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GIUSEPPE PLUMARI ed EMMANUELE

Uno storico municipalista del XIX secolo

    Giuseppe Plumari, uomo di chiesa e di cultura, era nato a Randazzo il 17 agosto del 1770.
Il padre, don Candeloro, faceva il notaio, e la madre, Paola Emmanuele, discendeva da un’antica famiglia locale. Nonostante appartenesse alla media borghesia, egli dovette sempre fare i conti con le ristrettezze economiche della famiglia, e se già il padre si vedeva costretto, per arrotondare i suoi magri proventi, a far l’organista nelle chiese, lui si trovò sempre a lottare da solo per raggiungere quei risultati che il censo non gli aveva dato già per scontati, e rinunciare nel corso della sua vita, a tante aspirazioni.

Aveva, per esempio, fatta istanza al Re per essere assunto come Cappellano Militare, e, forse dopo un accoglimento sfavorevole, dovette adattarsi all’ambiente del paese.
Ambiente che inevitabilmente doveva andargli piuttosto stretto, sia per le naturali ambizioni dell’uomo, consapevole delle sue doti, sia per le invidie e ostilità in mezzo alle quali si trovò sempre costretto a vivere.
Compì i primi studi presso il Convento dei Basiliani, e in particolare, per la retorica e le lettere, sotto la guida dall’Abate Giovanni Romeo.
Fu proprio un episodio avvenuto in gioventù, un viaggio a Napoli nel corso del quale ebbe modo di visitare palazzi e musei, a risvegliare in lui l’amore per la storia e per le “cose antiquarie”. A 18 anni si recò a frequentare il Seminario di Messina, dove completò gli studi laureandosi in Teologia e Diritto. Fu ordinato sacerdote nel 1795.

Chiesa di Santa Maria Randazzo

Dopo un periodo di tirocinio a Palermo, ritornato nel paese natale, fu associato al clero della chiesa di Santa Maria, in qualità di Canonico della Collegiata.
Nel 1814, alla morte dell’Arciprete Don Alberto Salleo, partecipò al concorso per l’Arcipretura, vincendolo: “questo – dice lo storico don Salvatore Calogero Virzì – fu l’inizio di tutte le traversie della sua vita perché, contestata da uno degli sfortunati concorrenti, Don Antonino Vagliasindi dei baroni del Castello, la sua nomina ad Arciprete, fu tradotto davanti ai Tribunali”.
Ma fu anche la molla che, involontariamente, fece scattare nel Plumari nuovi interessi, dandogli al tempo stesso la possibilità di assecondarli.
Infatti dovette trasferirsi a Palermo per due anni, dal 1815 al 1816, per seguire la causa, che poi avrebbe vinto in pieno, a seguito di tre diverse sentenze successive, ma la permanenza nel capoluogo gli offrì anche l’opportunità ed il tempo di frequentare archivi e biblioteche, di spulciare libri e documenti, scoprendo così la sua vocazione di storico, nonché di avvicinare dotti e studiosi del tempo, quali D. Vincenzo Castelli e D. Giovanni D’Angelo, che lo aiutarono ad affinare ed approfondire la già latente passione per la storiografia.
Da queste frequentazioni, da questi studi, che D. Giuseppe Plumari integrò con la lettura degli storici municipali, quali Pietro Oliveri, Antonino Pollicino, Pietro Di Blasi, Pietro Rotelli, il notaio Prospero Ribizzi e Onorato Colonna, doveva scaturire l’enorme mole degli scritti su Randazzo, la sua storia, i suoi figli più illustri.

Di ritorno in patria, avrebbe potuto finalmente dedicarsi alla vita parrocchiale, preparando i giovani al catechismo, pronunciando orazioni e sermoni, e facendosi così apprezzare per le sue doti di oratore.
Ma per l’Arciprete Plumari la tranquillità era ben lungi dall’arrivare: entrò subito in contrasto con gli Amministratori dell’Opera De Quatris – l’azienda costituita da lasciti e beni immobili assegnati alla chiesa di S. Maria dalla defunta baronessa Giovannella De Quatris – che in seno alla comunità randazzese costituivano una vera e propria potenza economica, e, per di più, dovette vedere sempre minacciata e messa in forse la sua stessa dignità ed autorità di Arciprete.
Infatti, sulla scorta di una certa teoria, ormai da tempo consolidata, stando alla quale le chiese di Randazzo fossero ricettizie, ovvero istituzioni spontanee dove i vari membri godevano di parità assoluta, esercitando a turno, per esempio, le mansioni di parroco, la figura dell’Arciprete sarebbe venuta a ricoprire così un titolo privo di autorità giurisdizionale su tutto il resto del clero, e di conseguenza il Plumari dovette subire non poche angherie ed umiliazioni, specie da chi mal aveva digerito la sua nomina.
Di fatto egli riuscì, soltanto nel 1839, alla morte del Decano D. Antonino Vagliasindi, a sedersi tranquillo sulla sospirata poltrona di Arciprete, e ad assumere i pieni e reali poteri, nonché la dignità, che tale carica comportava: “assommando le due dignità nell’unica sua persona, non ha più da tribolare per il riconoscimento dei suoi diritti e delle sue ambizioni cui tanto sensibile era il suo carattere”’ (Virzì).
Si era anche fatto promotore dell’idea di creare una sede vescovile a Randazzo (la città allora, e fino al 1872, faceva parte della Diocesi di Messina), benché su questa sua proposta sarebbe poi prevalsa quella delle Autorità di Acireale.
Non è da escludere che egli accarezzasse il sogno segreto di poter indossare per primo, e in patria, le insegne di Vescovo…

Morì il 1° ottobre 1851. Probabilmente fu seppellito in S. Maria, tuttavia, sicuramente a seguito dei vari rifacimenti della pavimentazione della basilica, e allo smantellamento delle pietre tombali già esistenti, della sua tomba non vi è oggi alcuna traccia. Strano destino, questo, per un uomo che lasciò un’opera immortale, e cui la città deve tanto!
Don Virzì, che è la fonte più dotta, esauriente e attendibile, che ne conobbe e studiò per esteso l’opera, e che a tutt’oggi ne è considerato il più degno erede e successore, così lo descrive:
      “carattere ardente, fattivo, in parte intrigante e ambizioso… Il suo agire in parte ingenuo, fu quello di certi uomini che pensano di essere chiamati a raddrizzare le cose storte… a riformare il mondo con uno spirito di intransigenza che rivela la loro personalità”.
A ciò va aggiunta, da un lato, la perenne condizione di ristrettezza economica in cui il Plumari versò per tutta la vita, e dall’altro la costanza, l’accanimento con cui egli si batté, per tanti anni e con ogni mezzo, per raggiungere il traguardo del pieno riconoscimento di quella dignità dell’Arcipretura che con tanta ostinazione e spirito di ripicca gli fu osteggiata per lunghi anni.

Troppo complesso sarebbe descrivere le diatribe, i colpi bassi, le battaglie che caratterizzarono la rivalità col Decano Vagliasindi e altri esponenti influenti del clero locale, ma la chiave di lettura di questa vicenda si potrebbe trovare forse inquadrandola nello scontro fra due classi sociali, un’aristocrazia titolata, fortemente aggrappata ai propri appannaggi e privilegi, cui era restia a rinunziare, ed una borghesia che, fattasi strada con i soli propri mezzi, vedeva negli studi una sorta di affrancamento e di riscatto sociale: a tal proposito non può sfuggire come Giuseppe Plumari non mancasse mai di aggiungere, al proprio nome, il titolo raggiunto con studio e sacrificio “Dottore in Sacra Teologia“, “Canonico in Sagra Teologia Dottore”, e finalmente “Unico Parroco Arciprete di Randazzo”.
Abbondante la sua bibliografia, almeno a giudicare dai titoli pervenutici, a testimoniare un impegno pastorale e culturale notevole e continuo.
Fu grande oratore, convinto e infiammato, tant’è che pubblicò le sue omelie “animato, per non dire obbligato, dai buoni cittadini, che ascoltate le aveano con tanto piacere, e che avean veduto dalle stesse raccolto un frutto universale” come ebbe ad affermare con un pizzico di vanità, o piuttosto consapevolezza delle proprie capacità e dei propri meriti.

– È del 1821 l’Omelia nel giorno natalizio ed onomastico del Re Ferdinando I,
– del 1822 la Felicità dei popoli sotto la Religione Cristiana e sotto il Governo Monarchico, e la Infelicità dei popoli sotto le segrete società tendenti a distruggere la Religione e il trono,
– una Orazione funebre in morte di Ferdinando I (1825).

Altri scritti ancora furono dettati dall’intendimento di affermare le proprie tesi, come :
Le Ragioni in difesa del diritto dell’Arciprete di Randazzo (1813),
– Sulla elezione dell’Amministrazione dell’Opera De Quatris, fatta dai parrocchiani di S. Maria ai quali s’appartiene (1815),
– una Allocuzione in difesa dei beni ecclesiastici appartenenti alla Collegiata di S. Maria.
Altri gli sono stati attribuiti:

Orazione fatta al consiglio civico di Randazzo al 25 agosto 1813,
Poche idee sopra talune leggi da farsi ai termini dello statuto politico per la Sicilia (1848).

Ma la mole più cospicua è costituita dagli scritti su Randazzo, opera cui Plumari dedicò l’impegno di una vita.
La Storia di Randazzo fu redatta in varie stesure, ne esiste pure un’edizione condensata presso la Biblioteca Zelantea di Acireale, depositatavi dall’Autore nel 1834.

Lionardo Vigo


Come egli stesso afferma, fu incoraggiato nelle stesura dell’opera dall’amico acese Lionardo Vigo:

      “Avendo io nelle ore dell’ozio raccolte alcune memorie relative alla Storia di Randazzo, mia Patria, queste un tempo legger volle il Cavaliere Lionardo Vigo della Città di Acireale, qui venuto per curiosare… mi animò… Egli stesso a scrivere un Sunto della Storia mia municipale, con avermi incaricato di doverlo poi trasmettere ali Accademia de’ Zelanti di Scienze, Lettere ed Arti di essa Città di Aci-Reale. Tanto io praticai nello stesso anno 1834″.

Spiegherà poi che, trattandosi di un sunto, omise per brevità di citare gli autori consultati, offrendo così automaticamente il destro ad altri, in particolare all’altro storico dell’epoca, l’Abate Paolo Vagliasindi, di contestare le sue tesi, in particolare la teoria della pentapoli. Secondo questa teoria, Randazzo sarebbe stata originata, a detta del Plumari, dalla fusione di cinque città, Tiracia, Alesa, Triocala, Tissa e Demena.

 

Storia di Randazzo trattata in seno ad alcuni cenni della Storia Generale di Sicilia – fine primo volume.

 

Di fatto nella Storia di Randazzo trattata in seno ad alcuni cenni della Storia Generale di Sicilia, in 2 volumi, iniziata nel 1847 e conclusa nel 1851, l’anno stesso della morte, egli innesta la storia della Città sul ceppo della storia dei popoli e delle genti che abitarono la Sicilia e il Mediterraneo, fin dai tempi più antichi, attingendo agli autori greci e romani. La sua descrizione si fa via via più serrata e documentata, quanto più lo scrittore si avvicina ai tempi moderni.
L’opera è corredata anche da disegni e schizzi, di mano dello stesso Plumari, d’indubbio valore documentario, per ricostruire monumenti non più esistenti o la topografia della città.
Degno di menzione il Codice diplomatico, la Storia delle famiglie nobili di Randazzo, la Storia dei personaggi illustri di Randazzo che fiorirono per fama dì santità, concepita come un terzo volume della Storia.
Proprio questo volume, per volontà dello stesso autore, non sarebbe stato depositato presso l’Archivio di Palermo, ma lasciato alla città di Randazzo, nel caso si fosse reso necessario attingere notizie utili alla causa di beatificazione o canonizzazione di qualcuno dei suoi figli più meritevoli.
“Gloria primaria ed unica della storiografìa randazzese” definisce l’Arciprete Giuseppe Plumari, in un eccesso di  modestia, don Salvatore Calogero Virzì, e prosegue: “Egli è stato l’unico fra tutti gli storici della città a lasciarci una storia manoscritta che è, per l’enorme quantità di documenti consultati e che in parte trascrive e riporta, la fonte più attendibile e più informata degli avvenimenti del passato di Randazzo”.
La sua importanza risiede anche, per noi moderni, nel potere attingere a piene mani, attraverso i suoi scritti, a fonti ormai perdute. Gli è stato rimproverato un eccesso di municipalismo, e qualche ingenuità storica.
Ma Plumari è, e si dichiara egli stesso, storico municipale, e, quanto al resto, lo stesso Virzì, pur riconoscendogli una certa ridondanza e qualche carenza di critica storica, giustifica tali pecche spiegando come la sua opera vada comunque valutata all’interno del contesto in cui si è generata, alla luce della storiografia del tempo. A noi non resta che inchinarci di fronte ad un impegno così costante, protrattosi fino alla morte.
Da quelle pagine manoscritte, in una grafia elegante, ordinata, trabocca tutto l’amore per la sua città, “un tempo celeberrima, a nessun ‘altra Città del Regno seconda”, ma anche per la ricerca e per la storia. Come si legge nella dedica della Storia di Randazzo, Diruta dum patriae numeras monumenta vetusta, tum patriae surgit gloria nobilior, c’è un moto di ambizione, naturale in chi si accinge a un’opera grande, ma c’è anche spirito di servizio.
E come sottovalutare tante descrizioni della Randazzo del suo tempo, quelle così puntuali di opere d’arte, edifici, le cronologie, le citazioni d’archivio, gli elenchi di chiese, di porte, beni in massima parte ormai inesistenti, distrutti o smarriti, e riscontrabili solo attraverso la sua testimonianza. 

Maristella Dilettoso

 (Articolo pubblicato su Cultura e Prospettive n. 23, Supplemento a Il Convivio n. 57, Aprile – Giugno 2014)

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                                                              UNA GLORIA DELLA CITTA’:  L’ARCIPRETE D. GIUSEPPE PLUMARI                                                                      

 

     Gloria primaria ed unica della storiografia randazzese è il famoso Arciprete Giuseppe Plumari, vissuto a cavallo dei Sec. XVIII e XIX. Ed è giusto che noi, moderni cultori delle glorie patrie, diamo il dovuto tributo di riconoscenza a quest’uomo che, ignorato del tutto nel passato, da studiosi e non studiosi, ci ha lasciato una grande opera, che ci parla di tutte le glorie della nostra cittadina.

    Dico ignorato, perché in verità ben poco la cittadinanza randazzese ha fatto per lui.

Mentre, infatti, si sono giustamente onorati i caduti della grande guerra, intitolando al loro nome un intero viale (Viale dei caduti sulla Via Regina Margherita) e non poche strade del paese, purtroppo, col risultato di cancellare irrimediabilmente nomi tradizionali e popolari, ancora in parte vivi nel gergo popolare, con tanto danno dell’antica toponomastica urbana, che non ha lasciato traccia nemmanco negli Atti Ufficiali del Comune.
Nulla si è fatto in Randazzo per l’Arciprete Plumari, che ha lasciato manoscritta la sua opera, ma solamente intitolando, non so in quale tempo al suo nome un vicoletto ignorato del quartier di S. Martino.
    Cosi per lui, cosi per tanti altri nomi prestigiosi della storia cittadina, facendo eccezione soltanto per il nome del deputato del principio del secolo, on. Paolo Vagliasindi, per cui si affisse al cantonale della casa di famiglia una candida lapide che ebbe la ventura di essere stata dettata dal grande Federico De Roberto ed inaugurata col concorso di tutto il popolo e di tutte le autorità, come ci testimoniano le fotografie del tempo.
    Grande personaggio arciprete Giuseppe Plumari ed Emmanuele, uomo di cultura e di abilità.

    Egli è stato l’unico fra tutti gli storici della città a lasciarci una Storia manoscritta che è, per l’enorme quantità di documenti consultati e che in parte trascrive e riporta, la fonte più attendibile e più informata degli avvenimenti del passato di Randazzo.
Opera enorme in due grossi volumi che fu da lui compilata sulle memorie di cultori di storia patria e di notai che, purtroppo, noi non possediamo più, ma che egli ebbe la fortuna di avere in mano e sfruttare nella sua trattazione.
In tale opera abbiamo un documento del suo impegno indefesso di ricerca che lo ricerca che lo spinse ad una immane fatica che solo chi ne è addestrato può valutare, del suo ardente amore per la patria, della sua gioia nel portare alla luce le sue glorie del passato, unica soddisfazione dello studioso e del compilatore.
    Ce lo riferisce egli stesso rivelandoci che il suo interesse crebbe a dismisura allorquando, nello studio dei documenti, trovava citato continuamente il nome della sua Randazzo e degli avvenimenti che la riguardavano.
    Tutto questo trasparisce da tali pagine. Stato d’animo, purtroppo, questo, che costruisce il punto più debole del suo lavoro, aggravato dalla sua complessità e spesso pletoricità. Mende, queste, di una certa gravità che sminuiscono il valore dell’opera, ma che non sono da imputare del tutto all’autore che, nato nel settecento, il cosiddetto secolo dei lumi, non poteva non risentire di quelle manchevolezze che la storiografia ancora registrava nella sua evoluzione.
   Per tali deficienze, più che personali, dovute al manchevole s

Via Plumari – quartiere di San Martino Randazzo.

viluppo scientifico del tempo, non seppe valutare con disinteressato discernimento le notizie raccolte e non seppe fare uso di quella storica che fa la vera storia.
    Molte, infatti, delle sue conclusioni storiche non reggono alla critica moderna, avvalorata dai ritrovamenti archeologici e documentari. Ciò non toglie che egli ci ha lasciato una fonte preziosissima di tutto ciò che riguarda la storia della città, elegante, ben leggibile, due copie dell’ultima stesura della “ Storia di Randazzo” e ne depositò una nella Biblioteca Comunale di Palermo, ancora esistente e consultabile e ne regalò una al Comune di Randazzo, purtroppo da tempo scomparsa.
   Notizia recentissima di questi giorni è che, nel clima instauratosi da qualche tempo nella nostra città per merito delle Autorità cittadine attuali,, ad ovviare al danno subito dalla comunità tutta con la scomparsa della copia manoscritta originale, il Comune è stato dotato del “Microfilm” dell’opera del Plumari, giacente nella sopradetta Biblioteca di Palermo, a servizio degli studiosi.
   IL PLUMARI, come egli stesso ci rivela in un breve profilo lasciatoci nella sua opera “Uomini Illustri di Randazzo”, nacque il 17 Agosto 1770 dal notaio D. Candeloro e da Paola Emmanuele.

    Giovanetto fu alunno, per i primi elementi di lettere e retorica, del basiliano Don Giovanni Romeo, Abate allora del Monastero di recente costruzione, il cui fabbricato diventò in seguito il “Collegio S. Basilio”.

    A 18 anni fu inviato dal Seminario di Messina dove compi i suoi studi e si addottorò  in Teologia e Diritto, alla scuola di illustri professori che lo informarono all’amore dello studio.

   Ordinato sacerdote nel 1795, fece un breve tirocinio ministeriale a Palermo, dove si distinse per la scienza e la sua abilità di oratore, ritornò, quindi, a Randazzo e fu associato al Clero della Chiesa di Santa Maria.

    Morto il degno arciprete, D. Alberto Salleo (1783-1814), assieme ad altri quattro, fu ammesso al concorso per l’Arcipretura e vinse (1814), ma questa vittoria fu l’inizio di tutte le traversie della sua vita perché, contestata la sua elezione ad Arciprete da uno degli sfortunati concorrenti, fu tradotto davanti ai Tribunali.
Egli per difendere validamente il suo diritto e il beneficio ecclesiastico vinto, dovette trasferirsi per due anni (1815-1816) a Palermo dove ottenne con tre sentenze diverse una piena vittoria e un pieno riconoscimento del diritto.

   Un avvenimento particolare della sua giovinezza apri un nuovo orizzonte alle sue innate disposizioni e lo portò ad una scelta che avrebbe indirizzato il suo giovane animo alla cultura storica.  Ce lo fa sapere egli stesso.

    “All’età di 18 anni, ritrovandosi in Messina in compagnia di alcuni cavalieri randazzesi (…) passa con li medesimi a vedere la capitale di Napoli e tutte le magnificenze della bella Partenope non esclusa la grande gala di corte solita farsi l’8 Settembre nella Festa di S. Maria di Piedigrotta.

    Dalla visita fatta alle antichità di Pozzuoli e al celebre Museo Borbonico, cominciò a prendere gusto allo studio delle cose antiquarie…”.

    Questa passione si sviluppo negli anni e raggiunse la massima efficacia nel periodo, non poco lungo, che egli passò a Palermo dove frequentò archivi, biblioteche, persone della cultura, come un D. Vincenzo Caselli, principe di Torremuzza, grande studioso delle antichità della Sicilia, ed il can. D. Giovanni d’Angelo, che lo avviarono agli studi storici ed alla ricerca di documenti nella celebre Biblioteca del Senato ed in vari Archivi della Capitale.

    Di tutto questo materiale che, man mano, andò raccogliendo, integrato dalle memorie scritte dei randazzesi Pietro Oliveri, Antonio Pollicino, Pietro di Blasi, Pietro Rotelli, notaio Prospero Ribizzi e del benedettino Onorato Colonna, egli compilò una serie di volumi riguardanti la storia della città delle sue famiglie e delle persone illustri di essa, come si può vedere dal lungo elenco delle sue opere, che segue:

  • Storia di Randazzo, trattata in seno ad alcuni cenni della Storia Generale della Sicilia – Ms. in 2 voll. 1849, presso la Biblioteca Comunale di Palermo.
  • Storia di Randazzo – Ms. in un Vol. presso la Biblioteca Zelantea di Acireale, depositata dallo stesso autore l’8-1-1834.
  • Storia di Randazzo, prima stesura manoscritta, appartenente al compianto can. D. Giuseppe Finocchiaro, ora in possesso della famiglia Virgilio Pietro di Catania.
  • Codice Diplomatico – Ms. in un Vol. presso la Biblioteca Comunale di Palermo.
  • Storia delle Famiglie Nobili di Randazzo – Ms. in un Vol. in possesso della Famiglia Scala, Giarre.
  • Storia dei personaggi illustri di Randazzo – Ms. in un Volume.
  • Allocuzione in difesa dei beni ecclesiastici appartenenti alla Collegiata di S. Maria – Palermo 1813.
  • Ragioni in difesa del diritto dell’Arciprete di Randazzo – Messina 1813.
  • Sulla elezione dell’Amministrazione dell’Opera de Quatris fatta dai parrocchiani di S. Maria ai quali s’appartiene – Catania 1815.
  • Omelia nel giorno natalizio ed onomastico del Re Ferdinando I – Catania 1821.
  • Felicità dei popoli sotto la Religione Cristiana e sotto il Governo Borbonico – Messina 1822.
  • Infelicità dei popoli sotto le segrete società tendenti a distruggere la Religione e il Trono – Messina 1822.
  • Orazione funebre in morte di Ferdinando I – Messina 1825.

    Carattere ardente e fattivo si rivelò il Plumari fin dal primo momento in cui egli fece parte della “comunità” della Chiesa di S. Maria, cui si aggregò non appena fu ordinato sacerdote (1795).

    Ritiratosi da Palermo ove, come si è detto, passò i primi anni del suo sacerdozio aggiudicandosi tanta stima, si immise in pieno nella vita parrocchiale della Chiesa con una grande dose di entusiasmo ad impartire lezioni di catechismo ai giovanetti, a pronunziare discorsi di circostanza e orazioni sacre che furono tanti apprezzati dai fedeli e dalla comunità ecclesiastica che, nello stesso 1795, dal  R. Amministratore dell’Opera de Quatris, cui competeva il diritto, D. Giacinto Dragonetti, fu eletto canonico della Collegiata al diciottesimo stallo e scelto come curatore della “Festa della Vara”.

    Problema gravissimo che angustiò tutta la sua vita, furono le ristrettezze economiche della famiglia (il padre, notaio, per arrotondare le entrate faceva l’organista nelle Chiese) e perciò domanda al Re per essere assunto come Cappellano Militare e, forse in seguito ad una risposta negativa, si decise di adattarsi alla vita del paese anche in mezzo alle difficoltà che gli derivarono dalla famiglia e dall’ambiente.     Non pochi, infatti, furono gli invidiosi ed i nemici dichiarati intorno a lui, suscitati dalle sue buone doti che lo facevano spiccare su tutti e, purtroppo, anche dal suo carattere deciso e non facilmente malleabile, quando si trattava della difesa dei diritti suoi e della Chiesa o di opporvi alle prepotenze, da qualunque parte venissero specialmente da parte degli Amministratori dell’Opera de Quatris che, essendo a capo di questa grande e ricca azienda, la più grande del paese, si sentivano investiti di autorità e strapotere cui tutto  e tutti dovevano piegarsi.

Anche in seno al Clero, in questo periodo torbido della storia della nazione, egli ebbe a soffrire ed a combattere le sue battaglie alla difesa dell’Autorità di Arciprete.

Le teorie sovversive del tempo, il fermento politico che aveva portato in Randazzo l’istituzione di alcune vendite della carboneria, l’inquietitudine rivoluzionaria lasciata dalla invasione francese nel napoletano e dal regno murattiano, avevano disposto gli spiriti al sovvertimento delle vecchie istituzioni ed alla scelta delle novità più singolari.
    Tra queste una estrosa teoria che toccava direttamente il Plumari nella sua qualità di Arciprete, sostenuta da gente malevola ed illusa, proprio in questo scorcio di secolo, imperversò per tutto il periodo successivo facendo maturare, negli anni ’50 del secolo passato ed oltre, risultati distruttivi.
    Intendo accennare alla teoria pseudo-storica che sosteneva, senza documenti di appoggio valevoli, che le chiese di Randazzo erano “chiese ricetti zie”, cioè chiese formatesi nei secoli come istituzione spontanea il cui clero si era in esse raccolto senza istituzione canonica, per cui i membri godevano di una parità assoluta e di diritti uguali, esercitando il ministero sacramentale a turno con le specifiche mansioni, volta per volta, il parroco “ad tempus”.
    Ciò colpiva direttamente la posizione dell’Arciprete che, in conseguenza di ciò non godeva di beneficio ecclesiastico istituito dall’Autorità canonica, ma soltanto di un titolo spoglio di autorità giurisdizionale sugli altri preti, per cui il detentore del titolo di Arciprete, secondo tale teoria, era un semplice sacerdote come tutti gli altri, un “unus inter pares” senza diritti giurisdizionali di sorta.

    Conseguenza di tale teoria, che ebbe gli assertori più accaniti tra il clero di Randazzo, fu la contestazione dell’Autorità arcipretale del Plumari che, nonostante la sua difesa a base di documenti, dovette subire affronti e clamorose ripulse che arrivarono a formali disubbidienze ed opposizioni.
    Eppure, a leggere anche ora i documenti della fondazione della Collegiata, diventata con gli anni l’arbitra della Chiesa di S. Maria ed in seno alla quale si trovavano i più accaniti suoi oppositori, ben altre erano le disposizioni arcivescovili emanate nell’atto della fondazione, concedeva tutto ai Cappellani, ma chiaramente ribadiva la intoccabilità dei diritti dell’Arciprete sia nel Coro, sia nelle processioni, sia in tutte le azioni liturgiche e di rappresentanza, sia ancora nelle sue facoltà giurisdizionali.

    Grosso imbroglio, dunque, questo, che condizionò e tormentò la vita del Plumari che potè avere un po’ di pace soltanto quando egli fu eletto, nel 1840, Decano della Collegiata e che fu risolto soltanto alla sua morte dai Tribunali ecclesiastici ad opera del suo successore, il battagliero ed energico Arciprete D. Vincenzo Cavallaro, proprio nel decennio degli anni cinquanta dell’Ottocento.

    Nonostante gli assilli derivategli da ciò, che fu il cruccio della sua vita, il problema economico, cioè, ed ancora dalla difesa strenua dei suoi diritti di Arciprete, egli continuò ad esercitare il suo ministero di buon sacerdote e zelante Arciprete; non solo, ma anche a coltivare la sua occupazione preferita di indefesso studioso e, perciò, è opera dell’ultimo decennio della sua vita, anzi addirittura degli ultimi anni, la definitiva stesura dell’Opera sulla storia di Randazzo, come ci rivela la data segnata nella copia ancora esistente (1849), tempo in cui erano già sedate tutte le diatribe e le opposizioni alla sua persona e alla sua giurisdizione, perché erano venuti meno i suoi più acerrimi oppositori e si erano assommate nell’unica sua persona le due dignità del Clero di Arciprete e di Decano della Collegiata (1840).

    Moriva nell’ottobre del 1851 e probabilmente fu seppellito nella Chiesa di S. Maria, ma della sua tomba si è perduto ogni ricordo.

    Commossi, pertanto, e riconoscenti, rendiamo omaggio a questo degno figlio della nostra città, il quale nella sua opera ci ha lasciato la testimonianza più viva e veritiera di ciò che significa amore della patria e della scienza congiunti in un unico nobile scopo.

    Quali ricordi di questo grande personaggio ci restano a Randazzo?

    In verità ben pochi: un vicolo – come abbiamo già detto – vicino alla sua casa di abitazione, nel quartiere di S. Martino, intitolato al suo nome; un libro che porta di suo pugno il nome; una qualche lettera nell’archivio della Chiesa, con intestazione a stampa dei suoi titoli e col bollo personale con il suo stemma; ed ancora, forse una statuetta della Madonna Addolorata, che apparteneva al clan. Caldiero, che l’avrà potuta ereditare da lui.

    Non un ritratto, non alcuna carta dei suoi numerosissimi appunti; non memorie dei contemporanei che ci facessero conoscere la personalità di quest’uomo tanto benemerito della sua patria.

    A lui, vada, pertanto, il nostro tardivo ricordo riconoscente; e questo profilo, da questa rivista, espressione divulgativa dei problemi e delle glorie della città, nel mio intento è l’omaggio di uno studioso che tanto gli deve ed una spinta a che i cittadini tutti, con a capo le autorità civili e religiose, rendano il dovuto tributo di riconoscenza con iniziative che possano far conoscere i grandi meriti di chi ha innalzato alla sua città con monumento “più duraturo del bronzo” (aere perennius).

Sac. Salvatore Calogero Virzì.  Articolo pubblicato su “Randazzo Notizie” n.9  maggio 1984 

    (Forse non è inutile ricordare che, ahimè, l’esortazione di Don Virzì a noi tutti, di rendergli i dovuti onori all’Arciprete Giuseppe Plumari, è rimasta fino ad ora totalmente inascoltata).  Francesco Rubbino

Qui di seguito riportiamo le copertine ed alcuni dipinti e disegni dei tre volumi della  “STORIA DI RANDAZZO ”  :

volume primo:

 

 

                                       

Giuseppe Plumari – Orazione Funebre per Ferdinando I Re del Regno delle Due Sicilie.


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                                     Giuseppe Plumari: ” LETTERE AUTOGRAFE – 1822 ”

Giuseppe Plumari – Lettere Autografe 1822

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                                         Giuseppe Plumari: ” LA FELICITA’ POLITICO-CRISTIANA “

http://www.randazzo.blog/2019/02/28/giuseppe-plumari-la-felicita-politico-cristiana/ 

NUNZIO TRAZZERA

Nunzio Trazzera,  pittore e scultore  nasce a Randazzo nel 1948.
E’ stato docente di educazione artistica a Corsico, Rozzano, Milano, Linguaglossa, Castiglione di Sicilia, Maletto e Randazzo.
Fin dal 1966 ha partecipato a varie manifestazioni artistiche con mostre personali, collettive, rassegne e fiere in varie città italiane ed estere.

Nunzio Trazzera

Sue sculture in bronzo, ceramica, legno e pittoriche sono presenti in varie collezioni e arredi pubblici e privati.

Insignito di vari premi e riconoscimenti, figura con biografia, opere e articoli in numerosi libri, riviste specializzate, giornali ecc.

Nunzio Trazzera si presenta

NunzioTrazzera

 Non è un’impresa agevole riannodare i fili di un cammino nell’arte figurativa, nato da una naturale inclinazione e vissuto in continua evoluzione. E forse è per questo che, anche oggi, nonostante le mete raggiunte, il mio animo non si sente appagato.

I miei sentimenti e affetti, la mia terra, la mia immaginazione creativa, i problemi dell’uomo, della società nel suo complesso e nel suo specifico, i contrasti etnici e religiosi, mi ispirano e mi sollecitano a nuovi impegni.

E’ un’agitazione interiore che mi punge e mi assilla e che non troverà quiete se non nel parto di nuovi lavori. Ma troverà mai quiete il mio animo?

Spero di no, perché quando un animo si sente appagato è orto, quando l’immaginazione e la fantasia si sono spente non si vive, quando l’ardore creativo si è esaurito la vita, intendo quella artistica (ma non solo) è finita.

Io non vorrei giungere a tale giorno, perché ciò vorrebbe dire che né la natura che ci circonda, né il calore degli affetti più belli parleranno più al mio cuore. Tutto questo ha animato e guidato, nel tempo, la mia attività e il mio impegno nel campo dell’arte.

Nunzio Trazzera

Nunzio Trazzera

La presente raccolta, pertanto, serve a documentare, da una parte, quanto fin qui realizzato: sogni vissuti e realizzati con le varie tecniche raffigurative; dall’altra vuole essere un omaggio ai miei familiari, agli amici ed estimatori, che, da sempre, con atti concreti e sinceri, mi sono stati e mi sono discreti sostenitori e pungolo per la mia attività.
Vuole infine essere l’occasione per ringraziare quanti – e sono veramente moltissimi – hanno onorato e reso possibile la collocazione e l’esposizione delle mie opere, sia in Italia che all’estero; quanti le hanno richieste per utilizzare nella pubblicazione di libri o in riviste a carattere artistico-culturale e in giornali.

Questo consenso, accompagnato sempre da continui riconoscimenti ed autorevoli attestati, ha favorito e favorisce la crescita, l’evoluzione, la maturazione, l’autonomia culturale e ispirativa per la realizzazione dei miei sogni.

Ed in questo stato fortunato perché nato, formato e vissuto in quella parte della Sicilia orientale che si specchia nell’azzurro del mare Ionio, ricco di storia e civiltà; in quella parte dove maestoso si erge il vulcano etna con la sua mole cangiante, con i suoi sussulti ora lievi ora minacciosi, con le sue strade incandescenti tra zone ora aride ora innevate, sempre presente e vivo; in quella parte resa famosa per la bellezza e varietà delle sue coste e insenature, per i suoi pendii fertili e variamente colorati e profumati da estesi agrumeti e frutteti, da una lussureggiante vegetazione di boschi e sottoboschi.

Qui, ai piedi dell’Etna, sono nato, qui la mia mente si è dischiusa alla conoscenza del vero e del bello, qui il mio cuore ha cominciato a palpitare e a commuoversi. Loro nutrimento sono stati la natura aspra ma avvolgente, i contrasti cromatici, la purezza e il profumo dell’aria, la varietà della fauna e della flora, l’operosità e la calda sensibilità della gente, gli usi, i costumi, le tradizioni, le lotte, le sconfitte e le vittorie.

Nunzio Trazzera – Randazzo

Qui, in questa zona della Sicilia Ionica, mi sono formato, qui dove fin dall’antichità si sono avvicendati popoli diversi, Greci, Latini, Arabi, Normanni ed altri, lasciando mirabilissime testimonianze architettoniche, scultoree  e pittoriche.

Qui in questa gemma dello Ionio, sono nati o vissuti artisti e pensatori la cui fama è universalmente nota ed onorata, quali Archimede, Pitagora , Antonello da Messina, Giovanni Verga, G. Sciuti, Domenico Tempio, Vincenzo Bellini, Santo Calì, Francesco Messina, S. Fiume.
In questo grandioso scenario culturale ed artistico, la natura ha giocato un ruolo di vera protagonista.
Essa infatti di continuo genera, ispira, stimola, apre la mente e il cuore di coloro che sono dotati da natura ed educazione a quella particolare sensibilità che abilita a creare o ricreare nuove espressioni d’arte in tutti i campi, sia poetiche che letterarie e artistiche , in particolare figurative.
Questa realtà, questo patrimonio naturale ed umano bastano da soli a mantenere viva e sempre attuale una tradizione di artisti e opere apprezzati presso tutti coloro cui stanno a cuore i più alti valori della cultura, del pensiero e del bello.

Nunzio Trazzera

Questa atmosfera, questa specificità della mia terra, ha forgiato la mia sensibilità, ha caratterizzato la mia arte nel suo divenire, ha generato le mie opere.
Ancora giovanetto ho sperimentato una forte quanto fantastica sensazione: nel silenzio vivo della natura, con lo sguardo fisso nella cangiante atmosfera, fui attratto da una nuvoletta che candida si stagliava nell’azzurro del cielo.

Quasi giocando, la nuvoletta lentamente si dissolveva e si ricomponeva stuzzicando dolcemente la mia immaginazione, si sfibrava e lacrimava sulla terra, sugli alberi, sulle cose.

Questa semplice e fortuita visione ha segnato l’inizio di una ininterrotta riflessione sul ciclo perenne della vita, sul motto di Eraclito, sull’arte corinzia, su Buonarroti, sul dinamismo barocco, sui macchiaioli, sui futuristi e le varie avanguardie.

Inizia così quell’avventura esistenziale e artistica che solo in parte trova posto in queste pagine. Nell’opuscolo, infatti, sono presenti solo alcuni dei momenti di impegno e di confronto sereno con la natura, e questi mai statici ma sempre e in continuo divenire, dove protagonista è l’uomo, col suo impasto di sentimenti, passioni, desideri, vizi, virtù: tutto l’uomo, capace di condizionare in positivo o in negativo la realtà in cui vive ed opera.

NUNZIO TRAZZERA

 

   

 Hanno scritto di Nunzio Trazzera                  

Artisti contemporanei alla ribalta di Salvatore Calogero Virzì  

Nunzio Trazzera  – E nato a Randazzo  (CT) dove vive e lavora in via Portali 31. Pittore – scrittore.

Opere di Pittura: Maternità cosmica. Sacro e Profano. Simbiosi. Mediterranietà di Nunzio Trazzera

Se l’arte è tale quale fu definita “passaporto di libertà”, dobbiamo dire che Trazzera è definitivamente avviato verso questa libertà che raggiunge l’estasi della contemplazione in tutti i campi della sua creatività d’artista.
Egli infatti si rivela vero artista sia come pittore, sia come scultore,  come ceramista e fonditore.Il suo innato talento creativo rivela un tocco di disegno incisivo, una tavolozza cromatica varia,  palesemente efficace che, vivificando il disegno e l’idea assoluta del soggetto, si innalza a dimensioni di vita che si avviano verso un cosmico dinamico.
Questo del dinamismo delle linee e della scelta del soggetto più opportuna e atta ad esprimerlo per me sono le caratteristiche  più immediate del Trazzera: movimento, ridda di colori sgrananti intramezzati da chiaroscuri evanescenti, movimento convulsivo che esprime un idea, una vita nuova che agita le sue rappresentazioni, di una efficacia talmente efficace che ci porta nel sogno e nello sbalordimento.
Opera vasta questa ed espressiva che trova la sua completa espressione in soggetti presi  dalla vita giornaliera visti con occhio d’artista cui si associa l’irreale e il cosmico pervaso tutto non da cerebralismo ma da un sentimento che parte dal cuore,  da una esperienza vissuta da una realtà che ci colpisce momento per momento , raggiungendo vette di dolcezza, di soddisfazione, di rimpianto del momento che fugge.Paternità dunque cosmica, pervasa da una esperienza che diventa conquista e messaggio di vita: disegno incisivo., il colore astratto o a chiazza dai contorni netti o sfumati, il movimento convulso ma sempre contenuto e sempre pervaso dall’idea che vuole esprimere, fanno del Trazzera uno degli artisti più rappresentativi tra i giovani siciliani che hanno già raggiunto la loro identità e la loro personalità artistica.

Salvatore Calogero Virzì 

 

Il dinamismo cosmico 

Le opere di Nunzio Trazzera di Giusy Paratore 

Novara – Che Novara amasse l’arte del dipingere era già noto; a far riscuotere numerosi consensi, però ha contribuito il numero impressionante di visitatori, che ha dedicato tante ore ad apprezzare le numerose mostre preparate con cura dall’Amministrazione Comunale Novarese.
    Le vie del centro storico, in questo caldo mese d’agosto, pullulano di artisti che, con l’esposizione dei quadri, stanno facendo rivivere le antiche tradizioni di Novara. Per rendere più surreale la mostra, oltre ad alcuni locali privati ed al palazzo <<Stancanelli>>, sono state messe a disposizione degli artisti alcune chiese.
Nel tempio di S. Francesco, fra luci soffuse, ha esposto dall’11 al 18 agosto le sue pregiate opere lo scultore e pittore di Randazzo, Nunzio Trazzera.
Il successo ottenuto dall’artista etneo con la mostra dal tema; <<il dinamismo cosmico>> le sue opere, infatti, sono state lungamente ammirate dagli amanti della pittura. Tutti sono rimasti colpiti e meravigliati dell’espressione artistica che Nunzio Trazzera riesce a trasmettere attraverso i suoi quadri.
<<La sua pittura brilla di una luce interiore che evidenzia la luminosità dei colori – afferma Rosalba Buemi – vivifica l’espressività dei personaggi, anima la natura e le cose, trasportandoci in una dimensione cosmica, in una vitalità piena in un trionfo di luce e colori che ci fanno volteggiare nell’infinito come solo i grandi sanno fare. Nelle sue tele – prosegue Rosalba Buemi – l’armonia dei colori da origine alla linearità ed all’essenzialità delle forme.
Il trionfo cromatico ci trascina nell’interiorità del sentimento: l’amore, la gioia di vivere, gli affetti familiari, i problemi sociali, il dinamismo delle sue opere in ceramica, l’esempio più alto è sicuramente  l’abside della chiesa di Montelaguardia di Randazzo, dove il Cristo muove le gambe e le braccia verso gli uomini per accoglierli nella sua infinitezza e le figure umane s’innalzano verso l’alto>>.
Nunzio Trazzera, nella storica chiesa di S. Francesco, ha esposto opere che riguardano i vari campi della figurazione.
Lo scultore, nelle sue creazioni vere o fantasiose, è riuscito ad imprimere una forte personalità, le sue opere sono in continua trasformazione nella cromia, nei volumi e nelle masse senza corposità e peso.

La Donazione – Bronzo a c.p. di Nunzio Trazzera

L’artista di Randazzo è riuscito a fare sprigionare dalle sue <<magiche>> mani soluzioni originali di un particolare equilibrio, che portano al sogno, alla riflessione ed alla contemplazione.
Le sue opere riescono, con naturalezza, a rendere partecipe il fruire degli eventi instabili con quali è destinato a convivere con altri eventi moderni.
L’arte di Trazzera, attraverso lo sfocare volontariamente le figure, assume una funzione ludica; il pittore <<gioca>> per raggiungere una profondità psicologica, che porta a soddisfare le sue esigenze emotive.
Questi <<ingredienti>> hanno fatto conoscere ed apprezzare Nunzio Trazzera ed i consensi ottenuti saranno da stimolo per realizzare altre opere poliedriche di pittura e di scultore in terracotta ed in bronzo.

Giusy Paratore 

                          

 

 

 

 

Angelo Manitta: libertà e sublimità nell’arte di Nunzio Trazzera. 

Bronzi 2012- Randazzo

L’uomo, con i suoi problemi, i suoi affetti e i suoi sentimenti di gioia, di coerenza, di amore e soprattutto di impegno sociale, sta al centro della composizione del Trazzera.
L’espressione “l’uomo misura di tutte le cose” in pochi pittori e scultori contemporanei è forse cosi vera come in lui, che parte dal passato, si forgia nel presente e approda nel futuro. In questa evoluzione l’emozione interiore si oggettiva e si solidifica in una visione unitaria e complessa che emerge da un sottofondo realistico e dinamico per giungere al “sublime”.
Il sublime è un’estasi laica, una contemplazione della vita nelle sue varie sfaccettature. Il sublime trascina il fruitore dell’opera d’arte “non alla persuasione – come afferma l’autore greco nel saggio “Il sublime”, ma all’estasi, perché ciò che è meraviglioso s’ac-compagna sempre ad un senso di smarrimento e prevale su ciò che è solo convincente e grazioso”.
La scultura “Danza” è espressione di questa sublimità e soprattutto di quella libertà interiore dell’uomo, espressa attraverso i movimenti agili e snelli delle due figure.
Nunzio Trazzera, nato a Randazzo (CT) nel 1948, insegna Educazione Artistica nelle scuole statali. Pittore e scultore, ha esposto i varie città italiane e all’estero con personali e collettive.
Molti critici si sono interessati alle sue opere, tra cui F. Sofia, S. Modica, S. Correnti, S. Mazza, O. Solipo, G. Gullo, G. Trabini, Insignito di vari riconoscimenti, le sue opere figurano in numerose collezioni pubbliche e private. Il suo percorso artistico, collocato nell’ambito del post-modernismo, ma volto verso il futuro, giunge ad una soluzione originale dell’arte, che affascina il lettore sia per il contenuto che per la forma.
La sua arte comunque ha sapore di classico e universale, ed è punto d’incontro tra l’interiorità che scorre ed opera nell’uomo (funzione soggettiva) e l’esteriorità che scorre ed opera nella vita quotidiana (funzione oggettiva).

ANGELO MANITTA 

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  Nunzio Trazzera artista polivalente di Santi Correnti.       

Porta San Martino – Randazzo . San Cristoforo di Nunzio Trazzera

Il Faust goethiano diceva che nel suo petto abitavano due anime (“Zwei Seelen wohnen in meiner Brust”): ma bisogna riconoscere che nel petto dell’artista siciliano Nunzio Trazzera, che è nato a Randazzo nel 1948, di anime ne abitano parecchie, perché, nella sua multiforme attività creatrice, si è cimentato con uguale successo non solo nella pittura, ma anche nella scultura in bronzo, nella ceramica policroma e nella terracotta.
Del resto, se chiedete a lui stesso una classificazione della sua arte, Nunzio Trazzera vi risponderà che egli non è un pittore o uno scultore, bensì un “pittoscultore”: cioè egli riconosce – e le sue numerose opere lo dimostrano – che nella sua vitalità artistica “pòntano ugualmente” (come direbbe Dante) sia la espressione pittorica che quella scultorea; e che queste due arti vanno intese nella più ampia gamma possibile di espressione, per cui, accanto alle tele e alle opere pittoriche, troviamo le statue e i busti e i bassorilievi in bronzo: ed accanto alle ceramiche policrome di notevoli proporzioni (come il “Cristo Re” di Montelaguardia, ed il “San Cristoforo” di Porta San Martino a Randazzo), troviamo pregevoli opere di terracotta, quali le formelle del “Trofeo S. Ignazio”, e gli artistici vasi che adornano le Piazze di Piedimonte Etneo, nonché gli smalti.
La vigorosa poliedricità di Nunzio Trazzera – che storicamente si riallaccia ad una nobilissima tradizione siciliana, che partendo dal messinese Francesco Maurolico del Cinquecento (che fu al tempo stesso astronomo, matematico, storico e grammatico di vaglia), arriva al belpassese Nino Martoglio (che nel primo Novecento è stato giornalista, commediografo, poeta bravo tanto in siciliano quanto in italiano, nonché organizzatore teatrale e critico letterario non comune) – è stata messa in rilievo dal corale apprezzamento di illustri critici a livello nazionale, quali Senzio Mazza ed Orietta Giardi, che già nel 1979 fecero notare la dimensione cosmica e l’impatto cromatico della pittura di Nunzio Trazzera; ed è stata confermata dalle lodi unanimi che gli sono state rivolte da noti critici siciliani, quali l’indimenticabile don Salvatore Calogero Virzì, e i viventi Salvatore Agati ed Alfio Ragaglia da Randazzo, che hanno rispettivamente fatto notare l’innato talento creativo, la genuina interpretazione del messaggio umano, ed il reale contributo culturale che le opere di Nunzio Trazzera arrecano allo sviluppo spirituale del popolo siciliano in genere, e della comunità randazzese in particolare.
Questa grande carica umana deriva a Nunzio Trazzera non solo dalla sua vocazione artistica, e del quotidiano contatto con i giovani suoi allievi, che riconoscono in lui non un docente, ma un Maestro: ma deriva soprattutto anche dalle sue vaste esperienze umane, dovuti ai suoi lunghi soggiorni fuori dalla Sicilia, e segnatamente in Lombardia: onde la sua arte risulta arricchita da questi corroboranti apporti extra-insulari. Io stesso ho avuto il piacere di conoscere Nunzio Trazzera non in Sicilia, ma a Milano, in una delle trasmissioni che negli anni Ottanta si tenevano a Radio Montestella per i Siciliani residenti al Nord, e che erano condotte da mio fratello comm. Pino Correnti, allora direttore del prestigioso Teatro Manzoni di Milano.
Questo infaticabile artista, così ricco di creatività nei vari campi dell’arte figurativa, e che nelle sue opere vuole e sa esprimere il desiderio di pace, di lavoro, di libertà e di amore, che sono sentimenti profondamente radicati nel cuore dei veri siciliani, merita quindi l’apprezzamento e il plauso di quanti, come l’autore di queste righe, credono fermamente, e fermamente sostengono, che la Sicilia non è soltanto mafia, come mostrano di credere scrittori e giornalisti di grande nome come Sciascia o Bocca, perché invece la Sicilia è la inesausta generatrice di santi, di scienziati, di scrittori e di artisti, come Archimede, come Antonello, come Bellini, come Quasimodo, come Pirandello e come Verga.

SANTI CORRENTI
dell’Università di Catania

Torre Archirafi (Catania), 4 Agosto 1993

 

              

   

 

 

 

MAURIZIO DAMIANO

Dall’Etna alle piramidi

Nostra intervista esclusiva con l’egittologo Maurizio Damiano, randazzese.

 

Maurizio Damiano

Egittologo, archeologo, Maurizio Damiano è oggi in Italia e all’estero un’autorità in materia, un nome associato a numerosi scritti, a tante spe­dizioni, organizzate e dirette in prima persona, un’attività scientifica ad alto livello intrapresa con la caparbietà e la passione che soltanto i sici­liani possiedono, quelli che sentono scorrere nel­le vene il fuoco dell’Etna, e fin da piccoli sono av­vezzi ad inerpicarsi per i suoi impervi sentieri.
Nasce a Randazzo nel 1957, i genitori sono due medici, l’ambiente familiare piuttosto aperto e stimolante, non mancano i viaggi ed i riferi­menti culturali, e poi c’è il nonno, Antonio Petrullo, con i suoi ri­cordi dell’Africa, a gettare inconsapevolmente un seme destinato a germogliare con gli anni.
Né va dimenticato lo zio materno, Alfio Petrullo, geniale scrittore, poeta e ricercatore del Tutto che pone i semi di un’apertura mentale, all’epoca di certo inusuale, nella mente del giovanissimo Maurizio.

Quest’ultimo fre­quenta la scuola statale, le medie al San Basilio, ed il Liceo, dove incontra, come professore di Storia dell’Arte, don Virzì, ed ha modo di affinare, nei lunghi colloqui con lui, la già grande passione per l’archeologia, nata probabilmente dalla fascinatio esercitata su di lui da bambino dagli spettacoli al Teatro Greco di Siracusa che vedeva assieme ai genitori; una passione per l’archeologia indirizzata e resa più solida dalla preparazione con don Virzì, e che Maurizio esterna esplorando con gli amici il territorio circostante.
A quel tempo colti­va anche l’hobby della pittura.
Poi la svolta: a 17 anni, assieme alla famiglia, lascia Randazzo, si iscrive a Medicina sotto la pressione dei genitori, ma poi la lascerà per Scienze naturali all’Università di Pavia, ma si laurea nell’88, perché nel frattempo premo­no altri interessi: la scintilla scocca quando visita il Museo Egizio di Torino, e ne incontra il diretto­re, Silvio Curto, poi sovrintendente per le Anti­chità Egizie in Italia, sotto la cui guida inizia gli studi di Egittologia.
Da quel momento ha incon­trato la sua vocazione e la sua strada.
Si specializ­za in Archeologia Egizia; poi in Storia ed Archeo­logia Nubiana, tiene corsi e seminari, diventa col­laboratore del Museo Egizio di Torino, e dal 1998 inizia l’attività di docente all’Università Aperta di Imola.
A quella teorico scientifica si affianca un’attività pratica frenetica ed incessante: fonda e coordina il Progetto Nubia (1979-1988), finanziato negli anni da vari sponsor, tra cui il ministero per gli Affari Esteri e l’istituto Italo-Africano, lavora in Sudan con varie agenzie dell’ONU; dal 1979 effettua ri­cerche nei deserti d’Egitto e Nubia.
La Nubiologia diviene la sua prima specializzazione, il «Progetto Nubia», infatti, è un progetto esplorativo e di ca­talogazione delle antichità della Nubia sudanese, grazie al quale si è resa possibile la creazione del primo archivio fotografico delle antichità nubia­ne e delle civiltà limitrofe (ad oggi uno dei più grandi archivi al mondo: oltre 1.000.000 di immagini dell’Egitto, Libia, Giordania, Israele, Libano, Siria, ecc., e una vastissima cartografia archeologica computerizzata).

Al nome di Maurizio Damiano sono lega­te scoperte e rinvenimenti di interesse storico: numerose necropoli meroitiche, un tempio dello stesso periodo, necropoli dell’epoca di Kerma e centinaia di siti preistorici.
Tra l’altro è ideatore e coordinatore generale del «Progetto Prometeo», di ricerca nei deserti d’Egitto e Sudan, in seno al quale ha esplorato per primo le aree più lontane del Deserto Occidentale egiziano, realizzandone la cartografia; ha scoperto l’oasi di Zerzura (quel­la cercata invano dal protagonista del film II pa­ziente inglese), la «pista di Alessandro Magno», un villaggio minerario egizio, cave, miniere, for­tezze romane… colmando inoltre varie lacune storiche.

Maurizio Damiano


Ha contribuito a fondare il CISE (Centro Italiano Stu­di Egittologici) di Imola e fondato il CRE (Centro Ricer­che Egittologiche) di Verona, organismo tutt’oggi da lui diretto che, fra l’altro, si occupa di realizzare la ricostruzione in realtà virtuale di intere aree archeologiche, e che ha ricevuto la concessione per la missione permanente di ricerca e scavo nel deserto presso la Valle dei Re e la costruzione di una sede a Tebe, poi mutata nell’ampia concessione per l’intero Deserto Occidentale egiziano, in cui le ricerche sono state portate avanti sino al 2011 e poi interrotte per le vicende politiche e la proibizione da parte dei militari a qualsiasi accesso nell’area, ritenuta pericolosa per la situazione libica.
Nel frattempo Maurizio Damiano, che è membro di varie associazioni cul­turali internazionali, organizza mostre, come quella del 1984-85 nella Galleria del Sagrato a Milano, tiene cicli di conferenze, partecipa a con­vegni, prende parte a servizi radiofonici e televisi­vi per la Rai e le Tv private, scrive libri, relazioni ed articoli.
Ne ha pubblicato circa un centinaio, per riviste italiane ed estere, quali Archeologia Viva, Historia, Farmacia Naturale, Nigrizia.
Fra le pubblicazioni, che ad oggi contano 21 volumi in Italia e all’estero, ricordiamo:
Oltre l’Egitto: Nubia (Electa, 1985), Il sogno dei faraoni neri (Giunti, 1994), Egitto e Nubia (Mondadori, 1995), Dizionario en­ciclopedico dell’antico Egitto e delle civiltà nu­biane (Mondadori, 1996), la grande opera divul­gativa Egitto.
L’avventura dei faraoni fra storia e archeologia, in quattro volumi, edita anche a fa­scicoli per la Fabbri, la realizzazione di due Cd­rom: I tesori del Nilo (1998) e La Valle ‘dei Re (1999), e i due DVD di 150 minuti: Le meraviglie d’Egitto. (2004). 

Nell’immaginario collettivo l’archeologo è sempre stato una figura affascinante, che vive esperienze ed avventure misteriose.
Ma oggi il nostro personaggio, oltre alla vanga, usa anche il computer, e per condurre le sue ricerche e realiz­zare le sue opere si avvale di tecnologie moderne e sofisticate.
A dispetto di quanti, nell’era di In­ternet, vorrebbero mandare in soffitta tutte le di­scipline «antiche», l’archeologia oggi ha avuto un nuovo impulso, e sembra po­tere registrare ancora notevoli progressi proprio grazie al sussi­dio delle scienze informatiche e multimediali. Sposa­to dal 1987 e separatosi nel 2014 per il ritorno della ex moglie nella città natale (Parigi; e come non comprendere la nostalgia del paese natìo?), è padre di Louise e Colette. Abbiamo sentito di recente Mau­rizio Damiano, che oggi vive a Ve­rona, abbiamo avuto modo di chiedergli della «sua» Africa, del­le sue scoperte, dei suoi progetti, ma anche delle sue radici, di ascoltarlo raccontare e raccontar­si con quella colloquialità, sciol­tezza e disponibilità che contrad­distingue le persone di una certa levatura.

–     Com’è nato l’interesse per l’archeologia e per l’Egitto? Ci sono state figure determinanti per le sue scelte, o che abbiano contato in maniera speciale nella sua vita e nella sua formazione?

Per l’archeologia mi sembra di averlo sempre avuto dentro. Mio padre aveva nella sua bibliote­ca molti libri di archeologia, che io sfogliavo. A 6 anni chiedevo di portarmi qua e là, al teatro gre­co di Siracusa, di Taormina, a Paestum…. Sono stati determinanti i miei senza volerlo, poi don Virzì.
Conoscere don Virzì è stato fondamentale: questa passione “selvaggia” lui ha saputo inca­nalarla, andavamo in giro insieme a fare foto­grafie per Randazzo e come mi diceva sempre avrebbe voluto che io continuassi la sua opera; ma la vita ha deciso diversamente. Poi, quando sono andato al Nord, il prof. Curto è stato un Maestro e un padre spirituale per me.

–   Negli ultimi anni si è assistito ad una sorta di revival, di riscoperta di massa dell’Egitto, at­traverso viaggi organizzati, servizi televisivi, pubblicazioni a carattere scientifico e divulgati­vo, o best-seller come quelli di Wilbur Smith e Christian Jacq. Cosa ne pensa e che valore dà a questo fenomeno?

Maurizio Damiano

Questo fenomeno, in realtà, a livello interna­zionale è sempre esistito, in Francia ed in Inghil­terra, fin dai tempi della Rivoluzione francese, e in Francia non è mai smesso.
Napoleone teneva dei racconti di viaggi sul comodino, e portò in Egitto i soldati ma anche i “savants”: studiosi, cartografi, archeologi. Anche se militarmente la spedizione è stata un fallimento, dal punto di vi­sta scientifico non lo è stata. Quanto a Jacq, ha smesso di fare l’egittologo per scrivere romanzi.
Non è un grande romanziere, ma i suoi libri han­no due meriti: poiché è un egittologo, il 60% del­le cose che dice, l’ambiente che ricostruisce, sono abbastanza corretti, e ha il merito poi di aver fatto conoscere l’Egitto, mentre prima se ne occupa­vano solo le fasce medio-alte. Dopo Jacq c’è stata un ’impennata delle vendite dei libri più scientifi­ci. Smith è un grande romanziere, un ottimo professionista, ma ciò che scrive non ha alcun valore egittologico. Purtroppo non sono corrette neppure le cose più elementari, ma la gente pensa di imparare leggendo i romanzi, falsando tutto.

–   Indubbiamente quello degli antichi Egizi è un mondo affascinante, anche per i profani. Lei che, essendo un esperto in materia, ha potuto conoscere da vicino e a fondo questa civiltà, che lezione ne ha ricavato?

Tante. Gli Egizi erano più avanti di noi in mol­ti campi: nel rapporto uomo-donna erano più avanti, non solo rispetto agli arabi, ma anche ri­spetto a noi. A certe conquiste noi ci siamo arri­vati oggi, loro ci erano arrivati già. La donna era l’altra metà del cielo, c’era un rapporto paritario.
Dall’operaio al faraone, la donna era sullo stesso piano dell’uomo, sempre. Il dio creatore ha una parte femminile in sé, il Faraone non è completo se accanto non ha la regina. La dualità per noi è contrapposizione, per loro completamento e ar­monia. Un’altra grande lezione in campo sociale (che non poteva essere separato da quello religioso): l’umanità era il “gregge di Dio”, quindi andava rispettato. Gli Egizi avevano per tutti molta con­siderazione, anche per chi era in fondo nella sca­la sociale. Non c’erano gli schiavi. Questa con­vinzione è derivata da due fonti: la Bibbia, e la cultura greca, che sono le nostre basi.
La Bibbia doveva dare identità al popolo ebraico, e gli Ebrei sentivano come una cosa forzata le corvée obbli­gatorie che effettuavano gli egizi durante le pie­ne del Nilo, quando non si lavoravano i campi, facendo tutti i lavori pubblici, ingaggiati dal Fa­raone.
L’altra fonte furono i Greci, in particolare Erodoto, che scrisse dopo 2000 anni circa, nel V sec. a.C.: poiché in Grecia, anche nell’Atene di Pe­ricle, c’erano gli schiavi, per lui era ovvio che i templi e le pirami­di li avessero costruiti loro.

–   Oltre che come studioso, co­sa le ha insegnato l’Egittologia come uomo? Pensa che dopo millenni i Faraoni abbiano ancora qualcosa da dire e da dare all’uomo del 2000?

Maurizio Damiano-Appia

Rispetto per l’essere umano, di qualsiasi categoria, sesso, razza. Era una società multirazzia­le, ma contavano quelli che si erano inseriti nella società, i prigionieri di guerra potevano anche far carriera. Quando disprezzavano il nemico, era per ragioni di guerra, non razziali. Il nubia­no lo disprezzavano perché non egiziano, non integrato, mai perché nero. Il nubiano che, trasferitosi in Egitto si integrava, era un egiziano che poteva divenire poliziotto, ufficiale, generale. Per me il fatto di vivere lì con quella gente, parlando la loro lingua, mangiando assieme, mi ha formato, è stato parte integrante della mia vi­ta.

–   Quali lingue conosce?

L’italiano – posso dire anche il siciliano? -, il francese, l’inglese, l’arabo, lo spagnolo, naturalmente l’egizio antico, poi ho conoscenze di ebraico, gre­co antico e moderno, latino.

–   Parliamo delle sue esperienze: che emozione si prova a penetrare in luoghi inaccessibili da se­coli, da millenni, a scoprire una tomba, antiche tracce di esistenza? Può descrivercelo?

Continuo a rimanere un adolescente entusia­sta, penetrare in una tomba, vedere che non è vuota, che ci sono ancora delle mummie, mi dà quell’emozione, quel batticuore, tutte le cose che potrebbe provare un profano. Magari il profano vuole toccare, mentre lo scienziato non tocca niente, fotografa, disegna, rileva, documenta tutto. Ma questa attesa, questa necessità di distacco aumenta la gioia della scoperta. Ma questo è vero anche per la scoperta di un sito preistorico nel deserto, o per l’emozione di scoprire una pittura rupestre o un graffito preistorico di 10.000 anni fa.

–    Qual è la scoperta che le ha dato più soddi­sfazione? E quale ritiene la più importante?

La più importante forse è l’oasi di Zerzura, nel ‘92 – Rai 3 allora ha fatto un bel servizio – e poi la pista di Alessandro. È stato bello perché sono state scoperte ragionandoci a casa, studiando le cartine, mettendo assieme gli elementi del puzz­le. Ho teorizzato, sono andato a vedere, ed è sta­ta una soddisfazione, mentre altre cose sono sta­te più “casuali”, benché l’esplorazione programmata a tappeto di aree vastissime non abbia nulla di casuale. Venendo ai nostri giorni, la “scoperta” è nella mente e nel lavoro di 37 anni che dà i suoi frutti: la creazione del “Velo di Iside”, la prima grande enciclopedia sull’Egitto, in 30 volumi. L’emozio­ne non muore mai.

–    Oggi che è un nome nel campo dell’archeologia, è soddisfatto? Si sente «arrivato»?

Non si è mai soddisfatti. Essere soddisfatti vuol dire fermarsi, stagnare. Non è solo per la fama: ho rifiutato degli inviti in TV quando mi accorgevo che non erano cose serie.
Non mi sento arrivato, spe­ro di non sentirmici neanche a 90 anni. E in ogni caso,molti colleghi accademici (ovviamente italiani) mi guardano come qualcuno che non è affatto “arrivato” poiché ho dedicato una parte della mia vita alle pubblicazioni divulgative; la divulgazione è più difficile della specializzazione; Einstein diceva che per comprendere se sappiamo davvero qualcosa dobbiamo saperla spiegare anche a un bambino. Uno di questi colleghi mi ha detto che lui “non scrive per la piazza”; io si: ne sono fiero ed io stesso sono “la piazza”.

–   Programmi per il futuro, progetti in cantiere da realizzare? A cosa sta lavorando?

Dopo la missione tebana, conclusa dopo pochi anni per la riapertura del Deserto Occidentale alle nostre ricerche sino al 2011, dopo il Cd-rom “I tesori del Nilo” e i DVD, dopo i 21 volumi, ho pensato che fosse tempo di pubblicare il frutto di una vita di lavoro e di scoperte, il mio archivio; ciò si concretizza nel “Velo di Iside”, l’Enciclopedia in 30 volumi cui ho accennato; ho interrotto tutte le mie attività, salvo l’insegnamento, per dedicarmi a quest’opera, la prima al mondo di questo tipo, che spero di finire entro un paio d’anni, anche perché usufruisco del valido aiuto nella grafica di mia figlia Colette che, nonostante i suoi 17 anni, è una “figlia dei computer” ed è bravissima nell’allegerirmi da questa parte di lavoro.

–    Se permette una domanda più personale, ad un certo punto ha aggiunto al suo il nome di sua moglie, «incontrata nella libertà dei deserti di Nubia». Potrebbe spiegarcelo meglio?

Maurizio Damiano – Egittologo

L’ho preso “per amore”, altro insegnamento degli Egizi.
Lei aveva piacere che prendessi il suo cognome, Appia è un nome molto antico, roma­no, con delle tradizioni.
Per un periodo ho firmato come Damiano-Appia; poi, dopo 27 anni felici, ha vinto la nostalgia della patria natia e la nostra storia si è chiusa, lasciando due figlie meravigliose, un ricordo splendido e un immenso affetto.
D’altronde, come dicevo prima, io, siciliano lontano dalla mia terra, come potrei mai non comprendere quello struggente canto di sirena, quel desiderio immenso di tornare “a casa?”.
La sua casa è lì, ma la mia è qui, in un’Italia piena di difetti ma pur sempre meravigliosa.
E la mia opera deve essere italiana, deve vedere la luce qui; dovranno essere gli altri paesi, una volta tanto, a prendere qualcosa di italiano.
Da qui la separazione, ma nella serenità e nella luce di nuove vite.
Anche questo insegnavano gli Egizi: la vita è cambiamento, e i piani degli Dèi sono misteriosi.

–    Quasi tutti i suoi scritti sono dedicati ai familiari. Che ruolo ha la famiglia nei suoi studi? E come riesce ad organizzare la vita privata con tutti gli impegni scientifici ed accademici?

La mia fortuna è di lavorare in casa, ho il mio studio a casa, e benché lavori anche dalle 8 alle 3 di notte, ho avuto sempre il tempo di stare con la mia famiglia; oggi la mia ex moglie non c’è più e altri amori occupano il mio cuore; la figlia maggiore vive e lavora a Parigi, con successo, e la minore vive con me. Abbiamo la nostra libertà, ma sappiamo dedicarci il tempo del calore umano, che non dimentichiamo mai. Nelle spedizioni, cercavo di non stare via più di 20 giorni, poi ho sempre rielaborato a casa il materiale.

–     I Latini dicevano «nemo propheta in pa­tria», e un proverbio randazzese dice: «cu’ ne­sci, rinniesci». È il suo caso?

Non lo so, non posso dirlo io. Una cosa posso dire di sicuro: le possibilità culturali che ho tro­vato al Nord sono diverse, l’Egittologia un tempo non avrei potuto svilupparla, non fino a Napoli almeno. Comunque, devo dire che Randazzo per quanto mi riguarda smentisce il proverbio, perché ha sempre riconosciuto il mio operato.

Maurizio Damiano

–   Qual è oggi il suo rapporto con la Sicilia, col suo paese d’origine, con le sue radici?

Non manco di venire ogni anno, gli amici che avevo a 4-5 anni li ho tuttora.
La Sicilia è sempre viva in me, l’amicizia è un sentimento cui do molto valore, qui al Nord c’è ovviamente il concetto dell’amicizia, ma non proprio come sentimento prossimo, o piuttosto come sfumatura, dell’amore, come io lo considero.
L’amicizia è la co­sa più bella che mi abbia dato la Sicilia, oltre all’amore per la natura.
Allora uscivo sull’Etna a camminare, a correre fra i boschi; oggi ogni domenica vado con gli amici sulle splendide montagne del veronese, dal Baldo, che domina il Lago di Garda, alla Lessinia; sono fra i 16 e i 25 km in giornata (fra i 600 e i 1200 m di dislivello) e se faccio questo a 60 anni saltando (come dicono gli amici) come “uno stambecco dell’Etna” beh… lo devo alla mia Sicilia.

  Conta di stabilire ancora qualche legame con suoi luoghi d’origine?

Dipende da voi. Io il legame ce l’ho sempre. Sa­rebbe bello creare un bel museo didattico, questa è una cosa che mi piacerebbe fare per i giovani di Randazzo. Se vi sarà la volontà politica, le sale, i mezzi, io posso dare la disponibilità ed il mate­riale, queste cose posso farle per il mio paese.
Pensavo ad un museo dove si alternino testi, fo­tografie, modellini, reperti; vede molti anni fa organizzai a Milano una grande mostra; ebbi la gioia di vedere prendere appunti dai bambini, e dal mio professore, Silvio Curto:  questo è il tipo di museo che io vorrei, un museo didattico che sapesse raccontare la storia della nostra cittadina parlando a tutti, dai bambini ai più colti.
Su un libro di Maurizio Damiano c’è una bellissima dedica (che qui l’autore aggiorna con l’aggiunta del nome della seconda figlia), che credo possa riassumere la sua vi­ta, i suoi percorsi, le sue emozioni, i suoi affetti:
«A Noelle, Louise, Colette, cui devo la gioia profonda che illumina la mia vita. Ai viaggiatori dell’infinito, ai cercatori del passato, ai compagni di strada. A chi crede nei sogni e a chi sa renderli realtà, per avermi accompagnato, per avermi reso ciò che sono. Al vento e alla sabbia, per avermi mostrato un riflesso di Dio».

Maristella Dilettoso
Gazzettino n.23 del 17 giugno 2000, aggiornata con l’autore nel 2017


                                                                          —————

 

Maurizio Damiano – “IL VELO DI ISIDE” – Enciclopedia d’Egitto e Nubia (30 volumi)

L’Autore ci ha fornito un estratto da poter visionare
 

segue

Incontri,  Manifestazioni,  Dibattiti Formativi.

 

 

       
       
       
   
       
       
       
       
       
       
       
       

 
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Avv.Gualtiero Fisauli

 

Avv. GUALTIERO FISAULI

Da tempo desideravo scrivere dell’Avv. Gualtiero Fisauli, personaggio singolare e complesso: forte la sua personalità ed i suoi sentimenti, lucida la sua intelligenza, profonda la sua cultura e sofferta la sua vita.

Gualtiero Fisauli nacque in Randazzo il 7 dicembre 1870, ultimo di dieci figli del Barone Giuseppe e di Antonina Vagliasindi del Castello.
Molto c’è da dire su quest’uomo, sulla sua vita pubblica e, perché no?, privata, caratterizzata da un forte impegno civile e morale. Pertanto, egli va collocato senz’altro fra i personaggi maggiori della nostra città. 
Amante dell’arte, della storia, aperto alle prime curiosità tecnologiche, la sua vita si è mossa attraverso fasi che lo hanno visto ora protagonista sicuro, tenace e dinamico, ora uomo solitario, chiuso nelle sue riflessioni, nei suoi ripensamenti , in una sorta di distacco illuminato di una fede sopravvenuta. 
Nell’affermare ciò tengo anche in mente la sua villa-rifugio, in campagna, “Villa Queta” squisita creatura del suo amore per il bello, muta spettatrice dei suoi trionfi, delle scelte osate e di amarezze vissute con grande dignità. 
La sua formazione giovanile fu liberal-anticlericale, malgrado gli studi fatti in Torino presso il nostro Istituto di Valsalice che gli permisero di conoscere personalmente il nostro Santo Fondatore, Don Giovanni Bosco.
Mi preme ricordare qui la tenerezza di questo incontro giovanile e la commozione sempre uguale nel ricordarlo. 
Siffatta mentalità tardo-ottocentesca improntò la sua esperienza civile e di pubblico amministratore. Ciò è emerso nella reggenza degli affari comunali e in quell’annosa questione dell’Opera de Quatris, che lo vide artefice principale degli interessi civici. 
Bisogna anche però onorare l’onestà e l’oculatezza nel maneggio della cosa pubblica e la sottile delusione dell’uomo impegnato che vede, sente e subisce gli ostacoli.
Sono sue queste parole, tratte da una memoria-diario:
            “La mia psicosi sviluppata, nei primi anni della vera giovinezza, in mezzo ad idee di grandiosità auto suggestiva, di odii e di rancori personali, di gravi sacrifici pecuniari, di rammarico continuo … conseguenza principale la delusione”.
Ritornerà alla vita pubblica solamente in un momento di emergenza quale fu quello del vettovagliamento del periodo bellico (2° guerra mondiale) allorchè le Autorità Provinciali si valsero di Gualtiero Fisauli quale Commissario Prefettizio del Comune.

Ma se la sua partecipazione civile non fu costante, non fu tale la sua passione per gli studi che coltivò fino alla fine della sua vita. Egli fu veramente un uomo di cultura, come io personalmente, a principio del mio interesse per le cose di Randazzo, avevo potuto constatare. Sapevo infatti che l’unico che nella città aveva affrontato con criteri scientifici tali studi era l’avv. Fisauli.
Mi avvicinai a lui e rimasi veramente impressionato della vastità della sua preparazione: aveva letto e sunteggiato un numero di documenti enorme: manoscritti del Plumari, atti delle famiglie, delle Confraternite delle Chiese ecc. ecc. per cui aveva felicemente affrontato il problema della paleografia.

 

Gualtiero Fisauli – foto 1920

Gualtiero Fisauli

Gualtiero Fisauli con la moglie Angela

Gualtiero Fisauli con il figlio Francesco

Le foto sono state gentilmente prestate dalla nipote Angela Fisauli.

Egli fu quindi un appassionato ricercatore delle radici sue e della sua terra, felice di scoprire dati e scritti che potessero far luce sul passato di Randazzo che amò con autentico sentimento. 
Mi è doveroso affermare a questo punto per una più limpida comprensione di fatti sopra cennati che anche nella citata vertenza De Quatris, la molla del suo agire fu, più che un superficiale atteggiamento anticlericale, un profondo attaccamento per la sua città e per un problema vivo e persistentemente attuale della stessa: dare ossigeno all’economia del paese.

Amore per Randazzo che egli espresse anche con generosità discreta.
Infatti pochi sanno che se la Chiesa di Cristo Re in Montelaguardia esiste lo si deve a lui. Al fine di permetterne la costruzione, donò il terreno e le suppellettili senza mai farsi vanto di ciò, senza alcuna pubblicità.

Uomo di cultura, abbiamo detto. Esistono nell’archivio di famiglia due preziosi archivi da me ultimamente consultati: le Confraternite in Randazzo e le notizie storiche sulle Chiese parrocchiali di Randazzo. Validissimo è stato anche il lavoro certosino di sunteggiare i “Libri Rossi” delle Chiese e del perduto “Libro dei Privilegi” di Randazzo.

Il ritiro volontario dalla vita pubblica lo vide più impegnato in seno alla famiglia che gli affidò l’amministrazione familiare(1906), dopo la morte del fratello primogenito Benedetto.

E qui si innesta l’altra fase della sua vita piena di fascino e di sorprese: la sua storia privata, le scelte osate e le conseguenze gravi; ineluttabili o volute? Forse entrambi le soluzioni.

L’Avv. Fisauli era nato e cresciuto in una famiglia in cui erano radicate, assieme al raggiungimento di avanzati traguardi economici o al fine degli stessi, dure regole interne, alle quali difficilmente si poteva sfuggire.
Era una mentalità persistentemente feudale sino a tempo recente, che – per altro – aveva improntato l’ascesa economico . sociale della Famiglia Fisauli, comparsa in Randazzo nel sec. XVI allorchè due fratelli (originari di Gangi) Gioan Vincenzo ed Antonino si trasferirono nella nostra Città a seguito del loro matrimonio con due sorelle Romeo, Eleonora e Jacopella.

L’idea del patrimonio presso la famiglia era da generazioni qualcosa che trascendeva la stessa. Ogni evento della famiglia guardava al patrimonio, all’unicità e all’integrità dello stesso. Pertanto, solo il primogenito poteva contrarre matrimonio.
Era la dura e retriva “Legge del Maggiorasco”
Anche l’Avv. Fisauli era stato cresciuto e nutrito da queste idee, ovvie ed indiscutibili. D’altra parte il rispetto per la famiglia, l’orgoglio del nome erano stati fino allora quasi la sua forza interiore, la sua ragione di esprimersi. 
Non a caso ho parlato agli inzi di “Villa Queta”. Infatti, la ratio espressiva di questa poderosa e bella costruzione, immersa in uno stupendo parco di verde, di alberi secolari, di viali incrociantisi, era si rifugio suo personale, ma anche un “inno alla Famiglia Fisauli”.

Dall’iscrizione in lettere gotiche sul frontespizio della Casa: “Quietem ex incunabulorum loco vocaverunt me Didacus et Gualterius Fisauli, quorum memoriam nominis maiorum, gloria et armis aucti, pulchritudine et arte sacro. Opus Vincenti Fisauli 1900”; al famoso salone dove – assieme al “Mito di Amore e Psiche” – sono dipinti (tutta la villa è stata dipinta dal famoso Ciulla) i volti di tutti i familiari che troneggiano li, tristemente complici di una mentalità che di li a poco avrebbe schiacciato il nostro Gualtiero.
Preferisco, a questo punto, riportare un brano della citata memoria: “Io mi ero creato una famiglia, senza vincolo matrimoniale, ed avevo in fatto l’idea, derivata da tutte le precedenti ragioni di tradizione familiare che i miei figli non potessero partecipare alle ricchezze della Famiglia Fisauli come allora non partecipavano al nome nostro”. 
Risale a quest’epoca all’incirca il ritorno alla fede, le riflessioni su quali fossero le priorità nella sua vita. La risposta non tardò: Dio e la Famiglia. Scelte osate, abbiamo detto agli inizi! 
Ed infatti, essendo l’idea del patrimonio tale anche in lui, pensò di rinunziare ai legittimi diritti sullo stesso. 
Ma leggiamo ancora le sue parole: “Accettai quest’ordine di idee, in quanto mi sembrava che non avendo più la mia famiglia di origine a temere per una possibile diminuzione di patrimonio mi sarebbe stato più facile legittimare finalmente i miei figli e sposare la mia compagna”.  
Così la scelta della libertà morale ebbe il suo duro prezzo. 
Sono pagine tanto belle! Sono lontani i tempi della “vera giovinezza”: la baldanza ha ceduto il passo alla compostezza, l’orgoglio alla dignità, l’agnosticismo alla Fede. 
Gualtiero ed Angela Fisauli, dopo aver contratto regolare matrimonio, vissero una lunga vita serena, circondati dall’affetto dei loro figli. “Villa Queta” è ancora oggi piena di nipoti e pronipoti: le vetuste stanze sono gioiosamente popolate di bambini, di vita e di amore. 
Prima di chiudere desidero ringraziare il nipote, mio carissimo ex-alunno e tanto vicino a me, Mimmo Fisauli, per le notizie fornitemi e per avermi messo in condizione di approfondire, attraverso la lettura di Diari personali l’aspetto umano ed intimo di suo nonno, uomo tanto da me stimato e tanto vicino alla mia propensione di studioso delle cose della nostra città.
Don Calogero Virzì                                                                                       

A VARA

STORIA DELLA ” VARA” di Salvatore Calogero Virzì 

 

Invitato a far seguito alla simpatica cerimonia svoltasi con una mia conversazione che si adattasse nello stesso tempo al momento mi è sembrato argomento consono e opportunissimo parlare della ”Storia della Vara”, espressione folcloristica di grande importanza, non solo per la nostra cittadina, che da secoli gode della sua celebrazione, ma anche per tutta la storia del costume della nostra Sicilia.
Essa, infatti, conserva ancora in tutte le sue espressioni un sapore inconfondibile di tempi e di età trascorsi, gelosamente conservato dal multiforme spirito delle innumerevoli generazioni che formano questa nostra cittadina, che vanta momenti di vero splendore nella sua storia e godette di grande importanza nelle travagliate traversie dell’Isola, come in quel periodo di esaltazione nazionale quale fu il “Vespro Siciliano” di cui l’anno scorso, in tutta la Sicilia, si è commemorato, con manifestazioni culturali, il settimo centenario della ricorrenza: 1282-1982.

Tutti sappiamo in che cosa consiste la festa della “Vara”, quali sono i suoi momenti, quali la caratteristiche, ma non tutti conoscono né le origini, ne la sua lunga storia, né quale sia stato lo svolgimento degli avvenimenti che la riguardano lungo i secoli trascorsi ed a noi ricordati da polverosi e marciti documenti d’archivio, che io ho avuto la fortuna di ritrovare ed il coraggio di compulsare, e che oggi mi danno la gioia di riferirne e notizie in questa mia conversazione.

  1. – LA FIERA FRANCA

A diradare, in parte, il mistero della situazione della Festa della “Vara”, ci viene in soccorso il ritrovamento di un documento originario che ci fa conoscere la data precisa di una manifestazione che fu l’occasione determinante della nascita della festa della Vara.
La istituzione cioè di una Fiera Franca che doveva celebrarsi nell’ambito del territorio della Chiesa di S. Maria.
La concessione è del 3 Agosto 1476 e fu data dal Re Giovanni d’Aragona: privilegio di grande importanza che rivoluzionò tutto il costume e tutta la vita economica e civile del paese.

            Ma è necessario chiarificare in che cosa consiste tale privilegio.

“a Vara”  foto d’epoca – Randazzo

Da tutti si conosce la grande importanza che ebbero la fiere nel Medioevo e l’efficacia economica di tale rilievo che ancora molti paesi, non più per privilegio speciale, ma per tradizione che si è perpetuata nei secoli più lontani della loro storia, ne conservato la celebrazione.
Cosi Mojo, Francavilla, Cesarò, Roccella, Troina, i cui paesi più lontani dell’Isola, e raccolgono animali d’ogni genere in numero veramente impressionante.
RANDAZZO, dunque, ebbe questo privilegio sollecitato dal Clero e dal Procuratore della Chiesa di S. Maria, perché allora era in tali strettezze economiche che non aveva la possibilità di portare a termine i lavori della fabbrica della stessa chiesa ancora, dopo tanti secoli, in costruzione.
Tale privilegio della Fiera Franca, infatti, devolveva una certa tassa da pagare alla Chiesa, mentre i commercianti erano esenti dal pagare le tasse allo stato ed alla dogana del Re.
            La Fiera comprendeva il commercio di panni, merci varie e bestiame. Gli animali prendevano posto ad “un tiro di balestra dalle mura” (nel Piano di S. Giuliano, penso); i mercanti di stoffe e generi vari nella Piazza di S. Maria dove l’amministrazione della Chiesa faceva costruire le “logge “,  abitacoli provvisori di tavole, da affittare ai vari mercanti per un modico prezzo.

Commercio di primaria importanza era quello della seta grezza, di cui in Randazzo vi era una grande produzione, ricercata dai mercanti palermitani, specialmente, che venivano numerosi, per la sua buona qualità.
A tutte le operazioni di commercio presedeva di turno per il quale, nel centro del mercato, si alzava una “loggia” su un podio a scalini, sulla quale sventolava la bandiera della Fiera Franca ed in cui prendevano posto l’assessore, il notaio per i contratti da stipulare, il pesatore ufficiale; un congruo numero di guardie prestavano servizio per la Fiera.
La Fiera durava 9 giorni: 4 prima del quindici Agosto e 4 dopo e tutte la Autorità (Sindaco, assessori, giudici, ecc.) dovevano essere presenti alla apertura e chiusura della Fiera Franca, simboleggiata dal grande gonfalone bianco, con in mezzo la immagine della Madonna che veniva innalzato sul pinnacolo più alto del Campanile.
            Cerimonia suggestiva cui assisteva tutto il popolo che godeva, acclamava a gran voce la sfilata delle Autorità comunali, vestite con sontuosi paludamenti, che al suono di numerosi tamburi e di “bifferi”, sfilavano solennemente lungo la Piazza Soprana, fino al podio, per loro innalzato, davanti alla Chiesa.
Momento culminante della cerimonia era l’innalzamento del gonfalone, mentre scoppiettavano i mille petardi e suonavano a festa le numerose campane della Chiesa.

Il Privilegio di Re Giovanni coincideva con la “Corsa del Palio”.

Da tutti si conosce, o almeno si è sentito parlare, del ”Palio di Siena” , cioè la gara tra i vari quartieri della città che si disputa la vittoria con una corsa sfrenata di cavalli. A Siena ancora perdura tale manifestazione, diventata tanto famosa per tutta l’Italia; a Randazzo, purtroppo, è morta fin dalla metà del 1700.
In quel tempo le “Corse del Palio” erano una manifestazione famosa in tutta l’Italia e le città più importanti ne godevano il privilegio fin dai tempi remotissimi della Cavalleria Medievale, tanto che ce ne parla perfino Dante nella Cantica dell’Inferno (c. XV 122-123).
Randazzo, città allora di grande importanza, ottenne il privilegio di memorare questa singolare manifestazione che si articolava in cinque gare: corsa dei cavalli, corsa dei giumenti, dei muli, degli asini e dei buoi.
Gli animali che vi concorrevano non erano, almeno nei primi tempi, cioè nei sec. XV e XVI, né pochi né poco efficienti, in numero imprecisato.
Essi correvano la loro corsa a scaglioni, mentre musiche e canti, eseguiti da professionisti chiamati per l’occasione da vari paesi, echeggiavano nella Piazza di S. Maria, all’ombra di quel campanile ornato nella cuspide dallo stendardo della Fiera, che garriva al vento.
A dare il via alla corsa sono le Autorità dal loro palchetto sormontato dalla bandiera bianca.
La gara affannosamente cominciava tra le grida e gli incitamenti dei concorrenti, gli squilli di tromba e gli osanna del popolo: prima i cavalli con le loro bardature trapuntate, poi i giumenti, quindi i muli, gli asini, i buoi.
I vincitori delle varie gare ricevevano in premio delle stoffe pregiate, che cambiavano, nella qualità, secondo le varie gare: damasco d’oro per i cavalli; velluto cremisino per i giumenti; damasco verde per i muli ed un imprecisato “catalubbo” per asini e buoi.

  1. – LA “VARA”

Indagare sull’origine della “Vara”, non è cosa agevole, appunto perché ci mancano i documenti.

Chi, per primo, costruì la “Vara” in Randazzo? Quando e quale fu il primo progetto? Queste sono domande che possono ottenere una risposta solo, all’atto attuale, dalla intuizione storica e dalle deduzioni che si possono ricavare dalle poche notizie che abbiamo.
A mio parere l’invenzione della “Vara” di Randazzo si deve collocare verso la seconda metà del 1500 ed ha una derivazione diretta da quella similare di Messina.
Dagli storici municipali messinesi, quali sono il Bonfiglio e il Gallo, sappiamo che la “Vara” di Messina fu inventata nei primi del 1500.
Quale sia stata l’occasione immediata di questa invenzione, non ci viene da essi riferito ma è chiaro che ebbe derivazione dall’uso dei carri trionfali, allora tanto in auge a Palermo, a Catania e nelle altre città della Sicilia.

Così, dall’uso in Messina di portare in processione la statua della Madonna Assunta su una bardatura cremisi su un cavallo bardo in occasione della Festa del 15 Agosto, per opera di grandi maestri si passò, prima, ad un modesto carro con in alto la statua della Madonna Assunta e poi, man mano, col passare degli anni della prima metà del 1500, ad un carro talmente vistoso che comprendeva ben 500 personaggi ed era alto 50 palmi.
0Fu una tale meraviglia che in occasione del passaggio dalla città dell’imperatore Carlo V, nel 1535, i messinesi lo vollero onorare montando questa meraviglia di carro, che andò incontro all’illustre personaggio che ne rimase ammirato e compiaciuto.
Tappa precedente obbligata del viaggio di Carlo V fu Randazzo, ove arrivò il 18 Agosto del 1535. Egli pare vi si sia fermato per tre giorni, insignì Randazzo del Titolo di “Città”, suscitando tra la popolazione un entusiasmo indicibile e, quindi, partì per Messina, accompagnato da una lunga teoria di nobili della novella città, cioè di Randazzo che, in gran gala, formano un imponente corteo degno di un tanto personaggio, lungo la trazzera regia che attraversava la Valle dell’Alcantara.
I messinesi, come abbiamo detto, accolsero trionfanti il loro Imperatore, con manifestazioni mai viste, giacché per l’occasione gli andarono incontro, sulla via che conduceva al Duomo, due poderosi carri mobili splendenti di ori ed argenti.
Rimasero sbalorditi i componenti del corteo imperiale e tra essi anche i randazzesi che ne facevano parte i quali, a mio parere, recepirono nel loro cuore e nei loro propositi il messaggio che veniva loro da quello spettacolo mai visto.
Perché Messina sì, e Randazzo no?

Anche Randazzo era una gloriosa città. Anche Randazzo celebrava la festa dell’Assunta. Anche Randazzo, e specialmente la Chiesa di S. Maria, avrebbe potuto avere il suo carro trionfale.

Data la posizione economica florida della Chiesa, in seguito alla vistosa eredità di Giovannella De Quatris, che nel 1506 aveva devoluto ad essa i suoi due grandi feudi, si dà mano al progetto e si realizza un carro trionfale alto 18 metri che, in forma sintetica, rappresenti i tre misteri mariani della Dormizione o morte, dell’Assunzione e della Incoronazione di Maria Santissima, prendendo come esempio ispiratore così ci tramanda la tradizione ancora viva – il quadro del Caniglia, ancora esistente nella Chiesa, proprio nella Cappella del Crocifisso, che rappresenta i tre misteri sopraddetti, proprio forma ascensionale con cui sono rappresentati nella “Vara”.

Chi fu il primo inventore ed esecutore del progetto? Nulla sappiamo, solo possiamo azzardare l’ipotesi che sia stato ispiratore e consigliere della costruzione tecnica il grande architetto messinese Andrea Calamech, allora in Randazzo per attendere alla ristrutturazione della facciata della Chiesa di San Nicola, prima, e dell’interno della Chiesa di Santa Maria, poi.

Da ciò che sopra abbiamo riferito, però, possiamo, con forte probabilità, ricavare i termini del tempo della costruzione della “Vara”.

Carlo V venne in Sicilia nel 1535. il quadro del Caniglia porta la data del 1548. Perciò il lasso di tempo in cui fu creata la “Vara di Randazzo” è determinato da queste due date, cioè la metà del sec. XVI, anno più anno meno.

Che il periodo della costruzione sia proprio questo ci viene confermato, inoltre, dal fatto che i documenti più antichi che parlano di essa, uno del cosiddetto “LIBRO ROSSO” e l’altro dell’Archivio, risalgono proprio alla fine del sec. XVI

La struttura originaria della “Vara” sostanzialmente era quella che possiamo ancora ammirare: non si muoveva su ruote ma su scivoli, in un primo momento, e poi, su “rullari”, ed era tirata con entusiasmo da ogni ceto di persone che si prestavano volentieri per devozione, ma anche perché potevano essere avvantaggiati, per la vicinanza, nel salire sulla “Vara”, in occasione della sua spoliazione, per impossessarsi di qualche pezzo considerato preziosa reliquia da porre nei campi e in casa come buon antidoto contro il “malocchio”.

Il montaggio della “Vara” impegnava per mesi tutta la popolazione, operai, rivenditori, artigiani d’ogni specie, perfino boscaioli che dovevano tagliare anno per anno, nel più crudo inverno, e poi lasciarlo stagionare, il tronco della “Vara”, vero supporto portante cui era affidata la vita di tanti bambini e che in tutti i quattro secoli della esistenza della “Vara” cedette solo una volta, alla metà del sec. XVIII.

Col passare degli anni, affidata come fu, nella sua realizzazione strutturale, ad abili maestri ed artigiani, essa subì trasformazioni d’ogni genere e si ingrandì talmente che nel suo passaggio per la “Piazza Soprana” scuoteva pericolosamente le case.

La processione, come ai tempi nostri, si svolgeva lungo l’attuale Via Umberto sia perché era la strada principale ed era pianeggiante, e sia ancora perché, prospicienti ad essa, sorgevano i tre Monasteri di Benedettine (Santa Caterina, S. Giorgio, S. Bartolo), monache di clausura, che attraverso le fitte grate potevano seguire il suo svolgimento.

Alla semplice processione della “Vara”, col passare del tempo, si aggiunsero due altre manifestazioni di grande momento: il carro trionfale e la cavalcata.

La “Cavalcata” era una lunga teoria di cavalieri cui prendevano parte tutti i giovani più nobili della città che, all’occasione, sfoggiavano vistosi costumi alla spagnola dai molti colori, ricchi di trine e di ornamenti preziosi, che, su focosi cavalli, avanzavano accompagnati da alabardieri e scudieri, al seguito del signifero o portatore del gonfalone della città.

Precedeva la processione vera e propria, il “Carro Trionfale”, sontuoso podio mobile su cui prendevano posto i personaggi più importanti della festa e della città: le autorità, i suonatori, i cantanti, ecc.

La festa così diventò sempre più sontuosa, specialmente da quando la sua organizzazione fu assunta dall’Opera De Quatris (1676), che sopperì alle enormi spese richieste dall’illuminazione con accorgimenti speciali della Piazza Soprana, dal Campanile, della Facciata della Chiesa e all’addobbo di tutto l’interno della Chiesa che, in un anno particolare, richiese tanti drappi che per portarli da Linguaglossa, patria dell’impresario, richiese l’impiego di numerosi carri, dai fuochi pirotecnici.

Così la Festa della “Vara” diventò un momento di tripudio popolare in quel mese di Agosto assolato, in cui finalmente le braccia posavano dal lavoro dei campi ed i cuori speravano nel prossimo raccolto delle vigne.

  1. – IL DECLINO 

Così la festa si svolse per secoli: nel 1600 non saltò un anno, nonostante la grossa spesa che comportava (onze 95).
La prima metà del 1700 incrementò la fiera, il Palio e la festa in sé, ma, col maturare degli anni nella seconda metà cominciarono a sorgerei primi contrasti esterni ed interni, che avviarono il tutto verso un deprecabile tramonto.
Gravissimo il contrasto con il vicino comune di Roccella Valdemone, detto allora “Roccella di Randazzo”, che durò per ben un secolo e mezzo e che concorse al declino della Fiera Franca, la Chiesa si premurò di avere altre concessioni, tra le quali quella che proibiva ai comuni viciniori entro trenta miglia, di celebrare fiere nel medesimo tempo in cui la celebrava Randazzo.
Ed ecco i fatti.
Ottenuto Randazzo da Re Giovanni il Privilegio della Fiera Franca, la Chiesa si premurò di avere altre concessioni, tra le quali quella che proibiva ai comuni viciniori entro trenta miglia, di celebrare fiere nel medesimo tempo in cui la celebrava Randazzo.
Le cose andarono bene per oltre un secolo e mezzo.
Tutti i paesi circonvicini erano dipendenti dal Capitano di Giustizia del Valdemone, che risiedeva a Randazzo e pertanto, volenti o nolenti, dovettero sottomettersi a scanso di rappresaglie.
Ma, col passare degli anni, il Capitano di Giustizia si trasferì a Barcellona e così non ci fu, per detti paesi, il pericolo delle temute rappresaglie e Roccella si ribellò all’imposizione e così, forte dei suoi diritti giusti o pretesi, in barba a tutti i privilegi che vantava Randazzo, celebrò la sua festa e la sua fiera dall’11 Agosto al 22, proprio nel tempo riservato alle celebrazioni randazzesi.
Il primo documento in nostro possesso, che ci parla della vertenza, è del 22 Aprile 1655 ed è un richiamo del Tribunale del Real Patrimonio ai roccellesi perché smettano di celebrare la loro festa e la loro fiera nel tempo riservato alla fiera di Randazzo.
Ma i roccellesi, sostenuti da non chiari documenti a loro vantaggio, dai loro potenti feudatari e da esperti avvocati, per anni ed anni, non si diedero per intesi, anzi presero tanto coraggio che, illegalmente, trasformarono la loro piccola fiera “pro maestri scarpari, frondinari e cacinari”, cioè di piccole mercanzie, in grossa fiera di animali.

Vincenzo Rotella il Figlio Salvatore, Cartillone

Le vicende si susseguirono serrate su questa linea di acceso contrasto dall’una e dall’altra parte, per anni ed anni, con continui ricorsi ai Tribunali, che facevano la voce grossa, ma che non avevano la volontà dagli alti personaggi che proteggevano i roccellesi, che in tutte le controazioni randazzesi, come afferma il documento, non “volsero” ubbidire, anzi arrivarono al punto, avendo Randazzo mandato come messo un certo Francesco Paccione di 15 anni, inviato con intento così giovane perché, edotto dai fatti precedenti, si temevano delle violenze e giustamente si pensava che i roccellesi non avrebbero avuto il coraggio di infierire contro un ragazzo.
Ed ebbero ragione, perché il povero giovane se la vide brutta.
Egli, infatti, aveva l’incarico di notificare alle Autorità roccellesi le decisioni del Tribunale, che comandava loro di sospendere le celebrazioni della Fiera e li condannava a pagare i danni ed una grossa multa.
Non avesse mai comunicata la cosa, il povero messo perché, come egli stesso, ancora terrorizzato, riferì, scampò per un miracolo alla furia omicida di quel popolo inferocito: “ci visti fari a tutti di quel popolo etiam a femmini una conturbata grande… che voliano abbrugiare i randazzesi e, se non avesse stato picciotto lo voliano…appendere ad un albero e tagliare a mezzo…”.
Ma intanto altri contrasti più gravi, purtroppo, maturarono in seno alla comunità randazzese, che fecero dimenticare e trascurare i contrasti con Roccella, dando agio a quest’ultima di consolidare i suoi pretesi diritti: contrasti tra Autorità civiche e Autorità ecclesiastiche della Chiesa di S. Maria che, con alterne vicende, si trascineranno fino alla fine del sec. XVIII e che determineranno, per parte loro, il tramonto di questa grande istituzione che aveva procurato per diversi secoli tanta fama alla città e aveva apportato tanto benessere economico alla popolazione.
Ma andiamo con ordine esponendo i fatti e denunziando gli errori.
Malanimi, prepotenze, egoismi, competizioni personalistiche, invidie furono le cause del disastro non solo da parte dei responsabili ma anche dei signorotti del tempo, arbitrariamente protesi verso le prepotenze.
Non è questa una affermazione arbitraria mia perché è confermata da documenti inconfutabili e da esempi che mi permetto di riferirvi, solo qualcuno fra tanti.
E’ del 1765 la persecuzione del Capitano di Giustizia della Città contro mastro Francesco Emmanuele, impresario della “Vara”. La ragione? L’Emmanuele aveva litigato con un servo del Capitano. Solo l’aiuto e intervento del clero della Chiesa impedì il peggio.
Altro caso indicativo è quello di un assessore che fa mettere in carcere i giocolieri che avevano vinto due grani al figlio suo.
Casi questi caratteristici del clima che regnava in città, ma ben altri più gravi turbarono l’armonia della festa e della città.
La legge dava ai Giurati il diritto di imporre alle merci la meta, ed era costume, per accertarne la genuinità, da fare dei prelievi.
Nulla da eccepire! Ma perché doveva essere il solo degli assessori incaricato ad usufruire di questo diritto e privilegio e non tutti e quattro i Giurati?
E così, ecco, tutti i giurati, sindaco guardie e chiunque vantasse un briciolo di autorità, darsi da fare a rilevare prelievi a man salva con quanta gioia da immaginarsi dei vari commercianti!

Singolare il caso di un rivenditore di vetrerie, cui vengono prelevati, a titolo di mostre, i quattro più bei pezzi che aveva. E ancora più banale il caso di un rivenditore di “calia” a cui ne vengono richiesti, sempre a titolo di mostra, ben due mondelli.

Ben più gravi erano poi gli arbitri perpetrati dal Giurato preposto nella compilazione dei contratti, richiedendo indennizzi, ricompense arbitrarie, e spesso perpetrando prepotenze ed ingiustizie.

I commercianti ed i forestieri ne rimanevano sconcertati. I Procuratori della Chiesa reagivano, tempestando di esposti le Autorità centrali che intervennero con provvedimenti non piacevoli alle Autorità Comunali: così viene loro tolta la facoltà della meta alle merci. Indi ire e ripicche.

Usurpano il diritto di suonare il campanello nella processione.
Il clero reagisce e allora le autorità cittadine si intromettono con prepotenza nella assegnazione delle logge. Continuano le reazioni e naturalmente continuano prepotenze ed usurpazioni.
Sono in verità deludenti pettegolezzi di paese, ma incisero tanto nel buon andamento della Fiera e della Festa che allontanarono, anno per anno, forestieri e commercianti.
Infatti, è del 1770 l’assenteismo quasi completo dei mercanti alla Fiera.

Nel 1782 i disordini suscitati dai contrasti tra autorità religiose e comunali, tra gli stessi membri municipali per gelosie personali e irriducibili competizioni, sono così gravi, che il Governo Centrale, dietro denunzia dei Procuratori della Chiesa, ridusse i giorni della franchigia della Fiera da nove a tre.
La reazione dei Giurati non tardò a farsi sentire perché in risposta tentano addirittura di fare abolire la Fiera Franca di S. Maria a vantaggio della Fiera di San Giovanni.

Ma se per il momento non ci riuscirono, hanno in serbo un colpo decisivo.

Il colpo maturò nel 1794, anno in cui, col capitale maturato con la stessa tassa sulla carne, si pensa di pavimentare la “Piazza Soprana” con lastroni di basalto e contemporaneamente si avanza la proposta di abolire il passaggio della “Vara” così pesante da scuotere le case e consentire il lastricato.

Pippo Crimi – Randazzo

La proposta suscita un immaginabile stupore e le proteste più violente da parte del clero e della popolazione tutta, ma il Consiglio Civico è tutto concorde e si abolisce la Festa, con immenso danno economico.
Né Palio, né Fiera risorgeranno mai più.

Troppo tardi si accorgono del danno che si è recato alla città.

Gli esposti di tutti i ceti della popolazione si avanzano incalzanti al Governo, all’Amministratore della Opera de Quatris, al Re.

Il popolo soprattutto è tanto inquieto da far temere violenze pubbliche perché nella abolizione della processione della “Vara” vede la ragione di tante cattive annate per il raccolto: “i castighi di Dio – dice un esposto al Re firmato da centinaia di persone – in questi anni non sono stati pochi: “grandine mai vista, terremoti, piogge eruttive, effusioni di ceneri vulcaniche” che tutto hanno brugiato…”.

Finalmente dopo tante insistenze esposti e pressioni nell’Agosto del 1815, 21 anni dopo, si ripristina la Festa della Vara, ma non il Palio.
Esso è morto verso la fine del secolo precedente, in quel periodo di contrasti.

Si riprende a celebrare la Fiera, ma con tanta fiacchezza che, non favorita dagli avvenimenti politici del principio del sec. XIX e dalla cessata produzione della seta, man mano andò esaurendosi fino alla completa estinzione.

Solo verso la metà del secolo, dopo vari tentativi e progetti di cui possediamo anche i disegni estrosi e irrealizzabili, si pensò alla riforma della “Vara”, in conformità  alle proposte di alleggerimento di tutto l’apparato, avanzata dalle Autorità che avevano concesso la ripresa della Festa.

E così, tra alti e bassi, dovuti in gran parte ai momenti politici del tempo e ai momenti di disaccordo insanabile per la divisione dei beni dell’Opera de Quatris, si è perpetua fino ai nostri tempi e costituisce ancora il vanto e l’espressione più caratteristica della città.

Dico fra alti e bassi, perché ancora parecchie volte, per ragioni estranee alla volontà dei responsabili, ha dovuto essere sospesa, come in occasione del colera nel 1911, delle due guerre mondiali, la seconda delle quali così furibonda e funesta per il paese che solo nel 1962, quando in parte erano risanate le ferite inferte alla città dai feroci bombardamenti a tappeto del Luglio-Agosto 1943, potè con gioia di tutti essere ripristinata.

Essa è diventata ormai non soltanto una festa religiosa, ma una somma di manifestazioni che raccoglie aderenti in tutti i campi del progresso moderno: pittorico, sportivo, culturale, musicale, dando, purtroppo, a tutta la manifestazione piuttosto un aspetto mondano promosso dallo spirito moderno proteso verso altri valori che quelli della fede.

Essa è diventata un’occasione per evadere dalle preoccupazioni della vita ed una ricerca di obliterazione delle cure presenti senza quell’anelito spirituale che fu la molla di propulsione dei vecchi cittadini del sec. XVI.

Ora, infatti, si è tolto l’uso di collocare sul Carro Trionfale, ai piedi del fercolo, le sante reliquie, né il clero procede, come una volta, in abiti liturgici, mentre il suo posto è preso da squadre di sbandieratori vestiti alla medievale che, allo squillo di lunghe trombe ed al rullo di grossi tamburi, fanno piroettare le loro variopinte bandiere dai molti simboli, da teorie di danzanti majorettes, da sfilate storiche come il Corteo di Carlo V, ultimo Imperatore che dimorò a Randazzo e “dulcis in fundo”, da prestigiosi cantanti che salassano il bilancio della festa per allietare con le loro trite e ritrite canzonette, urlate senza grazia, accompagnate dagli strumenti rumorosi del jazz, gli esaltati animi della gioventù moderna che in essi vedono i loro nuovi santoni.

Ma la “Festa della Vara” è sempre, e per sempre rimane, un atto di fede del popolo e una testimonianza di quella civiltà cristiana che ha civilizzato i popoli, imprimendo nel loro cuore quelle virtù che fecero grandi i nostri padri e che sono sempre, anche in mezzo alle deviazioni moderne ed ai disastri terroristici del tempo, l’anelito del mondo e il miraggio dell’uomo onesto.

Sac. Salvatore Calogero Virzì

 

      Un pregevole depliant  sulla storia della “VARA” a cura di Ettore Palermo ed edito dalle Grafiche PALERMO di Randazzo






Un depliant del 1973 




 

 

 Il parroco don Domenico Massimino sulla festa dell’Assunta: “Profonda la devozione dei Randazzesi a Maria”

 

Annamaria Distefano

Quella del 15 agosto si è trasformata in una festa laica, ma i cattolici, non dimenticano il suo primo e autentico significato: celebrare l’assunzione di Maria Vergine in cielo. Per parlare di questo, abbiamo intervistato  il parroco della Basilica di Santa Maria di Randazzo,  padre Domenico Massimino, fine teologo oltre che sacerdote sempre dedito alla parrocchia.
– Padre Domenico, la Vara, il 15 agosto, mette in scena l’Assunzione di Maria al cielo. Ci spiega in parole povere cosa significhi questo? 
L’Assunzione sta a indicare come, pur essendo Maria morta, esattamente come moriamo tutti noi esseri umani, Gesù compreso, il suo corpo non abbia conosciuto la corruzione del sepolcro, la decomposizione. Maria è stata infatti assunta in cielo nell’interezza dell’identità umana, fatta di anima e corpo. Per la Chiesa ciò che è accaduto a Maria è ciò a cui andremo incontro tutti. Lo scopo della nostra vita terrena, ciò che le conferisce un senso è arrivare a questa risurrezione di vita. La resurrezione di vita comprende l’anima, che non muore mai, e il corpo. Per noi è impossibile immaginarci al di fuori dalle due categorie che conosciamo nella vita terrena: spazio e tempo. Eppure è questo che accadrà nella resurrezione di vita, o per esemplificare, nel Paradiso”.

– Perché la Madonna ha conosciuto immediatamente questa resurrezione di vita, essendo stata l’unica al di fuori di Gesù Cristo?
L’esistenza terrena di Cristo è legata in maniera speciale a quella di Maria. Maria non ha conosciuto mai il peccato. La morte è l’espressione del peccato. Non avendo conosciuto peccato, Maria non ha sperimentato la corruzione del sepolcro. La sua, infatti, non è nemmeno da considerarsi una morte, ma è chiamata dalla Chiesa “dormizione”. Qui in Basilica abbiamo un quadro bellissimo di Giuseppe Velasquez, pittore palermitano vissuto tra il ‘700 e l’ 800. Egli raffigura il ritrovamento del sepolcro vuoto di Maria, da parte degli apostoli. Si tratta di un episodio narrato solo dai Vangeli apocrifi, che il quadro descrive in maniera perfetta: una parte degli apostoli volge lo sguardo al sepolcro vuoto, la rimanente parte volge lo sguardo al cielo. Non si tratta di due sguardi, ma di un unico sguardo, lo sguardo della Fede, che coglie i segni, ma va oltre”.

– Quando è diventato dogma l’Assunzione di Maria?


“ Nel 1950, sotto Papa Pio XII. Un dogma è una verità alla quale bisogna credere necessariamente se ci si professa cristiani. Non è che prima di quella data non si credesse all’Assunzione della Madonna. Al contrario, infinite sono le testimonianze, prima fra tutte la consacrazione di numerose chiese alla Madonna Assunta, che ci dimostrano come, a livello popolare, fosse già radicata la venerazione della Madonna Assunta. Quando parlo ai ragazzi io faccio sempre un esempio per spiegare loro il significato di dogma. Il dogma è come un indumento che hai in valigia, ma che non sai di avere. Nel momento in cui lo cerchi, scopri di averlo. Non si è materializzato nel momento in cui lo trovi, chiaramente è sempre stato lì, solo che prima non si era manifestata l’esigenza di cercarlo”.

– Crede che la Vara aiuti a ricordare il vero significato del 15 agosto, o che, al contrario, l’aspetto folkloristico che ha assunto, e che è proprio a tutte le feste, possa distrarci dal significato cattolico?
Innanzi tutto, esiste, per celebrare la Madonna Assunta, un momento di assoluto raccoglimento in preghiera: è la Messa solenne del 14  pomeriggio, concelebrata da tutti i sacerdoti di Randazzo e presieduta da un Vescovo (quest’anno sarà monsignor Giombanco, vescovo di Patti). Questa Messa è seguita da una processione intima, intensa, partecipata dal paese e da tutte le confraternite”.

“La Vara rientra senza dubbio nelle manifestazioni folkloristico-religiose. Il folklore religioso, però, non è di per sé negativo. Gesù, Dio incarnatosi, ha parlato una lingua specifica, ha vissuto tradizioni, usi e costumi tipici del tempo e del luogo in cui ha vissuto. Certe feste folkloristico-religiose ci presentano i contenuti della fede cristiana in modalità tipiche di una certa cultura e tradizione. La Vara dà il senso della verticalità, costituisce una sfida all’uomo prigioniero dell’orizzontalità di vita, incapsulato in una visione riduttiva rispetto al senso della vita. La Vara induce l’uomo a guardare in alto, verso il cielo, fino a trovare l’aggancio che dà senso pieno, globale, eterno, al suo vivere sulla Terra”.

Annamaria Distefano

 

ON.LE PAOLO VAGLIASINDI

Maristella Dilettoso – Randazzo

Paolo Vagliasindi era nato il 16 settembre 1858, terzo di 13 figli, da Francesco Vagliasindi, barone del Castello, e Benedetta Piccolo di Calanovela.
Nel 1882 si laureò in giurisprudenza a pieni voti presso l’Università di Roma.
Dopo aver esercitato la professione per qualche tempo, intraprese la strada della politica, che sentiva più congeniale: veniva eletto sindaco di Randazzo nel 1885, a soli 27 anni, e una seconda una volta nel 1887.
Erano tempi difficili: si cominciava ad agitare la vertenza per l’Opera De Quatris, che si trascinò per oltre 50 anni, e vide le opposte fazioni schierate su posizioni contrastanti, e per di più nel 1887 si diffuse un’epidemia di colera, che il giovane sindaco affrontò in maniera “disinteressata, fattiva, responsabile” (Virzì), organizzando lazzaretti, soccorrendo in prima persona gli ammalati, coinvolgendo i propri collaboratori, tanto da meritare più tardi l’attribuzione della medaglia d’argento al valore civile da parte del Governo. Dimostrò il suo impegno alla guida del paese nel curare le strade, e nell’imprimere un nuovo impulso all’agricoltura, in particolar modo aprendo nuove vie al commercio del vino, il principale prodotto su cui si basava l’economia di Randazzo.

Pensando di compiere un “salto di qualità” e di candidarsi al Parlamento, consapevole dell’importanza tanto di una base politica, quanto del peso determinante della stampa, spostò il suo centro d’interessi verso il capoluogo, riorganizzando a Catania l’Associazione Monarchica, poi “Associazione Costituzionale”, di cui fu presidente fino all’anno della morte, e rilanciando il foglio La Sicilia, trasformandolo in un giornale rivolto ad un più vasto pubblico, che sarebbe diventato “la palestra della sua battaglia”.
Diretto da Giuseppe Simili, e finanziato dal principe Manganelli, il periodico resterà in vita fino al 1923. L’attuale testata omonima nascerà nel 1945 ad opera di un diverso gruppo editoriale, senza alcun rapporto di continuità.

Paolo Vagliasindi si candidò per la prima volta nel 1892, per la XVII legislatura, schierandosi con i “Conservatori liberali”, per il Collegio Catania II (Acireale), ottenendo un brillante risultato.
Fu eletto deputato una seconda ed una terza volta nel 1894 e nel 1897 per il Collegio di Bronte, una quarta volta sarà eletto nel 1900 (XXI legislatura) per i Collegi di Bronte e Giarre, optando per Bronte. L’anno 1899, durante il secondo gabinetto Pelloux, data anche la particolare competenza dimostrata nel trattare i problemi connessi all’agricoltura, fu chiamato a ricoprire l’incarico di Sottosegretario del Ministero all’Agricoltura, Industria e Commercio, dicastero allora retto da Antonio Salandra. Manterrà l’incarico dal 14 maggio 1899 al 21 giugno 1900, per tutta la durata del governo.
Nel 1897 si era sposato a Torino con la giovane Ottavia Caisotti dei conti di Chiusano, dalla quale avrà cinque figli: Laura, Benedetta, Emilio (l’unico maschio, che morirà in tenerissima età, a soli 3 anni, nel 1903), Maria ed Ersilia.

Il 31 dicembre 1899 gli veniva conferito il titolo di Commendatore della Corona d’Italia.
L’anno seguente con R.D. 4.3.1900 otteneva il rinnovamento del titolo di barone, che diversamente sarebbe spettato solo al fratello primogenito Giuseppe, barone del Castello.

Nel 1903 il partito monarchico, rappresentato a Catania da Gabriello Carnazza, Guglielmo Carcaci, il principe Manganelli, dopo la sconfitta elettorale, decise di riorganizzarsi, e ne assunse la guida Paolo Vagliasindi.
Fra i tanti che vi aderirono, vi fu anche Giovanni Verga, alieno per temperamento ed educazione dalle lotte politiche.
L’organo del partito fino allora era stato il settimanale Le Marionette, ritenuto da molti troppo frivolo e polemico, cosicché il Vagliasindi disciplinò la stampa del partito, concentrando nelle sue mani, di fatto anche se non di nome, la direzione del quotidiano La Sicilia. Divenne in breve tempo il capo indiscusso del partito costituzionale a Catania.
L’esponente di spicco della parte avversaria era Giuseppe De Felice, leader della sinistra catanese.
L’antagonismo fra i due personaggi si esasperò in occasione della municipalizzazione del pane, voluta proprio da De Felice, cui seguirono lotte e disordini, e conobbe, in seguito, momenti di aspra rivalità, che culminarono in una sfida a duello, ma vi furono anche momenti di sana e leale competizione.

Paolo Vagliasindi si ricandidò per le elezioni del 6 novembre 1904 nel Collegio di Bronte, ma non fu rieletto.
Dai numerosi carteggi emerge come la sua rielezione fosse stata fortemente osteggiata in tutti i comuni del Collegio dall’azione del Prefetto Bedendo, longa manus di Giolitti nella provincia etnea, che favoriva invece l’elezione a deputato di Francesco Saverio Giardina, di Bronte, uomo di Giolitti.
Il Vagliasindi avrebbe poi sostenuto con prove documentarie e testimonianze, davanti alla Giunta delle Elezioni, come quelle votazioni si fossero svolte in un clima di intimidazioni e minacce ai suoi sostenitori, in tutto il Collegio di Bronte, messe in atto ad opera dell’opposta fazione e del prefetto stesso, ricorrendo anche alla violenza ed alla corruzione.
Caduto il governo Giolitti, Bedendo fu deposto, allontanato da Catania e sostituito a Palazzo Minoriti dal comm. Trinchieri.
Paolo Vagliasindi presentò ricorso, chiedendo l’annullamento della votazione, ma, mentre si attendeva che la Giunta delle Elezioni emettesse le deliberazioni definitive, colpito all’improvviso da una pleurite, nel giro di pochi giorni, finiva di vivere a Catania il 23 dicembre 1905, a soli 47 anni.

Monte Colla foto di Paolo Vagliasindi

La sua prematura scomparsa suscitò grande cordoglio, giunsero telegrammi da Ministri e Deputati, visite dalle maggiori autorità civili e religiose di Catania, la città si vestì a lutto, innalzando bandiere a mezz’asta, come la natia Randazzo, il giornale La Sicilia di cui era collaboratore pubblicò un necrologio a tutta pagina, oltre 5000 firme furono apposte sul registro delle visite. Tra i cittadini più autorevoli che si recarono in visita fu notato “il prof. Luigi Capuana”.
Solenni e partecipati i funerali, cui presero parte, tra gli altri, molti tra i maggiorenti randazzesi.
L’ultimo saluto fu dato proprio dall’avversario di sempre, De Felice, e dall’avv. Carnazza. che di lì a poco avrebbe preso il posto dell’estinto nella politica.

Paolo Vagliasindi, politico e giornalista, visse in una città piena di fermenti politici e culturali qual era la Catania di fine ‘800 e inizio ‘900, fu amico di De Roberto, Capuana e Verga, conobbe anche Martoglio, che in “Cose di Catania” gli dedicò un sonetto satirico.
Tra le tante testimonianze, contemporanee e postume, vogliamo citare quella dello storico don Virzì:
“Polemista di valore, alieno, però, da ogni trivialità, seppe combattere con dignità, con uno stile fluido, sereno, improntato ad una signorilità che ne rivelava le origini; fu aperto ad ogni novità, lontano, però, da compromessi; ribelle ad ogni imposizione, con decisa fermezza di carattere e fedele ai suoi principi si conquistò la stima e il rispetto perfino dei suoi più acerrimi nemici politici…”.
Nella politica ebbe un ruolo notevole, sempre in prima fila, sia che si trovasse nella maggioranza, sia che si trovasse all’opposizione, da sottosegretario fece numerosi interventi, propose numerosi provvedimenti che riguardavano la Sicilia.
Tra i tanti scritti, a carattere personale e pubblico, va ricordata la proposta per combattere la fillossera della vite, intervento molto documentato, dove il Sottosegretario di Stato per l’Agricoltura, Industria e Commercio il 04.12.1899, esponeva la sua proposta per combattere la malattia della vite, con competenza e scioltezza di linguaggio.

Nel 1° anniversario dalla morte, lo scrittore Federico De Roberto (La Sicilia n.335 del 23.XII.1906), rese una toccante commemorazione dell’amico fraterno.
L’autore de I Viceré, volle ricordare Paolo Vagliasindi nel suo “nido d’aquila”, la tenuta di Monte Colla dove era stato spesso ospite, e, così concludeva: “Ma sotto l’antico bosco e la tenera pineta, nei viali del parco, nelle sale del castello, dinanzi all’altare della cappella, nel cospetto del vulcano formidabile, del mare immenso e del cielo infinito, nella canzone delle fontane, nei fragori del vento, nell’ultima cima come in ogni recesso del monte Colla io rividi e riudii lo spirito gagliardo, nobilmente audace, tenacemente operoso di Paolo Vagliasindi”.

Il 19 aprile 1914, a Randazzo, nel corso di una cerimonia cui parteciparono numerosi cittadini, e le varie associazioni del tempo, dietro iniziativa del sindaco Alberto Capparelli, veniva inaugurata una lapide, scolpita da Antonino Corallo, e posta sul cantonale del Palazzo Vagliasindi in via Umberto I, il cui testo, dettato proprio da Federico De Roberto, recita:

“Paolo Vagliasindi / nelle lotte della vita pubblica / portò la forza e la gentilezza / di un cavaliere antico / in Parlamento e al Governo / fu propugnatore immutabile / di libertà con ordine / crudelmente troncata / prima di dare tutti i suoi frutti / l’opera nobilissima / del Cittadino esemplare / vive nella memoria dei contemporanei / rivivrà nella storia / di questa diletta sua terra.” 

Maristella Dilettoso 
 

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BARONE ON. PAOLO VAGLIASINDI (1858-1905)  di Salvatore Calogero Virzì.

 

Federico De Roberto

Sac. Calogero Virzì

Un proclama del Sindaco del tempo (1914), l’avv. Alberto Capparelli invitava i cittadini randazzesi ad una cerimonia inusitata per la domenica 19 Aprile 1914: lo scoprimento di una lapide commemorativa in onore di uno dei più degni figli della nostra cittadina l’on. Paolo Vagliasindi deceduto, tra il rimpianto di tutti i buoni e degli amici, il 23 dicembre 1905.
Accorsero in folla i cittadini, come ci testimoniano le fotografie del tempo; onorarono il raduno, con la loro attiva partecipazione, tutte le associazioni del luogo con le loro bandiere: partecipò il Collegio Municipale salesiano con la sua associazione  sportiva “La Vigor”, macchia vivace di colore tra la folla amorfa dei partecipanti; allietò la cerimonia la banda musicale coi suoi squilli argentini e riscaldò i petti con la sua parola vivace e cordiale il buon Sindaco Capparelli che inneggiò a quest’uomo, onore della famiglia e gloria cittadina.
Ma chi era questo Paolo Vagliasindi che ebbe l’onore di una epigrafe dettata dal grande Federico De Roberto ed eternata su una bianca lapide marmorea apposta al cantonale della sua casa avita e scolpita con amore dal più abile scultore della città, Antonino Corallo?
Paolo Vagliasindi, nato il 16 Sett. 1858, era figlio del Barone Francesco del Castello e di Benedetta Piccolo, uno dei tanti figli che allietarono la famiglia più eminente della cittadina.
La sua giovinezza fu guidata dall’assistenza del padre e dall’esempio cristiano della madre che infusero nel cuore del futuro onorevole il più sentito ideale della patria e della religione.
Giovane ancora fu inviato a Roma dove, col massimo dei voti, conseguì la laurea in giurisprudenza che gli diede la possibilità di esercitare, per qualche anno, la professione di legale e di avviarsi per quella via, la politica, che lo avrebbe portato al Parlamento ed al Governo.
Fu Sindaco di Randazzo nel 1885 e 1887 “portando nell’amministrazione della cosa pubblica quella fierezza, integrità e correttezza che furono le doti non comuni del suo carattere”.

Il Palazzo Vagliasindi nel corso Umberto – Randazzo


Tempi difficili in verità, sia per la nazione sia per la comunità randazzese, furono quelli in cui visse il nostro personaggio.
Ho qui davanti una memoria del fratello Diego, uomo singolare del paese, estroso, intelligente, entusiasta, buon parlatore e forbito scrittore che, con stile aggressivo e realistico ci fa un ritratto della vita pubblica politica del paese in questi tempi a cavallo dei due secoli: corpo elettorale inadeguato, Consiglio Comunale imbelle e diretto dalle fazioni in eterna lotta fra di loro, impreparato nel sapere affrontare con onestà gli eterni problemi del paese, vita pubblica dominata dal contrasto insanabile delle famiglie più abbienti pronte, ad ogni momento ai dispettucci, alle astiosità, alla violenza, pensando di essere gli unici investiti del diritto al comando, e in questo marasma di contraddizioni, di risentimenti e di bramosia del potere, ecco inserirsi, con una violenza inaudita, la vertenza “de Quatris” che agitò la vita del paese per anni con le azioni più irriverenti contro la Chiesa si S. Maria che, colpevole di avere ricevuto in eredità dalla Baronessa Giovannella de Quatris i suoi due feudi di Flascio e Brieni, si vede, dalla violenza settaria dei nobilucci del paese, seguiti, violenti o nolenti, dalla massa del popolo ignorante ed illuso, spogliare del suo patrimonio con mistificazioni ed orpelli avanzati da legali senza coscienza che imbrogliarono talmente le cose nei cinquanta e più anni che durò la vertenza, da fare desiderare dai cuori onesti la pace anche a costo di subire ingiustizie e danno.
In questo clima operò Paolo Vagliasindi come Sindaco che, seguendo il programma, fatto poi suo, esposto nel citato articolo del fratello Diego, si occupò delle strade del paese, delle campagne circostanti; diede un impulso efficace alla agricoltura; si industriò ad aprire nuove vie al commercio del vino, cespite primo del paese.
Ma quello che rivelò agli amici ed ai nemici le alte qualità di buono e responsabile amministratore, fu la sua azione disinteressata, fattiva, organizzativa, responsabile, in occasione del colera che imperversò nel paese nel 1887.
Si vide il giovane Sindaco ad organizzare i lazzaretti, a soccorrere i colerosi, personalmente, senza alcun timore e ritrosia; infuse in tutti i responsabili suoi collaboratori tale carica di impegno da fargli meritare gli elogi più alti dalle autorità governative che si sentirono in dovere di ricompensare tanta abnegazione con la medaglia d’argento al valore civile perché con tanto ardimento aveva saputo affrontare le sue responsabilità di uomo al servizio della comunità.
Purtroppo ben poco sappiamo e possiamo aggiungere e specificare di quanto egli fece come Sindaco, dato l’ormai inesistente Archivio Comunale, ma l’esperienza di pubblico amministratore di un paese così contrastato lo aprì verso nuovi ideali più complessi, più responsabili, più vasti in cui avrebbero potuto esplicare gli ideali che formavano la sua personalità.
In verità anche la politica italiana di questo ultimo scorcio del sec. XIX, fu un garbuglio tale da dovere assistere ad una successione continua di Ministeri purtroppo effimeri ed inattivi.
Per cui dobbiamo dire con lo storico che non furono anni molto lieti per l’Italia questi che scorsero tra la fine dell’800 e l’inizio del nuovo secolo.
Anni tra i più oscuri e depressi della vita nazionale “senza grandi ideali e senza speranze, fra miserie e avversità d’ogni sorta”: grandi dissesti finanziari, scandali di ogni sorta privati e pubblici, processi, indegnità morali, difficoltà internazionali specie con la Francia e con il Vaticano e, “dulcis in fundo”, sotto il Ministero del Marchese di Rudinì, il 22 Aprile 1897, il primo attentato al Re ad opera opera dell’anarchico P. Acciarito, la morte in duello di Felice Cavallotti “bardo della democrazia” (6/III/1898) ed i moti sovversivi in Piemonte, Sardegna, Milano sottoposta ad uno “stato d’assedio”, seguito dalla chiusura dei circoli socialisti, dalla soppressione di giornali di personaggi di sinistra, e dal conflitto con lo Arcivescovo di Milano.


Non valsero le azioni decise del Di Rudinì, dei due ministeri del Pelloux, dello Zanardelli e dell’avvento del nuovo astro della politica italiana della sinistra moderna, on. Giolitti, perché il triste e travagliato periodo politico si concluse con l’atto più orrendo per una nazione, il regicidio di Monza (29-VII-1900).
In questo tremendo periodo politico si innesta l’attività del nostro onorevole Paolo Vagliasindi.
Preparatosi alla lotta elettorale e politica riorganizzando l’Associazione Monarchica di Catania, andata in sfacelo per lotte interne e per difficoltà di organizzazione, si lanciò con entusiasmo nel giornalismo, facendo rivivere a nuova vita il foglio che sarà la palestra della sua battaglia “La Sicilia” operando, in modo che esso, da foglio per un pubblico esclusivo, diventasse un giornale rivolto ad una folla sempre più vasta.
Polemista di valore, alieno, però, da ogni trivialità, seppe combattere con dignità, con uno stile fluido, sereno, improntato ad una signorilità che ne rivelano le origini; fu aperto ad ogni novità, lontano, però, da compromessi; ribelle ad ogni imposizione, con decisa fermezza di carattere e fedele ai suoi principi si conquistò la stima e il rispetto perfino dei suoi più acerrimi nemici politici quali, per es., il famoso De Felice, dominatore della sinistra catanese che, violento e intransigente, pur avendolo provocato ad un duello, come era stile del tempo, seppe apprezzare la nobiltà del suo nemico quando, prigioniero delle patrie galere a Volterra, ebbe, commosso, la visita consolatrice di chi meno si aspettava,  il Barone Paolo Vagliasindi.
Atto questo che si innesta e lumeggia la personalità di quest’uomo, signore nei modi, nel sentimento, cavaliere di stampo antico che seppe perdonare con nobiltà e con nobiltà vivere, agire con correttezza anche in quella vita pubblica piena di scontri, di amarezze, di opposizioni e tradimenti che avrebbe dovuto affrontare nella sua breve vita politica durata appena soltanto per 4 anni.
Presentatosi alle elezioni per la prima volta nel 1892, fu eletto con una bellissima votazione, facendo parte dei “Conservatori liberali” del partito di Destra.
Grande fu il numero delle simpatie che egli godette e così potè essere rieletto come rappresentante della sua terra natia nel 1894, 1897, 1900 nei due Collegi di Bronte e di Giarre.
Nel 1899, per i suoi meriti e soprattutto per la sua perizia mostrata nei problemi agricoli, fu chiamato nel secondo Ministero Pelloux ad affiancare il Ministero Sonnino come sottosegretario all’Agricoltura, Industria e Commercio, distinguendosi per zelo, per appropriati interventi portando in quel dicastero “un soffio di vitalità e di energia”, avendo una parte non indifferente in moltissimi progetti che riguardavano l’agricoltura nazionale, come ancora possiamo constatare dal volume delle “Cronache Parlamentari” del tempo, religiosamente conservati fino a qualche tempo fa dalla famiglia e da me attentamente sfogliati nelle copie fornitemi gentilmente dal nipote Ing. Edmondo SCHIMIDT di FRIEDBERG di Roma che volle venire a Randazzo a rivedere i luoghi originari della sua stirpe.
“Gli interventi suoi furono particolarmente numerosi – mi scrive il sopraddetto nipote da me interpellato, cultore appassionato delle memorie familiari – nell’anno in cui fu Sottosegretario, e spaziavano su un orizzonte nazionale ed internazionale… buon oratore, con qualche punto di felice ironia e competenza degli argomenti trattati.
Ma soprattutto uomo di onore nel senso migliore della parola” a lui si deve la proposta di provvedimenti che riguardavano la Sicilia come risulta dalle sopracitate “Cronache Parlamentari” del tempo, e dai numerosi documenti che giacciono a Torino e dal numeroso epistolario (oltre 2000 lettere) che egli scambiò con i più rappresentativi uomini politici del suo tempo, “Salandra, Sonnino, Sangiuliano… Giustino Fortunato”.
Ma purtroppo, nonostante questa sua intensa e costruttiva politica come membro del Governo, nelle susseguenti elezioni, inaspettatamente, fu sopraffatto dai brogli e dalle violenze di un Prefetto venduto (tale Bedendo) che incitò la plebaglia contro di lui, liberò perfino i delinquenti carcerati che scatenarono l’inferno tra gli elettori, con la tacita e consapevole accondiscendenza e il segreto verdetto dell’allora dominatore della politica italiana, on. Giolitti, che nella ultima composizione del precedente Ministero Zanardelli, aveva potuto valutare la forza e il valore di un tanto avversario.

Campanile San Martino – Randazzo


Si ribellarono gli elettori, si pretese la nomina di un Comitato ispettivo delle votazioni, ma il verdetto non arrivò più giacchè la tragedia si era inaspettatamente abbattuta sulla Famiglia Vagliasindi: il 23 Dicembre alle ore 14,30 1905 il Barone Paolo Vagliasindi, curato invano dai medici di famiglia, assistito da parenti ed amici, visitato affettuosamente dal Cardinale Nava, Arcivescovo di Catania, salutato ed affettuosamente abbracciato dall’amico-avversario De Felice, tra lo sbalordimento delle piccole figlie innocenti e della moglie (aveva sposato a Torino una dolce e nobile fanciulla, Ottavia Caissotti di Chiusano nel 1897), portando nel cuore la tragedia della morte immatura dell’unico figlio, moriva questo impareggiabile e nobile lottatore, come “un gladiatore romano”.
Sbalordì la città che in tre giorni appena si era potuto concludere la carriera e la vita di un uomo tanto stimato e ammirato che aveva polarizzato sopra di sé le speranze del partito, l’ammirazione incondizionata dagli avversari, il vanto dei parenti e della città natia.
Questo spiega il fatto che i funerali furono un trionfo: accorse tutta la città, memore delle battaglie sostenute da lui per la difesa dei suoi diritti: accorsero folti gruppi da Bronte, Adrano, Biancavilla, S. Maria di Licodia, Acireale, Randazzo.
Il lungo corteo che si svolse per la via Vittorio Emmanuele alla fioca luce di tutti i fanali abbrunati e sotto la nuvola di petali di fiori gettati a piene mani dai balconi sulla bara portata a spalla dagli amici più cari e sostenuta coi cordoni in mano alle Autorità più alte: Prefetto, proSindaco De Felice, Presidente del Tribunale, Sindaco di Randazzo, vari Senatori.
Una folla di bandiere di tutte le Associazioni catanesi e della provincia chiudevano il corteo lungo la interminabile via facendo una breve sosta alla Chiesa di S. Agostino dove un gruppo degli amici Salesiani impartì la benedizione alla salma.
Alla Porta Garibaldi l’estremo saluto ad un personaggio che tante simpatie aveva suscitato nel popolo tutto appartenente ad ogni ceto che affettuosamente lo accompagnava portando ben 46 corone di fiori, fu detto, tra le lacrime dei più cari amici dall’on. De Felice e dal senatore prof. Carnazza Amari.
Né qui si chiuse il ricordo della giornata terrena del nobile uomo. Manifestazioni imponenti si svolsero nella ricorrenza di trigesima e per vari anni nel giorno anniversario.
Si fecero presenti con lettere e lunghi telegrammi una colluvie di alti personaggi della politica e del Governo sia della Sicilia che del resto della Nazione.
Solenne fu la commemorazione all’Associazione Costituente che volle nella sua sede un suo mezzobusto, alla Federazione Operaia Monarchica che depose sulla tomba una corona floreale di bronzo, alla Camera dei Deputati dove presero la parola nella vasta assemblea dai seggi stipati, gli onorevoli Riccio di Scalea, e Fortis i cui discorsi si conclusero con l’invio di un telegramma di circostanza alla moglie Baronessa Ottavia da parte del Presidente on. Marcora.
Vasta fu l’eco della stampa, i cui stralci ho qui davanti a me assieme ai tre opuscoli che ripetono discorsi e testimonianze: si commossero i poeti che vollero innalzare il loro canto all’uomo insigne scomparso immaturamente; pianse l’amico del cuore, il famoso scrittore Federico De Roberto, che volle rendere omaggio all’amico estinto con l’articolo pervaso di poesia e delicato sentimento che segue questo breve profilo e col dettare il testo della lapide che, come abbiamo detto, fu apposta a Randazzo sul cantonale del Palazzo di Famiglia che ancora possiamo leggere sul niveo marmo:
PAOLO VAGLIASINDI – nelle lotte della vita pubblica – portò la forza e la gentilezza – di un cavaliere antico – in Parlamento e al Governo – fu propugnatore immutabile – di libertà con ordine – crudelmente troncata – prima di dare tutti i suoi frutti – l’opera nobilissima – del Cittadino esemplare – vive nella memoria dei contemporanei – rivivrà nella storia – di questa diletta sua terra.

Sac. Salvatore Calogero Virzì

Randazzo, 6 Settembre 1984

 IL RICORDO DELLA FIGLIA LAURA

Torino 27 Giugno 1984 

                   Gent.mo e Reverendo don Salvatore Virzì 

    Con profonda gratitudine e commozione ho ricevuto la sua richiesta, e molto mi rallegro per l’amorevole iniziativa verso la memoria di mio padre, che veramente ritengo sia stata una figura esemplare come lealtà e rettitudine, carità di Patria, chiaroveggenza politica, passione di lotta per il trionfo del bene.

Paolo Vagliasindi

Lo attestano antiche opinioni di amici e collaboratori ormai trapassati, ma in modo speciale il culto devoto e la non mai affievolita affezione di mia madre che, per tutta la vita, serbò nel cuore il suo luminoso ricordo.
Nel 1897, mio Padre aveva infatti sposato Ottavia Caissotti di Chiusano, torinese come tutta la famiglia di lei. Matrimonio sotto ogni aspetto felice, non mai offuscato dalla benché minima nube.
Purtroppo le nozioni che potrò fornire personalmente saranno scarse e un po’ vaghe, sia perché alla morte di mio Padre eravamo 4 sorelle ancora proprio bambine, sia perché la tardissima età, nonché un incidente stradale quasi mortale, mi hanno ridotta allo stato di rudere.
Sappiamo comunque che mio Padre è stato direttore del giornale “La Sicilia” che, se ancora esiste, avrà certamente in archivio tutti gli articoli scritti da lui e su di lui.
Sappiamo che fu eletto deputato per ben 4 volte e che la 5^ legislatura gli venne bocciata dai delinquenti appositamente usciti di carcere e liberati per opera dei suoi detrattori.
Tutte queste angherie, e in modo speciale la morte dell’unico figlio maschio – dolore straziante sopportato con cristiana fermezza e rassegnazione – hanno certamente contribuito a debilitare l’organismo di mio Padre, e a provocare la prematura scomparsa.
Ricordo in modo confuso il clima di appassionato conflitto nei riguardi di un certo “De Felice” che io mi figuravo come una specie di mostro.
Ricordo che mio Padre ebbe un duello in proposito.
Ricordo la sua devozione all’ideale monarchico e conservatore.
Come  Sindaco di Randazzo sappiamo che si adoperò con piena dedizione alla cura del colpiti durante l’epidemia di colera.
Ricordo… una frase scritta da lui in cima ad un mio quaderno:
“Chi impara a conoscere se stesso, impara anche a migliorarsi”.
Qualche anno fa ho avuta la sconvolgente sorpresa di vedere mio Padre ritratto in televisione, a grandezza naturale, mentre in Parlamento citava versi di Dante!
Ulteriori dettagli potranno forse esserle forniti da mio nipote Edmondo Schimidt di Friedberg, figlio di mia sorella Benedetta, il quale è un competente di tradizioni familiari, e sempre ha nutrito grande ammirazione per il Nonno mai conosciuto.

Voglia accogliere i più devoti omaggi e commossi ringraziamenti da una superstite di altri tempi. 
Laura Vagliasindi                                                                                                                      

 

 

NELL’ANNIVERSARIO DELLA MORTE DELL’AMICO BARONE  PAOLO VAGLIASINDI

Lo vidi disteso sul letto di morte, lo seguii verso la fossa e credetti di non poterlo più ritrovare altrove fuorchè nell’intimo mondo delle memorie.

M’ingannavo: lo rividi!

Il suo spirito aleggia ancora sulla vetta di un monte.(nota: m. Colla presso Randazzo, che era di sua proprietà).

Palazzo Vagliasindi – Randazzo

E’ una delle più alte cime dei Nebrodi orientali: nessun’altra la sovrasta fin dove arriva lo sguardo, tranne quella dell’Etna; ma il vulcano, troneggiando da lungi, oltre l’immenso solco del fiume, non la schiaccia, le dà anzi più spicco. E dal fumante culmine della montagna del fuoco, l’occhio corre, di là dai vaporosi abissi del mare, alle isole del vento (Eolie), emergenti come per incanto dall’incerto orizzonte.
In quel nido d’aquila, tra il candore delle nubi e delle nevi, fuori delle vie del mondo, in mezzo e dinanzi ai primigenii elementi, egli edificò la sua casa: una casa vasta e forte come un castello, ma tutta illeggiadrita dall’edera che la veste come di un verde merletto, ma tutta profumata dal parco che le è cresciuto d’intorno.
La volontà pertinace e l’intelletto d’amore trasformarono quella cima nuda e deserta  in un soggiorno delizioso ed in un campo fecondo. Dove mani imprudenti divelsero e distrussero la secolare foresta, una mano accorta e paziente piantò e difese i nuovi rami che già proteggono l’erta pendice.
Quella mano industre prodigò l’alimento al suolo per accrescerne le energie, e tracciò gli argini per infrenare le acque, ed eresse i ricoveri agli armenti che dovevono popolare i pascoli pingui e dissetarsi alle cristalline sorgenti.  
A quel suo piccolo regno dove, pieno di vita, egli mi aspettò nei giorni che le fonti della erano esauste in me, io salii troppo tardi, quando la terra aveva ricoperto da tempo la sua fredda salma.
Ma sotto l’antico bosco e la tenera pineta, nei viali del parco, nelle sale del castello, dinanzi all’altare della cappella, nel cospetto del vulcano formidabile, del mare immenso e del cielo infinito, nella canzone delle fontane, nei fragori del vento, nell’ultima cima come in ogni recesso del monte Colla io rividi e riudii lo spirito gagliardo, nobilmente audace, tenacemente operoso di Paolo Vagliasindi.

 

            Catania, 23 Dicembre 1906                                                                                                                      Federico De Roberto

 

Sac. Salvatore Calogero Virzì  da Randazzo Notizie n. 11 – Novembre 1984

 

                                                                     —————————————————————————————————- 

                                                          

        Discorso tenuto dal Sindaco di Randazzo Ernesto Del Campo il 5 settembre 2009, in occasione della posa del Busto in bronzo e dell’Intitolazione della Sala Giunta al Barone Paolo Vagliasindi del Castello.

    E’ con sommo piacere che oggi, sabato 5 settembre 2009, accogliamo, in questa nostra Città di Randazzo, i rappresentanti della Famiglia Vagliasindi, una delle più antiche e più nobili di Randazzo, in occasione dell’inaugurazione del Busto in bronzo e dell’intitolazione della Sala Giunta al Barone Paolo, che, pur nella sua breve vita, tanto lustro portò alla nostra città ed alla Sicilia tutta.
Riteniamo che occasioni come questa siano utili per conoscere, capire, approfondire il nostro passato, la nostra storia, la nostra cultura.
Ho detto in occasione della recente intitolazione della Piazza di Montelaguardia all’Avv. Gualtiero Fisauli e mi piace qui ricordarlo Una società che dimentica le proprie origini, la propria storia, indipendentemente dal ceto sociale, dal ruolo o dall’appartenenza politica dei relativi protagonisti, è una società senza memoria.
Un popolo senza ricordi, senza capacità critica, senza dialogo e senza riflessione non ha futuro, anzi ha difficoltà a comprendere persino il presente”.
Ma chi era questo nobile uomo della nostra terra?
Riteniamo opportuno tracciarne un breve profilo biografico che, certamente, non pretende di essere completo ed esaustivo tenuto conto dell’intensa attività svolta in ogni campo dall’uomo, dal politico, dallo statista, sia qui a Randazzo, dove fu Sindaco, sia al Parlamento Nazionale, dove fu Deputato, sia ancora al Governo, dove fu Sottosegretario di Stato, apprezzato tanto che ebbe l’onore di una epigrafe dettata da Federico De Roberto ed eternata su una bianca lapide marmorea apposta al cantonale della sua casa avita e scolpita dal più abile sculto­re della città, Antonino Corallo.
Paolo Vagliasindi, nato il 16 settembre 1858, era il terzo di 13 figli del Ba­rone Francesco del Castello e di Benedetta Piccolo di Calanovella.
Casato illustre, quello del Vagliasindi, presente a Randazzo già alla fine del XVI secolo, ripartitosi successivamente, dal ceppo principale, in numerosi altri rami, così come altrettanto illustre era, ed è, quello dei Piccolo che, tra i suoi, annovera personaggi di spicco illustri come il grande scrittore Lucio, discendenti da antica nobiltà siciliana, imparentati con Giuseppe Tomasi di Lampedusa, altro celebre scrittore, noto per il suo romanzo “Il Gattopardo”.
La famiglia Vagliasindi aveva avuto sempre un ruolo di primo piano nella vita cittadina, protagonista in ogni attività socio- economico-culturale di Randazzo.

Busto di Paolo Vagliasindi nella sala della Giunta – Palazzo Municipale Randazzo


Ancora giovane, fu inviato a Roma dove, col massimo dei voti, conseguì la laurea in giurisprudenza che gli diede la possibilità di esercitare, per qualche anno, la professione di legale e di avviarsi verso la politica, che lo avrebbe successivamente portato al Parlamento ed al Governo.
Nel 1885, a soli 27 anni, veniva eletto Sindaco di Randazzo, carica alla quale venne riconfermato nel 1887, portando nell’amministrazione della cosa pubblica la fierezza e correttezza che furono le doti principali del suo carattere.
Non erano anni facili, né a livello locale, né ancor meno a livello nazionale.
Leggiamo, infatti, in un ritratto della vita pubblica politica del paese in quegli anni a cavallo tra il XIX ed il XX secolo fatto dal fratello Diego, uomo singolare, estroso, intelligente:
corpo elettorale non sempre all’altezza della situazione, Consiglio Comunale il più delle volte diretto dalle fazioni in eterna lotta fra di loro, impreparato nel sapere affrontare gli eterni problemi della Città, vita pubblica domi­nata dal contrasto insanabile delle famiglie più abbienti pronte, ad ogni momento, ai dispettucci, alle astiosità, alla violenza, e – nel marasma di contraddizioni, di risenti­menti e di bramosia del potere – , ecco inserirsi, con una vio­lenza inaudita, la vertenza De Quatris che doveva trascinarsi per oltre 50 anni, fino al secolo successivo, schierando su posizioni diverse le opposte fazioni.
Vertenza che agitò la vita della nostra Città per tanti anni, con le azioni più irriverenti contro la Chiesa di Santa Maria che, “colpevole” solo di avere ricevuto in eredità dalla Baronessa Giovannella De Quatris i suoi due feudi di Flascio e Brieni, si vide spogliare, alla fine, del suo ingente patrimonio”

Per di più, nel 1887 si diffuse una tremenda epidemia di colera, che il Nostro giovane sindaco affrontò in maniera responsabile, organizzando i lazzaretti e soccorrendo in prima persona gli ammalati, coinvolgendo pure i suoi collaboratori, tanto da meritare, più tardi, l’attribuzione della medaglia d’argento al valore civile da parte del Governo proprio perché, con tanto ardimento aveva saputo affrontare le sue responsabilità di uomo al servizio della comunità.
Dimostrò, inoltre, il suo impegno alla guida della Città nel curare le strade, ma soprattutto imprimendo un nuovo impulso all’agricoltura, ed in particolar modo aprendo nuove vie al commercio del vino, il principale prodotto su cui si basava, allora, la nostra economia.
Coincide, infatti, con quest’epoca l’importanza del porto di Riposto da cui partivano navi e bastimenti carichi di vino diretti in tutto il mondo, Russia compresa. E ciò a dimostrazione del significativo rilancio in quel tempo della viticoltura etnea.

…la scienza ha nell arte la funzione di metodo, fornisce gli strumenti per l osservazione oggettiva del fatto umano e cerca di ricostruirlo in totale aderenza al vero nell arte quel che più ci attrae è sempre la vita Romanzi importanti: Giacinta e Il marchese di Roccaverdina A list of procedures and steps, or a lecture slide with media. Luigi Capuana. 23.


Da rilevare, ancora, che fu proprio durante la sua sindacatura che vennero iniziati, e successivamente portati a termine gli scavi archeologici in Contrada S. Anastasia, i cui reperti sono stati catalogati e resi fruibili nel nostro Museo Archeologico dedicato all’altro cugino Paolo Vagliasindi, oggi vero punto di forza dell’offerta culturale della nostra città.
L’esperienza di pubblico amministratore di una cittadina così contrastata lo aprì verso nuovi interessi, più complessi e più vasti, in cui avrebbe potuto esplicare gli ideali che formavano la sua per­sonalità.
Paolo Vagliasindi meditava di compiere quel “salto di qualità” che da una cittadina di provincia del “profondo sud” lo avrebbe portato ai palazzi della Capitale. Iniziava, così, a preparare il terreno per il momento in cui avrebbe presentato la sua candidatura al Parlamento Nazionale.
Consapevole dell’importanza tanto di una solida base politica, quanto del peso determinante della stampa, spostando il suo centro d’interessi verso il capoluogo etneo riorganizzò a Catania l’Associazione Monarchica che diventerà, poi “Associazione Costituzionale”, di cui Paolo sarà presidente fino all’anno della morte –, e rilanciò il foglio La Sicilia, trasformandolo in un vero e proprio giornale, rivolto ad un più vasto pubblico, che sarebbe diventato “la palestra della sua battaglia”.
Diretto da Giuseppe Simili, e finanziato dal principe Manganelli, il periodico resterà in vita fino al 1923. L’attuale testata omonima nascerà, poi, nel 1945 ad opera di un diverso gruppo editoriale.
Polemista di valore ed alieno però da ogni forma di sterile polemica fine a se stessa, Paolo Vagliasindi, sia come giornalista, sia come politico, seppe esprimersi con dignità, aperto ad ogni novità, lontano da compromessi; ribelle ad ogni imposizione, con decisa fermezza di carattere, si conquistò la stima e il rispetto persino dei suoi più acerrimi nemici politici quali, per esempio, il famoso De Feli­ce, dominatore della sinistra catanese.
Gli anni che scorsero tra la fine dell’800 e l’inizio del nuovo secolo furono tra i più oscuri e depressi della vita nazionale senza grandi ideali e senza grandi spe­ranze, fra miserie e avversità d’ogni sorta: grandi dissesti fi­nanziari, scandali di ogni sorta privati e pubblici, processi, indegnità morali, difficoltà internazionali. In questo tremendo periodo politico si innestava l’attività del nuovo Onorevole, Paolo Vagliasindi.
Presentatosi alle elezioni per la prima volta nel 1892, per la XVII legislatura, nel Collegio elettorale di Catania II (Acireale), fu eletto con un larghissimo consenso popolare, facendo parte dei “Con­servatori liberali” del partito di Destra.
Grande fu il numero delle simpatie che egli godette e così poté essere rieletto come rappresentante della sua terra natia nel 1894, e poi nel 1897, per il Collegio di Bronte, e poi ancora una quarta volta nel 1900, nei due Collegi di Bronte e di Giarre, optando per Bronte.
Nel 1899, per i suoi meriti e soprattutto per la sua competenza nei problemi agricoli, fu chiamato nel secondo Gabinetto Pelloux come Sotto­segretario all’Agricoltura, Industria e Commercio.
Incarico che mantenne dal 14 maggio 1899 al 21 giugno 1900, per tutta la durata del governo, avendo una parte non indifferente in moltissimi progetti che riguar­davano l’agricoltura nazionale, come ancora possiamo co­nstatare dal volume delle «Cronache Parlamentari» del tem­po e, soprattutto, fece numerosi interventi e propose numerosi provvedimenti che riguardavano la Sicilia.
Nel frattempo, il 19 luglio del 1897, si era sposato a Torino con la giovane Ottavia Caisotti dei conti di Chiusano, dalla quale ebbe cinque figli: Laura, Benedetta, il terzogenito Emilio – l’unico maschio che purtroppo morirà in tenerissima età, a soli 3 anni, nel 1903 –, e poi ancora le altre due figlie: Maria ed Ersilia.
Il 31 dicembre 1899 gli veniva conferito il titolo di Commendatore della Corona d’Italia.
Nel mese di novembre del 1904 Paolo Vagliasindi si ricandidò nel Collegio di Bronte, ma stavolta non veniva rieletto a seguito di pressioni ed intimidazioni ad opera dei suoi avversari.
Il barone Paolo Vagliasindi, raccolto il materiale ed acquisite le testimonianze necessarie, presentò ricorso, chiedendo l’annullamento della votazione, ma, mentre si era in attesa che la Giunta delle Elezioni emettesse i provvedimenti definitivi, colpito all’improvviso da una pleurite, nel giro di pochi giorni, alle ore 14.30 del 23 dicembre 1905, ad appena 47 anni, cessava la sua vita terrena.
Sbalordì l’intera città che in tre giorni appena si era potuta concludere la carriera e la vita di un uomo tanto stimato ed ammirato, che aveva polarizzato sopra di sé le speranze del partito, l’ammirazione incondizionata degli avversari, il vanto dei parenti e della città natia.Il giornale “La Sicilia” di cui era collaboratore ne pubblicò un necrologio a tutta pagina.
Tra i cittadini più autorevoli che si recarono in visita fu notato “il prof. Luigi Capuana”. Come riportato da La Sicilia del 24-25 dicembre 1905, ai funerali di Paolo Vagliasindi la città di Catania fu rappresentata da tutte le classi sociali.
Vasta fu l’eco della sua dipartita: si commossero i poeti, che vollero innalzare il loro canto all’uomo insigne scomparso immaturamente; pianse il famoso scrittore Federico De Roberto, che volle rendere omaggio all’amico estinto col dettare il testo della lapide che, come ab­biamo detto, fu apposta a Randazzo sul cantonale del Palaz­zo di Famiglia che ancora oggi possiamo leggere sul niveo mar­mo:

   Paolo Vagliasindi / nelle lotte della vita pubblica / portò la forza e la gentilezza / di un cavaliere antico / in Parlamento e al Governo / fu propugnatore immutabile / di libertà con ordine / crudelmente troncata / prima di dare tutti i suoi frutti / l’opera nobilissima / del Cittadino esemplare / vive nella memoria dei contemporanei / rivivrà nella storia / di questa diletta sua terra.

Come ebbe a scrivere L’Ora del 23.12.1905, giorno della sua dipartita terrena, Paolo Vagliasindi godeva “le simpatie della cittadinanza, per le alte qualità morali e intellettuali, che lo distinguevano tanto da meritarsi anche la stima degli avversari”.

Ed è proprio per ricordare – ancora una volta – questo nobile figlio della nostra terra, il quale, pur nella sua breve vita, tanto lustro portò a Randazzo e alla Sicilia, che oggi siamo qui a farne memoria, inaugurandone il Busto in bronzo, gentilmente donato dalla famiglia ed accettato dall’Amministrazione Comunale con Atto deliberativo n. 38 del 30 marzo 2006, assunto dall’Amministrazione guidata dal Prof. Salvatore Agati e integrato con Delibera n. 76 del 15 maggio 2009, ed intitolandogli la Sala Giunta, ben consapevoli come siamo che una città, o un popolo, che non ha memoria storica del proprio passato, non ha certamente neanche le basi giuste e solide per il suo futuro.

Lettera al Sindaco Francesco Sgroi per acquisire dall’Archivio di Stato di Catania l’archivio privato dell’on.le Paolo Vagliasindi.

La relazione che accompagna l’Archivio puoi leggerla di seguito.

 

 

 

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