Ospedale Civile – La Storia

Ospedale Civile – La Storia

STORIA DELLO “OSPEDALE DEI POVERI” DI RANDAZZO 

Certe caratteristiche particolari che riscontriamo nella storia dei vari insediamenti umani, come paesi, città di antica origine, ci rivelano l’importanza dei luoghi che le hanno godute e da cui ne sono state ornate lungo il decorso dei secoli della loro storia spesso millenaria.
Il fatto che Randazzo gode e godeva di tali non poche caratteristiche, come la cinta muraria, le numerose opere d’arte che ancora la ornano nonostante le molteplici distruzioni operate dagli eventi disastrosi che l’hanno colpita, il patrimonio folcloristico che ha la sua massima espressione nella Festa della Vara, la multiforme storia che ci dice che Randazzo fu una città dalle molte vite, la sua distinzione che per qualche tempo la fece gareggiare in importanza con la vicina Catania, ci dicono e ci decantano ancora l’importanza che la nostra città ha rivestito nel passato.
L’ospedale civico, fondato nei secoli bui della sua storia, quando una tale istituzione era un privilegio che solo le grandi città potevano vantarsi di avere, è una di queste caratteristiche prestigiose che ha distinto la nostra città da tutti i paesi vicini e lontani che popolano ancora sia l’hinterland dell’alto Alcantara a levante come tutti i paesi che popolano tutto il vasto territorio che si estende sul lato di ponente.

  1. LA FONDAZIONE DELL’OSPEDALE

Facendo un passo indietro nella storia e volendo penetrare i meandri della evoluzione dell’assistenza ospedaliera dei poveri infermi nei tempi più antichi, sappiamo che la fondazione dei primi ospedali nel mondo civile, risale ai tempi classici, ma il loro incremento è un vanto della carità cristiana fin dal IV secolo d.C. e soprattutto della civiltà bizantina, che vide sorgere, nelle principali città, nosocomi (a Costantinopoli ve ne era uno famosissimo) generalmente affiancati ai grandi monasteri con lo scopo unico di provvedere al ricovero degli ammalati poveri, dei pellegrini e di ogni genere di bisognosi, per i quali si approntavano locali speciali con funzioni caratteristiche a secondo delle persone in essi ricoverati; e così abbiamo i nosocomi per gli ammalati, i xenodochi per i forestieri, i ptochi per gli indigeni, i gerontocomi per i vecchi, i brefotrofi per i bambini abbandonati e gli orfanotrofi per i privi di genitori. Come si vede, non sono opere, queste, di recente istituzione e di invenzione della civiltà moderna.
Tali istituzioni sorgevano per lo più nelle città di maggiore importanza e soprattutto in quelle che per la loro posizione presso alle grandi vie di comunicazione o lungo i fiumi che sempre, mancando di ponti, presentavano difficoltà non piccola per il loro attraversamento o sui passi montani. Sorsero, inoltre, speciali ordini religiosi, maschili e femminili, che accudivano e prestavano, senza scopo di lucro, il loro servizio ai poveri bisognosi, come il famoso Ordine Gerosolimitano ed i Frati dello Spirito Santo che, dalle loro Regole erano obbligati ad andare una volta la settimana in giro in cerca in cerca dei mezzi di sostentamento per loro. In gran parte, però, a queste istituzioni sopperiva la carità pubblica con elemosine e lasciti, di così grande entità che alcuni ospedali avevano raccolto un ingente patrimonio.
RANDAZZO era una città su una arteria di grande importanza: la Trazzera Regia; sorgeva sulle sponde di un fiume non sempre guadabile; era meta di mercanti forestieri; godeva di una certa opulenza che, come è nell’ordine delle cose, aveva, anche un vasto strato di popolazione appartenente al proletariato più misero che di tutto mancava e che da tutti aspettava soccorsi ed aiuti; presupposti, questi, che ci rivelano la necessità per essa di essere fornita, a somiglianza delle altre più importanti città, di uno ospedale per i poveri e pellegrini, e, come era nell’ordine delle cose di tali tempi così lontani dall’attuale concezione della carità pubblica, fu un privato, un ricco un potente signore, che volle fare alla sua città un dono così munifico e necessario.
Fondatore fu il nobile RUGGERO SPADAFORA, barone di Maletto ma residente a Randazzo di cui si considerava cittadino, che abitava nel suo vistoso palazzo che sorgeva maestoso ed imponente nella Piazza di S. Nicola, detto il “Palazzo del Duca”.
Egli, dunque, con Atto pubblico del 31-10-1470, in Notaio Pino Camarda, lo fondò “per suo gusto et anima eius”, assegnando nel suo testamento, “sub quo decessit”, il vistoso patrimonio dei salti d’acqua del fiume grande di Randazzo a lui infeudati.
Unico vantaggio riservato alla sua famiglia fu che l’elezione di uno o più Procuratori cui esso sarebbe stato affidato, fosse riservato a lui ed alla moglie, sua vita natural durante. In seguito tale diritto sarebbe stato appannaggio del  “collegio dei sacerdoti delle Chiese parrocchiali di S. Maria, S. Nicola e S. Martino della città di Randazzo”.
Fortunatamente abbiamo ancora una relazione che ci rivela i dettagli tecnici del patrimonio che fu la base economica di tale fondazione per cui possiamo ancora constatare con dati di fatto la consistenza economica su cui poggiata la nuova istituzione.

Sappiamo, pertanto, da essa che egli “gli donò e legò le ragioni censuali delle salti delle acque dei molini, serre e battinderi in detta fiumana di Randazzo”.

Ma che cosa sono questi “salti”?

E’ risaputo che nei tempi antichi unica fonte motrice che la natura forniva all’industria umana era la caduta delle acque dei vari corsi. Attraverso “saie” l’acqua veniva indirizzata verso i mulini, le serre, i battinderi che provvedevano alle necessità della comunità municipale, sia per produrre la farina che per la lavorazione delle stoffe (battinderi); mugnai e “paraturari” attendevano a tali lavori. Come ci rivelano i documenti, non pochi erano tali opifici che popolavano, fino anche ai nostri tempi passati prossimamente, le sponde del fiume grande di Randazzo se, solo quelli che furono assegnati in dote all’Ospedale sono ben 13, come appare dall’elenco che, per giusta e opportuna curiosità, qui appreso si riportano:

  • Serra e mulino di Renaldello lo Grasso.
  • Mulino di S. Giovanni.
  • Mulino della Rocca.
  • Serra, molino, battindero del Sasso.
  • Battindero e mulino del Ponte.
  • Battindero e mulino di Lo Presti.
  • Mulino e Battindero del Ponte di Simone Manzasna.
  • Mulino dell’Erbaspina.
  • Mulino di Rittumanno.
  • Mulino e battindero di Calderario.
  • Mulino del Ponte di Randazzo (antichissimo).
  • I Mulendinelli (i mulinelli).
  • Altri salti d’acqua non specificati perché meno importanti, affidati a Federico de Damiano.

Le rendite di affitto di tali salti d’acqua, i cui affittuari sono ben specificati nei documenti, lungo i secoli accresciute da lasciti e rendite dei vari signori e non signori della città, che (cosa che veramente commuove e che ci dimostra la grande fede e carità di questi antichi cittadini pienamente permeati dal senso religioso più autentico) non dettavano testamento senza ricordarsi di lasciare il loro obolo per l’assistenza dei bisognosi, fecero così prosperare per tanti secoli questa istituzione benefica della città che, alla fine del sec. XVIII, poteva amministrare la vistosa somma di 175 onze pari, al tempo nostro, ad un valore di acquisto di almeno 50 milioni.

  1. LA CONFRATERNITA DELLA CARITA’ 

A qualche tempo dalla fondazione, un nuovo avvenimento venne ad aumentare il prestigio e la funzionalità di questa istituzione che, con termine che fa intuire altri sviluppi precedenti, viene dai documenti chiamato “Ospedale nuovo”.
Perché nuovo?
Esisteva forse in Randazzo un altro ospedale precedente a questo?

E’un dubbio legittimo, ma purtroppo insolubile, perché non mi è riuscito a trovare notizie che ci dessero una piccola certezza, giacchè tale presupposto è appena corroborato da un solo documento che ci dà la strana e non facilmente spiegabile notizia che la sede dell’Ospedale era nel quartiere di S. Martino.
Dico strana giacchè dagli altri documenti sappiamo, in modo indubbio, che ben lontano da tale quartiere ha avuto sede il “nuovo Ospedale” come diremo in seguito.
Che sia stata la sede di un precedente Ospedale?  In verità avrebbe potuto essere e ci induce a pensarlo il fatto che in città esisteva una Confraternita, detta della “Carità”, che accudiva gli infermi abbandonati e che probabilmente gestiva una qualche istituzione ospedaliera che era distinta e ben diversa di questa dell’ ”Ospedale nuovo”.
Di questa Confraternita ben poco sappiamo; solo si sa che aveva sede nella Chiesa di S. Vincenzo Ferreri, che sorgeva “nel quartiere di S. Maria, confinante con le mura della Città, vicino al Monastero di “S. Giorgio”.
I suoi confrati avevano come assunto particolare di andare in cerca dei poveri infermi abbandonati e di girare una volta la settimana per il paese a domandare la elemosina per essi.
Con la fondazione dell’ “Ospedale Nuovo”, da buoni cittadini, pensarono di mettere a servizio di questo la loro istituzione e pertanto, con decisione unanime, come attesta un documento del 1560 (not. Silvestro de Monastris del 29-8-3 ind. 1560), decisero di unirsi all’ “Ospedale Nuovo”, cui si affiliarono, cedendo tutto il patrimonio loro, e continuarono a prestare quel servizio cui si erano obbligati con voto volontario all’atto della loro affiliazione alla confraternita: la ricerca, cioè, degli infermi abbandonati e la raccolta volontaria delle elemosine.

Le due benefiche istituzioni, così unite, prosperarono subendo, naturalmente, lungo il corso dei secoli, quegli alti e bassi che hanno tutte le istituzioni umane, sempre, però, rimanendo istituzioni di grande merito per lo scopo che avevano loro assegnato dai benemeriti fondatori.

  1. L’ORGANIZZAZIONE DELL’OSPEDALE 

Ma come era organizzata tutta l’amministrazione ed il servizio dell’Ospedale?

Su questo fortunatamente ci illumina un lungo documento del 3-1-1636, che riporta le disposizioni emanate dall’Arcivescovo di Messina, mons. Proto Christus, in occasione di una sua sacra visita della città di Randazzo che, come è risaputo, fino al 1862 apparteneva a tale diocesi.
Egli pertanto, visitato l’Ospedale e trovatolo del tutto “incomodo”, giacché aveva disponibili soltanto due stanze per ospitare gli ammalati, constatato inoltre che, nonostante le vistose rendite, non era fornito che di 4 letti senza lenzuola, né coperte, né lettiere, con servizio vergognoso, stabilisce e organizza capillarmente tutto l’organico che avrebbe dovuto aver cura dell’Ospedale.
Furono scelti tra i Confrati della Carità dieci “nobili” prudenti e pratici “nel governo dei poveri”, che ne assumessero le responsabilità e ne organizzassero i servizi.
Tra di essi si scelse un governatore, due consiglieri, due sindaci, due visitatori di infermi, un tesoriere e due “guardiani di robba”, determinando le funzioni inerenti alle singole cariche.

Stabilì che i sopraddetti incarichi erano opere di squisita carità a pro del prossimo e pertanto non remunerati né con stipendi né con agevolazioni e privilegi.
Un pubblico notaio, che non poteva essere sostituito se non per morte o invalidità, doveva tenere tutti i Registri ed i documenti di appoggio del patrimonio e rendite dell’Ospedale.
Con lo stesso documento egli nominò personalmente i vari incaricati, tra i quali troviamo cognomi di famiglie in parte ancora esistenti in città, come un Prescimone, due Scala, un Lanza, un Damiano, un Emmanuele, un Oliveri, un Peruso e un Gian Francesco Fisauli come Tesoriere, mentre il notaio scelto fu un D. Filippo di Fazio.
Pensò anche al servizio necessario e pertanto stabilì che vi fosse una infermiera ed un infermiere che sapessero leggere, scrivere e cucinare con la clausula specifica che fossero pieni di zelo per gli infermi, che avessero il loro salario e cui fosse proibito ricevere mance, doni dagli ammalati o lasciti di vestiti e suppellettili, specie in caso di morte.
Fa obbligo, inoltre, al suddetto personale di radunarsi una volta la settimana, di venerdì, per dar conto del loro operato e discutere gli affari dell’Ospedale.
La capienza dell’Ospedale fu di 10 letti forniti di tutto, in uno stanzone per gli uomini e un altro per le donne, ben distinti, ornati coi quadri della Madonna e di Cristo Crocifisso, davanti a cui doveva ardere una lampada perenne.
Il servizio medico venne affidato ad un dottore, un barbiere ed un “aromatario” per le medicine, tutti debitamente stipendiati.
Altra funzione della commissione sopraddetta dell’Ospedale era l’assegnazione di un legato di maritaggio o monacazione ad una povera giovane da scegliere ogni anno nel numero di 15 persone presentate dalle singole parrocchie.
Altra disposizione fu quella di dovere provvedere le nutrici, i vestiti ed una generale assistenza agli illegittimi esposti, che tanto frequenti erano in una città di nobili in cui vigeva la legge del maggiorasco e di costumi rilassati.
Abbiamo voluto riferire dettagliatamente e forse con una certa prolissità sulla organizzazione interna dell’Ospedale e sulla sua funzionalità, per mostrare come i nostri padri, spinti dall’amore e dalla carità, seppero organizzare ogni cosa a pro dei bisognosi con spirito che sa di moderno per rendere il più efficiente possibile, senza danno o sfruttamenti, una istituzione degna di una popolazione civile e cristiana.

  1. IL FABBRICATO DELL’OSPEDALE 

Da ciò che si è detto precedentemente si può rilevare che con le cognizioni da noi possedute attualmente non è possibile determinare dove sorgesse la prima sede dell’Ospedale.
Abbiamo parlato di una sua collocazione originaria nel quartiere di S. Martino; abbiamo riferito di una sua probabile collocazione presso la sede della Confraternita della Carità, nei pressi nel Monastero di S. Giorgio; ma sono tutte supposizioni.
Una notizia dataci dal Plumari ci informa che, passato il primo momento dell’impianto, esso ebbe come prima sede la Chiesa dissacrata di S. Giuseppe, che sorgeva presso la Basilica di S. Maria da dove, in un tempo imprecisato, forse in seguito ai grandi lavori, che nel sec. XVII si eseguirono in essa, e solo quando tutta l’Opera dell’Ospedale entrò a far parte dell’Amministrazione de Quatris, che lo ebbe in cura per secoli, fu trasferito dalla sede sua propria, che era l’attuale Casa Fisauli di Piazza Municipio, che ancora, nonostante le trasformazioni apportate allo stabile per renderla funzionale come casa di abitazione, mostra in un locale attualmente adibito a studio tecnico di un geometra, ancora tutta la struttura dell’antica cappelletta dedicata alla Madonna della Pietà.

L’Opera dell’Ospedale, affidata, come abbiamo detto, dal fondatore, dopo la morte sua e della moglie, al “collegio dei sacerdoti” delle tre chiese parrocchiali di S. Maria, S. Nicola e S. Martino, in conseguenza del testamento del 1506 fatto a beneficio della Chiesa di S. Maria dalla B.ssa Giovannella de Quatris, che assegnava all’Ospedale dei Poveri di Randazzo benefici vari, passò insensibilmente alle cure di detta Amministrazione e fu sua costante assunto erigere una degna sede per l’Ospedale dei Poveri, la cui costruzione fu commessa al più grande architetto di Catania, Sebastiano Ittar.
Egli ne approntò il disegno e curò l’appalto dei lavori che iniziarono nel 1852, ma che procedettero con tanto rilento per difficoltà varie, che ancora nel 1862 vi si lavorava.
Fu una costruzione che richiese molte somme e molti sacrifici, ma che non ebbe fortuna perché ancora era incompleto, quando, nel 1866 e 1867, furono promulgate, dal nuovo Governo Italiano, le leggi eversive sulla soppressione delle corporazioni religiose che in Randazzo apportarono tanto dissesto.

Furono, infatti, soppressi gli undici conventi esistenti in città; incamerati e venduti per poche migliaia di lire le proprietà dei religiosi, ed il Governo si trovò con in mano undici grandi stabili che, trascurati per anni, andarono in rovina (ne abbiamo ancora un esempio nel convento dei Minori Osservanti sito ai margini della Piazza S. Pietro).
In tale congiuntura, seguendo le direttive della legge, pensò di alienare alcuni offrendoli ai migliori offerenti che ne adibirono i vasti locali a varie attività profane ed il resto lo cedette all’Amministrazione Comunale perché vi istituisse opere di pubblico interesse.
Questa fu la sorte del Convento dei Francescani Conventuali, che diventò Collegio “ S. Basilio”, della Casa dei Minimi di S. Francesco di Paola, dove, nel 1868, trovò la sua sede definitiva l’Ospedale dei poveri della Città di Randazzo.
Il vecchio locale, sito nell’attuale Piazza Municipio fu alienato e comprato dalla Famiglia Fisauli, che ne fece la casa di abitazione. Unico ricordo che ancora esiste di questa vecchia sede dell’Ospedale è il medaglione che sovrasta la parte principale dell’attuale fabbricato, rappresentante la scena della Pietà, datato al 1741. E’ in marmo, ma purtroppo nel prossimo passato, fu coperto e dipinto a vistosi colori sgargianti, come se fosse stato una povera opera in terracotta; e così ancora si presenta.
La nuova ampia sede diede possibilità all’Opera di svilupparsi sensibilmente, per l’interessamento delle Autorità Comunali e ad opera di munifici benefattori delle varie famiglie abbienti e non abbienti, i cui nomi la storia ricorda.
Il fabbricato, ad un piano, offrì i locali del piano rilevato ai servizi dell’Ospedale mentre il pianterreno, in un primo tempo, servì come luogo di isolamento e di lazzaretto ed in un secondo tempo vi fu collocato il mendicicomio.
Tale stabile è ancora la sua sede, rivelatosi funzionale, anche se non del tutto sufficiente in conseguenza della nuova organizzazione della moderna previdenza sociale che pretese e arricchì i servizi moderni di cura e di analisi che le varie branchie della medicina richiede.
A questo, in gran parte, hanno provveduto le numerose sovvenzioni elargite dalle Autorità regionali e nazionali ed è proprio di questi giorni la notizia d’un grosso contributo dello Stato per il suo ampliamento e la sua ristrutturazione per una funzionalità più appropriata ai bisogni della popolazione.
Unica magra consolazione dopo la insensata rinunzia fatta da sprovveduti personaggi del tempo a fare di esso un ospedale circoscrizionale cedendone il diritto alla vicina Bronte.

  1. ULTIME VICENDE 

Con l’indirizzo illuministico e con i principi della Rivoluzione Francese, nello scorcio dei sec. XVIII e XIX, lo Stato, diventato laico e anticlericale, cosciente delle cose riguardanti la popolazione da esso dipendente, pretese di esercitare una sempre maggiore ingerenza in tutti i problemi che riguardavano e riguardano la previdenza sociale e l’assistenza sanitaria delle masse.
Le opere Pie, sorte sotto l’egida della Chiesa e per tanti secoli gestite dall’azione vigilatrice del clero, con l’impulso illuministico-liberale furono reclamate dallo stato e così subentrò al concetto di carità privata in mano delle Opere Pie ed il concetto di carità legale gestita dallo Stato.
Anche per lo stato italiano, affermatosi nella seconda metà del sec. XIX, divenne una rivendicazione effettiva ed esclusiva la gestione totale della assistenza pubblica, che fu regolata dalle leggi del 1862 e perfezionata da quelle del 1890, con cui si disciplinò l’azione di tutte le Opere Pie dipendenti dalla carità privata che fu spogliata dalle sue secolari funzioni e di tutto il suo patrimonio.
In conseguenza di questo sviluppo politico nello Stato Italiano, l’Ospedale di Randazzo, assieme a tutta l’Amministazione dell’Opera dei Quatris, passò dal 1827 al 1858, nelle mani del Consiglio degli Ospizi.
Le leggi eversive del 1866-1867 portarono in tale Amministrazione non poco disguido ma, superato con azione legale questo intoppo, essendo stata istituita dalla legge del 1862 la Congregazione di Carità ad essa passò l’Amministrazione dell’Ospedale.

In un secondo tempo, appoggiata dalle Autorità Comunali, che avevano anch’esse pretese sull’Amministrazione e sui beni dell’Opera de Quatris, impiantò una tale vertenza giudiziaria che durò non pochi anni e che si risolse solamente, pro bono pacis, con una transazione, nel 1908, che portò alla divisione dei beni de Quatris in tre parti ed una di queste toccò all’Ospedale, che ebbe assegnato il grande feudo di “Bifara”, presso Ramacca, di cui inspiegabilmente attualmente l’Ospedale non ricava alcun beneficio da anni.
Momento importante dell’amministrazione di questa gloriosa e benefica istituzione fu quello quando, nei primi anni del secolo, il servizio interno di esso fu affidato alle Suore di Carità di S. Vincenzo, che per decine di anni l’accudirono con amore e disinteresse, affrontando il superlavoro che esso comportò specialmente in occasione di epidemie e soprattutto nel periodo bellico particolarmente gravi furono i disagi apportati dalla distruzione da parte del fabbricato a causa dei bombardamenti aerei con il conseguente trasferimento di tutto il complesso dell’Ospedale, prima, nel quartiere di S. Vito, poi, nella Villa Vagliasindi del Feudo dove rimase per oltre un anno.
Nel 1929, col consorzio del Comune e dell’Opera de Quatris, ad opera dei fratelli Vincenzo, Raffaele e Tommaso Vagliasindi fu fondato il mendicicomio, intitolato al padre di questi, Paolo, che, come abbiamo detto, prese posto nel pianterreno dello stabile e che, nello sfacelo operato dai bombardamenti anch’esso pagò il tributo di sangue con la morte di sei tra i ricoverati.
Nel periodo della ricostruzione fu reintegrato tutto il fabbricato, reso naturalmente più accogliente e più funzionale.
Novità non felice fu che, nel 1970, le Suore di Carità si ritirarono dalla cura del servizio in cui subentrò personale laico assunto per concorso.
L’Ospedale, così, cambiò indirizzo e, con le nuove provvidenze governative nel campo sanitario, si affiancò ai vari Enti Assistenziali che vi aprirono per qualche tempo nel medesimo fabbricato anche un ambulatorio.
Fu, inoltre, dotato di varie funzionalità necessarie al suo buon funzionamento come: del gabinetto di analisi, di quello di radiografia, di una buona sala di chirurgia dove specialisti qualificati vengono settimanalmente ad eseguire le operazioni più varie.
Attualmente esso è retto da un comitato di gestione dipendente dall’USL e da un comitato di assemblea con a capo un presidente.
Fanno parte della buona organizzazione un economato ed un ufficio di accettazione; dispone di ben n. 130 letti ed è accudito da n. 7 medici specialisti e, generici, con un personale di servizio di n. 17 infermieri, n. 13 ausiliari, autisti, portieri, cappellano, farmacista, guardia medica, ecc.
Economicamente dipende dalla SAUB e dagli Enti assistenziali che fanno capo all’USL, che attualmente ha per presidente proprio un randazzese  (Francesco Rubbino) fattivo e interessato del buon andamento dell’Ospedale della sua città, nonostante che il ruolo di tale vetusta e benefica istituzione, nell’organizzazione attuale di tutto il ramo sanitario statale, è declassato in seguito alla rinunzia sopra accennata.
E’ augurio nostro e di tutti i cittadini, che un’opera così benefica, necessaria, di immensa utilità per il paese, per la in comprensiva ed egoistica azione dei privati del passato e delle leggi drastiche del presente, non abbia a subire un’azione eversiva e mortificante.    

 

OSPEDALITA’  ANTICA  IN  SICILIA 
Un millennio di medicina e assistenza sanitaria.
Mario Alberghina 

 

L’Ospedale civile è nel convento dei Minimi di San Francesco di Paola, nella Piazza Ospedale e nella via che inizia nell’odierna piazza San Francesco di Paola, attaccato all’abside della chiesa seicentesca omonima.
All’ingresso in alto vi è un bel rosone in marmo che raffigura la Madonna con Gesù morto tra le braccia. Il convento dei frati fu requisito a seguito delle leggi sull’incameramento dei beni ecclesiastici e assegnato al Comune che nel 1868 lo destinò a sede dell’ospedale cittadino.
In seguito ai bombardamenti del 1943, la chiesa e l’ospedale subirono gravissimi danni. Non esistono documenti fotografici anteriori a quell’evento.
     La prima sede dell’Ospedale dei poveri di Randazzo, istituito nel 1470 dal nobile Ruggero Spadafora detto Gerotto, barone di Roccella e Randazzo, barone di Maletto (così dice la Giuliana del 1707), dotato di annuali sopra mulini, palmenti, vigne e giardini e con la gabella delle capre, fu nella chiesa sconsacrata di San Giuseppe.
La chiesetta, demolita nel 1631, sorgeva nell’attuale via Duca degli Abruzzi, nei pressi della sacrestia della Basilica di Santa Maria.
L’Ospedale fu successivamente trasferito nei locali siti nell’attuale via Umberto, angolo Piazza Municipio (palazzo Fisauli).
All’Ospedale fu affiancata una chiesetta che ad esso doveva servire. Tale chiesa venne intitolata a Santa Maria della Carità.
Con atto in notar Silvestro De Monastris del 29 agosto 1560, III Indizione, la Confraternita della Carità decideva di unirsi all’Ospedale nuovo, cedendo a questo tutto il proprio patrimonio, continuando però a prestare quel servizio cui si erano obbligati con voto volontario all’atto della loro affiliazione alla Confraternita: la ricerca, cioè, degli infermi abbandonati e la raccolta volontaria delle elemosine.
Nel 1830, la rendita annuale era di ducati 532,9; l’amministrazione assegnava a sorte legati di maritaggio. Alla fine del ‘700 è documentata la presenza nell’Ospedale dei Poveri sotto il titolo di “S. Maria della Pietà”, di un Conservatorio dei proietti e della “ruota”, dotata di lume ad olio, per gli esposti.
A Tale servizio l’amministrazione ospedaliera era tenuta in seguito al Dispaccio Patrimoniale Reale del 1791.
La chiesa, una filiale coadiutrice della Parrocchia Matrice, era sotto la giurisdizione dell’arcivescovo di Messina che vi esercitava la visita. La chiesetta, ridotta ad uso profano, fu venduta assieme al vecchio ospedale nell’anno 1887 al Sig. Vincenzo Fisauli, così come risulta dall’atto in notar P. Petrina.
Una istanza del pian terreno del Palazzo Fisauli, mostra ancora nella planimetria le linee della Chiesa. In epoca borbonica, l’ospedale era amministrato da una Commissione Comunale e diretto da un rettore, membro della Confraternita dell’Ospedale sotto il titolo di S. M. della Pietà.
Esso era eletto segretamente nella chiesa, tra i quaranta confrati nobili o borghesi possidenti,  a quell’ufficio annuale, proposto al sindaco e nominato dall’Intendente di Catania in qualità di presidente del Consiglio Generale degli Ospizi.
Nel periodo tra il 1829 ed il 1835 l’ospedale fu chiuso per mancanza di mezzi economici e per la necessità di consistenti acconci e riparazioni al piccolo fabbricato. Allorché si provvide ai lavori di sistemazione del camerone superiore, della cisterna e della chiesa e all’acquisto di pochi mobili e suppellettili, poterono essere ricoverati solo 4 ammalati, mentre i proietti mantenuti a balia erano circa 24 all’anno.

                Elenco dei governatori o rettori annuali nel primo Ottocento:

Ciancio Filadelfo (1788), Romeo Ciancio Francesco (1800), Polizzi Romeo Giuseppe (1801), Ciancio Filadelfo (1802), Romeo Pietro (1803), Finocchiaro Cesare (1804), Fisauli Federico (1805-1806), Finocchiaro Francesco (1807), Romeo Francesco (1809), Amato Francesco (1810-1811), Vagliasindi Mattia (1812), Fisauli Giuseppe (1813), Finocchiaro Cesare (1814), Vagliasindi Diego (1815), Varotta Giuseppe (1816), Scala Mariano (1817), Palermo Francesco (1818), Ciancio Romeo Tommaso (1819-1821), Palermo Luigi (1822), Scala Mariano (1825), Finocchiaro Tommaso (1826), Vagliasindi Mariano (1825), Finocchio Tommaso (1826), Vagliasindi Mariano (1827), Dominerò Ignazio (1841), Romeo Vincenzo (1844), Dominedò Antonio (1851), Basile Ferdinando (1852), Licari Saverio (1853), Vagliasindi Francesco (1854).

                Componenti della Congregazione di Carità comunale nel 1864: Romeo Diego, Fisauli Gregorio, Romeo Vincenzo, Vagliasindi Pietro.

                Poiché della Confraternita facevano parte il sindaco e i decurioni, si comprende come l’intreccio di interessi economici sulle rendite dell’ospedale fosse consistente. Il potere politico, economico e giudiziario era in mano a poche famiglie apparentate tra loro: i Vagliasindi, i Fisauli, i Finocchiaro, i Romeo, i Polizzi, gli Scala, che si scambiano i ruoli di comando nel paese. Costoro erano, infatti, i maggiori debitori nei confronti dell’amministratore dell’ospedale impiegandone per fini personali i capitali.
Frequenti sono le memorie di protesta e le cause contro debitori per la situazione creditizia nei confronti di affittuari ed enfiteuti. Questo stato di cose spiega la critica situazione assistenziale in cui versava l’Ospedale nell’Ottocento.

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               Lettera all’Intendente e all’Amministrazione dell’Ospedale scritta il 10 maggio 1827 dal cav. Mariano Vagliasindi rettore, un anziano nobile morto l’anno successivo, avente per oggetto:
“Si rapporta la malversazione nell’amministrazione e lo stato orrido dell’infermeria per la pessima condotta dell’infermiere”.
Signore,
onorato e cortesemente da Lei obbligato ad assumere mio malgrado le funzioni di Rettore di questo Spedale dei Poveri………ho osservato quanto lo stato passivo superi lo attivo………Alla vista di così lacrimevoli posizioni, ho sentito il bisogno di portare una minorazione nei soldi………e mi sono raccapricciato in leggendo le onze quattro destinate per il medico, e tarì quindici ad un Prete per assistere i moribondi. Il primo stipendiato dal Comune con onze dodici con l’espresso obbligo di servire i Poveri, ricco nel suo stato, non ha avuto a vile, né si è fatto il menomo scrupolo di esigere altre onze quattro dal miserabile ospedale………Che dire del Prete………non è perciò una modificata simonia ?
In seguito mi sono condotto all’Infermeria: un’anima sensibile ed umana non potrà tratenere le lacrime………Il quarto superiore, destinato necessariamente a ricevere gli infelici, s’è convertito in abitazione dei primi, ed i poveri ammalati proprietari del locale, cacciati in un sotterraneo che neppure potrà servire da magazzino attesa la sua eccessiva umidità………A parte ciò, una grande stanza lunga palmi quaranta circa e larga diciotto, non ha che una piccola apertura alta pressoché canna una dal pavimento; il gas acido carbonico perciò vi permane ed ammazza gli ammalati………Ma questo è poco; mi inoltrai nella istessa stanza, e in un cantone su di poca e fetidissima paglia giacea uno sventurato febbricitante, mastro Francesco Musumeci, ………e mi disse che lo infermiere tutto in proprio uso converte, abbrugiandosi financo le lettiere e vestendo… li lenzuoli………lo infermiere mette il colmo a queste barbarie.
E’ stata da me attivata la esecuzione degli arretrati ed io stesso m’aspetto da Lei le analoghe risoluzioni.

Il rettore  Mariano Vagliasindi

(Archivio di Stato di Catania, Fondo Prefettura, Consiglio Generale degli Ospizi, cartella 206/ volume 271; G. Plumari ed Emmanuele, Storia di Randazzo, 2 vol., 1849, MS Biblioteca Comunale di Palermo).

Mario Alberghina: “Ospedalità antica in Sicilia” Bonanno Editore 2001 pag.62

 

L’ Ospedale dal dopoguerra alla Riforma.

 

1946 – Presidente don Carmelo Polizzi,  consiglieri Canonico Lo Giudice e Fisauli.

             Direttore Sanitario dr Giuseppe Petrina,  chirurghi con convenzione il dr. Lino e dopo il dr. Biagio Pecorino fino al 1969

1970   –    Presidente Antonino Camarata   consiglieri : Gino Paparo, canonico Lo Giudice, Alfonso Consalvo.

                  Direttore sanitario la d.ssa Petrullo chirurghi dottor Damiano, e il dr Castorina.

1972   –   Presidente: cav Pietro Vagliasindi,  cos.  Ing. Terranova Giovanni, canonico Lo Giudice, Alfredo Minore, Salvatore Sindoni.

   1976 –   La regione Siciliana nomina Commissario il dr. Leonardi 

   1977   –   Domenico Maccarrone, Giuseppe Camarda, Salanitri Gino, Nino Facondo fino al 1982 

Molte notizie e documenti sono stati forniti da  Vincenzo Rotella  che ringraziamo.
 

 

La riforma sanitaria in Sicilia.  Unità Sanitaria Locale n.39

Con la legge regionale n.6  del 6 gennaio 1981 in Sicilia nel campo della sanità avviene una svolta epocale. Tutte le Istituzioni sanitarie presenti in Sicilia vengono confluite nelle U. S .l..
L’Ospedale Civile, l’ufficio dell’ufficiale Sanitario e del Veterinario comunale, il Distretto sanitario, i Poliambulatori, il Consultorio comunale confluiscono in questo Ente che prende nome di Unità Sanitaria Locale n.39 – Bronte.
 I Comuni facenti parte sono Bronte, Maletto, Maniaci, Randazzo e Santa Domenica Vittoria.
La gestione viene demandata ad un Comitato di Gestione eletto da una Assemblea che a sua volta è eletta dai Consiglieri Comunali dei Comuni che ne fanno parte. Il primo Presidente dell’Assemblea è il professore Antonino Zingale di Bronte e Vice Presidente il sindaco di Santa Domenica Vittoria rag. Salvatore Perdichizzi.

 

Antonino Zingali

 

Nel settembre del 1982 l’Assemblea dell’USL elegge il Comitato di Gestione che è formato da: Francesco Rubbino, Nuccio Gatto, Vincenzo Paparo, Carmelo Zerbo, Rodolfo Greco, Carmelo Proietto, Magro Francesco, Vincenzo Caruso, 

 

Nuccio Gatto

 

Il Comitato di Gestione elegge a sua volta  Presidente Francesco Rubbino che per assumere la carica si era di già dimesso da Sindaco di Randazzo e Vice Presidente Nuccio Gatto di Bronte . Cariche che mantengono ,(tranne una breve pausa commissariale nel 1984  e alcuni mesi nel 1988 del prof. Pino Franghina)  fino al 1990 quanto il Rubbino si dimette da Presidente e viene rieletto sindaco di Randazzo.
 Nuccio Gatto assume la presidenza che mantiene fino alla nuova riforma sanitaria che di fatto cancella le USL  e la gestione passa a Commissari nominati dalla Regione.

Durante questi otto anni si sono avvicendati nella carica di Componenti del Comitato di Gestione, oltre a quelli già citati, Giuseppe Castiglione, Lino Leanza, Giuseppe Franchina, Mario Papotto, Angelino Ciraldo, Biagio Mavica, Antonino Lanza, Giovanni Mangano, Valerio Saitta, Francesco Spitaleri

 

 

 

Durante questa gestione l’Ospedale Civico di Randazzo , per le precarie e fatiscenti condizioni, anche sanitarie, in cui si trovava, costituì una priorità.
Infatti o si realizzava una seria ristrutturazione dell’edificio oppure inevitabilmente doveva essere chiuso.

Grazie all’interessamento dell’allora assessore ai Lavori Pubblici Regionale, on.le Rino Nicolosi, ciò fu possibile.
Negato dall’assessorato alla Sanità il finanziamento dei lavori per mancanza di fondi, e dall’Assessorato ai LLPP in quanto  incompetente a finanziare opere sanitarie, su sollecitazione degli Amministratori della USL l’Assessore Rino Nicolosi trova l’escamotage per poter finanziare l’opera.
Ci suggerisce  di riformulare il progetto come ristrutturazione dell’impianto elettrico e messa in sicurezza dell’edificio rientrando così il finanziamento di Sua competenza in quanto edificio pubblico.
Ciò fatto si ottennero due finanziamenti di circa un miliardo e seicento milioni di lire con i quali  si realizzò l’opera così come è tutt’oggi.
Inoltre, grazie  all’interessamento dell’on.le Salvatore Leanza,  l’assessorato alla Sanità dette un finanziamento ( più di due miliardi di lire) per l’acquisto degli arredi e delle attrezzature sanitarie. 

Il 1 febbraio del 1987 si svolge la cerimonia della riapertura dell’Ospedale Civile . Presenti alla cerimonia, oltre ad un folto pubblico di cittadini ed addetti alla sanità e  con la gioiosa partecipazione della Banda Musicale di Randazzo  “Erasmo Marotta“,  il Presidente Rino Nicolosi (che ha finanziato l’opera), l’assessore alla Sanità Aldino Sardo Infirri, l’assessore agli Enti Locali Francesco Parisi, il Sottosegretario ai Trasporti Nicola Grassi Bertazzi, gli onorevoli Nino Perrone, Salvatore Leanza, Nino Caragliano, Pino Firrarello,  Raffaele Lombardo, il sindaco Agati e molte autorità politiche, civili e religiose non solo del nostro Comune.
Il sindaco di Randazzo nel salutare le molte personalità presenti ha ringraziato a nome della Città quanti hanno contribuito alla realizzazione dell’opera, in quanto rappresenta una pietra miliare per la sanità nel nostro territorio, attesa  con trepidazione da moltissimi anni dalla nostra popolazione.

Il presidente dell’Unità Sanitaria Locale n. 39, Francesco Paolo Rubbino, dal canto suo, dopo aver ringraziato quanti, con la loro fattiva collaborazione, hanno reso possibile la riapertura dell’Ospedale Civico di Randazzo, ha ripercorso le tappe e le tante traversie passate per la ristrutturazione e ammodernamento del Presidio Ospedaliero, affinché potesse continuare ad erogare migliori servizi sanitari per tutto il vasto comprensorio.
Lo stesso presidente, inoltre, a nome dei cinque Consigli Comunali dell’U.S.L. 39, ha mosso alcuni rilievi non proprio positivi a proposito del nuovo Piano Sanitario Regionale. In particolare si è dichiarato contrario ad ogni ipotesi di accorpamento con altre unità sanitarie locali  “perché – ha detto – siamo sicuri che il lavoro sin qui svolto verrebbe senz’altro vanificato. La politica per il miglioramento delle zone interne della Sicilia passa, soprattutto, attraverso il potenziamento dei servizi sociali”.

Di tale miglioramento hanno parlato anche l’assessore regionale alla Sanità on. Aldino Sardo Infirri ed il Presidente della Regione on.le Rino Nicolosi.
Il primo ha messo in evidenza il fatto che da un periodo di tempo a questa parte la regione sta guardando con particolare interesse allo sviluppo socio-economico delle zone interne, creando infrastrutture idonee e potenziando quei servizi necessari allo sviluppo delle aree più depresse onde evitare lo spopolamento ed il completo abbandono. “Certamente – ha detto – i servizi sanitari sono, insieme al lavoro , le strutture portanti su cui si basa tale sviluppo, e la classe politica siciliana non può rimanere insensibile a ciò”.      

Anche il Presidente della Regione Siciliana, on.le Rino Nicolosi, dopo aver espresso parole di soddisfazione per la nuova struttura che veniva inaugurata, si è soffermato particolarmente sul fatto che è preciso dovere dei politici farsi carico di tutte le esigenze dei cittadini, soprattutto di quelli che abitano nelle zone più svantaggiate, onde far si che ne venga promosso lo sviluppo.  “La creazione di servizi moderni e più efficienti, il migliore utilizzo delle nostre risorse ambientali, economiche e finanziarie, il lavoro per tutti, – ha concluso il Presidente -, sono le vie per le quali passa la promozione e lo sviluppo della nostra Sicilia e il miglioramento delle condizioni di vita della nostra gente. In questo io credo”.
“Il miglioramento delle strutture – ha detto infine mons. Vincenzo Mancini, arciprete di Randazzo – deve avere come unico obiettivo: l’uomo, i suoi valori, la sua centralità ed il suo dirittto ad una vita migliore”.

 

 

L’arrivo dell’Assessore alla Sanità Aldino Sardo Infirri con il Presidente Francesco Rubbino

Il Presidente della Regione on.le Rino Nicolosi, il Sottosegretario sen. Nicola Grassi Bertazzi, e l’Assessore alle Sanità on.le Aldino Sardo Infirri.


 

 

Gli anni ottanta del novecento furono  un periodo aureo per la sanità nel nostro territorio in quanto si ottennero molti finanziamenti e di conseguenza si poterono realizzare diverse opere, potenziare i servizi esistenti ed espletarne  di nuovi. Non è azzardato affermare che in nessun tempo si è fatto così tanto nel campo della sanità per la nostra comunità.
Elenco delle principali opere e/o servizi realizzate: 

  • Più di due miliardi di lire per la ristrutturazione dell’Ospedale di Bronte.
  • Ristrutturazione dei  locali ex INAM Bronte
  • Ristrutturazione dei locali del Servizio Territoriale Salute Mentale
  • Ristrutturazione degli uffici amministrativi
  • Ristrutturazione e totale rinnovamento con allargamento di una nuova ala là dove c’era il cortile dell’Ospedale di Randazzo
    Ristrutturazione ed allargamento degli uffici sanitari,  poliambulatoriali e della Unità Operativa semplice di Sanità Pubblica Veterinaria a Randazzo
  • Scuola Allievi Infermieri Professionali, da una sezione con 25 allievi a 4 sezioni con 100 allievi per anno  che subito hanno trovato un impiego
  • Nomina di centinaia di professori ogni anno della Scuola Allievi Infermieri Professionali. ( quasi tutti dipendenti della nostra USL che cosi per alcuni anni hanno quasi  raddoppiato il loro stipendio 
  • Assunzioni per concorso pubblico di quasi 300 (trecento) tra personale Medico Amministrativo, Infermieristico, Tecnico e Ausiliario 
  • Riqualificazione di tutti gli infermieri generici dei presidi sanitari in Infermieri Professionali.
  • Creazione del Servizio territoriale della Salute Mentale

Ed è un motivo di orgoglio quello di avere ordinato ad un noto scultore di Bronte la realizzazione della statua di padre Antonio Rubino. Alla inaugurazione della quale erano presenti oltre tre mila cittadini non solo di Bronte e le Autorità Religiose, Politiche e Militari del nostro comprensorio.

Purtroppo a causa delle successive riforme nazionali e regionali, l’ospedale è stato di molto ridimensionato trasformandolo in un modesto centro di riabilitazione e poliambulatorio.
Molte polemiche seguirono a queste vicende storiche.

Qui di seguito alcuni articoli e manifesti che rappresentano il lungo ridimensionamento dell’Ospedale Civile di Randazzo.

 

              Essendo la popolazione molto sensibile ai problemi della sanità la classe politica di quel tempo invece di spiegare ciò che stava avvenendo in tutta Italia in campo sanitario con riforme legislative che di fatto prevedevano di accentrare  le strutture ospedaliere nei grossi centri a scapito delle strutture periferiche (cosa tuttora in atto ….vedi Ospedali di Giarre  e di Bronte), trovò l’occasione per alimentare sterili polemiche addossandone la responsabilità agli amministratori del passato.
Comparve in quei giorni il manifesto di qui sotto e data l’evidenza delle argomentazioni non ci fu nessuna risposta.

 

Con la riforma regionale del 1992 viene tolta l’autonomia gestionale dei singoli presidi ospedalieri e vengono  accorpati in una unica azienda provinciale (ASP).
Inizia il lungo calvario. Prima incominciando a spogliare a poco a poco l’Ospedale di Randazzo delle attrezzature sanitarie e poi  del personale medico e paramedico.
La classe politica del tempo non osò opporsi con la necessaria fermezza ( ma sarebbe bastato ?!!? ) a questa lenta agonia.
                      

a cura di Giulio Nido 

   

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