Archivio dei tag Randazzo

Le Statue di Padre Pio

Guerra Santa per Padre Pio 

 

C’era una volta… C’era una volta, ai piedi dell’Etna, una città fortificata, dal clima salubre, circondata da monti, fiumi e vallate, ricca di monumenti e un tempo prediletta e frequentata da re e regine, ma… questa città era divisa in tre quartieri, fondati da tre genti diverse, lombardi, greci e latini, che vi avevano eretto tre chiese, e che con le loro rivalità, con le loro lotte per la preminenza, funestarono per secoli la storia della gloriosa cittadina, tirando in causa governatori, viceré, re, vescovi e pontefici.
A tal punto si spinsero le gelosie, che nel XV secolo ciascuna delle tre chiese a turno, per un anno, faceva da cattedrale e sede dell’arciprete, e, nel 1824, alla morte di Ferdinando I, la messa funebre si dovette celebrare in “San Nicola, perché in quell’anno funzionava da cattedrale, San Martino come cattedrale subentrante, e Santa Maria come uscente”. Così Federico de Roberto (Randazzo e la Valle dell’Alcantara, Bergamo 1909).
Eppure quella città aveva profonde e radicate tradizioni religiose, vantava un tempo ben 11 conventi e 99 chiese…
C’era una volta… e c’è ancora.
All’alba del terzo millennio questa città si ridesta, con un accanimento, una passione degni dei fasti dei secoli andati, rispolvera le sue ancestrali e mai sopite tradizioni, per cimentarsi in una lotta senza quartiere, o fra quartieri, se preferiamo.
Vero è che i nostri paesi erano adusi alle guerre di santi, dove, attorno a due culti antagonisti, si polarizzava tutta la vita sociale della comunità: addirittura, nell’omonima novella del Verga, persino un fidanzamento andava a monte per l’esacerbarsi dei contrasti fra la due fazioni. Ma nel nostro caso il bello, anzi il brutto, è che i contendenti non sono San Rocco e San Pasquale, ma un Santo solo, il Beato Padre Pio da Pietralcina, al secolo Francesco Forgione.
Non è il caso di descrivere minutamente i fatti, né la cronaca di tutte le battaglie di cui è fatta questa guerra, già abbastanza se n’è parlato, scritto e dibattuto, rinnovando ogni volta, dopo l’iniziale ilarità, un profondo senso di tristezza.
A illuminare i lettori, basti quanto segue.
In quella città, ch’è anche la nostra, in ossequio ad una consuetudine dilagante, si pensò un giorno di erigere un monumento a Padre Pio. Non sappiamo chi, per primo, abbia avuto l’idea, e a questo punto, forse, è irrilevante saperlo.
Come avvenne – in ambito però del tutto profano – per l’invenzione del telefono, attribuita alternativamente all’americano Bell e all’italiano Meucci, da una parte si ritenne di affidare l’esecuzione ad un bravo artista del posto, dall’altra di procedere ad una raccolta di fondi per realizzare l’opera.
E, quando già le iniziative si erano spinte abbastanza in là, si scopre che, in quell’unica città, si stavano per erigere ben due statue di Padre Pio, l’una in una piazzola di sosta lungo la scalinata che conduce al convento dei PP. Cappuccini (proprio dirimpetto all’abitazione dell’artista), l’altra nel giardinetto annesso alla chiesa di Maria SS. Annunziata.
Ironia della sorte vuole che la saggezza popolare, che da secoli si manifesta attraverso motti e proverbi, quando ci sia da definire un contegno ambiguo, di compromesso, ricorra all’espressione  mangiari ‘e Cappuccini e dormiri a’ Nunziata.
Tornando invece ai nostri giorni, pare che i tentativi di mediazione messi in atto, e volti ad unificare le due iniziative, sì da erigere un solo monumento, siano andati a vuoto per l’irriducibilità delle due parti, e che ciascuna abbia deciso di proseguire.
Nel settembre scorso, intanto, con una solenne inaugurazione, la prima statua ha trovato dimora lungo la scalinata dei Cappuccini, luogo ritenuto idoneo quant’altri mai dal momento che il Beato Padre Pio fu in vita un frate francescano.
Nel frattempo proseguivano i lavori per l’installazione dell’altra statua, inaugurata con altra solenne cerimonia lo scorso 23 marzo.
Inutili sono stati gli interventi delle Autorità ecclesiastiche locali e diocesane, inutili le esortazioni affinché si addivenisse a più miti consigli.  Niente.

Statua di Padre Pio nel giardinetto annesso alla chiesa di Maria SS. Annunziata

La statua di Padre Pio nella scalinata del convento dei Cappuccini realizzata e donata da Santino Papotto.


I due gruppi di preghiera, che si sono nel frattempo costituiti, fermi e irriducibili, pregano e recano fiori ciascuno per conto proprio, poco ci manca che ciascuno rivendichi: “Il nostro è l’unico vero Padre Pio, diffidate dalle imitazioni!”, ma c’è di più.
Qualcuno paventa che, da qui a poco tempo, ogni quartiere della città potrebbe volersi intestare l’erezione di un’altra statua.
Basta così. Lungi dalle nostre intenzioni voler essere irriverenti, e tanto meno verso Padre Pio che in vita fu uomo esemplare, timorato, obbediente e pacifico – soprattutto! – di santa vita, e che per i suoi meriti il prossimo 16 giugno si appresta a diventare Santo.
Qualche, anzi molte perplessità, invece, sul fatto che in nome della devozione, della pietas religiosa, si sia scatenata un’assurda querelle, nutrita di puntigliosità, schermaglie, intransigenze, che sarebbero sicuramente dispiaciuti all’umile frate di Pietralcina, una contesa che riporta Randazzo alle forse non sopite rivalità tra quartieri dei tempi andati.
Già, perché si trattava di Randazzo, forse c’eravamo dimenticati di dirlo.

(Maristella Dilettoso)

(articolo pubblicato sul Gazzettino di Giarre n. 13 del 2002)
n.b. : il testo è stato redatto in data anteriore alla canonizzazione di San Pio da Pietralcina, ed è per tale ragione che vi si adopera ancora l’espressione “Padre Pio”.

 

La Croce di ferro che i Padri Passionisti posero nel 1934 e la statua di padre Pio.  Notate qualcosa di strano !!??   (ndr)

 

Il Castello-Carcere

 

 

Mazza Desiree

 

Desiree Mazza, nata a Bronte il 12 ottobre del 2005, vive a Randazzo con i genitori Gianluca e Angela Gullotto e il fratello Giuseppe, frequenta la classe terza della scuola secondaria di primo grado dell’istituto comprensivo Edmondo De Amicis.
Sin da piccola la sua voglia di conoscenza l’ha spinta verso la lettura e lo studio dove ottiene ottimi risultati. Studia danza e il venerdì pomeriggio mette da parte le scarpette da ballo per correre alle prove di musica un altra sua passione infatti studia musica dall’età di nove anni, suona il clarinetto nel complesso bandistico “Erasmo Marotta” di Randazzo.
Studia la lingua inglese dall’età di sette anni dove da poco ha conseguito la certificazione B1 Preliminary for schools, of Cambridge.
Ama il teatro e visitare luoghi d’arte. Sempre pronta a lavorare e a buttarsi in qualsiasi progetto trova il tempo anche per leggere e scrivere racconti e poesie.
All’etá di 10 anni, scrisse una lettera a Papa Francesco su iniziativa di don Santino Spartà che con la raccolta dei lavori dei bambini ne ricavò un libro “Meno male che c’è Francesco”, la lettere di Desiree non solo venne pubblicata nel libro, insieme ai lavori dei suoi coetanei, ma ottenne la pubblicazione sul settimanale “NUOVO “.
Nell’anno 2018 nell’ottava edizione del Premio Themis concorso indetto dall’Associazione Culturale Orizzonti Liberi, si classificò terza nella sezione opere artistiche, categoria scuola media inferiori, con l’opera dal titolo “Le leggi del cuore”  il cui tema del concorso era “la famiglia“.
Quest’anno nella nona edizione del Premio Themis, il cui tema erano i “legami”,con il racconto “Grazie, lo devo a te”si è classificata prima nella categoria scuola media inferiore.
La sua sensibilità d’animo, i valori in cui crede l’hanno portata a scrivere un racconto pieno di sani principi. Desiree,con il suo impegno costante e i suoi lavori ci porta a smentire l’idea che ci siamo fatti sui giovani d’oggi ritenuti superficiali, poco propensi allo studio e a qualsiasi attività che li porti a una crescita culturale.

Caro Papa Francesco
Mi chiamò Mazza Desiree, sono una bambina di dieci anni e frequento la Scuola Primaria.
La maestra di religione mi ha chiesto di scriverti una lettera, ma io, a dirti la verità, in un primo momento non avevo idea su cosa scrivere. Ho pensato: “Scrivere una lettera al Papa non è come scrivere una lettera a un amico, o a mamma e papà per Natale”. Ma poi, riflettendoci su, le idee sono affiorate nella mia mente.
Per prima cosa volevo chiederti come stai in salute, nelle ultime settimane ho sentito pareri diversi. C’erano persone in televisione che affermavano che hai una grave malattia, altre che smentivano la notizia. Certo che ricoprire una carica importante come la tua ti mette al centro di discussioni e di mille problematiche.
Ma io Ti rivedo in televisione, Ti leggo su internet e sui giornali e da quello che dici capisco che sei un uomo buono e umile. Ed è per questo che quando sei stato eletto Papa hai scelto il nome Francesco, in onore di San Francesco d’Assisi , l’uomo della povertà e della pace.
Forse il mondo aveva bisogno di un uomo come te per guida, un Papà attento alla sofferenza degli ultimi, che dia speranza per il futuro, un padre a cui affidare i nostri cuori in questo periodo difficile.
Io sono solo una bambina. Ma credo che se noi tutti unissimo le nostre forze in un’unica, grande preghiera da innalzare a Dio, se tutti gli uomini si rispettassero, tendendo la mano a chi ne ha bisogno, se, come dici tu “costruissimo non muri, ma ponti “, se non avessimo paura della bontà e della tenerezza, perché esse non sono le virtù del debole, ma, al 
contrario, denotano forza d’animo, capacità di attenzione e compassione, di vera apertura all’altro, forse il mondo sarebbe diverso, migliore.
Papa Francesco, ti chiedo di pregare Dio insieme a me, affinché si fermino l’odio tra uomini, le guerre, la miseria. Per colpa di tutto questo nel mondo ci sono bambini che non hanno un tozzo di pane, che non hanno vestiti, costretti a fuggire dal proprio paese, dalla propria casa e dai legami affettivi.

Preghiamo Dio affinché nell’uomo nasca la bontà.
Sperando che, per mezzo di te, questa mia preghiera giunga al più presto all’orecchio di Dio, ti saluto e ti mando un immenso abbraccio.

Desiree

 

TU CHE RENDI BELLO OGNI MIO GIORNO
E di sorrisi così se ne vedono tanti, ma così belli mai, così allegri mai.
Di occhi grandi così se ne vedono tanti ma così gioiosi mai.
Di un viso furbetto come il tuo ne è pieno il mondo ma per me è il viso più bello.
Una voce come la tua si è udita tante volte ma per me è la più armoniosa, mi rallegra il cuore.
Cresci con me, mio compagno di giochi e di mille avventure,
delusioni, gioie, dolori, quante ne condivideremo e ne affronteremo insieme ?
C’è tanta bellezza nella vita, nel cielo, in un prato, in un tramonto, nelle stelle ,
ma la vera bellezza è l’amore.
Stringi la mia mano nella tua, ne sento il calore, è forte, ha una stretta salda.
Salto io salti tu.
La vita è bella da quando sei arrivato tu nella nostra famiglia.

 

EMOZIONI
Sorge il sole su dolci colline,
l’erba verde ondeggia al soffio di una leggera brezza.
Brillanti i colori dei prati vivaci
con fiori profumati bianchi gialli e vermigli.
Fluisce rapida l’acqua del fiume
come uno specchio pieno di vita
e nell’aria si spande il suo suono scrosciante.
Batuffoli di nuvole solcano il cielo azzurro
mentre stormi d’uccelli si librano in volo.
Trabocca di gioia il cuore.

 

LEGAMI  

  Legami ritrovo in un album di foto ingiallite
in un fiore appassito tra le pagine di un libro
in una scatola dimenticata in soffitta
nelle pagine di un vecchio diario
in una maglia accantonata impregnata di storie.
Legami ritrovo in uno sguardo
in un profumo in un sorriso sincero
perfezionato da un abbraccio
  in un gelato tra vecchi amici che ritornano bambini.
Legami ritrovo tra i ricordi
sbiaditi fuori dal tempo
tra le memorie vaghe in fondo al cuore.
Legami che profumano di vita, di emozioni, di passioni.

 

 

          Grazie, lo devo a te    (con questo racconto Desiree ha vinto il primo premio THEMIS  – 2019)

Don, don. Ecco, i rintocchi della campana della chiesa vicina mi dicono di alzarmi e di iniziare una nuova giornata.
Non amo alzarmi presto e così resto un altro po’ a letto, un altro quarto d’ora, fin quando la campana non suonerà di nuovo. Ha sempre scandito le mie giornate fin dalla primissima infanzia.
“Anna è ora di andare all’asilo! Hai sentito la campana? Sono le nove”, mi diceva mia madre. Imparai presto che la questione tempo per lei era molto importante. Lei, affaccendata tra i suoi mille impegni quotidiani, non dimenticava mai i miei, inoltre, c’era sempre il campanile a scandire con i suoi rintocchi il passare del tempo: l’ora della merenda, l’ora di lasciare i giochi per correre a danza, per andare in piscina o in un dei tanti corsi in cui i miei genitori mi impegnavano. Andavo volentieri, ricordo di non essermi mai ribellata alle loro decisioni.
Figlia della fine del XX secolo, misi presto da parte i balocchi e con loro la mia infanzia, impegnata come ero tra lezioni di musica e corsi d’inglese. Pensavo che tutto questo era normale, d’altronde tutti i bambini, chi più e chi meno, frequentavano corsi, campeggi ed altro.
Don, don. Come sempre i rintocchi della campana mi dicono di alzarmi. Oggi è un giorno speciale, tra poche ore prenderò l’aereo e dopo tanto tempo riabbraccerò il mio caro amico Sef che mi ha invitato alla sua laurea.
Ricordo ancora il giorno in cui Sef arrivò nella nostra classe, fu a metà anno della prima media, durante l’ora di spagnolo. Bussarono alla porta e si presentò un ragazzo di colore, alto, smilzo con

due occhi grandi ed espressivi. Con voce tremante e con fare impacciato si presentò alla classe e il professore gli disse di accomodarsi nell’unico banco vuoto. Questo nuovo compagno, umile e silenzioso dai modi molto educati, nonostante non parlasse bene la nostra lingua cercava di integrarsi.
I suoi modi rispettosi e quello che, dopo, ci raccontò della sua vita mi incuriosirono e mi attirarono come un’ape al miele; almeno così era per me e credo anche per qualche altro compagno.
Un giorno la professoressa di italiano, forse per aiutarlo e farlo sentire parte della nostra comunità, gli chiese di parlarci un po’ di lui. Ci disse che era arrivato in Italia grazie all’aiuto di una famiglia che aveva conosciuto in Gambia e che si sarebbe presa cura di lui, qui nel nostro paese.
Parlò degli affetti che aveva lasciato. Ultimo di otto figli, aveva perso entrambi i genitori. Mentre proseguiva nel racconto la sua voce si incrinò e i suoi occhi si riempirono di lacrime. Frugò nello zaino, tirò fuori e mostrò alla classe delle foto dei suoi fratelli, delle sue sorelle, dei suoi cognati e anche dei suoi nipoti.
Grosse lacrime gli rigavano il viso. In quel momento mi ritenni una persona molto fortunata.
Io ogni giorno tornavo a casa da scuola, pranzavo con i miei genitori, andavo a dormire dopo aver ricevuto il loro bacio della buonanotte e la mattina la voce di mia mamma ed una sua carezza mi svegliava.
Ero davvero fortunata eppure sentivo un vuoto dentro di me.
Sef guardò per un’ ultima volta le foto e poi le mise via come una reliquia. Erano l’unico legame con le persone a lui più care, erano i ricordi del suo paese, della sua vita vissuta lì. Questo ragazzo aveva affrontato un lungo viaggio che l’aveva portato lontano da casa in mezzo a persone di lingua, cultura, religione diverse dalle sue. Dato che la mia vita era sempre stata scandita da impegni, programmata in ogni minuto, ora mi chiedevo se avessi mai avuto il coraggio di affrontare ciò che lui stava vivendo.
Io che, da ragazza timida e riservata qual ero, non riuscivo a stringere amicizia con nessuno questa volta con Sef cercavo di superare la mia timidezza. Spesso a scuola mi fermavo a parlare con lui, cercavo di insegnargli la nostra lingua e devo dire che egli si impegnava e riusciva ad imparare benissimo.Mi ascoltava con attenzione e notavo in lui una grande forza di volontà.
Con il tempo capii che per lui l’istruzione e la cultura erano importanti perché l’avrebbero aiutato a riscattare la sua vita, ad essere una persona libera e a farsi accettare in un mondo dove ancora oggi, purtroppo, lo straniero non è ben accetto.
Ricordo che mi citò una frase di Nelson Mandela: “L’istruzione è l’arma più potente che puoi usare per cambiare il mondo” e mi disse che l’aveva letta quando viveva ancora nel suo paese e che l’aveva fatta sua.
Un giorno lo invitai a casa, per aiutarlo un po’ in grammatica. Si presentò puntuale, con i suoi soliti modi semplici e con i suoi grandi occhi espressivi. All’inizio mi sembrò un po’ nervoso, come se avesse paura di muoversi. Noi abitavamo in un modesto appartamento in una piccola cittadina medievale, non vivevamo nel lusso. Mia madre, ossessionata dalla pulizia, teneva la casa ordinata e splendente.
Credo che tutto quell’ordine mettesse a disagio Sef, sicuramente si sentiva come un elefante in un negozio di cristalli.
L’indomani all’interrogazione di grammatica fece una bella figura, la professoressa si complimentò con lui e mentre ritornava al suo banco guardandomi mi disse: “Grazie, lo devo a te”.
Ciò mi rese felice e soddisfatta. In uno dei tanti pomeriggi in cui veniva a studiare a casa mia, mi chiese di andare a fare un giro in bici, così mandai un messaggio a mia madre, che era a lavoro e uscimmo prendendo una strada che ci portò fuori città
Sef iniziò a pedalare velocemente, prese la discesa, lasciò il manubrio e aprì le braccia, non era più l’elefante ora era un’aquila. Io cercavo di stargli dietro, nonostante la mia paura per la velocità. Provai l’ebbrezza del vento che mi accarezzava il viso e mi scompigliava i capelli. Poi Sef ,alla vista di una radura, si fermò, io lo raggiunsi e gli dissi che

ci eravamo allontanati troppo e che, se lo avessero saputo i miei, si sarebbero di certo arrabbiati.
Lui portandosi l’indice davanti alle labbra mi indicò di fare silenzio e mi disse di ascoltare.
Quel pomeriggio scoprii i suoni della natura, il ronzio delle api, il cinguettio degli uccelli, il frinire delle cicale. Da quel giorno appena potevamo io e Sef pedalavamo fin a quella radura e lì rimanevamo incantati a guardare le sfumature di un tramonto o semplicemente a passeggiare a piedi nudi sull’erba. Grazie a Sef iniziai a scoprire e ad assaporare le bellezze della natura, lui mi mostrava e mi parlava dei mille esseri viventi che popolano un prato, del perché un’ape viene attratta dal colore e dal profumo di un fiore.
Abbandonai qualche corso che frequentavo il pomeriggio e andavo a fare delle escursioni con lui o insieme giocavamo con la palla, con la play station oppure ascoltavamo musica. I miei genitori interpretarono i cambiamenti che avvenivano in me come una ribellione dovuta al periodo adolescenziale, non si rendevano conto che io stavo cambiando e che questo cambiamento non era dovuto alla crescita ma era in fondo quello che avevo sempre desiderato: una vita alla scoperta di qualcosa di nuovo, una vita diversa da quella che mi era stata imposta e che mi faceva crescere timida e riservata.
Avevo voglia di vivere la mia adolescenza e in fondo al mio cuore avevo sempre desiderato di urlare al mondo ciò che sentivo: nostalgia, solidarietà, amicizia, stupore nello scoprire le bellezze del mondo che ci circonda, della natura.
Tutti questi sentimenti sopiti dentro di me, proprio grazie a Sef, iniziai a provarli uno per uno: il desiderio di una vita piena di scoperte, la voglia di conoscere il mondo, la solidarietà verso un compagno straniero e infine il sentimento più grande al mondo, “l’amicizia”, quella vera, quella con la A maiuscola, quella fatta di risate ma anche di pianti, perché quando stai male ed hai un amico vicino non si piange da soli ma in due, ci si asciuga le lacrime insieme e si riparte più forti di prima.
Ormai poco mi importava se alle volte, mentre attraversavo i corridoi della scuola, qualcuno bisbigliava che ero amica di un “negro”.
In seconda media accadde un fatto che cambiò la mia personalità e da quella ragazzina paurosa uscì fuori un grande coraggio che portò a crearmi molte amicizie. Una mattina arrivai a scuola prima del solito e già dal corridoio sentivo dei strani rumori, come dei tonfi. Aprii la porta della classe e vidi alcuni ragazzi del terzo anno dare calci all’armadio dal quale provenivano dei lamenti, come un pianto. Mi feci coraggio e chiesi chi ci fosse all’interno, i ragazzi scoppiarono a ridere, qualcuno mi disse di stare alla larga. Capii che avevano rinchiuso Tommaso, il ragazzo autistico. Lo chiamai e gli dissi di stare tranquillo, che l’avrei fatto uscire. Uno dei ragazzi mi intimò di stare zitta e mi chiamò amica dei negri.
Non ci vidi più dalla rabbia e mentre cercavo di avvicinarmi all’armadio uno di quei ragazzi, da dietro, mi prese per le spalle e mi tirò via.
Intanto il pianto nell’armadio si faceva più forte. Proprio in quel momento entrò Sef in classe, capì la situazione e si diresse verso l’armadio. Uno dei ragazzi gli si parò davanti gridandogli di tornarsene al suo paese e chiamandolo “ sporco negro”.
Io dalla rabbia, non so come, diedi con tutta la mia forza un calcio ad uno dei ragazzi e Federico, un altro ragazzo, cercò di colpirmi ma Sef intervenne in mio aiuto. Finirono col litigare, durante la rissa caddero a terra fra urla d’incitazione e io ne approfittai per far uscire Tommaso dall’armadio.
In quel momento entrarono i miei compagni che trovandosi di fronte quella situazione dissero che avrebbero chiamato l’insegnante. Non ce ne fu bisogno, il professore stava arrivando in aula e i ragazzi accorgendosene se la diedero a gambe levate.
Tommaso era impaurito e sconvolto. Il professore cercò di calmarlo, lo portò in infermeria e chiamò i genitori. Poco dopo tornò in classe, ci chiese cosa fosse successo e come mai il nostro compagno fosse ridotto in quello stato. Io mi alzai in piedi, iniziai a raccontare, ma il ricordo di quell’istante fece tornare in me la paura e la rabbia, scoppiai a piangere e tra i singhiozzi dissi che se non fosse arrivato Sef in tempo chissà come

sarebbe andata a finire.
Ci pensò il mio amico, che intervenendo, finì di raccontare. Il professore volle sapere i nomi dei ragazzi di terza e dopo si allontanò dalla classe. Prima dell’uscita di scuola venimmo a sapere che i ragazzi erano stati sospesi. Nel pomeriggio mentre stavo studiando nella mia camera, mia madre mi chiamò e mi disse che c’erano delle visite. Entrai in salotto e vidi seduti sul divano i genitori di Tommaso, quando li salutai, la mamma di Tommaso si alzò e mi venne ad abbracciare. Erano venuti a ringraziarmi per aver difeso il figlio in classe, io dissi a loro che a difenderlo non ero stata solo io ma tutta la classe.
I genitori di Tommaso se ne andarono via dicendo che il loro figliolo era fortunato ad avere degli amici che si prendevano cura di lui.
Quel pomeriggio ricevetti delle telefonate da alcuni compagni che si complimentarono con me per il coraggio avuto e qualcuno mi invitò ad uscire nel week-end. La fine dell’anno scolastico arrivò presto, ormai l’estate era nell’aria e noi ragazzi non vedevamo l’ora di mettere da parte i libri per goderci le vacanze.
Arrivò il giorno della cerimonia dei diplomi, l’aula magna era gremita di persone, io lasciai i miei genitori nei posti assegnati a loro e raggiunsi la mia classe. Durante la cerimonia i ragazzi del coro della scuola intonarono “L’inno alla gioia”, altri lessero delle poesie e una ragazza di terza lesse il suo discorso agli studenti. A cerimonia quasi ultimata la parola passò al preside, che ringraziò i colleghi professori per il lavoro svolto durante l’anno, porse un saluto e un augurio ai ragazzi che avrebbero intrapreso una nuova carriera scolastica, ringraziò i genitori e gli alunni presenti. Infine disse che sarebbe stata assegnata una onorificenza agli alunni che si erano distinti in modo particolare per la loro umiltà, gentilezza, amicizia, qualità che rendono grande una persona e che questa grandezza non è dettata dall’uso della forza e della prepotenza ma da un cuore semplice e generoso.
Io nel frattempo cercavo di capire a chi potesse andare quel riconoscimento, nella mia mente scorrevano i nomi e i volti dei ragazzi della scuola.
Il preside continuò dicendo che lo studente si era distinto in modo particolare per la sua umiltà, per aver aiutato ad integrarsi il compagno straniero e per aver affrontato con coraggio un momento di difficoltà nell’aiutare un compagno di classe. “É con grande orgoglio che consegno la medaglia allo studente che con umiltà e gentilezza ha fatto riscoprire il grande valore dell’amicizia, Anna Rossi”.
La gente iniziò ad applaudire, io non credevo alle mie orecchie, con gambe tremanti salii sul palco, vidi lo sguardo orgoglioso dei miei genitori, ringraziai il preside, i miei insegnanti e dissi che quella medaglia la volevo condividere con coloro che mi avevano fatto scoprire il vero senso dell’amicizia, con Sef soprattutto, ma anche con tutta la classe.
Il preside a questo punto invitò il resto della classe a raggiungerci sul palco e fu una grande festa di applausi, di abbracci e di sorrisi.
Ci salutammo con un augurio di buone vacanze e con un arrivederci a settembre in terza.
Dentro di me non sentivo più il vuoto, era pervasa da un profondo sentimento: l’Amicizia. Sef, Tommaso, Eleonora, Luca, Gianluca, Francesco, Isabella, Rachele, Giuseppe, Angela, Fabio e Salvatore furono gli amici con cui trascorsi i più bei giorni della mia adolescenza.
Con qualcuno di loro, finita la scuola media, non ho avuto più il modo di frequentarli in modo assiduo, ma quando potevamo facevamo delle rimpatriate, con altri ancora oggi ho un buon rapporto.
Sef per altri cinque anni rimase il mio compagno di classe ed è il mio migliore amico. Alla fine delle scuole superiori nonostante si fosse trasferito a Milano per frequentare l’università che aveva scelto, il nostro rapporto di amicizia non finì, perché l’amicizia non conosce confini.
E così oggi mi ritrovo qui ad applaudire alla sua laurea con il cuore colmo di gioia, ripensando ai pomeriggi trascorsi insieme, a quando l’aiutavo con i compiti di grammatica o quando gli insegnavo la nostra lingua, alle corse in bicicletta, alle passeggiate in campagna.
Ricordo ancora il

ragazzo che quella mattina di metà anno scolastico, durante l’ora di spagnolo, entrò in classe, alto, smilzo, con due grandi occhi espressivi, con voce tremante e oggi faccio fatica a paragonarlo all’uomo che con voce sicura discute la sua tesi.
Mentre applaudiamo Sef si gira, mi guarda, mi sorride, fa un gesto e mi dice: “Grazie, lo devo a te”. Io ricambio il sorriso.
L’unica persona, però, che Sef deve ringraziare è se stesso, la sua buona volontà, la sua tenacia, la voglia di essere un uomo migliore, qualità che nessuno può dare e trasmettere.
Io gli ho solo dato la mia amicizia che lui ha ricambiato.
Ciò che ci unisce non è quello che ci accomuna ma ciò che ci rende diversi, perché l’uno completa l’altro.

La cerimonia della consegna dei premi THEMIS  (art. di Live Sicilia)

 

Luciano Fioretto

 Luciano Fioretto, nato a Catania il 11/12/1989

Fin dalla giovane età, grazie anche alle attività parrocchiali dell’epoca, si ritrova sempre su un palcoscenico. Dalle tavole del palchetto del salone dell’Opera De Quatris nasce la sua passione per il teatro, tanto da fargli intraprendere, dopo studi accademici, il percorso di attore professionista.

 

Teatro Degli Specchi di CT

Dopo essersi diplomato al Liceo Scientifico Michele Amari di Linguaglossa (Ct) nel 2009, Luciano Fioretto si accosta per la prima volta al teatro professionistico grazie al “Laboratorio di avviamento al Teatro” del Teatro degli Specchi di Catania, diretto all’epoca dal drammaturgo Aldo Lo Castro e dall’attore Marco Tringali.

Qui il suo debutto tra i palcoscenici del capoluogo etneo e non solo:

2010: “Sogno Di Una Notte Di Mezza Estate”, di William Shakespeare; regia di MARCO TRINGALI; “Festival Nazionale Di Regia Fantasio” Teatro Dell’Orologio di Roma; prod.Teatro Degli Specchi di Catania.

2011: “Bastardi A Cena”, di Salvo Giorgio; regia di MARCO TRINGALI; Magazzini Sonori di Catania, Gatto Blu-sala Harpago di Catania; prod. Teatro Degli Specchi di Catania.

2011: “Shakespearean Love Dream”, di Salvo Giorgio; regia di MARCO TRINGALI; TEATRO COMUNALE LEONARDO SCIASCIA DI ACI BONACCORSI (Ct); prod. Teatro Degli Specchi di Catania.

 

Classe triennio 2012/2015 Accademia d’Arte Drammatica Umberto Spadaro Teatro Stabile di CT

Dopo aver concluso il biennio di studi previsto dal Laboratorio del Teatro degli Specchi e dopo aver superato le tre fasi di selezione previste, Luciano Fioretto nel 2012 rientra tra gli allievi che formeranno il corso del triennio 2012-2015 dell’Accademia D’Arte Drammatica Umberto Spadaro del Teatro Stabile di Catania.

Qui si trova a seguire le lezioni di validi professionisti del settore quali:

Giuseppe Dipasquale, Ezio Donato, Mario Incudine, Filippo Brazzaventre, Donatella Capraro, Gioacchino Palumbo, Rita Gari e workshop con artisti del calibro di Vincenzo Pirrotta e Mariano Rigillo.

Il debutto artistico con lo Stabile di Catania avviene nel 2014 :

“Foemina Ridens”, di Giuseppe Fava; regia di GIOVANNI ANFUSO; musiche di MARIO INCUDINE; TEATRO A. MUSCO DI CATANIA, TEATRO COMUNALE DI TRECASTAGNI (CT); prod. Teatro Stabile di Catania, con protagonisti GUIA JELO e MIKO MAGISTRO.

Nel 2015, dopo aver concluso il percorso didattico e aver ricevuto il diploma, fa parte del cast dei seguenti spettacoli:

 

La volata di Calò con Mimmo Mignemi e Luciano Fioretto.

“La Volata Di Calò”, di Gaetano Savatteri; regia di FABIO GROSSI; TEATRO A. MUSCO DI CATANIA; prod. Teatro Stabile di Catania. Protagonista della pièce teatrale MIMMO MIGNEMI.

Trainspotting regia di GiamPaolo Romania

“Trainspotting”, di Irvine Welsh; regia di GIAMPAOLO ROMANIA; TEATRO SPAZIO NASELLI DI COMISO (RG), TEATRO A. MUSCO DI CATANIA, TEATRO DELL’ORCA DI CALTAGIRONE (CT); prod. Teatro Stabile di Catania e Spazio Naselli di Comiso.

 

Una Solitudine Troppo Rumorosa con Stefano Onofri

“Una Solitudine Troppo Rumorosa”, di Filippo Arriva liberamente tratto dal romanzo di Bohumil Hrabal; regia di FRANCESCO RANDAZZO; musiche di MARIO MODESTINI; TEATRO A. MUSCO DI CATANIA, TEATRO COMUNALE DI TRECASTAGNI (CT); prod. Teatro Stabile di Catania con protagonista STEFANO ONOFRI.

 

Il Giardino dei Ciliegi regia di Giuseppe Dipasquale – Mosca

La stagione 2015 si conclude con una trasferta dello Stabile di Catania a Mosca, portando in scena al FESTIVAL INTERNAZIONALE “YOUR CHANCHE” 2015 DEL TEATRO DI MOSCA “NA STASNOM”, “Il Giardino Dei Ciliegi” di Anton Cechov; regia di GIUSEPPE DIPASQUALE; musiche di GERMANO MAZZOCCHETTI; ruolo: ERMOLAJ ALEKSEEVIÈ LOPACHIN (protagonista); prod. Teatro Stabile di Catania.

Di ritorno dalla fortunata trasferta russa, nel 2016 Luciano Fioretto si ritrova a far parte del cast dello spettacolo:

 

La Cagnotte con Pippo Patavina e Vittorio Viviani

“La Cagnotte”, di Eugène Labiche; regia di WALTER PAGLIARO; musiche di GERMANO MAZZOCCHETTI; TEATRO G. VERGA DI CATANIA; prod. Teatro Stabile di Catania. Protagonisti della vicenda attori del calibro di PIPPO PATTAVINA e VITTORIO VIVIANI.

 

Sempre nel 2016 avviene l’incontro con il regista Antonello Capodici. Quest’incontro porterà Luciano Fioretto a entrare nel cast della tournée annuale regionale dello spettacolo:

“Orlando Pazzo”, commedia musicale in 3 atti di Turi Mancuso; regia di ANTONELLO CAPODICI; musiche di TURI MANCUSO; ruolo: NINO MARTOGLIO poi MEDORO (coprotagonista); Tournée regionale; prod. Teatro ABC di Catania.

Nel 2017, a conclusione della tournée regionale, fa parte degli spettacoli:

“Troppu trafficu ppi nenti”, adattamento di Andrea Camilleri e Giuseppe Dipasquale; regia di GIUSEPPE DIPASQUALE; TEATRO SILVANO TOTI GLOBE THEATRE DI ROMA diretto da GIGI PROIETTI; prod. Politeama srl in coproduzione con Teatro Della Città di Catania con: RUBEN RIGILLO, VALERIA CONTADINO, CARLOTTA PROIETTI e MIMMO MIGNEMI.

 

Toppu Trafifcu pi nienti _ Globe Theatre di Roma

Toppu Trafifcu pi nienti _ Globe Theatre di Roma

 

“Jeli il pastore”, adattamento di Lorenzo Muscoso; regia di LORENZO MUSCOSO; FESTIVAL VERGHIANO presso TEATRO CUNZIRIA di Vizzini (Ct); prod. Dreamworld Pictures.

 

Nel Tempo della Lontananza con Mariano Riggillo, Anna Teresa Rossini e Luciano Fioretto.

“Nel tempo della lontananza” La figura e l’opera di Luigi Pirandello nel 150° della nascita; regia di MARIANO RIGILLO; musiche di MATTEO MUSUMECI; Chiesa di San Francesco Borgia di Catania; iniziativa direttamente promossa da SOPRINTENDENZA PER I BENI CULTURALI E AMBIENTALI DI CATANIA con: MARIANO RIGILLO e ANNA TERESA ROSSINI.

Nel 2018, Luciano Fioretto fa parte del cast degli spettacoli:

“In attesa di giudizio”, di Roberto Andò da “Il mistero del processo” di Salvatore Satta; regia di ROBERTO ANDÒ; TEATRO G. VERGA DI CATANIA; prod. Teatro Stabile di Catania in collaborazione con Fondazione Campania dei Festival, Napoli Teatro Festival Italia e il Nuovo Teatro di Marco Balsamo. Protagonisti della pièce teatrale FAUSTO RUSSO ALESI e FILIPPO LUNA.

 

L’Inferno di Dante – Luciano Fioretto

 
 

L’Inferno di Dante – Luciano Fioretto

 

 

L’Inferno di Dante – Gole dell’Alcantara

 

L’Inferno di Dante – Luciano Fioretto

 

“L’Inferno Di Dante”, di Giovanni Anfuso da “Divina Commedia” di Dante Alighieri; regia di GIOVANNI ANFUSO; musiche di NELLO TOSCANO; presso GOLE DELL’ALCANTARA; prod. Vision Sicily & Buongiorno Sicilia.

 

Filippo Mancuso e Don Lollò con Pippo Patavina, Tuccio Musumeci e Luciano Fioretto

“Filippo Mancuso e Don Lollò”, di Andrea Camilleri e Giuseppe Dipasquale; regia di GIUSEPPE DIPASQUALE; musiche di MATTEO MUSUMECI; ruolo: BERTO MANCUSO; Tournée regionale; prod. Teatro Della Città di Catania. Protagonisti della vicenda la coppia PIPPO PATTAVINA e TUCCIO MUSUMECI.

 

Filippo Mancuso e Don Lollò con Pippo Patavina e Luciano Fioretto

 

Sempre nel 2018 arriva il primo cortometraggio con:

“Magic Show”, di Andrea Traina, Ornella Sgroi e Davide Vigore; regia di ANDREA TRAINA; ruolo: GIOVANE ULISSE POIDOMANI (protagonista da giovane); prod. Onirica S.r.l. con la collaborazione di Studio Riva. Protagonista NINO FRASSICA.

Il 2019 si apre con tre tournèe regionali:

“L’aria Del Continente”, di Nino Martoglio; regia GIUSEPPE PATTAVINA; Tournée regionale. A ricoprire i panni di Don Cola Duscio, protagonista della commedia, è lo stesso PIPPO PATTAVINA.

“Il Figlio Maschio” , di Massimo Leggio da “Il Bell’Antonio” di Vitaliano Brancati; regia MASSIMO LEGGIO; ruolo: VINCENZO CAVALLARO (Antonio Magnano); Tournée regionale; prod. Brigata D’Arte Sicilia. Protagonista MIKO MAGISTRO.

Attualmente, Luciano Fioretto si trova impegnato con la ripresa con tournèe regionale dello spettacolo:

“L’Inferno Di Dante”, di Giovanni Anfuso da “Divina Commedia” di Dante Alighieri; regia di GIOVANNI ANFUSO; musiche di NELLO TOSCANO; Tournée regionale; prod. Vision Sicily & Buongiorno Sicilia.

Fernando Mainenti – La Sicilia dei Castelli

Nino Di Stefano

 

Un randazzese girovago, Antonino Di Stefano. Oltre che nella città natale (dove ha studiato al collegio salesiano San Basilio), è vissuto a Messina, Napoli, Taranto, Perugia. Oggi, all’età di 67 anni, vive a Tradate, in provincia di Varese. Felice pensionato cura – insieme con la cara moglie Emma – i nipotini, il suo bel giardino, i suoi animaletti domestici.
Giornalista pubblicista, iscritto all’albo dal 1983, è specializzato in economia e finanza, aerospazio, Istituzioni europee. Oltre che “grillo parlante” su facebook, collabora con “RemoContro” del giornalista RAI Ennio Remondino e con “PaeseItaliapress”
 di Messina, diretto da Mimma Cucinotta. Fa parte dell’AGE, Associazione giornalisti europei, sezione italiana dell’AEJ, Association of European Journalists.

 

Nino Di Stefano con la moglie Emma

 

Di Randazzo conserva con gratitudine le radici, il ricordo di una infanzia felice, dei genitori Giuseppe e Maria Catena e della carissima nonna Paola. I suoi paesaggi, insieme dolci ed aspri, sono immagini indelebili.                                                   

Ha seguito studi di economia (non completati) presso l’Università Federico II di Napoli. Ha seguito corsi di specializzazione in comunicazione. Ha partecipato a migliaia di convegni di studio, in tutta Europa, principalmente in veste di giornalista.
Parla inglese e francese.
E’ stato consigliere nazionale dell’AGE, ex dirigente nazionale (commissione di accreditamento soci) della FERPI, Federazione relazioni pubbliche italiana, organismo che raggruppa gli operatori della comunicazione.
E’ stato Tesoriere dell’UGAI, Unione giornalisti aerospaziali, associazione per la quale ha organizzato convegni di studio specialistici.
Uguale incarico ha ricoperto presso la società sportiva di pallanuoto, ed il circolo nautico,  “Rari Nantes Napoli”.
Free lance, ha collaborato, tra gli altri, con i quotidiani e periodici: Napolinotte, Il Mattino di Napoli (supplemento economico “Lettera Sud”), Il Giornale di Napoli, Corriere di Napoli, Milano Finanza, Capitale Sud, L’Industria Meridionale (periodico dell’Unione Industriali di Napoli), Il Denaro, Roma, Napoli City, agenzia di stampa ASCA.
Funzionario di direzione del Banco di Napoli, per circa venti anni ha lavorato presso l’ufficio studi della banca come coordinatore di gruppi di lavoro nei settori: ufficio stampa e rapporti con i media; comunicazione interna (principalmente con la preparazione dell’house organ  “Nuove Frontiere Banco di Napoli” e la collaborazione al periodico “Dossier Unione Europea”); credito ed economia reale, con la redazione di studi e ricerche sull’andamento dei settori economici e del credito, in particolare per quanto riguarda l’area meridionale del Paese.
E’ stato anche dirigente sindacale regionale della UIL credito ed assicurazioni, sindacato per il quale ha curato il periodico “Casa Uilca”.

Autore, insieme con Matteo Paone, dello studio -pubblicato a cura della Camera di commercio di Napoli e del Centro studi Cresl- sulla “Evoluzione del sistema bancario e il Sud”, menzione speciale del premio internazionale  Guido Dorso nel 2006.

Per saperne di più e leggere suoi  articoli di economia e finanza  clicca qui

Grazie Nino, auguri a Te e alla Tua signora. Non dimenticare di venirci a trovare e di seguire il sito.

 

 

Alfio Mannino

Le congratulazioni di Tutti Noi. 

Vito La Mantia

 

LA MANTIA, Vito. – Nacque il 6 nov. 1822 a Cerda, piccolo comune del Palermitano, da Francesco e da Rosa Arcara, entrambi appartenenti a famiglie dell’agiata borghesia terriera. Compiuti gli studi superiori a Termini Imerese, si trasferì a Palermo per iscriversi alla facoltà giuridica, dove ebbe tra i suoi maestri E. Amari e B. D’Acquisto.

Negli anni di studi universitari fu insignito del premio Angioino per l’economia politica e del premio Di Giovanni in lingua greca e latina, storia sacra e storia di Sicilia. A uno di tali premi è legata la sua prima pubblicazione, Sul modo di procurare la ricchezza e la civiltà delle nazioni (Palermo 1843), in cui il L. professava un’incondizionata adesione al liberismo economico, pur differenziando le proprie posizioni da quelle della scuola degli economisti siciliani di matrice autonomistica e liberale, quali R. Busacca e F. Ferrara.

Dopo qualche anno di pratica legale presso lo studio di P. Calvi, nel febbraio 1846 conseguì la laurea in giurisprudenza, dedicandosi, dopo un vano tentativo di ottenere un incarico universitario, all’avvocatura.

Antinapoletano convinto e prudente sostenitore del movimento liberale siciliano, restò tuttavia estraneo all’esperienza rivoluzionaria e costituzionale del 1848 e, di conseguenza, all’ondata di persecuzioni successive al ritorno dei Borbone. Fino all’Unità, continuò a esercitare la professione di avvocato. Risalgono a questo periodo diverse memorie difensive e il progetto di dotare il foro siciliano di una rivista di legislazione e giurisprudenza, gli Annali di legislazione e giurisprudenza patria e straniera: nel 1858 ne pubblicò il primo (e unico) volume, seguito dalla raccolta di Decisioni della Corte suprema di Sicilia (Palermo 1858), relativa al primo decennio di attività della Suprema Corte siciliana (1819-29).

Nel 1856, il L. sposò Antonina Salemi, sorella del democratico-radicale G. Salemi-Oddo. Dalla loro unione nacquero quattro figli, Francesco Giuseppe, Giuseppe – futuri collaboratori del padre e autori anch’essi di numerosi lavori storico-giuridici -, Rosa e Maria Concetta.

In un contesto culturale impoverito dalla fuga di cervelli causata dalla repressione borbonica, il L. avviò il primo nucleo di studi di storia dell’antico diritto siciliano. Nell’opuscolo Discorso sulle basi della legislazione seguito da un progetto di storia del diritto civile e penale in Sicilia (Palermo 1853), presentò l’ambizioso disegno che, con qualche modifica resasi ancor più necessaria a seguito dell’unificazione territoriale e legislativa del Regno d’Italia, avrebbe preso corpo con la pubblicazione della Storia della legislazione civile e criminale di Sicilia (I-IV, ibid. 1858-74). L’opera, che gli avrebbe dato ampia notorietà, è ancora oggi punto di riferimento per gli studi di storia del diritto siciliano.

Articolata su due grandi aree temporali (dai tempi primitivi all’espulsione degli Arabi dall’isola e dalla conquista normanna sino ai suoi giorni), la Storia della legislazione, dopo i primi due volumi pubblicati nel 1858 e nel 1859, fu completata dopo l’Unità d’Italia (Palermo 1866 [ma 1868] e 1874), finendo per costituire una sorta di testimonianza dell’impatto con il processo di unificazione e codificazione nazionale.

Il 6 agosto 1860 il L. fu nominato giudice del tribunale civile di Palermo, entrando così a far parte della rinnovata magistratura siciliana. Nei trentacinque anni di attività giudiziaria, il L. continuò a coltivare gli studi di storia del diritto, spesso anteponendoli a interessanti prospettive di carriera e affrontando con rigore la difficoltà di conciliarli con i doveri del suo ufficio. All’età di 73 anni, pressato dal carico di lavoro connesso ai compiti di consigliere di Corte di cassazione, chiese l’anticipato collocamento a riposo, per dedicarsi totalmente alla ricerca storico-giuridica e, in particolare, ai lavori sulle consuetudini siciliane.

Vito La Mantia

La dimensione praticistica dei suoi studi, sollecitati sin dagli anni giovanili anche da esigenze di natura professionale, trovò alimento nell’attività di magistrato: le indagini per risolvere le controversie sottoposte alla sua cognizione si associavano alla ricerca storica sulle fonti, ritenuta necessaria per dominare un sistema giuridico di tipo codicistico, ma con vaste influenze dell’antico sistema giurisprudenziale del diritto comune. Rivelavano interferenze tra il lavoro di giudice e l’impegno di storico del diritto i numerosi approfondimenti su argomenti presi in esame in ragione del suo ufficio.

Si ricordano, in proposito, le ricerche in tema di prescrizione centenaria, di diritti del Pubblico Demanio sulle spiagge e terreni adiacenti, di decime siciliane e di tonnare. Su quest’ultimo argomento il L. pubblicò la monografia Le tonnare in Sicilia (Palermo 1901), che riprendeva una nota alla sentenza della Corte di cassazione di Palermo del 22 marzo 1890, di cui era stato estensore. Lo studio ricostruiva, con ampio corredo di fonti documentarie e normative, la regolamentazione giuridica delle tonnare siciliane, ripercorrendone le tappe: dal sistema della libertà della pesca, riconosciuto dal diritto romano, alle concessioni di età normanna, sveva, angioina e aragonese, fino alla normativa di età borbonica e alla vigente legislazione unitaria. Un esame già effettuato in occasione del giudizio di cassazione, non per gusto antiquario ma per ragioni processuali, poiché, pur nel vigore della normativa nazionale, il caso concreto esigeva, per accertare il titolo del possesso, un’indagine storica sulle fonti.

Riconducibili ai suoi percorsi di carriera furono anche le ricerche sugli statuti di Roma, primo passo verso l’ambizioso progetto, rimasto incompiuto, di scrivere una storia della legislazione italiana. Il L. iniziò questo filone di studi quando, nel 1877, trasferito a Perugia in seguito alla promozione a consigliere di corte d’appello, fu costretto ad allontanarsi dagli archivi siciliani e quindi a sospendere le ricerche da tempo intraprese sulle consuetudini delle città di Sicilia. Avviate in occasione del rinvenimento di un codice membranaceo custodito nell’Archivio segreto Vaticano, le indagini sfociarono in un breve saggio intitolato Statuti di Roma: cenni storici (Roma 1877), che costituì il primo lavoro critico intorno agli statuti romani di età medievale. L’illustre Eugène de Rozière elogiò il lavoro, conferendo al L. notorietà e consensi negli ambienti storico-giuridici e letterari d’Oltralpe e consacrandolo come l’iniziatore di quegli studi. Affrontato in un più articolato saggio dal titolo Origini e vicende degli statuti di Roma (Firenze 1879), il tema sarebbe stato successivamente ripreso e sviluppato nella memoria I Comuni dello Stato romano nel Medio Evo (s.l. 1884) e, quindi, nella più vasta opera Storia della legislazione italiana, I, Roma e Stato romano (Torino 1884). A questo volume fu riservata, però, un’inattesa, negativa accoglienza da parte della intelligencija accademica.

Se la parte relativa alla ricostruzione delle fonti – la cosiddetta “storia esterna” – fu unanimemente apprezzata, il metodo storico-sistematico, con il quale il L. seguì cronologicamente l’evoluzione del diritto, degli studi giuridici e della giurisprudenza per aree politico-geografiche differenziate, suscitò aspri giudizi. Il tentativo di passare da una dimensione localistica a una storia del diritto nazionale produceva una somma di storie regionali che prendevano in sostanza le mosse dall’età comunale. Scelta infelice in anni in cui proprio alla storia del diritto italiano e al diritto romano si affidava il compito di saldare i nessi dell’unità culturale della nazione italiana, all’insegna della continuità tra l’antica Roma e l’ottocentesco Regno d’Italia.

Forse in conseguenza di quelle critiche, il L. archiviò il progetto di una storia generale del diritto italiano e tornò a dedicarsi agli studi sull’antico diritto siciliano e, soprattutto, ai lavori sulle consuetudini delle città di Sicilia, che suscitarono interesse e approvazione tra i contemporanei e ai quali ancora oggi è in gran parte legata la sua notorietà.

Avviati intorno agli anni Sessanta, con la pubblicazione di una raccolta di Consuetudini delle città di Sicilia (Palermo 1862) in cui si limitava a includere i capitoli di diritto civile ritenuti utili per risolvere questioni pendenti in giudizio, gli studi sulla legislazione cittadina sarebbero stati da lui approfonditi in successivi lavori: Notizie e documenti su le consuetudini delle città di Sicilia, monografia pubblicata a puntate nell’Archivio storico italiano, poi raccolta in estratto (Firenze 1888); le Consuetudini siciliane in lingua volgare, in Il Propugnatore, XVI (1883), pp. 3-73; Leggi civili del Regno di Sicilia: 1130-1816 (Palermo 1895). Seguirono altri saggi che confluirono nell’ampia silloge Antiche consuetudini delle città di Sicilia (ibid. 1900), comprensiva non solo dei testi delle consuetudini in senso stretto, ma di gran parte dello ius proprium, costituito da privilegi, capitoli, ordinationes ecc. Una scelta apprezzata, che avrebbe consentito di registrare in modo organico l’estensione delle libertates vantate, in tempi diversi, dalle varie città siciliane.

Socio dell’Accademia di scienze, lettere e arti di Palermo e della Società siciliana per la storia patria, il L. fu anche assiduo collaboratore del più originale tra i cenacoli culturali palermitani, il Circolo giuridico, editore dell’omonimo periodico (dopo la morte del fondatore, Circolo giuridico Luigi Sampolo), fra le cui pagine pubblicò, a puntate, dal 1883 al 1894, il saggio Diritto civile siciliano esposto secondo l’ordine del codice italiano. Il lavoro, in cui ripercorreva la tradizione giuridica isolana in aderenza con la sistematica del codice civile del 1865, fu poi dato alle stampe, nella redazione completa, nel citato volume Leggi civili del Regno di Sicilia.

Protagonista di vivaci polemiche con storici del diritto italiani e stranieri (particolarmente aspre quelle con O. Hartwig, A. Del Vecchio, A. Todaro della Galia), che rivelavano l’intransigenza e la spigolosità del carattere, fu peraltro legato da rapporti di amicizia e cooperazione con illustri esponenti della cultura giuridica nazionale, da F. Sclopis a P.S. Mancini, su invito del quale scrisse diverse voci dell’Enciclopedia giuridica italiana. Collaboratore di prestigiose riviste storiche e giuridiche nazionali, il L. pubblicò, tra monografie, saggi, memorie, recensioni e scritti polemici, oltre cento lavori.

Coadiuvato dai figli il L. completò altri lavori originali in materia di diritto consuetudinario, come quelli sulle Consuetudini di Paternò (Palermo 1903) e le Consuetudini di Randazzo il testo originale e completo lo puoi trovare nella pagina “Libreria” del sito –   (ibid.1903), riproponendosi di dare alle stampe in tempi brevi un volume conclusivo sulla legislazione cittadina siciliana di età medievale e moderna.

Il progetto non si realizzò. Vito La Mantia morì a Palermo, dopo breve malattia, il 16 giugno 1904.

Apparve postumo, per cura dei figli, il volume L’Inquisizione in Sicilia. Serie dei rilasciati al braccio secolare, 1487-1732. Documenti su l’abolizione dell’Inquisizione 1782 (Palermo 1904), che completava il suo precedente lavoro sull’Inquisizione siciliana (Origine e vicende dell’Inquisizione in Sicilia, ibid. 1886). Si tratta di un’opera ricca di documenti inediti, capace di suggerire interessanti itinerari di ricerca, e in grado di offrire agli studiosi un prezioso materiale per indagini ancora passibili di sviluppi.

Fonti e Bibl.: Arch. di Stato di Palermo, Commissione Pubblica Istruzione, bb. 198, 325; Palermo, Arch. stor. dell’Università, Premi Angioini, a. 1840; Premi Di GiovanniAtti diversi1845-52, b. 129; Ibid., Biblioteca centrale della Regione siciliana, Autografi, LVII.4421; Ibid., Biblioteca comunale, 2.Qq.C.248, n. 1; 5.Qq.D.351, nn. 1, 2; 5.Qq.D.101, n. 19; Ibid., Società siciliana per la storia patria, La Mantia, cart. I, b. 41: Raccolta di dati e documenti riguardanti Giuseppe La Mantia per la sua biografia – fatta da sé stesso; cart. I, b. 42: Scritti e documenti vari riguardanti la famiglia La Mantia e discendenti; cart. VII, b. 87: Storia di Cerda; cart. VIII, b. 99: Vendita fondi, gabelle famiglia Oddo-La Mantia dal 1801 al 1819; cart. XIII, b. 175: Donazione alla R. Accademia d’Italia; Roma, Arch. centr. dello Stato, Ministero di Grazia e Giustizia, Uff. superiore del personale, ff. personali dei magistrati, I vers., b. 215, f. 36.630: V. L.; Ibid., Museo centr. del Risorgimento, Carte Mancini, bb. 753, n. 5 (1 e 18); 753, n. 8 (2, 3 e 14); 871, n. 107.

Necrologi e commemorazioni: G. Lodi, Seduta sociale del 14 ag. 1904 (breve commemorazione del socio V. L.), in Arch. stor. siciliano, XXIX (1904), p. 460; L. Sampolo, V. L., in Circolo giuridico, XXXV (1904), pp. 164 s.; Riv. stor. italiana, XXI (1904), p. 380; L’Illustrazione italiana, 3 luglio 1904, p. 14; L’Araldo italiano – The Italian Herald, 10 luglio 1904; G. Graziano, Nel primo centenario dalla nascita di V. L.: discorso del cav. G. G., sindaco di Cerda pronunziato a 6 nov. 1922, Palermo 1922 (poi in F. Russo, Il cuore di Cerda. Piazza Vito La Mantia, Cerda 1988); A. Sansone, Mezzo secolo di vita intellettuale della Società siciliana per la storia patria (1873-1923), Palermo 1923, pp. 218 ss. Sulla figura di storico del diritto: A. Solmi, La storia del diritto italiano, Roma 1922, pp. 5, 18, 23; P. Del Giudice, Storia del diritto italiano, II, Fonti, Legislazione e scienza giuridica dal secolo decimosesto ai giorni nostri, Milano 1923, pp. 383-385; F. Patetta, Storia del diritto italiano. Introduzione, a cura di L. Bulferetti, Torino 1946, pp. 185 s.; C. Avella, Bibliografia delle opere di V. L., tesi di laurea, Univ. degli studi di Palermo, facoltà di lettere, a.a. 1948-49; B. Paradisi, Gli studi di storia del diritto italiano dal 1896 al 1946, in Id., Apologia della storia giuridica, Bologna 1973, pp. 108 s., 116; M.S. Guccione, Per una biografia di V. L., in Il Tommaso Natale, III (1975), pp. 224-234; M. Bellomo, Problemi e tendenze della storiografia giuridica siciliana tra Ottocento e Novecento, in La presenza della Sicilia nella cultura degli ultimi cento anni, II, Palermo 1977, pp. 989-1004; A. Romano, V. L. e le fonti della legislazione cittadina siciliana medievale. Prefazione alla rist. anast. di V. La Mantia, Antiche consuetudini delle città di Sicilia, Messina 1993, pp. V*-XXVII*; M.A. Cocchiara, V. L. e gli studi storico-giuridici nella Sicilia dell’Ottocento, Milano 1999 (contiene la bibliogr. completa degli scritti del L.); P. De Salvo, La cultura delle riviste giuridiche siciliane dell’Ottocento, Milano 2002, pp. 56-60; A. De Gubernatis, Diz. biogr. degli scrittori contemporanei, I, Firenze 1879, pp. 605 s.; G.M. Mira, Bibliogr. siciliana…, II, Palermo 1881, pp. 32 s.; Novissimo Digesto italiano, IX, Torino 1963, p. 444

Alcune pubblicazioni di Vito La Mantia

 

 

 

Vera Guidotto

 

BIOGRAFIA.

Era  una  notte  di settembre, quando i coniugi Guidotto si recarono alla clinica “Santo Bambino” di Catania, per dare alla luce il primo frutto del loro amore, così, il venerdì del 10/9/76 nascevo io, Vera Guidotto. Il parto fu un pò difficile, infatti io nacqui leggermente cianotica in viso, ma dopo poco tempo, il mio viso riacquistò il suo colore normale.
            Indubbiamente quella fu una notte lieta per i miei genitori, ma soli sei mesi dopo, forse  in seguito ad una forte febbre, qualcosa smise  di andare per il verso giusto, i miei movimenti non erano più come prima, erano diventati tutto ad un tratto involontari e scoordinati. Diagnosi: Tetraparesi spastica, qualcosa aveva per sempre danneggiato quella parte del cervello che permette al corpo di muoversi correttamente, lasciando per fortuna illesa la parte cognitiva e tutti i cinque sensi.
I medici hanno  subito tranquillizzato i miei, affermando che iniziando a fare un pò di fisioterapia, avrei avuto buone probabilità di un miglioramento motorio, ma le cose andarono diversamente. Le mie condizioni motorie, purtroppo, rimasero invariate, ma col tempo, grazie alla tecnologia, la qualità della mia vita è migliorata moltissimo. Infatti, io ho sempre fatto davvero tutto, proprio come una bambina, una ragazzina e  una donna come le altre.

            La mia infanzia è stata davvero il periodo più bello, felice e spensierato della mia vita.

Quando iniziai le scuole elementari, non trovai solo una classe che mi accolse bene, ma quasi una famiglia, una meravigliosa famiglia formata ovviamente dalla mia cara maestra,  per me, una seconda mamma, e dai miei compagni, che in me non videro mai nulla di strano. Eravamo tutti  bambini con la voglia solo di giocare, ridere, scherzare e stare insieme. Quello era il periodo in cui non c’erano ancora quelle stupide barriere mentali, in quanto si sa, i bambini non si creano il problema di come parlare e giocare con un disabile; si parla, si scherza, si gioca con quella semplicità e spontaneità che solo i bambini sanno avere.  Quei tempi non posso che ricordarli con molta gioia e con un pizzico di dolce nostalgia, proprio perché erano tempi, che una volta finiti, non sarebbero mai più tornati, momenti unici ed indimenticabili.
            All’inizio l’approccio con la scuola media non è stato affatto facile, non avevo più i miei compagni e Veri Amici e neanche la mia cara maestra, ma più professori: dovevo ora più che mai rimboccarmi le maniche e studiare davvero, per farmi conoscere per quella che ero e non solo come apparivo.
            Nel 1988 andando a Milano, in un centro che vendeva ausili per disabili, io ed i  miei  genitori, scoprimmo che grazie ad un computer ed un caschetto  con davanti un’asta per digitare i tasti del computer, potevo scrivere autonomamente. Poi, davvero per caso, mi sono accorta di possedere un piccolo, ma per me importante dono: il dono della poesia, potevo esprimere finalmente tutti quei sentimenti, che fin d’allora erano da me inespressi, e dagli altri ignorati.
            Finite le medie, vista la mia predisposizione per le materie umanistiche, e la mia passione per lo scrivere, mi inscrissi al Classico,  infatti, fu proprio al liceo che incominciai inevitabilmente ad innamorarmi sul serio di un ragazzo, amore ovviamente mai  ricambiato. In questa fase della mia vita, trovai nello scrivere, un ottimo alleato per non impazzire.
            Nel 1998, dopo essermi diplomata, pubblicai il mio primo libro dal titolo “Il diverso non esiste”,  ( a cura di Armando Siciliano editore e con il contributo del comune di Randazzo). Una raccolta di poesie sull’amore che provavo in quel periodo, sull’amicizia che desideravo avere proprio come quando ero alle mie amate scuole elementari, e  lettere sociali, nelle quali mettevo ben in evidenza, se pur con molto garbo, tutte quelle cose che impedivano la piena integrazione della persona disabile nella società.
            Intanto proseguii per la mia strada inscrivendomi così all’università nella facoltà di lettere moderne, riuscendo a darmi purtroppo solo una materia (psicologia dello sviluppo), in quanto dovetti abbandonarla dopo solo un anno, per l’impossibilità di scendere spesso a Catania. Tuttavia conservo ancora la speranza di continuare gli studi universitari, magari con una facoltà online, o, in alternativa trovare un lavoro idoneo alle mie possibilità.
Vera Guidotto 
                                                                                                                                                                                                                                                       Randazzo 21/09/2013
                                                                                  Alcuni articoli e riflessioni 

 

COS’È IL TEMPO ?

 

È strano come a volte noi diamo per scontato alcune cose, non attribuendole il giusto valore e l’esatto significato.

È facile dire frasi del tipo: “Ci vuole tempo” “Dai tempo al tempo”, “Col tempo tutto passa, “Ho bisogno di tempo” “Prenditi il tempo che ti serve”, ma cos’è realmente il Tempo? E soprattutto il Tempo è davvero nostro?

L’essere umano è convinto che il tempo appartiene solo a sé, come anche la vita, che può e deve poter gestire come meglio crede, dimenticando una cosa essenziale, ossia che la vita, ed il suo evolversi, non è di nostra esclusiva proprietà. Infatti, se facciamo entrare in noi Dio, il suo Amore, la sua Misericordia infinita, ci rendiamo conto di come il tempo in cui stiamo sulla terra non è nostro, esso in realtà ci viene donato da Dio, dandoci il libero arbitrio sulle  nostre azioni, non facendoci però mancare le giuste direttive, i giusti consigli che Egli stesso ci da attraverso i Dieci Comandamenti, che altro non sono che delle sane regole per vivere una vita in perfetta fraternità con il nostro prossimo.

Cristo ha impiegato il suo tempo sulla terra, per consolare gli afflitti, per sfamare gli affamati, per lavare con lo Spirito Santo i nostri peccati attraverso la nostra conversione, così a sua volta il vero Cristiano è chiamato a fare un corretto e sano uso del proprio Tempo, impiegato nel servizio e nell’amore per Cristo e per i più  piccoli dei suoi figli, considerando il tempo come un Tempo di grazia, un Tempo per guardarsi dentro nel silenzio eloquente della preghiera, con umiltà d’animo, condizione ideale per trovare e per percorrere quella  strada molto spesso ripida, piena di erbacce e  sassi pericolanti, che porta però ad un’autentica e sincera  conversione.

Il Tempo, unito alla vera Fede, è un ottimo cicatrizzante, rimargina ogni ferita morale, infatti, ogni persona ha un proprio modo, ed un proprio Tempo di vivere, di metabolizzare ed accettare il dolore trasformandolo magari in qualcosa di positivo.
Sembra quasi un paradosso pirandelliano, ma a volte, il nostro dolore, se accettato e maturato, può benissimo tramutarsi in gioia e speranza per gli altri, semplicemente perché solo chi è stato segnato da un profondo ed intenso dolore, può capire ed alleviare le sofferenze del prossimo, aiutandolo a reagire, a riemergere, diventando così uomini con un cuore di carne, che  sia in grado di amare davvero tutti senza riserva, ma al tempo stesso forte e combattivo per contrastare le avversità della  vita e le lusinghe del male.

Da quanto appena finito di dire, è facilmente comprensibile come il Tempo non sia concepito solo come una questione di spazio-temporale da calcolare e verificare  con l’orologio, andando sempre  di corsa, quasi come se volessimo ad ogni costo fermare per un attimo le lancette, per avere magari il tempo di gustarci quel momento a noi tanto prezioso, oppure per rimediare ad una  nostra mancanza. Dio sa guardare molto più lontano di noi, Lui sa quello che fa, ed è per tale motivo che i suoi Tempi non coincidono con i nostri, e c’è sempre una ragione per cui ogni cosa accade quando deve accadere e  non quando lo desideriamo noi.

 La mente umana è troppo piccola per capire i disegni di Dio, ma Lui tra gli altri doni, ci da il dono del Tempo, che è natura, tutto matura dall’incontro con Cristo, dando veri frutti di saggezza che noi con la vera Fede e con pazienza, dobbiamo saper cogliere al momento giusto, non facendoli perdere, ma prendercene amorevole cura, solo così un giorno potremmo vedere i frutti del nostro operato, non ci è dato sapere né quando, né come, ma se semineremo prima o dopo raccoglieremo, è una regola di natura questa, che tutti conosciamo, è che molto spesso ci dimentichiamo di chi c’è dietro a tutto questo, ci dimentichiamo dell’unico vero artefice di tutto, ossia di Dio.

Vorrei concludere con una domanda che mi pongo io stessa: “Vivendo in una società così frenetica e caotica, dove anche se a fatica troviamo bene o male il tempo per tutto, siamo in grado di ritagliare un pò del nostro tempo per Cristo? E soprattutto, abbiamo mai anche solo lontanamente immaginato al Tempo in questi termini? Io sinceramente non ci avevo mai pensato prima di questo momento, da questo scaturisce in me la logica deduzione che c’è un Tempo per ogni cosa, ed evidentemente io dovevo essere spinta da un’amica ad affrontare questo argomento per rendermi conto, almeno in parte, di cosa sia il Tempo, che generalmente è visto come una cosa astratta, quando invece è una delle cose più concrete che esiste sulla terra, ed adesso lo so.
Vera Guidotto

                                                                                                                                                                                                                                                                             Randazzo lì 04/07/2007

                                                                                           IL SERVIZIO.

Il Servizio: quante volte abbiamo sentito questa parola, e quante volte l’abbiamo pronunziata? Ma cos’è esso? Ci siamo mai soffermati a chiedercelo? Può una parola così semplice e piccola  racchiudere un significato così grande? Ebbene se ci fermiamo semplicemente su tale termine  e ci poniamo in maniera distratta ad esso,  la prima cosa che ci salta in  mente è il verbo servire, un verbo che schiavizza, costringe a fare una cosa che magari noi non vorremmo.

Tutto cambia però se pensiamo al gesto di Gesù fatto nell’ultima cena, Egli  infatti, donando tutto se stesso con il suo corpo per sfamarci ed il suo sangue  per dissetarci, si è donato totalmente ora ai dodici apostoli, ora all’intera umanità.

Ma Egli ci fece anche un altro  dono nella sua ultima  cena,  il dono dell’Umiltà, infatti, Egli ha fatto un profondo gesto d’amore e di donazione quando lavò i piedi a Simon Pietro, un gesto servile, umile, ma pieno d’amore, quindi, se lo stesso Gesù si è abbassato a  fare un così grande gesto d’amore, perché mai noi, dovremo  non farlo? Chi siamo noi per sentirci superiori ad un nostro fratello? La nostra sottosezione, pur essendo costituita  da laici, segue perfettamente l’esempio di Cristo donatosi a  noi per amore.

            Alla domanda: Cos’è l’U.N.I.T.S.I? Rispondo semplicemente: “Una famiglia che: Ama, accoglie chiunque in un caloroso abbraccio fraterno, camminando con il suo  prossimo per sempre, sostenendolo e guidandolo con gesti semplici ma concreti, senza mai aspettarsi né un  grazie né degli elogi, gioendo solo dei sorrisi e delle manifestazioni d’affetto da parte delle persone che con tanta cura e premura si accingono ad aiutare.

Questo è il Servizio, una piccola parola che si trasforma in veri atti di profondo ed autentico amore, amore che dilaga, amore che si espande, amore che arriva dappertutto, insomma, un amore che investe di dolci attenzioni anche i cuori più duri, piegati magari dai dolori  più terribili e li risana.

Concludendo vorrei ricordare: tutti coloro che in passato si sono prodigati con cuore umile e sincero a mettere e mantenere in piedi la nostra sottosezione, come per esempio il Dottore Zappia, la cara Graziella e a quanti, con il loro impegno e devozione, hanno fatto la storia della sottosezione di Bronte, rammaricandomi di non averli conosciuti se non che dai vostri racconti.

 Un mio pensiero e un grazie va a Spadaro, che, anche se da lontano, l’ho sempre osservato ed apprezzato molto e a tutti coloro che purtroppo non ho avuto l’onore di conoscere o non ricordo, ma so che hanno speso gran parte della loro vita per l’Unitalsi facendone la storia. Un sentito e doveroso grazie va ovviamente al personale che conosco e stimo moltissimo, il quale con immenso affetto e pazienza mi ha supportata fin dal mio primo ingresso in questa grande famiglia, facendomi crescere davvero in tutti i sensi, dico un grazie globale per paura di dimenticare a qualcuno che omai fa parte della mia vita.

Seguendo il loro esempio, mi auguro di vero cuore che questa grande famiglia, cresca sempre più nell’amore e nel rispetto reciproco, senza mai dimenticare quel umile gesto che Gesù ha compiuto per noi.

Sulle orme di quel magnifico dono che Lui ha compiuto, non posso che augurarmi di continuare per molto, molto tempo ancora, il mio cammino di Fede e di vera vita con voi, insomma se non l’avete ancora capito, non vi libererete tanto facilmente di me, si era capito no? La vostra

Vera Guidotto

                                                                                                                                                                                                                                                                                        Randazzo lì 17/07/2008

 

                                                                                                                     IL LAVORO

 

            Per trattare come si deve il tema del lavoro, bisogna innanzitutto tenere ben presente come viene definito dal punto di  vista giuridico.

            Infatti, come cita l’articolo 1 della nostra Costituzione: L’Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro. Inoltre secondo l’articolo 3 della stessa, è compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che limitando dl fatto la libertà e l’uguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese.              Da questo si evince come il lavoro, sia uno dei più importante diritti dell’uomo, diritto che dovrebbe essere rivalutato e valorizzato come merita, ricordando  che, come dice un vecchio ma sempre attuale detto, ossia: “Il  lavoro nobilita l’uomo”,  esso è l’unico strumento che dovrebbe servire al soddisfacimento morale e materiale dell’uomo.

            L’inserimento nel mondo  del lavoro è per tutti un argomento assai spinoso, prendiamo ad esempio i giovani, che dopo anni ed  anni di studio, faticano a trovare un impiego, questo succede principalmente per tre motivi che al mio avviso vanno di pari passo: Il primo è il cattivo comportamento di chi si trova al potere, il quale fa nascere e progredire una classe privilegiata precisamente quella dei raccomandati che a discapito dei meritevoli si impossessa dei migliori lavori anche se priva di capacità professionali ed attitudine personale, ciò con grande danno per l’intera società;

            secondo l’incapacità da parte delle scuole di impartire ai giovani informazioni utili e concreti atti ad un buon inserimento nel mondo del lavoro, il terzo,  non meno importante è senz’altro i tempi lunghi e farraginosi che i ragazzi sono costretti a passare sopra i libri, avendo magari un alto bagaglio culturale a livello nozionistico, senza però avere la più pallida idea su come approcciarsi su un terreno sconosciuto ed il più delle volte minato quale è l’ambito lavorativo.

            Indubbiamente le scuole di ogni ordine e grado dovrebbero preparare i giovani come in pratica e realmente debbano avvicinarsi nel mondo del lavoro. Vero è che le scuole tecniche come  l’agraria e l’alberghiero  turistico offrono forse maggiore possibilità di lavoro, poiché insegnano materie decisamente più pratiche, ma anche qui si riscontra una pecca, ad  esempio i docenti delle scuole agrarie oltre alla teoria, dovrebbero puntare più sulla pratica, facendo realmente vedere e  capire direttamente sul campo come si coltiva la terra, toccando con mano i prodotti per capirne il  metodo di coltivazione, i tempi, i macchinari più idonei per produrre di più e magari lavorare di meno, come far fronte alle malattie delle piante, insomma studiare e lavorare direttamente sul campo, facendo  capire ai giovani che tutto quello di cui ci nutriamo viene dalla terra, ritornando un pò alle nostre origini, quando  il contadino aspettava pazientemente la crescita del proprio raccolto sperando in un risultato concreto la sera ritornava stanco ma soddisfatto e sereno, perché fiero del proprio lavoro.

            Oggi è chiaro che i tempi sono decisamente cambiati, è cambiato anche il modo di coltivare la terra, adesso è la tecnologia che  porta avanti il raccolto, infatti, abbiamo tutto e subito in tutte le stagioni, e se questo da un lato ci facilita di molto il compito, riducendo i tempi di attesa, entrando più velocemente nel mercato, con maggiori possibilità di guadagno, dall’altro però spesso  ci  fa perdere e dimenticare, il sapore della genuinità.

            L’ambito lavorativo, qualunque esso sia, come  giusta regola dovrebbe essere motivo di scambio culturale, ove ogni lavoratore, seppure nel proprio campo, può e deve interagire con i colleghi, esprimendo liberamente le proprie idee, dando per quanto è possibile dei suggerimenti utili al buon funzionamento e quindi al raggiungimento di un risultato finale positivo sia per l’azienda o l’ente di appartenenza che per tutti i lavoratori e soprattutto per i fruitori finali che sono i veri portatori di interesse.

            Questo è ciò che dovrebbe essere il lavoro, fare sentire il lavoratore appagato sia professionalmente che economicamente, ma la realtà purtroppo è ben diversa in quanto oggi spesso il lavoratore si trova costretto a svolgere una attività lavorativa non solo precaria ma anche poco remunerata e non adeguate alle proprie capacità ed aspettative professionali.

            Quanto sopra, dipende principalmente dal mancato equilibrio tra domanda ed offerta lavorativa, in parole povere, c’è oggi poco lavoro e male remunerato, infatti, la combinazione di questi due fattori costringe i componenti di ogni famiglia in età lavorativa a rimboccarsi le maniche e cercare disperatamente una fonte di guadagno che per gli onesti non può essere altro che il lavoro.

            Qui purtroppo entra in gioco, nonostante anni ed anni di continue lotte e battaglie sulle Pari Opportunità, il mancato raggiungimento della vera parità dei diritti tra uomo e donna. Infatti, poche sono le donne in politica e molto svantaggiati sono le donne che lavorano, e soprattutto dimenticato da tutti è il lavoro domestico, che peraltro è il  più  faticoso rispetto a molte altre attività lavorative.

            Infatti, quando ambo i genitori lavorano in genere è la madre, che segue passo passo  l’istruzione e l’educazione dei figli, aiutandogli a fare i  compiti, chiarendo i  loro dubbi e placando le loro paure, è sempre la madre, che, con la sua saggezza e delicatezza, ad aprire un dialogo sincero e completo con i figli, spiegando loro come va la vita e come fare a viverla in modo sano e cristiano.

            Tutto questo a tempo dovuto e non rimandato, certo, per la  donna che lavora diventa molto più difficile, ma ciò non significa che non possa adempiere in modo esemplare il proprio ruolo, tutto però sta a mio avviso, in una buona organizzazione della coppia.

            È sempre lei dunque, che ascoltando e facendo propri i problemi presenti nel nucleo, consiglia ed incoraggia contribuendo validamente a prendere le decisioni finali riguardanti la famiglia ed i suoi contorni, una sorta di psicologo a tempo pieno, il lavoro più pesante e gravoso che una donna possa mai fare, mestiere non riconosciuto e mai retribuito.  

             Quindi, il lavoro per la donna che ben venga, ma bisogna anche valorizzare ed agevolare il difficile ruolo della casalinga, che purtroppo ancora è troppo sottovalutato.

            Ad onore del vero, si può in effetti dire, che oggi alcune cose stanno cambiando, infatti, vediamo come sempre più uomini si prendono amorevolmente cura della prole, basta sapersi dividere le mansioni, usufruendo con il dovuto buon senso, delle leggi che tutelano la famiglia e la donna.  

            Da quanto si è ampiamente espresso, risulta evidente come il lavoro sia l’unica risorsa di sostentamento dell’uomo e di come esso andrebbe tutelato e valorizzato, non dimenticandosi neanche dei diversamente abili, categoria ancora da integrare pienamente nella società, integrazione che raggiunge il suo culmine proprio in un impiego che risponda sia all’esigenza che alle attitudini del singolo individuo.
                                                                                                                                                                                                                                                                                       Randazzo lì 06/09/2007
Vera Guidotto

                                                                                                                   IL MIRACOLO DEL NATALE.

 

In una serata fredda  e nevosa, alla vigilia del Santo Natale, a Randazzo, un paesino di 12000 abitanti, una giovane  donna in carriera, essendo presa dai propri affari, e facendo una  vita molto frenetica e caotica, sia sul piano professionale che, soprattutto su quello personale, tornando a casa, si stende sul divano e cadendo in un sonno profondo, ma alquanto agitato,  fa uno strano sogno.

       La nostra protagonista sogna infatti di fare un lungo viaggio tra i vari quartieri del paese, con una guida d’eccezione, strana a vedersi, ma pacifica e soave, quasi come se fosse un angelo.

Nel suo sogno, lei, con questa figura angelica, si incammina tra i vari quartieri di Randazzo, in uno dei quali vede un bambino di nome Luca intento a fare il suo bel  pupazzo di neve; una volta finitolo, si reca a cercare il suo  amico del cuore, per fargli vedere il suo capolavoro,Luca infatti si precipita a casa di Massimo esclamando gioiosamente e con orgoglio: “Dai vieni! Esci, vieni a vedere”! Massimo assonnato strofinandosi gli occhi per svegliarsi un po’, disse: “Che cosa c’è Luca!” Luca ribadisce: “Ho fatto una cosa che voglio farti vedere dai! È bellissimo vedrai” “Ma cos’è?” Chiede Massimo, l’amico risponde: “Ho fatto un pupazzo di neve,” “E chi ti ha aiutato a farlo?” Risponde Luca: “l’ho fatto io da solo ed è venuto benissimo, vieni a vederlo, dai, ci giochiamo assieme” “Ok aspetta, fammi vestire e scendo subito” Luca risponde “Ok fai presto! Ti aspetto qui”.
Dopo pochi minuti, Massimo scende  “Eccomi qui, andiamo”. I due bambini corrono verso casa di Luca, Massimo dice stupefatto: “Ma è stupendo! Sembra vero! Come hai fatto a farlo?” Luca gli risponde: “Stavo giocando con la neve, mi arrotolavo su di essa, facevo delle palle di neve tipo questa vedi?” Mentre lo diceva, gliene ha gettata una in faccia, Massimo replica: “Ah si! Vuoi la guerra! E guerra sia! E cominciarono a giocare allegramente per parecchie ore.

 La donna, ancora presa dalle sue cose, non capisce il senso di tutto ciò e chiede in maniera un pò scontrosa al suo strano accompagnatore: “Ma perché siamo qui? E poi tu chi sei? Io voglio solo dormire, domani ho una riunione importantissima, la quale potrebbe fruttarmi un sacco di quattrini, non ho tempo di guardare quattro mocciosi che giocano, dai! Portami subito dov’ero! Capito?” Disse con un tono decisamente aspro ed alterato.
L’angelo replica con voce pacata ma decisa: “Io ti conosco meglio di te stessa, tu non sei così in realtà, rilassati e per una volta, apri il tuo cuore all’amore”. La donna con un sorriso di chi non vuole scoprirsi, ma nascondere la sua reale natura, perché forse troppa dolorosa, ribadisce: “Ma che puoi saperne tu di me? Di come sono fatta? Figurati! Non sai neanche chi sono!! Andiamo forza!” L’angelo le parla ancora: “D’accordo, vuoi andare?” La giovane donna risponde “Oh finalmente! Si, andiamo!” Ed immergendosi in una fitta nebbia, si trovano dinnanzi una casa un pò malandata con una donna vedova ed una bambina di otto anni da crescere, i cui unici amici erano: il caminetto acceso, un piccolo alberello che la bambina si accingeva ad addobbare unicamente con della carta colorata ed una stella in cima, con piccoli batuffoli di lana bianca per fare la neve, e della musica natalizia.

La bambina, dopo aver addobbato con cura il suo albero con l’aiuto della mamma, felice di come era venuto, si mette vicino al caminetto acceso, ed ammirando la candida neve coprire tutti i tetti, le strade, le auto e gli alberi, canta allegramente le canzoni natalizie, con il cuore sereno e colmo di gioia, avendo la certezza che il suo papà dall’alto dei cieli sta cantando come lei, infatti, cantate le prime canzoni, chiede alla madre: “Mamma, tu che pensi, papà ci vede? Mi starà ascoltando?” Risponde la madre: “Certo piccola mia, il tuo papà starà di certo canticchiando con te e ne è felice, canta ancora figlia mia.” La bambina, rincuorata di tali parole, continua a cantare, osservando, fiocco a fiocco, lieve, lieve, la candida neve.

A questo punto, dopo una lunga contemplazione, accompagnata da un fitto silenzio verbale, la giovane donna, improvvisamente avvertì un tonfo al cuore, un misto di pena, rabbia, tristezza, dolore e tenerezza, in forte contrasto con i sentimenti provati fino adesso, come: freddezza, intolleranza, ostilità, avidità, e il suo essere calcolatrice. Facendo appello a tutta la sua forza interiore, disse a voce alta, come un segno d’ammissione e colpevolezza: “Ma che razza di donna sono? Cosa ho fatto della mia vita? Nulla! Proprio nulla!” Lasciandosi finalmente andare in un pianto sincero e liberatorio, l’angelo appoggiandole la mano sulla spalla, le disse: “Buon Natale ragazza mia, adesso si che è Natale, sii felice” e dandole un bacio in fronte, scomparve lentamente circondato da una luce bianca.

Dopo  queste ultime parole, la donna si svegliò in lacrime di gioia, con la voglia di vivere una nuova vita, amando e rispettando il prossimo, scrollandosi per sempre di dosso quella maschera che l’aveva sempre accompagnata, e  telefonò per la prima volta a parenti ed amici, a partire dalla madre per gli auguri di Buon Natale, persino ai condomini, alla gente che passava e che non aveva mai salutato, augurava Buon Natale.

Camminando camminando, fece mentalmente una profonda considerazione; “Si può essere ricchi, si può essere famosi, puoi possedere case, azioni, yacht,  ma se in qualunque cosa che fai o dici, se nella tua bravura, nel tuo potere, e nella tua notorietà, non ci metti un pò d’amor e generosità, nella vita sarai sempre una nullità ed è proprio questa la vera strada per andare incontro alla vera felicità”. 

Italiano: Buon Natale! Inglese: Merry Christmas! Francese: Bon Noel! Tedesco: Freve Wainachten! Spagnolo:  Bueno Navidad!

  Vera Guidotto

                                                                                                                                                                                                                                                                                                Randazzo lì 02/11/03              

 

                                                                                   INFINITAMENTE PICCOLI.

 

In uno dei miei pellegrinaggi a Siracusa, mi colpì molto l’argomento trattato in quei  giorni, ossia la Roccia, che simboleggiava la nostra Fede e le pietre che ovviamente siamo noi uomini.
Infatti, siamo noi, semplici pietre, che nutrendoci ogni giorno della parola di Dio, costruiamo passo dopo passo, la nostra Roccia, ovvero la  vera Fede, basando la nostra vita su di essa, anziché sulle false lusinghe che ogni giorno ci vengono prospettati come modelli  da imitare.
Lo stesso paragone lo si può senz’altro fare con dei semplici mattoni, spesso neanche visti e considerati perché sotterrati, che in se per se considerati piccoli ed insignificanti, ma che hanno un’importanza davvero notevole se solo noi ci pensassimo un pò su.
 Infatti, senza dei semplici mattoni, come si costruirebbero le case?
 La medesima domanda può essere posta anche in un altro modo: Senza Dio, che senso avrebbe la nostra esistenza?
Lui  è il nostro mattone, e ci invita a sua volta ad essere mattoni solidi e veri costruttori di pace, gioia, amore e bontà così come fa Egli con il più piccolo dei suoi figli.
Nella storia del Cristianesimo, vi sono sempre stati degli uomini e delle donne che hanno fatto della loro povertà materiale una grandissima ricchezza spirituale, donandosi anima e  corpo a Dio e ai suoi figli, senza riserve: Un esempio più che tangibile ci è stato  dato da Madre Teresa di Calcutta, oggi Beata agli onori  dell’Altare,  la quale abbracciando sorella povertà, visse giorno dopo giorno quasi nell’anonimato, ma che con la sua preghiera umile ma viva e con le  sue opere cristiane ed umanitarie, ha riscosso un baccano negli animi della gente, tale da riuscire a sciogliere anche i cuori più freddi, piegando l’odio solo con la forza dell’amore, lo stesso amore umano e cristiano che la spingeva quotidianamente a curare i lebbrosi, alleviando il più possibile le ferite dell’anima assieme a quelle del corpo.
Madre Teresa, come anche Papa Giovanni Paolo II, fu solo una piccola donna che decise di essere povera tra i poveri, decise cioè di essere l’ultima, proprio come quel mattone sotterrato che non si vede, ma c’è.
Essere dei veri Cristiani significa proprio questo, essere umili e riconoscere che ciascuno di noi, di fronte al creato, è poco meno che nulla, se nel cuore non ha la vera Fede, e non parlo di certo  della  fede per convenienza che diciamo di avere ogni qualvolta la vita ci mette a dura prova con i nostri piccoli o grandi problemi, bensì la Fede che ad un certo punto della nostra vita, entra in punta di piedi nel nostro cuore e ci fa fare magari cose che prima erano per noi inimmaginabili, ma fatti con un’autentica Fede diventano naturali e spontanei come i gesti affettuosi dei bambini.
I bambini per  l’appunto, come diceva Giovanni Paolo II, sono fiori, bellissimi e delicati, infatti, chi impedisce ad un bambino di venire al  mondo, o peggio ancora, negargli una vita serena e dignitosa, commette uno dei reati più gravi, è come se si calpestasse un bel  prato di fiori, è come dire  no all’amore, no alla  vita che Dio  ci dona, è  come dire no al futuro stesso, visto  che i bambini di oggi, saranno gli uomini di domani, quindi la nostra speranza per l’avvenire.
 Madre Teresa e Giovanni Paolo II, si sono fatti strumento di Dio Padre, affidandosi anche alla Madre Celeste, facendosi guidare dal suo amore Misericordioso, consolando i più piccoli dei piccoli,  che con la loro umiltà possono davvero cambiare il mondo, a differenza dei superbi, che con la loro mania di falsa grandezza, perdono facilmente di vista i veri valori della vita.
Giovanni Paolo II è stato per  me un Papa davvero straordinario, che durante il suo lungo pontificato, non si è fatto mai prendere la mano dal suo potere, anzi, è sempre stato un uomo sensibile alle vere problematiche dell’umanità, avendo una parola di conforto per ogni singolo individuo, sia esso povero, ricco, sano o sofferente, difendendo anche i diritti dei lavoratori, i diritti delle donne, con consigli concreti, parole dunque no di pietismo, ma di reale comprensione, donando a chiunque più dignità e la forza necessaria per far fronte a quel determinato problema.
Naturalmente ci sono stati e ci sono tutt’oggi molti altri uomini e  donne che nella loro vita hanno lasciato o lasceranno senza  dubbio la loro impronta con le proprie opere di carità ed amore, ma se ci troviamo oggi a  parlare di Madre Teresa e di Papa Giovanni Paolo II, non è di certo per sminuire gli altri grandi uomini di fede, ma semplicemente perché sono stati personaggi recenti il cui ricordo è ancora molto vivo e caro nei nostri cuori, prendiamo dunque esempio da loro! Diventiamo anche noi mattoni semplici ed umili! Uniamoci tra di noi e ad altri, diventiamo anche noi mattoni infinitamente piccoli ma solidi, e costruiamo la nostra casa, ossia la nostra vera Fede! 

Vera Guidotto

                                                                                                                                                                                                                                                                                       Randazzo lì 02/07/2006

                                                                                                        LE STAGIONI DELLA VITA.

 

Ogni vegetale,  ogni animale, ogni essere umano, proprio perché è nella sua natura, attraversa vari stadi nella propria esistenza: nascita, crescita, riproduzione, maturità e morte.
Se paragoniamo le varie fasi della vita al ciclo biologico ed esistenziale, potremo benissimo constatare che l’uomo, così come gli animali o le piante, non esiste così, per caso, egli infatti, segue il suo ciclo naturale, dapprima inconsapevole e se vogliamo involontario, come appunto la nascita, momento apparentemente meraviglioso, ed in effetti, la nascita di un bambino è sempre un evento  gioioso, perché esso è il  frutto benedetto di un amore, è dunque il completamento di un sogno di ogni donna, ma per un bambino cos’è la nascita?
Se un neonato potesse parlare sin dal momento stesso della nascita, direbbe “Che  succede? E tu camice bianco fai piano! Faccio già tanta fatica ad uscire! E  non mi tirare così! ma dove mi portate? Qui sto così bene!” Inizia dunque a vivere, o meglio, inizia la dura lotta per la sopravvivenza, perché fino a qualche  istante prima, il bambino era in un luogo protetto, sicuro, dove poteva alimentarsi autonomamente, mentre adesso avrà bisogno sempre di qualcuno per soddisfare ogni sua piccola ma grande necessità. La nascita è dunque paragonabile alla primavera, quando i fiori  sbocciano di una fantasia multicolore da far brillar gli occhi, con quel profumo che emanano nell’aria. La primavera è la stagione più vitale, dinamica e piena di prosperità.
Non a caso è proprio la primavera la stagione degli amori per alcuni animali, inizia infatti l’accoppiamento, non privo di fatiche e pericoli, è tempo quindi per certi esemplari di darsi da fare, prima per procurarsi il cibo, le provviste, poi per riprodursi portando avanti la specie, così come il bambino divenuto ormai ragazzino, dovrà affrontare una fase tanto bella, quanto delicata e difficile, inizia così l’età scolare, nella quale sarà chiamato ad imparare nozioni utili alla propria crescita culturale,  sociale e morale.
Inoltre questa, è la fase in cui il ragazzino comincia a trovare un certo interesse per l’altro sesso, scoprendo a proprie spese le prime gioie e dolori dell’amore, entrando così nella fase adolescenziale, la quale tutto sommato si può definire il passaggio tra la primavera ed un’altra bellissima stagione, l’estate.
Così come l’estate, stagione molto feconda per tanti altri esemplari animali, e la terra molto fertile, producendo finalmente i tanti attesi frutti, per cui si era tanto lavorato nella stagione precedente, così il ragazzino, divenuto ormai più grande, da libero sfogo, tanto alla sua voglia  di riposo, dopo il duro e noioso anno scolastico, quanto al suo desiderio di divertirsi, facendo nuove ed eccitanti esperienze, stavolta però un po’ più consapevole, inizia finalmente a lottare per qualcosa in cui crede veramente, cercando di dare forma ai suoi desideri, e questo lo si nota soprattutto dal modo in  cui si approccia con l’altro sesso, egli appare infatti molto più sicuro di sé, malgrado gli innumerevoli ed inevitabili fallimenti sia sul campo sentimentale, che su quello socio-lavorativo, ricevendo per l’appunto le classiche batoste della dura e fredda società.
Ora si, che prende davvero coscienza del fatto che deve necessariamente cavarsela con le proprie forze, perché adesso può contare su pochissime persone dato che sono tutti seriamente impegnati a seguire, così come lui, chi i loro sogni, chi le loro ambizioni socio-lavorative,  chi i loro progetti per il futuro, cercando magari di formarsi una famiglia solida ed unita, impresa di certo molto ardua e purtroppo non sempre realizzabile.
Trascorrono inesorabili i giorni, i mesi e gli anni, e senza quasi accorgersene è già arrivato l’autunno, i frutti ormai maturi cadono già dagli alberi, come anche le foglie. È  tempo  di raccogliere ciò che si  era seminato.
L’uva ormai matura aspetta d’essere raccolta, poiché pronta per produrre dell’ottimo vino, e l’uomo, vivendo anch’egli il proprio autunno, si prepara con l’ormai acquisita saggezza, donatagli e dall’età, e dall’esperienza, a mettere nel cassetto i propri sogni che un tempo erano l’unica sua ragione di vita, per aiutare magari a realizzare quelli dei suoi figli, i quali rappresentano ora più che mai l’unico suo vero bastone della vecchiaia.
E anche l’autunno è ormai tramontato, la natura si assopisce, le giornate si accorciano sempre più, è l’inizio della stagione finale. Il gelido e tempestoso inverno, che,  con la candida e gelida sorella neve ricopre la terra omai stanca, accompagnandola nel suo  lungo e beato sonno, comincia sin da  adesso a fertilizzarla, mettendole i piccoli semi i quali, col passare dei mesi, produrranno nuovi frutti.
 Così l’ormai anziano e saggio nonnino, ricordando i bei tempi passati, aspetta sereno sorella morte corporale, mentre forse chissà, proprio di là, nell’altra stanza, una giovane donna sta dando alla luce una  nuova vita, un piccolo ma prezioso bocciolo, che segnerà la fine di un ciclo, di  una stagione, di un anno, e perché no, la fine di un’Era, per darne spazio ad un’altra, la quale, seppure con le medesime caratteristiche di quella appena trascorsa, è del tutto diversa nel modo di compiersi.
Perché, si sa, tutti nasciamo allo stesso modo, ma cambiano i tempi, gli usi, i costumi, così come cambia la vita di ciascun individuo ed il suo evolversi nel corso dei giorni, dei mesi, degli anni, e dei secoli avvenire, facendo di ogni essere, sia esso vegetale, animale, o umano, un essere speciale, raro, anzi no, unico. È proprio per questo penso che la vita andrebbe maggiormente valorizzata, apprezzata e rispettata, e questo credo sia una verità  che mette tutti d’accordo, dai credenti e non, dai naturalisti, dai poeti, scrittori, filosofi e gente comune.  
 

Vera Guidotto                                                                                                                                                                                                                                                               Randazzo 28/01/2004 

 

 

                                                                                                 LE BARRIERE DELL’AMORE.

 

LA TRAMA

Una ragazzina disabile, entrata  da poco  nel gruppo dell’Unitalsi per  evadere un po’ da quella  vita che tanto le  stava stretta, stretta  non perché non facesse una  vita normale, anzi, tutt’altro, ma stretta perché le  mancava un  amore da  vivere, cercando all’interno dell’associazione la forza di emergere, timida, chiusa in  sé, con un sorriso bello, raggiante, ma aimè finto.

Fiamma,  cosi si chiamava la ragazza, dopo una decina d’anni, è maturata parecchio raggiungendo un buon equilibrio psico-fisico, diventando finalmente spigliata e socievole, uscendo fuori anche il suo umorismo, insomma adesso Fiamma è forte, adesso sa o meglio, crede di aver capito come non farsi fregare da eventuali cotte.

 Passano 4 anni e conosce Angelo, un nuovo barelliere, il  ragazzo è un tipo attivo e dinamico, e si mostra disinvolto  con  lei, ma Fiamma prova nei suoi confronti un’immediata antipatia  a pelle, antipatia peraltro immotivata ed inspiegabile, antipatia molto forte, e lo ignora. Angelo da buon  barelliere, invece, la tratta normalmente, ignaro di questa  antipatia che la ragazza nutre  nei suoi confronti. I due giovani  facendo lo stesso cammino all’interno della sottosezione, frequentandosi per le attività unitalsiane, stanno spesso  a stretto contatto, lei inizia finalmente a sciogliersi  guardandolo con occhi diversi, non con amore, ma almeno abbassa la  guardia, iniziando a stimarlo sia come  volontario  che come  amico, cominciano pian piano a  comunicare ed a scherzare come si  fa tra amici, i  due sembrano  aver raggiunto una discreta  sintonia, ma dopo quattro anni o poco più, partecipando ad un ritiro fuori paese, chiaramente con la propria sottosezione, una sera si  trovano  a parlare di loro stessi, come mai avevano fatto.

DIALOGO REALE TRA  FIAMMA ED  ANGELO.

 Fiamma  per  rompere il ghiaccio dice: “Sai Angelo, poco fa, ripensando all’imminente carnevale, mi è venuto in mente che sarebbe  carino se  quest’anno ci inventassimo qualcosa di attuale” Angelo rispose: “Tipo? Dai dimmi!” Fiamma replica: “Dunque io pensavo alla sanità, pensa che bello, potremo mettere in risalto la  mala sanità, mizzica oh per fare un  lastra  dobbiamo  aspettare  sei mesi! È  assurdo! E per non parlare poi di come sono combinate le strutture  ospedaliere,  che le persone entrano  con qualche problemino ed ascono stecchiti,  ricordi  quella donna morta dopo essersi operata di appendicite, solo perché i medici  attenti come sono, avevano dimenticato una garza nello suo stomaco? È davvero  il colmo!” Angelo disse: “Si, ricordo quell’episodio, siamo proprio nelle mani di nessuno  ormai, anzi,  siamo nelle mani Dio!
Il tema sarebbe  ottimo, però sinceramente non so se un carro simile sarebbe tanto facile da realizzare con voi in carrozzina, ci  vorrebbe qualcosa di più semplice, capisci?” Fiamma  parla ancora: “Si in effetti  è un po’ complicato, va  beh dai fatti  venire un’idea tu, io la mia l’ho sparata! Qualcosa  ti verrà in mente di sicuro”, Angelo ribatte: “Ma si certo, qualcosa ci verrà in mente!  Ma dimmi, tu che stai facendo di bello  in  questo  periodo?” Fiamma una volta essersi rilassata, gli apre un po’ il suo cuore,  dicendo: “Io che faccio di bello? Purtroppo in questo periodo  spreco  il  mio tempo a chattare,  cercando nel  virtuale quello che non riesco a trovare nella vita reale, capisci?”dice un po’ imbarazzata. Angelo rispose: “Si ho capito”  non aggiungendo altro.

Fiamma, per  cambiare argomento dice: “Chiamiamo a Giada? Dai la stuzzichiamo un po’ che dici?” Il ragazzo rispose: “E va beh chiamiamoci a sta Giada!” Risponde Fiamma: “Che sei fino! Meno male  che è la tua ragazza, la galanteria non si chiama uomo!” Disse con un tono scherzoso e sorridendo, Angelo ribatte: “Le sto chiamando visto?” Fiamma rispose: “Bravo, così si fa” Angelo; “Pronto, ciao Giada, sono qui con  Fiamma e abbiamo  pensato  di chiamarti,o meglio Fiamma  ha pensato di chiamarti!” Giada dall’altra parte del telefono risponde: “Ci credo, se fosse stato per te, buonanotte! Ma come va lì?”Angelo le risponde facendo un po’il  buffone:”O ma qui va alla  grande! C’è un sacco  di gente, un  sacco di belle ragazze!”Mentre diceva ciò, fingeva di salutare e parlare con i passanti,”Ei  ciao, si, arrivo  subito” mentre continuava a parlare al cellulare con Giada, “Visto mi stanno aspettando” e continuò così per un po’. Fiamma divertita dalla pagliacciata  a cui stava assistendo,  disse a  voce alta,in modo che Giada sentisse, “Non credere a questo pagliaccio, non c’è un cane! Dai Angelo, passamela, fammela salutare,” tirandogli  il cellulare delle mani, continuo a parlare con l’amica: “Ohi Giada ciao, non credere  ad Angelo, vuole fare  il malandrino” Giada rispose: “Si, l’avevo capito” Fiamma replica: “Qui non c’è niente da pescare né per Angelo, né per me, per me poi! Che  ci deve essere? Figurati!” disse ridendo, rispose l’amica: “Uffa Fiamma, non fare la melodrammatica come al solito tuo, perché ti  chiudo il telefono in faccia, devi metterti in testa  che se è destino, anche  tu troverai l’amore” Fiamma risponde umoristicamente: “Io troverò i gelsi, altro che le more! Giada replico: ahah molto divertente! Che  spirito di patate  che hai! Comunque io sono sicura che lo troverai” Fiamma ribatte: “Se lo dici  tu! Io figurati, sono qui  che aspetto, ok Giada, adesso ti passo il  tuo boy friend a presto, ciao” Giada: “Ok Fiamma, però ti voglio su di morale, ok?” Fiamma rispose: “Ok, caso mai mi farò sollevare  da Angelo, che fra l’altro sto scivolando davvero! Aiutoooo! Disse con un  tono spaventato ma divertito e restituì subito il telefonino all’amico, il quale disse: “Scusa  Giada, devo chiudere, Fiamma sta  scivolando davvero!”  E chiuse aiutando Fiamma a  mettersi bene sulla sedia, Angelo: “Oplà! Ok?” Fiamma lo rassicurò, “Si, si, grazie, tutto a posto, stavo leggermente scivolando!” Replicò Angelo: “Guarda,  non l’aveva capito  nessuno! Ma proprio nessuno  sai?” La  ragazza disse: “Che vuoi, io faccio le cose alla luce del sole, anzi  no scusami,  al chiarore della luna!”  Il ragazzo  le  disse:  “Andiamo  va! Andiamo a berci  qualcosa” Lei disse: “Dai Angelo, non mi sono spaventata così  tanto!” Angelo le disse: “Mica ti porto al  bar  per questo! Non posso  offrirti qualcosa? Dai, il bar è qui” e si recarono al  bar li vicino, Angelo disse: “Io prendo una red bull”  Fiamma:”No, io vorrei qualcosa di dissetante, mi  basta un po’ d’acqua tonica” Angelo disse: “ok”e ordinò da bere.

Una volta arrivate le bibite, il ragazzo da buon barelliere porge  l’acqua tonica  a Fiamma, la  quale esclamò con voce carina: “Oh grazie  mio baldo cavaliere!” Angelo rispose con  altrettanta gentilezza: “Ma prego  signorina” e mentre consumavano le  bevande, parlano  ancora, Angelo dice: “Bene, adesso possiamo andare a letto” poi aggiunse  con tono malizioso ed a bassa voce: “Insieme intendo” Fiamma gli rispose, cercando di non scomporsi: “Si come no, così io vengo pugnalata e tu vieni difettato, penso  che ancora il gioiellino ti serva ancora!” Lui risponde: “E mica glielo dobbiamo dire” Fiamma replica:”Si, si, va beh!” Mentre diceva ciò, rideva, ma nella sua mente le balenò un pensiero galeotto: “Ma magari Dio qualcuno si decidesse! È che nessuno mi vede così, figurati tu!” Dopo questo pensiero, ritornò subito in sé, non perdendo il suo ormai noto autocontrollo e disse: “Torniamo  alla base?” Rispose Angelo: “Che c’è, hai sonno? Non è da te andare a letto presto” Fiamma rispose: “Si, hai ragione, è che stanotte non ho dormito bene” l’amico chiese: “Pensieri molesti?” La ragazza rispose sorridendo e grattandosi  la testa: “Già,  a  volte capita” Angelo: “Ok andiamo” e facendo ritorno si sedettero ancora un po’ a solito posto, chiacchierando ancora: Fiamma disse: “Giovanni  dov’è?” Angelo risponde con la sua voce squillante: Giovanni? Quello è da tre ore che dorme!” Risponde  lei: “Davvero? È a letto? Boh è troppo strano, da quando si è  sposato  è cambiato  troppo, prima  era allegro, vivace, ora è  apatico, quasi spento” Angelo rispose: “E si, è vero” Fiamma domandò ancora: “E  gli atri dove sono finiti? Paolo, Nino, Padre Samuele e Stefano?”  Angelo le rispose: “Beh, loro dovresti  immaginarlo, sono usciti, Giro Turistico!” La ragazza replicò: “Li  conosco i loro Giri  Turistici, a  quest’ora saranno a rimorchiare, che non lo so? I  cretini siamo noi che  siamo qua”  disse sorridendo.

FINE DIALOGO TRA FIAMMA ED ANGELO.

 

ENTRATA IN SCENA  DI UNA DAMA.

Bianca, una delle dame della loro sottosezione, rivolgendosi a Fiamma  con tono  normale: “Allora  signorina, che si  fa  ora?” Fiamma come  solo rare  volte faceva: “Si Bianca,  andiamo a  letto, stasera  non oppongo resistenza” e salutato  Angelo si ritirò in camera, dopo aver aiutato  la ragazza a coricarsi, Bianca  le disse: “Apposto? Ascolta, manco solo un minuto, vado a fare un peccatuccio” La ragazza rispose: “Sigaretta eh!” Bianca rispose: E già” Fiamma  disse sorridendo: “Vai tranquilla,  io sono  apposto”.

INIZIO CONSIDERAZIONI DI  FIAMMA

La ragazza si sente stranamente appagata, contenta, e prima di addormentarsi, ripercorre mentalmente  la serata  appena conclusasi, guardando la porta pensa: “E se venisse ora?  Magari! Si va beh, quello starà pensando a me, si, figuriamoci!” quando  ad un tratto si dice ad alta voce: “ E dai! Fiamma basta! Spegni il cervello adesso e dormi, su  basta pensare” e dopo un po’ si  addormentò.Il  giorno  seguente , dopo una breve permanenza  li, ritornarono tutti a casa.

INNAMORAMENTO  DI FIAMMA.

 Tornando a casa, la ragazza, ripensa  più volte a  quella  sera, ed  inizia a vedere Angelo con occhi ben diversi. Capisce molto bene di starsi innamorando per l’ennesima volta, ma  non lo accetta, facendo finta di nulla, si  comporta quindi normalmente, almeno così  fa apparire, ancora una  volta è costretta a camuffare i propri sentimenti,  facendo  di tutto per non far  trapelare nulla, la sua spontaneità è adesso molto verosimile, ma non è più reale.
La giovane donna, una  notte  fa un bellissimo sogno, praticamente il sogno più bello della sua vita,  sogno che avrebbe  voluto tanto vedere realizzato.
 In questo sogno succede la seguente:
IL SOGNO.

Angelo un giorno va a trovare Fiamma: “Salve signor Pappalardo, come sta?” Dice stringendo la mano del padre della Ragazza, il signor Michele lo saluta con piacere: “Ciao Angelo, bene grazie, cerchi mia figlia?” Angelo risponde: “Si, vorrei parlarle” il signor Pappalardo replica: “Beh, che aspetti? È in camera sua, vai pure” Angelo ringraziandolo va subito da Fiamma.  La ragazza, essendo al computer, appena lo sente chiude subito la chat  e  si mettono a parlare:  Angelo con molta disinvoltura: “ Ciao Fiamma, come stai?” Lei:  “Ehi ciao, chi  ti porta da queste parti?” Lui risponde: “ Scusa non posso venire a trovare un’amica?”E le siede accanto, lei con una voce triste, e accennando un sospiro, dice: “Già un’amica!”  Angelo ribatte: “Beh? Cos’è questo tono triste? Cos’era quel sospiro?” Mentre dice ciò, accenna una tenera carezza sul viso, lei cercando di non scomporsi, sdrammatizza: “Ma dai scemo! Niente! Mi è venuto così,  capita no?” Mentre lo dice, gli fa un bel sorriso, Angelo: “Ecco, così va già molto meglio,sei così bella quando sorridi” Fiamma: “Bella io? Ma dai non farmi ridere! Eheheh” Fiamma ride per  evitare d’arrossire, Angelo con tono spiritoso le dice: “Ehi ragazza che fai, ti prendi gioco di me? Non ti permettere sai!” Fiamma con la stessa  risata parla ancora: “No, scusa Angelo, non rido di te, non mi permetterei mai” dice con tono spiritoso e chiede: “E a Giada dove l’hai lasciata?” Angelo, risponde grattandosi la tasta: “Ti riferisci a Giada Giada?” Fiamma ribatte: “Si, Giada, ehi! Sveglia! Hai presente la tua ragazza? La mia migliore amica? Perché non è venuta con te? Mi avrebbe fatto piacere vederla” dice come se si volesse auto convincere di non amarlo, mettendo a tacere il suo cuore, ed il desiderio di digli tutto, Angelo le risponde a fatica ma con la voglia di confessarle che forse si è innamorato di lei, alzandosi in piedi, mettendosi dietro di lei, appoggiandole le mani sulle spalle in segno d’affetto, e tenta di  risponderle: “Vedi, io e Giada”…….. e sospende un attimo di parlare, e spostando un po’ lo sguardo sulla stampante, avvista qualcosa, un foglio, legge il titolo: “Il treno sbagliato” e dice: “E questa? Una nuova poesia?” Fiamma che si era dimenticata di averla stampata e si agita dicendo: “No, non è niente, lasciala perdere,non è  nulla davvero, poi aggiunge, non leggerla ti prego, non voglio!” Ma lui la legge comunque, la povera Fiamma disperata lo rimprovera: “Ma come osi ficcare il naso tra le mie cose?” Cercando di strappagliela dalle mani  senza riuscirci, Angelo continua a leggere, man mano che legge è sempre più felice, appena ebbe finito le siede nuovamente accanto  dicendo: “Fiammetta, ma allora tu mi ami?” Ma Fiamma risponde: “Ma piantala! Certo che no, dai, vai a fatti una doccia fredda e vai da Giada e non dire più queste cretinate!” Angelo le parla ancora: “Cara Fiamma, ho lasciato Giada” Fiamma lo interrompe bruscamente: “Cosa? Tu e Giada vi siete lasciati? Perché? Ma siete impazziti?” Angelo risponde: “Basta Fiamma, è giunta l’ora che ci togliamo queste stupidissime maschere, io ti amo, si. Ti amo, a Giada l’ho amata, ma non è lei la donna della mia vita,il mio posto è con te mio vero amore” Fiamma risponde agitata, emozionata, confusa: “No no caro mio, tu non mi prendi in giro, no, troppe volte mi sono innamorata di un sogno,no, non mi farò ferire da te! Ma poi, io  che vita potrei offrirti! Cosa diranno gli altri? Mio Dio, poi c’è Giada, la mia migliore amica! Sei pazzo! Angelo oh! Torna in te!” Angelo risponde: “Hai finito di sparare minchiate? Ora ascoltami bene, non voglio illuderti né farti del male, non chiedimi come caspita sia successo perché non lo so,forse quella sera o poco dopo,non lo so, so solo che mi sono innamorato come un baccalà di te, io vedo te,il tuo cuore i tuoi occhi, non mi interessa dei giudizi o pregiudizi degli altri, chi ci capirà bene chi ci volterà le spalle peggio per loro, io non vedo la tua sedia,ma è te che vedo” Fiamma lo guarda in lacrime e dice: “Brutto stronzo, mi ami davvero, davvero?” Angelo se l’abbraccia tutta e dice: “Si, questo stronzo ti ama davvero, ma dimmi, con i tuoi genitori come siamo messi?” Fiamma risponde con gioia: “Angelo, ti amo anch’io, è una vita che ti aspetto, ti amo, ti amo,non lasciarmi mai,dovremo lottare  contro tutti, ma non contro i miei genitori, loro saranno più felici di noi, sempre se questo è possibile!” Angelo parla ancora: “Hai visto che non siamo soli?” Accarezzandole ancora il viso con amore, ed aggiunge ancora: “Ce la faremo vedrai!” mentre sono abbracciati, arriva la signora Eleonora, madre di Fiamma, e appena li vede, sussulta di gioia esclamando: “Ragazzi miei! Non mi dite che voi?” non riuscendo a finire la frase per la forte commozione. Fiamma esclama felice: “Mamma, si, è proprio come pensi, è un miracolo, il mio Angelo mi ama, adesso si, che sono davvero felice, non so dirvi quanto!” La madre corre subito ad abbracciarseli, dicendo: “Ragazzi siate felici! Che Dio  vi benedica, sempre!”

FINE DEL  SOGNO.
 Fiamma una volta svegliatasi, ancora una volta nella sua realtà, pianse per l’ennesima volta lacrime amare, non riuscendo  a trattenersi e  dopo essersi sistema  un po’  aspettò  di essere sola per scrivere una lettera ad Angelo, lettera che non avrebbe avuto il  coraggio di spedire, o forse  chissà, avrebbe  voluto essere scoperta, anche indirettamente,  solo da  lui però.

LETTERA PER  ANGELO.
Carissimo Angelo, scrivere queste righe mi fa male, molto male, è successo ancora, mi sono innamorata, e di chi poi! Proprio dell’unico uomo che non posso avere, non dovrebbe essere  una novità per me, ho passato tutta la vita ad innamorarmi di ragazzi che non mi hanno considerata nemmeno una donna, ma per lo meno però erano dei cretini e soprattutto non erano fidanzati con la mia migliore amica, si, hai capito bene, mi sono innamorata di te.

 Stavo così  bene prima! Si, ho sempre cercato e desiderato l’amore, ma non ero mai scesa così in basso, innamorarmi del ragazzo della mia migliore amica, o mio Dio no! Questo no! Ho mentito a tutti, a te, a Giada, a tutti, ma come sempre ho provato, e credimi mi sono impegnata molto, ho mentito soprattutto a me stessa, ancora una volta volevo auto convincermi di non amarti, ma adesso non ce la faccio più, io ti amo, ti amo! Se solo tu fossi fidanzato con una qualunque  altra, troverei il  coraggio di dirti che ti amo, ma così no, no potrei mai, o meglio se tu mi avresti dato anche solo un segno, troverei il coraggio di dichiararmi, e la cosa peggiore è proprio questa, cioè se tu per assurdo mi amassi, tra il tuo amore e l’amicizia di Giada, sceglierei purtroppo il tuo amore, dico purtroppo perché in genere gli uomini passano, gli amori vanno e vengono  mentre le vere amicizie restano  e questo è vero, ma se io rinunciassi all’amore se pur per una bella e sincera amicizia, rischierei forse di buttar via l’unica occasione d’essere felice, ecco perché non avrei dubbi a scegliere te, ma visto come stanno le cose,  l’unica cosa che voglio fare adesso, è cancellare questo mio sentimento per te, peraltro nato davvero dal nulla, non so  nemmeno io perché proprio tu, infondo non abbiamo mai avuto nulla in comune a parte il  nostro umorismo, quindi perché tu? Perché CASPITA TI AMO? Credimi,  non lo capisco, forse il mio cuore, dopo tanti anni di buona condotta, si è stancato di fare il bravo bambino mettendosi a  fare lo scemo con l’uomo sbagliato, e sai qual è il colmo? È che tu all’inizio mi eri addirittura antipatico, certo che la vita è proprio strana eh! Infondo l’amore è un sentimento  del  tutto irrazionale e così è successo di nuovo,  ma ora basta! Devo assolutamente dimenticarti, con la speranza che la prossima volta che mi innamorerò sarà per lo meno per  un uomo libero, anche se dubito  che mi capiterà l’uomo giusto.
Ciao carissimo Angelo, amare significa anche lasciare liberi, lasciare andare via le  persone che più amiamo, io ti  amo, ma devo lasciarti spiccare il volo, ti prego, sii felice con la  tua Giada, è  la donna giusta per te,  ma se per caso un giorno dovessi avere  dei dubbi, o per un motivo o per un  altro, non ti dovesse rendere felice, ti prego, cercami, vieni da me,  io sono qui. Non posso darti nulla ma il mio amore si. Tua Fiamma.

PS

Scusa se Ti Amo!

Finito di  scrivere, la  ragazza ormai sfinita e demoralizzata,  ancora  con le lacrime agli occhi, tenendo stretta in mano la  lettera, si appoggiò  sulla scrivania e si addormentò.

ENTRATA  DI  UNO STRANO PERSONAGGIO.

            Mentre  Fiamma  prova a riposare,  ecco che  dal  nulla spunta un’anziana signora, dall’aspetto simpatico e  buono, stende con dolcezza la propria mano sul capo di Fiamma,  dicendo: “Povera piccola mia, un’altra volta il cuore a pezzi!” Poi rivolgendosi al  pubblico disse: “Oh scusate, non mi sono presentata! Sono  Giuseppina, la nonna  di Fiamma, il Signore ad  un certo punto mi ha chiamata a sé, ma non spaventatevi vi prego, non sono un comune fantasma, sono solo la nonna di Fiamma e ho chiesto al Nostro Signore un permesso speciale per dirvi la mia su questa storia.

 Non voglio imporvi nulla, il Signore ci ha lasciati liberi di vivere la nostra vita come meglio crediamo, ed è giusto così, ma se posso esprimere la mia  opinione, vorrei dire che i disabili sono persone  come voi e come me, il fatto che non camminino non significa che non debbano innamorasi, o non debbano vivere i propri sentimenti, c’è  purtroppo ancora troppa ignoranza su questo tema. Questa volta  mia nipote si  è davvero  innamorata dell’uomo sbagliato come ha detto lei, la  definizione di “sbagliato”  Fiamma la usa perché il suo Angelo è un ragazzo già fidanzato e si sente in colpa nei  confronti dell’amica, si ma tutte le altre volte che si è innamorata perché non è stata  ricambiata? È lei a sbagliare o siamo noi, che non consideriamo il disabile  una persona  “normale”, non capace d’amare in  tutti i sensi?

E poi, è inutile che stiamo qui a raccontarci favole, perché se questo Angelo non fosse stato fidanzato, purtroppo non sarebbe cambiato niente, perché è la mentalità ad essere totalmente sbagliata, io non credo che nessuno abbia mai trovato Fiamma carina o simpatica, allora è la sedia a rotelle che rende tutti impotenti in quel senso? In paradiso mi sono aggiornata sapete? E vi parlo come una giovane affinché voi mi capiate,  visto  che italiano! Però voglio che capiate la morale della favola, anzi no, facciamo così, io vi dico la mia versione, poi chiaramente ciascuno di voi, secondo coscienza, scavando nel proprio cuore, trae la propria morale, ok?

Allora, secondo me, nel mondo esistono davvero questi due personaggi, esiste una Fiamma ed un Angelo,con nomi e storie diversi è chiaro, anche invertendo i sessi e le condizioni, quindi se qualcuno di voi si dovesse in qualche modo specchiare in questa situazione, anziché scappare, rifiutare la situazione, l’affronti con normalità, con più tranquillità, mi spiego meglio: Se tra di voi si cela un Angelo, che poi si può chiamare: Topolino, Paperino, Qui, o Quo o Qua, e dovesse scoprire grazie a questa storia che nella propria vita, ci potrebbe essere una Fiamma, la quale si potrebbe chiamare: Minni, Paperina o  che so magari Headi o Clara, per favore non esiti a  cercarla, non esiti a parlarle, non esiti cioè a scoprirla, insomma Vivetela, e chissà se è proprio quella  la persona della vostra vita, perché escluderlo a priori? Insomma ragazzi miei, io voglio che il finale di questa storia siate voi a scriverlo, fate conto che la storia non sia finita, manca il finale, o meglio la storia è in stallo, avete due possibilità: O farla finire così, come purtroppo fanno la maggior parte delle persone, oppure uscire dal branco e decidere un finale diverso, mettete voi i lieto fine, e si ragazzi miei,adesso dipende tutto da  voi e chissà se un giorno la mia Fiamma non  troverà il suo Angelo, chiunque egli sia, purché l’ami, altrimenti, lo vedete questo bastone,  vero?” Mentre diceva ciò, alzava il  suo bastone in segno di  dolce minaccia e replicò: “Afferrato il  concetto,  vero?” E girandosi ancora una volta verso la nipote  dormiente, le sussurrò: “Dici che hanno capito? I maschi  sono un po’ di  coccio ti avverto, io ci ho provato, speriamo bene!” E dandole un bacio le sussurrò ancora: “Ti voglio bene piccola  mia, non ti abbattere ok?” e dandole  una pacca nella spalla, scomparve nel nulla.   THE END.

   Vera Guidotto                                                                                                                                                                                                                                           Randazzo lì 29/11/2009                                            

 

                                                                                           PUOI NON CREDERCI…. PERÒ  FA RIDERE  !!!!!!

 

            In un bel castello enorme, lussuoso e sfarzoso, vi regnava un Re molto autoritario, avaro e potente, il quale  amava solo divertirsi, giocare sia d’azzardo, ove poteva sperperare come meglio credeva il suo denaro, e sia inventare giochi popolari anche a costo di mettere a repentaglio la vita dei suoi sudditi, inoltre amava fare delle bellissime feste, grandissime abbuffate con cibi prelibati e  vini doc, circondandosi sempre di belle donne, ordinando loro di stare sempre con lui e compiacerlo, ma stranamente ogni sera era sempre triste, anzi, più feste, svaghi e giochi si  concedeva e più era giù di corda e non si spiegava il perché.

      Un bel giorno dal nulla gli comparve uno ometto, grasso ma variopinto ed allegro, il quale giocava solo con piccoli, anzi piccolissimi pezzettini di carta colorata, cantando canzoni popolari ed allegre, fece tante feste che il Re, in una risata scoppiò, “ Ma chi sei? Il re domandò, rispose l’omino, “Carnevale e chi se no!” l’omino disse “ Maestà, mi concede l‘onore di comporre una canzone insieme? Il Re rispose “ Ma io suonar non so, come farò?” Replica l’omino “ Io un’idea ce l’ho!”  il Re “ O sentiamo”! L’omino risponde “Ok inizio io, sua maestà mi venga dietro, proviamo?” “Ok” replicò il Re.
L’omino iniziò a cantare così “ Evviva carnevale che viene e va, a tutti porta felicità,”  il Re dopo averci pensato un pò iniziò a canticchiare così “ Evviva carnevale che per un pò i musi lunghi si porta via,” l’omino compiaciuto continuò,  “Coriandoli, costumi ed allegria, ed è subito festa si fa,” a questo punto il Re ci prese gusto e si scatenò così “ E per chi ancora triste ti sembrerà, tu questa storia puoi raccontar; una volta tanti anni fa, c’era un Re che non rideva mai, era sempre triste così, non sapeva proprio perché, un bel giorno gli capitò per caso, un ometto grasso così” disse indicandolo con una pacca affettuosa continuando in questo modo “ Fece tante feste che il Re, in un tratto, in una risata scoppiò, ma chi sei il Re domandò, carnevale e chi se no!” i due conclusero la loro performance dandosi un  bel cinque, dicendo in coro “ olle!
        

                                                                                                                                     LA  FORZA  DELL’AMICIZIA.. 

 

Era una fredda giornata di dicembre, fredda dal punto di vista atmosferico, ma calda nei cuori dalla gente, in particolare nella  comunità degli “Amici Per Sempre” nella quale, in attesa del Santo Natale, arano tutti felicemente impegnati a fare chi il bel presepe, chi l’albero di Natale.

Tuttavia c’era una ragazza tanto bella quanto triste, che se ne stava con il suo amichetto del cuore, Laura disse “ sai Fabio, sono davvero felice di avere un amico come te, con te mi sento serena” Fabio risponde,” Per me è la stessa cosa, sei una cara amica” Laura sedendosi, fece un gran sospiro angosciato, Fabio le chiese “perché sei triste? Cos’hai?” Laura rispose, “Ieri ci sono rimasta male quando ti ho visto parlare e scherzare con Angela, le vuoi bene?” Fabio “Si certo, le voglio bene, ma perché?” Laura chiese ancora, “ Ma a chi vuoi più bene a me o a lei?” Fabio replica, “ Dai, che centra? Siete tutti e due amiche mie” Risponde Laura un po’ arrabbiata, “ No! Non è vero! Tu con lei ti diverti di più! Quindi vai da lei!” dicendo queste parole, si alzo di botto e corse via in lacrime, Fabio nel tentativo di fermarla corse verso di lei dicendo, “ Dai fermati! Non fare così! Siamo amici no?” malgrado le parole di Fabio, Laura presa dalla tristezza non volle sentire ragione e si nascose in un angolino rannicchiata continuando a piangere. 
Dopo un po’ di tempo, venne Luca, il responsabile dalla comunità, vestito da Babbo Natale, con tanti regali per tutti, esclamando “Ehi bambini! Guardate un po’ chi c’è! E quanti regali! Guardate, prendete su e ve li distribuite  con calma, siete contenti?” Tutti i bambini esclamarono in coro “ Siiii grazie Luca!!” finiti gli schiamazzi, Luca sentì che qualcuno piangeva, ed andò a vedere, disse stupito “ Laura! Piccola mia! E tu? Cosa fai tutta sola soletta qui? Ed accarezzandole dolcemente la testa replicò “Allora? Perché nascondi i tuoi bei occhioni? Guardami, ti va di parlare un po’ con me?” Laura rispose singhiozzando “ Si, sono una stupita, credevo che Fabio mi volesse bene, ed invece no, vuole più bene ad Angela non a me” Luca le parla ancora “ Laura? Tu sai quanto è grande il nostro cuore?” Laura rispose “No, quanto è grande?” Luca le risponde, “ I medici dicono che sia grande quanto un pugno, ma  io invece penso che sia infinito come l’azzurro cielo, che copre ampiamente le nostre teste, così come è immenso ed infinito l’amore di chi lo ha creato cioè Dio, quindi il cuore di Fabio è abbastanza grande da contenere amore ed affetto per tutti noi, capito piccola mia? Su corri da lui e  fate pace, ti starà aspettando con ansia” Laura disse felice “ Ok vado subito da Fabio a chiedergli scusa, tu pensi mi perdonerà?” Lui rispose “ Ma certo! Ha il cuore grande ricordi?” Laura esclamò “ Già vero!” e si precipitò subito da Fabio, il quale la stava aspettando, Laura “ Fabio! Fabio! Dove sei? Fabio le venne subito incontro dicendo “Laura! Finalmente! Mi hai fatto preoccupare!” Laura disse “scusami, prima  non capivo, ora so  che mi vuoi bene, perdonami”, detto ciò, i due ragazzi si abbracciarono in segno di pace, scambiandosi gli auguri di Buon Natale.
Vera Guidotto

                                                                                                                                                                                                                                         Randazzo lì 26/11/2004
POESIE

AMORE SEMPRE SOFFOCATO

Solo come sempre è il mio cuore

che  vorrebbe soltanto un po’

di comprensione ed un po’d’amore,

sola in questo momento

io mi  sento

quando nessuno sembra capire

il mio reale sentimento,

tutti azzardano ottime ipotesi,

ma nessuno osa andare

mai del problema infondo,

o perché per troppi molto scomodo

o sono io  che camuffo sempre

tutto così maledettamente bene,

infatti, mentre la mia mente e la bocca sua

imbattibile complice tutto camuffa,

il cuore siccome povero

scemo non sa mentire

 e irrimediabilmente

amareggiato, soffre  e sbuffa.

Quando finirà questo continuo

tiro e molla morale e sentimentale?

E mi ritrovo sempre qui,

davanti al PC,

a confidagli i segreti

più intimi del mio

cuore

che parlano con

voce silenziosa

e strozzata d’amore,

un amore che nessuno vuole,

nessuno ricambia,

mai nessuno che

legga il mio dolore

e lo conforti anche

solo con un dolce bacio,

o con la tenerezza

di una carezza,

una carezza piccola

che parli però

d’amore,

amore lungo o

breve che sia,

che riscaldi e

faccia vivere

anche solo per

un attimo l’anima mia.

Voglio solo vivere ed amare

e non soltanto sognare o

ad occhi aperti fantasticare,

cosa diavolo c’è di così

sbagliato in questo?

Mai che becchi quello giusto!

Cos’è  che  non va in me?

La mia sedia?

Il mo handicap

È così terribile?

Il mio aspetto

è così orribile?

È una vita che:

m’innamoro,

camuffo

e quel benedetto

o maledetto momento

aspetto!

Possibile che nessuno mi veda?

Sono tutti sordi e ciechi

o con me tutti fanno finta?

Finta di non vedere,

finta di non capire,

di non sapere cosa

c’è nel mio cuore

fanno tutti finta?

E mi chiedo sempre, ma perché?

Aspettando una risposta

che mai c’è.

Qualcuno può dire:

“molto bella ed ottimista è

questa poesia”!

Nulla  ci posso far,

è ciò che sente

l’anima mia

che più non trova

l’ormai smarrita

diretta via.

Randazzo lì 9/07/2008

********************************

IL TRENO SBAGLIATO.

A chi potrò mai confessare

i segreti del mio cuore,

sempre così voglioso

di cotanto amore?

Perché ancora

una volta

sono così

smaniosa,

triste ed

ansiosa?

Ancora una

volta ho  

sbagliato

il treno,

ne ho preso

uno pericoloso

per me,

esso è infatti

un bel

treno,

ma è già

pieno,

non c’è dunque

posto per me,

per questo il

 treno giusto non è.

Ma perché devo

voler salire

sempre sul vagone sbagliato?

Perché desidero giacere

su una cuccetta già occupata,

da tempo prenotata?

È sempre così,

la solita storia,

che si ripete in modo

 continuo,

insistentemente,

freneticamente,

ma davvero

involontariamente,

senza con la ragione volerlo,

ma ahimè col cuore desiderarlo.

È forse il mio cuore sbagliato?

Il mio pensiero malato?

Perché non prendo mai

il giusto treno?

Scrivo così frasi

senza senso,

parole buttati al vento,

che porta con se via

non svelando mai a

quel qualcuno

cosa realmente sento,

ma spero per lo meno

servono ad alleggerire

 un pò l’anima mia,

sperando che il

pensiero ritrovi

presto la retta via.

Perché deve sempre

esserci questo conflitto

tra mente e cuore,

tra ragione ed amore?

Se solo nel mio

cammino

incrociarsi

per caso

il treno giusto,

allora si che

potrei assaporare

la vita con più gusto.

Da tempo mi chiedo ormai:

“una cuccetta

libera

la troverò mai?

Una cuccetta

che di nessuno sia,

ma solo mia”?

Randazzo lì 30/10/2007

APATIA

Stasera mi sento apatica,

tanto da apparire

scorbutica ed antipatica.

Voglio dunque essere

   con tutti voi del  tutto  franca,

di ogni cosa  sono troppo stanca,

stanca di tutto e di niente.

Stanco è il mio

 povero cuore,

di aspettare

il grande amore.

Stanca è la  mia mente

di troppo sognare

per poi ottenere il niente.

Ho voglia dunque di una

 bella novità,

che mi regali,

non dico la felicità,

ma quanto meno

 un pò di gioia

e  di serenità.

L’apatia è per me

un abito stretto da

infilare,

scomodo

da indossare.

Essere apatica non è da me,

ma l’apatia di colpo mi ha preso

e non capisco il perché,

la vivo infatti come un peso.

Ho voglia di cambiare,

ho voglia di ricevere

una lieta novella,

purché non sia un bluff,

purché non sia

 la solita caramella,

ma voglio la verità,

una verità che per una

volta nella vita,

non sia brutta ma bella.

Randazzo lì 11/03/2006

********************************

DONACI LA VERA LUCE

Grande Papa,

che ti sei fatto piccolo

per noi,

per meglio parlare ai nostri cuori

sordi dal grande frastuono

che è la vita.

Tu che hai dato luce

alle nostre misere menti,

troppo cieche per vedere

accanto  a noi il bene,

troppo occupate

a pianificare il male,

rimanendo così,

soli,

in compagnia solo

del nostro niente.

Sordi sono i cuori

e cieca è la mente.

 Si è vero,

spesso  vediamo

tutto nero,

non trovando la

vera luce,

quella luce

nascosta dentro

di noi,

quella piccola,

ma preziosa

lampadina che

si chiama Pace.

Generoso Papa,

ancora oggi mito

per i giovani,

è dunque ora di

donarci un

nuovo cuore,

che serva solo a

dare all’umanità

un sincero e disinteressato

amore,

si,

è di questo che c’è bisogno  ora,

di fare un’autentica fraternità,

che non  si fermi  in questo

preciso istante,

bensì duri per l’eternità.

Randazzo  lì 08/07/2006

********************************

LA  VITA È.

La vita è, così bella, quasi come

fosse  una piccola stella,

vista di notte, come se

ti augurasse una serena

buonanotte.

La vita è, come una dolce sinfonia,

da ascoltare con allegria, ed in

piacevole  compagnia.

La vita può essere davvero molto bella,

se al tuo fianco hai un’amica

che ti sta vicino proprio come  una sorella.

La vita è davvero  meravigliosa, se

 un ragazzo ti regala una rosa e ti

chiede così di diventare sua sposa.

La vita il più delle volte è complicata

se, quando meno te lo aspetti,

 ti arriva una terribile stangata,

ma basta prenderla con molta filosofia

per trasformarla in una dolce poesia,

anche se di filosofia ce ne vuole

proprio tanta,

non so neppure io quanta.

La vita è così imprevedibile

che non fai in tempo a

dire “Ma dai, è incredibile!”

perché forse non sai che

nulla, davanti a Dio. è

impossibile.

La vita è ricca di sentimenti

confusi e contrastanti,

capaci di fare a pugni

con i nostri cuori

e con le nostre menti,

un pò come guardare

cani e gatti

sopra i tetti,

giocare e litigare.

La vita sembra essere solo

 un buffo gioco,

un gioco di parole che

a volte fa ridere,

ed invece a volte ferisce come pallottole

 uscite dalle pistole,

ma se sono dette

con dolcezza ed amore,

 hanno un altro sapore,

 ed un inestimabile valore,

poiché dette con il giusto tatto

e calore arrivano dritto al

cuore.

La vita non è come un romantico

film in bianco e  

nero,

da guardare così,

a cuor

leggero,

 nella vita è purtroppo tutto

 vero,

 da prendere molto sul

serio.

La vita è sentire una forte nostalgia

che può trasformarsi in malinconia

se ti manca una, a te  

gradita ed importante compagnia,

sentire la mancanza per una cosa o di

una persona che non hai più,

 ed è per questo che molto spesso,

o quasi sempre,

 ti senti così giù,

e delle volte talmente giù ti senti,

che per andare avanti

devi stringere forte i denti

e nascondere così i tuoi

reali e più profondi sentimenti.

Come avete capito,

 la vita è un continuo minestrone,

fatto di cose brutte e di altre buone,

che bisogna sapere

sempre assaporare

con gusto,

anche se molte volte esclamiamo

 “Uffa, questo non è

affatto giusto!”

Randazzo lì 14/11/2005

 

IL MIO CIAO

Ma com’è questa caspita di vita?

Sempre così confusa e cattiva,

altrochè  armoniosa e saporita

come la buona pizza margherita.

Che razza di vita è questa?

Di sicuro non molto giusta,

anzi molto, ma molto guasta.

Non è mai come nelle belle canzoni,

ognuna delle quali capaci di regalarti

le più diverse e dolci emozioni.

Siamo tutti dei cuccioli d’uomo,

non facciamo in tempo a nascere,

ad assaporare le gioie della vita,

che un giorno esaliamo il nostro

 ultimo respiro,

e per chi resta?

Solo un grande vuoto nel cuore ed

un grande cerchio alla testa,

ad un tratto

sparisce la voglia di far festa,

e per cosa poi?

Se  non hai più ciò che vuoi,

se la persona amata

per sempre se ne è andata,

tuttavia so che non mi

ha abbandonata.

La dolce voce di mia

 zia più non udirò,

le sue parole,

i suoi saluti

non toccheranno più

le mie orecchie,

ma chiudendo gli occhi,

nel silenzio del mio cuore,

sono certa che la rivedrò.

Ciao cara zia,

adesso riposa in pace,

tanto lo sai,

tu vivrai per sempre

nell’anima mia,

che non ti lascerà

mai andar via.

È vero,

il tempo cancella ogni cosa,

ogni ferita,

ogni dolore,

ma una cosa resterà

sempre intatta nel

mio cuore,

tu,

la tua dolcezza

ed il tuo amore.

È proprio per tale

 motivo che, con

questa mia poesia,

desidero

dirti ancora

una volta,

“Ciao cara zia”.

Randazzo lì 11/06/2007

********************************

L’ANIMA IN GABBIA

Ho come l’anima in gabbia,

come se dentro me

ci fosse un fritto misto:

ansia, angoscia, tristezza e rabbia.

Provo un tal nodo in gola,

tanto da soffocare.

Il mio spirito per

adesso è a terra,

infatti più non vola,

senza saperne i perché.

Mi sembra quasi d’essere

 una candela spenta, che

luce più non fa,

è come se l’anima  mia

 più gioia non ha,

poiché a stare accesa stenta,

non trovando il giusto

tepore  che

riscaldi ogni

cuore.

È penoso per me

dire tutto ciò,

ma è proprio questo

che per il momento

 nel cuore ho.

Mi chiedo se sia il caso

di esprimere tal

mio sentimento,

forse  mi sto solo rendendo

ridicola con questa poesia,

ma non ho altri modi

per dar voce

a ciò che sente

in questo momento

l’anima mia.

Randazzo lì 08/10/2006

********************************

SANTA VERGINE

O Santa Vergine,

Tu che sei stata                                  

di San Giuseppe                       

devota sposa,

Tu che consideri ogni

persona preziosa,                                        

Tu che sei                                                

Madre amabile e

generosa,                                        

Madre gioiosa e                                        

nel medesimo                                            

tempo inconsolabile.

Tu che pronunciando

quel Si,

ti sei fatta piena di grazia

poiché portatrice

 di un infinito  amore,

capace  di consolare

e sanare ogni cuore

afflitto dal più

terribile  dolore.

Dona all’umanità

Pace e Serenità.

Fai dunque in

 modo che

nel mondo ci sia

una sana allegria,

e si  faccia fra gli

uomini più fraternità,

unica vera strada

per andare incontro

ad una più vera

ed autentica felicità.

O Santa Vergine,

Tu che accogliesti

 nel tuo grembo immacolato

una piccola  ma

 grande creatura,

mille volte più grande,

forte e  benigna

della stessa natura,

una piccola  vita

che sapevi già non

 appartenerti del tutto,

poiché generata da te,

ma di un altro amore infinito

 e cosmico era frutto,

creatura che sarebbe

presto tornata alla casa

del Padre,

voglia tu vegliare su tutti

coloro  che prematuramente

lasciano la vita terrena,

fai in modo che la loro

anima sia davvero serena,

fai in modo che per loro non cali  mai la sera,

e se calar deve,

per lo meno,

fai  che non  sia  troppo  buia o nera.

Randazzo lì 11/07/2006

********************************

NATALE È GIÀ PASSATO

Natale è già passato,

 il bambinello è gia nato,

è caduta fiocco a fiocco,

 lieve, lieve

la candida neve.

  Il vecchio anno se ne è andato,

 con esso speriamo anche

 tutte le avversità,

ed un nuovo anno è già arrivato,

portando a tutti un pò di Gioia,

Amore e Bontà,

così che l’umanità,

più felice e serena sarà.

Buone Feste a te e famiglia,

che la befana vi porti

 solo stupore e meraviglia.

Randazzo lì 28/12/03

 

 

CARO CUORE.

Caro cuore, è a te che sono rivolte queste

mie parole, non continuare a battere più

così senza freno, anche se sei così

d’amore pieno,

cessa una buona volta,

dai! Ti prego!

Tu vuoi amare, amare sul serio,

ma sai che non puoi, non davvero, il perché non

si sa è ancora un mistero.

Basta, basta, finisci di sognare, è venuto

invece il tempo di dimenticare,

dimentica lui, l’amore e tutto il resto,

perché forse per te è ancora troppo

presto,sperando però che il vero

ostacolo alla tua

felicità sia soltanto questo.

 

 

 

“CUORE RIBELLE”

Oh caro cuore, che ti ribelli e ti agiti continuamente
 con tanta furia dentro il petto,
per il tuo stato di non amore,
per un destino a te avverso,
per qualche privilegio a te mancato
e per un muro non abbattibile,
che non vuoi,
né sai accettare più
e né tanto meno
ignorare come facevi da bambina,
quando,ancora ignara d’ogni cosa,
e priva d’ogni piccola pena,
eri entusiasta e felice per un nulla.

Oh cuore indomabile,
che scalpiti senza un attimo di tregua
 nel mio petto,
come un giovane puledro irrequieto
 che non esita a correre
 dopo averlo fatto già,
poiché spinto dalla vita.
Si, quella stessa vita
che spinge ognuno di noi,
nonostante gli ostacoli,
ad amarci liberamente l’un l’altro,
senza più catene,
né impedimenti,
e né barriere interne.

Come uno scrigno a sorpresa sei tu
oh giovane cuore ribelle,
che custodisci dentro,
tanta forza,
tanta energia e soprattutto.
tanto amore,
che vorresti poter sprigionare un giorno,
donandoli magari a chi come te,
sta aspettando una nuova
possibilità,
con quello stato di umile solitudine
che solo un vero innamorato ha,
in attesa di una nuova occasione
che cambi definitivamente
la tua vita,
facendo di te una vera donna
felice e appagata,
ma sai purtroppo che
qualcosa non finirà mai di impedirtelo,
un qualcosa di misterioso,
di non bene definibile,
di non spiegabile,
un misto cioè di stupide paure
e di sciocche idee,
appena impercettibili per i più,
ma irrimediabilmente in corso,
che cerchi tuttavia di combattere sperando
in qualche modo di vincerle.

Ed ecco in te,
un putiferio di idee strane ronzare
sempre più insistentemente
nella tua mente,
che riesci a mala pena
a dominare
con il lume della ragione,
contro la moltitudine
di sensazioni che senza
sentir ragioni,
sovrastano come signori,
quel tuo cuore
così stanco e inerme.      

   Questa poesia è una delle poesie dal contenuto abbastanza forte, scritta nella primavera del 1995,

“ESSERE AMICI”

Un amico è raro averlo,

è quasi come trovare un bel fiore

con un fragrante profumo e d’un

delicato colore, in una tundra

ghiacciata completamente

disabitata.

O come intravedere in un deserto

arido e secco,

quasi come in un miraggio,

una sorgente,

sgorgante dell’acqua viva,

fresca e pura.

Trovare oggi un vero amico

è dunque un’impresa ardua,

sennonché il più delle volte

impossibile,

ma solo chi l’ha trovato,

lo ha assaporato e soprattutto

chi ha saputo accettarlo

per quello che è,

con molta dolcezza

e umiltà d’animo,

sa spiegare cosa sia

effettivamente un amico,

un vero amico.

Solo chi ha vissuto

una sincera amicizia

cercando veramente

di dare tutto quello può,

senza mai aspettarsi nulla in cambio,

sa dire cosa significhi essere

un vero amico

per qualcuno.  

Vera Guidotto

Randazzo lì 1994

 

“LA BELLA SIGNORA”

 

C’è una bella signora

di un bianco  candido,

come è candido il velo

d’una sposina sul punto di

emettere il suo si decisivo,

che unirà per sempre la

propria esistenza,

il proprio destino,

il proprio presente,

passato e futuro all’amato,

col cuore pieno di gioia e

di bontà.

Puro e semplice

come la bianca neve che

col suo manto bianco

spazza via tutte le impurità

del mondo e ridona all’uomo

la sua vera ed originaria

identità di essere umano

con l’animo colmo di bontà

e d’amore.

“L’AMORE”

     L’Amore è come un dolce fiore,

che nasce infondo al cuore, e

se non lo innaffi muore.

Nulla ci puoi far, viverlo

con dignità, perché esso

non è affatto da ignorar

e tanto meno da gettar

via come se nulla sia,

ma merita lo stesso

un sacco, un sacco

d’affetto.

Scritta nel 90

 

                                                                                         “NÈ DONNA NÉ BAMBINA”

Tale poesia, scritta sul finire del 1993, è un componimento poetico un po’ più complesso rispetto alle precedenti, poesie, quali: “L’Amore”, “Un Amico”, “La felicità” e “La leggiadra fanciulletta”, in quanto come si può notare già da una prima lettura, il tema comincia a cambiare.
Io stessa mi sto accorgendo di stare cambiando, ed è un cambiamento non solo fisico, ma psichico il mio, è come se in me, ci fossero all’improvviso due cuori, due modi di essere, di voler essere, due volontà diverse fortemente in contrasto tra loro insomma: quella della bambina che cerca di aggrapparsi con tutta se stessa al desiderio di rimanere sempre tale, perché la sua infanzia è stata una delle più felici e spensierata che potesse mai desiderare, in quanto, come bambina aveva avuto tutto l’amore, il calore e il grande affetto che nutrivano non solo i suoi parenti, che questo nel corso degli anni non è cambiato, anzi, ma anche quello della maestra e dei compagni della scuola elementare, che l’hanno accolta con immenso affetto e serenità.
Quello era il suo mondo incantato, aveva legato talmente tanto con loro, che puntualmente ogni anno, arrivati all’ultimo giorno di scuola, lei scoppiava a piangere, contrariamente a tutti gli altri bambini, che ovviamente non vedevano l’ora che finisse la scuola per poter giocare in pace, ma per quella bambina, quando arrivava quel momento era come se le togliessero qualcosa di veramente grande a cui non voleva, non poteva rinunciare  assolutamente, fino a quando arrivò l’ora x.
Era solo l’ultimo giorno di scuola della 5° elementare, per me per molto tempo non ci fu cosa peggiore, non volevo accettare l’idea di crescere; in quel momento, non so come, sapevo che la mia vita dal punto di vista affettivo non sarebbe mai stata più la stessa; infatti, non mi sbagliavo, perché crescendo anno dopo anno incominciavo a desiderare si, un amico, o un’amica sincera, ma nel mio cuore stava entrando una persona nuova, una donna, che tuttavia respingevo con tutte le mie forse; ma ormai era troppo tardi, mi stavo innamorando per la seconda volta di un ragazzo conosciuto al liceo, con il quale ho fatto solo il biennio, in quanto io a causa di una insegnante di sostegno che ha fatto tutto tranne che aiutarmi, sono stata bocciata, e quindi anche se eravamo nella stessa scuola, il nostro rapporto si è andato sempre più deteriorando e di questo avevo paura, perché mi era già successo in passato e non volevo soffrire più, ma nello stesso tempo non riuscivo ad impedire al mio cuore di battere di nuovo per un altro.
La poesia già nei primi versi, denota una sorta di crisi esistenziale, non so più quasi chi sono, né so con certezza chi voglio essere, se desidero essere finalmente una donna e quindi essere libera d’amare, anche se in realtà non lo sono assolutamente, oppure cercare di trattenere, pur con la forza quella bambina allegra e felice di un tempo.

Qui si nota soprattutto il profondo desiderio d’amare e di essere amata, ma nello stesso tempo la paura soffrire di nuovo, di conseguenza il forte bisogno di tornare indietro col tempo, quando ero libera di esprimere ciò che sentivo, senza la paura di dichiararlo apertamente, con la certezza di essere sempre e comunque amata; cosa che non poteva mai fare la donna che stava entrando in me, che non sa spiegarsi il perché di così tanti dubbi, paure, incertezze e timore regnino in quel suo piccolo grande cuore.         

A questo punto si può notare la raffinata similitudine tra la rosa che “sta incominciando a sbocciare di un delicato e fresco profumo di petali gentili,  così come delicato e gentile, ma timoroso, è il tuo dolce amore che comincia involontariamente a riscaldare il tuo povero buon cuore”.
Questi sono gli ultimi versi della poesia, tratti testualmente, sono versi che si commentano da sé, quindi non credo che necessitano di ulteriore spiegazione, giacché il finale è un po’ il sunto di tutta la poesia.       

Ad ispirarmi tale poesia, cioè a darmi in qualche maniera l’ispirazione giusta, o meglio l’imput per iniziare a scrivere, oltre a quelle naturalmente sopra descritte, fu stranamente una canzone cantata da una delle ragazze di una trasmissione televisiva più o meno stupida che  parò a me all’epoca piaceva molto, perché era condotta da ragazze che facevano in qualche modo spettacolo, con giochi, musica e interviste, si chiamata NON E’ LA RAI, peccato che però con tempo si è andata rovinando, infatti, era diventata sciocca e vuota, l’unica cosa che ricordo davvero con vero piacere è appunto quella famosa canzone, che forse ad alcuni sarà sembrata insignificante, ma in tanto a me, è servita per scrivere questa poesia, infatti, il tutolo dalla mia poesia è proprio quello della stessa canzone, le uniche parole che mi sono rimaste impresse sono proprio quelle con cui incomincia la mia poesia, anche se molto, ma molto personalizzate, e sono: “I sogni tuoi di prima, solo che adesso non vuoi” e poi ovviamente il resto della poesia l’ho scritta secondo la mia reale esperienza.

NÉ DONNA NÉ BAMBINA.

Chi sei tu? Né donna né bambina, che

cerchi disperatamente nel tuo piccolo

grande cuore, i sogni tuoi di prima,

solo che adesso non vuoi, chi senti

di essere? E chi vorresti essere?

L’una o l’altra? Oh come era bello

quel tuo cuoricino bambino, sempre

pronto a veder in ogni piccola cosa

la felicità, in ogni piccolo gesto la bontà.

Ancora incapace di mentire per paura,

perché sapevi che sempre, in ogni caso

 saresti stato amato, e perché

  tanti dubbi ora? Ora che stai finalmente

crescendo, perché tante paure?

Tante incertezze? E tanto timore

regna in quel tuo piccolo grande cuore?

Ancora fresco come una rosa che sta

Incominciando a sbocciare di un delicato

E fresco profumo di petali gentili, così 

come delicato e gentile, ma timoroso,

è il tuo dolce amore che comincia

involontariamente a riscaldare

il tuo buon cuore.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

                                                                                                                         

Raimondo Diaccini – Vita del Beato Domenico Spadafora

Giuseppe Plumari – Lettere Autografe 1822

Federico De Roberto – CATANIA con 152 Illustrazioni

Giacomo Rosa (1472/1548) – Francescano

Angela Militi

Angela Militi ricostruendo la storia de : La Chiesa e il Convento di San Francesco dei Frati Minori Conventuali a Randazzo, si imbatte in un francescano randazzese  Padre Giacomo Rosa molto famoso ai suoi tempi per la sua eloquenza e sepolto addirittura nel chiostro del Noviziato della basilica di Sant’Antonio a Padova.
Qui di seguito la storia.

Per coloro che volessero approfondire la storia del nostro Convento basta cliccare sul titolo per accedere al sito ” Randazzo Segreta” di Angela Militi che ringraziamo di cuore per averci raccontato questa storia.

 

 

MARIA PIA RISA

                   
                       Maria Pia Risa risiede a Randazzo e opera nel settore della formazione.


Giornalista, ha collaborato con la cattedra di Sociologia generale della Facoltà di Scienze

 della Formazione presso l’Università degli studi di Catania, per la quale ha pubblicato il volume “Prometeo al cibermondo” (Bonanno editore, 2010), e ha contribuito nel collettaneo “L’agonia di Apollo” di M. Calandra (Bonanno, 2008). Scrive per “La Voce dell’Jonio”, “La rivista dell’arma”, “Bioetica e cultura”. Ha relazionato in un convegno internazionale sulla criminalistica tenutosi a Montecitorio.
 Nel 2016 pubblica il volume “Poesie-preghiere da San Francesco ad oggi”  presentato in Vaticano il 13 aprile 2016 dai relatori: Raffaele Luise (vaticanista della Rai), S. Ecc. Mons. Emery Kabongo (segretario particolare di San Giovanni Paolo II), Giuseppe Vecchio (giornalista), Don Santino Spartà (professore), modera l’incontro Rosanna Vaudetti, (presentatrice Rai). L’incontro è stato arricchito dalla declamazione cantata di alcune Poesie-preghiere del compositore e chitarrista Gesuele Sciacca, accompagnato dagli artisti: M. Leonardi (viola) F. Pulvirenti (fisarmonica), F. Sciacca (pianoforte), E. Cavallaro (basso) e dalle voci soliste: D. Greco, S. Cannata, A. Ardizzone e I. Sciacca.

 

 

 

              “Poesie-preghiere da San Francesco ad oggi” di Maria Pia Risa: la presentazione in Vaticano

 

         Il volume sarà presentato – alla presenza dell’autrice – dal vaticanista Rai Raffaele Luise, dal giornalista Giuseppe Vecchio e dal professore don Santino Spartá.
Sarà presentato mercoledì 13 aprile alle ore 17:30, nella sala del Buon consiglio all’interno della parrocchia di Sant’Anna in Vaticano, il volume “Poesie-preghiere da San Francesco ad oggi” (editoriale Agorà), curato dalla siciliana Maria Pia Risa. Si tratta di un’antologia di poesie-preghiere scritte dal ‘200 ai giorni nostri – particolare nel suo genere all’interno del panorama letterario – che contiene 209 poesie-preghiere di 58 autori diversi, per un totale di 360 pagine.
L’opera esordisce con San Francesco d’Assisi per giungere ai contemporanei, passando per figure prestigiose come Dante Alighieri e Giovanni Paolo II.

Poesie-preghiere di Maria Pia Risa

Da segnalare la presenza di poeti dichiaratamente lontani dal Cristianesimo, come Leopardi, D’Annunzio e Montale.
“Questa ricerca – spiega la curatrice nella sua premessa – trae ispirazione da un incontro culturale con don Santino Spartà (saggista e critico letterario dall’intensa attività poetico-culturale), che mi erudì sulla sottile, ma nodale differenza fra poesia-religiosa e poesia-preghiera”.
Solo la seconda, infatti, contiene un’invocazione, e non è stato un lavoro da poco individuare i testi che rispondessero a queste caratteristiche.
È nella Biblioteca Apostolica Vaticana di Roma, luogo maestoso e di indescrivibile bellezza, che la curatrice ha svolto, quasi esclusivamente, la sua paziente opera di ricerca.
L’opera si distingue per il contenuto e la monumentalità. Per il contenuto, in quanto raccoglie esclusivamente poesie-preghiere, abbracciando oltre otto secoli.
Per la monumentalità, perché contiene poesie-preghiere composte in un lungo arco temporale, da quelle in volgare scritte da San Francesco d’Assisi a quelle in lingua corrente.
I testi sono raccolti in rigoroso ordine cronologico, mantenendo la trascrizione originale. Per agevolare il lettore, ogni autore è accompagnato da una breve biografia, mentre le note esplicative non sono concentrate alla fine del libro, ma poste a piè di pagina.
L’antologia “Poesie-preghiere da San Francesco ad oggi” è arricchita da un’introduzione di don Santino Spartà e da una prefazione di Antonino Blandini,giornalista e dottore in Diritto canonico.
In copertina reca uno scatto di Gabriele Roncati e Gianni Caggegi.
“Poesia e preghiera sono sorelle, e non mi meraviglio che i poeti continuino a comporre le più belle orazioni”, scrive don Spartà, che traccia un ricco excursus sulle definizioni di “poesia” e di “preghiera” nei secoli, rammentando che “i poeti sono i portavoce dell’eternità nel tempo, le sentinelle sempre vigili tra terra e cielo, i sacerdoti laici, candidati a trasformare in preghiera l’alfabeto intimo dell’uomo”.
Il lavoro della Risa ambisce a porsi controcorrente: in un periodo storico in cui la poesia è sempre più negletta, la rilettura di questi testi immortali può essere di aiuto per rifugiarsi con profitto nell’interiorità del proprio essere.
Non solo: può rappresentare un valido sussidio divulgativo e didattico, specie per le nuove generazioni. 
      “Agli studenti di oggi è praticamente negata dalle antologie letterarie ‘ufficiali’ dei cosiddetti ‘libri di testo’ la conoscenza dei candidi fiori di preghiere-poesie espresse dai nostri grandi letterati, ormai classificati in categorie intoccabili e mummificate“, fa notare Blandini nella prefazione.
“Da qui scaturisce l’opportunità, anzi la necessità, di leggere, meditare, studiare per il bene dello spirito e della mente la presente antologia ‘orazionale’, una formidabile ‘catechesi poetica’, accessibile, godibile, leggibile e intellegibile a tutti coloro che apprezzano le geniali intuizioni poetiche contenute in tante preghiere che arricchiscono la storia della prestigiosa letteratura italiana”.
Il volume sarà presentato – alla presenza dell’autrice – dal vaticanista Rai Raffaele Luise, dal giornalista Giuseppe Vecchio e dal professore don Santino Spartá.
L’incontro – moderato dall’annunciatrice Rai Rosanna Vaudetti – sarà arricchito dalla declamazione cantata di alcune poesie-preghiere contenute nel libro, musicate dal compositore e medico Gesuele Sciacca.
Sciacca canterà e suonerà alla chitarra accompagnato dalla sua band composta da: Mariodavide Leonardi alla viola, Franco Pulvirenti alla fisarmonica, Francesca Sciacca al pianoforte, Ettore Cavallaro al basso.
Voci coriste: Daniela Greco, Sebastiana Cannata, Angelo Ardizzone e Isidora Sciacca. Fonico: Giuseppe Pandolfo.
fonte Catania Today

 
PARLANO DI MARIA PIA RISA

           

Libri: presentato nella parrocchia di Sant’Anna in Vaticano “Poesie-preghiere da San Francesco ad oggi”

“L’incontro fra poesia e religione non è scontato. Eppure nel dinamismo della poesia autentica c’è sempre un’interrogazione profonda al mistero della creatura”, ha detto il vaticanista Rai, Raffaele Luise, intervenendo ieri sera nella parrocchia di Sant’Anna in Vaticano alla presentazione del libro “Poesie-preghiere da San Francesco ad oggi”, curato dalla siciliana Maria Pia Risa.
Luise si è soffermato sul Cantico delle creature di San Francesco d’Assisi, che apre il florilegio, “un testo profetico, continua fonte di ispirazione pure per il nostro Pontefice”.
“Il libro curato da Maria Pia Risa merita di essere conosciuto per il suo argomento profondo e per la sua grande validità educativa – ha aggiunto il giornalista Giuseppe Vecchio –, considerando, inoltre, il coraggio di concepirlo in Sicilia, dove le difficoltà di fare cultura sono rilevanti”.

Papa Francesco con Maria Pia Risa


“Realizzare questa raccolta è stato come tessere una tela – ha spiegato la curatrice – tenendo ben presente nella selezione dei testi la sottile, ma nodale differenza fra poesia preghiera e poesia religiosa, in cui solo la prima contiene un’invocazione”.
“Non si prega solo frequentando le celebrazioni religiose; si può pregare anche facendo poesia, a volte senza accorgersene, utilizzando il linguaggio poetico quale cassa di risonanza per gli interrogativi che da sempre attanagliano l’uomo”, ha puntualizzato Maria Pia Risa.
La presentazione dell’antologia – moderata dall’annunciatrice Rai Rosanna Vaudetti – è stata arricchita dalla declamazione cantata di alcune poesie-preghiere musicate dal maestro Gesuele Sciacca, accompagnato dalla sua band.
fonte AgenSir

 

CITTÀ DEL VATICANO

Presentato il libro di Maria Pia Risa “Poesie-preghiere da San Francesco ad oggi”

Un libro che sonda religiosamente le varie epoche della letteratura italiana, evidenziando i poeti che si candidano a portavoce dell’eternità”: con queste parole il saggista e critico letterario don Santino Spartà ha introdotto nella parrocchia di Sant’Anna in Vaticano la presentazione del libro “Poesie-preghiere da San Francesco ad oggi (editoriale Agorà), curato dalla siciliana Maria Pia Risa.
Il volume raccoglie 209 poesie-preghiere scritte dal Duecento ai giorni nostri, attribuite complessivamente a 58 autori.
L’opera esordisce con San Francesco d’Assisi per giungere ai contemporanei passando per figure prestigiose come Dante Aligheri e San Giovanni Paolo II.

Monsignor Emery Kabongo e Maria Pia Risa

Le loro orazioni sono state selezionate con un paziente lavoro di ricerca, svolto quasi esclusivamente nella Biblioteca Apostolica Vaticana di Roma.
Tutti gli autori – ha aggiunto don Spartà, che ha curato l’introduzione dell’antologia – hanno affidato stilisticamente all’Altissimo gioie intime e problematiche esistenziali tramite le loro appassionate invocazioni. Ecco quindi sfilare tra le pagine le figure di santi, beati, preti, suore, laici, ma anche nomi dichiaratamente lontani dal Cristianesimo, tra cui Leopardi, D’Annunzio e Montale, che la curatrice ha individuato quali autori di poesie-preghiere”. 

Monsignor Emery Kabongo, che fu per sette anni segretario particolare di San Giovanni Paolo II, intervenendo alla presentazione ha raccontato alcuni aneddoti della sua collaborazione con il Papa polacco, ricordandone il grande amore per l’arte poetica.

 “La poesia si può realmente definire un dono di Dio – ha osservato il prelato – è un veicolo che ci aiuta a riflettere e a rendere migliore la società in cui viviamo, oltre ad essere una formidabile modalità di preghiera”. “L’incontro fra poesia e religione non è scontato”, ha aggiunto il vaticanista Rai Raffaele Luise. “Eppure nel dinamismo della poesia autentica c’è sempre un’interrogazione profonda al mistero della creatura, che rappresenta il vero fil rouge dell’antologia di Maria Pia Risa”. Luise si è soffermato sul “Cantico di Frate Sole” di san Francesco d’Assisi, che apre il florilegio, “un testo profetico, continua fonte di ispirazione per il nostro Pontefice, come dimostra l’enciclicaLaudato si’”. “In un tempo in cui si assiste alla crisi dell’invocazione – ha concluso il vaticanista Rai – il volume che presentiamo oggi ci dona una memoria viva, capace di fecondare il deserto in cui viviamo”. 

Il libro curato da Maria Pia Risa merita di essere conosciuto per il suo argomento profondo e per la sua grande validità formativa ed educativa, specie per le nuove generazioni”, ha aggiunto il giornalista Giuseppe Vecchio. Un ulteriore merito va alla caparbietà e al coraggio di concepirlo in Sicilia, dove le difficoltà di fare cultura sono rilevanti, specie nell’ambito della carta stampata”. “Realizzare questa raccolta è stato come tessere una tela”, ha spiegato la curatrice Maria Pia Risa. “Nel cercare un filo conduttore fra i diversi autori e selezionare i testi, ho tenuto ben presente la sottile, ma nodale differenza fra poesia-preghiera e poesia-religiosa: solo la prima, infatti, contiene un’invocazione”. “È importante ricordare che non si prega solo frequentando le celebrazioni religiose; si può pregare anche facendo poesia, a volte senza accorgersene. Il linguaggio poetico diventa così una cassa di risonanza per gli interrogativi che da sempre attanagliano l’uomo”, ha puntualizzato la Risa. 

La presentazione dell’antologia – moderata dall’annunciatrice Rai, Rosanna Vaudetti – è stata arricchita dalla declamazione cantata di alcune poesie-preghiere musicate dal maestro Gesuele Sciacca, accompagnato dalla sua band. Tra le liriche eseguite ci sono il “Cantico di Frate Sole” di san Francesco d’Assisi, “Infondi la saggezza della pace” di san Giovanni Paolo II, “A filo di cielo” di Angelo Barile, “Non senti Tu, o Signore” di Luca Ghiselli, “Tu navighi sul fiume” di David Maria Turoldo, e due testi di Giuseppe Ungaretti: “La madre” e “Dannazione”“Poesie-preghiere da San Francesco ad oggi”.
fonte Filo Diretto

In Vaticano si presenta il volume curato da Maria Pia Risa

Il volume, un’antologia di poesie-preghiere scritte da 58 diversi autori dal ‘200 ai giorni nostri, sarà presentato il 13 aprile nella parrocchia di Sant’Anna. 

         Sarà presentato mercoledì 13 aprile alle ore 17:30, nella sala del Buon consiglio all’interno della parrocchia di Sant’Anna in Vaticano, il volume “Poesie-preghiere da San Francesco ad oggi” (editoriale Agorà), curato dalla siciliana Maria Pia Risa.

Si tratta di un’antologia di poesie-preghiere scritte dal ‘200 ai giorni nostri – particolare nel suo genere all’interno del panorama letterario – che contiene 209 poesie-preghiere di 58 autori diversi, per un totale di 360 pagine. L’opera esordisce con San Francesco d’Assisi per giungere ai contemporanei, passando per figure prestigiose come Dante Alighieri e Giovanni Paolo II. Da segnalare la presenza di poeti dichiaratamente lontani dal Cristianesimo,come Leopardi, D’Annunzio e Montale.

Rosanna Vaudetti e Maria Pia Risa.

“Questa ricerca – spiega la curatrice nella sua premessa – trae ispirazione da un incontro culturale con don Santino Spartà (saggista e critico letterario dall’intensa attività poetico-culturale), che mi erudì sulla sottile, ma nodale differenza fra poesia-religiosa e poesia-preghiera”. Solo la seconda, infatti, contiene un’invocazione, e non è stato un lavoro da poco individuare i testi che rispondessero a queste caratteristiche.

È nella Biblioteca Apostolica Vaticana di Roma, luogo maestoso e di indescrivibile bellezza, che la curatrice ha svolto, quasi esclusivamente, la sua paziente opera di ricerca. L’opera si distingue per il contenuto e la monumentalità. Per il contenuto, in quanto raccoglie esclusivamente poesie-preghiere, abbracciando oltre otto secoli. Per la monumentalità, perché contiene poesie-preghiere composte in un lungo arco temporale, da quelle in volgare scritte da San Francesco d’Assisi a quelle in lingua corrente.

I testi sono raccolti in rigoroso ordine cronologico, mantenendo la trascrizione originale. Per agevolare il lettore, ogni autore è accompagnato da una breve biografia, mentre le note esplicative non sono concentrate alla fine del libro, ma poste a piè di pagina.

L’antologia “Poesie-preghiere da San Francesco ad oggi” è arricchita da un’introduzione di don Santino Spartà e da una prefazione di Antonino Blandini,giornalista e dottore in Diritto canonico. In copertina reca uno scatto di Gabriele Roncati e Gianni Caggegi.

“Poesia e preghiera sono sorelle, e non mi meraviglio che i poeti continuino a comporre le più belle orazioni”, scrive don Spartà, che traccia un ricco excursus sulle definizioni di “poesia” e di “preghiera” nei secoli, rammentando che “i poeti sono i portavoce dell’eternità nel tempo, le sentinelle sempre vigili tra terra e cielo, i sacerdoti laici, candidati a trasformare in preghiera l’alfabeto intimo dell’uomo”.

Raffaele Luise e Maria Pia Risa.

Il lavoro della Risa ambisce a porsi controcorrente: in un periodo storico in cui la poesia è sempre più negletta, la rilettura di questi testi immortali può essere di aiuto per rifugiarsi con profitto nell’interiorità del proprio essere. Non solo: può rappresentare un valido sussidio divulgativo e didattico, specie per le nuove generazioni.
 “Agli studenti di oggi è praticamente negata dalle antologie letterarie ‘ufficiali’ dei cosiddetti ‘libri di testo’ la conoscenza dei candidi fiori di preghiere-poesie espresse dai nostri grandi letterati, ormai classificati in categorie intoccabili e mummificate“, fa notare Blandini nella prefazione.
“Da qui scaturisce l’opportunità, anzi la necessità, di leggere, meditare, studiare per il bene dello spirito e della mente la presente antologia ‘orazionale’, una formidabile ‘catechesi poetica’, accessibile, godibile, leggibile e intellegibile a tutti coloro che apprezzano le geniali intuizioni poetiche contenute in tante preghiere che arricchiscono la storia della prestigiosa letteratura italiana”.
Il volume sarà presentato, alla presenza dell’autrice, dal vaticanista Rai Raffaele Luise, dal giornalista Giuseppe Vecchio e dal professore don Santino Spartá. L’incontro – moderato dall’annunciatrice Rai Rosanna Vaudetti – sarà arricchito dalla declamazione cantata di alcune poesie-preghiere contenute nel libro, musicate dal compositore e medico Gesuele Sciacca.
Sciacca canterà e suonerà alla chitarra accompagnato dalla sua band composta da: Mariodavide Leonardi alla viola, Franco Pulvirenti alla fisarmonica, Francesca Sciacca al pianoforte, Ettore Cavallaro al basso. Voci coriste: Daniela Greco, Sebastiana Cannata, Angelo Ardizzone e Isidora Sciacca. Fonico: Giuseppe Pandolfo.
fonte Paese Italia Press.it

Poesie-preghiere”, presentato al convento il libro di Maria Pia Risa 

l convento “San Francesco”, secondo appuntamento della rassegna letteraria “Stilografiche di primavera”, promossa dall’associazione “Luigi Sturzo” di Biancavilla.

Un pubblico numeroso e attento ha seguito, venerdì scorso nella chiesa del convento di San Francesco a Biancavilla, la presentazione dell’antologia di poesie-preghiere curata da Maria Pia Risa, operatrice della formazione e giornalista. Era il secondo appuntamento della rassegna letteraria “Stilografiche di primavera”, organizzata nell’ambito della “Settimana del libro” dall’associazione “Don Luigi Sturzo” di Biancavilla.

L’incontro è stato impreziosito dal maestro Gesuele Sciacca – medico e compositore che musica le poesie – e dalla sua band, i quali hanno suonato, declamato e cantato sette delle poesie contenute nella raccolta.

Una serata sobria e intensa, introdotta, in omaggio alla comunità ospitante, dall’esecuzione del “Cantico di Frate Sole” che apre la raccolta. A dare i saluti iniziali sono stati frate Antonio Vitanza, guardiano del convento, e Ada Vasta, presidente dell’associazione “Sturzo”. Il primo ha ricordato come il contenuto dell’antologia ben si sposi con lo spirito francescano e come questo porti al piacere-dovere dell’ospitalità. La seconda che l’opera, perfettamente inquadrata nella rassegna in corso, contribuisce alla crescita culturale della comunità locale anche stimolando il piacere della lettura.

Il giornalista Giuseppe Vecchio, direttore della testata cattolica “La Voce dell’Jonio” di Acireale, con la quale collabora la curatrice dell’antologia, ha sottolineato l’importanza dell’opera, realizzata grazie al contributo di un gruppo di operatori culturali tutti siciliani: da don Santino Spartà, che ha ispirato e guidato la Risa e ha scritto l’introduzione in cui spiega l’originalità della poesia-preghiera, al prof. Nino Blandini, giornalista e saggista, curatore della dotta prefazione che lega perfettamente tutti gli autori. E ancora, l’editore Santo Bella, che ha coraggiosamente creduto nell’opera, e il maestro Gesuele Sciacca con la sua band, composta in questa occasione da Franco Pulvirenti alla fisarmonica e dalle voci di Daniela Greco, Sebastiana Cannata, Isidora Sciacca e Angelo Ardizzone.

Maria Pia Risa ha illustrato al pubblico presente il suo lavoro, dal colloquio con don Spartà alla ricerca, effettuata soprattutto nella Biblioteca Apostolica Vaticana; ha parlato della “scoperta” di autori di poesie-preghiere come Leopardi, D’Annunzio e Montale, conosciuti dai più come laici ben lontani dalla religiosità, e quindi anche di poeti che, pur non credenti praticanti, dimostrano un atteggiamento di confidenza con il “loro” Dio.
La curatrice ha ricordato che l’opera consta di 209 poesie-preghiere di 58 autori diversi, scritte dal Duecento ai nostri giorni. Ha anche sfatato la diceria diffusa secondo cui la frequentazione della Biblioteca Vaticana sia riservata soltanto a religiosi, se non addirittura a sacerdoti.
“In effetti – ha spiegato – per frequentare la biblioteca bisogna dimostrare di entrare per motivi di studio e/o di ricerca. Io ha incontrato quasi esclusivamente laici”. E ha rivelato come sia rimasta spiritualmente colpita dal lavoro di ricerca svolto.
La presentazione di “Poesie-preghiere da San Francesco a oggi” è stata arricchita dagli interventi liberi di due biancavillesi, Giosuè Rubino, musicologo, e Annarita Nicolosi, ricercatrice e componente dell’associazione “Sturzo”, oltre che dagli intermezzi poetico-musical-canori di Gesuele Sciacca e la sua band, che hanno chiuso la serata con la riproposizione, richiesta ed applaudita, del “Cantico di Frate Sole”.
fonte : www.biancavillaoggi.it

  

 

 Rossella Janello  ” La Sicilia ”  12 aprile 2016.

 

 

“Poesie-preghiere da San Francesco ad oggi” di Maria Pia Risa: la presentazione in Vaticano

Il volume sarà presentato – alla presenza dell’autrice – dal vaticanista Rai Raffaele Luise, dal giornalista Giuseppe Vecchio e dal professore don Santino Spartá.
Sarà presentato mercoledì 13 aprile alle ore 17:30, nella sala del Buon consiglio all’interno della parrocchia di Sant’Anna in Vaticano, il volume “Poesie-preghiere da San Francesco ad oggi” (editoriale Agorà), curato dalla siciliana Maria Pia Risa.
Si tratta di un’antologia di poesie-preghiere scritte dal ‘200 ai giorni nostri – particolare nel suo genere all’interno del panorama letterario – che contiene 209 poesie-preghiere di 58 autori diversi, per un totale di 360 pagine.
L’opera esordisce con San Francesco d’Assisi per giungere ai contemporanei, passando per figure prestigiose come Dante Alighieri e Giovanni Paolo II.
Da segnalare la presenza di poeti dichiaratamente lontani dal Cristianesimo, come Leopardi, D’Annunzio e Montale.
 
“Questa ricerca – spiega la curatrice nella sua premessa – trae ispirazione da un incontro culturale con don Santino Spartà (saggista e critico letterario dall’intensa attività poetico-culturale), che mi erudì sulla sottile, ma nodale differenza fra poesia-religiosa e poesia-preghiera”.

Solo la seconda, infatti, contiene un’invocazione, e non è stato un lavoro da poco individuare i testi che rispondessero a queste caratteristiche.
È nella Biblioteca Apostolica Vaticana di Roma, luogo maestoso e di indescrivibile bellezza, che la curatrice ha svolto, quasi esclusivamente, la sua paziente opera di ricerca.
L’opera si distingue per il contenuto e la monumentalità.
 Per il contenuto, in quanto raccoglie esclusivamente poesie-preghiere, abbracciando oltre otto secoli.
Per la monumentalità, perché contiene poesie-preghiere composte in un lungo arco temporale, da quelle in volgare scritte da San Francesco d’Assisi a quelle in lingua corrente.
I testi sono raccolti in rigoroso ordine cronologico, mantenendo la trascrizione originale. Per agevolare il lettore, ogni autore è accompagnato da una breve biografia, mentre le note esplicative non sono concentrate alla fine del libro, ma poste a piè di pagina.
L’antologia “Poesie-preghiere da San Francesco ad oggi” è arricchita da un’introduzione di don Santino Spartà e da una prefazione di Antonino Blandini,giornalista e dottore in Diritto canonico.
In copertina reca uno scatto di Gabriele Roncati e Gianni Caggegi.

          “Poesia e preghiera sono sorelle, e non mi meraviglio che i poeti continuino a comporre le più belle orazioni”, scrive don Spartà, che traccia un ricco excursus sulle definizioni di “poesia” e di “preghiera” nei secoli, rammentando che “i poeti sono i portavoce dell’eternità nel tempo, le sentinelle sempre vigili tra terra e cielo, i sacerdoti laici, candidati a trasformare in preghiera l’alfabeto intimo dell’uomo”.

Maria Pia Risa

Il lavoro della Risa ambisce a porsi controcorrente: in un periodo storico in cui la poesia è sempre più negletta, la rilettura di questi testi immortali può essere di aiuto per rifugiarsi con profitto nell’interiorità del proprio essere. Non solo: può rappresentare un valido sussidio divulgativo e didattico, specie per le nuove generazioni.
“Agli studenti di oggi è praticamente negata dalle antologie letterarie ‘ufficiali’ dei cosiddetti ‘libri di testo’ la conoscenza dei candidi fiori di preghiere-poesie espresse dai nostri grandi letterati, ormai classificati in categorie intoccabili e mummificate“, fa notare Blandini nella prefazione.
“Da qui scaturisce l’opportunità, anzi la necessità, di leggere, meditare, studiare per il bene dello spirito e della mente la presente antologia ‘orazionale’, una formidabile ‘catechesi poetica’, accessibile, godibile, leggibile e intellegibile a tutti coloro che apprezzano le geniali intuizioni poetiche contenute in tante preghiere che arricchiscono la storia della prestigiosa letteratura italiana”.
Il volume sarà presentato – alla presenza dell’autrice – dal vaticanista Rai Raffaele Luise, dal giornalista Giuseppe Vecchio e dal professore don Santino Spartá. L’incontro – moderato dall’annunciatrice Rai Rosanna Vaudetti – sarà arricchito dalla declamazione cantata di alcune poesie-preghiere contenute nel libro, musicate dal compositore e medico Gesuele Sciacca.
Sciacca canterà e suonerà alla chitarra accompagnato dalla sua band composta da: Mariodavide Leonardi alla viola, Franco Pulvirenti alla fisarmonica, Francesca Sciacca al pianoforte, Ettore Cavallaro al basso. Voci coriste: Daniela Greco, Sebastiana Cannata, Angelo Ardizzone e Isidora Sciacca. Fonico: Giuseppe Pandolfo.

 

L’AUTRICE  Maria Pia Risa risiede a Randazzo (in provincia di Catania) e opera nel settore della formazione.

Giornalista, ha collaborato con la cattedra di Sociologia generale della Facoltà di Scienze della Formazione presso l’Università degli studi di Catania, per la quale ha pubblicato il volume “Prometeo al cibermondo” (Bonanno editore, 2010), e ha contribuito nel collettaneo “L’agonia di Apollo” di M. Calandra (Bonanno, 2008). Scrive per “La Voce dell’Jonio”, “La rivista dell’arma”, “Bioetica e cultura”.
Ha relazionato in un convegno internazionale sulla criminalistica tenutosi a Montecitorio.
 

 Prometeo al Cibermondo

Questo testo, quale ricerca per la cattedra di sociologia, non si pone come analisi epidemiologica, ma una visione di quanto succede in una società del tutto subalterna a scienza e tecnologia e come questo si rifletta sulla collettività, che avvicenda astio e affetto, apprezzamento e discredito, affidamento e incertezza! Si esamina quindi il tessuto comunitario della “seconda modernità”(società dell’informazione, postfordista), laddove affiora una evidente traccia di scienza e tecnica, che nel loro armonioso rincorrersi definiscono le mutazioni in itinere, captando nella globalizzazione la loro connaturale misura.

Si riscontra in  ciò l’idea di società del rischio confluendo in una indagine verso la società dell’incertezza e su come essa ripennelli le nostre esistenze puntando sul suo futuro.
Prometeo, che aveva dato il fuoco agli uomini, trasgredendo alle norme imposte da Giove.
Fantasia, miti che esprimono deliri ed allucinazioni in cui svolgono un ruolo determinante i processi inconsci dei rapporti umani con le norme regolatrici dell’esistenza.
Prometeo, un modello che coinvolge la complessità costitutiva dell’uomo, sia negli aspetti percettivi che in quelli elaborativi dell’insanire.
Prometeo è nel cibermondo, uomo e macchina sono costitutivi del processo cibernetico, è un continuo avvicendarsi tra macchina e uomo.
Il fuoco stesso brucerà i saperi passati, e dalle loro ceneri emergeranno i nuovi saperi, i nuovi dolori, i parti della scienza.
Maria Pia Risa

 

 

Presentazione del Prometeo al Cibermondo nell’aula consiliare “Falcone-Borsellino” di Randazzo

 

 

Monsignore Emery Kabongo già segretario di Giovanni Paolo II accompagnato da Maria Pia Risa e da Salvatore Restivo, suo accompagnatore,  visita il Parco Sciarone.

 

FISIATRIA, “PREZIOSO ALLEATO” DI UNA BUONA QUALITA’ DI VITA

               Negli ultimi anni la fisiatria si è conquistata sempre maggiori spazi sia in campo prettamente medico sia in quello della comunicazione e, quindi, nell’opinione pubblica. Ma in effetti poche persone sanno realmente cos’è e di che cosa si occupa questa branca della medicina; tanto che si fa anche molta confusione già tra fisiatria e fisioterapia e, quindi, tra il medico specialista e il terapista della riabilitazione. Su questi argomenti abbiamo chiesto lumi a uno dei maggiori esperti siciliani in materia, il dott. Salvatore Grassi, primario fisiatra emerito, decano dei primari fisiatri di Sicilia, già vice presidente nazionale della “Società italiana di Medicina fisica e riabilitativa” con delega per i rapporti con le Università.

Lo abbiamo incontrato nel Presidio di Fisiatria in Giarre, del quale è direttore sanitario.

 Dottore Grassi, cos’è la fisiatria e cosa cura? «La fisiatria è la disciplina medica che si occupa della cura e della riabilitazione di quei pazienti che, a causa di malattie che portano a limitazioni funzionali, talvolta anche gravi, quali paralisi motorie secondarie a ictus, a eventi traumatici, a malattie degenerative del sistema nervoso centrale e periferico hanno perso parte delle capacità motorie. Quindi, la fisiatria, con le sue metodiche riabilitative, assicura a tali pazienti una buona qualità della vita, soprattutto evitando loro la perdita dell’autonomia personale e mantenendo movimenti corporei adatti per una buona deambulazione e per tutto quello che richiede l’espletamento delle attività quotidiane. “Inoltre, la fisiatria, grazie all’allungamento dell’aspettativa di vita, è sempre più impegnata ad operare su pazienti che, oggi sempre più numerosi, raggiungono età ragguardevoli. Per cui, se è un vero bene che, grazie alle grandi scoperte della medicina, si vive di più, la fisiatria diventa preziosa perché riesce a mantenere anche in soggetti molti anziani un tenore di vita accettabile in tutti i sensi».

Quali sono i consigli da dare, a prescindere dalle cure specifiche, per mantenersi in buona salute fino a tarda età? «Premesso che la buona salute si deve acquisire durante gli anni verdi della nostra età con un tenore di vita regolare, evitando tutto ciò che può danneggiare il nostro organismo e abbassare le nostre difese immunitarie, bisogna mantenere sempre attivo il nostro cervello mediante il continuo interesse per ciò che ci circonda. Allenare il cervello con letture, anche di poesie da ricordare, meravigliarsi delle cose belle che ci offre la natura. Mantenere attivi i rapporti interpersonali. Cito a tal proposito il Premio Nobel Rita Levi Montalcini: Il cervello se lo coltivi funziona. Se lo lasci andare e lo metti in pensione, si indebolisce. Evitare la vita sedentaria e prediligere il movimento».
 Ci può dire un settore in cui la fisiatria ha trovato sorprendenti applicazioni negli ultimi anni? «La fisiatria ha fatto grandi passi in avanti per la cura di particolari patologie, specie quelle determinate da malattie dovute a fattori degenerativi del sistema nervoso centrale e periferico. Per esempio: nei pazienti affetti da morbo di Parkinson si è riusciti a fermare i movimenti alterati nei quali si ottiene a volte di abolire o attenuare il tremore, che è il sintomo più evidente in questi malati. Nei pazienti affetti da sclerosi multipla, grazie alle metodiche della riabilitazione funzionale, si hanno rallentamenti notevoli sul decorso della malattia anche per lungo tempo». «Negli ultimi anni la fisiatria si è dimostrata preziosa anche in età prenatale, riuscendo ad individuare, grazie alle tecniche moderne, movimenti atipici nel nascituro già nell’utero materno. Si conferma così che la fisiatria segue l’uomo per tutto il suo ciclo vitale». 

Infine, una domanda “obbligatoria”: quale evoluzione avrà la fisiatria? «La fisiatria, come tutte le branche specialistiche mediche, segue i progressi della ricerca scientifica. In particolare, la fisiatria attenziona i risultati delle ricerche sull’utilizzo delle cellule staminali, le quali hanno dimostrato la capacità di riparare alcuni tessuti corporei danneggiati da varie malattie. Se, in un futuro prossimo, si arriverà a usare queste cellule, specie nelle lesioni del sistema nervoso centrale e periferico, la fisiatria e la riabilitazione potranno raggiungere progressi e risultati che ad oggi sono soltanto un roseo auspicio».
Maria Pia Risa Fonte “La Sicilia” del 31-08-2019

Potrebbe interessarti: http://www.cataniatoday.it/cronaca/poesie-preghiere-da-san-francesco-ad-oggi-di-maria-pia-risa-la-presentazione-in-vaticano.html
Seguici su Facebook: 
http://www.facebook.com/pages/CataniaToday/215624181810278

 

Rassegna stampa del libro “Poesie-preghiere da San Francesco ad oggi”

di Maria Pia Risa

https://www.bronte118.it/tag/maria-pia-risa/

http://www.vdj.it/tag/maria-pia-risa/

http://www.vdj.it/author/maria-pia/

https://www.google.it/search?q=maria+pia+risa&source=lnms&sa=X&ved=0ahUKEwiqrqq9rsrgAhXl2OAKHQBcAk0Q_AUICSgA&biw=1440&bih=757&dpr=1

https://www.bronte118.it/tag/maria-pia-risa/

ACIREALE: LA VOCE DELL’ JONIO E I RAGAZZI DEL PENITENZIARIO

https://www.google.it/search?q=maria+pia+risa&source=lnms&tbm=isch&sa=X&ved=0ahUKEwi5j4DHyJHYAhWDuRQKHT2PBo0Q_AUICigB&biw=1440&bih=769

Libri / “Poesie-preghiere da San Francesco ad oggi”, recensione di Anna Bella

https://www.acistampa.com/story/poesie-preghiere-da-san-francesco-ad-oggi-il-libro-dei-poeti-delleternita-3115

http://www.paeseitaliapress.it/news_2794_Presentato-in-Vaticano-Poesiepreghiere-da-San-Francesco-ad-oggiquot-a-cura-di-Maria-Pia-Risa.html

http://www.cataniatoday.it/cronaca/poesie-preghiere-da-san-francesco-ad-oggi-di-maria-pia-risa-la-presentazione-in-vaticano.html

Acireale / L’antologia di Maria Pia Risa “Poesie preghiere da San Francesco ad oggi” presentata al “San Michele” in occasione della rinascita dell’Uciim

https://www.sicilymag.it/la-poesia-come-preghiera-nell-opera-a-cura-di-maria-pia-risa.htm

Antologia di poesie religiose di Maria Pia Risa: presentazione il 13 al Vaticano

“Poesie-preghiere”, presentato al convento il libro di Maria Pia Risa

http://www.filodirettonews.info/notizia.asp?id_news=3997&categoria=8&t=Presentato+il+libro+di+Maria+Pia+Risa+%93Poesie%2Dpreghiere+da+San+Francesco+ad+oggi%94

Presentazione a Catania del libro “Poesie-preghiere da San Francesco ad oggi” curato dalla siciliana Maria Pia Risa

http://www.paeseitaliapress.it/news_2794_Presentato-in-Vaticano-Poesiepreghiere-da-San-Francesco-ad-oggiquot-a-cura-di-Maria-Pia-Risa.html

“Poesie-preghiere da San Francesco ad oggi”. In Vaticano si presenta il volume curato da Maria Pia Risa

MARIA PIA RISA

https://www.acistampa.com/story/poesie-preghiere-da-san-francesco-ad-oggi-il-libro-dei-poeti-delleternita-3115

Biancavilla, per la rassegna “Stilografiche di primavera” spazio alle poesie-preghiere con il libro di Maria Pia Risa  

https://www.comune.catania.it/informazioni/news/cultura/biblioteche/biblioteca-livatino/2016/default.aspx?news=55337

Rinasce ad Acireale l’UCIIM e trova sede nell’Istituto San Michele

Libri: Luise (vaticanista), “l’incontro fra poesia e religione non è scontato”

http://www.santuariodellavena.it/il-giubileo-a-vena/39-e-festa-al-santuario-di-vena.html

http://www.editorialeagora.it/libreria/libri.asp

https://it.geosnews.com/p/it/sicilia/biancavilla-presentazione-del-libro-poesie-preghiere-da-san-francesco-a-oggi_10956525

https://www.ebay.it/sch/i.html?_from=R40&_trksid=m570.l1313&_nkw=maria+pia+risa&_sacat=11431

Biancavilla, primo appuntamento della rassegna “Stilografiche di Primavera”

POESIE-PREGHIERE DA SAN FRANCESCO AD OGGI

http://www.prospettiveonline.it/sites/default/files/repository/pdf/Prospettive%2010-04-2016.pdf

https://www.romasette.it/archivio_pdf/2016/2016_04_10.pdf

https://www.hoepli.it/libro/poesie-preghiere-da-san-francesco-ad-oggi/9788889930342.html

https://www.amazon.it/Poesie-preghiere-san-Francesco-ad-oggi/dp/8889930349

Acireale / L’antologia di Maria Pia Risa “Poesie preghiere da San Francesco ad oggi” presentata al “San Michele” in occasione della rinascita dell’Uciim

Libri / L’antologia di Poesie-preghiere di Maria Pia Risa sarà presentata il 22 luglio a Santa Venerina

Biancavilla: Per la rassegna “Stilografiche di primavera” presentazione del libro di Maria Pia Risa

http://www.siciliafelix.it/rubriche/poesie-e-paesaggi-dellanima/presentato-in-vaticano-il-libro-poesie-preghiere-da-san-francesco-ad-oggi-della-scrittrice-siciliana-maria-pia-risa/

http://www.psallite.net/news.php?month.201604

http://www.carabinieri-unione.it/unac/convegni_detail.php?id_conv=83

http://www.ilfattoweb.it/?s=maria+pia+risa&submit=Search

http://www.santuariodellavena.it/il-giubileo-a-vena/39-e-festa-al-santuario-di-vena.html

“POESIE-PREGHIERE DA SAN FRANCESCO A OGGI”

Poesie-preghiere da S.Francesco ad oggi in Vaticano si presenta il volume curato dalla siciliana Maria Pia Risa

https://picclick.it/Prometeo-al-cibermondo-Risa-M-Pia-361265189164.html

https://www.ibs.it/poesie-preghiere-da-san-francesco-libro-generic-contributors/e/9788889930342

“Poesie-preghiere”, presentato al convento il libro di Maria Pia Risa

https://www.libreriadelsanto.it/libri/9788889930342/poesie-preghiere-da-san-francesco-ad-oggi.html

http://www.vdj.it/author/maria-pia/page/9/

https://www.yvii24.it/biancavilla-primo-appuntamento-della-rassegna-stilografiche-di-primavera/?cn-reloaded=1

http://www.vdj.it/tag/maria-pia-risa/

 

 
 

 

Giovanni Lo Castro

Giovanni Lo Castro è un pittore poco noto a Randazzo in quanto ha vissuto quasi sempre a Firenze. I suoi parenti sono i D’Antonio che abitarono a Crocitta nella via Gulloto in alto. Per chì se la ricorda era il fratello della signora Maria che tutti nel quartiere la chiamavano “donna Maria a irata ” ( nel senso di gelata). Avendo fatto una lunga ricerca ed interpellato diverse gallerie d’arte Luca Sforzini mi ha inviato questa lettera.

Gentile Signor Rubbino,

con preghiera di citare la fonte Luca Sforzini Arte Le indico quanto segue :

Giovanni Lo Castro, nato a Randazzo il 20 giugno 1897, visse a Firenze ove morì nel 1973.

Fu allievo del Massani e del Rossi, ed iniziò la sua attività espositiva nel 1924.

Partecipò ad importanti rassegne, tra cui spicca la Biennale di Venezia del 1926.

Sue opere figurano in rilevanti collezioni private e pubbliche, tra cui la Galleria d’Arte Moderna di Firenze (“La mendica” e “Natura morta”),
e la Galleria degli Uffizi (il suo Autoritratto).

Con i migliori auguri, e cari saluti alla bella Randazzo e alla zona attorno all’Etna che conosco ed amo.

Luca Sforzini

 

Giovanni Lo Castro – Dipinto ad olio – Decoratore di vasi – 1931

Lo Castro Giovanni olio su tela 1930 Mestieri antico quadro olio su tela design


Lo Castro è abbastanza ben quotato difatti ” il decoratore di vasi ” è quotato 1.800,00 euro mentre “Mestieri ” 3.800,00 euro.

a cura di Francesco Rubbino

Pietro Silvio Rivetta detto Toddi – La Città del TRE

 

                                    LA CITTA’ DEL 3

 

Un laghetto periodico – La prediletta dell’Etna – Un parente di Ernani Involami – Le viventi statue digiune – il tempo è relativo.  

Randazzo, febbraio 1934, XII.

    Se – come afferma un detto latino non aureo ma secolare – omne trinum est perfectum – la città della perfezione è sulle pendici settentrionali dell’Etna: Randazzo.
    Una locale tradizione vuole che Randazzo sia << città >> a causa di una illusione ottica di Carlo V: l’Imperatore, vedendo da lontano tre merlati campanili, li prese per  importanti castelli e domandò:
    – Come si chiama questa città che ha tre si dei castelli?

   I notabili randazzesi, gongolanti per l’abbiglio preso dall’Imperatore, acciuffarono la bella occasione e ringraziarono Sua Maestà Cesarea per il titolo di << città >> che egli si era compiaciuto di conferire a Randazzo. 
    Ciò sarebbe avvenuto, secondo la tradizione, presso quel bizzarro lago di Gurrida il quale esiste solamente una parte dell’anno: in estate si asciuga e diventa pascolo. 
    Per trovare un altro lago periodico dobbiamo recarci all’estrema frontiera orientale d’Italia, nella Venezia Giulia, oltre Postumia, ove il lago Circonio è periodico anch’esso: il grande lago – che sol per un piccolo lembo è in territorio italiano, e gran parete in Jugoslavia – d’estate è coltivato a grano, chè le acque sono scomparse, inghiottite da caverne e pozzi. 
    Ma l’episodio di Carlo V sulle periodiche sponde del laghetto di Gurrida è pura leggenda: una delle tantissime che fioriscono qui: sgorgano e si solidificano come i getti di lava i quali nereggiano, a larghe strisce paurose.
    Randazzo è la città più vicina al cratere dell’Etna: ne dista appena 15 chilometri. L’audacia di queste case medievali, ricamate di bifore e solide nelle mura massicce, non ha irritato il vulcano, il quale ha sempre risparmiato Randazzo, inerpicata a mezza costa da epoca remotissima.
    Era certamente già << città >> – con onori ed oneri – nell’epoca in cui sarebbe avvenuto l’episodio di Carlo V.
Negandolo, sicchè, non le si toglie nulla: anzi!

    Che Randazzo sia di origine assai antica è fuori dubbio: che tutto il vicinato sia regione ricchissima di cimeli attici, sicelioti, italioti, è documentato dalla mirabile collezione del Museo Vagliasindi: ma la bella fantasia linguistica si è sbizzarita nelle più stravaganti filiazioni per stabilire la paternità del nome di Randazzo. 
    E’ vero che la temerità etimologica non ha confini: e non si basa su una calunnia l’epigramma del cavalier Jacques de Cailly contro Gilles Mènage:

Alfana vient d’equus san doute:

                                                             mais il faut avouer aussi

                                                             qu’en venant de là jusqu’ici

                                                             il a bien changè sur la route!

    Se il pedante maestro di Madame de Sèvignè riusci a far discendere alfana da equus, non c’è da stupirsi che si sia voluto far derivare Randazzo del Tiracium di cui parla Plinio (III, 91).
    Tra questa e altre etimologie – elleniche, latine o bizantine, collegate a nomi geografici o personaggi – assai sensata ci sembra l’opinione popolare:
randazzu, in dialetto locale, non significa forse << grande, grandioso >>?
    Ebbene: Randazzo è randazzu.
La grandiosità, Randazzo la conserva ancor oggi, pur semidiruta com’è, mentre si avvia a risurrezione per un intelligente piano regolatore, una bella strada che abborderà l’Etna per congiungersi a quella che ascende da Catania.
    Saran messi in valore tutti quei gioielli d’arte che qui si incontrano ad ogni angolo: bifore, colonnine agili, rosoni, palazzi maestosi che han l’aspetto di maniero, portali ingenui di botteghe medievali.
    La Vòlta di S. Nicolò, o via degli Archi degli Uffizi, è – pur cosi com’è ora – un idillio storico-pittoresco: quattro archi allineati su la viuzza stretta, in pietra cupa allineata da ciuffi vegetali: a sommo di una bifora ad esile colonnina tòrtile, forma giocondo irsuto pennacchio pallido un’acrobatica agave in cerca di sole.    Randazzo è << la città del tre >>. Cosi può chiamarsi questa bizzara cittadina in cui, ancor oggi, prosperano tre cattedrali.

    Tutta la storia di Randazzo è, fondamentalmente, la storia della rivalità tra chiese: Santa Maria, S, Nicola, S. Martino.

    Aspetto austero, esternamente, conserva la trecentesca Santa Maria, dalla poderosa struttura in lava: una lapide nella sacrestia che la costruzione cominciò nel 1215:
    mille duecento decem quinque septena fluebant

    tempora post Genitum Sanctae deVirgine…

    Il resto della lapide è enigmatico o addirittura enigmistico e menziona, come artefice, un Leo Cumier del quale non si ha notizia.

    Probabilmente questo Leo Cumier non è mai esistito: fu un Leo non meglio identificabile, chè, invece Cumier, va letto culmine….

   Il Leo Culmier menzionato autorevolmente da alcuni storici sarebbe sicchè un personaggio simile al Re Tappella o ad Ernani Involami.

    All’altro estremo della città, presso il palazzo Ducale, è la chiesa di S. Martino, troppo rimaneggiata in varie epoche, ma che ha, salvo, un meraviglioso merlato campanile trecentesco in lava, con bifore e trifore che la lava e la pietra calcare pallida zèbrano graziosamente.
    Fra le due chiese, nel centro della città, è la << statua di Randazzo vecchia >>, bizzarra figura umana che la compagnia di un’aquila, un serpente e un leone rendono sibillina.
    Sono ancora tre curiosi simboli, in questa strana città ove domina il numero 3.
    Chi sa con quali argomenti reconditi, si vuole che la statua sia la veridica effigie del ciclope Pyracmon. Del resto anche Virgilio ci fornisce pochi connotati di lui: ci dice (Eneide, VIII, 425) che fosse nudus: e questo Pirammone è nudo. Il pudore delle autorità randazzesi gli ha donato una metallica foglia.
   Non ci fu modo, attraverso secoli, di conciliare con un compromesso qualsiasi le tre chiese, si che una sola- come ovunque altrove . fosse la cattedrale. Perciò anche oggi le cattedrali sono tre: ognuna per un triennio, a turno.
    E nessuna delle tre cede all’altra, nemmeno come primato artistico: ognuna possiede una ricca mazza pastorale, tre copie dello stesso lavoro. E cosi per i calici ed altri oggetti dei tre tesori.
   Poco più che un secolo fa, nel 1824, alla morte di Ferdinando I, la chiesa di S. Nicola – che funzionava da cattedrale del triennio – celebrò solenne funerale: ma, dato il caso specialissimo, anche le altre due chiese vollero celebrare ciascuno il suo: e i funerali furono tre.
    Questa tripartizione, corrispondente a tre rioni, si connette con l’origine di Randazzo, città composta da tre diverse popolazioni che, siano al XVI secolo, parlavano ancora tre dialetti diversi. 

Oenochoe il mito dei Boreadi Museo Vagliasindi Randazzo

 Non c’è da stupirsi che avessero tre cattedrali, tre vescovi…
    Unica, però, è la bara, strano appellativo – che nulla ha di funebre – di un singolare altissimo trofeo recato in processione nella festa dell’Assunzione: l’armatura, di legno e ferro, alta 20 metri e rivestita di cartone variopinto, sorregge figure simboliche viventi: sono fanciulli vestiti da pretoriani, martiri o angeli, legati a un grosso tamburo rotante.
    I ragazzi – martiri tutti, anche se vestiti da pretoriani – dovrebbero soffrire di mal di mare, per il rotar del tamburo cui son legati: ma non c’è pericolo: per un paio di giorni sono stati tenuti prudentemente a digiuno.
   Se la Randazzo medievale lascia un ricordo indimenticabile, una visita al Museo Vagliasindi desta  una impressione non meno forte, diversa.
   L’archeologo, con occhi cùpidi, ammira quella ricca collezione di vasi, tra i quali la celebre oenochoe raffigura il mito dei Boreadi che liberano Fineo, re di Salmidesso, dalle Arpie.

 

Intatto e perfettamente conversato, nella vernice neppur screpolata, è questo recipiente con cui si attingeva il vino dal kratèr per versarlo nel bicchiere, ventiquattro secoli or sono. Nel mondo d’oggi non ne son rimasti che tre, raffiguranti questo mito finèide: ma la pittura della oenochoe Vagliasindi supera le altre per bellezza.
   Superano anche, in finezza di fattura i gioielli di qualunque museo di Europa quelli che son racchinosi nelle vetrine, qui, presso la finestra che si apre sulla valle dell’Alcàntara, la quale custodisce ancora chi sa quanti altri tesori
Il proprietario del Museo, (Vincenzo Vagliasindi figlio di Paolo ndr) podestà di Randazzo, ti mostra con legittimo orgoglio pithi e olpe, aryballi e trulle, helike e anelli: grossi recipienti di argilla, con coperchi a chiusura perfetta quanto quelli dei modernissimi thermos.
   Ma soprattutto ti commuovono i piccoli vasi che ornarono la tavola di toletta delle belle dame, più che duemilaquattrocento anni or sono. Insinuando le dita nell’ansa graziosa, questa ti sembra ancor tepida, per il calore della mano giovane e bella che la teneva.
    Le teorie einsteiniane affermano che il tempo è una nozione << relativa >>. Oltre Einstein lo dice, con più efficacia, anche la storia, quando la storia diventa bellezza e poesia.

   Pietro Silvio Rivetta in arte TODDI 

 

   Randazzo, febbraio 1934, XII.

   

 

 

 

 

Gaetano Basile

Il dottor commendatore Gaetano Basile nacque a Randazzo nel 1864 e mori nel 1952. Fu  uno fra i più illustri personaggi della nostra Città e non solo. 
 Medico provinciale a Ravenna, Trapani e Catania

Nel 1930 fu designato dal ministro per l’Interno, Pietro Parini,  Direttore Generale della Sanità Pubblica (1930-35) , in seguito divenne Direttore dell’Istituto Superiore di Sanità (1934-35), Cavaliere di Gran Croce e Gran Cordone dell’Ordine della Corona d’Italia.
E’ giusto anche ricordare che Gaetano Basile fu il più illustre discendente di Don Antonino Basile e Gemellaro che nel 1760 comprò l’ufficio di Mastro Notaro della Corte Civile di Randazzo. Sia lui che i suoi discendenti si imparentarono con nobili famiglie locali (Marotta, Vaccaro, Fisauli) e di paesi limitrofi (Salleo di Sinagra, Sardo di Castiglione, Caldarera di Sant’Angelo).
Gli ultimi anni della sua vita li passò presso l’abitazione delle sorelle ( i signurini Basile) che si trovava  alla fine della via Galliano ai confini della contrada “Scimonetta”.
Le persone più anziane si ricordano ancora oggi  il lunghissimo corteo funebre dove parteciparono le più alte cariche provinciali della Sanità, della Politica e della Religione oltre a tantissimi cittadini, che lo accompagnarono in chiesa e dopo al cimitero.

Il Consiglio Comunale di allora gli dedicò la più bella, la più lunga e la più larga via della “nuova” Randazzo:
Via Gaetano Basile.

Recentemente il ponte dell’ex FF.SS. è stato rimesso a nuovo grazie alla generosità  signor Paolo Maio in ricordo della tragica morte di suo zio Francesco.

a cura di Francesco Rubbino

Alfio Petrullo – La Umana Commedia

Un grazie di cuore a Maurizio Damiano che ci ha fatto avere questo libro scritto da suo zio che pubblichiamo.

 

Parco Sciarone

 CONCESSIONE DELL’INDULGENZA PLENARIA AL PARCO SCIARONE

 

La Sacra Penitenzieria Apostolica della Santa Sede, il 9 marzo 2019, ha emanato due DECRETI di concessione dell’Indulgenza Plenaria per il Parco Sciarone:
DECRETO 
     Viene concessa l’indulgenza plenaria a chi partecipa giorno 18 marzo 2019 alla solenne benedizione della Via Crucis e del Calvario, edificati dietro la Cappella di Nostra Signora di Fatima.
II DECRETO 
     Viene concessa per i prossimi 7 anni l’indulgenza plenaria nelle celebrazioni religiose annuali al Parco Sciarone:

13 Maggio festa della Madonna di Fatima

14 Agosto vigilia dell’Assunzione di Maria al Cielo (anniversario dell’inaugurazione della Cappella)

Ogni qual volta si celebra ufficialmente la Via Crucis.

Per lucrare l’indulgenza plenaria bisogna confessarsi, fare la Comunione e pregare secondo le intenzioni del Santo Padre.

                                                                                               ——————————————————————————-

Articolo del Prof. Nino Grasso sulla Via Crucis e il Calvario realizzato al Parco Sciarone con il programma della manifestazione del 18 marzo 2019.

 

 
 
 

Domenico Ventura – Uno sfortunato capomastro randazzese nella Sicilia del ‘600

 

Albino Rubbino

Albino Rubbino nasce a Randazzo il 16 dicembre 1945 da Carmelo e La Piana Carmela. Secondo di quattro figli.
Nel quartiere della Crocitta è il bambino più conosciuto per la sua simpatia e generosità.
A dodici anni, all’improviso,  decide di andare a studiare al seminario di Acireale per intraprendere la vita sacerdotale. A 17 anni pensa di averne abbastanza e ritorna a casa. Si presenta da esterno all’Istituto magistrale di Acireale e consegue la maturità magistrale.
Si guarda intorno e capisce che Randazzo gli sta stretto.
Con Concetta la sorella maggiore, parte per Cislago (Va) e poi a Milano dove riesce ad entrare alla Fabbri Editore prima come correttore di bozze e poi  come collaboratore amministrativo seguendo come responsabile le edizioni delle Enciclopedie.
La sua vis polemica, siamo nei primi anni settanta del secolo scorso, lo porta a diventare sindacalista e viene eletto segretario aziendale della CISL dei Cartai e dopo segretario provinciale.
Dopo aver conosciuto la Sua compagna decidono di ritirarsi a Garda. Si licenzia dalla Fabbri e pensa di poter finalmente liberare il suo estro artistico.

 

 

 

Apre un negozio di ceramica che chiama “La Bottega del Sole” ed espone solo opere create da lui e da Giovanni De Simone  (il ceramista palermitano) di cui diviene amico.
Il paese di Garda – sul lago omonimo – vive di turismo e accoglie di buon grado Artisti che possono renderlo più vivo.
Un giorno recatosi sul lungolago a fare colazione in un chiosco al momento di pagare il gestore  gli chiede se è Lui il proprietario del negozio di ceramica artistica , alla risposta affermativa gli dice: “se permette offro io non solo ora, ma tutte le volte che vorrà perché lei con la sua bottega ha reso il mio paese più bello”.
Piccole soddisfazioni.  Questo tipo di lavoro gli permette di avere l’autunno e l’inverno libero e quindi gli consente di girare il mondo, altra sua grande passione, permettendogli di acquisire conoscenze ed ispirazioni per il lavoro di ceramista.
La sua ceramica rappresenta la Sicilia – all’ingresso del negozio posiziona una grande ruota di un carretto siciliano ridipinto da lui – con la sua magia, i suoi colori, le sue luci, i suoi sapori e viene molto apprezzata la sua vena artistica da una clientela sempre più numerosa. Una certa clientela fissa rimane veramente affascinata anche dalla sua personalità, dal suo modo di porsi, dalle sue eccentricità. Quando pensa, però, di essere riuscito a raggiungere una certa “notorietà” ecco che tutto precipita.

Nel 1991 incomincia il Suo “calvario” che durerà cinque anni.

Nel 1994  (la malattia ormai era in uno stato molto avanzato)  scrive questa lettera a una Sua nipote: 

Negarine 20.02.1994

            Ciao …………   Scusami il lungo ritardo; sono stato in un luogo ove ogni cosa diventa bianca, i pensieri, l’inchiostro, la memoria, i vestiti, gli amori,le parole, tutto insomma. Mi turbava tanto non riuscire a trovare le parole per chiamare il sole, e il povero era allo stremo delle forze. Qui ho combattuto contro gli Elfi Bianchi, una volta miei alleati ora invece al soldo dei loro nemici i piccoli e cattivi Topazzi .
Ho ripercorso strade un tempo gioiose per portare tristezza e lutto !
Abbiamo perso.  Ti sembrerà strano, ma sono contento. In fondo io sono sempre stato un Elfo delle Rocce ed ho convissuto con il popolo Buco della Lava.
Che gente buffa il popolo Buco della Lava !  Basta un pò di vento perché cantino lunghe nenie d’amore. Basta avvicinare la mano vicino a loro perché incominciano a ridere, soffrono il solletico ! 
Ma ora non voglio annoiarti parlandoti di me, se vorrai, Ti racconterò quando ci incontriamo (speriamo presto!):
Io volevo qui dirti che la Tua lettera mi ha molto commosso. Grazie………… arrivederci a presto, così se vorrai Ti farò conoscere i miei amici: gli Elfi delle Rocce ! 
Ciao Tuo Albino
 

Torna a Randazzo nel gennaio del 1996 e serenamente si spegne il 27 aprile del 1996.

 

Alcune produzioni:

 

Ritratto di suo padre.

 a cura di Lucio Rubbino

Vigili Urbani – Foto

I Comandanti dei Vigili Urbani 

Alfio Lanza

 

Antonino Farina

 

Salvatore Munforte nasce a Randazzo il 25 maggio del 1946, dopo la scuola dell’obbligo consegue il diploma di Perito Meccanico a Giarre. Presta servizio militare a Milano nella sezione Comando degli Autieri. Risiederà a Milano, per motivi di lavoro, sino al 1975.
Si sposa con  Carmela Silvestro il 6 settembre 1972 con la quale avrà due figlie, Lara e Silvia, oggi avvocato l’una e psicologa l’altra.
A seguito concorso pubblico viene assunto dal Comune di Randazzo con la qualifica di Vigile Urbano. Nel 1983 diventa sottufficiale e, dopo, con concorso pubblico, Vice Comandante col grado di Tenente:. Dopo il pensionamento del Capitano Antonino Farina, viene nominato Comandante. 
Carica che ricoprirà sino a dicembre del 2008 anno del suo pensionamento:

 

Gaetano Cullurà

VV.UU. dal dopo guerra ad oggi.

Daniele Palermo – La rivolta del 1647 a Randazzo

Daniele Palermo nato a Palermo 07/06/1971 Laureato in Lettere Moderne nel dicembre 1999 con il massimo dei voti e lode.  Dal luglio 2006 è ricercatore del settore M-STO/02-Storia moderna presso la Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università di Palermo, dove per l’anno accademico 2007-2008 tiene in affidamento la disciplina “Storia moderna” (sede di Agrigento). Studioso delle rivolte di “antico regime” ha dedicato buona parte dei suoi lavori agli avvenimenti siciliani del biennio 1647-48.

 

Antonio Petrullo

 

Antonio Petrullo

Tutti noi conosciamo Randazzo: paese piccolo, ma dalla storia antica. In epoca moderna ingrandito e anche colpito, come tutti i paesi d’Italia e del mondo, da devastazioni edilizie, ma capace di conservare un cuore architettonico medioevale (e, scavando qua e là, tracce di un passato romano, greco, preistorico…).
Non molto popoloso (oggi meno di un tempo) ma, come tutti i paesi al mondo, capace di donare i natali tanto a persone che hanno vissuto senza lasciare tracce evidenti ma che, nel silenzio, hanno contribuito alla sua vita, alla sua storia, quanto a persone che hanno lasciato nel paesello o in qualche punto del mondo qualche traccia, piccola o grande che sia.
Questa breve nota riguarda uno di questi personaggi, che ho avuto la fortuna di avere (sin troppo poco, ahimè) per nonno materno.
Quell’uomo, nato a Randazzo alla fine del XIX secolo, si chiamava Antonio Petrullo; aveva avuto la fortuna – non comune all’epoca – dell’agiatezza, poiché il padre, Salvatore Petrullo, fu benestante, proprietario di terre e case, nonché amministratore presso un’importante famiglia del paese.
L’infanzia di Antonio è passata in famiglia, con il padre, la madre Carmela (Lo Presti), e vari fratelli e sorelle (uno di questi, Alfio, è fra quelli che hanno lasciato traccia di sé). Fra le altre cose, per diversi anni ha avuto problemi di salute che hanno fatto temere per la sua vita ma che furono superati grazie ai medici e a una ferrea forza di volontà, a un tenace e gioioso amore per la vita che lo hanno contraddistinto lungo tutto il suo percorso.
I suoi studi lo hanno portato al diploma di ragioniere, che però non fu mai impiegato per esercitare quella professione: divenne un imprenditore portando a termine lavori importanti, soprattutto in Sicilia.
Ha costruito acquedotti in piccoli centri dove ancora non esisteva acqua corrente, e molte strade e piazze, alcune delle quali ancora esistenti in vari paesi e realizzate “a regola d’arte”, alla “maniera antica”, ossia senza la necessità successiva di manutenzione, né di ricostruzione.
Era il buon vecchio orgoglio del lavoro ben fatto, e fatto per durare.
Ma il suo lavoro non si è fermato alla nostra splendida terra di Sicilia. Antonio Petrullo ha viaggiato molto, e realizzato opere in paesi lontani.
Ma ci arriveremo; per il momento vediamo Antonio crescere, divenire un uomo, e creare una famiglia.
Sposa una lontana cugina, Nunziata Mavica, nata da un agricoltore e piccolo proprietario terriero, Giuseppe Mavica, e da Paola Petrullo.
Nunziata fu all’epoca (ricordiamo che si parla di persone, e donne, nate alla fine dell’800) una delle rare donne che sia riuscita a trasferirsi a Catania per compiere i suoi studi, diplomarsi come insegnante e iniziare il suo lavoro, portandolo avanti per diversi anni in Lucania (Oliveto Lucano, poi Accettura, entrambi in provincia di Matera).
Rientrata a Randazzo, sposò Antonio, da cui ebbe tre figli: Alfredo, Mario e Lina.
I primi anni di matrimonio trascorsero a Catania, e più tardi a Randazzo.
Padre affettuoso, era figlio dei suoi giorni e, secondo la mentalità dell’epoca (si era nel Ventennio), ha unito alla dolcezza genitoriale il rigore morale; a tal fine i due figli maschi furono messi in collegio, il S. Basilio di Randazzo, gestito dai Salesiani, dove la loro educazione veniva completata sia sotto il profilo culturale che formativo. La figlia Lina invece era in casa con i genitori.
È sempre difficile descrivere le persone, anche sé stessi, perché non ci si conosce mai abbastanza, e ancor meno gli altri. Ciò che si può fare è solo rendere testimonianza nei ricordi propri e degli altri. Chi ha conosciuto Antonio lo ricorda come una persona gioiosa, cordiale, dall’inesauribile gioia di vita e dal sorriso aperto. Sul lavoro sempre molto attivo e rigoroso, ciò che lo ha portato ai traguardi di cui parleremo.
Poi ci sono i ricordi dei familiari. Antonio, nelle memorie della figlia Lina, viene descritto come “un padre meraviglioso, affettuoso, sensibile, delicato e molto attento alla salute dei figli”; lo era anche la madre, “ma lui arrivava a fare quasi l’impossibile … per quel che riguardava la salute”.
E la figlia, cresciuta in casa, iniziò ad andare a scuola nel 1934, e fu sempre circondata dall’amore genitoriale, ma mai viziata; Antonio soleva dirle:
non sempre, ma ogni tanto, bisogna saper rinunciare a qualcosa o al realizzarsi di qualche desiderio; bisogna essere pronti a qualsiasi evenienza, poiché la vita, a volte, può sottoporci a prove durissime quando meno ce lo aspettiamo”.
E queste parole dovevano rivelarsi terribilmente vere, con le vicende della guerra.
Quegli anni, gli anni ’30, non erano facili: allora dominava il fascismo, ma inizialmente in paese non vi furono estremismi.
Un esempio è proprio la famiglia di Antonio: lui, pur diffidando del governo degli uomini (di Mussolini, come del Re e degli altri), vedeva nelle prime idee del fascismo una strada per una società più sana, affidata alla dirittura morale sia dei singoli governanti che sociale.
Non vedeva ancora lo spettro della dittatura, al punto da scrivere e pubblicare nel 1934 un volume:La legge morale del fascismo”. (ed. Rinnovamento 1934)  
Parlavo di mancanza di estremismi e di esempio di ciò in famiglia, perché accanto ad Antonio viveva la moglie Nunziata che lungi dall’essere fascista, era di idee socialiste.
Eppure, questa differenza non fu mai un problema fra marito e moglie, né fu mai stata osteggiata od ostacolata nel suo lavoro o nella vita, né non fu mai perseguitata, per queste sue idee, di cui non faceva assolutamente mistero.
Antonio Petrullo parte per l’Eritrea nel 1935, come direttore di un’importante ditta ad Asmara e poi impiantandovi una florida impresa che si occupa, come già aveva fatto in Italia, di costruire strade e piazze; lo seguono nell’avventura africana alcune persone di famiglia e altri del paese.
Dopo circa un anno di lavoro in Eritrea, in seguito all’ingresso dell’esercito italiano ad Addis Abeba, il 5 maggio 1936, Antonio si trasferisce con la sua impresa edile in Etiopia, stabilendo la sua base operativa (e poi la sua casa) ad Addis Abeba, dove amplia l’iniziale impresa di costruzioni stradali trasformandola su invito del governo in impresa edile per la costruzione della nuova Addis Abeba.
Vi aggiunge anche un’immensa segheria (la maggiore macchina, una sega a nastro, era “
la più grande dell’Impero”) e poi dà avvio ai suoi sogni, che divenivano sempre più progetti: inizia a esplorare il territorio in avventurosi viaggi sempre più distanti dalla capitale, alla ricerca della terra che gli permetta di realizzare ciò che ha in mente.
E infine la generosa Africa gli svela un’area selvaggia che ai suoi occhi appare come il paradiso che da tempo sognava: grandi falesie calcaree per produrre la calce di cui ha bisogno la nuova capitale, la foresta per la produzione del legname, acqua in abbondanza da sorgenti e fiumi, e terreno fertile per vastissime distese di terreno da coltivare. Il “suo” paradiso è Guder, oggi una cittadina 140 chilometri a occidente di Addis Abeba.
Non mi dilungherò qui sugli anni difficili, avventurosi, meravigliosi, terribili trascorsi in Etiopia. Li ha descritti lui stesso in un romanzo di cui parlerò più avanti.
Qui mi limiterò ai fatti salienti e più personali: si fa raggiungere dalla famiglia ad Addis Abeba all’inizio del 1938: erano passati quasi tre anni dalla sua partenza; nella capitale ormai le sue attività sono molto ben avviate, come in tutta l’area sino a Guder: dalla costruzione delle strade a quella dei palazzi della città nascente, dalla produzione e lavorazione del legname, alla fabbrica di mattoni, all’agricoltura.
Quando ero bambino mi raccontava dello stupore nel vedere i prodotti coltivati in quella terra vergine: dai finocchi grandi come teste aimeloncini di Guder Petrullo (le papaie) a mille altre cose dalle dimensioni e qualità straordinarie. Lo ascoltavo con occhi meravigliati, ma non so quanto potessi crederci o davvero immaginare finché, giovane uomo, non andai io stesso in Africa, rimanendo a mia volta sbalordito nel guardare i banchi dei mercati, e ripensando alle parole di mio nonno.
Il ricordo degli anni africani della figlia Lina sono meravigliosi, pensando a quella straordinaria città che univa tratti di modernità ed eleganza italiana alla meraviglia da paradiso terrestre della boscaglia fra un quartiere e l’altro, una casa e l’altra (andava a scuola a cavallo, attraversando ampi tratti di boscaglia); e del padre dice che ha donato anni felici alla famiglia, in Etiopia, perché “con la sua intelligenza e la sua grande abilità, unita anche ad una profonda onestà e dirittura morale, aveva costruito un Impero nell’Impero.
La figlia Lina ricorda i due anni successivi come i più belli della sua vita.
Unica ombra, un episodio che avrà un tragico peso qualche anno più tardi: il fratello maggiore, Alfredo, curioso di conoscere usi e costumi locali, e di aiutare come poteva, si recava spesso presso le abitazioni degli indigeni: una di queste volte fu punto dall’insetto responsabile e veicolo della Ricketsia Mooseri, contraendo il tifo esantematico. Malattia gravissima che portava quasi sempre alla morte.
Oggi questa malattia si può curare con antibiotici e sulfamidici, ma allora questi prodotti, anche se erano stati scoperti, non erano stati isolati, e quindi non erano disponibili. Alla fine comunque Alfredo si salvò e si riprese, ma il fisico era stato minato, con conseguenze che avranno il loro peso qualche anno dopo. Intanto, ripresosi, verso l’inizio del 1939, d’accordo coi genitori, scelse di tornare in Italia per entrare al Collegio Navale della G.I.L. di Venezia (oggi Collegio Navale Francesco Morosini).
Intanto, la visione di Antonio sulla situazione italiana era profondamente cambiata: se si sentiva sempre, profondamente e fieramente italiano, era deluso dal fascismo, che tradiva tutte le promesse di libertà e rettitudine (la realtà di Stato era ben lontana quella “legge morale” di cui lui aveva scritto e in cui continuava a credere).
In effetti, mentre in Italia la propaganda (e la paura) condizionavano la vita e le menti, nella lontana Etiopia (o Eritrea, Somalia, Libia) gli italiani si trovavano ad affrontare da soli i problemi; a parte la presenza militare, lo Stato era qualcosa di astratto e lontano, e la costruzione “dell’Impero” era lasciata nelle loro mani; le roboanti parole di Mussolini lì arrivavano come un’eco lontana e puerile, una sorta di teatrino criminale, anche perché i capi militari si macchiavano di crimini che ben poco avevano a che fare con la fama di “italiani brava gente”; e questo, per i civili era dolosamente chiaro.
Tuttavia c’era l’orgoglio del costruire qualcosa in cui credevano: concetti come quelli odierni di occupazione, diritti dei nativi, ecc. erano ancora inesistenti, e si aveva la presunzione di “portare la civiltà” (non richiesta) e di dover essere ringraziati.
A ciò si aggiunga il fatto che nel caso dell’Etiopia la presenza ufficiale dello Stato era rappresentata dal Viceré Amedeo di Savoia-Aosta, uno dei rari esponenti della casata ad aver dimostrato dirittura morale e senso del dovere, tanto da recarsi da Addis-Abeba a Roma per parlare con Mussolini e con Galeazzo Ciano per cercare di convincerli che una guerra, in particolare in Etiopia, non sarebbe stata affatto opportuna.
Con Mussolini non riuscì a parlare da solo perché glielo impedirono. Ciononostante parlò chiaramente al Duce: una guerra nell’impero sarebbe stata insostenibile ed impossibile. Non esisteva la preparazione necessaria; in particolare per mancanza di armamenti sia in cielo che a terra. Ma non fu ascoltato. I fatti hanno dato pienamente ragione al Viceré che pagò personalmente e molto dolorosamente i gravi errori della II Guerra Mondiale.
Comunque, questi fatti storici non sono il tema di queste pagine, ma qui ne vediamo i risvolti per Antonio Petrullo.
I venti di guerra gli suggerirono di far rientrare in Italia la famiglia (si pensava che a Randazzo sarebbero stati più al sicuro) mentre lui rimaneva in Etiopia per portare avanti il lavoro.
Lo scoppio della guerra il 10 giugno 1940, come sappiamo, portò infine, in Etiopia, alla sconfitta degli italiani da parte britannica, nel novembre del 1941. Occupata Addis Abeba, gli Inglesi catturarono Antonio, ma gli proposero di rimanere al suo posto, conservando privilegi e proprietà, senza far nulla contro la sua patria, purché portasse avanti i lavori di produzione e costruzione.
Unica condizione, svelare se e dove avessero nascosto le armi. In effetti, all’approssimarsi degli Inglesi, Antonio aveva fatto nascondere armi nella speranza di un contrattacco italiano, in modo da poter combattere i britannici dall’interno della città.
Come sappiamo, non ci fu mai nessun contrattacco. Comunque, né le lusinghe né le torture lo convinsero a parlare (“io sono un Italiano!”) e le armi rimasero (o sono ancora???) nascoste dove lui le aveva fatte mettere: sepolte sotto l’immensa sega a nastro. Alla fine gli inglesi gli offrirono una bella passeggiata, di più di 1200 chilometri, da Addis Abeba sino a Ol Dònyo Sàbouk, ridente località nel verde del Kenya ove si trovava uno dei loro campi di concentramento; poco distante dal campo per i prigionieri comuni, come mio nonno, si trovava la villetta in cui era prigioniero Amedeo D’Aosta.
In questo campo si lega un particolare ricordo di mio nonno che diede origine a una piccola “leggenda familiare”: da bambino io volevo sempre mangiare con un cucchiaio in particolare, l’unico diverso, pezzo unico fra quelli dei servizi da tavola.
Cucchiaio umile, di metallo comune e non particolarmente bello ma lo volevo perché aveva dietro una corona; era, ovviamente, la corona britannica; si trattava di una posata portata da mio nonno dal campo di prigionia. Ma non l’aveva certo presa per quei tristi ricordi, bensì per una particolare ragione che mi raccontò quando avevo circa sei anni e gli chiesi cos’erano quei numeri graffiti dietro, sul manico, sotto la corona. Li aveva incisi lui, ed erano la ragione per cui aveva portato con sé il cucchiaio.
Si riferiscono a qualcosa che è più dominio del mistero, qualcosa che si può credere o non credere, e dunque la racconterò così com’è nata.
Torniamo a quel campo di concentramento in cui mio nonno fu “ospitato” dagli inglesi. Vi stette dal 1941 al 1946; ma quello che ci interessa riguarda il 1943. Anno particolarmente infausto per Randazzo, perché fu l’anno dei bombardamenti, ogni giorno, per quasi un mese consecutivo; i bombardamenti si susseguirono con una tale frequenza che un giorno se ne contarono ben 23. La notte tra il 15 e il 16 luglio del 1943 fu particolarmente cruenta; chi era scappato verso l’alto, sull’Etna, ricorda che alla fine del bombardamento vide verso il paese solo fiamme e sfacelo”.

 

13 luglio 1943 – Gli alleati entrano a Randazzo bombardata. Corso Umberto con la chiesa di San Martino.


Pensiamo solo un attimo al fatto che Randazzo, con la sua cinta muraria intatta e le 12 porte, racchiudeva in seno alle mura quello che dagli esperti medievisti veniva considerato “il più bel paese medioevale di Sicilia”.
Dopo il passaggio degli eroici americani, che bombardarono, solo perché “in posizione strategica”, un paese inerme, privo di qualsiasi difesa contraerea, rimanevano “solo fiamme e sfacelo”.
Le uniche due vittime gli Alleati se le fecero da soli: poiché non si accontentavano di bombardare, ma si accanirono mitragliando anche i civili in fuga sulla montagna, due caccia, facendo una picchiata si scontrarono, quasi sulla basilica (nell’area del ponte), precipitando a breve distanza.
Tutto questo fa parte della storia di famiglia perché nell’incubo dei bombardamenti mio zio Alfredo, che era da tempo rientrato da Venezia, si prodigava per andare in paese sotto le bombe e cercare viveri per la sorella, la madre e gli anziani, le donne e i bambini del gruppo di fuggiaschi, sempre tenendo per sé il minimo per la sopravvivenza, se mai lo teneva.
Quando finalmente i bombardamenti cessarono, Alfredo non riuscì più a tornare sull’Etna dai familiari. Era rimasto a letto con la febbre alta. In un primo momento si pensò che si trattasse solo di una febbre dovuta alle fatiche sostenute; ma quando la madre e la sorella tornarono a casa le aspettava la dura e tristissima realtà della malattia di Alfredo. La privazione per troppi giorni, gli stenti, gli sforzi per portare il cibo a chi non ne aveva, uniti all’indebolimento fisico della malattia che aveva contratto in Africa, lo portarono a debilitarsi troppo; un ufficiale medico disse che ci volevano quegli antibiotici che ormai si trovavano in America ma che in Italia non erano ancora arrivati.
La notte tra il 21 e il 22 novembre del 1943 Alfredo si aggravò ulteriormente; ormai alla fine, con una tristezza infinita, ad un certo punto raccolse le sue ultime forze, si alzò a sedere e disse, quasi urlando: “Papuccio mio, non ti vedrò mai più”, poi crollò sul letto ed esalò il suo ultimo respiro. Ma perché mai racconto questo episodio?
Perché nello stesso istante, a Ol Dònyo Sàbouk, a circa 5000 chilometri di distanza, mio nonno si svegliò di soprassalto con la sensazione di qualcosa di tremendo. La sensazione era così forte, e strana, e unica, che incise quella data su quel cucchiaio della mia infanzia.
Dovevano passare due anni perché Antonio sapesse cos’era accaduto in quell’istante di quella notte del ’43.
Solo alla fine del 1945 fu possibile uno scambio di notizie fra il campo di prigionia e la famiglia; e Antonio apprese della perdita del figlio. Si doveva ancora arrivare alla primavera del 1946 perché potesse tornare a Randazzo. Il suo ritorno, tanto atteso, lenì il dolore delle tante ferite che la guerra aveva procurato e consolò dei grandi dolori subiti, anche se Antonio ne era stato colpito tanto quanto la moglie e la figlia.
Antonio possedeva ancora dei doni preziosi: il suo carattere, la forza e l’ottimismo, l’amore per la vita e per la famiglia; e aveva parecchie possibilità, nonostante il crollo provocato dalla guerra.
Poco dopo il suo rientro, potè avvalersi dei reti del suo “impero” economico perso nella guerra; in effetti, il suo vecchio amico e socio d’Etiopia, l’avvocato Colitto, di rara onestà, era stato rimpatriato prima per ragioni di salute, e negli anni aveva potuto preservare a Roma qualcosa dal disastro bellico; grazie a quei fondi Antonio poté dare avvio a un nuovo inizio, creando quindi delle industrie anche a Randazzo (produzione di calce, mattoni, ecc.).
Gradatamente la famiglia ricominciò a prendere respiro, nonostante la ferita dovuta alla perdita del figlio primogenito fosse ancora molto viva.
Gli anni successivi furono quelli del dopo guerra, della ricostruzione, e di tutti gli esseri umani, di tutte le famiglie: lo scorrere degli anni, il lavoro, la crescita dei figli, i matrimoni, l’arrivo dei nipoti.
La figlia Lina uscì di casa per iscriversi in Medicina e Chirurgia, cosa rarissima per le donne, all’epoca; all’università di Messina incontrerà un collega, quel Paolo Damiano che sposerà e con cui andrà a vivere a Randazzo.
Quel Paolo Damiano che mi fu padre e che creò l’ospedale del paese con vent’anni di lavoro.
Dopo la sua partenza per Milano purtroppo la struttura declinò sino alla sua fine.
L’altro figlio di Antonio Petrullo, Mario, divenuto geometra, andò a lavorare per molti anni in Somalia.
La vita a Randazzo scorreva tranquilla: la casa alla fine del paese, a Crocitta, aveva intorno campi e, in fondo, le fornaci per la calce.
Per me quella casa e qui campi, quelle fornaci e la terra intorno sono l’infanzia, e tratteggiarne qualche immagine aiuta a conoscere alcuni aspetti di Antonio Petrullo come nonno: ho passato più anni con i miei nonni che con i miei genitori.
Forse dovrei dire “con mio nonno” perché la nonna è una figura quasi indistinta: sempre gentile e amorevole, era però circondata da un alone di eterna tristezza, con le sue vesti nere e il buio nell’anima: non si riprese mai dalla morte dell’amatissimo Alfredo; sorrideva del suo sorriso triste solo quando ero vicino a lei e mi chiamava “Alfredo, Alfreduccio” (che volle come mio secondo nome).
La casa dei miei nonni è per me ricordo di libertà in quegli ampi spazi e delle esplorazioni nella sciara infinita dietro casa; le chiacchierate e i giochi con mio nonno, le lunghe serate nel suo studio, accanto a lui, chino sui suoi scritti alla scrivania, mentre io seduto per terra divoravo libri su libri della sua biblioteca.
Era lui che ci portava, me e le cugine, con la Topolino, a Taormina; è lui che a tre anni mi insegnò a nuotare; ed era lui che sapeva trasformare in magia rituale le cose più semplici, facendoci sognare con un sorso d’acqua o una semplice aia.
Due esempi, due ricordi per tutti: quando, al rientro dal mare, facevamo troppo chiasso (com’è d’obbligo per una piccola banda di pargoli in una Topolino) non una voce si levava da lui, non un rimprovero; anzi! Era lì che iniziava la magia: con la voce del bravo narratore di favole ci diceva: “se fate i bravi, c’è per voi una sorpresa…”. Ovviamente, la sorpresa non era tale, e sapevamo benissimo quale fosse, e l’aspettavamo con gli occhi colmi di magia. Giocattoli? Caramelle? Gelati? Qualsiasi altra cosa comprata col denaro? Assolutamente no! Era rituale e magia. Era solo acqua pura, cristallina. Ma era l’acqua di un rituale magico: “quella” fontanella di pietra (a Piedimonte), di “quella” piazzetta, con “quel” bicchiere. Era uno di quei bicchieri da campo, pieghevoli, d’alluminio: con le mosse eleganti ed elaborate delle mani di un prestidigitatore che ammalia il pubblico scopriva la scatoletta del bicchiere, lo apriva, lo lavava dentro e fuori con la solennità di un antico sacerdote egizio, e poi il sospirato premio dei sorsi di acqua favolosa nel bicchiere magico. Non bevevamo l’acqua, ma la magia dell’amore di quel nonno straordinario. 
L’altro esempio? Se facevamo i bravi durante la settimana, in via del tutto eccezionale (dovevamo guadagnarcelo!) ci portava nel magico “tondo-tondo” che non era altro che l’aia che si trova ancora sulla strada di Santa Domenica Vittoria davanti alla piazzola che allora ospitava una cabina elettrica. 
E passavamo delle ore a rincorrerci felici.
Possedeva un’arte perduta, nonno Antonio: l’arte di creare la magia in noi, di saper stimolare la fantasia che è in ogni bambino.
E, come questi, molti altri ricordi mi riportano a quell’uomo fuori dal comune.
Gli anni della pensione non furono mai inattivi, ma presi dagli affari (tra cui le briciole dei rimborsi dei danni di guerra da un governo di Roma che stentava a rispettare la legge), ma soprattutto della scrittura dei suoi ricordi d’Africa, trasformati in romanzi; solo uno vide la luce: il suo romanzo storico/autobiografico “Nei giorni del crollo”, pubblicato nel 1970, considerato come “effemeride storica” e che gli valse l’accoglienza fra i membri dell’Accademia Tiberina di Roma.
Stava lavorando alla correzione delle bozze del secondo quando sopraggiunsero i pesi delle catene del tempo.
Il lavoro si fermò per il deterioramento della vista sino alla cecità, e un po’ della mente che iniziava a perdersi, ma solo a causa del buio dei suoi occhi.
Ricordo che un giorno disse alla persona che si occupava di lui (e di cui parlerò sotto): “ragazzo, preparami delle uova al bacon, per la colazione”; e quando il “ragazzo”, ridendo, rispose “certo, signore”, Antonio riconobbe la voce e ripiombò nell’assoluta lucidità del presente e del luogo.
Semplicemente, nella cecità, quando ricordava i suoi tanti viaggi, poteva capitare di continuare nella visione; ma bastava qualcosa come la voce per riportarlo alla realtà. In quel caso, ridendo, raccontò che stava pensando ai giorni di Londra e ridendo disse: “scusa, Paolo”.
Già, perché il “ragazzo” era Paolo, mio padre, suo genero.
Quegli ultimi due anni furono tristi e meravigliosi a un tempo per entrambi, perché mio padre, che col matrimonio trovò in Antonio il padre che lo aveva lasciato morendo quando lui aveva 19 anni, poté accudirlo come non poté fare con suo padre; e Antonio trovava il figlio più amorevole che potesse sognare.
Mio padre, che lavorava all’ospedale, aveva anche la condotta di Passopisciaro, Solicchiata, Rovittello e Verzella; Paolo Damiano, che aiutava la moglie medico nel suo ambulatorio e nelle visite, aveva la forza di accudire il suocero andandoci almeno tre volte al giorno, per portargli il cibo, aiutarlo a lavarsi e vestirsi, e fargli compagnia.
Avevamo provato a portarlo a casa nostra ma dopo pochi giorni volle tornare a casa sua perché le poche, vaghe ombre che vedeva gli impedivano di muoversi in casa nostra mentre in casa sua era libero comunque di spostarsi per le stanze.
Questi furono gli ultimi due, tristi anni in cui, come ogni essere umano che arrivi a tarda età, dobbiamo pagare il tributo a Kronos l’implacabile. 
Il 23 luglio 1973 Antonio Petrullo si spegneva nella notte, serenamente, nel suo ultimo sogno e, chissà, forse tornando col suo perduto e amato figlio in quell’Africa dei giorni felici.

Maurizio Damiano  

     Il romanzo ” Nei giorni del crollo ” dopo una breve prefazione di Arnaldo Di Serio, inizia con questa bellissima poesia:

Giuseppe Plumari – La Felicità Politico-Cristiana.

Omelie recitate dall’Autore nella Basilica di Santa Maria il 12 gennaio 1801 e il 12 gennaio 1821.

 

SEBASTIANO GRASSO

 

Figlio naturale di un generale-medico (1903-1985) e della marchesa Giuseppina Camardi Polizzi ( Castiglione di Sicilia 1916-1966), figlia a sua volta di Camardi Antonino e di Polizzi Soccorsa (nata a Randazzo nel 1890) . Sebastiano Grasso è nato in Sicilia il 24 novembre del  1947. 
Ha conosciuto la madre a dodici anni e il padre a diciannove anni. 
Studia al collegio San Michele di Acireale, dei Padri Filippini.  Si dedica anche alla scherma, canto e musica (abbandonata dopo la morte della madre, eccellente pianista).
Appena laureato, insegna per un paio d’anni Letteratura Italiana all’università.
Il suo primo libro “ Orizzonti lontani ” esce nel 1964, quindi ” Plaquette “(1968, prefazione di Carlo Bo),”  Poesie fuori stagione ” (1970, introduzione di Diego Valeri) , Il giuoco della memoria (1973, prefazione di Mario Luzi e disegni di Cantatore, Kodra, Mignecoe Sassu), tradotto in Spagna (1977) nella celebre « Co- leccién Adonais»; La stagione del clown (1978, presentazione di Riccardo Bacchelli); “ I poeta e il fantasma” (1980, introduzione di Carlo Bo);
Nel 1970 dirige per l’editore Giannotta di Catania la collana di letterature straniere “Mondo”.
Si dedica a traduzioni di Apollinaire, Baudelaire, Senghor, Valery, Cendras, Machado, Jìmenez, Neruda, Alberti, Lorca.
Dal 1971 vive a Milano dove  ha lavorato al Corriere della Sera come inviato speciale e responsabile della pagina dell’Arte.
Dal marzo 2007 è presidente del Pen Club Italia.
Ha pubblicato una ventina di libri di poesia.
 Fondamentale l’incontro con la donna che gli ispirerà la trilogia:
 – nel 2000 “Il tuo pube nero befferà la morte” con un saggio critico di Carlo Bo e sei disegni di Renzo Vespignani,
 –  nel 2002  “Sul monte di Venere” ,presentato da Mario Luzi,
 –  nel 2004 “La preghiera di una vergine”.
La sua vena poetica continua con:
 –  nel 2006 esce “Il talco sotto le ballerine”, (Premio Lerici Pea),
 –  nel 2007 “La cenere ringrazia della brace e della favilla”,
 –  nel 2009 “Tu in agguato sotto le palpebre”.
E’ tradotto in Spagna, Russia, Polonia, Francia, Svezia, Inghilterra, Macedonia.

Ha curato : 
 il Teatro breve di Federico Garcia Lorca  (1970, testimonianza di Rafael Alberti e disegni di Corrado Cagli);
Ritorni del vivo lontano di Rafael  Alberti (1976);
 Spade come labbra di Vicente Aleixandre (1977);
Dalì di Ramén Gémez dela Serna (1978 e 2002);
Cancion del amor herido di Alberti (1979);
Montale, lettere a Quasimodo (1981, prologo di Maria Corti);
Donna Rosita la zitella di Garcia Lorca (1987, testi di Rafael Alberti e Carlo Bo);
Vedute di Roma di Giovan Battista Piranesi (1991);
Ballate gitane di Garcia Lorca (1993, conscritti di Rafael  Alberti e Carlo Bo e disegni di Migneco);
Il  bicchiere di giada (2001, con Stella Ku Pan, incisioni di Hsiao Chin);
I piaceri proibiti di Luis Cernuda (2002, con Margherita Alverà);
Destino Espagnia: la Spagna vista dal « Corriere della Sera » (2002, con Marina Cotelli).

Sebastiano Grasso – il poeta italiano, ospite d’onore alla Fiera del Libro, Tirana 2011

Sebastiano Grasso

La poesia assomiglia ai giorni, che sembrano gli stessi senza mai esserlo. Cosa già detta da Eraclito paragonando il tempo con l’acqua. Il paragone in se stesso è anche poesia.
L’acqua non è sempre la stessa e, così, le sue forme. Infatti nel momento in cui esse si ripetono, sono sempre nuove come i giorni, anzi ognuna di esse è unica. Riviverle è esattamente lo stesso.
Questa sensazione è rafforzata dal poeta italiano Sebastiano Grasso, che nei suoi versi trattiene il tempo e l’acqua – la memoria di entrambi – ma, soprattutto, materia d’amore che è l’amore stesso.
La sua poesia, simile ad altre, è totalmente sua, come la sua vita. Perché è possibile dividere le pene con un’altra persona, così come la gioia – come si divide una stanza – ma non si può mai soddisfare la sete per un altro. La poesia non può essere trapiantata.
Sebastiano Grasso scrive come se prima di lui non fossero vissuti altri poeti, come se con lui iniziasse tutto; è come se egli cercasse di (ri)scoprire l’amore dopo averlo osservato, toccato, gustato, lasciato, fatto impazzire, deluso.
Che cosa importa se altri prima di lui hanno espresso le proprie sensazioni. Importa solo quello che il poeta scopre da sé.

Ma il dolore non è un capriccio, non si placa l’insonnia.

Ecco una raccomandazione misteriosa, che il poeta tira fuori da sé: per sé e per gli altri. La parola poeta, (che in latino è poéta e in greco antico poiétés e che deriva da poeíéín), vuole dire “fare”, “produrre”. Che cosa? Sentimenti, oppure emozioni. Inventarli, raccontarli o provocarli? Raccontare l’attimo che è eternità e l’eternità che diventa attimo. Qui c’è una sorta di nodo che non va mai sciolto. Tutto ciò si vede anche nel poeta Grasso.

Di quanti enigmi si compone la nostra storia;
di quante magie […]
Il dialogo interrotto ricomincia: sogno
un tempo che non era nel sogno.

Senza alcun complesso, disincantato dell’incanto, in modo naturale, egli ripercorre – con una specie di sentimento sublime, segreto, primitivo – la giornata di una persona. Sole, pioggia, vento, le stagioni dell’età con incontri, separazioni, timori, cambiamenti e amori ovunque ed in ogni cosa.
Ogni cosa diventa il ricordo di un amore, vi si identifica.
Talvolta il ricordo è più forte della realtà. Ecco il sogno dell’amore.

L’amore si serve di tutto: treni, macchine, passi, ascensori, balconi, piante rampicanti, bicchieri di vino, divani, posacenere con sigarette che ancora emettono fumo, fogli scritti – e, soprattutto fogli non scritti -, viaggi improvvisi, ritorni, letti disfatti e vuoti, ecc.
Ma nessuno può ripetere te; così come tu non puoi ripetere gli altri.
Siamo la stesso uomo, quello di Borges, con la stessa poesia, ma infinitamente diversa.

Scrive Grasso:
Cambiamo abitudini: poche partenze, troppi arrivi.
Il poeta si allontana senza allontanarsi. Solo fra la gente, tende a scoprire l’anima: ovunque, soprattutto nella parola, nella quale crede. E sembra che dica: “Altri poeti dentro di me, così come io ero dentro di loro”: Anche la pioggia ha la sua voce… Questo insieme di uomo-natura e di natura-uomo, rimasto nelle parole che non riusciamo ad inventare, ha il potere di inventarci di nuovo, ti rendeva l’immortalità per un altro giorno.
Ancora un giorno in più per essere immortali.
Ed ancora:
I nostri angeli sono 
altrove, in alto mare, come uccelli migratori. 
Le notti si gonfiano, diventano bolle di ricordi
ma non riescono a scoppiare. Dio!, il nostro
destino è un tormento perenne. Ed è proprio qui,
dici, il crepuscolo della vita, il nostro inferno.
Si scopre con ritardo che abbiamo amato poco,
o peggio ancora, che non abbiamo saputo amare?

Siamo davanti a versi di una chiarezza straordinaria. Probabilmente ciò è dovuto al lavoro del poeta, che fa il giornalista al Corriere della Sera, il maggiore quotidiano italiano, dove hanno lavorato anche Eugenio Montale e Dino Buzzati (di cui Grasso ha “ereditato” la pagina dell’Arte). Il giornalista deve scrivere chiaro, per farsi capire da tutti. Ed ecco che la maniera di scrivere si trasferisce dall’articolo al verso.
Grasso ha scritto anche del nostro Ibrahim Kodra, del quale era molto amico. Anch’io divenni loro amico durante la mia permanenza a Milano. In entrambi c’era qualcosa di affascinante: l’uno lo trasformava in colore; l’altro, in parole. Ma tutti e due lo facevano in maniera poetica.
Grasso è nato nell’estremità più meridionale dell’Italia, in Sicilia. A sedici anni ha pubblicato il suo primo libro.
Dopo la laurea in Lettere moderne, ha insegnato all’università letteratura italiana per un paio d’anni. Poi, nel ’71, il trasferimento a Milano, al Corriere della Sera, dove attualmente è inviato speciale e responsabile dell’Arte. Dal 2007, Grasso è anche presidente del Pen club Italia.
Dal 1964 al 1980, oltre ad alcuni libri di traduzioni da francese e spagnolo, ha pubblicato le raccolte di versi Orizzonti lontani, Plaquette, Poesie fuori stagione, Il giuoco della memoria, Pour Marie-Hélène, Il poeta e il fantasma. Segue un silenzio durato vent’anni.
Poi, nel 2000, l’esplosione. Il poeta incontra Giuliana ed escono Il tuo pube nero bufferà la morte, Sul monte di Venere, La preghiera di una vergine, Il talco sotto le ballerine. Uno di essi ottiene il Premio LericiPea (assieme all’americano della “Beat generation”, Lawrence Ferlinghetti), e’ stato asdssegnato a Ismail Kadare. Alcuni di questi libri – singoli o come antologie – vengono tradotti in Spagna (prefazione del premio Nobel José Saramago), Russia (prologo di Evgenij Evtushenko), Polonia, Svezia (introduzione di Jesper Svenbro), Siria (presentazione di Adonis, il più grande poeta arabo vivente).
L’ultima raccolta, uscita in Italia nel 2009, si intitola Tu, in agguato sotto le palpebre; ed è quella che adesso presentiamo in albanese, una lingua fra le più antiche e preziose del mondo. Nella traduzione ho cercato di conservare il ritmo dei venti, delle onde e l’eco di quelle conchiglie che racchiudono singolarmente una stella. Spero, anche se in parte, di esserci riuscito.

A Sebastiano Grasso è stato assegnato il ” Premio Montale Fuori di casa “ con la seguente motivazione:  

         “ per la sua poesia d’amore erede della grande tradizione erotica classica che da Catullo giunge sino a Raphael Alberti e Adonis, per la sua attività di         giornalista-inviato speciale e critico d’arte svolta al Corriere della Sera e la sua opera di intellettuale attento a quanto dalla cultura europea e mondiale emerge nella nostra epoca “.

Alcune pubblicazioni di Sebastiano Grasso.

 

 

Sebastiano Grasso e il suo castello da sogno a Piacenza 

Quella che segue è la storia di un sogno che si realizza. In un periodo in cui tutto sembra più complicato del dovuto e il fenomeno della mediocrità morale sembra dilagare, c’è ancora qualcuno che crede nella cultura e nell’importanza dei desideri. Più difficile è realizzare un castello in aria e più è grande la soddisfazione quando ci si riesce, anche se ci vuole molto tempo.  La realizzazione di un sogno.  A proposito di castelli, Sebastiano Grasso, critico e articolista del Corriere della Sera, uno tra i più importanti quotidiani nazionali, ha deciso, a settant’anni, di realizzare un sogno coltivato da quando era solo un bambino.
 Il poeta e scrittore, responsabile per oltre trent’anni della pagina dell’arte, ha acquistato un castello nella provincia di Piacenza, sulle sponde del fiume Nure, pensandolo come luogo ideale in cui continuare a portare avanti ciò che lo ha appassionato per tutta la vita.
Grasso ha spiegato a Ville&Casali che quando era molto piccolo, la nonna decise di donare il suo castello al Comune, ma l’acquisto del maniero di Riva, del diciottesimo secolo, sembra avergli fatto recuperare parte della sua infanzia.
La regale proprietà si trova nel paese di Ponte dell’Olio, in una terra ricca di altre strutture medievali di un tempo appartenute all’alto bordo e soprattutto di prelibatezze gastronomiche. 
Questo grande desiderio di tornare a possedere il maniero, Grasso, l’aveva già espresso alla sua amica Rita Zanardi Rivalta, anch’essa proprietaria del castello vicino e che gli ha segnalato la messa in vendita del complesso immobiliare della famiglia Fioruzzi.
A seguito di numerose trattative, il giornalista ha concluso l’acquisto, prendendosi l’onere di ristrutturare e consolidare l’intera struttura, in particolar modo la torre principale e la villa collegata al castello.
L’ambizione di Sebastiano Grasso era quella di creare un punto di riferimento per tutti gli intellettuali e gli artisti e spiega a Ville& Casali:

CONFERENZE, SPETTACOLI TEATRALI E MUSICALI E, UNA VOLTA ALL’ANNO, UNA MOSTRA ALL’APERTO DEDICATA A UNO SCULTORE CONSACRATO E A DEI GIOVANI ARTISTI. TUTTO SARÀ GRATUITO.

La Torre principale del castello, appoggiata a una roccia, sarà la sede della biblioteca principale e accoglierà circa trentamila volumi di arte e letture giornalistiche.
Con un progetto di questa levatura, il sindaco di Ponte dell’Olio, Sergio Coppelli, ha accolto il giornalista a braccia aperte, offrendogli la massima collaborazione, soprattutto per favorire il turismo dell’area di Valnure.
Quello di Ponte dell’Olio, infatti, è il primo comune piacentino a essere stato introdotto nel piano di tutela sui paesaggi naturali protetti.
Dal mese di agosto, quando il nuovo castellano si è insediato insieme ai suoi collaboratori, sono stati ripuliti tutti i locali, ridipinti porte e cancelli e ricostruiti tutti i merli crollati.
A breve lo stemma della precedente famiglia proprietaria, verrà sostituito da quello della casata del giornalista e verrà posto all’ingresso, proprio sopra al grande portone, dove una volta scorrevano le catene del ponte levatoio.

Purtroppo anche Sebastiano Grasso è finito sotto gli strali oltraggiosi di Vittorio Sgarbi, ma gli è andata bene !!!!

Sgarbi condannato per ingiurie al giornalista del Corriere Sebastiano Grasso

Contrariato da un articolo sul Corriere della Sera che criticava il Padiglione Italia della Biennale di Venezia del 2011, da lui curato, il critico d’arte e politico Vittorio Sgarbi, oggi assessore ai Beni culturali della Sicilia, ma in odore di rinuncia per candidarsi al Senato grazie ad un “posto sicuro” in lista, offerto da Berlusconi, prima ha iniziato a scrivere sms con parolacce e offese all’autore del pezzo pubblicato, il giornalista Sebastiano Grasso e poi in un articolo su Il Giornale, ha usato nei confronti del recensore considerazioni da lui ritenute diffamatorie.Ora il Tribunale di Milano, giudice Nicola Di Plotti, in sede civile, lo ha condannato a una pena pecuniaria per ingiuria e diffamazione a mezzo stampa. E inoltre alla pubblicazione, a proprie spese, di un estratto della sentenza sul Corriere della Sera. La notizia è stata resa nota dall’avvocato Biagio Cartillone, patrocinante di Grasso già responsabile delle pagine dell’arte sul quotidiano di via Solferino, che ha prodotto integralmente la sentenza. (Ansa)
22 gennaio 2018  

Noi ci permettiamo di rivolgere un invito al dr.Sebastiano Grasso ed è quello di venire a Randazzo e rivederla con gli occhi della sua maturata esperienza  nella Poesia, nell’Arte, nella Letteratura e nella Cultura in genere ( pensare di fare un museo del libro e realizzarlo in un bellissimo Castello  e sicuramente una cosa veramente notevole. Complimenti !!).
a cura di Francesco Rubbino

Vito La Mantia – Consuetudini di Randazzo

http://www.randazzo.blog/2019/05/18/vito-la-mantia-2/Parte Prima


Parte Seconda

a cura di Angela Militi

Collegio Salesiano San Basilio Randazzo 1879-1979

Antonio Pallante

Il 14 luglio del 1948 accadde un fatto terribile e spettacolare ( non penso certamente a Gino Bartali che vince il Tour de France, anche se poi avrà un suo ruolo) l’attentato al segretario politico del PCI Palmiro Togliatti. Ma il fatto più stupefacente per noi è che l’attentatore è un giovane studente di Randazzo:  Antonio Pallante.
I randazzesi rimangono molto stupiti ed increduli. Molti conoscono la famiglia Pallante ed anche Antonio. Giovane molto impegnato in politica , anche se con idee confuse e contraddittorie,ma nessuno poteva immaginare che potesse diventare addirittura un attentatore.
Antonio Pallante e figlio di Carmine e di Meloro Maddalena, nato a Bagnoli Irpino il 3 agosto del 1923. Il padre abruzzese lavora nel Corpo Forestale ed era una persona molto rigida e severa soprattutto nei confronti dei tre figli, anche se durante un comizio di Antonio ad un certo Proietti che lo contestava gli dà un pugno che lo scaraventa a terra.
Da giovane era religioso,spinto pure dal padre che lo voleva sacerdote, ed entra nel seminario di Cassano allo Jonio in Calabria. Finita la vocazione prende la licenzia ginnasiale a Castrovillari, poi la maturità classica in Sicilia al prestigioso Real  Collegio Capizzi di Bronte, quindi si iscrive a giurisprudenza a Catania».
Per anni fa “finta” di dare esami  ingannando il padre che per mantenerlo agli studi aveva venduto un terreno di famiglia per duecentomila lire.
Ai primi di luglio del 1948 saluta i genitori, parenti e amici, raccoglie da loro tremilacinquecento lire e dice che sarebbe andato a Catania per la tesi di laurea.
A Catania ci passa  solo per acquistare una pistola la Smith calibro 38 al mercato nero per 250 lire e per 25 lire acquista in armeria cinque proiettili. e  parte per Roma.

Di seguito alcuni articoli di giornali, interviste e di recente un libro scritto dal giornalista  Stefano Zurlo inviato de “Il Giornale” –  Quattro colpi per Togliatti. Antonio Pallante e l’attentato che sconvolse l’Italia (Baldini+Castoldi, pagine 254, euro 17,00) , che spiegheranno bene e da diversi punti di vista cosa successe in quei terribili giorni.

 

Andrea Velardi per il Messaggero

La mattina del 14 luglio del 1948, anno della Costituzione e delle prime elezioni repubblicane, l’ Italia sfiora il baratro della guerra civile quando, davanti a Montecitorio, il giovane studente siciliano Antonino Pallante ferisce gravemente Palmiro Togliatti, segretario del Partito Comunista Italiano.
La reazione del Migliore fa subito capire che quella del comunismo italiano sarà una vera anomalia, destinata a non reiterare gli scenari cruenti che la storia recente ha confermato essere assai realizzabili. 
A 70 anni da quell’ attentato si può considerare come tutta la storia del Partito comunista sia contenuta in nuce in questo evento così decisivo. Lo conferma il libro ricco e inusuale costruito da Salvatore Sechi mettendo insieme la sua lunga di intellettuale liberale di sinistra e la breve parentesi della sua consulenza presso la Commissione Mitrokhin, il cui lavoro viene giudicato fallimentare, a causa della censura nella accessibilità degli archivi e dei documenti, dei reciproci interessi partitici, del giornalismo petulante e sensazionalistico.

L’apparato para-militare del PCI e lo spionaggio del KGB sulle nostre imprese. Una storia di omissis fornisce, offre una tesi storiografica complessa e forte, restituendo la cornice di un’ identità del Partito comunista la cui matrice è in Togliatti e che si mantiene continua nonostante le virate e le mutazioni strategico-politiche del Novecento.

Il Pci ha perseguito due direttive contradditorie che in qualche modo hanno però realizzato la sua unicità con un equilibrio paradossale ma efficace. Da una parte l’ avversione esplicita per la socialdemocrazia, l’ influenza del Pcus e del Kgb nella politica italiana tra spionaggio industriale e tentativi di infiltrazione.
Dall’ altra l’ impossibilità di ridurre il comunismo italiano al Kgb e all’ immagine marziale del Partito così come venne espressa dall’ ampio dossier sulla organizzazione paramilitare dei comunisti italiani confezionato dal Sifar negli anni Cinquanta a cui si è appiattita tutta la vulgata storica e di cui bisogna attenuare la portata visto che una certa militarizzazione post-bellica era comune a partiti di diversa vocazione, col risultato dell’ esistenza di una Gladio bianca accanto ad una Gladio rossa.
LO SCENARIO.  Questo scenario riprende due linee adottate con grande efficacia da Togliatti.
L’ intuizione del dicembre del 1947 di non radicalizzare lo scontro armato sostenendo nella Direzione del partito la «possibilità di intreccio di lotte legali e di massa extralegali», pur non escludendo che si potesse essere costretti ad uscire dalla legalità, cioè ad abbandonare quelle che gli jugoslavi e gli stessi sovietici chiamavano «illusioni parlamentaristiche».
Vi è poi lo sforzo strumentale, ma geniale di Togliatti medesimo di agganciare la tradizione comunista a quella più risorgimentale e liberale, dissimulando in tutti i modi il reale e tremendo volto stalinista e bolscevico del Partito, con l’ effetto di italianizzare il comunismo (formula secondo Sechi poi fin troppo abusata), radicandolo inscindibilmente nella nostra tradizione sociale, istituzionale e costituzionale così da consolidare nei decenni successivi, soprattutto dopo la mutazione solo parziale dell’ era Berlinguer, una impermeabilità dei dirigenti di Botteghe Oscure alle stesse influenze sovietiche, impedendo nei fatti una infiltrazione massiccia dell’ Urss nel tessuto della nostra democrazia. 
Si dovrebbe così all’ input togliattiano se Berlinguer potrà con coraggio «non assecondare supinamente le decisioni e gli orientamenti dall’ Unione Sovietica» e insieme a Longo, Rodano e gli altri mantenere l’ ambiguità togliattiana della radicalità e dell’ enfasi della retorica della unicità storica della rivoluzione di Ottobre e della creazione dell’ Urss, nonché della contrapposizione tra comunismo sovietico e democrazie individualiste occidentali, minimizzando sulla repressione dei diritti civili come nella famosa intervista a Nuovi Argomenti nel giugno 1956 .

Palmiro Togliatti in ospedale dopo l’attentato

IL SOSTEGNO DELL’ URSS.  Senza coltivarne l’ immagine marziale, Sechi, che lasciò il Partito negli anni Settanta, non nasconde però quanto sia stato massiccio il sostegno economico sotto traccia del Kgb e quanto la storia del comunismo italiano sia sostanzialmente illiberale e totalitaria con buona pace di chi ha cercato di voler conciliare in tutti i modi la Rivoluzione liberale di Gobetti con il comunismo occidentalizzato, non leninista, ma certamente non pluralista, di Antonio Gramsci. 
L’ esperienza deludente della Commissione Mitrokhin e la disavventura di una infondatissima causa per diffamazione intentatagli da un ex parlamentare comunista non hanno permesso che si confermasse l’ amara conclusione di Sechi secondo cui «coltivare la speranza di ripensare la storia del comunismo è ormai impossibile». 
L’ occasione dell’ anniversario dell’ attentato a Togliatti e questo libro così denso ci fanno capire che lo sguardo dello storico può viaggiare alto al di là delle limitazioni documentarie e delle prospettive ristrette e faziose dei partiti e dei mass media.

 

LA DOMENICA DI REPUBBLICA: DOMENICA 29 APRILE 2007

La memoria:Storia d’Italia

Il 14 luglio 1948, in un periodo di estrema tensione politica, lo studente siciliano Antonio Pallante sparò da breve distanza quattro colpi di rivoltella contro il segretario del Partito comunista, che rimase ferito ma si salvò.

Abbiamo ritrovato negli archivi l’incartamento del processo che ne seguì e documenti rimasti sepolti per sessant’anni.

Antonio Pallante – arrestato

ROMA «Anche se in una cella del Regina Coeli, caro Paolo, io sono sempre quell’Antonio buono, affettuoso, e ponderato!». Era il 23 agosto del 1948 quando Antonio Pallante, da una cella d’isolamento del carcere romano, scrisse queste parole dirette al suo amico d’infanzia Paolo Marrone.
Poco più d’un mese prima, il 14 luglio, in piazza Montecitorio, quel ragazzo di Randazzo, provincia di Catania, che si definiva «buono e ponderato», all’epoca appena venticinquenne, aveva sparato a bruciapelo quattro colpi di rivoltella contro Palmiro Togliatti, ferendolo gravemente. 
E scatenando al Nord un moto insurrezionale che costò la vita a decine di persone. Quasi sessant’anni dopo, il fascicolo giudiziario di “Pallante Antonio” è diventato pubblico, custodito nell’Archivio di Stato, sezione di Galla Placidia.
Bisogna slegare sei o sette cordicelle per aprire il faldone quasi imbozzolito che contiene un migliaio di fogli ingialliti. 
Le pagine più toccanti che spuntano da quel fascicolo dimenticato sono le lettere inedite che Pallante scrisse a Regina Coeli e che la censura sequestrò.
Da quei manoscritti 
emerge il ritratto di un giovane fortemente condizionato da una ideologia intrisa di fascismo, che arrivò a Roma con un solo libro, Mein Kampf di Hitler. 
Il fascicolo giudiziario inizia con la testimonianza di “Iotti Romilde fu Egidio nata a Reggio Emilia, deputato al parlamento”, interrogata dal procuratore di Roma due ore dopo la sparatoria.
Stando 
a questa testimonianza di Nilde Iotti, che vide Togliatti «abbattersi al suolo», mentre «quel giovane pallido in viso si abbassava sul ferito e gli sparava a bruciapelo al fianco sinistro», e che fu la prima a gridare ai carabinieri «arrestatelo, arrestatelo», diventa difficile immaginare che il Migliore, quel drammatico frangente, possa aver pronunciato la fatidica frase che gli viene attribuita: «Non perdete la calma».
Dopo quello della Iotti, c’è l’interrogatorio 
dello stesso Togliatti del 22 novembre, quando, ormai guarito, pone fine alla tesi del complotto agitata a lungo dall’Unità e da esponenti del Pci. «Non sono in grado di fornire alcun elemento in merito a responsabilità di altre persone —dichiara, lapidario, ai giudici — non essendomi curato di fare indagini, né mi è stato riferito da altri alcun elemento al riguardo». 
Così il forestale Carmine Pallante descriveva il figlio. «Ha un carattere mite e ubbidiente, però un po’ nervoso, si adirava quando era contrariato anche nelle più piccole cose. Ha una certa ripugnanza per le armi. Durante il passato regime era appartenuto alla Gioventù italiana littoria».  
 
Pallante, ambizioso quanto confuso, passò dai liberali all’Uomo qualunque, e manifestò l’intenzione sia di scrivere per l’Unità, che di iscriversi all’Msi.
Ecco come 
descrisse se stesso alla polizia che lo aveva appena arrestato. «Nel ‘44 mi sono iscritto al Partito liberale, diventandone dirigente della sezione di Randazzo. Lo lasciai perché a mio giudizio troppo conservatore. Nel mio paese sono conosciuto come un fascista perché il mio noto anticomunismo viene a torto giudicato fascismo ». Ed ecco come spiegò il movente del suo gesto. «Ho sempre pensato che in Togliatti si debba ravvisare l’elemento più pericoloso alla vita politica italiana.

 

 

 

 

Repubblica Nazionale

Tra il febbraio e il luglio del 1948 la giovane democrazia italiana è sottoposta a tensioni durissime, che in più di un momento sono a un passo dal metterla in discussione. Esclusi socialisti e comunisti nel giugno 1947 dal terzo governo De Gasperi, l’Assemblea costituente è ancora riuscita, superando divisioni politiche sempre più profonde, a dare al paese la sua nuova Costituzione.
Ma la carta fondamentale della Repubblica appare più la testimonianza 
estrema di un momento irripetibile, maturato nel clima di unità del dopoguerra e presto svanito, che il fondamento riconosciuto di una nuova convivenza civile.
La Guerra fredda è diventata ormai una realtà.
Il risultato delle elezioni del 
primo Parlamento repubblicano italiano, convocate per il 18 aprile, rappresenta una posta altissima per le due superpotenze, che si dimostrano tutt’altro che disposte ad accettarlo a scatola chiusa: George  Kennan, autorevole consigliere del segretario di Stato americano, prospetta l’ipotesi di «mettere fuori legge il Partito comunista e condurre un’energica azione contro di esso prima delle elezioni» per provocarlo alla guerra civile, e fornire così il pretesto alla rioccupazione militare del Paese.
Togliatti informa l’ambasciatore sovietico 
Kostylev che il Pci è pronto a reagire ad un’eventualità del genere con un’insurrezione armata nel Nord del paese.



Strutture paramilitari clandestine sono apprestate non solo dai comunisti, ma, come è ora ampiamente documentato,

anche dai cattolici, in vista di uno show down ritenuto inevitabile nel caso che gli avversari non accettino un responso sfavorevole delle urne.
Il clima è avvelenato da una situazione sociale esplosiva. La politica di risanamento economico e finanziario inaugurata da Einaudi e proseguita da Pella ha aumentato i livelli di una disoccupazione già estesissima.
La Confindustria 
attribuisce il dilagare degli scioperi a un piano preciso del Pci e invita le imprese associate a non concedere nulla sul fronte della contrattazione.
La 
campagna elettorale si apre così in un clima di contrapposizione esasperata, in cui la situazione dell’ordine pubblico sembra sul punto di sfuggire di mano.
La Chiesa e i comitati civici si mobilitano nella lotta contro «l’Anticristo».
Gli emigrati americani scrivono alle loro famiglie in Italia che in caso di vittoria del Fronte gli aiuti del Piano Marshall cesseranno, e sarà la fame.
I partiti 
del Fronte popolare, apparentemente sicuri della vittoria, plaudono al colpo di forza con cui i comunisti, in Cecoslovacchia, si sono sbarazzati degli alleati di governo, e evocano minacciosi scenari di resa dei conti finale.
I toni della 
propaganda si fanno via via più accesi, rappresentando due Italie irriducibilmente nemiche.
La vittoria della Democrazia Cristiana, netta oltre ogni previsione, non smorza la tensione.
Nelle settimane successive al voto l’attenzione del Parlamento 
è polarizzata dalla ratifica dell’accordo con gli Stati Uniti sul Piano Marshall.
Nella discussione alla Camera, il 10 luglio, Togliatti denuncia in quell’accordo una subordinazione «alla politica dei gruppi dirigenti imperialisti degli Stati Uniti» e ammonisce che se il Paese dovesse essere trascinato in una guerra, «noi conosciamo qual è il nostro dovere. Alla guerra imperialista si risponde oggi con la rivolta, con la insurrezione per la difesa della pace, della indipendenza,dell’avvenire del proprio Paese!».

Tre giorni dopo un editoriale del quotidiano socialdemocratico, siglato dal suo direttore Carlo Andreoni, bollando la «jattanza con la quale il russo Togliatti parla di rivolta», esprime la certezza che «il governo della Repubblica e la maggioranza degli italiani avranno il coraggio, l’energia, la decisione sufficiente per inchiodare al muro del loro tradimento Togliatti e i suoi complici. E per inchiodarveli non metaforicamente».
Questa prosa virulenta può essere qui matura il gesto di Pallante il 14 luglio. 
Sia la Direzione del Pci sia la Cgil sono colte di sorpresa dall’imponenza di una risposta di massa, disarticolata e in gran parte spontanea, in cui confluiscono la frustrazione per la sconfitta elettorale del 18 aprile, lo sdegno per l’attentato alla vita di un dirigente amatissimo dai militanti, la diffusa attesa per una .
Non è mai stato provato che dietro questo movimento tumultuoso ci fossero una trama organizzativa e una leadership politico-militare del Pci, come sosterrà più tardi il ministro Scelba.
È probabile piuttosto che scattino quei 
meccanismi di difesa che il partito ha predisposto per l’ipotesi di una «provocazione» e di un colpo di Stato, e che in qualche caso questi meccanismi sfuggano di mano, soprattutto per l’intervento degli ex-partigiani, a chi li aveva ideati.
Per tre giorni, paralizzata dallo sciopero generale, l’Italia sembra sull’orlo 
della rivoluzione.
Restano sul terreno almeno quindici morti, equamente 
divisi fra agenti delle forze dell’ordine e dimostranti, mentre vengono operati migliaia di arresti. 
Eppure in quel momento decisivo ciascuna delle parti che si fronteggiano compie un passo indietro sull’orlo del baratro: i comunisti frenano, evitano che il moto si trasformi in insurrezione, e presto lasciano cadere anche la richiesta di dimissioni del governo. 
Questo a sua volta non cede alla tentazione 
di mettere al bando il Pci. La guerra di movimento dei caldi mesi di febbraio-luglio si trasforma lentamente in guerra di posizione. 
Le appartenenze separate,
benché abbiano messo radici profonde e destinate a durare, non cancellano del tutto il senso di una cittadinanza comune e il rispetto di una serie di regole sia pure a malincuore condivise.
La democrazia, malgrado tutto, tiene.

 

Storia. Pallante, cronaca di un delitto mancato

 

Un libro-intervista di Zurlo chiude la bocca alle dicerie e ad ogni dietrologia sul tentato assassinio di Palmiro Togliatti. Settant’anni dopo il “mistero” svelato dal 95enne “ex attentatore” catanese.

Roma, 14 luglio 1948, l’attentato al leader del Partito Comunista Italiano Palmiro Togliatti che ferito gravemente viene trasportato in ospedale, si salverà

Antonio Pallante – Oggi. (95 anni)

Antonio Pallante? Ma quel Pallante… l’attentatore di Palmiro Togliatti? Ma è una storia di settant’anni fa, possibile che sia ancora vivo? Questa la conversazione avuta con amici e colleghi, anche ferrati in storia patria, subito dopo la sorprendente scoperta: quell’Antonio Pallante che attentò alla vita del “Migliore”, il leader massimo del Partito Comunista Italiano, è ancora vivo e lotta per sé, e alla veneranda età di 95 anni risiede nella sua Catania.
 A testimoniarlo è il bel libro Quattro colpi per Togliatti. Antonio Pallante e l’attentato che sconvolse l’Italia(Baldini+Castoldi, pagine 254, euro 17,00) scritto dall’inviato de “Il Giornale” Stefano Zurlo.
Un lavoro paziente quello di Zurlo – mesi d’attesa per essere ricevuto da Pallante, stanco solo di difendersi dai rigurgiti storiografici e caduto volontariamente nell’oblio – quanto certosino nella ricostruzione dei fatti che si innestano in un momento in cui il nostro Paese sembrava sull’orlo della guerra civile.
 «Era il14 luglio, giornata caldissima e anniversario della presa della Bastiglia, un caso naturalmente, ma sì sa le coincidenze sono terreno fertile per giornalisti, storici, dietrologi…», racconta Pallante a Zurlo, fidandosi dell’esperto giornalista affinché una volta per tutte sgombri il campo dai falsi storici e dalla perniciosa pratica dietrologica che dal dopoguerra in poi ha fatto dell’Italia il Paese dei misteri.
Pallante si confessa, e il ritratto che ne esce è quello dell’idealista formatosi e partito con la sua pericolosa idea reazionaria da un piccolo paese siciliano, Randazzo.
Un borgo del catanese che, in quei giorni di “semimoti” di un altro ’48, era assurto agli onori delle cronache per il suo gesto estremo che ferì, ma non uccise, né Togliatti e tanto meno l’odiato Pci.
 L’allora 24enne studente in Giurisprudenza (era iscritto all’Università di Catania) racconta a Zurlo di essere «stato afferrato dal demone della politica».
 Il circolo «demoliberalqualunquista che aveva fondato a Randazzo era un coacervo di pensatori più o meno liberi, di simpatizzanti liberali, monarchici e adepti del neonato Fronte dell’Uomo Qualunque, nato nel 1946 dall’idea del giornalista Guglielmo Giannini.
Il buon Antonio tra un esame e l’altro («poi non mi sono più laureato») in quel microcosmo provinciale, fatto di lunghe “conversazioni siciliane” a tavolino e di infinite partite a dama e baccarà, si scaldava in comizi vulcanici e alla stesura di elzeviri monarchici (ero diventato corrispondente de “La Voce dell’Isola”, periodico monarchico di Catania) in cui si scagliava puntualmente contro «i comunisti asserviti a Mosca.
Non sopportavo – dice – i separatisti che volevano staccare l’Isola dalla mia Italia». Le elezioni del 18 aprile 1948 divennero la grande ossessione per quel ragazzo “ultrarisorgimentale”, per certi versi letterario, «un Vitaliano Brancati senza i baffi», che respirava i venti tempestosi dello scontro tra le destre postfasciste e la Democrazia Cristiana di Alcide De Gasperi: forze in cui credeva e che dovevano arginare la deriva insurrezionale lanciata dal filosovietico Togliatti.
Nonostante la batosta rimediata alle urne dal Pci, per mesi Antonio il caldo aveva un solo pensiero in testa: «Dovevo essere il vendicatore degli italiani traditi dal Pci». Il “Migliore” per lui era la peggiore espressione politica, un nemico da eliminare in fretta e furia, prima che l’Italia potesse diventare un nazione soggiogata dallo stalinismo e quindi si ponesse fine al Piano Marshall (con il relativo sostegno economico degli Stati Uniti) e ancor peggio alla strategia di De Gasperi che «spingeva per inserire il nostro Paese nel Patto Atlantico, l’ombrello che avrebbe garantito il nostro benessere».
Togliatti, con il suo discorso incendiario pronunciato alla Camera, il 10 luglio, aveva tuonato: «Alla guerra imperialista, si risponde oggi con la rivolta, con la insurrezione per la difesa della pace, dell’indipendenza, dell’avventura del proprio Paese». Lo spauracchio delle masse operaie e contadine, guidate dagli intellettuali estremisti, pronti a mettere a ferro e fuoco il Paese, fecero accelerare il piano di esecuzione di Pallante. L’11 luglio del ’48 in treno era salito a Roma, armato (una pistola Hopkins&Allen calibro 38 acquista al mercato nero di Catania) e deciso ad estirpare il «Male».

L’attentatore catanese Antonio Pallante, classe 1923

Dopo giorni di “studio” della sua vittima, con ingannevole astuzia riuscì a convincere l’onorevole Francesco Turnaturi che cedendo all’insistenza del compaesano gli rilasciò il pass d’ingresso per il Parlamento.
Il povero Turnaturi aveva introdotto la “serpe” in seno a Montecitorio e quella si rivelò la vipera velenosa di Togliatti.
 Il leader comunista, quel pomeriggio afoso del 14 luglio si fece prendere dalla tentazione di un gelato da Giolitti e mentre si recava al noto bar romano assieme alla compagna di lotte e di vita, Nilde Iotti, in via della Missione venne raggiunto da quattro colpi di pistola sparati da Pallante.
La ricostruzione di quegli attimi cruciali sono degni della miglior trama di un noir. Il giovane catanese a quel punto si ritrovò stordito, con un’arma in mano, e a salvarlo dal linciaggio intervenne, celere, il capitano dei carabinieri Antonio Perenze che «due anni dopo sarà il protagonista della misteriosa uccisione del bandito Giuliano».
Sbattendolo dentro la jeep che schizzò via al carcere di Regina Coeli, Pallante ebbe salva la vita e lì iniziò la sua seconda esistenza.
Una seconda vita non macchiata dalla morte di Togliatti, salvo per miracolo (morì nel 1964), e da una guerra civile scongiurata (secondo i “gazzettieri” anche grazie alla straordinaria impresa compiuta da Gino Bartali che vinse il Tour de France) ma che comunque ferì il “Drago rosso”.
Tra il 14 e il 15 luglio sul campo di battaglia, da nord a sud, rimasero 30 morti, 800 feriti. Oltre 7 mila le persone arrestate con danni quantificati in 50 miliardi di vecchie lire. 
Notizie filtrate arrivavano a Pallante dietro le sbarre in cui, con i giorni, cominciò a delinearsi la sua doppia immagine pubblica: quella del “carnefice” anticomunista e di contro, l’eroe di tutti coloro che lo ringraziavano per lo scampato pericolo della rivoluzione rossa.
Durante la detenzione, che proseguì al carcere di Noto, ricevette centinaia di lettere di encomio e doni, anche in denaro, persino dall’eroina d’Argentina Evita Perón che «spedì «tanti pesos, forse l’equivalente di 25mila euro di oggi», esaltando il combattente anticomunista Pallante.
Difeso da un principe del foro come l’avvocato Giuseppe Bucciante, in Cassazione la pena gli venne ridotta a 6 anni (per effetto dell’amnistia tornò a casa il Natale del 1953) ma una volta fuori continuò la scia insopportabile delle illazioni che mistificavano quella grande Storia in cui, con ingenuità, furore e orgoglio giovanile, era stato ascritto.
 La diceria degli untori lo voleva braccio armato del complottismo e della nuova spirale fascista. Ma Pallante non era mai stato fascista, neanche sotto il regime, come dimostra il suo «quinto colpo di pistola», quello sparato a Bronte. 
Il tiro mancino esploso dal moschetto del liceale: fracassò la centralina elettrica che garantiva i collegamenti «fra Roma e Tripoli, fra Mussolini e i suoi generali… Ero spacciato».
Ma anche allora dal cielo si calò l’ancora della salvezza: il direttore delle poste di Bronte, caro amico del padre, fece sparire la documentazione sul “caso Pallante”.
 In seguito, il tenente americano Charles Poletti sbarcato in Italia, per liberarla, con la VII armata, volle incontrare quel «bravo italiano» e donargli mille lire di premio. «Non ho più saputo nulla di Poletti (poi noto avvocato a New York, morto a 99 anni, nel 2002) e non so se gli giunse in America l’eco di quello che poi ho combinato…», si chiede oggi Pallante che, prima di ritirarsi a una vita privata, quasi anonima (impiegato alla Regione Sicilia fino alla pensione, sposato con due figli) ha dovuto difendersi dalle accuse più disparate.
Ora grazie al saggio-intervista di Zurlo la verità finalmente trionfa.
 Pallante nell’attentato a Togliatti ha agito da solo, senza complici. «Sono solo uno studente e agisco per la libertà», disse allora e conferma oggi, concludendo: «Mi sono preso responsabilità pesanti e me le sono tenute strette, per tutta la vita».
Massimiliano Castellani martedì 22 gennaio 2019

 

L’attentato a Togliatti: Pallante un separatista vicino ad Antonio Canepa?

Cosa ha spinto l’uomo che nel 1948 sparo’ al leader del pci? veniva da Randazzo e aveva studiato con il leader dei separatisti siciliani. C’e un nesso tra l’attentato e la causa indipendentista? l’interrogativo nell’affascinante libro di Salvatore Grillo Morasutti che ricostruisce gli anni del dopoguerra in Sicilia: dall’assassinio di Canepa, al ruolo del pci, fino a quello di don Sturzo e delle potenze alleate.

Chi è veramente l’uomo che  il 14 luglio 1948 sparò quattro colpi di calibro 38 a Palmiro Togliatti, segretario del Partito comunista italiano? Era davvero, ai tempi dell’attentato, un esponente di estrema destra- cosa peraltro da lui sempre negata- così come venne dipinto dai media?
IL mistero di Antonio Pallante, ancora oggi, rimane insoluto.  Ma, una nuova ipotesi comincia a prendere corpo. Una ipotesi che affonda le sue radici a Randazzo, città dalla quale partì per Roma con l’idea di uccidere Togliatti.

Città che, insieme con tutta la provincia di Catania, in quegli anni era la culla del separatismo siciliano  e in cui, nel 1945, venne ucciso il Professor Antonio Canepa, leader dell’Evis, l’Esercito dei Volontari per l’Indipendenza Siciliana. 
Di Canepa, Pallante era stato  alunno alla Facoltà di Giurisprudenza di Catania. E  lui stesso in una intervista del 1972  trasmessa da Rai Storia (sotto il link al video) conferma che negli anni in cui era studente, in Sicilia il dibattito politico era animato dal fuoco separatista. 
C’è dunque un nesso tra la sua decisione di attentare alla vita di Togliatti e la causa indipendentista siciliana?L’interrogativo, declinato in tutti i suoi dettagli, è contenuto in un nuovo affascinante libro sugli anni che seguirono la Seconda Guerra Mondiale. Si intitola ‘Il delitto Sicilia- Operazione Vulcano’ di Salvatore Grillo Morasutti, edito da Bonfirraro (18.90euro – distribuito anche dalle librerie Mondadori), che verrà ufficialmente presentato Sabato 12 Luglio a Caltagirone. 
Il testo, scritto sotto forma di romanzo storico – che lo rende di facile lettura anche ai neofiti – ripercorre le tappe principali della politica internazionale che all’indomani del conflitto ridisegnò stati e confini.
A questo disegno, ovviamente,  non sfuggì la Sicilia, unica regione in cui gli alleati imposero un governo provvisorio (Amgot) che dovette fronteggiare le istanze separatiste (nel 1945 il Movimento separatista aveva 500mila iscritti, gli altri partiti poche migliaia).
Nel libro di Grillo Morasutti, che pubblica documenti ufficiali dell’Intelligence inglese e americana, si evince chiaramente come le Grandi potenze straniere, all’inizio, avessero avuto un atteggiamento del tutto  conciliante nei confronti di una Sicilia indipendente. Poi tutto cambia. Una Sicilia libera, infatti, avrebbe richiesto una contropartita troppo grande  in favore dei russi (ad esempio, l’annessione di quella che oggi chiamiamo Padania all’Iugoslavia di Tito). 
Da qui sarebbe nata, secondo quanto leggiamo in questa interessante ricostruzione storica, l’Operazione Vulcano, ovvero la decisione di uccidere Antonio Canepa, che mai avrebbe accettato quella sorta di compromesso (rivelatosi alquanto fasullo) che poi ha portato all’Autonomia siciliana e alla sepoltura  dell’idea separatista.
L’influenza negativa della Russia rispetto alle istanze separatiste  e il ruolo di Togliatti nel ‘sacrificio’ della Sicilia, secondo la tesi del libro, potrebbero avere contribuito a spingere Pallante fino a Roma per uccidere il segretario del Pci. 
L’autore del libro ricorda, tra l’altro, che Canepa aveva aderito al Partito Comunista fino al 1944, quando a Firenze aveva fondato il Partito dei lavoratori in polemica con le scelte fatte dai vertici sulla Sicilia. Siamo ad Ottobre. Otto mesi dopo, Canepa verrà ucciso dai Carabinieri  nell’ambito dell’Operazione Vulcano, decisa dagli Alleati e dal Governo italiano.  Al tempo dell’uccisione del leader dell’EVIS, Togliatti era il Vice Presidente del Consiglio. Difficile che non sapesse cosa si stava decidendo per l’Italia e per la Sicilia.

E’ possibile dunque che Pallante avesse voluto vendicare Canepa?

Certo è che il trattamento da lui subito dopo l’attentato a Togliatti è molto singolare. Lo Stato, stranamente, si mostrò molto clemente con lui. Fu condannato, per un reato così  grave, a soli sette anni, dei quali solo due effettivamente scontati. Una volta scarcerato, fu assunto alla Forestale: un impiego pubblico.
Un premio per cosa? Il silenzio sulle reali motivazioni che lo avevano spinto ad attentare alla vita di Togliatti? Un altro contributo a quella propaganda ufficiale che ha voluto fare dimenticare ai siciliani parte della loro storia?
Nel libro, non mancano ( e non poteva essere diversamente) interrogativi anche sul ruolo di Don Sturzo, non solo sulla causa separatista (solo nel 1947 si dichiarò contrario, mentre uomini a lui molto vicini erano di sicura fede indipendentista) ma anche sullo sbarco degli alleati, organizzato mentre il prete calatino era esule negli Usa. Difficile, anche in questo caso, escludere un suo coinvolgimento. 
Nel testo di Grillo Morasutti-  320 pagine da leggere tutto ad un fiato per la ricchezza di documenti storici citati e per  lo stile romanzesco che rende il tutto scorrevole- si sfogliano le pagine della storia dell’Isola, del suo incanto, delle sue speranze e dei suoi drammi. Ma, soprattutto, si apprendono fatti che gettano non poche ombre sulla già oscure prime ore della vita dell’Italia Repubblicana.
ANTONELLA SFERRAZZA 8 LUGLIO 2014

 

         Pallante, l’ uomo che vuol farsi dimenticare.

Catania – Ci sono uomini che fanno di tutto per farsi dimenticare. Con il passare del tempo, a volte ci riescono. Con un atto di volontà provano a seppellire la loro storia, cancellano in un solo colpo la vecchia vita, violentano sentimenti e ideali pur di diventare invisibili agli occhi del mondo. Così, alla fine spariscono.
Dati quasi per morti, questi uomini possono vivere con un po’ di pace la loro nuova esistenza.
Come? Come fa l’ anonimo amministratore di un silenzioso condominio di Catania, quartiere borghese, i palazzi anneriti dai fumi del vulcano, gli alberi bruciati dalle ultime folate di scirocco.
Si chiama Antonio Pallante, l’ amministratore del condominio al numero civico 2 di piazza Beato Angelico.
C’ è qualcuno che si ricorda più di lui, in Italia? Cinquant’ anni fa era partito una notte dalla Sicilia perché credeva di avere una missione da compiere, il giorno dopo arrivò a Roma. Nella valigia aveva una copia di Mein Kampf, nella mano destra stringeva la pistola a tamburo appena comprata al mercato nero per 1500 lire.
Chi si ricorda più di lui? Chi si ricorda più di Antonio Pallante, l’ uomo che il 14 luglio del ‘ 48 cercò di uccidere il Migliore? Siamo andati a cercarlo “l’ attentatore”, l’ altro giorno. Non era a casa. Non era in campagna. Non era al solito posto al mare. E non era a casa né in campagna né al solito posto al mare nemmeno sua moglie Nunziatina. Siamo andati ad Acireale a parlare con suo fratello Guido.
Siamo andati a Randazzo per incontrare suo cognato Alfredo. Abbiamo telefonato a sua sorella Concettina che abita a Mirabella Imbaccari. Niente, loro non sapevano dov’ era Antonio. “Quello fa la sua vita e noi facciamo la nostra, ci sentiamo solo per le feste, Natale e Pasqua“, ci hanno risposto.
Parole pesate con cura, un certo fastidio mascherato dalla fredda cortesia, nessuna voglia di rinvangare il passato più lontano.
E poi il silenzio. Un silenzio lungo come mezzo secolo. Il tempo per diventare un altro uomo e farsi inghiottire dal nulla, per disperdere il suo nome e il suo volto nei labirinti della memoria. Per scoprire chi è oggi – e chi è stato per almeno quattro decenni – il “nuovo” Antonio Pallante, abbiamo inseguito tante vie. Abbiamo parlato con il suo amico Francesco Puglisi, che dal 1956 ha la macelleria all’ Orto dei Limoni a Catania.
Abbiamo provato a risvegliare qualche ricordo al vecchio capocronista de La Sicilia Turi Musumeci, che per primo intervistò “l’ attentatore” nel 1954. Abbiamo chiacchierato con i suoi vicini di piazza Beato Angelico, la signora Sebastiana Turrisi, l’ avvocato Santi Terranova, la signora Fina Toscano.
Abbiamo incontrato i suoi ex colleghi del Corpo Forestale, dove lui lavorava fino a dieci anni fa. Abbiamo parlato con il custode del lido alla Plaja dove Antonio, di tanto in tanto, passa qualche pomeriggio al mare con il nipotino.
Abbiamo chiesto notizie sul suo conto al giornalaio, al fioraio e al salumiere che vede ogni mattina quando scende a fare la spesa al Borgo.
Sull’ anonimo amministratore del condominio di piazza Beato Angelico numero 2, ciascuno di loro ci ha raccontato tutto ciò che sapeva.
Tutto ciò che sapevano era niente. E’ riuscito a farsi dimenticare l’ uomo che con la sua Smith & Wesson sparò a Togliatti.
Di lui – anche i suoi amici più intimi conoscono solo quello che lui ha voluto far loro conoscere. Che Antonio compirà 75 anni il prossimo 3 agosto. Che gli sono sempre piaciute le Vespe. Che è molto contento della laurea in Giurisprudenza presa da sua figlia Magda e che stravede per il piccolo Antonio, il figlio di suo figlio Carmelo.
Dicono che sia un uomo dai modi molto garbati. Amministratore di condominio scrupoloso. Mai una parola in più e mai una parola in meno con gli occasionali interlocutori. Religiosissimo. Tutto casa e chiesa.
E poi? Poi nulla. Nulla da dire. Nulla da raccontare. Tranne una sorta di leggenda metropolitana che gira negli ambienti musicali di Catania. La voce racconta che lui – “l’ attentatore” – sia il proprietario (insieme a un uomo misterioso) di una grande e famosissima azienda di corde per chitarre fondata nel 1958 a Saint Louis, Stati Uniti d’ America. L’ ultima intervista l’ ha rilasciata – ne concede una ogni dieci anni e sempre alla vigilia del 14 luglio – qualche settimana fa a una rivista. E’ l’ unico cedimento che gli si conosce sul suo passato. L’ ultima intervista era comunque la fotocopia di quella che aveva fatto nel 1988 e anche di quella che aveva fatto nel 1978.
Non rinnega nulla Antonio Pallante. Non si pente di nulla Antonio Pallante. Le poche volte che parla, dice sempre le stesse cose: “Io mi misi in testa un’ idea molto precisa: se Togliatti fosse morto, l’ Italia si sarebbe salvata. Pensavo che quello fosse l’ unico modo di evitare l’ invasione dei sovietici, dovevo farlo e l’ ho fatto”. 

Da quel giorno non mi sono mai più occupato di politica”. Quel giorno, suo fratello Guido aveva 16 anni. Ricorda poco. Ricorda soltanto le parole di suo padre: “Ci disse che non avremmo potuto incontrare Antonio per molto tempo…furono quasi sei anni…”. I quasi sei anni passati da Antonio Pallante in carcere. Condanna a 13 anni e 3 mesi in primo grado. Condanna a 7 anni in Appello. Condanna a 6 anni meno qualche settimana in Cassazione. Una volta libero, “l’ attentatore” tornò in Sicilia per cominciare un’ altra vita.
Il concorso al Corpo Forestale, il matrimonio con Nunziatina, i due figli, il condominio silenzioso di Catania, la tranquilla esistenza di un uomo qualunque che si confonde con gli altri.
ATTILIO BOLZONI -14 luglio 1998 Repubblica.it 

 

Alcune immagini della vita privata di Antonio Pallante

Alcune curiosità:

 L’Attentato a Togliatti
 del cantastorie Marino Piazza

«Alle ore undici del quattordici luglio
dalla Camera usciva Togliatti,
quattro colpi gli furono sparati
da uno studente vile e senza cuor.
(…)
L’assassino è stato arrestato
dai carabinieri di Montecitorio
e davanti all’interrogatorio
ha confessato dicendo così:

“«Già da tempo io meditavo
di riuscire a questo delitto,
appartengo a nessun partito,
è uno scopo mio personal”».

 

L’intervista di Mara Venier al giornalista Stefano Zurlo

Nella puntata di ‘Domenica In‘, trasmessa il 20 gennaio, Mara Venier ha ospitato Stefano Zurlo. Il giornalista ha presentato il suo libro ‘Quattro colpi per Togliatti – Antonio Pallante e l’attentato che sconvolse l’Italia’. Zurlo ha intervistato l’uomo che il 14 luglio 1948 tentò, senza riuscirci, di uccidere il segretario del Partito Comunista Palmiro Togliatti:
“Sono riuscito a intervistare colui che 71 anni fa sparò a Togliatti. È ancora in giro, è ancora vivo, ha quasi 100 anni. Antonio Pallante finalmente si è convinto, a 96 anni d’età, a raccontarmi come arrivò a quella decisione. Lui, studente universitario, si era messo in testa che Togliatti fosse il nemico dell’Italia. Prese la pistola, dalla sua città Catania andò a Roma. Si piazzò davanti a Montecitorio per sparare a Togliatti. Realizzò l’attentato ma dato che erano pallottole comprate al mercato nero, per fortuna molto scarse e spuntate, Togliatti ha potuto raccontare quello che è successo perché è sopravvissuto all’attentato ed è vissuto a lungo. È morto nel 64”.

Mara Venier intervista Stefano Zurlo

Il commento di Mara Venier poi le scuse.

Mara Venier, allora, ha pensato di salutare Antonio Pallante: “Noi lo salutiamo perché lui forse ci sta guardando. Perciò salutiamo Antonio Pallante e grazie a Stefano Zurlo”. Il gesto di riguardo nei confronti di un uomo che all’età di 25 anni ha acquistato un’arma, ha esploso quattro colpi contro Togliatti e ha portato a termine (per fortuna senza successo) un attentato, ha suscitato grandi polemiche. La conduttrice, raggiunta da AdnKronos, si è scusata:
“Io ho soltanto salutato una persona molto anziana, di 99 anni. Chiedo scusa se qualcuno si è risentito. Sono molto dispiaciuta, ma vorrei fosse chiaro che la politica non c’entra nulla. Sono una persona spontanea, ma davvero non era mia intenzione prendere una qualsivoglia posizione”.
L’indignazione di Rita Borioni 
Dopo essere venuta a conoscenza dell’accaduto, la consigliera d’amministrazione della Rai Rita Borioni, ha espresso il proprio disappunto sui social: “Apprendo: a ‘Domenica In’ su Rai1, la conduttrice, al termine della presentazione di un libro sull’attentato a Togliatti avvenuto nel 1948, manda un ‘saluto a Antonio Pallante (l’attentatore n.d.r.) che ci segue da casa’. È sconcertante. È sconcertante che non si sappia che Togliatti rischiò di morire, che l’Italia rischiò la guerra civile e che fu solo per la responsabilità dello stesso Togliatti che si evitarono disordini. È sconcertante come si scelga di buttare tutto ‘in caciara’ e come un attentatore e potenziale assassino sia salutato come se fosse un simpatico telespettatore qualsiasi. Sono molto preoccupata per quello che sta succedendo in Rai. Molto preoccupata”.
Francesco Verducci parla di “pagina miserevole”. 
Repubblica.it riporta le dichiarazioni di Francesco Verducci, senatore Pd e membro della Vigilanza Rai, che richiede un intervento del cda per chiarire “come sia avvenuta una tale scempiaggine”: “Pallante è simbolo e artefice di una delle più drammatiche vicende della nostra Repubblica.
Vederlo ‘sdoganare’ da Rai1 nel contenitore nazionalpopolare per eccellenza è una pagina miserevole per il servizio pubblico e per il nostro Paese.
Chiediamo alla direttrice di Rai1 Teresa De Santis, all’amministratore delegato Fabrizio Salini e al cda di intervenire per chiarire come sia potuta avvenire una tale enormità e scempiaggine, per riparare questo torto e chiedere scusa agli italiani”.
Emiliano Minnucci reputa l’accaduto “vergognoso”

Emiliano Minnucci, consigliere regionale PD del Lazio, ha chiarito di reputare “vergognoso” quanto accaduto a ‘Domenica In’: “Quello che è accaduto questo pomeriggio nel corso della trasmissione ‘Domenica In’ ha dell’incredibile anzi, del vergognoso.
Mara Venier, a seguito della presentazione del libro di Stefano Zurlo, si è tranquillamente permessa di salutare il fascista Antonio Pallante. Un fatto di gravità inaudita soprattutto perché si è consumato nella rete di punta della nostra tv di stato. Mi auguro che i vertici Rai prendano immediatamente le distanze condannando l’accaduto in maniera seria e determinata. Stiamo parlando di un fascista che nel ’48 attentò alla vita di Togliatti, trascinando l’Italia sull’orlo della guerra civile con manifestazioni violente in tutto il Paese che portarono alla morte di decine di persone. La TV di stato non può essere questo”.

Alcune considerazioni vere o/e presunte su questo tragico avvenimento:
  –  Antonio Pallante non era fascista, ma sicuramente anticomunista.
  –  Agi da solo ?!  Sicuramente fu il braccio armato. In paese circolava voce che un gruppetto  di amici avente tutti lo stesso obbiettivo (uccidere Togliatti e così liberare l’Italia dal comunismo)  tirarono a sorte chi doveva farlo.
  –  Il giovane universitario Pallante aveva ingannato i propri genitori in quanto aveva dato pochi esami e conoscendo il carattere del padre (per mantenerlo agli studi aveva venduto un podere per duecentomila lire) era molto preoccupato e si sentiva in colpa. Forse anche questo fatto ebbe un suo peso. 
  – Antonio Canepa e il separatismo. Canepa muore a Randazzo il 17 giugno del 1945 vittima di un conflitto a fuoco con le forze dell’ordine in contrada Murazzo Rotto. Questa è la storia ufficiale. Storia che non convinse tutti. Si dice che furono alcuni giovani comunisti di Randazzo appostati sopra il vigneto (era di proprietà del salesiano Don Mondio) che si trova di fronte dove ora vi è il monumento a Canepa e da lì fecero fuoco. Se questa è la verità il giovane Pallante, come si è detto molto attivo politicamente, non poteva non sapere e con Lui i suoi amici. Da qui a quello che poi successe il passo non dovrebbe essere lungo.  
  –  L’ultima considerazione: abbiamo riportato quanto dichiarato da alcuni rappresentanti delle nostre Istituzioni al saluto di Mara Venier nella trasmissione televisiva……. ma siamo veramente combinati così male ? ! ? !
 

 

 

continua su: https://tv.fanpage.it/a-domenica-in-mara-venier-saluta-antonio-pallante-attentatore-di-palmiro-togliatti-e-polemica/

http://tv.fanpage.it/  

Una intervista, su Rai Storia, ad Antonio Pallante

Lidia Petrullo

Lidia Petrullo nata, non importa in che periodo,  nella bella cittadina medievale di Randazzo, sita ai piedi della ns vulcanessa(mi piace chiamarla così)  Etna.
La mia infanzia, fino agli otto anni, l’ho trascorsa al paesello.
In seguito mi sono trasferita assieme alla sorella maggiore in Calabria ed a 11 anni a Messina dove ho continuato i miei studi fino al diploma magistrale . Ritornata a Randazzo,  sono rimasta per quattro anni, per poi ripartire  alla volta della Svizzera,con mio marito che lavorava li. 

Lidia Petrullo Pubblicazione REELS

Dopo pochi mesi abbiamo preferito ritornare in Italia, in quanto mio marito  aveva vinto un concorso ed era stato assunto alle Poste di Torino,
Dopo un anno sono stata assunta  come insegnante di scuola primaria, e… proprio  a Torino è nata la mia unica figlia, che mi ha reso nonna di due nipotine, che sono la mia gioia…la continuità della vita…
Ah…stavo dimenticando di dire che  mi piace molto viaggiare, seguendo il motto”Viaggiare  è vivere” perché si va alla scoperta di culture e tradizioni diverse dalle nostre, che ti arricchiscono interiormente e ti aprono la mente…
Ho cominciato a scrivere i miei primi versi dopo i vent’anni e le mie” emozioni” , come io le definisco, si sono dislocate lungo l’arco della mia vita,con qualche pausa.
Per circa trent’anni, ho deciso di tenere le mie emozioni in un cassetto… Poi ho pensato di renderle pubbliche, per la prima volta, partecipando  alla rassegna di poesia organizzata dalla PRO LOCO di Randazzo  Rassegna di Poesie Dialettali e in italiano :“Versi e parole nelle parlate galloitaliche di Sicilia” – nelle pubblicazioni degli anni 2011 – 2012 – 2013 – 2014 .-2015 – 2016 – 2017  2018 
-Ho partecipato anche,  a vari concorsi  a livello nazionale , riuscendo ad ottenere, per segnalazione di merito, la pubblicazione di diverse mie poesie sia sul Web che in formato cartaceo.
Con la casa editrice” Pagine” diretta da Elio Pecora, ho ottenuto la pubblicazione, insieme ad altri autori, di nove poesie in e-book, dal titolo “ Pensieri di versi” e su youtube  con il video della poesia “Riflessione”.

Altre poesie sono state pubblicate sul sito dell’Accademia Internazionale “Il Convivio” che mi ha insignita del titolo di accademico.
Sempre il Convivio mi ha conferito una segnalazione di merito per la poesia “Le perle della vita”.
Ho anche ottenuto delle Menzioni d’Onore  al Premio Nazionale di Poesia “POETINSIEME” 

Recentemente la Casa Editrice Aletti mi ha inserita con 15 mie poesie in una” collana “insieme ad altri  cinque autori.

Un mio sogno che spero si avveri presto è quello di pubblicare  un libro di poesie  tutte mie.

 

Alcune poesie:

Nel grembo

Leggera, luminosa

Avvolta da un fascino misterioso

Vieni fuori all’improvviso!

Un gemito t’accoglie!

Sei tu bimba mia

Che t’affacci alla vita,

dal grembo materno

e…l’accogli con gioia!

 Ti stringo al mio seno

e i nostri cuori fremono

all’’unisono in un battito d’amore …

quell’amore che, ogni madre, darà sempre

finchè un alito di vita avrà!

 

 La mezza luna

Cosa abbiamo in comune stasera

io e la mezza luna?

Ma certo: lo stesso volto!

Il tuo luminoso

color arancio

mi desta

infinite sensazioni

e delle vibrazioni

che arrivano

in fondo all’animo

e lo scavano

in un’assoluta nullità

disegnata d’intensità

nell’attesa dell’immensità!

Rialzo il mio sguardo

verso il cielo!

Luna, ora ti sei celata

dietro una nuvola

e…la mia allegria

si trasforma

in malinconia…

 

Riflessione

Il sole splende

sulla mia Etna

ammantata di neve.

Un lieve venticello

scompiglia i miei capelli

sussurrandomi all’orecchio

parole d’amore,

di speranza…

e … la certezza

della brevità della vita

che non lasci spazio

ad inutili rancori,

ma ad un’eterna

unione d’anime!

E allora Tu, Vento,

continua a soffiare!

Emana         

 Il tuo alito vitale

e stringi l’Universo

in un abbraccio

totale d’umanità.

 

I miei passi

Scandiscono i miei passi

 sulle scale senza tempo

della vita.

Vita … affannata

Corro… per andare…

non so dove…

Forse all’impazzata ricerca

di quell’ emozione nascosta

che dia  QUEL brivido

alla mia vita ribelle…

Ormai… ormai sono qui

con la mia mente avvolta nei ricordi

passati e più presenti… come ora

in quest’istante…

Vorrei che tu

fossi qui a scompigliare i miei

pensieri per immergerli nei tuoi

come il sole s’immerge

nell’azzurro mare

in quel Tramonto: il mio!

I miei passi


 

Basilica Santa Maria – Dipinti

 

 

 

 

 

 

 

 

La Pentecoste di Ignoto sec. XVI

 

 

Dormizione, Assunzione e Incoronazione di Maria -Giovanni Caniglia 1548

 

 


Oratorio Salesiano – Campionati di Calcio

 

foto di Rosario Foti

 

foto di Nino Finocchiaro

 

Antonino-Germanà-Antonio-Vecchio-Giovanni-Sauta-Giovanni-Romano-seduti-Angelo-Scarpignato-Sebastiano-Calà-Carmelo-Lazzaro-Antonino-Proietto-Alfio-Lo-Presti.jpg

 

Carmelino Luca, Franco Salanitri, Pietro Mannino, Renzo Cessati, Arturo Vecchio, Zino Zuccarello, Sarino Foti, Pippo Cuco.

 

Pippo Cucco, Zino Zuccarello, Pietro Mannino, Albino Rubbino, Franco Salanitri, Saro Foti, Carmelino Luca

 


 

DOUGLAS SLADEN – SICILY – The New Winter Resort by

L’Autore ha descritto, in lingua inglese,  più di 50 Paesi della Sicilia: Randazzo si trova nella II parte da  pag.462 a pag.468 con belle foto d’epoca”.
Data di pubblicazione  1907   parte  I

parte  II


Maristella Dilettoso

 Maristella Dilettoso è nata e vive a Randazzo. Ha studiato a Randazzo, Bronte e Catania, dove ha conseguire la Laurea in Lettere Moderne nel 1976, discutendo la Tesi “Il fascino della distanza: due fiabe moderne presentate ai ragazzi”, relatore il Ch.mo Prof. Gino Corallo.

Dopo qualche breve esperienza di insegnamento, dal 1978 fino al 2011 ha diretto la Biblioteca civica della sua città. Tra i suoi interessi principali la pittura, la letteratura, il giornalismo, la storia e le tradizioni locali.

Nella pittura predilige il genere figurativo, i suoi soggetti sono paesaggi, nature morte, ma soprattutto angoli, monumenti e vie della sua città. Ha partecipato nel passato a diverse estemporanee e mostre collettive di pittura, aggiudicandosi un 1° posto (Maletto, 1980), ed altri riconoscimenti, ha tenuto una mostra personale a Bronte nel 1982; si è inoltre classificata al 1° posto nel Concorso indetto dal Comune di Maniace nel 1984 per il progetto dello stemma e del gonfalone.

 Ha redatto il testo della Guida turistica Randazzo città d’arte nel 1994, e, assieme ad altri, il testo della Guida alla Città di Randazzo nel 2002.
Ha pubblicato, assieme a don Cristoforo Bialowas, il volume Un beato che unisce : Randazzo e Montecerignone, nell’anno 2006, sulla vita e sul culto del beato Domenico Spadafora da Randazzo.
Nel 2008 ha pubblicato il volume Detti, sentenze, proverbi, storielle, modi di dire, aneddoti e usanze siciliane: un viaggio nell’universo randazzese. Per questa pubblicazione le è stato conferito nel 2008 il “Premio Bianca Lancia” nel corso delle manifestazioni di Medievalia a Brolo (ME), e nel 2009 il premio speciale della giuria per la sezione “Libro edito – Saggio”, nel concorso “Poesia, prosa e arti figurative 2009” indetto dall’Accademia Internazionale Il Convivio.

Maristella Dilettoso

Come giornalista ha firmato, fino ad ora, oltre 400 articoli, su argomenti vari: d’opinione, di cronaca, cultura, costumi e tradizioni, biografie, interviste, racconti, recensioni letterarie, collaborando a diverse testate, quali il Gazzettino di Giarre, Il Sette, il bollettino del Comune di Randazzo, Randazzo notizie, Famiglia domenicana (periodico dell’O.P.), il giornale della Diocesi di Acireale La Voce dell’Jonio (anche nella versione online, ed alla rivista Il Convivio, suoi scritti sono apparsi sul Giornale di Sicilia, La voce dell’isola, e su Prospettive.

È stata relatrice in alcune presentazioni di libri, conferenze e tavole rotonde, come una conferenza per la sezione l’Unitre di Randazzo sul tema “Le leggende di Randazzo” (2006) e una tavola rotonda su “Federico De Roberto a Randazzo” per l’Associazione RIS (2014), collabora occasionalmente con emittenti locali, ha fatto spesso parte di giurie in occasione di concorsi artistici e letterari.

Libro di Maristella Dilettoso

 

 

Produzione Letteraria

 Produzione artistica

 

 

Parlano di Maristella

Collana Etnografia

Titolo: Detti, sentenze, proverbi, storielle, modi di dire, aneddoti e usanze sicilane

Autore: Maristella Dilettoso  

Descrizione – Detti, sentenze, proverbi, storielle, modi di dire, aneddoti e usanze sicilane

«… si può con sicurezza affermare che la Dilettoso ha raccolto, illustrato e confrontato il mondo variegato delle tradizioni randazzesi da lasciare ben poco ad altri da spigolare nel vastissimo campo.
E pur avendo sottolineato nella sua introduzione di aver voluto circoscrivere il suo studio all’ambiente randazzese … e considerata una così grande importanza storica della città, questo ricco patrimonio culturale, regalatoci dall’ardua fatica della Dilettoso, non può restare circoscritto ad un ambiente delimitato al quale ha peraltro intrecciato una splendida corona, ma ha diritto di superare i ristretti confini geografici, di essere conosciuto, studiato e di far parte del prezioso tesoro delle tradizioni po­polari siciliane.
Di conseguenza, il volume merita di stare accanto alla produzione demologica dei grandi e meno grandi folkloristi dell’Isola, anche perché ricco di opportune annotazioni, con la finalità di agevolare l’intelligenza dei vocaboli e del senso della pregevole scelta dei proverbi.
E, inoltre, il volume mette in risalto una vasta erudizione, un’abilità non comune, una grande vivacità di fantasia, discernimen­to critico e un’arte singolare di descrivere della ricercatrice: proprio così, Mari­stel­la Dilettoso ha conservato uno dei più bei monumenti della nostra città e ha collocato un magnifico gioiello nel forziere nel quale vengono conser­vati i tesori della cultura popolare» (dalla Prefazione di Salvatore Agati).

L’Autore – Maristella Dilettoso

Maristella Dilettoso, nata a Randazzo nel 1951, laureata in Let­tere moderne all’Università  degli Studi di Catania, dopo brevi esperienze di insegnamento, dal 1978 dirige la Biblioteca comunale della sua città.
Si è occupata di pittura e disegno,  giornalista pubblicista, ha scritto articoli di cronaca, storia, arte, cultura locale, re­cen­sioni lette­rarie, collaborando a varie testate giornalistiche siciliane.
Ha pubblicato:
la Guida turistica ” Randazzo città d’arte” (1994), e con altri autori,
una Guida storico-turistica di Randazzo (2002) 
la monografia:  Un beato che unisce: Randazzo e Montecerignone (2006).

 

Randazzo / La parrocchia di S. Martino vive l’Anno Giubilare del seicentesco “crocefisso della pioggia” |

La voce dell’Jonio  19 maggio 2016

“Crocifisso della pioggia” di S. Martino, – Randazzo

La Parrocchia di San Martino in Randazzo celebra quest’anno il 475° anniversario della presenza del Crocifisso del Matinati, con un Anno Giubilare straordinario indetto da Papa Francesco.
Le celebrazioni del Giubileo, che si sono aperte il 13 settembre e si concluderanno il 20 settembre 2015 con una grande festa in onore del Crocifisso, si articoleranno per un anno intero attraverso celebrazioni parrocchiali, pellegrinaggi, concessioni di indulgenze, nel corso delle varie ricorrenze e festività previste dall’anno liturgico.  

In apertura, la sera del sabato 13, per desiderio del parroco, padre Emanuele Nicotra, durante la Messa serale, è stato inaugurato un nuovo quadro, realizzato dall’artista Giuseppe Giuffrida e offerto alla chiesa di S. Martino da due parrocchiani che hanno preferito restare anonimi: l’opera si riferisce a un momento particolare dell’eruzione dell’Etna del marzo 1981 – quella che distrusse molte case e terreni del territorio di Randazzo, e minacciò seriamente l’abitato – e rappresenta S. Giuseppe, patrono della città, che intercede per la sua salvezza. La celebrazione  eucaristica è stata presieduta dall’arciprete Domenico Massimino, parroco del Duomo di Giarre.

Domenica 14 settembre, sempre in S. Martino, è stato inaugurato ufficialmente l’anno giubilare per i 475 anni dall’arrivo del Crocifisso a Randazzo con una messa celebrata dal vescovo della Diocesi di Acireale Mons. Antonino Raspanti, e la partecipazione di tutto il clero della città. Nel corso della celebrazione il Vescovo ha consacrato il nuovo altare.

Vale la pena di ricordare brevemente, a questo punto, la leggenda cui è legato il “Crocifisso della pioggia” di S. Martino, chiamato comunemente dai randazzesi ‘u Signuri ‘i l’acqua:  opera pregevole di uno dei Matinati, famiglia di “crocifissari” rinomata in tutta la Sicilia, probabilmente Giovanni Antonio,  è una scultura dallo stile contenuto e dalle armoniche proporzioni.
Vuole la tradizione che, in una sera di settembre del 1540, alcuni uomini trasportavano il Crocifisso verso un paese dell’interno, cui era destinato; giunti a Randazzo, o perché sorpresi da un acquazzone, o semplicemente per il sopraggiungere delle tenebre, chiesero ricovero per il simulacro nella chiesa di San Martino. 
All’indomani, venuto il momento di riprendere il viaggio, non appena giunti sulla porta della chiesa, un violento temporale li costrinse a rimandare la partenza, e così per tre giorni di seguito, finché, interpretando il prodigio come una manifesta volontà del Signore di rimanere a Randazzo, il clero della chiesa non ne  formalizzò l’acquisto.
L’immagine, ritenuta miracolosa, è stata ne corso dei secoli oggetto di grande venerazione da parte dei randazzesi, che in passato, durante i periodi di siccità e carestia, si rivolgevano a lei per impetrare la pioggia, con digiuni, preghiere e processioni.

Maristella Dilettoso

 

Randazzo / Riconoscimento filiale per mons. Mancini. A dieci anni dalla morte, il Comune gli dedica una piazza.

 

Lo scorso 29 aprile 2016 , giorno del 10° anniversario della scomparsa di mons. Vincenzo Mancini,  la città di Randazzo ha voluto dedicargli una piazza con una cerimonia che ha visto la partecipazione di autorità religiose, civili, militari, parrocchiani e numerosi altri cittadini.
Mons. Vincenzo Mancini era nato a Randazzo il 26 agosto 1921. Seguendo una vocazione manifestatasi fin dall’infanzia, ricevette l’Ordine Sacro il 4 marzo 1944, dopo gli studi compiuti presso il Seminario vescovile di Acireale.
Erano gli anni tristi della guerra (solo pochi mesi prima il fratello maggiore, Alessandro, era perito in mare durante l’affondamento della corazzata Roma), Randazzo non si era ancora completamente destata dall’incubo dei bombardamenti e dell’invasione, dovunque vi erano macerie, lutti, fame e distruzione, e il clero dovette molto impegnarsi a dare assistenza e sostegno.
Fin dall’inizio del suo ministero, il neo sacerdote fu assegnato alla Basilica di S. Maria, e da allora la sua vita è rimasta legata strettamente, inscindibilmente, a questa chiesa, uno splendido tempio che affonda le sue origini nella leggenda, che si è arricchito nei secoli di tante opere d’arte, grazie anche al mecenatismo degli arcipreti che vi si sono succeduti, che ha accolto la comunità randazzese nei momenti più luminosi come in quelli più bui, superando, magnifica e indenne, terremoti, eruzioni e guerre.
Di questa chiesa mons. Vincenzo Mancini è stato, per ben 62 anni, custode e guida, dal 1° dicembre 1966, quando ne divenne arciprete e parroco, succedendo a mons. Giovanni Birelli.
La successiva nomina di vicario foraneo, da parte del vescovo di Acireale, gli conferiva un ruolo pastorale, oltre che giuridico e amministrativo, che si estendeva ben oltre i confini della parrocchia e della città di Randazzo, comprendendo anche Linguaglossa e Castiglione di Sicilia, ruolo di grande importanza, che lo promuoveva tra i più vicini collaboratori del vescovo, e che mons. Mancini ha svolto sempre con grande dignità e competenza, grazie a quella prudenza e innata saggezza, diplomazia, capacità di mediazione e autorevolezza, che lo hanno sempre contraddistinto.
Il suo impegno non restò circoscritto all’attività parrocchiale, ma si era esteso anche al mondo della scuola, con l’insegnamento presso il liceo classico “Don Cavina”, e all’assistenza agli anziani, perseguita e realizzata particolarmente attraverso la casa di riposo “Paolo Vagliasindi del Castello”.
L’istituzione, fondata nel 1929, e in un primo tempo aggregata all’ospedale civile, dal 1964 collocata in una struttura autonoma e dignitosa, lo ebbe nel 1956 commissario prefettizio, e dopo alcuni mesi presidente, carica, questa, che padre Mancini ricoprì, salvo brevi interruzioni, fino alla fine, e nella quale investì energie e impegno, promuovendo ampliamenti e ristrutturazioni dell’edificio, al fine di assicurare una vecchiaia e un’assistenza dignitosa e adeguata a tanti anziani di Randazzo e del circondario. Rimase attivo e presente nella vita parrocchiale, anche quando il fardello dell’età e degli acciacchi aveva cominciato a rallentare il suo passo, e nonostante il peso dei gravi lutti familiari che gli era toccato di affrontare negli ultimi anni. Si spense a 84 anni, il 29 aprile 2006.

L’Amministrazione comunale di Randazzo, considerato lo spessore del sacerdote e dell’uomo, e quanto mons. Mancini sia stato, nel corso del suo lungo mandato, un punto di riferimento, per tanti giovani, adesso cresciuti, per tanti anziani, per il clero locale, per la comunità parrocchiale e per la città tutta di Randazzo, con deliberazione di Giunta. n. 19 del 19.02.2016, stabiliva di dedicargli un’area cittadina.
La manifestazione del 29 aprile scorso, iniziata con una concelebrazione nella Basilica di S. Maria, presieduta dal vescovo della Diocesi di Acireale, mons. Antonino Raspanti, con la partecipazione dell’arciprete don Domenico Massimino e degli esponenti del clero di Randazzo, è proseguita con l’intitolazione dello spiazzo antistante il lato nord della chiesa e la sacrestia (‘a Tribonia), che si affaccia sul fiume Alcantara, e che da oggi, a ricordo di chi in quei luoghi ha operato per lunghi anni, si chiamerà “Largo mons. Vincenzo Mancini”.

 | La Voce dell’Jonio 4 maggio 2016 – Maristella Dilettoso 

 

la chiesa nera
Recensito 23 maggio 2016

La basilica di Santa Maria è la più famosa di Randazzo, e ha sempre costituito un’attrazione per turisti e visitatori. Interamente costruita in pietra lavica, la sua origine si perde nella leggenda. L’edificio, per come lo vediamo oggi, è il risutato di diverse fasi costruttive, fuse armonicamente. La parte absidale, la più antica, risale al XIII secolo.
All’esterno la costruzione è realizzata in blocchi squadrati di nero basalto, che non lasciano intravedere la malta tra le connessure. Oltre alle tre absidi merlate, dove si può vedere lo stemma di Randazzo, il leone rampante su uno scudo di marmo bianco, molto interessanti i due portali della facciata nord e sud, il campanile neogotico, costruito al centro della facciata nella seconda metà del XIX sec. sullo schema di quello originario, con tre ordini di finestre bifore e trifore, che alterna pietre bianche e nere, crendo con la sua bicromia un insieme artistico armonioso e suggestivo.
All’interno, una fuga di colonne in pietra lavica, alcune delle quali monolitiche, numerosi dipinti e oggetti preziosi.
Ricordiamo la Madonna di Pietro Vanni (1886) sull’altare maggiore, l’affresco con la Madonna del Pileri, sulla porta nord, legato alle leggendarie origini della chiesa, 6 tele del palermitno Giuseppe Velasco (sec. XIX), tra cui spiccano un’Annunciazione e il Martirio di S. Andrea, la Crocifissione del fiammingo Van Houmbracken (sec. XVII), la tavoletta di Girolamo Alibrandi sec. XVI) con La Madonna che salva Randazzo dalla lava, il Martirio di S. Lorenzo e di S. Agata, entrambi di Onofrio Gabrieli e il Martirio di S. Sebastiano di Daniele Monteleone, tutti del sec. XVII, la Pentecoste (sec. XVI), la tavola di Giovanni Caniglia (1548) cui s’ispira la Vara, il Battesimo di Gesù del randazzese F. Paolo Finocchiaro (1894), e un Crocifisso scolpito da frate Umile da Petralia.

 

 

 Articoli di Maristella

CAMERATA GIROLAMO – ” Trattato dell’honor vero, et del vero dishonore”.

” Trattato dell’honor vero, et del vero dishonore. Con tre questioni qual meriti più honore, ò la donna, ò l’huomo. O’ il soldato, ò il letterato. O’ l’artista, ò il leggista “

 

Trattato dell'onor vero di

CAMERATA GIROLAMO

Camerata Girolamo,  meglio identificato in Cammarata Girolamo dalla Biblioteca Centrale della Regione Siciliana ” A. Bombace “, scrive questo : 

” Trattato dell’honor vero, et del vero dishonore. Con tre questioni qual meriti più honore, ò la donna, ò l’huomo. O’ il soldato, ò il letterato. O’ l’artista, ò il leggista ” nel 1567 presso l’editore Alessandro Benacci.

 Nulla siamo riusciti a sapere della sua vita privata e letteraria. Semplicementa viene citato in due pagine nel libro di Vanna Gentili 
” Trasgressione Tragica E Norma Domestica “ 

Il libro del Camerata e qui di seguito pubblicato per chi ha il piacere anche di sfogliare questi testi antichi. E, come dice “Striscia la notizia” se qualcuno ha qualcosa da dire, Noi siamo qui.
Francesco Rubbino

Trattato dell'onor vero di

ANGELO GIORDANO

   Angelo Giordano nasce a Randazzo il 2 giugno 1946.
Fin da piccolo ha la passione per il cucito e difatti va  a lavorare  presso una sartoria per imparare questo mestiere. 
Allora molti giovani andavano “ o mastru ” in qualche sartoria soprattutto nel periodo estivo.
Raggiunta la maggiore età sposa Emilia Romano.  Purtroppo, nonostante tutta la buona volontà  di entrambi,  si rendono conto che non è facile tirare avanti, proprio in quel periodo si impone il mercato della confezione degli abiti, e decidono di partire per l’America.
Era il 29 dicembre del 1968. Allora partire non è come ora, non vi erano i mezzi che abbiamo ora ed andare in un altro Continente significava  abbandonare la famiglia, gli amici, le proprie radici.
Sbarca in America e va ad abitarea Boston dove lavora come operaio in una fabbrica. Ma Lui vuole fare il sarto e per due anni frequenta a New York una scuola di designer ( disegnatore di moda) .
Contemporaneamente va a lavorare in una fabbrica di confezione di vestiti con la qualifica di assistente designer .
Dopo cinque anni diventa capo designer dirigendo ben 5 assistenti con la responsabilità della progettualità delle confezioni dei vestiti.
Dopo diciotto anni si trasferisce a Chicago dove diventa Vice Presidente di una società tra le più importanti in fatto di moda.
Viaggia molto e non solo negli USA a causa di questo nuovo e prestigioso incarico di lavoro.
 

 

Boston

 

Chicago

 Due volte l’anno ritorna in Italia soprattutto a Firenze per le sfilate di moda di Pitti Uomo non dimenticando di fare una capatina a Randazzo per salutare i parenti e gli amici.
La foto con  il Presidente Barack Obama testimonia la considerazione che ha per Lui la Comunità della sua città, ma soprattutto, partendo da un piccolo paese alle falde dell’Etna, essere arrivato a diventare uno fra i più prestigiosi designer di moda maschile negli USA.
Nel settembre del 2018 dopo 33 anni di lavoro a Chicago più 18 a Boston va in pensione. 
Angelo con la signora Emilia  hanno due figlie:
Vanessa che sta a Chicago. Laureata, lavora presso una agenzia di collocamento per giovani talenti. Sposata ha due figli, Vincenzo (13 anni) e Amilia (19 anni).
Alessandra lavora come parrucchiera presso uno studio televisivo di Boston . E’ Sposata con  Antonio Marcella di origine calabrese e  hanno due gemelli : Mike e Alissa di 10 anni.
    Caro Angelo Ti facciamo tanti auguri affinchè con la Tua signora possiate godervi la meritata pensione, i vostri figli e soprattutto i nipoti

a cura di Francesco Rubbino 

 

Enzo Bonanno

Enzo Bonanno nasce a Piedimonte Etneo il 1 agosto 1979, ma Randazzese a tutti gli effetti.
Infatti suo padre Franco è un noto esercente di materiale elettrico nonchè impreditore di Randazzo.
Enzo si diploma Perito Elettrotecnico a Giarre e subito cerca di lavorare. Dopo vari tentativi si accorge che non è facile riuscire ad emergere. Del resto i vari lavori che trova non lo soddisfano a pieno in quanto non si sente realizzato.
Invia il proprio curriculum a molte società e viene chiamato per un colloquio dalla ” La Carnival Cruise Line del gruppo crocieristico statunitense Carnival Corporation & Plc “  con sede a Miami (Florida – USA) e inaspettatamente viene assunto.
Prima in prova per sei mesi  e dopo a tempo indeterminato.
E’ la realizzazione della Sua vita. Fa carriera tanto che ora è Ufficiale Tecnico e beato Lui gira il mondo.
Quando può viene sempre a Randazzo a trovare i suoi e si sente ambasciatore del nostro Paese. Auguri Enzo  !!!!!  

 

 

Tommaso Vagliasindi

Per quanti sforzi si siano fatti ben poche notizie si sono trovate di questo nostro illustre cittadino. 

 Tommaso Vagliasindi si segnala in quanto da socialista assieme ad alcuni membri della famiglia Fisauli nel 1904  si oppone all’on.le Paolo Vagliasindi 
  e nel suo più famoso libro ” Eresia “ entra in polemica epistolare con Filippo Turati.

Qui di seguito alcune sue pubblicazioni: 

 – Contro la riscossa feudale : osservazioni intorno alla politica doganale .

Editore : Niccolò Giannotta, 1903 – Catania 

 – Lavoro e capitale 

Editore: N. Giannotta, 1901 – Catania 

 – Dopo il congresso di Brescia e prima del congresso di Bologna : conferenza : Randazzo, 20 marzo 1904. 

Editore: Giannotta, 1904 – Catania 

 – Avanti! : valzer per pianoforte 
Musica a Stampa  – 
Milano : E. Nagas , [18..] 

Vagliasindi Tommaso , Turati Filippo

 – Eresia? : la bancarotta della lotta di classe ; Appendice: polemica epistolare con Filippo Turati 

Editore: N. Giannotta, 1923 – Catania

 Se avete delle informazioni per meglio conoscerlo potete inviarle all’indirizzo del sito: info@randazzo.blog oppure al numero whatsApp  3386714473 .

Salvatore Rizzeri

 

Salvatore Rizzeri funzionario in pensione del Banco di Sicilia – Unicredit S.P.A. nasce a Randazzo l’11 Settembre 1954, dopo aver compiuto gli studi dell’obbligo presso le scuole statali della sua città viene iscritto dai genitori presso uno degli Istituti più prestigiosi dell’Isola: Il Collegio Salesiano “ San Basilio “ di Randazzo, prima scuola Salesiana in Sicilia voluta e fondata direttamente da Don Bosco nell’anno 1879.
Nel 1973 consegue il Diploma di Ragioniere e Perito Commerciale col massimo dei voti e ad appena 19 anni viene assunto dall’Istituto di Credito.
Qualche anno dopo è tra i pochissimi dipendenti ad essere prescelto per il conseguimento della specializzazione in Consulenza Finanziaria, cosa che ottiene seguendo i corsi della ( S.D.A.) Scuola di Direzione Aziendale dell’Università “ L. Bocconi “ di Milano.
Si laurea in Economia e Commercio nel 2013, ma il suo vero amore e la sua passione hanno un nome ben preciso: Randazzo.
La ricerca documentale e storica della sua città lo appassiona, in questo certamente favorito dall’ambiente e dalla cultura Salesiana del Collegio in cui ha compiuto gli studi ed in cui operava, proprio in quegli anni, uno degli studiosi e ricercatori più insigni della città: il Sacerdote Prof. Salvatore Calogero Virzì.
Il poco tempo libero a disposizione viene impiegato da Rizzeri nello studio e nella ricerca storica sulla città, ma la vera occasione per approfondire le proprie conoscenze gli viene data a metà degli anni 80 quando, per motivi di lavoro, deve trasferirsi per alcuni mesi a Palermo, avendo così modo di consultare una grande quantità di documenti nei vari archivi della capitale isolana.
Inizia in questo periodo la produzione letteraria del ricercatore, numerosi ed apprezzati gli articoli pubblicati sulla rivistaRandazzo Notizie e su alcuni quotidiani a tiratura regionale quali “ La Sicilia “ di Catania, il “Giornale di Sicilia” di Palermo e la “ Gazzetta dell’Etna “.
Interessantissimi i contenuti delle oltre 60 monografie da lui trattate che spaziano dai personaggi più o meno noti, agli avvenimenti di grande rilievo storico, alle tradizioni culturali e religiose, alle opere d’arte e ai monumenti della sua Città.

  1. Le Confraternite in Randazzo,

  2. La chiesetta degli Agathoi e i suoi affreschi,

  3. Erasmo Marotta da Randazzo,

  4. I Moti rivoluzionari del 1848 – 1860 e la venuta di Nino Bixio a Randazzo,

  5. La Battaglia di Randazzo e i bombardamenti del Luglio-Agosto 1943,

  6. I Normanni e la Sicilia,

  7. La Settimana Santa a Randazzo,

  8. La Judaica Randazzo,

  9. I Vespri Siciliani e l’Assedio di Messina,

  10. I Mulini ad acqua della medievale Randazzo.

Solo per citarne alcune, e cosa non dire dell’opera più importante e voluminosa frutto di molti anni di ricerca e di studio: “Le Cento Chiese di Randazzo i Conventi e i Monasteri “, nonché la completa ed interessante “Guida della Città di Randazzo”. 
Numerosissimi gli studenti, anche stranieri, che a lui si rivolgono per avere notizie particolari che nessun volume su Randazzo riporta e diverse le Tesi di Laurea alla cui stesura ha collaborato e contribuito.
Per la RAI-TV nazionale ha illustrato l’opera pittorica di Girolamo Alibrandi “La Salvezza di Randazzo in occasione di un servizio televisivo sulla Basilica di S. Maria.
E’ stato il relatore in occasione del 67° anniversario dell’affondamento della “Corazzata Roma”, organizzato dall’Ammiragliato per la Sicilia Orientale, sempre trasmesso dalla RAI. Opera nel campo del volontariato in collaborazione con i dirigenti scolastici della città impartendo lezioni di storia ai ragazzi delle elementari e delle medie.
Da sempre contribuisce con il suo costante impegno a divulgare la conoscenza di “ ……. Quel cantuccio di mondo sopravvissuto al medioevo
.

 

 

Randazzo 1 / Intervista a Salvatore Rizzeri sulla festa dell’Assunta: “La vara è (forse) unica al mondo”.  di  Annamaria Distefano

Salvatore Rizzeri è un ex Funzionario del Banco di Sicilia oggi Unicredit, da poco in pensione. Laureato in Economia e Commercio, master in Consulenza Finanziaria, presso l’Università  Bocconi, è uno storico appassionatissimo, che conosce ogni particolare di ogni vicenda che abbia in qualche modo coinvolto il suo amatissimo paese, Randazzo. Lo abbiamo intervistato per avere notizie precise circa la nascita e la vita della Vara.
La Vara di Randazzo è stata la prima in Sicilia o ha tratto spunto da altre? Quella di Messina, ad esempio, era antecedente o precedente?
Ritengo che la Vara di Randazzo non possa vantare il privilegio di essere stata la prima  a comparire in Sicilia. Il dotto e storico Salesiano don Salvatore Calogero Virzì a tal proposito afferma, pur senza supporto documentale,  che “ . . . . Le sue origini sono da ricondursi alla seconda metà del 1500 e si collegano certamente alla venuta a Randazzo dell’Imperatore Carlo V.  La delegazione randazzese, invitata ad accompagnare il sovrano a Messina, ebbe così modo di stupirsi e meravigliarsi ammirando lo sfarzo e la magnificenza del carro trionfale dell’Assunta che in quell’occasione venne montato e fatto sfilare dai messinesi, per essere ammirato dall’Imperatore, nonostante il ferragosto fosse già passato da oltre due mesi”. A suo dire, pertanto, anche se di solo qualche anno è successiva a quella di Messina.
Abbiamo fonti storiche che documentano quale sia stata l’ispirazione alla base della creazione della prima Vara?
La mancanza di documenti (molti sono stati nel corso dei secoli gli eventi calamitosi che hanno totalmente distrutto il patrimonio documentale dei vari archivi esistenti nella città) non ci consente di affermare con certezza quale sia stata l’ispirazione alla base della creazione di tale imponente carro trionfale. Gli storici municipali azzardano l’ipotesi che l’ispiratore ed esecutore del progetto possa essere stato il grande architetto del Senato messinese Andrea Calamech, in quegli anni a Randazzo per sovrintendere ai lavori di restauro delle chiese di Santa Maria e di San Nicola. Così come non è da scartare l’ipotesi secondo cui l’idea ispiratrice della realizzazione del carro trionfale possa essere stata data dall’opera pittorica di Giovanni Caniglia, datata 8 agosto 1548, che tutt’ora  trovasi posta nella cappella absidale del Crocifisso nella chiesa di Santa Maria. Il dipinto assume infatti l’aspetto di un trittico verticale in cui risultano sovrapposte tre distinte scene: “La Dormitio” in basso, “l’Assumptio” al centro, “La Glorificatio” in alto.
– 
Chi ne volle l’importazione a Randazzo ?
 Le nobili e potenti famiglie randazzesi gestivano da sempre il potere economico politico e amministrativo della città. Essendo Randazzo da secoli per importanza la seconda città del Valdemone, dopo Messina, si volle, da parte di questi, dare ancora maggiore risalto e visibilità non solo alla città, ma anche al loro operato.
– 
Negli anni, la Vara di Randazzo ha subito delle modifiche sostanziali, dal punto di vista strutturale e/o dal punto di vista formale? E il percorso ha subito variazioni?
Nel corso dei secoli la Vara ha subito modifiche anche sostanziali sia dal punto di vista strutturale, così come da un punto di vista formale. Di ciò si ha certezza dai vari e diversi disegni rinvenuti nell’Archivio della Basilica di S. Maria e appartenenti a periodi storici diversi. Alcuni di questi sono stati riportati nell’interessante ed ormai introvabile volume del Salesiano don Calogero Virzi – La Chiesa di S. Maria di Randazzo -, edito dal Comune negli anni ‘80. 
Con quale meccanismo veniva e viene trainata la Vara per le strade di Randazzo?
Il Carro trionfale della Vara, pesantissimo e di non agevole manovrabilità, è stato sempre trainato a forza di braccia, con due lunghissime e possenti funi, da un nugolo di ragazzi. Nei secoli passati, quando il corso Umberto non era ancora lastricato, la Vara si muoveva facendo scivolare il carro su robusti tronchi di legno che man mano venivano posti davanti al carro lungo la direzione intrapresa.
– 
Ci sono stati anni in cui la Vara di Randazzo non è uscita? Ad esempio durante la guerra?
Solamente dal 1973 la festa della Vara si celebra costantemente ogni anno. In passato la festa aveva una cadenza triennale, salve diverse e più lunghe interruzioni a motivo di eventi particolari (guerre, pestilenze, carestie). Il periodo più lungo di interruzione che personalmente ricordo è quello intercorso tra il 1967 e il 1973
– 
Attualmente la Vara di Randazzo è l’unica in Sicilia?
La Vara di Randazzo è certamente unica nel suo genere in Sicilia. Quella di Messina, seppur più pubblicizzata dai media, non ha niente a che vedere con l’originalità, bellezza e peculiarità di quella della nostra città, sia per dimensioni (18-20 metri in altezza), che per la presenza di 25 personaggi viventi, nonché per i particolari movimenti che la stessa è in grado di eseguire (rotazione nei due sensi delle ruote centrali, l’una a destra, l’altra a sinistra e inoltre per il movimento rotatorio di tutto l’asse del carro). Un complesso armonioso che suscita lo stupore del forestiero che la vede per la prima volta.
Che lei sappia esiste qualcosa di simile in altre parti d’Italia o in altre nazioni del mondo?
Fercoli sacri di varie strutture e dimensioni sono presenti in varie parti del mondo e soprattutto in Italia. Una delle testimonianze medievali più note, il Carroccio della Lega Lombarda, è testimoniato a partire dal 1176, con sopra una croce ed un altare accompagnava in battaglia i soldati contro Federico Barbarossa. Posso comunque affermare senza possibilità di smentita che non esiste al mondo un carro trionfale simile alla “Vara di Randazzo”.
 
Come è cambiato, se è cambiato, il modo in cui la cittadinanza randazzese vive questo evento?
Nel corso dei secoli, ma in particolare negli ultimi 20 anni, purtroppo, è cambiato un po’ l’atteggiamento della cittadinanza randazzese nei confronti di un tale straordinario evento. Si è ridotto quell’entusiasmo e quell’impaziente attesa che precedeva la festa. Ne vi è più la partecipazione di popolo che caratterizzava l’evento come nei decenni passati. La città si riempie si di decine di migliaia di visitatori entusiasti e sbalorditi alla vista di tale “meraviglia”, ma quelli che si vedono sempre meno sono, purtroppo, i giovani randazzesi che magari preferiscono trascorrere una giornata a mare.
 
Quali sono i suoi primi personali ricordi della Vara di Randazzo?
Da ragazzo abitavo ad appena 150 metri dalla “Tribonia” – le Absidi di Santa Maria -, il luogo ove veniva e viene tutt’ora montata la Vara. Oggi con i moderni mezzi meccanici ci si impiega non più di due giorni per approntarla. Ai miei tempi invece (anni 60), si iniziava il lavoro almeno una settimana prima e tutti i ragazzini del quartiere assistevamo con entusiasmo in particolare all’alzata del “Tronco” e al suo fissaggio al centro del carro.
Operazione non semplice, ed anche pericolosa, che richiedeva il lavoro di esperti operai per la durata di un intero giorno. I 25 personaggi prescelti venivano poi preparati molto tempo prima da Piero Santangelo, e nei giorni che precedevano l’uscita del carro giravano i quartieri e le piazze di Randazzo intonando e provando l’antica canzone-inno alla Vergine, in stretto ed antico dialetto randazzese.

Annamaria Distefano

 

 

PIERMARIA SICILIANO

 

Piermaria Siciliano nasce a Catania il 27 giugno 1974 da Rocco (nativo di Pietraperzia – Enna) e Marisa Petrina, randazzese, figlia del Dottor Giuseppe Petrina e della N.D. Aurelia Vagliasindi. I genitori, entrambi medici, lo avviano al nuoto a 5 anni per irrobustire il fisico inizialmente un pò gracile; si distingue sin da piccolo per l’acquaticità e la determinazione, e già a 10 anni, pur allenandosi solo poche ore la settimana, primeggia a livello regionale per la società etnea Poseidon Catania.

 

Piermaria Siciliano

Ma la svolta arriva attorno ai 13 anni quando, dopo aver intensificato gli allenamenti (circa 4 ore al giorno), al primo vero campionato nazionale giovanile sbaraglia i coetanei di tutta Italia vincendo tutte e 5 le gare dello stile libero, mostrando una grande versatilità dallo sprint puro, passando per il mezzofondo e sino alla resistenza.
Si conferma poi negli anni successivi, vincendo ben 31 titoli nazionali giovanili tra il 1988 e il 1993, guadagnandosi prima, a soli 15 anni, la convocazione nella Nazionale Giovanile e vincendo poi l’oro giovanile europeo nella staffetta 4×200 stile libero, due argenti (400 e 1500 stile libero) ed un bronzo (100 stile libero) tra il 1990 ed il 1991.
Nel 1991 si guadagna poi la convocazione nella Nazionale Italiana Assoluta, giungendo decimo nei 1500 stile libero ai Campionati Europei di Atene.

In tutti questi anni, potendo allenarsi principalmente a Catania, non trascura affatto lo studio, anzi nel 1992 supera col massimo dei voti la maturità classica e si qualifica per le Olimpiadi di Barcellona dove a soli 18 anni sfiora la finale olimpica dei 400 stile libero per soli 5 decimi di secondo (giungendo dodicesimo).

Nel 1993 si iscrive alla facoltà di Ingegneria Elettronica di Catania ma è anche reclutato dal Gruppo Sportivo Fiamme Gialle, diventando poi Campione Italiano Assoluto nei 200, 400 e 1500 stile libero; è quarto agli Europei Assoluti di Sheffield nella staffetta 4×200 stile libero e ivi disputa anche due finali individuali (400/1500).

Nel 1994 diventa uno dei migliori stileliberisti al mondo, e dopo aver brillato nei circuiti indoor invernali, d’estate giunge quinto ai Campionati Mondiali di Roma nei 400 stile libero, diventando poi Campione Mondiale Militare a San Pietroburgo nella stessa distanza.

Nel 1995 conquista il record italiano sulla distanza degli 800 metri stile libero, poi in estate il bronzo agli Europei Assoluti di Vienna nella staffetta 4×200 stile libero, miglior risultato in carriera, sfiorando anche il podio nelle 2 finali individuali (200 e 400).

Ai Mondiali Militari di Roma vince ben tre ori (200, 400 e 4×200 stile libero) siglando altrettanti record mondiali militari.

Nel 1996 riesce a qualificarsi per la sua seconda Olimpiade, quella di Atlanta, dove centra la finale nella staffetta 4×200 stile libero (giungendo sesto).
Nello stesso anno vince 5 ori ai Campionati Italiani Assoluti di Catania (100 stile libero, 100 farfalla, 4×100 e 4×200 stile libero, 4×100 mista); poi, all’apice del successo, dopo 2 Olimpiadi, un bronzo europeo, 4 ori mondiali militari e ben 34 titoli italiani assoluti, dopo aver gareggiato nei cinque continenti, decide di ritirarsi dall’attività sportiva per dedicarsi solo agli studi.

Si laurea nel 2001 in Ingegneria Elettronica (indirizzo Microelettronica), e da 18 anni è progettista di microchip (sino al 2004 per la ST Microelectronics, dal 2005 in poi per la Maxim Integrated, dove attualmente è Manager).

E’ sposato dal 2005 ed ha due figli.

 

 

Ha ricevuto i seguenti premi e riconoscimenti:

  • Premio Lions Club Taormina 1991
  • Premio Panathlon Club di Catania per gli anni 1991 e 1994
  • Premio Lions Club Randazzo 1992
  • Premio USSI (Unione Stampa Sportiva Siciliana) 1993 e 1994
  • Distintivo dello Sport Militare dallo Stato Maggiore della Difesa per gli anni 1993 e 1996
  • Distintivo dello Sport Militare dallo Stato Maggiore della Marina per l’anno 1994
  • Atleta Catanese dell’anno 1994 e 1996
  • Premio Centro Studi Energie 1995
  • Encomio Solenne da parte del Comando Generale della Guardia di Finanza nel 1996

Ad oggi (2019), a distanza di ben 23 anni dalla sua ultima competizione, numerosi suoi record regionali nello stile libero (200, 400, 800 e 1500 metri) sono ancora imbattuti, ed è ancora nei primi 20 italiani della storia nei 400 metri stile libero.

 

Tabella riassuntiva dei risultati delle  gare di Piermaria.

 

Giochi Olimpici 200 m st. libero 400 m st. libero 1500 m st. libero 4×200 m st. libero 4×100 m mista
1992 Barcellona
 Spagna
4º in finale B
3’53″05
13º
15’28″46
5º, nuota in batteria

frazione: 1’52″20

1996 Atlanta
 Stati Uniti
5º in finale B
1’50″07
6º – 7’19″92
frazione: 1’49″20
Campionati del mondo 200 m st. libero 400 m st. libero 1500 m st. libero 4×200 m st. libero 4×100 m mista
1994 Roma
 Italia
4º in finale B
1’50″86

3’50″94
6º – 7’22″06
1a frazione: 1’50″37
Mondiali in vasca corta 200 m st. libero 400 m st. libero 1500 m st. libero 4×200 m st. libero 4×100 m mista
1993 Palma di Maiorca
 Spagna

1’47″06

3’45″92

15’14″33
5º – 7’18″94
frazione: 1’48″21
7º – 3’43″80
frazione: 51″33
Campionati europei 200 m st. libero 400 m st. libero 1500 m st. libero 4×200 m st. libero
1991 Atene

 Grecia

    10º

15’44″19

2º, nuota in batteria

frazione: 1’51″59

 
1993 Sheffield
 Regno Unito

3’53″05

15’30″53
4º – 7’20″49
1a frazione: 1’50″12
1995 Vienna
 Austria

1’49″32

3’52″70
Bronzo: 7’20″96
frazione: 1’48″22
Europei giovanili 100 m st. libero 400 m st. libero 1500 m st. libero 4×200 m st. libero 200 m st. libero
1990 Dunkerque
 Francia
Argento
15’43″26
1991 Anversa
 Belgio
Bronzo
51″89
Argento
3’55″59
Oro: 7’38″43
frazione: 1’52″42

1’51″27

 

 

 

Primati Giovanili 

Anno Edizione st. libero
100 m
st. libero
200 m
st. libero
400 m
st. libero
1500 m
st. libero
4×100 m
st. libero
4×200 m
farfalla
100 m
mista
4×100 m
1990 Estivi 3
1991 Primaverili 2 2 2
1991 Estivi 3
1992 Primaverili 3 3 2
1993 Primaverili 2 1 1 1
1993 Estivi 1 1 1 1
1994 Primaverili 1 1 1 1 1 2
1994 Estivi 1 1 1 2 1 3
1995 Primaverili 1 1 1 2 1 2
1995 Estivi 1 1 1 1 1 2
1996 Primaverili 1 1 1 1 2
1996 Estivi 1 2 1 1 1 1

 

 

Altri risultati

  Coppa latina (vengono elencate solo le gare individuali)

400 m stile libero: oro, 3’57″48

1500 m stile libero: bronzo, 15’46″67

200 m stile libero: oro, 1’51″58

400 m stile libero: oro, 3’58″48

1500 m stile libero: argento, 16’00″79

Campionati mondiali militari di nuoto

400 m stile libero: oro,

1500 m stile libero: bronzo,

4×100 m stile libero: argento,

4×200 m stile libero: argento,

4×100 m mista: bronzo,

Campionati italiani

19 titoli individuali e 15 in staffette, così ripartiti:

  • 6 nei 100 m stile libero
  • 6 nei 200 m stile libero
  • 5 nei 400 m stile libero
  • 1 negli 1500 m stile libero
  • 1 nei 100 m farfalla
  • 6 nella 4×100 m sl
  • 8 nella 4×200 m sl
  • 1 nella 4×100 m mista  

     

 I primati personali:

 

Vasca 50 m

51″22 nei 100m sl

1’49″32 nei 200m sl

3’50″78 nei 400m sl

8’07″32 negli 800m sl

15’28″32 nei 1500m sl

55″17 nei 100m farfalla

 

Vasca 25 m

50″41 nei 100m sl

1’47″06 nei 200m sl

3’45″92 nei 400m sl

7’51″84 negli 800 m (record italiano degli 800 stile libero tra il 1995 ed il 1997)

15’14″33 nei 1500m sl

 

Piermaria Siciliano Campione di nuoto e  Manager é un orgoglio per la nostra Città.

Un ringraziamento al dottor Rocco Siciliano e alla dottoressa Marisa Petrina che pur residenti a Catania – il dr. Rocco era Primario di Medicina e la d.ssa Marisa responsabile del laboratorio di analisi dell’Ospedale di Maternità Santo Bambino – sono rimasti sempre legati alla nostra Città.

 Links:
https://it.wikipedia.org/wiki/Piermaria_Siciliano

https://www.youtube.com/watch?v=loSskcbdvps&list=PL6eunJnZZb2dKII9e3kT-goaHTEQGdWL3
Piermaria Siciliano – Campione Italiano Assoluto 100 farfalla, Catania 1996

 

 

 

 

Padre Luigi Magro Cappuccino

 

Padre Luigi da Randazzo  dei Frati Minori Cappuccini– Cenni storici della Città di Randazzo. 
 

Tra gli storici municipali, una delle figure di maggior spessore rimane sicuramente quella di Padre Luigi da Randazzo, per la vastità e profondità delle sue ricerche, per la preziosità delle notizie riportate, per l’impegno e la passione profusi nel raccogliere, trasmettere e valorizzare i fasti della propria città natale. 

Padre Luigi da Randazzo, al secolo Santo Magro (1881-1951), dei Frati Minori Cappuccini, si era ordinato sacerdote nel 1904 a Nicosia, fu Predicatore, Confessore, Cappellano Ospedaliero, personalità tenuta in grande considerazione sia nel Convento di Randazzo che nella città.

Invitiamo i visitatori del blog a sfogliare e a leggere il suo scritto, che è rimasto purtroppo inedito, e sconosciuto ai più, quasi fino a oggi, benché ne esistessero alcune copie dattiloscritte, mentre il manoscritto originale è custodito presso il Museo della Memoria Salesiana.

Grazie alla pazienza e all’impegno del salesiano don Sergio Aidala, il testo è stato integralmente trascritto in formato digitale, e una copia è stata fruibile al pubblico, fino a qualche anno fa, presso la Biblioteca Comunale “Don Virzì”.

L’opera è strutturata in due parti, Randazzo civile e Randazzo sacra, una vera miniera di informazioni sui tanti Conventi, Monasteri e Ordini religiosi presenti un tempo nella nostra città, uno studio fino a oggi insuperato sotto questo aspetto.

Senza dilungarci sui tanti pregi di questo storico, ci limitiamo a sottolinearne almeno due, e cioè il garbo e la pacatezza di toni che padre Luigi adopera anche nel contestare le tesi altrui, come dimostra, ad esempio, allorché, dati alla mano, contraddice le asserzioni dello storico brontese suo contemporaneo Benedetto Radice (1854-1931) che, nelle Memorie storiche di Bronte aveva messo in dubbio la legittimità del  “mero e misto imperio”  di Randazzo, e la modestia con cui, sia nel Proemio che nella Conclusione, sottoponendo quello che definisce il suo “lavoretto” al giudizio del pubblico, si augura che esso possa essere d’esempio e di sprone a qualche altro cittadino di buona volontà che possa fare meglio di lui.
Maristella Dilettoso

 

                      Padre Luigi Magro. Foto presente presso il Museo della Memoria Salesiana.

 

                          

 

 

 

Ing. Angelo Priolo

             Per meglio conoscere la personalità dell’Ing. Angelo Priolo a cui è stato dedicato il Museo di Scienze Naturali riportiamo un bel articolo di Bruno Massa scritto in occasione della sua morte . 

Dr. Bruno Massa università di Palermo

 ” Il 20 settembre 2006, all’età di 83 anni, si è spento a Catania Angelo Priolo.
Raramente nella mia vita ho conosciuto una famiglia così sinceramente unita, come quella sua; indubbiamente il merito è stato di tutti, suo, della sua adorata Nellina, dei loro quattro figli maschi, Alessandro, Claudio, Domenico e Francesco, un’armonia indelebile, una sorta di simbiosi che ha loro permesso di affrontare periodi difficili con la stessa forza d’animo e lo stesso coraggio di quelli felici.
Ho avuto il privilegio di entrare nella cerchia delle persone che aveva a cuore; quanto scrivo di seguito è solo qualche breve ricordo di alcuni episodi della sua vita, in omaggio alla nostra lunga amicizia e reciproca stima.
Ornitologo fin dai primissimi anni della sua vita, ingegnere di professione, stimato nel mondo scientifico, amato da tutti quelli che lo avevano conosciuto, nel periodo bellico, ancora molto giovane, in modo del tutto autodidatta, si avvicinò all’ornitologia e non l’abbandonò mai più; il suo riferimento allora fu Antonino Trischitta di Messina.
Conobbe Edgardo Moltoni, che lo apprezzò subito e, successivamente, nel 1973, gli chiese di far parte del ristretto numero di persone costituenti il Comitato di Redazione della Rivista Italiana di Ornitologia.
Appassionato anche di tassidermia, mise insieme una cospicua collezione di uccelli, riuscendo anche ad ottenere dal Trischitta alcuni esemplari residui della collezione di A. Pistone, finita sotto le macerie del terremoto del 1908.
Nella sua raccolta andarono confluendo anche alcuni esemplari provenienti dalle collezioni storiche di Biggeri di Bibbiena, Festa di Moncalieri, Picchi di Firenze, Ragionieri di Firenze e dello stesso Trischitta.
Gli procurarono esemplari L. Favero, F. Foschi, A. Pazzuconi, M. Sernagiotto e lo stesso Trischitta.
Iniziò la raccolta nel 1939, quando aveva solo 16 anni, e la concluse all’inizio degli anni ’70, quando l’accresciuta sensibilità per la tutela e conservazione della fauna in Italia non si conciliava più con questo metodo di studio e lo stesso ambiente ornitologico aveva deposto le armi ed imbracciato il binocolo.
I 2250 esemplari, in parte montati, in parte in pelle, occupavano quasi un appartamento ed Angelo iniziava a preoccuparsi di non far disperdere un tale bene scientifico.
Già nel 1970 si era fatto promotore, insieme ad altri autorevoli esponenti del mondo scientifico catanese, di un museo di scienze naturali a Catania, ma ancora dopo 15 anni l’immobilismo politico, e direi anche culturale, non era riuscito a smuovere nulla.
Nel 1977 la Regione Siciliana aveva promulgato la legge 80, il cui art. 21 consentiva il diritto di prelazione alla Regione nel caso di vendita di beni culturali siciliani.
Era una legge importante, bisognava fare una serie di passi, già percorsi da Vittorio Orlando per il Museo di Terrasini. Il Comune di Randazzo, in cui Angelo era di casa per motivi sentimentali, legati alle origini della sua famiglia, istituì il museo di scienze naturali, nel 1983 Angelo consegnò in affidamento la sua collezione a Randazzo ed ebbe inizio la procedura di acquisizione da parte della Regione, che si concluse alla fine del 1986. 

Angelo Priolo

Angelo Priolo

    La collezione Priolo divenne così un bene pubblico e fu affidata al Comune di Randazzo.

Le 389 specie d’uccelli, appartenenti ad 80 famiglie furono adeguatamente sistemate nel museo e negli anni successivi Angelo trascorreva nella sua casa di Randazzo, in località Taccione, lunghi periodi per la predisposizione dell’esposizione didattica.
Andava particolarmente orgoglioso del diorama sui grifoni, a cui aveva dedicato tantissimo tempo ed energie. Il mio primo approccio con Angelo risale al 1971, quando casualmente mi trovavo a Catania e mi fu presentato; avevo tanto sentito parlare dell’ornitologo Priolo di Catania ed avevo letto diversi suoi articoli, e mi sembrava incredibile che quello che consideravo un “semidio” mi parlava mettendomi del tutto a mio agio, come se fossimo stati allo stesso livello.
Ricordo che parlammo a lungo di Labbi e Stercorari e rimasi rapito dalla quantità di cose che sapeva e del modo semplice in cui ne parlava. Lo rividi ancora un’altra volta a casa sua pochi mesi dopo, quando conobbi i suoi familiari e l’inseparabile cirneco dell’Etna che viveva con loro.
Nel 1972 i miei numerosi contatti con lui furono tutti epistolari. Gli chiedevo informazioni sulla presenza di alcune specie in Sicilia e puntualmente assecondava i miei desideri.
Già dalla prima lettera aveva cominciato a prendermi sul serio, aveva capito che avevamo in comune una grande passione per l’ornitologia; mi mandava “copie fotostatiche” tratte dal Dementev’ o dal Whiterby per maggiori approfondimenti, rispondendo sempre con dovizia di particolari ai miei quesiti ornitologici.
Questa corrispondenza andò avanti fino al 1975, eravamo entrati in confidenza e dopo iniziammo a comunicare per via telefonica.
In quegli anni aveva smesso da un po’ gli abiti dell’ornitologo “vecchio stile” ed aveva traghettato completamente sulla sponda della conservazione della natura, impegnandosi anche all’interno di diverse associazioni ambientaliste.
Nei primi anni ’70 scrivemmo insieme diverse lettere-esposti per fermare l’abusivismo alla foce del Simeto e soprattutto per salvare quello che restava di un ambiente umido, che lui stesso conosceva come le sue tasche e dove aveva avuto modo di osservare un numero incredibile di specie di uccelli.
Fu di conseguenza tra i primissimi a proporre l’istituzione dell’oasi di protezione e successivamente della Riserva Naturale della Foce del Simeto; ricordo in quel periodo quanto fosse impegnato, da buon ingegnere, a tentare di tracciare sulle mappe dei confini biologicamente logici ed a quante riunioni partecipò per arrivare ad un compromesso finale, per salvare uno degli ambienti con maggiore concentrazione di diversità ornitica del Mediterraneo.
In quegli stessi anni già parlava della possibilità di reintroduzione del Pollo sultano ed è sua la prima proposta in tal senso, che però dovette attendere almeno 25 anni per trovare seguito

Antonello da Messina : San Girolamo nello studio, in basso a sinistra una coturnice siciliana.

.
E quando Alessandro Andreotti e Renzo Ientile gli comunicarono la prima nidificazione avvenuta alla foce del Simeto sembrava veramente commosso e felice! Più volte ci riunimmo sia a Catania che a Messina, con la giovanissima Anna Giordano, Andrea Ciaccio e Maurizio Siracusa (che avevo conosciuto proprio a casa sua), per progettare attività di protesta contro il bracconaggio nello stretto di Messina, che culminarono con la stampa di migliaia di volantini ed una manifestazione pacifica, ma determinata, proprio a Monte Ciccia sui Peloritani, il 9 maggio 1982, ove era presente tutta la nuova linfa ornitologica sicula.
In pochissimo tempo era diventato un tecnico abilissimo nella foto ornitologica; con poca spesa, grande pazienza e l’esperienza di 40 anni sul campo, riuscì in tal modo a catturare immagini di uccelli rari, solo poche delle quali ha pubblicato, ma anche ottimi documenti fotografici di specie comuni.
Mise gentilmente a disposizione molti di questi nel 2002 per la realizzazione di un CD sull’avifauna siciliana. Riuscì anche a coinvolgere me nella foto, nonostante fossi piuttosto maldestro, mi passava tutti gli indirizzi utili dove acquistare attrezzature per corrispondenza a prezzi bassissimi, e poi i trucchetti per usare gli strumenti, ma naturalmente non mi avvicinai mai al suo livello tecnico.
Abile a risolvere i problemi pratici, per la realizzazione del primo atlante ornitologico siciliano, con una precisione che solo un ingegnere poteva avere, ci aveva fornito alcune copie di carte stradali della Sicilia ove aveva riportato l’inquadramento UTM di 10 chilometri di lato; chi si trovava all’interno di quel quadrante per rilevamenti ornitologici non aveva difficoltà a riportare le coordinate.
Conservo ancora quella carta come una reliquia! Era stato testimone dell’estinzione del Grifone in Sicilia, nel 1966, ed aveva 
guidato sui luoghi nei Nebrodi, ad Alcara Li Fusi, Alessandro Ghigi, che era venuto in Sicilia per scrivere una proposta d’istituzione di parchi naturali nell’isola.
Molti anni prima, proprio su quelle rocche aveva girato un documentario in 8 mm su quei grandi uccelli, recentemente restaurato dall’Ente Parco dei Nebrodi, lasciando l’ultima testimonianza di quella piccola popolazione di necrofagi legati alla zootecnia nebrodense.
Pochi mesi fa l’Ente Parco, che negli anni scorsi ha curato la reintroduzione del Grifone, ha dedicato ad Angelo Priolo la ristampa di un libretto di racconti sull’avvoltoio, “Il silenzio della roccia”, scritto da Giuseppe Stazzone di Alcara Li Fusi. Ma Angelo non aveva potuto partecipare alla manifestazione, già da qualche tempo non stava proprio bene.
I suoi problemi di salute, in buona parte d’origine cardiaca, avevano molto rallentato i suoi movimenti e la sua attività ornitologica, ma non l’avevano fermato nella sua ricerca storica sul Panphyton Siculum, un’iconografia di F. Cupani del 1713 contenente un gran numero di tavole di uccelli. Li identificò quasi tutti e via via che scriveva mi sottoponeva alcuni quesiti, rendendomi orgoglioso di avere conquistato pienamente la sua fiducia.
Una delle tre copie del Panphyton è custodita nella Biblioteca Regionale di Palermo e ricordo che in occasione di una Sua consultazione andammo a pranzo insieme alla “Focacceria San Francesco” nel vecchio centro di Palermo.
Eravamo seduti in un piccolo tavolino completamente ricoperto di copie di disegni di Cupani e testi scritti al computer da Angelo; parlammo a lungo di alcune specie di incerta identificazione e solo nel tardo pomeriggio ci rendemmo conto dell’orario e di essere diventati l’interesse principale degli avventori, che si interrogavano se erano effettivamente entrati in una focacceria o in una biblioteca! Finchè la salute glielo ha permesso non mancava mai agli appuntamenti importanti, ai convegni di ornitologia, alle escursioni ornitologiche (una classica era al nido dell’Aquila reale ad Alcara Li Fusi), ai sopralluoghi tecnici, in cui era sempre più spesso coinvolto. Come quello realizzato da una delegazione regionale, cui era stato invitato anche Michel Terrasse, nel 1983, per individuare le possibili aree per un progetto di reintroduzione del Grifone sulle Madonie e sui Nebrodi.
Non parliamo poi del suo coinvolgimento nella proposta del Parco dei Nebrodi; conosceva tanto bene quei territori, che aveva percorso in lungo e largo in cerca d’uccelli fin da fanciullo che poteva fare da guida anche ai locali. È sua la prima relazione faunistica sul Parco, che presentò nel 1984, in occasione di uno dei convegni organizzati dal comitato di proposta.
Angelo aveva vissuto un’esperienza drammatica, che gli aveva reso la vita particolarmente cara. Nell’ultimo periodo della sua attività lavorativa, essendo la sede dell’ufficio a Messina, doveva viaggiare giornalmente da Catania ed usava il pullman del servizio pubblico.
Una di queste volte, una giornata piovigginosa, la sosta improvvisa di un’auto costrinse il pullman che si trovava su un viadotto dell’autostrada ad una frenata imprevista e l’asfalto bagnato lo fece volare da oltre venti metri d’altezza giù dal viadotto. Angelo si trovava in quinta fila, l’autista e le persone delle primissime file morirono nello schianto, lui 
rimase per un tempo lunghissimo (gli sembrarono ore) sepolto sotto i bagagli ed altre macerie; quando arrivarono i primi soccorsi, non lo videro subito e nella confusione generale fu anche calpestato, ed i frammenti di un vetro rotto dai soccorritori gli entrarono in un occhio, quello buono, come spesso amava ripetere.
Malconcio e ferito, fu infine ricoverato all’ospedale di Messina, dove lo raggiunse la sua Nellina ed i loro quattro splendidi ragazzi. Era vivo, questo continuava a ripeterlo, minimizzando tutto il resto.
Era il suo modo di vivere, la sua filosofia, dare tanto agli altri, lasciare solo qualcosa per sé. La sua passione indiscussa era per il piumaggio degli uccelli, la variabilità geografica, i caratteri acquisiti per isolamento.
Vivendo in Sicilia ed avendo ottime conoscenze delle caratteristiche del piumaggio delle specie siciliane, è stato sempre portato a condurre confronti con quelle di altre parti d’Italia, trovando in tanti casi differenze biometriche e nel piumaggio; i risultati della maggior parte dei suoi studi non sono stati pubblicati, anche a causa delle nuove tendenze scientifiche che già da anni avevano iniziato a fare largo uso di tecniche di genetica molecolare.
Tuttavia, rivalutò in maniera esemplare alcune forme sottospecifiche, ignorate dall’ambiente scientifico, come la Cincia bigia di Sicilia, Parus palustris siculus De Burg, 1925, o non abbastanza conosciute, come il Codibugnolo di Sicilia, Aegithalos caudatus siculus (Whitaker, 1901), e la Coturnice di Sicilia, Alectoris graeca whitakeri Schiebel, 1934.


Da oltre ventanni era seriamente preoccupato che i frequenti ripopolamenti di coturnici realizzati da alcune associazioni venatorie, con la complicità di enti provinciali o comunali, potessero nel tempo cancellare le caratteristiche genetiche della sottospecie siciliana; lottò in tutte le sedi ufficiali per fermare ripopolamenti eseguiti con individui di dubbia origine, alcuni dei quali si rivelarono chukar, ma altri addirittura ibridi di chukar con coturnici alpine!
Dobbiamo anche a lui, alla sua tenacia ed alla sua competenza se il commercio di coturnici “aliene” in Sicilia ha avuto termine.
Studiando in vari musei lunghe serie di Coturnici dell’Appennino e confrontandole con quelle balcaniche ed alpine, arrivò alla conclusione che l’isolamento postglaciale e l’interruzione del flusso genico avessero contribuito ad una separazione sottospecifica, e nel 1984 descrisse l’Alectoris graeca orlandoi dell’Italia centro-meridionale.
Il 19 novembre di quello stesso anno, gli ornitologi siciliani, in segno di riconoscente omaggio per la sua autorevolezza scientifica, durante la riunione conclusiva del progetto Atlante, a Pergusa, gli regalarono un piatto di ceramica, dove era stata appositamente raffigurata la sua Coturnice appenninica.
Era una persona piuttosto timida, schiva e di poche parole, ma in quel caso, vincendo un’evidente emozione, riuscì a fare un breve discorso toccante ed appassionato, direttamente fluito dal suo cuore. Angelo ha dato tantissimo a tutti, con la sua modestia infinita ed il suo grande sapere, è stato un riferimento necessario per tutti gli ornitologi in Sicilia e per molti fuori dall’isola; la sua casa è stata sempre aperta a tutti, che senza distinzioni trattava come amici, fratelli, figli, con la sua estrema dolcezza e l’esperienza di un uomo, che ha condotto una vita moralmente esemplare.

A nome degli ornitologi italiani, mi permetto di rivolgere a Nellina, ai loro quattro figli ed alle loro famiglie il più sincero rincrescimento per la perdita dell’indimenticabile Angelo. A nome di tutti mi permetto di proporre al Comune di Randazzo di dedicare ad Angelo Priolo il museo naturalistico della sua città.

ELENCO DELLE PUBBLICAZIONI DI ANGELO PRIOLO:

PRIOLO A., 1946 – Cattura di Succiacapre dal collo rosso in Sicilia – Riv. ital. Orn., 16: 173-174. PRIOLO A., 1948 – Catture interessanti in Sicilia – Riv. ital. Orn., 18: 52-54. PRIOLO A., 1949 – La Casarca in Sicilia – Riv. ital. Orn., 19: 124-125. PRIOLO A., 1955 – Quadro sinottico delle osservazioni ornitologiche svolte in Sicilia dal 1940 al 1953 – Avocetta, 1: 1-13. PRIOLO A., 1956 – Catture di Aquile in Sicilia – Riv. ital. Orn., 26: 36. PRIOLO A., 1956 – Catture interessanti – Riv. ital. Orn., 26: 37. PRIOLO A., 1965 – La Sula – Venatoria sicula, 19 (2): 29-30. PRIOLO A., 1965 – Il Sordone in Sicilia – Venatoria sicula, 19 (4): 62. PRIOLO A., 1966 – L’invasione del Beccofrusone raggiunge la Sicilia – Diana, 61: 59. PRIOLO A., 1967 – Distrutti i Grifoni delle Caronie? – Riv. ital. Orn., 37: 7-11. PRIOLO A., 1968 – Precisazioni in merito al Succiacapre dal collo rosso ucciso in Sicilia nel 1946 Riv. ital. Orn., 38: 74. PRIOLO A., 1968 – Contributo allo studio dei caratteri e delle affinità del Gabbiano roseo (Larus genei, Brème) – Riv. ital. Orn., 38: 45-46. PRIOLO A., 1969 – La Cincia bigia, Parus palustris, in Sicilia – Riv. ital. Orn., 39: 198-205. PRIOLO A., 1969 – Gli Uccelli, un patrimonio da salvare – Sud 70, 1 (2): 85-88. PRIOLO A., 1970 – Affinità della Coturnice, Alectoris graeca, e conseguenze dei ripopolamenti effettuati nei distretti da essa abitati ricorrendo alla Coturnice orientale, Alectoris chukar – Riv. ital. Orn., 40: 441-445. PRIOLO A., 1972 – Rapporti di parentela ed evoluzione del Gabbiano corallino (Larus melanocephalus, Temminck) – Riv. ital. Orn., 42: 227-231. PRIOLO A., 1972 – Brevi note ornitologiche dalla Sicilia orientale – Riv. ital. Orn., 42: 430-434. PRIOLO A., 1973 – Nidificazione dell’Aquila reale (Aquila chrysaetos) sull’Appennino siculo .

Uccelli del mondo e animali da compagnia, 1: 5-7. PRIOLO A., 1974 – Alle foci del Simeto la prima oasi siciliana? – Pro Avibus, 9: 2-3. PRIOLO A., 1974 – Osservazioni alla foce del Simeto presso Catania (1972-73) – Riv. ital. Orn., 44: 43-52. PRIOLO A., 1974 – Accertata la sopravvivenza del Grifone in Sicilia – Riv. ital. Orn., 44: 213-214. PRIOLO A., 1975 – Osservazioni e ricerche sul Gabbiano corso, Larus audouinii Payraudeau, in Sicilia – Riv. ital. Orn., 45: 359-365. PRIOLO A., 1976 – Airone schistaceo, Egretta gularis schistacea (Hemprich & Ehrenberg), osservato in Sicilia alla foce del Simeto – Riv. ital. Orn., 46: 253-256. PRIOLO A., 1976 – Il Gatto selvatico in Sicilia. I Grifoni delle Caronie. In: Atti del I Convegno siciliano di Ecologia, Noto, 17-19 aprile 1975, pp. 135-143. PRIOLO A., 1977 – Note sul comportamento del Gabbiano roseo (Larus genei) – Riv. ital. Orn., 47: 110-113. PRIOLO A., 1979 – Note sul Codibugnolo siciliano Aegithalos caudatus siculus, Whitaker Uccelli d’Ialia, 4: 5-13. PRIOLO A., 1981 – Osservazioni ornitologiche in Lapponia – Riv. ital. Orn., 51: 83-96. PRIOLO A. & SARÀ M., 1981 – Nidificazione del Crociere, Loxia curvirostra, in Sicilia – Riv. ital. Orn., 51: 249. MASSA B. & PRIOLO A., 1981 – A proposito della nidificazione dell’Averla cenerina, Lanius minor, in Sicilia – Riv. ital. Orn., 51: 250-251. PRIOLO A., 1984 – Come ti ri…spopolo la Coturnice – Uccelli, 1984: 42. PRIOLO A., 1984 – Variabilità in Alectoris graeca e descrizione di Alectoris graeca orlandoi subsp.nova degli Appennini – Riv. ital. Orn., 54: 45-76. PRIOLO A., 1984 – Relazione faunistica sui monti Nebrodi. In: Atti del Comitato di proposta per il Parco dei Nebrodi – Catania, pp. 1-10. PRIOLO A., 1985 – Coturnice Alectoris graeca. In: MASSA B. (a cura di). Atlas Faunae Siciliae Aves – Naturalista sicil., 9 (N° speciale): 60-61. PRIOLO A., 1985 – Occhione Burhinus oedicnemus. In: MASSA B. (a cura di). Atlas Faunae Siciliae – Aves – Naturalista sicil., 9 (N° speciale): 69-71. PRIOLO A., 1985 – Succiacapre Caprimulgus europaeus. In: MASSA B. (a cura di). Atlas Faunae Siciliae – Aves – Naturalista sicil., 9 (N° speciale): 92. PRIOLO A., 1985 – Martin pescatore Alcedo atthis. In: MASSA B. (a cura di). Atlas Faunae Siciliae – Aves – Naturalista sicil., 9 (N° speciale): 97. PRIOLO A., 1985 – Picchio verde Picus viridis. In: MASSA B. (a cura di). Atlas Faunae Siciliae – Aves – Naturalista sicil., 9 (N° speciale): 105. PRIOLO A., 1985 – Allodola Alauda arvensis. In: MASSA B. (a cura di). Atlas Faunae Siciliae – Aves – Naturalista sicil., 9 (N° speciale): 110. PRIOLO A., 1985 – Ballerina bianca Motacilla alba. In: MASSA B. (a cura di). Atlas Faunae Siciliae – Aves – Naturalista sicil., 9 (N° speciale): 120. PRIOLO A., 1985 – Merlo acquaiolo Cinclus cinclus. In: MASSA B. (a cura di). Atlas Faunae Siciliae – Aves – Naturalista sicil., 9 (N° speciale): 121-122. PRIOLO A., 1985 – Codibugnolo Aegithalos caudatus. In: MASSA B. (a cura di). Atlas Faunae Siciliae – Aves – Naturalista sicil., 9 (N° speciale): 159-160. PRIOLO A., 1985 – Cincia bigia Parus palustris. In: MASSA B. (a cura di). Atlas Faunae Siciliae – Aves – Naturalista sicil., 9 (N° speciale): 160. PRIOLO A., 1985 – Averla piccola Lanius collurio. In: MASSA B. (a cura di). Atlas Faunae Siciliae – Aves – Naturalista sicil., 9 (N° speciale): 171-172. PRIOLO A. & SARÀ M., 1986 – Problemi di conservazione della Coturnice di Sicilia Alectoris graeca whitakeri. In: FASOLA M. (ed.). Atti III Convegno italiano Ornitologia, Salice Terme (PV), ottobre 1985 – La Goliardica Pavese, Pavia, pp. 39-41. PRIOLO A., 1988 – Le forme geografiche degli uccelli siciliani. In: MASSA B. (a cura di). Atti IV Convegno italiano Ornitologia – Naturalista sicil., 12 (Suppl.): 251-256. PRIOLO A., 1988 – Considerazioni tassonomiche su alcune specie di uccelli nidificanti in Sicilia – Riv. ital. Orn., 58: 105-124. PRIOLO A., 1992 – Ricerche ornitologiche alla Gurrida, territorio di Randazzo – Animalia, 19: 127-163. PRIOLO A., 1992 – Effetti negativi dei ripopolamenti sulle popolazioni autoctone di Coturnice Alectoris greca. Impatto 3 R (Randagismo, Ripopolamenti, Reintroduzioni). In: Atti del IV Convegno Siciliano di Ecologia, Noto 1988, pp. 131-137. PRIOLO A. & BOCCA M., 1992 – Coturnice Alectoris graeca. In: BRICHETTI P., DE FRANCESCHI P& BACCETTI N. (a cura di). Fauna d’Italia. Uccelli. I – Calderini, Bologna, pp. 766-778. PRIOLO A., 1993 – Collezione ornitologica Priolo nel Museo naturalistico di Randazzo (Catania). In: PANDOLFI M. & FOSCHI U.F. (a cura di). Atti VII Convegno Italiano Ornitologia Suppl. Ric. Biol. Selvaggina, 22: 57-58. PRIOLO A., 1995 – Diorama del Grifone (Gyps fulvus) nel Museo Naturalistico di Randazzo (Catania). In: PANDOLFI M. & FOSCHI U.F. (a cura di). Atti VII Convegno Italiano Ornitologia – Suppl. Ric. Biol. Selvaggina, 22: 59-60. PRIOLO A., 1995 – Importanza di un Museo Regionale per il coordinamento e l’assistenza dei musei minori dislocati sul territorio. In: MASSA B., CATALISANO A. & LO VERDE G. (a cura di). Un museo di Storia Naturale per la Sicilia, Atti del Convegno, Terrasini (Palermo) 27 febbraio 1993 – Tipografia Luxograph, Palermo, pp. 43-44. PRIOLO A. & DI PALMA M.G., 1995 – Catalogo della collezione ornitologica Angelo Priolo. Quaderni B. C. A. Sicilia, n° 19 – Accademia Nazionale di Scienze Lettere e Arti, Palermo, 225 pp. con 16 tavv. a colori. PRIOLO A., 1995 – L’avifauna costiera. Seminario “Gestione delle coste della Sicilia 1995” – Atti Accad. gioenia Sci. Nat. Catania, 3 (n. 350): 65-88. PRIOLO A., LINO L., MAGRO M.T., & INCORPORA E., 1995 – Guida ai Musei di Randazzo e Linguaglossa – Assessorato Regionale ai Beni Culturali e Ambientali e alla Pubblica Istruzione, 21° Distretto Scolastico, Randazzo, 139 pp. PRIOLO A., 1996 – Uccelli della Sicilia raffigurati da Cupani nel Panphyton Siculum Naturalista sicil., 20: 321-410. CEFALI A. & PRIOLO A., 1996 – Accrescimento negli stadi giovanili della Coturnice, Alectoris graeca – Riv. ital. Orn., 66: 37-44. CIACCIO A. & PRIOLO A., 1997 – Avifauna della foce del Simeto, del lago di Lentini e delle zone umide adiacenti (Sicilia, Italia) – Naturalista sicil., 21: 309-413″.

BRUNO MASSA
Dipartimento SEMFIMIZIO, Università di Palermo
V.le Scienze, 13 – 90128 Palermo

                                                                                                   

Nunzio Trazzera, artista polivalente (di Santi Correnti)

Il Faust goethiano diceva che nel suo petto abitavano due anime (“Zwei Seelen wohnen in meiner Brust”): ma bisogna riconoscere che nel petto dell’artista siciliano Nunzio Trazzera, che è nato a Randazzo nel 1948, di anime ne abitano parecchie, perché, nella sua multiforme attività creatrice, si è cimentato con uguale successo non solo nella pittura, ma anche nella scultura in bronzo, nella ceramica policroma e nella terracotta.
Del resto, se chiedete a lui stesso una classificazione della sua arte, Nunzio Trazzera vi risponderà che egli non è un pittore o uno scultore, bensì un “pittoscultore”: cioè egli riconosce – e le sue numerose opere lo dimostrano – che nella sua vitalità artistica “pòntano ugualmente” (come direbbe Dante) sia la espressione pittorica che quella scultorea; e che queste due arti vanno intese nella più ampia gamma possibile di espressione, per cui, accanto alle tele e alle opere pittoriche, troviamo le statue e i busti e i bassorilievi in bronzo: ed accanto alle ceramiche policrome di notevoli proporzioni (come il “Cristo Re” di Montelaguardia, ed il “San Cristoforo” di Porta San Martino a Randazzo), troviamo pregevoli opere di terracotta, quali le formelle del “Trofeo S. Ignazio”, e gli artistici vasi che adornano le Piazze di Piedimonte Etneo, nonché gli smalti.
La vigorosa poliedricità di Nunzio Trazzera – che storicamente si riallaccia ad una nobilissima tradizione siciliana, che partendo dal messinese Francesco Maurolico del Cinquecento (che fu al tempo stesso astronomo, matematico, storico e grammatico di vaglia), arriva al belpassese Nino Martoglio (che nel primo Novecento è stato giornalista, commediografo, poeta bravo tanto in siciliano quanto in italiano, nonché organizzatore teatrale e critico letterario non comune) – è stata messa in rilievo dal corale apprezzamento di illustri critici a livello nazionale, quali Senzio Mazza ed Orietta Giardi, che già nel 1979 fecero notare la dimensione cosmica e l’impatto cromatico della pittura di Nunzio Trazzera; ed è stata confermata dalle lodi unanimi che gli sono state rivolte da noti critici siciliani, quali l’indimenticabile don Salvatore Calogero Virzì, e i viventi Salvatore Agati ed Alfio Ragaglia da Randazzo, che hanno rispettivamente fatto notare l’innato talento creativo, la genuina interpretazione del messaggio umano, ed il reale contributo culturale che le opere di Nunzio Trazzera arrecano allo sviluppo spirituale del popolo siciliano in genere, e della comunità randazzese in particolare.
Questa grande carica umana deriva a Nunzio Trazzera non solo dalla sua vocazione artistica, e del quotidiano contatto con i giovani suoi allievi, che riconoscono in lui non un docente, ma un Maestro: ma deriva soprattutto anche dalle sue vaste esperienze umane, dovuti ai suoi lunghi soggiorni fuori dalla Sicilia, e segnatamente in Lombardia: onde la sua arte risulta arricchita da questi corroboranti apporti extra-insulari. Io stesso ho avuto il piacere di conoscere Nunzio Trazzera non in Sicilia, ma a Milano, in una delle trasmissioni che negli anni Ottanta si tenevano a Radio Montestella per i Siciliani residenti al Nord, e che erano condotte da mio fratello comm. Pino Correnti, allora direttore del prestigioso Teatro Manzoni di Milano.
Questo infaticabile artista, così ricco di creatività nei vari campi dell’arte figurativa, e che nelle sue opere vuole e sa esprimere il desiderio di pace, di lavoro, di libertà e di amore, che sono sentimenti profondamente radicati nel cuore dei veri siciliani, merita quindi l’apprezzamento e il plauso di quanti, come l’autore di queste righe, credono fermamente, e fermamente sostengono, che la Sicilia non è soltanto mafia, come mostrano di credere scrittori e giornalisti di grande nome come Sciascia o Bocca, perché invece la Sicilia è la inesausta generatrice di santi, di scienziati, di scrittori e di artisti, come Archimede, come Antonello, come Bellini, come Quasimodo, come Pirandello e come Verga.

SANTI CORRENTI
dell’Università di Catania

Torre Archirafi (Catania), 4 Agosto 1993

 

 

Federico De Roberto

 

     Federico De Roberto

Nacque a Napoli il 16 gennaio 1861, da Federico senior, ex ufficiale di stato maggiore del Regno delle Due Sicilie e dalla nobildonna di origini catanesi, ma nata a Trapani, Marianna Asmundo.[1]

Si trasferì con la famiglia a Catania nel 1870 dopo aver subito giovanissimo la dolorosa perdita del padre, travolto da un treno sui binari della stazione di Piacenza. Da allora, salvo una lunga parentesi milanese e una più breve a Roma, Federico visse all’ombra, gelosa e possessiva, di donna Marianna.[2]

A Catania si iscrisse all’Istituto tecnico “Carlo Gemmellaro”, quindi frequentò il corso di scienze fisiche, matematiche, naturali all’università: ebbe pertanto una prima formazione scientifica, alla quale affiancò presto l’interesse per gli studi classici e letterari, allargando la sua cultura al latino.

Il suo esordio letterario avvenne con il saggio Giosuè Carducci e Mario Rapisardi. Polemica, pubblicato a Catania dall’editore Giannotta nel 1881. Fu presto conosciuto negli ambienti intellettuali per la sua attività di consulente editoriale, critico e giornalista sulle pagine di due settimanali che uscivano a Catania e a Roma: il “Don Chisciotte” e il “Fanfulla della domenica”. Del primo fu anche direttore dal 1881 al 1882; sul secondo scrisse dal 1882 al 1883 sotto lo pseudonimo di Hamlet.

Per l’editore Giannotta fondò la collana di narrativa dei “Semprevivi” ed ebbe modo di conoscere Luigi  Capuana e Giovanni  Verga con i quali strinse una salda amicizia. Nel 1883 raccolse in un volume dal titolo Arabeschi, tutti i suoi scritti di arte e letteratura e nel 1884 avviò la collaborazione, utilizzando il suo vero nome, con il Fanfulla della domenica, e tale collaborazione durò fino al 1900.

Un momento importante per la formazione dello scrittore fu l’incontro, durante un soggiorno in Sicilia, con Paul Bourget (1852-1935), in quei tempi molto noto per i suoi studi psicologici e per i suoi romanzi, nei quali analizzava minuziosamente le coscienze tentando di giungere ad una “anatomia morale”. Decisivo fu per De Roberto il trasferimento a Milano nel 1888 dove fu introdotto da Verga nella cerchia degli Scapigliati, e conobbe Arrigo Boito, Giuseppe Giacosa e Giovanni Camerana, consolidando sempre più la sua amicizia con lo stesso Verga e Capuana. Nel periodo del suo soggiorno milanese collaborò al “Corriere della Sera” e pubblicò diverse raccolte di novelle e romanzi, fra i quali quello che è considerato il suo capolavoro, I Viceré, nel 1894.

 

Paolo Vagliasindi in Parlamento ed al Governo fu propugnatore di libertà. Immaturamente troncata l’opera sua nobilissima vivrà nella storia della sua diletta terra.

Nel 1897 ritornò a Catania, dove rimase fino alla morte, salvo brevi viaggi. A Catania ebbe un incarico come bibliotecario e visse sostanzialmente appartato e deluso per l’insuccesso della sua opera narrativa. Mentre questa tacque egli indirizzò il suo lavoro intellettuale alla pubblicistica e alla critica, tra i quali si ricordano gli studi su Giacomo Leopardi e soprattutto su Verga che giudicò sempre un suo maestro. 

Dopo la morte – 1905 – dell’onorevole Paolo Vagliasindi del Castello di cui era un grande estimatore ed amico, scrisse l’epitaffio che trovasi all’angolo del corso Umberto I con la via Regina Margherita.

Nel 1909 presso l’ Istituto Italiano D’Arti Grafiche – Editore  pubblicò ” RANDAZZO E LA VALLE DELL’ALCANTARA ” con 147 illustrazioni e I tavola ( vedi galleria delle foto).

Nel 1915, allo scoppio della prima guerra mondiale fu interventista.

Alla morte del Verga nel 1922 De Roberto riordinò in modo accurato le opere del grande scrittore ed iniziò uno studio biografico e critico che però rimase interrotto per la sua prematura morte avvenuta a Catania per un attacco di flebite il 26 luglio 1927. Perfino in punto di morte De Roberto non ebbe adeguata considerazione, poiché la sua scomparsa fu oscurata da quella immediatamente successiva (27 luglio) di Matilde Serao.

Sostenitore convinto della poetica naturalista e verista, De Roberto ne applicò rigorosamente i termini, portando alle estreme conseguenze quegli aspetti di impersonalità del narratore e di osservazione rigorosa dei fatti.

Le tecniche narrative di De Roberto sono funzionali alla narrazione impersonale ma diverse da quelle di Verga. Innanzi tutto non è presente la regressione della voce narrante nella realtà rappresentata, è presente invece, come nel Mastro-don Gesualdo, il discorso indiretto libero ma in larga misura la narrazione si fonda sul dialogo e sulla presenza di didascalie descrittive. La narrazione tende a far propria la tecnica teatrale; nella Prefazione ai Processi verbali De Roberto afferma: «L’impersonalità assoluta non può conseguirsi che nel puro dialogo, e l’ideale della rappresentazione obiettiva consiste nella scena come si scrive per il teatro».

Libri di Federico De Roberto

 

Un bel articolo di Giuseppe Giglio su Federico De Roberto.

La razza dei Viceré

«La storia è una monotona ripetizione: gli uomini sono stati, sono, e saranno sempre gli stessi», mormora il principe Consalvo Uzeda di Francalanza all’arcigna zia Ferdinanda (un’irredimibile usuraia), in chiusura de I Viceré, il capolavoro che Federico De Roberto licenziò nel 1894, anticipando tanta letteratura europea che avrebbe raccontato il Novecento: quel secolo inquieto e feroce che è cominciato nell’Ottocento, e che ancora non è finito. E con I Viceré il grande scrittore siciliano continuava e rafforzava la linea (aperta dal Verga disincantato de I Malavoglia, nel 1881: laddove la Sicilia di una povera famiglia di pescatori dava corpo e sangue allo scandalo della mancata modernizzazione di uno Stato sempre latitante, salvo che per la leva e le tasse) di quella sorta di contro-storia d’Italia che, dopo De Roberto, avrebbe trovato i suoi cantori in Pirandello, Brancati, Tomasi di Lampedusa, fino a Consolo e Sciascia. Una contro-storia dalle diverse intonazioni, ma sempre più tangibile, più luminosa, più vera di tanta realtà spesso oscura, se non inconoscibile: nel segno di quelle verità del vivere (pubblico e privato) che, attraverso la letteratura, alla vita stessa ritornano.

De Roberto narra le vicende di un’antica, nobile e potentissima famiglia catanese, gli Uzeda di Francalanza, di origini spagnole, in un arco temporale che va dal 1855 al 1882, quasi in presa diretta: dalla fine del dominio borbonico alle prime elezioni a suffragio allargato del nuovo Regno unito.
Una storia genealogica (di una genealogia aperta, che sempre trova nuova linfa, nella sua immutabilità) dentro la storia siciliana e italiana, e che si apre con la morte e i funerali della principessa Teresa, la dispotica decana di casa Uzeda. Una che «sapeva leggere soltanto nel libro delle devozioni e in quello dei conti», e il cui testamento reca i segni inequivocabili di una volontà di dominio economico, di una sete di potere che si mutano in destino.
Un personaggio centrale, dominante, quello della principessa Teresa; presente proprio perché assente, paradossalmente. E la sua morte, i suoi funerali, già prima del loro apparire sulla scena, offrono un accesso immediato ad un singolare teatro di umanità: dove dal frenetico chiacchiericcio dei vari subalterni (cocchieri, famigli, affittuari…) – prima ancora che da quello dei parenti o delle autorità civili ed ecclesiastiche – prendono forma le fattezze dei vari Uzeda. Ed eccoli, gli esemplari di quella razza padrona e capricciosa, ignorante e spregiudicata: il principe Giacomo (il primogenito della principessa Teresa), che impugna e modifica il testamento materno, ricatta gli altri eredi, si mette contro il fratello, il contino Raimondo; il quale dal canto suo dissipa il patrimonio, perseguita la moglie (impostagli dalla madre) e sposa l’amante.
E ancora, gli altri figli della principessa Teresa: Lodovico, che (obbligato al convento) si dedica cinicamente alla carriera ecclesiastica; Ferdinando, con le sue fissazioni che finiscono per scivolare nella follia; Chiara, la cui ossessione di maternità si spegne in un parto mostruoso; Lucrezia, che sposa un ricco avvocato, il quale cura le speculazioni degli Uzeda, ricevendone però solo delusioni.
E poi i fratelli della principessa Teresa: don Blasco (costretto a farsi frate, litigioso e donnaiolo), che da ferocemente borbonico fa presto a convertirsi alle idee del nuovo Regno, coniugando gli affari col potere (ridotto allo stato laicale, dopo la soppressione di tante istituzioni religiose, accumula una consistente fortuna speculando sui beni di provenienza conventuale e sui titoli di stato); come suo fratello, il duca di Oragua, che riesce a spacciarsi per liberale e a farsi eleggere deputato del Regno, a dar corso ad un suo emblematico convincimento: «Ora che l’Italia è fatta, dobbiamo fare gli affari nostri».
Per arrivare a Consalvo, il figlio del principe Giacomo: che rinnova le tradizioni di famiglia, da abilissimo stratega della finzione e del tradimento, diventando anch’egli deputato. E dando così voce ad una feroce ideologia del potere, della conservazione del potere: cristallizzata, quell’ideologia, nel famoso comizio (un distillato di micidiale retorica) che il rampollo degli Uzeda tiene davanti ad un vasto pubblico, e che gli spalanca le porte del parlamento di un’Italia oramai unita, ma tutt’altro che nuova. 
La principessa Teresa e Consalvo, dunque. Che aprono e chiudono il romanzo, rispettivamente; e che ne portano tutto il senso, l’attualità sempre viva. E sono anche, nonna e nipote, nel loro pensare e agire, spie di una feudalità antica, storica, e di una feudalità familiare. E queste feudalità finiscono per coincidere, così rinnovandosi; ma sempre mimetizzandosi, sempre rimanendo nascoste, come se ogni volta trovassero nuovi canali carsici.
E se De Roberto è lo scrittore della disperazione nella Storia (diceva Sciascia), se I Viceré è un romanzo antistorico, un processo alla storia di delusioni e nequizie (la mistificazione risorgimentale, il trasformismo, il conformismo, la demagogia, il cambiare tutto perché nulla cambi, quella mistificante retorica che avrebbe alimentato le illusioni patriottiche e coloniali, fino al fascismo, e che si sarebbe ritrovata, riscoperta nell’Italia delle mafie, delle stragi, dei misteri irrisolti); se è, la saga degli Uzeda, anche una lucida e spietata inquisizione del presente; se I Viceré è insomma tutto questo, l’abilissima invisibilità di De Roberto tra i suoi personaggi, tra le loro storie (che sono soprattutto il racconto di un modo di essere, di stare al mondo; che danno consistenza, soprattutto, ad uno strisciante utilitarismo), svela invece la felicità della scrittura del grande narratore. Già in apertura di romanzo, laddove De Roberto illumina il lato oscuro, egolatrico, di quella sorta di religione della famiglia che Verga aveva celebrato nei Malavoglia.
Dissacrandola, alla fine, quella religione: i valori di Padron ‘Ntoni e famiglia diventano disvalori con gli Uzeda, con quella razza avida, che vive nell’ossessione del potere e del sesso.
Una razza i cui membri sono spesso in guerra tra loro, ma sempre si ritrovano uniti nel perseguire e rafforzare il potere della famiglia, a favorirne l’ascesa. Un familismo eletto a vero e proprio sistema di vita, che De Roberto – da rigoroso anatomopatologo qual è – consegna al lettore. Insieme ad una società che dovrebbe essere nuova, e che invece nuova non è, e che non è neanche una società: dove non di rado è l’inautenticità a regolare i rapporti umani, a dettare le regole dell’esistenza.

Francisco De Goya, Il Pellegrinaggio di San Isidro (part.), 1823

«Un’opera pesante, che non illumina l’intelletto come non fa mai battere il cuore», aveva chiosato Benedetto Croce a proposito de I Viceré. Per nulla accorgendosi della luce di quel grande romanzo, ovvero della capacità che esso ha di illuminare l’intelletto, e di sollecitare il cuore. Semplicemente parlando dell’uomo, del mondo. Semplicemente mostrando alcune pagine – tra le più lucidamente fosche, tra le più goyesche – di quella negatività, di quel male che della vita, del mondo, dell’uomo sono parte integrante e ineludibile. Sempre. «No, la nostra razza non è degenere: è sempre la stessa», dice Consalvo alla zia Ferdinanda, alla fine. Ed è, la luce de I Viceré, potentemente corrosiva e demistificatoria.

 

Giuseppe Giglio

Giuseppe Giglio  vive a Randazzo (CT). È un giovane critico letterario. Si occupa soprattutto di letteratura del Novecento, nel segno di un’idea di critica letteraria come critica della vita.
Ha pubblicato articoli e saggi su periodici letterari e quotidiani come “Stilos”, “Polimnia”, “Pagine dal Sud”, “l’immaginazione”, “Il Riformista”.È tra gli autori del volume miscellaneo Leonardo Sciascia e la giovane critica, uscito nel 2009 presso Salvatore Sciascia Editore.
Con la stessa casa editrice ha pubblicato, nel 2010, I piaceri della conversazione.
Da Montaigne a Sciascia: appunti su un genere antico. Con questo libro ha vinto il premio “Tarquinia-Cardarelli” 2010 per l’opera prima di critica letteraria.
È una delle firme de “Le Fate”, una nuova rivista siciliana di arte, musica e letteratura. Scrive su “Fuori Asse”, una rivista letteraria torinese on-line. Fa parte della redazione di “Narrazioni. Rivista quadrimestrale di autori, libri ed eterotopie”, un periodico nato nel Dipartimento di Filosofia, Letteratura, Scienze Storiche e Sociali dell’università di Bari, ma fatto da giovani critici non strutturati, e con l’ambizione di porsi come un osservatorio sul romanzo contemporaneo. Scrive anche sulle pagine della cultura del quotidiano “La Sicilia”.

Randazzo e la Valle dell’Alcantara
con 141 illustrazioni e 1 tavola

 

 

 

 

Le relazioni nascoste di Federico De Roberto

  

  di Antonino Cangemi

La vita di Federico De Roberto non fu certamente facile; né facile fu il suo rapporto con le donne. Afflitto da frequenti stati depressivi, che lo debilitavano anche fisicamente e ne spegnevano gli entusiasmi, alternati a momenti di vitalità e di euforia, oggi De Roberto sarebbe definito un “bipolare”. Le relazioni col “gentil sesso” furono condizionate, oltre che dagli ondivaghi moti dell’umore, dalla presenza di una madre possessiva e invadente, Marianna Asmundo Ferrara. Tuttavia, nell’esistenza turbolenta e avara di felicità dell’autore de I viceré, non mancarono amori “clandestini”.

Ricerche recenti sull’epistolario di De Roberto conservato presso la Biblioteca Universitaria di Catania  mettono in luce la relazione segreta tra De Roberto ed Ernesta Valle. Ne apprendiamo i particolari grazie al minuzioso lavoro di Sarah Zappulla Muscarà ed Enzo Zappulla che hanno curato Si dubita sempre delle cose più belle. Parole d’amore e di letteratura, un libro poderoso (2144 pagine, 764 lettere, tantissime immagini a corredo) edito da Bompiani (2014) che, riscoprendo il carteggio tra i due amanti, getta squarci sulla complessa figura di De Roberto, sul suo problematico rapporto con le donne, sulle sue ambizioni letterarie e giornalistiche soffocate a Catania e proiettate su Milano.

Federico De Roberto conosce Ernesta Valle nel salotto milanese di casa Borromeo. Un salotto meta dei più acclamati scrittori, giornalisti, editori dell’epoca: lo bazzicano personalità dal rilievo di Eugenio Torelli Viollier, Luigi Albertini, Domenico Oliva, Giuseppe Giacosa, Ugo Ojetti, Arrigo Boito, Emilio e Giuseppe Treves. È il 29 maggio del 1897, De Roberto ha trentasei anni, ha già pubblicato quello che si rivelerà essere il suo capolavoro, I vicerè, e a Milano cerca di affermarsi nel mondo del giornalismo (un contratto di collaborazione lo lega ad Albertini e al suo Corriere) e di frequentare i protagonisti dell’editoria e della cultura, letteraria e artistica. Nella mondanità meneghina quel siciliano talentuoso e ambizioso, qual è Federico De Roberto, non passa inosservato: i suoi eclatanti baffi a manubrio accompagnati dall’immancabile monocolo adagiato sull’occhio destro gli hanno fatto conquistare l’appellativo scherzoso di “Lord Caramella”.
Ernesta Valle è sposata con l’avvocato messinese Guido Ribera, ha ventun anni,  un bambino di cinque anni da accudire, e allo splendore della giovinezza unisce l’eleganza di chi è avvezza alla vita mondana. Ernesta si fregia del titolo di contessa (non si sa bene quanto autentico), è nata nel 1876 a Ventimiglia, da Giuseppe Valle, un impiegato di Valle Lomellina, e da Adelaide Corradi. Avvenenza, femminilità, savoir-faire e un buon matrimonio  le hanno spianato la strada introducendola nella borghesia notabile della Milano del tempo.

L’incontro con Ernesta Valle per Federico De Roberto è un colpo di fulmine. Tanto da scrivere: ‹‹Da quel giorno, voglio dire da quella sera, cominciò la mia felicità››. Da quella sera di maggio esplode la sua passione. Che genera un profluvio di lettere:  palpitanti, focose, ardenti; ma anche rivelatrici di ambizioni e stati d’animo e con più di un richiamo alla letteratura. Come si conviene in ogni storia d’amore i due amanti si chiamano tra di loro con uno o più vezzeggiativi. Per De Roberto Ernesta Valle è Renata, a simboleggiarne la rinascita all’amore e nell’amore, ma anche Nuccia, diminutivo di “femminuccia”, perché in lei risiede la quintessenza di una femminilità prospera e procace; per Ernesta Valle De Roberto è Rico, la parte finale del suo nome di battesimo.

Nel suo spostarsi tra Milano e Catania Rico tiene sempre vivo il legame con Renata grazie a una corrispondenza fitta, accesa e meticolosa. Che talvolta trabocca di carica erotica: ‹‹Tutta nuda nell’anima come l’ho vista e tenuta e baciata e bevuta e goduta tutta nuda nel corpo adorato e divino›› (i due passeranno al tu dopo cinque mesi), in una prosa da romanzi rosa d’appendice che lo scrittore avrebbe aborrito: ‹‹Mi pare che sia tuo il sangue che mi scorre nelle vene, non ho più personalità››. Altre volte rivela abbandoni sentimentali e richiami a un amore sublimato nella sua purezza con un eccesso di enfasi che sbalordirebbe se non si pensasse che a vergare quelle frasi sia un uomo innamorato: ‹‹O Cuor dei cuori, quando tu mi dici di partire il moto della mia obbedienza è così pronto che io vorrei già essere sotto un altro cielo››. Altre volte ancora le lettere fanno da cronaca alle tappe dei loro incontri, con puntualità ossessiva, illustrando i luoghi dei furtivi appuntamenti: via Romagnosi, dove ha sede il salotto che li ha fatti conoscere, via Jacini, via Pietro Verri, Porta Volta, Crescenzago, i caffè, i teatri, soprattutto la Scala.

Le lettere di Rico e Renata, tuttavia, non danno sfogo solo a desideri carnali (vivissimi nello scrittore), a spinte erotiche e a sentimentalismi vari, ma palesano anche intese su argomenti letterari e De Roberto si prodiga a consigliare all’amante le migliori letture: ‹‹Ti ho mandato altri libri. Non so quali sono quelli che tu non conosci, tra quanti ne posseggo. Desideri leggere altre novelle di Maupassant? Io le ho tutte. Ho tutto Zola: dimmi se qualche cosa di lui ti riesce nuova. E di Daudet? E dei Goncourt? Conosci i famosi romanzi russi: La Guerra e la Pace di Tolstoj; Anna Karenina pure di Tolstoj; il Delitto e il Castigo di Dostoevskij? Vuoi qualche cosa di Giorge Sand, di Balzac? Conosci le novelle fantastiche di Poe? Aspetto, per la prossima spedizione, che tu mi dica delle tue preferenze›› (Catania, 6 gennaio 1898). Rico le fa leggere pure alcune sue opere, tra queste I vicerè la cui protagonista si chiama, guarda caso, Renata e che provoca nell’amante moti di gelosia. Ernesta Renata gli scrive: ‹‹Si può essere anche gelosi del passato››. 

Un amore segreto quello tra Rico e Renata, un uomo incapace di ribellarsi alla tirannia edipica della madre, e una donna legata al marito e agli agi della vita salottiera che le è concessa. E come nelle relazioni nascoste i due amanti conoscono mille sotterfugi per scambiarsi le lettere, a mano o in fermo posta, talvolta custodite dentro libri, altre precedute da avvertimenti in codice.

Ma tra i due amanti si avvertono le presenze delle persone a cui sono legate: la madre per Rico, il marito per Renata. Presenze forti, ingombranti, determinanti. Gli escamotage studiati e provati a garanzia della clandestinità della loro relazione hanno effetto? Nulla sanno o percepiscono di quel rapporto donna Marianna Asmundo Ferrara e Guido Ribera? Pare proprio che, malgrado tutte le strategie di occultamento messe in atto dai due amanti, l’eco della loro passione per un verso o per l’altro gli giunga. Tant’è che la madre padrona, ‹‹un bene che mi soffoca e mi strozza››, riesce a far battere in ritirata il figlio in preda all’ardore amoroso. La madre gli scrive lamentandosi della lontananza e invitandolo (anzi intimandolo) a tornare a Catania, ‹‹perché è già molto tempo che sei fuori casa, perché viene l’inverno e tu sai che d’inverno ho bisogno di compagnia››. E l’avvocato Ribera compare pure nell’epistolario con missive assai prosaiche: raccomandazioni da rivolgere all’editore Treves, richieste di prestiti.

Ubbidiente al richiamo della madre, De Roberto ritorna a Catania. La città dell’Etna, nel raffronto con la febbrile e mondana Milano, gli appare in tutta la sua angustia, pigra e sonnolenta, prigione della sua anima esacerbata e soffocata nel suo male oscuro: ‹‹È una malattia morale e non lieve – scrive all’amante riferendosi al suo spleen – Mi sento troppo vuoto, troppo contrariato, troppo sbalestrato, troppo avvilito››. Adesso la lontananza fisica di Renata accentua in Rico il desiderio di intimità con lei e l’inchiostro della scrittura cerca di suggellare e far rivivere i momenti di passione vissuti insieme.

Lettera di Federico De Roberto a Renata (19 Marzo 1899)

De Roberto (Rico) continuerà a scrivere alla Valle (Renata) confidandole i suoi progetti letterari. Renata pare assurgere in certi momenti a “musa” ispiratrice. A lei nel 1899, due anni dopo averla conosciuta, aveva dedicato la prefazione de Gli amori: in modo velato, indicando solo le sue iniziali ‹‹a R.V.››; accorgimento che però non era servito ad aggirare la gelosia del marito che in una lettera gli volle ironicamente precisare che  R.V. era la signora Ribera-Valle. A Renata si rivolgerà dopo, tra il 1900 e il 1902, per confidarle i suoi progetti di scrittura. Si era già confrontato con l’amante per il romanzo drammatico Spasimo, accogliendo i suoi suggerimenti di rendere quel testo ‹‹troppo pensato›› più ‹‹parlato››, e riconoscendole il merito di averlo spronato nello scriverlo in uno adattamento ‹‹più rapido e movimentato››. A Renata confesserà il suo proposito di chiudere la trilogia degli Uzeda, inaugurata con l’Illusione nel 1891 e proseguita con I vicerè nel 1892, con L’Imperio, che non farà in tempo a pubblicare e che uscirà postumo nel 1925. A proposito de L’Imperio Rico scriverà a Renata, il 3 giugno del 1902, una lettera piena di sconforto: ‹‹Ho preso pure il manoscritto del romanzo che doveva far seguito ai Vicerè… Faccio questo tentativo di ritorno all’arte senza fede e senza neppure altra speranza che quella di ricavare, chi sa quando, un migliaio di lire del lavoro di chi sa quanto tempo. È questa è la mia vita, propriamente degna d’essere strozzata con tutt’e due le mani, se non fosse il ricordo, la visione, il pensiero e la speranza di Nuccia››. Già, quando De Roberto scrive quella lettera, la relazione con Renata volge al declino, come testimonia il carteggio tra i due amanti che copre un arco di tempo racchiuso tra il 1897 e il 1902, con qualche appendice sino al 1916.

De Roberto è chiuso nella sua malinconica angoscia, mitigata ma non scalfita dal ricordo di un amore lontano, nello spazio e nel tempo, in una città, Catania, che non ama e che anzi definisce ‹‹l’odiato e aborrito paese››. Passeranno altri anni e il cuore dello scrittore catanese s’invaghirà di un’altra donna, anche lei sposata e legata a una grande città, questa volta Roma. L’ennesimo tentativo di evadere da una Catania per lui claustrofobica? La donna si chiama Pia Vigada, e con lei De Roberto intrattiene un carteggio amoroso che va dal 1909 al 1013. Malgrado il peso degli anni, anche in questo epistolario De Roberto, considerato per alcuni suoi scritti “misogino”, si conferma amante focoso e veemente, e non privo di tenerezze. Un gesto di tenerezza è, ad esempio, quello, in lui usuale, di inviare all’amata dolci tipici di Sicilia e agrumi. Ma De Roberto è anche un uomo geloso, sino al parossismo, in preda a una spiccata sensualità. Come dimostra questo singolare passo di una lettera a Pia Vigada: ‹‹Spiegami che il tuo corpo, le tue forme, la tua carne sono chiuse ermeticamente. E che solo un giorno le tue mani febbrili potranno dischiudere cotanto tesoro…››.
Ma torniamo alla storia di Rico e di Renata che, stando al carteggio di cui oggi si dispone, pare sia macchiata da un epilogo tutt’altro che romantico. Nel 1916, quando la corrispondenza tra i due si è da tempo interrotta e il silenzio ha ormai sepolto un amore ricco di illusioni e di speranze svanite, Renata torna a farsi viva con una lettera di inaspettata aridità e ineffabile opportunismo. In essa l’amante di un tempo implora Rico di versarle una congrua somma di denaro per sollevare il figlio da non ben precisati problemi economici. In realtà, pare che dietro quella cinica richiesta si nasconda una squallida vicenda di corruzione legata (siamo negli anni del primo conflitto bellico) al tentativo di tenere il figlio lontano dal fronte.

Si chiude così, con un finale amaro e beffardo, la storia d’amore che più coinvolse Federico De Roberto. La cui immagine ci torna alla mente nel ritratto che di lui scolpisce la penna di Vitaliano Brancati: un uomo sempre solo, a spasso per la via Etnea con la sua inguaribile angoscia, chiuso dentro la sua ‹‹pesante armatura di onestà››.

Dialoghi Mediterranei, n. 15, settembre 2015

_______________________________________________________________

Antonino Cangemi, dirigente alla Regione Siciliana, ha pubblicato, per le edizioni della Regione, Semplificazione del linguaggio dei testi amministrativi (Palermo, 2007) e Mobbing: saperne di più per contrastarlo (Palermo, 2007); con Antonio La Spina, Comunicazione pubblica e burocrazia (Franco Angeli, Milano 2009); I soliloqui del passista (Zona, Arezzo 2009); Siculaspremuta (Flaccovio, 2011); Beddamatri Palermo! (Di Girolamo, Trapani 2013); Il bacio delle formiche (LietoColle, Faloppio-Como 2014). Collabora con i quotidiani «La Sicilia», «Sicilia Informazioni» e, saltuariamente, con «La Repubblica» (edizione di Palermo).

                                                         IL PATRIMONIO ARTISTICO DI CATANIA  a cura di Dario Stazzone.

 

 

 

 

 

GIUSEPPE PLUMARI ed EMMANUELE

Uno storico municipalista del XIX secolo

    Giuseppe Plumari, uomo di chiesa e di cultura, era nato a Randazzo il 17 agosto del 1770.
Il padre, don Candeloro, faceva il notaio, e la madre, Paola Emmanuele, discendeva da un’antica famiglia locale. Nonostante appartenesse alla media borghesia, egli dovette sempre fare i conti con le ristrettezze economiche della famiglia, e se già il padre si vedeva costretto, per arrotondare i suoi magri proventi, a far l’organista nelle chiese, lui si trovò sempre a lottare da solo per raggiungere quei risultati che il censo non gli aveva dato già per scontati, e rinunciare nel corso della sua vita, a tante aspirazioni.

Aveva, per esempio, fatta istanza al Re per essere assunto come Cappellano Militare, e, forse dopo un accoglimento sfavorevole, dovette adattarsi all’ambiente del paese.
Ambiente che inevitabilmente doveva andargli piuttosto stretto, sia per le naturali ambizioni dell’uomo, consapevole delle sue doti, sia per le invidie e ostilità in mezzo alle quali si trovò sempre costretto a vivere.
Compì i primi studi presso il Convento dei Basiliani, e in particolare, per la retorica e le lettere, sotto la guida dall’Abate Giovanni Romeo.
Fu proprio un episodio avvenuto in gioventù, un viaggio a Napoli nel corso del quale ebbe modo di visitare palazzi e musei, a risvegliare in lui l’amore per la storia e per le “cose antiquarie”. A 18 anni si recò a frequentare il Seminario di Messina, dove completò gli studi laureandosi in Teologia e Diritto. Fu ordinato sacerdote nel 1795.

Chiesa di Santa Maria Randazzo

Dopo un periodo di tirocinio a Palermo, ritornato nel paese natale, fu associato al clero della chiesa di Santa Maria, in qualità di Canonico della Collegiata.
Nel 1814, alla morte dell’Arciprete Don Alberto Salleo, partecipò al concorso per l’Arcipretura, vincendolo: “questo – dice lo storico don Salvatore Calogero Virzì – fu l’inizio di tutte le traversie della sua vita perché, contestata da uno degli sfortunati concorrenti, Don Antonino Vagliasindi dei baroni del Castello, la sua nomina ad Arciprete, fu tradotto davanti ai Tribunali”.
Ma fu anche la molla che, involontariamente, fece scattare nel Plumari nuovi interessi, dandogli al tempo stesso la possibilità di assecondarli.
Infatti dovette trasferirsi a Palermo per due anni, dal 1815 al 1816, per seguire la causa, che poi avrebbe vinto in pieno, a seguito di tre diverse sentenze successive, ma la permanenza nel capoluogo gli offrì anche l’opportunità ed il tempo di frequentare archivi e biblioteche, di spulciare libri e documenti, scoprendo così la sua vocazione di storico, nonché di avvicinare dotti e studiosi del tempo, quali D. Vincenzo Castelli e D. Giovanni D’Angelo, che lo aiutarono ad affinare ed approfondire la già latente passione per la storiografia.
Da queste frequentazioni, da questi studi, che D. Giuseppe Plumari integrò con la lettura degli storici municipali, quali Pietro Oliveri, Antonino Pollicino, Pietro Di Blasi, Pietro Rotelli, il notaio Prospero Ribizzi e Onorato Colonna, doveva scaturire l’enorme mole degli scritti su Randazzo, la sua storia, i suoi figli più illustri.

Di ritorno in patria, avrebbe potuto finalmente dedicarsi alla vita parrocchiale, preparando i giovani al catechismo, pronunciando orazioni e sermoni, e facendosi così apprezzare per le sue doti di oratore.
Ma per l’Arciprete Plumari la tranquillità era ben lungi dall’arrivare: entrò subito in contrasto con gli Amministratori dell’Opera De Quatris – l’azienda costituita da lasciti e beni immobili assegnati alla chiesa di S. Maria dalla defunta baronessa Giovannella De Quatris – che in seno alla comunità randazzese costituivano una vera e propria potenza economica, e, per di più, dovette vedere sempre minacciata e messa in forse la sua stessa dignità ed autorità di Arciprete.
Infatti, sulla scorta di una certa teoria, ormai da tempo consolidata, stando alla quale le chiese di Randazzo fossero ricettizie, ovvero istituzioni spontanee dove i vari membri godevano di parità assoluta, esercitando a turno, per esempio, le mansioni di parroco, la figura dell’Arciprete sarebbe venuta a ricoprire così un titolo privo di autorità giurisdizionale su tutto il resto del clero, e di conseguenza il Plumari dovette subire non poche angherie ed umiliazioni, specie da chi mal aveva digerito la sua nomina.
Di fatto egli riuscì, soltanto nel 1839, alla morte del Decano D. Antonino Vagliasindi, a sedersi tranquillo sulla sospirata poltrona di Arciprete, e ad assumere i pieni e reali poteri, nonché la dignità, che tale carica comportava: “assommando le due dignità nell’unica sua persona, non ha più da tribolare per il riconoscimento dei suoi diritti e delle sue ambizioni cui tanto sensibile era il suo carattere”’ (Virzì).
Si era anche fatto promotore dell’idea di creare una sede vescovile a Randazzo (la città allora, e fino al 1872, faceva parte della Diocesi di Messina), benché su questa sua proposta sarebbe poi prevalsa quella delle Autorità di Acireale.
Non è da escludere che egli accarezzasse il sogno segreto di poter indossare per primo, e in patria, le insegne di Vescovo…

Morì il 1° ottobre 1851. Probabilmente fu seppellito in S. Maria, tuttavia, sicuramente a seguito dei vari rifacimenti della pavimentazione della basilica, e allo smantellamento delle pietre tombali già esistenti, della sua tomba non vi è oggi alcuna traccia. Strano destino, questo, per un uomo che lasciò un’opera immortale, e cui la città deve tanto!
Don Virzì, che è la fonte più dotta, esauriente e attendibile, che ne conobbe e studiò per esteso l’opera, e che a tutt’oggi ne è considerato il più degno erede e successore, così lo descrive:
      “carattere ardente, fattivo, in parte intrigante e ambizioso… Il suo agire in parte ingenuo, fu quello di certi uomini che pensano di essere chiamati a raddrizzare le cose storte… a riformare il mondo con uno spirito di intransigenza che rivela la loro personalità”.
A ciò va aggiunta, da un lato, la perenne condizione di ristrettezza economica in cui il Plumari versò per tutta la vita, e dall’altro la costanza, l’accanimento con cui egli si batté, per tanti anni e con ogni mezzo, per raggiungere il traguardo del pieno riconoscimento di quella dignità dell’Arcipretura che con tanta ostinazione e spirito di ripicca gli fu osteggiata per lunghi anni.

Troppo complesso sarebbe descrivere le diatribe, i colpi bassi, le battaglie che caratterizzarono la rivalità col Decano Vagliasindi e altri esponenti influenti del clero locale, ma la chiave di lettura di questa vicenda si potrebbe trovare forse inquadrandola nello scontro fra due classi sociali, un’aristocrazia titolata, fortemente aggrappata ai propri appannaggi e privilegi, cui era restia a rinunziare, ed una borghesia che, fattasi strada con i soli propri mezzi, vedeva negli studi una sorta di affrancamento e di riscatto sociale: a tal proposito non può sfuggire come Giuseppe Plumari non mancasse mai di aggiungere, al proprio nome, il titolo raggiunto con studio e sacrificio “Dottore in Sacra Teologia“, “Canonico in Sagra Teologia Dottore”, e finalmente “Unico Parroco Arciprete di Randazzo”.
Abbondante la sua bibliografia, almeno a giudicare dai titoli pervenutici, a testimoniare un impegno pastorale e culturale notevole e continuo.
Fu grande oratore, convinto e infiammato, tant’è che pubblicò le sue omelie “animato, per non dire obbligato, dai buoni cittadini, che ascoltate le aveano con tanto piacere, e che avean veduto dalle stesse raccolto un frutto universale” come ebbe ad affermare con un pizzico di vanità, o piuttosto consapevolezza delle proprie capacità e dei propri meriti.

– È del 1821 l’Omelia nel giorno natalizio ed onomastico del Re Ferdinando I,
– del 1822 la Felicità dei popoli sotto la Religione Cristiana e sotto il Governo Monarchico, e la Infelicità dei popoli sotto le segrete società tendenti a distruggere la Religione e il trono,
– una Orazione funebre in morte di Ferdinando I (1825).

Altri scritti ancora furono dettati dall’intendimento di affermare le proprie tesi, come :
Le Ragioni in difesa del diritto dell’Arciprete di Randazzo (1813),
– Sulla elezione dell’Amministrazione dell’Opera De Quatris, fatta dai parrocchiani di S. Maria ai quali s’appartiene (1815),
– una Allocuzione in difesa dei beni ecclesiastici appartenenti alla Collegiata di S. Maria.
Altri gli sono stati attribuiti:

Orazione fatta al consiglio civico di Randazzo al 25 agosto 1813,
Poche idee sopra talune leggi da farsi ai termini dello statuto politico per la Sicilia (1848).

Ma la mole più cospicua è costituita dagli scritti su Randazzo, opera cui Plumari dedicò l’impegno di una vita.
La Storia di Randazzo fu redatta in varie stesure, ne esiste pure un’edizione condensata presso la Biblioteca Zelantea di Acireale, depositatavi dall’Autore nel 1834.

Lionardo Vigo


Come egli stesso afferma, fu incoraggiato nelle stesura dell’opera dall’amico acese Lionardo Vigo:

      “Avendo io nelle ore dell’ozio raccolte alcune memorie relative alla Storia di Randazzo, mia Patria, queste un tempo legger volle il Cavaliere Lionardo Vigo della Città di Acireale, qui venuto per curiosare… mi animò… Egli stesso a scrivere un Sunto della Storia mia municipale, con avermi incaricato di doverlo poi trasmettere ali Accademia de’ Zelanti di Scienze, Lettere ed Arti di essa Città di Aci-Reale. Tanto io praticai nello stesso anno 1834″.

Spiegherà poi che, trattandosi di un sunto, omise per brevità di citare gli autori consultati, offrendo così automaticamente il destro ad altri, in particolare all’altro storico dell’epoca, l’Abate Paolo Vagliasindi, di contestare le sue tesi, in particolare la teoria della pentapoli. Secondo questa teoria, Randazzo sarebbe stata originata, a detta del Plumari, dalla fusione di cinque città, Tiracia, Alesa, Triocala, Tissa e Demena.

 

Storia di Randazzo trattata in seno ad alcuni cenni della Storia Generale di Sicilia – fine primo volume.

 

Di fatto nella Storia di Randazzo trattata in seno ad alcuni cenni della Storia Generale di Sicilia, in 2 volumi, iniziata nel 1847 e conclusa nel 1851, l’anno stesso della morte, egli innesta la storia della Città sul ceppo della storia dei popoli e delle genti che abitarono la Sicilia e il Mediterraneo, fin dai tempi più antichi, attingendo agli autori greci e romani. La sua descrizione si fa via via più serrata e documentata, quanto più lo scrittore si avvicina ai tempi moderni.
L’opera è corredata anche da disegni e schizzi, di mano dello stesso Plumari, d’indubbio valore documentario, per ricostruire monumenti non più esistenti o la topografia della città.
Degno di menzione il Codice diplomatico, la Storia delle famiglie nobili di Randazzo, la Storia dei personaggi illustri di Randazzo che fiorirono per fama dì santità, concepita come un terzo volume della Storia.
Proprio questo volume, per volontà dello stesso autore, non sarebbe stato depositato presso l’Archivio di Palermo, ma lasciato alla città di Randazzo, nel caso si fosse reso necessario attingere notizie utili alla causa di beatificazione o canonizzazione di qualcuno dei suoi figli più meritevoli.
“Gloria primaria ed unica della storiografìa randazzese” definisce l’Arciprete Giuseppe Plumari, in un eccesso di  modestia, don Salvatore Calogero Virzì, e prosegue: “Egli è stato l’unico fra tutti gli storici della città a lasciarci una storia manoscritta che è, per l’enorme quantità di documenti consultati e che in parte trascrive e riporta, la fonte più attendibile e più informata degli avvenimenti del passato di Randazzo”.
La sua importanza risiede anche, per noi moderni, nel potere attingere a piene mani, attraverso i suoi scritti, a fonti ormai perdute. Gli è stato rimproverato un eccesso di municipalismo, e qualche ingenuità storica.
Ma Plumari è, e si dichiara egli stesso, storico municipale, e, quanto al resto, lo stesso Virzì, pur riconoscendogli una certa ridondanza e qualche carenza di critica storica, giustifica tali pecche spiegando come la sua opera vada comunque valutata all’interno del contesto in cui si è generata, alla luce della storiografia del tempo. A noi non resta che inchinarci di fronte ad un impegno così costante, protrattosi fino alla morte.
Da quelle pagine manoscritte, in una grafia elegante, ordinata, trabocca tutto l’amore per la sua città, “un tempo celeberrima, a nessun ‘altra Città del Regno seconda”, ma anche per la ricerca e per la storia. Come si legge nella dedica della Storia di Randazzo, Diruta dum patriae numeras monumenta vetusta, tum patriae surgit gloria nobilior, c’è un moto di ambizione, naturale in chi si accinge a un’opera grande, ma c’è anche spirito di servizio.
E come sottovalutare tante descrizioni della Randazzo del suo tempo, quelle così puntuali di opere d’arte, edifici, le cronologie, le citazioni d’archivio, gli elenchi di chiese, di porte, beni in massima parte ormai inesistenti, distrutti o smarriti, e riscontrabili solo attraverso la sua testimonianza. 

Maristella Dilettoso

 (Articolo pubblicato su Cultura e Prospettive n. 23, Supplemento a Il Convivio n. 57, Aprile – Giugno 2014)

                                                         ——————————————————————————–

 

                                                              UNA GLORIA DELLA CITTA’:  L’ARCIPRETE D. GIUSEPPE PLUMARI                                                                      

 

     Gloria primaria ed unica della storiografia randazzese è il famoso Arciprete Giuseppe Plumari, vissuto a cavallo dei Sec. XVIII e XIX. Ed è giusto che noi, moderni cultori delle glorie patrie, diamo il dovuto tributo di riconoscenza a quest’uomo che, ignorato del tutto nel passato, da studiosi e non studiosi, ci ha lasciato una grande opera, che ci parla di tutte le glorie della nostra cittadina.

    Dico ignorato, perché in verità ben poco la cittadinanza randazzese ha fatto per lui.

Mentre, infatti, si sono giustamente onorati i caduti della grande guerra, intitolando al loro nome un intero viale (Viale dei caduti sulla Via Regina Margherita) e non poche strade del paese, purtroppo, col risultato di cancellare irrimediabilmente nomi tradizionali e popolari, ancora in parte vivi nel gergo popolare, con tanto danno dell’antica toponomastica urbana, che non ha lasciato traccia nemmanco negli Atti Ufficiali del Comune.
Nulla si è fatto in Randazzo per l’Arciprete Plumari, che ha lasciato manoscritta la sua opera, ma solamente intitolando, non so in quale tempo al suo nome un vicoletto ignorato del quartier di S. Martino.
    Cosi per lui, cosi per tanti altri nomi prestigiosi della storia cittadina, facendo eccezione soltanto per il nome del deputato del principio del secolo, on. Paolo Vagliasindi, per cui si affisse al cantonale della casa di famiglia una candida lapide che ebbe la ventura di essere stata dettata dal grande Federico De Roberto ed inaugurata col concorso di tutto il popolo e di tutte le autorità, come ci testimoniano le fotografie del tempo.
    Grande personaggio arciprete Giuseppe Plumari ed Emmanuele, uomo di cultura e di abilità.

    Egli è stato l’unico fra tutti gli storici della città a lasciarci una Storia manoscritta che è, per l’enorme quantità di documenti consultati e che in parte trascrive e riporta, la fonte più attendibile e più informata degli avvenimenti del passato di Randazzo.
Opera enorme in due grossi volumi che fu da lui compilata sulle memorie di cultori di storia patria e di notai che, purtroppo, noi non possediamo più, ma che egli ebbe la fortuna di avere in mano e sfruttare nella sua trattazione.
In tale opera abbiamo un documento del suo impegno indefesso di ricerca che lo ricerca che lo spinse ad una immane fatica che solo chi ne è addestrato può valutare, del suo ardente amore per la patria, della sua gioia nel portare alla luce le sue glorie del passato, unica soddisfazione dello studioso e del compilatore.
    Ce lo riferisce egli stesso rivelandoci che il suo interesse crebbe a dismisura allorquando, nello studio dei documenti, trovava citato continuamente il nome della sua Randazzo e degli avvenimenti che la riguardavano.
    Tutto questo trasparisce da tali pagine. Stato d’animo, purtroppo, questo, che costruisce il punto più debole del suo lavoro, aggravato dalla sua complessità e spesso pletoricità. Mende, queste, di una certa gravità che sminuiscono il valore dell’opera, ma che non sono da imputare del tutto all’autore che, nato nel settecento, il cosiddetto secolo dei lumi, non poteva non risentire di quelle manchevolezze che la storiografia ancora registrava nella sua evoluzione.
   Per tali deficienze, più che personali, dovute al manchevole s

Via Plumari – quartiere di San Martino Randazzo.

viluppo scientifico del tempo, non seppe valutare con disinteressato discernimento le notizie raccolte e non seppe fare uso di quella storica che fa la vera storia.
    Molte, infatti, delle sue conclusioni storiche non reggono alla critica moderna, avvalorata dai ritrovamenti archeologici e documentari. Ciò non toglie che egli ci ha lasciato una fonte preziosissima di tutto ciò che riguarda la storia della città, elegante, ben leggibile, due copie dell’ultima stesura della “ Storia di Randazzo” e ne depositò una nella Biblioteca Comunale di Palermo, ancora esistente e consultabile e ne regalò una al Comune di Randazzo, purtroppo da tempo scomparsa.
   Notizia recentissima di questi giorni è che, nel clima instauratosi da qualche tempo nella nostra città per merito delle Autorità cittadine attuali,, ad ovviare al danno subito dalla comunità tutta con la scomparsa della copia manoscritta originale, il Comune è stato dotato del “Microfilm” dell’opera del Plumari, giacente nella sopradetta Biblioteca di Palermo, a servizio degli studiosi.
   IL PLUMARI, come egli stesso ci rivela in un breve profilo lasciatoci nella sua opera “Uomini Illustri di Randazzo”, nacque il 17 Agosto 1770 dal notaio D. Candeloro e da Paola Emmanuele.

    Giovanetto fu alunno, per i primi elementi di lettere e retorica, del basiliano Don Giovanni Romeo, Abate allora del Monastero di recente costruzione, il cui fabbricato diventò in seguito il “Collegio S. Basilio”.

    A 18 anni fu inviato dal Seminario di Messina dove compi i suoi studi e si addottorò  in Teologia e Diritto, alla scuola di illustri professori che lo informarono all’amore dello studio.

   Ordinato sacerdote nel 1795, fece un breve tirocinio ministeriale a Palermo, dove si distinse per la scienza e la sua abilità di oratore, ritornò, quindi, a Randazzo e fu associato al Clero della Chiesa di Santa Maria.

    Morto il degno arciprete, D. Alberto Salleo (1783-1814), assieme ad altri quattro, fu ammesso al concorso per l’Arcipretura e vinse (1814), ma questa vittoria fu l’inizio di tutte le traversie della sua vita perché, contestata la sua elezione ad Arciprete da uno degli sfortunati concorrenti, fu tradotto davanti ai Tribunali.
Egli per difendere validamente il suo diritto e il beneficio ecclesiastico vinto, dovette trasferirsi per due anni (1815-1816) a Palermo dove ottenne con tre sentenze diverse una piena vittoria e un pieno riconoscimento del diritto.

   Un avvenimento particolare della sua giovinezza apri un nuovo orizzonte alle sue innate disposizioni e lo portò ad una scelta che avrebbe indirizzato il suo giovane animo alla cultura storica.  Ce lo fa sapere egli stesso.

    “All’età di 18 anni, ritrovandosi in Messina in compagnia di alcuni cavalieri randazzesi (…) passa con li medesimi a vedere la capitale di Napoli e tutte le magnificenze della bella Partenope non esclusa la grande gala di corte solita farsi l’8 Settembre nella Festa di S. Maria di Piedigrotta.

    Dalla visita fatta alle antichità di Pozzuoli e al celebre Museo Borbonico, cominciò a prendere gusto allo studio delle cose antiquarie…”.

    Questa passione si sviluppo negli anni e raggiunse la massima efficacia nel periodo, non poco lungo, che egli passò a Palermo dove frequentò archivi, biblioteche, persone della cultura, come un D. Vincenzo Caselli, principe di Torremuzza, grande studioso delle antichità della Sicilia, ed il can. D. Giovanni d’Angelo, che lo avviarono agli studi storici ed alla ricerca di documenti nella celebre Biblioteca del Senato ed in vari Archivi della Capitale.

    Di tutto questo materiale che, man mano, andò raccogliendo, integrato dalle memorie scritte dei randazzesi Pietro Oliveri, Antonio Pollicino, Pietro di Blasi, Pietro Rotelli, notaio Prospero Ribizzi e del benedettino Onorato Colonna, egli compilò una serie di volumi riguardanti la storia della città delle sue famiglie e delle persone illustri di essa, come si può vedere dal lungo elenco delle sue opere, che segue:

  • Storia di Randazzo, trattata in seno ad alcuni cenni della Storia Generale della Sicilia – Ms. in 2 voll. 1849, presso la Biblioteca Comunale di Palermo.
  • Storia di Randazzo – Ms. in un Vol. presso la Biblioteca Zelantea di Acireale, depositata dallo stesso autore l’8-1-1834.
  • Storia di Randazzo, prima stesura manoscritta, appartenente al compianto can. D. Giuseppe Finocchiaro, ora in possesso della famiglia Virgilio Pietro di Catania.
  • Codice Diplomatico – Ms. in un Vol. presso la Biblioteca Comunale di Palermo.
  • Storia delle Famiglie Nobili di Randazzo – Ms. in un Vol. in possesso della Famiglia Scala, Giarre.
  • Storia dei personaggi illustri di Randazzo – Ms. in un Volume.
  • Allocuzione in difesa dei beni ecclesiastici appartenenti alla Collegiata di S. Maria – Palermo 1813.
  • Ragioni in difesa del diritto dell’Arciprete di Randazzo – Messina 1813.
  • Sulla elezione dell’Amministrazione dell’Opera de Quatris fatta dai parrocchiani di S. Maria ai quali s’appartiene – Catania 1815.
  • Omelia nel giorno natalizio ed onomastico del Re Ferdinando I – Catania 1821.
  • Felicità dei popoli sotto la Religione Cristiana e sotto il Governo Borbonico – Messina 1822.
  • Infelicità dei popoli sotto le segrete società tendenti a distruggere la Religione e il Trono – Messina 1822.
  • Orazione funebre in morte di Ferdinando I – Messina 1825.

    Carattere ardente e fattivo si rivelò il Plumari fin dal primo momento in cui egli fece parte della “comunità” della Chiesa di S. Maria, cui si aggregò non appena fu ordinato sacerdote (1795).

    Ritiratosi da Palermo ove, come si è detto, passò i primi anni del suo sacerdozio aggiudicandosi tanta stima, si immise in pieno nella vita parrocchiale della Chiesa con una grande dose di entusiasmo ad impartire lezioni di catechismo ai giovanetti, a pronunziare discorsi di circostanza e orazioni sacre che furono tanti apprezzati dai fedeli e dalla comunità ecclesiastica che, nello stesso 1795, dal  R. Amministratore dell’Opera de Quatris, cui competeva il diritto, D. Giacinto Dragonetti, fu eletto canonico della Collegiata al diciottesimo stallo e scelto come curatore della “Festa della Vara”.

    Problema gravissimo che angustiò tutta la sua vita, furono le ristrettezze economiche della famiglia (il padre, notaio, per arrotondare le entrate faceva l’organista nelle Chiese) e perciò domanda al Re per essere assunto come Cappellano Militare e, forse in seguito ad una risposta negativa, si decise di adattarsi alla vita del paese anche in mezzo alle difficoltà che gli derivarono dalla famiglia e dall’ambiente.     Non pochi, infatti, furono gli invidiosi ed i nemici dichiarati intorno a lui, suscitati dalle sue buone doti che lo facevano spiccare su tutti e, purtroppo, anche dal suo carattere deciso e non facilmente malleabile, quando si trattava della difesa dei diritti suoi e della Chiesa o di opporvi alle prepotenze, da qualunque parte venissero specialmente da parte degli Amministratori dell’Opera de Quatris che, essendo a capo di questa grande e ricca azienda, la più grande del paese, si sentivano investiti di autorità e strapotere cui tutto  e tutti dovevano piegarsi.

Anche in seno al Clero, in questo periodo torbido della storia della nazione, egli ebbe a soffrire ed a combattere le sue battaglie alla difesa dell’Autorità di Arciprete.

Le teorie sovversive del tempo, il fermento politico che aveva portato in Randazzo l’istituzione di alcune vendite della carboneria, l’inquietitudine rivoluzionaria lasciata dalla invasione francese nel napoletano e dal regno murattiano, avevano disposto gli spiriti al sovvertimento delle vecchie istituzioni ed alla scelta delle novità più singolari.
    Tra queste una estrosa teoria che toccava direttamente il Plumari nella sua qualità di Arciprete, sostenuta da gente malevola ed illusa, proprio in questo scorcio di secolo, imperversò per tutto il periodo successivo facendo maturare, negli anni ’50 del secolo passato ed oltre, risultati distruttivi.
    Intendo accennare alla teoria pseudo-storica che sosteneva, senza documenti di appoggio valevoli, che le chiese di Randazzo erano “chiese ricetti zie”, cioè chiese formatesi nei secoli come istituzione spontanea il cui clero si era in esse raccolto senza istituzione canonica, per cui i membri godevano di una parità assoluta e di diritti uguali, esercitando il ministero sacramentale a turno con le specifiche mansioni, volta per volta, il parroco “ad tempus”.
    Ciò colpiva direttamente la posizione dell’Arciprete che, in conseguenza di ciò non godeva di beneficio ecclesiastico istituito dall’Autorità canonica, ma soltanto di un titolo spoglio di autorità giurisdizionale sugli altri preti, per cui il detentore del titolo di Arciprete, secondo tale teoria, era un semplice sacerdote come tutti gli altri, un “unus inter pares” senza diritti giurisdizionali di sorta.

    Conseguenza di tale teoria, che ebbe gli assertori più accaniti tra il clero di Randazzo, fu la contestazione dell’Autorità arcipretale del Plumari che, nonostante la sua difesa a base di documenti, dovette subire affronti e clamorose ripulse che arrivarono a formali disubbidienze ed opposizioni.
    Eppure, a leggere anche ora i documenti della fondazione della Collegiata, diventata con gli anni l’arbitra della Chiesa di S. Maria ed in seno alla quale si trovavano i più accaniti suoi oppositori, ben altre erano le disposizioni arcivescovili emanate nell’atto della fondazione, concedeva tutto ai Cappellani, ma chiaramente ribadiva la intoccabilità dei diritti dell’Arciprete sia nel Coro, sia nelle processioni, sia in tutte le azioni liturgiche e di rappresentanza, sia ancora nelle sue facoltà giurisdizionali.

    Grosso imbroglio, dunque, questo, che condizionò e tormentò la vita del Plumari che potè avere un po’ di pace soltanto quando egli fu eletto, nel 1840, Decano della Collegiata e che fu risolto soltanto alla sua morte dai Tribunali ecclesiastici ad opera del suo successore, il battagliero ed energico Arciprete D. Vincenzo Cavallaro, proprio nel decennio degli anni cinquanta dell’Ottocento.

    Nonostante gli assilli derivategli da ciò, che fu il cruccio della sua vita, il problema economico, cioè, ed ancora dalla difesa strenua dei suoi diritti di Arciprete, egli continuò ad esercitare il suo ministero di buon sacerdote e zelante Arciprete; non solo, ma anche a coltivare la sua occupazione preferita di indefesso studioso e, perciò, è opera dell’ultimo decennio della sua vita, anzi addirittura degli ultimi anni, la definitiva stesura dell’Opera sulla storia di Randazzo, come ci rivela la data segnata nella copia ancora esistente (1849), tempo in cui erano già sedate tutte le diatribe e le opposizioni alla sua persona e alla sua giurisdizione, perché erano venuti meno i suoi più acerrimi oppositori e si erano assommate nell’unica sua persona le due dignità del Clero di Arciprete e di Decano della Collegiata (1840).

    Moriva nell’ottobre del 1851 e probabilmente fu seppellito nella Chiesa di S. Maria, ma della sua tomba si è perduto ogni ricordo.

    Commossi, pertanto, e riconoscenti, rendiamo omaggio a questo degno figlio della nostra città, il quale nella sua opera ci ha lasciato la testimonianza più viva e veritiera di ciò che significa amore della patria e della scienza congiunti in un unico nobile scopo.

    Quali ricordi di questo grande personaggio ci restano a Randazzo?

    In verità ben pochi: un vicolo – come abbiamo già detto – vicino alla sua casa di abitazione, nel quartiere di S. Martino, intitolato al suo nome; un libro che porta di suo pugno il nome; una qualche lettera nell’archivio della Chiesa, con intestazione a stampa dei suoi titoli e col bollo personale con il suo stemma; ed ancora, forse una statuetta della Madonna Addolorata, che apparteneva al clan. Caldiero, che l’avrà potuta ereditare da lui.

    Non un ritratto, non alcuna carta dei suoi numerosissimi appunti; non memorie dei contemporanei che ci facessero conoscere la personalità di quest’uomo tanto benemerito della sua patria.

    A lui, vada, pertanto, il nostro tardivo ricordo riconoscente; e questo profilo, da questa rivista, espressione divulgativa dei problemi e delle glorie della città, nel mio intento è l’omaggio di uno studioso che tanto gli deve ed una spinta a che i cittadini tutti, con a capo le autorità civili e religiose, rendano il dovuto tributo di riconoscenza con iniziative che possano far conoscere i grandi meriti di chi ha innalzato alla sua città con monumento “più duraturo del bronzo” (aere perennius).

Sac. Salvatore Calogero Virzì.  Articolo pubblicato su “Randazzo Notizie” n.9  maggio 1984 

    (Forse non è inutile ricordare che, ahimè, l’esortazione di Don Virzì a noi tutti, di rendergli i dovuti onori all’Arciprete Giuseppe Plumari, è rimasta fino ad ora totalmente inascoltata).  Francesco Rubbino

Qui di seguito riportiamo le copertine ed alcuni dipinti e disegni dei tre volumi della  “STORIA DI RANDAZZO ”  :

volume primo:

 

 

                                       

Giuseppe Plumari – Orazione Funebre per Ferdinando I Re del Regno delle Due Sicilie.


                           —————————————————————————————————————–

                                     
                                     Giuseppe Plumari: ” LETTERE AUTOGRAFE – 1822 ”

Giuseppe Plumari – Lettere Autografe 1822

                                 —————————————————————————

                                      

                                         Giuseppe Plumari: ” LA FELICITA’ POLITICO-CRISTIANA “

http://www.randazzo.blog/2019/02/28/giuseppe-plumari-la-felicita-politico-cristiana/ 

NUNZIO TRAZZERA

Nunzio Trazzera,  pittore e scultore  nasce a Randazzo nel 1948.
E’ stato docente di educazione artistica a Corsico, Rozzano, Milano, Linguaglossa, Castiglione di Sicilia, Maletto e Randazzo.
Fin dal 1966 ha partecipato a varie manifestazioni artistiche con mostre personali, collettive, rassegne e fiere in varie città italiane ed estere.

Nunzio Trazzera

Sue sculture in bronzo, ceramica, legno e pittoriche sono presenti in varie collezioni e arredi pubblici e privati.

Insignito di vari premi e riconoscimenti, figura con biografia, opere e articoli in numerosi libri, riviste specializzate, giornali ecc.

Nunzio Trazzera si presenta

NunzioTrazzera

 Non è un’impresa agevole riannodare i fili di un cammino nell’arte figurativa, nato da una naturale inclinazione e vissuto in continua evoluzione. E forse è per questo che, anche oggi, nonostante le mete raggiunte, il mio animo non si sente appagato.

I miei sentimenti e affetti, la mia terra, la mia immaginazione creativa, i problemi dell’uomo, della società nel suo complesso e nel suo specifico, i contrasti etnici e religiosi, mi ispirano e mi sollecitano a nuovi impegni.

E’ un’agitazione interiore che mi punge e mi assilla e che non troverà quiete se non nel parto di nuovi lavori. Ma troverà mai quiete il mio animo?

Spero di no, perché quando un animo si sente appagato è orto, quando l’immaginazione e la fantasia si sono spente non si vive, quando l’ardore creativo si è esaurito la vita, intendo quella artistica (ma non solo) è finita.

Io non vorrei giungere a tale giorno, perché ciò vorrebbe dire che né la natura che ci circonda, né il calore degli affetti più belli parleranno più al mio cuore. Tutto questo ha animato e guidato, nel tempo, la mia attività e il mio impegno nel campo dell’arte.

Nunzio Trazzera

Nunzio Trazzera

La presente raccolta, pertanto, serve a documentare, da una parte, quanto fin qui realizzato: sogni vissuti e realizzati con le varie tecniche raffigurative; dall’altra vuole essere un omaggio ai miei familiari, agli amici ed estimatori, che, da sempre, con atti concreti e sinceri, mi sono stati e mi sono discreti sostenitori e pungolo per la mia attività.
Vuole infine essere l’occasione per ringraziare quanti – e sono veramente moltissimi – hanno onorato e reso possibile la collocazione e l’esposizione delle mie opere, sia in Italia che all’estero; quanti le hanno richieste per utilizzare nella pubblicazione di libri o in riviste a carattere artistico-culturale e in giornali.

Questo consenso, accompagnato sempre da continui riconoscimenti ed autorevoli attestati, ha favorito e favorisce la crescita, l’evoluzione, la maturazione, l’autonomia culturale e ispirativa per la realizzazione dei miei sogni.

Ed in questo stato fortunato perché nato, formato e vissuto in quella parte della Sicilia orientale che si specchia nell’azzurro del mare Ionio, ricco di storia e civiltà; in quella parte dove maestoso si erge il vulcano etna con la sua mole cangiante, con i suoi sussulti ora lievi ora minacciosi, con le sue strade incandescenti tra zone ora aride ora innevate, sempre presente e vivo; in quella parte resa famosa per la bellezza e varietà delle sue coste e insenature, per i suoi pendii fertili e variamente colorati e profumati da estesi agrumeti e frutteti, da una lussureggiante vegetazione di boschi e sottoboschi.

Qui, ai piedi dell’Etna, sono nato, qui la mia mente si è dischiusa alla conoscenza del vero e del bello, qui il mio cuore ha cominciato a palpitare e a commuoversi. Loro nutrimento sono stati la natura aspra ma avvolgente, i contrasti cromatici, la purezza e il profumo dell’aria, la varietà della fauna e della flora, l’operosità e la calda sensibilità della gente, gli usi, i costumi, le tradizioni, le lotte, le sconfitte e le vittorie.

Nunzio Trazzera – Randazzo

Qui, in questa zona della Sicilia Ionica, mi sono formato, qui dove fin dall’antichità si sono avvicendati popoli diversi, Greci, Latini, Arabi, Normanni ed altri, lasciando mirabilissime testimonianze architettoniche, scultoree  e pittoriche.

Qui in questa gemma dello Ionio, sono nati o vissuti artisti e pensatori la cui fama è universalmente nota ed onorata, quali Archimede, Pitagora , Antonello da Messina, Giovanni Verga, G. Sciuti, Domenico Tempio, Vincenzo Bellini, Santo Calì, Francesco Messina, S. Fiume.
In questo grandioso scenario culturale ed artistico, la natura ha giocato un ruolo di vera protagonista.
Essa infatti di continuo genera, ispira, stimola, apre la mente e il cuore di coloro che sono dotati da natura ed educazione a quella particolare sensibilità che abilita a creare o ricreare nuove espressioni d’arte in tutti i campi, sia poetiche che letterarie e artistiche , in particolare figurative.
Questa realtà, questo patrimonio naturale ed umano bastano da soli a mantenere viva e sempre attuale una tradizione di artisti e opere apprezzati presso tutti coloro cui stanno a cuore i più alti valori della cultura, del pensiero e del bello.

Nunzio Trazzera

Questa atmosfera, questa specificità della mia terra, ha forgiato la mia sensibilità, ha caratterizzato la mia arte nel suo divenire, ha generato le mie opere.
Ancora giovanetto ho sperimentato una forte quanto fantastica sensazione: nel silenzio vivo della natura, con lo sguardo fisso nella cangiante atmosfera, fui attratto da una nuvoletta che candida si stagliava nell’azzurro del cielo.

Quasi giocando, la nuvoletta lentamente si dissolveva e si ricomponeva stuzzicando dolcemente la mia immaginazione, si sfibrava e lacrimava sulla terra, sugli alberi, sulle cose.

Questa semplice e fortuita visione ha segnato l’inizio di una ininterrotta riflessione sul ciclo perenne della vita, sul motto di Eraclito, sull’arte corinzia, su Buonarroti, sul dinamismo barocco, sui macchiaioli, sui futuristi e le varie avanguardie.

Inizia così quell’avventura esistenziale e artistica che solo in parte trova posto in queste pagine. Nell’opuscolo, infatti, sono presenti solo alcuni dei momenti di impegno e di confronto sereno con la natura, e questi mai statici ma sempre e in continuo divenire, dove protagonista è l’uomo, col suo impasto di sentimenti, passioni, desideri, vizi, virtù: tutto l’uomo, capace di condizionare in positivo o in negativo la realtà in cui vive ed opera.

NUNZIO TRAZZERA

 

   

 Hanno scritto di Nunzio Trazzera                  

Artisti contemporanei alla ribalta di Salvatore Calogero Virzì  

Nunzio Trazzera  – E nato a Randazzo  (CT) dove vive e lavora in via Portali 31. Pittore – scrittore.

Opere di Pittura: Maternità cosmica. Sacro e Profano. Simbiosi. Mediterranietà di Nunzio Trazzera

Se l’arte è tale quale fu definita “passaporto di libertà”, dobbiamo dire che Trazzera è definitivamente avviato verso questa libertà che raggiunge l’estasi della contemplazione in tutti i campi della sua creatività d’artista.
Egli infatti si rivela vero artista sia come pittore, sia come scultore,  come ceramista e fonditore.Il suo innato talento creativo rivela un tocco di disegno incisivo, una tavolozza cromatica varia,  palesemente efficace che, vivificando il disegno e l’idea assoluta del soggetto, si innalza a dimensioni di vita che si avviano verso un cosmico dinamico.
Questo del dinamismo delle linee e della scelta del soggetto più opportuna e atta ad esprimerlo per me sono le caratteristiche  più immediate del Trazzera: movimento, ridda di colori sgrananti intramezzati da chiaroscuri evanescenti, movimento convulsivo che esprime un idea, una vita nuova che agita le sue rappresentazioni, di una efficacia talmente efficace che ci porta nel sogno e nello sbalordimento.
Opera vasta questa ed espressiva che trova la sua completa espressione in soggetti presi  dalla vita giornaliera visti con occhio d’artista cui si associa l’irreale e il cosmico pervaso tutto non da cerebralismo ma da un sentimento che parte dal cuore,  da una esperienza vissuta da una realtà che ci colpisce momento per momento , raggiungendo vette di dolcezza, di soddisfazione, di rimpianto del momento che fugge.Paternità dunque cosmica, pervasa da una esperienza che diventa conquista e messaggio di vita: disegno incisivo., il colore astratto o a chiazza dai contorni netti o sfumati, il movimento convulso ma sempre contenuto e sempre pervaso dall’idea che vuole esprimere, fanno del Trazzera uno degli artisti più rappresentativi tra i giovani siciliani che hanno già raggiunto la loro identità e la loro personalità artistica.

Salvatore Calogero Virzì 

 

Il dinamismo cosmico 

Le opere di Nunzio Trazzera di Giusy Paratore 

Novara – Che Novara amasse l’arte del dipingere era già noto; a far riscuotere numerosi consensi, però ha contribuito il numero impressionante di visitatori, che ha dedicato tante ore ad apprezzare le numerose mostre preparate con cura dall’Amministrazione Comunale Novarese.
    Le vie del centro storico, in questo caldo mese d’agosto, pullulano di artisti che, con l’esposizione dei quadri, stanno facendo rivivere le antiche tradizioni di Novara. Per rendere più surreale la mostra, oltre ad alcuni locali privati ed al palazzo <<Stancanelli>>, sono state messe a disposizione degli artisti alcune chiese.
Nel tempio di S. Francesco, fra luci soffuse, ha esposto dall’11 al 18 agosto le sue pregiate opere lo scultore e pittore di Randazzo, Nunzio Trazzera.
Il successo ottenuto dall’artista etneo con la mostra dal tema; <<il dinamismo cosmico>> le sue opere, infatti, sono state lungamente ammirate dagli amanti della pittura. Tutti sono rimasti colpiti e meravigliati dell’espressione artistica che Nunzio Trazzera riesce a trasmettere attraverso i suoi quadri.
<<La sua pittura brilla di una luce interiore che evidenzia la luminosità dei colori – afferma Rosalba Buemi – vivifica l’espressività dei personaggi, anima la natura e le cose, trasportandoci in una dimensione cosmica, in una vitalità piena in un trionfo di luce e colori che ci fanno volteggiare nell’infinito come solo i grandi sanno fare. Nelle sue tele – prosegue Rosalba Buemi – l’armonia dei colori da origine alla linearità ed all’essenzialità delle forme.
Il trionfo cromatico ci trascina nell’interiorità del sentimento: l’amore, la gioia di vivere, gli affetti familiari, i problemi sociali, il dinamismo delle sue opere in ceramica, l’esempio più alto è sicuramente  l’abside della chiesa di Montelaguardia di Randazzo, dove il Cristo muove le gambe e le braccia verso gli uomini per accoglierli nella sua infinitezza e le figure umane s’innalzano verso l’alto>>.
Nunzio Trazzera, nella storica chiesa di S. Francesco, ha esposto opere che riguardano i vari campi della figurazione.
Lo scultore, nelle sue creazioni vere o fantasiose, è riuscito ad imprimere una forte personalità, le sue opere sono in continua trasformazione nella cromia, nei volumi e nelle masse senza corposità e peso.

La Donazione – Bronzo a c.p. di Nunzio Trazzera

L’artista di Randazzo è riuscito a fare sprigionare dalle sue <<magiche>> mani soluzioni originali di un particolare equilibrio, che portano al sogno, alla riflessione ed alla contemplazione.
Le sue opere riescono, con naturalezza, a rendere partecipe il fruire degli eventi instabili con quali è destinato a convivere con altri eventi moderni.
L’arte di Trazzera, attraverso lo sfocare volontariamente le figure, assume una funzione ludica; il pittore <<gioca>> per raggiungere una profondità psicologica, che porta a soddisfare le sue esigenze emotive.
Questi <<ingredienti>> hanno fatto conoscere ed apprezzare Nunzio Trazzera ed i consensi ottenuti saranno da stimolo per realizzare altre opere poliedriche di pittura e di scultore in terracotta ed in bronzo.

Giusy Paratore 

                          

 

 

 

 

Angelo Manitta: libertà e sublimità nell’arte di Nunzio Trazzera. 

Bronzi 2012- Randazzo

L’uomo, con i suoi problemi, i suoi affetti e i suoi sentimenti di gioia, di coerenza, di amore e soprattutto di impegno sociale, sta al centro della composizione del Trazzera.
L’espressione “l’uomo misura di tutte le cose” in pochi pittori e scultori contemporanei è forse cosi vera come in lui, che parte dal passato, si forgia nel presente e approda nel futuro. In questa evoluzione l’emozione interiore si oggettiva e si solidifica in una visione unitaria e complessa che emerge da un sottofondo realistico e dinamico per giungere al “sublime”.
Il sublime è un’estasi laica, una contemplazione della vita nelle sue varie sfaccettature. Il sublime trascina il fruitore dell’opera d’arte “non alla persuasione – come afferma l’autore greco nel saggio “Il sublime”, ma all’estasi, perché ciò che è meraviglioso s’ac-compagna sempre ad un senso di smarrimento e prevale su ciò che è solo convincente e grazioso”.
La scultura “Danza” è espressione di questa sublimità e soprattutto di quella libertà interiore dell’uomo, espressa attraverso i movimenti agili e snelli delle due figure.
Nunzio Trazzera, nato a Randazzo (CT) nel 1948, insegna Educazione Artistica nelle scuole statali. Pittore e scultore, ha esposto i varie città italiane e all’estero con personali e collettive.
Molti critici si sono interessati alle sue opere, tra cui F. Sofia, S. Modica, S. Correnti, S. Mazza, O. Solipo, G. Gullo, G. Trabini, Insignito di vari riconoscimenti, le sue opere figurano in numerose collezioni pubbliche e private. Il suo percorso artistico, collocato nell’ambito del post-modernismo, ma volto verso il futuro, giunge ad una soluzione originale dell’arte, che affascina il lettore sia per il contenuto che per la forma.
La sua arte comunque ha sapore di classico e universale, ed è punto d’incontro tra l’interiorità che scorre ed opera nell’uomo (funzione soggettiva) e l’esteriorità che scorre ed opera nella vita quotidiana (funzione oggettiva).

ANGELO MANITTA 

                                                                                       ——————————————————————————-

  Nunzio Trazzera artista polivalente di Santi Correnti.       

Porta San Martino – Randazzo . San Cristoforo di Nunzio Trazzera

Il Faust goethiano diceva che nel suo petto abitavano due anime (“Zwei Seelen wohnen in meiner Brust”): ma bisogna riconoscere che nel petto dell’artista siciliano Nunzio Trazzera, che è nato a Randazzo nel 1948, di anime ne abitano parecchie, perché, nella sua multiforme attività creatrice, si è cimentato con uguale successo non solo nella pittura, ma anche nella scultura in bronzo, nella ceramica policroma e nella terracotta.
Del resto, se chiedete a lui stesso una classificazione della sua arte, Nunzio Trazzera vi risponderà che egli non è un pittore o uno scultore, bensì un “pittoscultore”: cioè egli riconosce – e le sue numerose opere lo dimostrano – che nella sua vitalità artistica “pòntano ugualmente” (come direbbe Dante) sia la espressione pittorica che quella scultorea; e che queste due arti vanno intese nella più ampia gamma possibile di espressione, per cui, accanto alle tele e alle opere pittoriche, troviamo le statue e i busti e i bassorilievi in bronzo: ed accanto alle ceramiche policrome di notevoli proporzioni (come il “Cristo Re” di Montelaguardia, ed il “San Cristoforo” di Porta San Martino a Randazzo), troviamo pregevoli opere di terracotta, quali le formelle del “Trofeo S. Ignazio”, e gli artistici vasi che adornano le Piazze di Piedimonte Etneo, nonché gli smalti.
La vigorosa poliedricità di Nunzio Trazzera – che storicamente si riallaccia ad una nobilissima tradizione siciliana, che partendo dal messinese Francesco Maurolico del Cinquecento (che fu al tempo stesso astronomo, matematico, storico e grammatico di vaglia), arriva al belpassese Nino Martoglio (che nel primo Novecento è stato giornalista, commediografo, poeta bravo tanto in siciliano quanto in italiano, nonché organizzatore teatrale e critico letterario non comune) – è stata messa in rilievo dal corale apprezzamento di illustri critici a livello nazionale, quali Senzio Mazza ed Orietta Giardi, che già nel 1979 fecero notare la dimensione cosmica e l’impatto cromatico della pittura di Nunzio Trazzera; ed è stata confermata dalle lodi unanimi che gli sono state rivolte da noti critici siciliani, quali l’indimenticabile don Salvatore Calogero Virzì, e i viventi Salvatore Agati ed Alfio Ragaglia da Randazzo, che hanno rispettivamente fatto notare l’innato talento creativo, la genuina interpretazione del messaggio umano, ed il reale contributo culturale che le opere di Nunzio Trazzera arrecano allo sviluppo spirituale del popolo siciliano in genere, e della comunità randazzese in particolare.
Questa grande carica umana deriva a Nunzio Trazzera non solo dalla sua vocazione artistica, e del quotidiano contatto con i giovani suoi allievi, che riconoscono in lui non un docente, ma un Maestro: ma deriva soprattutto anche dalle sue vaste esperienze umane, dovuti ai suoi lunghi soggiorni fuori dalla Sicilia, e segnatamente in Lombardia: onde la sua arte risulta arricchita da questi corroboranti apporti extra-insulari. Io stesso ho avuto il piacere di conoscere Nunzio Trazzera non in Sicilia, ma a Milano, in una delle trasmissioni che negli anni Ottanta si tenevano a Radio Montestella per i Siciliani residenti al Nord, e che erano condotte da mio fratello comm. Pino Correnti, allora direttore del prestigioso Teatro Manzoni di Milano.
Questo infaticabile artista, così ricco di creatività nei vari campi dell’arte figurativa, e che nelle sue opere vuole e sa esprimere il desiderio di pace, di lavoro, di libertà e di amore, che sono sentimenti profondamente radicati nel cuore dei veri siciliani, merita quindi l’apprezzamento e il plauso di quanti, come l’autore di queste righe, credono fermamente, e fermamente sostengono, che la Sicilia non è soltanto mafia, come mostrano di credere scrittori e giornalisti di grande nome come Sciascia o Bocca, perché invece la Sicilia è la inesausta generatrice di santi, di scienziati, di scrittori e di artisti, come Archimede, come Antonello, come Bellini, come Quasimodo, come Pirandello e come Verga.

SANTI CORRENTI
dell’Università di Catania

Torre Archirafi (Catania), 4 Agosto 1993

 

              

   

 

 

 

Don Calogero Virzì- Salesiano

 DON SALVATORE CALOGERO VIRZI’ (1910 – 1986)

Il Salesiano don Salvatore Calogero Virzì, una tra le figure di più alta levatura nel panorama della cultura siciliana del XX secolo, per Randazzo e per tanti randazzesi è stato molto di più, un pioniere, una guida, uno stimolo, colui che ha acceso in loro il gusto, spesso sopito, della conoscenza e dell’amore verso il proprio paese.

Maristella Dilettoso – Randazzo

Don Calogero Virzì – Randazzo

Nato a Cesarò (ME) l’11 gennaio 1910, compì i primi studi nel paese natale, per frequentare poi il Ginnasio all’Istituto S. Francesco di Sales di Catania. Nel 1925 entrò nella Congregazione dei figli di Don Bosco, fu poi al S. Gregorio di Catania, all’Istituto D. Bosco di Palermo, come assistente dei convittori, e quindi al S. Domenico Savio di Messina, dove, nel 1934, fu ordinato sacerdote.Tornato a Catania, al S. Francesco di Sales, frequentò l’Università e nel 1937 conseguì la Laurea in Lettere Classiche presso l’Ateneo Catanese.
Quello stesso anno fu trasferito a Randazzo, all’Istituto S. Basilio.
E fu amore a prima vista, verso la cittadina piena allora, ad ogni passo, delle vestigia dell’arte del passato, inalterata nel suo assetto medievale, ma fu anche di breve durata: di lì a poco, nel 1943, in un solo, terribile mese di fuoco, dal 13 luglio al 13 agosto, quasi l’80% di quell’ingente patrimonio artistico sarebbe finito in un cumulo di macerie e di fumo.
Nell’introduzione al bellissimo volume sulla Chiesa di S. Maria (1984) “espressione di attaccamento a quella città che mi ospita da 40 e più anni, e di amore a questo suo monumento d’arte”, don Virzì ricorda: “venendo a Randazzo mi trovai in un ambiente consono al mio spirito… fu un dolce sogno per me… che purtroppo ben poco avrebbe potuto durare. Ho perduto…tutto, rimanendo con solo ciò che avevo addosso e col rimpianto della distruzione di tutto quello che era stato il sogno più bello della mia vita… Ed io, pellegrino doloroso, mi immersi in mezzo a questa rovina, cercando il passaggio tra i mucchi di macerie…ma ogni cosa gridava il suo dolore e il suo strazio”.
Trascorso quel primo, drammatico momento, in cui il sacerdote prestò la sua opera di soccorso, ad una popolazione troppo duramente provata, don Virzì avrebbe voluto salvaguardare il centro storico da interventi tempestivi quanto inopportuni, infatti l’urgenza di ricostruire, di ridare una casa ai troppi senza tetto, finì per arrecare danni irreversibili ai monumenti e agli edifici superstiti.
Di fatto, prevalsero allora le esigenze più concrete, e non possiamo oggi emettere verdetti col senno di poi, tanto più che, per farlo obiettivamente, dovremmo avere innanzi il quadro desolante che si ritrovarono i cittadini all’indomani dei bombardamenti, rivivere il loro stato d’animo, il dolore, la miseria, la fretta di riavere un tetto…
In un clima così poco adatto, per motivi storici e contingenti, a far sviluppare una lungimirante e scientifica cultura del restauro, a don Virzì non rimaneva che vigilare affinché, nell’ansia della ricostruzione, il patrimonio artistico di Randazzo non ne fosse stravolto.

Al Collegio S. Basilio, dove fino a qualche decennio fa confluirono giovani provenienti da ogni parte della Sicilia, ricoprì, per moltissimi anni, il ruolo di docente nel biennio del Ginnasio, conferendo all’insegnamento impartito un’impronta indelebile.
Da seguace di don Bosco, infatti, nutrì sempre un’attenzione particolare verso i giovani, indirizzandoli ai valori della bellezza e dell’immortalità. I suoi allievi d’un tempo, sparsi per ogni versante della Sicilia, ne serbano tuttora un ricordo riverente e affettuoso.
Non soltanto uno studioso, ma anche un grande educatore, nel senso più lato del termine: fu proprio attraverso la scuola che riuscì a instillare nei giovani l’amore e la conoscenza del proprio paese.
Sempre al S. Basilio fu, fino all’anno della morte, direttore e curatore della pregevole Biblioteca del Collegio.

Quando, nel 1971, venne istituito il Liceo Statale a Randazzo, fu chiamato a ricoprirvi il ruolo di docente di Storia dell’Arte.
Conferenziere, professore, studioso, don Virzì ebbe nella comunità randazzese un ruolo culturale attivissimo, che proiettò anche all’esterno: fu socio fondatore e membro combattivo della Pro Loco, dell’Associazione di Storia Patria Vecchia Randazzo, e della sua filiazione Arte S. Bartolomeo, Ispettore Onorario della Soprintendenza ai Beni Architettonici, Artistici e Storici, Istruttore in corsi per guide turistiche, Consulente esterno nella Commissione igienico-edilizia comunale, in qualità di esperto, senza tralasciare per questo l’impegno scolastico e sacerdotale. Fu assistente spirituale degli ex-allievi del S. Basilio, e gli si attribuivano doti di eccellente confessore.


Nel 1979 gli era stata conferita dal Comune di Randazzo, dall’allora sindaco Francesco Rubbino, la Cittadinanza Onoraria, atto questo che veniva a sancire, formalmente, quella che era già una realtà sostanziale, perché don Virzì era, di fatto, profondamente inserito nel tessuto sociale randazzese, ne aveva assimilato la cultura e il sentire, coltivava amicizie tanto nell’ambiente ecclesiastico che in quello laico.
Per l’occasione fu pubblicato il volume bio-bibliografico “Una vita dedicata a Randazzo: Salvatore Calogero Virzì e le sue opere”, curato dal prof. Salvatore Agati.

Quanto don Virzì avesse apprezzato, e forse atteso negli anni, quel gesto, lo comprendemmo tempo dopo, entrando nel suo studio, al Collegio S. Basilio, una cameretta stipata fino all’inverosimile di carte, documenti, scaffali traboccanti di libri, pareti tappezzate di stampe, cimeli artistici e riconoscimenti, dove campeggiava la pergamena consegnatagli nel 1979 per il conferimento della cittadinanza onoraria.
Nel 1984 la stessa comunità randazzese si riunì numerosa per celebrare, nella basilica di S. Maria, alla presenza del Vescovo Mons. Malandrino, il 50° dalla sua ordinazione sacerdotale.

Morì in silenzio e improvvisamente, il 21 novembre 1986

. A un anno dalla scomparsa, gli fu intitolata la Biblioteca Comunale di Randazzo, quasi a voler rappresentare l’attualità e la continuità del suo messaggio culturale anche tra le generazioni future. Per l’occasione nell’atrio dell’edificio fu collocato un suo busto in bronzo, realizzato dallo scultore Nunzio Trazzera.
Dalla mole degli scritti di don Virzì – molti dei quali non ebbero, pur meritandola, la sorte di essere dati alle stampe – promana serietà, impegno, dedizione, entusiasmo ed amore per la ricerca ed il sapere, quali traspaiono forse solo dalle pagine di un altro illustre studioso e cultore del bello, il suo amico e sodàle professore Enzo Maganuco, meritevole anch’egli di avere fatto conoscere ed apprezzare l’arte randazzese.
Quegli scritti sempre attuali, letti, consultati, citati continuamente, costituiscono una pietra miliare per chiunque si accosti alla conoscenza di Randazzo, e il fatto che il suo messaggio cresca e perduri nel tempo, l’avrebbe reso certamente felice e consapevole di non avere lavorato invano.
“Apostolo all’interno e all’esterno di Randazzo affinché la città possa di nuovo assurgere alla dignità che le compete” fu definito don Virzì, e anche se un giorno dovessero venire alla luce nuove fonti, nuove scoperte atte a mettere in chiaro i tanti punti oscuri del passato di Randazzo, nessuno potrà mai rifiutarsi di riconoscergli obiettività di storico, equilibrio, cautela nell’esaminare e vagliare le notizie, nel porre le fonti nella giusta luce, nel non emettere mai giudizi o conclusioni che non fossero suffragati da riscontri certi e incontrovertibili.
“A lui vada il pensiero delle nuove generazioni, aperto finalmente a questi problemi. Vada la riconoscenza di tutti i suoi abitanti che, in questo fortunato risveglio ai valori più apprezzabili della nostra cittadina, è giusto che esternino il loro riconoscimento verso coloro che operarono, apprezzarono e fecero apprezzare ciò che di bello e singolare i padri ci hanno tramandato”. Con queste parole don Virzì chiudeva un articolo dedicato al professore Maganuco. Eppure, profeticamente, erano parole che si potrebbero applicare alla sua persona!,

Il giudice Sebastiano Virzì fratello di Don Virzì.

Certo, nella sua azione di “nume tutelare” del patrimonio storico-artistico di Randazzo, don Salvatore Calogero Virzì dovette imbattersi in non poche incomprensioni, del resto un certo tipo di edilizia che andò diffondendosi, spesso spregiudicatamente, dagli anni ’60 in poi, come poteva conciliarsi con la patina che il tempo aveva impresso sulla pietra lavica, con quella visione di austera bellezza di una Randazzo anteguerra, che gli era rimasta impressa negli occhi e nel cuore?
“La creatività avvalorata dall’amore del soggetto è sempre prolifica…” ebbe a dire, in una sua pagina che ci è particolarmente cara, e, considerando la mole dei suoi scritti, se ne deduce un grande amore verso Randazzo, suo paese d’adozione, ch’egli, da forestiero, riuscì ad amare come fosse stato la sua patria, e che auspicava “semper virens, semper accrescens, semper vigens” (sempre rigogliosa, sempre in crescita, sempre piena di vita), come recita l’iscrizione sul basamento del Piracmone.
Randazzo con la sua storia affascinante di re e regine, Randazzo nei suoi monumenti muti, di nera lava, cui egli seppe infondere voce, Randazzo nelle sue tradizioni cristallizzate da secoli, nelle sue ataviche rivalità dei tre quartieri in lotta, Randazzo nella sua gente di ogni estrazione sociale, dei pochi acculturati del tempo, che gli dispiegavano innanzi i vecchi libri ed i tesori d’arte custoditi nei palazzi, delle vecchiette, dei poeti estemporanei, dei monelli, dalla cui viva voce apprendeva, per tesaurizzarli, vecchi scioglilingua, proverbi, scongiuri e preghiere…
Randazzo, infine, lacerata, bombardata 84 volte, in quell’estate del 1943, prostrata davanti alle proprie macerie e davanti ai propri morti. Ma, da quel terribile momento, molte cose si sono evolute.

Don Calogero Virzì, Don De Luca, Francesco Rubbino, Giuseppe Montera

Il patrimonio perduto non si può più riacquistare, tanti recuperi e restauri non furono curati con lo scrupolo dovuto, è vero, ma don Virzì ha seminato bene, e se oggi c’è un maggiore rispetto ed interesse verso i beni artistici e monumentali, è soprattutto merito suo, di quest’uomo dalla grande vitalità, dalla grande fermezza, e dall’immensa cultura, che, nulla togliendo ai suoi meriti di sacerdote e di professore, riuscì a risvegliare nei cittadini randazzesi il culto e l’interesse per il proprio patrimonio artistico e per le proprie radici, di averli fatti conoscere un po’ meglio, di avere gettato il seme dell’amore per la propria terra nelle nuove generazioni.

Gli scritti di Don Virzì
Oltre a numerosissimi articoli su periodici locali e nazionali (La Sicilia, il bollettino del Comune Randazzo Notizie , ecc. ) molti furono gli scritti lasciati, editi e inediti:
– Memorie storiche del Collegio S. Basilio di Randazzo (inedito, 1953)
– Randazzo e le sue opere d’arte (dattiloscritto inedito del 1956),
– Paesi di Sicilia: Randazzo (Palermo: IBIS, 1965).
Su Memorie e rendiconti dell’Accademia Zelantea di Acireale ha pubblicato:
– Il regio Castello di Randazzo (1968),
– Sulla venuta di Nino Bixio nell’agosto 1860 in Randazzo (1968),
– Randazzo 1848 (1980).
E ancora:
– Storia della Città di Randazzo (1972), manuale divulgativo per le scuole,
– Breve guida attraverso i monumenti artistici della città di Randazzo…(1973),  – Randazzo nella sua storia e nei suoi costumi (inedito, 1960),
– La Chiesa di S. Maria, su Historica (Reggio Calabria, 1971).
Ha dato inoltre alle stampe le guide illustrate:
– Alcantara (1975),
– Etna (1978),
– Taormina (1979),
– Cesarò.
Per il 21° Distretto scolastico ha collaborato a
– Un itinerario etneo (1983),
– Storia, Arte e folklore in Randazzo, Castiglione e Linguaglossa (1985), e curato
– Randazzo nei suoi costumi (1986),
– Randazzo e le sue opere d’arte, 2 v. usciti postumi (1987/89).
Ricordiamo ancora:
– I cento anni del Collegio S.Basilio (1979),
– La Chiesa di S. Maria edito dal Comune di Randazzo (1984),
– Il Castello della Ducea di Maniace, pubblicato postumo nel 1992.

Maristella Dilettoso 

                                                     ———————————————————————————————————————

                               La “Batiazza” di Francavilla tra fede, storia e leggenda pubblicato il 06 ottobre 2015 

 

Salvatore Ferruccio Puglisi e Don Virzì

   Sarà il tema dell’originale pubblicazione, di imminente uscita, “Il Salto di San Crimo”, nella quale l’autore Salvatore Ferruccio Puglisi raccoglie gli approfonditi studi rimasti inediti di Don Salvatore Virzì sul monastero basiliano e sul suo fondatore Cremete. Partendo dal… Giro d’Italia del 1954, una cui tappa attraversò il Comune dell’Alcantara.

   Seconda incursione nella narrativa per Salvatore Ferruccio Puglisi, insegnante nativo di Francavilla di Sicilia, ma residente in Veneto per lavoro: ambientalista (è stato fondatore e presidente della sezione francavillese di “Italia Nostra”), naturalista, appassionato di fotografia, autore di documentari in diapositive, campione di corsa podistica e da alcuni anni anche scrittore. Puglisi aveva già avuto a che fare con l’editoria, inizialmente dando alle stampe delle pubblicazioni riguardanti rispettivamente la flora spontanea e le testimonianze preistoriche nel territorio della Valle dell’Alcantara per poi, cinque anni fa, cimentarsi nel genere del romanzo con “Gli zucchini di Loto”. Adesso è lui stesso a preannunciarci l’imminente uscita del suo secondo lavoro letterario, dove gli aspetti autobiografici si innestano nella ricerca storica.

   “Il Salto di San Crimo” sarà il titolo della nuova opera di Puglisi, interamente incentrata sul “leggendario” monastero basiliano comunemente denominato “Batiazza” (ossia “grande abbazia”) i cui ruderi (parti di pareti perimetrali, alcune strutture ad arco attestanti l’esistenza di un opificio per la vinificazione, una grande aia inamovibile, una cisterna per la raccolta dell’acqua piovana, qualche tomba rupestre e tanti mucchi di macerie indistinte) svettano sulla sommità di un’altura dalla strana forma cilindrica e con pareti a strapiombo ubicata nel territorio del Comune natio dell’autore, ossia Francavilla, a meno di quattro chilometri dal centro abitato nelle adiacenze della strada che conduce a Mojo Alcantara e Novara di Sicilia.

Per quanto ci riguarda, abbiamo avuto il privilegio di leggere in anteprima il prologo di Salvatore Ferruccio Puglisi a tale suo scritto e ci ha già incuriosito l’originale approccio dell’autore alla tematica trattata: fatti e personaggi “austeri” dell’età medievale vengono, infatti, introdotti dal nostalgico “amarcord” di un evento per così dire “effimero”, ossia il passaggio da Francavilla della… seconda tappa del Giro d’Italia nella memorabile giornata del 22 maggio 1954, quando il Puglisi era ancora un fanciullino di sei anni.  L’autore attinge, dunque, alla suggestiva tecnica del “flashback”, spesso impiegata nel cinema e consistente nel partire da situazioni contemporanee per poi proiettarsi a ritroso nel tempo.

   Nel caso di specie, a fare da “ponte” tra passato recente e passato remoto è proprio quello “storico” pomeriggio del ’54, quando ai francavillesi festanti per il passaggio dal proprio paese della popolarissima competizione ciclistica nazionale si contrapponeva contemporaneamente l’esperienza parallela, ma profondamente diversa, di un intellettuale che in quello stesso giorno decideva di recarsi, in tutta solitudine, in escursione alla volta della maestosa rocca della “Batiazza” per tentare di carpirne i misteri, ma finendo col rimanere piuttosto infastidito dalla chiassosa e strombazzante carovana del Giro che, prima di addentrarsi nel centro abitato di Francavilla, transitò ai piedi dell’altura su cui a tutt’oggi si ergono i resti dell’antico cenobio.

   Lo studioso in questione altri non era che l’illustre sacerdote salesiano Don Salvatore Calogero Virzì, docente di materie letterarie al Collegio “San Basilio” di Randazzo, con il quale Salvatore Ferruccio Puglisi si sarebbe incontrato otto anni dopo essendone stato allievo in quinta ginnasiale presso il collegio del Comune etneo, che a sua volta, prima che nel 1867 gli ordini religiosi venissero soppressi, aveva fatto da nuova sede dei monaci basiliani, probabilmente trasferitisi dalla “Batiazza” perché andata in rovina (anche a seguito del disastroso terremoto verificatosi sul finire del XVII secolo) o a causa del clima rigido e delle avversità atmosferiche che, durante i mesi autunnali ed invernali, rendevano pressoché invivibile quel particolare lembo sopraelevato di territorio francavillese.

   «Il compianto Don Virzì – spiega Salvatore Ferruccio Puglisiha condotto un’accurata ricerca sul monachesimo basiliano e su San Cremete, fondatore e primo abate dell’eremo di Francavilla, intitolato a San Salvatore della Placa. Al sottoscritto e ad altri allievi che venivamo dal Comune dell’Alcantara, amava parlarci spesso di Cremete.

   «Ci raccontava, in particolare, che “nella seconda metà del secolo XI, sui monti di Placa viveva questo santo eremita, attorniato da vari animali selvatici che lui era riuscito ad addomesticare. Un giorno, accompagnato dalle sue docili bestie, si presentò al Conte Ruggero, che con il suo esercito si recava a Troina per combattere contro i Mori, il quale rimase affascinato dalla figura di quel mistico. Così, salito con lui sulla sommità della rocca, gli concesse di erigere in quel posto un monastero di cui Cremete diventò l’abate ed il superiore degli altri suoi confratelli.

   «Ma un giorno alcuni monaci non vollero più ubbidire alla sua regola basiliana e pensarono di liberarsi di lui buttandolo giù dalla rocca. Ciò malgrado, Cremete sarebbe rimasto miracolosamente illeso (morì poi il 6 agosto del 1116) e, da quel momento, cominciò ad essere considerato un santo”.

   «Da qui – prosegue l’autore – il titolo di questo mio nuovo scritto (“

Collegio San Basilio – Randazzo

Il Salto di San Crimo”), che peraltro è un’espressione già usata da Antonio Filoteo degli Omodei, storico di Castiglione di Sicilia del 1500.

   «Purtroppo Don Virzì, deceduto nel 1986 all’età di settantasei anni, non fece in tempo a pubblicare questo suo studio su San Cremete ed i basiliani, di cui resta solo una semplice bozza dattiloscritta. Mi sono quindi prodigato per avere una copia di essa e, con mia grandissima sorpresa, in quei fogli ho rinvenuto anche un intero paragrafo dedicato alla descrizione della visita fatta dal religioso ai ruderi del monastero il 22 maggio del 1954 quando io, ancora scolaretto di prima elementare, ero invece tutto preso, così come l’intera popolazione francavillese, dal passaggio del Giro d’Italia.

   «“Il Salto di San Crimo” l’ho dunque articolato in due parti: la prima riguarda il mio personale ricordo di quel pezzo di storia sportiva nazionale transitata da Francavilla, mentre nella seconda ho integralmente riportato quanto scritto dal prete salesiano su quella stessa giornata, da lui vissuta in un contesto totalmente diverso da quello di noi “gente comune”».

   Mentre oggi Salvatore Ferruccio Puglisi si occupa della “Batiazza” di Francavilla dal punto di vista storico-letterario, in passato se ne è occupato da ambientalista per denunciare, in particolare, l’inopportuna installazione di freddi ed antiestetici tralicci dell’alta tensione nelle immediate adiacenze di quell’angolo di antichità.

   Tornando a “Il Salto di San Crimo”, sarà questa la seconda pubblicazione interamente dedicata all’anacoreta francavillese ed alla sua “Batiazza”. Nel 2004, infatti, lo scultore Mario Restifo, anche lui originario della cittadina dell’Alcantara, si cimentò nella narrativa con il romanzo “Il Nido dell’Aquila”, ispirato alle vicende mistico-leggendarie di San Cremete, i cui resti del capo sono conservati in un reliquario di bronzo dorato ed argento custodito nella basilica di Santa Maria a Randazzo.

Rodolfo Amodeo

 

UNA VITA DEDICATA A RANDAZZO  di Salvatore Agati 

Salvatore Agati – Randazzo

Intorno alle ore 20:00 di venerdì 21 novembre si spegneva, sicuramente senza neppure accorgersene, al San Basilio di Randazzo, la casa salesiana più antica di Sicilia, il sacerdote professore Salvatore Calogero Virzì, dopo una vita interamente dedicata alla sua missione sacerdotale, alla cura dei giovani e al loro insegnamento, allo studio e alla ricerca storico storico-artistica.
E tutto questo egli seppe portare avanti con scrupolo, competenza e modestia, cosa oltremodo difficile da riscontrare nei tempi che viviamo.

Il nostro era nato a Cesarò, un paesino sui Nebrodi in provincia di Messina, da famiglia onesta e laboriosa, l’undici gennaio del 1910. Dopo avere ricevuto i primi insegnamenti nel luogo natio, lasciava la casa Paterna per frequentare le scuole ginnasiali al San Francesco di Sales di Catania.
A contatto con i Padri Salesiani coltivò e seguì la sua vocazione che lo avrebbero portato ad entrare definitivamente nella congregazione dei figli di Don Bosco nell’anno 1925.


Lo troviamo, subito dopo, a San Gregorio di Catania poi al San Paolo di Palermo e successivamente al San Domenico Savio di Messina dove, nel 1934, riceveva gli ordini sacerdotali.

Il giovane sacerdote, nello stesso anno dell’ordinazione, ritornava ancora a San Francesco di Sales di Catania. Ed era nell’Ateneo di questa città che aveva modo di continuare i suoi studi alla Facoltà di Lettere Classiche. Appena conseguita la laurea, era il 1937, veniva trasferito a Randazzo, l’antica cittadina che tanto lustro aveva avuto nel Medioevo, dove avrebbe avuto modo di rafforzare non solo le sue attitudini all’insegnamento, ma anche la sua passione per la storia e l’arte, a contatto con un immenso patrimonio, di cui diverrà negli anni, il conoscitore più profondo e qualificato. In questo suo slancio e attaccamento troviamo il significato della sua ininterrotta presenza a Randazzo, dove rimase per il resto della sua vita.
Da persona sensibile alla cultura classica e all’arte in particolare, dove si rimane incantato della vecchia città medievale che, sebbene già scalfita dal tempo ma ancora integra nell’originaria bellezza, gli offre un insieme architettonicamente omogeneo nelle mura di cinta e nelle torri di guardia, nelle chiese e nei campanili, nei palazzi e nelle case, nelle vie e nei vicoli, nelle piazze e negli slarghi, negli elementi decorativi e nei colori.
Se a tutto questo si aggiungono ancora l’impareggiabile oreficeria, le ricche e originali suppellettili sacre, le magnifiche tele e pale pittorica, le pregevoli e maestose sculture, patrimonio di una gara esaltante tra la popolazione, che nei tre quartieri ritrovava nelle rispettive chiese di Santa Maria, Santa Nicola e San Martino il fulcro di ogni alterità partecipativa, si capisce subito come l’incanto del primo contatto si sia trasformato in un ardente desiderio di ricerca attenta e di studio meticoloso, volto a svelarne ogni particolare storico ed artistico.


Se i ricordi di una lunga collaborazione tra un maestro e un discepolo possono diventare testimonianza e messaggio, posso affermare che l’amore di Don Virzì per Randazzo nacque dalla consapevolezza scientifica che la città rappresentasse uno “scrigno di tesori” da custodire gelosamente per una migliore conoscenza di tutto ciò che i siciliani erano riusciti, sui tanti influssi portati dall’esterno, a realizzare attraverso un proprio ed originale processo creativo: Randazzo, per gli aspetti di presenza e di continuità nei tanti filoni dell’arte, rappresentava per don Virzì la più significativa chiave di lettura per comprendere l’insopprimibile bisogno espressivo del popolo siciliano.
Non aveva Don Virzì, del tutto penetrato le pieghe del complesso patrimonio artistico dell’antica città medievale del valdemone, quando sopraggiunsero i terribili giorni del luglio-agosto 1943. Infatti, nel tentativo di forzare la ritirata dei tedeschi, attestatisi sull’Alcantara lungo il confine tra la provincia di Catania e quella di Messina, gli anglo-americani misero in atto una serie di incursioni aeree e di bombardamenti che rasero al suolo Randazzo. Nei giorni che seguirono, il giovane sacerdote mentre da un lato si prodigava a portare aiuto e sollievo alla provata popolazione, dall’altro non trascurava di annotare le distruzioni e le mutilazioni che l’insieme architettonico e artistico della città avevano subito.
Va ricordato che don Virzì fu tra i pochi a sostenere che la municipalità randazzese avrebbe dovuto richiedere al governo centrale la costruzione di una città nuova, da erigersi in continuità con il centro storico, anch’esso da ricostruire e restaurare. Ciò avrebbe evitato l’obbligatorio intervento del privato che, da solo, non avrebbe assolutamente potuto salvare l’antico.
Difatti così avvenne, per cui alla distruzione della guerra seguì quella di una ricostruzione affrettata e disordinata, ma comunque necessaria. Il guasto si verificò sia sul fronte della salvaguardia che su quello, non meno importante delle legittime aspettative per avere un’abitazione dignitosa e adeguata ai tempi. Se vogliamo, su questa primaria esigenza, si pose, subito dopo, il doloroso esodo migratorio.

Questa sua visione, va chiarito, non era assolutamente limitativa, quasi che lo studioso volesse mummificare il centro storico escludendolo da ogni attività futura, così come non intendeva certo alla ricostruzione di una città nuova avulsa dal suo contesto. Queste idee erano belle lontane dalla mente lucida e competente di Don Virzì.
Lo scopo, invece, era duplice: dare un’abitazione immediata alla popolazione, secondo l’urgenza, legata alle necessità di sopravvivenza che il momento richiedeva, salvaguardando il centro storico da una ricostruzione frettolosa, non per paralizzarlo, ma per attuarla in una fase successiva, secondo un programma ben definito di restauro e di conservazione degli elementi architettonici, stilistici ed estetici, per realizzare un complesso cittadino armonico, ordinato ed omogeneo, di cui il centro storico stesso avrebbe dovuto essere il fulcro.

La linea di azione di Don Virzì, da quel momento in poi, non poté indirizzarsi, di conseguenza, se non verso una mediazione tra i bisogni della gente e le aspirazioni dell’uomo di cultura convinto che si dovessero conservare tutte le testimonianze del passato. Il fatto di non essere riuscito a fare capire il senso della sua azione gli provocò il dolore più grande della sua vita.
Tuttavia, va precisato che mentre sarebbe riuscito a comprendere e giustificare gli interventi di ricostruzione dettati da necessità, non avrebbe invece mai scusato la mancanza di volontà e di comprensione della classe dirigente nel non aver saputo porre il problema della Ricostruzione nei termini in cui andava condotto.

Nello stesso periodo in cui maturarono questi avvenimenti, Don Virzì penso bene di dovere rivolgere la sua azione educativa verso i giovani.
E la frequentatissima scuola dei Salesiani gliene diede larga occasione. Ecco, quindi, i due filoni lungo e quali l’azione dello studioso si indirizzo: la ricerca e lo studio, da una parte, e la divulgazione dall’altra. Capì, altresì, che le sorti del patrimonio storico-artistico di Randazzo non sarebbero passate solo attraverso l’azione municipale, ma principalmente attraverso la sensibilizzazione degli uomini di cultura presenti a tutti i livelli.
E in questo la sua lezione fu senz’altro più incisiva e proficua: la città divenne punto di riferimento di quanti, ed erano pochi, continuarono a credere che la conservazione del patrimonio dei progenitori sarebbe stata di valido aiuto anche al risveglio dell’attività turistica.

Ed è così che si concretizza la sua azione permanente di educazione, di sensibilizzazione e di divulgazione alla quale si dedica con impegno, passione e costanza: conferenze, dibattiti, articoli su giornali e riviste, tutto tende ad approfondire e a far conoscere Randazzo.
Nella città,come ebbe modo di affermare durante una conferenza, egli vedeva la “chiave della Sicilia sia per la storia che per l’arte”. Fu un conferenziere dalle qualità espressive stringate ma complete nell’essenzialità.
Il suo disquisire fu tanto interessante da fare perdere la dimensione temporale all’auditorium, il linguaggio usato nelle descrizioni tecnico e semplice, fu proprio di chi conosce la storia dell’arte in ogni sfumatura.

Da corrispondente di molti giornali, con i suoi articoli, pubblicati su quotidiani e periodici a diffusione nazionale, riuscì a suscitare tale interesse nei lettori, anche stranieri, da indurli a visitare Randazzo per verificare se quell’atmosfera di suggestione che, con i suoi scritti, aveva saputo creare sulla cittadina, aveva riscontri con il reale. Ma la sua opera non si fermò solo alle conferenze e agli articoli. Pur privo di mezzi, ma non di volontà, andò oltre: animò l’istituzione della Pro Loco, fondò l’associazione di Storia Patria “Vecchia Randazzo”, divenne ispettore onorario della Sovrintendenza ai Beni Architettonici, Artistici e Storici, istituì e tenne personalmente dei corsi per guide turistiche randazzesi.
Ma il frutto più significativo e proficuo della sua attività sono le opere edite ed inedite. Ed è citandole che sono certo di rendere il miglior omaggio alla memoria dell’uomo, dello studioso, del sacerdote, del ricercatore attento che, con molta umiltà, mise il suo ingegno e la sua opera al servizio di Randazzo: “Randazzo e le sue opere d’arte” del 1956, “Randazzo” del 1965,  “Il R. Castello di Randazzo” del 1968,  “Sulla venuta di Nino Bixio nell’agosto del 1860 a Randazzo” del 1968,  “Storia della città di Randazzo” del 1972,  “Breve guida attraverso i monumenti artistici della Città di Randazzo”del 1973,  “Randazzo nella sua storia e nei suoi costumi” del 1975,  “Alcantara” del 1975, “Taormina” del 1979,  “Randazzo 1848” del 1980, “Un itinerario etneo” del 1983,  “La Chiesa di S. Maria di Randazzo”del 1984.
In ultimo, non si può non sottolineare un altro aspetto importante della personalità di don Virzì, cioè quello di educatore, che pose l’insegnamento a base del suo quotidiano lavoro. In più di 50 anni di cattedra, curò i rapporti con le tante generazioni in modo personalizzato, tanto che in Lui gli allievi videro sempre non solo il docente, preparato e puntiglioso, ma, principalmente, l’amico, l’uomo che, in ogni occasione, era pronto a dare consigli ed anche ad aiutare. Ed è per questo, maggiormente, che oggi tutti coloro i quali lo hanno avuto per maestro lo piangono.

Salvatore Agati .  Randazzo Notizie n.19 del novembre 1986 

 

Jan Van Houbracken

 

Jan Van Houbraken o Giovanni van Houbraken  (Fiandre1612 – 23 maggio 1676 pittore italiano di origini fiamminghe, fu padre di Ettore van Houbraken e nonno di Nicola van Houbraken e discepolo di Pietro Paolo Rubens e di Matthias Stomer .
 Non si hanno molte notizie della sua vita privata e artistica e certo  comunque  che dal 1636 al 1665 risiede nella città di Messina in stretto rapporto con la confraternita dei mercanti. 
Secondo Negri Arnoldi (1984) van Houbracken sarebbe giunto in Sicilia assieme a Van Dyck, suo condiscepolo nella bottega di Rubens.
Nato ad Anversa attorno il 1612  il pittore fiammingo non è documentato nell’isola prima del 1636, data del Martirio di S.Placido e compagni del museo di Messina, che è anche una delle rare opere autografe del pittore.
Il martirio dei santi messinesi trucidati dai saraceni nel 541, i cui resti vennero ritrovati nel 1588 e nel 1608, è reso con macabra crudezza mentre si intravede l’accezione di soluzioni coloristiche  vandickiane. Fra le sue opere più significative alcune tele di scuola fiamminga che rappresentano allegoricamente i cinque sensi: 

 

La locandina riproduce le opere dei “cinque sensi” di J.van Houbracken

 

  1. ) La Vista  è raffigurata da una giovane donna che s’imbelletta di fronte ad uno specchio, mentre un giovane nella penombra le porge dei profumi;
  2. ) L’Udito è simboleggiato da una giovane suonatrice di spinetta accompagnata da un flautista;
  3. ) Il Gusto  è rappresentato da un oste che mesce il vino ad un giovane cavaliere:
  4. ) L’Olfatto  è simboleggiato da un giovane che annusa un melone mentre il venditore, con un coltello in mano, attende il giudizio sulla merce;
  5. ) Il Tatto è realizzato con una scena popolare: un cieco nell’incertezza dei passi stringe nervoso un ragazzo vestito di cenci, che atterrito cerca di sfuggirgli 
      

    Nel 1657  dipinge su tela “il Compianto del Cristo sulla Croce” .  L’ opera è  custodita nella basilica di Santa Maria Assunta di Randazzo  (entrando dalla Porta di Mezzogiorno, subito a sinistra), e rappresenta sicuramente il capolavoro artistico di J.Van Houbracken.
    In questa opera l’Artista dimostra una monumentalità dispiegata al massimo grado ed è anche l’ultima sua opera datata.

    “L’arte non è qualcosa di superfluo, inutile. L’arte è la vista sulla vita. E’ ciò che consideriamo tale”. (Andrea Italiano).

     

    ” Compianto del Cristo sulla Croce” di J.Van Houbracken – Basilica Santa Maria – Randazzo

     

    L’arte è come una religione, una filosofia che sta dentro e prima dell’essere in quella “tortuosa salita verso la Salvezza, fatta
    d’incontaminata bellezza, di colori, spirito, grazia e cortesia” e solo chi vi approccia con nuovo interesse,
    può carpirla in tutta la propria interezza.(Andrea Italiano).

     

    ” Il Tatto “

    Martirio di S.Placido e compagni

    ” Il Gusto “

     

    Alcuni sostengono che a seguito della rivolta anti spagnola di Messina del 1674 fugge con la sua famiglia a Livorno dove  muore il 23 maggio 1676,  per Negri  Arnoldi invece  muore a Messina nel 1665.

    a cura di Francesco Rubbino

     

Pietro Vanni

Pietro Vanni nacque a Viterbo nel 1845.
Svolse i suoi primi studi a Siena dove, allievo del pittore di scuola senese A. Franchi da Prato, plasmò il senso pittorico. Tornato a Viterbo dovette intraprendere una dura lotta contro il padre che lo voleva interessato all’industria tessile.
Per allontanarsi da tutto ciò, si dedicò alla musica che abbandonò subito per viaggiare prima a Firenze e poi a Roma, arricchendo il suo bagaglio culturale e artistico.
Il suo primo dipinto nel 1872, a 27 anni (Sacra Famiglia), lo dedicò ai genitori con un motto eloquente “Dall’amore, l’arte”.  dov’è accentuato il carattere malinconico della sua arte, che si trasformerà in calma velata.
Sposò nel 1887 Angela Bevilacqua da cui ebbe in figlio, Renato.
Successivamente realizzò molte opere di carattere religioso dalle quali si evince il desiderio di creare opere che potessero rispecchiare il suo credo, le sue aspirazioni verso il vero e il bello.
Era solito dipingere con molta rapidità e precisione, e i colori utilizzati nelle tele dimostrano l’amore per un’arte più che naturale.

Nella pittura di genere si fa notare con una sensuale “Odalisca” premiata all’esposizione di Belle Arti di Rovigo (1877).

 Nel 1886 dipinge  ” Madonna col Bambino ” che fa bella mostra di sè  nella Basilica Minore di Santa Maria. 

“Madonna col Bambino” – Santa Maria Randazzo

La precisione e lo stile di Pietro Vanni è possibile osservarli a Viterbo nella chiesetta del cimitero di San Lazzaro, completamente affrescata dall’artista. Le opere, realizzate fra il 1880 ed il 1885, gli furono commissionate dal Comune di Viterbo per decorare la chiesa cimiteriale di San Lazzaro.
 Gli affreschi, nelle mura parietali, riproducono la Resurrezione di Lazzaro e la Resurrezione della carne. Sulla volta è il Trionfo della Croce e nell’abside è dipinto un Cristo crocifisso avvolto da una cerchia di angeli in volo.

Pietro Vanni morirà di polmonite a Roma, a sessant’anni il 30 gennaio 1905. L’anno successivo il Comune di Viterbo fece realizzare nella chiesa di San Lazzaro al cimitero un’edicola funebre dedicata al Maestro.

 

” Odalisca “

 

Madonna dei Gigli

Chiesa Cimiteriale San Lazzaro – Viterbo

 

ANGELA MILITI

Angela Militi – Nata a Randazzo (CT) nel 1976, attualmente vive a Venezia.
Ricercatrice indipendente, attenta in particolar modo alla storia e alle tradizioni della sua città natale, dedica molte ore della sua giornata alla ricerca e allo studio di fonti e documenti. Spirito curioso, ama l’Arte in tutte le sue forme ed espressioni.

Campanile di San Martino

Fin da piccola manifesta una grande passione per l’astronomia e per la conoscenza in generale, tanto che crescendo la sua sete di sapere la porta a interessarsi anche di antiche civiltà, mitologia, archeologia misteriosa, simbolismo, storia antica e medievale, con particolare riferimento alla storia dell’Ordine Templare e a quella di Randazzo. Dal 1995 al 1997 è membro del Consiglio di Gestione della Biblioteca di Randazzo.
Dal 1995 al 1999 è membro dell’Associazione “Gruppo di Volontariato per i Beni Culturali di Randazzo”, partecipando attivamente alle numerose iniziative culturali rivolte al rilancio dei beni culturali di Randazzo. Nel 1997 si trasferisce a Venezia dove l’incontro con alcuni studiosi di astrologia ed esoterismo, la porterà ad approfondire queste discipline esoteriche.

Nel maggio del 2000 diventa membro del Gruppo A

Angela Militi

strologico “Sirio” di Venezia – delegazione del Veneto del CIDA (Centro Italiano di Discipline Astrologiche) –, e inizia a frequentare la scuola d’astrologia “Regulus” di Arturo Zorzan, studioso di grande rilievo dell’astrologia italiana, per dieci anni. Dal 2000 al 2014 è socia del CIDA. Nel settembre 2006, su invito del Gruppo astrologico “Sirio”, tiene la sua prima conferenza dedicata ai cicli di Giove e Saturno, presso l’Hotel Sirio di Venezia. Nell’ottobre del 2006 inizia a interessarsi di epigrafia, brachigrafia medievale e archeoastronomia.

Nel giugno del 2007 partecipa alla Tavola Rotonda organizzata dal Gruppo “Sirio” dal titolo: “Marte”, con il contributo “L’opposizione perielica di Marte”. Nell’ottobre 2007 presenta al Gruppo “Sirio” la prima parte di uno studio archeoastronomico sui monumenti sacri della città di Randazzo, dal titolo: “Civitas Randatii”.

Via santa Catarinella

Angela Militi – Filippo Bertolo

Nel novembre 2008 presenta per lo stesso gruppo, la seconda e ultima parte della ricerca dal titolo: “Allineamenti astronomici, geometria sacra e simbolismo nella città di Randazzo, che, nel novembre 2008, esporrà anche al Gruppo Astrologico “Tergestre” di Trieste – delegazione del Friuli Venezia Giulia del CIDA, su invito della dottoressa Lidia Callegari, presidente del gruppo astrologico. Nel novembre 2009 è relatrice alla conferenza per il Gruppo “Sirio” con tema:“Astronomia per astrologi”, che, nel marzo 2010, esporrà, anche all’Associazione del Centro di Studi Astrologici ed Evolutivi “Lo Zodiaco Padova”, su invito della stessa associazione. Dal dicembre 2009 cura un blog personale “Randazzo Segreta” (http://randazzosegreta.myblog.it/), dove pubblica i suoi studi. Nel febbraio 2010 pubblica sul sito web Due passi nel mistero, l’articolo: Randazzo Segreta. Astronomia, Geometria Sacra e misteri tra le sue pietre”, su invito di Marisa Uberti, webmaster del sito. Alcuni giorni dopo la pubblicazione dell’articolo, viene contattata dal professor Adriano Gaspani, Istituto Nazionale di Astrofisica – Osservatorio astronomico di Brera- , con il quale inizia, insieme al dottor Filippo Berolo, una collaborazione per un progetto di studio archeoastronomico delle chiese altomedievali di Randazzo. Nell’ aprile del 2010 è relatrice alla conferenza per il Gruppo Astrologico “Tergestre”– con tema: “I cicli di Giove e Saturno”.
Nel dicembre 2010 autopubblica il breve saggio: “L’epigrafe della Basilica Minore di Santa Maria in Randazzo. Esegesi di una data”, nel quale, ha per prima interpretato correttamente, l’epigrafe della Basilica Minore di Santa Maria riportante la data di costruzione della chiesa. Nell’agosto 2011 su invito del Comitato di Via dei Lanza di Randazzo partecipa ad una conferenza/chiaccherata, presso Via dei Lanza. Dal 2012 è membro della S.I.A. (Società Italiana di Archeoastronomia).

Monastero di San Giorgio

Il 5 e 6 ottobre 2012 partecipa, in collaborazione con il dottor Filippo Bertolo e il professor Adriano Gaspani, al XII Convegno Società Italiana di Archeoastronomia, con un contributo dal titolo: “Analisi archeoastronomica delle chiese di Randazzo (CT)”. Il 13 ottobre 2012 pubblica per la casa editrice Tipheret il volume:“Randazzo Segreta. Astronomia, Geometria Sacra e misteri tra le sue pietre”, con la presentazione del professor Adriano Gaspani e del fr. Alberto Zampolli, 47° Gran Maestro dell’Ordine Templare O.S.M.T.J (Ordre Souverain et Militaire du Temple de Jérusalem) [recensito da Terra Incognita Magazine].

In occasione della presentazione del volume, viene insignita, dal fr. Alberto Zampolli, del titolo di Cavaliere onorario.

Il 14 e 16 novembre 2013 partecipa, in collaborazione con il dottor Filippo Bertolo e il professor Adriano Gaspani, al XIII Convegno Società Italiana di Archeoastronomia “La misura del tempo”, con un contributo dal titolo: “Analisi archeoastronomica delle chiese di San Martino e San Vito a Randazzo (CT)”. Nel novembre 2014 è relatrice alla conferenza per il Gruppo “Sirio” e per il Gruppo Astrologico “Tergestre” con tema: “Archeoastronomia: megaliti e luoghi sacri”. Ideatrice e organizzatrice insieme a Beppe Petrullo del “Tour del Mistero” edizione 2016 e 2017 e del gioco di ruolo dal vivo “Delitto al Convento” edizione 2017.

Attualmente sta completando lo studio archeoastronomico delle chiese altomedievali di Randazzo di prossima pubblicazione.

 

PUBBLICAZIONI E ARTICOLI

Randazzo Segreta. Tra la Francia e la Sicilia. Intervista ad Angela Militi ricercatrice in Archeoastronomia

Intervista realizzata da Beppe Petrullo

di Beppe Petrullo

Il documento è tratto da: Randazzo Segreta di Angela Militi

Randazzo Segreta. Tra la Francia e la Sicilia

Beppe Petrullo

I Templari avevano acquisito metodi e studi per usare strumenti molto particolari, come l’astrolabio, ed altri strumenti di misurazione, per arrivare a studiare le scienze astronomiche e chimiche. Intorno fra il 1200 ed il 1250 accade un fatto straordinario. In tutta la Francia si edificarono , in un lasso di relativamente breve, chiese particolari, con uno stile che fino ad allora era sconosciuto.
Cosa ha spinto e Come hanno fatto i Templari a progettare e realizzare queste cattedrali con le loro migliaia di tonnellate di peso? Perche oggi appaiono ai nostri occhi leggerissime e tali da sfidare la legge di gravita? Da antichi documenti a Chartres e nell’intera Francia, si vede che assolutamente nulla e lasciato al caso a partire dalla loro disposizione sulla carta geografica.
Le cattedrali Francesi sono dedicate a Notre Dame, cioe alla Vergine.
Se osserviamo con estrema attenzione come sono disposte le cattedrali in Francia potremmo osservare che , le cattedrali disposte sul terreno, cioe quelle piu importanti e grandi, formano esattamente la forma della costellazione della Vergine.Angela Militi, ricercatrice storica che coltiva lo studio dell’archeoastronomia, combinazione di studi astronomici e archeologici.
Nata nella città di Randazzo, ha approfondito lo studio sulla propria città che gli ha dato i natali, svelando ed anticipando particolari storici ancora non svelati e citati da nessuno.
Particolari chiaramente singolari ed interessati che la portano ha scoprire e rilevare cose ancora mai dett