RANDAZZO

Randazzo essendo una cittadina che possiede tantissime opere d’arte è diventata da secoli oggetto di studio per scrittori e storiciintervenuti sull’argomento, con scritti di un certo valore:

  • Francesco Onorato Colonna con “Idee dell’antichità di Randazzo” del 1724, custodito nella biblioteca di Catania.
  • Giuseppe Plumari. Emanuele, arciprete randazzese con “Sunto della Sto­ria di Randazzo”, depositato nel 1834 all’Accademia di Scienze Lettere belle Arti degli Zelandi e dei Dafnici di Acireale, e poi con diversi Zibaldoni e per ultimo, con “La Storia di Randazzo”, in due manoscrit­ti che portano la data del 1847 e del 1849 depositati nel 1851 assieme al “Codice Diplomatico di Randazzo”, presso la biblioteca Regia di Pa­lermo oggi Nazionali;
  • Paolo Vagliasindi, abate randazzese con “Discussione Storica e Topografica” pubblicato sul giornale di “Scienze Lettere ed Arti per la Sici­lia” del 1835;
  • Mario Mandalari, con “Ricordi di Sicilia: Randazzo” in due edizioni, la prima del 1897 e la seconda del 1901;
  • Gaspare Garagozzo, con “Polline che dalle Api si confezioni” del 1906;
  • Federico De Roberto, con “Randazzo e la valle dell’Alcantara” del 1909;
  • Salvatore Calogero Virzì, che con impegno lungo e costante, lavorò per quasi cinquant’anni uno studio d’arte e di storia, con molta pazienza, collezionando opere private ed archivi delle Chiese per ricostruire la effigie di Randazzo;
  • Pietro Virgilio, con “Randazzo e il Museo Vagliasindi” del 1969;
  • Il prof. Salvatore Agati ultimo a parlarci della nostra cittadina, con “Una vita dedicata a Randazzo: Salvatore Calogero Virzi e le sue ope­re”; “L’Oinochoe col mito dei Bareadi” (il gioiello del Museo di Ran­dazzo) del 1982. “Randazzo una città Medioevale” del 1988, tutte opere che dedicò al salesiano.

La prima cosa che è giusto citare, è il luogo dove oggi sorge Randazzo e a sentire di coloro che ci precedettero furono cinque le città che le diedero vita.

Secondo l’idea del Plumari il luogo dove oggi sorge Randazzo non è altro che quello dove convennero le popolazioni di Tiracia o Tiracina, Alesa Mediterranea, Triocala, Tissa e Demena una pentapoli, dove si è propensi a ritenere che il Plumari abbia utilizzato manoscritti di sto­rici municipali precedenti e studiosi della storia di Sicilia, principal mente il manoscritto di Onorato Colonna, per tentare di collegare la sto ria a quella di antiche citta siciliane.

La teoria scatenò le ire dell’abate Paolo Vagliasindi che lo conte­stò nella sua “Discussione storica e topografica di Randazzo”. Egli dis­se del Plumari che, essendo parroco aveva il diritto di imporre quanti nomi voleva nel battezzare la città di Randazzo, l’abate non trascurò nulla per demolire l’ipotesi del Plumari, che convinto a dimostrare la fondatezza della sua teoria tornò sull’argomento con più passione e decisione; la sua fatica al di là di qualsiasi giudizio è per i posteri, unico punto di riferimento per ulteriori ricerche sulle origini di Randazzo.

A questo punto ci sembra opportuno, tentare di prlare della città di Randazzo, essa è tra i paesi più vicini all’Etna (15 Km dal cratere centrale) domina tutto il versante settentrionale del vulcano, e gode di un clima asciutto d’inverno e fresco d’estate, e fù per questo che Ran­dazzo divenne città di villeggiatura di Re e Regine Aragonese.

Essa giace in un territorio zeppo di reperti archeologici che la fanno risalire al VI sec. a. C. anzi al neolitico.

Abbiamo ma larga documentazione nel “Museo Archeologico Vagliasindi”, piccolo in sé, ma di valore inestimabile. Esso è formato dal materiale che il nobile Paolo Vagliasindi trovò nel fondo di sua proprietà detto Santa Anastasia, prima fortuitamente e poi in due regolari campagne di scavi condotte dal Prof. Antonino Salinas, direttore del Museo Archeolo­gico di Palermo negli anni 1889- 1890.

La raccolta comprende 2000 oggetti fra cui: vasi attici a figure in nero e in rosso, oggetti di oro, argento e bronzo, vasetti di vetro di origine fenicia, grandi anfore e sarcofagi in terracotta, ecc..

Grande vanto del museo è un “Oinochòe” che porta il nome dello scopritore, e i monili femminili in oro, lavorati a filligrana; chiamati con il termine “Heliches”, che ci rappresentano con quale perfezione fosse lavorata l’oreficeria in quei tempi remoti.

Oltre ai ritrovamenti negli scavi, esistono nel territorio, i rude­ri di vecchie case bizantine e medioevali, da ciò si può dedurre che nel la citta si fusero le più disparate civiltà, lasciando tracce di monumenti di grande valore.

Secondo l’autore Michele Amari, nella sua opera “I Musulmani in Si­cilia” ci dice che il nome della città derivi da quello di un Rendasci, governatore di Taormina; dal nome di origine bizantina, provenendo da Rendakes o Rendakios, di un’antica famiglia di Atene. Non ebbe quindi un fondatore e non si sà precisamente il perché di un tale nome, ma si sà che sorse a poco a poco, costruita casa per casa da, un gruppo di popola­zione greca, ai greci in seguito si aggiunsero gruppi di popolazione la­tina che abitavano sul luogo di questa località che poi si chiamò Randazzo.

La città di Randqzzo acquistò un ruolo di maggiore importanza nel periodo svevo e aragonese.

Le età sveva e aragonese permearono la città di tante opere, che u­niche come sono in tutta la Sicilia le hanno fatto guadagnare il titolo di “Siena della Per questa sua importanza strategica, per la fedeltà verso i Re della Sicilia, sembra che sia stata scelta per ben tre volte come sede dei Parlamenti Generali del Regno.

Nel 1412 fù istituito il Viceregno che segnò per la città ed anche per il resto della Sicilia l’inizio di un periodo di decadenza politica, economica e culturare. Fù una decadenza rovinosa che, si aggravò con la venuta di Carlo V, di passaggio diretto a Messina (18 ottobre 1535) inconsciamente fù apportatore di sventure e distruzioni. Un anno dopo il suo passaggio, nel 1536 la città fù vittima dell’occupazione, per ben quat­tro mesi, e del saccheggio da parte dei soldati ribelli all’Imperatore.

Sempre nel 1536 è datata una colata lavica che coperse una parte fiorentissima del territorio, e la peste che dal 1575 al 1580 distrusse molte famiglie e altrettante speranze. A questi disastri, se ne aggiunsero altre a scopo di lucro da parte del governo spagnolo, anche l’alluvione del 1682 che distrusse un quartiere della città. Con queste sventure termina la dominazione spagnola in Sicilia.

Da questo momento la storia della città si riduce alla scialba cro­naca degli avvenimenti municipali, solo nel 1719 la città si risvegliò con l’avvento della battaglia di Francavilla tra Tedeschi e Spagnoli, e la venuta del generale italiano Nino Bixio del 6 agosto 1860.

Ultimi disastri furono i bombardamenti anglo-americani del luglio-agosto 1943, che privarono la città di quei monumenti d’arte che rimane­vano come ricordo del suo periodo più fiorente, ma in Randazzo i danni maggiori furono quasi totalmente opera dell’uomo, che non ha capito e apprezzato. Tuttavia esso è ancora il maggiore richiamo degli studiosi d’arte e meta di molti turisti.

 

MURA DI CINTA

Randazzo, un tempo era l’unica città che fosse difesa da ” Mura di Cinta”, simbolo della potenza della città. La vecchia cinta muraria strutturata in pietrame lavico cementato con malta, alta poco meno che otto m e larga 2, con un cammino di ronda di cinque palmi; essa girava attorno alla città come un anello, incoronata da una fila di merli guelfi che si inseguivano spessi e fitti alla distanza di 50 cm l’uno dall’altro, era­no intercalate da sette torri e, fino alla fine del “400”, da nove porte, cui se ne aggiungeranno, nel corso dei due secoli successivi, altre tre. Erano frutto di uno sforzo costruttivo e finanziario imponente che richie de tassazioni pubbliche e accordi collettivi sui turni di guardia, faci­litando d’altra parte, l’esazione di diritti doganali e il controllo del fluire delle merci e delle persone.

Alle due estremità dell’abitato erano poste le porte principali, ad occidente:

  • Porta di San Martino, e fù chiamata “Porta Palermo“, perchè rivolta sulla “Trazzera Regia” (strada, che portava a Palermo). Anticamente fù chiamata anche “Porta della Dogana”, ma quando fù costruita la chiesa di San Martino prese il nome da questa; per essa nel 1535 entrò la so­lenne cavalcata di Carlo V. Precedentemente era stata restaurata da Re Pietro I d’Aragona e portava gli stemmi ed una lapide che il Re aveva fatto apporre; in seguito sia gli stemmi che la lapide furono danneg­giate dalle soldataglie spagnole nel 1539; nel 1753 come si legge ancora sulla chiave dell’arco fu rifatta del tutto, con i nuovi criteri settecenteschi che fecero abbolire l’arco acuto, in occasione della venuta in Randazzo del Vicerè Duca de La Fuille. Dopo l’emergenza del 1943, fú ricostruita con nuovo materiale diverso dell’arenario-rossi­gno di cui era fatta prima; unico pezzo salvatosi è la chiave dell’arco che porta la data sopradetta. Fù chiamata in seguito “Porta di San Cristoforo”, perchè portava una icone che rappresentava un affresco di San Cristoforo. Attualmente l’affresco è stato sostituito da una composizione in ceramica smaltata, per opera del Prof. Nunzio Trazzera.

 

All’altra estremità dell’abitato, dalla parte orientale:

  • Porta Aragonese, che si chiamò anche “Porta San Giuliano”, perché presso essa sorgeva una chiesa dedicata a questo Santo. Ebbe anche il nome di “Porta degli Ebrei”, perché, prima della loro espulsione dalla Sicilia per ordine di Federico II nel 1492, qui esisteva il ghetto. Venne anche chiamata “Porta del Mosto”, perché un tempo chi voleva introdur­re vino o mosto in città, doveva obbligatoriamente passare per questa porta dove aveva sede il gabelliere che riscuoteva 10 grani (2ocnt) per ogni salma di prodotto. Sulla Porta Aragonese vi sono ancora i tre stemmi apposti da Re Pietro I d’Aragona nel 1282.

Sul lato meridionale prima dell’eruzione del 1536, è rivolta:

  • Porta di San Giuseppe, un tempo detta “Porta della Sciarotta” e anche “Porta del Soglio”, perché per essa entravano nella città le pietre di costruzione, ed infine anche “Porta S. Anna” prendendo il nome dal la vicina chiesetta, che poi fù soppiantata dalla chiesa di San Giuseppe, dalla quale ha preso l’attuale nome.

Sul lato settentrionale si susseguivano:

  • Porta dell’Erba Spina, tra il monastero di San Giorgio e la chiesa di Santa Maria, dal nome di una fontana che vi era con un gran stagnone ed una beveratura per i cavalli, d’acqua sommamente fredda, con alcu­ni molini da grano, ma detta anche “Porta del Quartararo”, per la vi­cinanza di una bottega di vasai.
  • Porta di Santa Maria o della Fontana Nuova, demolita e ridotta ad una breccia per la quale si scendeva al fiume ai tempi del Plumari.
  • Porta Pugliese, prese il nome dalla nobile famiglia che abitava presso di essa e che probabilmente l’aveve in custodia. Fù chiamata anche “Porta dei Martinetti” dal nome di una contrada vicina; oppure perché for­se un tempo era difesa da ordigni di guerra di questo genere. Fù detta anche “Porta del Ponte Nuovo”, giacché portava al ponte sull’Alcanta­ra distrutto da un’alluvione del 1677 e per cui passavano gli animali destinati al macello.
  • Porta di Buxemi o della Fontana Vecchia, perché da essa ci si portava alla fontana del Roccaro, che andò distrutta da un uragano nel gennaio del 1847.
  • Porta di Giustizia o della Fiera, anch’essa distrutta da un uragano. La prima denominazione trae origine dal fatto che da essa si facevano uscire fuori dalla città i malviventi condannati a morte, da giustiziar si nel prossimo piano denominato “la Timpa”, mentre successivamente fù detta “della Fiera”, perchè dalla medesima veniva introdotto il bestia me nel mercato di San Giovanni Battista.

Infine, ad occidente:

  • Il Portello di Santa Catarinella, dal nome di una chiesetta distrutta durante l’inondazione del 1682, di cui esisteva, ai tempi del Plumari solo il varco per la discesa al fiume.

Successivamente poste tutte sul lato meridionale si susseguirono al tre tre porte:

  • Porta di Santa Maria di Gesù, aperta dopo il 1539 per dare un comodo maggiore ai Minori Osservanti, che abitano sin’oggi il convento, la cui chiesa è titolata Santa Maria di Gesù.
  • Porta del Carmine, aperta nel 1559 per comodità dei fedeli, per recar­si alla chiesa del convento dei Padri Carmelitani. Fù in seguito allargata per consentire il passaggio dei carri pieni di legname per quella che era la strada regia Palermo-Messina.
  • Porta di San Francesco di Paola, risalente al 1622.

Oggi di essi esistono ancora quà e là solo i ruderi, erosi dal tem­po che tuttavia ci richiamano alla mente i tempi gloriosi della città. Delle dodici porte ne esistono soltanto quattro: porta dì San Martino, di fronte all’ampia scalinata dei Cappuccini, la porta di San Giuseppe, in prossimità della piazza di San Francesco di Paola, la porta Aragonese nei pressi dell’ex mattatoio comunale, e la porta Pugliese, che si affaccia sulle balze dell’Acantara.

Delle sette torri resta solo la torre principale o castello detta maschio” adibita per un lungo tempo a carcere.

La parte più intatta delle mura è quella che sovvrasta la collina di San Giuliano che si collega alla porta Aragonese e che fiancheggia la strada nazionale.

 

CHIESA DI SANTA MARIA

Fra i monumenti storici ed artistici più importanti che compongono il patrimonio artistico della città, abbiamo le “Tre Chiese Maggiori”: chiesa di Santa Maria, chiesa di San Martino, chiesa di San Nicola.

La chiesa di Santa. Maria sorge al centro dell’omonimo quartiere, è il monumento artistico più rappresentativo che, con la sua massa cubica a plinti compatti di basalto finemente squadrati è il monumento che si impone all’ammirazione di studiosi e di turisti.

Sulle origini del monumento non si hanno dati certi a causa della distruzione degli archivi civili e di quelli della chiesa, la tradizione ci ricollega le origini di questo monumento ad una pia leggenda che risale ad un tempo anteriore al “Mille”.

La leggenda narra che in tempi lontani dove ora sorge Randazzo, abitava una piccola comunità di cristiani, particolarmente devoti alla Madonna. Ma ecco che si abbatté la furia empia della persecuzione dei fedeli e la piccola comunità del luogo fù costretta ad abbandonare le case ed anche la piccola grotta in cui ergeva l’immagine della Madonna, “Madonna del Pileri”. Non sopportando però che essa fosse profanata dai persecutori, decidono di chiudere l’ingresso della grotta con un muro grezzo. Ma pri­ma di dare l’addio alla sacra imnagine, accendono davanti ad essa un lu­micino. Passano gli anni ed un giorno un pastorello che attendeva a custodire un branco di pecore, è attratto dal brillare di una fiammella, si avvicina e da una fessura scorge il lumicino acceso davanti ad una imma­gine della Madonna. Era passato un secolo e il lumicino acceso dagli an­tichi cristiani ardeva ancora davanti alla sacra immagine, questo fatto suscitò grande entusiasmo tra i fedeli che innalzarono prima un’ara e poi una chiesetta in legno, in un secondo e in un terzo tempo una chie­setta in muratura e poi il grandioso tempio che ancora possiamo ammira­re. La sacra effigie è ancora in chiesa, onorata per lunghi secoli sul­l’altare maggiore, rovinata dal tempo, fù sostituita dalla Madonna delle Grazie che ancora possiamo ammirare, recentemente restaurata e strappata dal in arenaria su cui era stata affrescata, e ora collocata sulla porta interna di tramontana della chiesa.

La chiesa, come si presenta allo stato attuale, a tre navate e una massa compatta di nero lavico, è la più vistosa delle tre chiese maggiori, venne costruita negli anni che vanno dal 1217 al 1239, rappresenta l’arte normanno-sveva con influenze lombarde. E’ l’unica chiesa di cui conosciamo con certezza la data della sua costruzione perchè ci viene testimoniata da due epigrafi, che sono scolpite sul cantonale esterno di tramontana. Una di esse ci parla dell’inizio dei lavori, in una lingua latina stra­ziata dagli scalpellini; mentre l’altra ci dà la data della fine dei lavori.

Le sue mura sono in conci lavici ben squadrati, sono ornati negli spazi lineari, da bifore e trifore cui fanno spicco esili colonnine di basalto incoronate di capitelluzzi floreali.

Sul cantonale di mezzogiorno, spazia con la sua massa di bianco marmo sul nero del basalto, “Leone Rampante” stemma della città.

Le due fiancate laterali sono ornati da due portali monumentali che risalgono al sec. XV; tutta la parete e punteggiata da diverse formelle in pietra lavica in ordine sparse e di vario disegno.

Sulla facciata principale, che da sull’omonima piazza, si ergeva il meraviglioso campanile. Esso sorgeva in posizione insolita. L’attuale è stato ricostruito nel XIX sec., mentre l’originario risaliva al XIII sec

Il campanile è la parte più appariscente che domina l’intero prospetto, maestoso, sobrio in una ricca bicromia dell’arte siciliana.

Nel sec. XVI, un grande avvenimento contribui allo sviluppo della Chiesa, portando un vantaggio economico non indifferente: la vistosa ere­dità della Baronessa Giovanella De Quatris, oriunta probabilmente di Catania, essendo senza figli lasciò un testamento del 1506 (che ancora possediamo nell’originale in cartapecora), il suo patrimonio formato di due feudi, Flascio e Brieni e un ricchissimo tesoro. Tale patrimonio fece sorgere il desiderio di rinnovare la chiesa ed arricchirla di preziossisimi arredi.

Nel 1580 Andrea Calannech, fà un progetto di ristrutturazione interna della chiesa in puro stile brunelleschiano.

L’interno e un inno di colori con le sue numerose opere d’arte; fin dal XVI sec. si avvicendarono artisti esimi della scuola. messinese e palermitana che ancora ornano le chiese:

  • Giovanni Caniglia nel 1548.
  • Daniele Monteleone nel 1614.
  • Il concittadino Onofrio Gabriele nel 1670.
  • Antonino Bova nel 1701.
  • Filippo Tancredi alla finestra del XVII sec. Opere molto pregiate che ornano la chiesa sono:
  • Il “Fonte Battesimale” del 1566.
  • Il “Ciborio” del 1593.
  • Gli”Armadi della Sacrestia”del 1680 e 1768.
  • Il”Busto Sarcofago”della. baronessa De Quatris.
  • Il “Lavabo della Sacrestia”.
  • Il preziosissimo “Crocifisso” di Frate Umile da Petralia del XVII sec. Anche le argenterie hanno un valore storico inestimabile come il:
  • Poderoso “Ostensorio Processionale” alto m 1,50.
  • La pesante “Mazza Capitolare”.
  • Il preziosissimo “Paliotto” fatto di ricami d’oro e di perle.
  • Il “Libretto di Preghiera ” in avorio della baronessa De Quatris.
  • Il “Calice” di Pietro d’Aragona.
  • La “Croce Astile” ecc…

Sarebbe lungo l’elenco di tutte le cose preziose di questo tesoro, una volta visitabile ma ora nascosto dato che la guerra, ha distrutto la ca­mera blindata in cui era custodito.

Singolarità delle chiese di un certo pregio del periodo normanno – svevo è la chiesa sotterranea o cripta di cui sono fornite tutte le chiese del 1200 e del 1300. Essendo la chiesa di Santa Maria una costruzione del “200”, ha la sua cripta, si entra dalla porticina che si apre sulla piazza della Basilica, ora ridotta a magazzino, ma che una volta ospita­va una Confraternita. Tale chiesa sotterranea, era molto più grande, ma in seguito alla costruzione della Cupola, il suo spazio è stato dimezzato.

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