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Fernando Mainenti – La Sicilia dei Castelli

Davide Cristaldi – L’Aquila Marmorea del Castello di Randazzo

PAOLO VAGLIASINDI (1838-1913)

Paolo Vagliasindi Polizzi, fu l’uomo cui si deve l’esistenza del Museo archeologico di Randazzo.

Nato nel 1838, e nipote dell’omonimo abate Paolo Vagliasindi, storico e confutatore delle tesi del Plumari, pur non essendo un “esperto”, era tuttavia un appassionato dell’arte e dell’antichità classica, mente aperta e uomo di grande generosità. Per merito suo infatti fu possibile il riscatto del Convento dei Cappuccini, che nel 1866 era stato incamerato dallo Stato a seguito delle legge per la soppressione delle corporazioni religiose. Quando i beni ecclesiastici furono messi all’incanto, il Vagliasindi riacquistò il Convento per restituirlo successivamente all’Ordine.

Paolo Vagliasindi

Ma Paolo Vagliasindi rifiutò fermamente ogni offerta, soprattutto per la cessione del bellissimo e raro oinochoe, vaso per la mescita del vino in terracotta, decorato in rosso su fondo nero, e raffigurante il mito dei Boreadi, perché volle fortemente che la collezione restasse a Randazzo. Anzi, destinò alla raccolta una sala del suo palazzo, rendendola fruibile ai visitatori. Nel 1904 la collezione Vagliasindi fu esaminata e catalogata dal professor Giulio Emanuele Rizzo, Ispettore del Museo nazionale di Roma, che relazionò poi in una breve pubblicazione.

Alla morte di Paolo Vagliasindi, nel 1913, la collezione rimase affidata al figlio Vincenzo, ma fu seriamente danneggiata dai bombardamenti del 1943, che squarciarono il palazzo; molti pezzi andarono distrutti o saccheggiati, altri furono recuperati dai Padri Cappuccini dei vicino Convento, per essere esposti negli anni ’60 in una sede provvisoria presso la Casa di riposo di Randazzo. Solo nel 1998, restaurati e catalogati, hanno trovato degna dimora nel Castello di S. Martino.

 

Ma il suo nome è rimasto legato alla storia di Randazzo a seguito di un episodio fortuito, che sembra quasi leggendario: tutto cominciò, quando una contadina, prestando il suo lavoro nel feudo di S. Anastasia, proprietà di Paolo Vagliasindi a circa 6 km da Randazzo, s’imbatté casualmente in un piccolo oggetto d’oreficeria, che corse a consegnare al proprietario del fondo. Egli intuendone l’origine, intraprese una prima serie di scavi, in concomitanza con i lavori colturali, e vide materializzarsi poco a poco una vera e propria necropoli.

 

Una volta sparsa la voce, la Direzione delle Antichità di Palermo prese contatti col Vagliasindi, e furono condotte delle regolari campagne di scavi nel territorio di S.Anastasia e Mischi, dirette nel 1889 dal Salinas e vent’anni dopo da Paolo Orsi: vennero alla luce altre tombe e corredi funerari, monete, vasi, anfore, utensili, gioielli, statuette, ascrivibili al IV-V sec. a.C. In base alle norme vigenti, però, la stragrande maggioranza dei reperti dovettero essere ceduti al Museo Nazionale di Palermo e a quello Archeologico di Siracusa.(M.D.)

 Maristella Dilettoso

 

Castello Svevo

Oinochoe.

Castello Svevo e Campanile di San Martino – Randazzo

 

Fernando Mainenti

Fernando Mainenti.  Già docente di Storia e Letteratura nei Licei, è cultore di Storia della Sicilia e autore di centinaia di articoli di carattere storico, letterario e di alcuni romanzi e saggi storici tra cui :
   “ il Fiume Freddo “, romanzo storico e autobiografico;
   “Menzogne e Misfatti dell’Unità d’Italia” , saggio storico e critico sull’Unità d’Italia;
   ” La Fata Murgana” , poesia narrata in lingua siciliana. 
Nel 2010, organizzato dal Comune di Milo, è stato vincitore del Premio Angelo Musco per la Sezione Letteraria- Narrativa Edita con la seguente motivazione:
 Con una scrittura colta e sapiente, ironica e affabile insieme, Ferdinando Mainenti ha scritto un libro che non è solo di ricordi, a volte divertito a volte toccante, ma che è anche un racconto di formazione, per così dire, di propria personale maturazione, come anche racconto di un passaggio generazionale, al tempo stesso. Un mondo feudale – contadino immobile e di antichi valori ormai scomparso che la mano abile e sicura dell’autore ha saputo fermare al momento del cambiamento, prima della trasformazione che vi è andato apportando l’inarrestabile processo della modernità.

Qui di seguito un suo articolo sul  Castello Svevo sede del Museo Archeologico Paolo Vagliasindi.

La Sicilia dei Castelli :  Il castello di Randazzo: architettura, storia, miti e leggende popolari. 

La nascita della città di Randazzo si fa risalire al periodo della occupazione bizantina della Sicilia, verso l’800 d.C. o poco prima.

Fernando Mainenti

Il nome di Randazzo è di origine bizantina e proviene da “Randàkes”cognome di una illustre famiglia di Costantinopoli trasferita in Sicilia e precisamente a Taormina, dove uno dei suoi membri svolgeva le funzioni di governatore.
Non sappiamo di un 
fondatore del centro abitato, ma di un nucleo urbano che sorse poco a poco, casa per casa da una popolazione greca, spostatasi dalla pianura del “Feudo”, dove aveva la sua residenza nel centro abitato dell’antica “Tissa”. L’emigrazione verso la fertile Randazzo avvenne per scampare ad una paurosa colata lavica che distrusse il territorio di Tissa e per sfuggire alle incursioni degli arabi che penetravano nel territorio lungo il  corso del fiume Alcantara, per saccheggiare e devastare.
Ai greci in 
fuga dal loro primigenio territorio si unirono poi gruppi di popolazione latina che abitavano nella zona circostante.
Greci e latini si unirono nel 
processo di fortificazione del luogo, ben difeso da un’ampia palude, da un profondo ciglione lavico e soprattutto dal fiume Alcantara e dal Fiume Piccolo,  oggi estinto, che nei secoli scorsi scorreva lungo il quartiere di S. Francesco di Paola.
Il primo nucleo della futura città, all’inizio fu formato da un piccolo villaggio di capanne di legno. Le  maestranze greche, esperte in costruzioni, trasformarono presto le capanne in casette in muratura. Ebbe sviluppo rapidamente una primitiva forma di artigianato del legno e fiorirono quindi mercanti che esportavano il legname in numerose contrade. Si formò quindi un grosso borgo, che nel 1150 fu ampiamente descritto dal geografo El-Edrisi, familiare del re Ruggero II. 
Nel periodo aspro della conquista musulmana della Sicilia nacque la bellissima leggenda della chiesa di S.Maria. Nelle campagne dove ora sorge Randazzo vi era una piccola comunità cristiana, che venerava un’immagine della Madonna raffigurata su un dipinto di legno.
In epoca imprecisata, la 
piccola comunità venne sconvolta da una scorreria di infedeli, che iniziarono a devastare il territorio e a perseguitare i cristiani che veneravano l’immagine della Vergine Santa. Gli abitanti furono costretti alla fuga da quel luogo devastato: prima vollero salvare Prospetto nord del castello di Randazzo in una foto degli anni ‘20 del Novecento. l’immagine della Madonna, per non farla cadere nelle mani distruttive degli arabi; portarono poi il dipinto dentro una grotta, e prima di ostruire l’entrata della spelonca con grossi massi di pietra lavica, accesero un lumino davanti alla Sacra Immagine ed infine fuggirono. 
Passarono i secoli: un giorno, un pastorello che badava alle sue pecore in quella zona vide un raggio di luce provenire dalla grotta. Preso da curiosità, pose l’occhio ad una delle fessure dei macigni e vide un lumicino ardere dinnanzi ad una bellissima immagine della Madonna. Ad onta del trascorrere degli anni, quel lumicino acceso dai fedeli di quel tempo antichissimo ancora brillava di viva luce.

Castello Svevo – Randazzo


Sparsa la notizia del miracoloso evento, la popolazione si radunò nel luogo del ritrovamento. Abbattuto il muro di pietre che ostruiva l’ingresso della grotta, apparve l’Immagine Sacra con la luce ancora accesa, segno della potenza della Madonna e della sua benevolenza verso la popolazione di Randazzo. Sul luogo del miracoloso avvenimento fu innalzata una chiesetta in legno, trasformata successivamente in muratura, ad una sola navata, dopo molti anni seguìta da una grandissima chiesa: l’attuale Basilica di S. Maria. Il dipinto miracoloso trovato nella grotta, detto “La Madonna del Pileri”, restaurato dal pittore Giovanni Nicolosi, è oggi esposto alla pubblica venerazione sopra la porta di tramontana della splendida chiesa.
Nel XII secolo Randazzo, essendo sulla costa del Val Demone, appariva, già in epoca araba, cinta da poderose mura. Pare che il Gran Conte Ruggero, prima di attaccare la possente fortificazione in quel luogo, si sia recato a venerare l’immagine di S. Giorgio conservata in un piccolo monastero prospiciente le mura.
Fino al 1943 le antiche mura medievali si mostravano lunghe e robuste come ai tempi della magnificenza della città. I bombardamenti della seconda guerra mondiale hanno distrutto buona parte della possente cinta muraria, per cui oggi esistono solo brandelli di mura sparsi lungo l’antico tracciato.
La parte 
maggiormente intatta si mostra sulla collina di S. Giuliano, verso la Porta Aragonese. È visibile una torre considerata la parte principale del castello, e quattro porte. La più importante delle porte è la Porta Aragonese, sulla quale spiccano gli stemmi dei sovrani d’Aragona. Pietro I, primo sovrano di Sicilia, nello stesso anno dei Vespri – settembre 1282 – provvide a restaurare questa porta e vi fece apporre le sue insegne, dopo aver indetto un “Campo” nel quale convennero tutti i baroni del Regno per prestargli giuramento.
Ad un chilometro 
ad est di Randazzo, esiste una contrada di campagna che porta il nome di Campo del re”. Si suppone pertanto che detta porta esistesse già al tempo degli arabi o più probabilmente nel periodo della conquista normanna dell’isola.

Nel periodo di massimo sviluppo medievale della città, le mura cingevano Randazzo per circa tre chilometri, segnati da otto torri e dodici porte.

La Porta Aragonese, nel corso degli anni, è stata intesa dagli abitanti anche sotto altri nomi: “Porta S. Giuliano”, per la presenza nei pressi di una piccola chiesa dedicata al culto del santo; “Porta degli Ebrei”, per la presenza nei pressi di un ghetto ebraico o “Porta del Mosto”, perché chi, nel tempo passato, doveva introdurre in città vino o mosto doveva passare per questa porta: un gabelliere comunale era addetto al controllo ed incassava dieci grani per ogni salma di vino o di mosto. 
A nord della città si trova Porta Pugliese, ad occidente Porta S. Martino, che prende il nome dalla splendida chiesa di S. Martino (XIII secolo) costruita nei pressi della struttura muraria.
La chiesa di S. Martino conserva il più antico campanile a cuspide dell’isola: la svettante 
costruzione di pietre bianche e nere segna la torre campanaria di S. Martino come la più bella di tutta la Sicilia. La facciata, in seguito ad un sisma, fu rifatta nel XVII secolo.
 
L’ultima porta sopravvissuta allo sconcio dei secoli, Porta S. Giuseppe, si trova anch’essa ad occidente, nei pressi della quale scorreva il Fiume Piccolo, coperto dalla colata lavica del 1653. Porta Aragonese in una foto degli inizi del ‘900. La Madonna del Pileri.
Porta San Martino in un’antica immagine. Con la venuta dei normanni, guidati dal Gran Conte Ruggero, alla precedente popolazione residente nella città, costituita da greci e latini, si aggiunse un nuovo gruppo proveniente dal nord Italia: i lombardi, venuti al seguito della contessa Adelasia, moglie di Ruggero. I nuovi venuti si stabilirono nel quartiere Martino, mentre i greci avevano sede nel quartiere S. Nicola e i latini nel più antico agglomerato, quello di S. Maria.
 
Questi gruppi di popolazione ebbero una loro grande chiesa e per secoli rimasero distinti. Ciascuno parlava la propria lingua e professava la propria religione. Dice lo storico Filotimo degli Omodei: “In Randazzo si parlavano tre dialetti diversi, uno per quartiere”.

Il Castello di Randazzo si svolse sul perimetro delle mura: a settentrione, fra Porta Pugliese e Porta S. Martino e si sviluppò attorno alla Torre Mastra posta su quel circuito. La struttura poggia su un potente agglomerato lavico che domina la valle del torrente Annunziata, di fronte alla timpa di S. Giovanni, il principale emissario del lago della Gurrita. 
Il dongione fu costruito probabilmente dal conte normanno Ruggero su un preesistente insediamento  arabo. Il castello ospitò l’imperatore Federico II di Svevia e la moglie Costanza, nel 1210, quando i sovrani dovettero lasciare Palermo a causa di una violenta pestilenza.
La scelta 
dell’imperatore di rifugiarsi a Randazzo con la giovane moglie fu determinata dalla saldezza delle sue fortificazioni, dall’aria salubre di mezza montagna, dai secolari boschi alle pendici dell’Etna che si estendevano fino alle più alte vette dei Nebrodi. Un altro elemento di scelta del luogo fu la presenza di una caccia abbondante ed anche il carattere lieto ed accogliente degli abitanti, che offrirono al giovane imperatore e alla sua corte feste, cavalcate, banchetti e lieti conversari. Federico II fu talmente colpito dal luogo che fece di Randazzo una residenza reale e un caposaldo avanzato di difesa, in quanto la cittadina si trovava in strategica posizione sulla più importante via dell’isola. 
L’imperatore rafforzò le mura con otto torri e fissò la sua residenza in quella più forte e più sicura, l’attuale castello. Nel 1282, Randazzo prese parte ai Vespri: la città insorse contro gli angioini e nel piano che circonda il lago Gurrita i randazzesi sterminarono le truppe francesi che presidiavano la città. Cessato il governo di Carlo d’Angiò, nell’interregno che ne seguì Randazzo scelse cinque senatori a capo di un Comune libero e indipendente. 
Pietro I di Aragona, nel novembre del 1282, restaurò Porta S. Martino e vi pose una lapide con i nomi dei senatori che avevano appoggiato favorevolmente la causa aragonese. Sulla porta sono ancora visibili gli stemmi reali, ma la lapide è stata distrutta. Per ringraziare i randazzesi che si erano subito schierati a favore del nuovo re, Pietro I offrì alla chiesa di S. Maria, in omaggio alla Madonna, uno stupendo calice d’oro, argento e pietre preziose, che fa parte ancora oggi del tesoro della chiesa. 
Agli inizi del 1300, il duca Roberto d’Angiò, attraversate le catene dei monti Nebrodi, sferrò un attacco armato contro Randazzo, città fedelissima a re Federico III d’Aragona. I randazzesi serrarono le porte, le munirono di armati e presidiarono le otto torri di guardie scelte. Per evitare un lungo, probabile assedio, i cittadini passarono al contrattacco: in una notte di buio fittissimo, l’esercito randazzese uscì da Porta Pugliese ed attaccò gli armati angioini. Una scarica di pietre lanciate dai frombolieri colpì ed uccise il capitano del duca Roberto. Seguì un furioso combattimento: l’esercito angioino fu costretto a battere in ritirata dall’impeto dei randazzesi. 
L’avvenimento va sotto il nome di “assalto della Fonte del Roccaro”, una  fontana che ancora esiste sulle sponde del fiume. Nel 1406 re Martino, viste le precarie condizioni delle mura, dirupate in più parti, e le porte prive di chiavistelli e talune parti abbattute, volle che fossero riparate con sollecitudine.

Nella seconda metà del XVI secolo, regnando Filippo II di Spagna, il castello di Randazzo fu adibito a carcere seguendo la sorte di molti altri castelli siciliani, castello Ursino compreso. La decisione fu presa dal viceré, in quanto risiedeva nella città il Capitano Giustiziere di tutto il Val Demone, e nel castello-carcere venivano rinchiusi tutti i malfattori dell’intero vallo. Il Comune non gestì direttamente il luogo di pena e detenzione, ma lo diede in gabella per pubblico bando al migliore offerente. 
Annualmente, le casse comunali ricavavano 22 onze. Il castellano aveva l’obbligo delle riparazioni necessarie alla fabbrica, del mantenimento dei detenuti, vitto e carbone per il riscaldamento invernale.
Per venire 
incontro alle necessità finanziarie del castellano-carceriere, il Comune stabilì, con una disposizione del marzo 1587, che ogni carcerato dimesso a fine pena dovesse versare un indennizzo di due tarì se cittadino di Randazzo, e di quattro tarì se di altri paesi del vallo. I castellani-carcerieri, fra il Cinquecento e il Seicento, incassarono le somme ma non si curarono affatto di mantenere la fabbrica del castello in buone condizioni.

L’ingresso del castello.

Il castello, oggi sede del Museo Archeologico Paolo Vagliasindi, nel contesto urbano di Randazzo.  La struttura pertanto subì un processo costante di deterioramento,

che compromise definitivamente l’armonia dell’architettura. Il 27 agosto del 1636, Filippo IV re di Spagna, bisognoso di denaro come tutti i sovrani spagnoli, famosi per la loro rapacità, inviò alla città di Randazzo una pergamena reale con la quale chiedeva ai cittadini una notevole somma per la Corona, minacciando di annullare la demanialità della città di Randazzo, con la conseguente vendita in qualità di feudo. La minaccia provocò l’effetto sperato, per cui i randazzesi raccolsero il donativo dal feudo Torrazzo e dalla vendita del castello.
L’11 
gennaio 1640, don Carlo Romeo stipulò l’atto di cessione col Regio Fisco per 404 onze, e acquistò anche il titolo di barone del castello di Randazzo.
In ordine di tempo, al barone don Carlo Romeo seguirono don Pietro Romeo, donna Caterina Romeo, don Giuseppe Impellizzeri, don Paolo Impellizzeri. Don Paolo fu l’ultimo barone di casa Impellizzeri. In tale lasso di tempo il castello andò progressivamente in rovina per l’incuria dei succitati castellani. Il tribunale del Regio Patrimonio minacciò l’esproprio del castello e del titolo, per cui don Paolo fu costretto a vendere castello e titolo a don Michelangelo Vagliasindi per 250 onze.
L’atto fu stipulato il 22 
aprile del 1739. Don Michelangelo Vagliasindi detenne il titolo per circa 60 anni. Nel 1813 il nuovo barone, don Carmelo Vagliasindi, nell’anno successivo alla Costituzione del 1812 che aboliva la feudalità, vista anche la situazione debitoria che lo affliggeva, fu costretto a cedere in enfiteusi al Comune di Randazzo il castello per un canone di 20 onze all’anno. Il titolo di barone del castello rimase a don Carmelo Vagliasindi, e poi passò ad altri membri della famiglia per giungere a Consalvo Romeo, pronipote della famiglia che per prima aveva avuto quel titolo.
Consalvo non è stato mai 
infeudato, in quanto la Costituzione della Repubblica italiana, nel 1946, ha cancellato il valore legale dei titoli nobiliari.

Architettura

Il castello, nei secoli passati, ha subito un forte degrado architettonico e notevoli rimaneggiamenti. Don Carlo Romeo aveva accorpato delle casette adiacenti, acquistate per 211 onze, allo scopo di ingrandirlo, e aveva fatto abbattere l’antica cappella perché pericolante. Al barone sono attribuibili nuove mura, le volte, la scala a chiocciola, l’ampia finestra che guarda a levante, la cimasa e il grande portone bicromo di ingresso, sul quale spicca l’aquila aragonese. I Vagliasindi, nel loro tempo, realizzarono le celle a forno del piano terra e la camera dei teschi. Il castello oggi presenta un grande androne al piano terra, segue una grande stanza ed alcuni piccoli ambienti per il custode, una cucina ed i servizi igienici. Dei magazzini per la conservazione delle derrate si aprono a un piccolo cortile dal quale si possono scorgere le celle a forno; segue un secondo piccolo cortile sopraelevato, chiamato “cortile delle donne”. Il primo piano mostra un corridoio e altre celle. 
Il secondo piano è caratterizzato da una grande stanza. Sul circuito murale adiacente al castello stava la torre di S. Domenico, a nordovest, di pertinenza dei domenicani che vi realizzarono una grande cappella. Anche questa torre, come le altre, è scomparsa da lungo tempo.

Il castello, oggi, domina l’area di tre chiese, di superbi campanili, di un  groviglio di case, torri e palazzi. Con il quartiere medievale ancora intatto nei suoi archi normanni e svevi (sia pur deturpato da moderne costruzioni).

L’ombra del maniero si proietta ancora sul palazzo reale, ricco di aggraziate bifore, e su palazzo Romeo, che si erge a minacciare il modesto agglomerato urbano ai suoi piedi.

La notte a Randazzo è piena di memorie, e l’alba della stella Diana imbianca le mura, le grandi porte, le torri che giacciono, sonnolente di secoli, tra l’Alcantara a nord e il vulcano a mezzogiorno, laddove il vento gelido dei Nebrodi sfinisce i secolari boschi con il suo eterno sospiro.

Produzione Letterario di Fernando Mainenti

 

Giarre: presentato il libro di Fernando Mainenti “Menzogne e misfatti dell’Unità d’Italia”

Su iniziativa dell’Associazione turistica “Pro Loco” di Giarre, presieduta da Salvo Zappalà, è stato presentato nel “Salone degli Specchi” del Comune il libro Menzogne e Misfatti dell’Unità d’Italia di Fernando Mainenti, con prefazione della senatrice Anna Finocchiaro; relatore, l’architetto Salvo Patanè.
 Lo scrittore Mainenti sostiene nel suo volume la tesi, accreditata e condivisa da molti autori che si sono interessati e si interessano dell’argomento, di una unità geografica del Paese, mentre quella politica, sociale ed economica, dopo centocinquanta anni, è ancora da venire.
Il relatore, l’architetto Salvo Patanè, con una saggia e lucida analisi ha messo in luce l’aspetto più significativo del Risorgimento, e cioè che più che unificazione voluta dal popolo si trattò di un’unificazione a mano armata, voluta dal Piemonte nei confronti del Regno delle Due Sicilie, che fu occupato militarmente e annesso all’Italia del Nord con il metodo tragico di una feroce dittatura militare.
Il cav. Piersanti Serrano, delegato dell’Ordine Costantiniano della Sicilia Orientale, ha trattato della figura del generale Ferdinando Beneventano del Bosco, unico vero grande soldato che cercò di difendere sino all’ultimo il suo re ed il regno invaso dai piemontesi.

A cura di Maria Pia Risa

 

 

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