Assemblea Regionale Siciliana la  recepisce  nel 1972.
La riforma vietava qualsiasi attività nei giorni di domenica e nelle festività.
Il Mercato Domenicale a Randazzo quindi doveva essere chiuso.

Nella cittadinanza incominciò ad esserci un forte malumore. Il Sindaco di allora – Francesco Rubbino – tentò di ottenere qualche decreto e/o ordinanza sollecitando il governo regionale e la prefettura, anche per una questione di ordine pubblico,  ma tutto fu inutile perché era necessario che l’Assemblea Regionale Siciliana legiferasse in merito.
Furono organizzate da parte dei Sindacati e dei partiti (soprattutto quelli di sinistra PSI, PSIUP, PCI, PRI ed  in seguito tutta la DC) varie manifestazioni anche a Palermo con la partecipazione di numerosi cittadini. Per ben due volte quattro  pullman strapieni di manifestanti si recarono a Palermo per sollecitare i vari gruppi politici a presentare ed ad approvare un progetto di legge che garantisse lo svolgimento del Mercato Domenicale. 
C’è da dire che da parte dell’Associazione dei Commercianti vi fu una forte pressione a che si rispettasse la legge. Infatti da molto tempo i Commercianti volevano la chiusura o lo spostamento del Mercato ad un altro giorno della settimana in quanto vedevano lesi i propri interessi. 
In Città vi era una vera e propria ribellione molti, anche per interessi politici/sindacali soffiavano sul fuoco.
I giorni passavano e per due domeniche il Sindaco fu autorizzato dal Prefetto, per pericolo di ordine pubblico,  a consentire lo svolgimento del Mercato Domenicale.
Il Pretore subito se ne lavò le mani dicendo “fate che poi Io vi giudicherò”. 
Intanto a Palermo tutti i gruppi dell‘Arco Costituzionale, come si diceva una volta, erano favorevoli alla proposta di modificare la legge, ma vi era un ostacolo: il Presidente della Regione aveva manifestato la volontà di dimettersi e se questa veniva formalizzata in Aula l’attività legislativa doveva essere sospesa fino a quanto si eleggeva il nuovo governo.
Il clima era molto teso, bisognava trovare qualcuno della maggioranza che prima delle dimissioni del Presidente presentasse questo progetto di legge.
Penso che vi rendiate conto che il nostro problema visto da Palermo era ben poca cosa, un fastidio più che altro.
Santino Camarata, allora Vice Sindaco repubblicano, si recò a Mascali per parlare con l’on.le Rosario Cardillo  repubblicano manifestandogli tutta la Sua preoccupazione per quello che succedeva a Randazzo e sollecitandolo ad essere Lui a presentare la proposta di legge.
E così fu.
Prima che il Presidente della Regione formalizzasse in Aula le sue dimissioni, l’on.le Cardillo si alzò e chiese che si potesse discutere e mettere ai voti la Proposta.
Tutti furono d’accordo. 
E così fu che venne approvata  la legge n. 44 del 22 luglio 1972 , ottenuta a furor di popolo, che autorizzava i  Mercati Domenicali in Sicilia,  ove per tradizione si erano svolti. In esecuzione di questa legge, l’Assessore Regionale all’Industria e Commercio, con D.A. n. 558 del 13 settembre 1972 sanciva il diritto all’apertura del Mercato Domenicale nel Comune di Randazzo, di fatto esistente da oltre trentacinque anni.

Randazzo aveva vinto la sua battaglia; l’unica Città in Italia a poter svolgere Attività Commerciale di Domenica sia per i negozianti sia per gli ambulanti.

 

Una piccola considerazione.
Per molti anni si è discusso della possibilità di organizzare meglio il Mercato Domenicale e però niente si è fatto, anzi si è lasciato che crescesse disordinatamente. 
A parole molte proposte: spostarlo in un altro sito anche alla Stazione delle FFSS, farlo salire per il corso Umberto interessando la piazza S. Nicola e piazza Municipio, o lasciarlo lì dov’è con una organizzazione più razionale.
Tutto si può fare basta che ci sia equilibrio e buon senso da parte di tutti.
Una cosa, penso non si possa fare: che questo Sindaco e questa Maggioranza decidano per tutti noi. Il Mercato – nel bene come nel male – è un Patrimonio di tutti i Randazzesi che lo hanno voluto e hanno lottato per ottenerlo là dove si trova. Quindi, prima di prendere decisioni avventate, è necessario un dibattito tra le forze politiche/sindacali coinvolgendo le Associazioni di categorie e i Cittadini che hanno a cuore questi problemi. 
Al Sindaco, politicamente e moralmente, spetta soltanto quello di capire quello che la Città vuole e farsi carico di realizzarlo. 
Francesco Rubbino .

Dissesto Finanziario

 

     La Giunta Municipale presieduta dal sindaco Francesco Sgroi – assessori Giuseppe D’Amico, Giuseppe Gullotto, Maria Mancuso, Alfio Pillera – con  delibera n.84 del 16 maggio 2019 ha dato l’avvio alla procedura del dissesto finanziario del Comune.

     Già da tempo gli Amministratori Comunali si trovavano in grande difficoltà nel portare in pareggio i capitoli di bilancio,  tant’è che nel 2016 la giunta presieduta dal sindaco Michele Mangione e successivamente  nel 2018 la Giunta presieduta dal   sindaco Francesco Sgroi erano ricorsi alla procedura di predissesto, che prevedeva la possibilità di contrarre un mutuo a tassi vantaggiosi e spalmare i debiti nell’arco temporale di trenta anni al fine di salvaguardare le risorse umane e finanziare del comune, nonché i creditori e i servizi erogati ai cittadini.
     Il Consiglio Comunale, a seguito della delibera di Giunta, nella seduta del 30 maggio 2019 con la delibera n. 17 con all’oggetto: “Dichiarazione dello stato di dissesto finanziario, dell’ente, ai sensi dell’art. 246 del D. Lgs. 267/2000”, approva la dichiarazione di dissesto finanziario dell’ente.
     Nell’aula sono presenti tutti i consiglieri comunali, i quali dopo un dibattito di 6 ore, approvano a maggioranza (11 voti favorevoli e 5 contrari) la delibera. 

     Con l’approvazione del dissesto il Presidente della Repubblica, con proprio decreto in data 23 agosto 2019, su proposta del Ministero dell’Interno, che ha competenza sulla finanza locale, ha nominato tre Commissari Straordinari che faranno parte dell’organo di liquidazione al fine di estinguere la massa debitoria del comune.
     Si tratta del dott. Antonino Alberti, già Segretario generale del Comune di Giarre, in quiescenza, il dott. Andrea Dara, dottore commercialista e il dott. Giuseppe Milano, funzionario economico finanziario.

      L’Organo straordinario di liquidazione si è formalmente insediato il 18 settembre 2019 e per 5 anni gestirà il bilancio comunale per quanto riguarda la gestione dell’indebitamento e adotterà tutti i provvedimenti inerenti l’estinzione dei debiti.

     Per quanto riguarda le conseguenze sui cittadini i primi provvedimenti della Giunta e del Consiglio sono stati l’aumento al massimo di tutte le aliquote delle imposte e tasse comunali. Con delibera di Consiglio n. 24 del 28 giugno 2019 l’IMU (Imposta Municipale Unica), la tassa sulla casa, ha segnato un aumento del + 1,60 per mille, passando al 10,60 per mille, mentre  per la TASI (Tributo per i servizi indivisibili . Con la Legge di Bilancio 2020 – Legge 27 dicembre 2019, n. 160, è stata abrogata la TASI ed è stata istituita la nuova IMU 2020). tassa sui servizi, viene introdotta una nuova imposta sui fabbricati invenduti pari al 2,5 per mille e sui fabbricati rurali dell’1 per mille.
     Per quanto riguarda  l’addizionale comunale IRPEF (Imposta sul redditto delle persone fisiche)  con delibera n. 25 del 16 maggio 2019 il Consiglio Comunale ha  modificato il regolamento, abolendo ogni esenzione dell’imposta in riferimento al reddito, aumentando il numero dei contribuenti e interessando anche chi fino ad allora era esonerato dal pagamento perché avente un reddito basso.
     Il debito lo pagheranno anche e maggiormente i creditori  (imprese e professionisti) che nel tempo hanno prestato i loro servizi al comune ma che vedranno solo in parte saldate le loro fatture.
     La commissione nominata dal Ministero degli interni ha il compito specifico di accertare la massa passiva e, conseguentemente, tentare il recupero dei crediti del Comune, anche con azioni forzose nei confronti dei cittadini e aggredendo pure i beni comunali.
     Ove le somme recuperate non soddisfano il debito complessivo del dissesto finanziario, il Comune ha obbligo di inserirli in un bilancio triennale e provvedere al pagamento.
     Può succedere che il Comune non avendo la possibilità di pagare questo ulteriore debito possa rientrare ulteriormente in un altro dissesto finanziario. 
     Quindi, tutto ciò che la Commissione  non riuscirà a liquidare, sarà interamente pagato  dai Cittadini Randazzesi e non, come si fa intendere, dallo Stato.
     Questo significa che bisogna avere molta oculatezza nella gestione del bilancio sia per quanto riguarda le spese, sia per quanto riguarda la certezza delle entrate per i tributi messi a ruolo.
     Il Comune tempo per tempo dovrebbe comunicare ai cittadini tutte le iniziative che vengono intraprese al fine di non pregiudicare più un eventuale altro dissesto.

Una falla si è già aperta per quanto riguarda la TARI (Tassa sui rifiuti). Infatti è stato approvato il Piano Economico Finanziario senza tener  conto di quanto previsto dalla deliberazione ARERA n. 443 del 31 ottobre 2019.

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Francesco Rubbino .

La Rivolta di Randazzo – 25 luglio 1920

1920  –  Il 25 luglio, preceduto da una serie di proteste,  anche da parte di molte donne, vi fu una grande dimostrazione di Cittadini (oltre 700) contro il Commissario Prefettizio Rocco Scriva, a causa della mancanza del pane e da una iniqua distribuzione della farina.
I dimostranti assaltarono il Municipio e dopo che furono stati costretti ad uscire si accalcarono dietro le due porte d’uscita.
I carabinieri , forse impauriti da tutta questa gente, incominciarono a sparare sulla folla. Il risultato fu che vi furono sette morti:
 – i contadini Vincenzo Calcagno, Francesco Paolo Magro, Giuseppe Sorbello,
 – il pastore Giuseppe Giglio,
 – il calzolaio Luigi Celona,
 – il falegname Benedetto La Piana,
 – lo scalpellino Gaetano Mangione 
e sedici feriti di cui quattro dell’Arma.

Il 27 luglio del 1920 la Camera del Lavoro di Catania delibera uno sciopero generale in seguito ai fatti di Randazzo.

Lo sciopero proclamato dalla Camera del Lavoro venne subito avversato dai ceti medio-alti tramite i giornali. 

Dopo lo sciopero, il 28 Luglio, a piazza Manganelli le guardie regie nascostesi fuori dal teatro San Giorgio caricarono la folla all’uscita di un comizio tenuto da Maria Giudice nello stesso teatro, facendo tre morti e trenta feriti. 

Nei giorni successivi, nel commentare i fatti accaduti, gli industriali e i commercianti della provincia auspicavano l’istituzione di guardie speciali di controllo: i tempi del fascismo erano maturi.

 

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La rivolta di Randazzo: da pag 34 a pag 38

                                                                          —————————————————————–

QUELLA TERRIBILE DOMENICA DI TANTI ANNI FA…

I DRAMMATICI FATTI DEL 25 LUGLIO 1920 A RANDAZZO

di  Giuseppe Portale 

La Storia si ripete. “Corsi e ricorsi storici”, diceva il famoso filosofo italiano Giambattista Vico (1668 – 1744), come molti ricorderanno avendolo certamente studiato sui libri di scuola.
Ed infatti è così.
Dalle cronache di questi giorni – che si stanno giustamente occupando e preoccupando della pandemia da Covid ’19 – apprendiamo che, scontenti delle varie misure, e conseguenti chiusure, programmate dai vari governi nazionali per cercare di fermare l’espandersi del Coronavirus, molti imprenditori, lavoratori, studenti e semplici cittadini, hanno dato e stanno dando vita a sempre più numerose azioni di protesta, con relativi disordini, in quasi tutte le piazze delle principali città italiane e straniere.
È proprio così. Collegati alle varie epidemie e pandemie, la Storia ci insegna che vi sono sempre stati malumori, tumulti, disordini sociali e chi più ne ha più ne metta.
Chi non ricorda, infatti, i tumulti che vi furono a Milano, ed un po’ in tutta la Lombardia, nel mese di novembre del 1628, con gli assalti ai forni, magistralmente descritti da Alessandro Manzoni nel suo “I Promessi Sposi”?
O chi non ricorda quanto accaduto, nel secolo appena scorso, proprio cento anni fa, a seguito dell’epidemia di “Spagnola” che tanti lutti portò non solo in Italia ma un po’ in tutta Europa e nel mondo intero?
Una delle tante sommosse che si ebbero allora in tutta Italia e, di conseguenza, anche in Sicilia, si verificò pure nella nostra città di Randazzo nella giornata di domenica 25 luglio 1920.
Al già pesante prezzo di vite umane pagato a causa di una prima epidemia di colera verificatasi nel 1897, e di una seconda nell’agosto del 1911 durante la quale si contarono ben 102 vittime, ben presto si aggiunsero anche quelli della Prima Guerra Mondiale (1915-18) e – come si accennava prima – dell’epidemia di febbre “Spagnola” che funestò l’intera Europa, ed ovviamente anche la nostra Randazzo,  dal 1918 a tutto il 1921, facendo sentire ancora i propri terribili strascichi sino a quasi l’inizio della Seconda Guerra Mondiale.
Proprio in quel periodo fra i due conflitti mondiali, Randazzo ebbe a sopportare uno dei più gravi momenti di collasso economico per il fatto che la sua agricoltura toccò livelli così bassi fino ad allora mai conosciuti: la città, infatti, in quei lunghissimi anni, risultò popolata unicamente da donne, vecchi, infermi e bambini.
E come se la guerra e l’epidemia di “Spagnola” non fossero bastate, il 25 luglio 1920, domenica, a seguito di tutta una serie di manifestazioni contro il carovita e per la mancanza di viveri, si verificarono nella nostra città diversi tafferugli tra la popolazione e le forze dell’ordine, durante i quali ben nove randazzesi persero la vita e molti altri rimasero feriti.
I motivi di tali manifestazioni popolari trovava la sua ragion d’essere nelle delusioni post-belliche della Prima Guerra Mondiale, nelle giuste lotte socialiste e rivendicazioni sindacali, e purtroppo nell’azione governativa di allora tendente già ad ammassare grano e nella penuria di generi di prima necessità.
A questo quadro generale si aggiunse per Randazzo la prossimità della battaglia elettorale tra Popolari e Socialisti per la conquista del Comune.
Si capisce, quindi, il tipo di clima che in quei giorni spirava e si respirava in città.
In ultimo, si ricorda che a dirigere la municipalità vi era in quel preciso momento l’inflessibile e – sotto certi aspetti – “terribile” commissario prefettizio Rocco Scriva.
L’incidente cui accennavamo prima ebbe origine nel corso di una riunione che si stava tenendo, in quella calda mattinata domenicale del 25 luglio 1920, al Municipio tra il commissario e una delegazione di cittadini.
La richiesta, peraltro già accettata, consisteva nel mantenere nella nostra città il grano che era stato requisito proprio a Randazzo, dal momento che quello rimasto in mano ai produttori non sarebbe bastato né per i fabbisogni familiari dell’intero anno a venire né per l’ormai prossima semina del successivo periodo autunnale. Richiesta più che legittima la quale – come si accennava prima – sembra fosse stata già accolta ed accettata dal responsabile prefettizio.
A provocare l’incidente, poi, furono alcune donne, particolarmente e comprensibilmente arrabbiate – visto   il delicato e difficile momento che stavano vivendo in quel periodo le famiglie della nostra città – le quali, ad un’infelice battuta da parte di un impiegato comunale presente, fecero letteralmente volare in aria sedie e tavoli degli uffici comunali che venivano letteralmente messi a soqquadro.
Alla forza pubblica intervenuta venne ordinato di allontanare con ogni mezzo la delegazione che, una volta fuori dal Comune, continuò però a protestare.
Sul vero motivo per cui i Regi Carabinieri da lì a poco fecero fuoco sui presenti, attraverso le sbarre del cancello di sinistra del Municipio (quello, per intenderci,  oggi prospiciente al Circolo unione operai e professionisti, ed i cui segni delle pallottole proprio sulle sbarre del cancello sono ancora oggi ben visibili), non si riuscì a fare completa luce.
Fatto sta che sul selciato rimasero privi di vita ben sette persone: i contadini Vincenzo Calcagno, Francesco Paolo Magro e Giuseppe Sorbello, il pastore Giuseppe Giglio, il calzolaio Luigi Celona, il falegname Benedetto La Piana e lo scalpellino Gaetano Mangione; mentre altre quindici rimasero gravemente ferite, due delle quali all’indomani morirono.
Fu così che, per non morire di miseria con le loro famiglie, nove sventurati morirono di piombo. Un’altra grave ingiustizia, nella storia dell’umanità, era stata consumata!

Il successivo mercoledì 28 luglio, a Catania, e più precisamente in Piazza Manganelli, durante una manifestazione organizzata dalla nascente Cgil con la sua Camera del Lavoro, per protestare proprio a causa dell’eccidio che era stato consumato tre giorni prima a Randazzo, si ebbero ancora altri scontri fra le truppe regie in assetto di guerra, i dimostranti ed alcuni provocatori nazionalfascisti che disturbavano il comizio tenuto dai dirigenti socialisti Maria Giudice e Giuseppe Sapienza.
Nei disordini causati soprattutto dai provocatori che, come al solito, cercavano di pescare nel torbido (come sta succedendo ancora oggi) e nelle dure reazioni delle forse dell’ordine che ne seguirono, fra i dimostranti vi furono ancora altri sei morti con circa un’altra quarantina di feriti.
E tutto questo, solo per non morire di fame, loro e le loro famiglie.

Sì. È proprio così: la Storia si ripete come sempre, ancora una volta, anche ai giorni nostri…

Giuseppe Portale

 

 

Angelo Manitta e Salvatore Maugeri ne: ” La Valle dell’Alcàntara – Dalla preistoria all’età contemporanea”   raccontano questo tragico avvenimento così:

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Questi sette Randazzesi uccisi perchè reclamavano un giusto diritto non sono morti invano.

Eppure non sono mai ricordati dai nostri storiografi, solo un accenno di padre Luigi Magro a pagina 151 del: “Cenni storici della Città di Randazzo” .

Non una via, una piazza, una lapide per ricordare il loro sacrificio.
 
Sarebbe molto significativo che il 25 luglio del 2021 si potesse inaugurare una lapide nel cortile del Palazzo Municipale
a ricordo di questo tristissimo avvenimento.

                                                                                   ———————————————

 

 


Francesco Rubbino
 

 

Edifici Monumentali CT e Provincia – 1921

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La battaglia di Francavilla di Angelo Manitta a cura di Maristella Dilettoso

FRANCAVILLA DI SICILIA – Pomeriggio culturale a Francavilla di Sicilia con la presentazione di due pubblicazioni: “La Battaglia di Francavilla. La Quadruplice alleanza e la contesa della Sicilia” di Angelo Manitta e “Il consiglio di guerra di Francavilla di Sicilia dai resoconti di George Byng (28 – 29 giugno 1719)”, di Thomas Corbett, a cura di Angelo Manitta

 

Il 22 Agosto 2020  a Francavilla di Sicilia (ME), presso l’area esterna comunale “Il Giardino della Vita”, nel pieno rispetto delle norme e precauzioni anti Covid-19, sono stati presentati il volume di Angelo Manitta, La Battaglia di Francavilla. La Quadruplice alleanza e la contesa della Sicilia (Il Convivio Editore, 2020), e Il consiglio di guerra di Francavilla di Sicilia dai resoconti di George Byng (28 – 29 giugno 1719), di Thomas Corbett, a cura di Angelo Manitta (Il Convivio Editore 2020). L’incontro culturale è stato introdotto dallo storico francavillese Angelo Pirri, in qualità di moderatore, che dopo i saluti istituzionali del sindaco Vincenzo Pulizzi e del vicesindaco Gianfranco D’Aprile, ha ceduto il microfono all’autore, per un’ampia disamina della genesi dell’opera e dei fatti più salienti in essa descritti. A seguire sono intervenuti diversi storici e operatori culturali del territorio alcantarino, come Giuseppe Carmeni, Salvatore Maugeri, Antonino Portaro, Salvatore Rizzeri, Filippo Zullo, evidenziando ciascuno qualche aspetto particolare dei libri e della personalità dell’autore.

I due scritti, sebbene concepiti a tre secoli di distanza, sono strettamente correlati tra loro, in quanto vi si tratteggia uno scontro, sia bellico che diplomatico, tra le maggiori potenze europee agli inizi del XVIII secolo, che ebbe come scenario proprio il territorio di Francavilla, e Angelo Manitta, trattandone, è riuscito a descriverne tutti gli sviluppi, dando vita ad un’opera corposa e approfondita.

La Battaglia di Francavilla (20 giugno 1719), della quale nel 2019 si è commemorato il 300° anniversario, è uno degli scontri più importanti della Guerra di Sicilia (1718-1720).
La ricerca, basata sulle fonti delle varie parti coinvolte, austriache, spagnole, inglesi, piemontesi e francesi, indagando e consultando anche documenti inediti e rari, vuole far luce su un evento che ha deciso il predominio sul Mediterraneo, di cui la cittadina siciliana, ad una nuova lettura delle numerose testimonianze, appare un tassello più importante di quanto si è potuto credere finora.
Attraverso una dettagliata esposizione, si esaminano le cause che hanno spinto la Quadruplice Alleanza a scontrarsi con le forze spagnole proprio a Francavilla di Sicilia, e si ricostruiscono sia la dinamica dei fatti che la tattica militare, nel tentativo di capire le conseguenze e di contestualizzare le successive azioni all’interno del Mediterraneo.

Per quanto riguarda, invece, la seconda opera presentata, questo è il tema: dopo la Battaglia di Francavilla, il 28 e 29 giugno si svolge nell’accampamento, disposto a nord del paese alcantarino, un Consiglio di guerra, cui partecipano i principali protagonisti e alleati dell’armata, tra i quali il generale Florimondo di Mercy, gli ufficiali dell’esercito imperiale e l’ammiraglio George Byng (plenipotenziario nel Mediterraneo per l’Inghilterra), per discutere le modalità di prosecuzione del conflitto contro gli spagnoli.
Esaminati i motivi della sconfitta, vengono prese delle decisioni determinanti per il successivo svolgimento dell’azione militare. Molto probabilmente al consiglio dovette prendere parte anche l’autore del libro, Thomas Corbett, nella sua qualità di segretario personale dell’Ammiraglio Byng, che ne redasse un verbale.
Da qui parte appunto la ricerca di Angelo Manitta, che decide di rendere nota, e pubblicare, parte di tale verbale, riproponendo il testo inglese e la traduzione italiana, con ampi riferimenti ai documenti contemporanei.

      Maristella Dilettoso

(articolo pubblicato su “Il Convivio” n. 82, Luglio-Settembre 2020).

 

 

 Foto di Maristella Dilettoso

Covid – 19. “Zona Rossa” a Randazzo

 

RANDAZZO IN LOCKDOWN

di Giuseppe Portale

C’era una volta Randazzo… La Randazzo medievale delle tre chiese che a turno fungevano da matrice; dei tre quartieri: latino, greco e lombardo; delle tre parlate; dei tre parchi naturali: dell’Etna, dei Nebrodi e dell’Alcantara; dei tre musei e di una bella biblioteca.
Visitata tutto l’anno da tanti, tanti turisti attratti dalle sue bellezze naturali ed architettoniche.

Randazzo città della cultura.

 

Oggi quella Randazzo non c’è più! E non ci sarà più chissà per quanto tempo!

Chi si trovasse a percorrere le vie del paese, oggi, troverebbe una landa deserta.

Pino Portale

Una città fantasma come quelle abbandonate del Far West!

E tutto questo da quando è stata ingiustamente considerata e marchiata come “zona rossa” a causa dell’attuale epidemia del Covid 19 che l’ha appena toccata – come tante altre città, del resto – ma che qualcuno ha voluto forzatamente farla dichiarare come tale: “zona rossa”.

Scuole e negozi chiusi: bar, ristoranti ed altri locali pubblici in primis, ma anche negozi di abbigliamento, di calzature e di quant’altro possa occorrere per le necessità delle persone e delle famiglie. Alimentari, farmacie, parafarmacie e studi medici esclusi, ovviamente.

Un centinaio i contagiati: la maggior parte asintomatici e proprio in questi giorni con i relativi tamponi molecolari risultati negativi, peraltro. Due soli i ricoveri, di cui uno in terapia intensiva in un ospedale di Catania e l’altro al reparto Covid di Biancavilla. Purtroppo un deceduto, risultato positivo al Covid in sede di ricovero, ma non deceduto solo per questo, essendo già portatore anche di altre gravi patologie ed avendo dovuto subire precedentemente più di un intervento chirurgico.

 

 

 

Carabinieri, Forestale ed Esercito presidiano le vie d’accesso della città, controllando chi vi entra o chi vi esce. Sino a tarda sera di ieri, giovedì 22 ottobre, persino un elicottero a volteggiare ed a controllare la città dai cieli. E, come se ciò non bastasse, duri e pesanti blocchi di cemento ad ostruire ed impedire l’accesso nelle diverse bretelle che dalla strada provinciale Quota Mille permettono di  raggiungere la città.
Uno spiegamento di forze così – ci dicono diverse persone anziane – non si vedeva dai tempi del fascismo, quando erano vietati gli assembramenti, ma per altri motivi. Tuttavia è stata fortemente richiesta e fortemente voluta, la dichiarazione di zona rossa, dal sindaco della città, che peraltro la rivendica, a suo dire, per l’alto numero di contagiati, anche se asintomatici: un centinaio su una popolazione di oltre diecimila abitanti.
Cause del contagio? Qualche ricevimento seguìto ad un paio di matrimoni, ad alcune cresime, ad un compleanno. La mancanza del dovuto distanziamento e la non perfetta osservanza delle disposizioni che ci sono state caldamente raccomandate in tutto questo periodo dai sanitari. 
Non sono dello stesso parere del primo cittadino, però, gli operatori commerciali della città che, pur riconoscendo il fenomeno, non ne ritengono la particolare gravità nei numeri, visto che molti contagiati sono asintomatici ed i cui tamponi, oggi, stanno già risultando negativi, tanto che la curva dei contagi sembra stia discendendo.
Molti, per esempio, si sono preoccupati per essere stati a contatto con qualche contagiato, ma grazie a Dio la loro pur legittima preoccupazione oggi non sta dando motivo di temere il peggio con l’esplosione di un contagio fuori controllo.

Gli operatori commerciali, dicevamo. Ne abbiamo sentiti parecchi.

Ci hanno fatto chiudere così, dalla sera alla mattina – ci dice Antonino Caggegi, contitolare con il fratello dell’omonimo bar in Via dei Romano – avremmo gradito essere informati prima, in modo da non lasciarci cogliere impreparati. Sì, è vero, sappiamo di qualche sporadico caso in città, ma forse si è creato un eccessivo allarmismo. Danni economici? Senza alcun dubbio. Il decreto regionale parla di aperture ma solo per i beni di prima necessità. E, diciamolo chiaramente, il caffè o il dolcino, la pizzetta non lo sono affatto: ecco perchè abbiamo preferito chiudere l’esercizio, poichè avevamo i costi (anche quelli del personale) ma nessun introito, e quindi andavamo in perdita. Meglio chiudere!”.

E come il Bar Caggegi anche gli altri della centralissima Via Umberto, il Bar del Corso di Maurizio Vecchio ed il vicinissimo Absidi Cafè.
Con questa ingiusta dichiarazione della nostra città come zona rossa senza che ce ne fosse veramente necessità – ci dice Maurizio Vecchio – la nostra città è veramente morta. E non si sa quando risusciterà. Forse ci vorranno decenni“.

“Lei è l’unico cliente che oggi pomeriggio sia venuto a comprare il giornale – ci dice l’edicolante Daniele Gullotto oggi ho tenuto aperto, con i costi generali che ne derivano, ma senza trarne alcun utile. Così non si può proprio andare avanti“.

Rincara la dose Daniele Sindoni, negozio di abbigliamento anch’esso nella centralissima Via Umberto, membro del direttivo provinciale della Confcommercio catanese, rappresentante sindacale di lungo corso per quanto riguarda la sua categoria:

A mio avviso si è creato un allarmismo del tutto ingiustificato, visti i numeri dei contagiati  asintomatici in rapporto con la popolazione della città. Proprio quando ci stavamo per risollevare dopo il ìungo lockdown dei mesi scorsi, siamo di nuovo ripiombati in un incubo senza fine. Questa nostra città, peraltro, è già stata fortemente penalizzata: prima per lo spostamento del mercato domenicale dal centro alla periferia, senza che siamo stati minimamente consultati, come in quest’altra occasione, ma messi di fronte a un dato di fatto. Spostamento che trovava origine da alcuni lavori che dovevano essere fatti per allargare la bambinopoli di Piazza Loreto. Ma poi, finiti i lavori, il mercato non è più tornato al suo posto, con tutte le attività commerciali limitrofe che sono andate in sofferenza. Poi con il lungo lockdown nazionale, ed ora con questo nostro lockdown locale che, seppur temporaneo, ha marchiato con un indelebile stigma la nostra antica e bella città di Randazzo. Sarà dura, molto dura risalire la china“, conclude del tutto  sconsolato.

Sì, ci stavamo appena risollevando – ci dice Antonio, contitolare di un’azienda agrituristica che sino a poco tempo fa vantava molte presenze nazionali ed internazionali all’anno – ma questa dichiarazione di zona rossa ci sta facendo fioccare le disdette a iosa, veramente come fossero fiocchi di neve. Una coltre di neve e gelo che, temiamo, non si sciolga affatto presto e ci vorranno anni prima di riprenderci“.

È così – ci dice anche Matteo Ferretti del B&B Ai tre Parchigià eravamo stati duramente provati dal lungo lockdow dei mesi scorsi, sembrava ci stessimo riprendendo ed ora, invece, quest’altra dura mazzata che nessuno si aspettava, dovuta anche, in verità, alla nostra imprudenza di cittadini mentre, invece, saremmo dovuti essere più attenti e più cauti. Sì, purtroppo anche a causa di questa dichiarazione di zona rossa, anche noi abbiamo avuto una colluvie di disdette nelle prenotazioni e non sappiamo se e quando ci riprenderemo“.

Ma perchè questa definizione di zona rossa?“, s’interroga Nuccio Alfonso, contitolare di un’avviatissima agenzia di viaggi oggi in crisi anch’essa. “Ho letto attentamente tutti i documenti che ci riguardano sull’argomento, e questa espressione non l’ho letta da nessuna parte. Del tutto ingiustificate e del tutto improvvida mi sembra tale definizione che bolla come un marchio indelebile, ed ingiustamente, tutta la nostra città“.

 

 

Per cercare di saperne di più, e soprattutto per sentire la voce dell’amministrazione comunale in merito, abbiamo cercato di contattare il vicesindaco di Randazzo, Giuseppe Gullotto, assessore comunale al Commercio, Artigianato, Industria e Sviluppo Economico. Persona seria, conosciuto in paese per le sue capacità imprenditoriali, e soprattutto per la sua correttezza ed onestà intellettuale, tuttavia con grande garbo e gentilezza egli declina il nostro invito e preferisce non rilasciare alcuna dichiarazione.

La speranza di tutti gli operatori commerciali di Randazzo è che almeno, da parte della Regione Siciliana se non da parte dello Stato, vi siano delle provvidenze a ristoro delle loro ingenti perdite che stanno subendo ancor più in questo periodo e che, temono, si possano verificare ancora per molto tempo in futuro.

Sull’argomento abbiamo sentito Alfio Mannino, segretario generale regionale della Cgil, che proprio nei giorni scorsi, assieme ai segretari generali regionali della Cisl, Sebastiano Cappuccio, e della Uil, Claudio Barone, hanno avanzato una ben precisa richiesta in tal senso alla Presidenza della Regione Siciliana, chiedendo interventi economici a sostegno delle famiglie, dei lavoratori, delle imprese delle “zone rosse” fra le quali vi è, appunto, anche Randazzo.
     “
Queste comunità – scrivono i segretari generali Alfio Mannino, Sebastiano Cappuccio e Claudio Barone nella loro nota inviata al Presidente della Regione Siciliana e agli assessori all’economia Gaetano Armao, alla famiglia Antonio Scavone e alle autonomie locali Bernadette Grasso, – non possono essere lasciate sole ad affrontare le emergenze economiche e sociali che inevitabilmente vanno ad aprirsi e che si aggiungono ai problemi di ordine sanitario. È necessario intervenire subito – sottolineano i sindacati – assicurando supporto economico, specie per quelle attività che risulteranno maggiormente colpite”. Contatti informali sono già in corso tra i sindacati e gli assessori all’economia e al lavoro sulla questione che, per Cgil, Cisl e Uil, va affrontata convocando urgentemente un confronto con il coinvolgimento degli amministratori delle comunità interessate (le zone rosse sono attualmente quattro in Sicilia), “per individuare le opportune misure da adottare”.

Nel primo pomeriggio di ieri, giovedì 22 ottobre, i segretari generali regionali della Cgil, Alfio Mannino, della Cisl, Sebastiano Cappuccio, e della Uil, Claudio Barone,  hanno parlato ancora una volta con il vicepresidente della Regione Siciliana, Gaetano Armao, il quale ha assicurato loro che sta considerando l’ipotesi di inserire circa 200 milioni di euro da suddividere ai Comuni delle cosidette “zone rosse” attraverso i fondi previsti per le autonomie. La prossima settimana, inoltre, ha assicurato sempre Armao alla triplice sindacale siciliana, dovrebbe andare in aula il provvedimento sulla copertura dei debiti fuori bilancio. Ed in quella occasione, se vi sarà la volontà e l’accordo dei capigruppo, tali provvidenze a favore dei Comuni più colpiti potrebbero già essere inseriti per il loro successivo stanziamento.

Sconsolato il parroco della Basilica di Santa Maria ed arciprete di Randazzo, padre Domenico Massimino che, ancora una volta, domenica prossima dovrà celebrare Messa da solo in una basilica totalmente deserta. “Pregherò ancora insistentemente il Signore affinché liberi al più presto noi ed il mondo intero da questo terribile flagello – assicura –. Ringrazio gli amici di Tgr, TeleGiornale di Randazzo, per la loro sempre piena disponibilità, e gratuitamente come sempre, che con i loro mezzi tecnici, come in passato, durante il periodo del precedente totale lockdown, ci hanno consentito e ci consentiranno ancora di far partecipare i fedeli alla Celebrazione Eucaristica dalle loro case“.



Lettera a La Voce / “Ristoworld Italy”: superata l’emergenza, urge rilanciare le attività turistico-ristorative di Randazzo

 

 

 

 

 

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Pandemia in Sicilia / A Randazzo in lockdown, i commercianti temono il peggio: “Così l’economia muore”

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Covid, una vittima a Randazzo: “La notizia più dolorosa”

Dolore e cordoglio nella città dichiarata “zona rossa”.

L’ANNUNCIO DEL SINDACO

 

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RANDAZZO. C’è una vittima da Covid-19 a Randazzo. L’annuncio è arrivato ieri sera dal sindaco Francesco Sgroi attraverso una diretta Facebook. “È la notizia che non avrei mai voluto dare – dice il primo cittadino rivolgendosi alla comunità randazzese – un nostro concittadino è deceduto per una polmonite interstiziale causata dal Covid-19, stringiamoci alla famiglia per questa perdita”.
Randazzo dallo scorso lunedì è stata dichiarata zona rossa. Il sindaco descrive questo momento come “uno dei più difficili vissuti dalla città dal dopoguerra”.

Sgroi è preoccupato per alcuni ricoveri che si stanno susseguendo in queste ore. E chiede ai cittadini di rispettare le regole che limitano libertà e socialità. “Sacrifici necessari per salvaguardare l’incolumità nostra e dei nostri cari”, afferma il sindaco. Ieri, un trentenne positivo è stato denunciato per non aver osservato la quarantena.

Sul fronte dei contagi, il primo cittadino spiega che c’è stata un rallentamento della curva epidemiologica che “fa bene sperare”. Molti tamponi processati in questi giorni risultano negativi, come quelli degli anziani ospitati nella casa di riposo.

 

Itinerario naturalistico a cura di Enzo Crimi – BAJARDO-SANTA MARIA DEL BOSCO-POMARAZZITA- SAN GIACOMO.

 

RANDAZZO – BAJARDO – AREA ATTREZZATA E RIFUGIO DI SANTA MARIA DEL BOSCO – RIFUGIO FORESTALE DI  POMARAZZITA – ANTICO MONASTERO E IL MULINO DI SAN GIACOMO E  FIUME ALCANTARA.

 

SCHEDA

DA VEDERE: Panorama mozzafiato del versante nord dell’Etna, dell’abitato settentrionale di  Randazzo e delle poderose forre laviche che si immergono nelle acque del fiume Alcantara, boschi, rifugi forestali e reperti di grande valore etno-artistico con lo sfondo dell’estrema propaggine sud dei monti Nebrodi, della loro natura incontaminata e del bacino fluviale superiore del fiume Alcantara  tutto da scoprire.

INQUADRAMENTO GEOGRAFICO: Territorio di Randazzo – Fiume Alcantara ed estrema propaggine sud-est dei Monti Nebrodi .

LOCALITA’: Bajardo – Santa Maria del Bosco – San Giacomo.

TIPOLOGIA: Difficoltà media del percorso orografico e buona impegnativa fisica dei partecipanti.

LUNGHEZZA DEL PERCORSO: 15,0 km circa solo andata (il percorso si può fare in 2 tappe).

TEMPO DI PERCORRENZA: 8,00 h (da considerare indicativo a seconda delle possibilità fisiche personali dei partecipanti e dei tempi di sosta)

QUOTA MEDIA DI 1000 METRI SLM: Cancello demaniale di Bajardo, area attrezzata di Santa Maria del bosco, Monastero di San Giacomo e ritorno.

 

Territorio Alcantara-Nebrodi di Randazzo: Il rifugio forestale di “Santa Maria del bosco” (foto aerea di E. Crimi).

Raggiungere il rifugio e area attrezzata di Santa Maria del bosco e l’antico Monastero di San Giacomo è alquanto semplice.
Lasciando con l’automezzo il centro abitato di Randazzo attraverso l’antica porta Aragonese di San Giorgio (porta o mustu o porta del sole), si imbocca la SS. 116 (Randazzo – Capo d’Orlando), da qui, dopo avere oltrepassato il suggestivo ponte in pietra lavica sul fiume Alcantara, a circa 700 metri, seguendo le istruzioni di un cartello in legno, si svolta a sinistra e ci si immette su una stradella rurale dalla quale non ci si può esimere nel restare straordinariamente colpiti dalla visione del paese di Randazzo.
Appoggiato su un banco lavico, protetto e demarcato dalle poderose forre laviche secolari, la cittadina, altezzosa per la sua storia e fiera delle sue mura medievali, si specchia nelle acque, a volte calme e a volte impetuose del fiume Alcantara.
Seguendo questo suggestivo percorso, l’escursionista può godere dell’imponente visione dell’Etna che fa capolino a sud del paese e, dall’alto della sua possanza, da forza al paesaggio e sta a guardare lo scorrere del tempo.

 

Il rifugio forestale di Santa Maria del bosco innevata.

 

Il percorso risale sottocosta come per rincorrere a ritroso il corso del fiume Alcantara, che inizia a scorrere ancora molto più a monte. Dopo avere potuto godere di un paesaggio semplice ma ricco di attrattiva naturalistica e aver percorso circa 4 km, si giunge al cancello di accesso al Demanio Regionale Forestale dei Nebrodi di Bajardo, dove si possono lasciare le autovetture per riprenderle una volta che l’escursione è finita.

Piccolo museo etnoantropologico presso il rifugio forestale di Santa Maria del bosco



Da qui ha inizio il tragitto a piedi e attraverso uno scalandrino di legno si entra nell’area incontaminata  demaniale  di Santa Maria dei Bosco, dove si possono ammirare  alcuni elementi di grande pregio naturalistico, sia dal punto di vista vegetazionale che faunistico.
Si prosegue all’interno dell’estrema propaggine sud-orientale dei Nebrodi,  lungo una pista forestale,  che attraversa un territorio ampiamente boscato e si spinge sino alle sorgenti del fiume Alcantara, tra i territori di Randazzo e Floresta.
Dopo circa 3,5 km, dal cancello si giunge presso l’area attrezzata di Santa Maria del bosco gestita dall’Ufficio Provinciale del Territorio di Catania, ex Azienda Foreste Demaniali della Regione Siciliana, dove ci si potrà dissetare con fresca acqua di sorgente.
L’area attrezzata è corredata da tavoli, panche, piani di cottura e persino servizi igienici e qualche gioco per bambini, che rendono la sosta, anche di qualche giorno, ancora più confortevole.

 

Rovine del monastero di San Giacomo.

Monastero di San Giacomo: Particolare interno della cappella.

Inoltre, è presente nel sito un’antica masseria che consta di alcune stanze delle quali, una è stata ristrutturata e adibita a luogo di culto religioso, per come probabilmente lo era in origine e in un’altra stanza, è stato allestito un piccolo museo dell’arte e tradizione contadina.
Una stanza aperta del rifugio si presta molto per il pernottamento di gruppi scouts e scolaresche, numerosissimi nel periodo estivo e soprattutto in primavera. Insomma, ne vale davvero la pena visitare questa infrastruttura che ha carattere ricettivo ma anche ricreativo. Inoltre, l’area si può utilizzare come punto base per escursioni a piedi, in mountain-bike o a cavallo, verso un altro piccolo gioiello di questo territorio, il rifugio montano di Pumarazzita distante km.3.
La costruzione si presenta agli occhi del visitatore come collocata su un balcone naturale, con alle spalle il rilievo di Punta Randazzo Vecchio e più a nord-ovest l’altipiano di Floresta, dove sgorgano i primi rivoli dell’Alcantara e a sud, sembra come affacciarsi nella valle dell’Alcantara, alla ricerca di tempi perduti.
Realizzato negli anni ’40, questo rifugio, per la sua posizione geografica, è frequentato da diversi escursionisti che trovano in esso un punto di riferimento per le escursioni di alta quota che portano verso gli affascinanti boschi dei Nebrodi e alle sorgenti del fiume Alcantara.

 

Rifugio forestale di “Pomarazzita”.

 

Si ritorna sulla pista principale riprendendo l’itinerario alla volta del Monastero di San Giacomo che dista circa Km. 2,5.
Si lascia la pista forestale dove questa è sbarrata da un cancello demaniale conosciuto come San Giacomo, proprio sul fiume Alcantara e si prosegue a destra su un piccolo sentiero e ci immergiamo all’interno di uno splendido paesaggio mozzafiato  tra la valle del fiume Alcantara e i boschi dei Nebrodi, al centro di un’area molto pregevole, dove natura e cultura si fondono per consentire un profondo rinnovamento sociale e spirituale.
In questo ambiente alquanto mistico, resistono faticosamente agli attacchi del tempo e dell’uomo, i resti del Monastero di San Giacomo. Un edificio sacro diretto testimone di una fede popolare profondamente radicata, consacrato a chi vuole rigenerarsi nella meditazione, attraverso un percorso ascetico, per trovare un ristoro dell’anima, vivendo la spiritualità in modo nuovo e autentico, attraverso un profondo contatto con la natura e l’universo circostante, in modo da raccontarne la cultura dei luoghi, esempio eccellente di arte, storia e architettura.
L’organismo edilizio si sviluppava su due livelli, la parte superiore costituita dagli alloggi    dormitorio per i monaci e quella inferiore composta da  due parti: la cappella con i suoi affreschi e un magazzino o “Grangia”, che nei complessi edifici monastici medievali, aveva lo scopo di conservare i prodotti ricavati per opera dei monaci dalla coltivazione dei terreni annessi alle abbazie.
Poco distante dal convento, sugli argini del fiume Alcantara, si possono  ammirare alcune evidenti tracce di quello che fu il mulino di San Giacomo, rappresentate da una condotta obbligata dell’acqua in pietra e i resti di una vasca di raccolta.
Il mulino era con certezza collegato all’esistenza del convento e dei suoi monaci, i quali,  effettuavano  la coltura del grano e altri cereali  in  alcuni terrazzamenti adiacenti il cenobio.
Dopo aver ripreso fiato ai bordi del fiume, si intraprende la strada del rientro a Randazzo.   

Itinerario naturalistico a cura di Enzo Crimi – Divulgatore ambientale e naturalista, già Commissario Superiore del Corpo Forestale della Regione Siciliana.

Alfio Vaccaro il Re delle Cravatte.

 

 Guidotto Nello: MOJO ALCANTARA – Se nel suo libro “Elogio della cravatta” il conte Giovanni Nuvoletti, vero gentiluomo d’altri tempi, ha scritto che questo “capriccio della fantasia” fra la camicia e la giacca, si indossa nei momenti più importanti della vita.
Per Alfio Vaccaro di 79 anni, fiero contadino e mojese doc, tutta la vita è stata, e continua ad essere, un momento importante.

Oggi pensionato, sposato con la signora Paola Francesca Mobilia da cui ha avuto 2 bravissimi figli, Alessandro e Daniele, infatti, non solo la indossa sempre, ma vanta un record da guinness dei primati. Fra acquisti e regali ha raccolto in casa più di 2000 cravatte.
Ne possiede di tutti i tipi, di decine di stilisti, antiche e moderne, di vari Paesi e soprattutto di tutti i prezzi. Nella sua immensa collezione troviamo cravatte comuni, militari, dai disegni stravaganti, ma anche di stoffa pregiata griffata Cartier.

 

 

Per questo, sollecitati dal suo amico randazzese Francesco Rubbino siamo andati a trovarlo. E lui, indossando una bella cravatta regimental azzurra, ci ha accolto facendoci capire come la sua vita e le cravatte siano state sempre un tutt’uno.

“Da giovanissimo mi piacevano. – ci ha raccontato – Già a 14 anni le indossavo. Ogni volta che uscivo per comprare indumenti o anche in gita ne compravo diverse. Sapendo della mia passione poi tutti gli amici mi hanno sempre regalato cravatte ed io le ho sempre conservate, custodite ed indossate.
Ho le cravatte della mia gioventù e cravatte che risalgono al 1915. Ho cravatte greche, francesi, tedesche, svizzere, spagnole, portoghesi e pure di Gibilterra. Per non parlare poi di quelle australiane o americane. Nella mia vita ho avuto la fortuna di viaggiare in comitiva ed ogni volta ne ho sempre comprate così tante da non dire a mia moglie quanto avevo speso”.

E così il signor Alfio durante lo stesso matrimonio cambia spesso cravatta confondendo gli altri invitati, ed in casa sua non c’è sportello da dove non sbucano fuori cravatte.

Ed allora complimenti signor Alfio. Se la cravatta e sinonimo di ordine e di classico, di un gusto del particolare elegante e raffinato dal colore giusto, la sua vita è stata ed è un po di tutto questo.

da  “La Sicilia” ( 18/10/2020)  Guidotto Nello: Come ha scritto Ariosto parva sed apta mihi.

 

 

 

Pietro Virgilio – Randazzo e il Museo Vagliasindi (testo originale).

Questo testo originale del libro è stato digitalizzato dal dr. Maurizio Damiano e gentilmente fornito al sito per la pubblicazione . 
Un grazie di cuore a Maurizio per questa Sua generosità.

 

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Giuseppe Plumari – Storia di Randazzo Primo Volume

“Avendo io nelle ore dell’ozio raccolte alcune memorie relative alla Storia di Randazzo, mia Patria, queste un tempo legger volle il Cavaliere Lionardo Vigo della Città di Acireale, qui venuto per curiosare… mi animò… Egli stesso a scrivere un Sunto della Storia mia municipale, con avermi incaricato di doverlo poi trasmettere ali Accademia de’ Zelanti di Scienze, Lettere ed Arti di essa Città di Aci-Reale. Tanto io praticai nello stesso anno 1834″.

LIBRO  I  – Capitolo 1

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LIBRO I – Capitolo 2

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LIBRO I – Capitolo 3 parte 1

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LIBRO I – Capitolo 3 parte 2

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LIBRO I – Capitolo 4

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LIBRO II – Capitolo 1

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LIBRO II – Capitolo 2  parte 1

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LIBRO II – Capitolo 2  parte 2

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LIBRO II – Capitolo 3  parte 1

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LIBRO  II – Capitolo 3  parte 2

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LIBRO  II – Capitolo 4

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LIBRO  II – Capitolo 5 

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LIBRO  III – Capitolo 1

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LIBRO  III – Capitolo 2  parte 1 

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LIBRO  III – Capitolo 2  parte 2

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LIBRO  III – Capitolo 3

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LIBRO  III – Capitolo 4

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LIBRO  III – Capitolo 5

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LIBRO  III – Fine.

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Maristella Dilettoso

 Maristella Dilettoso è nata e vive a Randazzo. Ha studiato a Randazzo, Bronte e Catania, dove ha conseguire la Laurea in Lettere Moderne nel 1976, discutendo la Tesi “Il fascino della distanza: due fiabe moderne presentate ai ragazzi”, relatore il Ch.mo Prof. Gino Corallo.

Dopo qualche breve esperienza di insegnamento, dal 1978 fino al 2011 ha diretto la Biblioteca civica della sua città. Tra i suoi interessi principali la pittura, la letteratura, il giornalismo, la storia e le tradizioni locali.

Nella pittura predilige il genere figurativo, i suoi soggetti sono paesaggi, nature morte, ma soprattutto angoli, monumenti e vie della sua città. Ha partecipato nel passato a diverse estemporanee e mostre collettive di pittura, aggiudicandosi un 1° posto (Maletto, 1980), ed altri riconoscimenti, ha tenuto una mostra personale a Bronte nel 1982; si è inoltre classificata al 1° posto nel Concorso indetto dal Comune di Maniace nel 1984 per il progetto dello stemma e del gonfalone.

 Ha redatto il testo della Guida turistica Randazzo città d’arte nel 1994, e, assieme ad altri, il testo della Guida alla Città di Randazzo nel 2002.
Ha pubblicato, assieme a don Cristoforo Bialowas, il volume Un beato che unisce : Randazzo e Montecerignone, nell’anno 2006, sulla vita e sul culto del beato Domenico Spadafora da Randazzo.
Nel 2008 ha pubblicato il volume Detti, sentenze, proverbi, storielle, modi di dire, aneddoti e usanze siciliane: un viaggio nell’universo randazzese. Per questa pubblicazione le è stato conferito nel 2008 il “Premio Bianca Lancia” nel corso delle manifestazioni di Medievalia a Brolo (ME), e nel 2009 il premio speciale della giuria per la sezione “Libro edito – Saggio”, nel concorso “Poesia, prosa e arti figurative 2009” indetto dall’Accademia Internazionale Il Convivio.

Maristella Dilettoso

Come giornalista ha firmato, fino ad ora, oltre 400 articoli, su argomenti vari: d’opinione, di cronaca, cultura, costumi e tradizioni, biografie, interviste, racconti, recensioni letterarie, collaborando a diverse testate, quali il Gazzettino di Giarre, Il Sette, il bollettino del Comune di Randazzo, Randazzo notizie, Famiglia domenicana (periodico dell’O.P.), il giornale della Diocesi di Acireale La Voce dell’Jonio (anche nella versione online, ed alla rivista Il Convivio, suoi scritti sono apparsi sul Giornale di Sicilia, La voce dell’isola, e su Prospettive.

È stata relatrice in alcune presentazioni di libri, conferenze e tavole rotonde, come una conferenza per la sezione l’Unitre di Randazzo sul tema “Le leggende di Randazzo” (2006) e una tavola rotonda su “Federico De Roberto a Randazzo” per l’Associazione RIS (2014), collabora occasionalmente con emittenti locali, ha fatto spesso parte di giurie in occasione di concorsi artistici e letterari.

Libro di Maristella Dilettoso

 

 

Produzione Letteraria

 Produzione artistica

 

 

Parlano di Maristella

Collana Etnografia

Titolo: Detti, sentenze, proverbi, storielle, modi di dire, aneddoti e usanze sicilane

Autore: Maristella Dilettoso  

Descrizione – Detti, sentenze, proverbi, storielle, modi di dire, aneddoti e usanze sicilane

«… si può con sicurezza affermare che la Dilettoso ha raccolto, illustrato e confrontato il mondo variegato delle tradizioni randazzesi da lasciare ben poco ad altri da spigolare nel vastissimo campo.
E pur avendo sottolineato nella sua introduzione di aver voluto circoscrivere il suo studio all’ambiente randazzese … e considerata una così grande importanza storica della città, questo ricco patrimonio culturale, regalatoci dall’ardua fatica della Dilettoso, non può restare circoscritto ad un ambiente delimitato al quale ha peraltro intrecciato una splendida corona, ma ha diritto di superare i ristretti confini geografici, di essere conosciuto, studiato e di far parte del prezioso tesoro delle tradizioni po­polari siciliane.
Di conseguenza, il volume merita di stare accanto alla produzione demologica dei grandi e meno grandi folkloristi dell’Isola, anche perché ricco di opportune annotazioni, con la finalità di agevolare l’intelligenza dei vocaboli e del senso della pregevole scelta dei proverbi.
E, inoltre, il volume mette in risalto una vasta erudizione, un’abilità non comune, una grande vivacità di fantasia, discernimen­to critico e un’arte singolare di descrivere della ricercatrice: proprio così, Mari­stel­la Dilettoso ha conservato uno dei più bei monumenti della nostra città e ha collocato un magnifico gioiello nel forziere nel quale vengono conser­vati i tesori della cultura popolare» (dalla Prefazione di Salvatore Agati).

L’Autore – Maristella Dilettoso

Maristella Dilettoso, nata a Randazzo nel 1951, laureata in Let­tere moderne all’Università  degli Studi di Catania, dopo brevi esperienze di insegnamento, dal 1978 dirige la Biblioteca comunale della sua città.
Si è occupata di pittura e disegno,  giornalista pubblicista, ha scritto articoli di cronaca, storia, arte, cultura locale, re­cen­sioni lette­rarie, collaborando a varie testate giornalistiche siciliane.
Ha pubblicato:
la Guida turistica ” Randazzo città d’arte” (1994), e con altri autori,
una Guida storico-turistica di Randazzo (2002) 
la monografia:  Un beato che unisce: Randazzo e Montecerignone (2006).

La battaglia di Francavilla di A Manitta a cura di M Dilettoso


 

Randazzo / La parrocchia di S. Martino vive l’Anno Giubilare del seicentesco “crocefisso della pioggia” |

La voce dell’Jonio  19 maggio 2016

“Crocifisso della pioggia” di S. Martino, – Randazzo

La Parrocchia di San Martino in Randazzo celebra quest’anno il 475° anniversario della presenza del Crocifisso del Matinati, con un Anno Giubilare straordinario indetto da Papa Francesco.
Le celebrazioni del Giubileo, che si sono aperte il 13 settembre e si concluderanno il 20 settembre 2015 con una grande festa in onore del Crocifisso, si articoleranno per un anno intero attraverso celebrazioni parrocchiali, pellegrinaggi, concessioni di indulgenze, nel corso delle varie ricorrenze e festività previste dall’anno liturgico.  

In apertura, la sera del sabato 13, per desiderio del parroco, padre Emanuele Nicotra, durante la Messa serale, è stato inaugurato un nuovo quadro, realizzato dall’artista Giuseppe Giuffrida e offerto alla chiesa di S. Martino da due parrocchiani che hanno preferito restare anonimi: l’opera si riferisce a un momento particolare dell’eruzione dell’Etna del marzo 1981 – quella che distrusse molte case e terreni del territorio di Randazzo, e minacciò seriamente l’abitato – e rappresenta S. Giuseppe, patrono della città, che intercede per la sua salvezza. La celebrazione  eucaristica è stata presieduta dall’arciprete Domenico Massimino, parroco del Duomo di Giarre.

Domenica 14 settembre, sempre in S. Martino, è stato inaugurato ufficialmente l’anno giubilare per i 475 anni dall’arrivo del Crocifisso a Randazzo con una messa celebrata dal vescovo della Diocesi di Acireale Mons. Antonino Raspanti, e la partecipazione di tutto il clero della città. Nel corso della celebrazione il Vescovo ha consacrato il nuovo altare.

Vale la pena di ricordare brevemente, a questo punto, la leggenda cui è legato il “Crocifisso della pioggia” di S. Martino, chiamato comunemente dai randazzesi ‘u Signuri ‘i l’acqua:  opera pregevole di uno dei Matinati, famiglia di “crocifissari” rinomata in tutta la Sicilia, probabilmente Giovanni Antonio,  è una scultura dallo stile contenuto e dalle armoniche proporzioni.
Vuole la tradizione che, in una sera di settembre del 1540, alcuni uomini trasportavano il Crocifisso verso un paese dell’interno, cui era destinato; giunti a Randazzo, o perché sorpresi da un acquazzone, o semplicemente per il sopraggiungere delle tenebre, chiesero ricovero per il simulacro nella chiesa di San Martino. 
All’indomani, venuto il momento di riprendere il viaggio, non appena giunti sulla porta della chiesa, un violento temporale li costrinse a rimandare la partenza, e così per tre giorni di seguito, finché, interpretando il prodigio come una manifesta volontà del Signore di rimanere a Randazzo, il clero della chiesa non ne  formalizzò l’acquisto.
L’immagine, ritenuta miracolosa, è stata ne corso dei secoli oggetto di grande venerazione da parte dei randazzesi, che in passato, durante i periodi di siccità e carestia, si rivolgevano a lei per impetrare la pioggia, con digiuni, preghiere e processioni.

Maristella Dilettoso

 

Randazzo / Riconoscimento filiale per mons. Mancini. A dieci anni dalla morte, il Comune gli dedica una piazza.

 

Lo scorso 29 aprile 2016 , giorno del 10° anniversario della scomparsa di mons. Vincenzo Mancini,  la città di Randazzo ha voluto dedicargli una piazza con una cerimonia che ha visto la partecipazione di autorità religiose, civili, militari, parrocchiani e numerosi altri cittadini.
Mons. Vincenzo Mancini era nato a Randazzo il 26 agosto 1921. Seguendo una vocazione manifestatasi fin dall’infanzia, ricevette l’Ordine Sacro il 4 marzo 1944, dopo gli studi compiuti presso il Seminario vescovile di Acireale.
Erano gli anni tristi della guerra (solo pochi mesi prima il fratello maggiore, Alessandro, era perito in mare durante l’affondamento della corazzata Roma), Randazzo non si era ancora completamente destata dall’incubo dei bombardamenti e dell’invasione, dovunque vi erano macerie, lutti, fame e distruzione, e il clero dovette molto impegnarsi a dare assistenza e sostegno.
Fin dall’inizio del suo ministero, il neo sacerdote fu assegnato alla Basilica di S. Maria, e da allora la sua vita è rimasta legata strettamente, inscindibilmente, a questa chiesa, uno splendido tempio che affonda le sue origini nella leggenda, che si è arricchito nei secoli di tante opere d’arte, grazie anche al mecenatismo degli arcipreti che vi si sono succeduti, che ha accolto la comunità randazzese nei momenti più luminosi come in quelli più bui, superando, magnifica e indenne, terremoti, eruzioni e guerre.
Di questa chiesa mons. Vincenzo Mancini è stato, per ben 62 anni, custode e guida, dal 1° dicembre 1966, quando ne divenne arciprete e parroco, succedendo a mons. Giovanni Birelli.
La successiva nomina di vicario foraneo, da parte del vescovo di Acireale, gli conferiva un ruolo pastorale, oltre che giuridico e amministrativo, che si estendeva ben oltre i confini della parrocchia e della città di Randazzo, comprendendo anche Linguaglossa e Castiglione di Sicilia, ruolo di grande importanza, che lo promuoveva tra i più vicini collaboratori del vescovo, e che mons. Mancini ha svolto sempre con grande dignità e competenza, grazie a quella prudenza e innata saggezza, diplomazia, capacità di mediazione e autorevolezza, che lo hanno sempre contraddistinto.
Il suo impegno non restò circoscritto all’attività parrocchiale, ma si era esteso anche al mondo della scuola, con l’insegnamento presso il liceo classico “Don Cavina”, e all’assistenza agli anziani, perseguita e realizzata particolarmente attraverso la casa di riposo “Paolo Vagliasindi del Castello”.
L’istituzione, fondata nel 1929, e in un primo tempo aggregata all’ospedale civile, dal 1964 collocata in una struttura autonoma e dignitosa, lo ebbe nel 1956 commissario prefettizio, e dopo alcuni mesi presidente, carica, questa, che padre Mancini ricoprì, salvo brevi interruzioni, fino alla fine, e nella quale investì energie e impegno, promuovendo ampliamenti e ristrutturazioni dell’edificio, al fine di assicurare una vecchiaia e un’assistenza dignitosa e adeguata a tanti anziani di Randazzo e del circondario. Rimase attivo e presente nella vita parrocchiale, anche quando il fardello dell’età e degli acciacchi aveva cominciato a rallentare il suo passo, e nonostante il peso dei gravi lutti familiari che gli era toccato di affrontare negli ultimi anni. Si spense a 84 anni, il 29 aprile 2006.

L’Amministrazione comunale di Randazzo, considerato lo spessore del sacerdote e dell’uomo, e quanto mons. Mancini sia stato, nel corso del suo lungo mandato, un punto di riferimento, per tanti giovani, adesso cresciuti, per tanti anziani, per il clero locale, per la comunità parrocchiale e per la città tutta di Randazzo, con deliberazione di Giunta. n. 19 del 19.02.2016, stabiliva di dedicargli un’area cittadina.
La manifestazione del 29 aprile scorso, iniziata con una concelebrazione nella Basilica di S. Maria, presieduta dal vescovo della Diocesi di Acireale, mons. Antonino Raspanti, con la partecipazione dell’arciprete don Domenico Massimino e degli esponenti del clero di Randazzo, è proseguita con l’intitolazione dello spiazzo antistante il lato nord della chiesa e la sacrestia (‘a Tribonia), che si affaccia sul fiume Alcantara, e che da oggi, a ricordo di chi in quei luoghi ha operato per lunghi anni, si chiamerà “Largo mons. Vincenzo Mancini”.

 | La Voce dell’Jonio 4 maggio 2016 – Maristella Dilettoso 

 

la chiesa nera
Recensito 23 maggio 2016

La basilica di Santa Maria è la più famosa di Randazzo, e ha sempre costituito un’attrazione per turisti e visitatori. Interamente costruita in pietra lavica, la sua origine si perde nella leggenda. L’edificio, per come lo vediamo oggi, è il risutato di diverse fasi costruttive, fuse armonicamente. La parte absidale, la più antica, risale al XIII secolo.
All’esterno la costruzione è realizzata in blocchi squadrati di nero basalto, che non lasciano intravedere la malta tra le connessure. Oltre alle tre absidi merlate, dove si può vedere lo stemma di Randazzo, il leone rampante su uno scudo di marmo bianco, molto interessanti i due portali della facciata nord e sud, il campanile neogotico, costruito al centro della facciata nella seconda metà del XIX sec. sullo schema di quello originario, con tre ordini di finestre bifore e trifore, che alterna pietre bianche e nere, crendo con la sua bicromia un insieme artistico armonioso e suggestivo.
All’interno, una fuga di colonne in pietra lavica, alcune delle quali monolitiche, numerosi dipinti e oggetti preziosi.
Ricordiamo la Madonna di Pietro Vanni (1886) sull’altare maggiore, l’affresco con la Madonna del Pileri, sulla porta nord, legato alle leggendarie origini della chiesa, 6 tele del palermitno Giuseppe Velasco (sec. XIX), tra cui spiccano un’Annunciazione e il Martirio di S. Andrea, la Crocifissione del fiammingo Van Houmbracken (sec. XVII), la tavoletta di Girolamo Alibrandi sec. XVI) con La Madonna che salva Randazzo dalla lava, il Martirio di S. Lorenzo e di S. Agata, entrambi di Onofrio Gabrieli e il Martirio di S. Sebastiano di Daniele Monteleone, tutti del sec. XVII, la Pentecoste (sec. XVI), la tavola di Giovanni Caniglia (1548) cui s’ispira la Vara, il Battesimo di Gesù del randazzese F. Paolo Finocchiaro (1894), e un Crocifisso scolpito da frate Umile da Petralia.

 

 

 Articoli di Maristella

Enzo Maganuco – Panorami di Provincia: Randazzo

                                                                          Enzo Maganuco

   Notizie biografiche del Prof. Enzo Maganuco:  nato ad Acate. Ragusa, il 10 novembre 1896, si è spento a Catania il 4 febbraio 1968. Professore di Storia dell’Arte, storico e critico, studioso di tradizioni popolari, conferenziere e pittore, è stato Direttore del Museo Civico del Castello Ursino di Catania.
OPERE: 
   –   Lineamenti e motivi di storia dell’arte siciliana, in “Archivio Storico per la Sicilia Orientale”, 1932
   –   Architettura plateresca e del tardo cinquecento in Sicilia, Catania 1939
   –   Problemi di datazione nell’Architettura Siciliana del Medioevo, Catania 1940
   –   Icòne di Antonello Gagini in Roccella Valdemone, Catania 1939
   –   Cicli di affreschi medioevali a Randazzo e a Nunziata di Giarre, Catania 1939
   –   Opere d’Arte catanesi inedite o malnote in Catania, Catania aprile 1933
   –   La pittura a Piazza Armerina, Siciliana, agosto 1923
   –   Artigianato e piccole industrie, 1932
   –   Le decorazioni dei carri e delle barche, 1945
   –   Motivi d’Arte Siciliana, 1957
   –   Bibliografia: Salvatore Nicolosi, Enzo Maganuco, in “La Sicilia”, 6 febbraio 1968, p. 3.

 

                                                                                                            PANORAMI  DI  PROVINCIA
                                                                                          RANDAZZO

   Nelle serie dei panorami di provincia la “regione della Valle dell’Alcantara” deve necessariamente avere uno dei posti più cospicui. Interessantissima così per la storia, come per l’arte ed il paesaggio, Randazzo non si presta ad uno dei soliti brevi profili, che si ridurrebbe ad una arida e banale enumerazione  di tutte le gemme delle quali la cittadina etnea va superba.
   Preferiamo quindi trattare a puntate i diversi aspetti e le principali caratteristiche dei suoi monumenti e cominciando con lo studio dell’architettura che dà il volto alla città e che non può non colpire  persino il più superficiale visitatore, mentre scuote profondamente chi è dotato di una maggiore sensibilità estetica e impone problemi importantissimi a chi particolarmente studia le forme dell’architettura siciliana.

                                 1)  L ‘ A R C H I T E T T U R A

Randazzo – Porta Orientale Chiesa Santa Maria.

  La Sicilia è la chiave dell’Italia” dice Goethe. Ma se la Sicilia è la chiave dell’Italia, Randazzo è la chiave della Sicilia.
   Randazzo con Nicosia, Piazza Armerina ed Enna forma un quadrinomio glorioso che racchiude da solo – se si eccettui l’arte arabo-bizantino – tutta la scala delle manifestazioni artistiche del nostro medioevo.

   Mentre però Nicosia ha in prevalenza forme architettoniche castigliane dai portali a merletti lapidei lineari e stilizzati, e Piazza Armerina forme aragonesi dagli archi con cuspide gigliata a fiore di magnolia o di canna indica, ed Enna archi severi e secchi di purissimo stile romanico-normanno e di gotico-svevo, Randazzo accoglie tutte le forme più svariate che ebbero risonanza in Sicilia; essa tutte le contiene, associate o isolate, e le armonizza in rigogliosa mostra che va dai reliquari d’argento ai fonti battesimali gotici, dalle cupe fortezze ai sinfonici torrioni campanari, dalle severe bifore romaniche a quelle gigliate aragonesi che portano l’eleganza della loro inflorescenza anche sugli archi e sui portali della modesta architettura rustica del quattrocento perietnèo.
   Randazzo poi, fiera della sua tradizionale architettura dugentesca e trecentesca, ha rigettato ogni forma tardiva o barocca , quasi che le sue fosche e possenti mura perimetrali che affiorano or qua or là dalla massa basilare di cupa lava a riflessi metallici, si siano innalzate a impedire ogni influenza di quel tardo baroccaccio spagnolo che, coi suoi aggetti violenti e con le sue convulsioni di linee curve e spezzate, avrebbe per certo ucciso l’armonia sana discendente dalle masse architettoniche sveve, ad archi a pieno centro.
   Lo stesso arco acuto che a Randazzo è una nota tematica comunissima nello svolgimento architettonico, non fu quivi adottato in svettamenti esili e nervosi; esso trovò negli architetti randazzesi del trecento, dei tenaci moderatori; chè, del resto, nell’aver saputo piegare l’arte gotica esile e svettante a un tono di serenità e di compostezza che non stride a contatto del gusto di noi figli di Kamarina e di Siracusa, sta la grandezza degli architetti siciliani del medioevo e del rinascimento.

   E ora, se Tu arrivi a Randazzo, che conserva il calore del tempo anche ne vestiario dei popolani, in una sera quando la luna gioca tra gli archi acuti a catena di via degli Uffizi o tra le merlature e le merlettature lapidee di S. Maria, o tra i finestroni del fosco torrione campanario di S. Martino dalle variegature  bianche e di verde basalto tra i faci di colonne di nera lava macchiettata di rugginosi e gialli licheni, ti par rivivere un attimo del passato; ché nessun festone barocco ti distoglie; e sui ballatoi delle umili case ancora si aprono porte incrociate di archi catalani, in cui la lava, pur nel suo nero metallico è stata ridotta a un bel merletto di pietra; e se slarghi l’anima tua dall’abside cupa e grandiosa di S. Maria verso le balze e verso l’Alcantara ti parrà,  se sai sognare, di rivedere il fasto passato, e Costanza, e re Pietro D’Aragona, e Federico II e Carlo V e gli altri che dopo aver dato l’impronta loro agli uomini e alle cose, andavano a cercare ristoro alle loro cure lassù, tra le cattedrali famose, salendo tra le pittoresche siepaglie ora rosseggianti di rosolacci e, nell’inverno, di anemoni;  ora pallenti di croco, ora biancheggianti per neve.

                                                                                                        ***

                     Randazzo – Via degli Archi (o degli Uffici).

   L’arte romanica con archi a pieno centro ha rare manifestazioni in Sicilia. Sono romanici a Piazza Armerina il Priorato di S. Andrea, la Comenda di S. Giovanni di Rodi, ma la romanicità delle absidi massicce, dei muri spessi e bassi, delle finestre strettissime, quasi feritoie, a strombature, è interrotta nella purezza del suo stile per l’immissione dell’arco acuto che non è, però l’arco acuto gotico, trionfante più tardi a Messina e che verrà dal nord con valore costruttivo e statico; quello siculo è un arco acuto più sobrio, meno slanciato, più confacentesi alla saldezza atticiata romanica, di puro valore decorativo e importato dai Cavalieri provenienti dal Santo Sepolcro.
   L’arte romanica vera, ad arco a pieno centro e rammemorante assai davvicino l’arte dei maestri comacini, la rivediamo pochissimo nelle città etnee: nella porta della Chiesa del Santo Carcere a Catania e, a Randazzo, nella euritmica e solenne, abside della Chiesa di S. Maria.

   Chi sale dalle balze soprastanti l’Alcantara vede ergersi la mole turrita di quel abside merlata in parte nelle absidiole, tutta chiusa entro una linea severa limitante il gioco geometrico dei conci perfettamente squadrati sull’altissimo sperone che le cinge, a rafforzarne la base, si aprono le finestre a pieno sesto.
   L’abside porta un fregio a sezione rotondeggiante, martellato, elegantissimo, che fa da coronamento a un loggia tino decorativo ricorrente e cieco, ad archetti poggianti su brevi colonnette aderenti: impronta generale questa che riporta senz’altro alle absidi della Cattedrale di Enna, della Badia di S. Spirito a Caltanissetta, dell’abside del Duomo di Cefalù: ma in questa le lesene decorative si allungano verso il basso, fino allo sperone, mentre qui il gioco delle arcate e lo sviluppo delle colonnine è limitato da una zona ricorrente che pare stringa con veemenza di gomena tesa e tenga unita tutta la cortina muraria.

   Nelle absidiole è minore il contrasto e il motivo degli archetti pensili si risolve su brevi peducci poggianti su mensolette a base triangolare col vertice all’ingiù.
   Le ali del transetto portano altissime bifore incorniciate da un arco inflesso senza cuspide e che preconizza lo sviluppo dell’arco gigliato aragonese; il trapasso è dato dalla leggiadra finestra bifora sulla quale insiste il doppio racemo aragonese, connubio stilistico che riesce a dare  una forma addirittura musicale benché nata da opposti stili.
   Essa si ergeva appunto a metà della navata di destra e a me pare debba segnare un trapasso fra il primo periodo iniziale, che risente di forme romaniche e sveve, e il secondo che è prettamente aragonese.
   E la stessa risoluzione della cuspide gigliata che si rivede vagamente scolpita su portali di Santa Maria di Gesù a Modica, nel torrione campanario della Cattedrale e della Chiesa del Carmine a Piazza Armerina, nella Cattedrale di Alghero in Sardegna.
   Pare che il mazzo di fiori o lo stemma centrale pesi tanto da far flettere elegantemente l’arco sì che l’arco acuto sembra una causale derivazione estetica, non conseguenza di una necessità statica per lo scarico delle forze ai lati dell’arco stesso.

   Come la pittura di Antonello è documento principale del quattrocento architettonico in Messina (S. Gerolamo a Londra) così una tavola di Girolamo Alibrandi, posta internamente sulla porta meridionale di Santa Maria raffigurante “La salvezza di Randazzo” , ci illumina sull’architettura medioevale del luogo: la visione della città è sintetica, ma non tanto che ci nasconda la vista dei tre campanili svettanti sullo sfondo della mole etnèa che fa da cupo contrapposto ai tre biancheggianti torrioni campanari  delle Cattedrali, scisse da annose questioni.
   Federico De Roberto nella sua opera su Randazzo (Randazzo e la valle dell’Alcatara) nella quale risolve numerosi problemi di carattere storico, riproduce la tavola preziosa, il quale fa pensare che l’architetto Francesco Saverio Cavallari, (1809/1896) ricostruendo nel 1863 l’avancorpo e la porta sinistra, dovette per certo confermare gran parte della sua ricostruzione allo schema architettonico dato da Girolamo Alibrandi.

 

                 Randazzo: Chiesa di S. Maria (Avancorpo ricostruito).

   Tuttora la Chiesa di S. Maria è una delle opere più notevoli per purezza e per severità di stile. Anche le porte laterali quattrocentesche formano il respiro per il senso musicale che emana dagli archi frastagliati e scorniciati che, colle porte laterali della Chiesa di  S. Martino, rappresentano una varietà decisa e profondamente siciliana su quanto i flussi di arte importata andavano creando nel campo architettonico quattrocentesco.
   Il turrito campanile di S. Martino, opera che dà il tono a tutta l’architettura trecentesca di Randazzo, si innalza severo su uno sperone altissimo, e su di esso poggiano tre ordini di finestre a fasci di colonne; le finestre bifore dei primi due ordini, sono vagamente intessute, come s’è detto, di strisce di calcare bianco che si alterna colla lava in gioco elegantissimo.
   A lato, i fianchi della navata centrale conservano ancora le teorie degli architetti di coronamento, unica espressione superstite della ricostruzione tardiva e barocca.

                                                                                                                   ***

Randazzo – Chiesa San Martino

   Ma dopo tanto sciorinio di vocaboli accennanti a ibridismo stilistico, vien fatto di chiedere: dunque non c’è uno stile siculo ? O se c’è stato, l’influenza bizantina, araba, spagnuola, tedesca è stata tanto potente da schiacciare quella locale ?
   Il problema,  insito nella domanda, merita una risposta che, del resto, è estensibile a tutta l’arte siciliana.
   La Sicilia fu luogo aperto a molte genti che vi scorrazzarono, abbattendo e creando secondo il proprio gusto e il proprio stile. Ne è prova il pullulare dappertutto  di opere d’architettura straniera che però raramente è trapiantata con uno stile integro.
   Ma gli artisti nostri furono dei grandi adattatori.
   Assorbirono le tendenze stilistiche degli altri imprimendovi il suggello dell’arte nostra. Questa è stata finora trascurata dagli studiosi, se si eccettuino Pietro Toesca, Adolfo Venturi, il Rivoli, Giulio Ulisse Arata, per comodità mentale: spesso con i vocaboli misti siculo-normanna , arabo-normanna, siculo- aragonese, gli studiosi hanno voluto denotare l’arte medioevale e del primo rinascimento in Sicilia.
   Ormai però è tempo di combattere questi vocaboli vieti, spesso frutto di studi di valore scolastico. Basti vedere il reliquario d’argento di Simone de Aversa nel tesoro nella Cattedrale a Piazza Armerina, o quello del tesoro di S. Agata a  Catania, il turibolo, l’estensorio e il calice di re Martino a Randazzo, in queste opere di oreficeria sono espressi pure in tono minore, i motivi tematici di gran parte dell’architettura gotica del tempo ( architettura tedesca, italo-senese, francese, aragonese) e pur tuttavia non troviamo nell’architettura siciliana quasi mai l’attuazione delle regole costruttive sintetizzate nei reliquari  che sono come il credo architettonico di quei tempi.  Ciò perché i nostri artisti trasformavano imponendo la loro personalità e il loro indirizzo estetico regionale, alle correnti importate.

   Che ci impedisce di credere che quel  Magistero Petrus Tignosus, autore, sul primo scorcio del duecento, di una parte della Cattedrale di Santa Maria, sia stato siciliano?
   Troviamo infatti in tutta la struttura dell’opera sua una concezione veramente nuova nei ritmi delle masse.
   Qui a Randazzo se usciamo da via dell’Agonia, che fra i muri sbocconcellati dal morso del tempo mostra una variazione interminata di archi e di costoloni di tutte le epoche, accavallati o sovrapposti stranamente, ritroviamo nelle vie strette e silenziose che muovono verso le Cattedrali, bifore come quelle di casa Cavallaro e altri con archi di pretto gusto catalano o aragonese, ma notiamo intanto lo sfruttamento del contrasto cromatico dato dalla lava, dall’arenaria tenera, dal calcare duro.
   Ebbene, il ritmo decorativo a base di contrapposto è nostro, è siculo e se simile variazione cromatica si vede prima nell’arte romanico-normanna o nella romanico-comacina, là essa ha ben diverso impiego estetico.

    Ci sono strutture costruttive, del resto, che noi non troviamo in nessun’altra architettura, né la presenza di alcuna espressione stilistica straniera ci vieta di chiamarle forme di arte sicula.
   La finestra di Casa Spitaleri riproduce quella del Viale degli Uffici che oggi la natura corona con una pittoresca agave.
  V’è stile sicuro nelle colonnine incastrate al muro che sottendente i pilastri, nella variazione del materiale in funzione del colore, nei portali delle umile case di via Cavallotti coll’estradosso lavico che par fatto a tombolo con serico filo a nero.
  Questi particolari, la strana forma della bifora di casa Camarda hanno sapore nostro di forza e di contenuta bellezza. Ci vuole tutta la presunzione e la superficialità di alcuni critici francesi che bestemmiano l’arte nostra perché venga misconosciuta la pura sicilianità delle forme architettoniche perietnée.

   La fine del 400 si inizia a Randazzo con forme rozze ma originali: le porte laterali di S .Martino  con le fuseruole e i serafini nell’estradosso dell’arco, ridiventato a pieno centro sui portali, non hanno riscontro in altre opere; e il coronamento dell’arco, che si trasforma in colonnine tortili a tarda decorazione cosmatesca, è di una bellezza semplice, nuova e possente.
  Che vale che contribuiscono elementi del passato ? questi sono elaborati da uomini che rivangano il passato con personalissima ispirazione per farvi germogliare il seme dell’arte nuova.

 

Randazzo – Via dell’Agonia

Randazzo – Chiesa di S. Maria, l’Abside

 

   Gli artisti veri e sommi creando l’opera fanno dimenticare la provenienza delle parti che la costituiscono.
   Più tardi il notissimo Mattia Carnilivari  personalità più spiccata dell’arte nostra, vedendo Palazzo Aiutamicristo, palazzo Abate…….. quella Chiesa di Santa Maria della Catena a ……… , chiesa che è, in linea massa e ombra……. Che può essere un’aria di Pergolesi o un………mo di Benedetto Marcello, assumerà con…………rabe e modanature bizantine, archi……..aragonesi e piedritti gotici, rifarà sulla nuda……..motivi d’arco randazzesi ritessuti in nuovi indimenticabili rapporti.

 


Enzo Maganuco

 

 

                                                                  P A N O R A M A  D I  P R O V I N C I A  R A N D A Z Z O

 

   2) La Pittura e la Miniatura

   La strada che si snoda da Bronte, nei pressi di Randazzo, quasi a voler preparare una sorpresa al viandante, si torce e percorre, scavandolo dalla base, uno scheggiato costone basaltico, concedendo allo sguardo solo le lontane Caronie quasi sempre ammantate di neve e maculate da una larga pennellata violacea: Troina.  E quando ancora lo sguardo corre a lontananze a perdifiato e i pioppi della vallata biancheggiano piccolissimi e i quercioli rosseggiano rugginosi, eccoti all’ultima svolta comparire di colpo, erta su uno zoccolo alto, fosco, lavico, la città dalle tre cattedrali archiacuti così come la dipinse  Girolamo Alibrandi  nella tavola che sovrasta alla porta laterale della Chiesa di S. Maria: Randazzo.
   Entrati per la  porta aragonese fin nella piazza dominata dal trecentesco campanile, tipico e sfociante di là in una stretta via che si inizia col castello quattrocentesco e si dirama in un dedalo di case medioevali a bifore e ballatoio, ci troviamo a pochi passi da innumeri opere di pittura : il retoricume pseudo critico ne ha eccessivamente valorizzato una parte e la tronfia apologia di teatrali e chiassose opere barocche o di tardi e scialbi seguaci del Conca fino al corretto ma sdolcinato palermitano Velasques (Giuseppe Velasco) ha fatto sì che gli studiosi e i buongustai si siano sviati alle prime indagini.
   Ma Randazzo ha opere dugentesche , del primo rinascimento e della rinascenza che ti colpiscono per la loro decisa importanza, indice non trascurabile di quella Randazzo cinquecentesca che a Carlo V dovette mostrarsi opulenta (2), doviziosa di bellezze artistiche attraverso gli intatti monumenti normanni, svevi, aragonesi, catalani vari per stile e per ideale estetico e attraverso le opere di pittura le quali nonostante i morsi del tempo, la perfidia degli speculatori, l’incuria degli uomini e la bestialità dei restauratori, continuano ad affiorare e a cantare un inno alla bellezza e allo spirito creatore.

   Giunto a Randazzo, qualche anno fa, per ricercare gli elementi romanici della Chiesa di S. Maria e per studiare il pulpito gotico in S. Martino, entrato nella navatella destra per godere una madonnina di scuola gaginesca posta sull’altare dell’absidiola, rimasi colpito da una tavola o pietra di un metro di base, sulla parete destra; di fronte alla meravigliosa austerità dolorante espressa dalla semplicità e dalla sintesi di un potente primitivo, mi parve che cadessero la dorata se pur semplice cornice, e gli ex voto d’argento o corallinei della madonna accanto,  chiassosi come una festa popolare; e la tragica discesa al sepolcro, di buon maestro tenebroso che sta di fronte, nella preziosa cappelletta, mi parve eccessivamente concitata, priva di tragica calma, di solennità e mi parve che che i colori – se pur armonicamente disposti e dominati – mi portassero lontano da quell’aurea mistica, purissima, vibrante di silente spasmo sovrumano che emana dalla piccola tavola.
   In fondo l’accenno simbolico della croce; il Cristo esile e spiritualizzato, come stelo spezzato, è retto dalla divina stretta di Maria. L’ideale bizantino qui, quasi spoglio dei suoi tradizionali elementi iconografici e mistici per dar posto a una trasfigurazione palpitante, umana, non è per niente annientato.
   Il mirabile artista dugentesco da una tecnica bizantina a lumeggiatture aurate sa trarre una spiritualizzazione sovrumana che ferma il respiro. Tinte verdognole e livide, ombrate dolcemente con terra di Siena e lumeggiatture a oro, càmpano e delimitano il corpo del Cristo e il divino, puro , straziato volto della Madonna.
   Il manto, in monocromato di lacca cremisi è limitato tutt’intorno da oro martellato che isola il sacro gruppo in un ambiente convenzionale e ultraterreno; le dita della Madonna si allungano quasi purificate a esprimere una delicatezza che trova riscontro nell’arco sopraciliare dolcemente intagliato sul cupo dell’orbita dalla quale affiora solo la palpebra immota (3).  

   La deposizione della pinacoteca di Bologna,  pur nello stesso filone iconografico di Randazzo, a questa inferiore per certo, impallidisce di fronte alla nostra opera: il convenzionalismo ieratico di quella qui si veste senza disperdere la purezza ideale, di un soffio di umanità che fa della tavola del Maestro di S. Martino una delle opere più rappresentative della pittura dugentesca e trecentesca siciliana, che nelle croci iconolatri che di Messina, Agira e di Cesarò, primitive e potenti, sintesi che è a un tempo mistiche e umane, additano quali dovettero essere le vie seguite dalla pittura in Sicilia (4): quivi il retaggio della pittura bizantina si avviava o verso la via dell’icone popolaresca talora sotto forma di ancona o si trasmutava, lontana dai rinnovamenti cavalliniani e giotteschi, verso forme di piccola composizione in cui il rinnovellato sentimento si sviluppava entro una fissa cerchia di ieratismo insormontabile che costituì una pittura primitiva vittoriosa sui legami tradizionali del passato ma non avviata alle nuove invidiabili risoluzioni della pittura fiorentina e senese.
   La privata chiesetta di S. Gregorio, incorporata fra le case di un vicolo sempre verde per le ramature dei vicini giardini e per la glicine che vi si accampa, si annunzia con una cupoletta esagonale a padiglione, per certo del rinascimento.
   Vi si va per vedere il quadretto del santo, posto sull’altare, opera dello Zoppo da Gangi. E’ questo di un periodo giovanile del forte pittore siciliano che ancora imbevuto della recente visione dei quadri di Federico Barocco in Roma, si abbandona ad un colore dolciastro come nelle prime opere che dipinse per la città natìa e ben lontano da quel colore armonico e sodo, dal fare lirico ma contenuto che sarà sua caratteristica e sua conquista nelle opere di Polizzi Generosa e di Piazza Armerina.

 

        Madonna del Trittico Fisauli -Turino Vanni da Pisa,         Chiesa di S. Gragorio – Randazzo.

 

   Ma il godimento che può arrecare la tela dello Zoppo si affievolisce e si spegne se l’occhio si posa, sulla parete destra della nuda navata, su un trittico che ripaga a usura colla sua bellezza il viaggio fino a Randazzo: ché sull’anima di chi ha dimestichezza con la misteriosa voce dei trecentisti il trittico Fisauli è una luce improvvisa, una musica nuova che scaturisce da linee e da tinte inconsuete al nostro occhio di siciliani.
   Che il trittico sia stato dipinto a Randazzo é fuor di dubbio; la deposizione del Maestro di S. Martino della quale s’è dianzi detto è servita da schema iconografico ispiratore al Maestro del trittico il quale nella cuspide dello sportello centrale ha immesso, a coronamento decorativo del lacunare raffigurante la Madonna col bambino, la scena della deposizione.

 

MADONNA DEL ROSARIO TRA LE SANTE MARIA MADDALENA E MARTA Di: Antonello de Saliba Anno: XVI secolo – Tecnica: olio su tavola – Randazzo – Chiesa di S. Martino

   Le altre due cuspidi triangolari e simmetriche accolgono l’Annunciazione, a coronamento delle due figure laterali dei santi. Tutta l’impostazione, la gamma delle tinte sulle quali prevalgono la garanza e il giallo aurato, quel risolvere i valori volumetrici con sfumature progressive verdognole, quel sollevare i piani anatomici lumeggiandoli di misterioso carnicino chiaro talora spinto al giallo, tinta dominante l’opera, ci riportano con troppa immediatezza  a quel Turino Vanni da Pisa, trecentista seguace di Taddeo di Bartolo, del quale è nel Museo di Palermo una Madonna con bimbo e Santi (5).
   Per noi è di decisivo interesse l’iscrizione dietro una tavola dipinta del Museo di Palermo, riportata dal Di Marzo e che suona così:

            Tauleta di Piero de
            Tignoso fata adi
            Primo di Magio. (6)
   Lo stesso stile lega all’opera precedente e a quella di Randazzo una tavola del Louvre firmata : Turinus  Vannis  de  Pisis  me  pinxit.
   Fin qui Gioacchino Di Marzo (1839/1916) che si sbizzarrisce a cercare le origini della famiglia Tignoso in Pisa dimenticando una preziosa scoperta da lui fatta a Randazzo attorno al 1856 e che consiste nel aver egli letto su una lastra di arenaria murata nella Chiesa di S. Maria il nome dell’architetto che lavorò attorno alla bella cattedrale in pieno trecento, quando Leo Cumier aveva già finito la parte absidale romanica:
             Magister  Petrus  Tignoso  me  fecit.
   Nulla di strano che questo Magister Petrus Tignoso (7) abbia posseduto anche il trittico Fisauli in seguito alla permanenza di Turino in questa città il quale, forse anche per comunanza di ideali d’arte, avrà donato, lui pittore, all’archetetto della cattedrale, la tavola oggi a Palermo.

   Nella cappella destra del transetto nella Chiesa di S. Martino, e limitata in alto da un coronamento a timpano lunato con deliziosi angeli musicanti, si para la grandiosa tavola della Natività della Madonna già attribuita all’Anemolo (si tratta di Vincenzo Anemolo da Palermo detto il Romano).
   Un grande disegnatore l’ha creata: un maestro cinquecentesco che nel suo sintetismo violento in cui il colore è solo mezzo di risoluzione plastica in funzione del disegno, e non altro, profila duramente con fare da medaglista: ha osservato Pisanello, Piero della Francesca, Perugino.
   E’ un maestro che dentro la linea stagliata dei contorni, vibrante, fa circolare il colore con ritmo soave: ben diverso dall’artista che nella stessa chiesa dipinge l’Annunciazione venuta alla luce, pur’essa colla  cornice cinquecentesca originale, e tratta non so da quale sagrestia.
   Opera deliziosa anch’essa ma scaturita da ben diverso spirito e permeata di diversa ispirazione. E’ dalla fine del 500 .  Il ritocco, non recente, ha deturpato gran parte della composizione su tela intavolata. Il collo dell’angelo e i segni che squadrano il pavimento sconvolgendo il senso prospettico stonato su tutta l’armonia dell’opera: il senso prospettico è invece mirabile nel paesaggio che s’apre sullo sfondo attraverso una sezione d’arco: a sinistra in alto, una danza di cherubini e l’Eterno.
   Il pittore mostra di aver conosciuto davvicino le opere del Greco, specie nello slancio nuovo dell’angelo in abito giallino e veste verdognola. L’Artista limita il gioco della sua tavolozza al verde, al rosso, alla terra d’ombra dai quali trae sobri accordi  che conferiscono a tutto il dipinto un’aura mistica.
   E’ interrotta l’iconografia tradizionale della Annunciazione: la Vergine volta le spalle al paesaggio raffaellesco e legge. L’atteggiamento dolce è sfiorato dal manierismo nelle mani esili e spiritualizzati.

   Ben duro e sordo attaccamento alla tradizione iconografica mostra Giovanni Caniglia (1548) che a S. Maria ripete su una tavola accurata e manierata il transito di Maria che con maggiore libertà ha dipinto in Comiso, nella Chiesa dell’Annunziata, pur rimanendo ligio allo schema dell’ecoimesis bizantina.
   Non saprei chiudere in tono rosa  questi mi appunti sulla pittura in Randazzo perché il mio pensiero corre  –  e se ne ritrae dolorosamente – alla tavola tribolata, antonelliana , chiusa accanto a una superba tavola cinquecentesca, già attribuita a scuola raffaellesca ma sicuramente fiamminga, in S. Bartolomeo.
   Questa tavola, assai più vicina ad Antonello degli Antoni che ad Antonello de Saliba è stata ritoccata con colori gridellino, violacei con lavature di oltremare, con lacche, con……… che non sono nella forma mentale e nella sensibilità di nessuno dei due maestri ai quale attribuibile l’opera.
   Avremmo per certo preferito un restauro che avesse fissato quel che già c’era (restauro oggettivo) o che avesse rivelato quello che si nascondeva, attraverso una scientifica lavatura delle aggiunzioni posteriori (restauro per sottrazione) : Luigi Cavenaghi insegni coi restauri di S. Zosimo a Siracusa e di S. Gregorio nella tavola della Madonna del Rosario ora nel Museo di Messina, opere ambedue del grande messinese all’attività giovanile del quale mi sembra si debba restituire questa preziosissima opera alla quale sovrapposizioni posticce e avventate di vernici e di colori hanno tolto non poco, meno quella fissità cristallina e penetrante dello sguardo, quella squadratura geometrica eppur scavissima del volto, tutte l’impostazione generale, il dominio degli spazi, doti vive e inconfondibili che ci riportano alla Madonna del Rosario di Antonello, ora nel Museo Nazionale di Messina.

 

   IL LIBRO DI PREGHIERE
   DI GIOVANELLA DE QUATRIS

   Gelosamente custodito nel tesoro della cattedrale, il libro di preghiere di Giovannella De Quatris, (1444 – 15 luglio 1529) , nobile randazzese della fine del quattrocento, chiude fra due valve eburnee, intagliate duramente a basso rilievo, tre lamine pure esse eburnee, sulle quali poggiano attaccate e leggermente erose per lungo, ascetico uso, sei paginette in pergamena.
   Il piccolo codice, sul quale la baronessa De Quatris, illetterata, posava lo sguardo a contemplare i misteri della vita e passione di Cristo, misura, aperto, cm. 10×13.
   Le valve del dittico che formano come due coperture di guardia al codice miniato, sono divise in due zone. La prima contiene la Crocefissione in alto, e la Resurezzione in basso, l’altra rispettivamente l’Incoronazione  e il Transito di N. D.
   Una cornice ricorre sopra ogni riquadro e consta di una serie di archetti pensili, ciechi di coronamento.
   Sono archetti acuti cuspidati, col giglio apicale di gusto francese e aragonese come se ne rivedono in tutte le tarde forme  gotiche sotto la dinastia aragonese in Sicilia: in S. Giorgio a Ragusa Ibla, nell’arco di S. Maria di Gesù a Modica.

Randazzo – La Baronessa Giovannella dè Quatris

 
L’artefice del dittico ha voluto  –  con evidente squilibrio di tutto il valore ornamentale  –  decorare con fogline rampollanti anche la convessità degli archi i quali, nell’intradosso non portano l’arco tribolo come nel tardivo gotico francese dal quale derivano molti, intagli eburnei del tempo, ma hanno l’intradosso liscio e a larga bi concavità come nel gotico siculo.
   Egli nell’ingenuo sforzo per riempire tutti gli spazi vuoti con figure che dovrebbero concorrere alla risoluzione dell’episodio mostra subito, co l’accavallamento delle figure stesse senza alcun tentativo di gioco prospettico  –  non ancora risoluto nell’epoca del dittico  –  un arcaismo dal quale non si salvano in Sicilia neanche i pittori più egregi.

   Anche nella  coimesis  l’artista segue ancora lo schema bizantino dei mosaici e delle pitture su tavola di Sicilia; e non è da far le meraviglie se  –  data la persistenza iconografica bizantina in Sicilia  –  nella Chiesa di S. Maria in Randazzo e nella Chiesa dell’Annunziata in Comiso, Giovanni Caniglia (1548), pittore del cinquecento, arcaico ma non privo di piacevolezza e di originalità in certe gamme cromatiche e in certi impasti, nel transito di N. D. segua pure lo stesso schema iconografico.
   Ma nel riquadro del dittico, la sproporzione delle mani e delle teste che vorrebbero dare grandiosità e solennità, quel fare convenzionale dei capelli a masse parallele sfuggenti, trovano compenso nell’illeggiadrirsi delle pieghe naturali soavi attorno alle gambe della Madonna e attorno al corpo della figura accasciata e implorante a lato della bara, La madonna è tutta chiusa nella linea soave creata dalla curva del capo poggiante sul cuscino approntato da mano pia, mentre il volto ristà soffuso da uno spento sorriso smarrito.
   E le mani stilizzate, si incrociano con purezza, se pur convenzionalmente, al di sopra del drappo scendente in dure e orbacee pieghe del  cataletto.

   Non è dubbia, in tutto il riquadro, l’influenza del goticismo francese che per questa opera arriva in Sicilia con un’ondata quasi spenta: basti pensare ai due avori  francesi del XIV conservati al Louvre e pubblicati dal Malet. Ma negli avori del Louvre, nonostante  l’insistenza dell’attitudine ieratica e convenzionale, la lunghezza delle mani eccessivamente affusolate, c’è nell’artista gotico una consapevolezza e una padronanza del senso decorativo che ci stupisce, un equilibrio nelle masse, in così dolce trapasso di piani nell’avvicendarsi delle pieghe !  E tanto armonica la linea decorativa sottintesa nelle figure secondarie e in special modo negli angeli tubicini e osannanti, che l’occhio ne rimane fermo e sorpreso.
   Invece del dittico di Randazzo  eco lontana di quelle forme originali nobilissime che in tono minore ci riportano alla scultura monumentale dei portali e dei protiri  delle cattedrali francesi, specie nel riguardo della  coimesis  , si sente un artista nostrano e primitivo nella distribuzione delle parti, che sostituisce alla fluida bellezza dei nordici modelli una robustezza anatomica delineata con rozzezza tagliente e con angolose sporgenze e rientranze: è musica insomma, concepita quasi, in tutte quattro i riquadri, in toni naturali, senza semitoni di trapasso.
   Maggior senso di proporzione, di dominio degli spazi, si ritrova nelle altre tre figurazioni. L’espressione dei volti riesce talora caricaturale poiché l’artista, nel definire coll’intaglio la mimica facciale, procede per approssimazione. Riso infatti, più che celestiale e ispirato sorriso, è quello dell’angelo che incorona Maria: allungatissime, forse a indicare il culminare del momento mistico e solenne, le dita benedicenti dell’Eterno, dell’Apostolo del Cristo nei due episodi della prima valva e nell’episodio basilare della Resurrezione nella seconda.
 In alto, a destra, nell’episodio della Crocefissione, lo spazio, diviso longitudinalmente in due dal corpo del Cristo contorto entro la tradizionale curva romanica, contiene due gruppi: a destra Longino e Nicodemo oranti e i soldati, affollati, delineati con aspri incavi che duramente sbalzano il drappeggio; a sinistra il gruppo delle donne, tra le quali Maria, esausta, irrigidita in una smorfia di dolore mal resa e convenzionalmente ottenuta dall’artefice, sorretta da mani pietose che stringono l’affannato torace.
   Qui l’ondeggiare e l’accavallarsi delle pieghe, resi con grande sensibilità di massa e per piani progressivi, mostrano come l’artista – meridionale probabilmente per l’atticciatezza delle figure e per la robustezza talora eccessive delle masse – si sia giovato, per l’intaglio, di qualche gruppo di modelli francesi del tardo gotico, mentre ha lavorato con proprio slancio di fantasia e con diverso ritmo creatore attorno a certi altri gruppi.

   Nel riquadro della Crocefissione vi sono, tra il gruppo circostante di sinistra e quello di destra, tali profonde differenze di concezione dell’anatomia e del drappeggio che se ne può facilmente dedurre la diversità di modello e d’ispirazione.
   Dalla Francia numerosi vennero in Italia ,i dittici eburnei e non è escluso che da noi abbiano avuto larga eco in varie riproduzioni simile, forse della stessa officina d’arte riprodusse il modello dittico, è quello di Sassoferrato (8) in cui però l’equilibrio degli spazi, la battuta larga ed armonica, la proposizione degli scorci anatomici ci portano lontano dal nostro e se mostrano la similarità fanno pur sentire la statura di un artista superiore.
   Ma la fonte della Crocifissione è ben riconoscibile : è il dittico della passione della Collezione Hainauer di Berlino. Il taglio quadrato, ancorché rettangolare, del piccolo lacunare contenente la scena, non ha permesso all’artista del dittico di Randazzo di addensare tutti i personaggi entro il riquadro e ha tolto Longino e Nicodemo d’attorno al Crocifisso. E ben probabile poi che il dittico di Berlino sia servito di modello mediato attraverso qualche copia o qualche replica: ché nel nostro dittico, benché le figure siano quelle del modello, più pigiate e addossate , v’è tale sciatteria che non sapremmo immaginare il diretto influsso dell’avorio francese eletto nella forma, squisitamente patetico negli atteggiamenti : del resto, evidente distanza di tempo separa le due opere.  La prima, della metà del secolo XIV, la seconda della fine del secolo quando, spento ogni flusso di idealismo  –  sia pure trascendente e convenzionale  –  per l’introduzione del realismo straniero, l’arte fu portata  a tendenze spiccate verso forme drammatiche e patetiche; certamente, non tutti gli artisti riuscirono compiutamente e rapidamente a togliersi dal solco della tradizione.

   Certo, esistono dei modelli perfetti : ma le derivazioni, pur conservando l’iconografia che potremmo dir nuova, mostrano eccesso, banalità, manierismi.
  La Vergine negli intagli eburnei tardivi, non sta più diritta fra i due angeli, una si curva verso di loro, sdraiata; nella tragedia del Calvario ognuno, come dice il Malet (9) , si torce sui suoi piedi col più melodrammatico dolore e il Cristo, curvo in due sulla Croceé ondulante fra il gruppo delle donne e dei soldati come in balia di un vento violento.
   Le forme che la tradizione aveva imposto, imbevute di grazia impeccabile e concludenti gli episodi in disposizioni  ingegnosissime donde balzava lo spirito altamente decorativo del’artista, declinavano ormai; le forme sfociavano in un realismo gretto e greve.

   A questo periodo di realismo svisato, mal compreso e mal reso, crediamo che appartenga il dittico di Randazzo; il quale pur avendo con altri  –  come si è dianzi detto  –  termini di similarità persino nella cornice archiacuta di gotico fiorito, mostra nell’artista un valente imitatore che pur sentendo qua  e là l’eleganza e lo slancio gotici, rimane, a nostro modo di vedere, specie nella durezza delle masse anatomiche e nell’arcaismo della distribuzione, un siciliano della fine del secolo XIV o del primo scorcio del XV.

LE MINIATURE

   Di stile più prettamente francese sembrerebbero, in una prima visione sommaria, le sei miniature contenute nel dittico creato per certo a contenerle dopoché esse furono ritagliate da qualche “officium” per servire da guida spirituale alla De Quatris.
   Il largo margine vergine che corre attorno alle riquadrature delineate violentemente in sepia e a doppia squadratura, escluderebbero nell’artista la volontà a fare l’opera di decorazione comune ai miniatori palermitani e arabo-siculi che nelle cassette e sulle pergamene, in preda a uno slancio decorativo, ornano di racemi, di ori, di fuseruole, di bacche, di volute, tavole e pergamene.
   L’artista qui ha voluto soprattutto rappresentare; l’elemento decorativo è spostato: da esterno diventa intimo e concorre a rendere soprannaturale la scena che nella rappresentazione delle figure cerca di essere realistica o, per lo meno, naturalistica. Le figure, manchevole nel nudo, ma sode e ben postate quando sono vestite perché l’artista conosce il ritmo delle pieghe cascanti secondo la legge della gravità, profilate con precisione si ché coll’avvicendarsi delle e delle ombre ne risulti modellato tutt’altro che debole, sono immerse in un’atmosfera di sogno, talora, come nell’Annunciazione, sotto un cielo convenzionale in cui lo razzare della luce è inquadrato in una rete di righe aurate a quadri.  Vano è parlare di veridicità cromatica, di corrispondenza al vero di pittura e tanto più quando si parla di miniatura; ad ogni modo l’artista non vuole solamente liricizzare il colore locale delle cose ma vuole addirittura portarci in un ambiente irreale nel quale si svolga però l’episodio con palpito e con naturalezza umana : l’artista vuol giungere al mistico attraverso l’equilibrio tra il reale plastico delle masse anatomiche e l’irreale convenzionale del colore ambientale e paesistico.
   Il sacro lungo uso del delizioso libretto attenuato qua e là le tinte senza però troppo scialbarle né logorarle; l’effetto cromatico è ancora completo. Il cielo, nella scena dell’Annunciazione, che nello schema iconografico segue quello della corrosa Annunciazione della finestra basilare del trecentesco torrione di S. Martirio, è purpereo, e di un cremisi cupo è nella scena del Cristo alla Colonna.
   Quest’ultimo episodio, ingenuo nella rappresentazione degli alabardieri resi male per l’inversione della statura che porta a una errata valutazione della distanza prospettica , e ingenuo ancora per la goffa apparizione dell’Eterno, pur essendo dello stesso maestro che ha miniato gli altri fogli, mostra più a nudo le qualita negative dell’artista che nelle altre miniature se scopre delle manchevolezze attribuibili all’epoca in cui egli operò, mostra d’altra parte qualità di disposizione delle figure e soprattutto una spiccata tendenza alla musicalità del colore che ritroviamo poi sviluppate solo nel tardo quattrocento, nelle miniature palermitane.
   Nella scena dell’Annunciazione Maria, serenamente atteggiata, con un rotulo svolto sulle gambe, in ambio manto celeste lumeggiato dall’artista con un cobalto sereno che si risolve in accordo coll’azzurro d’oltremare delle pieghe cupe, profonde, sinuose, elegantemente contenute, ristà sotto un baldacchino di cadmio tutto dorato dai raggi del sole; l’angelo in lucco rosso e con ali acutissime che rammentano quelle delle miniature francesi del trecento, è genuflesso; e divide architettonicamente lo spazio in diretta corrispondenza coll’oggetto del baldacchino: da un ornato porta fiore emergono fogli e gigli; la scena si svolge su un pavimento a scacchi verdi e neri che chiedono con tono freddo e intonato tutta la gamma cromatica della composizione. La scena della Visitazione si svolge entro un recinto limitato da un incannicciato, il tradizionale e ancor comune “cannizzu” siciliano che si rivede anche nella Natività né mi pare sia questo un riempitivo di indole nordica.
   Torrioni apparsi nella lontananza che li separa, si ergono in alto, sulla collina retrostante. Anche qui il rosso mattone della veste di S. Elisabetta, è intonato colle tinte espresse nella miniatura. Più solida nel colore è la miniature della Presentazione al Tempio; stridente pel contrasto che nasce da gridellino dell’abito di Giuseppe di fronte all’azzurro di cobalto del manto della Madonna immersa in una fiamma convenzionale, amplissima che la circonfonde e l’altra raffigurante la Natività; ambedue queste miniature mostrano qualità di disegno e un senso così marcato della plastica e della profondità  –  che diventa ammirevole risoluzione prospettica nello sfondo della trabeazione, costituito da un loggiato –  da far pensare quasi che l’artista abbia cominciato dalla Crocefissione e dal Martirio alla colonna e che dopo varie incertezze e inciampi nella risoluzione dei vari problemi anatomici e paesistici abbia meglio padroneggiato i suoi mezzi sboccando con vero lirismo pittorico in quelle figurazioni che cronologicamente sono anteriori nella vita del Redentore.                                             

                                                                                                                ***

   Ma ci occorre il problema del collocamento cronologico e della provenienza.
   Dissi sin da l’inizio che le miniature appaiono francesi.  Ed è verosimile che l’artista sia stato educato a modelli francesi. Un’analisi minuta ci porta ben lontani. Nelle presenti miniature il convenzionalismo, se c’è non è gotico; è nel colore e questo può essere frutto di quella spiccata tendenza al colore irrazionale che i siciliani ereditarono dai bizantini e dagli arabi.
   Né vale che spesso siano state illustrate leggende cavalleresche o sacre di sapore provenzale come nello steri o  nel tetto di S. Nicolò a Nicosia, o nel tetto del Duomo di Messina ; in Sicilia la tendenza al colore irrazionale fu intimo bisogno di decorazione sognatrice, non convenzionalismo di importazione straniera; né d’altra parte affiora in questi fogli miniati quell’eleganza slanciata ma chiusa e fredda del gotico tardivo francese.
 Nel Nostro codice, l’elemento figurato, umano o divini, sematico insomma, è reso con quel naturalismo stentato, ma naturalismo, che ritroviamo in Sicilia verso il quattrocento; quivi l’arco acuto comparso prima dell’evento del gotico, scompare presto e il primo rinascimento quattrocentesco ci dà nuovamente l’arco molto schiacciato, quasi a pieno centro, dal quale è bandita ogni idea di goticismo; e ricompare qualche decorazione cosmatesca come nel palazzo Ciampoli di Taormina, nel palazzo Clarentano e nelle case di via dell’Agonia a Randazzo; nella miniatura dell’Annunciazione la decorazione del mur0 di cinta del baldacchino, se pure aprossivamente, rammemmora la decorazione cosmatesca; e nella Presentazione lo sfondo è pienamente quattrocentesco nella semplicità del loggiato, nella rotondità degli archi ; e questo maestro che in luogo di giocare per impasti di tinte preferisce dipingere a forti tinte locali, lumeggiando poi per sovrapposizioni filiformi e chiare, porta nella sua tecnica, nella comprensione prospettica, nella variazione cromatica dei piani, gusto strano e rozzezza e dev’essere stato un primitivo siciliano del quattrocento educato soprattutto alla scuola di quei freschisti della Sicilia centrale che negli affreschi di S. Andrea di Piazza Armerina e di S. Spirito a Caltanissetta fanno sentire come le miniature in questione siano lontana e indiretta filiazione di quegli affreschi.
   Le opere qui presentate valgono da sole a conferire dignità a una città specie se questa possegga, come Randazzo, opere coeve di architettura e di scultura che concorrono a lumeggiare senza interruzioni né pause i vari secoli della malnota arte del meridione.
  Ma altre opere di natura notevoli e del tutto inedite si nascondono ancora all’occhio superficiale di chi visita Randazzo coll’ausilio di quelle guide che si ricalcano da ottant’anni senza un nuovo apporto di ricerche sagaci.

   In S. Maria tutto è conservato con cura e con amore; e accanto alle opere di Giuseppe Velasques, palermitano, corretto nel disegno, piatto e incombente nella prospettiva, scialbo e dolciastro nel colore, si conservano due opere degni di interesse, potenti per l’animazione che le agita, per il tenebrone bituminoso di sfondo che ne valorizza vie più il senso plastico delle figure dando la sensazione tattile, quasi del valore dei volumi.

 

 


   Si tratta di certo di un maestro tenebroso che ha molto da vicino seguito lo stile del Preti; nel martirio di S. Agata e in quello di S. Andrea (S. Lorenzo ?) , purtroppo dominato dai giochi di lacche cremisi e violette che lo indeboliscono, mostra delle qualità ben più alte e lontane per indirizzo estetico e per concezione delle forme da quell’Onofrio Gabriello al quale il Di Marzo aveva in un primo tempo attribuito le due tele.
   Lo stesso amore vorremmo che fosse esteso alle opere anteriori qua e là chiuse e colpevolmente abbandonate alla corrosione della polvere: la tavola della chiesa di S. Giuseppe e la tela parlano di un abbandono che va spezzato, e di colpo.

   Varie ancone quattrocentesche scoloriti ma ancora parlanti di un’epoca e di una creazione spesso geniale, sono state spostate, dimenticate, mal ritoccate. E qualche chiesa  –  orribile a dirsi  –  è stata ceduta parecchi decenni addietro a dei porcai, a dei vinai e rinserra preziosissime tracce di affreschi dugenteschi.
   Siamo certi di non dover ripetere per la città di Radazzo, l’imprecazione altamente drammatica nella sua bianca solennità che Natale Scalia dalle colonne di “Siciliana” lancia alla sua Catania mentre il patrimonio artistico di questa si dissolveva.
   Come oggi Catania va con mille cure cercando per mezzo dei suoi studiosi le orme del passato e va riconsacrando nel suo Museo in formazione le gloriose forme ansiosamente radunate e classificate, così Randazzo vorrà, sotto la guida del suo primo cittadino che con intelletto d’arte e d’amore ne regge le sorti, fermare nella discesa dell’oblio e della dispersione quelle opere che portano fino a noi l’eco non ancora sperduta di indimenticabili bellezze.
ENZO MAGANUCO

                                                                                        

NOTE:

(1)  La tavola fu riprodotta dal De Roberto nell’opera “Randazzo” della collezione “Italia Artistica” dell’istituto d’arti grafiche di Bergamo, opera che rimane fondamentale per l’orientamento negli studi Randazzesi, specie nel campo storico .
(2)  Sulla venuta di Carlo V a Randazzo, cfr. Castaldo V.. “ Il viaggio di Carlo V in Sicilia” , in Archivio Storico per la Sicilia Orientale, XXV, fasc. I, pag. 98; e più propriamente cfr. Mandalari, “Ricordi di Sicilia, Randazzo”, Lapi. Città di Castello, 1911, pagg. 26-28 e ancora 192-193.
(3)  Dimenticata anche dalle guide più ciarliere la tavola impressionò profondamento il Di Marzo giovanissimo e ancora in preda a quell’entusiasmo fervoroso che talora lo portò ad attribuzioni e a giudizi avventati dei quali però nobilmente fa ammenda nelle pensate opere della maturità. Egli nelle sue note al  “Lexi con Topograficum di Vito Amico, Palermo, 1856, vol.II, pag. 410, note sempre preziose anche quando diano solo un primo elenco catalogico, dice: “ oltre l’interno di ragguardevole, una pittura del cinquecento di circa palmi 4, sopra pietra, e forse a tempera, rappresentante la Beata Vergine sotto la Croce col Cristo estinto nelle ginocchia”.
Né meglio la inquadra nel tempo un Finocchiaro mentovato in una guida ottocentesca di Randazzo, adespota e non datata, il quale senz’altro l’attribuisce al Giotto.
(4) Le croci d’iconostasi sono numerosissime in Sicilia, e di esse solo qualcuna ha avuto la fortuna un accurato studio e della divulgazione; da quella primitiva della Chiesa dell’Immacolata in Agira, sale do fine alle tardive quattrocentesche, si può seguire, in mancanza d’altri elementi, il cammino della pittura siciliana seguendo la parabola iconografica che ha il suo maggior sviluppo in quelle di Cesarò e di Troina sulle quali verterà un mio imminente studio.
   Per quanto riguarda la croce di Termini Imerese (Ruzzolone), cfr; Di Marzo, “ La pittura in Palermo nel Rinascimento), Palermo, Reber, 1899, pag. 208, e in quella della Catredale di Piazza Armerina, cfr; Mauceri E. “Sicilia Ignota”, in  “L’Arte”  gennaio 1906, pag. 17; Maganuco Enzo “ La pittura a Piazza Armerina , Siciliana”. Catania, agosto 1923.
(5)  Cfr. Accascina M., “ Pitture Senesi nel Museo Naziona le di Palermo”, in  “La Diana” 1930, fasc. I
(6)  Cfr. Di Marzo,  “ La Pittura in  Palermo nel Rinascimento”, 1899 pag. 43.
(7)  Cfr. Di Marzo,  “ note al Lexicon Topograficulos.
(8)  Cfr. Serra Luigi  “Arti minori nelle Marche”, Emporium. Aprile 1928  228.
(9)  Cfr. Koechlin Raimond , “ Les Hiroir Gothiques in Miscel,Histoire de l’arte” tomo 11 pag.456 . 
   Ringrazio don Paolo Amistani dei Padri Salesiani del Collegio di Randazzo per le preziose indicazioni di cui mi fu prodigo durante le mie ricerche sull’arte medievale randazzese.
   ENZO MAGANUCO
                                                                                                               ***
  
   Abbiamo voluto impreziosire questa pubblicazione del prof. Enzo Maganuco per rendere la lettura più agevole e soddisfare le curiosità del lettore degli Artisti e critici citati dall’Autore. Molti termini sono di non facile interpretazione, ma con l’aiuto del web si possono capire. Questa rivista è stata  sicuramente pubblicata prima dell’estate del 1943 in quanto il Maganuco non parla della distruzione, ad opera della guerra, di molti edifici ed opere d’arte. Nel 1932 venne a Randazzo come è testimoniato da Angela Militi nell’articolo della Chiesa di S. Agata e nel 1939 pubblica il libro “Cicli di affreschi medioevali a Randazzo e a Nunziata di Giarre” , quindi la data della pubblicazione di questa rivista dovrebbe essere entro queste due date.

   A noi ci è pervenuta soltanto una fotocopia mal fatta che  la dottoressa Maristella Dilettoso (che ringraziamo per la sua collaborazione)  non ha avuto esitazione a mostrarcela dalla quale abbiamo dattiloscritto questo testo.
   Data l’importanza del Personaggio se si hanno altre notizie saremmo ben lieti di pubblicarli. 
Francesco Rubbino

                                                                             
  

    

Museo Archeologico Paolo Vagliasindi – La Storia

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Gen. Salvatore Scalisi

 

Gen. Salvatore Scalisi

   Salvatore Scalisi nasce a Giarre il 29 ottobre del 1958. Figlio del Randazzese Angelo Scalisi e di Francesca Paola Siragusa, trascorre la sua infanzia fino all’età di 7 anni a Randazzo.
Nonostante per motivi di lavoro il padre Angelo è costretto a trasferire la famiglia a Catania, il legame di Salvatore con la città di Randazzo rimane molto forte, vuoi per i nonni, gli zii e cugini che ancora ci abitano, vuoi perché appartiene alla famiglia una casa con un piccolo vigneto in contrada Tutti Santi, dove molto spesso si ritrovano tutti i parenti per passare ore, a volte giorni spensierati in allegria.
Ultimati gli studi a Catania nel 1977, Salvatore Scalisi si diploma perito tecnico aeronautico conseguendo già all’età di 17 anni il brevetto privato di pilota di aereo, e vincitore di concorso, accede all’Accademia Militare di Modena iniziando così la sua carriera militare nell’esercito.

 Qui di seguito la splendida carriera militare:

Il Gen.B. Salvatore SCALISI è nato a Giarre (CT) il 29/10/1958. Entrato in ACCADEMIA MILITARE il 16/10/1978 con il 160° corso “Patria e Dovere” è nominato S.Ten. nell’Arma di Cavalleria nel settembre del 1980 ed inviato alla Scuola di Applicazione di Torino;

  • Nel 1982 è nominato Tenente di Cavalleria e conseguita la laurea in scienze strategiche, viene trasferito al 9° Gr. Sqd. “Lancieri di Firenze” a Sgonico (TS) dove assume l’incarico di Comandante di squadrone carri “Leopard”; 
  • Nel 1986 è promosso al grado di Capitano e trasferito al 2° Gr. Sqd. “Piemonte Cavalleria” a Villa Opicina (TS) dove assume l’incarico di Comandante di squadrone meccanizzato, ufficiale “I” di gruppo e ufficiale “O.A.” di gruppo; 
  • Nel 1991 è trasferito presso il 51° Gruppo Squadroni “Leone” del 1° Rgt. “ANTARES” dell’Aviazione dell’Esercito in qualità di Pilota Osservatore, Aiutante Maggiore di Gruppo e Comandante di sqd. di volo; 
  • Nel 1992 frequenta il 117° corso di S.M. presso la Scuola di Guerra di Civitavecchia; 
  • Nel 1995 è promosso Maggiore ed assume l’incarico di Aiutante Maggiore di Rgt. e Capo Ufficio P.O.M. del 1° Rgt. AVES “ANTARES”; 
  • Nel 1998 è inviato in BOSNIA, (Sarajevo), in qualità di vice C.te di Gr. di volo nella missione SFOR e dopo 3 mesi rientra in Patria per assumere l’incarico di C.te del 1° Gr. Sqd. dell’8° Rgt. “Lancieri di Montebello” in Roma; 
  • Nel 1999 è trasferito a Viterbo presso il Centro Aviazione Esercito dove assume l’incarico di C.te del Rep. Com. e Serv. “GRIFO” del Centro, (Comandante di Corpo), e nel settembre dello stesso anno è promosso Tenente Colonnello; 
  • Nel 2000 è trasferito a Pisa per assumere l’incarico di C.te del 26° Gr. Sqd. dell’Aviazione dell’Esercito “GIOVE” ,(Comandante di Corpo), nell’ambito della Brigata Paracadutisti “FOLGORE” e nel 2001, partecipa con il proprio reparto di volo alla missione KFOR in Kosovo ed è dislocato sull’aeroporto di Dakovica quale C.te della Task Force “ERCOLE”; 
  • Nel 2002 è trasferito a Viterbo presso il Comando dell’Aviazione Esercito con l’incarico di Capo Sez. Esperienze e Studi dell’Ufficio Dottrina Esperienze e Studi. 
  • Dal 5 ottobre 2003 fino al 30 gennaio 2004, partecipa, in qualità di Chief Aviation Branch nella cellula G3 Air della Brigata “SASSARI” dislocata in IRAQ presso AN NASIRIAH, alla missione “ANTICA BABILONIA 2”; 
  • Rientrato a Viterbo riprende l’incarico di Capo Sez. Esperienze e Studi dell’Ufficio Dottrina Esperienze e Studi del C.do AVES; 
  • Il 23 ottobre 2004 è trasferito presso lo Sqd. Elicotteri “ITALAIR” in NAQOURA (LIBANO) nell’ambito della missione UNIFIL, ed il 30 dello stesso mese assume l’incarico di Comandante dell’unità di volo, (Comandante di Corpo); 
  • Trasferito a BEIRUT sempre nell’ambito della missione UNIFIL, dal 18 gennaio 2006 ricopre l’incarico di SURB, (Senior Unifil Reppresentative in Beirut), nonché BLO, (Beirut Liason Officer), nonché SENITOFF (Senior Italian Officer) perché Comandante di Contingente Italiano in Libano. 
  • Il 17 Settembre 2007 è trasferito a Roma presso TELEDIFE 3° Uff. UGCT, e promosso Colonnello dal 1 Luglio 2008. Il 31 Dicembre 2009 assume l’incarico di Capo Ufficio del 3° Uff. dell’UGCT ed in contemporanea è Direttore del progetto JFCHQ relocation Project di Bagnoli su Lago Patria. 
  • Il 17 giugno 2012 è trasferito presso il V Reparto del Segretariato Generale della Difesa con l’incarico di Capo Gruppo di Lavoro nell’ambito del Programma Quadro “HORIZON 2020” presso l’UE.

     

Corsi di rilievo frequentati:

  • Corso di perfezionamento in equitazione 1984;
  • 25° corso S3 AIR/FAC 1986;
  • Corso basico per Ufficiale Informatore 1989;
  • 26° corso per Ufficiale Pilota di Elicottero Militare;
  • Corso per Piloti Osservatori dell’Esercito;
  • 117° corso di S.M. 1993;
  • Corso di abilitazione al volo strumentale;
  • Corso di abilitazione su elicottero AB-412;
  • Corso di abilitazione su elicottero AB-205;
  • Brevetto di paracadutista militare;
  • Brevetto di 3° grado “master” di sommozzatore FIPSAS.

Decorazioni:

  • Mauriziana;
  • Cavaliere dell’Ordine di Merito della Repubblica Italiana;
  • Medaglia d’oro di lunga navigazione aerea ;
  • Medaglia di bronzo al merito di lungo comando;
  • Croce del Sacro Militare Ordine Costantiniano di San Giorgio;
  • Croce d’oro 25 anni di servizio;
  • Croce commemorativa missione SFOR;
  • Croce commemorativa missione KFOR;
  • Medaglia NATO SFOR;
  • Medaglia NATO KFOR;
  • Medaglia ONU missione UNIFIL. 
  • Riconoscimenti:
    1 encomio solenne;
  • 1 encomio semplice;
  • 3 elogi; 

    Il Generale Salvatore Scalisi – a cui va tutta la nostra riconoscenza per la Sua splendida carriera di militare e il nostro orgoglio di Randazzesi –  è nipote del signor Salvatore Scalisi nato a Randazzo nel 1893 e di Venera Gangi (1896/1972).
    I coniugi Scalisi hanno avuto 5 figli: Giuseppe (1921/1947),  Nunziata,  Angelo,  Gaetano e Mario  a noi più noto in quanto politico – è stato vice sindaco a Randazzo – e uomo di lettere.

 

FRANCESCA PAOLINO. ARCHITETTURE RELIGIOSE

FRANCESCA PAOLINO
ARCHITETTURE RELIGIOSE
A MESSINA E NEL SUO TERRITORIO
FRA CONTRORIFORMA E TARDORINASCIMENTO
(da pag.171 a 179 parla della Basilica di Santa Maria  Randazzo)

 

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Inventario-Archivio on.le Paolo Vagliasindi (1858/1905).

 

Inventario-Archivio-Vagliasindi-on-Paolo

Marco Minissale

 

Marco Giuseppe Minissale nasce a Catania l’8 maggio del 1985 da Salvatore e Vincenza Gullotto (entrambi randazzesi).

Sin da piccolo mostra una spiccata dedizione al lavoro, tanto da concludere tutti i percorsi di studio nel rispetto delle tempistiche previste.

Nel 2010 si laurea in Ingegneria delle Telecomunicazioni presso l’Università degli Studi di Catania, discutendo una tesi in Servizi a valore aggiunto in sistemi di identificazione automatica delle navi e conseguendo la votazione di 110 e lode.

Nello stesso anno si abilita alla professione di Ingegnere superando l’esame di stato.

Sin dall’inizio della sua carriera Marco si è occupato di Comunicazioni Radiomobili 
Dal 2011 al 2013 ha lavorato come consulente in Huawei sulla rete di Vodafone Italia, prendendo parte ad un progetto di innovazione tecnologia sulla rete Radiomobile 2g e UMTS.

Nel 2013, grazie al Know-how aquisito in Italia, pur essendo, all’epoca, titolare di un solido contratto di lavoro a tempo indeterminato, decide, ugualmente, di trasferirsi in Svizzera ed inizia a collaborare come consulente con contratto a scadenza trimestrale.

Marco con i Genitori.

Trattasi di scelta molto coraggiosa, intrapresa con il solo fine di mettersi in gioco ancora una volta ed iniziare una nuova e stimolante sfida.

In svizzera dal 2013 ad oggi lavora in Huawei sulla rete dell’operatore mobile Sunrise

Alle dipendenze di Huawei, ricopre tutte le figure possibili all’interno di un progetto, quali Support tecnico, Integration engineer e nel 2017, da Solution architect, progetta l’intera rete 4.5g svizzera.

Nel 2018, dopo la lunga esperienza in progetti di enorme difficoltà, viene convinto a spostarsi dal dipartimento tecnico al dipartimento manageriale e diventa Project Manager di uno dei progetti più importanti nel mondo.

Infatti, nell’aprile 2019, consegna la prima rete 5g commerciale in Europa e la seconda nel mondo.

Durante il periodo di “lockdown”, conseguente all’emergenza sanitaria “Covid – 19, Marco lavora, ugualmente, ogni giorno al fine di garantire l’accesso alla rete internet a tutte quelle persone costrette a casa in quarantena; in questo contesto l’azienda gli riconosce il titolo di Eroe per il cruciale supporto fornito non solo all’azienda medesima ma alla comunità tutta.

Amante degli sport estremi e dei viaggi avventurosi, nel tempo libero si cimenta in nuove e stimolanti esperienze. Tra le tante, si menzionano i viaggi in moto da neve nelle zone artiche (Isole Svalbard, Lapland e Confini rurali Russi) e le arrampicate sportive in una delle 10 pareti piu difficili nel mondo in Thailandia; sempre in Thailandia, da cultore della Thai – boxe, organizza numerosi training per assimilare gli aspetti più profondi di tale, nobile, arte, proprio nel luogo in cui è nata.

L’intera esperienza ed i traguardi raggiunti fino ad ora sono frutto anche dei valori acquisiti durante una delle esperienze più importanti della sua vita, fatta ad appena 18 anni.
Infatti, Marco, pur non rientrando nel periodo della leva obbligatoria, si abilita al lancio col paracadute Militare acquisendo il brevetto rilasciato dalla brigata Paracadutisti folgore; nel corso di questa, indimenticabile, esperienza entra in contatto con uno dei reduci della battaglia di El-Alamein e durante questo incontro capisce cosa vuol dire, davvero, non arrendersi mai anche quando le circostanze sono avverse.
E’ molto legato alla propria famiglia e, pur vivendo all’estero, fa spesso rientro nell’amata Sicilia per trovare i genitori (entrambi randazzesi) che da sempre gli sono a fianco e lo supportano in tutte le difficili decisioni intraprese.

 

     

Marco Minissale con alcuni colleghi cinesi.

   

 

Complimenti AD MAIORA SEMPER

I resti della chiesa di San Gregorio in Randazzo – Angela Militi

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Chiesa di San Gregorio

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Angela Militi – La Chiesa di S. Agata – fra le 99 Chiese di Randazzo.

     La “città delle novantanove chiese”: così è stata definita per tradizione Randazzo, per via dei numerosi edifici ecclesiali, risalenti a varie epoche, eretti sul territorio. Alcuni di essi, nel tempo e/o per opera dell’uomo, sono scomparsi e ne resta solo la memoria storica desunta dai documenti d’archivio o dalle informazioni presenti nei manoscritti del reverendo Giuseppe Plumari.  E’ il caso della chiesa di Sant’Agata.
Fuori dalle antiche mura di Randazzo, a sud della città, si trova Piazza Tutti Santi, la quale porta con sé una storia antica, infatti, in quel luogo, fino a diversi decenni fa, sorgeva la chiesa di Sant’Agata.

Non si conosce con esattezza la data di fondazione dell’edificio ecclesiale, poiché, a oggi, non ci sono pervenute notizie documentarie in merito, tuttavia essa è da collocarsi nella seconda metà del XII secolo, data la somiglianza stilistica con la chiesa di San Vito e quella di Santo Stefano.
Un documento presente presso l’Archivio Ducale Medinaceli di Toledo, ci consente di stabilire un terminus ante quem sulla data di edificazione dell’edificio sacro. Il primo dicembre del 1345 Raimondo de Pezzolis, arcivescovo di Messina, concede 40 giorni di indulgenza a coloro che si recheranno causa devocionis seu peregrinacionis nella chiesa di Sant’Agata, posta in territorio terre di Randacii  extra menia in contrada detta La Fussaza, nella ricorrenza della festività di sant’Agata.
Questo documento testimonia che a quella data la chiesa era già esistente ed aveva una qualche rilevanza[1].
Si ha notizia che nei primi anni del 400 il giuspatronato della chiesa era esercitato dal notaio Francesco de Mallono, il quale con atto di transazione, datato 25 gennaio 1409[2], cedeva a Tommaso Crisafi, arcivescovo di Messina, la metà dei profitti di un vigneto in vitae subsidium[3].
Altre notizie relative alla chiesa di Sant’Agata provengono da alcuni documenti notarili del notaio Tommaso Andriolo, conservati presso l’Archivio di Stato di Messina, dai quali apprendiamo che:
con un atto notarile datato 4 ottobre 1426 rogato in Messina che vede testimoni, Philippus de AgrigolaIohannes de Alona e Bartuchio Piza, il notaio Franciscus Mallono nomina cappellano dell’ecclesia Sancta Agatha extra mura, di cui ha lo jus patronatus, l’arciprete Geraldus de Henrico, con l’obbligo di curare l’amministrazione di tutti i beni della cappellania; la nomina è confermata, per competenza, dal Capitolo dei Canonici della Cattedrale di Messina che conferisce all’arciprete l’investitura per anulum[4].
L’arciprete Geraldus de Henrico rinuncia all’incarico di cappellano della chiesa di Sant’Agata extra moenia, che da poco gli è stato conferito, con un atto datato 4 ottobre 1426 stipulato in Messina alla presenza di Pino PictellaPhilippus Pictella e Fridericus de Celsa[5].
Il 5 ottobre 1426 con atto rogato in Messina con le testimonianze di Iohannes de SolanoPetrus de Stagnario e Andreas de Paulillo, il presbiter Philippus de Agrigola di Randazzo nomina suo procuratore il notaio Franciscus Mallonu, affinché possa rappresentare davanti al Capitolo dei Canonici della Cattedrale di Messina, la sua protesta contro il cappellano Geraldus de Henrico, dal quale chiede la restituzione della domus lasciata in eredità dal defunto Matthei de Leofanto all’ecclesia di Santa Maria di Randazzo e non alla cappellania della chiesa di Sant’Agata[6].
Con atto del 5 ottobre 1426, il notaio Franciscus Mallono nomina suo procuratore il presbiter Philippus de Agrigola di Randazzo, affinché si occupi dei suoi affari ecclesiastici e temporali nella terra di Randazzo, e, principalmente, per visitare l’ecclesia di Sant’Agata e verificare la gestione della stessa da parte del cappellano Geraldus de Henrico[7].
Il 3 settembre 1427 con atto rogato in Messina, testimoni Robertus MirabelloZullo de Leo e Nardo Barralamono, il notaio Franciscus Mallono per diritto di jus patronatus sulla chiesa di Sant’Agata, nomina cappellano della stessa il presbiter Antonius de Bruno, il quale oltre a svolgere le funzioni religiose e amministrare i beni della cappellania che consistono in un vigneto, alcune case, un palmento ed altri beni siti in contrada “de la Fossaza” di Randazzo, dovrà apportare, entro quattro anni, le riparazioni necessarie alla chiesa, alle case e al palmento; se il cappellano adempirà ai suoi doveri la sua nomina sarà riconfermata per altri quattro anni e al settimo anno dovrà, altresì, rinnovare la vigna piantando cinquecento viti.
La nomina del cappellano è convalidata dal Capitolo dei Canonici della Cattedrale di Messina[8].
Il documento datato 6 settembre 1427 rogato in Messina alla presenza di Iohannes de AgathaNicolaus Mariconda e Philippus de Lignamine, mette in evidenza che il cappellano Geraldus de Henrico, ora defunto, non ha adeguatamente amministrato la chiesa e i suoi beni, facendoli deteriorare e morendo ha lasciato, in mano ai suoi eredi alcuni beni della cappellania. Per questo motivo il notaio Franciscus Mallono nomina suo procuratore il presbiter Philippus de Agrigola, affinché questi provveda a farsi restituire dagli eredi del presbiter Geraldus i beni della chiesa da loro detenuti[9].
Una prima succinta descrizione della chiesa viene data dal tedesco Walter Leopold che nella sua tesi di laurea in ingegneria “Sizilianische bauten des mittelalters in Castrogiovanni, Piazza Armerina, Nicosia und Randazzo”, pubblicata a Berlino nel 1917, così descrive la chiesa:

     «Un po’ meno primitiva, ma danneggiata da costruzioni più recenti aggiunte a sud e a nord, è la struttura di Sant’Agata. L’archivolto a sesto acuto dell’ingresso principale è modanato; anche l’esecuzione della cornice al di sopra è più ricca, così come quella della ghiera che incornicia l’oculo.
I prospetti laterali presentano una finestrella ciascuno, quello a sud ha una porta eseguita come quella dell’ingresso principale.
L’abside è illuminata da una piccola finestra con arco a tutto sesto posta in basso. La cappella all’interno è affrescata fino all’altezza di circa due metri.
La superficie della parete è suddivisa da fasce perpendicolari in parecchi stretti campi, che formano una decorazione a pinnacoli e nicchie; negli scomparti intermedi sono dipinte scene bibliche, nei pinnacoli, santi. Sulla parete di fronte a chi entra, a destra e a sinistra del coro, sono rappresentati angeli.
La pittura è di carattere tardo-gotico»[10].

A corredo del suo studio, il Leopold realizzò, altresì, un rilievo architettonico (planimetrico e prospettico) della stessa.

Figura 1: Rilievo architettonico della chiesa di Sant’Agata

La chiesa presentava un impianto planimetrico ad unica aula rettangolare, coperta con tetto ligneo, terminante in una piccola abside semicircolare coronata da semicalotta definita sul fronte da arco a sesto acuto.

     Nel 1932 Enzo Maganuco, professore di Storia dell’Arte e Tradizioni popolari nelle Università di Catania e Messina, giunto a Randazzo con la speranza di rinvenire una qualche traccia della chiesetta di Sancta Maria in Nemore[11], visitò la chiesa di Sant’Agata e nel suo scritto “Cicli di affreschi medievali a Randazzo e a Nunziata di Giarre” riporta:
     «La chiesetta, piccola e di colore ferrigno, col suo rosoncino altissimo sulla porticina, gotica solo nell’arco, chè al posto di colonnine o di pilastri si trovano dei modestissimi conci squadrati, porta agli spigoli della parete frontale conci lavici alternati, legati da malta bianchissima e, più in basso, alla stessa altezza degli stipiti della porta conci angolari più tozzi, più rozzi e meno estesi.

chiesa di Sant'Agata

Figura 2: Chiesa di Sant’Agata, foto di Enzo Maganuco

Nel giardinetto che si apre dietro l’abside, se detto, c’è un pozzetto gotico ottagono, simile in tutto a quello del giardino del Palazzo del Duca di S. Stefano in Taormina.

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Figura 3: Taormina, Palazzo dei Duchi di Santo Stefano, pozzo ottagonale

Si accede al giardino per una porticina posteriore aperta direttamente sull’abside dietro l’altarino […]. Accanto a questa porta arbitraria e tardiva ve n’è un’altra di pura impronta gotica, a sagoma tardo dugentesca ben conservata e che dovette appartenere alla sagrestia che però per certo non comunicava direttamente con la chiesatta […].

Chiesa di Sant'Agata, Portale

Figura 4: Chiesa di Sant’Agata, portale, foto di Enzo Maganuco

Da finestra destra – l’unica sopravvissuta – in pietra bianca di Comiso, a feritoia, ora otturata e ben visibile dall’interno, consta di un archetto a pieno centro strettissimo e di tasselli che fanno da pilastrini laterali, tasselli di varia grandezza in semplice e vago modo distribuiti.
All’interno, […] colpiscono l’occhio gli affreschi sopravvissuti alle ingiurie degli uomini che più del tempo hanno crostato l’intonaco e l’arricciato piantando chiodi e travi.
Gli affreschi ricorrono per tutte le pareti, meno la calotta absidale. Non v’è traccia di affresco solo sulla parete interna corrispondente al muro frontale»[12].

 

 

 

 

Figura 5: Ricostruzione 3d della chiesa di Sant’Agata. Cliccare su ciascun affresco per visualizzare le relative schede

Qualche studioso identifica erroneamente la chiesa di Sant’Agata con quella di Tutti Santi, la quale sorgeva di fronte il convento di San Francesco di Paola, come si evince da una pianta litografica della Città, fatta realizzare dal reverendo Giuseppe Plumari;

 

 

                Figura 6: Particolare della Pianta litografia della città di Randazzo, luogo dove era la chiesa di Tutti  Santi contrassegnato con il numero 21

per di più, lo stesso reverendo nel suo manoscritto Storia di Randazzo, elencando le chiese di Randazzo, scrive: «Chiesa di S. Agata V. e M. esistente nel Piano di Tutti Santi […] Chiesa di Tutti Santi, da pochi anni abbandonata, ed oggi demolita»[13]. Il Sommarione[14] del Catasto provvisorio siciliano del 1852, registra, presso la Porta di San Francesco di Paola, la chiesa di Tutti i Santi e un’altra chiesa senza nome, di proprietà del Comune, come dirute[15].
Nell’area oggi non si distingue alcuna vestigia della chiesa: un contributo decisivo per individuare con esattezza l’ubicazione dell’edificio ecclesiale, viene da una mappa catastale urbana datata 1877[16].
Dalla lettura della mappa si rileva, la presenza, all’estremità sud della città, di un edificio contrassegnato con il numero di particella (o mappale) e una croce, indicativa delle costruzioni destinate ai culti cristiani.

Part. mappa 1877

Figura 7: Particolare della mappa catastale urbana di Randazzo, 1877

Agli inizi del 900, come si può leggere da una mappa d’impianto[17] – conservata presso il catasto di Catania –, l’edificio, la cui planimetria è rimasta invariata, non è più contrassegnato dalla croce e risulta suddiviso in tre mappali (3026, 3025, 2194).

Stralcio foglio impianto 103b

Figura 8: Particolare del Foglio d’impianto 103/B di Randazzo

La Tavola Censuaria – redatta dopo la formazione delle mappe d’impianto –, riporta i mappali 3026, 3025 e 2194 come fabbricati urbani rispettivamente di mq 46, 74 e 87[18].
Il Registro partitario del vecchio Catasto Urbano, rileva il mappale 3026, il 10 dicembre 1934, “come area di fabbricato demolito” e l’appartenenza di esso a Genovese Antonino di Carmelo[19]. Il mappale 3025 – subalterno 1, il 22 luglio 1940, risulta appartenere a Genovese Annunziata fu Antonino, la quale dichiarava che veniva in possesso del fabbricato per successione e nuova costruzione[20], mentre il subalterno 2 risultava appartenere a Genovese Francesco fu Antonino[21]. Queste acquisizioni rivestono una grande importanza, poiché da esse si evince che parte della chiesa (mappali 3026 e 3025) era già stata demolita prima dei bombardamenti del 1943.
Il mappale 2194 – subalterno 1, il 21 dicembre 1939, risulta appartenere alla parrocchia di San Nicola di Randazzo, concesso in livello/enfiteusi a Zuccarello Bonaventura Giovanni per un canone annuo di lire 4.20[22], mentre il subalterno 2 risulta essere stato ceduto in compravendita, dallo stesso Zuccarello Bonaventura Giovanni, a Zuccarello Domenico[23].

Attualmente l’area della chiesa di Sant’Agata, è occupata da due edifici attigui che si affacciano sulla piazzetta.

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Figura 9: Randazzo, Piazza Tutti Santi dove era ubicata la chiesa di Sant’Agata

NOTE

[1] Spinella B. M. R., La Cattedrale di Santa Maria di Messina nei documenti dell’Archivio Ducale Medinaceli di Toledo (1282-1412), Tesi di dottorato in Scienze umanistiche e dei beni culturali (XXVI ciclo), Università degli studi di Catania, Anno Accademico 2012/2013, Reg. 49, p. 181.
[2] 1410.
[3] Starrabba R., I diplomi della cattedrale di Messina raccolti da Antonino Amico, in «Documenti per servire alla Storia di Sicilia», Prima serie-Tabulari, vol. I, fasc. IV, Palermo, 1878, p. 234, doc. CCXVII: «Anno MCCCCIX, XXV Januarii, III Indictionis, Frater Thomas Crisafi Archiepiscopus Messanensis transigit cum Francisco Millono, patrono Ecclesiae Sanctae Agatae Randatii (cujus vineam, veluti suam, nulliter alienaverat) quod donec viveret medietatem fructuum dictae vineae percipere possit in vitae subsidium, post vero mortem ejusdem integri fructus ad Ecclesiam praedictam pertineant».
[4] Archivio di Stato di Messina, Fondo notarile, notaio R. Tommaso Andriolo. Anni 1416-1418, vol. 2.
[5] Ibidem
[6] Ibidem
[7] Ibidem
[8] Ibidem
[9] Ibidem
[10] Leopold W., Architetture del medioevo in Sicilia a Castrogiovanni, Piazza Armerina, Nicosia e Randazzo, traduzione a cura di Leopold A., contributi di Leopold A., Lombardo R., Prescia R., Scarpignato G., Enna, Il Lunario, 2007, p. 154.
[11] Ovvero la chiesa di Santa Maria del Bosco, menzionata in vari documenti fin dall’XI secolo.
[12] Maganuco E., Cicli di affreschi medievali a Randazzo e a Nunziata di Giarre, in «Esercitazioni sull’arte siciliana», Scuola Salesiana del Libro, Catania-Barriera, 1956, pp. 12-14.
[13] Plumari G., Storia di Randazzo trattata in seno ad alcuni cenni della Storia generale di Sicilia, 1847-49, voll. I-II, Biblioteca Comunale di Palermo, Qq G76-77, vol.I, Libro III, p. 325, nn. 41 e 49.
[14] Registro descrittivo delle proprietà, in cui sono notati i dati relativi al nome del possessore, alla natura, all’ubicazione, alla superficie, alla classe di produttività e alla rendita della proprietà.
[15] Archivio di Stato di Catania, Fondo Catasto provvisorio siciliano, Sommarione di Randazzo, anno 1852, vol. 2229, Sezione I, nn. 189 e 198, p. 289.
[16] Montera C., Una città… e le sue «recenti» vicende urbanistiche, in «Randazzo notizie», Anno II°, n. 4, Gravina di Catania, 1983, p. 8.
[17] Le mappe d’impianto di Randazzo furono realizzate tra il 1890 e il 1912 (il rilevamento particellare fu eseguito tra il 1908 e il 1911, mentre la rappresentazione in mappa tra il 1908 e il 1912). Agenzia delle Entrate, Ufficio Provinciale di Catania – Territorio, Atlante Comune di Randazzo.
[18] Agenzia delle Entrate, Ufficio Provinciale di Catania – Territorio, Tavola Censuaria, Randazzo.
[19] Agenzia delle Entrate, Ufficio Provinciale di Catania – Territorio, Registro partitario, Randazzo.
[20] Agenzia delle Entrate, Ufficio Provinciale di Catania – Territorio, Randazzo, Foglio di mappa 103/B, Modello 58, n. 1174.
[21] Agenzia delle Entrate, Ufficio Provinciale di Catania – Territorio, Randazzo, Foglio di mappa 103/B, Modello 58, n. 1180.
[22] Agenzia delle Entrate, Ufficio Provinciale di Catania – Territorio, Randazzo, Foglio di mappa 103/B, Modello 58, n. 3233.
[23] Agenzia delle Entrate, Ufficio Provinciale di Catania – Territorio, Randazzo, Foglio di mappa 103/B, Modello 58, n. 3230.

FONTI ARCHIVISTICHE

Agenzia delle Entrate, Ufficio Provinciale di Catania – Territorio
Atlante Comune di Randazzo.
Sezione cartografia, Foglio d’impianto di Randazzo 103/B.
Randazzo, foglio di mappa 103/B, Modello 58, nn. 1174, 1180, 3233, 3230.
Registro partitario, Randazzo.
Tavola Censuaria, Randazzo.

Archivio di Stato di Catania
Fondo Catasto provvisorio siciliano, Sommarione di Randazzo, anno 1852, vol. 2229.

Archivio di Stato di Messina
Fondo notarile, notaio R. Tommaso Andriolo. Anni 1416-1418, vol. 2.

FONTI BIBLIOGRAFICHE

LEOPOLD W., Architetture del medioevo in Sicilia a Castrogiovanni, Piazza Armerina, Nicosia e Randazzo, traduzione a cura di Leopold A., contributi di Leopold A., Lombardo R., Prescia R., Scarpignato G., Enna, Il Lunario, 2007.

MAGANUCO E., Cicli di affreschi medievali a Randazzo e a Nunziata di Giarre, in «Esercitazioni sull’arte siciliana», Scuola Salesiana del Libro, Catania-Barriera, 1956.

MONTERA C., Una città… e le sue «recenti» vicende urbanistiche, in «Randazzo notizie», Anno II°, n. 4, Gravina di Catania, 1983.

PLUMARI G., Storia di Randazzo trattata in seno ad alcuni cenni della Storia generale di Sicilia, 1847-49, voll. I-II, Biblioteca Comunale di Palermo, Qq G76-77.

SPINELLA B. M. R., La Cattedrale di Santa Maria di Messina nei documenti dell’Archivio Ducale Medinaceli di Toledo (1282-1412), Tesi di dottorato in Scienze umanistiche e dei beni culturali (XXVI ciclo), Università degli studi di Catania, Anno Accademico 2012/2013.

STARRABBA R., I diplomi della cattedrale di Messina raccolti da Antonino Amico, in «Documenti per servire alla Storia di Sicilia», Prima serie-Tabulari, vol. I, fasc. IV, Palermo, 1878.

FONTI DELLE ILLUSTRAZIONI

Figura 1: Rilievo architettonico della chiesa di Sant’Agata: Leo