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Padre Mario Camarda

 

 Padre Mario Camarda, Missionario  Oblato di Maria Immacolata

Coloro che si accingono a leggere la biografia di Padre Mario Camarda, non si annoieranno di sicuro, perché saranno attratti da ciò che è riuscito a realizzare,  nel nome della Fede e di come l’ ha intesa nella sua lunghissima e poliedrica esperienza di Missionario OMI.
Mario Camarda nasce a Randazzo il 18-01-1955.
Non conoscerà il padre che viene a mancare quando lui ha solo 10 mesi.
Ultimo di 11 figli, di cui 7 scomparsi prematuramente, in famiglia rimangono, con la mamma, solo 4 fratelli,  dei quali, due maschi, emigrano presto in Belgio, per lavoro,  mentre la sorella segue il marito in Svizzera.
Mario, il ”piccolino di casa” resta  a Randazzo con “ mamma” come la chiama affettuosamente tuttora, a distanza di anni dalla sua mancanza, facendo trapelare il profondo legame che li univa.
La sua infanzia è povera . Frequenta la scuola elementare all’ “edificio scolastico”, come veniva comunemente chiamata, negli anni 60, l’ attuale scuola Don Milani.
La mamma, intanto, per  far proseguire la scuola a Mario, chiede assistenza ad un ente per orfani, l’E.N.A.O.L.I. che gli permette di continuare gli studi presso il collegio salesiano di Randazzo” San Basilio”, con la frequenza della scuola media e del biennio di Ragioneria.

Mario, infatti, pur riuscendo meglio nelle materie letterarie, razionalmente, sceglie gli studi di ragioneria perché  pensa di poter aiutare economicamente la mamma  ed allo stesso tempo starle più vicino, in quanto, all’ epoca, col diploma di ragioneria e perito commerciale si poteva subito lavorare in banca.

 

 

L’ aspetto vocazionale                                             

Invece la sua razionalità lascia  il posto all’ emozione del cuore  che lentamente e  con netta convinzione lo porta alla vocazione sacerdotale.
I primissimi approcci verso la sua vocazione iniziano durante la frequenza scolastica del collegio  salesiano di Randazzo, grazie a Don Mondìo che è il suo catechista ed anche attraverso i missionari salesiani che passano da Randazzo periodicamente,  venendo a parlare in classe delle loro missioni.
Mario, ascoltandoli, inizia a porsi spesso la domanda:- Perché  un domani non potrei essere io al loro posto? 
Quindi comincia a  prendere strada in lui una prima consapevolezza di vocazione  missionaria, piuttosto che di sacerdote diocesano, anche se questa sua   futura scelta l’avrebbe portato lontano dalla mamma, per cui  opta per il Seminario Diocesano.
Quindi, tramite il Parroco di S. Nicola, allora Don Egidio Galati, ha  un colloquio con Don Giuseppe Costanzo, Rettore del Seminario Vescovile di Acireale (futuro  Arcivescovo di Siracusa), che gli consiglia di proseguire i suoi studi di ragioneria fino al diploma.
Mario, quindi, seguendo la sua vocazione, a solo quindici anni  entra in seminario ad Acireale.
Intanto  l’idea di missione sacerdotale si fa sempre più strada in  lui. Infatti   quando , dopo il diploma di ragioniere, nel 1973, gli arriva la lettera per  un’intervista da parte della CASSA DI RISPARMIO di Acireale, Mario la cestina senza esitazione,  perché pensa più fermamente che la vera strada da seguire sia quella sacerdotale .

 


Quindi sempre ad Acireale frequenta un anno di propedeutica, durante il quale studia latino, greco e storia della filosofia per poter poi accedere allo Studio Teologico a Catania.
La sua  convinzione verso la  missione sacerdotale, viene rafforzata ancor di più nel 1974, quando arriva  a Randazzo la MISSIONE POPOLARE da parte dei Missionari Oblati di Maria Immacolata . Mario, viene attratto dal loro modo di svolgere la missione, che lo porta a seguirli, prima in un campeggio  a Fiumara Calabra,  in seguito a Patti ed infine a Marino Laziale, per un’esperienza comunitaria con altri giovani, provenienti da tutta Italia. In questo Centro , questi giovani, vivono  secondo il principio del Vangelo, come gli Apostoli nei primi tempi, mettendo tutto in comune e svolgendo qualsiasi lavoro fosse  necessario, con umiltà e serenità.
Nel frattempo , Mario  frequenta il primo anno di filosofia all’ Università Pontificia Lateranense.   
Alla fine di quest’anno di discernimento nella comunità,  Mario   comprende , chiaramente e in modo definitivo  che la sua vera strada da seguire non è quella del sacerdote diocesano, ma quella di portare la Parola di Dio tra la gente, come Missionario OMI, dando un grande dispiacere  alla mamma, che lo avrebbe voluto vicino a lei.
 Così nel 1975 inizia il Noviziato e il 29 settembre 1976 pronuncia i voti temporanei per un anno, ricevendo subito dopo la veste talare.
Dall’ottobre 1976, nel Seminario degli Oblati, comincia a frequentare il secondo anno di  filosofia ,  tre anni di teologia  e  di seguito due anni di specializzazione in Teologia della Vita Religiosa all’ istituto di spiritualità CLARETIANUM di Roma.
 Nel 1980 pronuncia i voti perpetui,  durante i quali gli viene consegnato il Crocifisso che indossa sempre, perché simbolo della sua Congregazione.
Alla cerimonia dei voti perpetui partecipano i suoi familiari, compresa la mamma, malvolentieri, ormai rassegnata alla decisione di Mario.

Il 20 febbraio 1982 viene ordinato sacerdote a Randazzo, nella Chiesa di S. NICOLA, e a giugno dello stesso anno riceve” l’ obbedienza” dai superiori come missionario in Camerun, in Africa, che raggiunge il 2 ottobre dello stesso anno.

 

 

 L’ esperienza missionaria… La” sua”prima Africa                                                   

Padre Mario  rimane in Camerun per sette anni, definendo questa esperienza bellissima e stimolante , in una stupenda Africa da sogno.
Abita con un altro missionario in una casetta a 1500 metri d’altezza.
I villaggi che deve raggiungere si trovano in basso, nella bellissima ed immensa foresta pluviale equatoriale, con una straordinaria biodiversità di flora e fauna.  
I piccoli villaggi sono sparsi dappertutto  e, per raggiungerli, Padre Mario, con grande e gioioso spirito di sacrificio,  guada fiumi,  attraversa ponti di liane e  quant’ altro.
ll compito di Padre Mario  è quello di portare la parola di DIO concretamente con amore e dedizione, a questa popolazione immersa nella foresta,  aiutando  i malati insieme agli infermieri e alle suore . Si dedicano,  con amore anche ai bambini, fra cui tanti orfani, dando a loro affetto, protezione e quant’altro …
Ma, purtroppo, in queste sette intensi anni di permanenza in Camerun, Padre Mario viene colpito da varie malattie: prima dalla malaria, poi dalla malattia del sonno provocata dalla mosca tse-tse, che riesce a curare all’ospedale della Missione.
La più pesante, la tubercolosi, lo costringe, nel settembre 1989,  
a rientrare in Italia per curarsi. Una volta guarito viene inviato, nel 1990 “in missione” a Messinacome parroco della Parrocchia di S.Caterina, tenuta dagli Oblati dal 1980, dove vi rimane per 8 anni.
Gli Oblati lasciano la Parrocchia di Messina il 1° Settembre 1998 . Così Padre Mario raggiunge la Francia, esattamente Aix-en-Provence, vicino a Marsiglia, dove rimane per circa tre mesi per un ritiro spirituale.    

 

                                                                                      

La”  sua” seconda Africa
Il suo secondo ritorno in Africa risale  al 21 gennaio 1999, periodo in cui riparte, a 44 anni,  per il Senegal, dove rimane  otto anni per continuare la sua  opera missionaria.
Il Senegal, però non è il Camerun, sia per il clima che per la flora e fauna.  In Senegal, il clima  è tropicale, molto secco, con rare piogge.
Nella zona interna, dove si trova ad operare, la terra è arida, spoglia di vegetazione, a parte tanti baobab…
Quindi, in Senegal quel” mal  d’Africa” che l’ aveva spinto a ritornare, si  attenua ,  anche se l’esperienza con la gente del luogo ,  P. Mario la definisce entusiasmante.
Nel 2006 Padre Mario  rientra in Italia dall’ Africa per celebrare con un ANNO SABBATICO i suoi 25 anni di sacerdozio.
Trascorso l’anno in Molise, il 7 luglio 2007 muore la mamma ed egli viene giù a Randazzo per il funerale, al quale hanno partecipato anche i fratelli del Belgio e la sorella che ormai vive a Randazzo dal 1990.
Nel settembre di quello stesso anno una nuova esperienza l’attende: riceve l’obbedienza per LOURDES, dove rimane fino al 2009, come confessore dei tantissimi pellegrini, in grande parte italiani, che raggiungono Lourdes, soprattutto nel 2008, in ricorrenza del 150 anniversario dell’ apparizione della Madonna .

 

 

 

Il ritorno definitivo in Italia                                 

Nell’agosto 2009 lascia Lourdes per rientrare in Italia, ad ONE’ DI FONTE (in provincia di Treviso).
La comunità viene chiusa  nel 2012, dopo oltre sessant’anni …
Di seguito viene inviato in Molise, al Convento di Ripalimosani (in provincia di Campobasso), anche questa comunità in chiusura . In questa sede rimane insieme ad un altro confratello per svolgere delle piccole Missioni Parrocchiali nel territorio molisano-campano… una bellissima esperienza missionaria,  che gli dà  molte e ricche soddisfazioni.
L’anno dopo, viene inviato a Napoli, dove ha avuto dai superiori l’”obbedienza”,, con l’ intenzione di chiudere la comunità, perché vi sono rimasti, nella sede, solo un padre anziano ed ammalato ed un altro  confratello in dialisi da otto anni. 
Padre Mario rimane a Napoli per due anni, dal 2013 al 2015, dove fa  un’ esperienza pastorale bellissima in un quartiere chiamato Pizzofalcone, vicino ai Quartieri spagnoli, appena sopra S. Lucia. 
La cosa che più colpisce Padre Mario, in questo periodo, è vedere il suo confratello soffrire per la dialisi che fa tre volte a settimana, partendo alle 16:00 e tornando alle 22:00,  stremato.
Un giorno, a pranzo, parlando insieme, Padre Raffaele, così si chiama il confratello, gli confessa  che è stato chiamato 21 volte da Pisa per il trapianto, ma il rene non era mai stato compatibile.
A questo punto Padre Mario, con un gesto partito dal profondo del cuore, si propone di donare lui il rene al suo confratello, nella speranza che sia compatibile. Di fatto risulta compatibile, e così, dopo una lunga trafila ed una lunga attesa, finalmente nel mese di agosto 2015 viene comunicata la data del trapianto, che bisognerà fare a Pisa perché P. Raffaele è in lista d’attesa lì ed ha tutta la documentazione all’ospedale di Cisanello, a Pisa. 
Il rene viene trapiantato il 7 ottobre, giorno della Madonna di Pompei, alla quale P. Raffaele era particolarmente legato. 
Nelle pieghe della vicenda, Padre Mario vede, in quella data,  una protezione particolare della Madonna , per cui, in sala operatoria si  sente ancora più unito al confratello. Dopo il trapianto, Padre Mario, a chi gli chiede sull’ argomento, risponde che, durante lo scolasticato, periodo di studio, i suoi formatori  dicevano che bisognava essere sempre pronti  a dare la vita gli uni per gli altri e lui, con molta modestia, in realtà ,  ha donato solo e semplicemente un rene  per poter lenire le sofferenze del suo confratello. 
Cosi con questo gesto ha dato una nuova e normale vita a Padre Raffaele …
Nel novembre 2015,  viene inviato in Sardegna dove il suo ruolo è quello di parroco ed economo della comunità di cui fa parte, e dopo 2 anni è inviato a Pescara, dove si trova attualmente …
La sua vita è ancora un continuo itinere, per portare la Parola di  Dio, là dove glielo chiederanno, secondo i principi della sua congregazione. 


La storia. Religioso dona rene a suo confratello. 

​​I due si conoscono da 40 anni, sono della congregazione degli Oblati di Maria e hanno dovuto attendere il via libera del Tribunale di Pisa prima di potersi sottoporre all’operazione.
Padre Mario Camarda, sacerdote della Congregazione degli Oblati di Maria, ha donato un rene ad un suo confratello missionario, padre Raffaele Grasso.
Non essendo consanguinei, i due religiosi Omi hanno dovuto attendere il parere del Tribunale di Pisa prima di procedere alle analisi mediche e al trapianto, avvenuto il 7 ottobre.
Ne dà notizia oggi il Servizio Informazione Religiosa della Cei, che rivela un antefatto: padre Raffaele già nel 2000 aveva ricevuto un trapianto, poi andato male e attendeva da tempo che il telefono squillasse da Cisanello di Pisa per la nuova operazione.
Dieci anni di dialisi – sottolinea il Sir – sono tanti, indeboliscono, condizionano la vita di ogni giorno. Così padre Mario ha sentito di “doversi fare ancora più fratello”. “Te lo do io il rene!”.
I due si conoscono dal 1975, sono stati compagni di cammino verso il sacerdozio. “Ricordo durante lo scolasticato che ci dicevano: ‘Siete pronti a dare la vita gli uni per gli altri?’ Ecco, io ho dato solo un rene”, riflette padre Mario. “Pensaci, riflettici, pregaci”, gli aveva chiesto padre Raffaele. “Ho deciso di farlo: se si può dare una vita diversa, lenire le sofferenze di padre Raffaele, perché non aiutarlo?”, racconta padre Mario.
 


Non essendo consanguinei, padre Grasso e padre Camarda hanno dovuto attendere il parere del Tribunale di Pisa prima di procedere alle analisi mediche e all’eventuale trapianto.
Solo dopo 9 mesi i giudici si sono espressi positivamente e sono iniziate le prescritte prove di compatibilità anche attraverso il “cross match”: in sostanza, contemporaneamente sono stati monitorati i reni di diversi possibili donatori. Alla fine, quello di padre Mario è risultato il più compatibile. “È una storia condivisa da tutta la Provincia d’Italia e di Spagna e nelle terre di missione”, chiosa padre Mario, che è ancora in ospedale a causa di qualche intoppo nel drenaggio renale.
Adesso padre Raffaele sta compiendo il decorso operatorio in una casa di accoglienza a due passi da Cisanello, dove è sottoposto ai controlli di routine.
È missionario, abituato ad andare di qua e di là, secondo il carisma della congregazione, secondo la proposta del fondatore, Sant’Eugenio de Mazenod. Ora, però, i medici gli hanno consigliato riposo assoluto. Lui lo sa, non vuole affrettare i tempi, i suoi giovani, che guida da anni, pazienteranno un pò. “Adesso devo gestire un dono che è frutto dell’atto d’amore di un confratello”. “Per ora – commenta il Sir – è questa la sua missione”.

Avvenire venerdì 23 ottobre 2015 

Guarda il video di Don Mario Camarda è molto, ma molto significativo. 

 

Covid – 19. “Zona Rossa” a Randazzo

Lettera a La Voce / “Ristoworld Italy”: superata l’emergenza, urge rilanciare le attività turistico-ristorative di Randazzo

 

RANDAZZO IN LOCKDOWN

di Giuseppe Portale

C’era una volta Randazzo… La Randazzo medievale delle tre chiese che a turno fungevano da matrice; dei tre quartieri: latino, greco e lombardo; delle tre parlate; dei tre parchi naturali: dell’Etna, dei Nebrodi e dell’Alcantara; dei tre musei e di una bella biblioteca. Visitata tutto l’anno da tanti, tanti turisti attratti dalle sue bellezze naturali ed architettoniche. Randazzo città della cultura.

Oggi quella Randazzo non c’è più! E non ci sarà più chissà per quanto tempo!

Chi si trovasse a percorrere le vie del paese, oggi, troverebbe una landa deserta.

Una città fantasma come quelle abbandonate del Far West!

E tutto questo da quando è stata ingiustamente considerata e marchiata come “zona rossa” a causa dell’attuale epidemia del Covid 19 che l’ha appena toccata – come tante altre città, del resto – ma che qualcuno ha voluto forzatamente farla dichiarare come tale: “zona rossa”.

Scuole e negozi chiusi: bar, ristoranti ed altri locali pubblici in primis, ma anche negozi di abbigliamento, di calzature e di quant’altro possa occorrere per le necessità delle persone e delle famiglie. Alimentari, farmacie, parafarmacie e studi medici esclusi, ovviamente.

Un centinaio i contagiati: la maggior parte asintomatici e proprio in questi giorni con i relativi tamponi molecolari risultati negativi, peraltro. Due soli i ricoveri, di cui uno in terapia intensiva in un ospedale di Catania e l’altro al reparto Covid di Biancavilla. Purtroppo un deceduto, risultato positivo al Covid in sede di ricovero, ma non deceduto solo per questo, essendo già portatore anche di altre gravi patologie ed avendo dovuto subire precedentemente più di un intervento chirurgico.

 

 

 

Carabinieri, Forestale ed Esercito presidiano le vie d’accesso della città, controllando chi vi entra o chi vi esce. Sino a tarda sera di ieri, giovedì 22 ottobre, persino un elicottero a volteggiare ed a controllare la città dai cieli. E, come se ciò non bastasse, duri e pesanti blocchi di cemento ad ostruire ed impedire l’accesso nelle diverse bretelle che dalla strada provinciale Quota Mille permettono di  raggiungere la città.
Uno spiegamento di forze così – ci dicono diverse persone anziane – non si vedeva dai tempi del fascismo, quando erano vietati gli assembramenti, ma per altri motivi. Tuttavia è stata fortemente richiesta e fortemente voluta, la dichiarazione di zona rossa, dal sindaco della città, che peraltro la rivendica, a suo dire, per l’alto numero di contagiati, anche se asintomatici: un centinaio su una popolazione di oltre diecimila abitanti.
Cause del contagio? Qualche ricevimento seguìto ad un paio di matrimoni, ad alcune cresime, ad un compleanno. La mancanza del dovuto distanziamento e la non perfetta osservanza delle disposizioni che ci sono state caldamente raccomandate in tutto questo periodo dai sanitari. 
Non sono dello stesso parere del primo cittadino, però, gli operatori commerciali della città che, pur riconoscendo il fenomeno, non ne ritengono la particolare gravità nei numeri, visto che molti contagiati sono asintomatici ed i cui tamponi, oggi, stanno già risultando negativi, tanto che la curva dei contagi sembra stia discendendo.
Molti, per esempio, si sono preoccupati per essere stati a contatto con qualche contagiato, ma grazie a Dio la loro pur legittima preoccupazione oggi non sta dando motivo di temere il peggio con l’esplosione di un contagio fuori controllo.

Gli operatori commerciali, dicevamo. Ne abbiamo sentiti parecchi.

Ci hanno fatto chiudere così, dalla sera alla mattina – ci dice Antonino Caggegi, contitolare con il fratello dell’omonimo bar in Via dei Romano – avremmo gradito essere informati prima, in modo da non lasciarci cogliere impreparati. Sì, è vero, sappiamo di qualche sporadico caso in città, ma forse si è creato un eccessivo allarmismo. Danni economici? Senza alcun dubbio. Il decreto regionale parla di aperture ma solo per i beni di prima necessità. E, diciamolo chiaramente, il caffè o il dolcino, la pizzetta non lo sono affatto: ecco perchè abbiamo preferito chiudere l’esercizio, poichè avevamo i costi (anche quelli del personale) ma nessun introito, e quindi andavamo in perdita. Meglio chiudere!”.

E come il Bar Caggegi anche gli altri della centralissima Via Umberto, il Bar del Corso di Maurizio Vecchio ed il vicinissimo Absidi Cafè.
Con questa ingiusta dichiarazione della nostra città come zona rossa senza che ce ne fosse veramente necessità – ci dice Maurizio Vecchio – la nostra città è veramente morta. E non si sa quando risusciterà. Forse ci vorranno decenni“.

“Lei è l’unico cliente che oggi pomeriggio sia venuto a comprare il giornale – ci dice l’edicolante Daniele Gullotto oggi ho tenuto aperto, con i costi generali che ne derivano, ma senza trarne alcun utile. Così non si può proprio andare avanti“.

Rincara la dose Daniele Sindoni, negozio di abbigliamento anch’esso nella centralissima Via Umberto, membro del direttivo provinciale della Confcommercio catanese, rappresentante sindacale di lungo corso per quanto riguarda la sua categoria:

A mio avviso si è creato un allarmismo del tutto ingiustificato, visti i numeri dei contagiati  asintomatici in rapporto con la popolazione della città. Proprio quando ci stavamo per risollevare dopo il ìungo lockdown dei mesi scorsi, siamo di nuovo ripiombati in un incubo senza fine. Questa nostra città, peraltro, è già stata fortemente penalizzata: prima per lo spostamento del mercato domenicale dal centro alla periferia, senza che siamo stati minimamente consultati, come in quest’altra occasione, ma messi di fronte a un dato di fatto. Spostamento che trovava origine da alcuni lavori che dovevano essere fatti per allargare la bambinopoli di Piazza Loreto. Ma poi, finiti i lavori, il mercato non è più tornato al suo posto, con tutte le attività commerciali limitrofe che sono andate in sofferenza. Poi con il lungo lockdown nazionale, ed ora con questo nostro lockdown locale che, seppur temporaneo, ha marchiato con un indelebile stigma la nostra antica e bella città di Randazzo. Sarà dura, molto dura risalire la china“, conclude del tutto  sconsolato.

Sì, ci stavamo appena risollevando – ci dice Antonio, contitolare di un’azienda agrituristica che sino a poco tempo fa vantava molte presenze nazionali ed internazionali all’anno – ma questa dichiarazione di zona rossa ci sta facendo fioccare le disdette a iosa, veramente come fossero fiocchi di neve. Una coltre di neve e gelo che, temiamo, non si sciolga affatto presto e ci vorranno anni prima di riprenderci“.

È così – ci dice anche Matteo Ferretti del B&B Ai tre Parchigià eravamo stati duramente provati dal lungo lockdow dei mesi scorsi, sembrava ci stessimo riprendendo ed ora, invece, quest’altra dura mazzata che nessuno si aspettava, dovuta anche, in verità, alla nostra imprudenza di cittadini mentre, invece, saremmo dovuti essere più attenti e più cauti. Sì, purtroppo anche a causa di questa dichiarazione di zona rossa, anche noi abbiamo avuto una colluvie di disdette nelle prenotazioni e non sappiamo se e quando ci riprenderemo“.

Ma perchè questa definizione di zona rossa?“, s’interroga Nuccio Alfonso, contitolare di un’avviatissima agenzia di viaggi oggi in crisi anch’essa. “Ho letto attentamente tutti i documenti che ci riguardano sull’argomento, e questa espressione non l’ho letta da nessuna parte. Del tutto ingiustificate e del tutto improvvida mi sembra tale definizione che bolla come un marchio indelebile, ed ingiustamente, tutta la nostra città“.

 

 

Per cercare di saperne di più, e soprattutto per sentire la voce dell’amministrazione comunale in merito, abbiamo cercato di contattare il vicesindaco di Randazzo, Giuseppe Gullotto, assessore comunale al Commercio, Artigianato, Industria e Sviluppo Economico. Persona seria, conosciuto in paese per le sue capacità imprenditoriali, e soprattutto per la sua correttezza ed onestà intellettuale, tuttavia con grande garbo e gentilezza egli declina il nostro invito e preferisce non rilasciare alcuna dichiarazione.

La speranza di tutti gli operatori commerciali di Randazzo è che almeno, da parte della Regione Siciliana se non da parte dello Stato, vi siano delle provvidenze a ristoro delle loro ingenti perdite che stanno subendo ancor più in questo periodo e che, temono, si possano verificare ancora per molto tempo in futuro.

Sull’argomento abbiamo sentito Alfio Mannino, segretario generale regionale della Cgil, che proprio nei giorni scorsi, assieme ai segretari generali regionali della Cisl, Sebastiano Cappuccio, e della Uil, Claudio Barone, hanno avanzato una ben precisa richiesta in tal senso alla Presidenza della Regione Siciliana, chiedendo interventi economici a sostegno delle famiglie, dei lavoratori, delle imprese delle “zone rosse” fra le quali vi è, appunto, anche Randazzo.
     “
Queste comunità – scrivono i segretari generali Alfio Mannino, Sebastiano Cappuccio e Claudio Barone nella loro nota inviata al Presidente della Regione Siciliana e agli assessori all’economia Gaetano Armao, alla famiglia Antonio Scavone e alle autonomie locali Bernadette Grasso, – non possono essere lasciate sole ad affrontare le emergenze economiche e sociali che inevitabilmente vanno ad aprirsi e che si aggiungono ai problemi di ordine sanitario. È necessario intervenire subito – sottolineano i sindacati – assicurando supporto economico, specie per quelle attività che risulteranno maggiormente colpite”. Contatti informali sono già in corso tra i sindacati e gli assessori all’economia e al lavoro sulla questione che, per Cgil, Cisl e Uil, va affrontata convocando urgentemente un confronto con il coinvolgimento degli amministratori delle comunità interessate (le zone rosse sono attualmente quattro in Sicilia), “per individuare le opportune misure da adottare”.

Nel primo pomeriggio di ieri, giovedì 22 ottobre, i segretari generali regionali della Cgil, Alfio Mannino, della Cisl, Sebastiano Cappuccio, e della Uil, Claudio Barone,  hanno parlato ancora una volta con il vicepresidente della Regione Siciliana, Gaetano Armao, il quale ha assicurato loro che sta considerando l’ipotesi di inserire circa 200 milioni di euro da suddividere ai Comuni delle cosidette “zone rosse” attraverso i fondi previsti per le autonomie. La prossima settimana, inoltre, ha assicurato sempre Armao alla triplice sindacale siciliana, dovrebbe andare in aula il provvedimento sulla copertura dei debiti fuori bilancio. Ed in quella occasione, se vi sarà la volontà e l’accordo dei capigruppo, tali provvidenze a favore dei Comuni più colpiti potrebbero già essere inseriti per il loro successivo stanziamento.

Sconsolato il parroco della Basilica di Santa Maria ed arciprete di Randazzo, padre Domenico Massimino che, ancora una volta, domenica prossima dovrà celebrare Messa da solo in una basilica totalmente deserta. “Pregherò ancora insistentemente il Signore affinché liberi al più presto noi ed il mondo intero da questo terribile flagello – assicura –. Ringrazio gli amici di Tgr, TeleGiornale di Randazzo, per la loro sempre piena disponibilità, e gratuitamente come sempre, che con i loro mezzi tecnici, come in passato, durante il periodo del precedente totale lockdown, ci hanno consentito e ci consentiranno ancora di far partecipare i fedeli alla Celebrazione Eucaristica dalle loro case“.

 

 

 

Pandemia in Sicilia / A Randazzo in lockdown, i commercianti temono il peggio: “Così l’economia muore”

 

Covid, una vittima a Randazzo: “La notizia più dolorosa”

Dolore e cordoglio nella città dichiarata “zona rossa”.

L’ANNUNCIO DEL SINDACO

 

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RANDAZZO. C’è una vittima da Covid-19 a Randazzo. L’annuncio è arrivato ieri sera dal sindaco Francesco Sgroi attraverso una diretta Facebook. “È la notizia che non avrei mai voluto dare – dice il primo cittadino rivolgendosi alla comunità randazzese – un nostro concittadino è deceduto per una polmonite interstiziale causata dal Covid-19, stringiamoci alla famiglia per questa perdita”.
Randazzo dallo scorso lunedì è stata dichiarata zona rossa. Il sindaco descrive questo momento come “uno dei più difficili vissuti dalla città dal dopoguerra”.

Sgroi è preoccupato per alcuni ricoveri che si stanno susseguendo in queste ore. E chiede ai cittadini di rispettare le regole che limitano libertà e socialità. “Sacrifici necessari per salvaguardare l’incolumità nostra e dei nostri cari”, afferma il sindaco. Ieri, un trentenne positivo è stato denunciato per non aver osservato la quarantena.

Sul fronte dei contagi, il primo cittadino spiega che c’è stata un rallentamento della curva epidemiologica che “fa bene sperare”. Molti tamponi processati in questi giorni risultano negativi, come quelli degli anziani ospitati nella casa di riposo.

 

Dissesto Finanziario

 

     La Giunta Municipale presieduta dal sindaco Francesco Sgroi – assessori Giuseppe D’Amico, Giuseppe Gullotto, Maria Mancuso, Alfio Pillera – con  delibera n.84 del 16 maggio 2019 ha dato l’avvio alla procedura del dissesto finanziario del Comune.

     Già da tempo gli Amministratori Comunali si trovavano in grande difficoltà nel portare in pareggio i capitoli di bilancio,  tant’è che nel 2016 la giunta presieduta dal sindaco Michele Mangione e successivamente  nel 2018 la Giunta presieduta dal   sindaco Francesco Sgroi erano ricorsi alla procedura di predissesto, che prevedeva la possibilità di contrarre un mutuo a tassi vantaggiosi e spalmare i debiti nell’arco temporale di trenta anni al fine di salvaguardare le risorse umane e finanziare del comune, nonché i creditori e i servizi erogati ai cittadini.
     Il Consiglio Comunale, a seguito della delibera di Giunta, nella seduta del 30 maggio 2019 con la delibera n. 17 con all’oggetto: “Dichiarazione dello stato di dissesto finanziario, dell’ente, ai sensi dell’art. 246 del D. Lgs. 267/2000”, approva la dichiarazione di dissesto finanziario dell’ente.
     Nell’aula sono presenti tutti i consiglieri comunali, i quali dopo un dibattito di 6 ore, approvano a maggioranza (11 voti favorevoli e 5 contrari) la delibera. 

     Con l’approvazione del dissesto il Presidente della Repubblica, con proprio decreto in data 23 agosto 2019, su proposta del Ministero dell’Interno, che ha competenza sulla finanza locale, ha nominato tre Commissari Straordinari che faranno parte dell’organo di liquidazione al fine di estinguere la massa debitoria del comune.
     Si tratta del dott. Antonino Alberti, già Segretario generale del Comune di Giarre, in quiescenza, il dott. Andrea Dara, dottore commercialista e il dott. Giuseppe Milano, funzionario economico finanziario.

      L’Organo straordinario di liquidazione si è formalmente insediato il 18 settembre 2019 e per 5 anni gestirà il bilancio comunale per quanto riguarda la gestione dell’indebitamento e adotterà tutti i provvedimenti inerenti l’estinzione dei debiti.

     Per quanto riguarda le conseguenze sui cittadini i primi provvedimenti della Giunta e del Consiglio sono stati l’aumento al massimo di tutte le aliquote delle imposte e tasse comunali. Con delibera di Consiglio n. 24 del 28 giugno 2019 l’IMU (Imposta Municipale Unica), la tassa sulla casa, ha segnato un aumento del + 1,60 per mille, passando al 10,60 per mille, mentre  per la TASI (Tributo per i servizi indivisibili . Con la Legge di Bilancio 2020 – Legge 27 dicembre 2019, n. 160, è stata abrogata la TASI ed è stata istituita la nuova IMU 2020). tassa sui servizi, viene introdotta una nuova imposta sui fabbricati invenduti pari al 2,5 per mille e sui fabbricati rurali dell’1 per mille.
     Per quanto riguarda  l’addizionale comunale IRPEF (Imposta sul redditto delle persone fisiche)  con delibera n. 25 del 16 maggio 2019 il Consiglio Comunale ha  modificato il regolamento, abolendo ogni esenzione dell’imposta in riferimento al reddito, aumentando il numero dei contribuenti e interessando anche chi fino ad allora era esonerato dal pagamento perché avente un reddito basso.
     Il debito lo pagheranno anche e maggiormente i creditori  (imprese e professionisti) che nel tempo hanno prestato i loro servizi al comune ma che vedranno solo in parte saldate le loro fatture.
     La commissione nominata dal Ministero degli interni ha il compito specifico di accertare la massa passiva e, conseguentemente, tentare il recupero dei crediti del Comune, anche con azioni forzose nei confronti dei cittadini e aggredendo pure i beni comunali.
     Ove le somme recuperate non soddisfano il debito complessivo del dissesto finanziario, il Comune ha obbligo di inserirli in un bilancio triennale e provvedere al pagamento.
     Può succedere che il Comune non avendo la possibilità di pagare questo ulteriore debito possa rientrare ulteriormente in un altro dissesto finanziario. 
     Quindi, tutto ciò che la Commissione  non riuscirà a liquidare, sarà interamente pagato  dai Cittadini Randazzesi e non, come si fa intendere, dallo Stato.
     Questo significa che bisogna avere molta oculatezza nella gestione del bilancio sia per quanto riguarda le spese, sia per quanto riguarda la certezza delle entrate per i tributi messi a ruolo.
     Il Comune tempo per tempo dovrebbe comunicare ai cittadini tutte le iniziative che vengono intraprese al fine di non pregiudicare più un eventuale altro dissesto.

Una falla si è già aperta per quanto riguarda la TARI (Tassa sui rifiuti). Infatti è stato approvato il Piano Economico Finanziario senza tener  conto di quanto previsto dalla deliberazione ARERA n. 443 del 31 ottobre 2019.

Francesco Rubbino .

La Rivolta di Randazzo – 25 luglio 1920

1920  –  Il 25 luglio, preceduto da una serie di proteste,  anche da parte di molte donne, vi fu una grande dimostrazione di Cittadini (oltre 700) contro il Commissario Prefettizio Rocco Scriva, a causa della mancanza del pane e da una iniqua distribuzione della farina.
I dimostranti assaltarono il Municipio e dopo che furono stati costretti ad uscire si accalcarono dietro le due porte d’uscita.
I carabinieri , forse impauriti da tutta questa gente, incominciarono a sparare sulla folla. Il risultato fu che vi furono sette morti:
 – i contadini Vincenzo Calcagno, Francesco Paolo Magro, Giuseppe Sorbello,
 – il pastore Giuseppe Giglio,
 – il calzolaio Luigi Celona,
 – il falegname Benedetto La Piana,
 – lo scalpellino Gaetano Mangione 
e sedici feriti di cui quattro dell’Arma.

Il 27 luglio del 1920 la Camera del Lavoro di Catania delibera uno sciopero generale in seguito ai fatti di Randazzo.

Lo sciopero proclamato dalla Camera del Lavoro venne subito avversato dai ceti medio-alti tramite i giornali. 

Dopo lo sciopero, il 28 Luglio, a piazza Manganelli le guardie regie nascostesi fuori dal teatro San Giorgio caricarono la folla all’uscita di un comizio tenuto da Maria Giudice nello stesso teatro, facendo tre morti e trenta feriti. 

Nei giorni successivi, nel commentare i fatti accaduti, gli industriali e i commercianti della provincia auspicavano l’istituzione di guardie speciali di controllo: i tempi del fascismo erano maturi.

 

 

La rivolta di Randazzo: da pag 34 a pag 38

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QUELLA TERRIBILE DOMENICA DI TANTI ANNI FA…

I DRAMMATICI FATTI DEL 25 LUGLIO 1920 A RANDAZZO

di  Giuseppe Portale 

La Storia si ripete. “Corsi e ricorsi storici”, diceva il famoso filosofo italiano Giambattista Vico (1668 – 1744), come molti ricorderanno avendolo certamente studiato sui libri di scuola.
Ed infatti è così.
Dalle cronache di questi giorni – che si stanno giustamente occupando e preoccupando della pandemia da Covid ’19 – apprendiamo che, scontenti delle varie misure, e conseguenti chiusure, programmate dai vari governi nazionali per cercare di fermare l’espandersi del Coronavirus, molti imprenditori, lavoratori, studenti e semplici cittadini, hanno dato e stanno dando vita a sempre più numerose azioni di protesta, con relativi disordini, in quasi tutte le piazze delle principali città italiane e straniere.
È proprio così. Collegati alle varie epidemie e pandemie, la Storia ci insegna che vi sono sempre stati malumori, tumulti, disordini sociali e chi più ne ha più ne metta.
Chi non ricorda, infatti, i tumulti che vi furono a Milano, ed un po’ in tutta la Lombardia, nel mese di novembre del 1628, con gli assalti ai forni, magistralmente descritti da Alessandro Manzoni nel suo “I Promessi Sposi”?
O chi non ricorda quanto accaduto, nel secolo appena scorso, proprio cento anni fa, a seguito dell’epidemia di “Spagnola” che tanti lutti portò non solo in Italia ma un po’ in tutta Europa e nel mondo intero?
Una delle tante sommosse che si ebbero allora in tutta Italia e, di conseguenza, anche in Sicilia, si verificò pure nella nostra città di Randazzo nella giornata di domenica 25 luglio 1920.
Al già pesante prezzo di vite umane pagato a causa di una prima epidemia di colera verificatasi nel 1897, e di una seconda nell’agosto del 1911 durante la quale si contarono ben 102 vittime, ben presto si aggiunsero anche quelli della Prima Guerra Mondiale (1915-18) e – come si accennava prima – dell’epidemia di febbre “Spagnola” che funestò l’intera Europa, ed ovviamente anche la nostra Randazzo,  dal 1918 a tutto il 1921, facendo sentire ancora i propri terribili strascichi sino a quasi l’inizio della Seconda Guerra Mondiale.
Proprio in quel periodo fra i due conflitti mondiali, Randazzo ebbe a sopportare uno dei più gravi momenti di collasso economico per il fatto che la sua agricoltura toccò livelli così bassi fino ad allora mai conosciuti: la città, infatti, in quei lunghissimi anni, risultò popolata unicamente da donne, vecchi, infermi e bambini.
E come se la guerra e l’epidemia di “Spagnola” non fossero bastate, il 25 luglio 1920, domenica, a seguito di tutta una serie di manifestazioni contro il carovita e per la mancanza di viveri, si verificarono nella nostra città diversi tafferugli tra la popolazione e le forze dell’ordine, durante i quali ben nove randazzesi persero la vita e molti altri rimasero feriti.
I motivi di tali manifestazioni popolari trovava la sua ragion d’essere nelle delusioni post-belliche della Prima Guerra Mondiale, nelle giuste lotte socialiste e rivendicazioni sindacali, e purtroppo nell’azione governativa di allora tendente già ad ammassare grano e nella penuria di generi di prima necessità.
A questo quadro generale si aggiunse per Randazzo la prossimità della battaglia elettorale tra Popolari e Socialisti per la conquista del Comune.
Si capisce, quindi, il tipo di clima che in quei giorni spirava e si respirava in città.
In ultimo, si ricorda che a dirigere la municipalità vi era in quel preciso momento l’inflessibile e – sotto certi aspetti – “terribile” commissario prefettizio Rocco Scriva.
L’incidente cui accennavamo prima ebbe origine nel corso di una riunione che si stava tenendo, in quella calda mattinata domenicale del 25 luglio 1920, al Municipio tra il commissario e una delegazione di cittadini.
La richiesta, peraltro già accettata, consisteva nel mantenere nella nostra città il grano che era stato requisito proprio a Randazzo, dal momento che quello rimasto in mano ai produttori non sarebbe bastato né per i fabbisogni familiari dell’intero anno a venire né per l’ormai prossima semina del successivo periodo autunnale. Richiesta più che legittima la quale – come si accennava prima – sembra fosse stata già accolta ed accettata dal responsabile prefettizio.
A provocare l’incidente, poi, furono alcune donne, particolarmente e comprensibilmente arrabbiate – visto   il delicato e difficile momento che stavano vivendo in quel periodo le famiglie della nostra città – le quali, ad un’infelice battuta da parte di un impiegato comunale presente, fecero letteralmente volare in aria sedie e tavoli degli uffici comunali che venivano letteralmente messi a soqquadro.
Alla forza pubblica intervenuta venne ordinato di allontanare con ogni mezzo la delegazione che, una volta fuori dal Comune, continuò però a protestare.
Sul vero motivo per cui i Regi Carabinieri da lì a poco fecero fuoco sui presenti, attraverso le sbarre del cancello di sinistra del Municipio (quello, per intenderci,  oggi prospiciente al Circolo unione operai e professionisti, ed i cui segni delle pallottole proprio sulle sbarre del cancello sono ancora oggi ben visibili), non si riuscì a fare completa luce.
Fatto sta che sul selciato rimasero privi di vita ben sette persone: i contadini Vincenzo Calcagno, Francesco Paolo Magro e Giuseppe Sorbello, il pastore Giuseppe Giglio, il calzolaio Luigi Celona, il falegname Benedetto La Piana e lo scalpellino Gaetano Mangione; mentre altre quindici rimasero gravemente ferite, due delle quali all’indomani morirono.
Fu così che, per non morire di miseria con le loro famiglie, nove sventurati morirono di piombo. Un’altra grave ingiustizia, nella storia dell’umanità, era stata consumata!

Il successivo mercoledì 28 luglio, a Catania, e più precisamente in Piazza Manganelli, durante una manifestazione organizzata dalla nascente Cgil con la sua Camera del Lavoro, per protestare proprio a causa dell’eccidio che era stato consumato tre giorni prima a Randazzo, si ebbero ancora altri scontri fra le truppe regie in assetto di guerra, i dimostranti ed alcuni provocatori nazionalfascisti che disturbavano il comizio tenuto dai dirigenti socialisti Maria Giudice e Giuseppe Sapienza.
Nei disordini causati soprattutto dai provocatori che, come al solito, cercavano di pescare nel torbido (come sta succedendo ancora oggi) e nelle dure reazioni delle forse dell’ordine che ne seguirono, fra i dimostranti vi furono ancora altri sei morti con circa un’altra quarantina di feriti.
E tutto questo, solo per non morire di fame, loro e le loro famiglie.

Sì. È proprio così: la Storia si ripete come sempre, ancora una volta, anche ai giorni nostri…

Giuseppe Portale

 

 

Angelo Manitta e Salvatore Maugeri ne: ” La Valle dell’Alcàntara – Dalla preistoria all’età contemporanea”   raccontano questo tragico avvenimento così:

 

Questi sette Randazzesi uccisi perchè reclamavano un giusto diritto non sono morti invano.

Eppure non sono mai ricordati dai nostri storiografi, solo un accenno di padre Luigi Magro a pagina 151 del: “Cenni storici della Città di Randazzo” .

Non una via, una piazza, una lapide per ricordare il loro sacrificio.
 
Sarebbe molto significativo che il 25 luglio del 2021 si potesse inaugurare una lapide nel cortile del Palazzo Municipale
a ricordo di questo tristissimo avvenimento.

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Francesco Rubbino
 

 

FRANCESCA PAOLINO. ARCHITETTURE RELIGIOSE

FRANCESCA PAOLINO
ARCHITETTURE RELIGIOSE
A MESSINA E NEL SUO TERRITORIO
FRA CONTRORIFORMA E TARDORINASCIMENTO
(da pag.171 a 179 parla della Basilica di Santa Maria  Randazzo)

 

 

La battaglia di Francavilla di Angelo Manitta a cura di Maristella Dilettoso

FRANCAVILLA DI SICILIA – Pomeriggio culturale a Francavilla di Sicilia con la presentazione di due pubblicazioni: “La Battaglia di Francavilla. La Quadruplice alleanza e la contesa della Sicilia” di Angelo Manitta e “Il consiglio di guerra di Francavilla di Sicilia dai resoconti di George Byng (28 – 29 giugno 1719)”, di Thomas Corbett, a cura di Angelo Manitta

 

Il 22 Agosto 2020  a Francavilla di Sicilia (ME), presso l’area esterna comunale “Il Giardino della Vita”, nel pieno rispetto delle norme e precauzioni anti Covid-19, sono stati presentati il volume di Angelo Manitta, La Battaglia di Francavilla. La Quadruplice alleanza e la contesa della Sicilia (Il Convivio Editore, 2020), e Il consiglio di guerra di Francavilla di Sicilia dai resoconti di George Byng (28 – 29 giugno 1719), di Thomas Corbett, a cura di Angelo Manitta (Il Convivio Editore 2020). L’incontro culturale è stato introdotto dallo storico francavillese Angelo Pirri, in qualità di moderatore, che dopo i saluti istituzionali del sindaco Vincenzo Pulizzi e del vicesindaco Gianfranco D’Aprile, ha ceduto il microfono all’autore, per un’ampia disamina della genesi dell’opera e dei fatti più salienti in essa descritti. A seguire sono intervenuti diversi storici e operatori culturali del territorio alcantarino, come Giuseppe Carmeni, Salvatore Maugeri, Antonino Portaro, Salvatore Rizzeri, Filippo Zullo, evidenziando ciascuno qualche aspetto particolare dei libri e della personalità dell’autore.

I due scritti, sebbene concepiti a tre secoli di distanza, sono strettamente correlati tra loro, in quanto vi si tratteggia uno scontro, sia bellico che diplomatico, tra le maggiori potenze europee agli inizi del XVIII secolo, che ebbe come scenario proprio il territorio di Francavilla, e Angelo Manitta, trattandone, è riuscito a descriverne tutti gli sviluppi, dando vita ad un’opera corposa e approfondita.

La Battaglia di Francavilla (20 giugno 1719), della quale nel 2019 si è commemorato il 300° anniversario, è uno degli scontri più importanti della Guerra di Sicilia (1718-1720).
La ricerca, basata sulle fonti delle varie parti coinvolte, austriache, spagnole, inglesi, piemontesi e francesi, indagando e consultando anche documenti inediti e rari, vuole far luce su un evento che ha deciso il predominio sul Mediterraneo, di cui la cittadina siciliana, ad una nuova lettura delle numerose testimonianze, appare un tassello più importante di quanto si è potuto credere finora.
Attraverso una dettagliata esposizione, si esaminano le cause che hanno spinto la Quadruplice Alleanza a scontrarsi con le forze spagnole proprio a Francavilla di Sicilia, e si ricostruiscono sia la dinamica dei fatti che la tattica militare, nel tentativo di capire le conseguenze e di contestualizzare le successive azioni all’interno del Mediterraneo.

Per quanto riguarda, invece, la seconda opera presentata, questo è il tema: dopo la Battaglia di Francavilla, il 28 e 29 giugno si svolge nell’accampamento, disposto a nord del paese alcantarino, un Consiglio di guerra, cui partecipano i principali protagonisti e alleati dell’armata, tra i quali il generale Florimondo di Mercy, gli ufficiali dell’esercito imperiale e l’ammiraglio George Byng (plenipotenziario nel Mediterraneo per l’Inghilterra), per discutere le modalità di prosecuzione del conflitto contro gli spagnoli.
Esaminati i motivi della sconfitta, vengono prese delle decisioni determinanti per il successivo svolgimento dell’azione militare. Molto probabilmente al consiglio dovette prendere parte anche l’autore del libro, Thomas Corbett, nella sua qualità di segretario personale dell’Ammiraglio Byng, che ne redasse un verbale.
Da qui parte appunto la ricerca di Angelo Manitta, che decide di rendere nota, e pubblicare, parte di tale verbale, riproponendo il testo inglese e la traduzione italiana, con ampi riferimenti ai documenti contemporanei.

      Maristella Dilettoso

(articolo pubblicato su “Il Convivio” n. 82, Luglio-Settembre 2020).

 

 

 Foto di Maristella Dilettoso

Francesca Paolino

 

 

In questo libro da pag. 171 a pag. 179 parla di Randazzo e della Basilica di Santa Maria.

 

 

 

 

 

 

Il Mercato Domenicale a Randazzo – La Storia

 Il Parlamento Nazionale nel 1970 approva la riforma delle attività commerciali. L’Assemblea Regionale Siciliana la  recepisce  nel 1972.
La riforma vietava qualsiasi attività nei giorni di domenica e nelle festività.
Il Mercato Domenicale a Randazzo quindi doveva essere chiuso.

Nella cittadinanza incominciò ad esserci un forte malumore. Il Sindaco di allora – Francesco Rubbino – tentò di ottenere qualche decreto e/o ordinanza sollecitando il governo regionale e la prefettura, anche per una questione di ordine pubblico,  ma tutto fu inutile perché era necessario che l’Assemblea Regionale Siciliana legiferasse in merito.
Furono organizzate da parte dei Sindacati e dei partiti (soprattutto quelli di sinistra PSI, PSIUP, PCI, PRI ed  in seguito tutta la DC) varie manifestazioni anche a Palermo con la partecipazione di numerosi cittadini. Per ben due volte quattro  pullman strapieni di manifestanti si recarono a Palermo per sollecitare i vari gruppi politici a presentare ed ad approvare un progetto di legge che garantisse lo svolgimento del Mercato Domenicale. 
C’è da dire che da parte dell’Associazione dei Commercianti vi fu una forte pressione a che si rispettasse la legge. Infatti da molto tempo i Commercianti volevano la chiusura o lo spostamento del Mercato ad un altro giorno della settimana in quanto vedevano lesi i propri interessi. 
In Città vi era una vera e propria ribellione molti, anche per interessi politici/sindacali soffiavano sul fuoco.
I giorni passavano e per due domeniche il Sindaco fu autorizzato dal Prefetto, per pericolo di ordine pubblico,  a consentire lo svolgimento del Mercato Domenicale.
Il Pretore subito se ne lavò le mani dicendo “fate che poi Io vi giudicherò”. 
Intanto a Palermo tutti i gruppi dell‘Arco Costituzionale, come si diceva una volta, erano favorevoli alla proposta di modificare la legge, ma vi era un ostacolo: il Presidente della Regione aveva manifestato la volontà di dimettersi e se questa veniva formalizzata in Aula l’attività legislativa doveva essere sospesa fino a quanto si eleggeva il nuovo governo.
Il clima era molto teso, bisognava trovare qualcuno della maggioranza che prima delle dimissioni del Presidente presentasse questo progetto di legge.
Penso che vi rendiate conto che il nostro problema visto da Palermo era ben poca cosa, un fastidio più che altro.
Santino Camarata, allora Vice Sindaco repubblicano, si recò a Mascali per parlare con l’on.le Rosario Cardillo  repubblicano manifestandogli tutta la Sua preoccupazione per quello che succedeva a Randazzo e sollecitandolo ad essere Lui a presentare la proposta di legge.
E così fu.
Prima che il Presidente della Regione formalizzasse in Aula le sue dimissioni, l’on.le Cardillo si alzò e chiese che si potesse discutere e mettere ai voti la Proposta.
Tutti furono d’accordo. 
E così fu che venne approvata  la legge n. 44 del 22 luglio 1972 , ottenuta a furor di popolo, che autorizzava i  Mercati Domenicali in Sicilia,  ove per tradizione si erano svolti. In esecuzione di questa legge, l’Assessore Regionale all’Industria e Commercio, con D.A. n. 558 del 13 settembre 1972 sanciva il diritto all’apertura del Mercato Domenicale nel Comune di Randazzo, di fatto esistente da oltre trentacinque anni.

Randazzo aveva vinto la sua battaglia; l’unica Città in Italia a poter svolgere Attività Commerciale di Domenica sia per i negozianti sia per gli ambulanti.

 

Una piccola considerazione.
Per molti anni si è discusso della possibilità di organizzare meglio il Mercato Domenicale e però niente si è fatto, anzi si è lasciato che crescesse disordinatamente. 
A parole molte proposte: spostarlo in un altro sito anche alla Stazione delle FFSS, farlo salire per il corso Umberto interessando la piazza S. Nicola e piazza Municipio, o lasciarlo lì dov’è con una organizzazione più razionale.
Tutto si può fare basta che ci sia equilibrio e buon senso da parte di tutti.
Una cosa, penso non si possa fare: che questo Sindaco e questa Maggioranza decidano per tutti noi. Il Mercato – nel bene come nel male – è un Patrimonio di tutti i Randazzesi che lo hanno voluto e hanno lottato per ottenerlo là dove si trova. Quindi, prima di prendere decisioni avventate, è necessario un dibattito tra le forze politiche/sindacali coinvolgendo le Associazioni di categorie e i Cittadini che hanno a cuore questi problemi. 
Al Sindaco, politicamente e moralmente, spetta soltanto quello di capire quello che la Città vuole e farsi carico di realizzarlo. 
Francesco Rubbino .

Alfio Vaccaro il Re delle Cravatte.

 

 Guidotto Nello: MOJO ALCANTARA – Se nel suo libro “Elogio della cravatta” il conte Giovanni Nuvoletti, vero gentiluomo d’altri tempi, ha scritto che questo “capriccio della fantasia” fra la camicia e la giacca, si indossa nei momenti più importanti della vita.
Per Alfio Vaccaro di 79 anni, fiero contadino e mojese doc, tutta la vita è stata, e continua ad essere, un momento importante.

Oggi pensionato, sposato con la signora Paola Francesca Mobilia da cui ha avuto 2 bravissimi figli, Alessandro e Daniele, infatti, non solo la indossa sempre, ma vanta un record da guinness dei primati. Fra acquisti e regali ha raccolto in casa più di 2000 cravatte.
Ne possiede di tutti i tipi, di decine di stilisti, antiche e moderne, di vari Paesi e soprattutto di tutti i prezzi. Nella sua immensa collezione troviamo cravatte comuni, militari, dai disegni stravaganti, ma anche di stoffa pregiata griffata Cartier.

 

 

Per questo, sollecitati dal suo amico randazzese Francesco Rubbino siamo andati a trovarlo. E lui, indossando una bella cravatta regimental azzurra, ci ha accolto facendoci capire come la sua vita e le cravatte siano state sempre un tutt’uno.

“Da giovanissimo mi piacevano. – ci ha raccontato – Già a 14 anni le indossavo. Ogni volta che uscivo per comprare indumenti o anche in gita ne compravo diverse. Sapendo della mia passione poi tutti gli amici mi hanno sempre regalato cravatte ed io le ho sempre conservate, custodite ed indossate.
Ho le cravatte della mia gioventù e cravatte che risalgono al 1915. Ho cravatte greche, francesi, tedesche, svizzere, spagnole, portoghesi e pure di Gibilterra. Per non parlare poi di quelle australiane o americane. Nella mia vita ho avuto la fortuna di viaggiare in comitiva ed ogni volta ne ho sempre comprate così tante da non dire a mia moglie quanto avevo speso”.

E così il signor Alfio durante lo stesso matrimonio cambia spesso cravatta confondendo gli altri invitati, ed in casa sua non c’è sportello da dove non sbucano fuori cravatte.

Ed allora complimenti signor Alfio. Se la cravatta e sinonimo di ordine e di classico, di un gusto del particolare elegante e raffinato dal colore giusto, la sua vita è stata ed è un po di tutto questo.

da  “La Sicilia” ( 18/10/2020)  Guidotto Nello: Come ha scritto Ariosto parva sed apta mihi.

 

 

 

Santuario Beata Maria Vergine del Monte Carmelo

                                                            SANTUARIO B.M.V. DEL MONTE CARMELO

 

La chiesa sembrerebbe essere stata edificata nell’anno 1380 e dedicata a San Michele Arcangelo (notizia riportata dal P.Giuseppe Fornari, carmelitano, nell’opera intitolata “Anno memoriale dei Carmelitani Tomo I, cap. III) serviva da chiesa filiale per i sobborghi di questa città.

Nel 1456 fu fondato il convento annesso e affidato ai PP. Carmelitani, chiamati in questa città dai Giurati. Dall’archivio generale dei carmelitani (C.O.11,2,6,7) sappiamo che nell’anno 1650 la piccola chiesa aveva cinque altari, mentre il convento era composto da tredici celle oltre il refettorio e vi si trovavano 4 sacerdoti, un chierico e un laico. Furono i PP. Carmelitani a diffondere la devozione alla Madonna del Carmine.
In questo convento visse il Beato Luigi Rabatà, nato ad Erice e morto nel 1490, le Sue reliquie sono conservate nella basilica S.Maria in Randazzo.
Il convento fu distrutto dai bombardamenti del luglio-agosto 1943, la chiesa subì danni ma la devozione del can. Edoardo Lo Giudice, con il contributo dei cittadini potè essere riparata, abbellita con stucchi e indorature, fu ornata di un esile campanile.

La crescente devozione verso Maria SS. spinse S.E. Mons. Salvatore Russo a dichiarare la chiesa Santuario diocesano il 2 luglio 1941. il 15 agosto 1952 S.E. Mons. Fernando Canto già vescovo di Acireale, e Nunzio Apostolico in Belgio (in seguito eletto cardinale) incoronò la statua della Madonna in nome del S. Padre con le corone precedentemente benedette dal Papa Pio XII. In seguito il 25 marzo 1961 la chiesa fu eretta Parrocchia.

La statua marmorea della Madonna è opera della scuola gaginesca.
Si conserva nel Santuario anche un quadro, su tavola, del Crocifisso del secolo XVI.

 

 

Medaglietta della Madonna del Carmine – Randazzo

Santuario del Carmine – Randazzo

 

Giuseppe Plumari – Storia di Randazzo Primo Volume

“Avendo io nelle ore dell’ozio raccolte alcune memorie relative alla Storia di Randazzo, mia Patria, queste un tempo legger volle il Cavaliere Lionardo Vigo della Città di Acireale, qui venuto per curiosare… mi animò… Egli stesso a scrivere un Sunto della Storia mia municipale, con avermi incaricato di doverlo poi trasmettere ali Accademia de’ Zelanti di Scienze, Lettere ed Arti di essa Città di Aci-Reale. Tanto io praticai nello stesso anno 1834″.

LIBRO  I  – Capitolo 1


LIBRO I – Capitolo 2

LIBRO I – Capitolo 3 parte 1

LIBRO I – Capitolo 3 parte 2

LIBRO I – Capitolo 4

LIBRO II – Capitolo 1

LIBRO II – Capitolo 2  parte 1

LIBRO II – Capitolo 2  parte 2

LIBRO II – Capitolo 3  parte 1

LIBRO  II – Capitolo 3  parte 2

LIBRO  II – Capitolo 4

LIBRO  II – Capitolo 5 

LIBRO  III – Capitolo 1

LIBRO  III – Capitolo 2  parte 1 

LIBRO  III – Capitolo 2  parte 2

LIBRO  III – Capitolo 3

LIBRO  III – Capitolo 4

LIBRO  III – Capitolo 5

LIBRO  III – Fine.

 

Enzo Maganuco – Panorami di Provincia: Randazzo

                                                                          Enzo Maganuco

   Notizie biografiche del Prof. Enzo Maganuco:  nato ad Acate. Ragusa, il 10 novembre 1896, si è spento a Catania il 4 febbraio 1968. Professore di Storia dell’Arte, storico e critico, studioso di tradizioni popolari, conferenziere e pittore, è stato Direttore del Museo Civico del Castello Ursino di Catania.
OPERE: 
   –   Lineamenti e motivi di storia dell’arte siciliana, in “Archivio Storico per la Sicilia Orientale”, 1932
   –   Architettura plateresca e del tardo cinquecento in Sicilia, Catania 1939
   –   Problemi di datazione nell’Architettura Siciliana del Medioevo, Catania 1940
   –   Icòne di Antonello Gagini in Roccella Valdemone, Catania 1939
   –   Cicli di affreschi medioevali a Randazzo e a Nunziata di Giarre, Catania 1939
   –   Opere d’Arte catanesi inedite o malnote in Catania, Catania aprile 1933
   –   La pittura a Piazza Armerina, Siciliana, agosto 1923
   –   Artigianato e piccole industrie, 1932
   –   Le decorazioni dei carri e delle barche, 1945
   –   Motivi d’Arte Siciliana, 1957
   –   Bibliografia: Salvatore Nicolosi, Enzo Maganuco, in “La Sicilia”, 6 febbraio 1968, p. 3.

 

                                                                                                            PANORAMI  DI  PROVINCIA
                                                                                          RANDAZZO

   Nelle serie dei panorami di provincia la “regione della Valle dell’Alcantara” deve necessariamente avere uno dei posti più cospicui. Interessantissima così per la storia, come per l’arte ed il paesaggio, Randazzo non si presta ad uno dei soliti brevi profili, che si ridurrebbe ad una arida e banale enumerazione  di tutte le gemme delle quali la cittadina etnea va superba.
   Preferiamo quindi trattare a puntate i diversi aspetti e le principali caratteristiche dei suoi monumenti e cominciando con lo studio dell’architettura che dà il volto alla città e che non può non colpire  persino il più superficiale visitatore, mentre scuote profondamente chi è dotato di una maggiore sensibilità estetica e impone problemi importantissimi a chi particolarmente studia le forme dell’architettura siciliana.

                                 1)  L ‘ A R C H I T E T T U R A

Randazzo – Porta Orientale Chiesa Santa Maria.

  La Sicilia è la chiave dell’Italia” dice Goethe. Ma se la Sicilia è la chiave dell’Italia, Randazzo è la chiave della Sicilia.
   Randazzo con Nicosia, Piazza Armerina ed Enna forma un quadrinomio glorioso che racchiude da solo – se si eccettui l’arte arabo-bizantino – tutta la scala delle manifestazioni artistiche del nostro medioevo.

   Mentre però Nicosia ha in prevalenza forme architettoniche castigliane dai portali a merletti lapidei lineari e stilizzati, e Piazza Armerina forme aragonesi dagli archi con cuspide gigliata a fiore di magnolia o di canna indica, ed Enna archi severi e secchi di purissimo stile romanico-normanno e di gotico-svevo, Randazzo accoglie tutte le forme più svariate che ebbero risonanza in Sicilia; essa tutte le contiene, associate o isolate, e le armonizza in rigogliosa mostra che va dai reliquari d’argento ai fonti battesimali gotici, dalle cupe fortezze ai sinfonici torrioni campanari, dalle severe bifore romaniche a quelle gigliate aragonesi che portano l’eleganza della loro inflorescenza anche sugli archi e sui portali della modesta architettura rustica del quattrocento perietnèo.
   Randazzo poi, fiera della sua tradizionale architettura dugentesca e trecentesca, ha rigettato ogni forma tardiva o barocca , quasi che le sue fosche e possenti mura perimetrali che affiorano or qua or là dalla massa basilare di cupa lava a riflessi metallici, si siano innalzate a impedire ogni influenza di quel tardo baroccaccio spagnolo che, coi suoi aggetti violenti e con le sue convulsioni di linee curve e spezzate, avrebbe per certo ucciso l’armonia sana discendente dalle masse architettoniche sveve, ad archi a pieno centro.
   Lo stesso arco acuto che a Randazzo è una nota tematica comunissima nello svolgimento architettonico, non fu quivi adottato in svettamenti esili e nervosi; esso trovò negli architetti randazzesi del trecento, dei tenaci moderatori; chè, del resto, nell’aver saputo piegare l’arte gotica esile e svettante a un tono di serenità e di compostezza che non stride a contatto del gusto di noi figli di Kamarina e di Siracusa, sta la grandezza degli architetti siciliani del medioevo e del rinascimento.

   E ora, se Tu arrivi a Randazzo, che conserva il calore del tempo anche ne vestiario dei popolani, in una sera quando la luna gioca tra gli archi acuti a catena di via degli Uffizi o tra le merlature e le merlettature lapidee di S. Maria, o tra i finestroni del fosco torrione campanario di S. Martino dalle variegature  bianche e di verde basalto tra i faci di colonne di nera lava macchiettata di rugginosi e gialli licheni, ti par rivivere un attimo del passato; ché nessun festone barocco ti distoglie; e sui ballatoi delle umili case ancora si aprono porte incrociate di archi catalani, in cui la lava, pur nel suo nero metallico è stata ridotta a un bel merletto di pietra; e se slarghi l’anima tua dall’abside cupa e grandiosa di S. Maria verso le balze e verso l’Alcantara ti parrà,  se sai sognare, di rivedere il fasto passato, e Costanza, e re Pietro D’Aragona, e Federico II e Carlo V e gli altri che dopo aver dato l’impronta loro agli uomini e alle cose, andavano a cercare ristoro alle loro cure lassù, tra le cattedrali famose, salendo tra le pittoresche siepaglie ora rosseggianti di rosolacci e, nell’inverno, di anemoni;  ora pallenti di croco, ora biancheggianti per neve.

                                                                                                        ***

                     Randazzo – Via degli Archi (o degli Uffici).

   L’arte romanica con archi a pieno centro ha rare manifestazioni in Sicilia. Sono romanici a Piazza Armerina il Priorato di S. Andrea, la Comenda di S. Giovanni di Rodi, ma la romanicità delle absidi massicce, dei muri spessi e bassi, delle finestre strettissime, quasi feritoie, a strombature, è interrotta nella purezza del suo stile per l’immissione dell’arco acuto che non è, però l’arco acuto gotico, trionfante più tardi a Messina e che verrà dal nord con valore costruttivo e statico; quello siculo è un arco acuto più sobrio, meno slanciato, più confacentesi alla saldezza atticiata romanica, di puro valore decorativo e importato dai Cavalieri provenienti dal Santo Sepolcro.
   L’arte romanica vera, ad arco a pieno centro e rammemorante assai davvicino l’arte dei maestri comacini, la rivediamo pochissimo nelle città etnee: nella porta della Chiesa del Santo Carcere a Catania e, a Randazzo, nella euritmica e solenne, abside della Chiesa di S. Maria.

   Chi sale dalle balze soprastanti l’Alcantara vede ergersi la mole turrita di quel abside merlata in parte nelle absidiole, tutta chiusa entro una linea severa limitante il gioco geometrico dei conci perfettamente squadrati sull’altissimo sperone che le cinge, a rafforzarne la base, si aprono le finestre a pieno sesto.
   L’abside porta un fregio a sezione rotondeggiante, martellato, elegantissimo, che fa da coronamento a un loggia tino decorativo ricorrente e cieco, ad archetti poggianti su brevi colonnette aderenti: impronta generale questa che riporta senz’altro alle absidi della Cattedrale di Enna, della Badia di S. Spirito a Caltanissetta, dell’abside del Duomo di Cefalù: ma in questa le lesene decorative si allungano verso il basso, fino allo sperone, mentre qui il gioco delle arcate e lo sviluppo delle colonnine è limitato da una zona ricorrente che pare stringa con veemenza di gomena tesa e tenga unita tutta la cortina muraria.

   Nelle absidiole è minore il contrasto e il motivo degli archetti pensili si risolve su brevi peducci poggianti su mensolette a base triangolare col vertice all’ingiù.
   Le ali del transetto portano altissime bifore incorniciate da un arco inflesso senza cuspide e che preconizza lo sviluppo dell’arco gigliato aragonese; il trapasso è dato dalla leggiadra finestra bifora sulla quale insiste il doppio racemo aragonese, connubio stilistico che riesce a dare  una forma addirittura musicale benché nata da opposti stili.
   Essa si ergeva appunto a metà della navata di destra e a me pare debba segnare un trapasso fra il primo periodo iniziale, che risente di forme romaniche e sveve, e il secondo che è prettamente aragonese.
   E la stessa risoluzione della cuspide gigliata che si rivede vagamente scolpita su portali di Santa Maria di Gesù a Modica, nel torrione campanario della Cattedrale e della Chiesa del Carmine a Piazza Armerina, nella Cattedrale di Alghero in Sardegna.
   Pare che il mazzo di fiori o lo stemma centrale pesi tanto da far flettere elegantemente l’arco sì che l’arco acuto sembra una causale derivazione estetica, non conseguenza di una necessità statica per lo scarico delle forze ai lati dell’arco stesso.

   Come la pittura di Antonello è documento principale del quattrocento architettonico in Messina (S. Gerolamo a Londra) così una tavola di Girolamo Alibrandi, posta internamente sulla porta meridionale di Santa Maria raffigurante “La salvezza di Randazzo” , ci illumina sull’architettura medioevale del luogo: la visione della città è sintetica, ma non tanto che ci nasconda la vista dei tre campanili svettanti sullo sfondo della mole etnèa che fa da cupo contrapposto ai tre biancheggianti torrioni campanari  delle Cattedrali, scisse da annose questioni.
   Federico De Roberto nella sua opera su Randazzo (Randazzo e la valle dell’Alcatara) nella quale risolve numerosi problemi di carattere storico, riproduce la tavola preziosa, il quale fa pensare che l’architetto Francesco Saverio Cavallari, (1809/1896) ricostruendo nel 1863 l’avancorpo e la porta sinistra, dovette per certo confermare gran parte della sua ricostruzione allo schema architettonico dato da Girolamo Alibrandi.

 

                 Randazzo: Chiesa di S. Maria (Avancorpo ricostruito).

   Tuttora la Chiesa di S. Maria è una delle opere più notevoli per purezza e per severità di stile. Anche le porte laterali quattrocentesche formano il respiro per il senso musicale che emana dagli archi frastagliati e scorniciati che, colle porte laterali della Chiesa di  S. Martino, rappresentano una varietà decisa e profondamente siciliana su quanto i flussi di arte importata andavano creando nel campo architettonico quattrocentesco.
   Il turrito campanile di S. Martino, opera che dà il tono a tutta l’architettura trecentesca di Randazzo, si innalza severo su uno sperone altissimo, e su di esso poggiano tre ordini di finestre a fasci di colonne; le finestre bifore dei primi due ordini, sono vagamente intessute, come s’è detto, di strisce di calcare bianco che si alterna colla lava in gioco elegantissimo.
   A lato, i fianchi della navata centrale conservano ancora le teorie degli architetti di coronamento, unica espressione superstite della ricostruzione tardiva e barocca.

                                                                                                                   ***

Randazzo – Chiesa San Martino

   Ma dopo tanto sciorinio di vocaboli accennanti a ibridismo stilistico, vien fatto di chiedere: dunque non c’è uno stile siculo ? O se c’è stato, l’influenza bizantina, araba, spagnuola, tedesca è stata tanto potente da schiacciare quella locale ?
   Il problema,  insito nella domanda, merita una risposta che, del resto, è estensibile a tutta l’arte siciliana.
   La Sicilia fu luogo aperto a molte genti che vi scorrazzarono, abbattendo e creando secondo il proprio gusto e il proprio stile. Ne è prova il pullulare dappertutto  di opere d’architettura straniera che però raramente è trapiantata con uno stile integro.
   Ma gli artisti nostri furono dei grandi adattatori.
   Assorbirono le tendenze stilistiche degli altri imprimendovi il suggello dell’arte nostra. Questa è stata finora trascurata dagli studiosi, se si eccettuino Pietro Toesca, Adolfo Venturi, il Rivoli, Giulio Ulisse Arata, per comodità mentale: spesso con i vocaboli misti siculo-normanna , arabo-normanna, siculo- aragonese, gli studiosi hanno voluto denotare l’arte medioevale e del primo rinascimento in Sicilia.
   Ormai però è tempo di combattere questi vocaboli vieti, spesso frutto di studi di valore scolastico. Basti vedere il reliquario d’argento di Simone de Aversa nel tesoro nella Cattedrale a Piazza Armerina, o quello del tesoro di S. Agata a  Catania, il turibolo, l’estensorio e il calice di re Martino a Randazzo, in queste opere di oreficeria sono espressi pure in tono minore, i motivi tematici di gran parte dell’architettura gotica del tempo ( architettura tedesca, italo-senese, francese, aragonese) e pur tuttavia non troviamo nell’architettura siciliana quasi mai l’attuazione delle regole costruttive sintetizzate nei reliquari  che sono come il credo architettonico di quei tempi.  Ciò perché i nostri artisti trasformavano imponendo la loro personalità e il loro indirizzo estetico regionale, alle correnti importate.

   Che ci impedisce di credere che quel  Magistero Petrus Tignosus, autore, sul primo scorcio del duecento, di una parte della Cattedrale di Santa Maria, sia stato siciliano?
   Troviamo infatti in tutta la struttura dell’opera sua una concezione veramente nuova nei ritmi delle masse.
   Qui a Randazzo se usciamo da via dell’Agonia, che fra i muri sbocconcellati dal morso del tempo mostra una variazione interminata di archi e di costoloni di tutte le epoche, accavallati o sovrapposti stranamente, ritroviamo nelle vie strette e silenziose che muovono verso le Cattedrali, bifore come quelle di casa Cavallaro e altri con archi di pretto gusto catalano o aragonese, ma notiamo intanto lo sfruttamento del contrasto cromatico dato dalla lava, dall’arenaria tenera, dal calcare duro.
   Ebbene, il ritmo decorativo a base di contrapposto è nostro, è siculo e se simile variazione cromatica si vede prima nell’arte romanico-normanna o nella romanico-comacina, là essa ha ben diverso impiego estetico.

    Ci sono strutture costruttive, del resto, che noi non troviamo in nessun’altra architettura, né la presenza di alcuna espressione stilistica straniera ci vieta di chiamarle forme di arte sicula.
   La finestra di Casa Spitaleri riproduce quella del Viale degli Uffici che oggi la natura corona con una pittoresca agave.
  V’è stile sicuro nelle colonnine incastrate al muro che sottendente i pilastri, nella variazione del materiale in funzione del colore, nei portali delle umile case di via Cavallotti coll’estradosso lavico che par fatto a tombolo con serico filo a nero.
  Questi particolari, la strana forma della bifora di casa Camarda hanno sapore nostro di forza e di contenuta bellezza. Ci vuole tutta la presunzione e la superficialità di alcuni critici francesi che bestemmiano l’arte nostra perché venga misconosciuta la pura sicilianità delle forme architettoniche perietnée.

   La fine del 400 si inizia a Randazzo con forme rozze ma originali: le porte laterali di S .Martino  con le fuseruole e i serafini nell’estradosso dell’arco, ridiventato a pieno centro sui portali, non hanno riscontro in altre opere; e il coronamento dell’arco, che si trasforma in colonnine tortili a tarda decorazione cosmatesca, è di una bellezza semplice, nuova e possente.
  Che vale che contribuiscono elementi del passato ? questi sono elaborati da uomini che rivangano il passato con personalissima ispirazione per farvi germogliare il seme dell’arte nuova.

 

Randazzo – Via dell’Agonia

Randazzo – Chiesa di S. Maria, l’Abside

 

   Gli artisti veri e sommi creando l’opera fanno dimenticare la provenienza delle parti che la costituiscono.
   Più tardi il notissimo Mattia Carnilivari  personalità più spiccata dell’arte nostra, vedendo Palazzo Aiutamicristo, palazzo Abate…….. quella Chiesa di Santa Maria della Catena a ……… , chiesa che è, in linea massa e ombra……. Che può essere un’aria di Pergolesi o un………mo di Benedetto Marcello, assumerà con…………rabe e modanature bizantine, archi……..aragonesi e piedritti gotici, rifarà sulla nuda……..motivi d’arco randazzesi ritessuti in nuovi indimenticabili rapporti.

 


Enzo Maganuco

 

 

                                                                  P A N O R A M A  D I  P R O V I N C I A  R A N D A Z Z O

 

   2) La Pittura e la Miniatura

   La strada che si snoda da Bronte, nei pressi di Randazzo, quasi a voler preparare una sorpresa al viandante, si torce e percorre, scavandolo dalla base, uno scheggiato costone basaltico, concedendo allo sguardo solo le lontane Caronie quasi sempre ammantate di neve e maculate da una larga pennellata violacea: Troina.  E quando ancora lo sguardo corre a lontananze a perdifiato e i pioppi della vallata biancheggiano piccolissimi e i quercioli rosseggiano rugginosi, eccoti all’ultima svolta comparire di colpo, erta su uno zoccolo alto, fosco, lavico, la città dalle tre cattedrali archiacuti così come la dipinse  Girolamo Alibrandi  nella tavola che sovrasta alla porta laterale della Chiesa di S. Maria: Randazzo.
   Entrati per la  porta aragonese fin nella piazza dominata dal trecentesco campanile, tipico e sfociante di là in una stretta via che si inizia col castello quattrocentesco e si dirama in un dedalo di case medioevali a bifore e ballatoio, ci troviamo a pochi passi da innumeri opere di pittura : il retoricume pseudo critico ne ha eccessivamente valorizzato una parte e la tronfia apologia di teatrali e chiassose opere barocche o di tardi e scialbi seguaci del Conca fino al corretto ma sdolcinato palermitano Velasques (Giuseppe Velasco) ha fatto sì che gli studiosi e i buongustai si siano sviati alle prime indagini.
   Ma Randazzo ha opere dugentesche , del primo rinascimento e della rinascenza che ti colpiscono per la loro decisa importanza, indice non trascurabile di quella Randazzo cinquecentesca che a Carlo V dovette mostrarsi opulenta (2), doviziosa di bellezze artistiche attraverso gli intatti monumenti normanni, svevi, aragonesi, catalani vari per stile e per ideale estetico e attraverso le opere di pittura le quali nonostante i morsi del tempo, la perfidia degli speculatori, l’incuria degli uomini e la bestialità dei restauratori, continuano ad affiorare e a cantare un inno alla bellezza e allo spirito creatore.

   Giunto a Randazzo, qualche anno fa, per ricercare gli elementi romanici della Chiesa di S. Maria e per studiare il pulpito gotico in S. Martino, entrato nella navatella destra per godere una madonnina di scuola gaginesca posta sull’altare dell’absidiola, rimasi colpito da una tavola o pietra di un metro di base, sulla parete destra; di fronte alla meravigliosa austerità dolorante espressa dalla semplicità e dalla sintesi di un potente primitivo, mi parve che cadessero la dorata se pur semplice cornice, e gli ex voto d’argento o corallinei della madonna accanto,  chiassosi come una festa popolare; e la tragica discesa al sepolcro, di buon maestro tenebroso che sta di fronte, nella preziosa cappelletta, mi parve eccessivamente concitata, priva di tragica calma, di solennità e mi parve che che i colori – se pur armonicamente disposti e dominati – mi portassero lontano da quell’aurea mistica, purissima, vibrante di silente spasmo sovrumano che emana dalla piccola tavola.
   In fondo l’accenno simbolico della croce; il Cristo esile e spiritualizzato, come stelo spezzato, è retto dalla divina stretta di Maria. L’ideale bizantino qui, quasi spoglio dei suoi tradizionali elementi iconografici e mistici per dar posto a una trasfigurazione palpitante, umana, non è per niente annientato.
   Il mirabile artista dugentesco da una tecnica bizantina a lumeggiatture aurate sa trarre una spiritualizzazione sovrumana che ferma il respiro. Tinte verdognole e livide, ombrate dolcemente con terra di Siena e lumeggiatture a oro, càmpano e delimitano il corpo del Cristo e il divino, puro , straziato volto della Madonna.
   Il manto, in monocromato di lacca cremisi è limitato tutt’intorno da oro martellato che isola il sacro gruppo in un ambiente convenzionale e ultraterreno; le dita della Madonna si allungano quasi purificate a esprimere una delicatezza che trova riscontro nell’arco sopraciliare dolcemente intagliato sul cupo dell’orbita dalla quale affiora solo la palpebra immota (3).  

   La deposizione della pinacoteca di Bologna,  pur nello stesso filone iconografico di Randazzo, a questa inferiore per certo, impallidisce di fronte alla nostra opera: il convenzionalismo ieratico di quella qui si veste senza disperdere la purezza ideale, di un soffio di umanità che fa della tavola del Maestro di S. Martino una delle opere più rappresentative della pittura dugentesca e trecentesca siciliana, che nelle croci iconolatri che di Messina, Agira e di Cesarò, primitive e potenti, sintesi che è a un tempo mistiche e umane, additano quali dovettero essere le vie seguite dalla pittura in Sicilia (4): quivi il retaggio della pittura bizantina si avviava o verso la via dell’icone popolaresca talora sotto forma di ancona o si trasmutava, lontana dai rinnovamenti cavalliniani e giotteschi, verso forme di piccola composizione in cui il rinnovellato sentimento si sviluppava entro una fissa cerchia di ieratismo insormontabile che costituì una pittura primitiva vittoriosa sui legami tradizionali del passato ma non avviata alle nuove invidiabili risoluzioni della pittura fiorentina e senese.
   La privata chiesetta di S. Gregorio, incorporata fra le case di un vicolo sempre verde per le ramature dei vicini giardini e per la glicine che vi si accampa, si annunzia con una cupoletta esagonale a padiglione, per certo del rinascimento.
   Vi si va per vedere il quadretto del santo, posto sull’altare, opera dello Zoppo da Gangi. E’ questo di un periodo giovanile del forte pittore siciliano che ancora imbevuto della recente visione dei quadri di Federico Barocco in Roma, si abbandona ad un colore dolciastro come nelle prime opere che dipinse per la città natìa e ben lontano da quel colore armonico e sodo, dal fare lirico ma contenuto che sarà sua caratteristica e sua conquista nelle opere di Polizzi Generosa e di Piazza Armerina.

 

        Madonna del Trittico Fisauli -Turino Vanni da Pisa,         Chiesa di S. Gragorio – Randazzo.

 

   Ma il godimento che può arrecare la tela dello Zoppo si affievolisce e si spegne se l’occhio si posa, sulla parete destra della nuda navata, su un trittico che ripaga a usura colla sua bellezza il viaggio fino a Randazzo: ché sull’anima di chi ha dimestichezza con la misteriosa voce dei trecentisti il trittico Fisauli è una luce improvvisa, una musica nuova che scaturisce da linee e da tinte inconsuete al nostro occhio di siciliani.
   Che il trittico sia stato dipinto a Randazzo é fuor di dubbio; la deposizione del Maestro di S. Martino della quale s’è dianzi detto è servita da schema iconografico ispiratore al Maestro del trittico il quale nella cuspide dello sportello centrale ha immesso, a coronamento decorativo del lacunare raffigurante la Madonna col bambino, la scena della deposizione.

 

MADONNA DEL ROSARIO TRA LE SANTE MARIA MADDALENA E MARTA Di: Antonello de Saliba Anno: XVI secolo – Tecnica: olio su tavola – Randazzo – Chiesa di S. Martino

   Le altre due cuspidi triangolari e simmetriche accolgono l’Annunciazione, a coronamento delle due figure laterali dei santi. Tutta l’impostazione, la gamma delle tinte sulle quali prevalgono la garanza e il giallo aurato, quel risolvere i valori volumetrici con sfumature progressive verdognole, quel sollevare i piani anatomici lumeggiandoli di misterioso carnicino chiaro talora spinto al giallo, tinta dominante l’opera, ci riportano con troppa immediatezza  a quel Turino Vanni da Pisa, trecentista seguace di Taddeo di Bartolo, del quale è nel Museo di Palermo una Madonna con bimbo e Santi (5).
   Per noi è di decisivo interesse l’iscrizione dietro una tavola dipinta del Museo di Palermo, riportata dal Di Marzo e che suona così:

            Tauleta di Piero de
            Tignoso fata adi
            Primo di Magio. (6)
   Lo stesso stile lega all’opera precedente e a quella di Randazzo una tavola del Louvre firmata : Turinus  Vannis  de  Pisis  me  pinxit.
   Fin qui Gioacchino Di Marzo (1839/1916) che si sbizzarrisce a cercare le origini della famiglia Tignoso in Pisa dimenticando una preziosa scoperta da lui fatta a Randazzo attorno al 1856 e che consiste nel aver egli letto su una lastra di arenaria murata nella Chiesa di S. Maria il nome dell’architetto che lavorò attorno alla bella cattedrale in pieno trecento, quando Leo Cumier aveva già finito la parte absidale romanica:
             Magister  Petrus  Tignoso  me  fecit.
   Nulla di strano che questo Magister Petrus Tignoso (7) abbia posseduto anche il trittico Fisauli in seguito alla permanenza di Turino in questa città il quale, forse anche per comunanza di ideali d’arte, avrà donato, lui pittore, all’archetetto della cattedrale, la tavola oggi a Palermo.

   Nella cappella destra del transetto nella Chiesa di S. Martino, e limitata in alto da un coronamento a timpano lunato con deliziosi angeli musicanti, si para la grandiosa tavola della Natività della Madonna già attribuita all’Anemolo (si tratta di Vincenzo Anemolo da Palermo detto il Romano).
   Un grande disegnatore l’ha creata: un maestro cinquecentesco che nel suo sintetismo violento in cui il colore è solo mezzo di risoluzione plastica in funzione del disegno, e non altro, profila duramente con fare da medaglista: ha osservato Pisanello, Piero della Francesca, Perugino.
   E’ un maestro che dentro la linea stagliata dei contorni, vibrante, fa circolare il colore con ritmo soave: ben diverso dall’artista che nella stessa chiesa dipinge l’Annunciazione venuta alla luce, pur’essa colla  cornice cinquecentesca originale, e tratta non so da quale sagrestia.
   Opera deliziosa anch’essa ma scaturita da ben diverso spirito e permeata di diversa ispirazione. E’ dalla fine del 500 .  Il ritocco, non recente, ha deturpato gran parte della composizione su tela intavolata. Il collo dell’angelo e i segni che squadrano il pavimento sconvolgendo il senso prospettico stonato su tutta l’armonia dell’opera: il senso prospettico è invece mirabile nel paesaggio che s’apre sullo sfondo attraverso una sezione d’arco: a sinistra in alto, una danza di cherubini e l’Eterno.
   Il pittore mostra di aver conosciuto davvicino le opere del Greco, specie nello slancio nuovo dell’angelo in abito giallino e veste verdognola. L’Artista limita il gioco della sua tavolozza al verde, al rosso, alla terra d’ombra dai quali trae sobri accordi  che conferiscono a tutto il dipinto un’aura mistica.
   E’ interrotta l’iconografia tradizionale della Annunciazione: la Vergine volta le spalle al paesaggio raffaellesco e legge. L’atteggiamento dolce è sfiorato dal manierismo nelle mani esili e spiritualizzati.

   Ben duro e sordo attaccamento alla tradizione iconografica mostra Giovanni Caniglia (1548) che a S. Maria ripete su una tavola accurata e manierata il transito di Maria che con maggiore libertà ha dipinto in Comiso, nella Chiesa dell’Annunziata, pur rimanendo ligio allo schema dell’ecoimesis bizantina.
   Non saprei chiudere in tono rosa  questi mi appunti sulla pittura in Randazzo perché il mio pensiero corre  –  e se ne ritrae dolorosamente – alla tavola tribolata, antonelliana , chiusa accanto a una superba tavola cinquecentesca, già attribuita a scuola raffaellesca ma sicuramente fiamminga, in S. Bartolomeo.
   Questa tavola, assai più vicina ad Antonello degli Antoni che ad Antonello de Saliba è stata ritoccata con colori gridellino, violacei con lavature di oltremare, con lacche, con……… che non sono nella forma mentale e nella sensibilità di nessuno dei due maestri ai quale attribuibile l’opera.
   Avremmo per certo preferito un restauro che avesse fissato quel che già c’era (restauro oggettivo) o che avesse rivelato quello che si nascondeva, attraverso una scientifica lavatura delle aggiunzioni posteriori (restauro per sottrazione) : Luigi Cavenaghi insegni coi restauri di S. Zosimo a Siracusa e di S. Gregorio nella tavola della Madonna del Rosario ora nel Museo di Messina, opere ambedue del grande messinese all’attività giovanile del quale mi sembra si debba restituire questa preziosissima opera alla quale sovrapposizioni posticce e avventate di vernici e di colori hanno tolto non poco, meno quella fissità cristallina e penetrante dello sguardo, quella squadratura geometrica eppur scavissima del volto, tutte l’impostazione generale, il dominio degli spazi, doti vive e inconfondibili che ci riportano alla Madonna del Rosario di Antonello, ora nel Museo Nazionale di Messina.

 

   IL LIBRO DI PREGHIERE
   DI GIOVANELLA DE QUATRIS

   Gelosamente custodito nel tesoro della cattedrale, il libro di preghiere di Giovannella De Quatris, (1444 – 15 luglio 1529) , nobile randazzese della fine del quattrocento, chiude fra due valve eburnee, intagliate duramente a basso rilievo, tre lamine pure esse eburnee, sulle quali poggiano attaccate e leggermente erose per lungo, ascetico uso, sei paginette in pergamena.
   Il piccolo codice, sul quale la baronessa De Quatris, illetterata, posava lo sguardo a contemplare i misteri della vita e passione di Cristo, misura, aperto, cm. 10×13.
   Le valve del dittico che formano come due coperture di guardia al codice miniato, sono divise in due zone. La prima contiene la Crocefissione in alto, e la Resurezzione in basso, l’altra rispettivamente l’Incoronazione  e il Transito di N. D.
   Una cornice ricorre sopra ogni riquadro e consta di una serie di archetti pensili, ciechi di coronamento.
   Sono archetti acuti cuspidati, col giglio apicale di gusto francese e aragonese come se ne rivedono in tutte le tarde forme  gotiche sotto la dinastia aragonese in Sicilia: in S. Giorgio a Ragusa Ibla, nell’arco di S. Maria di Gesù a Modica.

Randazzo – La Baronessa Giovannella dè Quatris

 
L’artefice del dittico ha voluto  –  con evidente squilibrio di tutto il valore ornamentale  –  decorare con fogline rampollanti anche la convessità degli archi i quali, nell’intradosso non portano l’arco tribolo come nel tardivo gotico francese dal quale derivano molti, intagli eburnei del tempo, ma hanno l’intradosso liscio e a larga bi concavità come nel gotico siculo.
   Egli nell’ingenuo sforzo per riempire tutti gli spazi vuoti con figure che dovrebbero concorrere alla risoluzione dell’episodio mostra subito, co l’accavallamento delle figure stesse senza alcun tentativo di gioco prospettico  –  non ancora risoluto nell’epoca del dittico  –  un arcaismo dal quale non si salvano in Sicilia neanche i pittori più egregi.

   Anche nella  coimesis  l’artista segue ancora lo schema bizantino dei mosaici e delle pitture su tavola di Sicilia; e non è da far le meraviglie se  –  data la persistenza iconografica bizantina in Sicilia  –  nella Chiesa di S. Maria in Randazzo e nella Chiesa dell’Annunziata in Comiso, Giovanni Caniglia (1548), pittore del cinquecento, arcaico ma non privo di piacevolezza e di originalità in certe gamme cromatiche e in certi impasti, nel transito di N. D. segua pure lo stesso schema iconografico.
   Ma nel riquadro del dittico, la sproporzione delle mani e delle teste che vorrebbero dare grandiosità e solennità, quel fare convenzionale dei capelli a masse parallele sfuggenti, trovano compenso nell’illeggiadrirsi delle pieghe naturali soavi attorno alle gambe della Madonna e attorno al corpo della figura accasciata e implorante a lato della bara, La madonna è tutta chiusa nella linea soave creata dalla curva del capo poggiante sul cuscino approntato da mano pia, mentre il volto ristà soffuso da uno spento sorriso smarrito.
   E le mani stilizzate, si incrociano con purezza, se pur convenzionalmente, al di sopra del drappo scendente in dure e orbacee pieghe del  cataletto.

   Non è dubbia, in tutto il riquadro, l’influenza del goticismo francese che per questa opera arriva in Sicilia con un’ondata quasi spenta: basti pensare ai due avori  francesi del XIV conservati al Louvre e pubblicati dal Malet. Ma negli avori del Louvre, nonostante  l’insistenza dell’attitudine ieratica e convenzionale, la lunghezza delle mani eccessivamente affusolate, c’è nell’artista gotico una consapevolezza e una padronanza del senso decorativo che ci stupisce, un equilibrio nelle masse, in così dolce trapasso di piani nell’avvicendarsi delle pieghe !  E tanto armonica la linea decorativa sottintesa nelle figure secondarie e in special modo negli angeli tubicini e osannanti, che l’occhio ne rimane fermo e sorpreso.
   Invece del dittico di Randazzo  eco lontana di quelle forme originali nobilissime che in tono minore ci riportano alla scultura monumentale dei portali e dei protiri  delle cattedrali francesi, specie nel riguardo della  coimesis  , si sente un artista nostrano e primitivo nella distribuzione delle parti, che sostituisce alla fluida bellezza dei nordici modelli una robustezza anatomica delineata con rozzezza tagliente e con angolose sporgenze e rientranze: è musica insomma, concepita quasi, in tutte quattro i riquadri, in toni naturali, senza semitoni di trapasso.
   Maggior senso di proporzione, di dominio degli spazi, si ritrova nelle altre tre figurazioni. L’espressione dei volti riesce talora caricaturale poiché l’artista, nel definire coll’intaglio la mimica facciale, procede per approssimazione. Riso infatti, più che celestiale e ispirato sorriso, è quello dell’angelo che incorona Maria: allungatissime, forse a indicare il culminare del momento mistico e solenne, le dita benedicenti dell’Eterno, dell’Apostolo del Cristo nei due episodi della prima valva e nell’episodio basilare della Resurrezione nella seconda.
 In alto, a destra, nell’episodio della Crocefissione, lo spazio, diviso longitudinalmente in due dal corpo del Cristo contorto entro la tradizionale curva romanica, contiene due gruppi: a destra Longino e Nicodemo oranti e i soldati, affollati, delineati con aspri incavi che duramente sbalzano il drappeggio; a sinistra il gruppo delle donne, tra le quali Maria, esausta, irrigidita in una smorfia di dolore mal resa e convenzionalmente ottenuta dall’artefice, sorretta da mani pietose che stringono l’affannato torace.
   Qui l’ondeggiare e l’accavallarsi delle pieghe, resi con grande sensibilità di massa e per piani progressivi, mostrano come l’artista – meridionale probabilmente per l’atticciatezza delle figure e per la robustezza talora eccessive delle masse – si sia giovato, per l’intaglio, di qualche gruppo di modelli francesi del tardo gotico, mentre ha lavorato con proprio slancio di fantasia e con diverso ritmo creatore attorno a certi altri gruppi.

   Nel riquadro della Crocefissione vi sono, tra il gruppo circostante di sinistra e quello di destra, tali profonde differenze di concezione dell’anatomia e del drappeggio che se ne può facilmente dedurre la diversità di modello e d’ispirazione.
   Dalla Francia numerosi vennero in Italia ,i dittici eburnei e non è escluso che da noi abbiano avuto larga eco in varie riproduzioni simile, forse della stessa officina d’arte riprodusse il modello dittico, è quello di Sassoferrato (8) in cui però l’equilibrio degli spazi, la battuta larga ed armonica, la proposizione degli scorci anatomici ci portano lontano dal nostro e se mostrano la similarità fanno pur sentire la statura di un artista superiore.
   Ma la fonte della Crocifissione è ben riconoscibile : è il dittico della passione della Collezione Hainauer di Berlino. Il taglio quadrato, ancorché rettangolare, del piccolo lacunare contenente la scena, non ha permesso all’artista del dittico di Randazzo di addensare tutti i personaggi entro il riquadro e ha tolto Longino e Nicodemo d’attorno al Crocifisso. E ben probabile poi che il dittico di Berlino sia servito di modello mediato attraverso qualche copia o qualche replica: ché nel nostro dittico, benché le figure siano quelle del modello, più pigiate e addossate , v’è tale sciatteria che non sapremmo immaginare il diretto influsso dell’avorio francese eletto nella forma, squisitamente patetico negli atteggiamenti : del resto, evidente distanza di tempo separa le due opere.  La prima, della metà del secolo XIV, la seconda della fine del secolo quando, spento ogni flusso di idealismo  –  sia pure trascendente e convenzionale  –  per l’introduzione del realismo straniero, l’arte fu portata  a tendenze spiccate verso forme drammatiche e patetiche; certamente, non tutti gli artisti riuscirono compiutamente e rapidamente a togliersi dal solco della tradizione.

   Certo, esistono dei modelli perfetti : ma le derivazioni, pur conservando l’iconografia che potremmo dir nuova, mostrano eccesso, banalità, manierismi.
  La Vergine negli intagli eburnei tardivi, non sta più diritta fra i due angeli, una si curva verso di loro, sdraiata; nella tragedia del Calvario ognuno, come dice il Malet (9) , si torce sui suoi piedi col più melodrammatico dolore e il Cristo, curvo in due sulla Croceé ondulante fra il gruppo delle donne e dei soldati come in balia di un vento violento.
   Le forme che la tradizione aveva imposto, imbevute di grazia impeccabile e concludenti gli episodi in disposizioni  ingegnosissime donde balzava lo spirito altamente decorativo del’artista, declinavano ormai; le forme sfociavano in un realismo gretto e greve.

   A questo periodo di realismo svisato, mal compreso e mal reso, crediamo che appartenga il dittico di Randazzo; il quale pur avendo con altri  –  come si è dianzi detto  –  termini di similarità persino nella cornice archiacuta di gotico fiorito, mostra nell’artista un valente imitatore che pur sentendo qua  e là l’eleganza e lo slancio gotici, rimane, a nostro modo di vedere, specie nella durezza delle masse anatomiche e nell’arcaismo della distribuzione, un siciliano della fine del secolo XIV o del primo scorcio del XV.

LE MINIATURE

   Di stile più prettamente francese sembrerebbero, in una prima visione sommaria, le sei miniature contenute nel dittico creato per certo a contenerle dopoché esse furono ritagliate da qualche “officium” per servire da guida spirituale alla De Quatris.
   Il largo margine vergine che corre attorno alle riquadrature delineate violentemente in sepia e a doppia squadratura, escluderebbero nell’artista la volontà a fare l’opera di decorazione comune ai miniatori palermitani e arabo-siculi che nelle cassette e sulle pergamene, in preda a uno slancio decorativo, ornano di racemi, di ori, di fuseruole, di bacche, di volute, tavole e pergamene.
   L’artista qui ha voluto soprattutto rappresentare; l’elemento decorativo è spostato: da esterno diventa intimo e concorre a rendere soprannaturale la scena che nella rappresentazione delle figure cerca di essere realistica o, per lo meno, naturalistica. Le figure, manchevole nel nudo, ma sode e ben postate quando sono vestite perché l’artista conosce il ritmo delle pieghe cascanti secondo la legge della gravità, profilate con precisione si ché coll’avvicendarsi delle e delle ombre ne risulti modellato tutt’altro che debole, sono immerse in un’atmosfera di sogno, talora, come nell’Annunciazione, sotto un cielo convenzionale in cui lo razzare della luce è inquadrato in una rete di righe aurate a quadri.  Vano è parlare di veridicità cromatica, di corrispondenza al vero di pittura e tanto più quando si parla di miniatura; ad ogni modo l’artista non vuole solamente liricizzare il colore locale delle cose ma vuole addirittura portarci in un ambiente irreale nel quale si svolga però l’episodio con palpito e con naturalezza umana : l’artista vuol giungere al mistico attraverso l’equilibrio tra il reale plastico delle masse anatomiche e l’irreale convenzionale del colore ambientale e paesistico.
   Il sacro lungo uso del delizioso libretto attenuato qua e là le tinte senza però troppo scialbarle né logorarle; l’effetto cromatico è ancora completo. Il cielo, nella scena dell’Annunciazione, che nello schema iconografico segue quello della corrosa Annunciazione della finestra basilare del trecentesco torrione di S. Martirio, è purpereo, e di un cremisi cupo è nella scena del Cristo alla Colonna.
   Quest’ultimo episodio, ingenuo nella rappresentazione degli alabardieri resi male per l’inversione della statura che porta a una errata valutazione della distanza prospettica , e ingenuo ancora per la goffa apparizione dell’Eterno, pur essendo dello stesso maestro che ha miniato gli altri fogli, mostra più a nudo le qualita negative dell’artista che nelle altre miniature se scopre delle manchevolezze attribuibili all’epoca in cui egli operò, mostra d’altra parte qualità di disposizione delle figure e soprattutto una spiccata tendenza alla musicalità del colore che ritroviamo poi sviluppate solo nel tardo quattrocento, nelle miniature palermitane.
   Nella scena dell’Annunciazione Maria, serenamente atteggiata, con un rotulo svolto sulle gambe, in ambio manto celeste lumeggiato dall’artista con un cobalto sereno che si risolve in accordo coll’azzurro d’oltremare delle pieghe cupe, profonde, sinuose, elegantemente contenute, ristà sotto un baldacchino di cadmio tutto dorato dai raggi del sole; l’angelo in lucco rosso e con ali acutissime che rammentano quelle delle miniature francesi del trecento, è genuflesso; e divide architettonicamente lo spazio in diretta corrispondenza coll’oggetto del baldacchino: da un ornato porta fiore emergono fogli e gigli; la scena si svolge su un pavimento a scacchi verdi e neri che chiedono con tono freddo e intonato tutta la gamma cromatica della composizione. La scena della Visitazione si svolge entro un recinto limitato da un incannicciato, il tradizionale e ancor comune “cannizzu” siciliano che si rivede anche nella Natività né mi pare sia questo un riempitivo di indole nordica.
   Torrioni apparsi nella lontananza che li separa, si ergono in alto, sulla collina retrostante. Anche qui il rosso mattone della veste di S. Elisabetta, è intonato colle tinte espresse nella miniatura. Più solida nel colore è la miniature della Presentazione al Tempio; stridente pel contrasto che nasce da gridellino dell’abito di Giuseppe di fronte all’azzurro di cobalto del manto della Madonna immersa in una fiamma convenzionale, amplissima che la circonfonde e l’altra raffigurante la Natività; ambedue queste miniature mostrano qualità di disegno e un senso così marcato della plastica e della profondità  –  che diventa ammirevole risoluzione prospettica nello sfondo della trabeazione, costituito da un loggiato –  da far pensare quasi che l’artista abbia cominciato dalla Crocefissione e dal Martirio alla colonna e che dopo varie incertezze e inciampi nella risoluzione dei vari problemi anatomici e paesistici abbia meglio padroneggiato i suoi mezzi sboccando con vero lirismo pittorico in quelle figurazioni che cronologicamente sono anteriori nella vita del Redentore.                                             

                                                                                                                ***

   Ma ci occorre il problema del collocamento cronologico e della provenienza.
   Dissi sin da l’inizio che le miniature appaiono francesi.  Ed è verosimile che l’artista sia stato educato a modelli francesi. Un’analisi minuta ci porta ben lontani. Nelle presenti miniature il convenzionalismo, se c’è non è gotico; è nel colore e questo può essere frutto di quella spiccata tendenza al colore irrazionale che i siciliani ereditarono dai bizantini e dagli arabi.
   Né vale che spesso siano state illustrate leggende cavalleresche o sacre di sapore provenzale come nello steri o  nel tetto di S. Nicolò a Nicosia, o nel tetto del Duomo di Messina ; in Sicilia la tendenza al colore irrazionale fu intimo bisogno di decorazione sognatrice, non convenzionalismo di importazione straniera; né d’altra parte affiora in questi fogli miniati quell’eleganza slanciata ma chiusa e fredda del gotico tardivo francese.
 Nel Nostro codice, l’elemento figurato, umano o divini, sematico insomma, è reso con quel naturalismo stentato, ma naturalismo, che ritroviamo in Sicilia verso il quattrocento; quivi l’arco acuto comparso prima dell’evento del gotico, scompare presto e il primo rinascimento quattrocentesco ci dà nuovamente l’arco molto schiacciato, quasi a pieno centro, dal quale è bandita ogni idea di goticismo; e ricompare qualche decorazione cosmatesca come nel palazzo Ciampoli di Taormina, nel palazzo Clarentano e nelle case di via dell’Agonia a Randazzo; nella miniatura dell’Annunciazione la decorazione del mur0o di cinta del baldacchino, se pure approssivamente, rammemmora la decorazione cosmatesca; e nella Presentazione lo sfondo è pienamente quattrocentesco nella semplicità del loggiato, nella rotondità degli archi ; e questo maestro che in luogo di giocare per impasti di tinte preferisce dipingere a forti tinte locali, lumeggiando poi per sovrapposizioni filiformi e chiare, porta nella sua tecnica, nella comprensione prospettica, nella variazione cromatica dei piani, gusto strano e rozzezza e dev’essere stato un primitivo siciliano del quattrocento educato soprattutto alla scuola di quei freschisti della Sicilia centrale che negli affreschi di S. Andrea di Piazza Armerina e di S. Spirito a Caltanissetta fanno sentire come le miniature in questione siano lontana e indiretta filiazione di quegli affreschi.
   Le opere qui presentate valgono da sole a conferire dignità a una città specie se questa possegga, come Randazzo, opere coeve di architettura e di scultura che concorrono a lumeggiare senza interruzioni né pause i vari secoli della malnota arte del meridione.
  Ma altre opere di natura notevoli e del tutto inedite si nascondono ancora all’occhio superficiale di chi visita Randazzo coll’ausilio di quelle guide che si ricalcano da ottant’anni senza un nuovo apporto di ricerche sagaci.

   In S. Maria tutto è conservato con cura e con amore; e accanto alle opere di Giuseppe Velasques, palermitano, corretto nel disegno, piatto e incombente nella prospettiva, scialbo e dolciastro nel colore, si conservano due opere degni di interesse, potenti per l’animazione che le agita, per il tenebrone bituminoso di sfondo che ne valorizza vie più il senso plastico delle figure dando la sensazione tattile, quasi del valore dei volumi.

 

 


   Si tratta di certo di un maestro tenebroso che ha molto da vicino seguito lo stile del Preti; nel martirio di S. Agata e in quello di S. Andrea (S. Lorenzo ?) , purtroppo dominato dai giochi di lacche cremisi e violette che lo indeboliscono, mostra delle qualità ben più alte e lontane per indirizzo estetico e per concezione delle forme da quell’Onofrio Gabriello al quale il Di Marzo aveva in un primo tempo attribuito le due tele.
   Lo stesso amore vorremmo che fosse esteso alle opere anteriori qua e là chiuse e colpevolmente abbandonate alla corrosione della polvere: la tavola della chiesa di S. Giuseppe e la tela parlano di un abbandono che va spezzato, e di colpo.

   Varie ancone quattrocentesche scoloriti ma ancora parlanti di un’epoca e di una creazione spesso geniale, sono state spostate, dimenticate, mal ritoccate. E qualche chiesa  –  orribile a dirsi  –  è stata ceduta parecchi decenni addietro a dei porcai, a dei vinai e rinserra preziosissime tracce di affreschi dugenteschi.
   Siamo certi di non dover ripetere per la città di Radazzo, l’imprecazione altamente drammatica nella sua bianca solennità che Natale Scalia dalle colonne di “Siciliana” lancia alla sua Catania mentre il patrimonio artistico di questa si dissolveva.
   Come oggi Catania va con mille cure cercando per mezzo dei suoi studiosi le orme del passato e va riconsacrando nel suo Museo in formazione le gloriose forme ansiosamente radunate e classificate, così Randazzo vorrà, sotto la guida del suo primo cittadino che con intelletto d’arte e d’amore ne regge le sorti, fermare nella discesa dell’oblio e della dispersione quelle opere che portano fino a noi l’eco non ancora sperduta di indimenticabili bellezze.
ENZO MAGANUCO

                                                                                        

NOTE:

(1)  La tavola fu riprodotta dal De Roberto nell’opera “Randazzo” della collezione “Italia Artistica” dell’istituto d’arti grafiche di Bergamo, opera che rimane fondamentale per l’orientamento negli studi Randazzesi, specie nel campo storico .
(2)  Sulla venuta di Carlo V a Randazzo, cfr. Castaldo V.. “ Il viaggio di Carlo V in Sicilia” , in Archivio Storico per la Sicilia Orientale, XXV, fasc. I, pag. 98; e più propriamente cfr. Mandalari, “Ricordi di Sicilia, Randazzo”, Lapi. Città di Castello, 1911, pagg. 26-28 e ancora 192-193.
(3)  Dimenticata anche dalle guide più ciarliere la tavola impressionò profondamento il Di Marzo giovanissimo e ancora in preda a quell’entusiasmo fervoroso che talora lo portò ad attribuzioni e a giudizi avventati dei quali però nobilmente fa ammenda nelle pensate opere della maturità. Egli nelle sue note al  “Lexi con Topograficum di Vito Amico, Palermo, 1856, vol.II, pag. 410, note sempre preziose anche quando diano solo un primo elenco catalogico, dice: “ oltre l’interno di ragguardevole, una pittura del cinquecento di circa palmi 4, sopra pietra, e forse a tempera, rappresentante la Beata Vergine sotto la Croce col Cristo estinto nelle ginocchia”.
Né meglio la inquadra nel tempo un Finocchiaro mentovato in una guida ottocentesca di Randazzo, adespota e non datata, il quale senz’altro l’attribuisce al Giotto.
(4) Le croci d’iconostasi sono numerosissime in Sicilia, e di esse solo qualcuna ha avuto la fortuna un accurato studio e della divulgazione; da quella primitiva della Chiesa dell’Immacolata in Agira, sale do fine alle tardive quattrocentesche, si può seguire, in mancanza d’altri elementi, il cammino della pittura siciliana seguendo la parabola iconografica che ha il suo maggior sviluppo in quelle di Cesarò e di Troina sulle quali verterà un mio imminente studio.
   Per quanto riguarda la croce di Termini Imerese (Ruzzolone), cfr; Di Marzo, “ La pittura in Palermo nel Rinascimento), Palermo, Reber, 1899, pag. 208, e in quella della Catredale di Piazza Armerina, cfr; Mauceri E. “Sicilia Ignota”, in  “L’Arte”  gennaio 1906, pag. 17; Maganuco Enzo “ La pittura a Piazza Armerina , Siciliana”. Catania, agosto 1923.
(5)  Cfr. Accascina M., “ Pitture Senesi nel Museo Naziona le di Palermo”, in  “La Diana” 1930, fasc. I
(6)  Cfr. Di Marzo,  “ La Pittura in  Palermo nel Rinascimento”, 1899 pag. 43.
(7)  Cfr. Di Marzo,  “ note al Lexicon Topograficulos.
(8)  Cfr. Serra Luigi  “Arti minori nelle Marche”, Emporium. Aprile 1928  228.
(9)  Cfr. Koechlin Raimond , “ Les Hiroir Gothiques in Miscel,Histoire de l’arte” tomo 11 pag.456 . 
   Ringrazio don Paolo Amistani dei Padri Salesiani del Collegio di Randazzo per le preziose indicazioni di cui mi fu prodigo durante le mie ricerche sull’arte medievale randazzese.
   ENZO MAGANUCO
                                                                                                               ***
  
   Abbiamo voluto impreziosire questa pubblicazione del prof. Enzo Maganuco per rendere la lettura più agevole e soddisfare le curiosità del lettore degli Artisti e critici citati dall’Autore. Molti termini sono di non facile interpretazione, ma con l’aiuto del web si possono capire. Questa rivista è stata  sicuramente pubblicata prima dell’estate del 1943 in quanto il Maganuco non parla della distruzione, ad opera della guerra, di molti edifici ed opere d’arte. Nel 1932 venne a Randazzo come è testimoniato da Angela Militi nell’articolo della Chiesa di S. Agata e nel 1939 pubblica il libro “Cicli di affreschi medioevali a Randazzo e a Nunziata di Giarre” , quindi la data della pubblicazione di questa rivista dovrebbe essere entro queste due date.

   A noi ci è pervenuta soltanto una fotocopia mal fatta che  la dottoressa Maristella Dilettoso (che ringraziamo per la sua collaborazione)  non ha avuto esitazione a mostrarcela dalla quale abbiamo dattiloscritto questo testo.
   Data l’importanza del Personaggio se si hanno altre notizie saremmo ben lieti di pubblicarli. 
Francesco Rubbino

                                                                             
  

    

Pietro Virgilio – Randazzo e il Museo Vagliasindi (testo originale).

Questo testo originale del libro è stato digitalizzato dal dr. Maurizio Damiano e gentilmente fornito al sito per la pubblicazione . 
Un grazie di cuore a Maurizio per questa Sua generosità.

 

Museo Archeologico Paolo Vagliasindi – La Storia

Enzo Maganuco

 

OPERE: 
   –   Lineamenti e motivi di storia dell’arte siciliana, in “Archivio Storico per la Sicilia Orientale”, 1932
   –   Architettura plateresca e del tardo cinquecento in Sicilia, Catania 1939
   –   Problemi di datazione nell’Architettura Siciliana del Medioevo, Catania 1940
   –   Icòne di Antonello Gagini in Roccella Valdemone, Catania 1939
   –   Cicli di affreschi medioevali a Randazzo e a Nunziata di Giarre, Catania 1939
   –   Opere d’Arte catanesi inedite o malnote in Catania, Catania aprile 1933
   –   La pittura a Piazza Armerina, Siciliana, agosto 1923
   –   Artigianato e piccole industrie, 1932
   –   Le decorazioni dei carri e delle barche, 1945
   –   Motivi d’Arte Siciliana, 1957
   –   Bibliografia: Salvatore Nicolosi, Enzo Maganuco, in “La Sicilia”, 6 febbraio 1968, p. 3. 

 

                                                                                                                    ***

 

 

 

 

 Enzo Maganuco nella sua attività di critico d’arte ha scritto molti articoli alcuni riprodotti qui di seguito:

01-La-Sicilia-4-gennaio-1966 (1) Enzo Maganuco
il pittore Antonino Gandolfo, articolo di Enzo Maganuco, 1933

 

   Libri:

 

 Piccola curiosità raccontata da Santino Camarata.
   Enzo Maganugo era solito venire a Randazzo accompagnato da alcuni dei suoi alunni e scendendo dalla stazione della CircumEtnea saliva lungo il corso Umberto I. Si fermava quasi sempre davanti alla sua parruccheria ad ammirare una colonnina di marmo bianco che Santino aveva collocato nella vetrina  su un piccolo piedistallo. Il negozio allora si trovava quasi all’angolo del corso Umberto I con piazza Municipio.
La colonnina era quello che restava della casa paterna in quanto negli anni cinquanta del novecento era stata completamente distrutta da un incendio. 
La casa si trovava quasi accanto il Castello Svevo dove ora vi è ubicato il Museo Archeologico Vagliasindi .
Osservando con quanto ammirazione il Maganuco guardava la colonnina Santino gli fa la proposta che l’avrebbe regalata al Comune, per metterla nella via degli Archi, se avesse fatto ottenere un finanziamento dalla Sovrintendenza ai Beni Culturali di Catania. 
E così fu. 
Le foto sottostante dimostrano questa piccola e bella curiosità.

 

                                 La vetrina della parruccheria di Santino Camarata.


 

 

Randazzo – La casa paterna di Santino Camarata. In fondo si nota la colonnina.

 

Randazzo – La via degli Uffici ora via degli Archi con la vecchia colonnina che è andata distrutta.

 

Randazzo – Via degli Archi, in bella vista la colonnina di Santino Camarata.

 

Randazzo – La colonnina di via degli Archi

     La prossima settimana pubblicheremo alcuni articoli dedicati a Randazzo alla sua Architettura, alla Pittura, alla Miniatura, e al libro di preghiere di Giovannella De Quatris scritte da Enzo Maganuco nella rivista “Panorami di Provincia – Randazzo” . (1937/1938).

TESTIMONIANZE

 Una figura eccezionale. Dovevo dare con lui un esame ma lui guardava il mio libretto universitario e poi guardava me: ah, lei è di Randazzo! Bene, per giudicarla mi basterà sentire quel che mi dirà del suo paese e come lo dirà.
Naturalmente Randazzo non era nel programma.
Foti Olga

Collegio Salesiano S. Basilio esami  V° Ginnasio 1955 Enzo Maganuco presidente della commissione. Una persona austera che incuteva non soggezione, ma terrore a vederlo. Si dimostrò un’animo gentile e disponibile mettendoci a nostro agio. Ci disse che eravamo fortunati a vivere a Randazzo che, si capiva, amava moltissimo.
Nino Calcagno

Ho conosciuto Enzo Maganuco al Santuario di Valverde nel 1947. Ero lì per gli esercizi spirituali. Lui si aggirava nella chiesa ammirando i dipinti. Il parroco lo chiamò presentandolo come il migliore critico dell’Arte Siciliana. Una persona di gran fascino.
Don Santino Spartà

Enzo Maganuco fu il presidente della commissione degli esami di V° ginnasio nel 1952 al Collegio Salesiano S. Basilio. Una persona che non passava inosservata e lo si incontrava fuori fra le stradine del centro storico.
Avv. Nando Camarata

 Francesco Rubbino

  

     

 

 

 

 

Gen. Salvatore Scalisi

 

Gen. Salvatore Scalisi

   Salvatore Scalisi nasce a Giarre il 29 ottobre del 1958. Figlio del Randazzese Angelo Scalisi e di Francesca Paola Siragusa, trascorre la sua infanzia fino all’età di 7 anni a Randazzo.
Nonostante per motivi di lavoro il padre Angelo è costretto a trasferire la famiglia a Catania, il legame di Salvatore con la città di Randazzo rimane molto forte, vuoi per i nonni, gli zii e cugini che ancora ci abitano, vuoi perché appartiene alla famiglia una casa con un piccolo vigneto in contrada Tutti Santi, dove molto spesso si ritrovano tutti i parenti per passare ore, a volte giorni spensierati in allegria.
Ultimati gli studi a Catania nel 1977, Salvatore Scalisi si diploma perito tecnico aeronautico conseguendo già all’età di 17 anni il brevetto privato di pilota di aereo, e vincitore di concorso, accede all’Accademia Militare di Modena iniziando così la sua carriera militare nell’esercito.

 Qui di seguito la splendida carriera militare:

Il Gen.B. Salvatore SCALISI è nato a Giarre (CT) il 29/10/1958. Entrato in ACCADEMIA MILITARE il 16/10/1978 con il 160° corso “Patria e Dovere” è nominato S.Ten. nell’Arma di Cavalleria nel settembre del 1980 ed inviato alla Scuola di Applicazione di Torino;

  • Nel 1982 è nominato Tenente di Cavalleria e conseguita la laurea in scienze strategiche, viene trasferito al 9° Gr. Sqd. “Lancieri di Firenze” a Sgonico (TS) dove assume l’incarico di Comandante di squadrone carri “Leopard”; 
  • Nel 1986 è promosso al grado di Capitano e trasferito al 2° Gr. Sqd. “Piemonte Cavalleria” a Villa Opicina (TS) dove assume l’incarico di Comandante di squadrone meccanizzato, ufficiale “I” di gruppo e ufficiale “O.A.” di gruppo; 
  • Nel 1991 è trasferito presso il 51° Gruppo Squadroni “Leone” del 1° Rgt. “ANTARES” dell’Aviazione dell’Esercito in qualità di Pilota Osservatore, Aiutante Maggiore di Gruppo e Comandante di sqd. di volo; 
  • Nel 1992 frequenta il 117° corso di S.M. presso la Scuola di Guerra di Civitavecchia; 
  • Nel 1995 è promosso Maggiore ed assume l’incarico di Aiutante Maggiore di Rgt. e Capo Ufficio P.O.M. del 1° Rgt. AVES “ANTARES”; 
  • Nel 1998 è inviato in BOSNIA, (Sarajevo), in qualità di vice C.te di Gr. di volo nella missione SFOR e dopo 3 mesi rientra in Patria per assumere l’incarico di C.te del 1° Gr. Sqd. dell’8° Rgt. “Lancieri di Montebello” in Roma; 
  • Nel 1999 è trasferito a Viterbo presso il Centro Aviazione Esercito dove assume l’incarico di C.te del Rep. Com. e Serv. “GRIFO” del Centro, (Comandante di Corpo), e nel settembre dello stesso anno è promosso Tenente Colonnello; 
  • Nel 2000 è trasferito a Pisa per assumere l’incarico di C.te del 26° Gr. Sqd. dell’Aviazione dell’Esercito “GIOVE” ,(Comandante di Corpo), nell’ambito della Brigata Paracadutisti “FOLGORE” e nel 2001, partecipa con il proprio reparto di volo alla missione KFOR in Kosovo ed è dislocato sull’aeroporto di Dakovica quale C.te della Task Force “ERCOLE”; 
  • Nel 2002 è trasferito a Viterbo presso il Comando dell’Aviazione Esercito con l’incarico di Capo Sez. Esperienze e Studi dell’Ufficio Dottrina Esperienze e Studi. 
  • Dal 5 ottobre 2003 fino al 30 gennaio 2004, partecipa, in qualità di Chief Aviation Branch nella cellula G3 Air della Brigata “SASSARI” dislocata in IRAQ presso AN NASIRIAH, alla missione “ANTICA BABILONIA 2”; 
  • Rientrato a Viterbo riprende l’incarico di Capo Sez. Esperienze e Studi dell’Ufficio Dottrina Esperienze e Studi del C.do AVES; 
  • Il 23 ottobre 2004 è trasferito presso lo Sqd. Elicotteri “ITALAIR” in NAQOURA (LIBANO) nell’ambito della missione UNIFIL, ed il 30 dello stesso mese assume l’incarico di Comandante dell’unità di volo, (Comandante di Corpo); 
  • Trasferito a BEIRUT sempre nell’ambito della missione UNIFIL, dal 18 gennaio 2006 ricopre l’incarico di SURB, (Senior Unifil Reppresentative in Beirut), nonché BLO, (Beirut Liason Officer), nonché SENITOFF (Senior Italian Officer) perché Comandante di Contingente Italiano in Libano. 
  • Il 17 Settembre 2007 è trasferito a Roma presso TELEDIFE 3° Uff. UGCT, e promosso Colonnello dal 1 Luglio 2008. Il 31 Dicembre 2009 assume l’incarico di Capo Ufficio del 3° Uff. dell’UGCT ed in contemporanea è Direttore del progetto JFCHQ relocation Project di Bagnoli su Lago Patria. 
  • Il 17 giugno 2012 è trasferito presso il V Reparto del Segretariato Generale della Difesa con l’incarico di Capo Gruppo di Lavoro nell’ambito del Programma Quadro “HORIZON 2020” presso l’UE.

     

Corsi di rilievo frequentati:

  • Corso di perfezionamento in equitazione 1984;
  • 25° corso S3 AIR/FAC 1986;
  • Corso basico per Ufficiale Informatore 1989;
  • 26° corso per Ufficiale Pilota di Elicottero Militare;
  • Corso per Piloti Osservatori dell’Esercito;
  • 117° corso di S.M. 1993;
  • Corso di abilitazione al volo strumentale;
  • Corso di abilitazione su elicottero AB-412;
  • Corso di abilitazione su elicottero AB-205;
  • Brevetto di paracadutista militare;
  • Brevetto di 3° grado “master” di sommozzatore FIPSAS.

Decorazioni:

  • Mauriziana;
  • Cavaliere dell’Ordine di Merito della Repubblica Italiana;
  • Medaglia d’oro di lunga navigazione aerea ;
  • Medaglia di bronzo al merito di lungo comando;
  • Croce del Sacro Militare Ordine Costantiniano di San Giorgio;
  • Croce d’oro 25 anni di servizio;
  • Croce commemorativa missione SFOR;
  • Croce commemorativa missione KFOR;
  • Medaglia NATO SFOR;
  • Medaglia NATO KFOR;
  • Medaglia ONU missione UNIFIL. 
  • Riconoscimenti:
    1 encomio solenne;
  • 1 encomio semplice;
  • 3 elogi; 

    Il Generale Salvatore Scalisi – a cui va tutta la nostra riconoscenza per la Sua splendida carriera di militare e il nostro orgoglio di Randazzesi –  è nipote del signor Salvatore Scalisi nato a Randazzo nel 1893 e di Venera Gangi (1896/1972).
    I coniugi Scalisi hanno avuto 5 figli: Giuseppe (1921/1947),  Nunziata,  Angelo,  Gaetano e Mario  a noi più noto in quanto politico – è stato vice sindaco a Randazzo – e uomo di lettere.

 

Inventario-Archivio on.le Paolo Vagliasindi (1858/1905).

 

Inventario-Archivio-Vagliasindi-on-Paolo

I resti della chiesa di San Gregorio in Randazzo – Angela Militi

Chiesa di San Gregorio

Angela Militi – La Chiesa di S. Agata – fra le 99 Chiese di Randazzo.

     La “città delle novantanove chiese”: così è stata definita per tradizione Randazzo, per via dei numerosi edifici ecclesiali, risalenti a varie epoche, eretti sul territorio. Alcuni di essi, nel tempo e/o per opera dell’uomo, sono scomparsi e ne resta solo la memoria storica desunta dai documenti d’archivio o dalle informazioni presenti nei manoscritti del reverendo Giuseppe Plumari.  E’ il caso della chiesa di Sant’Agata.
Fuori dalle antiche mura di Randazzo, a sud della città, si trova Piazza Tutti Santi, la quale porta con sé una storia antica, infatti, in quel luogo, fino a diversi decenni fa, sorgeva la chiesa di Sant’Agata.

Non si conosce con esattezza la data di fondazione dell’edificio ecclesiale, poiché, a oggi, non ci sono pervenute notizie documentarie in merito, tuttavia essa è da collocarsi nella seconda metà del XII secolo, data la somiglianza stilistica con la chiesa di San Vito e quella di Santo Stefano.
Un documento presente presso l’Archivio Ducale Medinaceli di Toledo, ci consente di stabilire un terminus ante quem sulla data di edificazione dell’edificio sacro. Il primo dicembre del 1345 Raimondo de Pezzolis, arcivescovo di Messina, concede 40 giorni di indulgenza a coloro che si recheranno causa devocionis seu peregrinacionis nella chiesa di Sant’Agata, posta in territorio terre di Randacii  extra menia in contrada detta La Fussaza, nella ricorrenza della festività di sant’Agata.
Questo documento testimonia che a quella data la chiesa era già esistente ed aveva una qualche rilevanza[1].
Si ha notizia che nei primi anni del 400 il giuspatronato della chiesa era esercitato dal notaio Francesco de Mallono, il quale con atto di transazione, datato 25 gennaio 1409[2], cedeva a Tommaso Crisafi, arcivescovo di Messina, la metà dei profitti di un vigneto in vitae subsidium[3].
Altre notizie relative alla chiesa di Sant’Agata provengono da alcuni documenti notarili del notaio Tommaso Andriolo, conservati presso l’Archivio di Stato di Messina, dai quali apprendiamo che:
con un atto notarile datato 4 ottobre 1426 rogato in Messina che vede testimoni, Philippus de AgrigolaIohannes de Alona e Bartuchio Piza, il notaio Franciscus Mallono nomina cappellano dell’ecclesia Sancta Agatha extra mura, di cui ha lo jus patronatus, l’arciprete Geraldus de Henrico, con l’obbligo di curare l’amministrazione di tutti i beni della cappellania; la nomina è confermata, per competenza, dal Capitolo dei Canonici della Cattedrale di Messina che conferisce all’arciprete l’investitura per anulum[4].
L’arciprete Geraldus de Henrico rinuncia all’incarico di cappellano della chiesa di Sant’Agata extra moenia, che da poco gli è stato conferito, con un atto datato 4 ottobre 1426 stipulato in Messina alla presenza di Pino PictellaPhilippus Pictella e Fridericus de Celsa[5].
Il 5 ottobre 1426 con atto rogato in Messina con le testimonianze di Iohannes de SolanoPetrus de Stagnario e Andreas de Paulillo, il presbiter Philippus de Agrigola di Randazzo nomina suo procuratore il notaio Franciscus Mallonu, affinché possa rappresentare davanti al Capitolo dei Canonici della Cattedrale di Messina, la sua protesta contro il cappellano Geraldus de Henrico, dal quale chiede la restituzione della domus lasciata in eredità dal defunto Matthei de Leofanto all’ecclesia di Santa Maria di Randazzo e non alla cappellania della chiesa di Sant’Agata[6].
Con atto del 5 ottobre 1426, il notaio Franciscus Mallono nomina suo procuratore il presbiter Philippus de Agrigola di Randazzo, affinché si occupi dei suoi affari ecclesiastici e temporali nella terra di Randazzo, e, principalmente, per visitare l’ecclesia di Sant’Agata e verificare la gestione della stessa da parte del cappellano Geraldus de Henrico[7].
Il 3 settembre 1427 con atto rogato in Messina, testimoni Robertus MirabelloZullo de Leo e Nardo Barralamono, il notaio Franciscus Mallono per diritto di jus patronatus sulla chiesa di Sant’Agata, nomina cappellano della stessa il presbiter Antonius de Bruno, il quale oltre a svolgere le funzioni religiose e amministrare i beni della cappellania che consistono in un vigneto, alcune case, un palmento ed altri beni siti in contrada “de la Fossaza” di Randazzo, dovrà apportare, entro quattro anni, le riparazioni necessarie alla chiesa, alle case e al palmento; se il cappellano adempirà ai suoi doveri la sua nomina sarà riconfermata per altri quattro anni e al settimo anno dovrà, altresì, rinnovare la vigna piantando cinquecento viti.
La nomina del cappellano è convalidata dal Capitolo dei Canonici della Cattedrale di Messina[8].
Il documento datato 6 settembre 1427 rogato in Messina alla presenza di Iohannes de AgathaNicolaus Mariconda e Philippus de Lignamine, mette in evidenza che il cappellano Geraldus de Henrico, ora defunto, non ha adeguatamente amministrato la chiesa e i suoi beni, facendoli deteriorare e morendo ha lasciato, in mano ai suoi eredi alcuni beni della cappellania. Per questo motivo il notaio Franciscus Mallono nomina suo procuratore il presbiter Philippus de Agrigola, affinché questi provveda a farsi restituire dagli eredi del presbiter Geraldus i beni della chiesa da loro detenuti[9].
Una prima succinta descrizione della chiesa viene data dal tedesco Walter Leopold che nella sua tesi di laurea in ingegneria “Sizilianische bauten des mittelalters in Castrogiovanni, Piazza Armerina, Nicosia und Randazzo”, pubblicata a Berlino nel 1917, così descrive la chiesa:

     «Un po’ meno primitiva, ma danneggiata da costruzioni più recenti aggiunte a sud e a nord, è la struttura di Sant’Agata. L’archivolto a sesto acuto dell’ingresso principale è modanato; anche l’esecuzione della cornice al di sopra è più ricca, così come quella della ghiera che incornicia l’oculo.
I prospetti laterali presentano una finestrella ciascuno, quello a sud ha una porta eseguita come quella dell’ingresso principale.
L’abside è illuminata da una piccola finestra con arco a tutto sesto posta in basso. La cappella all’interno è affrescata fino all’altezza di circa due metri.
La superficie della parete è suddivisa da fasce perpendicolari in parecchi stretti campi, che formano una decorazione a pinnacoli e nicchie; negli scomparti intermedi sono dipinte scene bibliche, nei pinnacoli, santi. Sulla parete di fronte a chi entra, a destra e a sinistra del coro, sono rappresentati angeli.
La pittura è di carattere tardo-gotico»[10].

A corredo del suo studio, il Leopold realizzò, altresì, un rilievo architettonico (planimetrico e prospettico) della stessa.

Figura 1: Rilievo architettonico della chiesa di Sant’Agata

La chiesa presentava un impianto planimetrico ad unica aula rettangolare, coperta con tetto ligneo, terminante in una piccola abside semicircolare coronata da semicalotta definita sul fronte da arco a sesto acuto.

     Nel 1932 Enzo Maganuco, professore di Storia dell’Arte e Tradizioni popolari nelle Università di Catania e Messina, giunto a Randazzo con la speranza di rinvenire una qualche traccia della chiesetta di Sancta Maria in Nemore[11], visitò la chiesa di Sant’Agata e nel suo scritto “Cicli di affreschi medievali a Randazzo e a Nunziata di Giarre” riporta:
     «La chiesetta, piccola e di colore ferrigno, col suo rosoncino altissimo sulla porticina, gotica solo nell’arco, chè al posto di colonnine o di pilastri si trovano dei modestissimi conci squadrati, porta agli spigoli della parete frontale conci lavici alternati, legati da malta bianchissima e, più in basso, alla stessa altezza degli stipiti della porta conci angolari più tozzi, più rozzi e meno estesi.

chiesa di Sant'Agata

Figura 2: Chiesa di Sant’Agata, foto di Enzo Maganuco

Nel giardinetto che si apre dietro l’abside, se detto, c’è un pozzetto gotico ottagono, simile in tutto a quello del giardino del Palazzo del Duca di S. Stefano in Taormina.

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Figura 3: Taormina, Palazzo dei Duchi di Santo Stefano, pozzo ottagonale

Si accede al giardino per una porticina posteriore aperta direttamente sull’abside dietro l’altarino […]. Accanto a questa porta arbitraria e tardiva ve n’è un’altra di pura impronta gotica, a sagoma tardo dugentesca ben conservata e che dovette appartenere alla sagrestia che però per certo non comunicava direttamente con la chiesatta […].

Chiesa di Sant'Agata, Portale

Figura 4: Chiesa di Sant’Agata, portale, foto di Enzo Maganuco

Da finestra destra – l’unica sopravvissuta – in pietra bianca di Comiso, a feritoia, ora otturata e ben visibile dall’interno, consta di un archetto a pieno centro strettissimo e di tasselli che fanno da pilastrini laterali, tasselli di varia grandezza in semplice e vago modo distribuiti.
All’interno, […] colpiscono l’occhio gli affreschi sopravvissuti alle ingiurie degli uomini che più del tempo hanno crostato l’intonaco e l’arricciato piantando chiodi e travi.
Gli affreschi ricorrono per tutte le pareti, meno la calotta absidale. Non v’è traccia di affresco solo sulla parete interna corrispondente al muro frontale»[12].

 

 

 

 

Figura 5: Ricostruzione 3d della chiesa di Sant’Agata. Cliccare su ciascun affresco per visualizzare le relative schede

Qualche studioso identifica erroneamente la chiesa di Sant’Agata con quella di Tutti Santi, la quale sorgeva di fronte il convento di San Francesco di Paola, come si evince da una pianta litografica della Città, fatta realizzare dal reverendo Giuseppe Plumari;

 

 

                Figura 6: Particolare della Pianta litografia della città di Randazzo, luogo dove era la chiesa di Tutti  Santi contrassegnato con il numero 21

per di più, lo stesso reverendo nel suo manoscritto Storia di Randazzo, elencando le chiese di Randazzo, scrive: «Chiesa di S. Agata V. e M. esistente nel Piano di Tutti Santi […] Chiesa di Tutti Santi, da pochi anni abbandonata, ed oggi demolita»[13]. Il Sommarione[14] del Catasto provvisorio siciliano del 1852, registra, presso la Porta di San Francesco di Paola, la chiesa di Tutti i Santi e un’altra chiesa senza nome, di proprietà del Comune, come dirute[15].
Nell’area oggi non si distingue alcuna vestigia della chiesa: un contributo decisivo per individuare con esattezza l’ubicazione dell’edificio ecclesiale, viene da una mappa catastale urbana datata 1877[16].
Dalla lettura della mappa si rileva, la presenza, all’estremità sud della città, di un edificio contrassegnato con il numero di particella (o mappale) e una croce, indicativa delle costruzioni destinate ai culti cristiani.

Part. mappa 1877

Figura 7: Particolare della mappa catastale urbana di Randazzo, 1877

Agli inizi del 900, come si può leggere da una mappa d’impianto[17] – conservata presso il catasto di Catania –, l’edificio, la cui planimetria è rimasta invariata, non è più contrassegnato dalla croce e risulta suddiviso in tre mappali (3026, 3025, 2194).

Stralcio foglio impianto 103b

Figura 8: Particolare del Foglio d’impianto 103/B di Randazzo

La Tavola Censuaria – redatta dopo la formazione delle mappe d’impianto –, riporta i mappali 3026, 3025 e 2194 come fabbricati urbani rispettivamente di mq 46, 74 e 87[18].
Il Registro partitario del vecchio Catasto Urbano, rileva il mappale 3026, il 10 dicembre 1934, “come area di fabbricato demolito” e l’appartenenza di esso a Genovese Antonino di Carmelo[19]. Il mappale 3025 – subalterno 1, il 22 luglio 1940, risulta appartenere a Genovese Annunziata fu Antonino, la quale dichiarava che veniva in possesso del fabbricato per successione e nuova costruzione[20], mentre il subalterno 2 risultava appartenere a Genovese Francesco fu Antonino[21]. Queste acquisizioni rivestono una grande importanza, poiché da esse si evince che parte della chiesa (mappali 3026 e 3025) era già stata demolita prima dei bombardamenti del 1943.
Il mappale 2194 – subalterno 1, il 21 dicembre 1939, risulta appartenere alla parrocchia di San Nicola di Randazzo, concesso in livello/enfiteusi a Zuccarello Bonaventura Giovanni per un canone annuo di lire 4.20[22], mentre il subalterno 2 risulta essere stato ceduto in compravendita, dallo stesso Zuccarello Bonaventura Giovanni, a Zuccarello Domenico[23].

Attualmente l’area della chiesa di Sant’Agata, è occupata da due edifici attigui che si affacciano sulla piazzetta.

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Figura 9: Randazzo, Piazza Tutti Santi dove era ubicata la chiesa di Sant’Agata

NOTE

[1] Spinella B. M. R., La Cattedrale di Santa Maria di Messina nei documenti dell’Archivio Ducale Medinaceli di Toledo (1282-1412), Tesi di dottorato in Scienze umanistiche e dei beni culturali (XXVI ciclo), Università degli studi di Catania, Anno Accademico 2012/2013, Reg. 49, p. 181.
[2] 1410.
[3] Starrabba R., I diplomi della cattedrale di Messina raccolti da Antonino Amico, in «Documenti per servire alla Storia di Sicilia», Prima serie-Tabulari, vol. I, fasc. IV, Palermo, 1878, p. 234, doc. CCXVII: «Anno MCCCCIX, XXV Januarii, III Indictionis, Frater Thomas Crisafi Archiepiscopus Messanensis transigit cum Francisco Millono, patrono Ecclesiae Sanctae Agatae Randatii (cujus vineam, veluti suam, nulliter alienaverat) quod donec viveret medietatem fructuum dictae vineae percipere possit in vitae subsidium, post vero mortem ejusdem integri fructus ad Ecclesiam praedictam pertineant».
[4] Archivio di Stato di Messina, Fondo notarile, notaio R. Tommaso Andriolo. Anni 1416-1418, vol. 2.
[5] Ibidem
[6] Ibidem
[7] Ibidem
[8] Ibidem
[9] Ibidem
[10] Leopold W., Architetture del medioevo in Sicilia a Castrogiovanni, Piazza Armerina, Nicosia e Randazzo, traduzione a cura di Leopold A., contributi di Leopold A., Lombardo R., Prescia R., Scarpignato G., Enna, Il Lunario, 2007, p. 154.
[11] Ovvero la chiesa di Santa Maria del Bosco, menzionata in vari documenti fin dall’XI secolo.
[12] Maganuco E., Cicli di affreschi medievali a Randazzo e a Nunziata di Giarre, in «Esercitazioni sull’arte siciliana», Scuola Salesiana del Libro, Catania-Barriera, 1956, pp. 12-14.
[13] Plumari G., Storia di Randazzo trattata in seno ad alcuni cenni della Storia generale di Sicilia, 1847-49, voll. I-II, Biblioteca Comunale di Palermo, Qq G76-77, vol.I, Libro III, p. 325, nn. 41 e 49.
[14] Registro descrittivo delle proprietà, in cui sono notati i dati relativi al nome del possessore, alla natura, all’ubicazione, alla superficie, alla classe di produttività e alla rendita della proprietà.
[15] Archivio di Stato di Catania, Fondo Catasto provvisorio siciliano, Sommarione di Randazzo, anno 1852, vol. 2229, Sezione I, nn. 189 e 198, p. 289.
[16] Montera C., Una città… e le sue «recenti» vicende urbanistiche, in «Randazzo notizie», Anno II°, n. 4, Gravina di Catania, 1983, p. 8.
[17] Le mappe d’impianto di Randazzo furono realizzate tra il 1890 e il 1912 (il rilevamento particellare fu eseguito tra il 1908 e il 1911, mentre la rappresentazione in mappa tra il 1908 e il 1912). Agenzia delle Entrate, Ufficio Provinciale di Catania – Territorio, Atlante Comune di Randazzo.
[18] Agenzia delle Entrate, Ufficio Provinciale di Catania – Territorio, Tavola Censuaria, Randazzo.
[19] Agenzia delle Entrate, Ufficio Provinciale di Catania – Territorio, Registro partitario, Randazzo.
[20] Agenzia delle Entrate, Ufficio Provinciale di Catania – Territorio, Randazzo, Foglio di mappa 103/B, Modello 58, n. 1174.
[21] Agenzia delle Entrate, Ufficio Provinciale di Catania – Territorio, Randazzo, Foglio di mappa 103/B, Modello 58, n. 1180.
[22] Agenzia delle Entrate, Ufficio Provinciale di Catania – Territorio, Randazzo, Foglio di mappa 103/B, Modello 58, n. 3233.
[23] Agenzia delle Entrate, Ufficio Provinciale di Catania – Territorio, Randazzo, Foglio di mappa 103/B, Modello 58, n. 3230.

FONTI ARCHIVISTICHE

Agenzia delle Entrate, Ufficio Provinciale di Catania – Territorio
Atlante Comune di Randazzo.
Sezione cartografia, Foglio d’impianto di Randazzo 103/B.
Randazzo, foglio di mappa 103/B, Modello 58, nn. 1174, 1180, 3233, 3230.
Registro partitario, Randazzo.
Tavola Censuaria, Randazzo.

Archivio di Stato di Catania
Fondo Catasto provvisorio siciliano, Sommarione di Randazzo, anno 1852, vol. 2229.

Archivio di Stato di Messina
Fondo notarile, notaio R. Tommaso Andriolo. Anni 1416-1418, vol. 2.

FONTI BIBLIOGRAFICHE

LEOPOLD W., Architetture del medioevo in Sicilia a Castrogiovanni, Piazza Armerina, Nicosia e Randazzo, traduzione a cura di Leopold A., contributi di Leopold A., Lombardo R., Prescia R., Scarpignato G., Enna, Il Lunario, 2007.

MAGANUCO E., Cicli di affreschi medievali a Randazzo e a Nunziata di Giarre, in «Esercitazioni sull’arte siciliana», Scuola Salesiana del Libro, Catania-Barriera, 1956.

MONTERA C., Una città… e le sue «recenti» vicende urbanistiche, in «Randazzo notizie», Anno II°, n. 4, Gravina di Catania, 1983.

PLUMARI G., Storia di Randazzo trattata in seno ad alcuni cenni della Storia generale di Sicilia, 1847-49, voll. I-II, Biblioteca Comunale di Palermo, Qq G76-77.

SPINELLA B. M. R., La Cattedrale di Santa Maria di Messina nei documenti dell’Archivio Ducale Medinaceli di Toledo (1282-1412), Tesi di dottorato in Scienze umanistiche e dei beni culturali (XXVI ciclo), Università degli studi di Catania, Anno Accademico 2012/2013.

STARRABBA R., I diplomi della cattedrale di Messina raccolti da Antonino Amico, in «Documenti per servire alla Storia di Sicilia», Prima serie-Tabulari, vol. I, fasc. IV, Palermo, 1878.

FONTI DELLE ILLUSTRAZIONI

Figura 1: Rilievo architettonico della chiesa di Sant’Agata: Leopold W., Architetture del medioevo in Sicilia a Castrogiovanni, Piazza Armerina, Nicosia e Randazzo, traduzione a cura di Leopold A., contributi di Leopold A., Lombardo R., Prescia R., Scarpignato G., Enna, Il Lunario, 2007, p. 155.
Figura 2: Chiesa di Sant’Agata: Maganuco E., Cicli di affreschi medievali a Randazzo e a Nunziata di Giarre, in «Esercitazioni sull’arte siciliana», Scuola Salesiana del Libro, Catania-Barriera, 1956.
Figura 4: Chiesa di Sant’Agata, portale: Maganuco E., Cicli di affreschi medievali a Randazzo e a Nunziata di Giarre, op. cit..
Figura 6: Particolare della Pianta litografia della città di Randazzo: Plumari G., Storia di Randazzo trattata in seno ad alcuni cenni della Storia generale di Sicilia, 1847-49, voll. I-II, Biblioteca Comunale di Palermo, Qq G76-77, vol.II.
Figura 7: Particolare della mappa catastale urbana di Randazzo, 1877: Montera C., Una città… e le sue «recenti» vicende urbanistiche, in «Randazzo notizie», Anno II°, n. 4, Gravina di Catania, 1983, p. 8.
Figura 8: Particolare del Foglio d’impianto 103/B di Randazzo: Agenzia delle Entrate, Ufficio Provinciale di Catania – Territorio, Sezione Cartografia. Per gentile concessione.

RINGRAZIAMENTI

Un doveroso ringraziamento è rivolto all’Ufficio Provinciale di Catania – Territorio: in particolare il dottor Luigi Valenti, direttore dell’Ufficio, per la gentilezza e per l’autorizzazione alla pubblicazione della mappa di impianto di Randazzo; il dottor ingegnere Giuseppe Marchetta, responsabile reparto staff, per la disponibilità offertami; il dottor Francesco Cicillini, responsabile cartografia, per il tempo che mi ha dedicato e le preziose delucidazioni.
Un ringraziamento particolare va al dottor Filippo Bertolo per la sua amicizia, per il suo aiuto e la sua disponibilità.
Un sincero ringraziamento va a mio marito Enzo per l’aiuto incondizionato nelle mie ricerche.

Pubblicato il  da angela-militi.  

Il sito di Angela Militi é:  www.randazzosegreta.myblog.it

Maristella Dilettoso

 Maristella Dilettoso è nata e vive a Randazzo. Ha studiato a Randazzo, Bronte e Catania, dove ha conseguire la Laurea in Lettere Moderne nel 1976, discutendo la Tesi “Il fascino della distanza: due fiabe moderne presentate ai ragazzi”, relatore il Ch.mo Prof. Gino Corallo.

Dopo qualche breve esperienza di insegnamento, dal 1978 fino al 2011 ha diretto la Biblioteca civica della sua città. Tra i suoi interessi principali la pittura, la letteratura, il giornalismo, la storia e le tradizioni locali.

Nella pittura predilige il genere figurativo, i suoi soggetti sono paesaggi, nature morte, ma soprattutto angoli, monumenti e vie della sua città. Ha partecipato nel passato a diverse estemporanee e mostre collettive di pittura, aggiudicandosi un 1° posto (Maletto, 1980), ed altri riconoscimenti, ha tenuto una mostra personale a Bronte nel 1982; si è inoltre classificata al 1° posto nel Concorso indetto dal Comune di Maniace nel 1984 per il progetto dello stemma e del gonfalone.

 Ha redatto il testo della Guida turistica Randazzo città d’arte nel 1994, e, assieme ad altri, il testo della Guida alla Città di Randazzo nel 2002.
Ha pubblicato, assieme a don Cristoforo Bialowas, il volume Un beato che unisce : Randazzo e Montecerignone, nell’anno 2006, sulla vita e sul culto del beato Domenico Spadafora da Randazzo.
Nel 2008 ha pubblicato il volume Detti, sentenze, proverbi, storielle, modi di dire, aneddoti e usanze siciliane: un viaggio nell’universo randazzese. Per questa pubblicazione le è stato conferito nel 2008 il “Premio Bianca Lancia” nel corso delle manifestazioni di Medievalia a Brolo (ME), e nel 2009 il premio speciale della giuria per la sezione “Libro edito – Saggio”, nel concorso “Poesia, prosa e arti figurative 2009” indetto dall’Accademia Internazionale Il Convivio.

Maristella Dilettoso

Come giornalista ha firmato, fino ad ora, oltre 400 articoli, su argomenti vari: d’opinione, di cronaca, cultura, costumi e tradizioni, biografie, interviste, racconti, recensioni letterarie, collaborando a diverse testate, quali il Gazzettino di Giarre, Il Sette, il bollettino del Comune di Randazzo, Randazzo notizie, Famiglia domenicana (periodico dell’O.P.), il giornale della Diocesi di Acireale La Voce dell’Jonio (anche nella versione online, ed alla rivista Il Convivio, suoi scritti sono apparsi sul Giornale di Sicilia, La voce dell’isola, e su Prospettive.

È stata relatrice in alcune presentazioni di libri, conferenze e tavole rotonde, come una conferenza per la sezione l’Unitre di Randazzo sul tema “Le leggende di Randazzo” (2006) e una tavola rotonda su “Federico De Roberto a Randazzo” per l’Associazione RIS (2014), collabora occasionalmente con emittenti locali, ha fatto spesso parte di giurie in occasione di concorsi artistici e letterari.

Libro di Maristella Dilettoso

 

 

Produzione Letteraria

 Produzione artistica

 

 

Parlano di Maristella

Collana Etnografia

Titolo: Detti, sentenze, proverbi, storielle, modi di dire, aneddoti e usanze sicilane

Autore: Maristella Dilettoso  

Descrizione – Detti, sentenze, proverbi, storielle, modi di dire, aneddoti e usanze sicilane

«… si può con sicurezza affermare che la Dilettoso ha raccolto, illustrato e confrontato il mondo variegato delle tradizioni randazzesi da lasciare ben poco ad altri da spigolare nel vastissimo campo.
E pur avendo sottolineato nella sua introduzione di aver voluto circoscrivere il suo studio all’ambiente randazzese … e considerata una così grande importanza storica della città, questo ricco patrimonio culturale, regalatoci dall’ardua fatica della Dilettoso, non può restare circoscritto ad un ambiente delimitato al quale ha peraltro intrecciato una splendida corona, ma ha diritto di superare i ristretti confini geografici, di essere conosciuto, studiato e di far parte del prezioso tesoro delle tradizioni po­polari siciliane.
Di conseguenza, il volume merita di stare accanto alla produzione demologica dei grandi e meno grandi folkloristi dell’Isola, anche perché ricco di opportune annotazioni, con la finalità di agevolare l’intelligenza dei vocaboli e del senso della pregevole scelta dei proverbi.
E, inoltre, il volume mette in risalto una vasta erudizione, un’abilità non comune, una grande vivacità di fantasia, discernimen­to critico e un’arte singolare di descrivere della ricercatrice: proprio così, Mari­stel­la Dilettoso ha conservato uno dei più bei monumenti della nostra città e ha collocato un magnifico gioiello nel forziere nel quale vengono conser­vati i tesori della cultura popolare» (dalla Prefazione di Salvatore Agati).

L’Autore – Maristella Dilettoso

Maristella Dilettoso, nata a Randazzo nel 1951, laureata in Let­tere moderne all’Università  degli Studi di Catania, dopo brevi esperienze di insegnamento, dal 1978 dirige la Biblioteca comunale della sua città.
Si è occupata di pittura e disegno,  giornalista pubblicista, ha scritto articoli di cronaca, storia, arte, cultura locale, re­cen­sioni lette­rarie, collaborando a varie testate giornalistiche siciliane.
Ha pubblicato:
la Guida turistica ” Randazzo città d’arte” (1994), e con altri autori,
una Guida storico-turistica di Randazzo (2002) 
la monografia:  Un beato che unisce: Randazzo e Montecerignone (2006).

La battaglia di Francavilla di A Manitta a cura di M Dilettoso


 

Randazzo / La parrocchia di S. Martino vive l’Anno Giubilare del seicentesco “crocefisso della pioggia” |

La voce dell’Jonio  19 maggio 2016

“Crocifisso della pioggia” di S. Martino, – Randazzo

La Parrocchia di San Martino in Randazzo celebra quest’anno il 475° anniversario della presenza del Crocifisso del Matinati, con un Anno Giubilare straordinario indetto da Papa Francesco.
Le celebrazioni del Giubileo, che si sono aperte il 13 settembre e si concluderanno il 20 settembre 2015 con una grande festa in onore del Crocifisso, si articoleranno per un anno intero attraverso celebrazioni parrocchiali, pellegrinaggi, concessioni di indulgenze, nel corso delle varie ricorrenze e festività previste dall’anno liturgico.  

In apertura, la sera del sabato 13, per desiderio del parroco, padre Emanuele Nicotra, durante la Messa serale, è stato inaugurato un nuovo quadro, realizzato dall’artista Giuseppe Giuffrida e offerto alla chiesa di S. Martino da due parrocchiani che hanno preferito restare anonimi: l’opera si riferisce a un momento particolare dell’eruzione dell’Etna del marzo 1981 – quella che distrusse molte case e terreni del territorio di Randazzo, e minacciò seriamente l’abitato – e rappresenta S. Giuseppe, patrono della città, che intercede per la sua salvezza. La celebrazione  eucaristica è stata presieduta dall’arciprete Domenico Massimino, parroco del Duomo di Giarre.

Domenica 14 settembre, sempre in S. Martino, è stato inaugurato ufficialmente l’anno giubilare per i 475 anni dall’arrivo del Crocifisso a Randazzo con una messa celebrata dal vescovo della Diocesi di Acireale Mons. Antonino Raspanti, e la partecipazione di tutto il clero della città. Nel corso della celebrazione il Vescovo ha consacrato il nuovo altare.

Vale la pena di ricordare brevemente, a questo punto, la leggenda cui è legato il “Crocifisso della pioggia” di S. Martino, chiamato comunemente dai randazzesi ‘u Signuri ‘i l’acqua:  opera pregevole di uno dei Matinati, famiglia di “crocifissari” rinomata in tutta la Sicilia, probabilmente Giovanni Antonio,  è una scultura dallo stile contenuto e dalle armoniche proporzioni.
Vuole la tradizione che, in una sera di settembre del 1540, alcuni uomini trasportavano il Crocifisso verso un paese dell’interno, cui era destinato; giunti a Randazzo, o perché sorpresi da un acquazzone, o semplicemente per il sopraggiungere delle tenebre, chiesero ricovero per il simulacro nella chiesa di San Martino. 
All’indomani, venuto il momento di riprendere il viaggio, non appena giunti sulla porta della chiesa, un violento temporale li costrinse a rimandare la partenza, e così per tre giorni di seguito, finché, interpretando il prodigio come una manifesta volontà del Signore di rimanere a Randazzo, il clero della chiesa non ne  formalizzò l’acquisto.
L’immagine, ritenuta miracolosa, è stata ne corso dei secoli oggetto di grande venerazione da parte dei randazzesi, che in passato, durante i periodi di siccità e carestia, si rivolgevano a lei per impetrare la pioggia, con digiuni, preghiere e processioni.

Maristella Dilettoso

 

Randazzo / Riconoscimento filiale per mons. Mancini. A dieci anni dalla morte, il Comune gli dedica una piazza.

 

Lo scorso 29 aprile 2016 , giorno del 10° anniversario della scomparsa di mons. Vincenzo Mancini,  la città di Randazzo ha voluto dedicargli una piazza con una cerimonia che ha visto la partecipazione di autorità religiose, civili, militari, parrocchiani e numerosi altri cittadini.
Mons. Vincenzo Mancini era nato a Randazzo il 26 agosto 1921. Seguendo una vocazione manifestatasi fin dall’infanzia, ricevette l’Ordine Sacro il 4 marzo 1944, dopo gli studi compiuti presso il Seminario vescovile di Acireale.
Erano gli anni tristi della guerra (solo pochi mesi prima il fratello maggiore, Alessandro, era perito in mare durante l’affondamento della corazzata Roma), Randazzo non si era ancora completamente destata dall’incubo dei bombardamenti e dell’invasione, dovunque vi erano macerie, lutti, fame e distruzione, e il clero dovette molto impegnarsi a dare assistenza e sostegno.
Fin dall’inizio del suo ministero, il neo sacerdote fu assegnato alla Basilica di S. Maria, e da allora la sua vita è rimasta legata strettamente, inscindibilmente, a questa chiesa, uno splendido tempio che affonda le sue origini nella leggenda, che si è arricchito nei secoli di tante opere d’arte, grazie anche al mecenatismo degli arcipreti che vi si sono succeduti, che ha accolto la comunità randazzese nei momenti più luminosi come in quelli più bui, superando, magnifica e indenne, terremoti, eruzioni e guerre.
Di questa chiesa mons. Vincenzo Mancini è stato, per ben 62 anni, custode e guida, dal 1° dicembre 1966, quando ne divenne arciprete e parroco, succedendo a mons. Giovanni Birelli.
La successiva nomina di vicario foraneo, da parte del vescovo di Acireale, gli conferiva un ruolo pastorale, oltre che giuridico e amministrativo, che si estendeva ben oltre i confini della parrocchia e della città di Randazzo, comprendendo anche Linguaglossa e Castiglione di Sicilia, ruolo di grande importanza, che lo promuoveva tra i più vicini collaboratori del vescovo, e che mons. Mancini ha svolto sempre con grande dignità e competenza, grazie a quella prudenza e innata saggezza, diplomazia, capacità di mediazione e autorevolezza, che lo hanno sempre contraddistinto.
Il suo impegno non restò circoscritto all’attività parrocchiale, ma si era esteso anche al mondo della scuola, con l’insegnamento presso il liceo classico “Don Cavina”, e all’assistenza agli anziani, perseguita e realizzata particolarmente attraverso la casa di riposo “Paolo Vagliasindi del Castello”.
L’istituzione, fondata nel 1929, e in un primo tempo aggregata all’ospedale civile, dal 1964 collocata in una struttura autonoma e dignitosa, lo ebbe nel 1956 commissario prefettizio, e dopo alcuni mesi presidente, carica, questa, che padre Mancini ricoprì, salvo brevi interruzioni, fino alla fine, e nella quale investì energie e impegno, promuovendo ampliamenti e ristrutturazioni dell’edificio, al fine di assicurare una vecchiaia e un’assistenza dignitosa e adeguata a tanti anziani di Randazzo e del circondario. Rimase attivo e presente nella vita parrocchiale, anche quando il fardello dell’età e degli acciacchi aveva cominciato a rallentare il suo passo, e nonostante il peso dei gravi lutti familiari che gli era toccato di affrontare negli ultimi anni. Si spense a 84 anni, il 29 aprile 2006.

L’Amministrazione comunale di Randazzo, considerato lo spessore del sacerdote e dell’uomo, e quanto mons. Mancini sia stato, nel corso del suo lungo mandato, un punto di riferimento, per tanti giovani, adesso cresciuti, per tanti anziani, per il clero locale, per la comunità parrocchiale e per la città tutta di Randazzo, con deliberazione di Giunta. n. 19 del 19.02.2016, stabiliva di dedicargli un’area cittadina.
La manifestazione del 29 aprile scorso, iniziata con una concelebrazione nella Basilica di S. Maria, presieduta dal vescovo della Diocesi di Acireale, mons. Antonino Raspanti, con la partecipazione dell’arciprete don Domenico Massimino e degli esponenti del clero di Randazzo, è proseguita con l’intitolazione dello spiazzo antistante il lato nord della chiesa e la sacrestia (‘a Tribonia), che si affaccia sul fiume Alcantara, e che da oggi, a ricordo di chi in quei luoghi ha operato per lunghi anni, si chiamerà “Largo mons. Vincenzo Mancini”.

 | La Voce dell’Jonio 4 maggio 2016 – Maristella Dilettoso 

 

la chiesa nera
Recensito 23 maggio 2016

La basilica di Santa Maria è la più famosa di Randazzo, e ha sempre costituito un’attrazione per turisti e visitatori. Interamente costruita in pietra lavica, la sua origine si perde nella leggenda. L’edificio, per come lo vediamo oggi, è il risutato di diverse fasi costruttive, fuse armonicamente. La parte absidale, la più antica, risale al XIII secolo.
All’esterno la costruzione è realizzata in blocchi squadrati di nero basalto, che non lasciano intravedere la malta tra le connessure. Oltre alle tre absidi merlate, dove si può vedere lo stemma di Randazzo, il leone rampante su uno scudo di marmo bianco, molto interessanti i due portali della facciata nord e sud, il campanile neogotico, costruito al centro della facciata nella seconda metà del XIX sec. sullo schema di quello originario, con tre ordini di finestre bifore e trifore, che alterna pietre bianche e nere, crendo con la sua bicromia un insieme artistico armonioso e suggestivo.
All’interno, una fuga di colonne in pietra lavica, alcune delle quali monolitiche, numerosi dipinti e oggetti preziosi.
Ricordiamo la Madonna di Pietro Vanni (1886) sull’altare maggiore, l’affresco con la Madonna del Pileri, sulla porta nord, legato alle leggendarie origini della chiesa, 6 tele del palermitno Giuseppe Velasco (sec. XIX), tra cui spiccano un’Annunciazione e il Martirio di S. Andrea, la Crocifissione del fiammingo Van Houmbracken (sec. XVII), la tavoletta di Girolamo Alibrandi sec. XVI) con La Madonna che salva Randazzo dalla lava, il Martirio di S. Lorenzo e di S. Agata, entrambi di Onofrio Gabrieli e il Martirio di S. Sebastiano di Daniele Monteleone, tutti del sec. XVII, la Pentecoste (sec. XVI), la tavola di Giovanni Caniglia (1548) cui s’ispira la Vara, il Battesimo di Gesù del randazzese F. Paolo Finocchiaro (1894), e un Crocifisso scolpito da frate Umile da Petralia.

 

 

 Articoli di Maristella

Marco Minissale

 

Marco Giuseppe Minissale nasce a Catania l’8 maggio del 1985 da Salvatore e Vincenza Gullotto (entrambi randazzesi).

Sin da piccolo mostra una spiccata dedizione al lavoro, tanto da concludere tutti i percorsi di studio nel rispetto delle tempistiche previste.

Nel 2010 si laurea in Ingegneria delle Telecomunicazioni presso l’Università degli Studi di Catania, discutendo una tesi in Servizi a valore aggiunto in sistemi di identificazione automatica delle navi e conseguendo la votazione di 110 e lode.

Nello stesso anno si abilita alla professione di Ingegnere superando l’esame di stato.

Sin dall’inizio della sua carriera Marco si è occupato di Comunicazioni Radiomobili 
Dal 2011 al 2013 ha lavorato come consulente in Huawei sulla rete di Vodafone Italia, prendendo parte ad un progetto di innovazione tecnologia sulla rete Radiomobile 2g e UMTS.

Nel 2013, grazie al Know-how aquisito in Italia, pur essendo, all’epoca, titolare di un solido contratto di lavoro a tempo indeterminato, decide, ugualmente, di trasferirsi in Svizzera ed inizia a collaborare come consulente con contratto a scadenza trimestrale.

Trattasi di scelta molto coraggiosa, intrapresa con il solo fine di mettersi in gioco ancora una volta ed iniziare una nuova e stimolante sfida.

In svizzera dal 2013 ad oggi lavora in Huawei sulla rete dell’operatore mobile Sunrise

Alle dipendenze di Huawei, ricopre tutte le figure possibili all’interno di un progetto, quali Support tecnico, Integration engineer e nel 2017, da Solution architect, progetta l’intera rete 4.5g svizzera.

Nel 2018, dopo la lunga esperienza in progetti di enorme difficoltà, viene convinto a spostarsi dal dipartimento tecnico al dipartimento manageriale e diventa Project Manager di uno dei progetti più importanti nel mondo.

Infatti, nell’aprile 2019, consegna la prima rete 5g commerciale in Europa e la seconda nel mondo.

Durante il periodo di “lockdown”, conseguente all’emergenza sanitaria “Covid – 19, Marco lavora, ugualmente, ogni giorno al fine di garantire l’accesso alla rete internet a tutte quelle persone costrette a casa in quarantena; in questo contesto l’azienda gli riconosce il titolo di Eroe per il cruciale supporto fornito non solo all’azienda medesima ma alla comunità tutta.

Amante degli sport estremi e dei viaggi avventurosi, nel tempo libero si cimenta in nuove e stimolanti esperienze. Tra le tante, si menzionano i viaggi in moto da neve nelle zone artiche (Isole Svalbard, Lapland e Confini rurali Russi) e le arrampicate sportive in una delle 10 pareti piu difficili nel mondo in Thailandia; sempre in Thailandia, da cultore della Thai – boxe, organizza numerosi training per assimilare gli aspetti più profondi di tale, nobile, arte, proprio nel luogo in cui è nata.

L’intera esperienza ed i traguardi raggiunti fino ad ora sono frutto anche dei valori acquisiti durante una delle esperienze più importanti della sua vita, fatta ad appena 18 anni.
Infatti, Marco, pur non rientrando nel periodo della leva obbligatoria, si abilita al lancio col paracadute Militare acquisendo il brevetto rilasciato dalla brigata Paracadutisti folgore; nel corso di questa, indimenticabile, esperienza entra in contatto con uno dei reduci della battaglia di El-Alamein e durante questo incontro capisce cosa vuol dire, davvero, non arrendersi mai anche quando le circostanze sono avverse.
E’ molto legato alla propria famiglia e, pur vivendo all’estero, fa spesso rientro nell’amata Sicilia per trovare i genitori (entrambi randazzesi) che da sempre gli sono a fianco e lo supportano in tutte le difficili decisioni intraprese.

 

     

 

Complimenti AD MAIORA SEMPER

ANGELA MILITI

Angela Militi – Nata a Randazzo (CT) nel 1976, attualmente vive a Venezia.
Ricercatrice indipendente, attenta in particolar modo alla storia e alle tradizioni della sua città natale, dedica molte ore della sua giornata alla ricerca e allo studio di fonti e documenti. Spirito curioso, ama l’Arte in tutte le sue forme ed espressioni.

Campanile di San Martino

Fin da piccola manifesta una grande passione per l’astronomia e per la conoscenza in generale, tanto che crescendo la sua sete di sapere la porta a interessarsi anche di antiche civiltà, mitologia, archeologia misteriosa, simbolismo, storia antica e medievale, con particolare riferimento alla storia dell’Ordine Templare e a quella di Randazzo. Dal 1995 al 1997 è membro del Consiglio di Gestione della Biblioteca di Randazzo.
Dal 1995 al 1999 è membro dell’Associazione “Gruppo di Volontariato per i Beni Culturali di Randazzo”, partecipando attivamente alle numerose iniziative culturali rivolte al rilancio dei beni culturali di Randazzo. Nel 1997 si trasferisce a Venezia dove l’incontro con alcuni studiosi di astrologia ed esoterismo, la porterà ad approfondire queste discipline esoteriche.

Nel maggio del 2000 diventa membro del Gruppo A

Angela Militi

strologico “Sirio” di Venezia – delegazione del Veneto del CIDA (Centro Italiano di Discipline Astrologiche) –, e inizia a frequentare la scuola d’astrologia “Regulus” di Arturo Zorzan, studioso di grande rilievo dell’astrologia italiana, per dieci anni. Dal 2000 al 2014 è socia del CIDA. Nel settembre 2006, su invito del Gruppo astrologico “Sirio”, tiene la sua prima conferenza dedicata ai cicli di Giove e Saturno, presso l’Hotel Sirio di Venezia. Nell’ottobre del 2006 inizia a interessarsi di epigrafia, brachigrafia medievale e archeoastronomia.

Nel giugno del 2007 partecipa alla Tavola Rotonda organizzata dal Gruppo “Sirio” dal titolo: “Marte”, con il contributo “L’opposizione perielica di Marte”. Nell’ottobre 2007 presenta al Gruppo “Sirio” la prima parte di uno studio archeoastronomico sui monumenti sacri della città di Randazzo, dal titolo: “Civitas Randatii”.

Via santa Catarinella

Angela Militi – Filippo Bertolo

Nel novembre 2008 presenta per lo stesso gruppo, la seconda e ultima parte della ricerca dal titolo: “Allineamenti astronomici, geometria sacra e simbolismo nella città di Randazzo, che, nel novembre 2008, esporrà anche al Gruppo Astrologico “Tergestre” di Trieste – delegazione del Friuli Venezia Giulia del CIDA, su invito della dottoressa Lidia Callegari, presidente del gruppo astrologico. Nel novembre 2009 è relatrice alla conferenza per il Gruppo “Sirio” con tema:“Astronomia per astrologi”, che, nel marzo 2010, esporrà, anche all’Associazione del Centro di Studi Astrologici ed Evolutivi “Lo Zodiaco Padova”, su invito della stessa associazione. Dal dicembre 2009 cura un blog personale “Randazzo Segreta” (http://randazzosegreta.myblog.it/), dove pubblica i suoi studi. Nel febbraio 2010 pubblica sul sito web Due passi nel mistero, l’articolo: Randazzo Segreta. Astronomia, Geometria Sacra e misteri tra le sue pietre”, su invito di Marisa Uberti, webmaster del sito. Alcuni giorni dopo la pubblicazione dell’articolo, viene contattata dal professor Adriano Gaspani, Istituto Nazionale di Astrofisica – Osservatorio astronomico di Brera- , con il quale inizia, insieme al dottor Filippo Berolo, una collaborazione per un progetto di studio archeoastronomico delle chiese altomedievali di Randazzo. Nell’ aprile del 2010 è relatrice alla conferenza per il Gruppo Astrologico “Tergestre”– con tema: “I cicli di Giove e Saturno”.
Nel dicembre 2010 autopubblica il breve saggio: “L’epigrafe della Basilica Minore di Santa Maria in Randazzo. Esegesi di una data”, nel quale, ha per prima interpretato correttamente, l’epigrafe della Basilica Minore di Santa Maria riportante la data di costruzione della chiesa. Nell’agosto 2011 su invito del Comitato di Via dei Lanza di Randazzo partecipa ad una conferenza/chiaccherata, presso Via dei Lanza. Dal 2012 è membro della S.I.A. (Società Italiana di Archeoastronomia).

Monastero di San Giorgio

Il 5 e 6 ottobre 2012 partecipa, in collaborazione con il dottor Filippo Bertolo e il professor Adriano Gaspani, al XII Convegno Società Italiana di Archeoastronomia, con un contributo dal titolo: “Analisi archeoastronomica delle chiese di Randazzo (CT)”. Il 13 ottobre 2012 pubblica per la casa editrice Tipheret il volume:“Randazzo Segreta. Astronomia, Geometria Sacra e misteri tra le sue pietre”, con la presentazione del professor Adriano Gaspani e del fr. Alberto Zampolli, 47° Gran Maestro dell’Ordine Templare O.S.M.T.J (Ordre Souverain et Militaire du Temple de Jérusalem) [recensito da Terra Incognita Magazine].

In occasione della presentazione del volume, viene insignita, dal fr. Alberto Zampolli, del titolo di Cavaliere onorario.

Il 14 e 16 novembre 2013 partecipa, in collaborazione con il dottor Filippo Bertolo e il professor Adriano Gaspani, al XIII Convegno Società Italiana di Archeoastronomia “La misura del tempo”, con un contributo dal titolo: “Analisi archeoastronomica delle chiese di San Martino e San Vito a Randazzo (CT)”. Nel novembre 2014 è relatrice alla conferenza per il Gruppo “Sirio” e per il Gruppo Astrologico “Tergestre” con tema: “Archeoastronomia: megaliti e luoghi sacri”. Ideatrice e organizzatrice insieme a Beppe Petrullo del “Tour del Mistero” edizione 2016 e 2017 e del gioco di ruolo dal vivo “Delitto al Convento” edizione 2017.

Attualmente sta completando lo studio archeoastronomico delle chiese altomedievali di Randazzo di prossima pubblicazione.

 

PUBBLICAZIONI E ARTICOLI

Randazzo Segreta. Tra la Francia e la Sicilia. Intervista ad Angela Militi ricercatrice in Archeoastronomia

Intervista realizzata da Beppe Petrullo

di Beppe Petrullo

Il documento è tratto da: Randazzo Segreta di Angela Militi

Randazzo Segreta. Tra la Francia e la Sicilia

Beppe Petrullo

I Templari avevano acquisito metodi e studi per usare strumenti molto particolari, come l’astrolabio, ed altri strumenti di misurazione, per arrivare a studiare le scienze astronomiche e chimiche. Intorno fra il 1200 ed il 1250 accade un fatto straordinario. In tutta la Francia si edificarono , in un lasso di relativamente breve, chiese particolari, con uno stile che fino ad allora era sconosciuto.
Cosa ha spinto e Come hanno fatto i Templari a progettare e realizzare queste cattedrali con le loro migliaia di tonnellate di peso? Perche oggi appaiono ai nostri occhi leggerissime e tali da sfidare la legge di gravita? Da antichi documenti a Chartres e nell’intera Francia, si vede che assolutamente nulla e lasciato al caso a partire dalla loro disposizione sulla carta geografica.
Le cattedrali Francesi sono dedicate a Notre Dame, cioe alla Vergine.
Se osserviamo con estrema attenzione come sono disposte le cattedrali in Francia potremmo osservare che , le cattedrali disposte sul terreno, cioe quelle piu importanti e grandi, formano esattamente la forma della costellazione della Vergine.Angela Militi, ricercatrice storica che coltiva lo studio dell’archeoastronomia, combinazione di studi astronomici e archeologici.
Nata nella città di Randazzo, ha approfondito lo studio sulla propria città che gli ha dato i natali, svelando ed anticipando particolari storici ancora non svelati e citati da nessuno.
Particolari chiaramente singolari ed interessati che la portano ha scoprire e rilevare cose ancora mai dette sulla Città Medievale di Randazzo e che trovano incredibile similitudine con le cattedrali francesi.
Lo studio e una ricerca minuziosa e precisa, nella simbologia, numerologia ed archeoastronomia delle chiese di Randazzo.
Per la ricerca storica, Angela Militi, si è avvalsa della consulenza di nomi illustri quali: la Professoressa Flavia De Rubeis dell’Universita Ca Foscari, docente di Paleografia latina ed Epigrafia medievale; il Professor. Gaspani . astronomo dell’I.N.A.F di Milano; per i contenuti archeoastronomici, Rav Avraham Dayan, Vice rabbino della Comunità Ebraica di Venezia che ha controllato i valori gematrici del lavoro. Nella splendida cornice di Via dei Lanza a Randazzo, in occasione della sua conferenza, mi ha pregiato di alcune sue riflessioni ed anticipazioni su ciò che potremmo leggere nel suo prossimo lavoro dal titolo “Randazzo Segreta“.

 

Domanda. Beppe Petrullo
Com’e nato questo studio su Randazzo?

Risposta. Angela Militi

Questo Studio e nato, per caso, da una proposta del presidente e della segretaria del gruppo astrologico Sirio di Venezia, li appassionai accennandogli la mia ardente convinzione dell’imprescindibile legame che Randazzo fin dalle sue origini aveva con il numero tre ed i suoi multipli. Scherzando dissi: la citta perfetta!

Domanda

Se consideriamo che nel Medioevo, solo i Monaci o i Religiosi in generale, a parte poche eccezioni, erano in grado di leggere e scrivere. Diventava chiaro, se non indispensabile, che dovevano trasmettere a chi non sapeva leggere le informazioni religiose, attraverso simboli, siano essi stati numeri o immagini. Sappiamo che ognuno di questi aveva un significato preciso e raccoglieva interi concetti filosofici e religiosi. Sappiamo che i numeri erano parte della Simbologia cristiana in quanto, attraverso questi, si era in grado di trasmettere i concetti fondamentali della nostra Religione. Il 3 è un numero fondamentale nella simbologia cristiana, tanto che è a lui che viene dato il massimo valore ,il 3 rappresenta la Trinità. Ci puoi spiegare questo legame della citta di Randazzo con il numero 3?

Risposta

Angela Militi

Randazzo trae le sue origini dall’antica Triocala.
Diodoro nella sua biblioteca storica ci riferisce che fu denominata cosi per le sue tre cose belle, ovvero l’abbondanza e dolcezza delle sue sorgenti, la fertilità delle sue terre e la posizione eccezionalmente forte.
Randazzo era sita in mezzo a tre corsi d’acqua: Fiume Grande (Alcantara) dalla parte settentrionale, Fiume Piccolo . scomparso a seguito della colata lavica del 23 marzo 1536 dalla parte meridionale e il Torrente Annunziata dalla parte occidentale.
Un tempo ben difesa da mura di cinta, sulle quali si aprivano nove porte, multiplo del numero tre, che in seguito diventarono dodici.
Le due vie principali, Via Soprana, l’attuale via Umberto e Via Sottana, oggi via Duca degli Abruzzi, dividono la Citta in tre parti. Le mura erano alte trenta palmi siciliani.
La città fu divisa in tre quartieri cresciuti attorno alle rispettive chiese da cui presero il nome: Santa Maria, San Nicola e San Martino.
Alcuni autorevoli storici sostengono che Federico II di Svevia attribuì a ciascuna città demaniale un appellativo: Randazzo ebbe il titolo di Ennea, termine che deriva dal greco εννεα che significa nove. Randazzo era provvista di quattro fontane: la fontana Grande o del Roccaro, ripartita in due grandi canali; la fonte del Gallo; la fontana dell’Erba Spina o di Santa Maria e la fontana detta di Sana Malati, nome che gli fu attribuito dal popolo per via della dolcezza delle sue acque, divise in cinque rivoli; di conseguenza l’acqua sgorgava da nove condotte
A detta del rev. Giuseppe Plumari su essa soffiano solo tre venti: Aquilone, Euro ed Zefiro. Sul piazzale della chiesa di San Nicola campeggia la statua del Piracmone o come l’ama chiamare il popolo: Randazzo Vecchio, la quale si accompagna a tre simboli solari: l’aquila, simbolo di rinascita, che sul vecchio Piracmone si trovava molto probabilmente sulla spalla, i serpenti, simbolo di conoscenza e saggezza ed il leone, simbolo di forza.
Oggi il suo territorio e compreso fra tre parchi: Parco Regionale dell’Etna, Parco Naturale dei Nebrodi e Parco Fluviale dell’Alcantara.

Domanda

Il centro storico di Randazzo è rappresentato da tante viuzze medioevali, ed opere alto medievali di grande rilievo artistico dove ogni visitatore che ha voglia di conoscere ha l’opportunità straordinaria di passeggiare tra le grandezze dell’ingegno umano. Randazzo, nutre la fame di conoscenza che ogni viaggiatore si porta dentro ma mostra un lato segreto che non e possibile rintracciare tra i normali documenti storici. Una “Randazzo Segreta” tra tradizione popolare, astronomia, e simboli. A questo proposito penso alle 99 Chiese presenti a Randazzo.

Risposta

Esatto, numero che ancora una volta ci conduce all’inseparabile legame con il cielo e al numero tre. Fu proprio mentre stavo cercando di evidenziare su una planimetria della città i punti corrispondenti alle chiese di Randazzo elencate nel manoscritto Storia di Randazzo del rev. Giuseppe Plumari, che notai che molte di esse erano dedicate alla Vergine Maria, al chè mi vennero in mente le cattedrali dell’Ile de France che, come evidenzia Luois Charpentier nel suo libro I misteri della Cattedrale di Chartres, disegnano al suolo la costellazione della Vergine.
La costellazione della Vergine e la seconda costellazione del cielo per dimensioni ed e immaginata come una donna alata che tiene nella mano sinistra una spiga di grano. Per uno strano motivo decisi di provare ad unire tra di loro i punti corrispondenti alle chiese dedicate alla Vergine Maria di Randazzo, e il risultato finale fu suggestivo.
Infatti notai che:

  • Porrima, Gamma Virginis, corrisponde alla Basilica minore di Santa Maria;
  • Theta Virginis coincide con la chiesa di Santa Maria della Volta;
  • Spica, Alfa Virginis, e in simmetria con la chiesa di Santa Maria dell’Agonia;
  • Zeta Virginis combacia con la chiesa di Santa Maria degli Ammalati;
  • Delta Virginis con la chiesa di Santa Maria di Loreto, oggi non piu esistente;
  • Kappa Virginis corrisponde alla chiesa di Santa Maria della Misericordia;
  • Tau Virginis con la chiesa Santa Maria di Gesu;
  • la stella 38 Virginis e coincidente con la chiesa di Santa Maria di Porto Salvo;
  • la stella TYC 4953 1222-1 (nomenclatura di Tycho) collima con la chiesa di Santa Maria dell’Elemosina;
  • 49 Virginis e in simmetria con la chiesa di Santa Maria delle Grazie, abbattuta per costruirvi il convento di San Domenico;
  • la stella 61 Virginis e in simmetria con la chiesa di Santa Maria dell’Itria;

Domanda

Ulteriore prova della profonda devozione dei Randazzesi verso la Vergine Maria? Oppure ci troviamo davanti ad un progetto per la citta di Randazzo minuziosamente concepito dall’Ordine dei Cavalieri templari braccio armato dei Cistercensi e sempre presenti nei luoghi di culto mariani?

Risposta

Campanile Chiesa san Nicola – Randazzo

Manifestazione di Templari a Randazzo

Manifestazione di Templari a Randazzo

Una delle teorie più intriganti che riguarda questo Ordine e quello che furono loro o fornire ai costruttori delle cattedrali le tecniche costruttive basate sulle Leggi divine dei numeri, dei pesi e delle misure, riportate alla luce dagli stessi durante gli scavi sotto un’ala del palazzo di re Baldovino II, dove un tempo sorgeva il Tempio di Salomone.
Vi faccio notare che aggiungendo alle chiese precedentemente indicate anche quelle dedicate a santi cari ai Templari notiamo che la stella Zaniah Eta Virginis corrisponde alla chiesa del monastero di San Giorgio, inizialmente dedicato a Santa Maria Maddalena; la stella Beta Virginis e correlativa alla chiesa del Signore Pieta; la stella Epsilon Virginis corrisponde alla chiesa di San Giovanni Evangelista; la stella 16 Virginis coincide con la chiesa di San Michele Arcangelo, oggi Santuario della Madonna del Carmelo; 82 Virginis e in simmetria con la chiesa di San Martino; la stella 76 Virginis e relativa alla chiesa di Santo Stefano e la stella 95 Virginis e correlativa la chiesa di Santa Caterina (Catarinella), la similitudine tra la costellazione della Vergine e la disposizione delle chiese di Randazzo appare evidente.

Domanda

Si tratta di un progetto unitario o e solo frutto del caso?, Chi commissionò le chiese, chi progettò le chiese nella nostra Randazzo?

Risposta

Queste chiese furono edificate in un periodo, il Medioevo, in cui nell’edificazione delle chiese nulla era lasciato al caso ma essa comprendeva nella loro forma architettonica, un insieme di regole astronomiche, matematiche e geometriche, patrimonio delle corporazioni di costruttori, allo scopo di collegare il cielo con la terra.
Corporazioni in grado di realizzare opere prestigiose, in un’ epoca in cui le tecniche costruttive si limitavano all’uso del filo a piombo, della squadra, del compasso e della corda a dodici nodi.
Per poter comprendere gli edifici sacri medievali bisogna analizzare: le caratteristiche geometriche e matematiche degli stessi nonchè la loro orientazione rispetto alle direzioni astronomiche fondamentali, al cielo visibile all’epoca della loro fondazione o edificazione, in quanto la chiesa romana aveva stabilito delle regole fisse che dovevano essere seguite dal Maestro d’opera (l’architetto), ma questo non sempre avveniva in quanto ciascuna corporazione possedeva il proprio bagaglio di conoscenze e la propria simbologia astronomica che li contraddistingueva, conoscenze che erano tramandate da padre in figlio, da maestro ad apprendista.
Matematica, geometria, astronomia, perfezione delle forme sono in ogni linea di Randazzo.

Domanda

Matematica, geometria, astronomia, perfezione delle forme sono in ogni linea di Randazzo. Dove possiamo trovare quanto ci hai appena detto?

Risposta

Chiesa di Santa Maria – Randazzo

In tutte le chiese alto medievali della città.
Se permetti oggi vorrei parlare della chiesa di Santa Maria.
La chiesa oggi si presenta un tutt’uno con il suo campanile, ma inizialmente esso si distaccava dal prospetto della chiesa di 14 palmi siciliani.
Nel Medioevo, al contrario di oggi, i numeri avevano una rilevanza sacra, e erano utilizzati dai costruttori.
Considerando la chiesa nel suo nucleo principale essa risulta costruita su un modulo geometrico ad quadratum, in pratica si sviluppa seguendo un reticolo geometrico a modularità quadrata.
E inscritta in un rettangolo lungo 6 quadrati e largo 3 quadrati, in totale 18 quadrati (1+8=9). Da rilevare che la dimensione del rettangolo espressa in antichi palmi siciliani misura utilizzata in Sicilia fino al 1840: lunghezza 171 palmi siciliani (1+7+1= 9), larghezza 81 palmi siciliani (8+1=9); per di piu il lato dei quadrati risulta essere 27 palmi siciliani (2+7=9) mentre le diagonali misurano ciascuna 189 palmi siciliani (1+8+9=18 ovvero 1+8=9).
Il nove e tre volte sacro; nella cabala questo numero esprime la sintesi perfetta del Cosmo; esso esprime e rappresenta il rapporto tra Dio e l’uomo.
Numero che fu importante anche per i Templari infatti: nove furono i primi cavalieri che fondarono l’Ordine; la Regola Templare, redatta da San Bernardo, era composta da settantadue articoli (7+2=9) e l’articolo II prevedeva che all’ora del Vespro i Cavalieri dovevano recitare nove Pater; l’ordine templare era diviso in nove province.

Domanda

Qual e il legame tra l’astronomia e la chiesa oltre a quello dei numeri e delle caratteristiche costruttive.

Risposta

In tutti i tempi l’astronomia e stata una parte essenziale dell’architettura.
Come detto precedentemente la costruzione di una chiesa doveva soggiogare a regole ben precise di orientazione del suo asse longitudinale.
Anche l’asse di orientazione di una chiesa, nella direzione che parte dalla porta d’ingresso e continua verso abside, ha il suo particolare valore di azimut.
L’ asse della chiesa di Santa Maria e diretto verso un punto dell’orizzonte naturale locale spostato di 80gradi rispetto al Meridiano locale o Nord geografico.
Questa direzione dell’asse della chiesa nel XIII secolo, epoca in cui fu edificata la chiesa, corrispondeva al punto di levata del Sole all’orizzonte naturale locale in due date durante l’anno, e cioè quella del 3 aprile e quella del 28 agosto (calendario giuliano).
La data in agosto non e rilevante, mentre .quella del 3 aprile potrebbe essere collegata con la direzione lungo la quale si poteva osservare sorgere il Sole nella domenica di Pasqua sull’orizzonte naturale in questi anni.
Considerando che i lavori per la costruzione del tetto della cripta iniziarono nel 1214, è possibile che il rito di fondazione della chiesa potrebbe essere avvenuto la domenica di Pasqua del 3 aprile del 1211, quindi quest’anno la chiesa festeggia il suo ottava centenario.
I costruttori delle cattedrali, no ma non solo, come vedremo, al fine di legare le stesse al luogo in cui sorgevano, inserirono nella struttura architettonica il valore angolare della latitudine del luogo, nella chiesa di Santa Maria la diagonale della stessa apre un angolo con la linea equinoziale pari a 38 gradi latitudine della città, ma i costruttori inserivano anche l’angolo riguardante le culminazioni solari.
Alla latitudine di Randazzo il Sole, al solstizio d’estate, culmina ad un’altezza pari a 75 gradi, agli equinozi culmina ad un’altezza pari a 52 gradi ed infine al solstizio d’inverno culmina ad un’altezza pari a 28 gradi.
Vediamo dove i costruttori hanno inserito questi valori.
La diagonale della chiesa apre un angolo con l’asse longitudinale della stessa di 28 gradi, pari alla culminazione del Sole al solstizio d’inverno.
L’abside e alta 75 palmi siciliani pari alla culminazione del Sole al solstizio d’estate, mentre le due absidiole sono alte 52 palmi siciliani pari alla culminazione del Sole agli equinozi.
Se dalla cima del vecchio campanile tracciamo una linea immaginaria sino alla soglia della porta d’ingresso (sempre prima dell’ampliamento), tale linea aprirà un angolo di 75 gradi, pari alla culminazione del Sole al solstizio estivo.
Mentre se dalla cima dello stesso tracciamo un’altra linea immaginaria sino all’estremità dell’abside, otteniamo un angolo di 28 gradi, pari alla culminazione del Sole al solstizio invernale.
Questo dimostra che il campanile fu progettato e costruito contemporaneamente alla chiesa.

Domanda

Conoscenze costruttive che possono quindi essere anche riportate ai Templari? A Randazzo sono presenti segni visibili che possono testimoniare la presenza dei Templari nel nostro paese?

Risposta

Alcuni segni visibili riconducibili ai Templari ancora oggi si possono ammirare tra le decorazioni poste sopra i timpani delle trifore della cella campanaria del campanile di San Martino, dove sul lato settentrionale e stata scolpita una Stella di Davide o Sigillo di Salomone, essa cominciò a comparire in molte chiese cristiane soltanto in epoca medievale e i primi ad utilizzarla furono proprio i templari, nel nostro caso la stella e ruotata di 90, formando una M, un chiaro riferimento alla Vergine Maria, verso la quale i cavalieri Templari nutrirono una profonda devozione.
Un altro simbolo che i templari portarono dalla Terra Santa in Europa e utilizzarono nei loro edifici fu anche il Fiore della Vita, che ritroviamo scolpito accanto alla stella di Davide ma anche sul lato meridionale ed occidentale.
Notai che essi non furono scolpiti a caso infatti,  i Fiori posti sui lati meridionali e settentrionali furono scolpiti in modo tale che i petali indicassero le direzioni cardinali Sud e Nord, mentre quello collocato sul lato occidentale fu scolpito in maniera tale che i petali indicassero la direzione cardinale Ovest.
Altri segni si trovavano sulla facciata della chiesa di Santo Stefano, di essa rimangono un disegno della sua facciata, fatto eseguire dal rev. Giuseppe Plumari; esaminandolo con attenzione, richiama lo sguardo il bassorilievo dell’Agnus Dei scolpito nella lunetta del portale ogivale, un elemento tipico dell’iconografia templare, presente in molte chiese attribuite ad essi ed utilizzato come uno dei sigilli nei loro documenti; e il viso femminile posto subito sopra il portale che, a mio avviso, raffigura il volto della Vergine Maria.

Domanda.

Certamente ritorneremo a parlare nuovamente ampliando l’argomento ma prima di salutarci una tua riflessione sulla città che ti ha dato i natali e dovuta.

Risposta

Questa città e i suoi monumenti nonostante siano passati molti secoli dalla sua edificazione  e molto si e scritto, è ancora in grado di stupirci poichè essa parla a chi la sa ascoltare.

F.to Beppe Petrullo

 

CONSUETUDINI DI RANDAZZO di Angela Militi

” Era il 26 ottobre del 1466, quando il viceré Lupum Ximenez d’Urrea approvava, per la prima volta, le Consuetudini di Randazzo, un sistema di norme civili – composte da 58 articoli – che regolavano la vita comunitaria della città.
Le stesse furono redatte durante «un Consiglo generale in locu» e sottoposte allo stesso viceré per la conferma, il 6 giugno dello stesso anno, dal reverendo Jaymum de Citellis, arcipresbitero della terra di Randazzo e dal nobile Michaelem la Provina «sindicos et ambaxiatores universitatis terre Randacii» (La Mantia V., Consuetudini di Randazzo, Palermo, 1903, p. 1).

Le Consuetudini di Randazzo, come in tutte le altre città siciliane, rimasero in vigore fino al 1819, anno in cui fu promulgato il Codice per lo Regno delle due Sicilie.
In particolare l’articolo 3 della legge del 21 maggio, emanata da Ferdinando I di Borbone (1751-1825), disponeva che: «Dal giorno indicato nel precedente articolo [1 settembre dell’anno] le leggi romane [cioè il diritto comune], le costituzioni, i capitoli del regno, le prammatiche, le sicule sanzioni, i reali dispaci, le lettere circolari, le consuetudini generali e locali, e tutte le altre disposizioni legislative cesseranno ne’ nostri dominj al di là del Faro di aver forza di legge nelle materie che formano oggetto delle disposizioni contenute nel mentovato codice per lo regno delle Due Sicilie» (Codice per lo Regno delle Due Sicilie, Napoli, 1848, Parte Prima , p. 288).

La prima, e unica, edizione del testo delle Consuetudini di Randazzo, fu curata da Vito La Mantia, giurista e storico italiano e stampata a Palermo presso lo Stabilimento Tipografico di A. Giannitrapani, nel 1903.
Questo documento, prezioso testimone della memoria storica – stranamente mai menzionato dal reverendo Plumari –, fu rinvenuto, dal giurista, nel corso delle sue ricerche, in un volume della Regia Cancelleria, conservato presso l’Archivio di Stato di Palermo.

Oggi, questa edizione, è quasi introvabile e poche sono le biblioteche* che ne possiedono una copia e poiché essa, fornisce un prezioso contributo alla conoscenza della storia della nostra città, in quanto ci fa conoscere meglio i nostri avi e le leggi da loro enunciate per regolare il quieto vivere della comunità, ho deciso di condividere questo libro con tutti voi.

*Biblioteca regionale universitaria di Catania
Biblioteca nazionale centrale di Firenze
Biblioteca del Dipartimento di diritto privato e storia del diritto dell’Università degli studi di Milano
Biblioteca della Società napoletana di storia patria di Napoli
Biblioteca centrale della Regione siciliana Alberto Bombace di Palermo
Biblioteca Etnografica Giuseppe Pitré di Palermo
Biblioteca statale del Monumento nazionale di Grottaferrata – RM –
Biblioteca di Studi meridionali Giustino Fortunato di Roma
Biblioteca Centrale Giuridica di Roma

Biblioteca Universitaria di Sassari”

Libro “Consuetudini di Randazzo” di Vito La Mantia

segue
 

Approfondimenti

  Chartres. La cattedrale e la città vecchia (Attinenza: 13%): La cattedrale di Notre Dame di Chartres, l’emblema del gotico 
  Abbazia delle Tre Fontane (Roma) (Attinenza: 13%): L’Abbazia dei Santi Vincenzo ed Anastasio alle Tre Fontane, un autentico gioiello dell’architettura medievale cistercense 
  Blera, la città altomedievale – Scavi in località Petrolone (Attinenza: 13%): Gli scavi in loc. Petrolone Viterbo sono stati intrapresi nel 1998 dall’Università degli Studi di Roma “La Sapienza” (Dipartimento di Scienze Storiche Archeologiche e Antropologiche dell’Antichità, Cattedra di Archeologia Medievale 
  Federico II e i Templari (Attinenza: 13%): Il rapporto basato sull’analisi storica tra Federico II e i Templari

 

 

2008

  • Militi A., L’opposizione perielica di Marte, in “Linguaggio Astrale. Pubblicazione Trimestrale del Centro Italiano di Discipline Astrologiche”, Anno XXXVIII, N. 152, 2008, pp. 14-25 (Articolo su rivista).

 

2010

  • Militi A., Randazzo Segreta. Astronomia, Geometria Sacra e misteri tra le sue pietre, in “Due passi nel mistero”, febbraio 2010 (Articolo su sito web)
  • “Una Randazzo segreta? Il racconto del passaggio dei cavalieri templari”, intervista a cura di Ornella Lodin pubblicata sul sito web “Tifeo Web”,l’8 novembre 2010 e sul sio web “Maletto Web Community dell’Etna”il 16 novembre 2010.
  • Militi A., L’epigrafe della Basilica Minore di Santa Maria in Randazzo. Esegesi di una data, Venezia, 2010 (ISBN 978-88-905390-0-8)

2011

  • Militi A., I Cavalieri Templari e il codice stellare della Vergine a Randazzo,in “spHera”, Anno II, n. 1, Gennaio 2011, pp. 44-47 (ISSN 2038-257X) (Articolo su rivista)
  • Randazzo Segreta. Tra la Francia e la Sicilia, intervista a cura Beppe Petrullo pubblicata sul sito web “Il Portale Medievale”, settembre 2011.

2012

  • Militi A., Randazzo Segreta. Astronomia, Geometria Sacra e misteri tra le sue pietre, Acireale –Roma, Tipheret, 2012 (ISBN 978-88-6496-080-7)

2013

2014

  • Militi A., I Misteri di Randazzo, in “Miti e Misteri”, 10 gennaio 2014 (Articolo su sito web)
  • Militi A., Basilica minore di Santa Maria in Randazzo: le due epigrafi commemorative, in “Randazzo segreta” e “Academia”, 2 febbraio 2014 (Articolo su sito web)
  • Militi A., Anima Templi in Sicilia, in “Siciliafan”, 22 febbraio 2014 (Articolo su sito web)
  • Militi A., Sant’Agata: storia di una chiesa scomparsa, in “Randazzo segreta” e “Academia”, 15 agosto 2014 (Articolo su sito web)
  • “Una Randazzo segreta? Il racconto del passaggio dei cavalieri templari”, intervista a cura di Ornella Lodin pubblicata su “Nuove Pagine”, settembre 2014

2015

  • Militi A., Rocca Pizzicata (Roccella Valdemone, Me): un probabile sito protostorico di osservazione astronomica, in “Randazzo segreta” e “Academia”, 16 gennaio 2015 (Articolo su sito web)
  • Militi A., Analisi archeoastronomica delle chiese di San Martino e San Vito a Randazzo, in “Randazzo segreta” e “Academia”, 8 febbraio 2015 (Articolo su sito web)
  • Militi A., Il campanile della chiesa di San Martino a Randazzo, in “Randazzo segreta” e “Academia”, 14 febbraio 2015 (Articolo su sito web)
  • Militi A., Un Giovanni molto femminile in un’opera del Gagini, in “Randazzo segreta” e “Academia”, 23 febbraio 2015 (Articolo su sito web)
  • Militi A., Una “Ile de France” italiana, in “Luoghi Misteriosi”, 27 febbraio 2015 (Articolo su sito web)
  • Militi A., Una nuova proposta interpretativa sui resti architettonici di via Orto, in “Randazzo segreta” e “Academia”, 1 marzo 2015 (Articolo su sito web)
  • Militi A., L’iscrizione del palazzo Clarentano a Randazzo: nuova lettura e interpretazione, in “Randazzo segreta” e “Academia”, 13 marzo 2015 (Articolo su sito web)
  • Militi A., Un singolare bassorilievo, in “Randazzo segreta” e “Academia”, 16 marzo 2015 (Articolo su sito web)

2016

Salvatore Genovese

   Salvatore Genovese nato a Randazzo il 19 settembre 1921 e morto a Spalato il 9 aprile 1945.
Fucilato nel carcere di Spalato assieme ad altri 28 giovani per la loro attività di Partigiani. Dopo un processo sommario ( forse è meglio dire “farsa”) senza nessuna possibilità di difendersi, dopo un breve periodo in carcere vengono condotti nel cortile e lì uccisi da un plotone di esecuzione.
   Salvatore Genovese è l’unico Randazzese ucciso dai nazisti in quanto Partigiano. 

Alcuni articoli che ricordano il suo sacrificio e il sacrificio di tanti altri giovani che sono morti per la nostra Libertà.

 

                                                            Udine, ricordo della strage di via Spalato

Una delegazione dell’Anpi ha deposto una corona d’alloro alla lapide per i 29 partigiani uccisi nell’aprile del 1945

05 aprile 2020
Oggi, una delegazione dell’Anpi di Udine, composta dalla Presidente della sezione Anpi “Città di Udine”, Antonella Lestani, e dal Vice Presidente Alessio Vicario, accompagnata dai rappresentanti della Protezione civile, nel pieno rispetto delle norme vigenti in materia di contenimento del Covid-19, ha deposto una corona d’alloro alla lapide posta sul muro esterno del carcere di Udine, in via Spalato, per celebrare il 75° anniversario della barbara strage compiuta dalle famigerate SS di Hitler che, nell’aprile del 1945, massacrarono 29 partigiani.

Era il 14 marzo 1945, mercoledì. Prelevati dal carcere di via Spalato, circa 20 partigiani vennero scortati in via Treppo, dove li attendeva un tribunale tedesco. Requisitorie e accuse erano pronunciate in tedesco e approssimativamente tradotte dall’interprete, il maresciallo Hans Johannes Kitzmüller. Dopo circa tre ore, uscirono dall’aula, incrociando l’altro scaglione di 20 partigiani, a loro volta da processare.

 

Finiti i processi – farsa, una cosa i partigiani avevano capito: che 37 di loro erano stati condannati a morte.
Di solito il carcere di Udine era usato dai tedeschi come un serbatoio da cui pescare le vittime da fucilare per rappresaglia, come era successo per i fucilati al cimitero l’11 febbraio, in risposta all’attacco alle carceri del 7 febbraio, con la liberazione di decine di prigionieri; e così pensarono i condannati, rassegnati ormai alla loro sorte.
Scriveva ai familiari uno di loro, Mario Foschiani “Guerra”: “Siamo qui in agonia, ma siamo allegri e vi possiamo assicurare che teniamo allegro tutto il carcere. Non tremai dinanzi al teatrale processo. Tutti i compagni ci guardavano; sorridenti e cantando uscimmo dall’aula. Noi siamo già rassegnati perché sappiamo che i tedeschi ci liquideranno senza pietà. Ma vi dichiaro che sono orgoglioso di morire per la mia Patria libera e indipendente. Addio a tutti. Morte al fascismo! Morte all’invasore! Libertà ai Popoli”.
I condannati pensavano che il mattino dopo sarebbero stati condotti in qualche luogo per la fucilazione, invece il giorno dopo erano ancora in cella, e così per tanti altri giorni.

 

              “Fucilazione di via Spalato”, dipinto realizzato nel 1959 da Francesco Bierti.


Diventava sempre più evidente che non di rappresaglia si trattava, ma di un inutile sfogo della rabbia per la sconfitta ormai ineluttabile.
Nonostante il silenzio mantenuto dal quotidiano fascista “Il popolo del Friuli” sulla vicenda, la notizia si diffuse in città, suscitando grande emozione.
Subito i comandi partigiani si attivarono cercando di catturare più ufficiali tedeschi possibile, per proporre uno scambio; e si mobilitarono anche varie personalità udinesi, tra le quali l’Arcivescovo, che però riuscì soltanto a far ridurre il numero dei condannati: da 37 a 29.
9 aprile 1945, lunedì. Scriveva in quella data nel suo diario dal carcere Gino Pieri:
   “Stamani poco dopo le cinque sono stato destato da alcuni colpi di fucile e di mitra… Alle sei si è affacciata a darmi il buongiorno la guardia che montava in servizio e mi ha detto: “Avete sentito? Hanno fucilati i condannati a morte”. I condannati erano stati fucilati in tre gruppi: il primo contro il muro del cortile interno, a sinistra per chi entra; il secondo a destra; e quindi il terzo. E infine gli isolati colpi di pistola per il colpo di grazia a quelli che davano ancora segni di vita”.

   La mattina di 22 giorni dopo, Udine era liberata e il Sindaco nominato dal CLN, Giovanni Cosattini, nel pomeriggio accoglieva le truppe inglesi e neozelandesi che entravano in città da Viale Venezia.

I fucilati sono:
1. Angelo Adamo da Comiso, anni 30;
2. Gio Batta Beccia da Ronchis, anni 21;
3. Mario Bolognato da Firenze, anni 26;
4. Umberto Bon da Manzano, anni 31;
5. Matteo Bossa da Paesana, anni 19;
6. Luigi Ciol da Teglio Veneto, anni 19;
7. Giunio Coloricchio da Pozzuolo, anni 19;
8. Luigi Coradazzi da Socchieve, anni 23;
9. Francesco Del Vecchio da Barletta, anni 23;
10. Giuseppe Favret da Azzano X, anni 18;
11. Ovidio Favret da Azzano X, anni 21;
12. Mario Foschiani da Udine, anni 32;
13. Salvatore Genovese da Randazzo, anni 24;
14. Giovanni Ghidina da Forni di Sotto, anni 41;
15. Albino Gonano da Prato Carnico, anni 26;
16. Luigi Grahrelj da Gorizia, anni 18;
17. Elio Livoni da Buttrio, anni 25;
18. Mario Modotti da Udine, anni 32;
19. Valentino Monai da Amaro, anni 29;
20. Antonio Morocutti da Treppo Carnico, anni 27;
21. Leandro Nonini da Gemona, anni 29;
22. Gino Nosella da Portogruaro, anni 20;
23. Enrico Pascuttini da Spilimbergo, anni 20;
24. Elio Polo da Forni di Sotto, anni 52;
25. Arduino Potocco da Buttrio, anni 22;
26. Enno Radina da Villasantina, anni 31;
27. Benito Siniciali da Sesto al Reghena, anni 21;
28. Giulio Tesolin da Fiume Veneto, anni 21;
29. Napoleone Zompicchiatti da Manzano, anni 41.

 

                        I PARTIGIANI SICILIANI – TERZA PARTE

La “Lettera” di Memoria e Libertà senza memoria non c’è futuro,per la democrazia, la pace e i diritti dei cittadini.
Nota a cura di Domenico Stimolo.
Per contribuire a valorizzare i Percorsi e i Valori della Memoria fondanti dell’Italia democratica. Della Resistenza, della deportazione e dell’antifascismo. Dell’attualità con particolare attenzione alla partecipazione catanese e siciliana.

La “Lettera” è dedicata alla memoria di Nunzio Di Francesco, partigiano catanese, sopravvissuto al lager di Mauthausen – deceduto il 21 luglio 2011.
Questa “ Lettera di Memoria e Libertà, in ricorrenza del 25 APRILE – 75° Anniversario della LIBERAZIONE – è interamente dedicata ai partigiani siciliani.      

In precedenza, nelle edizioni di “ Lettera” del 25 aprile 2016 e del 25 aprile 2018, sono stati evidenziati i nominativi di 987 partigiani siciliani.

   In questa terza parte vengono riportati ulteriori 420 nominativi, con i principali riferimenti noti, caratterizzanti ogni singolo combattente per la libertà: luogo e data di nascita, ruolo sociale, mansione e formazione di appartenenza; data, località e dinamica del sacrificio per i caduti; riconoscimenti di valore attribuiti, note peculiari.E’ questa, complessivamente, un classificazione ancora limitata. Molti altri nominativi dovranno essere aggiunti. In rispetto della memoria dei partigiani è giusto non riportare solamente elenchi, in foggia di “tabulati”, costituiti esclusivamente da nomi, cognomi, città di nascita. Risulterebbe quasi “disumanizzante”. Ogni partecipante siciliano alla Lotta di Liberazione dal nazifascismo ha avuto un volto ben delineato e una storia propria, uno specifico percorso realizzato nel contesto dell’ immenso dramma distruttivo della guerra, un “ travaglio” ideale, sociale e personale che ha determinato la “scelta di campo” nella RESISTENZA. Altri ancora, non pochi, bisogna ancora esporli in modo appropriato, trovandoli tra le “righe” di quella indomita fase storica che ha determinato la nascita della nostra Costituzione e della Repubblica. Il percorso dell’approfondimento di merito continuerà con l’integrazione di altri nominativi. Quanti sono stati i partigiani siciliani nella lotta contro il nazifascismo direttamente impegnati nei luoghi di combattimenti, a partire dall’armistizio del’8 settembre 1943.  Tanti. Numerose migliaia, certamente, impegnati in tantissime aree territoriali nazionali ( non solo nel centro-nord) e in molte altre zone fuori dai confini. La Resistenza, pur con caratteristiche diverse da quelle che furono successivamente codificate, iniziò già in maniera spontanea dall’agosto del 1943, in Sicilia, in diversi paesi dell’area etnea e del messinese. Tra i tanti civili che si ribellarono alle infame angherie e alle depredazioni delle truppe tedesche in ritirata, molte decine furono ammazzati. Al di la dell’aspetto strettamente “storiografico” partigiani sono stati gli uomini e le donne che in tutte le maniere fecero Resistenza, in armi o con dinamiche di supporto e assistenziali, al dominio ideologico e militare che i nazifascisti volevano continuare ad imporre all’Italia dopo gli anni catastrofici della guerra scatenata in nome della “razza eletta”. Dalla caduta della dittatura ( 25 luglio 1943) e dalla firma dell’armistizio con gli Alleati ( 8 settembre 1943), contribuendo alla riconquista della libertà e dei diritti umani e sociali fondamentali, al riscatto dei valori principali del Bene Comune, storicamente chiamata Patria, infangata dalle ignominie fasciste e dalle enormi distruzioni umane e materiali procacciate dall’Asse – la stretta alleanza ideologica e militare tra l’Italia fascista e la Germania nazista, poi con il Giappone -. Nell’ambito nazionale, solo per il Piemonte, l’area territoriale con una rilevante presenza di partigiani siciliani – date le condizioni storiche di concentrazione di strutture militari e la vicina presenza nel meridione della Francia della IV Armata dell’esercito italiano – da parte della Commissione piemontese ne sono stati riconosciuti 2160, “ con l’esclusione per ora dei dati relativi all’area novarese e all’area ligure piemontese”. E’ importante aggiungere che non sono presi in analisi i partigiani nati in Piemonte o al Nord figli di siciliani.All’atto dell’armistizio, stipulato l’8 settembre 1943 a Cassibile ( Siracusa), considerevoli concentrazioni di strutture militari si trovavano dislocate nel territorio nazionale, ulteriori notevoli raggruppamenti militari si trovavano posizionati in aree fuori dai confini: Francia, area Balcanica ( Albania, Jugoslavia, Grecia) e in altre zone, come determinato dal’ espansione della guerra di aggressione fascista iniziata il 10 giugno del 1940. Il “ mitico impero” creato in Africa: Libia, Etiopia, Somalia, Eritrea, era stato già abbandonato. La disfatta in Russia, con tutte le tragiche conseguenze per i soldati italiani mandati allo sbaraglio, era già avvenuta. Un enorme numero di militari permaneva quindi in Italia e nei vari fronti di guerra ancora in essere. Rimasero abbandonati, ignominiosamente, senza procedure sulla condotta da seguire.  Seguirono giornate frenetiche.  Le truppe tedesche passarono all’attacco su tutti i fronti dove erano dislocati militari italiani. Oltre 650.000 furono presi prigionieri, trasportati e rinchiusi in molti campi di concentramento prevalentemente in Germania, veri e propri Lager. Sono gli IMI, “ Internati Militari Italiani”.  La stragrande maggioranza rifiutò di aderire alla RSI.  In tanti, in Italia e fuori dai confini, non si arresero alle truppe tedesche, non deposero le armi. Si organizzarono per resistere ai nazisti, già a partire nei giorni successivi all’armistizio. Nel Paese molti furono gli eventi di strenuo contrasto, in parecchie realtà del Nord e a Roma nella battaglia di Porta San Paolo del 10 settembre. Fuori dall’Italia tanti i casi di strenua e sanguinosa resistenza. A Cefalonia l’evento più significativo e drammatico, migliaia di soldati e ufficiali furono uccisi nei combattimenti e poi fucilati. La stessa opposizione avvenne a Rodi e in molte zone della Jugoslavia, Albania, Grecia, in forma più ridotta nella Francia meridionale. Tanti restarono uccisi, molte decine di migliaia di militari si aggregarono alle strutture partigiane locali o parteciparono direttamente alla lotta contro le truppe tedesche mantenendo in maniera significativa la struttura originaria, operando in Jugoslavia ed Albania: Divisione Garibaldi “ Natisone” ( Slovenia –Croazia); Divisione “Italia” suddivisa in quattro brigate;   –    Divisione Partigiana “Garibaldi” ( operativa in Montenegro, Erzegovina, Bosnia, Sangiaccato), composta dalle ex Divisioni dell’esercito “Taurinense” e “Venezia”. Alla bandiera della Divisione Garibaldi, al reparto carabinieri della Divisione e al gruppo “Aosta” del 1° Reggimento Artiglieria Alpina, al’83° e 84° Reggimento Fanteria della Divisione “Venezia”, al 19° Reggimento Artiglieria da Campagna della Divisione “Venezia” (tutti costituenti la Divisione Partigiana Garibaldi), venne riconosciuta la medaglia d’oro. Molti altri partigiani si aggregarono a queste formazioni. Nella “Lettera di Memoria e Libertà” del 25 aprile 2018, tra gli altri, sono stati riportati i nominativi (con brevi biografie) di tutti i militari siciliani che fecero parte della Divisione Garibaldi. Altri sono stati già inseriti nella prima parte comprendente complessivamente 520 nominativi. Molti componenti dei reparti militari italiani che dopo l’armistizio si ritirarono dal sud della Francia si aggregarono alle formazioni partigiane che si costituirono in Piemonte. Inoltre, dopo la dichiarazione di guerra del Regno d’Italia alla Germania del 13 ottobre 1943 venne riorganizzato il nuovo esercito italiano. Consistenti gruppi di combattimento furono schierati in supporto agli Alleati contro le armate tedesche. In Italia, molti militari siciliani si inserirono nelle formazioni della Resistenza, già nel corso del mese di settembre del 1943. A questo riguardo è bene evidenziare il significativo contributo dato a Roma e nel Lazio in genere fino alla Liberazione avvenuta il 4 giugno 1944. Altri, non pochi, da civili, emigrati nelle aree del centro-nord nel corso degli anni precedenti, scelsero di essere partigiani. Donne siciliane parteciparono attivamente alla Lotta di liberazione nelle aree territoriali del centro-nord. Giovani, impavide, con grande voglia di riscatto civile e democratico. Alcune furono uccise dai nazifascisti, dopo avere subito orrende torture e sevizie. In questa “Lettera” vengono riportati 5 nominativi, che si aggiungono alle 25 partigiane donne già richiamate nelle due parti precedenti sui “ Nominativi di Partigiani Siciliani”. L’elenco è ancora parziale. Non esiste ad ora una “fonte” unica, completa, che riporti i nominativi e gli aspetti di tutti i partigiani siciliani che svolsero attività di Resistenza su tutti i “fronti” prima evidenziati. Nel corso del tempo molti pregiati approfondimenti di ricerca sui partigiani siciliani son stati condotti da numerose strutture dedicate alla memoria della Lotta di Liberazione, da ricercatori storici, da libri di memorialistica e quant’altro operativo nel mondo sociale e culturale del territorio, che con dedizione civile e democratica continua la sensibilizzazione sui valori della Resistenza e sul contributo di uomini e donne della nostra Regione.In particolare, tra le tane fonti, è doveroso ricordare:
Le varie strutture provinciali dell’ANPI in Sicilia (compreso l’organismo Nazionale) che con grande passione hanno ricomposto l’impegno e la partecipazione dirette di tanti combattenti per la libertà, consegnando a tutti la possibilità della conoscenza appropriata.
La ricerca condotta da INSMLI curata da Carmela Zangara che con competente dedizione ha ricostruito il percorso e il sacrificio di molti caduti siciliani nella lotta contro il nazifascismo. Nel 2011 ha pubblicato il libro “Per liberar l’Italia – i siciliani nella resistenza: 1943-1945”.
La Regione Piemonte , che con le pubblicazione: “inserto speciale Sicilia” (luglio-agosto 2007), e “ Meridionali e Resistenza il contributo del Sud alla Liberazione 1943-1945” (edito nel 2012), a cura di Claudio Della Valle (Presidente dell’Istituto Piemontese per la Storia della Resistenza e della Società Contemporanea “Giorgio Agosti”), realizzato con il contributo di tutti gli Istituti della Resistenza del Piemonte, ha pubblicamente divulgato l’impegno dei siciliani, quindi la Banca Dati Istoreto Piemonte.
La ricerca di Giovanna D’Amico: “I siciliani deportati nei campi di concentramento e di sterminio nazisti 1943-1945”.
La ricerca di Mauro Sonzini: “Elenco dei partigiani siciliani attivi in Val Sangone” (2011)La ricerca di Mauro Begozzi: “Sui partigiani siciliani presenti nelle formazioni della Val Sesia, Cusio, Ossola e VerbanNunzio Di Francesco, con il libro “Il costo della libertà – Memorie di un partigiano combattente da Mauthausen a Gusen II” (edito 2001).Angelo Sicilia, con il libro “Testimonianze partigiane, i siciliani nella lotta di Liberazione” (edito 2015).

  • Nicola Musumarra, con il libro “La Resistenza italiana negata, il 25 luglio e la vendetta tedesca in Sicilia” (edito 2015).
    Lucia Vincenti, con il libro “Il silenzio e le urla, Vittime siciliane del fascismo (edito 2007).
    Mario Avagliano, con il libro “Generazione ribelle – diari e lettere dal 143 al 1945” (edito 2006).
    Giuseppe Nilo, con il libro “I marsalesi nella Lotta di Liberazione” (edito 2015).
                      Si ricorda l’importante contributo di consultazione derivante dai siti on line di:

Nel corso degli anni sono stati inoltre pubblicati parecchi libri di memoria, “raccontati” da partigiani siciliani e deportati nei lager nazisti. L’elenco è rilevante.
Sugli ultimi approfondimenti di merito pubblicati evidenzio “Resistenti, Storie di antifascisti, partigiani e deportati di Riesi” (Caltanissetta) a cura di Giuseppe Calascibetta.
Infine ritengo opportuno richiamare le segnalazioni che da varie parti mi sono pervenute nel corso degli ultimi due anni, e i numerosi approfondimenti sui partigiani siciliani effettuati dal sottoscritto nel precedente periodo di attività nell’Anpi di Catania, e successivamente, nel ruolo di componente della segreteria provinciale, responsabile dell’organizzazione.
Ringrazio i responsabili dei diversi siti internet, in Sicilia e in vari luoghi nazionali, compagni e amici che hanno a cuore i valori universali della Resistenza e della Lotta di Liberazione contro il nazifascismo determinanti per la rinascita della libertà e della democrazia nel nostro Paese – impressi nei postulati supremi della Costituzione- che nei mesi di aprile 2016 e 2018 hanno pubblicato la “Lettera di Memoria e Libertà” con i novecentottantasette (520 +467) nominativi di partigiani siciliani, contribuendo in maniera importante alla divulgazione della memoria. Mi auguro che lo stesso impegno venga mantenuto in questa ricorrenza del 75° Anniversario della Liberazione per la pubblicazione di questi ulteriori 420 nominativi contenuti in questa terza parte.
Per la lettura delle due parti precedenti, per tutti, segnalo dal sito ANPI Sicilia:

https://anpisicilia.wordpress.com/?s=520+nominativi+partigiani+siciliani

https://anpisicilia.wordpress.com/?s=lettera+memoria+e+libert%C3%A0+aprile+2018

(Domenico Stimolo)

“Nella vita talvolta è necessario saper lottare, non solo senza paura, ma anche senza speranza”  Sandro Pertini.

La guerra è quando milioni di persone sono costrette ad odiarsi e a scannarsi tra loro senza sapere il perché, per l’io capriccio di un re o di un tiranno. E alla fine delle carneficine, questi si stringono le mani” Peppino Benincasa (di Palermo) partigiano Divisione Acqui presso Cefalonia; dal libro di Peppino Benincasa “Memorie di Cefalonia”.                                                                                                                                                                                                                                                                              ***

I partigiani siciliani: 3° elenco:…..nominativi con brevi biografie.

La lista comprende 428 partigiani siciliani fucilati. Se vuoi vedere la lista completa clicca su questo Link:
                                                   http://www.labottegadelbarbieri.org/?s=Salvatore+Genovese

GENOVA Giuseppe nato a Delia (Caltanissetta) il 10/12/1922, contadino. Esercito, Fanteria, soldato. Partigiano in Piemonte da giugno 1944, Brigata Val Varaita, 104a Brigata Garibaldi. Nome di battaglia “Pasquale”.

GENOVESE Salvatore
nato a Randazzo ( Catania) nel 1921. Fucilato, assieme ad altri 28 partigiani, dalle SS naziste nel carcere di Udine il 9 aprile 1945. Il 14 marzo 1945 in trentasette antifascisti reclusi erano stati prelevati dal carcere di via Spalato, trasportati in via Treppo dove un tribunale tedesco emise la sentenza di morte per tutti. I fucilati del 9 aprile furono 29.

GENTILEZZA Ermanno nato a Lipari ( Messina) il 7/04/1929. Giovanissimo partigiano a Roma dall’armistizio 8 settembre 1943 fino alla liberazione della capitale. Gruppo “ Sette Colli”.

 

A Salvatore Genovese gli è stata dedicata una delle Vie Cittadine. La via costeggia il Mercato Coperto.

Lucio Rubbino

     

 

Non Tutti Parlano Bene di Noi

Dopo sir Douglass Sladen nel 1908, andarono a Maniace, passando per Randazzo,  l’americano WILL SEYMOUR MONROE (1863-1939),  la novellista irlandese EDITH SOMERVILLE (1858-1949) e la musicista inglese e leader del movimento “Women’s Suffrage” delle Suffragettes ETHEL SMYTH (1858-1944), meglio nota come Dame Ethel Smyth.
Ecco che cosa hanno scritto di questo inconsueto viaggio.

Edito da Bronte Insieme.

Francesco Giaimo

  Ausilia Giaimo,  la  terzogenita di Francesco Giaimo scultore in pietra che ha realizzato molti monumenti e ristrutturazioni a Randazzo, è stata da noi sollecitata ad inviare una biografia completa del padre.

Ausilia Giaimo

Collaborata dalla figlia l’architetto Daniela De Domenico, la potete leggere di seguito.
Francesco Giaimo è stato attenzionato anche dalla Rassegna Periodica Trimestrale  “Randazzo Notizie”  edito dal Comune di Randazzo negli anni ottanta e novanta del secolo scorso.
La famiglia Giaimo pur trasferendosi a Messina ha continuato a tenere legami con la nostra Città con i propri parenti e i tanti amici tra cui la signora Santina Gullotto che è stata tramite e che ringraziamo di cuore.
Riportiamo qui l’articolo su “Randazzo Notizie” n. 25 – Maggio 1988.

 

 

Sebastiano Anzalone


STORIA  RI   BASTIANU  ANZALUNI

Fimmini e omini, amici e parenti macari,

Si pirmittiti na storia vera vi vogghiu cuntari,

ri un certu bastianu omu nobiri e sinceru

travagghiaturi ri primu graru,

tanti e tanti lu ievunu a circari

picchi era omu bonu e facìa lu carritteri,

girava sempri nda feste e nda fieri

cattannu, scecchi, muli e calvacaturi,

chissà Bastianu lu facìa pi mistieri,

Cu autri amici ca cu illu si ponu paragunari.

Donne, uomini, amici e pure parenti,

se permettete una storia vera vi voglio raccontare,

di un certo Bastiano, uomo nobile e sincero,

lavoratore di primo grada,

tanti e tanti lo andavano  cercare

perché era uomo buono e faceva il carriettiere,

girando sempre nelle feste e nelle fiere,

comprando asini, muli e cavalli.

Questo Bastiano lo faceva per mestiere.

Con altri amici che come lui si potevano paragonare.

D’accordu ievanu sti amici frequentati

E pi tantu tempu ficiru a societati

Tirannu ra cussi avanti e cu stentu

Si spartiu ri sti amici giustu appuntu

Cussi pi Bastianu arrivau lu momentu

Ca cu so sapiri fari ‘ntricciau a lu rimbuschimentu,

no cchiui scecchi e muri, cu lu cammiu travagghiava

e purtava terra, pianti e piantini

facennu viaggi pi la chiana e li marini.

D’accordo andavano questi amici che si frequentavano

e per tanto tempo furono in società,

tirando avanti e con stenti.

Si separarono questi giusto ed appunto,

così per Bastiano è arrivato il momento

che con il suo saper fare ha intrecciato rapporti con il rimboschimento,

non più asini e muli, ma con il camion lavorava

e portava terra, piante e piantine 

facendo viaggi per la piana e le marine.

Cussi illu si dava ra fari

E appi tanta firucia ri la guardia forestari,

pi tantu tempu a lu boscu travvagghiau

e a tanti autri posti bonu si truvau.

Chissu Bastianu lu fici a lassa e pigghia

pi purtari avanti tutta la famigghia.

Ma la sorti misira e mischina

A bastianu nu cià dietti sta fortuna

nda stu fratempu brutta genti capitau

e la carta presti ci giriau,

mentri onestamenti trovagghiava

si presentava qualcunu chi lu disturbava.

Tanticchia ri campagna a lu murazzu ruttu avìa

Un cappannuni cu intra mezzi e interessi tinia,

e quannu non vossi cchiu pagari

u capannuni prestu ci inu a brusciari,

dannu assai ci ficiunu sti delinquenti

si brusciau tuttu ntempu nienti,

li carabinieri arrinau prestamenti

pi viriri sta scena stravacanti.

Bastianu arrivau a li momenti

Visti lu fuocu e non poti diri nienti.

A mia mi ficiru stu dannu

Cu lu Signurisi si l’ena viriri sti pezzenti.

Così lui si dava da fare

ed aveva tanta fiducia della guardia forestale,

per tanto tempo nei boschi lavorava

ed in tanti altri posti bene si trovava.

Questo Bastiano lo faceva a lascia e piglia

per portare avanti tutta la famiglia.

Ma una sorte misera e meschina

a Bastiano no gli ha dato questa fortuna,

nel frattempo brutta gente capitò

e la carta presto si è girata,

mentre onestamente lavorava

si presentava qualcuno che lo disturbava.

Un pezzo di campagna in quel di murazzo rotto aveva,

un capannone per i mezzi ed altri interessi teneva,

e quando non ha voluto più pagare,

il capannone presto fecero bruciare,

un grosso danno fecero i delinquenti

e tutto si bruciò nel tempo di niente,

i carabinieri arrivarono urgentemente

per vedere questa scena stravagante.

Bastiano arrivò in quel momento

ha visto il fuoco e non e non disse niente.

A me hanno fatto questo danno

con il Signore se la vedranno questi pezzenti.

Na cosa ancora vi vuogghiu diri

ri Bastianu,quannu pi tantu tempu

ia a trovagghiari versu lu continenti

pi purtari tanta roba a li mercati,

girannu e furriannu ‘nda tanti cittati,

chissà faccìa Bastianu u rannazzisi

girava sempri nda tanti paisi

pi tirari avanti e putiri campari.

Assai ni visti poviru criaturi

Ma non fu mai capaci

A qualcun ri farici mari,

era ri tutti rispittatu e sempri ri beni vurutu

e unni rivava, li porti l’amici ci ana aprutu.

Prima cu li carretti pi tantu tempu travagghiau

E ri tanti fatichi illu mai si stancau,

‘nda la so vita tanti sacrifici fici

e passau puru qualchi guaio bruttu e nfilici

fu macari ru mpocu ri mara saluti prissighuttatu

e pirdia a paci poviru svinturatu,

tanti spitari Bastianu avia giratu

e pi fortuna assai n’avia superatu.

Ancora una cosa vi voglio dire

di Bastiano, quanto per tanto tempo,

è andato a lavorare verso il continente

per portare tanta roba nei mercati,

girando e rigirando per tante città, 

Questo faceva Bastiano il randazzese

girava per tanti paesi

per tirare avanti e poter campare.

Assai ne vide povera creatura,

ma non è stato mai capace

di fare del male a qualcuno,

era da tutti rispettato e da tutti ben voluto

e dove arrivava, gli amici gli aprivano le porte.

Prima con i carretti per tanto tempo ha lavorato

e di tante fatiche non si è mai stancato,

nella sua vita tanti sacrifici fece

ed ha passato pure qualche guaio brutto ed infelice.

Fu pure da un po’ di mala salute perseguitato

ed ha perso la pace povero sventurato,

tanti ospedali aveva girato

e per fortuna assai ne aveva superato.

Ma rivau lu iornu ca non ci fu chiù nienti ra fari

Na marattia brutta a Bastianu lu curpìu

E la so vita cussì prestu finìu.

E pi chiuriri na cosa a tutti vi vogghiu diri

Ca non mi possu chiui prilungari

Ri Bastianu tanti cosi vulissi diri

Ca ri la so vita u romanzu putissi fari

E vi lu dici mentri ca ci pensu

Ca tutti sti paroli li scriviu l’amicu Vicenzu.

Ci pensa sempri Vicenzu

Macari ca fussi un baruni

Si ricorda sempri lu nomu ri Bastianu Anzaluni.

Ma arrivò quel giorno che non c’è stato nulla da fare,

una malattia brutta a Bastiano lo colpì

e la sua vita così presto finì.

E per chiudere una cosa vi voglio dire

che non mi posso più dilungare,

di Bastaiano tante cose vorrei dire,

che della sua vita un romanzo potrei fare,

e ve lo dico mentre che ci penso

che queste parole li ha scritte l’amico Vincenzo.

Ci pensa sempre Vincenzo

magari anche se diventassi un barone

si ricorderà sempre in nome di Bastiano Anzalone

 

 

     Pippo Anzalone con il padre       Sebastiano.

        Bastiano Anzalone sul suo Carretto.

 

 

 

  La famiglia Anzalone

 

 

 

 

Giovanni Di Giovanni – L’ebraismo in Sicilia (1748)

Magro M. Teresa- Considerazioni sui vasi plastici siciliani nella collezione Vagliasindi di Randazzo

 

Considerazioni sui vasi plastici siciliani presenti nella collezione Vagliasindi di Randazzo

 

I vasi plastici sono da considerarsi una classe fittile strettamente legata alla coroplastica. Di seguito si vuole proporre alcune notazioni tipologiche su un gruppo di esemplari provenienti dalla necropoli di Santa Anastasia di Randazzo in provincia di Catania rinvenuti nel 1886.

La collezione Vagliasindi.

La collezione Vagliasindi.

Il sito è conosciuto in letteratura sin dai primi del novecento, a seguito di una breve comunicazione di Paolo Orsi in Notizie degli scavi dell’Antichità del 1907, della campagna di scavi archeologici da parte della Soprintendenza Archeologica di Siracusa, un’altra campagna sotto la direzione dell’architetto Patricolo della Soprintendenza alle antichità di Palermo. I reperti, rinvenuti in occasione della prima campagna di scavo da Paolo Vagliasindi, rimasero di proprietà dello stesso proprietario del fondo ed erano esposti privatamente nel palazzo di sua proprietà fino al bombardamento aereo del 1943 che colpì il palazzo ed anche la collezione.
Nel 1996 furono esposti nel Museo Civico di Randazzo intitolato al suo scopritore dopo un’accurato lavoro di assemblaggio e restauro, mentre una considerevole parte è stata divisa i tra i musei archeologici di Siracusa e di Palermo.
Si deve a Barbara Heldring la coniazione del termine vaso plastico e la loro classificazione basata sulla distinzione delle caratteristiche vascolari e decorative, che la porta a suddividerli in tre gruppi.
  –   Il primo gruppo, il “ Syracuse group”, raccoglie gli esemplari dell’area sud est della Sicilia e per i quali propone come centro di produzione la stessa città.
 –   Il secondo gruppo raggruppa gli esemplari presenti nei centri del nordest della Sicilia e che denomina il “Randazzo group”, e il cui centro di produzione non sarebbe identificato.
  –  Infine il terzo gruppo, chiamato il “Selinunte group”, venivano prodotti in loco e con imitazioni nell’area circostante.

Riguardo agli esemplari del Museo Vagliasindi, nel catalogo della Heldring risultano 13 esemplari tra interi e frammentari attribuiti al Randazzo group ed un esemplare attribuito al Syracuse group, a cui aggiunge un esemplare del Museo Salinas di Palermo proveniente dagli scavi nella stessa necropoli. Per i due gruppi la Heldring propone due datazioni diverse, tra la fine del VI secolo e gli inizi del V per il gruppo siracusano e la seconda metà del V secolo per il gruppo randazzese.
Dopo i restauri e gli assemblaggi avvenuti prima della loro esposizione nel Museo Civico in realtà gli esemplari plastici risultano in numero di otto in quanto almeno tre frammenti indicati dalla Heldring sono stati ricomposti a formare un vaso configurato a colomba che presenta la testa rotonda con occhio di forma circolare applicato ed il becco appuntito. La vasca di forma allungata è desinente a ventaglio con il rendimento della coda con tratti a stecca, mostra la presenza di un beccuccio cilindrico di versamento sul un lato del dorso (Fig. 1).

La tipologia dei vasi può essere divisa in due categorie in base alla forma del contenitore, in quanto un tipo si presenta come un contenitore ovoidale allungato a cui vengono aggiunte le zampe, le orecchie, e la coda, e con l’aggiunta di due piccole appendici forate sul dorso e di un’apertura circolare che dimostra l’uso del vaso finalizzato a contenere dei liquidi. In alcuni casi è aggiunto un beccuccio troncoconico simile a quello dei gutti impostato sul dorso, come nel caso del vaso configurato a topolino (Fig. 2),

o su un lato come nel caso della colomba, il secondo tipo, costituito da un askos con tre sostegni tubolari e con l’inserzione di una parte modellata a pieno, conservando comunque le appendici forate che permettevano di sospendere il vaso in posizione orizzontale tramite una cordicella e l’apertura circolare al centro (Fig. 3).

All’interno di questi due gruppi si distinguono diverse tipologie decorative, che si differenziano : una prima tipologia con decorazione a motivo a tralci vegetali con foglie d’edera in vernice nera sovra dipinta sull’argilla che decora la parte superiore dell‘askos attorno all’apertura superiore e in sei esemplari (centauro, delfino, tre topolini), una seconda con la presenza di vernice nera che copre interamente la superficie (due topolini, due cavalli, e una colomba) che appare completa solo in un esemplare, mentre negli altri esemplari è visibile solo in parte (Fig. 4).

Per il primo tipo si distinguono due diverse fatture sulla base del colore dell’argilla utilizzata e per la tipologia decorativa, in quanto la maggior parte degli esemplari presenta la decorazione sul fondo dell’argilla di colore rosa pallido con un disegno piuttosto “affrettato” delle foglie d’edera, come nel caso del vaso configurato a delfino (Fig. 5).

Anche nel caso del vaso configurato a cavallo le briglie sono rese da piccole foglioline accostate, mentre nel caso di due vasi configurati forse a topolino (Figg. 6 e 7) la decorazione sovra dipinta vegetale è piuttosto accurata e a foglie perfettamente cuoriformi, così come il rendimento anatomico degli occhi e del muso reso da piccolo puntinato è stesa su un ingobbio lucido rossastro che lo contraddistingue.

Figg. 6 e 7

Figg. 6 e 7

Di tipo diverso è il vaso plastico configurato a centauro (Figg. 8 e 9) che presenta l’aggiunta di un busto umano modellato a pieno impostato nel recipiente che mantiene le caratteristiche dell’ esemplare configurato a cavallo. Il busto è modellato con le spalle piuttosto strette ed i pettorali evidenziati da solchi resi con l’uso della stecca ed evidenziati dall’uso di colore nero.
Le braccia, ripiegate al gomito e tese in avanti non complete, probabilmente sostenevano un attributo.
La testa di forma allungata, con la mandibola pronunciata e rivolta in avanti, presenta un naso dalle grosse narici, una fronte bombata, occhi resi tramite profonde solcature oblique con il rendimento della pupilla, ed una corta capigliatura a riccioli che copre il capo sormontata da un piccolo copricapo di forma triangolare.

Figg. 8 e 9

Figg. 8 e 9

Passando in rassegna gli esemplari di vasi plastici esposti nei musei siciliani è evidente che l’antropomorfizazione si presenta per lo più nella configurazione femminile, resa con l’inserimento della sola testa nell’askos come nel caso dell’esemplare proveniente da Santa Maria di Licodia del Museo Archeologico Regionale “Paolo Orsi” di Siracusa, mentre resta assolutamente sino adesso isolato l’esempio maschile costituito da nostro centauro. Resta non chiara la sua caratterizzazione, definito di tipo caricaturale dalla Heldring ma che definirei piuttosto volutamente mostruoso. Tra le raffigurazione di centauro presenti nel mondo greco, per citare i più noti, sia la statuetta da Lefkandi del Museo Archeologico di Eretria (Fig 10), che l’askos del Museo Archeologico di Cos (Fig. 11) mostrano la voluta diversità del personaggio tramite delle anomalie, come è il caso della presenza di sei dita.

Figg. 10 e 11

Figg. 10 e 11

Il nostro centauro, che doveva probabilmente sostenere un ramo, come è consuetudine nelle raffigurazioni di centauri sui vasi, ma le cui braccia possono essere state volutamente rotte, e presenta anche un altro attributo, lo strano copricapo a piccole falde con tre punte che ricorda il petaso, è raffigurato in modo volutamente sgraziato e con un aspetto semi ferigno. È possibile tentare una identificazione del nostro centauro ? Un’ipotesi possibile che sia da identificarsi con chirone in quanto educatore di eroi, ma anche legato al mondo dei morti pertanto la sua collocazione in ambito funerario, sarebbe da considerarsi un messaggio implicito di educatore di fanciulli ma anche di accompagnatore o viaggiatore dell’oltretomba.

Benchè per i vasi plastici di Santa Anastasia non si hanno i dati di scavo per poter identificare l’età e il sesso dell’inumato, in altri contesti si hanno attestazioni della loro presenza in sepolture infantili, probabilmente utilizzati in rituali funerari come vasi per versare. Ma si ipotizza anche durante i riti di passaggio e di iniziazioni giovanili che potrebbero motivare la scelta dei soggetti quali la colomba e il porcellino presenti nelle statuette femminili di offerenti e dunque legati alla sfera femminile e ed il cavallo per la maschile.

Oltre ad un confronto stilistico sarebbe necessario effettuare delle analisi delle argille per l’indentificazione dei centri di produzione di questa classe ceramica che inizia a diffondersi con il declino delle importazione dai centri ionici di oggetti di lusso, quali i balsamari configurati probabilmente in connessione con gli avvenimenti politici del tempo, come la conquista persiana della Lidia e delle poleis greche d’Asia.

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Bibliography

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P. Orsi, “Scavi e scoperte nel sud-est della Sicilia, XII Randazzo, Necropoli di S.Anastasia, in NSc (1907), pp. 495–497.

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A. Pautasso, M. Albertocchi, “Nothing to do with trade ? Vasi configurati, statuette e merci dimenticate tra Oriente e Occidente”, in R. Panvini, G. Guzzone, L. Sole (a cura di), Traffici, commerci e vie di distribuzione nel Mediterraneo tra Protostoria e V secolo a.C., Palermo (2006) pp. 283-290.

G. E Rizzo, “Una necropoli greca a S. Anastasia, presso Randazzo, e la collezione Vagliasindi”, Bullettino dell’Imperiale instituto archeologico germanico, vol. XV (1900) p. 237- 260.

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G.Zahlhass, « Aus Noahs Arche. Tierbilder der Sammlug Mildenberg aus fünf Jahrtausenden », Catalogue of exhibition at the Prahistorische Staatsammlung Munchen, Museum fur Vor-und Fruhgeshichte, October 11th, 1966 to January 12th (1977), p. 82 n. 65.

List of illustrations

Title La collezione Vagliasindi.
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Title Fig. 1
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Title Fig. 2
URL http://journals.openedition.org/acost/docannexe/image/440/img-3.jpg
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Title Fig. 3
URL http://journals.openedition.org/acost/docannexe/image/440/img-4.jpg
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Title Fig. 4
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Title Fig. 5
URL http://journals.openedition.org/acost/docannexe/image/440/img-6.jpg
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Title Figg. 6 e 7
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Title Figg. 8 e 9
URL http://journals.openedition.org/acost/docannexe/image/440/img-8.jpg
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Title Figg. 10 e 11
URL http://journals.openedition.org/acost/docannexe/image/440/img-9.jpg
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Maria Teresa Magro .

mariateresa.magro@virgilio.it

Angela Militi – La visita di monsignor Tommaso Moncada-13-29 dicembre 1746

 

13-29 dicembre 1746: la visita generale di monsignor Tommaso Moncada, arcivescovo di Messina, nel “Libro rosso” della chiesa di San Nicola

Mariangela Niglio – La Conservazione della Cinta Muraria di Randazzo.

Mariangela Niglio – La Conservazione della Cinta Muraria di Randazzo 

 

Nell’ambito del progetto del comune di Napoli:  “Roberto Di Stefano – Filosofia della Conservazione e Prassi del Restauro”.

 

La_schedatura_delle_cinte_murarie_mediev

 

Vedi ” La Cinta Muraria di Randazzo” a cura di Lucio Rubbino.

La Settimana Santa

tradizioniSettSanta - foto

La tradizione nella Settimana Santa a Randazzo

Pubblicazione curata dalla IV^ A  Anno 1 n. 6 IPSIA  “E. Fermi” — Randazzo     Giugno 2000

Più che alla storia e ai monumenti, di cui esistono molte valide e approfondite pubblicazioni, abbiamo deciso di dedicare il numero di giugno di IPSIA NEWS esclusivamente alle tradizioni popolari di Randazzo e in particolare alla tradizione nella Settimana Santa.
Purtroppo molte tradizioni via via si sono perse, travolte dalla nostra moderna società.
Le nuove generazioni non hanno trovato interesse a riprenderle e farle rivivere anche perché la gran parte di esse era legata a una civiltà contadina ormai scomparsa.
Nonostante ciò la tradizione nella Settimana Santa, espressione della fede popolare, ancora oggi viene vissuta dagli abitanti del paese, anche da parte delle nuove generazioni, con una intensità e una partecipazione significative.
Gli animatori e i custodi principali della tradizione nella Settimana Santa a Randazzo sono le Confraternite.
Nel passato le Confraternite assumevano nomi diversi in base alla classe sociale di appartenenza dei confrati.
Si distinguevano infatti:

  –  Le Società, che riunivano persone appartenenti alle classi sociali più povere.

  –  Le Confraternite, che riunivano persone appartenenti alle classi sociali che avevano una certa disponibilità economica.

  –  Le Arciconfraternite, che riunivano persone appartenenti alle classi sociali più elevate.

Ogni Confraternita era legata a una Chiesa.
Randazzo, tra grandi e piccole, aveva moltissime Chiese, molte delle quali andate distrutte dai bombardamenti della seconda guerra mondiale (luglio 1943).
Comunemente si pensa che furono i Padri Gesuiti, che avevano il loro Collegio nell’attuale via Umberto al numero civico 165 (ancora oggi al primo piano ne è visibile lo stemma), a diffondere presso le Chiese di Randazzo, a partire dal 1600, Società, Confraternite e Arciconfraternite.

CURIOSITA’: Le Confraternite sono solo maschili. Non è documentata l’esistenza di Confraternite femminili.

Unica testimonianza, di cui non c’è riscontro in altri documenti, è quella di Salvatore Cucinotta il quale nella sua opera “Popolo e clero in Sicilia nella dialettica socio-religiosa fra Cinque-Seicento” edizioni storiche Siciliane, Messina 1986, a pag 140 afferma che:

“A Randazzo, in diocesi di Messina, esisteva nel 1591 la confraternita di S. Giacomo di li fìmmini “ Le Confraternite erano quindi operanti a Randazzo ben prima del 1600.

 

Venerdì Santo – 1979. foto di Salvatore Munforte

 

foto di Vincenzo Rotella – Venerdì Santo del 27.03.1970 Randazzo

 

 

Nella sua tesi di laurea in diritto ecclesiastico, dal tema   “Le Confraternite di Randazzo nella Storia e nel diritto ecclesiastico” discussa all’Università di Bologna nel 1937, relatore il Prof. Cesare Magni, il defunto barone Francesco Fisauli, citando degli atti notarili conservati presso I ‘Archivio Comunale di Randazzo (andato in gran parte distrutto con i bombardamenti del 1943), attesta che già dal XIV secolo a Randazzo le Corporazioni (o Artes o Scholae) di arti e mestieri avevano fatto costruire a loro spese piccole Chiese sia nelle zone periferiche entro le mura della città, sia in zone fuori le mura della città.
Queste Chiese non dipendevano dal Clero.
Le funzioni religiose erano celebrate da un cappellano stipendiato dalle Corporazioni e quindi non dipendente dall ‘Arcivescovado di Messina. I soci vi si riunivano per pregare, per seppellirvi nelle cripte i loro morti e per discutere liberamente dei loro problemi. I beni di queste Chiese e quindi delle Confraternite andavano aumentando sempre più per i lasciti dei confrati. Le proprietà terriere erano costituite soprattutto da “orti di gelso richiestissimi a Randazzo per la fiorente attività collegata alla coltura del baco da seta.
Il nome Confraternite (dal latino “cumfrater”) risale al XVI secolo. Prima di questa data, afferma il Fisauli, le Confraternite erano dette “case “; questa definizione si trova in tutti i testamenti del 1500 nei quali il testatore indicava la “casa “ o confraternita che doveva essere chiamata a recitare le preghiere ai suoi funerali.
Il nome “casa ” derivava dal piccolo oratorio che ogni Chiesa aveva.
L ‘oratorio era tanto umile da essere definito appunto “casa”; nel XVI secolo la “casa ” venne chiamata “domus disciplinantium” (casa degli educanti). La “casa” era utilizzata anche come piccolo ospedale sia per i confrati che per i pellegrini.
Elenca il nome di quindici “Case ” o Confraternite ed espressamente afferma che ve ne erano anche altre. Eccone i nomi:

  • Nel 1505 esistevano già le Confraternite di:
    Maria SS.ma Annunziata,
    Maria SS.ma della Misericordia (che nel 1627 diventerà Arciconfraternita del SS. Crocefisso in S. Martino),
    S. Barbara,
    Spirito Santo,
    S.   Maria de Itria,
    S. Margherita,
    S. Giovanni Evangelista,
    Tutti Santi,
    S. Anna,
    SS. Trinità.
    Lungo il XVI secolo vengono fondate quelle di:
    S Maria di Loreto,
    S. Maria della Carità,
    S.Sebastiano.
    Lungo il XVII secolo quelle di:
    Signore della Pietà,
    SS Rosario.

 

 

Queste affermazioni il Fisauli le documenta soprattutto con gli Atti notarili conservati nell ‘Archivio Comunale di Randazzo, andato in gran parte distrutto a causa dei bombardamenti del 1943.
Da altri elenchi si possono conoscere i nomi di altre confraternite: S. Pietro, S. Vito, S. Giacomo

Tutte le Confraternite avevano soprattutto uno scopo: stimolare i soci alla pratica religiosa e all’assistenza verso i confrati.

Il Codice di diritto Canonico al canone 685 afferma che le Confraternite hanno lo scopo: 

       “vel ad perfectiorem vitam christianam inter socios promovendam, vel ad aliqua pietatis aut charitatis opera exercenda, vel denique ad incrementum publici cultus”
(o a promuovere tra i soci una più perfetta vita cristiana, o a esercitare opere di pietà o di carità, o a incrementare infine la pubblica devozione).

L’appartenenza a una Confraternita nel nostro tempo non sembra più avere un senso, ma nel tempo passato era ritenuta importantissima per vari motivi. Ne citiamo alcuni:

non esistendo l’INPS o il servizio sanitario pubblico, il confrate si assicurava un’assistenza al momento del bisogno, soprattutto in punto di morte.
  –  non esistendo i cimiteri, il confrate assicurava a sé e ai suoi familiari un posto dove essere seppellito.

  –  data l’importanza che la Religione rivestiva sia nella vita pubblica che nella vita privata, il confrate aveva il privilegio di acquistare delle indulgenze parziali o plenarie in determinate circostanze. (l’indulgenza plenaria cancella tutta la pena, l’indulgenza parziale cancella  parte della pena che deve essere scontata per i propri peccati veniali in Purgatorio).
  –  Anche oggi alcune Confraternite, soprattutto le Arciconfraternite, assicurano ai loro aderenti una sepoltura al cimitero comunale di  Randazzo nelle Cappelle di proprietà.
  –  Tutte fanno celebrare tre SS Messe in suffragio delle anime dei confrati, subito dopo la loro morte, e ne accompagnano la salma al  cimitero.

CURIOSITA’:
Le due Arciconfraternite e la Società di S. Giovanni Battista possiedono nel Cimitero di Randazzo una Cappella ciascuna.

La più antica è quella dell ‘Arciconfraternita delle SS. Anime del Purgatorio di S Nicola, la più recente quella della Società di S. Giovanni Battista in S. Martino.

Non sappiamo con precisione quando fu “inaugurato ” il Cimitero di Randazzo. Sappiamo però che la lapide più antica, ancora esistente nella zona pericolante che dovrebbe essere restaurata, porta la data 1836.
Probabilmente a partire da questa data i defunti dovettero essere tumulati obbligatoriamente nel Cimitero e non più nelle cripte delle Chiese.
Le cripte più utilizzate a Randazzo negli ultimi tempi erano quelle di S. Maria di Gesù (S. Maria Giesu), vicino a S. Pietro e quella di S. Francesco d’Assisi, che si trovava nel piazzale rialzato di Piazza Municipio.
Ambedue queste Chiese sono state distrutte dai bombardamenti del 1943.
Le famiglie benestanti usavano le cripte delle piccole Chiese di loro proprietà.
Nella Cappella del cimitero di Randazzo di proprietà dell ‘Arciconfraternita delle SS. Anime del Purgatorio di S. Nicola il loculo più antico porta la data 1939.
Questo non significa che i confrati deceduti incominciarono ad essere tumulati a partire da questa data. Infatti sotto il pavimento della Cappella vi sono due grandi stanze piene di bare, accatastate le une sopra le altre.
Sotto la Cappella dell ‘Arciconfraternita del Crocifisso vi è una sola stanza con le bare accatastate.
La Cappella della Società di S. Giovanni Battista, costruita dopo la seconda guerra mondiale, ha solo loculi, in tutto 198. La lapide più antica porta la data 1951.
Sono ormai pochi coloro che chiedono di essere seppelliti nelle cappelle delle Confraternite, che del resto oggi si presentano in stato di abbandono, ad eccezione di quella della Società di S. Giovanni Battista che è stata restaurata.

(*) Fino al 1928 il Regno d’Italia demandava alla Chiesa I ‘anagrafe dei nati, dei matrimoni e dei morti.
A partire dal 1928 1’ufficio di anagrafe, per legge, fu regolamentato dai Comuni. Prima di questa data ad esempio nessun ufficio era in grado di rilasciare uno Stato di famiglia.

Durante i riti della Settimana Santa dell’anno 2000, da lunedì 16 a sabato 22 aprile, con il loro tradizionale palio hanno sfilato a Randazzo:

  –  La confraternita di Maria SS Addolorata in S. Pietro, che un tempo riuniva braccianti e contadini.

 –  La confraternita dell’Addolorata, che precedentemente si chiamava Confraternita di Maria SS.ma degli Agonizzanti, non possiede alcun documento manoscritto che ne attesti la data di fondazione. Ha solo un recente dattiloscritto in cui tra l’altro si legge: data di fondazione 20 luglio 1834; data di autorizzazione da parte di Ferdinando II, re delle due Sicilie, 13 febbraio 1836.

  –  La confraternita di Maria SS Annunziata della Chiesa dell’Annunziata (fondata il 25 maggio 1686), che un tempo riuniva massari, inquilini, mezzadri e gabelloti, contadini cioè che avevano un reddito maggiore rispetto agli aderenti alla Confraternita dell’Addolorata.

CURIOSITA’: Massari, inquilini, mezzadri e gabelloti erano contadini che oltre i terreni di loro eventuale proprietà, coltivavano in proprio anche i terreni avuti in affitto dai “Cavalieri” ai quali versavano un canone o in denaro o in prodotti della terra; in quest ‘ultimo caso il canone veniva detto ” tirraggiu ” o ” cuvirtura.

Tirraggiu o cuvirtura variavano in base alla fertilità del suolo.

A cuvirtura ” ad esempio variava da mezza a due; chi pagava un canone di ” ‘na cuvirtura doveva versare Kg. 16 di grano per ogni “tumuru ” di terra. A Randazzo un “tumuru ” di terra equivale a l. 091 metri quadrati.

  –  la confraternita del S. Cuore, costituita il 12 novembre 1950, lasciata chiudere dagli stessi confrati nel 1966 e ricostituita nel 1999.

 –  l’arciconfraternita del SS Crocefisso in S. Martino (fondata il 12 gennaio 1627 con la incorporazione della Confraternita di Maria SS.ma della Misericordia), che un tempo riuniva artigiani ( “a mastranza” ) e “Cavalieri” legati alla nobile famiglia dei Vagliasindi;

  –  l’arciconfraternita del SS Crocefisso in suffragio delle Anime Sante del Purgatorio in S. Nicola di Bari (fondata il I luglio 1632), che un tempo riuniva artigiani ( “a mastranza” ) e “Cavalieri” legati alla nobile famiglia dei Fisauli;
 

Confraternita Sacro Cuore di Gesù – Randazzo


CURIOSITA‘:
l’arciconfraternita del SS Crocifisso e l’arciconfraternita delle SS. Anime del Purgatorio di S. Nicola fino al 1866, anno in cui anche i beni di queste associazioni vennero incamerati dal Regno d’Italia, erano molto ricche.

In quei lontani anni il bilancio del Regno d’Italia assommava a lire cinquantamilioni circa. La sola arciconfraternita delle SS Anime del Purgatorio di S. Nicola aveva rendite annue o “canoni derivanti da terreni e fabbricati, per una somma di lire tremila.

Gli introiti dovevano essere spesi in beneficenza e in “legati ” o obblighi di spesa, indicati dal benefattore che lasciava le sue eredità alle Confraternite.

Nella sua già citata tesi di laurea, Francesco  Fisauli afferma che le Confraternite più ricche si obbligavano a:

  –  distribuire onze 18 annuali ai più poveri (9 onze a Pasqua e 9 a Natale);

  –  dare un vestito di lana -una tantum- ai poveri bisognosi;

  –  dare il vitto ai bisognosi nelle giornate di Natale, Carnevale e Pasqua;

  –  dare 10 onze all’anno ai poveri carcerati

Francesco Fisauli cita anche alcuni atti notarili del notaio Antonio Currenti del 13 novembre 1569 e del 23 maggio 1600

In quello del 1569 la Confraternita di S. Pietro e altre confraternite si impegnavano, ciascuna per conto proprio e per 4 anni consecutivi, a dare 10 onze di dote per il matrimonio di un ‘orfana “vergine, povera e figlia di confrate”

In quello del 1600 la Confraternita della SS. Trinità si impegnava a dare 10 onze di dote per il matrimonio di un ‘orfana “magis formosa et periculosa”.
In questo stesso atto vi è espressamente detto che qualsiasi intromissione dell’Arcivescovo di Messina nella designazione dell ‘orfana “magis formosa et periculosa” rendeva nulla la scelta.
Tolta la confraternita del S. Cuore che, in quanto nuova, non ha un ruolo tradizionale alle spalle, le altre quattro confraternite hanno a turno la regia delle processioni nei vari giorni della Settimana Santa.
E tutte fanno a gara a chi organizza la migliore processione con i migliori “figuranti” possibili.
Ad eccezione della confraternita dell’Addolorata, le altre confraternite consentivano solo ai soci e ai parenti dei soci il privilegio di ricoprire i vari ruoli dei figuranti; oggi essi hanno solo la precedenza sulle richieste dei non soci.
La confraternita dell’Addolorata invece metteva e continua ancora oggi a mettere all’asta i ruoli dei figuranti, ad eccezione dei “babaluti“, di cui parleremo più avanti.
Era questo un modo per la Confraternita, un tempo la più “povera”, di reperire ulteriori risorse economiche dato che le modeste contribuzioni annuali dei confrati erano insufficienti a coprire le spese che dovevano essere affrontate.
Una notazione, prima di iniziare a parlare dei figuranti: venendo a mancare una precisa conoscenza e un devoto amore per la tradizione storica, molti piccoli ma significativi particolari, come vestiti, colore dei vestiti, modalità di vestire… potrebbero perdersi, cedendo il posto a generiche “innovazioni”.
Il nostro lavoro vuole anche essere un modesto contributo offerto alle Confraternite, perché custodiscano gelosamente la tradizione e impediscano che essa si perda o venga stravolta.
In ogni caso, e su questo siamo sicuri che tutti ne convengono, qualunque “innovazione” deve essere introdotta dopo attento studio della tradizione, soprattutto spagnola. 

 

I due “Gonfaloni” della Settimana Santa custoditi dalla Confraternita dell’Annunziata

 

I “BABALUTI”

 

Confraternita di S. Pietro con Palio e Confraternita di S. Pietro con Croce e sergentina Nicodemi

 

Cristo alla Colonna.

 

Veronica e tre Marie con “capurra” – Pie donne con “fazzurituni”

 

Le Tre Marie con la tradizionale “capurra”

 

I “figuranti” sono:
  –  Due Nicodemi che scortano la Croce.
Rappresentano Nicodemo, che aiuta Gesù a portare la Croce e Giuseppe d’Arimatea che aiuta a deporre Gesù dalla Croce.
Indossano pantaloni di velluto o di seta damascata a mezza gamba, chiusi con un bottoncino dorato e una giacca di velluto di colore bordeaux, ma anche verde o blu, impreziosita da fili di oro, pizzi, merletti e ricami. Pantaloni e giacca possono essere dello stesso colore o di colore contrastante.
Sotto la giacca un tempo indossavano un gilè dello stesso colore dei pantaloni, arricchito con preziosi ricami. Oggi la giacca è chiusa con bottoni o alamari dorati e quindi il gilè è scomparso. In testa portano un turbante di seta guarnito di oro e piume di pavone. Fino a qualche anno addietro portavano la “gorgiera”, il classico colletto spagnolo formato da rotondeggianti pizzi.
Sulla spalla tengono una scaletta di legno, simbolo della loro funzione.
Gli ori e i brillanti che arricchiscono il loro turbante vengono messi a disposizione per la circostanza da parenti e conoscenti.
Una volta era la confraternita a conservare i costumi e a metterli a disposizione dei figuranti della Settimana Santa, oggi sono le famiglie degli stessi Nicodemi a confezionarli o a farli confezionare.
  –   S. Giovanni Battista, impersonato da bambini solo maschi con rigorosi capelli ricci (naturali o con parrucca) e che non superano i quattro anni di età.
Sono vestiti di una tuta di lana rosa-carne con a tracolla la pelle di un agnellino immacolato (guai ad esserci anche una piccola macchia!); nelle mani portano una piccola croce con la scritta “Ecce Agnus Dei” e un agnello in peluche. In testa hanno un’aureola dorata; ai piedi portano sandali dorati alla schiava intrecciati.
  –   Angeli, impersonati da bambini maschi o femmine che non superano i tre anni di età.
Sono vestiti di una tunica o bianca o rosa o azzurra con alle spalle le ali. In testa portano una coroncina dorata di stelle; in mano un calice. La tunica e le ali sono impreziositi da fili dorati e stelline

  –  la Veronica e le tre Marie (Marta, Maria, Maddalena). 

Se vengono impersonate da bambine fino a dieci anni di età, vestono:  un abito lungo nero con pieghe davanti e il colletto rotondo bianco, simile al classico vestito di Santa Rita; un velo tutto nero (o con esterno nero e interno bianco) da suora che scende dal capo sulle spalle; un’aureola argentata sulla testa.
La Veronica porta in mano un telo di lino con dipinto il volto di Gesù, mentre le tre Marie portano un fazzolettino bianco ricamato.

CURIOSITA’: La tradizione di vestire la Veronica e le tre Marie da suore e precisamente da monache benedettine, è secolare.
A Randazzo infatti erano le suore benedettine a preparare le giovinette alla Settimana Santa e le vestivano con i loro abiti.
Soppressi i Monasteri nel 1866, la tradizione non venne abbandonata.
La Confraternita delle SS Anime del Purgatorio veste le tre Marie in maniera diversa dalla Veronica e precisamente: un vestito di raso (un tempo era di seta o di damasco) di colore diverso per ogni Maria (azzurro, rosa, viola); un grande pizzo nero, che partendo dalla testa, adornata da un’aureola argentata, ricopre le spalle.

CURIOSITA: Il pizzo è ripreso dalla tradizione spagnola e ancora oggi qualcuno lo chiama “capurra”.
Nei secoli passati e fino alla seconda guerra mondiale, la “capurra” era uno dei doni che la novella sposa riceveva dalla famiglia del marito.
Nelle processioni di quest ‘anno (2000) abbiamo potuto vedere con i nostri occhi preziosissime “capurre più che centenarie.
Fino alla seconda guerra mondiale e anche oltre, la “capurra” era portata in processione solo dalle Veroniche delle Arciconfraternite, in quanto figlie di benestanti.
Le Veroniche delle Confraternite utilizzavano “u fazzurituni” una più umile grande stoffa quadrata, simile a un gran foulard, di colore scuro che, piegato a triangolo, veniva messo in testa e fatto scendere sulle spalle.
Il pizzo nero è proprio della tradizione spagnola, per la quale il colore del lutto è il nero.
Da circa cinque anni qualche confraternita consente alle figuranti di portare il velo bianco, rifacendosi alla tradizione più antica, quella arabo-musulmana, per la quale il colore del lutto è il bianco.

Se a impersonare la Veronica e le tre Marie sono ragazzine con più di dieci anni di età.

l’Arciconfraternita delle SS Anime del Purgatorio di S. Nicola le associa al gruppo delle Pie donne e le veste in questo modo:

La Veronica: un vestito di velluto nero con inserti bianchi; in testa la “capurra”; ai piedi sandali romani; nelle mani il telo di lino con impresso il volto di Gesù.
Le tre Marie: un vestito di lino grezzo; una mantella di velluto con colori diversi per ogni Maria (marrò, bordeaux, verde scuro); la “capurra” in testa senza aureola; sandali romani ai piedi.

L’ Arciconfraternita del SS. Crocifisso di S. Martino veste:

La Veronica con il vestito di S. Rita con in testa “fazzurituni” e in mano il telo con il volto di Gesù.
Le tre Marie e le Pie donne con un vestito di raso di colori diversi e in testa “fazzurituni”

  —  Cristo alla colonna, o “Cristu a’ curonna” che procede da solo, a centro strada, portando un piccolo bastone dietro le spalle. Rappresenta il momento della flagellazione di Gesù.

  —  Cristo coronato di spine, o “Cristu a’ canna” che procede come sopra con una canna in mano. La canna rappresenta lo scettro che i soldati diedero in mano a Gesù, dopo averlo incoronato di spine e coperto con un mantello rosso.

  —  Cristo Che porta la Croce, o “Cristu a’ cruci” che procede portando la Croce, unitamente ai due ladroni (in questi ultimi anni sfila in mezzo a due soldati).

I figuranti dei punti  5 — 6 — 7  fino ad alcuni anni addietro erano chiamati “babaluti”, perchè vestiti di bianco e con il volto coperto da un copricapo a cono rovesciato anch’esso bianco. Il copricapo presentava due fessure in corrispondenza degli occhi.
Cristo coronato di spine rispetto alle altre due figure portava sulle spalle una mantelletta rossa.
Cristo che porta la Croce era scortato dai due ladroni, anch’essi vestiti da “babaluti”

I “babaluti” erano espressione di una mentalità popolare molto diffusa: la figura del Cristo non poteva prendere il volto di una persona comune.
Questo “rispetto” ora non c’è più e quindi chi impersona il Cristo mostra anche il proprio volto.

Nota importante: I figuranti delle varie confraternite possono sfilare solo nel giorno in cui la loro confraternita organizza la processione. La sera del Venerdì Santo invece tutte le Confraternite possono portare con sé i loro figuranti ad eccezione dei due Nicodemi, del Cristo alla colonna, del Cristo alla canna, del Cristo che porta la Croce, che devono essere obbligatoriamente quelli della Confraternita che organizza la processione. Poiché queste ultime tre figure non si trovano facilmente, quest ‘anno le ha presentate soltanto la Confraternita dell’Annunziata, che le ha fatto sfilare anche la sera del Venerdì Santo.

Da quindici anni a questa parte, le confraternite, hanno aggiunto altri figuranti e precisamente:

  –  le pie donne, vestite con tessuto di raso tutto di un colore, con mantella di velluto blu e con la”capurra” o il “fazzurituni”

  –  i dodici apostoli, rappresentati da altrettanti ragazzini vestiti con lunghe tuniche di colore scuro e un mantello di colore contrastante.

  –  Pietro, rappresentato da un bambino che veste una tunica di colore scuro con in mano un gallo di peluche.

  –  due “paggi” che portano su un cuscino di velluto rispettivamente una piccola lancia e i chiodi; sono vestiti con raffinati costumi spagnoli di velluto verde con intarsi di pizzo e guarniti con fili in oro antichizzato; al collo la “gorgiera” di cui abbiamo detto.

Come si può ben notare i figuranti della Settimana Santa sono carichi di una simbologia molto istruttiva che possiamo impropriamente definire la Bibbia dei poveri, come i grandi affreschi delle cattedrali medievali che istruivano il popolo su episodi della Sacra Bibbia o della vita dei Santi.

A nostro modesto parere questa caratteristica della tradizione dovrebbe rafforzare nel Clero l’idea di sostenerla e valorizzarla, per coinvolgere centinaia di persone di tutte le età nella celebrazione e nella rievocazione dello spirito della Settimana Santa e per raggiungere le menti e i cuori di tanti che vivono lontano dalla Chiesa.
Mantenendo viva la tradizione, il Clero contribuisce inoltre a coltivare la memoria storica, fondamentale per non smarrire, specie nel nostro tempo, l’identità propria e della comunità in cui si vive.

Immagini della Settimana Santa – foto di Pippo Dilettoso

     
     
 

 

 

Esaminiamo ora i singoli giorni della Settimana Santa.

Lunedì Santo

E’ il giorno della Confraternita dell’Addolorata che ha sede in S. Pietro.

Partecipano alla processione le Amministrazioni delle altre Confraternite, ma non delle Arciconfraternite.
Ogni Amministrazione è composta da un Governatore (detto anche Rettore), da un Primo Assistente e da un Secondo Assistente.

CURIOSITA’: Il Governatore o Rettore delle due Arciconfraternite un tempo doveva obbligatoriamente essere un “Cavaliere “.

Nella Confraternita del S. Cuore non esiste più la figura del “Governatore ” ma quella del “Presidente.
I Confrati vestono la tradizionale tunica bianca con mantella dello stesso colore del palio. Alle due estremità la mantella porta lo stemma (una volta in oro e argento) della Confraternita. Solo i più anziani e coloro che ricoprono una carica interna alla Confraternita possono indossare una mantella con fregi diversi. Il capo è coperto da un cappuccio bianco, che scende sulle spalle. Tunica, mantella e cappuccio vengono chiamati “cappa”.
Tutti procedono su due file laterali e portano in mano un cero acceso. Il Governatore, i suoi due assistenti, i soci più anziani e il “prefetto d’ordine”, cioè il confrate che ordina e dirige la processione, portano la “sergentina”.
“Sergentina”, è un termine di origine spagnola con cui si indica un bastone in osso con alla sommità una crocetta in argento. La “sergentina” doveva essere portata con guanti di pelle nera.

CURIOSITA’: fino agli anni cinquanta, durante i momenti di sosta della processione, alcuni confrati si staccavano dalle file laterali e si riunivano in cerchio a centro strada per cantare la verità di fede professata nel Credo “et Verbum caro factum est et habitavit in nobis” (e il Verbo si è fatto carne ed è stato in mezzo a noi).
Più che un canto era una originalissima nenia, modulata non sulle parole (che i confrati tra l’altro non conoscevano) ma sulle vocali, al punto che molti, soprattutto i giovanissimi, lo chiamavano il canto delle vocali.
In testa alla Confraternita vi è il palio. In mezzo ai confrati, a centro strada, sfilano i figuranti con questo ordine: Cristo alla colonna, Cristo coronato di spine e Cristo che porta la Croce Angeli   Veronica – S. Giovanni – Tre Marie Pie donne – Paggi – Apostoli.
La Croce, coperta da un velo nero, portata da un esponente della confraternita e scortata dai due Nicodemi, sfila per ultima.

CURIOSITA: Un tempo la Croce procedeva sotto un baldacchino ed era portata da un sacerdote che aveva in testa una corona di spine e al collo una corda che gli scendeva davanti e lo aiutava a portare la Croce.
Dietro la Croce si posizionano le Amministrazioni della Confraternita che organizza la processione e le Amministrazioni delle altre Confraternite.
Dietro ancora le autorità, civili e militari, e la banda musicale che suona meste musiche; per ultimi seguono i fedeli in religioso silenzio. Alle 19,00 inizia la processione che segue un percorso identico da secoli.

CURIOSITA’: In attesa, sui marciapiedi, moltissimi altri fedeli fanno ala al passaggio del Crocifisso; fanno il segno della Croce e danno la loro offerta.
I “distratti ” vengono richiamati dal suono delle monete in un secchiello d’argento che due Confrati ai due lati della strada fanno abilmente risuonare davanti a loro.
Solo le due Confraternite, quella dell ‘Addolorata e quella dell’Annunziata, raccolgono le offerte con il secchiello.
Le Arciconfraternite non lo hanno mai fatto.
La processione è seguita anche da due abili esperti in fuochi d’artificio.
Chi vuole, offre al passaggio del Cristo -per fede o per voto- uno o più spari ”
Addirittura vi sono quartieri che offrono la “mascatteria” (sparo di bombe in successione).
Giunti nella Chiesa Madre, S. Maria, la processione vi entra e vi ascolta la predica. Era ed è il modo per accostare il popolo alla pratica degli “Esercizi Spirituali”, o Quaresimale.
Una volta le Chiese erano piene, oggi lo sono di meno, anche se i riti esterni della Settimana Santa richiamano ancora la 
folla.
Subito dopo, la processione riprende il suo percorso e si ritira a S. Pietro verso le 22,30 circa.

Martedì Santo

E’ il giorno della confraternita dell’Annunziata, che ha sede nella Chiesa della Madonna dell’ Annunziata.

Confraternita dell’Annunziata – foto di Pippo Calà

CURIOSITA’: La Chiesa della Madonna Annunziata era dedicata a S. Silvestro.
All ‘interno della Chiesa oltre al gruppo dell ‘Annunciazione, vi è la statua di S. Silvestro Papa. Nei documenti ufficiali della Chiesa, ancora oggi, accanto all ‘intestazione Maria SS.ma Annunziata, si scrive tra parentesi “ex S. Silvestro”.
Come la Chiesa dell’Annunziata, anche molte altre piccole Chiese a Randazzo hanno cambiato nome, così come hanno cambiato nome quasi tutte le Confraternite.
Cerchiamo di scoprirne il perché.
Nella sua già citata tesi di laurea, Francesco Fisauli afferma che le Confraternite a partire dal 1600, con il Concilio di Trento, furono obbligate a dare all ‘autorità ecclesiastica un rendiconto dei beni che amministravano.
Il rendiconto si faceva non ogni anno, ma a gruppi di anni o quando veniva eletto un nuovo governatore.
Il rendiconto doveva obbligatoriamente essere fatto alla presenza di un notaio e dell ‘Arcivescovo di Messina (Randazzo dipendeva dall’Arcivescovado di Messina) o di un suo legale rappresentante. Lo stesso Arcivescovo aveva anche il diritto di “visita ” o ispezione alla Confraternita.
La presenza dell ‘Arcivescovo o per la visita o per il rendiconto non solo pesava sulle finanze della Confraternita ma ne orientava le spese.
Il Fisauli cita l’atto del 3 gennaio 1625 del notaio Giovanni Neapolitano, conservato nell ‘Archivio Comunale di Randazzo, nel quale viene riportato il rendiconto della Confraternita di S. Pietro; risultano presenti il rettore della Confraternita e don Carlo Romeo, rappresentante dell ‘Arcivescovo di Messina.
In base alla documentazione raccolta dal Fisauli, a partire dal 1604 le Confraternite e le loro Chiese, da laiche o indipendenti diventarono prima Chiese venerabili e poi Chiese filiali delle tre Parrocchie: S. Maria, S. Nicola, S. Martino.
Perché questa trasformazione ?
Perché il diritto di rendiconto e di visita per le Confraternite laiche, per nuove disposizioni di legge, venne tolto agli ecclesiastici e affidato a un tribunale civile o in casi eccezionali a un tribunale misto.
Per evitare che queste nuove disposizioni togliessero alla Chiesa il controllo dei beni delle Confraternite, il Clero di gran parte della Sicilia e quindi anche di Randazzo nel giro di alcuni anni azzerò la presenza dei confrati laici nelle vecchie Confraternite e vi iscrisse i chierici. Contemporaneamente lo stesso Clero fondò altre Confraternite con altri nomi iscrivendovi i confrati laici e, se i beni erano collegati alle Chiese, diede nomi diversi alle stesse Chiese.
Risultato: dal punto di vista legale le vecchie Confraternite risultarono ecclesiastiche e non più laiche; le vecchie Chiese risultarono filiali delle Parrocchie e non più laiche e indipendenti.
E poiché le nuove disposizioni di legge non si applicavano alla Confraternite ecclesiastiche e alle Chiese filiali delle Parrocchie, il Clero raggiunse lo scopo di estromettere il potere politico dal controllo dei beni delle vecchie Confraternite.
Ecco perché molte Chiese, compresa quella dell ‘Annunziata, cambiarono nome e molte Confraternite o scomparvero o cambiarono nome.
La Confraternita di S. Pietro scomparve nel 1800, anno in cui la Chiesa di S. Pietro da Chiesa laica diventò Chiesa filiale della parrocchia di S. Martino.
Rimasero fuori da queste manovre le Arciconfraternite di S. Martino e di S. Nicola oltre alle tre Confraternite del SS.mo Sacramento, istituite intorno alla metà del 1600 e da sempre sotto controllo delle tre Parrocchie.
Nel 1866 lo Stato incamerò i beni di tutte le Confraternite, senza eccezione alcuna.
Alla processione, oltre alle Amministrazioni delle altre Confraternite, ma non delle Arciconfraternite, partecipa per la prima volta la nuova confraternita del Sacro Cuore, che sfila a capo scoperto.
Poiché la Chiesa dell’Annunziata si trova vicino alla Chiesa Madre, la processione vi entra quasi subito per ascoltarvi il Quaresimale e solo dopo -verso le 20,00- prosegue per il tragitto tradizionale.
Rispetto agli altri anni abbiamo notato due “novità”‘.
   –  La confraternita fa sfilare tra i figuranti tre damigelle che portano su un cuscino di velluto un pugnale, una corona di spine, un calice. Le damigelle (alcuni le hanno chiamate “angeli”) hanno il capo scoperto e sono vestite con tuniche di colore beige, due particolari che non rientrano -specie il primo- nella tradizione spagnolesca randazzese.      –   La Confraternita porta in processione la Croce con il Cristo coperto da un velo anziché il più tradizionale “Gonfalone” della Settimana Santa di cui è custode.

CURIOSITA: Il “Gonfalone “ è una Croce senza il Cristo ma con i segni della Passione.
Sul legno verticale a partire dall ‘alto vi sono: il gallo, i dadi, il calice, l’acetiera, la colonna.
Sul legno trasversale, a sinistra guardando la Croce, vi sono la tenaglia, la lancia, la spugna; a destra: la scala, i chiodi e il martello.
Nel punto centrale dei due legni vi è la corona di spine. Tre lucerne alle tre estremità della Croce richiamano il mistero della Trinità.
Il Gonfalone veniva portato in processione anche al Venerdì Santo.
La Confraternita dell’Annunziata è custode anche di un’altra insegna della Settimana Santa, che non viene più portata in processione perché pesante. L ‘insegna riporta su un frontale I ‘immagine della Madonna Annunziata con I ‘arcangelo Gabriele e sull ‘altro frontale quella del Crocifisso. Alle tre estremità vi sono tre lucerne, simbolo della Trinità.
Quest ‘ultima insegna veniva portata in processione anche nella festività di Maria SS.ma Annunziata.

Mercoledì Santo

E’ un giorno libero da impegni di processioni. Di questi tempi è un giorno “vuoto”.
Nei tempi passati era invece un giorno particolare, esplicitamente indicato negli Statuti delle Confraternite: era il giorno delle confessioni e del precetto pasquale dei confrati.
I contadini erano dispensati dal recarsi al lavoro e tutti nelle varie Chiese si accostavano al Sacramento della Penitenza e ricevevano il Sacramento dell’Eucaristia.
CURIOSITA’: Il giorno del precetto pasquale delle Confraternite da alcuni anni è cambiato.
Ad esempio per tutte le Confraternite di S. Martino, compresa quella dell ‘Addolorata, è il Venerdì di Passione; per la Confraternita dell ‘Annunziata è la festa dell ‘Annunziata.

Giovedì Santo

Subito dopo la funzione religiosa, nella quale si ricorda l’istituzione del Sacramento dell’Eucaristia, in tutte le Chiese viene preparato “u sebulcru” (il sepolcro).
Oggi il clero sottolinea con forza che non si tratta di “sebulcru” o di adorazione del Cristo morto ma di adorazione dell’Eucaristia.
La tradizione popolare, nonostante l’anomalia (Cristo morto si ha il Venerdì e non il Giovedì), continua invece a chiamarlo “sebulcru”.
E difatti per secoli e fino al 1965, la sera del Giovedì Santo l’Arciconfraternita delle SS Anime del Purgatorio di S. Nicola portava in processione “Cristu ‘ndo cataletto” (di cui parleremo nella giornata del Sabato Santo).
La processione visitava i “sebulcri” di sette Chiese per consentire ai fedeli di acquistare l’ indulgenza plenaria.
Le incomprensioni tra l’ Arciconfraternita e le autorità religiose del paese nel 1966 si conclusero con la soppressione della processione dal calendario delle manifestazioni tradizionali della Settimana Santa.
E’ stata ripresa nel 1985, ma portata al sabato mattina.

CURIOSITA’: Le incomprensioni tra Clero e Arciconfraternita di S. Nicola non furono le uniche di quegli anni.
Altre incomprensioni resero un po’ agitati anche i rapporti tra le confraternite, riflesso delle profonde divisioni politiche tra i cittadini del tempo.
Infatti la gente del S. Cuore, quartiere fuori le mura storiche e quindi lontano dal percorso delle tradizionali processioni, il 12 novembre 1950 decise di creare una nuova Confraternita, chiamata “Pia Associazione Società Cattolica del S. Cuore “, che la Curia di Acireale approvò il 10 Aprile 1956.
La Confraternita organizzò due autonome processioni che si tenevano il Giovedì Santo e il Venerdì Santo, solo nel quartiere del S. Cuore, con queste modalità:
la sera del Giovedì Santo una processione portava il Crocifisso, inizialmente dalla Chiesa del S. Cuore e successivamente dalla Chiesa del Signore della Pietà, al “Castello ” Castorina, in contrada Crocitta, vicino all ‘attuale sede dell’ITC “E. Medi”.
Il “Castello ” per l’occasione nel linguaggio popolare prese il nome di “Calvario ‘.
Il pomeriggio del Venerdì Santo, dopo aver deposto il Cristo dalla Croce, un ‘altra processione portava il “Cristu ndo cataletto ” dal Calvario alla Chiesa del S. Cuore.
Si verificava quindi che il Giovedì pomeriggio nel centro storico del Paese vi era la processione del “Cristu ‘ndo cataletto “; alla sera dello stesso giorno nel quartiere del S. Cuore quella del Crocifisso.
Viceversa nel pomeriggio del Venerdì Santo nel quartiere del S. Cuore vi era la processione del “Cristu ‘ndo cataletto “; alla sera dello stesso giorno nel centro storico quella del Crocifisso.
Una maggiore confusione, a parte I ‘accordo sugli orari, non si sarebbe potuta immaginare.
Quando nel 1964 entrò in vigore la Riforma Liturgica, in base alla quale la funzione di Pasqua dal Sabato mattina venne portata al Sabato sera o notte, la Confraternita del S. Cuore chiese e ottenne dall ‘anziano vescovo di Acireale, Mons. Salvatore Russo, di spostare la processione del “Cristu ‘ndo cataletto ” dal pomeriggio del Venerdì al Sabato mattina.
Morto Mons. Salvatore Russo nell ‘aprile dello stesso anno, il nuovo Vescovo Mons. Pasquale Bacile non solo rifiutò il suo consenso per ripetere la processione al Sabato Santo del 1965, ma decise anche di intervenire personalmente nella “confusione ” delle processioni di Randazzo.
Difatti il 18 marzo del 1966, prima che iniziassero i Riti della Settimana Santa di quell ‘anno, Mons. Pasquale Bacile, facendo riferimento al Decreto della S. Congregazione dei Riti di Roma che in data 16 novembre 1955 aveva emanato nuove disposizioni sui riti della Settimana Santa, firmò un suo personale decreto con cui ordinava alle Confraternite di Randazzo che:
  –  nella giornata del Giovedì Santo non potevano svolgersi processioni con i simboli della Passione e con il simulacro del Cristo morto.

  –  nella mattinata del Venerdì Santo poteva essere mantenuta una processione non per visitare i sepolcri, bensì per coinvolgere il popolo nella pratica della Via Crucis.

  –  La sera del Venerdì Santo si poteva continuare a svolgere la processione del SS Crocifisso organizzata dalla Confraternita dell ‘Addolorata.

  –   Il “Cristu ” ‘ndo cataletto ” dell ‘Arciconfraternita delle SS Anime del Purgatorio di S. Nicola poteva essere esposto nella Chiesa di S. Nicola dalla sera del Venerdì Santo alle ore 12,00 del Sabato Santo.

Mantello della Confraternita delle Anime del Purgatorio presso la Chiesa di San Nicola. (foto F.lli Magro).

In tal modo, d’autorità, il Vescovo soppresse sia le due autonome processioni della Confraternita del S. Cuore, sia la processione del Giovedì Santo dell’Arciconfraternita delle SS Anime del Purgatorio di S. Nicola.
Poteva continuare a svolgersi invece al Venerdì Santo mattina la processione dell ‘Arciconfraternita del SS Crocifisso in S. Martino, la quale da processione che visitava i sepolcri, divenne la processione della Via Crucis. (il decreto di Mons. Bacile si trova nell ‘archivio della Basilica di S. Maria).
” U sebulcru ” del Giovedì Santo presenta una tradizionale caratteristica che purtroppo incomincia a perdersi: viene adornato soprattutto con “i piatti ru sebulcru” o piantine di frumento.
Una volta si utilizzavano anche piantine di piselli, fave, lenticchie. Qualcuno parla pure di piantine di lino.

CURIOSITA’: Circa quaranta giorni prima del Giovedì Santo (qualcuno con più precisione indica I ‘ultima domenica di Carnevale) fedeli volenterosi provvedono a deporre un pugno di grano in alcuni piatti con un fondo di acqua. I piatti così preparati li depongono in un luogo buio. Ogni tanto vi aggiungono altra acqua, stando però attenti a non aggiungerne molta, diversamente il tutto marcisce. Dopo quaranta giorni circa il frumento dà vita a pallidi e compatti germogli lunghi circa venti/trenta centimetri. I piatti vengono tolti dal buio e portati in Chiesa ad adornare “u sebulcru”.
I “piatti ru sebulcru” erano espressione di un rito propiziatorio, legato alla civiltà contadina. Il pallido germoglio di grano, esposto alla luce, dopo un po’ di ore incomincia a diventare verde. Metterlo accanto al “sebulcru” era un modo per propiziare un abbondante raccolto.
In “Randazzo nei suoi costumi” opera edita nel 1986, a pag. 55 1’indimenticabile don Salvatore Calogero Virzì vede in questa tradizione un collegamento a remoti riti pagani e precisamente al mistero di Adone che soleva onorarsi in questo modo.

 

                              Dipinto di Enzo Grasso

Venerdì Santo

E’ la giornata centrale della Settimana Santa e proprio per questo vi si svolgono due processioni: una al mattino e una alla sera.

Mattino del Venerdì Santo:
La processione è organizzata dall’arciconfraternita del SS. Crocifisso di S. Martino. Sfilano tutti i figuranti tranne il Cristo alla colonna, il Cristo alla canna e il Cristo alla Croce.
Le Amministrazioni delle altre Confraternite, anche se non vi partecipano, si fanno trovare dinanzi all’ingresso delle loro Chiese con il palio. Passata la processione, se ne ritirano.
Il percorso che la processione fa, è diverso da quello tradizionale. Un tempo visitava i “sebulcri” di sette Chiese, come faceva la processione del “Cristo ‘ndo cataletto” di cui abbiamo già detto.
Dal 1966 si va fermando davanti a varie Chiese, compresa quella del S. Cuore, e in posti dove prima della seconda guerra mondiale vi erano delle Chiese (come il piazzale rialzato di piazza Municipio); le soste in tutto sono quattordici, quante sono le stazioni della Via Crucis.
In tutte le Chiese toccate dalla processione, i confrati e i fedeli che li seguono, pregano e recitano le orazioni della Via Crucis.

CURIOSITA’: la processione del Venerdì Santo mattina dell’Arciconfraternita del SS Crocifisso di S Martino, come la processione dell ‘Arciconfraternita delle SS Anime del Purgatorio di S. Nicola, un tempo al giovedì sera, erano seguite da una figura caratteristica: il mazziere.
Il mazziere, vestito con “cappa” nera, aveva l’incarico di portare tre cuscini di velluto che deponeva a terra davanti alle sette Chiese toccate dalla processione. Sui cuscini si inginocchiavano i “Cavalieri” che componevano I ‘Amministrazione: il Governatore, il 1 0 Assistente e il 2 0 Assistente.
Negli anni precedenti il 1964, subito dopo il passaggio della processione, in tutte le Chiese veniva tolto il “sebulcru ” e iniziavano le funzioni del Venerdì Santo.
Le Confraternite vegliavano “u sebulcru ” per tutta la notte dal Giovedì al Venerdì Santo.
Sera del Venerdì Santo:
E’ il momento della Settimana Santa più atteso dalla popolazione.
La serata è organizzata dalla confraternita dell’Addolorata della Chiesa di S. Pietro, perché proprio in questa Chiesa sono custoditi il Crocifisso e la statua della Madonna Addolorata che vengono portate in processione.
Vi partecipano la Società di S. Giovanni Battista di S. Martino, la Società del Crocifisso in S. Martino e la Confraternita dell’Annunziata. Per la prima volta ha sfilato la Confraternita del S.Cuore.
Sono sempre più rari i devoti che seguono a piedi scalzi le due ”vare”.
Il grande Crocifisso ligneo del ‘600 è illuminato a “lumeri”, cioè con candele poste dentro globi di vetro opaco con alle estremità una grande raggiera di legno dorato.
Il Crocifisso è seguito dalla “Vara dell’Addolorata”, anch’essa illuminata a “lumeri”, con candele poste dentro sfere e lanterne di cristallo con alle estremità una grande raggiera di legno dorato. Ciò che colpisce lo spettatore è il profondo silenzio nel quale l’immensa folla dei fedeli segue la processione o assiste al passaggio delle due “vare”.
Questo silenzio è solo interrotto dalle meste musiche della banda musicale e dalle continue e quasi laceranti grida di invocazione di coloro che, per fede o per voto, vestiti con una tunica bianca, portano sulle spalle le pesanti “vare”.

 


Chi porta il Crocifisso incita alla preghiera con queste parole: “Sa loratu lu SS Crucifissu” e tutti gli altri rispondono:” Loratu sempre sia”.
Chi porta l’ Addolorata incita alla preghiera con queste parole: “E chiamammura chi n’ iuta sempri” e gli altri rispondono: “E viva a Maronna Addulurata” . Il solista riprende subito a dire: “A dispiettu ri l’infernu” . E gli altri a rispondere: “Viva Maria sempri in eternu”.
E così in continuazione, per tutta la durata della processione, fino a sgolarsi, fino a restare senza voce.
Verso le 23,00 la processione si ferma nella piazza di S. Giorgio, dove una volta vi era un convento di Suore Benedettine. Qui c’è l’atteso incontro tra la Madre Addolorata e il figlio Crocifisso.
Tra la commozione dei fedeli, per un attimo, Madre e Figlio incrociano lo sguardo.
Si levano alte nel cielo gli incitamenti alla preghiera da parte dei devoti che portano le due “vare”.
Un altro momento significativo della serata è “a chianata ri San Barturu”, dove nei secoli passati e fino alla soppressione del 1866 vi era un altro monastero di Benedettine (in Paese ve ne erano tre; il terzo si trovava nell’attuale Istituto di S. Caterina).
Le Benedettine erano suore di clausura e potevano assistere ai riti esterni della Settimana Santa solo da dietro le grate.
Ecco perché il tradizionale percorso passa da lì.
Giunta in via Garibaldi, a duecento metri circa da S. Pietro, la processione è costretta a fare una ripida salita, comunemente detta “a chianata ri S. Barturu”.

Chiesa di San Bartolomeo Apostolo. (San Barturu – 1610 e/o 1637) Randazzo


“A chianata” mette a dura prova le forze delle persone anziane oltre che dei portatori delle due “vare”, specie quella del grande Crocifisso. Per impedire eventuali scivoloni e per aiutare a mantenere il baricentro del Crocifisso, due robuste lunghe funi, tirate da volontari e collegate al centro della Croce, aiutano i portatori nella salita.
L’emozione di questo suggestivo momento è tale che i fedeli, in massa, occupano tutti i posti disponibili molto prima che la processione vi giunga.
Prima della benedizione finale e della chiusura della serata, nella grande piazza antistante la Chiesa di S. Pietro, i portatori dell’Addolorata alzano sulle loro braccia la “vara” della Madonna, perché Essa interceda presso suo Figlio e benedica Randazzo e i suoi abitanti.
Quest’anno anche i portatori del pesante Crocifisso, con immane sforzo e nonostante la stanchezza hanno voluto fare lo stesso gesto tra la commozione e gli applausi della folla dei fedeli presenti.
CURIOSITA’: nel lontano passato “a chianata ” scoraggiava le arciconfraternite dei “Cavalieri ” dal seguire la processione per tutto il tradizionale percorso cittadino e quindi vi si accodavano quando questa passava dalla Chiesa di S. Martino e di S. Nicola e se ne ritiravano quando ripassava dalle stesse Chiese.
Attendere la processione nel piazzale di S. Martino e lasciarla al ritorno nello stesso piazzale, per evitare appunto “a chianata “, lo fa oggi la Confraternita dell ‘Annunziata.
Le due Arciconfraternite da quasi trent ‘anni non sfilano più la sera del Venerdì Santo, né vi partecipano con le loro Amministrazioni.
Al passaggio della processione dalla Chiesa di S. Martino e dalla Chiesa di S. Nicola si fanno trovare davanti a queste due Chiese alcuni confrati con il palio dell ‘Arciconfraternita. Palio e confrati si ritirano subito, non appena le due “vare ” sono passate.

 

 

 

 

 

Mattina del Sabato Santo

CURIOSITA’: Fino al 1964 il rito della Pasqua di Resurrezione si svolgeva nella mattinata del Sabato.
Con la Riforma liturgica del 1964 il rito è stato spostato alla tarda serata o alla notte del Sabato.
Dal 1985 la Curia Vescovile di Acireale ha di nuovo autorizzato la processione, ma al Sabato mattina, del “Cristu ‘ndo cataletto”, che l’ Arciconfraternita delle SS Anime del Purgatorio di S. Nicola fino al 1965 organizzava nella giornata del Giovedì Santo.
Le Amministrazioni delle altre Confraternite, anche se non vi partecipano, si fanno trovare dinanzi all’ingresso delle loro Chiese con il palio. Passata la processione, se ne ritirano.
L’Arciconfraternita è attualmente gelosa custode di un bellissimo Cristo morto in cartapesta snodabile e di un preziosissimo tappeto di seta damascata, intarsiato di rose ricamate a mano con fili di oro e di argento, che qualcuno data addirittura 1300.
Su questo tappeto viene adagiato il Cristo e posto poi ” ‘ndo cataletto”, una leggera portantina ricoperta da una bombata rete di rose di seta.
La processione parte dalla Chiesa di S. Nicola, ma fino al 1931 partiva dalla casa del Governatore dell’Arciconfraternita, dove il “Cristu ‘ndo cataletto” veniva precedentemente portato e ornato.
La processione percorre quasi lo stesso tragitto di quella del Venerdì Santo mattina.

CURIOSITA’: Nel dicembre del 1931 i confrati dell’Arciconfraternita delle SS Anime del Purgatorio di S. Nicola approvarono un nuovo statuto che all ‘articolo 8 così recita: …si proibisce in modo tassativo ed assoluto a qualsiasi rettore di portare il Cristo morto in casa propria.
Il Sabato pomeriggio era lasciato alla preparazione dei dolci. Oggi a questo pensano i pasticcieri.
Ma i fornai preparano, per i pochi che ancora la richiedono, “a cullura”, il più tradizionale dei dolci pasquali.
“A cullura” è un dolce per lo più a forma ovale con un buco nella parte alta e uno o più uova sode con buccia, inseriti nella parte bassa (oggi si usano anche ovetti di cioccolato); è abbellita da una manciata di “iavuritti” (finissime scaglie di colorate caramelle e cioccolato).
Un tempo le famiglie più povere la preparavano con semplice farina di grano, senza altre aggiunte oltre l’uovo intero.
Le famiglie più agiate la preparavano con impasto di uova, zucchero e farina e con l’aggiunta dei “iavuritti”.

 

Si ringraziano quanti hanno collaborato alla realizzazione di questo numero speciale di ” IPSIA NEWS” , in particolare:
Mons. Vincenzo Mancini, arciprete parroco della Basilica di S. Maria.
il governatore dell’Arciconfraternita delle SS. Anime del Purgatorio, preside Gaetano Modica;
il governatore della Confraternita dell’Annunziata, Sig. Emanuele La Piana;
il | 0 assistente della Confraternita dell’Addolorata, Sig. Carmelino Caputo;
il segretario dell’Arciconfraternita del SS. Crocifisso in S. Martino, Annunziato Rizzo;
il presidente della Confraternita del S. Cuore, Sig. Franco Scarpignato.
la prof.ssa Angioletta Fisauli che ci ha consentito di consultare la tesi di laurea del padre, Francesco Fisauli.
Un grazie particolare va alla prof.ssa Marisa Modica, senza il cui contributo sarebbe stato molto più arduo definire i costumi dei figuranti.
Un grazie particolare va all’Archivio storico fotografico Fratelli Magro di Randazzo che ci ha permesso di illustrare il presente lavoro con foto che purtroppo la fotocopiatrice non riproduce con precisione. 

 

Sulla tradizione nella Settimana Santa di Randazzo si possono trovare utili notizie sul libro edito dal XXI distretto Scolastico di Randazzo nel 1986, dal titolo “Randazzo nei suoi costumi“, opera dell’indimenticabile studioso e sacerdote salesiano don Salvatore Calogero Virzì.

 

 

Manoscritto dei privilegi dei confrati dell ‘Arciconfraternita del SS. mo Crocefisso in S. Martino. Gesù Figlio di Maria

Indulgenza perpetua concessa alli fratelli e sorelle del SS.mo Crocifisso nella Parrocchiale Ecclesia di S. Martino di questa Città di Randazzo, avendo prima preso la bolla della SS.ma Crociata (= dopo che si sono iscritti alla Confraternita)

I – Nel giorno che si scriveranno nel libro di detta Compagnia confessati e comunicati, guadagneranno indulgenzia plenaria, e remissione di tutti loro peccati.

— Dalli primi vesperi del giorno della Invenzione di Santa Croce che viene a tre di Maggio, come anco nel giorno dell’Essaltazione, che viene a 14 di Settembre pure insino al tramontare del Sole di detti giorni, Confessati e Comunicati, visitando detta Cappella, pregando a Dio per la pace tra Principi Christiani, estirpazione dell’Eresia et essaltazione di Santa Chiesa, guadagneranno indulgenza plenaria, e remissione di tutti i peccati.

— Nell’articolo della morte (= in punto di morte) Confessati e Comunicati et invocando il Nome di Gesù con la bocca, e non potendo, con il cuore guadagneranno indulgenza plenaria e remissione di tutti i peccati.

— Ogni Venerdì di tutto l’anno visitando detta Cappella come di sopra, cento giorni d’indulgenza.

— Nelli giorni della Natività di N. S., Epifania, Giovedì Santo, Pascha di Ressurrezione, Pentecoste, visitando detta Cappella come di sopra, dicendo cinque Pater noster et un Ave Maria, guadagneranno sette anni e sette quarantore d’Indulgenze.
 a cura di  Pippo Munforte. 

      Si ringrazia di vivo cuore il Professore Pippo Munforte e i ragazzi della IV^A  IPSIA “E.Fermi” di Randazzo   per aver acconsentito alla pubblicazione di questa stupenda ricerca storica della Settimana Santa che per tutti Noi rappresenta un appuntamento annuale importantissimo.

                                                   ————————————————————————–

Come viene stabilita la data della Domenica di Pasqua ?
    Il Concilio di Nicea (anno 325) ha stabilito che la Pasqua cade la domenica successiva al plenilunio (luna piena) dopo l’equinozio di primavera (all’epoca dei primi computi l’equinozio cadeva il 21 marzo, che pertanto divenne la data di riferimento) pertanto il 21 marzo cade l’equinozio di primavera la prima luna piena viene l’8 aprile la domenica successiva è il 12 aprile, appunto per questo la Santa Pasqua quest’anno (2020) si celebra Domenica 12 aprile.

    I.N.R.I :  Pilato, secondo i Vangeli, fece mettere per dispregio questa scritta sulla croce che significa :
 Iesus  Nazarenus  Rex  Iudaeorum    « Gesù Nazareno Re dei Giudei».

     Ebreo Errante:  Aasvero così si chiamava un ebreo che deridendo Gesù mentre saliva al calvario lo fece cadere dicendo : “alzati e cammina”. Gesù alzandosi gli risponde ” per punizione Tu camminerai fino al giorno del giudizio, percorrendo, senza poterti fermare, tutti i Paesi del mondo. Ovviamente è una leggenda nata nel medioevo.

Francesco Rubbino .

 

                  Il testo integrale della pubblicazione curata dalla IV A  IPSIA “E. Fermi” – Randazzo giugno 2000

 

Pro Loco Randazzo – Rassegna Poesie Dialettali 2011.

Antonio Tomarchio

 Antonio Tomarchio  è nato a Catania il 10 settembre del 1982 da Venerando (detto da sempre Nuccio ) noto Imprenditore di Giarre  e Rita Fieramosca (di Randazzo) Insegnante. Sposati nel 1973 hanno tre figli, Giusy laureata in Ingegneria Informatica lavora alla ST Microelectronics, Salvo laureato in Fisica insegna matematica e fisica nelle Scuole Superiori e Antonio .
Antonio è laureato in Ingegneria Matematica e sposato con Carla Patanè hanno una bambina di 4 anni.  Carla insegna in una scuola montessoriana. Le scuole montessoriane a New York sono molte richieste e ci sono delle liste d’attesa incredibili, naturalmente sono scuole private. La bambina frequenta una scuola montessoriana da quando aveva due anni.
Dopo la maturità scientifica, conseguita presso il liceo scientifico “Leonardo” di Giarre,  Antonio si trasferisce a Milano per frequentare, presso il Politecnico, il corso di laurea in Ingegneria Matematica.

Al terzo anno di università partecipa a una selezione per il programma di doppia laurea “time” con l’École Centrale di Parigi, dove rimane due anni.

Antonio Tomarchio


Nel 2005 consegue la laurea di primo livello. Nel 2006 la laurea all’École Centrale. Nel 2008 completa il percorso universitario conseguendo la laurea specialistica.
Durante il percorso universitario ha fondato due startup la prima, Precydent, negli USA con il professore Thomas Smith di San Diego; la seconda, Ad Right, in Italia, ceduta all’azienda Dada del gruppo RCS.  Azienda che ha assunto Antonio e tutto il team che lavorava con lui. A ottobre 2010 Antonio si dimette da Dada, continuando a dare consulenza per 6 mesi.
In seguito si dimettono anche i ragazzi che tuttora collaborano con lui.
Tutti insieme si buttano in una nuova avventura, “Beintoo”, che nel giro di pochi mesi acquisisce milioni di utenti e vince a Parigi “Le Web 2011”, competizione internazionale alla quale parteciparono circa 600 startup.
Questa vittoria permette a Beintoo di espandersi.
Oggi Beintoo opera globalmente nel mobile marketing e ha sedi a Milano, Shangai, Londra, New York.
Nel 2014 Antonio si trasferisce a New York, dove fonda Cuebiq, di cui è CEO  ( in inglese/americano e la sigla di Chief Executive Officer  cioè  l’Amministratore Delegato) .
Cuebiq inizialmente considerata uno spin off di Beintoo, successivamente ha acquisito un’identità propria.
Ha varie sedi: quella principale a New York, una in Italia, inoltre a San Francisco e Chicago.
Cuebiq si occupa di business intelligence. La metodologia di cui è proprietaria Cuebiq consente la raccolta anonima dei dati sulla posizione e l’analisi offline dei trend aggregati.
Il modo in cui le persone si muovono all’interno dei punti vendita viene elaborato sulla base di altri dati sul comportamento dei consumatori.

 

Antonio Tomarchio


Il tutto avviene in forma completamente anonima.
Le tecnologie di localizzazione di Cuebiq vengono utilizzate anche dagli sviluppatori di app per creare esperienze migliori per gli utenti. 

Nel 2016 riceve due riconoscimenti importanti uno in Italia da parte del politecnico di Milano come alunno dell’anno; l’altro a New York come giovane imprenditore di età inferiore a 40 anni (Antonio ne aveva 34), “40 Under 40 Awards” In tutto negli USA sono stati premiati 40 giovani manager del settore tecnologico.

                                                                    ——————————————-

 

MILANO E HINTERLAND

GLI INVESTIMENTI DELL’ITALO-AMERICANA  CUEBIQ

 

Dimmi come compri e ti svelo chi sei
Nell’hub degli specialisti dei dati tra talenti e il rientro di cervelli in fuga.

 

Il quartier generale è a New York
Ma l’azienda fondata a Milano
ha scelto il capoluogo lombardo
per potenziare ricerca e sviluppo.

  

IL PROGETTO è ambizioso: costruire il primo hub di professionisti dei dati in Italia. La realizzazione anche. «Cerchiamo alte professionalità sfruttando le relazioni con le università. E puntiamo sul rientro dall’estero dei migliori “cervelli in fuga”», spiega Walter Ferrara, uno dei fondatori con Antonio Tomarchio (promotore e CEO) Filippo Privitera e William Nespoli di Cuebiq, azienda italoamericana nata nel 2016 a Milano.


Eppure il piano della società che sviluppa e vende piattaforme per trasformare «la grande mole di dati in informazioni intelligenti » è avviato: «Entro fine anno – assicurano – il team di professionisti che lavora a Milano passerà da 70 a 120 persone».
Cuebiq ha scelto. Il quartier generale è e resterà a New York.
Ma il dipartimento di ricerca e sviluppo avrà casa nel cuore del capoluogo lombardo, nella sede da poco ampliata in Porta Romana: circa mille metri quadrati tra open space, sale riunioni, aree relax, cucina e terrazzo.
QUI DATA SCIENTIST, analisti e sviluppatori non si limitano a suggerire le novità da trasferire alla produzione, «ma fanno ricerca, lavorano ad algoritmi», sottolinea Ferrara, country manager per l’Italia di Cuebiq. «Siamo una delle poche aziende in cui si fa innovazione con i dati. Già oggi abbiamo uno dei dipartimenti di ricerca e sviluppo più grandi del Paese: investiremo buona parte delle risorse ottenute con il nuovo round di finanziamento (27 milioni di dollari) sulla sede milanese, con l’obiettivo di farla diventare un polo di eccellenza e d’avanguardia in ambito “big data”.
Un punto di riferimento per i professionisti dei dati in Italia».
Sviluppatori di software, ingegneri, data scientist, product manager e business analyst saranno tra i cinquanta specialisti selezionati da Cuebiq per creare l’hub di Milano.
In tre anni l’azienda ha triplicato il personale in organico tra Stati Uniti e Italia (140 in tutto). Tra il 2017 e il 2018 il fatturato è cresciuto del 300% trasformando la società italo-americana in una delle realtà leader del settore.


«LAVORIAMO per grandi brand e media agency – fa sapere Ferrara –. Vendiamo la nostra piattaforma per estrarre valore dai dati ».
Il sistema intelligente che archivia e trasforma i dati in informazioni si chiama Clara.
CLARA è Una piattaforma che consente alle aziende di conoscere i comportamenti dei propri utenti e confrontarli con quelli dei competitor.
Così come sviluppare nuove strategie commerciali, identificare opportunità di mercato e misurare l’impatto delle campagne pubblicitarie.

I DATI – precisa il country manager per l’Italia di Cuebiq – sono anonimi e de-identificati. Utilizziamo un’avanzata metodologia di crittografia per archiviare e trasmettere i dati raccolti: la tutela della privacy è una priorità, l’azienda ha creato un team dedicato e può contare su un manager come Shane Wiley con quasi trent’anni di esperienza in aziende tech.
Cuebiq ha creato anche un team specializzato nella cybersecurity » .

Con Clara i numeri diventano notizie.

LE TAPPE DELLA CRESCITA

Dall’anno zero al boom di affari
Nel 2016 quattro italiani fondano a Milano Cuebiq, azienda che sviluppa e vende piattaforme per trasformare dati in informazioni Il fatturato nell’ultimo anno è cresciuto del 300%.

Triplicato il personale
L’azienda ha triplicato il personale in organico tra Stati Uniti e Italia dove lavorano complessivamente 140 persone. La società è diventata una delle realtà leader del settore.

Il potenziamento dell’organico
L’ultimo finanziamento di 27 milioni di dollari sarà destinato soprattutto al potenziamento del team al lavoro a Milano. L’organico verrà potenziato e passerà da 70 persone a 120 entro fine anno.

I professionisti impiegati
Sviluppatori di software ingegneri, data scientist product manager e business analyst saranno tra i cinquanta specialisti selezionati da Cuebiq per creare il primo hub in Italia.
Luca Balzarotti
MILANO

 

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La startup di business intelligence Cuebiq raccoglie 27 milioni di dollari per accelerare la crescita e supportare l’avanzamento delle iniziative sulla privacy dei dati.

Cubeiq è una società di business intelligence che fornisce ai propri clienti comportamenti del consumatore e approfondimenti sulle tendenze. Oggi, la società ha annunciato di aver raccolto $ 27 milioni in finanziamenti della serie B per sostenere la crescita, l’innovazione dei prodotti e il progresso delle iniziative sulla privacy dei dati. Il round è coordinato da Goldman Sachs Principal Strategic Investments (PSI), Nasdaq Ventures, DRW Venture Capital, Tribeca Venture Partners e gli investitori esistenti Tribeca Angels e TLcom Capital.

Antonio Tomarchio.

“In relazione al finanziamento, Brian Hirsch, co-fondatore e Managing Partner di Tribeca Venture Partners, e Marco DeMeireles, Head of Private Investments presso Balyasny Asset Management, sono entrati a far parte del consiglio di amministrazione di Cuebiq”, ha dichiarato la società in un comunicato pubblico.

Fondata nel 2015 da Antonio Tomarchio, Walter Ferrara e William Nespoli, Cubeiq, con sede a New York, è una delle principali società di intelligence di localizzazione e conoscenza dei consumatori che sfrutta il più grande database di dati di posizione accurati e precisi negli Stati Uniti. La sua piattaforma di intelligence di dati analizza modelli di posizione anonimi per consentire alle aziende di acquisire informazioni utili e comprendere meglio il percorso del consumatore offline.


Cubeiq offre ai suoi clienti servizi di marketing, vendita al dettaglio, ricerca ed editori. 
La sua piattaforma di marketing offre targeting per pubblico, attribuzione di campagne offline, analisi delle prestazioni e approfondimenti sulla posizione.
 La sua piattaforma di vendita al dettaglio offre analisi del footfall, selezione del sito e opinioni dei consumatori sul pubblico e geo-comportamentali.
 La sua piattaforma di editori offre servizi di segmentazione del pubblico, attribuzione della campagna e monetizzazione dei dati. 
La piattaforma SaaS di Cuebiq offre ai clienti analisi della posizione offline, ottimizzazione della campagna in tempo reale e attribuzione del footfall, nonché audience geo-comportamentali per il targeting di annunci multipiattaforma. 
Cuebiq ha sede a New York con uffici a San Francisco, Chicago, Italia e Cina.

La società ha guidato una significativa innovazione di prodotto con un aumento delle entrate di 3,2 volte su base annua e una crescita di 2,4 volte su base annua nella sua base di clienti.
 Oltre 1.300 aziende e marchi in una varietà di settori verticali utilizzano le soluzioni Cuebiq per accedere e personalizzare le informazioni in base alle loro esigenze in modi senza precedenti. 
Questo finanziamento supporterà l’ulteriore sviluppo del prodotto, contribuirà ad espandere le operazioni globali e far avanzare le iniziative sulla privacy dei dati attualmente in corso.
La metodologia proprietaria di Cuebiq consente la raccolta anonima dei dati sulla posizione e l’analisi delle tendenze offline aggregate.
 Questo livello di dati e intelligence aiuta gli esperti di marketing con siti di mattoni e malta a comprendere meglio le tendenze dei consumatori offline, analizzare le prestazioni dei negozi, misurare l’efficacia dell’attivazione del marketing e, in definitiva, competere meglio con le aziende di e-commerce.
Tali approfondimenti aggregati hanno dimostrato di fornire sostanziali capacità predittive per la previsione delle prestazioni. Ciò consente correlazioni di tendenze e vendite per una vasta gamma di settori verticali, dalla vendita al dettaglio alla comunità degli investimenti.

La location intelligence di Cuebiq aiuta anche gli sviluppatori di app a creare esperienze utente migliori, consentendo la consegna di contenuti e pubblicità più pertinenti al contesto.

Come parte dell’investimento, Cuebiq sfrutterà la tecnologia blockchain per creare un mercato di dati aperto per portare valore economico non solo alle società di dati e ai loro clienti, ma anche agli utenti finali.
“Mentre l’industria dei dati alternativi continua a maturare, ci sono crescenti applicazioni e opportunità per la comunità finanziaria di prendere decisioni di investimento più intelligenti”, ha affermato Ashwin Gupta, amministratore delegato del gruppo PSI di Goldman Sachs. “Di particolare importanza per noi nel fare questo investimento è il fatto che Cuebiq è leader nella tecnologia della privacy. Dal momento che riteniamo che la privacy dei dati sia il problema principale nel segmento dell’analisi della visione dei consumatori oggi, siamo lieti di collaborare con un’azienda innovativa che sta guidando il progresso tecnologico a questo scopo.
“Una delle nostre missioni chiave come azienda tecnologica è quella di investire in soluzioni e servizi che rafforzano l’integrità dei mercati mondiali”, ha affermato Gary Offner, capo di Nasdaq Ventures.
 “Siamo stati attratti da Cuebiq per la sua posizione unica come fornitore indipendente e indipendente dai media di informazioni sulla posizione che è stata ricavata da dati aggregati e anonimizzati. A integrazione del nostro investimento, esploreremo le opportunità per sfruttare l’intelligence di Cuebiq per i nostri clienti, nonché potenzialmente applicare la nostra blockchain e zero tecnologie a prova di conoscenza tramite il nostro Nasdaq Financial Framework per guidare ulteriormente l’iniziativa sulla privacy dei dati di Cuebiq. ”
“Fin dalla sua istituzione, Cuebiq si è impegnata a proteggere la privacy degli utenti, che ha ottenuto le certificazioni NAI e TRUSTe dell’azienda”, afferma Antonio Tomarchio, CEO di Cuebiq. “Questo impegno ha reso il desiderio di collaborare con investitori che la pensano allo stesso modo un fattore critico.

 Cuebiq non è solo pronto per la conformità al GDPR in Europa, ma sta anche lavorando con le sue app partner in tutto il mondo per adottare lo stesso framework lungimirante. Riteniamo che la privacy e la trasparenza saranno vantaggiose per tutte le parti interessate – dagli utenti finali, agli sviluppatori di app e alle società di dati allo stesso modo. ”
Nell’ultimo anno, Cuebiq ha lavorato per preparare la conformità al GDPR fornendo alle sue app partner una soluzione chiavi in ​​mano per una migliore gestione del consenso e della rinuncia. Ciò include un’app proprietaria, in fase di sviluppo, che fornirà agli utenti un modo aggiuntivo per esercitare i loro diritti sulla privacy.
Cuebiq è stato anche leader nell’utilizzo di dati e approfondimenti al servizio di una varietà di cause. 
Attraverso la sua iniziativa “Data for Good”, la società condivide le proprie conoscenze sulla posizione con i ricercatori delle migliori università e organizzazioni no profit per promuovere l’innovazione per cause quali il miglioramento della qualità della vita nelle comunità scarsamente servite, la risposta ai disastri naturali e lo sviluppo di una città intelligente.
Team TechStartups  pubblicato IL 18 maggio 2018 

Antonio Tomarchio (Founder and CEO at Cuebiq) – Antonio Tomarchio is founder and CEO of Cuebiq; a location intelligence company that helps businesses glean actionable insights based on consumers’ offline behavior and purchase intent. Cuebiq is a spinoff of Beintoo, a market gin tech company to serve the needs of marketers, the media community and investors. Antonio founded Beintoo in 2011 and served as CEO until February 2016. Before Beintoo, Antonio was Head of Product and R&D of Dada and prior to that, Antonio co founded multiple data driven companies, US and Europe based. Antonio holds an M.S. in Mathematical Engineering from Polytechnic University of Milan and a double degree in Engineering Science from the Ecole Centrale de Paris.

 

MINDS SHAPING THE WORLD


Startupper seriale conquista l’America partendo dal Politecnico

Antonio Tomarchio: Alumnus dell’anno 2016: Da Giarre a New York, costruendo il futuro della business intelligence.

 


Un keynote speech sul futuro dell’intelligenza artificiale e il deep learning che fa scattare l’applauso più lungo della mattinata è solo l’antipasto per Antonio Tomarchio, CEO e fonder di Cuebiq la start-up premiato il 15 ottobre durante l’annuale Convention degli Alunni del Politecnico.

Partito da Giarre – in provincia di Catania – più di 15 anni fa per studiare Ing. Matematica al Politecnico di Milano, Tomarchio dagli anni di studio non è rimasto fermo un attimo. Prima gli anni di lavoro in azienda, poi il salto. Diventa uno startupper seriale, con successi all’attivo in Italia e nel mondo: prima del salto da un continente all’altro, quello davvero importante.

Il trasferimento a New York, dove dalla sua prima start-up, Beintoo, nasce lo spinoff centrato sulla business intelligence in tempo reale Cuebiq. Cuebiq, ha spiegato Tomarchio, è una piattaforma che permette di raccogliere in tempo reale informazioni sulle abitudini dei consumatori nei luoghi d’acquisto.
Sono dati raccolti in forma anonima e nel rispetto di ogni normativa sulla privacy grazie allo smartphone che ognuno di noi possiede, e che vengono utilizzati solo a livello di aggregato per permettere alle aziende di comprendere al meglio le esigenze e le abitudini dei consumatori che visitano gli store e i negozi fisici.
Un’idea tutto sommato laterale per un mondo che sembra muoversi sempre più in direzione dell’e-commerce, dato che il senso comune vuole i negozi tradizionali destinati se non a scomparire quantomeno a vedere ridimensionati i propri volumi d’affari.
Ma un’idea potenzialmente rivoluzionaria per il mondo retail tradizionale. La tecnologia proprietaria – che a stretto giro verrà brevettata – di Cuebiq permetterà così di intercettare i trend di visite degli store, analizzando il flusso di traffico e fornendo al brand di turno informazioni sull’utente.

 

 

Cuebiq: l’azienda con radici italiane riceve un nuovo finanziamento da 27 milioni di dollari

Cuebiq: l'azienda con radici italiane riceve un nuovo finanziamento da 27 milioni di dollari

Cuebiq è lo spin-off americano dell’azienda italiana Beintoo: ha annunciato un nuovo sostanzioso finanziamento a sei anni dal primo round di investimenti

di Rosario Grasso pubblicata il 21 Maggio 2018, alle 16:21 nel canale MERCATO

 
 
 

Cuebiq ha annunciato di aver ottenuto un finanziamento da 27 milioni di dollari da una cordata guidata da Goldman Sachs e Nasdaq Ventures che coinvolge precedenti finanziatori dell’azienda come Tribeca Angels e TLcom Capital. Cuebiq è una startup americana con CEO italiano, Antonio Tomarchio, nata nel 2016 come spin off dell’azienda italiana Beintoo. Si tratta del secondo round di finanziamento per l’azienda che già nel 2012 aveva ottenuto 5 milioni di dollari.

L’operazione porta all’interno del consiglio di amministrazione di Cuebiq Brian Hirsch, co-founder e Managing Partner di Tribeca Venture Partners, e Marco DeMeireles, Head of Private Investments a Balyasny Asset Management. L’investimento arriva in seguito alla crescita del fatturato dell’azienda, con un aumento delle entrate nell’ultimo anno di 3,2 volte e una crescita di 2,4 volte per quanto riguarda la consumer base.

Cuebiq

Più di 1300 tra aziende e brand usano le tecnologie di Cuebiq per fornire soluzioni mirate ai loro clienti. Questo finanziamento supporterà lo sviluppo di ulteriori prodotti, contribuirà all’espansione delle operazioni su scala globale e all’avanzamento delle iniziative sulla privacy dei dati attualmente in discussione. Fra gli altri elementi della sua strategia, infatti, Cuebiq si fa promotore delle tecnologie a garanzia della privacy e dell’esportazione del GDPR su tutto il pianeta.

Cuebiq è un’azienda di business intelligence. La metodologia proprietaria di Cuebiq consente la raccolta anonima dei dati sulla posizione e l’analisi offline dei trend aggregati. Il modo in cui le persone si muovono all’interno dei punti vendita viene elaborato sulla base di altri dati sul comportamento dei consumatori. Il tutto avviene in forma completamente anonima e in modo da aderire alle recenti direttive del GDPR.

Ciò permette alle aziende di realizzare campagne pubblicitarie mirate: queste informazioni aggregate, infatti, hanno dimostrato di fornire notevoli capacità predittive per la previsione delle prestazioni. Ciò consente di correlare tendenze e vendite per un’ampia gamma di settori verticali. L’azienda ha saputo cogliere i trend di mercato e modificare il suo orientamento iniziale, più votato al concetto di gamification, come abbiamo visto in una precedente intervista ad Antonio Tomarchio.

Precedente intervista ad Antonio Tomarchio

Le tecnologie di localizzazione di Cuebiq vengono anche utilizzate dagli sviluppatori di app per creare esperienze migliori per gli utenti, consentendo la pubblicazione di messaggi pubblicitari contestuali. Come parte dell’investimento, Cuebiq sfrutterà la tecnologia blockchain per creare un mercato di dati aperto capace di portare valore economico non solo alle società che gestiscono dati e ai loro clienti, ma anche agli utenti finali.”Fin dalla sua istituzione, Cuebiq si è impegnata a proteggere la privacy degli utenti, ottenendo le certificazioni NAI e TRUSTe”, ha affermato Antonio Tomarchio. “Questo impegno ha reso un fattore critico la volontà di collaborare con investitori che la pensassero allo stesso modo. Cuebiq non solo è conforme al GDPR in Europa, ma sta anche lavorando con le sue app partner per adottare lo stesso framework lungimirante in tutto il mondo. Riteniamo che la privacy e la trasparenza offrano vantaggi per tutte le parti interessate, dagli utenti finali agli sviluppatori di app fino alle data companies”.

“È per noi fonte di orgoglio che l’intero R&D dell’azienda sia basato a Milano, nella nuova sede che conta già oltre 40 dipendenti con un forte piano di crescita”, aggiunge Walter Ferrara, Country manager italiano. “Abbiamo moltissime posizioni aperte, disponibili nella sezione career del nostro sito, tra cui Data Engineers, Data Scientist, Full Stack Engineers in un contesto di innovazione tecnologica che ci ha portato all’uso di soluzioni top-notch”.

Altre informazioni su Cuebiq sono reperibili sul sito ufficiale

 

Beintoo, la start-up da un milione di utenti 
Dal mare di Sicilia alla San Francisco bay

Filippo Privitera e Antonio Tomarchio hanno 30 e 29 anni, vengono rispettivamente da Acireale e Giarre, e danno lavoro a 18 giovani, età media 27 anni. Hanno 15 dipendenti a Milano e tre a Palo Alto, in California, ma vogliono espandersi perché «buona parte del nostro traffico viene dalla Cina». Tutto questo grazie alla loro start-up, che esiste da un anno e mezzo, ha vinto tutti i premi che poteva vincere ed è una delle realtà web più interessanti d’Italia

Startup L’ Italia del futuro Il nuovo business dei giovani .

Oltre il posto fisso, forse non c’ è il baratro.
C’ è un esercito di startup che si è finalmente messo in moto. Alzate lo sguardo.
In Cile qualche giorno fa una startup italiana ha vinto la gara mondiale per i migliori progetti di innovazione e business.
Doochoo propone un sistema per fare i soldi con i sondaggi in rete, ha già conquistato clienti come Ikeae Toyota, ed è guidata da un giovane che quando parla sembra sempre che stia per ribaltare il mondo: Paolo Privitera, veneziano, 35 anni, da dieci negli Stati Uniti («me ne sono andato perché volevo correre»). È uno startupper seriale, nel senso che ne ha all’ attivo già sei. Il premio cileno funziona così: i team scelti vengono ospitati a Santiago per sei mesi e incassano 40 mila dollari ciascuno.
Tanti? Pochi, se pensate che Doochoo potrebbe essere comprata entro l’ anno per 25 milioni di dollari.
Dice Privitera: «A San Francisco non ho mai visto tanti startupper italiani come in questi giorni».
Un terremoto? «No,è un tumulto». Ecco, tumulto rende meglio l’ idea della rivoluzione in corso. Tumulto iniziato da un po’ : l’ 8 dicembre a Parigi un’ altra startup italiana ha vinto LeWeb, il più importante evento europeo dedicato all’ economia digitale.
Per i francesi è stato uno shock: appena qualche giorno prima il presidente Sarkozy faceva i sorrisini quando gli nominavano les italiens. Antonio Tomarchio, 29 anni, partito da Giarre, provincia di Catania, sapeva di dover battere anche lo spread della credibilità: è salito sul palco ed ha sbaragliato la concorrenza parlando di Beintoo (una piattaforma per applicazioni legate al gioco che ha tre milioni di utenti al giorno, di cui un milione solo in Cina).

 

Antonio Tomarchio e il Vescovo di Acireale Antonino Raspanti.


Ancora un passo indietro: a ottobre aveva fatto scalpore il fatto che Mashape, l’ impresa di tre ventenni che avevano polemicamente lasciato l’ Italia, era stata finanziata con circa un milione e mezzo di dollari dal numero uno di Google e dal fondatore di Amazon, ovvero la Champions League della Silicon Valley.
Ma il tumulto non riguarda solo gli startupper lontani. Se restiamo ai casi di successo, quello forse più eclatante in questi giorni è AppsBuilder, piattaforma per farsi da soli applicazioni per telefonino, creata da un ingegnere del Politecnico di Torino di 25 anni, Daniele Pelleri: in undici mesi ha già sfornato 20 mila apps che sono state scaricate oltre un milione di volte.
Questo elenco potrebbe non finire mai. E vuol dire in fondo una cosa sola: avanza una generazione di startupper.
Sono di solito molto giovani, in prevalenza uomini ma ci sono tanti casi di donne (RisparmioSuper di Barbara Labate è il più noto).
E poi: sanno usare benissimo la Rete; parlano alla perfezione almeno l’ inglese; viaggiano in economy anche quando hanno successo perché i soldi non si sprecano; spesso all’ inizio non hanno un vero ufficio e sanno raccontare il loro progetto in tre minuti esatti, non una misura qualsiasi, ma il tempo di una corsa in ascensore con un potenziale investitore (di qui la formula americanissima degli” elevator pitch” per le ormai tantissime competizioni a caccia di capitali).
Ma, soprattutto, gli startupper, non sanno cos’ è il posto fisso. «Il nostro obiettivo nella vita non è trovarci un lavoro, ma creare lavoro», ha scolpito nel web Max Ciociola, 34 anni, fondatore di musiXmatch e «startup activist».
Riccardo Luna

 

Beintoo, la start-up da un milione di utenti 
Dal mare di Sicilia alla San Francisco bay

Filippo Privitera e Antonio Tomarchio hanno 30 e 29 anni, vengono rispettivamente da Acireale e Giarre, e danno lavoro a 18 giovani, età media 27 anni. Hanno 15 dipendenti a Milano e tre a Palo Alto, in California, ma vogliono espandersi perché «buona parte del nostro traffico viene dalla Cina». Tutto questo grazie alla loro start-up, che esiste da un anno e mezzo, ha vinto tutti i premi che poteva vincere ed è una delle realtà web più interessanti d’Italia.

«È una giornata intensissima, sono arrivati gli investitori, abbiamo tanti appuntamenti». La sede di Beintoo, a Milano, è piena di gente. In ogni stanza c’è qualcuno che lavora o qualcuno che discute. L’unico spazio vuoto è una stanzetta con la macchina per fare il caffè e un divanetto per fare una pausa. Filippo Privitera ha trent’anni, e Antonio Tomarchio 29.
Grazie alla loro start-up, oggi danno lavoro a 18 persone: 15 in quelle stanze milanesi, tre a Palo Alto, nella San Francisco bay. Se per caso i cognomi lasciassero dubbi, tutt’e due sono siciliani. Filippo di Acireale, Antonio di Giarre. «Ci siamo conosciuti tramite amici in comune, mentre io studiavo alla Scuola superiore di Catania, e all’università facevo Ingegneria elettronica», racconta Filippo, che dei due è quello che è andato via dall’Isola più tardi. «Mi sono trasferito qui nel 2008, sempre per lavoro – spiega – Mentre Antonio aveva studiato all’École centrale di Parigi, e poi al Politecnico di Milano».

«Beintoo è un modo per restituire un valore agli utenti che usano app sui loro smartphone». In parole semplici funziona così: ci sono una trentina di applicazioni – tra le quali la celeberrima Fruit Ninja (il gioco dove s’affetta frutta con la katana) che hanno deciso di aderire alla piattaforma ideata dai due siciliani. Ciò significa che, usandole, l’utente iscritto a Beintoo ci guadagna: «Abbiamo creato una moneta virtuale, i bedollars, che possono essere spesi per acquistare oggetti reali all’interno del nostro market online, oppure per vincere coupon sconto». Così, un numero stabilito di bedollars può valere un peluche per la festa della mammaun buono del 50 per cento da Bottega verde e molto altro: «In questo modo, i marchi piazzano i loro prodotti». L’idea per i due giovani è arrivata nel 2010, poi tra una cosa e l’altra – «adempimenti burocratici, soprattutto» – sono partiti a fine gennaio del 2011. Oggi, dopo un anno e mezzo di attività e 650 mila euro di finanziamenti trovati, Beintoo attinge a un bacino di 100 milioni di persone e ha raggiunto un milione di utenti registrati.
Un progetto ad alto contenuto d’innovazione, che piace al mondo delle start-up. LeWeb, per esempio, è una delle più importanti competizioni per start-up del mondo, «anche se in realtà è più basata sull’Europa», precisa Filippo. L’edizione 2011 l’ha vinta proprio Beintoo, tra gli applausi dei colleghi. «Ci siamo iscritti per provare, già superare le prime selezioni è stata una sorpresa, figurarsi arrivare per primi», ride il ragazzo, che è il responsabile di tutta la parte tecnica.
Oggi ancora in fase di assunzione. «Siamo in un momento di grande sviluppo, abbiamo bisogno di programmatori validi, cerchiamo le eccellenze, i migliori».
Trovarli, però, è difficile. O è difficile riuscire ad assumerli: «Vogliono il posto fisso, il contratto a tempo indeterminato, ma io e Antonio il tempo indeterminato l’avevamo e l’abbiamo lasciato per lanciarci in questa avventura, così come tutti i ragazzi che lavorano con noi, che sono tutti assunti con contratto a progetto». 
L’età media è 27 anni, il più giovane di anni ne ha 22. «Siamo un’azienda giovane, dinamica, il posto fisso è un concetto che non si lega bene al concetto di start-up – spiega Privitera – È troppo costoso, ed è anche un po’ obsoleto».
Non vuole fare polemica, non gli interessa, «voglio solo assumere persone che non vengono a lavorare per me perché vogliono sistemarsi, ma perché credono nel progetto: ho bisogno di gente che combatta come faccio io, non che si adagi con la stabilità». In più, se uno è tanto bravo e sa di esserlo, non ha paura di cambiare continuamente posto di lavoro: «È una sfida come un’altra».
I prossimi passi saranno l’apertura di nuove sedi di Beintoo in giro per il mondo: «Vogliamo ingrandire Palo Alto e poi il nostro obiettivo principale è l’Asia, visto che buona parte del nostro traffico viene dalla Cina».
Alla Sicilia ci si pensa, mica no. «Volevamo aprire giù qualcosa che si occupasse di ricerca e sviluppo», ma è una regione complicata. «Non è che non si possano fare start-up lì, è solo che il territorio non ti supporta, i clienti li devi incontrare fisicamente e al Sud non ci sono aziende con le quali si possa lavorare, per esempio, sull’advertising».

Luisa Santangelo 29 MAGGIO 2012

 

Beintoo, startup tutta italiana, si aggiudica la Startup Competition di LeWeb. Ennesima dimostrazione di come l’eccellenza italiana conquista e mette d’accordo tutti in giro per il mondo.

 

La Startup Competition di  LeWeb, svoltasi in questi giorni a Parigi, ha visto trionfare Beintoo, unico concorrente italiano. Il primo della fila Antonio Tomarchio.

Cos’è Beintoo?
Beintoo permette di ottenere benefici reali dalla tua attività online.
Utilizzando le tue app preferite (piattaforma Android/iOS/Facebook) potrai incrementare il tuo Bescore e quindi aumentare la tua ricchezza in Bedollars.

In un secondo momento potrai trasformare i tuoi Bedollars virtuali in reali benefici come coupon, sconti e bonus, presso i partner affiliati, da utilizzare nella vita di tutti i giorni.

Ovviamente la piattaforma è aperta anche agli sviluppatori che vogliono monetizzare quanto da loro prodotto.
Il modello di business adottato prevede che il 60% del ricavato sia destinato allo sviluppatore mentre il 40% a Beintoo.

Chi c’è dietro Beintoo?
Dietro un nome, un brand o un marchio c’è sempre un team di persone che, con le proprie eccezionali capacità, hanno speso tutto per inseguire il sogno.
Come già anticipato, Beintoo è startup tutta italiana. Ecco tutti i componenti del team:

Antonio Tomarchio – Fondatore
– Filippo Privitera – Fondatore
– Andrea Cozzi – Co-Fondatore
– William Nespoli – Co-Fondatore
– Walter Ferrara – Co-Fondatore

Qualche numero:
– 24 milioni di utenti
– 200 sviluppatori attivi
– 60 mila utenti “premiati” ogni giorno

Questo ennesimo successo di una realtà italiana dimostra come le migliori menti del nostro paese siano sempre in grado di stupire e di convincere tutti in giro per il mondo.
Anche se il nostro paese spesso non offre il giusto supporto alla crescita ed alla maturazione di realtà imprenditoriali, il crescente successo dei nostri giovani ci fa ben sperare per una società migliore nel prossimo futuro. 
SABATO 10 DICEMBRE 2011

 

Cuebiq/Beintoo

Oggi una delle realtà informatiche che affondano le radici in Italia, e in particolare in Sicilia, più promettenti è Cuebiq, spin-off americano dell’azienda italiana Beintoo. Il suo CEO è Antonio Tomarchio, già conosciuto per il suo lavoro in Dada sul sistema di online advertising Simply. Oggi Tomarchio guida il successo di Cuebiq da New York e le ultime procedure per la conclusione della fase di startup.
La squadra di Tomarchio, così come i due ragazzi della prossima storia, ha molti elementi originari della provincia di Catania.
Recentemente Cuebiq ha ricevuto un secondo round di finanziamento da 27 milioni di dollari.
Si tratta del secondo round di finanziamento per l’azienda che già nel 2012 aveva ottenuto 5 milioni di dollari.
Più di 1300 tra aziende e brand usano le tecnologie di Cuebiq per fornire soluzioni mirate ai loro clienti. Questo finanziamento supporterà lo sviluppo di ulteriori prodotti, contribuirà all’espansione delle operazioni su scala globale e all’avanzamento delle iniziative sulla privacy dei dati attualmente in discussione. Fra gli altri elementi della sua strategia, infatti, Cuebiq si fa promotore delle tecnologie a garanzia della privacy e dell’esportazione del GDPR su tutto il pianeta.

Antonio Tomarchio

Cuebiq è un’azienda di business intelligence. La metodologia proprietaria di Cuebiq consente la raccolta anonima dei dati sulla posizione e l’analisi offline dei trend aggregati. Il modo in cui le persone si muovono all’interno dei punti vendita viene elaborato sulla base di altri dati sul comportamento dei consumatori. Il tutto avviene in forma completamente anonima.
La metodologia proprietaria di Cuebiq consente la raccolta anonima dei dati sulla posizione e l’analisi offline dei trend aggregati.
Ciò permette alle aziende di realizzare campagne pubblicitarie mirate: queste informazioni aggregate, infatti, hanno dimostrato di fornire notevoli capacità predittive per la previsione delle prestazioni allo scopo di correlare tendenze e vendite per un’ampia gamma di settori verticali.
Una vera e propria manna dal cielo per tantissime imprese il cui business funziona sulla raccolta e l’elaborazione dei dati.
L’azienda affonda le sue radici in Beintoo, brand con il quale Tomarchio e la sua squadra hanno saputo cogliere i trend di mercato e modificare il suo orientamento iniziale, più votato al concetto di gamification, come abbiamo visto in una precedente intervista ad Antonio Tomarchio.
“La ricerca di fondi è una sfida fondamentale perché è necessario essere finanziati per poter avere la tranquillità di lavorare focalizzati sul prodotto e senza distrazioni”, diceva Tomarchio in quell’intervista. “In Italia esiste una comunità di angel e inizia a esserci una comunità di venture capital di rilievo formata da persone competenti. È chiaro che non vi è la stessa disponibilità di fondi che si può avere negli Stati Uniti, ma è anche chiaro che il numero di startup è decisamente ridotto”.

 

La tecnologia Beintoo ha rappresentato una parte cruciale di uno dei titoli mobile di maggior successo di quel periodo, Fruit Ninja. La software house di origine siciliana con sede a Milano ha infatti collaborato con Halfbrick Studios, la software house australiana che ha creato Fruit Ninja e Jetpack Joyride.

Le tecnologie di localizzazione di Cuebiq vengono anche utilizzate dagli sviluppatori di app per creare esperienze migliori per gli utenti, consentendo la pubblicazione di messaggi pubblicitari contestuali. Cuebiq sfrutterà la tecnologia blockchain per creare un mercato di dati aperto capace di portare valore economico non solo alle società che gestiscono dati e ai loro clienti, ma anche agli utenti finali.

“Fin dalla sua istituzione, Cuebiq si è impegnata a proteggere la privacy degli utenti, ottenendo le certificazioni NAI e TRUSTe”, ha affermato Antonio Tomarchio. “Questo impegno ha reso un fattore critico la volontà di collaborare con investitori che la pensassero allo stesso modo. Cuebiq non solo è conforme al GDPR in Europa, ma sta anche lavorando con le sue app partner per adottare lo stesso framework lungimirante in tutto il mondo. Riteniamo che la privacy e la trasparenza offrano vantaggi per tutte le parti interessate, dagli utenti finali agli sviluppatori di app fino alle data companies”.

“È per noi fonte di orgoglio che l’intero R&D dell’azienda sia basato a Milano, nella nuova sede che conta già oltre 40 dipendenti con un forte piano di crescita”, aggiunge Walter Ferrara, Country manager italiano. “Abbiamo moltissime posizioni aperte, disponibili nella sezione career del nostro sito, tra cui Data Engineers, Data Scientist, Full Stack Engineers in un contesto di innovazione tecnologica che ci ha portato all’uso di soluzioni top-notch”.

 

 

 

Drive-to-store, McDonald’s sceglie la location intelligence di Beintoo

L’azienda di fast food ha utilizzato BeAttribution Lite, nuova versione alleggerita del prodotto BeAttribution, per misurare l’efficacia delle campagne pubblicitarie mobile dedicate a promozioni brevi.
McDonald’s ha scelto Beintoo per verificare sul campo l’efficacia dei dati di location effettuando studi di analisi del traffico su campagne drive-to-store legate a brevi promozioni.

 

Mandatory Credit: Photo by Shutterstock (9077573o)
Scott McDonald (President and CEO, ARF), Antonio Tomarchio (CEO, Cuebiq), Mark Rabe (CEO, Sojern), David Wong (SVP, Product Leadership, Nielsen Watch), Chris Kelly (CEO, Survata)
Measuring Up seminar, Advertising Week New York 2017, Target Media Network Stage, PlayStation Theater, New York, USA – 27 Sep 2017


Grazie alla BeAttribution Lite della società tecnologica, una nuova versione alleggerita del prodotto di location intelligente BeAttribution, è possibile infatti effettuare questi studi su tutte le campagne, senza limiti di durata o delivery (numero di impression ecc.), restituendo accurati insights sulla risposta offline dei consumatori.
“La versione Lite è stata pensata per rispondere alle esigenze di diverse tipologie di player: dai grandi marchi che basano il loro business sulla diversificazione dell’offerta e hanno l’esigenza di promuovere diversi prodotti, ai piccoli brand che vogliono sfruttare gli strumenti della location intelligence per orientarsi verso il marketing data driven.
In un mercato dominato dall’omnicanalità, infatti, è fondamentale ottenere insights sulle singole iniziative di marketing con una frequenza periodica, motivo per il quale abbiamo pensato che questo prodotto sarebbe stato in grado di rispondere alle esigenze di McDonald’s.
Il brand, infatti, realizza spesso iniziative promozionali limitate nel tempo e, inoltre, si è sempre dimostrato aperto all’innovazione e alla sperimentazione di nuovi strumenti e prodotti”, afferma Luca Marmo, Sales Account Manager Beintoo.
L’azienda ha richiesto inizialmente un primo studio di BeAttribution Lite sulla campagna drive-to-store Crispy McBacon. Grazie alla tecnologia proprietaria, Beintoo ha erogato la campagna su specifiche audience e quantificato il numero di utenti che, dopo essere stati esposti al messaggio pubblicitario, si sono recati in uno dei punti vendita McDonald’s sul territorio nazionale.
Per misurare l’effettiva efficacia della campagna, inoltre, questi dati sono stati incrociati con quelli di un gruppo di controllo con le stesse caratteristiche che non era stato esposto al messaggio, generando così il dato di uplift, ovvero, il numero reale delle visite attribuite grazie all’impatto della campagna pubblicitaria.



La prima campagna drive-to-store ha ottenuto più di un milione di impression e portato nel punto vendita decine di migliaia consumatori su tutto il territorio nazionale, facendo registrare un tasso di visita compreso tra il 5% e il 7% (rapporto tra gli utenti raggiunti dalla campagna e le visite uniche presso gli store all’interno della finestra di conversione).
L’efficacia della campagna è stata dunque molto positiva, come dimostra il dato di uplift che ha registrato un incremento in linea con la media di settore. McDonald’s ha poi deciso di effettuare questo studio anche sulle campagne pianificate successivamente, migliorando ancora la tendenza positiva fino al raggiungimento di un uplift superiore al 15% per la campagna Salva Euro.
Lo studio di BeAttribution Lite ha fornito, inoltre, al cliente una dashboard navigabile dove poter osservare nel dettaglio per ogni campagna insights come: le visite, il tempo di permanenza, la distanza percorsa per raggiungere lo store, l’arco temporale trascorso tra la visione del messaggio pubblicitario e la visita in store e, infine, la creatività utilizzata.
Questo consente di poter analizzare con semplicità i singoli risultati divisi per regione, ed effettuare una valutazione minuziosa sull’efficacia delle diverse promozioni in relazione all’arco temporale e alla distribuzione geografica degli utenti e dei punti vendita.
Cosimo Vestito – 16 luglio 2019

Che dire ?!!!  Congratulazioni  alla famiglia Tomarchio e un grazie ad Antonio chè ci fa sentire più orgogliosi di essere siciliani. 
Ad Maiora Semper.

 

 

 

 

Discussione Storica e Topografica di PAOLO VAGLIASINDI Basiliano di Randazzo – 1835

Sicularagonensia l’inizio

 

SICULARAGONENSIA  L’INIZIO 

In una città dallo straordinario valore artistico e culturale, cinta da mura aragonesi, attraversata da vicoli medievali e arricchita da splendide chiese, nasce l’Associazione Sicularagonensia.
Essa è frutto dell’idea e dell’impegno di un gruppo di amici che ha sempre creduto nelle potenzialità e nella bellezza di Randazzo, una bellezza da salvaguardare, proteggere e soprattutto valorizzare.

Maria Cristina Fioretto


Era il 1995 quando, con un atto redatto da un notaio, fondiamo una associazione culturale avente un proprio statuto, un presidente, nella persona della sottoscritta Maria Cristina Fioretto, e un consiglio direttivo composto da Di Stefano Francesca, Gangemi Giuseppe, Gangemi Alessandro e Gangemi Laura.
La scelta del nome dell’Associazione era legata alle tradizioni e alla storia della città di Randazzo, per lungo tempo dominata dagli Aragonesi.
Furono così poste le basi per dare vita a quella ventata culturale che portò alla rea-lizzazione della Festa Medievale, che nella prima edizione non era ancora una “rievocazione storica”. 
La prof.ssa Francesca Di Stefano si occupò di disegnare tutti i bozzetti per i costumi quattrocenteschi, che furono poi realizzati a mano da sarte del posto e anche per le acconciature e il trucco, frutto del lavoro delle parrucchiere e delle estetiste di Randazzo.
La prima edizione della Festa Medievale si svolse il 10 agosto del 1995, in una unica giornata, nella quale sfilò un corteo con trenta figuranti.
Volendo però dare una precisa identità alla festa, iniziammo a cercare una figura storica legata a Randazzo, della quale rievocare le gesta. 
Si voleva però valorizzare un personaggio che non fosse già protagonista di altre manifestazioni analoghe. 
Fu così che, su suggerimento del prof. Giuseppe Severini, ripescammo da alcuni testi di storia la figura di Bianca di Navarra, vedova di Martino il Giovane, re di Sicilia, da lui nominata reggente del regno quando si recò in Sardegna per conquistarla e dove poi morì.

Francesca Di Stefano

Giuseppe Gangemi

Laura Gangemi


Leggendo la storia di questa donna forte e determinata, scoprimmo che ella fece tappa proprio a Randazzo mentre si recava a Taormina dove era stato convocato un consiglio dei nobili siciliani per decidere la successione sul trono di Sicilia.
Iniziammo allora la ricerca delle figure che accompagnarono la regina in quel suo viaggio: il capitano d’armi, il capitano di giustizia, le damigelle di compagnia e alcuni membri della corte.
Il successo della prima edizione e l’aver trovato una figura ai più sconosciuta e per di più donna rese facile decidere di rievocare il suo passaggio nella nostra città e ci invogliò a replicare la festa negli anni successivi, con una conseguente crescita del numero dei partecipanti che arriva oggi a contare ben 100 personaggi. 

     
     
     

 

Alla corte si aggiunsero infatti i gruppi dei tamburi, degli arcieri, dei popolani e dei giocolieri.
La particolarità del corteo è data dal fatto che sia la corte che i popolani sono in grado di esibirsi in danze (popolari) e bassedanze (cortigiane) del periodo (XIV XV sec.), frutto di stages con professionisti del settore.
Oggi l’Associazione Sicularagonensia è conosciuta e apprezzata da molti, è spesso invitata a partecipare alle feste e alle rievocazioni storiche di altre città ed è un vanto e motivo di orgoglio per tutti noi poter dire di aver dato vita a una manifestazione che è una tra le realtà più interessanti nel panorama delle rievocazioni storiche della Sicilia.

Maria Cristina Fioretto

Fra Antonino Pintabona – Vittima del Coronavirus

 

Coronavirus e vittime / I Camilliani e Randazzo piangono fra’ Pintabona: animo semplice innamorato dei sofferenti 

Si è spento a Cremona, lo scorso 7 aprile, per Coronavirus, il frate camilliano Antonino Pintabona, di 72 anni.
Era nato il 24 novembre 1947 a Randazzo (CT), da Giuseppe e Maria Cariola, secondo di otto figli.  Frequentate le scuole dell’obbligo, in età giovanile prende contatto coi figli di san Camillo (Randazzo appartiene alla Diocesi di Acireale, dove sono presenti e operano i Ministri degli Infermi) e fa il suo ingresso nella formazione in Provincia Siculo Napoletana.
La sua base scolastica gli permette di ottenere il solo titolo di infermiere generico, che gli è sufficiente per espletare la sua vocazione, quella dell’assistenza agli ammalati. Dopo il noviziato, è fra i primi camilliani – col responsabile P. Cisternino – ad aprire la missione africana del Benin, dove trascorre il periodo della professione temporanea dei voti, rinnovati per diversi anni. Dopo il trasferimento alla Provincia Lombardo Veneta, riprende ex novo tutto il percorso formativo, con umiltà e impegno.
Il 20 settembre 1981 inizia come postulante nella Comunità della Casa di Cura S. Camillo di Cremona, dove, salvo brevi interruzioni, resterà per 30 anni,
Nel 1983 entra in noviziato a Capriate S. Gervasio (BG), sotto la guida del maestro P. Lucio Albertini, e nel 1984 fa la professione religiosa dei voti temporanei, da rinnovarsi anno per anno, e viene inserito nella comunità di Predappio (FC) dove sono assistiti ex degenti degli Istituti psichiatrici. Finalmente, il 18 dicembre 1988 con la professione perpetua, entra definitivamente nell’Ordine come fratello laico.
Nel 1996, è trasferito alla Casa di Cura S. Camillo di Cremona: qui gli è affidato l’incarico, per lui gratificante, di prendersi cura della cappella e di seguirne le funzioni, nel luogo che custodisce le spoglie del Beato Enrico Rebuschini, camilliano, molto amato dalla cittadinanza, e del quale Fratel Antonino era particolarmente devoto.
Tornava in Sicilia per brevi periodi, durante le vacanze estive, per fermarsi nella natìa Randazzo, vi frequentava assiduamente la Basilica di S. Maria offrendo la propria collaborazione, senza tralasciare di recarsi ad Acireale, dai Frati Camilliani, dov’era avvenuta la sua prima formazione.
Ma l’epidemia del coronavirus, che si propaga proprio nel cremonese, investe la casa di cura S. Camillo, Frate Antonino non ne è stato risparmiato e agli inizi di marzo è ricoverato in reparto per una polmonite; il peggioramento non previsto lo porta alla morte la mattina del 7 aprile, assistito dai confratelli.  Sarà la seconda vittima tra il personale della Casa di Cura, dopo il dottor Leonardo Marchi, medico infettivologo e direttore sanitario.
Il religioso era conosciuto e amato da molte persone per il suo carattere aperto e spontaneo, i confratelli lo ricordano per i suoi modi diretti e scherzosi, come anima dei momenti conviviali in comunità, fiero delle proprie origini siciliane, sempre generoso e concreto nell’assistenza agli anziani e ai malati.
Quella di Frate Antonino è stata, certamente, una fede lineare e immediata, aliena dalle profonde disquisizioni teologiche, attenta piuttosto a quelle forme devozionali più semplici (il culto dei santi, le immaginette, che, pare, collezionasse con passione) ma dedita, soprattutto, all’amore e alla carità verso il prossimo, che aveva concretizzato, per lunghi anni, nella cura e nell’assistenza ai malati e ai sofferenti.

Maristella Dilettoso .

Maurits Cornelis Escher

m_c_escher_relativita_1953

Maurits Cornelis Escher nasce a Leeuwarden, Olanda, il 17 giugno del 1898, quarto figlio di un ingegnere idraulico.

Nel 1903 si trasferisce con tutta la famiglia ad Arnheim dove, dal 1912 al 1918, frequenta il liceo con esiti disastrosi, tanto che alla prova di maturità viene addirittura respinto. Dopo essere riuscito con tanta fatica a conseguire il diploma, Maurits Escher si stabilisce ad Haarlem per seguire i corsi di architettura alla Scuola di Architettura e Arti Decorative, come voleva suo padre. L’architettura non interessa il giovane Escher quanto il disegno e, dopo pochi mesi, abbandona architettura per iscriversi ai corsi di disegno dell’insegnante di grafica Samuel Jesserun de Mesquita. Alla fine degli studi, come era quasi d’obbligo per tutti gli aspiranti artista, Maurits Escher fa un lungo viaggio in Italia e in Spagna nel 1922 dove rimane incantato dalla la prodigiosa complessità dalle decorazioni moresche dell’Alhambra, il castello di Granada. Proprio in Spagna scopre la tecnica dei “disegni periodici”, caratterizzati da una divisione regolare della superficie piana, disegni che diventeranno una costante di certe sue illustrazioni che lo renderanno celebre ed inconfondibile, nonché simbolo di un’arte contaminata dal pensiero scientifico.

Nel 1923 il pittore torna in Italia dove incontra Jetta Umiker, svizzera e l’anno dopo la sposa e compra casa a Roma, dove resterà per undici anni e da dove partiva per i suoi numerosi vagabondaggi. Durante gli anni italiani Maurits Escher prende moltissimi disegni e schizzi che si trasformeranno in litografie e comincia ad eseguire le incisioni su legno, servendosi di blocchi di faggio, della consistenza più dura, che gli permettono di tracciare delle linee sempre più sottili e di scolpire le sue sfere. Per trovare idee e spunti nuovi, viaggia molto, visitando ad esempio gli Abruzzi a piedi e molte località Italiane: è del 1929 la prima litografia “Veduta di Goriano Sicoli, Abruzzi”.
In questo periodo la sua produzione è ispirata alla natura ed ottiene un notevole successo con la sua prima mostra allestita Siena, primo passo in un susseguirsi di successi e affermazioni con esposizioni personali via via più corpose, nelle città europee fino in Olanda. In Italia, si afferma il regime fascista e il clima politico del paese diventa pesante, così alle prime avvisaglie di guerra si trasferisce con la famiglia in Svizzera, dove nel 1938 nasce il figlio Jan, avvenimento che lo allontanano dalla visione della natura per concentrarsi sulle sue immagini interiori.

In seguito, Maurits Escher, parlando della sua vita, definì l’anno della nascita di suo figlio come quello in cui maturò la svolta della sua vita: ” In Svizzera e in Belgio ho trovato molto meno interessanti sia i paesaggi che l’architettura, rispetto a ciò che avevo visto nel Sud Italia. Mi sono così sentito spinto ad allontanarmi sempre di più dall’illustrazione più o meno diretta e realistica della realtà circostante. Non vi è dubbio che queste particolari circostanze sono state responsabili di aver portato alla luce le mie “visioni interiori”.

La sua arte, ormai matura, riflette la sua visione del mondo che lo circonda e le elabora attraverso la fantasia, le realizza in architetture, prospettiva e spazi impossibili; le sue opere grafiche sono celebri per l’uso fantasmagorico degli effetti ottici. Il campionario sviluppato da Escher, contempla le sorprese più spettacolari che vanno da paesaggi illusori, prospettive invertite, costruzioni geometriche minuziosamente disegnate e altro ancora, frutto della sua inesauribile vena fantastica, che incanta e sconcerta. Nelle opere di Escher, l’ambiguità visiva diventa ambiguità di significato e dall’ osservazione delle opere e invenzioni di questo artista si intuiscono gli interessi e fonti di ispirazione, che vanno dalla psicologia alla matematica, dalla poesia alla fantascienza, che animano la sua mente geniale, affiancandolo a Michelangelo, Leonardo da Vinci, Dürer e Holbein. “La metamorfosi”, realizzata nel 1940 rappresenta una sorta di riassunto delle sue opere: densa di richiami alla geometria è una splendida storia per immagini in cui tutti i soggetti rappresentati si trasformano rapidamente in un qualcosa d’altro, in un continuo processo di mutazione.

Le case sul mare diventano scatole, perdono via via le loro caratteristiche, si trasformano in semplici cubi, in esagoni e alla fine in ragazzini cinesi; sono questi passaggi da una forma all’altra, dalla seconda alla terza dimensione che sconcertano l’osservatore. Due anni dopo venne pubblicato “M.C. Escher en zijn experimenten”. Nel 1941 si trasferisce in Olanda, a Baarn e, dal 1948, in concomitanza di mostre personali, tiene una serie di conferenze per illustrare il senso del suo lavoro. Nel 1954 M.C. Escher stabilisce un primo contatto con il mondo scientifico grazie alla sua esposizione al Museo Stedelijk di Amsterdam, in coincidenza con il Congresso Internazionale dei Matematici e, nel 1955, il 30 aprile riceve una onorificenza reale. Per il sessantesimo compleanno di Escher la città dell’Aia organizza una grande mostra retrospettiva per celebrare il suo genio, viene pubblicato “Divisione regolare delle superfici” e realizza la sua prima litografia dedicata alle sue celeberrime costruzioni impossibili : “Belvedere”. Dopo una lunga permanenza in ospedale, nel 1964 il pittore intraprende un viaggio in Canada, dove viene ricoverato ed operato d’urgenza.

Oltre ad essere un artista grafico, M.C. Escher si occupa di illustrazioni per l’editoria, progetta arazzi, francobolli e murales, un’attività senza sosta che gli vale il premio della Cultura della città di Hilversum. Nel 1969, in luglio, realizza la sua ultima xilografia, “Serpenti”, ma l’anno dopo subisce un’operazione e resta ricoverato per lungo tempo in ospedale, dopo di ché si trasferisce in una Casa di Riposo per Artisti a Iaren e muore il 27 marzo del 1972. La parte più originale della ricerca del pittore-matematico è quella riguardante la distribuzione del colore nei disegni periodici, per facilitare l’individuazione delle singole figure, ognuna delle quali deve svolgere alternativamente il ruolo di figura e di sfondo. Ad esempio, nei suoi Uccelli/Pesci, gli uccelli sono acqua rispetto ai pesci e i pesci sono cielo rispetto agli uccelli.

La sua teoria della “simmetria di colore” sui disegni periodici a due o più colori contrastanti, verrà scoperta solo parecchi anni dopo dai cristallografi che l’applicheranno con notevoli vantaggi nella classificazione dei cristalli e delle loro proprietà. Maurits Escher, popolare per le sue cosiddetto strutture impossibili, come “Ascending e Descending”, “Relatività”, le sue stampe di trasformazione, come “Metamorfosi I”, ” Metamorfosi II “, ” Metamorfosi III “e ” Sky & Water I o rettili “, non voleva dire nulla di più di quanto si vede nelle sue opere. La sua ricerca estetica è semplicemente una ricerca geometrico-formale, e la sua idea di bellezza risiede nella purezza del segno, nell’armonia, anche apparente, delle composizioni e nei paradossi illusionistici che solo la matita può creare. Eppure, al di là delle intenzioni consapevoli o inconsapevoli dell’artista e al di là dell’adesione ufficiale a un particolare movimento pittorico, le opere di Maurits Escher lo collegano al Surrealismo.

 

Maurits Cornelis Escher: breve biografia e opere principali in 10 punti

Due minuti per raccontare la vita dell’artista olandese, delle sue scale senza fine e delle sue prospettive impossibili.

Scale che non hanno inizio né fine, uccelli in volo che si fondono come il giorno e la notte, mondi impossibili che sembrano partoriti da un sogno. Osservare le opere di Maurits Cornelis Escher significa intraprendere un viaggio lungo i confini dello spazio, in una realtà che esiste in qualche anfratto profondo della nostra mente e quando viene a galla ci costringe a porci degli interrogativi su ciò che è vero e ciò che è solo apparenza. Eppure questo geniale artista olandese, forse non avrebbe mai creato quelle opere che lo hanno reso immortale, se la sua vita non lo avesse costretto a rinunciare al sole, al mare e agli splendidi paesaggi italiani.

LA VITA E LE OPERE DI MAURITS CORNELIUS ESCHER:
1. Maurits Cornelis Escher (1898-1972) è stato un incisore e grafico olandese. È conosciuto soprattutto per le sue incisioni che hanno per oggetto immagini basate su curiose simmetrie che esplorano l’infinito, paradossi matematici e prospettive (apparentemente) impossibili.

2. Escher non è stato uno studente modello, essendo carente in quasi tutte le materie, compresa la matematica, ad eccezione (ovviamente) del disegno.

3. L’Italia ha un peso rilevante nella vita di Escher. L’artista olandese vive infatti a Roma dal 1923 al 1935 con sua moglie Jetta Umiker che sposa a Viareggio nel 1924. È in Italia che nascono i suoi figli George ed Arthur. Escher ricorderà i suoi anni in Italia come “I migliori anni della sua vita”.

4. Escher approfitta del soggiorno italiano per percorrere la penisola in lungo e in largo in cerca di ispirazione. Oltre ad innamorarsi del sole, del mare e dei paesaggi del Belpaese, Escher è attratto dai piccoli villaggi della Calabria (es. Pentedattilo, sopra) e della Sicilia (CESARO’, MASCALI e RANDAZZO, in basso) che lo colpiscono per la particolare composizione e la struttura dei centri abitati che sembrano fondersi col paesaggio.

5. Lascia l’Italia per andare in Svizzera nel 1935 a causa dell’insopportabile clima politico causato dal fascismo. Nell’inverno del 1944 il suo grande maestro e amico Samuel Jessurun de Mosquita muore con la moglie e il figlio nel campo di concentramento di Theresienstadt, nella Repubblica Ceca.

6. Negli anni Quaranta Escher si trasferisce in Belgio e poi in Olanda. Da qui comincerà il suo periodo artistico più prolifico, in cui abbandonerà la riproduzione della realtà per rappresentare il suo mondo interiore. Escher motiva questa scelta spiegando che nei paesaggi di Belgio e Olanda non ha trovato nulla di così bello da ispirarlo, cosa che accadeva invece quando ammirava i paesaggi italiani.

7. Simmetrie, paradossi geometrici, luoghi che inducono a moti senza fine. La matematica e il calcolo sono componenti chiave per comprendere a fondo le opere di Escher. Lui stesso è stato amico di molti matematici come Bruno Ernst che su di lui ha scritto un libro “Lo specchio magico di M.C. Escher”.

8. Una delle opere più famose di Escher, Salita e discesa (1960) è ispirata all’illusione ottica dei matematici inglesi Lionel e Roger Penrose che ne avevano parlato in un articolo pubblicato nel 1958.

9. Day and night del 1938 (immagine in basso), Mani che disegnano (1948), Relatività (1953 – a lato) e Belvedere (1958) sono alcune delle opere più note di Escher.

10. Per le sue deformazioni spaziali capaci di creare mondi alternativi, Escher è stato molto amato dagli hippie e dalla controcultura dell’epoca, tanto che Mick Jagger scrisse una lettera molto amichevole (forse troppo) al maestro olandese per chiedergli di creare un’opera da usare come copertina per un album dei Rolling Stones. Escher rifiutò, chiedendo inoltre a Mick Jagger la cortesia di usare il “lei”, piuttosto che il “tu” nella loro corrispondenza.

 

“Solo coloro che tentano l’assurdo raggiungeranno l’impossibile.” (Maurits Cornelius Escher)

Maurits Cornelis Escher,inoltre esegue molte incisioni su legno e straordinariamente una bella veduta di CESARO’ con lo sfondo dell’Etna innevata, un panorama di RANDAZZO con in primo piano il Ponte sul fiume Alcantara, la Basilica di Santa Maria e di nuovo l’Etna innevata e una serie di litografie raffiguranti “la lava” che distrugge la città di Mascali (1928) ed il recupero di una villa circondata dalla lava.

Cesarò – 1933 Randazzo – Basilica di Santa Maria 1933 Mascali 1928

Mascali, la casa immortalata da Escher e ritrovata
             A novant’anni dall’eruzione che ha cambiato l’Etna

La litografia si chiama House in the lava near Nunziata e racconta la devastazione del 1928. La fotografa e documentarista Maria Aloisi, assieme alla crew di Etna walk, ha ricostruito la storia, ritrovando i ruderi di quella villa. 

Ritratta dal celebre Maurits Cornelis Escher, l’artista dell’impossibile e dei paradossi, House in the lava near Nunziata è una litografia che raffigura una grande villa completamente circondata dalla lava, nel piccolo borgo di Nunziata, frazione di Mascali, piccolo paese alle pendici dell’Etna.
Quest’opera, insieme a tante altre, è stata esposta al Palazzo della Cultura a Catania lo scorso anno, in occasione di una mostra che ha svelato, per la prima volta al pubblico siciliano, l’estro e le oniriche visioni dell’artista olandese.
Fu tra il 1928 e il 1936 che Escher si recò per lunghi soggiorni in Sicilia, affascinato dai paesaggi selvaggi e incuriosito dalla notizia della distruzione che la colata dell’Etna aveva seminato nel territorio di Mascali, nel novembre del 1928.


House in the lava near Nunziata

La stessa curiosità che ha spinto la fotografa, grafica e documentarista Maria Aloisi a indagare su quella litografia mascalese, dando una svolta alla storia di una villa diventata famosa nel mondo e, fino a questo momento, ritenuta perduta per sempre.rappresenta una testimonianza e un simbolo di quella che, sull’Etna, sarà ricordata come una delle eruzioni più devastanti degli ultimi secoli: interi campi coltivati completamente bruciati, abitazioni inghiottite dalla lava, popolazioni costrette a scappare e a lasciare in fretta le proprie case, comunicazioni ferroviarie e stradali interrotte e buona parte dei territori di Mascali e Nunziata sepolti in soli sei giorni.
«Dopo avere visto la litografia alla mostra mi sono attivata per cercare informazioni sulla casa nella lava – spiega Maria a MeridioNews – Ero affascinata da quest’opera e mi sono domandata se qualcuno avesse mai cercato i resti della villa o se invece era tutto perduto per sempre; grazie a un post su Facebook e a un’amica in comune, sono riuscita a rintracciare Francesca Failla, ultima erede della famiglia proprietaria della casa».
L’incontro di Maria con Francesca, tra i lucidi ricordi della signora e le fotografie ingiallite conservate gelosamente nei cassetti, si rivela inaspettatamente prezioso: «Sono andata a trovare Francesca convinta di fare una semplice chiacchierata e invece sono tornata a casa con in mano una splendida storia da raccontare», continua Aloisi che, poco dopo, decide di dare vita a un documentario per raccontare la storia di questa ricca famiglia caduta in disgrazia dopo l’eruzione, ma anche la storia di una tragedia che ha segnato le sorti di un intero paese.
«Escher ha dato un’altra vita a Palazzo Barabini, è così che si chiama la casa nella lava, dal nome della mia famiglia», racconta la signora Francesca Failla. «Vedendo la litografia ho avuto una grande emozione al pensiero dei miei nonni e di mia madre che abitavano proprio lì e di come poi le sorti della mia famiglia furono segnate dall’eruzione: agli splendori subentrarono gli stenti e mia nonna fu costretta ad appellarsi alla clemenza di Mussolini, chiedendo dei contributi che altrimenti non sarebbero arrivati, dato che mio nonno era dichiaratamente antifascista», continua Francesca.
«Non sono mai voluta andare a vedere un’eruzione dell’Etna: per la mia famiglia era un tabù», conclude l’ultima erede dei Barabini.
Negli ultimi mesi, durante la preparazione del documentario, Maria Aloisi, insieme a Giuseppe Distefano e Marco Restivo, documentaristi e fondatori di Etna walk My Etna map, hanno effettuato diverse ricerche e sopralluoghi per tentare di individuare i resti della casa della famiglia Barabini, nonostante tutte le voci e le notizie lasciassero pensare che della villa non ci fosse più alcuna traccia. «Abbiamo confrontato mappe antiche dell’Ufficio tecnico del Comune di Mascali, del catasto, fotografie dell’epoca, abbiamo consultato l’archivio dell’Istituto Luce e le preziose immagini dell’Eth di Zurigo e ci siamo fatti raccontare i ricordi di bambini degli ultimi anziani del paese.
 La difficoltà principale è stato muoversi in un territorio complesso, ampiamente martoriato dall’edilizia selvaggia e dall’abusivismo», spiega Maria.
Quando tutto sembrava perduto, l’aiuto decisivo per il ritrovamento della casa arriva grazie a una palma raffigurata in un’antica mappa che i tre documentaristi trovano presso l’Ufficio tecnico del Comune di Mascali.
Quella palma era la stessa ritratta da Escher nella litografia di House in the lava near Nunziata e, prima della catastrofica eruzione, fungeva come una sorta di faro per le persone che ogni giorno si recavano a lavorare presso gli agrumeti e i frutteti della proprietà dei Barabini.
 «Un ringraziamento particolare va al signor Zappalà, uno degli ultimi testimoni viventi dell’eruzione 1928, incontrato per caso mentre eravamo in centro a Mascali; un prezioso aiuto ci è stato dato inoltre da Leonardo Vaccaro dell’Associazione Mascali 1928 e dall’architetto Alessandro Cavallaro», conclude Maria Aloisi.
Il documentario La Casa nella Lava sarà visibile i primi di novembre a Mascali, nell’ambito degli appuntamenti dedicati al 90esimo anniversario dell’eruzione.
MICHELA COSTA 

a cura di Lucio Rubbino

Pro loco Randazzo – Rassegna Poesie Dialettali 2010

Pubblicazione rassegna di poesie 2010 Definitivo A5

Cavalieri dell’Ordine di Vittorio Veneto

 

L’Ordine di Vittorio Veneto è stato istituito con Legge 18 marzo 1968, n. 263, (abrogata dal Decreto Legislativo del 15 marzo 2010, n. 66), per “esprimere la gratitudine della Nazione” a quanti, avendo combattuto per almeno sei mesi durante la prima guerra mondiale o precedenti conflitti, avessero conseguito la croce al merito di guerra. 

Capo dell’Ordine, comprendente una sola classe di Cavalieri, è il Presidente della Repubblica; un Generale di Corpo d’Armata ne presiede il Consiglio, che provvede al vaglio delle domande avanzate dagli interessati.

All’onorificenza, concessa con Decreto del Capo dello Stato su proposta del Ministro della Difesa, corrisponde un esiguo assegno annuo, in favore di quei decorati che non godano di un reddito superiore al minimo imponibile.

CAVALIERI DI VITTORIO VENETO DI RANDAZZO

FOTO NOME DATA NASCITA INDIRIZZO COMUNE DATA DECRETO
  ADORNETTO GIUSEPPE 25/10/1899 GULLOTTO 101 RANDAZZO 25/11/70
  AGATI ALFIO 8/9/1897 FONTANA 41 RANDAZZO 25/11/70
  AGATI MARTINO 24/11/1896 REG.MARGHERITA 173 RANDAZZO 25/11/70
  AGATI VINCENZO 29/3/1896 VIA REG. MARGHERITA 86 RANDAZZO 30/10/71
  ALFONSO ALFIO 13/2/1895 VIA OLIVIERI 26 RANDAZZO 5/8/71
  ALFONSO GIOVANNI 16/9/1899 OLIVERI 31 RANDAZZO 26/5/73
  ALFONSO PAOLO 7/5/1898 VIA FURNARI 27 RANDAZZO 30/12/71
  ALFONSO PAOLO 25/1/1882 CAPPUCCINI 40 RANDAZZO 26/5/73
  ALFONSO SALVATORE 1/1/1894 ORIOLES 12 RANDAZZO 25/11/70
  ALFONSO SANTO 31/10/1898 VIA CAGGEGI 4, RANDAZZO 16/6/69
  ALFONSO VINCENZO 1/9/1896 VIA DEI MAIO 5 RANDAZZO 30/10/71
  ALIA FRANCESCO PAOLO 31/1/1888 COLLEGIO 60 RANDAZZO 30/10/71
  ALLIA ANGELO 13/1/1894 S.CATARINELLA 47 RANDAZZO 27/4/72
  ALLIA MICHELANGELO 22/9/1894 POLLICCHINO 2 RANDAZZO 30/10/71
  ALLIA SALVATORE 6/11/1896 VIA DOMINEDO 52 RANDAZZO 30/10/71
  ALLIA SALVATORE 11/8/1900 VIA CARMINE 100 RANDAZZO 30/10/71
  ALLIA VINCENZO 7/7/1900 VIA GAETA 20 RANDAZZO 30/10/71
  AMATO GIUSEPPE 12/3/1886 VIA ETNA 17 RANDAZZO 30/10/71
  ANZALONE LUIGI 18/10/1899 VIA ROMA 3 RANDAZZO 16/6/69
  ANZALONE VINCENZO 23/6/1889 FISAULI RANDAZZO 30/10/71
  ANZALONE VINCENZO 27/1/1894 REG.MARGHERITA 164 RANDAZZO 30/10/71
  ARCIDIACONO FORTUNATO 8/3/1900 BUONARROTI 16 RANDAZZO 30/10/71
  ARCIDIACONO MARIANO 22/3/1890 VIA UMBERTO 236 RANDAZZO 30/10/71
  ARCIDIACONO SALVATORE 22/1/1897 VIA BAGGIO 2 RANDAZZO 25/11/70
  ARENA GIUSEPPE 26/4/1898 VIA UMBERTO 10 RANDAZZO 16/6/69
  ARRIGO GIUSEPPE 23/1/1898 GALLIANO 67 RANDAZZO 25/11/70
  BAGIANTE MICHELANGELO 29/5/1893 MARCONI 37 RANDAZZO 25/11/70
  BARBAGALLO GIUSEPPE 16/10/1894 S.CATERINELLA 7 RANDAZZO 25/11/70
  BARBAGALLO VINCENZO 19/4/1897 SAITTA 60 RANDAZZO 30/10/71
  BASILE FERDINANDO 16/12/1882 VIA ROMA 96 RANDAZZO 30/7/70
  BERIZIA SALVATORE 17/3/1882 MARCONI 116 RANDAZZO 30/10/71
  BERTONE VINCENZO 28/1/1890 MAROTTA 119 RANDAZZO 9/3/72
  BISIGNANO ANTONINO 6/10/1898 CIPRIOTTI 2 RANDAZZO 16/6/69
  BONANNO ALFIO 5/10/1895 MONTELAGUARDIA 51 RANDAZZO 30/12/71
  BONANNO FRANCESCO PAOLO 13/8/1885 ROMEO 40 RANDAZZO 30/10/71
  BONANNO NUNZIO 9/6/1893 VIA DUCA ABRUZZI 34 RANDAZZO 30/10/71
  BONANNO ROSARIO 27/4/1897 GULLOTTO 196 RANDAZZO 16/6/69
  BONAVENTURA MICHELANGELO 17/11/1891 VIA VITTORIO VENETO 8 RANDAZZO 16/6/69
  BONFIGLIO LORENZO 4/11/1897 VIA CAMARDA 7 RANDAZZO 25/11/70
  BONGIOVANNI FRANCESCO PAOLO 20/1/1888 VIA TAGLIAMENTO 15 RANDAZZO 30/10/71
  BONGIOVANNI GIUSEPPE 3/6/1896 VIA DUCA ABRUZZI 53 RANDAZZO 30/12/71
  BONGIOVANNI SALVATORE 14/4/1889 DE QUATTRIS 39 RANDAZZO 30/10/71
  BONGIOVANNI SALVATORE 13/4/1897 VIA MANCHI 40 RANDAZZO 25/11/70
  BRUNO GIUSEPPE 16/11/1896 FONTANA 8 RANDAZZO 16/6/69
  CAGGEGGI ANTONINO 27/11/1881 VIA DUCA ABRUZZI 54 RANDAZZO 30/10/71
  CAGGEGGI MARIANO 6/8/1889 VIA BRANCIFORTE 28 RANDAZZO 30/10/71
  CAGGEGI DOMENICO 23/4/1899 GULLOTTO 126 RANDAZZO 16/6/73
  CAGGEGI DOMENICO 27/8/1877 VIA CAPPUCCINI 38 RANDAZZO 26/5/73
  CAGGEGI FRANCESCO PAOLO 18/9/1890 BASILE 177 RANDAZZO 30/10/71
  CAGGEGI GIOVANNI 24/9/1885 PIAZZA S. ANTONIO DI PADOVA 3 RANDAZZO 30/12/71
  CAGGEGI GIUSEPPE 23/4/1899 GULLOTTO 126 RANDAZZO 25/11/70
  CALA’ IMPIROTTA NUNZIO 9/11/1898 SANTA MARGHERITA 84 RANDAZZO 25/11/70
  CALA’ VINCENZO 2/9/1899 SANTUARIO 85 RANDAZZO 30/12/71
  CALA’ VINCENZO 28/2/1894 FIORETTO 27 RANDAZZO 30/10/71
  CAMARATA ANTONINO 15/5/1896 VIA GULLOTTO 58 RANDAZZO 30/10/71
  CAMARATA MARIANO 9/5/1889 FURNARI 35 RANDAZZO 25/11/70
  CAMARATA NUNZIO 15/7/1894 AGONIA 2 RANDAZZO 30/10/71
  CAMARDA ALFIO 21/3/1897 VIA ROMA 108 RANDAZZO 9/3/72
  CAMARDA GIUSEPPE 15/3/1897 BONARROTI 28 RANDAZZO 30/10/71
  CAMARDA MICHELE 4/6/1895 VIA DUCA ABRUZZI 136 RANDAZZO 25/11/70
  CAMARDA NICOLA 28/6/1899 IMBISCUSO 3 RANDAZZO 25/11/70
  CAMARDA NUNZIO 8/9/1886 VIA V. VENETO 4 RANDAZZO 16/10/73
  CAMARDA SALVATORE 1/6/1899 POLIZZI 25 RANDAZZO 26/5/73
  CAMARDA SANTO 27/9/1898   RANDAZZO 16/6/69
  CAMERINI PASQUALE 23/2/1898 BRANCIFORTE 1 RANDAZZO 9/3/72
  CAMMARATA ANTONINO 4/2/1896 VIA OZIERI 2 RANDAZZO 30/12/71
  CAMMARATA GAETANO 25/2/1891 AGONIA 3 RANDAZZO 25/11/70
  CAMMARATA GIUSEPPE 30/9/1891 FURNARI 62 RANDAZZO 25/11/70
  CAMPAGNA ANTONIO 31/10/1891 FISAULI 9 RANDAZZO 30/10/71
  CAMPIONE ANTONINO 21/2/1889 CARCARE 14 RANDAZZO 30/10/71
  CAMPIONE FRANCESCO 21/6/1895 V ETNA 1 RANDAZZO 31/3/71
  CAPIZZI SALVATORE 29/3/1899 S.MARGHERITA 7 RANDAZZO 28/12/70
  CAPUTO SALVATORE 29/9/1895 VIA LOMBARDO 16 RANDAZZO 30/10/71
  CAPUTO SANTO 20/8/1898 GRASSO 13 RANDAZZO 18/4/72
  CARIOLA ANTONIO 13/2/1895 MARCONI 93 RANDAZZO 30/10/71
  CARIOLA SIMEONE 8/6/1893 VIA GAETA 69 RANDAZZO 30/10/71
  CARTILLONE GIUSEPPE 9/3/1893 BRANCIFORTE 10 RANDAZZO 30/10/71
  CARTILLONE SALVATORE 6/5/1898 BASILIANI 22 RANDAZZO 25/11/70
  CARTILLONE SALVATORE 10/1/1896 MONASTRA 50 RANDAZZO 16/6/69
  CARUSO GIUSEPPE 13/9/1896 VIA SAITTA 23 RANDAZZO 30/12/71
  CARUSO VINCENZO 19/7/1899 GALLIANO 87 RANDAZZO 25/11/70
  CASELLA FILIPPO 23/1/1887 PIAZZA CAVOUR 34 RANDAZZO 28/12/70
  CASTIGLIONE ANTONINO 15/1/1877 S.MARGHERITA 47 RANDAZZO 30/10/71
  CASTIGLIONE NUNZIO 27/2/1896 VIA SANTO ANTONIO DI PADOVA 9 RANDAZZO 25/11/70
  CATANZARO CARMELO 9/12/1892 ETNA 35 RANDAZZO 31/3/71
  CATANZARO ROSARIO 2/9/1898 VIA BELLINI 2 RANDAZZO 25/11/70
  CELONA SALVATORE 18/11/1894 VIA VITTORIO VENETO 4 RANDAZZO 16/6/69
  CERAULO VINCENZO 22/4/1899 VIA RAFFAELLO 96 RANDAZZO 16/10/73
  CIMINO SALVATORE 1/11/1878 SCIACCA 2 RANDAZZO 25/11/70
  CIMINO SALVATORE 30/9/1894 VIA PARDO 21 RANDAZZO 30/10/71
  CINCONZE CARMELO 30/7/1898 VIA MARSALA 43 RANDAZZO 6/2/78
  CINCONZE GIUSEPPE 30/10/1891 BONARROTI 9 RANDAZZO 25/11/70
  CINCONZE SALVATORE 2/12/1894 VIA FILANGERI 4 RANDAZZO 25/11/70
  CIRINO FRANCESCO PAOLO 1/1/1885 GAETA 60 RANDAZZO 30/10/71
  COSTANZO ANTONINO 1/9/1896 MURAZZOROTTO RANDAZZO 4/11/74
  COSTANZO CARMELO 12/7/1899 CAGGEGI 53 RANDAZZO 25/11/70
  COSTANZO MALOPIERI SALVATORE 16/12/1889 VIA CALABRIA 2 RANDAZZO 28/12/70
  CRIMI ANTONINO 7/8/1889 VIA MARCONI RANDAZZO 26/3/75
  CULLURA FRANCESCO 8/5/1897 VIA GIOVANNI VERGA 12 RANDAZZO 30/10/71
  CULLURA’ NICOLA 10/10/1891 RISORGIMENTO 7 RANDAZZO 25/11/70
  CUNSOLO PAOLO 28/6/1896 VIA DEI ZINGALI 28 RANDAZZO 24/1/74
  D’AMICO ALFIO 27/5/1894 V.S.T.DOMINEDO’ 1 RANDAZZO 27/4/72
  D’AMICO BENEDETTO 21/5/1892 ETNA 8 RANDAZZO 30/6/71
  D’AMICO GIUSEPPE 14/4/1897 VIA MARCONI 66 RANDAZZO 30/10/71
  D’AMICO GIUSEPPE 1/1/1893 TAGLIAMENTO 13 RANDAZZO 30/10/71
  D’AMICO SALVATORE 4/1/1896 VIA TORRE 11 RANDAZZO 5/8/71
  D’AMICO VINCENZO 2/4/1889 MAROTTA 71 RANDAZZO 25/6/71
  DEL CAMPO GIUSEPPE 4/3/1895 VIA VITTORIO VENETO 6 RANDAZZO 25/11/70
  DEL CAMPO GUGLIELMO 22/5/1899 VIA FONTANA 26 RANDAZZO 30/10/71
  DI PAOLA GIUSEPPE 1/5/1898 VIA G. BASILE 14 RANDAZZO 30/10/71
  DI PASQUALE FRANCESCO PAOLO 2/6/1891 MONTELAGUARDIA 100 RANDAZZO 25/11/70
  DILETTOSO CALOGERO 24/4/1895 VIA OLIVERI 30 RANDAZZO 25/11/70
  DILETTOSO FEDERICO 29/9/1896 DUCA DEGLI ABRUZZI 245 RANDAZZO 16/6/69
  DILETTOSO GIUSEPPE 7/12/1899 REG.MARGHERITA 176 RANDAZZO 30/10/71
  DILETTOSO GIUSEPPE 16/6/1897 SI MARGHERITA 26 RANDAZZO 25/11/70
  DONATO LUIGI 15/3/1898 CARMINE 46 RANDAZZO 30/10/71
  EMANUELE SALVATORE 6/8/1893 VIA MONTELAGUARDIA RANDAZZO 25/11/70
  EMMANNUELE NUNZIO 5/9/1885 V.ARCHIMEDE 59 RANDAZZO 27/4/72
  FALANGA SALVATORE 29/9/1891 CARMINE 36 RANDAZZO 30/10/71
  FALANGA VINCENZO 22/4/1897 BUONARROTI 24 RANDAZZO 25/11/70
  FALANGHELLA BENEDETTO 1/12/1884 DON CAVINA 3 RANDAZZO 30/10/71
  FARINA ANTONINO 1/1/1899 PALESTRO 5 RANDAZZO 25/11/70
  FARINA DOMENICO 20/1/1898 VIA UMBERTO 23 RANDAZZO 16/6/69
  FARINA FRANCESCO 8/4/1900 DILETTOSO 8 RANDAZZO 25/11/70
  FARINA MARIANO 9/8/1891 GULLOTTO 17 RANDAZZO 25/11/70
  FINOCCHIARO SALVATORE 3/11/1895 VITTORIO VENETO 33 RANDAZZO 25/11/70
  FINOCCHIO CARMELO 2/1/1892 VIA DEI FURNARI 5I RANDAZZO 16/6/69
  FINOCCHIO MATTEO 4/6/1886 VIA DEI FURNARI 48 RANDAZZO 30/10/71
  FIORITTO SEBASTIANO 11/11/1899 VI PALESTRO 75 RANDAZZO 16/10/73
  FORNITO DOMENICO 14/9/1890 BASILE 141 RANDAZZO 30/10/71
  FORNITO FILIPPO 6/8/1897 BASILE 155 RANDAZZO 30/6/71
  FORNITO FRANCESCO PAOLO 21/10/1895 VIA ARCHIMEDE 2 RANDAZZO 30/10/71
  FORNITO GIUSEPPE 8/5/1898 VIA SOLD. EMANUELE 1 RANDAZZO 25/11/70
  FRANCO ANTONIO 20/1/1898 VIA G. VERGA 2 RANDAZZO 28/12/70
  FRANCO CARMELO 25/2/1892 FIORETTO 18 RANDAZZO 30/10/71
  FRANCO FRANCESCO PAOLO 5/1/1895 EMANUELE 34 RANDAZZO 25/11/70
  FRANCO SANTO 27/2/1898 CARMINE 91 RANDAZZO 26/5/73
  FRANCO SANTO 10/2/1899 VIA DUCA ABRUZZI 50 RANDAZZO 16/10/73
  FURNARI GIUSEPPE 18/3/1899 VIA FURNARI 36 RANDAZZO 25/11/70
  FURNARI VINCENZO 2/4/1886 VIA FURNARI 21 RANDAZZO 30/12/71
  GALVAGNO ROSARIO 4/12/1893 VIA GULLOTTO 244 RANDAZZO 30/10/71
  GALVAGNO ROSARIO 5/1/1892 BUONARROTI 38 RANDAZZO 16/6/69
  GAMBACORTA ROSARIO 13/9/1889 GIULLOTTO 177 RANDAZZO 16/6/69
  GAMBINO VINCENZO 19/9/1894 MONASTRA 38 RANDAZZO 26/5/73
  GARDANI GIUSEPPE 19/3/1882 VIA MAROTTA 53 RANDAZZO 30/10/71
  GARDANI SALVATORE 1/10/1896 LONGHITANO 19 RANDAZZO 30/10/71
  GENOVESE CARMELO 4/6/1891 SGROI 40 RANDAZZO 9/3/72
  GENOVESE FRANCESCO PAOLO 12/12/1899 VIA PIAZZA TUTTI SANTI 23 RANDAZZO 25/11/70
  GENOVESE GIUSEPPE 7/5/1890 VIA GULLOTTO 136 RANDAZZO 30/12/71
  GERMANA’ BENEDETTO 16/8/1891 VIA DEI ROMANO 41 RANDAZZO 26/5/73
  GERMANO’ SALVATORE 13/11/1897 VIA CAMPANELLA 9 RANDAZZO 25/11/70
  GIARDINA FRANCESCO 25/11/1895 V.S.CATERINA RANDAZZO 27/4/72
  GIGLIO FRANCESCO 16/4/1896 VIA S. PELLICO 12 RANDAZZO 30/10/71
  GIGLIO VINCENZO 3/1/1899 FURNARI 2 RANDAZZO 16/10/73
  GRANATA SALVATORE 28/8/1896 VIA ALFONSO 3 RANDAZZO 30/10/71
  GRASSO VINCENZO 26/10/1881 GAETA 100 RANDAZZO 26/5/73
  GRASSO ANGELO 17/3/1894 VIA REG.MARGHERITA 26 RANDAZZO 26/3/75
  GRASSO NUNZIATO 3/9/1898 VIA COCLITE 23 RANDAZZO 26/5/73
  GRASSO SALVATORE 16/3/1888 VIA S. MARGHERITA 38 RANDAZZO 30/12/71
  GRECO CARMELO 27/1/1891 PARDO 8 RANDAZZO 30/10/71
  GRILLO ANTONIO 6/5/1897 VIA POZZO 6 RANDAZZO 25/11/70
  GUIDOTTO FRANCESCO PAOLO 17/12/1883 FOTI 11 RANDAZZO 30/10/71
  GUIDOTTO GAETANO 12/11/1889 REG MARGHERITA 106 RANDAZZO 27/4/72
  GUIDOTTO MICHELE 10/11/1893 SANTUARIO 11 RANDAZZO 30/10/71
  GUIDOTTO SANTO 1/11/1897 VIA S. TEN. DOMINEDO’ 6I RANDAZZO 16/6/69
  GULINO SALVATORE 28/5/1884 VIA VERGA 14 RANDAZZO 25/11/70
  GULLOTTO ANTONINO 3/12/1880 BECCARIA 34 RANDAZZO 30/10/71
  GULLOTTO ANTONINO 13/1/1898 UMBERTO 18 RANDAZZO 16/10/73
  GULLOTTO CARMELO 3/8/1895 CASTELLO 9 RANDAZZO 30/10/71
  GULLOTTO FRANCESCO PAOLO 9/6/1893 MODICA 17 RANDAZZO 30/12/71
  GULLOTTO GAETANO 28/9/1891 DEGLI SGROI 2M RANDAZZO 16/6/69
  GULLOTTO GAETANO 14/10/1898 FURNARI 15 RANDAZZO 30/10/71
  GULLOTTO GIUSEPPE 3/12/1896 MONASTRA 28 RANDAZZO 25/11/70
  GULLOTTO GIUSEPPE 20/12/1884 CAGGEGI 6 RANDAZZO 26/5/73
  GULLOTTO SALVATORE 8/12/1890 VIA NAZIONALE 50 RANDAZZO 24/7/72
  GULLOTTO SALVATORE 4/1/1897 VIA MAROTTA 115 RANDAZZO 30/12/71
  GULLOTTO VINCENZO 1/10/1878 VIA DOMINEDO’ 66 RANDAZZO 30/10/71
  GULLOTTO VITO 4/12/1891 VIA CAMPO 29 RANDAZZO 30/10/71
  IMBISCUSO CARMELO 20/5/1896 VIA POZZO 11 RANDAZZO 30/10/71
  IMBISCUSO NICOLO’ 28/2/1892 VIA GAETA 31 RANDAZZO 30/10/71
  IMBROGIOANO VINCENZO 4/10/1893 VIA GAGLIANO 85 RANDAZZO 30/10/71
  INGRASSIA ANTONINO 17/3/1897 GULLOTTO 32 RANDAZZO 26/5/73
  INGRASSIA GIOVANNI 24/6/1889 FONTANA 11 RANDAZZO 26/5/73
  INGRASSIA NUNZIO 20/7/1889 LOMBARDO 1, RANDAZZO 16/6/69
  IUCULANO SEBASTIANO 11/3/1898 VIA S. GREGORIO 9 RANDAZZO 31/5/71
  LA MONACA SALVATORE 23/2/1893 VIA MAROTTA 151 RANDAZZO 26/5/73
  LA MONICA NUNZIO 24/7/1896 VIA CARMINE 62 RANDAZZO 4/11/74
  LA PIANA ANGELO 8/5/1896 VIA MAGRO 41 RANDAZZO 25/11/70
  LA PIANA BASILIO 1/7/1885 COLONNA 3 RANDAZZO 31/3/71
  LA PIANA EDOARDO 13/10/1890 DUCA DEGLI ABRUZZI 8L RANDAZZO 16/6/69
  LA PIANA FRANCESCO PAOLO 2/1/1896 VIA SOLD. EMANUELE 32 RANDAZZO 18/4/72
  LA PIANA FRANCESCO PAOLO 6/8/1882 CONCORDIA 17 RANDAZZO 30/10/71
  LA PIANA GIUSEPPE 22/3/1894 SAITTA 31 RANDAZZO 25/11/70
  LA PIANA GIUSEPPE 23/9/1894 MAROTTA 70 RANDAZZO 26/5/73
  LA PIANA GIUSEPPE 19/11/1879 VIA CAIROLI 2U RANDAZZO 16/6/69
  LANZA GIUSEPPE 16/12/1898 VIA GAETA 42 RANDAZZO 25/11/70
  LANZA VINCENZO 22/1/1896 VIA S. MARGHERITA 45 RANDAZZO 30/12/71
  LANZA VINCENZO 17/5/1881 REG.MARGHERITA 128 RANDAZZO 30/10/71
  LAPIANA SALVATORE 24/12/1884 VIA DEI CAGGEGGI 3 RANDAZZO 26/5/73
  LAZARO FRANCESCO PAOLO 22/6/1893 VIA DEI CAMPIS 2 RANDAZZO 30/12/71
  LAZZARO GAETANO 22/10/1888 V.S.T.DOMINEDO’ RANDAZZO 27/4/72
  LAZZARO VINCENZO 2/7/1887 DUCA DEGLI ABRUZZI 137 RANDAZZO 16/6/69
  LEANZA FRANCESCO PAOLO 4/10/1896 VIA ETNA 33 RANDAZZO 30/10/71
  LEANZA ILLUMINATO 14/10/1898 VIA ETNA 33 RANDAZZO 9/3/72
  LEO GAETANO 14/10/1897 VIA SAITTA 10 RANDAZZO 30/10/71
  LEONARDI ISIDORO 24/8/1899 VIALE DEI CADUTI 19 RANDAZZO 25/11/70
  LICARI ANTONINO 19/10/1899 SALETTI 14 RANDAZZO 25/11/70
  LICARI GIUSEPPE 6/9/1890 VIA BECCARIA 36 RANDAZZO 25/11/70
  LISEO CARMELO 20/4/1899 ALFONSO 1 RANDAZZO 25/11/70
  LISEO SALVATORE 23/2/1883 VIA VACCARO 10 RANDAZZO 30/10/71
  LO CASTRO ANTONIO 4/9/1891 R.MARGHERITA 87 RANDAZZO 25/11/70
  LO CASTRO BIAGIO 3/2/1893 RISORGIMENTO 21 RANDAZZO 25/11/70
  LO CASTRO GIOVANNI 17/7/1886 VIA MAROTTA 105 RANDAZZO 25/11/70
  LO FARO FRANCESCO PAOLO 14/7/1895 VIA VIAREGINA MARGHERITA 82 RANDAZZO 28/12/70
  LO GIUDICE EDOARDO 21/2/1888 VIA LANZA 11 RANDAZZO 9/3/72
  LO GIUDICE LEONARDO 5/11/1894 ROMA 72 RANDAZZO 16/6/69
  LO GIUDICE SALVATORE 9/1/1892 VIA GALLIANO 3 RANDAZZO 25/11/70
  LO PRESTI FRANCESCO 21/3/1896 ETNA 26 RANDAZZO 25/11/70
  LOMBARDO ANTONIO 19/5/1896 VIA S MARGHERITA 15 RANDAZZO 30/10/71
  LOMBARDO CARMELO 13/5/1891 COLLEGIO 47 RANDAZZO 25/11/70
  LOMBARDO CARMELO 31/7/1899 VIA PALESTRO 105 RANDAZZO 30/10/71
  LOMBARDO SALVATORE 14/5/1885 VIA COCLITE 17 RANDAZZO 23/12/72
  LONGHITANO FILIPPO 3/2/1897 VIA GALVAGNO 12 RANDAZZO 30/10/71
  LONGHITANO GAETANO 26/2/1896 ORTO 6 RANDAZZO 16/6/69
  LONGHITANO GAETANO 1/7/1893 S.FELICE 8 RANDAZZO 30/12/71
  LONGHITANO NUNZIATO 29/5/1899 S.T.FALLICO 53 RANDAZZO 30/10/71
  LOPRESTI MICHELANGELO 7/10/1898 VIA COLLEGIO 42 RANDAZZO 16/10/73
  MACCARONE EDOARDO 18/10/1895 VIA DEI GULLOTTO 129 RANDAZZO 25/11/70
  MAGRO ALFIO 19/6/1885 DE CAGGEGI 24 RANDAZZO 30/10/71
  MAGRO ANTONINO 4/9/1899 VIA GULLOTTO 260 RANDAZZO 24/6/72
  MAGRO GIUSEPPE 3/10/1889 MAGRO 51 RANDAZZO 30/10/71
  MAGRO MARIANO 14/9/1898 MONASTRA 20 RANDAZZO 30/10/71
  MAGRO NUNZIATO 2/5/1893 PIAZZA BASILICA 6 RANDAZZO 25/11/70
  MAGRO VINCENZO 1/1/1887 COLLEGIO 83 RANDAZZO 30/10/71
  MAIO FRANCESCO PAOLO 28/1/1892 BECCARIA 40 RANDAZZO 25/11/70
  MAIO GIUSEPPE 7/11/1895 VIA COLLEGIO 3 RANDAZZO 16/10/73
  MANITTA CARMELO 22/5/1891 GULLOTTO 175 RANDAZZO 30/10/71
  MANITTA FRANCESCO PAOLO 22/4/1882 VIA MAGRO 39 RANDAZZO 30/10/71
  MANITTA GIOVANNI 26/9/1891 MANCHI 70 RANDAZZO 25/11/70
  MANITTA SALVATORE 27/3/1897 ADUA 20 RANDAZZO 31/3/71
  MANITTA VINCENZO 17/8/1891 DE FRANCESCO 15 RANDAZZO 26/5/73
  MANNINO ANTONINO 1/3/1883 VIA CAMPANELLA 11 RANDAZZO 30/10/71
  MANNINO ANTONIO 29/1/1893 VIA DEI GULLOTTO 66 RANDAZZO 16/6/69
  MANNINO GIUSEPPE 22/9/1897 VIA SANTA MARGHERITA 23 RANDAZZO 30/10/71
  MANNINO NUNZIO 15/6/1889 GALLIANO 136 RANDAZZO 9/3/72
  MANNINO PAOLO 5/2/1877 GAETA 66 RANDAZZO 30/10/71
  MANNINO PAOLO 18/5/1881 VIA F. CAVINA 5 RANDAZZO 26/5/73
  MANNINO SALVATORE 4/10/1898 GULLOTTO 70 RANDAZZO 25/11/70
  MANNINO SEBASTIANO 4/3/1898 GAETANO BASILE 53 RANDAZZO 30/10/71
  MANNINO VINCENZO 14/12/1894 VIA CAMPO 37 RANDAZZO 26/5/73
  MANTINEO CARMELO 24/4/1889 VIA DUCA ABRUZZI 283 RANDAZZO 30/10/71
  MARINO PIETRO 28/6/1898 VIA MAROTTA 145 RANDAZZO 30/10/71
  MAVICA GIUSEPPE 30/7/1892 BASILE 151 RANDAZZO 25/11/70
  MAZZEO SALVATORE 31/7/1895 PIAZZA DON GUIDAZIO 9 RANDAZZO 30/10/71
  MELI ALFIO 27/1/1899 SOTT.TENENTE SAITTA 51 RANDAZZO 25/11/70
  MERCADANTE FRANCESCO 4/12/1898 VIA DEI GULLOTTO 130 RANDAZZO 16/6/69
  MINEO LUIGI 8/10/1888 SALETTI 20 RANDAZZO 30/10/71
  MINERVINI SAVINO 27/3/1886 VIA BASILE 101 RANDAZZO 5/5/71
  MODICA FRANCESCO PAOLO 23/3/1899 VIA DUCA ABRUZZI 67 RANDAZZO 30/10/71
  MODICA NUNZIO 28/5/1886 VIA DUCA ABRUZZI 253 RANDAZZO 24/6/72
  MOLLICA CARMELO 24/10/1895 BUONARROTI 66 RANDAZZO 30/10/71
  MOLLICA NUNZIO 17/3/1894 VIA VACCARO 3 RANDAZZO 9/3/72
  MONFORTE LUIGI 27/3/1892 GALLIANO 28 RANDAZZO 25/11/70
  MUNFORTE SALVATORE 11/3/1890 GALLIANO 176 RANDAZZO 9/3/72
  MUSCITONE GAETANO 5/4/1897 D’ANNUNZIO 21 RANDAZZO 16/10/73
  MUSUMECI LEONARDO 11/1/1895 EMANUELE 9 RANDAZZO 30/10/71
  MUSUMECI SALVATORE 1/4/1897 PIAZZA S MARTINO 12 RANDAZZO 25/11/70
  NERI VINCENZO 11/1/1898 ALFONSO 7 RANDAZZO 16/10/73
  NIBALI GIUSEPPE 7/7/1889 GALLIANO 186 RANDAZZO 30/10/71
  NUCIFORA FRANCESCO 21/1/1896 VIA MONTELAGUARDIA 38 RANDAZZO 30/7/70
  PACCIONE FRANCESCO 13/1/1899 CARDUCCI 11 RANDAZZO 25/11/70
  PALERMO CARMELO 19/7/1887 RAGAGLIA 2 RANDAZZO 30/10/71
  PALERMO FILIPPO 20/10/1888 POLICCHIO 7 RANDAZZO 16/6/69
  PALERMO SALVATORE 5/9/1891 VIA CONCORDIA 1O RANDAZZO 16/6/69
  PALERMO SALVATORE 23/7/1890 VIA CIALDINI 13 RANDAZZO 30/10/71
  PALLANTE CARMINE 8/9/1899 ROMA 76 RANDAZZO 16/6/69
  PANISSIDI GIAMBATTISTA 14/1/1893 VIA UMBERTO 207 RANDAZZO 16/6/69
  PANITTERI PAOLO 27/1/1889 VIA DE QUATRIS 22 RANDAZZO 26/5/73
  PAPARO MARIANO 28/2/1895 VIA REG. MARGHERITA 92 RANDAZZO 30/10/71
  PAPARO SALVATORE 20/10/1899 VIA MARCONI 83 RANDAZZO 30/10/71
  PAPARO VINCENZO 14/10/1892 VIA BAGGIO 16 RANDAZZO 25/11/70
  PAPOTTO MARIANO 18/12/1899 VIA BLANCIFORTE 9 RANDAZZO 5/8/71
  PAPOTTO NUNZIATO 16/2/1893 DOMINEDO’ 29 RANDAZZO 5/8/71
  PASSAMITI SALVATORE 13/1/1896 VIA SOLD. EMANUELE 26 RANDAZZO 30/10/71
  PATORNITI PAOLO GIUSEPPE 16/2/1898 BUONARROTI 1 RANDAZZO 30/1/71
  PERSICO CARMELO 26/6/1891 DUCA ABRUZZI 49 RANDAZZO 30/10/71
  PITINZANO SALVATORE 9/4/1892 GIUNTA CASE URRA 18 RANDAZZO 25/11/70
  PRIOLO NUNZIO 4/8/1885 FISAULI 4 RANDAZZO 30/10/71
  PRIOLO SANTO 14/4/1899 DE QUATTRIS 45 RANDAZZO 26/5/73
  PROIETTO ANTONINO 2/12/1891 VIA CARMINE 51 RANDAZZO 25/11/70
  PROIETTO DI SILVESTRO GAETANO 4/12/1895 REG MARGHERITA 323 RANDAZZO 30/10/71
  PROIETTO DI SILVESTRO SALVATORE 30/5/1891 D’ANNUNZIO 2 RANDAZZO 30/10/71
  PROIETTO GIUSEPPE 16/3/1893 VIA PALESTRO 1 RANDAZZO 30/10/71
  PROIETTO MICHELE 29/4/1895 ALFONSO 20 RANDAZZO 30/10/71
  PROIETTO SALANITRI GIUSEPPE 5/12/1895 RISORGIMENTO 5 RANDAZZO 30/10/71
  PROIETTO SALVATORE 22/12/1886 VACCARO 5 RANDAZZO 30/10/71
  PROTETTO BILLORELLO CARMELO 17/8/1892 VIA ARCHIMEDE 23 RANDAZZO 25/11/70
  PUGLISI FELICE 8/3/1890 MARCONI 74 RANDAZZO 30/12/71
  PUGLISI PASQUALE 27/9/1897 VIA G. BONAVENTURA 97 RANDAZZO 6/2/78
  QUATTROPAANI NUNZIO 3/7/1885 ETNA 9 RANDAZZO 30/10/71
  QUATTROPANI GIUSEPPE 20/10/1893 VIA L. CAPUANA RANDAZZO 30/10/71
  QUATTROPANI VINCENZO 21/9/1898 MAROTTA 50 RANDAZZO 25/11/70
  RAGUNI ANTONIO 3/12/1896 VI CAMARDA 11 RANDAZZO 25/11/70
  RAINERI SALVATORE 23/4/1899 PALESTRO 54 RANDAZZO 30/10/71
  RANDAZZO MIGNACCA ANTONIO 13/1/1897 MASCAGNI 11 RANDAZZO 25/11/70
  RAPISARDA DOMENICO 3/4/1891 VIA CAMPO 13 RANDAZZO 30/10/71
  RICCA VINCENZO 4/3/1893 FALLICO 23 RANDAZZO 30/12/71
  RIZZERI FRANCESCO 12/12/1889 VIA REG MARGHERITA 146 RANDAZZO 30/10/71
  RIZZERI FRANCESCO PAOLO 24/4/1898 GULLOTTO 70 RANDAZZO 30/10/71
RIZZO FRANCESCO PAOLO 6/8/1895 COLLEGIO 64 RANDAZZO 30/10/71
  ROMANO ALFIO 9/9/1892 S.MARGHERITA 54 RANDAZZO 30/10/71
  ROMANO ANTONINO 27/4/1896 LOMBARDO 15 RANDAZZO 30/10/71
  ROMANO ANTONINO 13/1/1894 CARCARE 8 RANDAZZO 30/12/71
  ROMANO ANTONIO 4/8/1895 V.RAFFAELLO 76 RANDAZZO 27/4/72
  ROMANO CARMELO 12/1/1894 FALLICO 52 RANDAZZO 25/11/70
  ROMANO CARMELO 13/5/1892 VIA CARMINE 60 RANDAZZO 30/12/71
  ROMANO GIUSEPPE 13/2/1892 VIA BASILE 149 RANDAZZO 25/11/70
  ROMANO ROMUALDO 28/11/1895 BASILE 167 RANDAZZO 31/3/71
  ROMANO SALVATORE 29/9/1895 FALLICO 15 RANDAZZO 30/10/71
  ROMANO SALVATORE 9/11/1895 VIA DEI GULLOTTO 8 RANDAZZO 30/12/71
  ROMANO VINCENZO 25/2/1891 FALLICO 29 RANDAZZO 25/11/70
  ROMEO FILIPPO 19/5/1892 MARCONI RANDAZZO 16/6/69
  ROMEO GIOVANNI 23/3/1899 PIAZZA S. NICOLO’ 16 RANDAZZO 16/6/69
  ROTELLA NUNZIO 8/1/1889 VIA CAMARDA 2. RANDAZZO 16/6/69
  ROVAGGI SALVATORE 3/7/1891 MARCONI 24 RANDAZZO 25/11/70
  RUBBINO ANTONINO 16/9/1889 BUONARROTI 76 RANDAZZO 30/10/71
  RUBBINO CARMELO 10/9/1891 ORATORIO 10 RANDAZZO 16/6/69
  RUBBINO VINCENZO 12/6/1898 GIUNTA 37 RANDAZZO 30/10/71
  RUFFINO ALFIO 14/5/1882 VIA DEI ZINGALI 58 RANDAZZO 30/10/71
  RUFFINO ANTONIO 18/4/1891 DILETTOSO 10 RANDAZZO 25/11/70
  RUFFINO VITO 10/8/1896 VIA VENTIMIGLIA 1M RANDAZZO 16/6/69
  RUSSO FACCIAZZA SALVATORE 1/5/1884 V.R.MARGHERITA 90 RANDAZZO 27/4/72
  RUSSO ROSARIO 2/1/1892 VIA PETRINA 22 RANDAZZO 30/12/71
  RUTTINO ANTONINO 29/4/1894 DUCA ABRUZZI 99 RANDAZZO 30/10/71
  RUTTINO ANTONINO 2/1/1897 VIA ARCHI 2 RANDAZZO 30/12/71
  RUTTINO GIUSEPPE 1/4/1889 VIA BUONARROTI 14 RANDAZZO 30/10/71
  SANGANI VINCENZO 12/9/1894 VIA CIPISOTTI 5 RANDAZZO 30/10/71
  SANGRIGOLI GIUSEPPE 10/6/1885 FALLICO 50 RANDAZZO 30/10/71
  SANGRIGOLI GIUSEPPE 22/5/1891 MARSALA 40 RANDAZZO 5/8/71
  SANGRIGOLI GIUSEPPE 9/3/1886 VIA MONTALAGUARDIA 38 RANDAZZO 30/12/71
  SANGRIGOLI ROSARIO 8/4/1897 VIA MARCHI 50 RANDAZZO 30/10/71
  SANGRIGOLI SALVATORE 13/10/1883 VIA RAFFAELLO 17 RANDAZZO 30/10/71
  SANGRIGOLI VINCENZO 31/3/1889 MONTELAGUARDIA NAZIONALE 54 RANDAZZO 30/10/71
  SANTANGELO PIETRO 31/8/1898 VIA GULLOTTO 90 RANDAZZO 9/3/72
  SCAFFIDI SALVATORE 16/12/1884 MARCONI 157 RANDAZZO 30/10/71
  SCALA GIUSEPPE 18/2/1881 VIA MARCONI 8 RANDAZZO 30/10/71
  SCALISI GAETANO 18/4/1898 MONTE LA GUARDIA 60 RANDAZZO 4/11/74
  SCALISI SALVATORE 2/3/1893 VIA FISAULI 54 RANDAZZO 16/6/69
  SCALISI VINCENZO 22/5/1893 MILITI 7 RANDAZZO 25/11/70
  SCANDURRA ANTONINO 1/2/1890 VIA OZZIERI 11 RANDAZZO 30/10/71
  SCHILIRO’ ANTONINO 22/3/1888 VIA COLLEGIO 31 RANDAZZO 25/11/70
  SCIAVARRELLO GIUSEPPE 3/6/1897 TAGLIAMENTO 28 RANDAZZO 16/6/69
  SCIRTO SALVATORE 29/3/1895 GULLOTTO 72 RANDAZZO 9/3/72
  SCRIVANO FRANCESCO 14/2/1889 VIA C. BECCARIA 28 RANDAZZO 25/11/70
  SCRIVANOAFRANCESCO PAOLO 24/5/1897 VIA GARIBLADI 8 RANDAZZO 30/12/71
  SGROI ANTONINO 27/2/1895 VIA BUONARROTI 47 RANDAZZO 9/3/72
  SGROI SALVATORE 20/8/1898 BUONAROTTI 40 RANDAZZO 30/10/71
  SGROI SALVATORE 3/6/1893 VIA CASTEL 22 RANDAZZO 16/6/69
  SORBELLO GIUSEPPE 22/9/1897 VIA DEL SANTUARIO 12 RANDAZZO 25/11/70
  SORBELLO ROSARIO 25/9/1896 MONTELAGUARDIA 44 RANDAZZO 25/11/70
  SORBELLO SEBASTIANO 18/4/1891 CELLINI 18 RANDAZZO 30/10/71
  SORBELLO VITO 2/8/1894 REG.MARGHERITA 39 RANDAZZO 30/10/71
  SPARTA’ GIUSEPPE 28/2/1895 FURNARI 16 RANDAZZO 25/11/70
  SPARTA’ VINCENZO 24/2/1893 CALDARERA 3 RANDAZZO 25/11/70
  SPITALERI CARMELO 1/12/1897 PIAZZA SIGNORE PIETA’ 1 RANDAZZO 16/10/73
  SPITALERI NUNZIO 4/6/1893 POLIZZI 22 RANDAZZO 25/6/71
  SPITALIERI LUIGI 17/4/1898 ROMA 37 RANDAZZO 25/11/70
  TESTA SALVATORE 30/5/1894 MACALLE’ 3 RANDAZZO 30/10/71
  TODAAROFFRANCESCO PAOLO 22/9/1895 VIA CLARENTANO 1 RANDAZZO 30/10/71
  TRAZZERA ANTONINO 19/1/1888 LOMBARDO 8 RANDAZZO 30/10/71
  TRAZZERA ANTONINO 4/8/1895 VIA GAETA 34 RANDAZZO 30/12/71
  TRAZZERA ANTONIO 28/11/1896 FURNARI 30 RANDAZZO 30/10/71
  TRAZZERA GIUSEPPE 20/3/1899 GULLOTTO 111 RANDAZZO 16/6/69
  TRAZZERA GIUSEPPE 15/11/1896 VIA D’ABRUZZI 47 RANDAZZO 30/7/70
  TRAZZERA PIETRO PAOLO 27/6/1885 LONGHITANO 22 RANDAZZO 30/10/71
  TRAZZERA SALVATORE 16/12/1890 EMANUELE 5 RANDAZZO 30/10/71
  TRIPI ROSARIO 2/1/1895 GAETA 62 RANDAZZO 25/11/70
  TRIPOLI ANTONIO 14/11/1896 VIA ADUA 40 RANDAZZO 28/12/70
  VAGLIASINDI MICHELE 10/5/1898 PIAZZA BIXIO 5 RANDAZZO 30/10/71
  VAGLIASINDI PIETRO 11/12/1896 VIA SOLDATI CAVALLARO 47 RANDAZZO 30/10/71
  VAROTTA PAOLO 5/2/1892 PIAZZA S.MARTINO 28 RANDAZZO 25/11/70
  VENEZIANO ALFIO 24/3/1895 SANTUARIO 75 RANDAZZO 30/10/71
  VENEZIANO VINCENZO 28/12/1889 VIA MARCONI 115 RANDAZZO 30/10/72
  VIRGILIO ALFIO 4/10/1895 PERCIABOSCO 14 RANDAZZO 30/10/71
ZINGALI ANGELO 1899      
  ZINGALI ANTONIO 11/12/1892 VIA DEI QUATTRO 35 RANDAZZO 25/11/70
  ZINGALI BENEDETTO 17/6/1892 PALESTRO 50 RANDAZZO 16/6/69
  ZINGALI CARMELO 19/6/1894 SACRO CUORE 9 RANDAZZO 30/10/71
  ZINGALI SALVATORE 24/9/1896 RAFFAELLO 70 RANDAZZO 9/3/72
  ZIRILLI GIUSEPPE 6/4/1892 VIA MARCONI 44 RANDAZZO 6/2/78
  ZIRILLI GIUSEPPE 13/1/1893 CAGGERI 7 RANDAZZO 26/5/73
  ZOCCO VINCENZO 6/1/1898 PIRANDELLO 12 RANDAZZO 27/4/72
  ZUCCARELLO GIOVANNI 3/1/1898 PIAZZA TUTTI SANTI 9 RANDAZZO 25/11/70

Insigniti di sola medaglia ricordo in oro (art.1 L. 263/68)

NOME INDIRIZZO DATA NASCITA CITTA’ DATA DECRETO
ALLIA GIUSEPPE BUONARROTI 16 24/5/1897 RANDAZZO 18/6/76
D’AMICO NUNZIO VIA FISAULI 46 6/5/1887 RANDAZZO 18/5/78
EMANUELE VINCENZO VIA C. CALDERARA 15/3/1899 RANDAZZO 29/1/75
GULLOTTO SALVATORE FALLICO 23 24/10/1890 RANDAZZO 29/1/75
LISEO GIUSEPPE VIA GULLOTTO 144 21/5/1900 RANDAZZO 29/1/75
RAGUSA FRANCESCO PAOLO VIA GALLIANO 148 26/3/1900 RANDAZZO 29/1/75
ROMEO VINCENZO PIAZZA S.NICOLO’ 20 17/4/1897 RANDAZZO 18/4/79
BERNARDO ALFIO CARCARE 1 13/7/1899 RANDAZZO 29/1/75
GULLOTTO SALVATORE SAITTA 37 22/2/1892 RANDAZZO 29/1/75
PAPOTTO SEBASTIANO VIA CADUTI 30 11/7/1900 RANDAZZO 29/1/75
LO CASTRO FRANCESCO PAOLO VIA CARMINE 28 10/1/1894 RANDAZZO 18/6/76

a cura di Giulio Nido e Francesco Rubbino

si ringrazia per la collaborazione prestata Santo Anzalone

1956/1965 – Due Terribili Tragedie

La frazione di Montelaguardia nel 1956 aveva un piccolo plesso scolastico con una sola aula frequentata dai bambini della frazione.
Il 24 aprile all’uscita della scuola alcuni scolaretti invece di rientrare a casa si attardano a giocare nel vicino boschetto proprio dietro la scuola.
Uno di loro sfortunatamente trova un ordigno residuato bellico dell’ultima guerra mondiale.

Non è inutile ricordare come la nostra Città tra il 13 luglio ed il 15 agosto 1943 è stata bombardata dagli alleati Anglo/Americani, basti pensare che nel solo giorno del 7 agosto vi furono ben 24 incursioni aerei.
 

Si misero a giocare. La deflagrazione fu tremenda. Persero la vita:

Santo Russo di Sebastiano nato il 24 agosto 1946

Arturo Raciti di Giovanni nato a Randazzo 22 gennaio 1947

Domenico Barbagallo di Salvatore nato a Randazzo il 3 luglio del 1947.

Una immane tragedia che segnò per molti anni la nostra comunità.
a cura di Vincenzo Rotella

                                                                        ————————————————————

Nello slargo che si forma alla fine della via Lanza  quando incrocia la via Marconi davanti al bel palazzo dei baroni Romeo   si consuma un’altra tragedia. La sera del 16 marzo 1965 due ragazzi giocano con le cartelle, gioco assai in voga in quel periodo. Si trattava di far girare le cartelle utilizzando il palmo della mano.
I due sono seduti davanti al portone del palazzo quanto all’improvviso scoppia una bomba che per alcuni è un residuato bellico per altri un ordigno inesploso che i contadini usavano per spaventare il “tempo”. 
Santino Franco di di 12 anni muore sul colpo, forse perchè più vicino all’ordigno, mentre Melo Marullo di 13 anni viene soccorso e trasportato con la macchina di  Vincenzino Quattropani a Catania all’ospedale Vittorio Emmanuele.
Sulla macchina vi era anche uno zio del ragazzo Santo Donato a cui il giovane gli raccomandava di non dire niente a sua madre ( i genitori si trovavano in Svizzera per lavoro) e che non facevano niente di male in quanto giocavano con le cartelle.
Durante la notte il ragazzo finiva di soffrire.
Su questo avvenimento molte sono state le illazioni e i commenti, purtroppo non è facile capire quello che veramente è successo e un certo oblio è caduto su questo fatto.
Le famiglie dei ragazzi erano molto noti e tutti si strinsero attorno al loro profondo dolore. 
 

 

Santino Franco nato a Randazzo il 27 marzo 1953

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Melo Marullo nato a Randazzo il 27 giugno 1952

 

 

 

 

 

 

 

 

a cura di Vincenzo Rotella

Ebrei a Randazzo

 

Il 18 giugno 1492, Ferdinando il cattolico e Isabella di Castiglia presero una decisione grave che in seguito ebbe sviluppi tragici nell’economia del regno spagnolo e in Sicilia allora già vicereame: un gesto di fondamentalismo cattolico fu l’editto che impose senza condizioni che gli ebrei dovessero abbandonare per sempre la Sicilia entro tre mesi, pena la morte.
Gli ebrei erano vissuti in Sicilia dai tempi biblici e la Trinacria era stata una delle terre più importanti in cui si erano fermati, una volta partiti dalla Palestina all’inizio della diaspora nel 70 d.e.v.

Ferdinando il Cattolico ed Isabella di Castiglia

La Sicilia era abitata, fino all’anno 1492, da un numero d’ebrei, in percentuale alla popolazione residente, superiore a quelli presenti in qualsiasi altra regione o stato europeo o del bacino del mediterraneo (percentuali di presenza purtroppo incerte nel territorio siciliano, ma oscillanti secondo cifre controverse di stima da un minimo del 5% per città ad un massimo del 50%, che si raggiunse a Marsala).
Nel 1492 Ferdinando il cattolico era entrato vincitore nella città di Granada, vincitore della guerra di riconquista contro i musulmani, liberando così la Spagna definitivamente dal popolo arabo: i piccoli e grandi banchieri ebrei, in quanto da sempre popolo sottomesso, avevano finanziato la guerra di Ferdinando il cattolico contro i mussulmani di Spagna e segretamente aiutato economicamente il governo islamico in Spagna contro lo stesso Ferdinando (perché non a torto riconoscevano ai musulmani una disponibilità ed una tolleranza nei loro confronti certamente più favorevole dei governanti cattolici).
Gli ebrei erano sempre considerati come gli eredi di quel sinedrio che aveva condannato Gesù alla morte (un pregiudizio che costò loro una persecuzione ingiusta e fino ad oggi viva nell’immaginario collettivo), ed in più erano particolarmente mal tollerati in quanto praticavano il prestito di denaro su pegno.
Di fronte all’editto di espulsione, se si decideva di rimanere, bisognava chiedere il battesimo e convertirsi definitivamente al cristianesimo: si doveva accettare il cristianesimo o abbandonare la Sicilia e la Spagna, vendere i beni mobili ed immobili entro tre mesi, oppure rimanere e rinnegare l’antica fede.
In realtà sembrerebbe che per Ferdinando sia stata più una rivalsa post bellica che non una manifestazione di fede cattolica.

Già prima del 1492, operò anche in Sicilia, il tribunale dell’inquisizione, definito “Della Santa Inquisizione”, perché fregiandosi di tale aggettivo, potesse andare assolto da ogni nefandezza e persecuzione illegale, che spesso portava alla condanna a morte delle sue vittime, troppo spesso di religione ebraica.
Così la chiesa di Roma continuava a cavalcare il mito dell’unica confessione religiosa presente nel mondo civile conosciuto a quel tempo.
Tale atteggiamento prevarica