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Federico De Roberto – Randazzo e la Valle dell’Alcantara

 

CAMERATA GIROLAMO – libro

” Trattato dell’honor vero, et del vero dishonore. Con tre questioni qual meriti più honore, ò la donna, ò l’huomo. O’ il soldato, ò il letterato. O’ l’artista, ò il leggista ”

Trattato dell'onor vero di

Foto Oratorio Salesiano

CAMERATA GIROLAMO

Camerata Girolamo,  meglio identificato in Cammarata Girolamo dalla Biblioteca Centrale della Regione Siciliana ” A. Bombace “, scrive questo : 

” Trattato dell’honor vero, et del vero dishonore. Con tre questioni qual meriti più honore, ò la donna, ò l’huomo. O’ il soldato, ò il letterato. O’ l’artista, ò il leggista ” nel 1567 presso l’editore Alessandro Benacci.

 Nulla siamo riusciti a sapere della sua vita privata e letteraria. Semplicementa viene citato in due pagine nel libro di Vanna Gentili 
” Trasgressione Tragica E Norma Domestica “ 

Il libro del Camerata e qui di seguito pubblicato per chi ha il piacere anche di sfogliare questi testi antichi. E, come dice “Striscia la notizia” se qualcuno ha qualcosa da dire, Noi siamo qui.
Francesco Rubbino

Trattato dell'onor vero di

ANGELO GIORDANO

   Angelo Giordano nasce a Randazzo il 2 giugno 1946.
Fin da piccolo ha la passione per il cucito e difatti va  a lavorare  presso una sartoria per imparare questo mestiere. 
Allora molti giovani andavano “ o mastru ” in qualche sartoria soprattutto nel periodo estivo.
Raggiunta la maggiore età sposa Emilia Romano.  Purtroppo, nonostante tutta la buona volontà  di entrambi,  si rendono conto che non è facile tirare avanti, proprio in quel periodo si impone il mercato della confezione degli abiti, e decidono di partire per l’America.
Era il 29 dicembre del 1968. Allora partire non è come ora, non vi erano i mezzi che abbiamo ora ed andare in un altro Continente significava  abbandonare la famiglia, gli amici, le proprie radici.
Sbarca in America e va ad abitarea Boston dove lavora come operaio in una fabbrica. Ma Lui vuole fare il sarto e per due anni frequenta a New York una scuola di designer ( disegnatore di moda) .
Contemporaneamente va a lavorare in una fabbrica di confezione di vestiti con la qualifica di assistente designer .
Dopo cinque anni diventa capo designer dirigendo ben 5 assistenti con la responsabilità della progettualità delle confezioni dei vestiti.
Dopo diciotto anni si trasferisce a Chicago dove diventa Vice Presidente di una società tra le più importanti in fatto di moda.
Viaggia molto e non solo negli USA a causa di questo nuovo e prestigioso incarico di lavoro.
 

 

Boston

 

Chicago

 Due volte l’anno ritorna in Italia soprattutto a Firenze per le sfilate di moda di Pitti Uomo non dimenticando di fare una capatina a Randazzo per salutare i parenti e gli amici.
La foto con  il Presidente Barack Obama testimonia la considerazione che ha per Lui la Comunità della sua città, ma soprattutto, partendo da un piccolo paese alle falde dell’Etna, essere arrivato a diventare uno fra i più prestigiosi designer di moda maschile negli USA.
Nel settembre del 2018 dopo 33 anni di lavoro a Chicago più 18 a Boston va in pensione. 
Angelo con la signora Emilia  hanno due figlie:
Vanessa che sta a Chicago. Laureata, lavora presso una agenzia di collocamento per giovani talenti. Sposata ha due figli, Vincenzo (13 anni) e Amilia (19 anni).
Alessandra lavora come parrucchiera presso uno studio televisivo di Boston . E’ Sposata con  Antonio Marcella di origine calabrese e  hanno due gemelli : Mike e Alissa di 10 anni.
    Caro Angelo Ti facciamo tanti auguri affinchè con la Tua signora possiate godervi la meritata pensione, i vostri figli e soprattutto i nipoti

a cura di Francesco Rubbino 

 

FOTO FEDERICO DE ROBERTO

 

Enzo Bonanno

Enzo Bonanno nasce a Piedimonte Etneo il 1 agosto 1979, ma Randazzese a tutti gli effetti.
Infatti suo padre Franco è un noto esercente di materiale elettrico nonchè impreditore di Randazzo.
Enzo si diploma Perito Elettrotecnico a Giarre e subito cerca di lavorare. Dopo vari tentativi si accorge che non è facile riuscire ad emergere. Del resto i vari lavori che trova non lo soddisfano a pieno in quanto non si sente realizzato.
Invia il proprio curriculum a molte società e viene chiamato per un colloquio dalla ” La Carnival Cruise Line del gruppo crocieristico statunitense Carnival Corporation & Plc “  con sede a Miami (Florida – USA) e inaspettatamente viene assunto.
Prima in prova per sei mesi  e dopo a tempo indeterminato.
E’ la realizzazione della Sua vita. Fa carriera tanto che ora è Ufficiale Tecnico e beato Lui gira il mondo.
Quando può viene sempre a Randazzo a trovare i suoi e si sente ambasciatore del nostro Paese. Auguri Enzo  !!!!!  

 

 

Tommaso Vagliasindi

Per quanti sforzi si siano fatti ben poche notizie si sono trovate di questo nostro illustre cittadino. 

 Tommaso Vagliasindi si segnala in quanto da socialista assieme ad alcuni membri della famiglia Fisauli nel 1904  si oppone all’on.le Paolo Vagliasindi 
  e nel suo più famoso libro ” Eresia “ entra in polemica epistolare con Filippo Turati.

Qui di seguito alcune sue pubblicazioni: 

 – Contro la riscossa feudale : osservazioni intorno alla politica doganale .

Editore : Niccolò Giannotta, 1903 – Catania 

 – Lavoro e capitale 

Editore: N. Giannotta, 1901 – Catania 

 – Dopo il congresso di Brescia e prima del congresso di Bologna : conferenza : Randazzo, 20 marzo 1904. 

Editore: Giannotta, 1904 – Catania 

 – Avanti! : valzer per pianoforte 
Musica a Stampa  – 
Milano : E. Nagas , [18..] 

Vagliasindi Tommaso , Turati Filippo

 – Eresia? : la bancarotta della lotta di classe ; Appendice: polemica epistolare con Filippo Turati 

Editore: N. Giannotta, 1923 – Catania

 Se avete delle informazioni per meglio conoscerlo potete inviarle all’indirizzo del sito: info@randazzo.blog oppure al numero whatsApp  3386714473 .

ISIDORO RACITI – CATALOGO MILLE ANNI CARTA

Catalogo 1000 anni Carta Isidoro Raciti

Domenico Ventura – Masserie e mulini

Masserie e mulini Domenico Ventura

Fabrizio Titone – Il caso dell’universitas di Randazzo nel tardo Medioevo

Fabrizio Titone Il caso dell’universitas di Randazzo nel tardo Medioevo

 

Federico De Roberto

 

     Federico De Roberto

Nacque a Napoli il 16 gennaio 1861, da Federico senior, ex ufficiale di stato maggiore del Regno delle Due Sicilie e dalla nobildonna di origini catanesi, ma nata a Trapani, Marianna Asmundo.[1]

Si trasferì con la famiglia a Catania nel 1870 dopo aver subito giovanissimo la dolorosa perdita del padre, travolto da un treno sui binari della stazione di Piacenza. Da allora, salvo una lunga parentesi milanese e una più breve a Roma, Federico visse all’ombra, gelosa e possessiva, di donna Marianna.[2]

A Catania si iscrisse all’Istituto tecnico “Carlo Gemmellaro”, quindi frequentò il corso di scienze fisiche, matematiche, naturali all’università: ebbe pertanto una prima formazione scientifica, alla quale affiancò presto l’interesse per gli studi classici e letterari, allargando la sua cultura al latino.

Il suo esordio letterario avvenne con il saggio Giosuè Carducci e Mario Rapisardi. Polemica, pubblicato a Catania dall’editore Giannotta nel 1881. Fu presto conosciuto negli ambienti intellettuali per la sua attività di consulente editoriale, critico e giornalista sulle pagine di due settimanali che uscivano a Catania e a Roma: il “Don Chisciotte” e il “Fanfulla della domenica”. Del primo fu anche direttore dal 1881 al 1882; sul secondo scrisse dal 1882 al 1883 sotto lo pseudonimo di Hamlet.

Per l’editore Giannotta fondò la collana di narrativa dei “Semprevivi” ed ebbe modo di conoscere Luigi  Capuana e Giovanni  Verga con i quali strinse una salda amicizia. Nel 1883 raccolse in un volume dal titolo Arabeschi, tutti i suoi scritti di arte e letteratura e nel 1884 avviò la collaborazione, utilizzando il suo vero nome, con il Fanfulla della domenica, e tale collaborazione durò fino al 1900.

Un momento importante per la formazione dello scrittore fu l’incontro, durante un soggiorno in Sicilia, con Paul Bourget (1852-1935), in quei tempi molto noto per i suoi studi psicologici e per i suoi romanzi, nei quali analizzava minuziosamente le coscienze tentando di giungere ad una “anatomia morale”. Decisivo fu per De Roberto il trasferimento a Milano nel 1888 dove fu introdotto da Verga nella cerchia degli Scapigliati, e conobbe Arrigo Boito, Giuseppe Giacosa e Giovanni Camerana, consolidando sempre più la sua amicizia con lo stesso Verga e Capuana. Nel periodo del suo soggiorno milanese collaborò al “Corriere della Sera” e pubblicò diverse raccolte di novelle e romanzi, fra i quali quello che è considerato il suo capolavoro, I Viceré, nel 1894.

 

Paolo Vagliasindi in Parlamento ed al Governo fu propugnatore di libertà. Immaturamente troncata l’opera sua nobilissima vivrà nella storia della sua diletta terra.

Nel 1897 ritornò a Catania, dove rimase fino alla morte, salvo brevi viaggi. A Catania ebbe un incarico come bibliotecario e visse sostanzialmente appartato e deluso per l’insuccesso della sua opera narrativa. Mentre questa tacque egli indirizzò il suo lavoro intellettuale alla pubblicistica e alla critica, tra i quali si ricordano gli studi su Giacomo Leopardi e soprattutto su Verga che giudicò sempre un suo maestro. 

Dopo la morte – 1905 – dell’onorevole Paolo Vagliasindi del Castello di cui era un grande estimatore ed amico, scrisse l’epitaffio che trovasi all’angolo del corso Umberto I con la via Regina Margherita.

Nel 1909 presso l’ Istituto Italiano D’Arti Grafiche – Editore  pubblicò ” RANDAZZO E LA VALLE DELL’ALCANTARA ” con 147 illustrazioni e I tavola ( vedi galleria delle foto).

Nel 1915, allo scoppio della prima guerra mondiale fu interventista.

Alla morte del Verga nel 1922 De Roberto riordinò in modo accurato le opere del grande scrittore ed iniziò uno studio biografico e critico che però rimase interrotto per la sua prematura morte avvenuta a Catania per un attacco di flebite il 26 luglio 1927. Perfino in punto di morte De Roberto non ebbe adeguata considerazione, poiché la sua scomparsa fu oscurata da quella immediatamente successiva (27 luglio) di Matilde Serao.

Sostenitore convinto della poetica naturalista e verista, De Roberto ne applicò rigorosamente i termini, portando alle estreme conseguenze quegli aspetti di impersonalità del narratore e di osservazione rigorosa dei fatti.

Le tecniche narrative di De Roberto sono funzionali alla narrazione impersonale ma diverse da quelle di Verga. Innanzi tutto non è presente la regressione della voce narrante nella realtà rappresentata, è presente invece, come nel Mastro-don Gesualdo, il discorso indiretto libero ma in larga misura la narrazione si fonda sul dialogo e sulla presenza di didascalie descrittive. La narrazione tende a far propria la tecnica teatrale; nella Prefazione ai Processi verbali De Roberto afferma: «L’impersonalità assoluta non può conseguirsi che nel puro dialogo, e l’ideale della rappresentazione obiettiva consiste nella scena come si scrive per il teatro».

Libri di Federico De Roberto

 

Un bel articolo di Giuseppe Giglio su Federico De Roberto.

La razza dei Viceré

«La storia è una monotona ripetizione: gli uomini sono stati, sono, e saranno sempre gli stessi», mormora il principe Consalvo Uzeda di Francalanza all’arcigna zia Ferdinanda (un’irredimibile usuraia), in chiusura de I Viceré, il capolavoro che Federico De Roberto licenziò nel 1894, anticipando tanta letteratura europea che avrebbe raccontato il Novecento: quel secolo inquieto e feroce che è cominciato nell’Ottocento, e che ancora non è finito. E con I Viceré il grande scrittore siciliano continuava e rafforzava la linea (aperta dal Verga disincantato de I Malavoglia, nel 1881: laddove la Sicilia di una povera famiglia di pescatori dava corpo e sangue allo scandalo della mancata modernizzazione di uno Stato sempre latitante, salvo che per la leva e le tasse) di quella sorta di contro-storia d’Italia che, dopo De Roberto, avrebbe trovato i suoi cantori in Pirandello, Brancati, Tomasi di Lampedusa, fino a Consolo e Sciascia. Una contro-storia dalle diverse intonazioni, ma sempre più tangibile, più luminosa, più vera di tanta realtà spesso oscura, se non inconoscibile: nel segno di quelle verità del vivere (pubblico e privato) che, attraverso la letteratura, alla vita stessa ritornano.

De Roberto narra le vicende di un’antica, nobile e potentissima famiglia catanese, gli Uzeda di Francalanza, di origini spagnole, in un arco temporale che va dal 1855 al 1882, quasi in presa diretta: dalla fine del dominio borbonico alle prime elezioni a suffragio allargato del nuovo Regno unito.
Una storia genealogica (di una genealogia aperta, che sempre trova nuova linfa, nella sua immutabilità) dentro la storia siciliana e italiana, e che si apre con la morte e i funerali della principessa Teresa, la dispotica decana di casa Uzeda. Una che «sapeva leggere soltanto nel libro delle devozioni e in quello dei conti», e il cui testamento reca i segni inequivocabili di una volontà di dominio economico, di una sete di potere che si mutano in destino.
Un personaggio centrale, dominante, quello della principessa Teresa; presente proprio perché assente, paradossalmente. E la sua morte, i suoi funerali, già prima del loro apparire sulla scena, offrono un accesso immediato ad un singolare teatro di umanità: dove dal frenetico chiacchiericcio dei vari subalterni (cocchieri, famigli, affittuari…) – prima ancora che da quello dei parenti o delle autorità civili ed ecclesiastiche – prendono forma le fattezze dei vari Uzeda. Ed eccoli, gli esemplari di quella razza padrona e capricciosa, ignorante e spregiudicata: il principe Giacomo (il primogenito della principessa Teresa), che impugna e modifica il testamento materno, ricatta gli altri eredi, si mette contro il fratello, il contino Raimondo; il quale dal canto suo dissipa il patrimonio, perseguita la moglie (impostagli dalla madre) e sposa l’amante.
E ancora, gli altri figli della principessa Teresa: Lodovico, che (obbligato al convento) si dedica cinicamente alla carriera ecclesiastica; Ferdinando, con le sue fissazioni che finiscono per scivolare nella follia; Chiara, la cui ossessione di maternità si spegne in un parto mostruoso; Lucrezia, che sposa un ricco avvocato, il quale cura le speculazioni degli Uzeda, ricevendone però solo delusioni.
E poi i fratelli della principessa Teresa: don Blasco (costretto a farsi frate, litigioso e donnaiolo), che da ferocemente borbonico fa presto a convertirsi alle idee del nuovo Regno, coniugando gli affari col potere (ridotto allo stato laicale, dopo la soppressione di tante istituzioni religiose, accumula una consistente fortuna speculando sui beni di provenienza conventuale e sui titoli di stato); come suo fratello, il duca di Oragua, che riesce a spacciarsi per liberale e a farsi eleggere deputato del Regno, a dar corso ad un suo emblematico convincimento: «Ora che l’Italia è fatta, dobbiamo fare gli affari nostri».
Per arrivare a Consalvo, il figlio del principe Giacomo: che rinnova le tradizioni di famiglia, da abilissimo stratega della finzione e del tradimento, diventando anch’egli deputato. E dando così voce ad una feroce ideologia del potere, della conservazione del potere: cristallizzata, quell’ideologia, nel famoso comizio (un distillato di micidiale retorica) che il rampollo degli Uzeda tiene davanti ad un vasto pubblico, e che gli spalanca le porte del parlamento di un’Italia oramai unita, ma tutt’altro che nuova. 
La principessa Teresa e Consalvo, dunque. Che aprono e chiudono il romanzo, rispettivamente; e che ne portano tutto il senso, l’attualità sempre viva. E sono anche, nonna e nipote, nel loro pensare e agire, spie di una feudalità antica, storica, e di una feudalità familiare. E queste feudalità finiscono per coincidere, così rinnovandosi; ma sempre mimetizzandosi, sempre rimanendo nascoste, come se ogni volta trovassero nuovi canali carsici.
E se De Roberto è lo scrittore della disperazione nella Storia (diceva Sciascia), se I Viceré è un romanzo antistorico, un processo alla storia di delusioni e nequizie (la mistificazione risorgimentale, il trasformismo, il conformismo, la demagogia, il cambiare tutto perché nulla cambi, quella mistificante retorica che avrebbe alimentato le illusioni patriottiche e coloniali, fino al fascismo, e che si sarebbe ritrovata, riscoperta nell’Italia delle mafie, delle stragi, dei misteri irrisolti); se è, la saga degli Uzeda, anche una lucida e spietata inquisizione del presente; se I Viceré è insomma tutto questo, l’abilissima invisibilità di De Roberto tra i suoi personaggi, tra le loro storie (che sono soprattutto il racconto di un modo di essere, di stare al mondo; che danno consistenza, soprattutto, ad uno strisciante utilitarismo), svela invece la felicità della scrittura del grande narratore. Già in apertura di romanzo, laddove De Roberto illumina il lato oscuro, egolatrico, di quella sorta di religione della famiglia che Verga aveva celebrato nei Malavoglia.
Dissacrandola, alla fine, quella religione: i valori di Padron ‘Ntoni e famiglia diventano disvalori con gli Uzeda, con quella razza avida, che vive nell’ossessione del potere e del sesso.
Una razza i cui membri sono spesso in guerra tra loro, ma sempre si ritrovano uniti nel perseguire e rafforzare il potere della famiglia, a favorirne l’ascesa. Un familismo eletto a vero e proprio sistema di vita, che De Roberto – da rigoroso anatomopatologo qual è – consegna al lettore. Insieme ad una società che dovrebbe essere nuova, e che invece nuova non è, e che non è neanche una società: dove non di rado è l’inautenticità a regolare i rapporti umani, a dettare le regole dell’esistenza.

Francisco De Goya, Il Pellegrinaggio di San Isidro (part.), 1823

«Un’opera pesante, che non illumina l’intelletto come non fa mai battere il cuore», aveva chiosato Benedetto Croce a proposito de I Viceré. Per nulla accorgendosi della luce di quel grande romanzo, ovvero della capacità che esso ha di illuminare l’intelletto, e di sollecitare il cuore. Semplicemente parlando dell’uomo, del mondo. Semplicemente mostrando alcune pagine – tra le più lucidamente fosche, tra le più goyesche – di quella negatività, di quel male che della vita, del mondo, dell’uomo sono parte integrante e ineludibile. Sempre. «No, la nostra razza non è degenere: è sempre la stessa», dice Consalvo alla zia Ferdinanda, alla fine. Ed è, la luce de I Viceré, potentemente corrosiva e demistificatoria.

 

Giuseppe Giglio

Giuseppe Giglio  vive a Randazzo (CT). È un giovane critico letterario. Si occupa soprattutto di letteratura del Novecento, nel segno di un’idea di critica letteraria come critica della vita.
Ha pubblicato articoli e saggi su periodici letterari e quotidiani come “Stilos”, “Polimnia”, “Pagine dal Sud”, “l’immaginazione”, “Il Riformista”.È tra gli autori del volume miscellaneo Leonardo Sciascia e la giovane critica, uscito nel 2009 presso Salvatore Sciascia Editore.
Con la stessa casa editrice ha pubblicato, nel 2010, I piaceri della conversazione.
Da Montaigne a Sciascia: appunti su un genere antico. Con questo libro ha vinto il premio “Tarquinia-Cardarelli” 2010 per l’opera prima di critica letteraria.
È una delle firme de “Le Fate”, una nuova rivista siciliana di arte, musica e letteratura. Scrive su “Fuori Asse”, una rivista letteraria torinese on-line. Fa parte della redazione di “Narrazioni. Rivista quadrimestrale di autori, libri ed eterotopie”, un periodico nato nel Dipartimento di Filosofia, Letteratura, Scienze Storiche e Sociali dell’università di Bari, ma fatto da giovani critici non strutturati, e con l’ambizione di porsi come un osservatorio sul romanzo contemporaneo. Scrive anche sulle pagine della cultura del quotidiano “La Sicilia”.

Randazzo e la Valle dell’Alcantara
con 141 illustrazioni e 1 tavola

 

 

 

Nunzio Trazzera, artista polivalente (di Santi Correnti)

Il Faust goethiano diceva che nel suo petto abitavano due anime (“Zwei Seelen wohnen in meiner Brust”): ma bisogna riconoscere che nel petto dell’artista siciliano Nunzio Trazzera, che è nato a Randazzo nel 1948, di anime ne abitano parecchie, perché, nella sua multiforme attività creatrice, si è cimentato con uguale successo non solo nella pittura, ma anche nella scultura in bronzo, nella ceramica policroma e nella terracotta.
Del resto, se chiedete a lui stesso una classificazione della sua arte, Nunzio Trazzera vi risponderà che egli non è un pittore o uno scultore, bensì un “pittoscultore”: cioè egli riconosce – e le sue numerose opere lo dimostrano – che nella sua vitalità artistica “pòntano ugualmente” (come direbbe Dante) sia la espressione pittorica che quella scultorea; e che queste due arti vanno intese nella più ampia gamma possibile di espressione, per cui, accanto alle tele e alle opere pittoriche, troviamo le statue e i busti e i bassorilievi in bronzo: ed accanto alle ceramiche policrome di notevoli proporzioni (come il “Cristo Re” di Montelaguardia, ed il “San Cristoforo” di Porta San Martino a Randazzo), troviamo pregevoli opere di terracotta, quali le formelle del “Trofeo S. Ignazio”, e gli artistici vasi che adornano le Piazze di Piedimonte Etneo, nonché gli smalti.
La vigorosa poliedricità di Nunzio Trazzera – che storicamente si riallaccia ad una nobilissima tradizione siciliana, che partendo dal messinese Francesco Maurolico del Cinquecento (che fu al tempo stesso astronomo, matematico, storico e grammatico di vaglia), arriva al belpassese Nino Martoglio (che nel primo Novecento è stato giornalista, commediografo, poeta bravo tanto in siciliano quanto in italiano, nonché organizzatore teatrale e critico letterario non comune) – è stata messa in rilievo dal corale apprezzamento di illustri critici a livello nazionale, quali Senzio Mazza ed Orietta Giardi, che già nel 1979 fecero notare la dimensione cosmica e l’impatto cromatico della pittura di Nunzio Trazzera; ed è stata confermata dalle lodi unanimi che gli sono state rivolte da noti critici siciliani, quali l’indimenticabile don Salvatore Calogero Virzì, e i viventi Salvatore Agati ed Alfio Ragaglia da Randazzo, che hanno rispettivamente fatto notare l’innato talento creativo, la genuina interpretazione del messaggio umano, ed il reale contributo culturale che le opere di Nunzio Trazzera arrecano allo sviluppo spirituale del popolo siciliano in genere, e della comunità randazzese in particolare.
Questa grande carica umana deriva a Nunzio Trazzera non solo dalla sua vocazione artistica, e del quotidiano contatto con i giovani suoi allievi, che riconoscono in lui non un docente, ma un Maestro: ma deriva soprattutto anche dalle sue vaste esperienze umane, dovuti ai suoi lunghi soggiorni fuori dalla Sicilia, e segnatamente in Lombardia: onde la sua arte risulta arricchita da questi corroboranti apporti extra-insulari. Io stesso ho avuto il piacere di conoscere Nunzio Trazzera non in Sicilia, ma a Milano, in una delle trasmissioni che negli anni Ottanta si tenevano a Radio Montestella per i Siciliani residenti al Nord, e che erano condotte da mio fratello comm. Pino Correnti, allora direttore del prestigioso Teatro Manzoni di Milano.
Questo infaticabile artista, così ricco di creatività nei vari campi dell’arte figurativa, e che nelle sue opere vuole e sa esprimere il desiderio di pace, di lavoro, di libertà e di amore, che sono sentimenti profondamente radicati nel cuore dei veri siciliani, merita quindi l’apprezzamento e il plauso di quanti, come l’autore di queste righe, credono fermamente, e fermamente sostengono, che la Sicilia non è soltanto mafia, come mostrano di credere scrittori e giornalisti di grande nome come Sciascia o Bocca, perché invece la Sicilia è la inesausta generatrice di santi, di scienziati, di scrittori e di artisti, come Archimede, come Antonello, come Bellini, come Quasimodo, come Pirandello e come Verga.

SANTI CORRENTI
dell’Università di Catania

Torre Archirafi (Catania), 4 Agosto 1993

 

 

Maristella Dilettoso

 Maristella Dilettoso è nata e vive a Randazzo. Ha studiato a Randazzo, Bronte e Catania, dove ha conseguire la Laurea in Lettere Moderne nel 1976, discutendo la Tesi “Il fascino della distanza: due fiabe moderne presentate ai ragazzi”, relatore il Ch.mo Prof. Gino Corallo.

Dopo qualche breve esperienza di insegnamento, dal 1978 fino al 2011 ha diretto la Biblioteca civica della sua città. Tra i suoi interessi principali la pittura, la letteratura, il giornalismo, la storia e le tradizioni locali.

Nella pittura predilige il genere figurativo, i suoi soggetti sono paesaggi, nature morte, ma soprattutto angoli, monumenti e vie della sua città. Ha partecipato nel passato a diverse estemporanee e mostre collettive di pittura, aggiudicandosi un 1° posto (Maletto, 1980), ed altri riconoscimenti, ha tenuto una mostra personale a Bronte nel 1982; si è inoltre classificata al 1° posto nel Concorso indetto dal Comune di Maniace nel 1984 per il progetto dello stemma e del gonfalone.

 Ha redatto il testo della Guida turistica Randazzo città d’arte nel 1994, e, assieme ad altri, il testo della Guida alla Città di Randazzo nel 2002.
Ha pubblicato, assieme a don Cristoforo Bialowas, il volume Un beato che unisce : Randazzo e Montecerignone, nell’anno 2006, sulla vita e sul culto del beato Domenico Spadafora da Randazzo.
Nel 2008 ha pubblicato il volume Detti, sentenze, proverbi, storielle, modi di dire, aneddoti e usanze siciliane: un viaggio nell’universo randazzese. Per questa pubblicazione le è stato conferito nel 2008 il “Premio Bianca Lancia” nel corso delle manifestazioni di Medievalia a Brolo (ME), e nel 2009 il premio speciale della giuria per la sezione “Libro edito – Saggio”, nel concorso “Poesia, prosa e arti figurative 2009” indetto dall’Accademia Internazionale Il Convivio.

Maristella Dilettoso

Come giornalista ha firmato, fino ad ora, oltre 400 articoli, su argomenti vari: d’opinione, di cronaca, cultura, costumi e tradizioni, biografie, interviste, racconti, recensioni letterarie, collaborando a diverse testate, quali il Gazzettino di Giarre, Il Sette, il bollettino del Comune di Randazzo, Randazzo notizie, Famiglia domenicana (periodico dell’O.P.), il giornale della Diocesi di Acireale La Voce dell’Jonio (anche nella versione online, ed alla rivista Il Convivio, suoi scritti sono apparsi sul Giornale di Sicilia, La voce dell’isola, e su Prospettive.

È stata relatrice in alcune presentazioni di libri, conferenze e tavole rotonde, come una conferenza per la sezione l’Unitre di Randazzo sul tema “Le leggende di Randazzo” (2006) e una tavola rotonda su “Federico De Roberto a Randazzo” per l’Associazione RIS (2014), collabora occasionalmente con emittenti locali, ha fatto spesso parte di giurie in occasione di concorsi artistici e letterari.

Libro di Maristella Dilettoso

 

 

Produzione Letteraria

 Produzione artistica

 

 

Parlano di Maristella

Collana Etnografia

Titolo: Detti, sentenze, proverbi, storielle, modi di dire, aneddoti e usanze sicilane

Autore: Maristella Dilettoso  

Descrizione – Detti, sentenze, proverbi, storielle, modi di dire, aneddoti e usanze sicilane

«… si può con sicurezza affermare che la Dilettoso ha raccolto, illustrato e confrontato il mondo variegato delle tradizioni randazzesi da lasciare ben poco ad altri da spigolare nel vastissimo campo.
E pur avendo sottolineato nella sua introduzione di aver voluto circoscrivere il suo studio all’ambiente randazzese … e considerata una così grande importanza storica della città, questo ricco patrimonio culturale, regalatoci dall’ardua fatica della Dilettoso, non può restare circoscritto ad un ambiente delimitato al quale ha peraltro intrecciato una splendida corona, ma ha diritto di superare i ristretti confini geografici, di essere conosciuto, studiato e di far parte del prezioso tesoro delle tradizioni po­polari siciliane.
Di conseguenza, il volume merita di stare accanto alla produzione demologica dei grandi e meno grandi folkloristi dell’Isola, anche perché ricco di opportune annotazioni, con la finalità di agevolare l’intelligenza dei vocaboli e del senso della pregevole scelta dei proverbi.
E, inoltre, il volume mette in risalto una vasta erudizione, un’abilità non comune, una grande vivacità di fantasia, discernimen­to critico e un’arte singolare di descrivere della ricercatrice: proprio così, Mari­stel­la Dilettoso ha conservato uno dei più bei monumenti della nostra città e ha collocato un magnifico gioiello nel forziere nel quale vengono conser­vati i tesori della cultura popolare» (dalla Prefazione di Salvatore Agati).

L’Autore – Maristella Dilettoso

Maristella Dilettoso, nata a Randazzo nel 1951, laureata in Let­tere moderne all’Università  degli Studi di Catania, dopo brevi esperienze di insegnamento, dal 1978 dirige la Biblioteca comunale della sua città.
Si è occupata di pittura e disegno,  giornalista pubblicista, ha scritto articoli di cronaca, storia, arte, cultura locale, re­cen­sioni lette­rarie, collaborando a varie testate giornalistiche siciliane.
Ha pubblicato:
la Guida turistica ” Randazzo città d’arte” (1994), e con altri autori,
una Guida storico-turistica di Randazzo (2002) 
la monografia:  Un beato che unisce: Randazzo e Montecerignone (2006).

 

Randazzo / La parrocchia di S. Martino vive l’Anno Giubilare del seicentesco “crocefisso della pioggia” |

La voce dell’Jonio  19 maggio 2016

“Crocifisso della pioggia” di S. Martino, – Randazzo

La Parrocchia di San Martino in Randazzo celebra quest’anno il 475° anniversario della presenza del Crocifisso del Matinati, con un Anno Giubilare straordinario indetto da Papa Francesco.
Le celebrazioni del Giubileo, che si sono aperte il 13 settembre e si concluderanno il 20 settembre 2015 con una grande festa in onore del Crocifisso, si articoleranno per un anno intero attraverso celebrazioni parrocchiali, pellegrinaggi, concessioni di indulgenze, nel corso delle varie ricorrenze e festività previste dall’anno liturgico.  

In apertura, la sera del sabato 13, per desiderio del parroco, padre Emanuele Nicotra, durante la Messa serale, è stato inaugurato un nuovo quadro, realizzato dall’artista Giuseppe Giuffrida e offerto alla chiesa di S. Martino da due parrocchiani che hanno preferito restare anonimi: l’opera si riferisce a un momento particolare dell’eruzione dell’Etna del marzo 1981 – quella che distrusse molte case e terreni del territorio di Randazzo, e minacciò seriamente l’abitato – e rappresenta S. Giuseppe, patrono della città, che intercede per la sua salvezza. La celebrazione  eucaristica è stata presieduta dall’arciprete Domenico Massimino, parroco del Duomo di Giarre.

Domenica 14 settembre, sempre in S. Martino, è stato inaugurato ufficialmente l’anno giubilare per i 475 anni dall’arrivo del Crocifisso a Randazzo con una messa celebrata dal vescovo della Diocesi di Acireale Mons. Antonino Raspanti, e la partecipazione di tutto il clero della città. Nel corso della celebrazione il Vescovo ha consacrato il nuovo altare.

Vale la pena di ricordare brevemente, a questo punto, la leggenda cui è legato il “Crocifisso della pioggia” di S. Martino, chiamato comunemente dai randazzesi ‘u Signuri ‘i l’acqua:  opera pregevole di uno dei Matinati, famiglia di “crocifissari” rinomata in tutta la Sicilia, probabilmente Giovanni Antonio,  è una scultura dallo stile contenuto e dalle armoniche proporzioni.
Vuole la tradizione che, in una sera di settembre del 1540, alcuni uomini trasportavano il Crocifisso verso un paese dell’interno, cui era destinato; giunti a Randazzo, o perché sorpresi da un acquazzone, o semplicemente per il sopraggiungere delle tenebre, chiesero ricovero per il simulacro nella chiesa di San Martino. 
All’indomani, venuto il momento di riprendere il viaggio, non appena giunti sulla porta della chiesa, un violento temporale li costrinse a rimandare la partenza, e così per tre giorni di seguito, finché, interpretando il prodigio come una manifesta volontà del Signore di rimanere a Randazzo, il clero della chiesa non ne  formalizzò l’acquisto.
L’immagine, ritenuta miracolosa, è stata ne corso dei secoli oggetto di grande venerazione da parte dei randazzesi, che in passato, durante i periodi di siccità e carestia, si rivolgevano a lei per impetrare la pioggia, con digiuni, preghiere e processioni.

Maristella Dilettoso

 

Randazzo / Riconoscimento filiale per mons. Mancini. A dieci anni dalla morte, il Comune gli dedica una piazza.

 

Lo scorso 29 aprile 2016 , giorno del 10° anniversario della scomparsa di mons. Vincenzo Mancini,  la città di Randazzo ha voluto dedicargli una piazza con una cerimonia che ha visto la partecipazione di autorità religiose, civili, militari, parrocchiani e numerosi altri cittadini.
Mons. Vincenzo Mancini era nato a Randazzo il 26 agosto 1921. Seguendo una vocazione manifestatasi fin dall’infanzia, ricevette l’Ordine Sacro il 4 marzo 1944, dopo gli studi compiuti presso il Seminario vescovile di Acireale.
Erano gli anni tristi della guerra (solo pochi mesi prima il fratello maggiore, Alessandro, era perito in mare durante l’affondamento della corazzata Roma), Randazzo non si era ancora completamente destata dall’incubo dei bombardamenti e dell’invasione, dovunque vi erano macerie, lutti, fame e distruzione, e il clero dovette molto impegnarsi a dare assistenza e sostegno.
Fin dall’inizio del suo ministero, il neo sacerdote fu assegnato alla Basilica di S. Maria, e da allora la sua vita è rimasta legata strettamente, inscindibilmente, a questa chiesa, uno splendido tempio che affonda le sue origini nella leggenda, che si è arricchito nei secoli di tante opere d’arte, grazie anche al mecenatismo degli arcipreti che vi si sono succeduti, che ha accolto la comunità randazzese nei momenti più luminosi come in quelli più bui, superando, magnifica e indenne, terremoti, eruzioni e guerre.
Di questa chiesa mons. Vincenzo Mancini è stato, per ben 62 anni, custode e guida, dal 1° dicembre 1966, quando ne divenne arciprete e parroco, succedendo a mons. Giovanni Birelli.
La successiva nomina di vicario foraneo, da parte del vescovo di Acireale, gli conferiva un ruolo pastorale, oltre che giuridico e amministrativo, che si estendeva ben oltre i confini della parrocchia e della città di Randazzo, comprendendo anche Linguaglossa e Castiglione di Sicilia, ruolo di grande importanza, che lo promuoveva tra i più vicini collaboratori del vescovo, e che mons. Mancini ha svolto sempre con grande dignità e competenza, grazie a quella prudenza e innata saggezza, diplomazia, capacità di mediazione e autorevolezza, che lo hanno sempre contraddistinto.
Il suo impegno non restò circoscritto all’attività parrocchiale, ma si era esteso anche al mondo della scuola, con l’insegnamento presso il liceo classico “Don Cavina”, e all’assistenza agli anziani, perseguita e realizzata particolarmente attraverso la casa di riposo “Paolo Vagliasindi del Castello”.
L’istituzione, fondata nel 1929, e in un primo tempo aggregata all’ospedale civile, dal 1964 collocata in una struttura autonoma e dignitosa, lo ebbe nel 1956 commissario prefettizio, e dopo alcuni mesi presidente, carica, questa, che padre Mancini ricoprì, salvo brevi interruzioni, fino alla fine, e nella quale investì energie e impegno, promuovendo ampliamenti e ristrutturazioni dell’edificio, al fine di assicurare una vecchiaia e un’assistenza dignitosa e adeguata a tanti anziani di Randazzo e del circondario. Rimase attivo e presente nella vita parrocchiale, anche quando il fardello dell’età e degli acciacchi aveva cominciato a rallentare il suo passo, e nonostante il peso dei gravi lutti familiari che gli era toccato di affrontare negli ultimi anni. Si spense a 84 anni, il 29 aprile 2006.

L’Amministrazione comunale di Randazzo, considerato lo spessore del sacerdote e dell’uomo, e quanto mons. Mancini sia stato, nel corso del suo lungo mandato, un punto di riferimento, per tanti giovani, adesso cresciuti, per tanti anziani, per il clero locale, per la comunità parrocchiale e per la città tutta di Randazzo, con deliberazione di Giunta. n. 19 del 19.02.2016, stabiliva di dedicargli un’area cittadina.
La manifestazione del 29 aprile scorso, iniziata con una concelebrazione nella Basilica di S. Maria, presieduta dal vescovo della Diocesi di Acireale, mons. Antonino Raspanti, con la partecipazione dell’arciprete don Domenico Massimino e degli esponenti del clero di Randazzo, è proseguita con l’intitolazione dello spiazzo antistante il lato nord della chiesa e la sacrestia (‘a Tribonia), che si affaccia sul fiume Alcantara, e che da oggi, a ricordo di chi in quei luoghi ha operato per lunghi anni, si chiamerà “Largo mons. Vincenzo Mancini”.

 | La Voce dell’Jonio 4 maggio 2016 – Maristella Dilettoso 

 

la chiesa nera
Recensito 23 maggio 2016

La basilica di Santa Maria è la più famosa di Randazzo, e ha sempre costituito un’attrazione per turisti e visitatori. Interamente costruita in pietra lavica, la sua origine si perde nella leggenda. L’edificio, per come lo vediamo oggi, è il risutato di diverse fasi costruttive, fuse armonicamente. La parte absidale, la più antica, risale al XIII secolo.
All’esterno la costruzione è realizzata in blocchi squadrati di nero basalto, che non lasciano intravedere la malta tra le connessure. Oltre alle tre absidi merlate, dove si può vedere lo stemma di Randazzo, il leone rampante su uno scudo di marmo bianco, molto interessanti i due portali della facciata nord e sud, il campanile neogotico, costruito al centro della facciata nella seconda metà del XIX sec. sullo schema di quello originario, con tre ordini di finestre bifore e trifore, che alterna pietre bianche e nere, crendo con la sua bicromia un insieme artistico armonioso e suggestivo.
All’interno, una fuga di colonne in pietra lavica, alcune delle quali monolitiche, numerosi dipinti e oggetti preziosi.
Ricordiamo la Madonna di Pietro Vanni (1886) sull’altare maggiore, l’affresco con la Madonna del Pileri, sulla porta nord, legato alle leggendarie origini della chiesa, 6 tele del palermitno Giuseppe Velasco (sec. XIX), tra cui spiccano un’Annunciazione e il Martirio di S. Andrea, la Crocifissione del fiammingo Van Houmbracken (sec. XVII), la tavoletta di Girolamo Alibrandi sec. XVI) con La Madonna che salva Randazzo dalla lava, il Martirio di S. Lorenzo e di S. Agata, entrambi di Onofrio Gabrieli e il Martirio di S. Sebastiano di Daniele Monteleone, tutti del sec. XVII, la Pentecoste (sec. XVI), la tavola di Giovanni Caniglia (1548) cui s’ispira la Vara, il Battesimo di Gesù del randazzese F. Paolo Finocchiaro (1894), e un Crocifisso scolpito da frate Umile da Petralia.

 

 

 Articoli di Maristella

NUNZIO TRAZZERA

Nunzio Trazzera,  pittore e scultore  nasce a Randazzo nel 1948.
E’ stato docente di educazione artistica a Corsico, Rozzano, Milano, Linguaglossa, Castiglione di Sicilia, Maletto e Randazzo.
Fin dal 1966 ha partecipato a varie manifestazioni artistiche con mostre personali, collettive, rassegne e fiere in varie città italiane ed estere.

Nunzio Trazzera

Sue sculture in bronzo, ceramica, legno e pittoriche sono presenti in varie collezioni e arredi pubblici e privati.

Insignito di vari premi e riconoscimenti, figura con biografia, opere e articoli in numerosi libri, riviste specializzate, giornali ecc.

Nunzio Trazzera si presenta

NunzioTrazzera

 Non è un’impresa agevole riannodare i fili di un cammino nell’arte figurativa, nato da una naturale inclinazione e vissuto in continua evoluzione. E forse è per questo che, anche oggi, nonostante le mete raggiunte, il mio animo non si sente appagato.

I miei sentimenti e affetti, la mia terra, la mia immaginazione creativa, i problemi dell’uomo, della società nel suo complesso e nel suo specifico, i contrasti etnici e religiosi, mi ispirano e mi sollecitano a nuovi impegni.

E’ un’agitazione interiore che mi punge e mi assilla e che non troverà quiete se non nel parto di nuovi lavori. Ma troverà mai quiete il mio animo?

Spero di no, perché quando un animo si sente appagato è orto, quando l’immaginazione e la fantasia si sono spente non si vive, quando l’ardore creativo si è esaurito la vita, intendo quella artistica (ma non solo) è finita.

Io non vorrei giungere a tale giorno, perché ciò vorrebbe dire che né la natura che ci circonda, né il calore degli affetti più belli parleranno più al mio cuore. Tutto questo ha animato e guidato, nel tempo, la mia attività e il mio impegno nel campo dell’arte.

Nunzio Trazzera

Nunzio Trazzera

La presente raccolta, pertanto, serve a documentare, da una parte, quanto fin qui realizzato: sogni vissuti e realizzati con le varie tecniche raffigurative; dall’altra vuole essere un omaggio ai miei familiari, agli amici ed estimatori, che, da sempre, con atti concreti e sinceri, mi sono stati e mi sono discreti sostenitori e pungolo per la mia attività.
Vuole infine essere l’occasione per ringraziare quanti – e sono veramente moltissimi – hanno onorato e reso possibile la collocazione e l’esposizione delle mie opere, sia in Italia che all’estero; quanti le hanno richieste per utilizzare nella pubblicazione di libri o in riviste a carattere artistico-culturale e in giornali.

Questo consenso, accompagnato sempre da continui riconoscimenti ed autorevoli attestati, ha favorito e favorisce la crescita, l’evoluzione, la maturazione, l’autonomia culturale e ispirativa per la realizzazione dei miei sogni.

Ed in questo stato fortunato perché nato, formato e vissuto in quella parte della Sicilia orientale che si specchia nell’azzurro del mare Ionio, ricco di storia e civiltà; in quella parte dove maestoso si erge il vulcano etna con la sua mole cangiante, con i suoi sussulti ora lievi ora minacciosi, con le sue strade incandescenti tra zone ora aride ora innevate, sempre presente e vivo; in quella parte resa famosa per la bellezza e varietà delle sue coste e insenature, per i suoi pendii fertili e variamente colorati e profumati da estesi agrumeti e frutteti, da una lussureggiante vegetazione di boschi e sottoboschi.

Qui, ai piedi dell’Etna, sono nato, qui la mia mente si è dischiusa alla conoscenza del vero e del bello, qui il mio cuore ha cominciato a palpitare e a commuoversi. Loro nutrimento sono stati la natura aspra ma avvolgente, i contrasti cromatici, la purezza e il profumo dell’aria, la varietà della fauna e della flora, l’operosità e la calda sensibilità della gente, gli usi, i costumi, le tradizioni, le lotte, le sconfitte e le vittorie.

Nunzio Trazzera – Randazzo

Qui, in questa zona della Sicilia Ionica, mi sono formato, qui dove fin dall’antichità si sono avvicendati popoli diversi, Greci, Latini, Arabi, Normanni ed altri, lasciando mirabilissime testimonianze architettoniche, scultoree  e pittoriche.

Qui in questa gemma dello Ionio, sono nati o vissuti artisti e pensatori la cui fama è universalmente nota ed onorata, quali Archimede, Pitagora , Antonello da Messina, Giovanni Verga, G. Sciuti, Domenico Tempio, Vincenzo Bellini, Santo Calì, Francesco Messina, S. Fiume.
In questo grandioso scenario culturale ed artistico, la natura ha giocato un ruolo di vera protagonista.
Essa infatti di continuo genera, ispira, stimola, apre la mente e il cuore di coloro che sono dotati da natura ed educazione a quella particolare sensibilità che abilita a creare o ricreare nuove espressioni d’arte in tutti i campi, sia poetiche che letterarie e artistiche , in particolare figurative.
Questa realtà, questo patrimonio naturale ed umano bastano da soli a mantenere viva e sempre attuale una tradizione di artisti e opere apprezzati presso tutti coloro cui stanno a cuore i più alti valori della cultura, del pensiero e del bello.

Nunzio Trazzera

Questa atmosfera, questa specificità della mia terra, ha forgiato la mia sensibilità, ha caratterizzato la mia arte nel suo divenire, ha generato le mie opere.
Ancora giovanetto ho sperimentato una forte quanto fantastica sensazione: nel silenzio vivo della natura, con lo sguardo fisso nella cangiante atmosfera, fui attratto da una nuvoletta che candida si stagliava nell’azzurro del cielo.

Quasi giocando, la nuvoletta lentamente si dissolveva e si ricomponeva stuzzicando dolcemente la mia immaginazione, si sfibrava e lacrimava sulla terra, sugli alberi, sulle cose.

Questa semplice e fortuita visione ha segnato l’inizio di una ininterrotta riflessione sul ciclo perenne della vita, sul motto di Eraclito, sull’arte corinzia, su Buonarroti, sul dinamismo barocco, sui macchiaioli, sui futuristi e le varie avanguardie.

Inizia così quell’avventura esistenziale e artistica che solo in parte trova posto in queste pagine. Nell’opuscolo, infatti, sono presenti solo alcuni dei momenti di impegno e di confronto sereno con la natura, e questi mai statici ma sempre e in continuo divenire, dove protagonista è l’uomo, col suo impasto di sentimenti, passioni, desideri, vizi, virtù: tutto l’uomo, capace di condizionare in positivo o in negativo la realtà in cui vive ed opera.

NUNZIO TRAZZERA

 

   

 Hanno scritto di Nunzio Trazzera                  

Artisti contemporanei alla ribalta di Salvatore Calogero Virzì  

Nunzio Trazzera  – E nato a Randazzo  (CT) dove vive e lavora in via Portali 31. Pittore – scrittore.

Opere di Pittura: Maternità cosmica. Sacro e Profano. Simbiosi. Mediterranietà di Nunzio Trazzera

Se l’arte è tale quale fu definita “passaporto di libertà”, dobbiamo dire che Trazzera è definitivamente avviato verso questa libertà che raggiunge l’estasi della contemplazione in tutti i campi della sua creatività d’artista.
Egli infatti si rivela vero artista sia come pittore, sia come scultore,  come ceramista e fonditore.Il suo innato talento creativo rivela un tocco di disegno incisivo, una tavolozza cromatica varia,  palesemente efficace che, vivificando il disegno e l’idea assoluta del soggetto, si innalza a dimensioni di vita che si avviano verso un cosmico dinamico.
Questo del dinamismo delle linee e della scelta del soggetto più opportuna e atta ad esprimerlo per me sono le caratteristiche  più immediate del Trazzera: movimento, ridda di colori sgrananti intramezzati da chiaroscuri evanescenti, movimento convulsivo che esprime un idea, una vita nuova che agita le sue rappresentazioni, di una efficacia talmente efficace che ci porta nel sogno e nello sbalordimento.
Opera vasta questa ed espressiva che trova la sua completa espressione in soggetti presi  dalla vita giornaliera visti con occhio d’artista cui si associa l’irreale e il cosmico pervaso tutto non da cerebralismo ma da un sentimento che parte dal cuore,  da una esperienza vissuta da una realtà che ci colpisce momento per momento , raggiungendo vette di dolcezza, di soddisfazione, di rimpianto del momento che fugge.Paternità dunque cosmica, pervasa da una esperienza che diventa conquista e messaggio di vita: disegno incisivo., il colore astratto o a chiazza dai contorni netti o sfumati, il movimento convulso ma sempre contenuto e sempre pervaso dall’idea che vuole esprimere, fanno del Trazzera uno degli artisti più rappresentativi tra i giovani siciliani che hanno già raggiunto la loro identità e la loro personalità artistica.

Salvatore Calogero Virzì 

 

Il dinamismo cosmico 

Le opere di Nunzio Trazzera di Giusy Paratore 

Novara – Che Novara amasse l’arte del dipingere era già noto; a far riscuotere numerosi consensi, però ha contribuito il numero impressionante di visitatori, che ha dedicato tante ore ad apprezzare le numerose mostre preparate con cura dall’Amministrazione Comunale Novarese.
    Le vie del centro storico, in questo caldo mese d’agosto, pullulano di artisti che, con l’esposizione dei quadri, stanno facendo rivivere le antiche tradizioni di Novara. Per rendere più surreale la mostra, oltre ad alcuni locali privati ed al palazzo <<Stancanelli>>, sono state messe a disposizione degli artisti alcune chiese.
Nel tempio di S. Francesco, fra luci soffuse, ha esposto dall’11 al 18 agosto le sue pregiate opere lo scultore e pittore di Randazzo, Nunzio Trazzera.
Il successo ottenuto dall’artista etneo con la mostra dal tema; <<il dinamismo cosmico>> le sue opere, infatti, sono state lungamente ammirate dagli amanti della pittura. Tutti sono rimasti colpiti e meravigliati dell’espressione artistica che Nunzio Trazzera riesce a trasmettere attraverso i suoi quadri.
<<La sua pittura brilla di una luce interiore che evidenzia la luminosità dei colori – afferma Rosalba Buemi – vivifica l’espressività dei personaggi, anima la natura e le cose, trasportandoci in una dimensione cosmica, in una vitalità piena in un trionfo di luce e colori che ci fanno volteggiare nell’infinito come solo i grandi sanno fare. Nelle sue tele – prosegue Rosalba Buemi – l’armonia dei colori da origine alla linearità ed all’essenzialità delle forme.
Il trionfo cromatico ci trascina nell’interiorità del sentimento: l’amore, la gioia di vivere, gli affetti familiari, i problemi sociali, il dinamismo delle sue opere in ceramica, l’esempio più alto è sicuramente  l’abside della chiesa di Montelaguardia di Randazzo, dove il Cristo muove le gambe e le braccia verso gli uomini per accoglierli nella sua infinitezza e le figure umane s’innalzano verso l’alto>>.
Nunzio Trazzera, nella storica chiesa di S. Francesco, ha esposto opere che riguardano i vari campi della figurazione.
Lo scultore, nelle sue creazioni vere o fantasiose, è riuscito ad imprimere una forte personalità, le sue opere sono in continua trasformazione nella cromia, nei volumi e nelle masse senza corposità e peso.

La Donazione – Bronzo a c.p. di Nunzio Trazzera

L’artista di Randazzo è riuscito a fare sprigionare dalle sue <<magiche>> mani soluzioni originali di un particolare equilibrio, che portano al sogno, alla riflessione ed alla contemplazione.
Le sue opere riescono, con naturalezza, a rendere partecipe il fruire degli eventi instabili con quali è destinato a convivere con altri eventi moderni.
L’arte di Trazzera, attraverso lo sfocare volontariamente le figure, assume una funzione ludica; il pittore <<gioca>> per raggiungere una profondità psicologica, che porta a soddisfare le sue esigenze emotive.
Questi <<ingredienti>> hanno fatto conoscere ed apprezzare Nunzio Trazzera ed i consensi ottenuti saranno da stimolo per realizzare altre opere poliedriche di pittura e di scultore in terracotta ed in bronzo.

Giusy Paratore 

                          

 

 

 

 

Angelo Manitta: libertà e sublimità nell’arte di Nunzio Trazzera. 

Bronzi 2012- Randazzo

L’uomo, con i suoi problemi, i suoi affetti e i suoi sentimenti di gioia, di coerenza, di amore e soprattutto di impegno sociale, sta al centro della composizione del Trazzera.
L’espressione “l’uomo misura di tutte le cose” in pochi pittori e scultori contemporanei è forse cosi vera come in lui, che parte dal passato, si forgia nel presente e approda nel futuro. In questa evoluzione l’emozione interiore si oggettiva e si solidifica in una visione unitaria e complessa che emerge da un sottofondo realistico e dinamico per giungere al “sublime”.
Il sublime è un’estasi laica, una contemplazione della vita nelle sue varie sfaccettature. Il sublime trascina il fruitore dell’opera d’arte “non alla persuasione – come afferma l’autore greco nel saggio “Il sublime”, ma all’estasi, perché ciò che è meraviglioso s’ac-compagna sempre ad un senso di smarrimento e prevale su ciò che è solo convincente e grazioso”.
La scultura “Danza” è espressione di questa sublimità e soprattutto di quella libertà interiore dell’uomo, espressa attraverso i movimenti agili e snelli delle due figure.
Nunzio Trazzera, nato a Randazzo (CT) nel 1948, insegna Educazione Artistica nelle scuole statali. Pittore e scultore, ha esposto i varie città italiane e all’estero con personali e collettive.
Molti critici si sono interessati alle sue opere, tra cui F. Sofia, S. Modica, S. Correnti, S. Mazza, O. Solipo, G. Gullo, G. Trabini, Insignito di vari riconoscimenti, le sue opere figurano in numerose collezioni pubbliche e private. Il suo percorso artistico, collocato nell’ambito del post-modernismo, ma volto verso il futuro, giunge ad una soluzione originale dell’arte, che affascina il lettore sia per il contenuto che per la forma.
La sua arte comunque ha sapore di classico e universale, ed è punto d’incontro tra l’interiorità che scorre ed opera nell’uomo (funzione soggettiva) e l’esteriorità che scorre ed opera nella vita quotidiana (funzione oggettiva).

ANGELO MANITTA 

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  Nunzio Trazzera artista polivalente di Santi Correnti.       

Porta San Martino – Randazzo . San Cristoforo di Nunzio Trazzera

Il Faust goethiano diceva che nel suo petto abitavano due anime (“Zwei Seelen wohnen in meiner Brust”): ma bisogna riconoscere che nel petto dell’artista siciliano Nunzio Trazzera, che è nato a Randazzo nel 1948, di anime ne abitano parecchie, perché, nella sua multiforme attività creatrice, si è cimentato con uguale successo non solo nella pittura, ma anche nella scultura in bronzo, nella ceramica policroma e nella terracotta.
Del resto, se chiedete a lui stesso una classificazione della sua arte, Nunzio Trazzera vi risponderà che egli non è un pittore o uno scultore, bensì un “pittoscultore”: cioè egli riconosce – e le sue numerose opere lo dimostrano – che nella sua vitalità artistica “pòntano ugualmente” (come direbbe Dante) sia la espressione pittorica che quella scultorea; e che queste due arti vanno intese nella più ampia gamma possibile di espressione, per cui, accanto alle tele e alle opere pittoriche, troviamo le statue e i busti e i bassorilievi in bronzo: ed accanto alle ceramiche policrome di notevoli proporzioni (come il “Cristo Re” di Montelaguardia, ed il “San Cristoforo” di Porta San Martino a Randazzo), troviamo pregevoli opere di terracotta, quali le formelle del “Trofeo S. Ignazio”, e gli artistici vasi che adornano le Piazze di Piedimonte Etneo, nonché gli smalti.
La vigorosa poliedricità di Nunzio Trazzera – che storicamente si riallaccia ad una nobilissima tradizione siciliana, che partendo dal messinese Francesco Maurolico del Cinquecento (che fu al tempo stesso astronomo, matematico, storico e grammatico di vaglia), arriva al belpassese Nino Martoglio (che nel primo Novecento è stato giornalista, commediografo, poeta bravo tanto in siciliano quanto in italiano, nonché organizzatore teatrale e critico letterario non comune) – è stata messa in rilievo dal corale apprezzamento di illustri critici a livello nazionale, quali Senzio Mazza ed Orietta Giardi, che già nel 1979 fecero notare la dimensione cosmica e l’impatto cromatico della pittura di Nunzio Trazzera; ed è stata confermata dalle lodi unanimi che gli sono state rivolte da noti critici siciliani, quali l’indimenticabile don Salvatore Calogero Virzì, e i viventi Salvatore Agati ed Alfio Ragaglia da Randazzo, che hanno rispettivamente fatto notare l’innato talento creativo, la genuina interpretazione del messaggio umano, ed il reale contributo culturale che le opere di Nunzio Trazzera arrecano allo sviluppo spirituale del popolo siciliano in genere, e della comunità randazzese in particolare.
Questa grande carica umana deriva a Nunzio Trazzera non solo dalla sua vocazione artistica, e del quotidiano contatto con i giovani suoi allievi, che riconoscono in lui non un docente, ma un Maestro: ma deriva soprattutto anche dalle sue vaste esperienze umane, dovuti ai suoi lunghi soggiorni fuori dalla Sicilia, e segnatamente in Lombardia: onde la sua arte risulta arricchita da questi corroboranti apporti extra-insulari. Io stesso ho avuto il piacere di conoscere Nunzio Trazzera non in Sicilia, ma a Milano, in una delle trasmissioni che negli anni Ottanta si tenevano a Radio Montestella per i Siciliani residenti al Nord, e che erano condotte da mio fratello comm. Pino Correnti, allora direttore del prestigioso Teatro Manzoni di Milano.
Questo infaticabile artista, così ricco di creatività nei vari campi dell’arte figurativa, e che nelle sue opere vuole e sa esprimere il desiderio di pace, di lavoro, di libertà e di amore, che sono sentimenti profondamente radicati nel cuore dei veri siciliani, merita quindi l’apprezzamento e il plauso di quanti, come l’autore di queste righe, credono fermamente, e fermamente sostengono, che la Sicilia non è soltanto mafia, come mostrano di credere scrittori e giornalisti di grande nome come Sciascia o Bocca, perché invece la Sicilia è la inesausta generatrice di santi, di scienziati, di scrittori e di artisti, come Archimede, come Antonello, come Bellini, come Quasimodo, come Pirandello e come Verga.

SANTI CORRENTI
dell’Università di Catania

Torre Archirafi (Catania), 4 Agosto 1993

 

              

   

 

 

 

Padre Luigi Magro Cappuccino

 

Padre Luigi da Randazzo  dei Frati Minori Cappuccini– Cenni storici della Città di Randazzo. 
 

Tra gli storici municipali, una delle figure di maggior spessore rimane sicuramente quella di Padre Luigi da Randazzo, per la vastità e profondità delle sue ricerche, per la preziosità delle notizie riportate, per l’impegno e la passione profusi nel raccogliere, trasmettere e valorizzare i fasti della propria città natale. 

Padre Luigi da Randazzo, al secolo Santo Magro (1881-1951), dei Frati Minori Cappuccini, si era ordinato sacerdote nel 1904 a Nicosia, fu Predicatore, Confessore, Cappellano Ospedaliero, personalità tenuta in grande considerazione sia nel Convento di Randazzo che nella città.

Invitiamo i visitatori del blog a sfogliare e a leggere il suo scritto, che è rimasto purtroppo inedito, e sconosciuto ai più, quasi fino a oggi, benché ne esistessero alcune copie dattiloscritte, mentre il manoscritto originale è custodito presso il Museo della Memoria Salesiana.

Grazie alla pazienza e all’impegno del salesiano don Sergio Aidala, il testo è stato integralmente trascritto in formato digitale, e una copia è stata fruibile al pubblico, fino a qualche anno fa, presso la Biblioteca Comunale “Don Virzì”.

L’opera è strutturata in due parti, Randazzo civile e Randazzo sacra, una vera miniera di informazioni sui tanti Conventi, Monasteri e Ordini religiosi presenti un tempo nella nostra città, uno studio fino a oggi insuperato sotto questo aspetto.

Senza dilungarci sui tanti pregi di questo storico, ci limitiamo a sottolinearne almeno due, e cioè il garbo e la pacatezza di toni che padre Luigi adopera anche nel contestare le tesi altrui, come dimostra, ad esempio, allorché, dati alla mano, contraddice le asserzioni dello storico brontese suo contemporaneo Benedetto Radice (1854-1931) che, nelle Memorie storiche di Bronte aveva messo in dubbio la legittimità del  “mero e misto imperio”  di Randazzo, e la modestia con cui, sia nel Proemio che nella Conclusione, sottoponendo quello che definisce il suo “lavoretto” al giudizio del pubblico, si augura che esso possa essere d’esempio e di sprone a qualche altro cittadino di buona volontà che possa fare meglio di lui.
Maristella Dilettoso

 

                      Padre Luigi Magro. Foto presente presso il Museo della Memoria Salesiana.

 

                          

 

 

 

GIUSEPPE PLUMARI ed EMMANUELE

Uno storico municipalista del XIX secolo

    Giuseppe Plumari, uomo di chiesa e di cultura, era nato a Randazzo il 17 agosto del 1770.
Il padre, don Candeloro, faceva il notaio, e la madre, Paola Emmanuele, discendeva da un’antica famiglia locale. Nonostante appartenesse alla media borghesia, egli dovette sempre fare i conti con le ristrettezze economiche della famiglia, e se già il padre si vedeva costretto, per arrotondare i suoi magri proventi, a far l’organista nelle chiese, lui si trovò sempre a lottare da solo per raggiungere quei risultati che il censo non gli aveva dato già per scontati, e rinunciare nel corso della sua vita, a tante aspirazioni.

Aveva, per esempio, fatta istanza al Re per essere assunto come Cappellano Militare, e, forse dopo un accoglimento sfavorevole, dovette adattarsi all’ambiente del paese.
Ambiente che inevitabilmente doveva andargli piuttosto stretto, sia per le naturali ambizioni dell’uomo, consapevole delle sue doti, sia per le invidie e ostilità in mezzo alle quali si trovò sempre costretto a vivere.
Compì i primi studi presso il Convento dei Basiliani, e in particolare, per la retorica e le lettere, sotto la guida dall’Abate Giovanni Romeo.
Fu proprio un episodio avvenuto in gioventù, un viaggio a Napoli nel corso del quale ebbe modo di visitare palazzi e musei, a risvegliare in lui l’amore per la storia e per le “cose antiquarie”. A 18 anni si recò a frequentare il Seminario di Messina, dove completò gli studi laureandosi in Teologia e Diritto. Fu ordinato sacerdote nel 1795.

Chiesa di Santa Maria Randazzo

Dopo un periodo di tirocinio a Palermo, ritornato nel paese natale, fu associato al clero della chiesa di Santa Maria, in qualità di Canonico della Collegiata.
Nel 1814, alla morte dell’Arciprete Don Alberto Salleo, partecipò al concorso per l’Arcipretura, vincendolo: “questo – dice lo storico don Salvatore Calogero Virzì – fu l’inizio di tutte le traversie della sua vita perché, contestata da uno degli sfortunati concorrenti, Don Antonino Vagliasindi dei baroni del Castello, la sua nomina ad Arciprete, fu tradotto davanti ai Tribunali”.
Ma fu anche la molla che, involontariamente, fece scattare nel Plumari nuovi interessi, dandogli al tempo stesso la possibilità di assecondarli.
Infatti dovette trasferirsi a Palermo per due anni, dal 1815 al 1816, per seguire la causa, che poi avrebbe vinto in pieno, a seguito di tre diverse sentenze successive, ma la permanenza nel capoluogo gli offrì anche l’opportunità ed il tempo di frequentare archivi e biblioteche, di spulciare libri e documenti, scoprendo così la sua vocazione di storico, nonché di avvicinare dotti e studiosi del tempo, quali D. Vincenzo Castelli e D. Giovanni D’Angelo, che lo aiutarono ad affinare ed approfondire la già latente passione per la storiografia.
Da queste frequentazioni, da questi studi, che D. Giuseppe Plumari integrò con la lettura degli storici municipali, quali Pietro Oliveri, Antonino Pollicino, Pietro Di Blasi, Pietro Rotelli, il notaio Prospero Ribizzi e Onorato Colonna, doveva scaturire l’enorme mole degli scritti su Randazzo, la sua storia, i suoi figli più illustri.

Di ritorno in patria, avrebbe potuto finalmente dedicarsi alla vita parrocchiale, preparando i giovani al catechismo, pronunciando orazioni e sermoni, e facendosi così apprezzare per le sue doti di oratore.
Ma per l’Arciprete Plumari la tranquillità era ben lungi dall’arrivare: entrò subito in contrasto con gli Amministratori dell’Opera De Quatris – l’azienda costituita da lasciti e beni immobili assegnati alla chiesa di S. Maria dalla defunta baronessa Giovannella De Quatris – che in seno alla comunità randazzese costituivano una vera e propria potenza economica, e, per di più, dovette vedere sempre minacciata e messa in forse la sua stessa dignità ed autorità di Arciprete.
Infatti, sulla scorta di una certa teoria, ormai da tempo consolidata, stando alla quale le chiese di Randazzo fossero ricettizie, ovvero istituzioni spontanee dove i vari membri godevano di parità assoluta, esercitando a turno, per esempio, le mansioni di parroco, la figura dell’Arciprete sarebbe venuta a ricoprire così un titolo privo di autorità giurisdizionale su tutto il resto del clero, e di conseguenza il Plumari dovette subire non poche angherie ed umiliazioni, specie da chi mal aveva digerito la sua nomina.
Di fatto egli riuscì, soltanto nel 1839, alla morte del Decano D. Antonino Vagliasindi, a sedersi tranquillo sulla sospirata poltrona di Arciprete, e ad assumere i pieni e reali poteri, nonché la dignità, che tale carica comportava: “assommando le due dignità nell’unica sua persona, non ha più da tribolare per il riconoscimento dei suoi diritti e delle sue ambizioni cui tanto sensibile era il suo carattere”’ (Virzì).
Si era anche fatto promotore dell’idea di creare una sede vescovile a Randazzo (la città allora, e fino al 1872, faceva parte della Diocesi di Messina), benché su questa sua proposta sarebbe poi prevalsa quella delle Autorità di Acireale.
Non è da escludere che egli accarezzasse il sogno segreto di poter indossare per primo, e in patria, le insegne di Vescovo…

Morì il 1° ottobre 1851. Probabilmente fu seppellito in S. Maria, tuttavia, sicuramente a seguito dei vari rifacimenti della pavimentazione della basilica, e allo smantellamento delle pietre tombali già esistenti, della sua tomba non vi è oggi alcuna traccia. Strano destino, questo, per un uomo che lasciò un’opera immortale, e cui la città deve tanto!
Don Virzì, che è la fonte più dotta, esauriente e attendibile, che ne conobbe e studiò per esteso l’opera, e che a tutt’oggi ne è considerato il più degno erede e successore, così lo descrive:
      “carattere ardente, fattivo, in parte intrigante e ambizioso… Il suo agire in parte ingenuo, fu quello di certi uomini che pensano di essere chiamati a raddrizzare le cose storte… a riformare il mondo con uno spirito di intransigenza che rivela la loro personalità”.
A ciò va aggiunta, da un lato, la perenne condizione di ristrettezza economica in cui il Plumari versò per tutta la vita, e dall’altro la costanza, l’accanimento con cui egli si batté, per tanti anni e con ogni mezzo, per raggiungere il traguardo del pieno riconoscimento di quella dignità dell’Arcipretura che con tanta ostinazione e spirito di ripicca gli fu osteggiata per lunghi anni.

Troppo complesso sarebbe descrivere le diatribe, i colpi bassi, le battaglie che caratterizzarono la rivalità col Decano Vagliasindi e altri esponenti influenti del clero locale, ma la chiave di lettura di questa vicenda si potrebbe trovare forse inquadrandola nello scontro fra due classi sociali, un’aristocrazia titolata, fortemente aggrappata ai propri appannaggi e privilegi, cui era restia a rinunziare, ed una borghesia che, fattasi strada con i soli propri mezzi, vedeva negli studi una sorta di affrancamento e di riscatto sociale: a tal proposito non può sfuggire come Giuseppe Plumari non mancasse mai di aggiungere, al proprio nome, il titolo raggiunto con studio e sacrificio “Dottore in Sacra Teologia“, “Canonico in Sagra Teologia Dottore”, e finalmente “Unico Parroco Arciprete di Randazzo”.
Abbondante la sua bibliografia, almeno a giudicare dai titoli pervenutici, a testimoniare un impegno pastorale e culturale notevole e continuo.
Fu grande oratore, convinto e infiammato, tant’è che pubblicò le sue omelie “animato, per non dire obbligato, dai buoni cittadini, che ascoltate le aveano con tanto piacere, e che avean veduto dalle stesse raccolto un frutto universale” come ebbe ad affermare con un pizzico di vanità, o piuttosto consapevolezza delle proprie capacità e dei propri meriti.

– È del 1821 l’Omelia nel giorno natalizio ed onomastico del Re Ferdinando I,
– del 1822 la Felicità dei popoli sotto la Religione Cristiana e sotto il Governo Monarchico, e la Infelicità dei popoli sotto le segrete società tendenti a distruggere la Religione e il trono,
– una Orazione funebre in morte di Ferdinando I (1825).

Altri scritti ancora furono dettati dall’intendimento di affermare le proprie tesi, come :
Le Ragioni in difesa del diritto dell’Arciprete di Randazzo (1813),
– Sulla elezione dell’Amministrazione dell’Opera De Quatris, fatta dai parrocchiani di S. Maria ai quali s’appartiene (1815),
– una Allocuzione in difesa dei beni ecclesiastici appartenenti alla Collegiata di S. Maria.
Altri gli sono stati attribuiti:

Orazione fatta al consiglio civico di Randazzo al 25 agosto 1813,
Poche idee sopra talune leggi da farsi ai termini dello statuto politico per la Sicilia (1848).

Ma la mole più cospicua è costituita dagli scritti su Randazzo, opera cui Plumari dedicò l’impegno di una vita.
La Storia di Randazzo fu redatta in varie stesure, ne esiste pure un’edizione condensata presso la Biblioteca Zelantea di Acireale, depositatavi dall’Autore nel 1834.

Lionardo Vigo


Come egli stesso afferma, fu incoraggiato nelle stesura dell’opera dall’amico acese Lionardo Vigo:

      “Avendo io nelle ore dell’ozio raccolte alcune memorie relative alla Storia di Randazzo, mia Patria, queste un tempo legger volle il Cavaliere Lionardo Vigo della Città di Acireale, qui venuto per curiosare… mi animò… Egli stesso a scrivere un Sunto della Storia mia municipale, con avermi incaricato di doverlo poi trasmettere ali Accademia de’ Zelanti di Scienze, Lettere ed Arti di essa Città di Aci-Reale. Tanto io praticai nello stesso anno 1834″.

Spiegherà poi che, trattandosi di un sunto, omise per brevità di citare gli autori consultati, offrendo così automaticamente il destro ad altri, in particolare all’altro storico dell’epoca, l’Abate Paolo Vagliasindi, di contestare le sue tesi, in particolare la teoria della pentapoli. Secondo questa teoria, Randazzo sarebbe stata originata, a detta del Plumari, dalla fusione di cinque città, Tiracia, Alesa, Triocala, Tissa e Demena.

 

Storia di Randazzo trattata in seno ad alcuni cenni della Storia Generale di Sicilia – fine primo volume.

 

Di fatto nella Storia di Randazzo trattata in seno ad alcuni cenni della Storia Generale di Sicilia, in 2 volumi, iniziata nel 1847 e conclusa nel 1851, l’anno stesso della morte, egli innesta la storia della Città sul ceppo della storia dei popoli e delle genti che abitarono la Sicilia e il Mediterraneo, fin dai tempi più antichi, attingendo agli autori greci e romani. La sua descrizione si fa via via più serrata e documentata, quanto più lo scrittore si avvicina ai tempi moderni.
L’opera è corredata anche da disegni e schizzi, di mano dello stesso Plumari, d’indubbio valore documentario, per ricostruire monumenti non più esistenti o la topografia della città.
Degno di menzione il Codice diplomatico, la Storia delle famiglie nobili di Randazzo, la Storia dei personaggi illustri di Randazzo che fiorirono per fama dì santità, concepita come un terzo volume della Storia.
Proprio questo volume, per volontà dello stesso autore, non sarebbe stato depositato presso l’Archivio di Palermo, ma lasciato alla città di Randazzo, nel caso si fosse reso necessario attingere notizie utili alla causa di beatificazione o canonizzazione di qualcuno dei suoi figli più meritevoli.
“Gloria primaria ed unica della storiografìa randazzese” definisce l’Arciprete Giuseppe Plumari, in un eccesso di  modestia, don Salvatore Calogero Virzì, e prosegue: “Egli è stato l’unico fra tutti gli storici della città a lasciarci una storia manoscritta che è, per l’enorme quantità di documenti consultati e che in parte trascrive e riporta, la fonte più attendibile e più informata degli avvenimenti del passato di Randazzo”.
La sua importanza risiede anche, per noi moderni, nel potere attingere a piene mani, attraverso i suoi scritti, a fonti ormai perdute. Gli è stato rimproverato un eccesso di municipalismo, e qualche ingenuità storica.
Ma Plumari è, e si dichiara egli stesso, storico municipale, e, quanto al resto, lo stesso Virzì, pur riconoscendogli una certa ridondanza e qualche carenza di critica storica, giustifica tali pecche spiegando come la sua opera vada comunque valutata all’interno del contesto in cui si è generata, alla luce della storiografia del tempo. A noi non resta che inchinarci di fronte ad un impegno così costante, protrattosi fino alla morte.
Da quelle pagine manoscritte, in una grafia elegante, ordinata, trabocca tutto l’amore per la sua città, “un tempo celeberrima, a nessun ‘altra Città del Regno seconda”, ma anche per la ricerca e per la storia. Come si legge nella dedica della Storia di Randazzo, Diruta dum patriae numeras monumenta vetusta, tum patriae surgit gloria nobilior, c’è un moto di ambizione, naturale in chi si accinge a un’opera grande, ma c’è anche spirito di servizio.
E come sottovalutare tante descrizioni della Randazzo del suo tempo, quelle così puntuali di opere d’arte, edifici, le cronologie, le citazioni d’archivio, gli elenchi di chiese, di porte, beni in massima parte ormai inesistenti, distrutti o smarriti, e riscontrabili solo attraverso la sua testimonianza. 

Maristella Dilettoso

 (Articolo pubblicato su Cultura e Prospettive n. 23, Supplemento a Il Convivio n. 57, Aprile – Giugno 2014)

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                                                              UNA GLORIA DELLA CITTA’:  L’ARCIPRETE D. GIUSEPPE PLUMARI                                                                      

 

     Gloria primaria ed unica della storiografia randazzese è il famoso Arciprete Giuseppe Plumari, vissuto a cavallo dei Sec. XVIII e XIX. Ed è giusto che noi, moderni cultori delle glorie patrie, diamo il dovuto tributo di riconoscenza a quest’uomo che, ignorato del tutto nel passato, da studiosi e non studiosi, ci ha lasciato una grande opera, che ci parla di tutte le glorie della nostra cittadina.

    Dico ignorato, perché in verità ben poco la cittadinanza randazzese ha fatto per lui.

Mentre, infatti, si sono giustamente onorati i caduti della grande guerra, intitolando al loro nome un intero viale (Viale dei caduti sulla Via Regina Margherita) e non poche strade del paese, purtroppo, col risultato di cancellare irrimediabilmente nomi tradizionali e popolari, ancora in parte vivi nel gergo popolare, con tanto danno dell’antica toponomastica urbana, che non ha lasciato traccia nemmanco negli Atti Ufficiali del Comune.
Nulla si è fatto in Randazzo per l’Arciprete Plumari, che ha lasciato manoscritta la sua opera, ma solamente intitolando, non so in quale tempo al suo nome un vicoletto ignorato del quartier di S. Martino.
    Cosi per lui, cosi per tanti altri nomi prestigiosi della storia cittadina, facendo eccezione soltanto per il nome del deputato del principio del secolo, on. Paolo Vagliasindi, per cui si affisse al cantonale della casa di famiglia una candida lapide che ebbe la ventura di essere stata dettata dal grande Federico De Roberto ed inaugurata col concorso di tutto il popolo e di tutte le autorità, come ci testimoniano le fotografie del tempo.
    Grande personaggio arciprete Giuseppe Plumari ed Emmanuele, uomo di cultura e di abilità.

    Egli è stato l’unico fra tutti gli storici della città a lasciarci una Storia manoscritta che è, per l’enorme quantità di documenti consultati e che in parte trascrive e riporta, la fonte più attendibile e più informata degli avvenimenti del passato di Randazzo.
Opera enorme in due grossi volumi che fu da lui compilata sulle memorie di cultori di storia patria e di notai che, purtroppo, noi non possediamo più, ma che egli ebbe la fortuna di avere in mano e sfruttare nella sua trattazione.
In tale opera abbiamo un documento del suo impegno indefesso di ricerca che lo ricerca che lo spinse ad una immane fatica che solo chi ne è addestrato può valutare, del suo ardente amore per la patria, della sua gioia nel portare alla luce le sue glorie del passato, unica soddisfazione dello studioso e del compilatore.
    Ce lo riferisce egli stesso rivelandoci che il suo interesse crebbe a dismisura allorquando, nello studio dei documenti, trovava citato continuamente il nome della sua Randazzo e degli avvenimenti che la riguardavano.
    Tutto questo trasparisce da tali pagine. Stato d’animo, purtroppo, questo, che costruisce il punto più debole del suo lavoro, aggravato dalla sua complessità e spesso pletoricità. Mende, queste, di una certa gravità che sminuiscono il valore dell’opera, ma che non sono da imputare del tutto all’autore che, nato nel settecento, il cosiddetto secolo dei lumi, non poteva non risentire di quelle manchevolezze che la storiografia ancora registrava nella sua evoluzione.
   Per tali deficienze, più che personali, dovute al manchevole s

Via Plumari – quartiere di San Martino Randazzo.

viluppo scientifico del tempo, non seppe valutare con disinteressato discernimento le notizie raccolte e non seppe fare uso di quella storica che fa la vera storia.
    Molte, infatti, delle sue conclusioni storiche non reggono alla critica moderna, avvalorata dai ritrovamenti archeologici e documentari. Ciò non toglie che egli ci ha lasciato una fonte preziosissima di tutto ciò che riguarda la storia della città, elegante, ben leggibile, due copie dell’ultima stesura della “ Storia di Randazzo” e ne depositò una nella Biblioteca Comunale di Palermo, ancora esistente e consultabile e ne regalò una al Comune di Randazzo, purtroppo da tempo scomparsa.
   Notizia recentissima di questi giorni è che, nel clima instauratosi da qualche tempo nella nostra città per merito delle Autorità cittadine attuali,, ad ovviare al danno subito dalla comunità tutta con la scomparsa della copia manoscritta originale, il Comune è stato dotato del “Microfilm” dell’opera del Plumari, giacente nella sopradetta Biblioteca di Palermo, a servizio degli studiosi.
   IL PLUMARI, come egli stesso ci rivela in un breve profilo lasciatoci nella sua opera “Uomini Illustri di Randazzo”, nacque il 17 Agosto 1770 dal notaio D. Candeloro e da Paola Emmanuele.

    Giovanetto fu alunno, per i primi elementi di lettere e retorica, del basiliano Don Giovanni Romeo, Abate allora del Monastero di recente costruzione, il cui fabbricato diventò in seguito il “Collegio S. Basilio”.

    A 18 anni fu inviato dal Seminario di Messina dove compi i suoi studi e si addottorò  in Teologia e Diritto, alla scuola di illustri professori che lo informarono all’amore dello studio.

   Ordinato sacerdote nel 1795, fece un breve tirocinio ministeriale a Palermo, dove si distinse per la scienza e la sua abilità di oratore, ritornò, quindi, a Randazzo e fu associato al Clero della Chiesa di Santa Maria.

    Morto il degno arciprete, D. Alberto Salleo (1783-1814), assieme ad altri quattro, fu ammesso al concorso per l’Arcipretura e vinse (1814), ma questa vittoria fu l’inizio di tutte le traversie della sua vita perché, contestata la sua elezione ad Arciprete da uno degli sfortunati concorrenti, fu tradotto davanti ai Tribunali.
Egli per difendere validamente il suo diritto e il beneficio ecclesiastico vinto, dovette trasferirsi per due anni (1815-1816) a Palermo dove ottenne con tre sentenze diverse una piena vittoria e un pieno riconoscimento del diritto.

   Un avvenimento particolare della sua giovinezza apri un nuovo orizzonte alle sue innate disposizioni e lo portò ad una scelta che avrebbe indirizzato il suo giovane animo alla cultura storica.  Ce lo fa sapere egli stesso.

    “All’età di 18 anni, ritrovandosi in Messina in compagnia di alcuni cavalieri randazzesi (…) passa con li medesimi a vedere la capitale di Napoli e tutte le magnificenze della bella Partenope non esclusa la grande gala di corte solita farsi l’8 Settembre nella Festa di S. Maria di Piedigrotta.

    Dalla visita fatta alle antichità di Pozzuoli e al celebre Museo Borbonico, cominciò a prendere gusto allo studio delle cose antiquarie…”.

    Questa passione si sviluppo negli anni e raggiunse la massima efficacia nel periodo, non poco lungo, che egli passò a Palermo dove frequentò archivi, biblioteche, persone della cultura, come un D. Vincenzo Caselli, principe di Torremuzza, grande studioso delle antichità della Sicilia, ed il can. D. Giovanni d’Angelo, che lo avviarono agli studi storici ed alla ricerca di documenti nella celebre Biblioteca del Senato ed in vari Archivi della Capitale.

    Di tutto questo materiale che, man mano, andò raccogliendo, integrato dalle memorie scritte dei randazzesi Pietro Oliveri, Antonio Pollicino, Pietro di Blasi, Pietro Rotelli, notaio Prospero Ribizzi e del benedettino Onorato Colonna, egli compilò una serie di volumi riguardanti la storia della città delle sue famiglie e delle persone illustri di essa, come si può vedere dal lungo elenco delle sue opere, che segue:

  • Storia di Randazzo, trattata in seno ad alcuni cenni della Storia Generale della Sicilia – Ms. in 2 voll. 1849, presso la Biblioteca Comunale di Palermo.
  • Storia di Randazzo – Ms. in un Vol. presso la Biblioteca Zelantea di Acireale, depositata dallo stesso autore l’8-1-1834.
  • Storia di Randazzo, prima stesura manoscritta, appartenente al compianto can. D. Giuseppe Finocchiaro, ora in possesso della famiglia Virgilio Pietro di Catania.
  • Codice Diplomatico – Ms. in un Vol. presso la Biblioteca Comunale di Palermo.
  • Storia delle Famiglie Nobili di Randazzo – Ms. in un Vol. in possesso della Famiglia Scala, Giarre.
  • Storia dei personaggi illustri di Randazzo – Ms. in un Volume.
  • Allocuzione in difesa dei beni ecclesiastici appartenenti alla Collegiata di S. Maria – Palermo 1813.
  • Ragioni in difesa del diritto dell’Arciprete di Randazzo – Messina 1813.
  • Sulla elezione dell’Amministrazione dell’Opera de Quatris fatta dai parrocchiani di S. Maria ai quali s’appartiene – Catania 1815.
  • Omelia nel giorno natalizio ed onomastico del Re Ferdinando I – Catania 1821.
  • Felicità dei popoli sotto la Religione Cristiana e sotto il Governo Borbonico – Messina 1822.
  • Infelicità dei popoli sotto le segrete società tendenti a distruggere la Religione e il Trono – Messina 1822.
  • Orazione funebre in morte di Ferdinando I – Messina 1825.

    Carattere ardente e fattivo si rivelò il Plumari fin dal primo momento in cui egli fece parte della “comunità” della Chiesa di S. Maria, cui si aggregò non appena fu ordinato sacerdote (1795).

    Ritiratosi da Palermo ove, come si è detto, passò i primi anni del suo sacerdozio aggiudicandosi tanta stima, si immise in pieno nella vita parrocchiale della Chiesa con una grande dose di entusiasmo ad impartire lezioni di catechismo ai giovanetti, a pronunziare discorsi di circostanza e orazioni sacre che furono tanti apprezzati dai fedeli e dalla comunità ecclesiastica che, nello stesso 1795, dal  R. Amministratore dell’Opera de Quatris, cui competeva il diritto, D. Giacinto Dragonetti, fu eletto canonico della Collegiata al diciottesimo stallo e scelto come curatore della “Festa della Vara”.

    Problema gravissimo che angustiò tutta la sua vita, furono le ristrettezze economiche della famiglia (il padre, notaio, per arrotondare le entrate faceva l’organista nelle Chiese) e perciò domanda al Re per essere assunto come Cappellano Militare e, forse in seguito ad una risposta negativa, si decise di adattarsi alla vita del paese anche in mezzo alle difficoltà che gli derivarono dalla famiglia e dall’ambiente.     Non pochi, infatti, furono gli invidiosi ed i nemici dichiarati intorno a lui, suscitati dalle sue buone doti che lo facevano spiccare su tutti e, purtroppo, anche dal suo carattere deciso e non facilmente malleabile, quando si trattava della difesa dei diritti suoi e della Chiesa o di opporvi alle prepotenze, da qualunque parte venissero specialmente da parte degli Amministratori dell’Opera de Quatris che, essendo a capo di questa grande e ricca azienda, la più grande del paese, si sentivano investiti di autorità e strapotere cui tutto  e tutti dovevano piegarsi.

Anche in seno al Clero, in questo periodo torbido della storia della nazione, egli ebbe a soffrire ed a combattere le sue battaglie alla difesa dell’Autorità di Arciprete.

Le teorie sovversive del tempo, il fermento politico che aveva portato in Randazzo l’istituzione di alcune vendite della carboneria, l’inquietitudine rivoluzionaria lasciata dalla invasione francese nel napoletano e dal regno murattiano, avevano disposto gli spiriti al sovvertimento delle vecchie istituzioni ed alla scelta delle novità più singolari.
    Tra queste una estrosa teoria che toccava direttamente il Plumari nella sua qualità di Arciprete, sostenuta da gente malevola ed illusa, proprio in questo scorcio di secolo, imperversò per tutto il periodo successivo facendo maturare, negli anni ’50 del secolo passato ed oltre, risultati distruttivi.
    Intendo accennare alla teoria pseudo-storica che sosteneva, senza documenti di appoggio valevoli, che le chiese di Randazzo erano “chiese ricetti zie”, cioè chiese formatesi nei secoli come istituzione spontanea il cui clero si era in esse raccolto senza istituzione canonica, per cui i membri godevano di una parità assoluta e di diritti uguali, esercitando il ministero sacramentale a turno con le specifiche mansioni, volta per volta, il parroco “ad tempus”.
    Ciò colpiva direttamente la posizione dell’Arciprete che, in conseguenza di ciò non godeva di beneficio ecclesiastico istituito dall’Autorità canonica, ma soltanto di un titolo spoglio di autorità giurisdizionale sugli altri preti, per cui il detentore del titolo di Arciprete, secondo tale teoria, era un semplice sacerdote come tutti gli altri, un “unus inter pares” senza diritti giurisdizionali di sorta.

    Conseguenza di tale teoria, che ebbe gli assertori più accaniti tra il clero di Randazzo, fu la contestazione dell’Autorità arcipretale del Plumari che, nonostante la sua difesa a base di documenti, dovette subire affronti e clamorose ripulse che arrivarono a formali disubbidienze ed opposizioni.
    Eppure, a leggere anche ora i documenti della fondazione della Collegiata, diventata con gli anni l’arbitra della Chiesa di S. Maria ed in seno alla quale si trovavano i più accaniti suoi oppositori, ben altre erano le disposizioni arcivescovili emanate nell’atto della fondazione, concedeva tutto ai Cappellani, ma chiaramente ribadiva la intoccabilità dei diritti dell’Arciprete sia nel Coro, sia nelle processioni, sia in tutte le azioni liturgiche e di rappresentanza, sia ancora nelle sue facoltà giurisdizionali.

    Grosso imbroglio, dunque, questo, che condizionò e tormentò la vita del Plumari che potè avere un po’ di pace soltanto quando egli fu eletto, nel 1840, Decano della Collegiata e che fu risolto soltanto alla sua morte dai Tribunali ecclesiastici ad opera del suo successore, il battagliero ed energico Arciprete D. Vincenzo Cavallaro, proprio nel decennio degli anni cinquanta dell’Ottocento.

    Nonostante gli assilli derivategli da ciò, che fu il cruccio della sua vita, il problema economico, cioè, ed ancora dalla difesa strenua dei suoi diritti di Arciprete, egli continuò ad esercitare il suo ministero di buon sacerdote e zelante Arciprete; non solo, ma anche a coltivare la sua occupazione preferita di indefesso studioso e, perciò, è opera dell’ultimo decennio della sua vita, anzi addirittura degli ultimi anni, la definitiva stesura dell’Opera sulla storia di Randazzo, come ci rivela la data segnata nella copia ancora esistente (1849), tempo in cui erano già sedate tutte le diatribe e le opposizioni alla sua persona e alla sua giurisdizione, perché erano venuti meno i suoi più acerrimi oppositori e si erano assommate nell’unica sua persona le due dignità del Clero di Arciprete e di Decano della Collegiata (1840).

    Moriva nell’ottobre del 1851 e probabilmente fu seppellito nella Chiesa di S. Maria, ma della sua tomba si è perduto ogni ricordo.

    Commossi, pertanto, e riconoscenti, rendiamo omaggio a questo degno figlio della nostra città, il quale nella sua opera ci ha lasciato la testimonianza più viva e veritiera di ciò che significa amore della patria e della scienza congiunti in un unico nobile scopo.

    Quali ricordi di questo grande personaggio ci restano a Randazzo?

    In verità ben pochi: un vicolo – come abbiamo già detto – vicino alla sua casa di abitazione, nel quartiere di S. Martino, intitolato al suo nome; un libro che porta di suo pugno il nome; una qualche lettera nell’archivio della Chiesa, con intestazione a stampa dei suoi titoli e col bollo personale con il suo stemma; ed ancora, forse una statuetta della Madonna Addolorata, che apparteneva al clan. Caldiero, che l’avrà potuta ereditare da lui.

    Non un ritratto, non alcuna carta dei suoi numerosissimi appunti; non memorie dei contemporanei che ci facessero conoscere la personalità di quest’uomo tanto benemerito della sua patria.

    A lui, vada, pertanto, il nostro tardivo ricordo riconoscente; e questo profilo, da questa rivista, espressione divulgativa dei problemi e delle glorie della città, nel mio intento è l’omaggio di uno studioso che tanto gli deve ed una spinta a che i cittadini tutti, con a capo le autorità civili e religiose, rendano il dovuto tributo di riconoscenza con iniziative che possano far conoscere i grandi meriti di chi ha innalzato alla sua città con monumento “più duraturo del bronzo” (aere perennius).

Sac. Salvatore Calogero Virzì.  Articolo pubblicato su “Randazzo Notizie” n.9  maggio 1984 

    (Forse non è inutile ricordare che, ahimè, l’esortazione di Don Virzì a noi tutti, di rendergli i dovuti onori all’Arciprete Giuseppe Plumari, è rimasta fino ad ora totalmente inascoltata).  Francesco Rubbino

Qui di seguito riportiamo le copertine ed alcuni dipinti e disegni dei tre volumi della  “STORIA DI RANDAZZO ”  :

volume primo:

 

 

Giuseppe Fisauli

Giuseppe Fisauli nasce a Randazzo il 03/02/1933,  studia presso il collegio salesiano San Basilio di Randazzo e si laurea in giurisprudenza nel 1956 a Catania.
Iscritto all’ordine degli avvocati e procuratori legali di Catania, nonché  cassazionista e revisore ufficiale dei conti, dal 1965.

Prima di trasferirsi definitivamente a Catania e di sposare Vittoria Capietti, con la quale hanno una figlia Maria Paola, dedica alcuni anni alla città di Randazzo dove, eletto consigliere comunale nel 1956, regge per il quadriennio la carica di Assessore alle finanze e rappresenta il comune nel consiglio di valle delle Valli dell’Alcantara.
Avendo perduto il padre a soli 14 anni si dedica appena possibile insieme al fratello maggiore Antonio, alla gestione degli estesi terreni  familiari, nonostante gli espropri operati dalla riforma agraria del 1950 e la divisione dai cugini.
 E’ nominato assistente di diritto agrario presso l’università di Catania dal 1958.
Presidente del collegio sindacale della Cyanamid  S.p.A. , della Agrisiel S.p.A., della Finsiel (IRI), della Confederazione Nazionale dell’Agricoltura di Roma. Rappresentante della Sezione Economica Nazionale della Frutticoltura di Confagricoltura.
Componente della commissione socio giuridica del Lions club.

Eletto Presidente della Commissione Provinciale di Controllo (CPC), alto ufficio di controllo degli enti locali, nel 1974, viene riconfermato per venti anni

L’attività professionale non ha mai distolto la sua attenzione e il suo interesse verso il territorio a cui appartiene per nascita.

La cooperativa agricola “Solicchiata” costituita nel 1965 riceve un forte impulso alle sue attività con l’ingresso tra i soci dell’avvocato Fisauli e del fratello Antonio, così in contrada Statella nel 1972 viene edificata una grande cantina dotata di moderne attrezzature per la vinificazione e si crea un’eccellenza e un’attività imprenditoriale in un settore a quel tempo ancora a livello embrionale.

  Nell’opera di riconversione dell’azienda agricola Rustìca, ricadente in parte nel comune di Roccella Valdemone e in parte nel comune di Randazzo, agli inizi degli anni ‘80 instaura la collaborazione scientifica con il compianto professore Francesco Monastra dell’Istituto Sperimentale di Frutticultura di Roma.

Ciò comporta l’acquisizione e trasmissione nel territorio di cognizioni agronomiche di natura del tutto innovativa. 

 Il suo slancio progettuale viene spento improvvisamente nel 1996.

 
Maria Paola Fisauli

Ing. Angelo Priolo

             Per meglio conoscere la personalità dell’Ing. Angelo Priolo a cui è stato dedicato il Museo di Scienze Naturali riportiamo un bel articolo di Bruno Massa scritto in occasione della sua morte . 

Dr. Bruno Massa università di Palermo

 ” Il 20 settembre 2006, all’età di 83 anni, si è spento a Catania Angelo Priolo.
Raramente nella mia vita ho conosciuto una famiglia così sinceramente unita, come quella sua; indubbiamente il merito è stato di tutti, suo, della sua adorata Nellina, dei loro quattro figli maschi, Alessandro, Claudio, Domenico e Francesco, un’armonia indelebile, una sorta di simbiosi che ha loro permesso di affrontare periodi difficili con la stessa forza d’animo e lo stesso coraggio di quelli felici.
Ho avuto il privilegio di entrare nella cerchia delle persone che aveva a cuore; quanto scrivo di seguito è solo qualche breve ricordo di alcuni episodi della sua vita, in omaggio alla nostra lunga amicizia e reciproca stima.
Ornitologo fin dai primissimi anni della sua vita, ingegnere di professione, stimato nel mondo scientifico, amato da tutti quelli che lo avevano conosciuto, nel periodo bellico, ancora molto giovane, in modo del tutto autodidatta, si avvicinò all’ornitologia e non l’abbandonò mai più; il suo riferimento allora fu Antonino Trischitta di Messina.
Conobbe Edgardo Moltoni, che lo apprezzò subito e, successivamente, nel 1973, gli chiese di far parte del ristretto numero di persone costituenti il Comitato di Redazione della Rivista Italiana di Ornitologia.
Appassionato anche di tassidermia, mise insieme una cospicua collezione di uccelli, riuscendo anche ad ottenere dal Trischitta alcuni esemplari residui della collezione di A. Pistone, finita sotto le macerie del terremoto del 1908.
Nella sua raccolta andarono confluendo anche alcuni esemplari provenienti dalle collezioni storiche di Biggeri di Bibbiena, Festa di Moncalieri, Picchi di Firenze, Ragionieri di Firenze e dello stesso Trischitta.
Gli procurarono esemplari L. Favero, F. Foschi, A. Pazzuconi, M. Sernagiotto e lo stesso Trischitta.
Iniziò la raccolta nel 1939, quando aveva solo 16 anni, e la concluse all’inizio degli anni ’70, quando l’accresciuta sensibilità per la tutela e conservazione della fauna in Italia non si conciliava più con questo metodo di studio e lo stesso ambiente ornitologico aveva deposto le armi ed imbracciato il binocolo.
I 2250 esemplari, in parte montati, in parte in pelle, occupavano quasi un appartamento ed Angelo iniziava a preoccuparsi di non far disperdere un tale bene scientifico.
Già nel 1970 si era fatto promotore, insieme ad altri autorevoli esponenti del mondo scientifico catanese, di un museo di scienze naturali a Catania, ma ancora dopo 15 anni l’immobilismo politico, e direi anche culturale, non era riuscito a smuovere nulla.
Nel 1977 la Regione Siciliana aveva promulgato la legge 80, il cui art. 21 consentiva il diritto di prelazione alla Regione nel caso di vendita di beni culturali siciliani.
Era una legge importante, bisognava fare una serie di passi, già percorsi da Vittorio Orlando per il Museo di Terrasini. Il Comune di Randazzo, in cui Angelo era di casa per motivi sentimentali, legati alle origini della sua famiglia, istituì il museo di scienze naturali, nel 1983 Angelo consegnò in affidamento la sua collezione a Randazzo ed ebbe inizio la procedura di acquisizione da parte della Regione, che si concluse alla fine del 1986. 

Angelo Priolo

Angelo Priolo

    La collezione Priolo divenne così un bene pubblico e fu affidata al Comune di Randazzo.

Le 389 specie d’uccelli, appartenenti ad 80 famiglie furono adeguatamente sistemate nel museo e negli anni successivi Angelo trascorreva nella sua casa di Randazzo, in località Taccione, lunghi periodi per la predisposizione dell’esposizione didattica.
Andava particolarmente orgoglioso del diorama sui grifoni, a cui aveva dedicato tantissimo tempo ed energie. Il mio primo approccio con Angelo risale al 1971, quando casualmente mi trovavo a Catania e mi fu presentato; avevo tanto sentito parlare dell’ornitologo Priolo di Catania ed avevo letto diversi suoi articoli, e mi sembrava incredibile che quello che consideravo un “semidio” mi parlava mettendomi del tutto a mio agio, come se fossimo stati allo stesso livello.
Ricordo che parlammo a lungo di Labbi e Stercorari e rimasi rapito dalla quantità di cose che sapeva e del modo semplice in cui ne parlava. Lo rividi ancora un’altra volta a casa sua pochi mesi dopo, quando conobbi i suoi familiari e l’inseparabile cirneco dell’Etna che viveva con loro.
Nel 1972 i miei numerosi contatti con lui furono tutti epistolari. Gli chiedevo informazioni sulla presenza di alcune specie in Sicilia e puntualmente assecondava i miei desideri.
Già dalla prima lettera aveva cominciato a prendermi sul serio, aveva capito che avevamo in comune una grande passione per l’ornitologia; mi mandava “copie fotostatiche” tratte dal Dementev’ o dal Whiterby per maggiori approfondimenti, rispondendo sempre con dovizia di particolari ai miei quesiti ornitologici.
Questa corrispondenza andò avanti fino al 1975, eravamo entrati in confidenza e dopo iniziammo a comunicare per via telefonica.
In quegli anni aveva smesso da un po’ gli abiti dell’ornitologo “vecchio stile” ed aveva traghettato completamente sulla sponda della conservazione della natura, impegnandosi anche all’interno di diverse associazioni ambientaliste.
Nei primi anni ’70 scrivemmo insieme diverse lettere-esposti per fermare l’abusivismo alla foce del Simeto e soprattutto per salvare quello che restava di un ambiente umido, che lui stesso conosceva come le sue tasche e dove aveva avuto modo di osservare un numero incredibile di specie di uccelli.
Fu di conseguenza tra i primissimi a proporre l’istituzione dell’oasi di protezione e successivamente della Riserva Naturale della Foce del Simeto; ricordo in quel periodo quanto fosse impegnato, da buon ingegnere, a tentare di tracciare sulle mappe dei confini biologicamente logici ed a quante riunioni partecipò per arrivare ad un compromesso finale, per salvare uno degli ambienti con maggiore concentrazione di diversità ornitica del Mediterraneo.
In quegli stessi anni già parlava della possibilità di reintroduzione del Pollo sultano ed è sua la prima proposta in tal senso, che però dovette attendere almeno 25 anni per trovare seguito

Antonello da Messina : San Girolamo nello studio, in basso a sinistra una coturnice siciliana.

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E quando Alessandro Andreotti e Renzo Ientile gli comunicarono la prima nidificazione avvenuta alla foce del Simeto sembrava veramente commosso e felice! Più volte ci riunimmo sia a Catania che a Messina, con la giovanissima Anna Giordano, Andrea Ciaccio e Maurizio Siracusa (che avevo conosciuto proprio a casa sua), per progettare attività di protesta contro il bracconaggio nello stretto di Messina, che culminarono con la stampa di migliaia di volantini ed una manifestazione pacifica, ma determinata, proprio a Monte Ciccia sui Peloritani, il 9 maggio 1982, ove era presente tutta la nuova linfa ornitologica sicula.
In pochissimo tempo era diventato un tecnico abilissimo nella foto ornitologica; con poca spesa, grande pazienza e l’esperienza di 40 anni sul campo, riuscì in tal modo a catturare immagini di uccelli rari, solo poche delle quali ha pubblicato, ma anche ottimi documenti fotografici di specie comuni.
Mise gentilmente a disposizione molti di questi nel 2002 per la realizzazione di un CD sull’avifauna siciliana. Riuscì anche a coinvolgere me nella foto, nonostante fossi piuttosto maldestro, mi passava tutti gli indirizzi utili dove acquistare attrezzature per corrispondenza a prezzi bassissimi, e poi i trucchetti per usare gli strumenti, ma naturalmente non mi avvicinai mai al suo livello tecnico.
Abile a risolvere i problemi pratici, per la realizzazione del primo atlante ornitologico siciliano, con una precisione che solo un ingegnere poteva avere, ci aveva fornito alcune copie di carte stradali della Sicilia ove aveva riportato l’inquadramento UTM di 10 chilometri di lato; chi si trovava all’interno di quel quadrante per rilevamenti ornitologici non aveva difficoltà a riportare le coordinate.
Conservo ancora quella carta come una reliquia! Era stato testimone dell’estinzione del Grifone in Sicilia, nel 1966, ed aveva 
guidato sui luoghi nei Nebrodi, ad Alcara Li Fusi, Alessandro Ghigi, che era venuto in Sicilia per scrivere una proposta d’istituzione di parchi naturali nell’isola.
Molti anni prima, proprio su quelle rocche aveva girato un documentario in 8 mm su quei grandi uccelli, recentemente restaurato dall’Ente Parco dei Nebrodi, lasciando l’ultima testimonianza di quella piccola popolazione di necrofagi legati alla zootecnia nebrodense.
Pochi mesi fa l’Ente Parco, che negli anni scorsi ha curato la reintroduzione del Grifone, ha dedicato ad Angelo Priolo la ristampa di un libretto di racconti sull’avvoltoio, “Il silenzio della roccia”, scritto da Giuseppe Stazzone di Alcara Li Fusi. Ma Angelo non aveva potuto partecipare alla manifestazione, già da qualche tempo non stava proprio bene.
I suoi problemi di salute, in buona parte d’origine cardiaca, avevano molto rallentato i suoi movimenti e la sua attività ornitologica, ma non l’avevano fermato nella sua ricerca storica sul Panphyton Siculum, un’iconografia di F. Cupani del 1713 contenente un gran numero di tavole di uccelli. Li identificò quasi tutti e via via che scriveva mi sottoponeva alcuni quesiti, rendendomi orgoglioso di avere conquistato pienamente la sua fiducia.
Una delle tre copie del Panphyton è custodita nella Biblioteca Regionale di Palermo e ricordo che in occasione di una Sua consultazione andammo a pranzo insieme alla “Focacceria San Francesco” nel vecchio centro di Palermo.
Eravamo seduti in un piccolo tavolino completamente ricoperto di copie di disegni di Cupani e testi scritti al computer da Angelo; parlammo a lungo di alcune specie di incerta identificazione e solo nel tardo pomeriggio ci rendemmo conto dell’orario e di essere diventati l’interesse principale degli avventori, che si interrogavano se erano effettivamente entrati in una focacceria o in una biblioteca! Finchè la salute glielo ha permesso non mancava mai agli appuntamenti importanti, ai convegni di ornitologia, alle escursioni ornitologiche (una classica era al nido dell’Aquila reale ad Alcara Li Fusi), ai sopralluoghi tecnici, in cui era sempre più spesso coinvolto. Come quello realizzato da una delegazione regionale, cui era stato invitato anche Michel Terrasse, nel 1983, per individuare le possibili aree per un progetto di reintroduzione del Grifone sulle Madonie e sui Nebrodi.
Non parliamo poi del suo coinvolgimento nella proposta del Parco dei Nebrodi; conosceva tanto bene quei territori, che aveva percorso in lungo e largo in cerca d’uccelli fin da fanciullo che poteva fare da guida anche ai locali. È sua la prima relazione faunistica sul Parco, che presentò nel 1984, in occasione di uno dei convegni organizzati dal comitato di proposta.
Angelo aveva vissuto un’esperienza drammatica, che gli aveva reso la vita particolarmente cara. Nell’ultimo periodo della sua attività lavorativa, essendo la sede dell’ufficio a Messina, doveva viaggiare giornalmente da Catania ed usava il pullman del servizio pubblico.
Una di queste volte, una giornata piovigginosa, la sosta improvvisa di un’auto costrinse il pullman che si trovava su un viadotto dell’autostrada ad una frenata imprevista e l’asfalto bagnato lo fece volare da oltre venti metri d’altezza giù dal viadotto. Angelo si trovava in quinta fila, l’autista e le persone delle primissime file morirono nello schianto, lui 
rimase per un tempo lunghissimo (gli sembrarono ore) sepolto sotto i bagagli ed altre macerie; quando arrivarono i primi soccorsi, non lo videro subito e nella confusione generale fu anche calpestato, ed i frammenti di un vetro rotto dai soccorritori gli entrarono in un occhio, quello buono, come spesso amava ripetere.
Malconcio e ferito, fu infine ricoverato all’ospedale di Messina, dove lo raggiunse la sua Nellina ed i loro quattro splendidi ragazzi. Era vivo, questo continuava a ripeterlo, minimizzando tutto il resto.
Era il suo modo di vivere, la sua filosofia, dare tanto agli altri, lasciare solo qualcosa per sé. La sua passione indiscussa era per il piumaggio degli uccelli, la variabilità geografica, i caratteri acquisiti per isolamento.
Vivendo in Sicilia ed avendo ottime conoscenze delle caratteristiche del piumaggio delle specie siciliane, è stato sempre portato a condurre confronti con quelle di altre parti d’Italia, trovando in tanti casi differenze biometriche e nel piumaggio; i risultati della maggior parte dei suoi studi non sono stati pubblicati, anche a causa delle nuove tendenze scientifiche che già da anni avevano iniziato a fare largo uso di tecniche di genetica molecolare.
Tuttavia, rivalutò in maniera esemplare alcune forme sottospecifiche, ignorate dall’ambiente scientifico, come la Cincia bigia di Sicilia, Parus palustris siculus De Burg, 1925, o non abbastanza conosciute, come il Codibugnolo di Sicilia, Aegithalos caudatus siculus (Whitaker, 1901), e la Coturnice di Sicilia, Alectoris graeca whitakeri Schiebel, 1934.


Da oltre ventanni era seriamente preoccupato che i frequenti ripopolamenti di coturnici realizzati da alcune associazioni venatorie, con la complicità di enti provinciali o comunali, potessero nel tempo cancellare le caratteristiche genetiche della sottospecie siciliana; lottò in tutte le sedi ufficiali per fermare ripopolamenti eseguiti con individui di dubbia origine, alcuni dei quali si rivelarono chukar, ma altri addirittura ibridi di chukar con coturnici alpine!
Dobbiamo anche a lui, alla sua tenacia ed alla sua competenza se il commercio di coturnici “aliene” in Sicilia ha avuto termine.
Studiando in vari musei lunghe serie di Coturnici dell’Appennino e confrontandole con quelle balcaniche ed alpine, arrivò alla conclusione che l’isolamento postglaciale e l’interruzione del flusso genico avessero contribuito ad una separazione sottospecifica, e nel 1984 descrisse l’Alectoris graeca orlandoi dell’Italia centro-meridionale.
Il 19 novembre di quello stesso anno, gli ornitologi siciliani, in segno di riconoscente omaggio per la sua autorevolezza scientifica, durante la riunione conclusiva del progetto Atlante, a Pergusa, gli regalarono un piatto di ceramica, dove era stata appositamente raffigurata la sua Coturnice appenninica.
Era una persona piuttosto timida, schiva e di poche parole, ma in quel caso, vincendo un’evidente emozione, riuscì a fare un breve discorso toccante ed appassionato, direttamente fluito dal suo cuore. Angelo ha dato tantissimo a tutti, con la sua modestia infinita ed il suo grande sapere, è stato un riferimento necessario per tutti gli ornitologi in Sicilia e per molti fuori dall’isola; la sua casa è stata sempre aperta a tutti, che senza distinzioni trattava come amici, fratelli, figli, con la sua estrema dolcezza e l’esperienza di un uomo, che ha condotto una vita moralmente esemplare.

A nome degli ornitologi italiani, mi permetto di rivolgere a Nellina, ai loro quattro figli ed alle loro famiglie il più sincero rincrescimento per la perdita dell’indimenticabile Angelo. A nome di tutti mi permetto di proporre al Comune di Randazzo di dedicare ad Angelo Priolo il museo naturalistico della sua città.

ELENCO DELLE PUBBLICAZIONI DI ANGELO PRIOLO:

PRIOLO A., 1946 – Cattura di Succiacapre dal collo rosso in Sicilia – Riv. ital. Orn., 16: 173-174. PRIOLO A., 1948 – Catture interessanti in Sicilia – Riv. ital. Orn., 18: 52-54. PRIOLO A., 1949 – La Casarca in Sicilia – Riv. ital. Orn., 19: 124-125. PRIOLO A., 1955 – Quadro sinottico delle osservazioni ornitologiche svolte in Sicilia dal 1940 al 1953 – Avocetta, 1: 1-13. PRIOLO A., 1956 – Catture di Aquile in Sicilia – Riv. ital. Orn., 26: 36. PRIOLO A., 1956 – Catture interessanti – Riv. ital. Orn., 26: 37. PRIOLO A., 1965 – La Sula – Venatoria sicula, 19 (2): 29-30. PRIOLO A., 1965 – Il Sordone in Sicilia – Venatoria sicula, 19 (4): 62. PRIOLO A., 1966 – L’invasione del Beccofrusone raggiunge la Sicilia – Diana, 61: 59. PRIOLO A., 1967 – Distrutti i Grifoni delle Caronie? – Riv. ital. Orn., 37: 7-11. PRIOLO A., 1968 – Precisazioni in merito al Succiacapre dal collo rosso ucciso in Sicilia nel 1946 Riv. ital. Orn., 38: 74. PRIOLO A., 1968 – Contributo allo studio dei caratteri e delle affinità del Gabbiano roseo (Larus genei, Brème) – Riv. ital. Orn., 38: 45-46. PRIOLO A., 1969 – La Cincia bigia, Parus palustris, in Sicilia – Riv. ital. Orn., 39: 198-205. PRIOLO A., 1969 – Gli Uccelli, un patrimonio da salvare – Sud 70, 1 (2): 85-88. PRIOLO A., 1970 – Affinità della Coturnice, Alectoris graeca, e conseguenze dei ripopolamenti effettuati nei distretti da essa abitati ricorrendo alla Coturnice orientale, Alectoris chukar – Riv. ital. Orn., 40: 441-445. PRIOLO A., 1972 – Rapporti di parentela ed evoluzione del Gabbiano corallino (Larus melanocephalus, Temminck) – Riv. ital. Orn., 42: 227-231. PRIOLO A., 1972 – Brevi note ornitologiche dalla Sicilia orientale – Riv. ital. Orn., 42: 430-434. PRIOLO A., 1973 – Nidificazione dell’Aquila reale (Aquila chrysaetos) sull’Appennino siculo .

Uccelli del mondo e animali da compagnia, 1: 5-7. PRIOLO A., 1974 – Alle foci del Simeto la prima oasi siciliana? – Pro Avibus, 9: 2-3. PRIOLO A., 1974 – Osservazioni alla foce del Simeto presso Catania (1972-73) – Riv. ital. Orn., 44: 43-52. PRIOLO A., 1974 – Accertata la sopravvivenza del Grifone in Sicilia – Riv. ital. Orn., 44: 213-214. PRIOLO A., 1975 – Osservazioni e ricerche sul Gabbiano corso, Larus audouinii Payraudeau, in Sicilia – Riv. ital. Orn., 45: 359-365. PRIOLO A., 1976 – Airone schistaceo, Egretta gularis schistacea (Hemprich & Ehrenberg), osservato in Sicilia alla foce del Simeto – Riv. ital. Orn., 46: 253-256. PRIOLO A., 1976 – Il Gatto selvatico in Sicilia. I Grifoni delle Caronie. In: Atti del I Convegno siciliano di Ecologia, Noto, 17-19 aprile 1975, pp. 135-143. PRIOLO A., 1977 – Note sul comportamento del Gabbiano roseo (Larus genei) – Riv. ital. Orn., 47: 110-113. PRIOLO A., 1979 – Note sul Codibugnolo siciliano Aegithalos caudatus siculus, Whitaker Uccelli d’Ialia, 4: 5-13. PRIOLO A., 1981 – Osservazioni ornitologiche in Lapponia – Riv. ital. Orn., 51: 83-96. PRIOLO A. & SARÀ M., 1981 – Nidificazione del Crociere, Loxia curvirostra, in Sicilia – Riv. ital. Orn., 51: 249. MASSA B. & PRIOLO A., 1981 – A proposito della nidificazione dell’Averla cenerina, Lanius minor, in Sicilia – Riv. ital. Orn., 51: 250-251. PRIOLO A., 1984 – Come ti ri…spopolo la Coturnice – Uccelli, 1984: 42. PRIOLO A., 1984 – Variabilità in Alectoris graeca e descrizione di Alectoris graeca orlandoi subsp.nova degli Appennini – Riv. ital. Orn., 54: 45-76. PRIOLO A., 1984 – Relazione faunistica sui monti Nebrodi. In: Atti del Comitato di proposta per il Parco dei Nebrodi – Catania, pp. 1-10. PRIOLO A., 1985 – Coturnice Alectoris graeca. In: MASSA B. (a cura di). Atlas Faunae Siciliae Aves – Naturalista sicil., 9 (N° speciale): 60-61. PRIOLO A., 1985 – Occhione Burhinus oedicnemus. In: MASSA B. (a cura di). Atlas Faunae Siciliae – Aves – Naturalista sicil., 9 (N° speciale): 69-71. PRIOLO A., 1985 – Succiacapre Caprimulgus europaeus. In: MASSA B. (a cura di). Atlas Faunae Siciliae – Aves – Naturalista sicil., 9 (N° speciale): 92. PRIOLO A., 1985 – Martin pescatore Alcedo atthis. In: MASSA B. (a cura di). Atlas Faunae Siciliae – Aves – Naturalista sicil., 9 (N° speciale): 97. PRIOLO A., 1985 – Picchio verde Picus viridis. In: MASSA B. (a cura di). Atlas Faunae Siciliae – Aves – Naturalista sicil., 9 (N° speciale): 105. PRIOLO A., 1985 – Allodola Alauda arvensis. In: MASSA B. (a cura di). Atlas Faunae Siciliae – Aves – Naturalista sicil., 9 (N° speciale): 110. PRIOLO A., 1985 – Ballerina bianca Motacilla alba. In: MASSA B. (a cura di). Atlas Faunae Siciliae – Aves – Naturalista sicil., 9 (N° speciale): 120. PRIOLO A., 1985 – Merlo acquaiolo Cinclus cinclus. In: MASSA B. (a cura di). Atlas Faunae Siciliae – Aves – Naturalista sicil., 9 (N° speciale): 121-122. PRIOLO A., 1985 – Codibugnolo Aegithalos caudatus. In: MASSA B. (a cura di). Atlas Faunae Siciliae – Aves – Naturalista sicil., 9 (N° speciale): 159-160. PRIOLO A., 1985 – Cincia bigia Parus palustris. In: MASSA B. (a cura di). Atlas Faunae Siciliae – Aves – Naturalista sicil., 9 (N° speciale): 160. PRIOLO A., 1985 – Averla piccola Lanius collurio. In: MASSA B. (a cura di). Atlas Faunae Siciliae – Aves – Naturalista sicil., 9 (N° speciale): 171-172. PRIOLO A. & SARÀ M., 1986 – Problemi di conservazione della Coturnice di Sicilia Alectoris graeca whitakeri. In: FASOLA M. (ed.). Atti III Convegno italiano Ornitologia, Salice Terme (PV), ottobre 1985 – La Goliardica Pavese, Pavia, pp. 39-41. PRIOLO A., 1988 – Le forme geografiche degli uccelli siciliani. In: MASSA B. (a cura di). Atti IV Convegno italiano Ornitologia – Naturalista sicil., 12 (Suppl.): 251-256. PRIOLO A., 1988 – Considerazioni tassonomiche su alcune specie di uccelli nidificanti in Sicilia – Riv. ital. Orn., 58: 105-124. PRIOLO A., 1992 – Ricerche ornitologiche alla Gurrida, territorio di Randazzo – Animalia, 19: 127-163. PRIOLO A., 1992 – Effetti negativi dei ripopolamenti sulle popolazioni autoctone di Coturnice Alectoris greca. Impatto 3 R (Randagismo, Ripopolamenti, Reintroduzioni). In: Atti del IV Convegno Siciliano di Ecologia, Noto 1988, pp. 131-137. PRIOLO A. & BOCCA M., 1992 – Coturnice Alectoris graeca. In: BRICHETTI P., DE FRANCESCHI P& BACCETTI N. (a cura di). Fauna d’Italia. Uccelli. I – Calderini, Bologna, pp. 766-778. PRIOLO A., 1993 – Collezione ornitologica Priolo nel Museo naturalistico di Randazzo (Catania). In: PANDOLFI M. & FOSCHI U.F. (a cura di). Atti VII Convegno Italiano Ornitologia Suppl. Ric. Biol. Selvaggina, 22: 57-58. PRIOLO A., 1995 – Diorama del Grifone (Gyps fulvus) nel Museo Naturalistico di Randazzo (Catania). In: PANDOLFI M. & FOSCHI U.F. (a cura di). Atti VII Convegno Italiano Ornitologia – Suppl. Ric. Biol. Selvaggina, 22: 59-60. PRIOLO A., 1995 – Importanza di un Museo Regionale per il coordinamento e l’assistenza dei musei minori dislocati sul territorio. In: MASSA B., CATALISANO A. & LO VERDE G. (a cura di). Un museo di Storia Naturale per la Sicilia, Atti del Convegno, Terrasini (Palermo) 27 febbraio 1993 – Tipografia Luxograph, Palermo, pp. 43-44. PRIOLO A. & DI PALMA M.G., 1995 – Catalogo della collezione ornitologica Angelo Priolo. Quaderni B. C. A. Sicilia, n° 19 – Accademia Nazionale di Scienze Lettere e Arti, Palermo, 225 pp. con 16 tavv. a colori. PRIOLO A., 1995 – L’avifauna costiera. Seminario “Gestione delle coste della Sicilia 1995” – Atti Accad. gioenia Sci. Nat. Catania, 3 (n. 350): 65-88. PRIOLO A., LINO L., MAGRO M.T., & INCORPORA E., 1995 – Guida ai Musei di Randazzo e Linguaglossa – Assessorato Regionale ai Beni Culturali e Ambientali e alla Pubblica Istruzione, 21° Distretto Scolastico, Randazzo, 139 pp. PRIOLO A., 1996 – Uccelli della Sicilia raffigurati da Cupani nel Panphyton Siculum Naturalista sicil., 20: 321-410. CEFALI A. & PRIOLO A., 1996 – Accrescimento negli stadi giovanili della Coturnice, Alectoris graeca – Riv. ital. Orn., 66: 37-44. CIACCIO A. & PRIOLO A., 1997 – Avifauna della foce del Simeto, del lago di Lentini e delle zone umide adiacenti (Sicilia, Italia) – Naturalista sicil., 21: 309-413″.

BRUNO MASSA
Dipartimento SEMFIMIZIO, Università di Palermo
V.le Scienze, 13 – 90128 Palermo

                                                                                                   

ANGELA MILITI

Angela Militi – Nata a Randazzo (CT) nel 1976, attualmente vive a Venezia.
Ricercatrice indipendente, attenta in particolar modo alla storia e alle tradizioni della sua città natale, dedica molte ore della sua giornata alla ricerca e allo studio di fonti e documenti. Spirito curioso, ama l’Arte in tutte le sue forme ed espressioni.

Campanile di San Martino

Fin da piccola manifesta una grande passione per l’astronomia e per la conoscenza in generale, tanto che crescendo la sua sete di sapere la porta a interessarsi anche di antiche civiltà, mitologia, archeologia misteriosa, simbolismo, storia antica e medievale, con particolare riferimento alla storia dell’Ordine Templare e a quella di Randazzo. Dal 1995 al 1997 è membro del Consiglio di Gestione della Biblioteca di Randazzo.
Dal 1995 al 1999 è membro dell’Associazione “Gruppo di Volontariato per i Beni Culturali di Randazzo”, partecipando attivamente alle numerose iniziative culturali rivolte al rilancio dei beni culturali di Randazzo. Nel 1997 si trasferisce a Venezia dove l’incontro con alcuni studiosi di astrologia ed esoterismo, la porterà ad approfondire queste discipline esoteriche.

Angela Militi

Nel maggio del 2000 diventa membro del Gruppo Astrologico “Sirio” di Venezia – delegazione del Veneto del CIDA (Centro Italiano di Discipline Astrologiche) –, e inizia a frequentare la scuola d’astrologia “Regulus” di Arturo Zorzan, studioso di grande rilievo dell’astrologia italiana, per dieci anni. Dal 2000 al 2014 è socia del CIDA. Nel settembre 2006, su invito del Gruppo astrologico “Sirio”, tiene la sua prima conferenza dedicata ai cicli di Giove e Saturno, presso l’Hotel Sirio di Venezia. Nell’ottobre del 2006 inizia a interessarsi di epigrafia, brachigrafia medievale e archeoastronomia.

Nel giugno del 2007 partecipa alla Tavola Rotonda organizzata dal Gruppo “Sirio” dal titolo: “Marte”, con il contributo “L’opposizione perielica di Marte”. Nell’ottobre 2007 presenta al Gruppo “Sirio” la prima parte di uno studio archeoastronomico sui monumenti sacri della città di Randazzo, dal titolo: “Civitas Randatii”.

Via santa Catarinella

Angela Militi – Filippo Bertolo

Nel novembre 2008 presenta per lo stesso gruppo, la seconda e ultima parte della ricerca dal titolo: “Allineamenti astronomici, geometria sacra e simbolismo nella città di Randazzo, che, nel novembre 2008, esporrà anche al Gruppo Astrologico “Tergestre” di Trieste – delegazione del Friuli Venezia Giulia del CIDA, su invito della dottoressa Lidia Callegari, presidente del gruppo astrologico. Nel novembre 2009 è relatrice alla conferenza per il Gruppo “Sirio” con tema:“Astronomia per astrologi”, che, nel marzo 2010, esporrà, anche all’Associazione del Centro di Studi Astrologici ed Evolutivi “Lo Zodiaco Padova”, su invito della stessa associazione. Dal dicembre 2009 cura un blog personale “Randazzo Segreta” (http://randazzosegreta.myblog.it/), dove pubblica i suoi studi. Nel febbraio 2010 pubblica sul sito web Due passi nel mistero, l’articolo: Randazzo Segreta. Astronomia, Geometria Sacra e misteri tra le sue pietre”, su invito di Marisa Uberti, webmaster del sito. Alcuni giorni dopo la pubblicazione dell’articolo, viene contattata dal professor Adriano Gaspani, Istituto Nazionale di Astrofisica – Osservatorio astronomico di Brera- , con il quale inizia, insieme al dottor Filippo Berolo, una collaborazione per un progetto di studio archeoastronomico delle chiese altomedievali di Randazzo. Nell’ aprile del 2010 è relatrice alla conferenza per il Gruppo Astrologico “Tergestre”– con tema: “I cicli di Giove e Saturno”.
Nel dicembre 2010 autopubblica il breve saggio: “L’epigrafe della Basilica Minore di Santa Maria in Randazzo. Esegesi di una data”, nel quale, ha per prima interpretato correttamente, l’epigrafe della Basilica Minore di Santa Maria riportante la data di costruzione della chiesa. Nell’agosto 2011 su invito del Comitato di Via dei Lanza di Randazzo partecipa ad una conferenza/chiaccherata, presso Via dei Lanza. Dal 2012 è membro della S.I.A. (Società Italiana di Archeoastronomia).

Monastero di San Giorgio

Il 5 e 6 ottobre 2012 partecipa, in collaborazione con il dottor Filippo Bertolo e il professor Adriano Gaspani, al XII Convegno Società Italiana di Archeoastronomia, con un contributo dal titolo: “Analisi archeoastronomica delle chiese di Randazzo (CT)”. Il 13 ottobre 2012 pubblica per la casa editrice Tipheret il volume:“Randazzo Segreta. Astronomia, Geometria Sacra e misteri tra le sue pietre”, con la presentazione del professor Adriano Gaspani e del fr. Alberto Zampolli, 47° Gran Maestro dell’Ordine Templare O.S.M.T.J (Ordre Souverain et Militaire du Temple de Jérusalem) [recensito da Terra Incognita Magazine].

In occasione della presentazione del volume, viene insignita, dal fr. Alberto Zampolli, del titolo di Cavaliere onorario.

Il 14 e 16 novembre 2013 partecipa, in collaborazione con il dottor Filippo Bertolo e il professor Adriano Gaspani, al XIII Convegno Società Italiana di Archeoastronomia “La misura del tempo”, con un contributo dal titolo: “Analisi archeoastronomica delle chiese di San Martino e San Vito a Randazzo (CT)”. Nel novembre 2014 è relatrice alla conferenza per il Gruppo “Sirio” e per il Gruppo Astrologico “Tergestre” con tema: “Archeoastronomia: megaliti e luoghi sacri”. Ideatrice e organizzatrice insieme a Beppe Petrullo del “Tour del Mistero” edizione 2016 e 2017 e del gioco di ruolo dal vivo “Delitto al Convento” edizione 2017.

Attualmente sta completando lo studio archeoastronomico delle chiese altomedievali di Randazzo di prossima pubblicazione.

 

PUBBLICAZIONI E ARTICOLI

Randazzo Segreta. Tra la Francia e la Sicilia. Intervista ad Angela Militi ricercatrice in Archeoastronomia

Intervista realizzata da Beppe Petrullo

di Beppe Petrullo

Il documento è tratto da: Randazzo Segreta di Angela Militi

Randazzo Segreta. Tra la Francia e la Sicilia

Beppe Petrullo

I Templari avevano acquisito metodi e studi per usare strumenti molto particolari, come l’astrolabio, ed altri strumenti di misurazione, per arrivare a studiare le scienze astronomiche e chimiche. Intorno fra il 1200 ed il 1250 accade un fatto straordinario. In tutta la Francia si edificarono , in un lasso di relativamente breve, chiese particolari, con uno stile che fino ad allora era sconosciuto.
Cosa ha spinto e Come hanno fatto i Templari a progettare e realizzare queste cattedrali con le loro migliaia di tonnellate di peso? Perche oggi appaiono ai nostri occhi leggerissime e tali da sfidare la legge di gravita? Da antichi documenti a Chartres e nell’intera Francia, si vede che assolutamente nulla e lasciato al caso a partire dalla loro disposizione sulla carta geografica.
Le cattedrali Francesi sono dedicate a Notre Dame, cioe alla Vergine.
Se osserviamo con estrema attenzione come sono disposte le cattedrali in Francia potremmo osservare che , le cattedrali disposte sul terreno, cioe quelle piu importanti e grandi, formano esattamente la forma della costellazione della Vergine.Angela Militi, ricercatrice storica che coltiva lo studio dell’archeoastronomia, combinazione di studi astronomici e archeologici.
Nata nella città di Randazzo, ha approfondito lo studio sulla propria città che gli ha dato i natali, svelando ed anticipando particolari storici ancora non svelati e citati da nessuno.
Particolari chiaramente singolari ed interessati che la portano ha scoprire e rilevare cose ancora mai dette sulla Città Medievale di Randazzo e che trovano incredibile similitudine con le cattedrali francesi.
Lo studio e una ricerca minuziosa e precisa, nella simbologia, numerologia ed archeoastronomia delle chiese di Randazzo.
Per la ricerca storica, Angela Militi, si è avvalsa della consulenza di nomi illustri quali: la Professoressa Flavia De Rubeis dell’Universita Ca Foscari, docente di Paleografia latina ed Epigrafia medievale; il Professor. Gaspani . astronomo dell’I.N.A.F di Milano; per i contenuti archeoastronomici, Rav Avraham Dayan, Vice rabbino della Comunità Ebraica di Venezia che ha controllato i valori gematrici del lavoro. Nella splendida cornice di Via dei Lanza a Randazzo, in occasione della sua conferenza, mi ha pregiato di alcune sue riflessioni ed anticipazioni su ciò che potremmo leggere nel suo prossimo lavoro dal titolo “Randazzo Segreta“.

 

Domanda. Beppe Petrullo
Com’e nato questo studio su Randazzo?

Risposta. Angela Militi

Questo Studio e nato, per caso, da una proposta del presidente e della segretaria del gruppo astrologico Sirio di Venezia, li appassionai accennandogli la mia ardente convinzione dell’imprescindibile legame che Randazzo fin dalle sue origini aveva con il numero tre ed i suoi multipli. Scherzando dissi: la citta perfetta!

Domanda

Se consideriamo che nel Medioevo, solo i Monaci o i Religiosi in generale, a parte poche eccezioni, erano in grado di leggere e scrivere. Diventava chiaro, se non indispensabile, che dovevano trasmettere a chi non sapeva leggere le informazioni religiose, attraverso simboli, siano essi stati numeri o immagini. Sappiamo che ognuno di questi aveva un significato preciso e raccoglieva interi concetti filosofici e religiosi. Sappiamo che i numeri erano parte della Simbologia cristiana in quanto, attraverso questi, si era in grado di trasmettere i concetti fondamentali della nostra Religione. Il 3 è un numero fondamentale nella simbologia cristiana, tanto che è a lui che viene dato il massimo valore ,il 3 rappresenta la Trinità. Ci puoi spiegare questo legame della citta di Randazzo con il numero 3?

Risposta

Angela Militi

Randazzo trae le sue origini dall’antica Triocala.
Diodoro nella sua biblioteca storica ci riferisce che fu denominata cosi per le sue tre cose belle, ovvero l’abbondanza e dolcezza delle sue sorgenti, la fertilità delle sue terre e la posizione eccezionalmente forte.
Randazzo era sita in mezzo a tre corsi d’acqua: Fiume Grande (Alcantara) dalla parte settentrionale, Fiume Piccolo . scomparso a seguito della colata lavica del 23 marzo 1536 dalla parte meridionale e il Torrente Annunziata dalla parte occidentale.
Un tempo ben difesa da mura di cinta, sulle quali si aprivano nove porte, multiplo del numero tre, che in seguito diventarono dodici.
Le due vie principali, Via Soprana, l’attuale via Umberto e Via Sottana, oggi via Duca degli Abruzzi, dividono la Citta in tre parti. Le mura erano alte trenta palmi siciliani.
La città fu divisa in tre quartieri cresciuti attorno alle rispettive chiese da cui presero il nome: Santa Maria, San Nicola e San Martino.
Alcuni autorevoli storici sostengono che Federico II di Svevia attribuì a ciascuna città demaniale un appellativo: Randazzo ebbe il titolo di Ennea, termine che deriva dal greco εννεα che significa nove. Randazzo era provvista di quattro fontane: la fontana Grande o del Roccaro, ripartita in due grandi canali; la fonte del Gallo; la fontana dell’Erba Spina o di Santa Maria e la fontana detta di Sana Malati, nome che gli fu attribuito dal popolo per via della dolcezza delle sue acque, divise in cinque rivoli; di conseguenza l’acqua sgorgava da nove condotte
A detta del rev. Giuseppe Plumari su essa soffiano solo tre venti: Aquilone, Euro ed Zefiro. Sul piazzale della chiesa di San Nicola campeggia la statua del Piracmone o come l’ama chiamare il popolo: Randazzo Vecchio, la quale si accompagna a tre simboli solari: l’aquila, simbolo di rinascita, che sul vecchio Piracmone si trovava molto probabilmente sulla spalla, i serpenti, simbolo di conoscenza e saggezza ed il leone, simbolo di forza.
Oggi il suo territorio e compreso fra tre parchi: Parco Regionale dell’Etna, Parco Naturale dei Nebrodi e Parco Fluviale dell’Alcantara.

Domanda

Il centro storico di Randazzo è rappresentato da tante viuzze medioevali, ed opere alto medievali di grande rilievo artistico dove ogni visitatore che ha voglia di conoscere ha l’opportunità straordinaria di passeggiare tra le grandezze dell’ingegno umano. Randazzo, nutre la fame di conoscenza che ogni viaggiatore si porta dentro ma mostra un lato segreto che non e possibile rintracciare tra i normali documenti storici. Una “Randazzo Segreta” tra tradizione popolare, astronomia, e simboli. A questo proposito penso alle 99 Chiese presenti a Randazzo.

Risposta

Esatto, numero che ancora una volta ci conduce all’inseparabile legame con il cielo e al numero tre. Fu proprio mentre stavo cercando di evidenziare su una planimetria della città i punti corrispondenti alle chiese di Randazzo elencate nel manoscritto Storia di Randazzo del rev. Giuseppe Plumari, che notai che molte di esse erano dedicate alla Vergine Maria, al chè mi vennero in mente le cattedrali dell’Ile de France che, come evidenzia Luois Charpentier nel suo libro I misteri della Cattedrale di Chartres, disegnano al suolo la costellazione della Vergine.
La costellazione della Vergine e la seconda costellazione del cielo per dimensioni ed e immaginata come una donna alata che tiene nella mano sinistra una spiga di grano. Per uno strano motivo decisi di provare ad unire tra di loro i punti corrispondenti alle chiese dedicate alla Vergine Maria di Randazzo, e il risultato finale fu suggestivo.
Infatti notai che:

  • Porrima, Gamma Virginis, corrisponde alla Basilica minore di Santa Maria;
  • Theta Virginis coincide con la chiesa di Santa Maria della Volta;
  • Spica, Alfa Virginis, e in simmetria con la chiesa di Santa Maria dell’Agonia;
  • Zeta Virginis combacia con la chiesa di Santa Maria degli Ammalati;
  • Delta Virginis con la chiesa di Santa Maria di Loreto, oggi non piu esistente;
  • Kappa Virginis corrisponde alla chiesa di Santa Maria della Misericordia;
  • Tau Virginis con la chiesa Santa Maria di Gesu;
  • la stella 38 Virginis e coincidente con la chiesa di Santa Maria di Porto Salvo;
  • la stella TYC 4953 1222-1 (nomenclatura di Tycho) collima con la chiesa di Santa Maria dell’Elemosina;
  • 49 Virginis e in simmetria con la chiesa di Santa Maria delle Grazie, abbattuta per costruirvi il convento di San Domenico;
  • la stella 61 Virginis e in simmetria con la chiesa di Santa Maria dell’Itria;

Domanda

Ulteriore prova della profonda devozione dei Randazzesi verso la Vergine Maria? Oppure ci troviamo davanti ad un progetto per la citta di Randazzo minuziosamente concepito dall’Ordine dei Cavalieri templari braccio armato dei Cistercensi e sempre presenti nei luoghi di culto mariani?

Risposta

Campanile Chiesa san Nicola – Randazzo

Manifestazione di Templari a Randazzo

Manifestazione di Templari a Randazzo

Una delle teorie più intriganti che riguarda questo Ordine e quello che furono loro o fornire ai costruttori delle cattedrali le tecniche costruttive basate sulle Leggi divine dei numeri, dei pesi e delle misure, riportate alla luce dagli stessi durante gli scavi sotto un’ala del palazzo di re Baldovino II, dove un tempo sorgeva il Tempio di Salomone.
Vi faccio notare che aggiungendo alle chiese precedentemente indicate anche quelle dedicate a santi cari ai Templari notiamo che la stella Zaniah Eta Virginis corrisponde alla chiesa del monastero di San Giorgio, inizialmente dedicato a Santa Maria Maddalena; la stella Beta Virginis e correlativa alla chiesa del Signore Pieta; la stella Epsilon Virginis corrisponde alla chiesa di San Giovanni Evangelista; la stella 16 Virginis coincide con la chiesa di San Michele Arcangelo, oggi Santuario della Madonna del Carmelo; 82 Virginis e in simmetria con la chiesa di San Martino; la stella 76 Virginis e relativa alla chiesa di Santo Stefano e la stella 95 Virginis e correlativa la chiesa di Santa Caterina (Catarinella), la similitudine tra la costellazione della Vergine e la disposizione delle chiese di Randazzo appare evidente.

Domanda

Si tratta di un progetto unitario o e solo frutto del caso?, Chi commissionò le chiese, chi progettò le chiese nella nostra Randazzo?

Risposta

Queste chiese furono edificate in un periodo, il Medioevo, in cui nell’edificazione delle chiese nulla era lasciato al caso ma essa comprendeva nella loro forma architettonica, un insieme di regole astronomiche, matematiche e geometriche, patrimonio delle corporazioni di costruttori, allo scopo di collegare il cielo con la terra.
Corporazioni in grado di realizzare opere prestigiose, in un’ epoca in cui le tecniche costruttive si limitavano all’uso del filo a piombo, della squadra, del compasso e della corda a dodici nodi.
Per poter comprendere gli edifici sacri medievali bisogna analizzare: le caratteristiche geometriche e matematiche degli stessi nonchè la loro orientazione rispetto alle direzioni astronomiche fondamentali, al cielo visibile all’epoca della loro fondazione o edificazione, in quanto la chiesa romana aveva stabilito delle regole fisse che dovevano essere seguite dal Maestro d’opera (l’architetto), ma questo non sempre avveniva in quanto ciascuna corporazione possedeva il proprio bagaglio di conoscenze e la propria simbologia astronomica che li contraddistingueva, conoscenze che erano tramandate da padre in figlio, da maestro ad apprendista.
Matematica, geometria, astronomia, perfezione delle forme sono in ogni linea di Randazzo.

Domanda

Matematica, geometria, astronomia, perfezione delle forme sono in ogni linea di Randazzo. Dove possiamo trovare quanto ci hai appena detto?

Risposta

Chiesa di Santa Maria – Randazzo

In tutte le chiese alto medievali della città.
Se permetti oggi vorrei parlare della chiesa di Santa Maria.
La chiesa oggi si presenta un tutt’uno con il suo campanile, ma inizialmente esso si distaccava dal prospetto della chiesa di 14 palmi siciliani.
Nel Medioevo, al contrario di oggi, i numeri avevano una rilevanza sacra, e erano utilizzati dai costruttori.
Considerando la chiesa nel suo nucleo principale essa risulta costruita su un modulo geometrico ad quadratum, in pratica si sviluppa seguendo un reticolo geometrico a modularità quadrata.
E inscritta in un rettangolo lungo 6 quadrati e largo 3 quadrati, in totale 18 quadrati (1+8=9). Da rilevare che la dimensione del rettangolo espressa in antichi palmi siciliani misura utilizzata in Sicilia fino al 1840: lunghezza 171 palmi siciliani (1+7+1= 9), larghezza 81 palmi siciliani (8+1=9); per di piu il lato dei quadrati risulta essere 27 palmi siciliani (2+7=9) mentre le diagonali misurano ciascuna 189 palmi siciliani (1+8+9=18 ovvero 1+8=9).
Il nove e tre volte sacro; nella cabala questo numero esprime la sintesi perfetta del Cosmo; esso esprime e rappresenta il rapporto tra Dio e l’uomo.
Numero che fu importante anche per i Templari infatti: nove furono i primi cavalieri che fondarono l’Ordine; la Regola Templare, redatta da San Bernardo, era composta da settantadue articoli (7+2=9) e l’articolo II prevedeva che all’ora del Vespro i Cavalieri dovevano recitare nove Pater; l’ordine templare era diviso in nove province.

Domanda

Qual e il legame tra l’astronomia e la chiesa oltre a quello dei numeri e delle caratteristiche costruttive.

Risposta

In tutti i tempi l’astronomia e stata una parte essenziale dell’architettura.
Come detto precedentemente la costruzione di una chiesa doveva soggiogare a regole ben precise di orientazione del suo asse longitudinale.
Anche l’asse di orientazione di una chiesa, nella direzione che parte dalla porta d’ingresso e continua verso abside, ha il suo particolare valore di azimut.
L’ asse della chiesa di Santa Maria e diretto verso un punto dell’orizzonte naturale locale spostato di 80gradi rispetto al Meridiano locale o Nord geografico.
Questa direzione dell’asse della chiesa nel XIII secolo, epoca in cui fu edificata la chiesa, corrispondeva al punto di levata del Sole all’orizzonte naturale locale in due date durante l’anno, e cioè quella del 3 aprile e quella del 28 agosto (calendario giuliano).
La data in agosto non e rilevante, mentre .quella del 3 aprile potrebbe essere collegata con la direzione lungo la quale si poteva osservare sorgere il Sole nella domenica di Pasqua sull’orizzonte naturale in questi anni.
Considerando che i lavori per la costruzione del tetto della cripta iniziarono nel 1214, è possibile che il rito di fondazione della chiesa potrebbe essere avvenuto la domenica di Pasqua del 3 aprile del 1211, quindi quest’anno la chiesa festeggia il suo ottava centenario.
I costruttori delle cattedrali, no ma non solo, come vedremo, al fine di legare le stesse al luogo in cui sorgevano, inserirono nella struttura architettonica il valore angolare della latitudine del luogo, nella chiesa di Santa Maria la diagonale della stessa apre un angolo con la linea equinoziale pari a 38 gradi latitudine della città, ma i costruttori inserivano anche l’angolo riguardante le culminazioni solari.
Alla latitudine di Randazzo il Sole, al solstizio d’estate, culmina ad un’altezza pari a 75 gradi, agli equinozi culmina ad un’altezza pari a 52 gradi ed infine al solstizio d’inverno culmina ad un’altezza pari a 28 gradi.
Vediamo dove i costruttori hanno inserito questi valori.
La diagonale della chiesa apre un angolo con l’asse longitudinale della stessa di 28 gradi, pari alla culminazione del Sole al solstizio d’inverno.
L’abside e alta 75 palmi siciliani pari alla culminazione del Sole al solstizio d’estate, mentre le due absidiole sono alte 52 palmi siciliani pari alla culminazione del Sole agli equinozi.
Se dalla cima del vecchio campanile tracciamo una linea immaginaria sino alla soglia della porta d’ingresso (sempre prima dell’ampliamento), tale linea aprirà un angolo di 75 gradi, pari alla culminazione del Sole al solstizio estivo.
Mentre se dalla cima dello stesso tracciamo un’altra linea immaginaria sino all’estremità dell’abside, otteniamo un angolo di 28 gradi, pari alla culminazione del Sole al solstizio invernale.
Questo dimostra che il campanile fu progettato e costruito contemporaneamente alla chiesa.

Domanda

Conoscenze costruttive che possono quindi essere anche riportate ai Templari? A Randazzo sono presenti segni visibili che possono testimoniare la presenza dei Templari nel nostro paese?

Risposta

Alcuni segni visibili riconducibili ai Templari ancora oggi si possono ammirare tra le decorazioni poste sopra i timpani delle trifore della cella campanaria del campanile di San Martino, dove sul lato settentrionale e stata scolpita una Stella di Davide o Sigillo di Salomone, essa cominciò a comparire in molte chiese cristiane soltanto in epoca medievale e i primi ad utilizzarla furono proprio i templari, nel nostro caso la stella e ruotata di 90, formando una M, un chiaro riferimento alla Vergine Maria, verso la quale i cavalieri Templari nutrirono una profonda devozione.
Un altro simbolo che i templari portarono dalla Terra Santa in Europa e utilizzarono nei loro edifici fu anche il Fiore della Vita, che ritroviamo scolpito accanto alla stella di Davide ma anche sul lato meridionale ed occidentale.
Notai che essi non furono scolpiti a caso infatti,  i Fiori posti sui lati meridionali e settentrionali furono scolpiti in modo tale che i petali indicassero le direzioni cardinali Sud e Nord, mentre quello collocato sul lato occidentale fu scolpito in maniera tale che i petali indicassero la direzione cardinale Ovest.
Altri segni si trovavano sulla facciata della chiesa di Santo Stefano, di essa rimangono un disegno della sua facciata, fatto eseguire dal rev. Giuseppe Plumari; esaminandolo con attenzione, richiama lo sguardo il bassorilievo dell’Agnus Dei scolpito nella lunetta del portale ogivale, un elemento tipico dell’iconografia templare, presente in molte chiese attribuite ad essi ed utilizzato come uno dei sigilli nei loro documenti; e il viso femminile posto subito sopra il portale che, a mio avviso, raffigura il volto della Vergine Maria.

Domanda.

Certamente ritorneremo a parlare nuovamente ampliando l’argomento ma prima di salutarci una tua riflessione sulla città che ti ha dato i natali e dovuta.

Risposta

Questa città e i suoi monumenti nonostante siano passati molti secoli dalla sua edificazione  e molto si e scritto, è ancora in grado di stupirci poichè essa parla a chi la sa ascoltare.

F.to Beppe Petrullo

 

CONSUETUDINI DI RANDAZZO di Angela Militi

” Era il 26 ottobre del 1466, quando il viceré Lupum Ximenez d’Urrea approvava, per la prima volta, le Consuetudini di Randazzo, un sistema di norme civili – composte da 58 articoli – che regolavano la vita comunitaria della città.
Le stesse furono redatte durante «un Consiglo generale in locu» e sottoposte allo stesso viceré per la conferma, il 6 giugno dello stesso anno, dal reverendo Jaymum de Citellis, arcipresbitero della terra di Randazzo e dal nobile Michaelem la Provina «sindicos et ambaxiatores universitatis terre Randacii» (La Mantia V., Consuetudini di Randazzo, Palermo, 1903, p. 1).

Le Consuetudini di Randazzo, come in tutte le altre città siciliane, rimasero in vigore fino al 1819, anno in cui fu promulgato il Codice per lo Regno delle due Sicilie.
In particolare l’articolo 3 della legge del 21 maggio, emanata da Ferdinando I di Borbone (1751-1825), disponeva che: «Dal giorno indicato nel precedente articolo [1 settembre dell’anno] le leggi romane [cioè il diritto comune], le costituzioni, i capitoli del regno, le prammatiche, le sicule sanzioni, i reali dispaci, le lettere circolari, le consuetudini generali e locali, e tutte le altre disposizioni legislative cesseranno ne’ nostri dominj al di là del Faro di aver forza di legge nelle materie che formano oggetto delle disposizioni contenute nel mentovato codice per lo regno delle Due Sicilie» (Codice per lo Regno delle Due Sicilie, Napoli, 1848, Parte Prima , p. 288).

La prima, e unica, edizione del testo delle Consuetudini di Randazzo, fu curata da Vito La Mantia, giurista e storico italiano e stampata a Palermo presso lo Stabilimento Tipografico di A. Giannitrapani, nel 1903.
Questo documento, prezioso testimone della memoria storica – stranamente mai menzionato dal reverendo Plumari –, fu rinvenuto, dal giurista, nel corso delle sue ricerche, in un volume della Regia Cancelleria, conservato presso l’Archivio di Stato di Palermo.

Oggi, questa edizione, è quasi introvabile e poche sono le biblioteche* che ne possiedono una copia e poiché essa, fornisce un prezioso contributo alla conoscenza della storia della nostra città, in quanto ci fa conoscere meglio i nostri avi e le leggi da loro enunciate per regolare il quieto vivere della comunità, ho deciso di condividere questo libro con tutti voi.

*Biblioteca regionale universitaria di Catania
Biblioteca nazionale centrale di Firenze
Biblioteca del Dipartimento di diritto privato e storia del diritto dell’Università degli studi di Milano
Biblioteca della Società napoletana di storia patria di Napoli
Biblioteca centrale della Regione siciliana Alberto Bombace di Palermo
Biblioteca Etnografica Giuseppe Pitré di Palermo
Biblioteca statale del Monumento nazionale di Grottaferrata – RM –
Biblioteca di Studi meridionali Giustino Fortunato di Roma
Biblioteca Centrale Giuridica di Roma

Biblioteca Universitaria di Sassari”

Libro “Consuetudini di Randazzo” di Vito La Mantia

segue
 

Approfondimenti

  Chartres. La cattedrale e la città vecchia (Attinenza: 13%): La cattedrale di Notre Dame di Chartres, l’emblema del gotico 
  Abbazia delle Tre Fontane (Roma) (Attinenza: 13%): L’Abbazia dei Santi Vincenzo ed Anastasio alle Tre Fontane, un autentico gioiello dell’architettura medievale cistercense 
  Blera, la città altomedievale – Scavi in località Petrolone (Attinenza: 13%): Gli scavi in loc. Petrolone Viterbo sono stati intrapresi nel 1998 dall’Università degli Studi di Roma “La Sapienza” (Dipartimento di Scienze Storiche Archeologiche e Antropologiche dell’Antichità, Cattedra di Archeologia Medievale 
  Federico II e i Templari (Attinenza: 13%): Il rapporto basato sull’analisi storica tra Federico II e i Templari

 

 

2008

  • Militi A., L’opposizione perielica di Marte, in “Linguaggio Astrale. Pubblicazione Trimestrale del Centro Italiano di Discipline Astrologiche”, Anno XXXVIII, N. 152, 2008, pp. 14-25 (Articolo su rivista).

 

2010

  • Militi A., Randazzo Segreta. Astronomia, Geometria Sacra e misteri tra le sue pietre, in “Due passi nel mistero”, febbraio 2010 (Articolo su sito web)
  • “Una Randazzo segreta? Il racconto del passaggio dei cavalieri templari”, intervista a cura di Ornella Lodin pubblicata sul sito web “Tifeo Web”,l’8 novembre 2010 e sul sio web “Maletto Web Community dell’Etna”il 16 novembre 2010.
  • Militi A., L’epigrafe della Basilica Minore di Santa Maria in Randazzo. Esegesi di una data, Venezia, 2010 (ISBN 978-88-905390-0-8)

2011

  • Militi A., I Cavalieri Templari e il codice stellare della Vergine a Randazzo,in “spHera”, Anno II, n. 1, Gennaio 2011, pp. 44-47 (ISSN 2038-257X) (Articolo su rivista)
  • Randazzo Segreta. Tra la Francia e la Sicilia, intervista a cura Beppe Petrullo pubblicata sul sito web “Il Portale Medievale”, settembre 2011.

2012

  • Militi A., Randazzo Segreta. Astronomia, Geometria Sacra e misteri tra le sue pietre, Acireale –Roma, Tipheret, 2012 (ISBN 978-88-6496-080-7)

2013

2014

  • Militi A., I Misteri di Randazzo, in “Miti e Misteri”, 10 gennaio 2014 (Articolo su sito web)
  • Militi A., Basilica minore di Santa Maria in Randazzo: le due epigrafi commemorative, in “Randazzo segreta” e “Academia”, 2 febbraio 2014 (Articolo su sito web)
  • Militi A., Anima Templi in Sicilia, in “Siciliafan”, 22 febbraio 2014 (Articolo su sito web)
  • Militi A., Sant’Agata: storia di una chiesa scomparsa, in “Randazzo segreta” e “Academia”, 15 agosto 2014 (Articolo su sito web)
  • “Una Randazzo segreta? Il racconto del passaggio dei cavalieri templari”, intervista a cura di Ornella Lodin pubblicata su “Nuove Pagine”, settembre 2014

2015

  • Militi A., Rocca Pizzicata (Roccella Valdemone, Me): un probabile sito protostorico di osservazione astronomica, in “Randazzo segreta” e “Academia”, 16 gennaio 2015 (Articolo su sito web)
  • Militi A., Analisi archeoastronomica delle chiese di San Martino e San Vito a Randazzo, in “Randazzo segreta” e “Academia”, 8 febbraio 2015 (Articolo su sito web)
  • Militi A., Il campanile della chiesa di San Martino a Randazzo, in “Randazzo segreta” e “Academia”, 14 febbraio 2015 (Articolo su sito web)
  • Militi A., Un Giovanni molto femminile in un’opera del Gagini, in “Randazzo segreta” e “Academia”, 23 febbraio 2015 (Articolo su sito web)
  • Militi A., Una “Ile de France” italiana, in “Luoghi Misteriosi”, 27 febbraio 2015 (Articolo su sito web)
  • Militi A., Una nuova proposta interpretativa sui resti architettonici di via Orto, in “Randazzo segreta” e “Academia”, 1 marzo 2015 (Articolo su sito web)
  • Militi A., L’iscrizione del palazzo Clarentano a Randazzo: nuova lettura e interpretazione, in “Randazzo segreta” e “Academia”, 13 marzo 2015 (Articolo su sito web)
  • Militi A., Un singolare bassorilievo, in “Randazzo segreta” e “Academia”, 16 marzo 2015 (Articolo su sito web)

2016

Jan Van Houbracken

 

Jan Van Houbraken o Giovanni van Houbraken  (Fiandre1612 – 23 maggio 1676 pittore italiano di origini fiamminghe, fu padre di Ettore van Houbraken e nonno di Nicola van Houbraken e discepolo di Pietro Paolo Rubens e di Matthias Stomer .
 Non si hanno molte notizie della sua vita privata e artistica e certo  comunque  che dal 1636 al 1665 risiede nella città di Messina in stretto rapporto con la confraternita dei mercanti. 
Secondo Negri Arnoldi (1984) van Houbracken sarebbe giunto in Sicilia assieme a Van Dyck, suo condiscepolo nella bottega di Rubens.
Nato ad Anversa attorno il 1612  il pittore fiammingo non è documentato nell’isola prima del 1636, data del Martirio di S.Placido e compagni del museo di Messina, che è anche una delle rare opere autografe del pittore.
Il martirio dei santi messinesi trucidati dai saraceni nel 541, i cui resti vennero ritrovati nel 1588 e nel 1608, è reso con macabra crudezza mentre si intravede l’accezione di soluzioni coloristiche  vandickiane. Fra le sue opere più significative alcune tele di scuola fiamminga che rappresentano allegoricamente i cinque sensi: 

 

La locandina riproduce le opere dei “cinque sensi” di J.van Houbracken

 

  1. ) La Vista  è raffigurata da una giovane donna che s’imbelletta di fronte ad uno specchio, mentre un giovane nella penombra le porge dei profumi;
  2. ) L’Udito è simboleggiato da una giovane suonatrice di spinetta accompagnata da un flautista;
  3. ) Il Gusto  è rappresentato da un oste che mesce il vino ad un giovane cavaliere:
  4. ) L’Olfatto  è simboleggiato da un giovane che annusa un melone mentre il venditore, con un coltello in mano, attende il giudizio sulla merce;
  5. ) Il Tatto è realizzato con una scena popolare: un cieco nell’incertezza dei passi stringe nervoso un ragazzo vestito di cenci, che atterrito cerca di sfuggirgli 
      

    Nel 1657  dipinge su tela “il Compianto del Cristo sulla Croce” .  L’ opera è  custodita nella basilica di Santa Maria Assunta di Randazzo  (entrando dalla Porta di Mezzogiorno, subito a sinistra), e rappresenta sicuramente il capolavoro artistico di J.Van Houbracken.
    In questa opera l’Artista dimostra una monumentalità dispiegata al massimo grado ed è anche l’ultima sua opera datata.

    “L’arte non è qualcosa di superfluo, inutile. L’arte è la vista sulla vita. E’ ciò che consideriamo tale”. (Andrea Italiano).

     

    ” Compianto del Cristo sulla Croce” di J.Van Houbracken – Basilica Santa Maria – Randazzo

     

    L’arte è come una religione, una filosofia che sta dentro e prima dell’essere in quella “tortuosa salita verso la Salvezza, fatta
    d’incontaminata bellezza, di colori, spirito, grazia e cortesia” e solo chi vi approccia con nuovo interesse,
    può carpirla in tutta la propria interezza.(Andrea Italiano).

     

    ” Il Tatto “

    Martirio di S.Placido e compagni

    ” Il Gusto “

     

    Alcuni sostengono che a seguito della rivolta anti spagnola di Messina del 1674 fugge con la sua famiglia a Livorno dove  muore il 23 maggio 1676,  per Negri  Arnoldi invece  muore a Messina nel 1665.

    a cura di Francesco Rubbino

     

Pietro Vanni

Pietro Vanni nacque a Viterbo nel 1845.
Svolse i suoi primi studi a Siena dove, allievo del pittore di scuola senese A. Franchi da Prato, plasmò il senso pittorico. Tornato a Viterbo dovette intraprendere una dura lotta contro il padre che lo voleva interessato all’industria tessile.
Per allontanarsi da tutto ciò, si dedicò alla musica che abbandonò subito per viaggiare prima a Firenze e poi a Roma, arricchendo il suo bagaglio culturale e artistico.
Il suo primo dipinto nel 1872, a 27 anni (Sacra Famiglia), lo dedicò ai genitori con un motto eloquente “Dall’amore, l’arte”.  dov’è accentuato il carattere malinconico della sua arte, che si trasformerà in calma velata.
Sposò nel 1887 Angela Bevilacqua da cui ebbe in figlio, Renato.
Successivamente realizzò molte opere di carattere religioso dalle quali si evince il desiderio di creare opere che potessero rispecchiare il suo credo, le sue aspirazioni verso il vero e il bello.
Era solito dipingere con molta rapidità e precisione, e i colori utilizzati nelle tele dimostrano l’amore per un’arte più che naturale.

Nella pittura di genere si fa notare con una sensuale “Odalisca” premiata all’esposizione di Belle Arti di Rovigo (1877).

 Nel 1886 dipinge  ” Madonna col Bambino ” che fa bella mostra di sè  nella Basilica Minore di Santa Maria. 

“Madonna col Bambino” – Santa Maria Randazzo

La precisione e lo stile di Pietro Vanni è possibile osservarli a Viterbo nella chiesetta del cimitero di San Lazzaro, completamente affrescata dall’artista. Le opere, realizzate fra il 1880 ed il 1885, gli furono commissionate dal Comune di Viterbo per decorare la chiesa cimiteriale di San Lazzaro.
 Gli affreschi, nelle mura parietali, riproducono la Resurrezione di Lazzaro e la Resurrezione della carne. Sulla volta è il Trionfo della Croce e nell’abside è dipinto un Cristo crocifisso avvolto da una cerchia di angeli in volo.

Pietro Vanni morirà di polmonite a Roma, a sessant’anni il 30 gennaio 1905. L’anno successivo il Comune di Viterbo fece realizzare nella chiesa di San Lazzaro al cimitero un’edicola funebre dedicata al Maestro.

 

” Odalisca “

 

Madonna dei Gigli

Chiesa Cimiteriale San Lazzaro – Viterbo

 

Don Calogero Virzì- Salesiano

 DON SALVATORE CALOGERO VIRZI’ (1910 – 1986)

Il Salesiano don Salvatore Calogero Virzì, una tra le figure di più alta levatura nel panorama della cultura siciliana del XX secolo, per Randazzo e per tanti randazzesi è stato molto di più, un pioniere, una guida, uno stimolo, colui che ha acceso in loro il gusto, spesso sopito, della conoscenza e dell’amore verso il proprio paese.

Maristella Dilettoso – Randazzo

Don Calogero Virzì – Randazzo

Nato a Cesarò (ME) l’11 gennaio 1910, compì i primi studi nel paese natale, per frequentare poi il Ginnasio all’Istituto S. Francesco di Sales di Catania. Nel 1925 entrò nella Congregazione dei figli di Don Bosco, fu poi al S. Gregorio di Catania, all’Istituto D. Bosco di Palermo, come assistente dei convittori, e quindi al S. Domenico Savio di Messina, dove, nel 1934, fu ordinato sacerdote.Tornato a Catania, al S. Francesco di Sales, frequentò l’Università e nel 1937 conseguì la Laurea in Lettere Classiche presso l’Ateneo Catanese.
Quello stesso anno fu trasferito a Randazzo, all’Istituto S. Basilio.
E fu amore a prima vista, verso la cittadina piena allora, ad ogni passo, delle vestigia dell’arte del passato, inalterata nel suo assetto medievale, ma fu anche di breve durata: di lì a poco, nel 1943, in un solo, terribile mese di fuoco, dal 13 luglio al 13 agosto, quasi l’80% di quell’ingente patrimonio artistico sarebbe finito in un cumulo di macerie e di fumo.
Nell’introduzione al bellissimo volume sulla Chiesa di S. Maria (1984) “espressione di attaccamento a quella città che mi ospita da 40 e più anni, e di amore a questo suo monumento d’arte”, don Virzì ricorda: “venendo a Randazzo mi trovai in un ambiente consono al mio spirito… fu un dolce sogno per me… che purtroppo ben poco avrebbe potuto durare. Ho perduto…tutto, rimanendo con solo ciò che avevo addosso e col rimpianto della distruzione di tutto quello che era stato il sogno più bello della mia vita… Ed io, pellegrino doloroso, mi immersi in mezzo a questa rovina, cercando il passaggio tra i mucchi di macerie…ma ogni cosa gridava il suo dolore e il suo strazio”.
Trascorso quel primo, drammatico momento, in cui il sacerdote prestò la sua opera di soccorso, ad una popolazione troppo duramente provata, don Virzì avrebbe voluto salvaguardare il centro storico da interventi tempestivi quanto inopportuni, infatti l’urgenza di ricostruire, di ridare una casa ai troppi senza tetto, finì per arrecare danni irreversibili ai monumenti e agli edifici superstiti.
Di fatto, prevalsero allora le esigenze più concrete, e non possiamo oggi emettere verdetti col senno di poi, tanto più che, per farlo obiettivamente, dovremmo avere innanzi il quadro desolante che si ritrovarono i cittadini all’indomani dei bombardamenti, rivivere il loro stato d’animo, il dolore, la miseria, la fretta di riavere un tetto…
In un clima così poco adatto, per motivi storici e contingenti, a far sviluppare una lungimirante e scientifica cultura del restauro, a don Virzì non rimaneva che vigilare affinché, nell’ansia della ricostruzione, il patrimonio artistico di Randazzo non ne fosse stravolto.

Al Collegio S. Basilio, dove fino a qualche decennio fa confluirono giovani provenienti da ogni parte della Sicilia, ricoprì, per moltissimi anni, il ruolo di docente nel biennio del Ginnasio, conferendo all’insegnamento impartito un’impronta indelebile.
Da seguace di don Bosco, infatti, nutrì sempre un’attenzione particolare verso i giovani, indirizzandoli ai valori della bellezza e dell’immortalità. I suoi allievi d’un tempo, sparsi per ogni versante della Sicilia, ne serbano tuttora un ricordo riverente e affettuoso.
Non soltanto uno studioso, ma anche un grande educatore, nel senso più lato del termine: fu proprio attraverso la scuola che riuscì a instillare nei giovani l’amore e la conoscenza del proprio paese.
Sempre al S. Basilio fu, fino all’anno della morte, direttore e curatore della pregevole Biblioteca del Collegio.

Quando, nel 1971, venne istituito il Liceo Statale a Randazzo, fu chiamato a ricoprirvi il ruolo di docente di Storia dell’Arte.
Conferenziere, professore, studioso, don Virzì ebbe nella comunità randazzese un ruolo culturale attivissimo, che proiettò anche all’esterno: fu socio fondatore e membro combattivo della Pro Loco, dell’Associazione di Storia Patria Vecchia Randazzo, e della sua filiazione Arte S. Bartolomeo, Ispettore Onorario della Soprintendenza ai Beni Architettonici, Artistici e Storici, Istruttore in corsi per guide turistiche, Consulente esterno nella Commissione igienico-edilizia comunale, in qualità di esperto, senza tralasciare per questo l’impegno scolastico e sacerdotale. Fu assistente spirituale degli ex-allievi del S. Basilio, e gli si attribuivano doti di eccellente confessore.


Nel 1979 gli era stata conferita dal Comune di Randazzo, dall’allora sindaco Francesco Rubbino, la Cittadinanza Onoraria, atto questo che veniva a sancire, formalmente, quella che era già una realtà sostanziale, perché don Virzì era, di fatto, profondamente inserito nel tessuto sociale randazzese, ne aveva assimilato la cultura e il sentire, coltivava amicizie tanto nell’ambiente ecclesiastico che in quello laico.
Per l’occasione fu pubblicato il volume bio-bibliografico “Una vita dedicata a Randazzo: Salvatore Calogero Virzì e le sue opere”, curato dal prof. Salvatore Agati.

Quanto don Virzì avesse apprezzato, e forse atteso negli anni, quel gesto, lo comprendemmo tempo dopo, entrando nel suo studio, al Collegio S. Basilio, una cameretta stipata fino all’inverosimile di carte, documenti, scaffali traboccanti di libri, pareti tappezzate di stampe, cimeli artistici e riconoscimenti, dove campeggiava la pergamena consegnatagli nel 1979 per il conferimento della cittadinanza onoraria.
Nel 1984 la stessa comunità randazzese si riunì numerosa per celebrare, nella basilica di S. Maria, alla presenza del Vescovo Mons. Malandrino, il 50° dalla sua ordinazione sacerdotale.

Morì in silenzio e improvvisamente, il 21 novembre 1986

. A un anno dalla scomparsa, gli fu intitolata la Biblioteca Comunale di Randazzo, quasi a voler rappresentare l’attualità e la continuità del suo messaggio culturale anche tra le generazioni future. Per l’occasione nell’atrio dell’edificio fu collocato un suo busto in bronzo, realizzato dallo scultore Nunzio Trazzera.
Dalla mole degli scritti di don Virzì – molti dei quali non ebbero, pur meritandola, la sorte di essere dati alle stampe – promana serietà, impegno, dedizione, entusiasmo ed amore per la ricerca ed il sapere, quali traspaiono forse solo dalle pagine di un altro illustre studioso e cultore del bello, il suo amico e sodàle professore Enzo Maganuco, meritevole anch’egli di avere fatto conoscere ed apprezzare l’arte randazzese.
Quegli scritti sempre attuali, letti, consultati, citati continuamente, costituiscono una pietra miliare per chiunque si accosti alla conoscenza di Randazzo, e il fatto che il suo messaggio cresca e perduri nel tempo, l’avrebbe reso certamente felice e consapevole di non avere lavorato invano.
“Apostolo all’interno e all’esterno di Randazzo affinché la città possa di nuovo assurgere alla dignità che le compete” fu definito don Virzì, e anche se un giorno dovessero venire alla luce nuove fonti, nuove scoperte atte a mettere in chiaro i tanti punti oscuri del passato di Randazzo, nessuno potrà mai rifiutarsi di riconoscergli obiettività di storico, equilibrio, cautela nell’esaminare e vagliare le notizie, nel porre le fonti nella giusta luce, nel non emettere mai giudizi o conclusioni che non fossero suffragati da riscontri certi e incontrovertibili.
“A lui vada il pensiero delle nuove generazioni, aperto finalmente a questi problemi. Vada la riconoscenza di tutti i suoi abitanti che, in questo fortunato risveglio ai valori più apprezzabili della nostra cittadina, è giusto che esternino il loro riconoscimento verso coloro che operarono, apprezzarono e fecero apprezzare ciò che di bello e singolare i padri ci hanno tramandato”. Con queste parole don Virzì chiudeva un articolo dedicato al professore Maganuco. Eppure, profeticamente, erano parole che si potrebbero applicare alla sua persona!,

Il giudice Sebastiano Virzì fratello di Don Virzì.

Certo, nella sua azione di “nume tutelare” del patrimonio storico-artistico di Randazzo, don Salvatore Calogero Virzì dovette imbattersi in non poche incomprensioni, del resto un certo tipo di edilizia che andò diffondendosi, spesso spregiudicatamente, dagli anni ’60 in poi, come poteva conciliarsi con la patina che il tempo aveva impresso sulla pietra lavica, con quella visione di austera bellezza di una Randazzo anteguerra, che gli era rimasta impressa negli occhi e nel cuore?
“La creatività avvalorata dall’amore del soggetto è sempre prolifica…” ebbe a dire, in una sua pagina che ci è particolarmente cara, e, considerando la mole dei suoi scritti, se ne deduce un grande amore verso Randazzo, suo paese d’adozione, ch’egli, da forestiero, riuscì ad amare come fosse stato la sua patria, e che auspicava “semper virens, semper accrescens, semper vigens” (sempre rigogliosa, sempre in crescita, sempre piena di vita), come recita l’iscrizione sul basamento del Piracmone.
Randazzo con la sua storia affascinante di re e regine, Randazzo nei suoi monumenti muti, di nera lava, cui egli seppe infondere voce, Randazzo nelle sue tradizioni cristallizzate da secoli, nelle sue ataviche rivalità dei tre quartieri in lotta, Randazzo nella sua gente di ogni estrazione sociale, dei pochi acculturati del tempo, che gli dispiegavano innanzi i vecchi libri ed i tesori d’arte custoditi nei palazzi, delle vecchiette, dei poeti estemporanei, dei monelli, dalla cui viva voce apprendeva, per tesaurizzarli, vecchi scioglilingua, proverbi, scongiuri e preghiere…
Randazzo, infine, lacerata, bombardata 84 volte, in quell’estate del 1943, prostrata davanti alle proprie macerie e davanti ai propri morti. Ma, da quel terribile momento, molte cose si sono evolute.

Don Calogero Virzì, Don De Luca, Francesco Rubbino, Giuseppe Montera

Il patrimonio perduto non si può più riacquistare, tanti recuperi e restauri non furono curati con lo scrupolo dovuto, è vero, ma don Virzì ha seminato bene, e se oggi c’è un maggiore rispetto ed interesse verso i beni artistici e monumentali, è soprattutto merito suo, di quest’uomo dalla grande vitalità, dalla grande fermezza, e dall’immensa cultura, che, nulla togliendo ai suoi meriti di sacerdote e di professore, riuscì a risvegliare nei cittadini randazzesi il culto e l’interesse per il proprio patrimonio artistico e per le proprie radici, di averli fatti conoscere un po’ meglio, di avere gettato il seme dell’amore per la propria terra nelle nuove generazioni.

Gli scritti di Don Virzì
Oltre a numerosissimi articoli su periodici locali e nazionali (La Sicilia, il bollettino del Comune Randazzo Notizie , ecc. ) molti furono gli scritti lasciati, editi e inediti:
– Memorie storiche del Collegio S. Basilio di Randazzo (inedito, 1953)
– Randazzo e le sue opere d’arte (dattiloscritto inedito del 1956),
– Paesi di Sicilia: Randazzo (Palermo: IBIS, 1965).
Su Memorie e rendiconti dell’Accademia Zelantea di Acireale ha pubblicato:
– Il regio Castello di Randazzo (1968),
– Sulla venuta di Nino Bixio nell’agosto 1860 in Randazzo (1968),
– Randazzo 1848 (1980).
E ancora:
– Storia della Città di Randazzo (1972), manuale divulgativo per le scuole,
– Breve guida attraverso i monumenti artistici della città di Randazzo…(1973),  – Randazzo nella sua storia e nei suoi costumi (inedito, 1960),
– La Chiesa di S. Maria, su Historica (Reggio Calabria, 1971).
Ha dato inoltre alle stampe le guide illustrate:
– Alcantara (1975),
– Etna (1978),
– Taormina (1979),
– Cesarò.
Per il 21° Distretto scolastico ha collaborato a
– Un itinerario etneo (1983),
– Storia, Arte e folklore in Randazzo, Castiglione e Linguaglossa (1985), e curato
– Randazzo nei suoi costumi (1986),
– Randazzo e le sue opere d’arte, 2 v. usciti postumi (1987/89).
Ricordiamo ancora:
– I cento anni del Collegio S.Basilio (1979),
– La Chiesa di S. Maria edito dal Comune di Randazzo (1984),
– Il Castello della Ducea di Maniace, pubblicato postumo nel 1992.

Maristella Dilettoso 

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                               La “Batiazza” di Francavilla tra fede, storia e leggenda pubblicato il 06 ottobre 2015 

 

Salvatore Ferruccio Puglisi e Don Virzì

   Sarà il tema dell’originale pubblicazione, di imminente uscita, “Il Salto di San Crimo”, nella quale l’autore Salvatore Ferruccio Puglisi raccoglie gli approfonditi studi rimasti inediti di Don Salvatore Virzì sul monastero basiliano e sul suo fondatore Cremete. Partendo dal… Giro d’Italia del 1954, una cui tappa attraversò il Comune dell’Alcantara.

   Seconda incursione nella narrativa per Salvatore Ferruccio Puglisi, insegnante nativo di Francavilla di Sicilia, ma residente in Veneto per lavoro: ambientalista (è stato fondatore e presidente della sezione francavillese di “Italia Nostra”), naturalista, appassionato di fotografia, autore di documentari in diapositive, campione di corsa podistica e da alcuni anni anche scrittore. Puglisi aveva già avuto a che fare con l’editoria, inizialmente dando alle stampe delle pubblicazioni riguardanti rispettivamente la flora spontanea e le testimonianze preistoriche nel territorio della Valle dell’Alcantara per poi, cinque anni fa, cimentarsi nel genere del romanzo con “Gli zucchini di Loto”. Adesso è lui stesso a preannunciarci l’imminente uscita del suo secondo lavoro letterario, dove gli aspetti autobiografici si innestano nella ricerca storica.

   “Il Salto di San Crimo” sarà il titolo della nuova opera di Puglisi, interamente incentrata sul “leggendario” monastero basiliano comunemente denominato “Batiazza” (ossia “grande abbazia”) i cui ruderi (parti di pareti perimetrali, alcune strutture ad arco attestanti l’esistenza di un opificio per la vinificazione, una grande aia inamovibile, una cisterna per la raccolta dell’acqua piovana, qualche tomba rupestre e tanti mucchi di macerie indistinte) svettano sulla sommità di un’altura dalla strana forma cilindrica e con pareti a strapiombo ubicata nel territorio del Comune natio dell’autore, ossia Francavilla, a meno di quattro chilometri dal centro abitato nelle adiacenze della strada che conduce a Mojo Alcantara e Novara di Sicilia.

Per quanto ci riguarda, abbiamo avuto il privilegio di leggere in anteprima il prologo di Salvatore Ferruccio Puglisi a tale suo scritto e ci ha già incuriosito l’originale approccio dell’autore alla tematica trattata: fatti e personaggi “austeri” dell’età medievale vengono, infatti, introdotti dal nostalgico “amarcord” di un evento per così dire “effimero”, ossia il passaggio da Francavilla della… seconda tappa del Giro d’Italia nella memorabile giornata del 22 maggio 1954, quando il Puglisi era ancora un fanciullino di sei anni.  L’autore attinge, dunque, alla suggestiva tecnica del “flashback”, spesso impiegata nel cinema e consistente nel partire da situazioni contemporanee per poi proiettarsi a ritroso nel tempo.

   Nel caso di specie, a fare da “ponte” tra passato recente e passato remoto è proprio quello “storico” pomeriggio del ’54, quando ai francavillesi festanti per il passaggio dal proprio paese della popolarissima competizione ciclistica nazionale si contrapponeva contemporaneamente l’esperienza parallela, ma profondamente diversa, di un intellettuale che in quello stesso giorno decideva di recarsi, in tutta solitudine, in escursione alla volta della maestosa rocca della “Batiazza” per tentare di carpirne i misteri, ma finendo col rimanere piuttosto infastidito dalla chiassosa e strombazzante carovana del Giro che, prima di addentrarsi nel centro abitato di Francavilla, transitò ai piedi dell’altura su cui a tutt’oggi si ergono i resti dell’antico cenobio.

   Lo studioso in questione altri non era che l’illustre sacerdote salesiano Don Salvatore Calogero Virzì, docente di materie letterarie al Collegio “San Basilio” di Randazzo, con il quale Salvatore Ferruccio Puglisi si sarebbe incontrato otto anni dopo essendone stato allievo in quinta ginnasiale presso il collegio del Comune etneo, che a sua volta, prima che nel 1867 gli ordini religiosi venissero soppressi, aveva fatto da nuova sede dei monaci basiliani, probabilmente trasferitisi dalla “Batiazza” perché andata in rovina (anche a seguito del disastroso terremoto verificatosi sul finire del XVII secolo) o a causa del clima rigido e delle avversità atmosferiche che, durante i mesi autunnali ed invernali, rendevano pressoché invivibile quel particolare lembo sopraelevato di territorio francavillese.

   «Il compianto Don Virzì – spiega Salvatore Ferruccio Puglisiha condotto un’accurata ricerca sul monachesimo basiliano e su San Cremete, fondatore e primo abate dell’eremo di Francavilla, intitolato a San Salvatore della Placa. Al sottoscritto e ad altri allievi che venivamo dal Comune dell’Alcantara, amava parlarci spesso di Cremete.

   «Ci raccontava, in particolare, che “nella seconda metà del secolo XI, sui monti di Placa viveva questo santo eremita, attorniato da vari animali selvatici che lui era riuscito ad addomesticare. Un giorno, accompagnato dalle sue docili bestie, si presentò al Conte Ruggero, che con il suo esercito si recava a Troina per combattere contro i Mori, il quale rimase affascinato dalla figura di quel mistico. Così, salito con lui sulla sommità della rocca, gli concesse di erigere in quel posto un monastero di cui Cremete diventò l’abate ed il superiore degli altri suoi confratelli.

   «Ma un giorno alcuni monaci non vollero più ubbidire alla sua regola basiliana e pensarono di liberarsi di lui buttandolo giù dalla rocca. Ciò malgrado, Cremete sarebbe rimasto miracolosamente illeso (morì poi il 6 agosto del 1116) e, da quel momento, cominciò ad essere considerato un santo”.

   «Da qui – prosegue l’autore – il titolo di questo mio nuovo scritto (“

Collegio San Basilio – Randazzo

Il Salto di San Crimo”), che peraltro è un’espressione già usata da Antonio Filoteo degli Omodei, storico di Castiglione di Sicilia del 1500.

   «Purtroppo Don Virzì, deceduto nel 1986 all’età di settantasei anni, non fece in tempo a pubblicare questo suo studio su San Cremete ed i basiliani, di cui resta solo una semplice bozza dattiloscritta. Mi sono quindi prodigato per avere una copia di essa e, con mia grandissima sorpresa, in quei fogli ho rinvenuto anche un intero paragrafo dedicato alla descrizione della visita fatta dal religioso ai ruderi del monastero il 22 maggio del 1954 quando io, ancora scolaretto di prima elementare, ero invece tutto preso, così come l’intera popolazione francavillese, dal passaggio del Giro d’Italia.

   «“Il Salto di San Crimo” l’ho dunque articolato in due parti: la prima riguarda il mio personale ricordo di quel pezzo di storia sportiva nazionale transitata da Francavilla, mentre nella seconda ho integralmente riportato quanto scritto dal prete salesiano su quella stessa giornata, da lui vissuta in un contesto totalmente diverso da quello di noi “gente comune”».

   Mentre oggi Salvatore Ferruccio Puglisi si occupa della “Batiazza” di Francavilla dal punto di vista storico-letterario, in passato se ne è occupato da ambientalista per denunciare, in particolare, l’inopportuna installazione di freddi ed antiestetici tralicci dell’alta tensione nelle immediate adiacenze di quell’angolo di antichità.

   Tornando a “Il Salto di San Crimo”, sarà questa la seconda pubblicazione interamente dedicata all’anacoreta francavillese ed alla sua “Batiazza”. Nel 2004, infatti, lo scultore Mario Restifo, anche lui originario della cittadina dell’Alcantara, si cimentò nella narrativa con il romanzo “Il Nido dell’Aquila”, ispirato alle vicende mistico-leggendarie di San Cremete, i cui resti del capo sono conservati in un reliquario di bronzo dorato ed argento custodito nella basilica di Santa Maria a Randazzo.

Rodolfo Amodeo

 

UNA VITA DEDICATA A RANDAZZO  di Salvatore Agati 

Salvatore Agati – Randazzo

Intorno alle ore 20:00 di venerdì 21 novembre si spegneva, sicuramente senza neppure accorgersene, al San Basilio di Randazzo, la casa salesiana più antica di Sicilia, il sacerdote professore Salvatore Calogero Virzì, dopo una vita interamente dedicata alla sua missione sacerdotale, alla cura dei giovani e al loro insegnamento, allo studio e alla ricerca storico storico-artistica.
E tutto questo egli seppe portare avanti con scrupolo, competenza e modestia, cosa oltremodo difficile da riscontrare nei tempi che viviamo.

Il nostro era nato a Cesarò, un paesino sui Nebrodi in provincia di Messina, da famiglia onesta e laboriosa, l’undici gennaio del 1910. Dopo avere ricevuto i primi insegnamenti nel luogo natio, lasciava la casa Paterna per frequentare le scuole ginnasiali al San Francesco di Sales di Catania.
A contatto con i Padri Salesiani coltivò e seguì la sua vocazione che lo avrebbero portato ad entrare definitivamente nella congregazione dei figli di Don Bosco nell’anno 1925.


Lo troviamo, subito dopo, a San Gregorio di Catania poi al San Paolo di Palermo e successivamente al San Domenico Savio di Messina dove, nel 1934, riceveva gli ordini sacerdotali.

Il giovane sacerdote, nello stesso anno dell’ordinazione, ritornava ancora a San Francesco di Sales di Catania. Ed era nell’Ateneo di questa città che aveva modo di continuare i suoi studi alla Facoltà di Lettere Classiche. Appena conseguita la laurea, era il 1937, veniva trasferito a Randazzo, l’antica cittadina che tanto lustro aveva avuto nel Medioevo, dove avrebbe avuto modo di rafforzare non solo le sue attitudini all’insegnamento, ma anche la sua passione per la storia e l’arte, a contatto con un immenso patrimonio, di cui diverrà negli anni, il conoscitore più profondo e qualificato. In questo suo slancio e attaccamento troviamo il significato della sua ininterrotta presenza a Randazzo, dove rimase per il resto della sua vita.
Da persona sensibile alla cultura classica e all’arte in particolare, dove si rimane incantato della vecchia città medievale che, sebbene già scalfita dal tempo ma ancora integra nell’originaria bellezza, gli offre un insieme architettonicamente omogeneo nelle mura di cinta e nelle torri di guardia, nelle chiese e nei campanili, nei palazzi e nelle case, nelle vie e nei vicoli, nelle piazze e negli slarghi, negli elementi decorativi e nei colori.
Se a tutto questo si aggiungono ancora l’impareggiabile oreficeria, le ricche e originali suppellettili sacre, le magnifiche tele e pale pittorica, le pregevoli e maestose sculture, patrimonio di una gara esaltante tra la popolazione, che nei tre quartieri ritrovava nelle rispettive chiese di Santa Maria, Santa Nicola e San Martino il fulcro di ogni alterità partecipativa, si capisce subito come l’incanto del primo contatto si sia trasformato in un ardente desiderio di ricerca attenta e di studio meticoloso, volto a svelarne ogni particolare storico ed artistico.


Se i ricordi di una lunga collaborazione tra un maestro e un discepolo possono diventare testimonianza e messaggio, posso affermare che l’amore di Don Virzì per Randazzo nacque dalla consapevolezza scientifica che la città rappresentasse uno “scrigno di tesori” da custodire gelosamente per una migliore conoscenza di tutto ciò che i siciliani erano riusciti, sui tanti influssi portati dall’esterno, a realizzare attraverso un proprio ed originale processo creativo: Randazzo, per gli aspetti di presenza e di continuità nei tanti filoni dell’arte, rappresentava per don Virzì la più significativa chiave di lettura per comprendere l’insopprimibile bisogno espressivo del popolo siciliano.
Non aveva Don Virzì, del tutto penetrato le pieghe del complesso patrimonio artistico dell’antica città medievale del valdemone, quando sopraggiunsero i terribili giorni del luglio-agosto 1943. Infatti, nel tentativo di forzare la ritirata dei tedeschi, attestatisi sull’Alcantara lungo il confine tra la provincia di Catania e quella di Messina, gli anglo-americani misero in atto una serie di incursioni aeree e di bombardamenti che rasero al suolo Randazzo. Nei giorni che seguirono, il giovane sacerdote mentre da un lato si prodigava a portare aiuto e sollievo alla provata popolazione, dall’altro non trascurava di annotare le distruzioni e le mutilazioni che l’insieme architettonico e artistico della città avevano subito.
Va ricordato che don Virzì fu tra i pochi a sostenere che la municipalità randazzese avrebbe dovuto richiedere al governo centrale la costruzione di una città nuova, da erigersi in continuità con il centro storico, anch’esso da ricostruire e restaurare. Ciò avrebbe evitato l’obbligatorio intervento del privato che, da solo, non avrebbe assolutamente potuto salvare l’antico.
Difatti così avvenne, per cui alla distruzione della guerra seguì quella di una ricostruzione affrettata e disordinata, ma comunque necessaria. Il guasto si verificò sia sul fronte della salvaguardia che su quello, non meno importante delle legittime aspettative per avere un’abitazione dignitosa e adeguata ai tempi. Se vogliamo, su questa primaria esigenza, si pose, subito dopo, il doloroso esodo migratorio.

Questa sua visione, va chiarito, non era assolutamente limitativa, quasi che lo studioso volesse mummificare il centro storico escludendolo da ogni attività futura, così come non intendeva certo alla ricostruzione di una città nuova avulsa dal suo contesto. Queste idee erano belle lontane dalla mente lucida e competente di Don Virzì.
Lo scopo, invece, era duplice: dare un’abitazione immediata alla popolazione, secondo l’urgenza, legata alle necessità di sopravvivenza che il momento richiedeva, salvaguardando il centro storico da una ricostruzione frettolosa, non per paralizzarlo, ma per attuarla in una fase successiva, secondo un programma ben definito di restauro e di conservazione degli elementi architettonici, stilistici ed estetici, per realizzare un complesso cittadino armonico, ordinato ed omogeneo, di cui il centro storico stesso avrebbe dovuto essere il fulcro.

La linea di azione di Don Virzì, da quel momento in poi, non poté indirizzarsi, di conseguenza, se non verso una mediazione tra i bisogni della gente e le aspirazioni dell’uomo di cultura convinto che si dovessero conservare tutte le testimonianze del passato. Il fatto di non essere riuscito a fare capire il senso della sua azione gli provocò il dolore più grande della sua vita.
Tuttavia, va precisato che mentre sarebbe riuscito a comprendere e giustificare gli interventi di ricostruzione dettati da necessità, non avrebbe invece mai scusato la mancanza di volontà e di comprensione della classe dirigente nel non aver saputo porre il problema della Ricostruzione nei termini in cui andava condotto.

Nello stesso periodo in cui maturarono questi avvenimenti, Don Virzì penso bene di dovere rivolgere la sua azione educativa verso i giovani.
E la frequentatissima scuola dei Salesiani gliene diede larga occasione. Ecco, quindi, i due filoni lungo e quali l’azione dello studioso si indirizzo: la ricerca e lo studio, da una parte, e la divulgazione dall’altra. Capì, altresì, che le sorti del patrimonio storico-artistico di Randazzo non sarebbero passate solo attraverso l’azione municipale, ma principalmente attraverso la sensibilizzazione degli uomini di cultura presenti a tutti i livelli.
E in questo la sua lezione fu senz’altro più incisiva e proficua: la città divenne punto di riferimento di quanti, ed erano pochi, continuarono a credere che la conservazione del patrimonio dei progenitori sarebbe stata di valido aiuto anche al risveglio dell’attività turistica.

Ed è così che si concretizza la sua azione permanente di educazione, di sensibilizzazione e di divulgazione alla quale si dedica con impegno, passione e costanza: conferenze, dibattiti, articoli su giornali e riviste, tutto tende ad approfondire e a far conoscere Randazzo.
Nella città,come ebbe modo di affermare durante una conferenza, egli vedeva la “chiave della Sicilia sia per la storia che per l’arte”. Fu un conferenziere dalle qualità espressive stringate ma complete nell’essenzialità.
Il suo disquisire fu tanto interessante da fare perdere la dimensione temporale all’auditorium, il linguaggio usato nelle descrizioni tecnico e semplice, fu proprio di chi conosce la storia dell’arte in ogni sfumatura.

Da corrispondente di molti giornali, con i suoi articoli, pubblicati su quotidiani e periodici a diffusione nazionale, riuscì a suscitare tale interesse nei lettori, anche stranieri, da indurli a visitare Randazzo per verificare se quell’atmosfera di suggestione che, con i suoi scritti, aveva saputo creare sulla cittadina, aveva riscontri con il reale. Ma la sua opera non si fermò solo alle conferenze e agli articoli. Pur privo di mezzi, ma non di volontà, andò oltre: animò l’istituzione della Pro Loco, fondò l’associazione di Storia Patria “Vecchia Randazzo”, divenne ispettore onorario della Sovrintendenza ai Beni Architettonici, Artistici e Storici, istituì e tenne personalmente dei corsi per guide turistiche randazzesi.
Ma il frutto più significativo e proficuo della sua attività sono le opere edite ed inedite. Ed è citandole che sono certo di rendere il miglior omaggio alla memoria dell’uomo, dello studioso, del sacerdote, del ricercatore attento che, con molta umiltà, mise il suo ingegno e la sua opera al servizio di Randazzo: “Randazzo e le sue opere d’arte” del 1956, “Randazzo” del 1965,  “Il R. Castello di Randazzo” del 1968,  “Sulla venuta di Nino Bixio nell’agosto del 1860 a Randazzo” del 1968,  “Storia della città di Randazzo” del 1972,  “Breve guida attraverso i monumenti artistici della Città di Randazzo”del 1973,  “Randazzo nella sua storia e nei suoi costumi” del 1975,  “Alcantara” del 1975, “Taormina” del 1979,  “Randazzo 1848” del 1980, “Un itinerario etneo” del 1983,  “La Chiesa di S. Maria di Randazzo”del 1984.
In ultimo, non si può non sottolineare un altro aspetto importante della personalità di don Virzì, cioè quello di educatore, che pose l’insegnamento a base del suo quotidiano lavoro. In più di 50 anni di cattedra, curò i rapporti con le tante generazioni in modo personalizzato, tanto che in Lui gli allievi videro sempre non solo il docente, preparato e puntiglioso, ma, principalmente, l’amico, l’uomo che, in ogni occasione, era pronto a dare consigli ed anche ad aiutare. Ed è per questo, maggiormente, che oggi tutti coloro i quali lo hanno avuto per maestro lo piangono.

Salvatore Agati .  Randazzo Notizie n.19 del novembre 1986 

 

Enzo Crimi

 

Enzo Crimi, Graziano Calanna

Vincenzo CRIMI, già Commissario Superiore del Corpo Forestale della Regione Siciliana, è nato a Randazzo (CT) ed è entrato a far parte del Corpo Forestale nel 1981.

Dopo avere frequentato la Scuola del Corpo Forestale dello Stato e il relativo corso di formazione  professionale, presso le sedi di Cittaducale (RI) e di Sabaudia (LT), il 01.03.82 viene immesso in ruolo presso il Distaccamento Forestale di Zafferana Etnea. In seguito dirige i Comandi dei Distaccamenti   Forestali di Linguaglossa e Randazzo e dall’1.6.2004, assume il  Comando del Distaccamento di Bronte che, unitamente a quello di Cesarò (ME), detiene sino al 31 marzo 2016, quando viene collocato in quiescenza.
Oltre all’attività d’Istituto, nel corso della propria carriera Vincenzo Crimi, arricchisce le proprie conoscenze professionali organizzando e partecipando direttamente a convegni di studio in Italia, Austria, Germania, Francia e Svizzera, con personale appartenente al Corpo Forestale di quelle nazioni.
Nel 2004 è in Amazzonia, dove partecipa ad un progetto internazionale  sulla salvaguardia di un’etnìa indios.
Viene proposto dalla commissione europea per l’ambiente come componente a gruppo di lavoro per il monitoraggio delle piogge acide nella Foresta Nera, in Germania e l’avifauna migratoria.
Nel 2002 in Giappone viene nominato uomo dell’anno in materia di ambiente.

Frequenta corsi di aggiornamento professionale  organizzati dalla Direzione del Corpo Forestale, presso la scuola del Corpo Forestale dello Stato di Rieti e Antrodoco (RI). Collabora organicamente con varie Università italiane e straniere. Contribuisce con grande passione a promuovere il prodotto ambiente, attraverso il periodico dell’Azienda Foreste Demaniali della Regione Siciliana, “Sicilia Foreste”,  sul quale  pubblica  argomenti quali, prevenzione e repressione  degli incendi boschivi, sistemazione idraulica forestale.
Si occupa e scrive di problematiche relative ai  dissesti idrogeologici, tutela e legislazione forestale, interventi di protezione civile relativamente a problematiche vulcaniche e sismiche, descrizione e studio di ecosistemi locali e loro rapporti socio-economici con la popolazione locale. Nel 2013 e 2014, é’ chiamato dal proprio Ufficio Superiore  a organizzare e svolgere docenza per i volontari di Protezione Civile  della provincia di Catania, di un corso  di aggiornamento di primo impiego in tema di “avvistamento incendi boschivi e di interfaccia”.
Collabora attivamente, sia istituzionalmente che personalmente con gli Enti Parco dell’Etna, dei Nebrodi e del Parco Fluviale del fiume Alcantara, allo scopo di promuovere l’immagine e le finalità delle aree protette, cercando di armonizzare i bisogni dell’ambiente e la  fruizione delle popolazioni locali.
Ha collaborato con il periodico “Etna Uomo Ambiente” e con il settimanale “Il Sette” per i quali ha scritto articoli tecnico-professionali.

Pubblicati dal Dipartimento Azienda Foreste Demaniali della Regione Siciliana, ha scritto i libri “Rahab: il bosco Ragabo di Linguaglossa” 1^ e 2^ volume,  – “Il territorio di Castiglione di Sicilia” e “Al Quàntarah”- la valle incantata”. I lavori, ricchi di argomentazioni tecnico-storiche di grande pregio, sono indirizzati verso i giovani delle scuole, affinché comincino a comprendere e a conoscere le realtà naturalistiche del territorio siciliano.  Pubblicato dall’Assessorato Regionale Agricoltura e Foreste – Corpo Forestale, ha scritto il volume “Tutela e Legislazione Forestale e Ambientale” prezioso contributo alla promozione della cultura ambientale attraverso la conoscenza di nozioni storiche e giuridiche armonizzate con la realtà legislativa del settore.Nel 2009 pubblica il volume “Flora, Fauna e aspetti naturalistici del territorio di Bronte”, rivolto agli studenti delle scuole di ogni ordine e grado di Bronte. Il 2010 è l’anno in cui pubblica “Flora, Fauna e Aspetti Naturalistici del territorio del Gal Etna”, rivolto principalmente, alle scuole e agli appassionati dell’ambiente, in modo da conoscere e valorizzare le potenzialità naturalistiche facenti parte dei comuni di Adrano –Bronte – Ragalna – Biancavilla – Santa Maria di Licodia e Maletto. 

Il 2017 é l’anno del libro “Randazzo e il suo territorio: storia, arte, turismo, paesaggio e natura incontaminata” che vuole essere un intrigante viaggio attraverso il territorio naturalistico di Randazzo, passando per i tesori artistici e culturali che esso custodisce. Un modesto contributo alla promozione e valorizzazione del territorio di Randazzo, uno degli ambienti naturali siciliani, ancora oggi, per un certo verso e in certi luoghi, veramente integro.
 
Web site: www.etnalcantara.it E-Mail:  vincenzocrimi@libero.it Facebook: Enzo Crimi
 

INDICE

Produzione Letteraria

 

 

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      ALLERTA MALTEMPO: ITALIA SOTTO ATTACCO: (di E. Crimi)

      Ancora una volta messo a dura prova il sistema idrogeologico del nostro paese, dopo le persistenti piogge di questi giorni, anche sottoforma di vere e proprie “bombe d’acqua”, il tragico fenomeno degli allagamenti alluvionali si è presentato in gran parte della penisola.
      In Liguria le mareggiate hanno schiantato decine di yacht nel porticciolo di Rapallo, in Friuli Venezia Giulia, Veneto, Trentino, una situazione definita apocalittica ha creato milioni di danni e in Sicilia ci sono stati persino morti. In tante altre regioni d’Italia: forti mareggiate, fiumi esondati, strade e ferrovie inondate e interrotte, città allagate e isolate, come al solito, questi eventi ci trovano impreparati e allora i danni diventano ingenti.
      Questa volta la Madre natura diventata “matrigna”, è stata ancora più dura e spietata a colpire e non ha purtroppo risparmiato alcuni luoghi magici delle Dolomiti dichiarati Patrimonio dell’umanità nel 2009, e tra questi l’altipiano di Asiago la Val Visdende, una delle ultime oasi naturalistiche preservate dal turismo di massa, una delle più belle valli del mondo.
      Cento anni dopo la Grande Guerra, i forti venti hanno investito e raso al suolo con tutta la loro potente forza, alcune centinaia di ettari di boschi, patrimonio arboreo ambientale ma anche culturale, in quanto definiti boschi della memoria e palcoscenico degli eventi bellici dell’ultima guerra e c’è chi accosta questi eventi con le crude immagini della grande guerra.
      Migliaia di alberi spazzati via dalla forza degli eventi naturali che hanno lasciato dietro di loro una desolazione indescrivibile, insomma, quello che è accaduto in questi giorni, avrà una ripercussione fisica sul territorio di almeno 100 anni ma rimarrà per sempre nella storia. L’ondata di maltempo mette l’Italia in ginocchio: strage di uomini in Sicilia dove si contano dodici vittime, tra cui due bambini, altre vittime nel Lazio, a Savona, in Veneto, a Bolzano e a Napoli, diversi feriti in varie città, danni ovunque incalcolabili.

       

      Analizzando con attenzione il verificarsi di tali fenomeni, ci rendiamo conto che non tutti sono la diretta conseguenza di eventi naturali riconducibili al caso. Infatti, é l’uomo che spesso agisce in modo indiscriminato sul territorio e crea squilibri, mentre dovrebbe sempre operare in forte sinergia con esso, nella consapevolezza che l’interesse dell’uno è subordinato alla salvaguardia dell’altro, come a sembrare un legame simbiotico. Affinché tali fenomeni diventino governabili, dovrebbe essere posto in opera, il principio fondamentale che sempre ha dato eccellenti risultati: la prevenzione.
      La mitigazione di questi eventi si ottiene attraverso la realizzazione di opere mirate che prevedano, in particolare lungo i pendii dei corsi d’acqua a monte, l’impianto di boschi i quali oltre ad evitare gravi forme di dissesto, svolgono altre funzioni di grande interesse: economico e ricreativo.
      Certamente, più il terreno ripariale è boscato, minore è il rischio di dissesto idrogeologico, che è l’insieme di quei fattori di dilavamento e sgretolamento, di frane, erosioni e trasporto a valle di materiale solido che, sommato al consumo indiscriminato legale o illegale del suolo, all’abbandono di forti concentrazioni di rifiuti e all’abusivismo edilizio lungo i corsi d’acqua che mai vengono manutenzionati, limita il deflusso idrico anzi a volte ne determina l’ostruzione, la deviazione, l’esondazione e l’allagamento di terreni e aree urbane.
      Pertanto, succede che l’acqua prodotta dalle forti piogge, a seconda della pendenza del suolo, non trovando idonea copertura arborea a monte e un’adeguata regimazione che ne possa regolare il normale deflusso, a causa della sua forza di impatto con il suolo, in particolare quando questo è argilloso, si infiltra, raggiunge lo strato impermeabile, impregna il terreno superficiale che, gonfio d’acqua si mette in movimento, scivola a valle causando consistenti fenomeni di dilavamento, erosione e infine ruscellamento fangoso, travolgendo qualsiasi cosa sul suo percorso, compresi aree agresti e urbane, persone e cose.
      Non mi fanno paura i torrenti in piena, sono le norme di comportamento che assume l’uomo nel suo rapporto con l’ambiente che a volte creano squilibri. Il problema della fragilità del nostro territorio e dell’esposizione al rischio di frane e alluvioni, non può certo considerarsi un fenomeno emergenziale, è oramai diventato una costante assoluta almeno per 6.633 comuni italiani, ovvero l’82% di tutto il paese che è definito a rischio idrogeologico.
      Ciò comporta ogni anno un bilancio economico pesantissimo, intollerabile quando, in particolar modo, è pagato con la vita. Bisogna mettere in sicurezza il nostro paese, ed è evidente l’assoluta necessità che i nostri legislatori riservino maggiori politiche e risorse al territorio, in termini di prevenzione, in un contesto in cui sono sempre più evidenti gli effetti dei cambiamenti climatici in atto, che comportano fenomeni meteorologici estremi caratterizzati da piogge intense concentrate in periodi di tempo sempre più brevi e cicloni imprevedibili.
      Come ho scritto in altre occasioni, questa attenzione non sempre viene rivolta al territorio, perché non bisogna certo avere una mente eccelsa per comprendere che l’interesse del legislatore verso l’ambiente in generale, sembra oramai una foto sbiadita, un pensiero iconico che tende a scomparire definitivamente dalle tematiche politico-sociali che si discutono oggi, e allora, come in un gioco onirico, il nostro interesse nei confronti di questo grave problema, molte volte, si infrange sugli irti scogli della noncuranza che i “nostri” politici nutrono verso i beni naturalistici del creato. La configurabilità dell’ambiente come bene giuridico non può essere ignorata dall’uomo attraverso tagli continui alle risorse finanziarie. Eppure, il legislatore con la sua mente piccola, forse non ha ancora la piena coscienza della gravissima crisi ambientale che sta vivendo.
      Sono molteplici le grida di allarme che ci pervengono periodicamente dalla comunità scientifica, la terra è in pericolo, l’uomo è in pericolo, e questa nostra prosperosa civiltà dei consumi, sta gettando le basi per una folle e sconsiderata autodistruzione di un pianeta malato, stanco, oltraggiato da uno sfruttamento sconsiderato in cui ogni cosa, animata e inanimata, ha valore unicamente se e in quanto merce, prodotto da vendere.
      No… non mi fanno paura i torrenti in piena ma temo la deficienza di intelligenza naturalistica dei nostri politici e di chi percepisce l’ambiente solo come una sensazione poeticamente astratta, perché è difficile interagire con chi è privo di cultura dell’ambiente che faccia comprendere la vera importanza del nostro patrimonio naturale.

       

       

       

      IL SOLSTIZIO D’ESTATE DEL 21 GIUGNO: TRA LEGGENDA, STORIA, NATURA, SIMBOLOGIA E MAGIA (di E. Crimi)

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      Enzo Crimi nel sito di Stonehenge in Inghilterra.

      Il solstizio d’estate è l’inizio della stagione calda ed è sempre stato avvolto da una sfumatura di mistero, leggenda e magia, basti pensare ai misteriosi siti preistorici megalitici sull’altipiano dell’Agrimusco, in comune di Montalbano Elicona, in provincia di Messina e al simbolo fallico della fertilita’ in roccia megalitica arenaria, situato nel bassipiano di Orgale, nei pressi di Castiglione di Sicilia a pochi passi dalla sponda sinistra del fiume Alcantara.
      Da sempre sappiamo che i Megaliti all’interno di questi siti sparsi per il mondo, siano essi di origine naturale o artificiale, hanno rappresentato dei veri e propri misteri e la storia antica dell’uomo è ricca di fatti inspiegabili e non comuni.
      Il sito di Stonehenge in Inghilterra, verosimilmente luogo degli imponenti ruderi di un tempio druidico, è uno dei monumenti preistorici più famosi del mondo, che consiste in due cerchi concentrici di monoliti che raggiungono le 50 tonnellate, poste in posizione eretta; sormontate da massicce lastre orizzontali di roccia e ornate dalle più piccole pietre blu originari dal Galles occidentale.
      Le ipotesi riguardo questi straordinari “monumenti rupestri”, conosciuti anche con il nome di “Menhir o Sarsen“, sono diverse, come differenti sono le discordanze anche tra gli studiosi, molti di essi sostengono che si tratta di manufatti riconducibili a consuetudini religiose con riti primordiali collegati alla simbologia fallica propiziatoria della fertilità.
      Alcuni ricercatori li accostano a miti e fantastiche leggende di giganti che si dedicavano alla pastorizia, ma anche storie umane, arcaiche ma reali, dove la vita delle sue creature ha seguito il suo percorso di naturale straordinarietà pari solo a se stessa.
      Altri studiosi sostengono un significato con finalità archeo-astronomiche, in quanto orientati e collegati con i punti cardinali, ai quali riconoscere una funzione antesignana di osservazione degli astri, dei cicli delle stagioni, equinozi e solstizi, da sempre date mistiche e venerate dalle antiche civiltà sparse in tutto il mondo conosciuto.
      Pare che alcune combinazioni tra i macigni e il sole, permettessero, tra l’altro, di prevedere le maree e le eclissi di Luna e di Sole. I giorni solstiziali includono alcune fra le celebrazioni più popolari dell’Occidente e le antiche tradizioni mettevano in relazione questo periodo dell’anno con un gran numero di usanze e di piccoli rituali ancora oggi vivi in tutta Europa.
      Il solstizio estivo del 21 giugno, carico di mistero e spiritualità, è lo scenario ideale in cui poter collocare sogni e realtà, ed è forse per questo che resta uno dei periodi più amati e profondamente intessuti nella cultura popolare, che periodicamente viene messa in atto anche dai popoli moderni. Fuochi e danze intorno ai falò, astronomia, musiche, teatro, canti e poesie.

      Stonehenge


      Sembra che antichissimi popoli festeggiassero il solstizio d’estate tra il sacro e il profano e ancora oggi, esso, seppur offuscato di magia e mistero, viene celebrato in molte parti del mondo, ciò dovuto al fatto che l’uomo, forse deluso dalla realtà quotidiana, si affida alle cose inaspettate dell’arcano.
      Pertanto, sin dalla notte dei tempi un intrigante intreccio tra l’uomo arcaico e queste costruzioni che gli uomini del neolitico, credevano intrise di poteri soprannaturali.
      Oggi questi spazi sacri, impreziosiscono il panorama delle nostre terre, come gioielli abbandonati e incastonati nel paesaggio. Ma qual’è il loro reale segreto e da quali credenze erano animate le persone che li hanno costruiti, quali strani rituali si celebravano in questi siti e cos’è che ha portato l’antico popolo di queste terre a modificare la propria religione, ad abbandonare questi antichi templi e a venerare altre divinità “moderne”? Dunque, questi luoghi, ritenuti sacri per gli uomini arcaici, oggi fanno da sfondo a suggestive epopee della mente e nascondono i segni di un passato impregnato di grandi eventi da sembrare quasi di natura divina.
      Sappiamo ben poco, sia sul senso o funzione dell’esistenza di questi grandiosi blocchi arenari e ancor meno notizie abbiamo riguardo i loro creatori, che potrebbero essere stati ispirati da vocazioni mitologiche.
      Lasciando l’opinabile ai sognatori, nella realtà indiscutibile, queste formazioni rocciose sono particolari monumenti costituiti da grandi blocchi di roccia arenaria, grossolanamente squadrati dagli eventi del tempo o dall’uomo, piantate nel suolo la cui area di diffusione è molto ampia in tutto il mondo, a rappresentare le testimonianze più antiche dell’architettura preistorica.
      Queste maestose sculture, hanno sempre attratto l’interesse di ricercatori e la curiosità di semplici escursionisti, impegnati nella ricerca continua di testimonianze del passato, di natura antropologica e naturalistica, dalle quali potere risalire alle epoche di utilizzo, all’uso che si è fatto da parte dei vari frequentatori ed alle particolari condizioni ambientali di una determinata area.
      Insomma, da sempre questi megaliti hanno rappresentato un intrecciato motivo di studio storico ed anche geologico di maestosi scenari della storia, di suggestive reliquie, di antiche e maestose sculture cesellate nella dura roccia, dell’intrigante prodigio dell’erosione naturale, dell’azione modellante del vento e della natura geologica del terreno, frutto e testimonianza dell’opera di primitive platee di popolazioni preistoriche di cui si è persa ogni traccia, nel lento ed incessante scorrere del tempo.
      Dunque, chi non crede all’incomprensibile non può fare a meno di restare altresì stupito e meravigliato nell’ammirare queste straordinarie costruzione neolitiche, statiche nella loro maestosità, sin da quando memoria umana ricordi.
      Pertanto, nessun mistero ascetico ma solo tracce del passaggio in vita e frutto dell’opera manuale di popolazioni arcaiche, che oggi ci descrivono la spiritualità che solo una suggestiva e seducente opera architettonica può elargire ai suoi visitatori. Oltre ai loro manufatti, di queste genti, rimangono solo pochi resti di figure antropomorfe lavorate sulla pietra e cellette funerarie (gruttitti) che servivano per la sepoltura dei loro defunti.
      L’archeologia moderna potrà nel tempo rispondere ad alcuni dei quesiti fondamentali su questi siti e i loro rapporti con l’uomo

       

      Presentazione del libro: 

                          “Randazzo e il suo Territorio; Storia, Arte, Turismo, Paesaggio e Natura Incontaminata”.

       

            


           Alla presenza di numerose autorità locali e dei paesi limitrofi e con la grande adesione di pubblico, presso il Chiostro del Palazzo Comunale di Randazzo, si é svolta la presentazione del  libro di Vincenzo Crimi
           “Randazzo e il suo territorio: storia, arte, turismo, paesaggio e natura incontaminata”.

       

      Enzo Crimi – Randazzo

           Hanno partecipato alla manifestazione gli artisti Daniela Caggegi e Maurizio Salerno, che hanno rallegrato la serata con melodie musicali e interpretazioni canore.
          La realizzazione del volume, presentato magistralmente dal Dr. Carmelo Di Vincenzo, già comandante del Corpo Forestale di Messina e introdotto dal sindaco di Randazzo Prof. Michele Mangione, riprende un percorso oramai consolidato da 7 precedenti pubblicazioni in materia naturalistica scritti dall’autore, che aspirano ad essere un valido contributo alla piena valorizzazione e promozione del territorio naturalistico isolano.
           Il libro, descrive dettagliatamente il territorio naturale di Randazzo, dove la natura ha voluto manifestare tutta la sua straordinaria magnificenza e dove l’uomo si muove ancora oggi in punta di piedi, consapevole che la propria esistenza dipende in grandissima parte dalla tutela e salvaguardia di tutte le componenti naturalistiche, orografiche, vegetazionali, faunistiche, culturali e antropologiche che questa vasta area detiene e riesce ad esprimere.
           Inoltre, il libro traccia un percorso culturale, che  effettua delle brevi soste all’interno delle antiche mura della cittadina, per rendere omaggio sommariamente, ai preziosi beni artistici e architettonici ben presenti, che nella loro splendente staticità, attendono da secoli un loro riscatto, senza tuttavia,  perdere di vista che la tematica principale in discussione è esclusivamente di natura ambientale.
           Dunque, la conoscenza del territorio, come virtù fondamentale che agisce da stimolo nell’uomo, così da farne accrescere la cultura e quindi l’amore per la propria terra, condizione essenziale per pervenire alla salvaguardia e tutela del territorio stesso.
           Tutti i partecipanti alla manifestazione, hanno ricevuto in omaggio una copia del libro.

      Agosto 2017 

       

      Vincenzo Crimi

      [1] L’Etna D.O.C., il prodotto di punta dei nuovi ed operosi produttori “esterni”  dell’agro randazzese, esprime e può imporre la propria identità qualitativa sui mercati  nazionali e internazionali e può contribuire in modo, certo modestamente, all’integrazione del reddito di parte della popolazione locale. Tutto ciò viene favorito per effetto di un crescente squilibrio tra domanda e offerta: infatti, pare che la domanda sia in forte crescita e comunque, superiore all’offerta, con picchi alquanto alti negli Stati emergenti dove, grazie ad un poderoso sviluppo economico, si sta moltiplicando la domanda di vino e altre materie agricole. Ma non tutto é luce, per essere competitivi sui mercati mondiali, non bisogna fermarsi solo sul vino come bevanda da bere. Bisogna accrescere la qualità e  fare emergere  davvero gli aspetti più belli e intriganti del vino, a partire dalla  componente emozionale, perché la bellezza del vino è in primo luogo estetica. E’  necessario raccontare  il romanticismo magico di questo nostro territorio etneo,  celebrato da poeti e viaggiatori del tempo, un territorio denso di bellezze artistiche, archeologiche  e naturalistiche e poi le vigne e il loro suggestivo paesaggio.

      Il vino è anche il linguaggio,  la cultura e la storia di un territorio,  è l’umile  gente che con appassionata dedizione  lavora le vigne e trasforma l’uva in vino, insomma, è un potentissimo ambasciatore di un territorio e quando viene  assaggiato, in qualsiasi parte del mondo, attraverso il suo sapore e il suo profumo,  esso  ci riporta sempre con la mente al suo luogo di produzione, è questo il fascino e la  potenza del vino. Insomma, fare ciò e recuperare il tempo perso,  in modo da    promuovere e approfondire la conoscenza sul vino e i suoi piaceri, in modo da    intercettare un pubblico molto vasto, al quale far capire che il vino è anche la ritualità e ricerca di  sapori e soprattutto odori che sono la componente più importante del vino, come si generano e si evolvono e come è possibile apprezzarli e goderne. Non è un caso che il vino è l’unico prodotto dell’agro-alimentare che prima di   essere portato alla bocca per sentirne il sapore, viene annusato per    percepirne il  respiro. Oltre alle abituali strategie di vendita, il mercato ha anche bisogno di essere entusiasmato attraverso  il piacere dello studio,  dell’approfondimento  e della lettura, in modo da superare lo scetticismo che a volte si distacca dalla chimica degli odori che marcano i nostri livelli olfattivi. 

      L’aumento della domanda, paradossalmente, pone delle problematiche di penuria e ricerca di terra coltivabile a D.O.C. appropriata alla produzione del vino, tanto da innescare una competizione tra imprenditori, per la sua acquisizione. Questo fenomeno pone inoltre degli interrogativi riguardo a potenziali mutazioni ambientali e sociali, a cui il territorio verrà sottoposto, in particolare a causa di un’eventuale massiccia meccanizzazione colturale.

      Con i buoni auspici delle Istituzioni, oltre al vino, occorre mettere in rete tutti i prodotti agro-caseari, attraverso la riqualificazione e la modernizzazione dei processi di trasformazione, conservazione e commercializzazione delle produzioni di nicchia come olio, vino e caseari, in modo da reagire all’isolamento produttivo. Per fare ciò occorre essere dotati di attitudine imprenditoriale, in grado di gestire le diverse fasi del processo produttivo agroalimentare e compartecipare a tutti i  vari passaggi, partendo dalla produzione e sino alla tavola dei consumatori. La globalizzazione ci fa capire che sarebbe opportuno  mettersi in discussione e avere il coraggio e la capacità di percepire i mutamenti, abbandonare   convinzioni e abitudini che non sono più adeguate ai tempi e all’ambiente in cui si  vive, in modo da attivare un mercato locale ed extra locale che sviluppi la filiera in prodotti lavorati finiti.

      Analizzando attentamente la tematica, appare doveroso fare una riflessione relativamente ad una singolare condizione di quasi assoluta assenza, dal panorama delle attività d’impresa randazzese, della figura di imprenditore agricolo puro.  Tutti i soggetti interessati, guardano all’agricoltura solo in forma hobbistica e nessuno dei potenziali agricoltori o piccoli proprietari terrieri è alla ricerca di attività evolutive e più progredite di coltivazione più o meno imprenditoriale. Infatti, una grossa fascia del bracciantato agricolo randazzese contemporaneo, preferisce    impiegarsi nell’attività agro-forestale, più sicura e rimunerata, rappresentata dalle giornate lavorative assicurate dall’Azienda Forestale Regionale, un’aliquota è alla ricerca del posto fisso, pochi altri soggetti costituiscono la manodopera giornaliera nel precariato agricolo locale e il resto è adibito ad altri lavori.

      Chi ha la vigna si limita in proprio ai soli ed essenziali lavori culturali, trattenendo il vino prodotto, oppure l’olio se trattasi di olive, solo per il fabbisogno familiare e la consegna dell’eccedente ad Aziende esterne di settore, nella maggior parte dei casi estranee al territorio e quindi al circuito economico locale, ma molto efficienti nel comprare il prodotto e addirittura anche i vigneti. Infatti, in un arco temporale che si può quantificare in qualche decennio,  una grossa percentuale di proprietari agricoli randazzesi, prima vendeva il vino come prodotto     finito, poi, in modo da ridurre il lavoro, vendeva il mosto e l’uva e infine ha venduto persino i vigneti. Oggi compra il vino dalle stesse aziende alle quali ha venduto i vigneti.

      Questo fenomeno sta riportando questo comprensorio ad un massiccio accorpamento territoriale e al ritorno ai grossi latifondi, una volta di proprietà dei baroni locali e adesso delle grosse aziende vinicole siciliane e del nord Italia, completamente estranee a questo territorio etneo, che certo assicurano un tantino di guadagno e occupazione a qualche maestranza lavorativa,  ma causano la perdita del presidio sul territorio e  delle memorie storiche agricole dei nostri avi che sono passati prima di noi su queste terre.

       

      [2] Le aree protette, sono aree geograficamente definite, individuate, istituite e gestite attraverso strumenti legali o altri mezzi riconosciuti per raggiungere obiettivi specifici di conservazione e mantenimento della biodiversità, delle  risorse naturali e di quelle culturali associate, attraverso norme legislative mirate  alla loro tutela e salvaguardia. Con tali provvedimenti legislativi, la Regione Siciliana, nell’ambito delle proprie competenze e nel perseguimento dell’obiettivo dello sviluppo sostenibile attraverso la tutela del territorio e delle risorse naturali, detta principi e norme per la formazione e la gestione del sistema regionale delle Aree protette e dei siti della Rete natura 2000 con le seguenti finalità: conservare, tutelare, ripristinare e incrementare gli ecosistemi, gli habitat, i paesaggi naturali e seminaturali; promuovere la padronanza e la fruizione conservativa dell’ambiente naturale, sia biotico che abiotico, e del paesaggio; conservare e valorizzare i luoghi, le identità storico-culturali delle popolazioni locali ed i loro prodotti tipici; incentivare e garantire un adeguato sviluppo economico sostenibile delle aree protette.    

       

        

       

       

       

       

       

       

       

       

       

       

       

       

       

CHARLES MUSARRA

Il meglio di due mondi

Charles Musarra

Avendo vissuto metà della mia vita in due paesi culturalmente differenti ancora oggi non so quale dei due preferire, giacché amo vivere in entrambi, che sia per lavoro o per vacanza. Randazzo, il paese dei Cavalieri, che mi ha dato i natali, e Perth, la città delle luci, che mi ha adottato.
Entrambi gli appellativi, furono assegnati da persone 
importanti.  
Randazzo lo ricevette dall’Imperatore Carlo V nel 1535 che, dopo un caloroso benvenuto da parte dei cittadini, li nominò Cavalieri “ESTE TODOS CABALLEROS”;
 Perth nel 1962 durante il viaggio attorno al globo sulla navicella FRIENDSHIP 7, l’astronauta John Glenn la definì  “CITY OF LIGHTS”  ammirando tutte le luci lasciate accese dai cittadini.
     Nato a Randazzo nel 1941 da Gioacchino (1913/1991) e da Raffaella Musarra (1914/2013)  e arrivato a Perth nel 1950 all’età di nove anni, dove inizialmente frequentai St. Brigid Primary School, in seguito la Mary’s Mount Boys College a Kalamanda, in seguito al CBC Terrace Perth e in seguito rinominato Trinity College, infine frequentai l’UWA (Università del Western Australia) laureandomi nel 1964  in  Architettura.
Dopo la laurea viaggiai tra l’Europa e il Sud America e una volta ritornato a Perth vi rimasi fino al 1982, anno in cui mi trasferii definitivamente in Sicilia.

Anche se nel tempo diventai un vero “OKKER” (un autentico Australiano), non abbandonai mai le mie tradizioni siciliane.
Dal 1964 i miei genitori, le mie sorelle Maria, Renata e il mio fratellino Davide (che vivono tuttora a Perth) , cominciarono a viaggiare diverse volte per l’Italia portando con sé un ricco bagaglio di fotografie e filmini. A mio avviso, era un mezzo con il quale mio padre non voleva farmi dimenticare le mie origini, poiché a quel tempo, oltre

Perth – Australia

a giocare a football, con le “AUSSIE RULES” (football Australiano), stavo per terminare i miei studi in architettura e di conseguenza mi era difficile viaggiare.
Il destino volle che nel 1968 mi infortunassi il ginocchio forzandomi a restare fuori dal campionato di football e fu così che nel 1969 decisi di andare all’estero per la prima volta.
Ritornato a Randazzo, fui sopraffatto dalla numerosa presenza di monumenti, dalla parziale presenza delle mura di cinta, porte, torri e qualche edificio millenario. Cosa fondamentale da ricordare è che circa il 75% del paese fu distrutto dai bombardamenti durante la seconda guerra mondiale.

Mentre mi trovavo a Randazzo, mi interessai alla sua archeologia, alla sua storia, ai suoi monumenti, tradizioni e feste popolari. 
La lontananza da casa era presente in me, tanto che dopo un anno circa, tornai a Perth dove lavorai come architetto sino al marzo del 1972.
Negli anni compresi che i miei genitori avevano ragione quando 
mi dicevano che studiare architettura e monumenti sui libri era una cosa, ma viverla era tutt’altro e naturalmente avevano ragione.
Nel marzo del 1972, andai in Sud America per sei mesi e in seguito proseguii il mio viaggio verso la Sicilia.
Arrivato a Randazzo, fui coinvolto nel ritrovamento di un  “PITHOS” (vaso in terracotta), un reperto archeologico risalente all’età del bronzo quindi tra il X e il XII secolo avanti Cristo, anche se la Soprintendenza delle Belle Arti ritiene che sia almeno del XX secolo avanti Cristo.

Attualmente il PITHOS si trova nel Museo Archeologico Paolo Vagliasindi di Randazzo 

 

 

Durante il mio soggiorno a Randazzo fui molto incuriosito dal famoso carro allegorico “ a VARA ” e a tal proposito nel 1973 mi interessai al suo recupero, 
poiché ormai in stato fatiscente e fermo da diversi anni.
Dopo aver ottenuto il consenso dal Sindaco, iniziai i lavori di recupero nel Maggio del 1973  con l’aiuto del Sig. Arturo Bordonaro e Pippo Spitaleri. L’esistente Vara fu completamente smembrata e fu decorata con disegni nuovi.
Il 15 agosto 1973 la festa della Vara fu finalmente realizzata dopo un lungo periodo di fermo.

Nel 1974 mi sposai con Tina Spidalieri ed abbiamo tre figli: Demis (1975), Danilo (1982) e Raffaella (1988)  e nell’ottobre dello stesso anno tornai con mia moglie a Perth, dove abitammo sino al 1982.
Nel 1976 presi la mia seconda laurea in Ingegneria Strutturale

AI mio rientro definitivo in Italia, il Sindaco mi incaricò nuovamente di occuparmi della realizzazione e cura delle decorazioni della Vara.
Il nuovo carro allegorico fu snellito nelle decorazioni grazie all’impiego di materiali nuovi, come ad esempio la brillantina di vetro che fu sostituita con quella sintetica, tutt’ora in uso. Questa volta la realizzazione della VARA fu resa possibile grazie all’aiuto di  Vincenzino Rotella e Roberto Furnari.

Una volta stabilitomi definitivamente in Sicilia, mi impegnai a trovare un buon lavoro, ed ecco nuovamente il destino farsi avanti, infatti, iniziai a lavorare come architetto per la NATO a Sigonella. Il lavoro era fenomenale, poiché tutti i documenti, la progettazione, specifiche tecniche e contratti amministrativi dovevano essere redatti in inglese.

 

Tutte le mattine, lasciavo la cittadina medievale per recarmi al lavoro dove c’erano le zone residenziali con prati, larghe strade, centri commerciali e aree ricreative, simili alla cara Perth.
La sera rientrando a Randazzo potevo dire, in un certo senso, che in un giorno mi godevo il meglio di due mondi. 
La mia carriera lavorativa si è conclusa nel 2008. 
Nei successivi anni, con estremo piacere, ritornammo a Perth diverse volte, ammirando la sua magnifica area metropolitana, i suoi estesi e rigogliosi parchi e non da meno il suo stile di vita.
A Randazzo, invece, mi godevo la vita tranquilla, le sue feste,le sue tradizioni e il vociare tipico della popolazione. 

Alcune opere architettoniche ed artistiche di Charles 






 

Concludo dicendo: è  di fondamentale importanza mantenere vivi gli aspetti più significativi delle nostre origini attraverso le tradizioni dei nostri antenati trasmettendole ai nostri figli, affinché possa esserci un futuro per la nostra cara Randazzo.
   Charles Musarra
 

 

Oratorio Salesiano – Campionati di Calcio

Galleria Fotografica dei Campionati di Calcio.




Portaro Antonino

 

 

Antonino Portaro

  Antonino Portaro, nato a Malvagna (Messina ), risiede a Roma.
Funzionario Dirigente del Ministero Economia e Finanze, per il quale ha svolto anche incarichi di Revisore dei conti presso Enti Pubblici; attualmente, svolge  funzioni di Giudice tributario.
Laureato in Economia  e  Commercio presso l’Università di Catania, ha conseguito la seconda laurea in lettere, con indirizzo (Storia dell’arte e Archeologia) presso l’Università “ La Sapienza” di Roma.
Ha le seguenti specializzazioni:
a) Abilitazione all’esercizio della professione di Dottore Commercialista;
b) Abilitazione all’insegnamento di discipline tecniche commerciali e aziendali;
c) Abilitazione all’insegnamento di discipline giuridiche ed economiche;
d)Abilitazione all’insegnamento di geografia economica;
e) Abilitazione di Guida turistica e Accompagnatore turistico per  Roma e Provincia.
Onorificenze:
Commendatore al Merito della Repubblica Italiana, iscritto nell’Elenco di Commendatori Naz.n 175512 Serie I; Cavaliere dell’Ordine al merito della Repubblica Italiana;
Cavaliere di Malta dell’Ordine di S. Giovanni di Gerusalemme;
Presidente dell’Associazione cultura A.R.C.A. di Roma e dell’Ass.Cult.” Cuba bizantina”di Malvagna.
Fa, inoltre, parte della Galleria d’Arte “ Il Leone” di Roma in cui svolge attività di critico d’arte per le mostre di pittura e scultura e conferenze culturali.
E’ componente, anche, di altre Associazioni culturali come l’Accademia “ Dante Alighieri” di Roma ; Accademia dei Lincei di Roma, nonché dell’Accademia internazionale “ Il Convivio” di Castiglione di Sicilia.

Volumi editi:
– Malvagna Storia, arte e tradizioni di un paese siciliano” Vincenzo Ursini Editore- Catanzaro  -1986.
– Mandorli in fiore “ poesie in vernacolo siciliano Vincenzo Ursini Editore– Catanzaro – 1988 .
-Manuale pratico controllo conti giudiziali nelle Ragionerie Regionale e Provinciali dello Stato, Vicenzo Ursini Editore, Catanzaro, 1995 ( Recensito dal Ragioniere Generale Dott. Andrea Monorchio.
– La Moschea di Roma, Vincenzo Ursini Editore – Catanzaro-1996.
-Malvagna e i paesi della valle dell’Alcantara ( Storia, Arte e Tradizioni) Vincenzo Ursini Editore – Catanzaro -1999.
– La Cuba ( Trichora bizantina) di  Malvagna, Vincenzo Ursini  Editore – Catanzaro 2006.
-Malvagna ieri e oggi- Immagini a confronto. Un suggestivo viaggio a ritroso nel tempo attraverso le foto d’epoca. Vincenzo Ursini  Editore – Catanzaro 2010.
-Randazzo ieri e oggi– Immagini a confronto. Un suggestivo viaggio a ritroso nel tempo attraverso le foto d’epoca.   Euroselect – Roma  2014.
-Taormina  ieri e oggi- Immagini a confronto. Un suggestivo viaggio a ritroso nel tempo attraverso le foto d’epoca.  Edizioni Convivio – Castiglione di Sicilia ( Catania) 2016.
 – Gli Antichi vicoli medievali di Randazzo. 
 –
Composizioni in vernacolo siciliano : ” A li Fimmini ” e “Lu veru amicu “.

Altre pubblicazioni interne al Ministero dell’economia e finanze hanno riguardato:
– 
Il controllo di gestione; 
– L’Equo indennizzo del personale civile e militare dello Stato;
– Il Controllo successivo degli Uffici centrali del Bilancio della Ragioneria Generale dello Stato. – Il controllo interno nella Pubblica Amministrazione.

Come poeta in lingua e dialetto, ha partecipato a numerosi concorsi letterari ottenendo importanti riconoscimenti, tra i quali:
 – Premio Città di Valletta a Malta ;Premio Città a Catanzaro; – 
 – Premio Nino Martoglio a Catania ;
 – Gran Premio Città di Roma;
 –  Premio Internazionale San Valentino a Terni;
 –  Premio Donna” a Roma;
 –  Premio “Otima” di Milano” a Milano . 
 –  Premio Jacopone da Todi a Todi ( Perugia).

E’ presente in molte Antologie ed è stato citato e recensito da importanti quotidiani e riviste:
La Gazzetta del Sud di Messina;  l Corriere di Roma;  Il Tempo di Roma;  Il Giornale di Sicilia di Palermo ;  L’Avvenire; Times di La Valletta ( Malta);
Il Convivio. Gazzettino on line.;  Voce romana.

 

Antonino Portaro  “apre”  la Cuba di Malvagna.

 

Grazie all’interessamento ed all’impegno del funzionario ministeriale, nonché poliedrico intellettuale, la piccola cappella bizantina comincia a divenire meta di flussi turistici da tutt’Italia

     Grazie alla presenza in una sua contrada rurale della cappella bizantina denominata “Cuba”, il Comune di Malvagna è da diversi mesi meta di flussi turistici provenienti da tutt’Italia.
A fare da “cicerone” è Antonino Portaro, un benemerito cittadino malvagnese residente a Roma per lavoro (è funzionario presso i Ministeri dell’Economia e della Difesa), ma che non ha mai rescisso il cordone ombelicale col paese natio, cui rivolge i suoi molteplici interessi culturali (negli ultimi anni, pur senza trascurare la sua principale attività burocratica.
Portaro ha conseguito la laurea in Archeologia Cristiana, l’abilitazione all’insegnamento della Geografia e la qualifica di guida turistica; è, inoltre, autore di pregevoli pubblicazioni sulla storia, le tradizioni ed i beni monumentali della sua Malvagna)
.

     Della Cuba di Malvagna e del terreno su cui essa insiste Antonino Portaro è il proprietario; da qui il suo impegno nel tentare di valorizzare il monumento sopperendo al disinteresse delle pubbliche istituzioni.
     «In questi mesi – sottolinea – diversi pullman provenienti sia dalla Capitale che da altre città si sono recati alla volta del mio paese; i passeggeri erano turisti di un certo livello intellettuale incuriositi dalla Cuba malvagnese, un monumento unico nel suo genere perché, a differenza degli altri analoghi esistenti in Sicilia, è ben conservata e non è ubicata in edifici sotterranei».
     Da un’apposita monografia data alle stampe tre anni fa da Antonino Portaro per i tipi della “Ursini” di Catanzaro, si apprende che la Cuba di Malvagna risale al VII secolo dopo Cristo, quando i bizantini occupavano la Sicilia. Tale particolare periodo storico si caratterizzò per la disgregazione dei grossi centri urbani che portò alla formazione di comunità periferiche, tra cui quella che si stanziò nelle contrade su cui insiste l’odierna Malvagna.
Ecco, allora, il sorgere in loco di edifici sacri, come le Cube, ulteriormente necessitate dal “furore iconoclasta” che pervadeva le città: nell’VIII secolo d.C. venne vietato il culto delle immagini sacre e, di conseguenza, a monaci ed artisti non rimaneva che esprimere la propria spiritualità ed il proprio estro proprio in quelle piccole e semplici cappelle dislocate nelle campagne.
La denominazione “Cuba”, tuttavia, non appartiene al periodo bizantino bensì a quello successivo della dominazione araba, e trae origine dal termine “kupa”, ossia la cupola (piuttosto appiattita) che connota questi edifici a pianta quadrata.
     In Sicilia (soprattutto nel Siracusano) e nelle campagne della Valle dell’Alcantara (in particolare tra Castiglione e Randazzo) di Cube ve ne sono parecchie, ma quella di Malvagna è, sicuramente, la meglio conservata; merito, soprattutto, di un intervento di consolidamento effettuato nel 1997 dalla Soprintendenza ai Beni Culturali ed Ambientali di Messina.
     «Adesso – fa osservare Antonino Portaro – ne servirebbe uno di restauro conservativo, ma le pubbliche istituzioni sono sempre lente ad intervenire.
Per quanto mi riguarda, sono un privato cittadino ben felice di offrire alla pubblica fruizione un bene culturale quale la Cuba di Malvagna, anche se ritengo che quel che faccio io dovrebbero farlo gli enti pubblici. Ebbene: da un’Amministrazione Comunale malvagnese precedente all’attuale ricevetti, alcuni anni fa, una proposta d’acquisto di tale immobile che però, per problemi presumibilmente politici, non venne mai formalizzata; ed anche una richiesta di convenzione da parte dell’Ente Parco Fluviale dell’Alcantara è rimasta lettera morta.
Ed allora, visto l’andazzo, meglio che questi ruderi continuino ad appartenere a privati cittadini: uno come me ha la consapevolezza della loro rilevanza storico-culturale e, nelle epoche passate, i vecchi contadini ne hanno garantito la conservazione utilizzandoli come casolari.
Basta, del resto, considerare quanto accaduto proprio qui a Malvagna con il pregevole Convento dei Frati Minori: venne acquistato dal Comune a suon di quattrini, ma continua a versare nel degrado più totale…
».
     Tornando alla Cuba, al danno si sarebbe aggiunta – come suol dirsi – la beffa: in occasione del suo recente soggiorno estivo siciliano, Antonino Portaro non ha potuto fare a meno di manifestare il proprio disappunto per quanto riportato proprio dal sito internet del Comune di Malvagna (www.tuttomalvagna.it).

     «In quelle pagine web – dichiara indignato il professor Portaro – si legge che “… in un terreno di proprietà privata recintato, la Cuba continua a rimanere abbandonata a se stessa e chiusa alla pubblica fruizione”: non è affatto vero! A mie spese, senza alcun contributo da parte del Comune di Malvagna né di altri enti, ho realizzato una stradella di accesso alla zona della Cuba, ho fatto produrre ed installare la segnaletica che conduce al monumento (inserendoci anche il mio numero di cellulare onde poter prenotare le visite da concordare, in mia assenza, con una famiglia del posto) ed ho scritto e pubblicato un opuscolo turistico-divulgativo al riguardo; ed oggi mi prodigo, con eccellenti risultati e senza far pagare alcunché, a portare lì visitatori da tutt’Italia che, assentandomi da Roma, accompagno direttamente sul luogo.
Ma mi risulta che pure gente di Malvagna e del comprensorio dell’Alcantara, nonché scolaresche, hanno libero accesso alla Cuba. E se quel terreno è stato recintato, lo si è fatto per salvaguardare il monumento.
Se il Comune o chi per esso –
conclude Antonino Portaro con una punta di polemica – ritiene di poter far di meglio (ma ho i miei dubbi…), si cominci a vagliare seriamente la possibilità di acquistare la Cuba o di prenderla in gestione perché, sino a prova contraria, attualmente sono io il legittimo proprietario di questo edificio».
     www.malvagnacubabiza.altervista.org

     RODOLFO AMODEO

 

Il Comune etneo è il protagonista dell’ultima fatica editoriale del poliedrico intellettuale di Malvagna il quale, così come fece quattro anni fa con riferimento al suo paese d’origine, propone un significativo e gradevole viaggio per immagini sulle mutazioni avvenute nel pregevolissimo centro urbano della cittadina medievale

In occasione delle ferie estive, il poliedrico intellettuale Antonino Portaro non fa quasi mai ritorno nella sua Sicilia “a mani vuote”, ossia senza un “regalo” per la terra che gli ha dato i natali, esattamente sessantanove anni fa nel paesino di Malvagna.
Così, in quest’estate 2014, il benemerito cittadino malvagnese prima di lasciare la Capitale, dove risiede, ha messo in valigia la sua nuova pubblicazione “Randazzo ieri e oggi”, edita dall’associazione culturale “Cuba Bizantina” ed incentrata su un dovizioso confronto fotografico tra il passato ed il presente della cittadina medievale dell’alta Valle dell’Alcantara. 

In pratica, nelle circa duecento pagine che compongono l’accattivante volume, l’autore descrive la storia e le caratteristiche dei numerosi e pregevoli beni monumentali ed architettonici presenti nel centro storico randazzese, affiancando al testo una foto d’epoca ed una attuale del soggetto (chiesa, palazzo nobiliare, vicolo o stradina caratteristica, ecc.) di cui trattasi.
La stesso tipo di originale ed apprezzata operazione editoriale era stato posto in essere da Portaro quattro anni fa con una pubblicazione analoga dedicata al suo paese natio (“Malvagna ieri e oggi”); adesso, dunque, è toccato a Randazzo il “privilegio” di questo confronto iconografico tra passato e presente, preziosa testimonianza dell’evoluzione (o a volte, purtroppo, “involuzione”…) dei tempi e dei costumi.
Randazzo, comunque, è di per sé una città d’arte e, ad onor del vero, i suoi abitanti e coloro che si sono trovati ad amministrarla nel corso delle varie epoche hanno avuto la capacità ed il merito di preservare i suoi tanti beni monumentali, consentendo a questo Comune etneo di mostrare a tutt’oggi la sua aura d’antichità ed il suo glorioso passato.
Lo stesso, invece, non è avvenuto in tanti altri paesi siciliani (e della Valle dell’Alcantara in particolare), dove l’“antico” è stato troppo frettolosamente liquidato per “vecchio” e sostituito con manufatti amorfi, se non anche antiestetici, facendo perdere ai luoghi la propria storia e la propria identità.
Anche con riferimento a Randazzo, comunque, vi è sempre una qualche differenza tra una foto scattata in un determinato luogo un secolo fa ed una scattata oggi nel medesimo luogo: la chiesa, il monumento o l’edificio storico sono magari rimasti di per sé “incontaminati”, mentre qualcosa è cambiato sullo “sfondo”, a causa, ad esempio, dei nuovi insediamenti urbani che hanno occultato i retrostanti angoli di natura.
E’ quindi pur sempre interessante e suggestivo questo “viaggio nel tempo” proposto da Nino Portaro, particolarmente coinvolgente per la popolazione randazzese, ma anche, più in generale, per tutti i cultori della storia e delle tradizioni della Valle dell’Alcantara.
Nel volume in questione, inoltre, l’autore ha dedicato due capitoli d’appendice anche ai contigui Comuni di Santa Domenica Vittoria e Malvagna (quello sul paese natio, in particolare, è una sintesi del sopra accennato volume dato alle stampe da Portaro nel 2010, integrata con qualche immagine più recente).
La nuova fatica editoriale di Antonino Portaro non poteva che essere ufficialmente tenuta a battesimo nel Comune di cui tratta, ossia Randazzo, dove alcune sere addietro la locale sezione dell’associazione “Unitre” le ha dedicato un’apposita conferenza che, oltre a quello dell’autore, ha registrato gli interventi di Concetta Sgroi e Maria Trimi, rispettivamente presidente e segretaria dell’associazione ospitante.
Ma anche il Comune di Malvagna ha ritenuto doveroso riservare una serata al recente scritto di questo suo figlio illustre, dirigente del Ministero dell’Economia e laureato sia in Economia e Commercio che in Storia dell’Arte ed Archeologia, il quale, nonostante risieda stabilmente a Roma, si è sempre prodigato per valorizzare l’amato paesino d’origine, non solo con i suoi scritti (parecchi dei quali gli hanno meritato prestigiosi riconoscimenti nazionali), ma anche tramite lodevoli iniziative di richiamo turistico, come l’apertura al pubblico della caratteristica Cuba bizantina, ricadente in un terreno di sua proprietà, e l’allestimento di un ricco “Museo Etnografico della Civiltà Contadina e delle Tradizioni Popolari” al piano terra della sua abitazione di famiglia. Così, qualche sera fa, “Randazzo ieri e oggi” è stato presentato pure a Malvagna, alla presenza, tra gli altri, del parroco Daniele Torrisi, del sindaco Rita Mungiovino e del docente di Lettere Angelo Manitta, presidente dell’Accademia Internazionale “Il Convivio”. 

Rodolfo Amodeo   

FOTO:Portaro con il suo nuovo libro ed alcuni momenti delle presentazioni del volume tenutesi a Randazzo e Malvagna (oltre all’autore, nelle immagini appaiono anche il primo cittadino malvagnese Rita Mungiovino, il sacerdote Daniele Torrisi ed il prof. Angelo Manitta.

 

 

“Malvagna ieri e oggi”: il confronto fotografico di Antonino Portaro

Un’interessante e gradevole pubblicazione con cui il poliedrico studioso e scrittore mette a raffronto il passato ed il presente del piccolo centro attraverso centinaia di immagini di luoghi, personaggi ed eventi “da non dimenticare”

     Ennesimo “atto d’amore” del poliedrico intellettuale Antonino Portaro verso la “sua” Malvagna, il paesino della Valle dell’Alcantara che gli ha dato i natali sessantacinque anni fa, ma del quale continua a conservare e divulgare la memoria storica malgrado risieda a Roma per lavoro (Portaro è funzionario dirigente del Ministero dell’Economia e Finanze, ndr).
     E’ delle scorse settimane l’uscita della gradevole pubblicazione “Malvagna ieri e oggi – Immagini a confronto”, un corposo volume fotografico, edito per i tipi della “Ursini” di Catanzaro, nelle cui oltre duecento pagine Nino Portaro ha fatto confluire ben centonovantacinque scatti ritraenti angoli, panorami, monumenti e tradizioni popolari del Comune malvagnese realizzati dai primi anni del secolo scorso sino ad oggi e che l’autore ha tratto sia dal suo archivio personale e sia dal materiale messogli a disposizione dai concittadini più anziani e dagli eredi di questi ultimi.
Ne è scaturito un vero e proprio “album fotografico dei ricordi”, all’insegna di un sapiente “mix” di bianco e nero e colore, che non può non appassionare tutti gli abitanti del piccolo centro i quali, sfogliando quelle pagine, vengono “magicamente” catapultati in un suggestivo “viaggio” a ritroso nel tempo da cui riaffiorano luoghi e volti che è giusto, se non doveroso, non dimenticare.

     «I processi di cambiamento – spiega Nino Portaro a commento di quest’ultima sua fatica editoriale – sono, purtroppo, ineluttabili: tutto ciò che vive cambia, ed il cambiamento può avvenire in maniera graduale e quasi impercettibile, oppure in modo traumatico.
Sta di fatto che la trasformazione di una comunità comporta inevitabilmente la sottrazione alla memoria di immagini legate alle proprie dirette esperienze di vita. Orbene: questa mia pubblicazione, all’insegna di “confronti fotografici”, non vuol promuovere “requisitorie” né inutili condanne, ma andando oltre la fisiologica tendenza alla curiosità popolare ed alla nostalgia del passato, intende dare un contributo al riconoscimento degli errori che dovevano essere evitati allo scopo di non reiterarli e, ove possibile, “salvare il salvabile”
».
     Ed, in effetti, scorrendo le foto e le relative sintetiche didascalie di “Malvagna ieri e oggi” trapela l’amarezza per la perdita di beni monumentali di un certo pregio e dal notevole significato storico-religioso nonché sociale, quali il Castello dei Lanza (distrutto per far posto all’attuale municipio), il campanile annesso a quest’ultimo ed alla contigua Chiesa di Sant’Anna (demolito nel 1990) e le caratteristiche antiche abitazioni rurali, sostituite da amorfe case in cemento, sicuramente più funzionali ed al passo coi tempi, ma spesso anche antiestetiche essendosi innestate in un contesto paesistico che avrebbe meritato interventi costruttivi meno invasivi, con un impiego più sapiente dei colori delle facciate e limiti alle sopraelevazioni indiscriminate.
     Ma, fortunatamente, proprio questa pubblicazione di Portaro consente ai malvagnesi e, più in generale, a tutti gli studiosi e semplici cultori di storia della Valle dell’Alcantara di conservare l’immagine di quella “Malvagna che non c’è più” e che oggi, se adeguatamente preservata (facendo, ad esempio, rimanere “incontaminati” alcuni suoi quartieri, così come si è saggiamente fatto in tantissime località del Nord e del Centro Italia), avrebbe potuto costituire una meta turistica, dando concreta realizzazione ai “sogni” dei tanti amministratori ed imprenditori dell’entroterra alcantariano che (come si evince dai continui “proclami” di questi ultimi nei convegni e sui giornali…) aspirano a “rubare” ospiti e visitatori alle “blasonate” Taormina e Giardini Naxos.
     Non tutti i mutamenti, comunque, vengono per… nuocere: Portaro si compiace, ad esempio, di quelli che hanno riguardato la Chiesa di Sant’Anna, il cui arredo interno nonché i simulacri del Crocifisso, della titolare dell’edificio sacro e della Madonna del Carmine sono assurti a nuovo splendore, grazie alle innovazioni ed ai restauri voluti, in particolare, dall’attuale giovane parroco Don Daniele Torrisi.
     Ma, al di là degli spunti di riflessione che l’autore vuole stimolare, “Malvagna ieri e oggi” assolve anche ad una più “effimera” funzione “ricreativa”, ossia la possibilità per il fruitore (nella fattispecie il malvagnese “doc”) di abbandonarsi ai nostalgici “amarcord” del passato, ritrovando in quelle pagine luoghi e personaggi della propria infanzia: un’intera sezione del volume è, addirittura, dedicata alle classiche foto ricordo delle scolaresche locali in posa con i loro “mitici” insegnanti; e poi i momenti più “esaltanti” della vita paesana, come la posa della prima pietra della Casa Comunale (1927), le originarie edizioni della “colossale” Sacra Rappresentazione vivente della Passione di Cristo, le varie processioni della Patrona Sant’Anna e le visite che eminenti politici nazionali del Dopoguerra (Stagno D’Alcontres, Eros Cuzari, Carmelo Santalco, Corrado Terranova, Modesto Sardo, ecc.) effettuarono nel piccolo centro in occasione di cerimonie inaugurali ed eventi vari.
     Nell’ultima sezione del volume Nino Portaro ha raccolto anche immagini e notizie relative al limitrofo Comune di Mojo Alcantara, «in quanto – tiene a precisare l’autore – i due paesi sono strettamente legati da fattori affettivi ed economici derivanti dalla loro storia comune, visto che durante il periodo fascista costituivano un’unica municipalità denominata “Lanza”».
     E’ auspicabile che ogni cultore di storia patria segua l’esempio di Antonino Portaro producendo per il proprio Comune un’opera simile a “Malvagna ieri e oggi” onde non smarrire l’identità dei luoghi e delle rispettive comunità.
     Lo storico e scrittore malvagnese ha, altresì, avuto il grande merito di elaborare un prodotto editoriale che, grazie al poco scritto ed all’abbondanza di immagini, riesce a divulgare la storia di un territorio anche presso chi (vuoi per mancanza di tempo, vuoi per formazione ed indole personale) è poco avvezzo alla lettura.
     Il prezioso documento è stato ufficialmente presentato alcune sere addietro a Malvagna nella Chiesa di S. Anna in un’apposita conferenza, moderata da Cettina Portaro, cui, oltre all’Autore, sono intervenuti il sindaco Rita Mungiovino, il parroco Daniele Torrisi, la giornalista Enza Conti ed il prof. ngelo Manitta, fondatore e presidente dell’Accademia Internazionale “Il Convivio”.

     RODOLFO AMODEO 

 

Randazzo: a passeggio nel Medioevo guidati da Antonino Portaro

 

Lo studioso originario di Malvagna ha presentato al Museo dell’Opera dei Pupi il suo volume dedicato al tessuto urbano della cittadina etnea, virtuoso esempio di conservazione della memoria storica, che altrove, invece, è stata “cancellata” da deprecabili nuove scelte costruttive.

In occasione delle ferie estive, il poliedrico intellettuale Antonino Portaro non fa quasi mai ritorno nella sua Sicilia “a mani vuote”, ossia senza un “regalo” per la terra che gli ha dato i natali, esattamente nel paesino di Malvagna, in provincia di Messina.
Così, in quest’estate 2018, il benemerito cittadino malvagnese prima di lasciare la Capitale, dove risiede, ha messo in valigia la sua nuova pubblicazione:
“Gli antichi vicoli medievali di Randazzo”, edita dalla “Tipolitografica Roma” ed incentrata su di un suggestivo viaggio a ritroso nel tempo nei quartieri della cittadina etnea, che ha avuto il merito di conservare il proprio tessuto urbano originario senza, come è avvenuto altrove, snaturarlo o addirittura “cancellarlo” del tutto con discutibili e spesso antiestetiche nuove costruzioni.

 

Il volume, ufficialmente presentato dall’autore alcune sere addietro nel salone del Museo dell’Opera dei Pupi di Randazzo, è corredato di numerose foto a colori e d’epoca che lo rendono di gradevole fruizione.
Alcuni anni addietro Antonino Portaro si era già occupato del centro urbano randazzese con il volume “Randazzo ieri ed oggi” che, così come quelli da lui dedicati a Malvagna e Taormina, costituiva un confronto fotografico tra il passato ed il presente della cittadina. E già da quella pubblicazione si evinceva l’eccellente stato di conservazione che la comunità randazzese aveva garantito, nel corso dei secoli, al proprio tessuto medievale.
Antonino Portaro durante la presentazione del suo nuovo volume su Randazzo al Museo dell’Opera dei Pupi, come spiega lo stesso autore, «ho ritenuto doveroso produrre una ancor più specifica pubblicazione sull’argomento in quanto Randazzo deve il suo fascino alla sensibilità dei suoi abitanti e degli amministratori locali verso la propria storia ed il proprio passato. E’ sicuramente da elogiare la cura che ha sempre avuto questa città per la conservazione dell’antico, che oggi le nuove generazioni possono osservare. Qui sono dunque state evitate rovinose trasformazioni urbane, pensando bene di indirizzare l’espansione territoriale fuori dalle mura civiche. Randazzo, pertanto, conserva ancora il proprio aspetto medievale quasi intatto, che possiamo ammirare nel reticolo stradale, nella tessitura fitta dei quartieri di San Martino e San Nicola ed in parecchie unità abitative. Questo mio lavoro comunque – conclude con modestia Antonino Portaro – non ha alcuna pretesa scientifica, ma vuole solo essere di ausilio al turista, che può avvalersene come guida in grado di suscitare in lui emozioni che possano gratificare la sua esperienza di viaggio».
Nell’introduzione a “Gli antichi vicoli medievali di Randazzo”, a Portaro piace citare il grande architetto tedesco Walter Leopold che in un suo studio condotto nel 1913 in occasione di un suo viaggio in Sicilia scriveva che
            «la roccia nera di basalto lavico su cui Randazzo è stata costruita scende a strapiombo verso il fiume Alcantara, che scorre proprio sotto le sue mura. Sono da apprezzare le caratteristiche paesaggistiche particolari di un centro storico incastonato sui declivi dell’imponente vulcano Etna. Estremamente interessanti sono la Chiesa di Santa Maria e la torre di San Martino».

Oltre all’introduzione di Antonino Portaro, la parte iniziale del volume contiene anche le recensioni di autorevoli personalità della cultura e del giornalismo di rango nazionale.

Per il prof. Fabio Bogi, in particolare, «saccheggi, pestilenze, rivolte ed eventi bellici hanno messo a dura prova nel tempo la bellezza ed il patrimonio di Randazzo, che ha pur tuttavia saputo conservare l’impronta delle sue origini medievali».

Per il giornalista Carlo Franciosa «gli elementi urbanistici approfonditamente analizzati da Portaro costituiscono la “voce narrante” di Randazzo, che ci parla di muri, porte, archi, intagli di pietra lavica, architetture civili e religiose, venuti da secoli di arte gloriosa».

Per l’artista Ginco Portacci «questo libro mette in risalto una medievalità che esaspera nelle correnti catalane gli accenti gotici, con l’arricciatura degli ornati fiammeggianti, con losanghe e fioroni al cumine di archi appuntiti ed inflessi, dalle ghiere moltiplicate e complicate di cordoni a treccia e di dentature sottili».

Per l’insegnante Ida Doina Busuioc «il suggestivo scenario descritto da Portaro ci indica lo splendore di una città siciliana del Trecento, sede di Re e Regine, testimoni di un’arte medievale che risente degli influssi di vari stili, correlati alle diverse dominazioni succedutesi nel tempo».

Per il critico d’arte Giuseppina Scotti «ci troviamo in presenza di un testo ben costruito nella sua compositività, particolareggiato e vario al tempo stesso e, soprattutto, attraversato dalla consueta competenza di Antonino Portaro».

Per la giornalista Iwona Grzesiukiewicz, infine, «in queste pagine Antonino Portaro ci regala un viaggio a ritroso nel tempo attraverso i sotterranei della tradizione, conscio che la conoscenza del passato ci aiuta a capire il presente».

Rodolfo Amodeo  –  pubblicato 20 agosto 2018 

 

Spello (Perugia) domenica 30 dicembre 2018

 Premio speciale al libro: GLI ANTICHI VICOLI MEDIEVALI DI RANDAZZO  di Antonino Portaro.

Il premio è stato assegnato nella sede della Pro-loco di Spello, presente il Sindaco dottor Moreno Landrini, nell’ambito della XLII edizione del Concorso Letterario Internazionale premio di Poesia e Narrativa  ” Sesto Properzio “, organizzato dall’Associazione ” Amici dell’Umbria – Agodtino Pensa “.
Patrocinato dalla Regione Umbra, dalla Provincia di Perugia e dal Comune di Spello.
Questo nuovo libro di Antonino Portaro è una storica passeggiata attraverso i vicoli di Randazzo (CT) in cui si incontrano tante costruzioni minori, con datazione a secoli diversi, in un suggestivo scenario in cui vengono descritti i numerosi resti architettonici che ci indicano lo splendore di una città del Trecento, sede di Re e di Regine, testimone di un’arte medievale.
” Gli Antichi Vicoli Medievali di Randazzo ” vuole essere una guida per meglio coinvolgere il visitatore e poter suscitare in lui quelle emozioni che possano gratificare il suo animo.
Questo studio, questa passeggiata tra i vicoli di Randazzo, vuole, inoltre, essere un piccolo contributo, un tassello, nella composizione del disarticolato mosaico storico.
Un viaggio a ritroso nel tempo; un tracciato dentro i sotterranei della tradizione, conscio che la conoscenza del passato ci aiuta a capire il presente.

 

 

 

 

 

 

 

 

FOTO DI GRUPPO

 

In questa pagina sono pubblicate foto datate di gruppo di Randazzesi. Se riconosci qualcuno non già identificato puoi taggarlo.

Se sei  in possesso di foto antiche di Randazzesi o della Città e desidera vederli pubblicati, può inviarli al seguente indirizzo e-mail: info@randazzo.blog

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1-Vincenzo Lo Presti; 2-?;  3-?; 4-?; 5-Gaetano Rasano; 6- Salvatore Sindoni; 7-?; 8-Mario Grasso; 9-Salvatore Agati; 10-?; 11-?;

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1-Nino Spartà; 2-Anselmo Di Stefano; 3-Noberto Liggeri; 4- Antonio Greco; 5-Pippo Dilettoso; 6- Nunzio Galvagno; 7-?; 8-?; 9-Nino Di Silvestro; 10-Francesco Rubbino; 11-Sebastiano Greco; 12- Nino Farina Elio.

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Pippo Greco, Franco Greco, Antonio Greco, Salvatore La Piana, Franco Amato, Irene Crimi, Fernando Salanitri, Francesco Rubbino, Nuccio D’Amico, Albino Rubbino, Franco Vagliasindi, Pino Rizzo, Salvatore D’Amico, Rosario La Rosa, Mario Mancino, Nino Di Silvestro, Renato Macarrone, Mario Rizzo, Arturo Priolo, NinoPetrina, Ernesto Del Campo, Nino Aidala, Nino Spartà,

 
     
     
     
     
     
     
   
   
     
     
     
     
     
 

Nino Petrina, Albino Rubbino, Enzo Allia, Francesco Rubbino, Tonio Longo, Lino Zappalà, Antonio Greco, Nino Farina, Giovanni Salanitri.

 
   
     
     
   
   
   
   
   
     
     
     
     
     
     
     
   

Genovese, Salvatore Patti, Giuseppe Cammarata, Nunzio Romano, Nino……………., Arturo Bordonaro, Giovanni Salanitri. Foto di ARTURO BORDONARO .

 
   

Gianni Paparo, Arturo Bordonaro, Franco Sgroi, Alfredo Pappalardo, Giuseppe Lo Giudice, Franco Lo Presti, Nunzio Cammarata, Salvatore Proietto, Nino Emmanuele. Foto di ARTURO BORDONARO

 
   

Albino Rubbino, Nunzio Galvagno, Nino Fioretto, Salvatore Franco, Marcello Foti, Gigi La Piana,  Antonio Greco, Pippo D’Antonio, Marcello Foti,  Sergio Palermo, Francesco Rubbino, Francesco Lanza, Roberto Bordonaro.

Foto di Francesco Rubbino

 
   

  Gigi La Piana,  Sergio Palermo, Francesco Rubbino, Fernando Salanitri, Nunzio Galvagno, Nino Fioretto, Antonio Greco, Francesco Lanza, Pippo D’Antonio, Vincenzo Franco, Albino Rubbino, Marcello Foti, Salvatore Franco.

Foto di Francesco Rubbino

 
     
     
   

Ragionieri diplomati nel 1966 all’Istituto San Basilio – Randazzo

 
     
   

foto di Vincenzo Rotella.

 
     
     
     
   
     
   

Quarta Elementare 1946/1947. Maestro Ludovico Del Campo. La foto è di Giuseppe Franco datata 6 giugno 1947 – Si riconoscono Giuseppe Franco, Ignazio Sorbello, Nunzio Zappalà, i gemelli Parlavecchio, Nino Tempesta

 
   

La confraternita dell’Annunziata. Foto di Pippo Calà

 
   

foto di Leone Cipriano . Corpo Forestale di Randazzo   21 marzo 1997

 
   

Foto di Carmelo Venezia. Corso di aggiornamento dei falegnami randazzesi 1953

 
   

Foto di Carmelo Venezia (31.05.1952).

 
 

Foto di Carmelo Venezia.

 
   

Foto di Carmelo Venezia

 
   

Foto di Carmelo Venezia.

 
   

Foto di Nunzio Zappalà.

 
   

Foto di Nunzio Zappalà.

 
   

Foto di Nunzio Zappalà.

 
 

Foto di Nunzio Zappalà.

 
   

Foto di Nunzio Zappalà

 
 

Foto di Vincenzo Rotella.

Club Gli Amici – Gita a Lipari Giovanni Gullotto, Nunzio Modica, Emanuele Gullotto, Francesco Rubbino, Nino D’Amico, Franco Salanitri, Zino Zuccarello, Carmelino Luca.

 
     
     
     
     

 

Vigili Urbani (raccolta fotografica)

Comandanti del Corpo di Polizia Municipale.

 

Antonino Farina

Salvatore Munforte

 

Gaetano Cullurà

 





















 

 

Salvatore Lo Coco, Nunzio Spartà

 

 

L’Imperatore Carlo V

 

 «Sul mio impero non tramonta mai il sole»

Carlo V d’Asburgo nacque a Gand, nelle Fiandre, il 24 febbraio 1500, e morì a San Jerónimo de Yuste il 21 settembre 1558.
Carlo V discendeva da alcuni dei casati più illustri della nobiltà europea: infatti, era figlio di Filippo d’Asburgo, detto il Bello (perciò nipote dell’Imperatore Massimiliano d’Asburgo) e di Giovanna detta la Pazza (figlia di Ferdinando d’Aragona e di Isabella di Castiglia).

Nel 1516, dopo la morte di Ferdinando il Cattolico, Carlo (che, alla morte del padre, nel 1506, aveva già ereditato i Paesi Bassi), divenne re dell’ormai unificato Regno di Spagna, che, da un lato, con il possesso del regno di Napoli, della Sicilia, della Sardegna e delle Isole Baleari, già occupava una posizione centrale nel Mediterraneo; dall’altro, con le recenti conquiste sulle sponde del continente americano, si proiettava verso gli oceani, contendendo ai Portoghesi il dominio delle nuove terre.

Recatosi in Spagna, non riuscì, però, ad ottenere il consenso delle Cortes che, convocate, rivendicarono la loro autonomia, negandogli i crediti richiesti. Nel 1519, allorché morì Massimiliano d’Asburgo, si recò in Germania a porre la propria candidatura alla corona imperiale, lasciando come reggente in Castiglia Adriano di Utrecht. Subito divampò la rivolta, detta dei comuneros; Carlo, ritornato nel 1522, ristabilì l’ordine mostrandosi clemente verso i ribelli e limitandosi a giustiziare i capi principali, ma fu questo il primo segno delle contraddizioni fra interessi regionali e politica europea, che tormentarono tutto il suo regno

L’Imperatore Carlo V d’Asburgo.

Intanto, nel 1519, nonostante l’opposizione del re di Francia Francesco I, Carlo, comprando gli elettori grazie al prestito di una forte somma di denaro concessagli dai banchieri tedeschi di Augusta Fugger e Welser, era riuscito a farsi incoronare imperatore ad Aquisgrana, con il nome di Carlo V: il suo potere si estendeva, ora, su un immenso territorio, che, oltre all’Impero, comprendeva i possedimenti borgognoni, i possedimenti dinastici degli Asburgo e la corona spagnola, con le colonie americane, per cui si poteva effettivamente dire che il suo era “un impero su cui non tramontava mai il sole” (secondo le sue stesse parole).

Francesco I, re di Francia, che aveva posto senza successo la propria candidatura, reagì all’accerchiamento territoriale in cui si era venuto a trovare da parte di Carlo V con la guerra. Nel 1521 scese in Italia, rivendicando il ducato di Milano, già conquistato da Luigi XII, e iniziando una lotta che, attraverso quattro fasi, terminò solo nel 1544, con il trattato di Crépy, con cui fu raggiunta la pace sulla base dello “status quo”.

Di fronte ai problemi sollevati dalla Riforma, la posizione di Carlo fu molto prudente per il timore di urtare i principi tedeschi. Alla dieta di Worms (1521), Lutero, che non aveva ritrattato, fu lasciato libero e di fatto non fu perseguitato nemmeno dopo il bando. Alla dieta di Spira (1526) fu sancita la liceità della confessione luterana sino alle decisioni del successivo concilio; e quando, a una seconda dieta di Spira (1529), Carlo, che si era riconciliato con il pontefice, tentò di risolvere la questione con la forza, le reazioni protestanti (lega di Smalcalda e protesta di Augusta, 1530) lo fecero tornare su una posizione conciliatrice.

Si faceva intanto sempre più grave il problema turco: nel 1534 Khair ad-Din, detto il Barbarossa, tolta Tunisi al re berbero Mulay Hasan, se ne serviva come base per le scorrerie dei suoi pirati. Carlo organizzò una spedizione a cui parteciparono tutti gli Stati europei, esclusa Venezia. Tunisi venne restituita a Mulay Hasan e i pirati subirono una dura sconfitta.

Nel 1545 si era aperto il Concilio di Trento e Carlo si era andato convincendo che era ormai possibile risolvere il problema protestante con la forza. Alleatosi con Maurizio di Sassonia, condusse una campagna sul Danubio, a cui Paolo III partecipò con uomini e mezzi e che si risolse con la vittoria di Muhlberg (1547), in cui fu distrutto l’esercito protestante e molti capi vennero fatti prigionieri.
Ma la situazione si capovolse rapidamente e Carlo fu costretto a firmare il trattato di Passavia (1552), con cui vennero liberati i principi protestanti prigionieri e fu ristabilita in Germania la libertà di culto. Una sua frase famosa era: “La ragione di stato non deve opporsi allo stato della ragione”.
Logorato nel fisico e nel morale, essendo ben consapevole di aver visto fallire il proprio disegno di monarchia universale cattolica, Carlo abdicò (1555-56), ritirandosi nel convento spagnolo di Yuste, dopo aver affidato la corona d’Austria al fratello Ferdinando I e la corona di Spagna con tutti i suoi domini al figlio Filippo II. Nel 1558 Ferdinando I assunse il titolo di imperatore del Sacro Romano Impero .

Il 16 ottobre del 1535  Carlo V venne a Randazzo e si fermò per tre giorni nel Palazzo Reale prima di ripartire per Messina.
Su questa visita molto si è scritto, qui vediamo di seguito quello che il Cappuccino padre  Luigi Magro scrisse nel suo “Cenni Storici della Città di Randazzo” : 

Per poter aderire all’opinione dei nostri storici Concittadini che affermano che l’Imperatore si sia fermato tre giorni a Randazzo, sarebbe necessario dare una delucida­zione o fare una correzione: Carlo V° partì da Palermo il giorno 14 e giunse a Polizzi, il giorno 15 giunse a Troina, il giorno 16 giunse a Randazzo fermandosi il 17, 18 e 19; il 19 partì per Taormina  ed il 20 per Messina.

            In questa occasione, avendo trovato cadente per la vetustà l’antico Campanile di S. Nicolò, non approvando che fosse demolito un monumento così pregevole dell’arte antica, attesoché vantava l’epoca di sua costruzione probabilmente sin dall’anno 448, stimò piut­tosto farlo fortificare con grosse catene di ferro, a spese del suo Imperiale Erario, come fu eseguito. Sebbene poi, con pena universale bisognò demolirlo nel secolo XVIII° perché il terremoto dell’11 gennaio 1693 che atterò la Città di Catania, lo aveva reso pericolante.

            Dicono pure i nostri storici Concittadini, nei loro manoscritti che, quando l’Imperatore, dal punto della diruta Chiesa di S. Elia scoprì il nostro Paese, volgendosi ai circostanti, ab­bia detto queste parole: “Come si appella questa Città con tre Torri?” indicando i Campanili delle tre Chiese Parrocchiali; alla quale domanda il Magistrato rispose: “Semprecché la Pa­rola Reale di Vostra Cesarea Maestà non deve andare indietro, è questa la Città di Ran­dazzo dalla Vostra Maestà or ora onorata col Titolo di Città”. Al ché l’Imperatore soggiunse: resta accordato. ( A ricevere l’Imperatore è stato il Magistrato Civico (Sindaco di quei tempi) che si chiamava Francesco Lanza così come riportato nel libro rosso della chiesa di San Martino ndr ).

            Di questo Titolo si servì l’Imperatore nel primo Privilegio che poi emanò a Messina per confermare a Randazzo tutti i Privilegi antecedenti i quali erano stati confermati nel Parlamento Generale che dallo stesso Imperatore era stato tenuto in Palermo nel prece­dente mese di settembre (Reg. Lib. Magno foglio 48).

            Perciò Antonio Filoteo, nella celebre sua Topografia del Monte Etna, encomia la no­stra Città con queste parole: “Randatium nobile Oppidum et Caesaris beneficio Civitatem”.

 

Oltre a dare al nostro Paese il Titolo di Città sembra che l’Imperatore lusingato dell’accoglienza molto calorosa, affacciandosi da una finestra del Palazzo Reale rivolgendosi alla folla acclamante , abbia detto:” Estoes  todos  Caballeros ” ( Siate tutti Cavalieri ) dal che il sottotitolo di questo sito: ” tutticavalieritutti “.
(Analogamente recatosi a Genova disse ai nobili genovesi: “Vi nomino tutti Marchesi”).
 Da quel giorno da quella finestra non si è affacciato più nessuno .
A ricordo di questa memorabile visita qualche Randazzese malizioso gli dedicò una poesia: 

E Carlu Quintu ti ‘ncurunau regina
Quannu passava ‘nta lu to Rannazzu
Ti vossi ‘nta lu sonnu chiu vicina
Cu’ illu ti purtau ‘nta lu palazzu…… 

 

 

 


 

 

 


 

NICOLA PETRINA

Nicola Pètrina, politico e sindacalista italiano, nasce a Randazzo il 13 novembre 1861.

È stato uno dei fondatori e leader nazionali del movimento di ispirazione socialista dei Fasci Siciliani.

 I Fasci Siciliani, detti anche Fasci Siciliani dei Lavoratori  furono ufficialmente fondati il 1º maggio del 1891 a Catania, ad opera di Giuseppe De Felice Giuffrida. Il movimento era però nato in maniera spontanea già alcuni anni prima il 18 marzo 1889 a Messina. Fu un movimento di massa di ispirazione libertaria, democratica e socialista spontaneista che si diffuse fra proletariato urbano, braccianti, contadini e lavoratori.

Esso fu il primo Movimento di massa organizzato dell’Italia post-unitaria, e nacque per le intollerabili condizioni sociali in cui era costretta a vivere la gran parte della popolazione siciliana.

Dopo i fatti sanguinosi di Giardinello, Monreale, Lercara Friddi, Pietraperzia, Gibellina, Belmonte Mezzagno, Marineo, S. Caterina Villermosa ove vi furono decine di morti e centinaia di feriti, furono arrestati  i capi del Movimento.

Giuseppe De Felice, Nicola Petrina, Giacomo Montalto, Francesco Paolo Ciralli, Rosario Garibaldi Bosco, Nicola Barbato, Bernardino Verro e tanti altri professionisti e studenti sospettati di aver partecipato alle dimostrazioni o semplicemente di simpatizzare per il Movimento, furono arrestati e circa 1.000 persone furono mandate al confino, senza nessun processo.

Il 4 gennaio 1894 Francesco Crispi (che per giunta era Siciliano e con in passato “rivoluzionario” mazziniano), capo del governo italiano, decretò lo stato d’assedio e ordinò al Commissario Straordinario di Palermo di firmare il decreto di scioglimento dei Fasci.

Nicola Barbato

Furono sospesi le libertà individuali, l’inviolabilità del domicilio, la libertà di stampa e il diritto di riunione e di associazione.

Giuseppe De Felice Giuffrida

Memorabile discorso di autodifesa tenuto il 26 aprile 1894 durante il processo da Nicola Barbato:
   ” Persuadevo dolcemente i lavoratori morenti di fame che la colpa non è di alcuno; è del sistema… Perciò non ho predicato l’odio agli uomini ma la guerra al sistema. (…) Davanti a voi abbiamo fornito i documenti e le prove della nostra innocenza; i miei compagni hanno creduto di dover sostenere la loro difesa giuridica; questo io non credo di fare.  Non perché non abbia fiducia in voi, ma è il codice che non mi riguarda. Perciò non mi difendo. Voi dovete condannare: noi siamo gli elementi distruttori di istituzioni per voi sacre. Voi dovete condannare: è logico, umano. Io renderò sempre omaggio alla vostra lealtà. Ma diremo agli amici che sono fuori: non domandate grazia, non domandate amnistia. La civiltà socialista non deve cominciare con un atto di viltà. Noi chiediamo la condanna, non chiediamo la pietà. Le vittime sono più utili alla causa santa di qualunque propaganda. Condannate! “

Quella scritta dai Fasci dei lavoratori resta una delle più importanti pagine di storia sociale e politica non solo della Sicilia, ma anche d’Italia e d’Europa. I contadini organizzati posero con forza il problema dell’ammodernamento dell’agricoltura della Sicilia, ancora caratterizzata da latifondi incolti o mal coltivati, nelle mani di poche ricchissime famiglie, che li affittavano ai gabelloti mafiosi, i quali – a loro volta – li spezzettavano in piccoli lotti per subaffittarli ai contadini. Erano quest’ultimi a lavorare la terra fino a 16 ore al giorno, ricavandone appena il necessario per sopravvivere. Una situazione insostenibile. Fu per questo che i contadini posero il problema di contratti agrari più equi e di trasformazioni colturali radicali.

Bernardino Verro al centro della foto

Il nostro Nicola Petrina insieme all’anarchico Giovanni Noè, il 18 marzo 1889, istituì il primo Fascio dei Lavoratori di Messina. Nel mese di luglio 1889  venne arrestato, restando in prigione fino al 1892.

Il 21 e 22 maggio 1893, a Palermo, partecipò al congresso dei Fasci siciliani, in questa occasione venne eletto nel Comitato centrale, assumendo altresì la direzione del Fascio dei lavoratori della Provincia di Messina. Aderì, quindi, al Partito dei Lavoratori Italiani (nome iniziale del Partito Socialista Italiano).

Nel luglio 1893 venne eletto consigliere comunale a Messina, nel corso del suo mandato scoprì e mise a nudo numerosi abusi che erano stati commessi nella città dello Stretto negli anni precedenti.

A seguito della repressione dei Fasci siciliani perpetrata dall’Esecutivo guidato da Francesco Crispi, il 4 gennaio 1894, Petrina viene nuovamente arrestato e condannato a tre anni di reclusione. Pene ben più pesanti subirono gli altri capi dei Fasci siciliani quali Giuseppe De Felice Giuffrida (18 anni), Rosario Garibaldi Bosco, Nicola Barbato e Bernardino Verro  (12 anni di carcere). Tuttavia nel 1895, con un atto di amnistia, venne concessa la clemenza a tutti i condannati in seguito ai fatti dei fasci siciliani.

Nel corso della sua attività politico/sindacale, Nicola  Pètrina fu sempre in stretto contatto con l’anarchico Amilcare Cipriani.

Nicola Pètrina morì vittima della catastrofe sismica che sconvolse Messina il 28 dicembre 1908, la sua salma venne recuperata solo l’11 gennaio 1909.

      Giovanni Puglisi, anarchico e poi militante socialista il 18 maggio 1910 nella casa natale di Nicola Petrina fece scoprire una lapide per ricordare la figura di questo nostro valoroso concittadino: 
             ” In questa casa / il 13 novembre 1861 / schiudeva gli occhi / a vita intensa di entusiasmi e di lotte NICOLA PETRINA // Le calamità pubbliche e il carcere iniquo / furono per lui campo fecondo / di azione di pensiero / La catastrofe di Messina del 28 dicembre 1908 / tragicamente lo travolse // Il Popolo di Randazzo / pose questo ricordo / il giorno 18 maggio 1910 / solennemente commemorando / il tribuno gagliardo l’apostolo fervente / di una civiltà più vera ed umana “.
La lapide non esiste più a causa degli eventi bellici del 1943 che distrussero un gran parte della nostra Città.

A cura di Francesco Rubbino


         Fasci Siciliani

Oggi, molte associazioni democratiche sono impegnate in Sicilia (a Corleone ad esempio) per la legalità e contro il modello perverso imposto da anni dalla mafia. Le radici di questa lotta affondano nella storia dei movimenti contadini e sindacali (I Fasci siciliani dei Lavoratori) che attivi per una maggiore giustizia e libertà furono repressi duramente dal giovane Stato italiano, il quale di fatto favori’ l’affermazione della “cultura” mafiosa. Un’importante pagina di storia del movimento antimafia che non viene sempre raccontata nelle scuole.

Crispi e il decreto di scioglimento dei Fasci dei lavoratori

Il 4 gennaio 1894, il capo del governo italiano, Francesco Crispi, decretò lo stato d’assedio, dando pieni poteri civili e militari al generale Morra di Lavriano per mettere a ferro e fuoco l’Isola. Gli ordini di Crispi (ironia della sorte, pure lui siciliano e con un passato di “rivoluzionario” mazziniano) furono chiari: sciogliere tutte le sezioni dei fasci, arrestarne i capi e sottoporli a processo davanti ai tribunali militari, riportare ad ogni costo l’ordine nelle campagne siciliane. Prima di lui, il liberale Giovanni Giolitti, nonostante le sollecitazioni dei proprietari terrieri e dei gabelloti mafiosi siciliani, si era rifiutato di scioglierli. Ma, nel dicembre 1893, il siciliano Crispi, inviò le truppe nei comuni più “caldi”, con l’ordine di sparare sui contadini ai primi accenni di protesta.

Repressione militare dei fasci siciliani

Fu così che il 10 dicembre a Giardinello, durante uno sciopero contro le tasse, vi furono 11 morti e diversi feriti. Il 17 dicembre a Monreale, in un’analoga situazione, numerosi feriti. E poi ancora, il 25 dicembre 11 morti e tanti feriti a Lercara Friddi. Il 1° gennaio 1894, 8 morti e 15 feriti a Pietraperzia e 20 morti e molti feriti a Gibellina. Il 2 gennaio a Belmonte Mezzagno i morti furono 2, il 3 gennaio a Marineo vi furono 18 morti e tanti feriti, mentre a S. Caterina Villermosa13 morti. In pochi giorni furono arrestati Giuseppe De Felice, Nicola Petrina, Giacomo Montalto, Francesco Paolo Ciralli, Rosario Garibaldi Bosco, Nicola Barbato, Bernardino Verro e tanti professionisti e studenti, sospettati di aver partecipato alle dimostrazioni o semplicemente di simpatizzare per il movimento. In 70 paesi si operarono arresti di massa, circa 1.000 persone furono mandate al confino, senza nessun processo. Come se non bastasse, furono sospesi le libertà individuali, l’inviolabilità del domicilio, la libertà di stampa e il diritto di riunione e di associazione.

Decreto di scioglimento dei fasci del corleonese

Il decreto di scioglimento del Fascio di Corleone porta la data del 17 gennaio 1894 ed è firmato dal Commissario straordinario per la Sicilia reggente la regia Prefettura di Palermo. Con lo stesso decreto venivano sciolti anche i Fasci dei comuni del circondario. C’è scritto che già l’11 gennaio 1894 era stata delegata «ai signori Prefetti dell’Isola la facoltà di sciogliere i Fasci dei lavoratori», ritenendo che «l’azione fin qui spiegata dai Fasci è stata causa delle agitazioni, dei disordini e delle sommosse avvenute in alcuni comuni di questa Provincia».

In conformità alla proposta che era stata avanzata dal Sotto Prefetto di Corleone, si decretava, quindi, lo scioglimento dei «due Fasci dei lavoratori di Palazzo Adriano e Roccamena, non che quelli di Corleone, Campofiorito, Contessa Entellina, Bisacquino, Prizzi, Chiusa Sclafani e Giuliana». Il Sotto Prefetto di Corleone era stato incaricato di provvedere alla esecuzione materiale dei contenuti del decreto, che prevedeva lo scioglimento di ogni singola sezione e il sequestro delle «carte , dei registri, dei gonfaloni, delle bandiere e di quant’altro sia di pertinenza dei sopradetti Fasci». In sostanza, bisognava cancellare ad ogni costo ogni traccia di questo imponente movimento che stava sconvolgendo un ordine sociale che durava da secoli. E per giustificare un’azione repressiva di queste proporzioni, contro il movimento dei Fasci fu lanciata la gravissima accusa di avere un disegno insurrezionale, mirante a scardinare l’unità territoriale del giovane Stato unitario.

Francesco Crispi

Per zittire l’opposizione inferocita, il 28 febbraio 1894 Crispi portò in parlamento «le prove». In primo luogo, il «trattato internazionale di Bisacquino», sottoscritto dal governo francese, dallo zar di Russia, dall’onorevole Giuseppe De Felice, dagli anarchici e dal Vaticano, il cui obiettivo era quello di staccare la Sicilia dal resto del Paese, per porla sotto il protettorato franco-russo. Poi, il «proclama insurrezionale», trovato nella casa di un pastaio di Petralia Soprana, col quale si invitavano ad insorgere «gli operai, figli dei Vespri». Prove “pesanti”, ma spudoratamente false. Montature costruite ad arte da “zelanti” funzionari, per giustificare la repressione di un movimento popolare, che rivendicava semplicemente condizioni di lavoro più umane.

I Fasci dei lavoratori, primo esempio di lotta organizzata contro la mafia

Di Renato Guttuso, Contadini al lavoro

Infatti, tra il 1892 e il 1894, la Sicilia era balzata agli onori della cronaca nazionale proprio per il dilagare di un’agitazione sociale di proporzioni mai viste, che ebbe come protagonisti circa 400 mila contadini del feudo ed operai delle zolfare, organizzati da questo movimento dei Fasci, che s’ispirava ad una ideologia vagamente socialista. Esso fu il primo movimento di massa organizzato dell’Italia post-unitaria. E nacque per le intollerabili condizioni sociali in cui era costretta a vivere la gran parte della popolazione siciliana.

Guidati da capi, espressione della piccola borghesia intellettuale dell’Isola, come Garibaldi Bosco a Palermo, Nicola Barbato a Piana dei Greci, Bernardino Verro a Corleone, Giuseppe De Felice a Catania, Nicola Petrina a Messina e Giacomo Montalto a Trapani, tanti contadini impararono i vantaggi dell’unione. Nel congresso provinciale dei Fasci, svoltosi il 30 luglio 1893 a Corleone, allora vera “capitale contadina”, erano stati approvati dai delegati i famosi “Patti di Corleone”, che rappresentano il primo esempio di contratto sindacale scritto dell’Italia capitalistica. I contenuti dei “Patti” non avevano nulla di rivoluzionario. Nella sostanza, proponevano l’applicazione della mezzadria pura, cioè la divisione a metà dei prodotti della terra tra il contadino e il proprietario. Ma diversi agrari si rifiutarono lo stesso di accettarli «per non aver l’aria di sottomettersi al fascio», spiegò Bernardino Verro al giornalista Adolfo Rossi nel settembre 1893. Per la paura, cioè, che potessero mutare radicalmente condizioni sociali ataviche, fondate sulla sottomissione dei contadini all’aristocrazia agraria isolana, che allora deteneva il 70% della superficie coltivabile, e ai gabelloti mafiosi.

Di Renato Guttuso, Occupazione delle terre incolte in Sicilia, Dresda, Gemäldegalerie

La modernizzazione della Sicilia frenata da Crispi

Quella scritta dai Fasci dei lavoratori resta una delle più importanti pagine di storia sociale e politica non solo della Sicilia, ma anche d’Italia e d’Europa.
I contadini organizzati posero con forza il problema dell’ammodernamento dell’agricoltura della Sicilia, ancora caratterizzata da latifondi incolti o mal coltivati, nelle mani di poche ricchissime famiglie, che li affittavano ai gabelloti mafiosi, i quali – a loro volta – li spezzettavano in piccoli lotti per subaffittarli ai contadini. Erano quest’ultimi a lavorare la terra fino a 16 ore al giorno, ricavandone appena il necessario per sopravvivere.
Una situazione insostenibile. Fu per questo che i contadini posero il problema di contratti agrari più equi e di trasformazioni colturali radicali.

Bernardino Verro, sindaco di Corleone

Non a caso, Bernardino Verro a Corleone pensava di integrare le colture estensive (grano, avena, orzo) tipiche del latifondo, con la coltivazione delle viti (sperimentando, in particolare, le viti americane) e di istituire una stazione di monta taurina, per selezionare e migliorare la qualità degli allevamenti bovini.

L’avere represso nel sangue il movimento dei fasci, quindi, non fu solo una scelta etica condannabile, ma anche un gravissimo errore politico, che ritardò notevolmente la modernizzazione della Sicilia, compromettendone lo sviluppo. Le conseguenze di una simile scelta la paghiamo ancora oggi, in termini di sviluppo ritardato e di presenza condizionante della criminalità mafiosa.
 L’alleanza tra aristocrazia agraria e borghesia mafiosa, sostenuta dallo Stato liberale di allora, ha condizionato lo sviluppo della vita democratica in Sicilia e in tutto il Paese.

Per una «via dei Fasci Siciliani» in ogni comune dell’Isola

Nicolo Barbato, capo del fascio di Piana dei Greci

Eppure, ancora oggi molti manuali scolastici non dedicano al movimento dei Fasci neanche una riga.
In provincia di Palermo, strade dedicate ai “Fasci Siciliani” esistono solo nei comuni di Misilmeri, Marineo e Borgetto. Non ce ne sono Palermo, a Piana degli Albanesi e nemmeno a Corleone.
Eppure in queste tre città operarono i Fasci più importanti della Sicilia, guidati da personaggi di rilievo come Rosario Garibaldi Bosco, Nicola Barbato e Bernardino Verro.
      In tutti i comuni, invece, c’è una via dedicata a quel Francesco Crispi, che represse nel sangue il movimento, fece sciogliere i Fasci e arrestare i suoi capi. Provocatoriamente, oggi i siciliani democratici potrebbero (con qualche ragione) chiedere a tutti i municipi dell’Isola di cancellare le vie e le piazze intitolare a Francesco Crispi, per reintitolarle ai Fasci dei lavoratori.

Statua di Rosario Garibaldi Bosco esposta nei locali della Cgil di Palermo

Ma, anche senza arrivare a questi eccessi, le organizzazioni palermitane della Cgil, dell’Anpi, dell’Arci e di Libera, sostenuti dallo storico prof. Giuseppe Carlo Marino, hanno redatto ed approvato un documento, con cui chiedono ai sindaci e ai consigli comunali della Sicilia di intitolare una strada o una piazza ai Fasci dei lavoratori, «allo scopo di onorare e di rendere giustizia storica alle migliaia di donne e di uomini che lo animarono».

Bernardino Verro

   

Giovanni Noè

Carmelo Venezia

Carmelo Venezia

Carmelo Venezia nasce a Randazzo il 18 ottobre 1934 nella via Orales, 2.
Lavora come ebanista specializzato in mobili antichi e per 7 anni ( dal 1950 al 1957) frequenta la Banda Musicale prima con il maestro Marrone e poi con Lilio Narduzzi suonando il clarino in si e mi bimolle.
Dopo aver fatto il servizio militare a Verona nel XXI Battaglione FTSE, il 17 gennaio 1958 parte per la Francia e si stabilisce a Lione.
Anche qui lavora come ebanista specializzandosi nel restauro di mobili antichi  dello stile francese. 

il 10 novembre 1960 si sposa con la signora Michele e dopo 4 anni nasce Francesca.
Nel 1979 si stabilisce nel Sud della Francia nel comune di Beausoleil ( nel 1900 è denominata la Montecarlo Superiore) confinante con il Principato di Monaco dove risiede tuttora.

Carmelo Venezia ha partecipato, tra l’altro, alla ristrutturazione del palazzo Grace di Monaco ed alla ristrutturazione del Casinò di Montecarlo.
Ovunque ha prestato la sua opera di artista/artigiano gli è sempre stato riconosciuto un talento naturale ed una serietà nel lavoro veramente encomiabile.
La figlia Francesca gli ha dato un nipote  Clemente che ora ha 28 anni e lavora come Ingegnere nella Ricerca Informatica.
E’ rimasto legatissimo alla nostra/sua Città e ai suoi tesori artistici, storici ed architettonici. Infatti viene tutti gli anni anche per assaporare l’atmosfera familiare dei suoi amati parenti.
Carmelo Venezia è il fratello maggiore della signora Anna, Nina e del non dimenticato Gaetano.
Francesco Rubbino

 

Carmelo Venezia e Salanitri



 

Olga Foti

Olga Foti

Nasce a Randazzo nel 1936 e fa in tempo a vedere un “prima” e un ”dopo” della guerra anche per i costumi, la mentalità.
E “il vecchio”, e quel che di “nuovo” malgrado tutto le guerre portano, si trova nella prima parte della raccolta Racconti sparsi nel tempo ed. Robin. 

Appena maggiorenne lascia il paese e va da sola a Parigi per imparare il francese e lì lavora au pair presso la famiglia dello scrittore François Billetdoux.
Una cosa da pionieri, per qualcuno, invece  quasi uno scandalo per la maggior parte dei randazzesi  perché per le donne valeva ancora il detto:

Facci chi non cumpari cent’unzi vari

facci chi cumpari sira e mattina non vari

mancu na busa ri gallina

In seguito ripete l’esperienza in Germania e poi lascia definitivamente Randazzo per Milano dove vive tutt’ora ma ogni anno ritorna in vacanza nel paese che le stava stretto.
Il paese natio bisogna abbandonarlo per ritornarci con amore anche solo col pensiero.
A Milano ha insegnato per molti anni, ha viaggiato soprattutto attraverso l’Asia e l’Africa occidentale.
Come viaggiatrice, non come turista. Adesso si occupa di letteratura.

 

Uno dei tanti incontri per la presentazione della Sua ultima fatica.

 


 

 
Un bellissimo racconto di  Olga Foti

L’AMANTE                                    

 L’Amante aveva le unghie laccate di rosso.

Anche un brillante, grosso come una nocciola, e avrebbe voluto darlo a mia madre se le avesse assicurato il pane – solo il pane – aveva precisato, per il tempo che restavamo sfollati. Eravamo sull’Etna, la Montagna, c’era la guerra.
L’Amante era arrivata dalla città con un uomo che si chiamava anche lui l’Amante, gli adulti dicevano che le aveva dato un mucchio di soldi ed era tornato in tutta fretta dalla moglie.
Strano che un uomo avesse il nome da femmina o forse era L’Amante con le unghie laccate che aveva un nome da maschio. Certo è che con il brillante e tutti quei soldi faceva la fame. Le piccole mele selvatiche che cercava di raccogliere sugli alberi stenti erano davvero troppo acerbe, troppo dure, immangiabili, e mia madre non poteva assicurarle il pane, né per carità cristiana né per amore del brillante. Ho due bambine, le aveva detto, e non sappiamo quanto tempo si deve restare qua.
C’era la guerra. Quella di Elio Vittorini era stata una bella guerra, la mia, bellissima, una straordinaria meravigliosa vacanza.
Non avevamo acqua, quella del pozzo doveva servire per bere e cucinare, non ce n’era per lavarsi e  quindi non ci lavavamo. Si dormiva nella paglia, vestiti, e appena svegli, di corsa nei prati senza la solita perdita di tempo, compresa quella della colazione al tavolo di cucina. Qui non c’era né tavolo né cucina, solo un enorme fienile, un’aia, un pozzo e una distesa senza fine di terreni brulli e boscaglia. Tornavamo stanchi e affamati e per noi c’era pane e latte di capra e poi, nella giornata senza orari, formaggio, minestra di lenticchie o di fagioli, anche cosce di pollo.
Con i bambini, avevano detto gli adulti, non ci possiamo permettere di perdere la testa, e prima di andar via, sotto la pioggia colorata dei volantini americani che invitavano a lasciare il paese,  avevano caricato le mule con sacchi di farina, legumi secchi, polli e conigli nelle gabbie. Quindi il cibo non ci mancava.
L’Amante, invece, prima aveva cercato di comprarlo, il cibo, con quel mucchio di carta che poteva servire solo ad accendere il fuoco e con il brillante grosso come una nocciola, poi si era rassegnata e se non fosse stato per il buon cuore delle donne che di nascosto dei mariti le davano qualcosa, sarebbe davvero morta di fame.
Noi bambini sempre in giro a far la guerra. Io ero il generale, tutti gli altri ufficiali, e non fu mai possibile trovare un soldato. Esploravamo il territorio in cerca di nidi vuoti, piante sconosciute, fiumi o  ruscelli. Non per l’acqua ma per i ranocchi. Per questo avevo bocciato la proposta di un ufficiale di raggiungere il mare: lì i ranocchi non si trovavano.
Spesso incontravamo l’Amante che raccoglieva qualche pannocchia inselvatichita di granturco, mezza marcia, apprezzata solo dagli uccelli, e in uno di quegli incontri, educatamente, (ce lo ripetevano sempre: prima si saluta, e se si chiede qualcosa si dice “per piacere”) quindi io, dopo averla salutata, le chiesi:
Per piacere, perché hai un nome da maschio?
Da maschio…? Io mi chiamo Marinella, non è un nome da maschio.
Non ti chiami l’Amante?
Mi guardò, prima stupita, poi rise fino alle lacrime e mi fece una carezza con quella mano bianca con le unghie rosse.
Quindi il suo nome non era l’Amante. Mi sembrò giusto informare gli adulti.
Cosa c’era da ridere?  E invece anche loro risero fino alle lacrime.
Hai sentito?, si ripetevano, Marinella si chiama, non l’Amante, e continuavano a ridere. Ma una donna arrivata per ultima col padre e le zie e che dormiva in un angolo del fienile, mi regalò un uovo piccolino, il primo della sua pollastrella, disse. Proprio me lo meritavo.
Solitamente con gli adulti ci stavamo poco, solo un mattino siamo rimasti con loro perché quello che chiamavamo zio Peppino, anche se non era lo zio di nessuno, aveva cercato di rubare un secchio d’acqua.
Non era nemmeno mezzo secchio, protestava lui debolmente, smarrito, maldestro, volevo lavarmi. Puzzo!
E quelle parole caddero pesanti come sassi davanti il grande pozzo. Ci fu un momento di silenzio,  lungo più dell’eternità, poi un uomo disse: mi dispiace, zio Peppino, con l’acqua dobbiamo bere e dar da bere agli animali e gli voltò le spalle per entrare nel fienile. Ritornò con un grosso catenaccio mezzo arrugginito e da quel giorno il pozzo rimase chiuso. Si apriva solo al mattino per il rito della distribuzione dell’acqua, e allora si vedeva l’Amante, in fila assieme agli altri, con in mano il pentolino che le aveva regalato mia madre.
A volte veniva a trovarci il baronello, sfollato con la famiglia in una sua proprietà non lontana, e portava anche notizie del paese. Parlava e poi chiedeva un bicchiere d’acqua che a volte diventavano due e anche tre.
Nella loro grande tenuta con casa e palmento il pozzo era quasi vuoto. Ma la cosa che suscitò l’indignazione di molti fu il fatto che il baronello un giorno si versò un po’ d’acqua sul palmo della mano per lasciarla leccare al cane. Cose da pazzi, anche al suo cane dovevamo dar da bere!
Io segretamente parteggiavo per il baronello e quel povero cane morto di sete ma allora i bambini non avevano il diritto di esprimere la propria opinione.
Non potevamo permetterci di scialacquare l’acqua, decretarono molti adulti, e appena vedevano arrivare il baronello gli uomini se la squagliavano. Lui era troppo educato e non si sarebbe permesso di restare con le donne se gli uomini di famiglia non erano presenti. Ma una volta, il signore del lucchetto al pozzo, non fece in tempo ad andar via e si trovò il baronello proprio di fronte. Un momento di silenzio, di imbarazzo, e poi: Abbia pazienza barone, noi qui non abbiamo acqua da sprecare.
Il baronello non si vide più.
Tutti erano certi che gli Americani avrebbero distrutto il paese perché: non avevamo il mare, né un porto, e nemmeno fabbriche d’armi, ma c’era il ponte che collegava la provincia di Catania a quella di Messina, e per quel ponte quante bombe avrebbero buttato?
E in quelle parole anche noi bambini potevamo intravedere della guerra un volto fino a quel momento sconosciuto, quello di Guernica che non conoscevo ancora, ma che apparve, inconfondibile, quando il paese bruciò. Illuminato a giorno nel buio della notte, fiamme che si levavano verso il cielo, altissime, e noi in quell’aia davanti il fienile, adulti e bambini, un mucchio di teste con lo sguardo verso il paese lontano.
Il nostro paese. Sapevamo dov’era, oltre il bosco di castagni, ma in basso, molto più in basso, sotto la Valle del Bove, e si capiva come le bombe incendiarie si stavano accanendo su quel che restava ancora delle case. Tacevamo e il silenzio era peggio di tutti i pianti, di tutte le grida.
Ma non avrei potuto immaginare che al ritorno, quella distruzione sarebbe stata ai miei occhi la cosa più  affascinante vista in vita mia. Mucchi di macerie come colline, montagne di calcinacci che si dovevano scalare per poter entrare – dai balconi e dalle finestre – in quel che era rimasto delle case. Persino sul terrazzo della signora Carmeni dove c’era ancora il bellissimo glicine ormai sfiorito potevo arrivarci direttamente dalla strada senza chiedere permessi a nessuno. E potevamo entrare nelle case di persone che conoscevamo ma che non erano parenti né amici, nelle loro cucine senza tetto dove nelle crepe dei muri crescevano violacciocche o qualche uccello aveva fatto il nido.
Ma la scoperta straordinaria, l’esplorazione che dava i brividi, soprattutto all’imbrunire, era quella delle chiese. In piedi ne erano rimaste ben poche (il nostro era il paese delle chiese) e quelle crollate avevano fatto venir fuori crani e scheletri. Scheletri di preti, pensavamo, forse di vescovi. Anche di Papi, era possibile?
Restavamo nel dubbio, agli adulti non si poteva chiedere, lo capivamo da soli, va bene la guerra e quella straordinaria libertà, va bene tutto, ma andare a scovare gli scheletri nelle chiese era troppo davvero.
Un giorno, però, mentre esploravamo il convento mezzo distrutto delle monache, davanti a un teschio che doveva essere per forza di donna visto che là c’erano state sempre monache, quello che era stato un mio ufficiale disse all’improvviso: E l’Amante, forse è morta ed è diventata così?
Nessuno di noi l’aveva più nominata, forse l’avevamo dimenticata, ma lui, che s’incantava quando l’incontravamo nella boscaglia, che non osava salutarla ma non le levava gli occhi di dosso fino a quando lei non si vedeva più, davanti a quei teschi aveva detto: E l’Amante, forse è morta ed è diventata cosi?
Nessuna risposta ma qualcosa che assomigliava alla paura circolò fra di noi anche se non era l’imbrunire, anche se il sole splendeva come gli altri giorni.
Gli adulti parlavano soprattutto dei furti subiti, anche le radio erano state rubate eppure erano grandi come mobili, rubate da gente del paese, certo, che le teneva ben nascoste. A nessuno piaceva passare per ladro. C’era già stato il caso di donna Anna, la lavandaia, con i carabinieri che le avevano fatto “il sopraluogo”.
La figlia di donna Anna, una ragazzina di tredici anni, si vantava con le amiche :
“Quando mi sposo mia mamma mi dà il corredo a dodici.”
“Come sarebbe a dire?”
“Vuol dire: dodici lenzuoli, dodici tovaglie da tavola, dodici coperte.”
Donna Anna, povera che più povera non si può? O erano vanterie senza capo né coda oppure…
Quando la vecchietta andò dalla baronessa madre a riferire quel che aveva sentito con le sue orecchie: così, così, e così, la baronessa non voleva crederci, scemenze di ragazzina, e poi donna Anna era la sua lavandaia da sempre, quasi una di famiglia, la baronessa in inverno diceva alle serve di riscaldarle l’acqua. Certo, anche perché con l’acqua calda la biancheria viene meglio.
I carabinieri comunque glieli mandò ma era sicura che non avrebbero trovato niente.
Invece trovarono, altro che se trovarono! Dodici paia di lenzuoli, dodici tovaglie… Il corredo della baronessina ricamato dalle suore del convento di clausura.
Comunque da noi la guerra era finita, gli Americani erano sbarcati in santa pace, si erano messi d’accordo con i “Don”, quelli potenti, i capi dei capi, dicevano gli adulti, e la contraerea non aveva sparato un colpo, i soldati si erano subito arresi, le armi consegnate col sorriso sulle labbra.
In Continente però non era così e c’erano i Partigiani, non era chiaro chi fossero, non se ne sapeva molto, i giornali non arrivavano e le radio erano state rubate.
Noi bambini correvamo ancora da una parte all’altra del paese con pentole e padelle che gli adulti chiedevano o davano in prestito perché quelle in rame erano sparite, altre erano sfondate, e la maggior parte dei tegami in coccio erano ridotti in mille pezzi.
Il sapone si faceva sempre in casa con la cenere e il grasso di pecora, bambine giocavano ancora sulle macerie con vestitini di broccato ricavati da pezzi di tende rimaste miracolosamente intatte o con vestiti ricavati da pezzi di lenzuoli non ancora completamente lisi, ma la nostra bellissima guerra era finita.
Infatti, anche se dai soffitti delle aule cadevano sulle nostre teste i calcinacci, si erano riaperte le scuole.
E l’Amante?
Uno di noi aveva chiesto una volta a un gruppo di adulti che si raccontavano di quando eravamo sfollati, ma la risposta infastidita era stata: Che amante?
Non gradivano interventi nei loro discorsi, sciò, sciò, ci dicevano come si faceva con le galline per allontanarle e noi non ci pensammo più.
Poi cominciarono a tornare gli uomini che avevano fatto la guerra. Per primi due avanzi di galera partiti volontari, poi uno che aveva ucciso la moglie buttandola giù per le scale  “E’ caduta…” ma lui andava a combattere e non si poteva indagare.
Del resto molte donne cadevano dalle scale e restavano sciancate o segnate per tutta la vita, erano deboli di gambe o di testa, soggette a capogiri.
Poi stranamente il fenomeno cessò per riprendere quando gli uomini tornarono dalla guerra.

 

L’impegno contro il femminicidio :

LA  BARONESSA  DI  CARINI

 

     In Italia l’abrogazione del delitto d’onore è solo del 1981: 5 agosto 1981.
La mala accoppiata delitto-onore ha resistito per secoli, e mariti-fratelli-padri padroni hanno potuto ammazzare sicuri della quasi completa impunità.
Un passato che non passa, e i maschi di famiglia si arrogano ancora il diritto di decidere come devono vivere le “loro” donne e di punirle. Una globale sottocultura che si perpetua e aggiunge ai delitti di ieri quelli di oggi: la ragazza pachistana uccisa dal padre, la donna di Messina accoltellata dal fratello, mogli ed ex-mogli, fidanzate ed ex fidanzate ammazzate quasi giornalmente.
Certo, tanti parrucconi della Corte di Cassazione, questa sottocultura l’hanno ben alimentata affermando, in barba alla Costituzione che sancisce la parità fra i sessi, che l’adulterio della moglie è ben più grave di quello del marito (1961), che “le botte maritali” non raffigurano maltrattamenti” (1996), per non parlare della jus corrigendi che regna fino all’approvazione del Nuovo diritto di famiglia (1975).

Questi assurdi parrucconi ancora oggi assolvono stupratori in nome della verginità o dei jeans. Ma, per fortuna, tutto il mondo ride di loro.

Era affacciata ‘inta lu so balcuni
E vidi arrivari a cavalleria:
“Chistu è me patri chi vieni pi mia.”

 

La vecchia strada a zig-zag tutta in ombra e i pipistrelli che piombavano dall’alto, oscillando, sembravano una premonizione.

Davanti al castello l’uomo scese da cavallo con un salto, toccò terra davanti alla grande porta di quercia rinforzata con lamine di ferro, cominciò a camminare lentamente, a passi pesanti. Serrava e disserrava i pugni percotendoli l’uno contro l’altro, e a tratti guardava verso il balcone ora vuoto. La luce del tramonto metteva in risalto la sfera del suo viso e i neri mustacchi che accentuavano la piega della bocca contratta dalla collera. Restò qualche istante fermo, immobile come un giustiziere, poi fece un segno d’intesa ai suoi soldati e entrò da solo nel castello.

La baronessa gli venne incontro:

“Signuri patri chi vinisti a fari?”
“Signura figghia, vi vinni ammazzari”
 

Con un’aria quasi cortese il padre le annunciava la decisione di ucciderla.
Cinque anni prima le aveva annunciato allo stesso modo la sua volontà di maritarla.
“Balia, hai saputo, mi vogliono maritare.” 
“Tutti si maritano, figlia, e tu hai già quattordici anni. Non puoi più venire a raccogliere babalucci con me nei campi.
Gli uccelli di Gesù becchettavano nel prato non più impregnato d’acqua e non ancora duro e secco come in agosto, la balia prese il bracciale che la ragazza le porgeva, lo tenne nel palmo della mano, lo soppesò, lo rigirò  come fosse un pesce prelibato che non aveva ancora deciso come cucinare.
“E’ di gran valore questo bracciale, almeno due onze, un gioiello degno della futura baronessa di Carini.”
“Sì balia, ma lui, il mio futuro marito, a te come sembra?”
“Gli uomini sono tutti uguali, figlia, quasi tutti, puzzano di stalla e di cavalli e nelle vene hanno per metà sangue, per metà vino.”
Tutti uguali. E pensò al padre e al fratello del padre, il signor zio, e al marchese cugino che abitava a Palermo. Avevano uno sguardo così deciso che quando parlavano nessuno si permetteva di verificare se dicevano cose sensate o no.
La moglie del signor zio era morta in circostanze sospette, schiacciata sotto una trave. Lei l’aveva sempre vista  paziente, esangue, e anche da morta sembrava chiedere scusa per il disturbo.
Con il bracciale in mano la balia guardava l’albero di carrubo pieno di carrube e di uccelli che cantavano, un canto bellicoso a minaccia degli invasori della privata proprietà.
Anche lei, la balia, sapeva di carrube ed era grande e serena, dava sicurezza…
Balia, avrebbe voluto dirle, non voglio sposarmi, andiamo via, io e te, andiamo a Licunisi.
Invece disse: “Balia, ricordi quando siamo stati a Licunisi? Io giravo con un vecchio cappello da mietitore sulla testa, e tu ti toglievi le scarpe per non sciuparle sui sassi, le legavi e te le appendevi alla cintura.
Cercavamo babalucci.  Niesci niesci babalucci, chi l’acquata listiu e lu suli riluci.
L’aveva davanti agli occhi quei campi con alberi in piena fioritura malgrado dai rami pendessero ancora baccelli dell’anno prima, e la casa della balia. La stalla era crollata e  nello spazio vuoto crescevano papaveri rossi e ortiche gigantesche.

“Abbiamo anche ballato una sera…”
Si festeggiava non sapeva più cosa, ma ricordava le sottane della balia che roteavano sull’aia liscia e dura come fosse di marmo.
“Com’era bello quel posto, balia!”
C’era nata e si era maritata in quel posto maledetto, casupole e carrubi, vespe e capre, gli uomini nei campi con la zappa, le donne al fiume a lavare, tutti con il loro diavolo.
E le estati senza un filo d’acqua nei torrenti, non un’ombra per miglia e miglia, la terra spaccata dal sole, le vespe, le mosche, il pane che non bastava mai e il bastone.

Ma l’aveva preso lei quel giorno il bastone e al primo colpo gli aveva spezzato il naso, al bastardo, doveva sopportarsi le corna, la fame e le botte, secondo lui.
Il marito era rimasto imbesuito, col naso che penzolava, senza muoversi, senza nemmeno gridare, e lei si era messa a cantare mentre faceva un fagotto dei suoi pochi stracci.
 “Balia, oh balia, cosa fai, canti?” 
Aveva alzato gli occhi mostrando di non sapere che stava cantando e si era diretta verso la grande cucina con le Madonne e i Sacri cuori di Gesù alle pareti.
Doveva raccomandare loro la bambina che andava sposa.

“Signuri patri chi vinisti a fari?”
“Signura figghia, vi vinni ammazzari.”

Sentì come un pugno alla bocca dello stomaco e cominciò a correre sulle assi di legno del corridoio quasi buio, malgrado il vestito lungo l’impacciasse, le cordelle del busto la stringessero. Il corridoio sembrava interminabile, la porta della foresteria così lontana, mentre l’uomo era sempre più vicino, più vicino, con il suo puzzo di stalla e di sudore.
Stridi di uccelli notturni trafissero l’aria all’improvviso, affondarono nel crepuscolo, lo lacerarono, e il fiato dell’inseguitore le fu sul collo, le  mani quasi l’afferrarono.
Terrorizzata urlò.
 l’uomo inciampò, perse l’equilibrio, gridò a sua volta, di collera e di scorno.
La baronessa continuò a correre, raggiunse la foresteria, spinse la porta, la richiuse facendola sbattere con forza alle sue spalle.
“Carinisi, gente di Carini…!”
Affacciata alla finestra chiedeva aiuto, e altre finestre si aprirono, porte di casupole, la gente venne fuori armata di bastoni ma davanti al castello trovò i soldati con le spade.
“Gente di Carini, aiutatemi…”
Il rumore della porta che cedeva, lo schianto, un grido acuto subito strozzato.

Lu primu colpu la donna cariu
l’appressu colpu la donna muriu

E poi più niente. L’uomo uscì dalla stanza, ripercorse il corridoio buio, attraversò un piccolo cortile dove i resti di un’armatura sanguinavano ruggine in una pozzanghera.

Ciumi, muntagni, arburi, cianciti
Pi la bella barunissa chi pirditi
Chianci Palermu, chianci Siracusa
A Carini c’è lu luttu in
ogni casa

Seduti davanti il porticciolo i pescatori cantavano per i villeggianti come avevano sentito fare ai cantastorie.
“Una notte” disse il più vecchio “c’era  la luna, luna piena, e  ho visto la baronessa passeggiare sulla spiaggia. Era uscita dall’acqua e aveva i vestiti asciutti, e anche un ombrellino, il parasole.”
Il Vecchio amava raccontare ma amava anche la bottiglia, si sapeva, e a quell’ora doveva averne scolate più di una. Tutti sapevano però che la storia della baronessa era una storia vera, esistevano ancora i documenti, e il castello, a pochi chilometri, nel borgo di Carini.
Là era stata uccisa Laura Lanza, il 5 dicembre del 1563.
E in dicembre, nel bosco di Carini, mentre il vento soffia si sente ancora il lamento della baronessa perché il suo assassinio non era mai stato punito.
Delitto d’onore, aveva spiegato il padre in tribunale, la figlia tradiva il marito.
 I pescatori ora tacevano. C’era la luna, luna piena, e non sembrava impossibile che la baronessa potesse uscire dal mare e passeggiare sulla spiaggia.
Anche i villeggianti tacevano, qualcuno pensava alla madre della baronessa costretta a vivere accanto all’assassino di sua figlia.
Di lei nessuno aveva mai parlato, nemmeno i cantastorie.

  Olga Foti

                              

 

 Un articolo a favore delle persone anziane

Gentili lettori, qualche tempo fa una milanese di spirito ci informò di essere stanca di essere definita «nonnina » quando veniva derubata o «anziana pensionata» se veniva investita. Sono una signora, mandò a dire, o più semplicemente una cittadina.  Punto. 
Ci iscriviamo al club dei signori e delle signore che non accettano a cuor leggero di aggiungere alla loro persona il titolo di anziano o vecchio, con associato risolino di compatimento: è un’offesa gratuita e un po’ volgare.
Una caduta di stile che, se viene da una carica istituzionale, non passa inosservata.
Così è stato per il sindaco Albertini, quando ha detto di Ombretta Colli che è solo «un’anziana signora», riprendendo il giudizio su di lei dato da un ex presidente della Milano Serravalle: poteva evitarlo, e magari essere anche più cattivo, senza scivolare nella gaffe.
Perché in quell’ «anziana signora», come i lettori hanno segnalato, c’è una sentenza inappellabile che si legge in sottinteso: vuol dire «finita », «passata», «bollita», cosa che può essere anche giusta se attribuita a una campionessa dello sport, a una maratoneta, una tennista, una nuotatrice che misura i suoi riflessi in base all’età, ma che mal si addice a un ex assessore, europarlamentare e presidente di Provincia che torna in pista con una lista per Milano. 

L’ironia fa bene alla politica ma quando diventa greve o volgare infastidisce.
Se il sindaco vede così Ombretta Colli (64 anni), sarebbe curioso sapere che cosa pensa di Diana Bracco (60) e Inge Feltrinelli (76): nessuna di loro ci appare un’anziana signora, tutte hanno voglia di fare, di appassionarsi, di credere in un’impresa. E sono anziani signori Umberto Veronesi, 80 anni, Giorgio Armani, 69, Fedele Confalonieri, 68? 

In un Paese governato da un premier di 69 anni, sfidato da un leader politico di 66, l’età è una variabile indipendente. Contano l’entusiasmo, il carisma, la capacità di trasmettere esperienza, saper guidare i giovani con l’esempio e la parola. 
Mandi un mazzo di rose a Ombretta Colli per ritrovare la gentilezza smarrita, sindaco Albertini. E consideri le donne, in politica e altrove, signore a prescindere. I cittadini, anziani e no, apprezzeranno. 
Il resto, lasciamolo a «Scherzi a parte»

Olga Foti

 

 

Rannazzu Vecchiu

 

Randazzo Vecchio: liber mutus alchemico

Angela Militi

Pubblicato il 22 ottobre 2017 da angela-militi

Nell’ammirare i monumenti di una città, spesso, ci limitiamo alla loro estetica e/o alla loro storia superficiale trasmessaci dalle guide o dai libri.
Tuttavia, se ci si soffermassimo ad osservarli con un occhio più attento, scopriremo che tali monumenti possono nascondere intriganti segreti, come nel caso dell’enigmatico “Randazzo Vecchio”, che si erge imponente sul suo alto basamento in pietra lavica, dominando la piazza antistante la chiesa di San Nicola in Randazzo, il quale all’apparenza sembrerebbe una normale statua, ma, in realtà, questa scultura, emblema e memoria della storia della città, nasconde, come vedremo, un messaggio segreto, lasciato ben in vista, ma passato del tutto inosservato agli occhi profani.

Figura 1: Randazzo, Piazza San Nicolò

Il monumento, è sempre stato circondato da un alone di mistero legato all’identificazione del personaggio effigiato, molto dibattuta e non risolta, di cui ci siamo occupati in un nostro precedente lavoro (A proposito di Randazzo Vecchio (Rannazzu Vecchio), 2013), dell’avvenimento storico che ha determinato la sua erezione, nonché al suo significato, incomprensibile se non si entra in possesso della chiave adatta, ovvero della regola per decifrarlo o svelarlo.
Innanzitutto occorre ricordare che l’attuale statua è, in realtà, una copia, realizzata negli anni ’30 del 700, commissionata dall’abate Pietro Rotelli (†1765 agosto)[1], a sostituzione della statua originaria, in arenaria, risalente al XII secolo, i cui resti – un leone, un’aquila e un berretto frigio –, attualmente, si trovano murati sulla parete settentrionale della chiesa di San Nicola.

Figura 2: Resti della vecchia statua in arenaria

Collocata dov’è oggi, nel 1746, essa, però, presenta alcune varianti iconografiche rispetto all’originale, tali da conferire alla statua un significato diverso rispetto a quello dato originariamente alla statua primitiva, poiché il leone, l’aquila e il berretto frigio (che i latini chiamavano pileus) sono emblemi legati al potere e alla regalità.

       Figura 3: Il leone                                       Figura 4: L’aquila                             Figura 5: Il berretto frigio

Per poter comprendere il significato della “nuova” statua occorre, prima di tutto, considerare il periodo storico in cui essa fu realizzata.
Il XVIII secolo, che la storia letteraria e filosofica definisce «secolo dei lumi», fu un secolo in cui l’astrologia, l’esoterismo e l’alchimia (Ars Regia) suscitavano ancora grande fascino e interesse negli artisti e nei committenti (sopratutto nobili ed ecclesiastici) del tempo.
E proprio l’alchimia sembra essere una delle possibili chiavi di lettura, poiché rinveniamo una simbolica che riconduce alla Magnum Opus, che non possiamo ignorare.
L’alchimia è una scienza esoterica antichissima e universale, in cui la metallurgia, la chimica, la fisica, l’astrologia, la medicina e il misticismo si sono fuse per formare una scuola di pensiero. Uno dei più ardui obiettivi degli Alchimisti era conquistare l’onniscienza, ovvero raggiungere il massimo della conoscenza in tutti i campi della scienza, rappresentato dalla Pietra Filosofale o Quintessenza, il principio capace di rivelare i segreti dell’esistenza e della materia. Essa era disciplina solo per pochi Eletti, pertanto gli alchimisti (“Filosofi”) cercavano di nascondersi e utilizzavano varie allegorie e simboli per criptare il messaggio ermetico.

Figura 6: Blasone dell’Arte Regia

Ma veniamo al significato nascosto della statua.

Figura 7Randazzo Vecchio

Essa, raffigura un uomo maturo nudo. Nella simbologia alchemica esso rappresenta la “materia prima”, la materia grezza da trasformare.
La figura virile è accompagnata da 4 animali: un leone, due serpenti e un’aquila che rappresentano i 4 elementi: fuoco (leone), aria (aquila), terra e acqua (i due serpenti), i principi fondamentali della vita e in alchimia indispensabili per creare la Pietra Filosofale.
Ai piedi dell’uomo si trova un leone. In alchimia il leone verde simboleggia l’inizio dell’Opera. Esso è inteso come solvente e acido che tutto corrode con un Fuoco Segreto, ovvero un potente elemento in grado di produrre la trasmutazione.

Figura 8:Particolare del leone che sta ai suoi piedi

Intorno alle gambe si attorcigliano due serpenti che simboleggiano lo zolfo, principio dell’infiammabilità, e il mercurio, principio metallico della instabilità, che mescolati alla “materia prima” e scaldati nell’Athanor[2] si trasformano gradualmente, passando attraverso tre fasi – Nigredo, Albedo e Rubedo – in Pietra Filosofale. Un serpente si avvolge intorno alla gamba destra sino a quasi all’altezza dell’ombelico, sede dell’essenza vitale, in alchimia simbolo del fuoco; l’altro, una vipera[3], si avvolge intorno alla gamba sinistra e striscia sino al cuore, sede della Coscienza spirituale.

Figura 9: Particolare dei due serpenti

Un’aquila, con gli artigli posati sulle spalle, poggia il suo rostro sulla testa dell’uomo, sede della Coscienza psichica. In alchimia l’aquila allude alla materia dopo la sublimazione e il raggiungimento della Pietra Filosofale.

Figura 10:Particolare dell’aquila

La statua, quindi, nasconde il percorso iniziatico dell’Adepto, comprensibile soltanto ad un piccola élite di iniziati.
A tale proposito sorge spontanea una domanda: gli “Iniziati” appartenevano alla sfera ecclesiastica, come l’abate Rotelli, considerato che Randazzo Vecchio puntava l’indice[4]verso la chiesa?

Figura 11Randazzo Vecchio in una foto, degli inizi del Novecento, di  Federico  De Roberto

Va ricordato che nel corso della storia numerosi sono stati gli ecclesiastici, per lo più francescani e domenicani, che si sono dedicati allo studio dell’alchimia, tra essi Bonaventura da Iseo (†1250?), frate francescano, Tommaso D’Aquino (1225-1274), frate domenicano, Alberto Magno (†1280), vescovo, Ruggero Bacone (1214-1294), frate francescano, Raimondo Lullo (1232-1316), Terziario francescano, Athanasius Kircher (1602-1680), gesuita.

Angela Militi    –  Randazzo Segreta 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Padre Antonino Maugeri

 

Padre Antonino Maugeri

Padre Antonino Maugeri nasce a Randazzo il 4 settembre del 1918 primo di nove figli. La famiglia molto religiosa ha favorito la sua propensione e quella di suo fratello Rosario,  di dedicarsi alla vita religiosa e spirituale.
All’età di tredici anni entra nel Seminario Vescovile di Acireale e nel 1941 viene ordinato sacerdote.
Nel 1962 diviene Rettore della Basilica dei SS. Pietro e Paolo di Acireale dove rimane quasi 40 anni, stimato ed amato dagli acesi non solo per la missione sacerdotale, ma soprattutto per l’intelligenza e cultura.

Appassionato di musica consegue il diploma di canto Corale ed Organo alla Scuola Diocesana di Musica Sacra di Como. 
 Pianista, organista, compositore vince diversi concorsi di musica sacra.
 Padre Antonino Maugeri è stato un sacerdote solare pieno di iniziative operoso nel suo ministero e nell’insegnamento.
Accanto a questa attività pastorale emerge anche la sua passione per la musica.
Si diceva che ” La scala musicale era per Lui capace di unire la terra ed il cielo, di favorire un più intimo contatto tra l’umano e il divino”.
A detta di tutti quelli che lo hanno conosciuto era ” spiritoso, gradevolissimo nel suo eloquio, in cui riusciva a mettere anche filosofia,teologia, poesia, letteratura, musica (la “sua” !) citazioni in latino e battute in siciliano.

 Fu Presidente della FUCI di Acireale.
Nel 1990 si costituisce e gli viene dedicata “La Corale Polifonica don Antonino Maugeri ” che ha fatto conoscere la sua musica dappertutto.

Nel 2000 ha rassegnato le  dimissioni di Rettore della Basilica nelle mani dell’Arcivescovo.
Muore il 22 febbraio 2008 all’età di novanta anni  nelle braccia del fratello che,  racconta,   fine all’ultimo minuto cantava la sua musica.

. Il 23 maggio 2007 gli è stato intitolato l’Auditorium dell’Istituto “G.Galilei”  di Acireale

Il 22 febbraio 2018 nel decennale della sua morte e a cento anni dalla sua nascita è stato ricordato con una commossa cerimonia  nella sua chiesa alla presenza di numerosi cittadini ed autorità.
Per l’occasione il prof. Salvatore Licciardello ha presentato il libro: “ Tutto quaggiù è armonia. Don Antonino Maugeri: uomo sacerdote musicista”  edita da “La Voce dell’Jonio” Editrice.
Qui di seguito riportiamo alcuni articoli di questa manifestazione.
FrancescoRubbino

 

Invito_fronte_10_Anni_Maugeri Arcivescovo

 

Testimonianze / Don Antonino Maugeri è una benedizione di Dio

    “Nessuno è profeta in patria”. Lo diceva nostro Signore stesso. Forse anche in questo caso è riscontrabile: non mi pare, infatti, che se ne parli tanto, non quanto meriterebbe a otto anni di distanza, da quando ha salutato questo mondo per salire alla casa del Padre.
Padre Maugeri (è di lui che parliamo), di Randazzo, fratello di un altro sacerdote, a sua volta in fama di santa vita, don Rosario, che a Randazzo ha sempre portato la Parola del Signore, è stato una figura senza uguali nella nostra città, una vera benedizione del buon Dio.
Coltissimo (non per niente è stato assistente Fuci), non faceva mai pesare la sua cultura, musicista (pianista, organista, compositore), amante degli animali, e dei gatti in particolare, come è giusto che sia un buon cristiano, sulle orme di san Francesco, ovunque portava il sorriso e il profumo del buon Dio

“facitivi Santi ca non vi costa mancu menza lira” Mons.Padre Maugeri

.
La voce popolare lo chiamava “santo”, fin da quando è arrivato da noi, dopo un periodo in cui era stato parroco a Fiandaca (ne parlava sempre nelle sue “prediche”), ed era diventato canonico della nostra bellissima e amatissima chiesa di san Pietro e Paolo, in Acireale, la chiesa dove c’è la statua del “Divinissimo” Cristo alla Colonna, veneratissima, (e giustamente) da tutti gli acesi e già da secoli.
E quella resta sempre, per chi l’ha seguito per tanti anni, la sua “chiesa” (anche se, negli ultimi tempi della sua vita, è stato a san Paolo, con don Orazio Barbarino). Entrando in san Pietro, ancora sembra che lui sia lì, che da un momento all’altro debba entrare dalla porticina nascosta del “coro”, che debba subito togliersi il “trepizzi”, deporlo su uno scanno del “coro”, avviarsi all’altare e cominciare la Messa. Il suo sorriso, la sua parola.

Chi, come chi scrive, ha avuto la fortuna e la grazia di Dio di poterlo seguire per tanti anni, sa cosa voglia dire l’espressione “portava il sorriso e il profumo del buon Dio”. Le sue prediche duravano sempre molto. E a quella messa, la sua, ci si andava proprio per le prediche. Avrebbe potuto parlare tutta la giornata: non solo non stancava mai chi lo ascoltava, ma dava gioia, ricchezza, spunti di pensiero, di riflessione. Erano una grazia di Dio le sue prediche.
Chi scrive lo ha “scoperto”per caso, almeno 50 anni fa, più o meno. Perché una domenica, non avendo fatto in tempo per la Messa abituale in un altra chiesa, per caso ha trovato la Messa delle 11 a San Pietro. Ed ha scoperto un mondo ricchissimo e impensabile. Da allora, la sua Messa è stata sempre quella di padre Mauger

Padre Antonino Maugeri

i.
Spiritoso, gradevolissimo nel suo eloquio, in cui riusciva a mettere anche filosofia, teologia, poesia, letteratura, musica (la “sua”!), citazioni in latino e battute in siciliano…..
Parlare con lui, in confessione, o per la richiesta di un consiglio, era abbeverarsi ad una fonte di serenità e ricchezza. Persona coltissima, si diceva, (d’altronde proveniente da famiglia di grande cultura) e musicista.
Sedici anni fa, nel 2000, vinse il primo premio in un concorso a Castagneto Carducci ( in provincia di Livorno) – categoria “Messa in latino”- con un suo “Credo”, che chi scrive ha avuto l’onore di dirigere, in sua presenza, ad Acireale, nella chiesa di Odigitria, grazie alla squisita ospitalità di padre Domenico Massimino, allora parroco di quella chiesa, ed ora, neanche a farlo apposta, a Randazzo, proprio nel luogo di provenienza di padre Maugeri.

Del resto, come musicista, don Antonino era stato un “bimbo prodigio”, come si dice: per testimonianza della sorella prof. ssa Cecilia, abbiamo appreso che già a tre anni suonava il mandolino ad orecchio.
Moltissime sono le sue composizioni sacre (l’ inno a santa Venera, che ad ogni festa della santa viene cantato in città, è noto a tutti) ed alcune delle sue musiche sono state donate (così ci è stato detto) alla biblioteca Zelantea, altre al Seminario; altre sono sicuramente da qualche parte, in città.
Che aspettiamo a valorizzarle con maggiore assiduità e attenzione?
A Santa Maria Ammalati c’è già una “Schola cantorum” intitolata a padre Maugeri: ci auguriamo che venga sempre più valorizzata.

È vero che, ai nostri tempi, come diceva Tacito per i suoi, più volentieri che i nostri “externos colimus”, e che ben venga, anche i nostri valgono.
E padre Maugeri sacerdote meraviglioso, musicista, uomo di cultura, esorcista, persona sempre disponibile all’ascolto e al dialogo con tutti, capace di una parola buona con tutti, vale. E quanto vale!

Ha amato la musica fino alla fine. È morto cantando (come ha spesso ricordato il fratello che gli era accanto alla sua morte), cioè componendo un canto, nel momento estremo, che pare fosse un omaggio alla Madonna, alla cui devozione esortava tutti. Anche dalla malattia ha saputo trarre santificazione.
Padre  Antonino Maugeri suonava l’organo, quando le sue mani non erano sulla tastiera, o alle prese con un manoscritto di musica, o innalzate a benedire, tenevano sempre fra le dita il rosario. Sempre!  Nell’espressione che vediamo nella foto, in quel sorriso, c’è tutto padre Maugeri: la musica che si fa preghiera e gioia. Ed è giusto che ce ne ricordiamo.

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     Un incontro volto al ricordo di una figura religiosa, quella di padre Antonino Maugeri, scandito dalla presenza della musica, eseguita a piccoli tratti, ma citata costantemente e resa protagonista insieme al sacerdote che l’ha coltivata lungo la sua vita, per parecchi decenni vissuta anche nel delicato servizio di esorcista.
All’interno della suggestiva Basilica dei Santi Apostoli Pietro e Paolo di Acireale, è stato presentato al pubblico il libro “Tutto quaggiù è armonia – Padre Maugeri: uomo sacerdote musicista”, edito da La Voce dell’Jonio, scritto dal prof. Salvatore Licciardello. Gli amici, i conoscenti di don Antonino, ma anche semplicemente chi frequenta la chiesa hanno partecipato numerosi alla serata in cui è stata delineata con chiarezza l’immagine dell’uomo che si è dedicato a Dio ed agli altri, con la passione per la musica sacra ed il canto.
Le varie testimonianze, sia quelle citate nella biografia su di lui incentrata, sia quelle degli intervenuti alla serata, ne hanno proposto la figura sempre sorridente e felice. Un sacerdote popolare, per la gente, che si prodigava nell’ascoltare tutti. Originario di Randazzo, da una famiglia ben salda nei valori e nel senso della fede, favorevole a questa sua propensione religiosa e spirituale, all’età di tredici anni entra nel Seminario Vescovile di Acireale e nel 1941 viene ordinato sacerdote. Nel 1962 diviene Rettore della Basilica dei SS. Pietro e Paolo. La sua dedizione alla musica è tale da fargli conseguire il diploma di Canto corale ed Organo alla Scuola Diocesana di Musica Sacra di Como.
“La musica era la sua seconda vocazione e la viveva con grande interesse interiore”, conferma mons. Guglielmo Giombanco, vescovo di Patti. Una figura “ poliedrica”, come l’ha definita il prof. Licciardello, che vi ha dedicato la sua ricerca meticolosa di fonti, testimonianze, aneddoti e ne ha fatto una biografia usufruibile per tutti ed utile a perpetuarne il ricordo all’interno della comunità e della diocesi tutta. “Il libro ha puntato l’attenzione su una figura importante per Acireale, che rinasce nella memoria collettiva. Con la biografia si è portato avanti il programma di riedizione del nostro Padre Maugeri. Bisognava assolutamente ricordarlo, non solo per lui ma anche per l’intera città, che è stata presente numerosa questa sera”, ha affermato l’autore.
Ha ribadito l’utilità del lavoro il vescovo di Acireale, mons. Antonino Raspanti: “Esprimo la gratitudine della diocesi di non lasciare fagocitare nell’oblio questa figura così talentuosa”. Don Antonino, infatti, svolgeva il suo ministero con la gioia della preghiera, del rendere grazie a Dio, dell’aiutare gli altri anche con il delicato ruolo di esorcista: “Trentacinque anni fa intervistai Padre Maugeri che mi parlò dell’esorcismo con una semplicità disarmante, ma che io feci fatica ad ascoltare fino in fondo, tanto che gli chiesi di fermarsi. Era un uomo fatto per la gente, semplice ma ricco di talenti che spendeva per gli altri”, ha raccontato il giornalista Giuseppe Vecchio, direttore de La Voce dell’Jonio, testata per la quale il prete ha collaborato con i suoi scritti per circa vent’anni.
Durante l’incontro è emersa, dunque, una persona semplice nella sua complessità. La sua musica gli nasceva spontaneamente e non poteva farne a meno “Serbo il ricordo personale di un uomo che metteva a disposizione sé stesso, che voleva capire meglio come la sua musica potesse servire per il suo messaggio evangelico. Era il suo modo di esprimersi per raggiungere immediatamente il cuore e la testa delle persone, c’è riuscito perfettamente e ci riesce ancora oggi”, così lo ha descritto lo storico della musica Gian Nicola Vessia, che lo ha conosciuto e ne ha condiviso la passione per le melodie.
La figura di don Antonino non sbiadirà nella mente delle persone che con lui hanno interagito e sarà abbracciata dalle musiche, dalle note generate dal suo animo per lodare Dio in modo gioioso ed allegro, per rispecchiare una fede carica di speranza ed amore.

Rita Messina

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     A distanza di dieci anni dalla scomparsa, ne ricorre l’anniversario il 22 febbraio, ed a cento anni dalla nascita, il 4 settembre prossimo, padre Antonino Maugeri, per quarant’anni rettore della basilica dei SS. Pietro e Paolo di Acireale, viene ricordato nel libro, scritto dal prof. Salvatore Licciardello, dal titolo “Tutto quaggiù è armonia – Padre Maugeri: uomo sacerdote musicista”, edito da La Voce dell’Jonio.

La biografia è dedicata ad un uomo di Chiesa, che si proponeva agli altri con l’animo volto a Dio ed alla sua magnificenza e ne rendeva grazie attraverso l’immenso trasporto per la musica sacra e per il canto. Spiritualità e musica, un connubio che ha caratterizzato la sua vita fin dai primi anni di studio, da quando, all’età di tredici anni, entrò nel Seminario Vescovile di Acireale, dove ebbe modo di manifestare questa sua passione. L’ascolto della parola di Dio, la sua applicazione pratica nel quotidiano, si manifestava in lui con le mille attenzioni agli altri, a tutti coloro che lo hanno conosciuto e ne serbano un ricordo personale e, per certi aspetti, vario.
“Da ragazzo sentivo molto parlare di lui nelle varie parrocchie, del suo modo di agire e del suo operato. Era una grande personalità sia come sacerdote sia come musicista. Per lui la musica era il linguaggio divino. Era in grado di percepire Dio in tutto ed in tutti. Ad un certo momento io e mia moglie fondammo una corale polifonica denominata Don Antonino Maugeri, mi avvicinai molto a lui, nell’ambito della musica e ne ho apprezzato le doti”, ha affermato il prof. Salvatore  Licciardello, autore del libro.

Un lavoro, il suo, iniziato tre anni fa. Un contributo che mira a preservare la memoria di una figura emblematica per la diocesi di Acireale. Padre Maugeri ha svolto, infatti, il suo ministero per circa sessant’anni. “Ho voluto realizzare questa biografia, che è stata una ricerca storica, una raccolta di documentazione, per dar possibilità e modo di ricordarlo a chi lo conosceva già. Per chi non lo ha conosciuto è occasione per apprezzarne la grande personalità. Lui era ed è un uomo di speranza per tutti. Con le sue omelie, con le sue parole riusciva ad entrare dentro il cuore dell’interlocutore. Le varie testimonianze raccolte hanno in comune l’immagine allegra e gioviale di padre Maugeri e quell’avvicinarsi a chi era in difficoltà senza risparmiare sé stesso. È stato un lavoro che mi ha appassionato particolarmente ma anche molto delicato, perché ha significato per me entrare dentro l’anima di una persona, mirando a rispettarla in totale”, ha continuato l’autore.
Tanti gli aneddoti, le immagini di vita riportate nella biografia. Il suo amore per la musica è ricordato attraverso gli innumerevoli fogli in cui era solito tracciare il pentagramma ed affidarvi le note che gli venivano in mente e che eseguiva con le “mollette della biancheria”, scuotendole come una batteria. Il suo infinito impegno si individuava nell’attività di prete, nel delicato ruolo di esorcista, nel ribadire l’eccesso di una moda eccessiva, ma anche nel saper essere amico, confidente, guida spirituale.
Sabato 17, nella Basilica dei Santi Apostoli Pietro e Paolo di Acireale, alle ore 18, la biografia sarà presentata al pubblico, in una serata ricca di spunti e di interventi, momento di riflessione su una personalità locale che molto ha dato e continua a dare agli altri, anche una volta terminato il suo cammino terreno.

Rita Messina 

 

 

 

 

Mons. Vincenzo Mancini

 

Una delle personalità più illustri che la Città di Randazzo abbia avuto nel secolo appena scorso è certamente quella di mons. Vincenzo Mancini, per tanti anni Arciprete-Parroco della Basilca di Santa Maria di questa Città, nonché Vicario Foraneo della Diocesi di Acireale e Prelato domestico di Sua Santità il Papa .

Arciprete Don Vincenzo Mancini – Basilica Santa Maria, Randazzo

Nato a Randazzo il 26 agosto del 1921, da Biagio e da Anna Lo Giudice, stimati  commercianti randazzesi, il giovane Vincenzo, ultimo  di quattro figli (gli altri tre fratelli erano Giuseppina,  Angela  ed Alessandro) sentì molto presto la vocazione sacerdotale ed entrò giovanissimo, per intraprenderne gli studi, al Seminario vescovile di Acireale.
Era stato battezzato il 17 settembre 1921 e – come si diceva prima – dopo essere entrato nel Seminario di Acireale, poco prima della Prima Tonsura, avvenuta il 23 dicembre 1929, il 6 dicembre riceveva il sacramento della Cresima nella chiesa di San Nicola, in Randazzo.
Superati brillantemente i primi studi ecclesiastici, il 16 giugno 1940 riceveva in Seminario gli Ordini minori dell’Ostiariato e del Lettorato, mentre l’anno successivo, il 13 luglio 1941, riceveva quelli dell’Esorcistato e dell’Accolitato.
Il 22 novembre 1942, dopo averne fatto richiesta scritta rigorosamente in latino – com’era uso del tempo –, riceveva l’Ordine del Suddiaconato.
Il 31 ottobre 1943 veniva ordinato Diacono.

Come si ricorderà, erano, quelli, gli anni tristi della Seconda Guerra Mondiale,  e  solo un mese prima la famiglia Mancini era stata colpita da un gravissimo lutto per la  scomparsa  dell’amato figlio Alessandro, perito in mare i1 9 settembre 1943 (appena un giorno dopo la promulgazione dell’armistizio fra l’esercito italiano e quello alleato), al largo dell’isola della Maddalena, nell’affondamento della corazzata Roma causato da parte  dei Tedeschi.
Il 4 marzo 1944, il giovane diacono Vincenzo Mancini veniva consacrato sacerdote.
La città di Randazzo, in verità, non si era ancora completamente destata dall’incubo  dei bombardamenti angloamericani, e dovunque non vi erano altro che macerie, lutti,  fame e distruzione. Persino il clero, in quei tristi momenti, dovette impegnarsi per   offrire  assistenza  e sostegno alla popolazione così duramente colpita. 
Inviato dall’obbedienza vescovile a svolgere il proprio ministero sacerdotale quale vicario cooperatore presso la Basilica di Santa Maria Assunta in Randazzo, da allora  in poi, sino alla morte, la sua vita rimase legata strettamente ed inscindibilmente a  quella  della sua  Basilica e della sua Parrocchia. 
Cooperò per tanti anni con l’indimenticabile arciprete mons. Giovanni Birelli a cui succedette nella carica a partire dal 1° novembre 1966.
La signorilità del tratto e la profonda vita di pietà rendevano mons. Vincenzo Mancini una persona amabile.
Facile al sorriso che sgorgava dal suo viso illuminato dagli occhi verdi-azzurri, egli dimostrava sempre, e con tutti, grande senso di accoglienza e massima disponibilità.
Per tanti anni svolse anche la funzione di Vicario Foraneo del VI Vicariato di Acireale, il cui comprensorio giuridico ed amministrativo, oltre a Randazzo, si estendeva anche ai vicini centri di Linguaglossa e Castiglione di Sicilia. Ruolo, questo di Vicario Foraneo, che Mons. Mancini  svolse sempre con grande dignità e  competenza, grazie anche a quella scienza, umiltà, prudenza, saggezza, capacità di mediazione ed autorevolezza che  sempre lo contraddistinsero.
Una nomina ancora, questa di mons. Mancini a Vicario Foraneo, condivisa – e quindi apprezzata –  da più Vescovi succedutisi nel tempo.
Veramente tanto il lavoro da lui svolto in moltissimi anni di sacerdozio, così come, del resto, in tutta la sua vita: dal campo apostolico e pastorale a quello educativo e sociale.
Di lui si ricorda, infatti, non solo la sua attività di pastore e curatore di anime, ma anche quella di insegnante e di educatore nelle varie scuole. Piace ricordare, solo per fare un esempio, il grande formatore quale egli fu, soprattutto al Liceo Classico “Don Cavina” di Randazzo, amatissimo dai giovani, dove si distinse per grande serenità, compostezza ed equilibrio, soprattutto nei tormentati anni delle contestazioni giovanili, lasciando anche là un ottimo ricordo di sé e del suo apprezzato dialogo sia con i giovani sia con i colleghi insegnanti e dirigenti scolastici.
Nonché – si ricorda ancora – la sua figura di fondatore, curatore ed amministratore oculato e sempre attento, della Casa di Riposo “Paolo Vagliasindi del Castello”, sempre qui, nella nostra Città: una istituzione, questa della Casa di Riposo, senza la quale Randazzo sarebbe stata oggi certamente più povera; e non solo Randazzo, visto che ancora oggi la stessa Casa di Riposo è diventata confortevole residenza anche di parecchi ospiti anziani provenienti da diverse città limitrofe.
Oltre alla Casa di Riposo, ricordiamo pure che altre istituzioni benefiche videro  mons. Vincenzo Mancini sempre lavoratore instancabile, attento, scrupoloso.
Ed in tutte queste sue attività, nei loro molteplici aspetti, egli fu per tutti padre, fratello, amico e sicura guida. Sempre e dovunque, soprattutto, sacerdote.
Un sacerdote – come voluto dal Vangelo – che da Buon Pastore seppe, in ogni circostanza, aver cura del “gregge” affidatogli da Dio attraverso la sua Chiesa, servendolo con amore in ogni circostanza, lieta o triste che fosse.
Un sacerdote che con la sua condotta quotidiana, e con la sua premurosa sollecitudine  nei confronti di tutti, seppe presentare sempre, a credenti e non credenti, il volto di un ministero pastorale veramente paterno, rendendo a tutti piena testimonianza della Verità evangelica: come un Buon Pastore, andando non poche volte, con discrezione e garbo, alla ricerca del dialogo pure con chi aveva da molto tempo abbandonato la pratica religiosa o, peggio ancora, si era trasformato in acerrimo nemico della Chiesa.
E monsignor Mancini, con il suo instancabile lavoro pastorale, paziente e costante, seppe riuscire ad ammorbidire persino i cuori più duri. Per dirla con San Paolo, ha “sperato contro ogni speranza” e seppe riuscire ad ottenere i risultati prefissati, riportando all’ovile, seppure talvolta in extremis, diverse pecorelle che, purtroppo, si erano smarrite nell’intricato labirinto della vita.
Venerdì 4 marzo 1994 – in occasione del Giubileo sacerdotale dell’indimenticabile monsignor Vincenzo Mancini, celebrato nella Basilica di Santa Maria, a Randazzo –, il Vescovo di Acireale del tempo, mons. Giuseppe Malandrino, richiamava alla mente dei numerosi fedeli accorsi che il sacerdote, come mons. Mancini, è un uomo scelto da Dio fra gli altri uomini e posto al loro servizio per essere segno della sua presenza e del suo amore di Padre, fratello ed amico.
Ma “Padre Mancini” –  come veniva  familiarmente chiamato da tutti – a Randazzo non fu solo il curatore delle anime, premurandosi per le loro condizioni spirituali e intellettuali, bensì anche dei corpi, dei bisogni dei più umili, dei più poveri e dei più emarginati. Egli si mostrò sempre premuroso verso tutti, di qualsiasi età, condizione o stato sociale essi fossero: fossero  stati concittadini oppure ospiti di passaggio, oppure ancora stranieri, trattando tutti con grande cortesia e carità.

Chiunque abbia fatto ricorso al suo aiuto non è mai rimasto deluso.

Tre altri aspetti, di Monsignor Vincenzo Mancini, piace ancora brevemente qui ricordare:

Il primo : in perfetta sintonia ed in linea con i suoi predecessori, egli seppe sempre curare, ed in ogni aspetto, la splendida Basilica di Santa Maria, come se fosse la propria casa, rendendola sempre più bella e sempre più accogliente, con sapienti ed oculati lavori di restauro, facendo sì che la Casa del Signore fosse davvero quella di tutta la comunità cristiana.
Il secondo : la sua costante presenza negli avvenimenti, lieti o tristi che fossero, che riguardassero non solo la sua Parrocchia, ma anche tutta la Città di Randazzo.
Un uomo ed un sacerdote veramente ammirevole, Mons. Vincenzo Mancini, che nonostante l’incedere degli anni e dell’età, riuscì a conservare sempre, sino ai suoi ultimi giorni, uno spirito davvero giovanile, lavorando instancabilmente – per dirla col Papa emerito Benedetto XVI – nella Vigna del Signore. In tutte le occasioni – dicevamo –, liete o tristi che fossero: dagli avvenimenti personali e familiari (nascite, battesimi, cresime, prime comunioni, matrimoni o lutti), a quelli comunitari, come le varie Processioni religiose cittadine. Sempre presente, nonostante tutto. Nonostante persino le difficoltà che un simile servizio spesso comportava, soprattutto con l’implacabile incedere degli anni.
Un uomo e un sacerdote ancora, Padre Mancini – ed ecco il terzo aspetto – che si sentì sempre responsabile del bene spirituale e materiale di tutta la Città di Randazzo, divenendone un sicuro e certo punto di riferimento per tutti, essendo stato egli sempre super partes e prodigo a dare gli opportuni suggerimenti e più che preziosi consigli ogniqualvolta a lui da chiunque richiesti.
Un uomo veramente disponibile ed amato da tutti, Mons. Vincenzo Mancini, come peraltro stette a dimostrare il grande affetto dimostratogli dalla nostra città, e non solo, con la continua processione di persone di ogni ceto sociale, provenienti da ogni dove, che nella Basilica di Santa Maria ebbe luogo nei tre giorni in cui riposò la sua salma – con la cassa appoggiata per terra nello stesso identico posto dove 62 anni prima egli si era prostrato in occasione della sua ordinazione sacerdotale – per dargli ancora una volta l’ultimo affettuoso saluto prima dei funerali avvenuti nel pomeriggio di lunedì 1° maggio 2006.
Ed è per tutti questi motivi che l’Amministrazione Comunale di Randazzo, nel decimo anniversario della scomparsa terrena del suo Arciprete Mons. Vincenzo Mancini – avvenuta il 29 aprile del 2006 –, con delibera di Giunta Municipale n. 19 del 19 febbraio 2016, ha deciso di intitolargli il Largo antistante al lato nord della Basilica di Santa Maria, chiesa dove il Prelato domestico di sua santità il Papa, per oltre 62 anni, dal 4 marzo 1944 sino al giorno della sua morte, ebbe ad esercitare il proprio ministero sacerdotale e pastorale.

      Giuseppe Portale

 

Randazzo / Riconoscimento filiale per mons. Mancini. A dieci anni dalla morte, il Comune gli dedica una piazza.

Lo scorso 29 aprile, giorno del 10° anniversario della scomparsa di mons. Vincenzo Mancini,  la città di Randazzo ha voluto dedicargli una piazza con una cerimonia che ha visto la partecipazione di autorità religiose, civili, militari, parrocchiani e numerosi altri cittadini.

Maristella Dilettoso

Mons. Vincenzo Mancini era nato a Randazzo il 26 agosto 1921.
Seguendo una vocazione manifestatasi fin dall’infanzia, ricevette l’Ordine Sacro il 4 marzo 1944, dopo gli studi compiuti presso il Seminario vescovile di Acireale.
Erano gli anni tristi della guerra (solo pochi mesi prima il fratello maggiore, Alessandro, era perito in mare durante l’affondamento della corazzata Roma), Randazzo non si era ancora completamente destata dall’incubo dei bombardamenti e dell’invasione, dovunque vi erano macerie, lutti, fame e distruzione, e il clero dovette molto impegnarsi a dare assistenza e sostegno.
Fin dall’inizio del suo ministero, il neo sacerdote fu assegnato alla Basilica di S. Maria, e da allora la sua vita è rimasta legata strettamente, inscindibilmente, a questa chiesa, uno splendido tempio che affonda le sue origini nella leggenda, che si è arricchito nei secoli di tante opere d’arte, grazie anche al mecenatismo degli arcipreti che vi si sono succeduti, che ha accolto la comunità randazzese nei momenti più luminosi come in quelli più bui, superando, magnifica e indenne, terremoti, eruzioni e guerre.
Di questa chiesa mons. Vincenzo Mancini è stato, per ben 62 anni, custode e guida, dal 1° dicembre 1966, quando ne divenne arciprete e parroco, succedendo a mons. Giovanni Birelli.
La successiva nomina di vicario foraneo, da parte del vescovo di Acireale, gli conferiva un ruolo pastorale, oltre che giuridico e amministrativo, che si estendeva ben oltre i confini della parrocchia e della città di Randazzo, comprendendo anche Linguaglossa e Castiglione di Sicilia, ruolo di grande importanza, che lo promuoveva tra i più vicini collaboratori del vescovo, e che mons. Mancini ha svolto sempre con grande dignità e competenza, grazie a quella prudenza e innata saggezza, diplomazia, capacità di mediazione e autorevolezza, che lo hanno sempre contraddistinto.
Il suo impegno non restò circoscritto all’attività parrocchiale, ma si era esteso anche al mondo della scuola, con l’insegnamento presso il liceo classico “Don Cavina”, e all’assistenza agli anziani, perseguita e realizzata particolarmente attraverso la casa di riposo “Paolo Vagliasindi del Castello”.
L’istituzione, fondata nel 1929, e in un primo tempo aggregata all’ospedale civile, dal 1964 collocata in una struttura autonoma e dignitosa, lo ebbe nel 1956 commissario prefettizio, e dopo alcuni mesi presidente, carica, questa, che padre Mancini ricoprì, salvo brevi interruzioni, fino alla fine, e nella quale investì energie e impegno, promuovendo ampliamenti e ristrutturazioni dell’edificio, al fine di assicurare una vecchiaia e un’assistenza dignitosa e adeguata a tanti anziani di Randazzo e del circondario.
Rimase attivo e presente nella vita parrocchiale, anche quando il fardello dell’età e degli acciacchi aveva cominciato a rallentare il suo passo, e nonostante il peso dei gravi lutti familiari che gli era toccato di affrontare negli ultimi anni.
Si spense a 84 anni, il 29 aprile 2006.

L’Amministrazione comunale di Randazzo, considerato lo spessore del sacerdote e dell’uomo, e quanto mons. Vincenzo Mancini sia stato, nel corso del suo lungo mandato, un punto di riferimento, per tanti giovani, adesso cresciuti, per tanti anziani, per il clero locale, per la comunità parrocchiale e per la città tutta di Randazzo, con deliberazione di Giunta. n. 19 del 19.02.2016, stabiliva di dedicargli un’area cittadina.

Largo Mons. Vincenzo Mancini

La manifestazione del 29 aprile scorso, iniziata con una concelebrazione nella Basilica di S. Maria, presieduta dal vescovo della Diocesi di Acireale, mons. Antonino Raspanti, con la partecipazione dell’arciprete don Domenico Massimino e degli esponenti del clero di Randazzo, è proseguita con l’intitolazione dello spiazzo antistante il lato nord della chiesa e la sacrestia (‘a Tribonia), che si affaccia sul fiume Alcantara, e che da oggi, a ricordo di chi in quei luoghi ha operato per lunghi anni, si chiamerà “Largo mons. Vincenzo Mancini”.

Prima della scopertura della targa il sindaco di Randazzo, prof. Michele Mangione, ha sottolineato la presenza costante nella comunità cittadina di mons. Mancini, figura sempre “super partes”, il suo impegno religioso e sociale, mentre il vescovo ha voluto ricordare il ruolo di sacerdote, assolto con puntualità e zelo.

Maristella Dilettoso

 

LA CHIESA DI SAN MARTINO

CHIESA DI SAN MARTINO:

L’Arciprete Giuseppe Plumari ed Emmanuele nellaStoria di Randazzo trattata in seno ad alcuni cenni della storia generale di Sicilia ”  (pag.319) così la descrive:

            Nel Quinto Secolo Cristiano, dalla suindicata Chiesa di S.to STEFANO fu traslocata la Cattedra Vescovile della Chiesa ALESINA in altra novella Chiesa dello stesso Rione, dietroposta alla medesima, quale fu costruita ben grande, benchè allora ad una sola Navata, dedicata a S. MARTINO Vescovo Turonese. Questa novella Chiesa fù nel XIII° Secolo ampliata a tre Navi, ed in quello XIV vi fù aggiunta la quarta coll’idea di costruirsene la Quinta uguale dal Lato Settentrionale, quale sin’ora non è stata edificata ancora. L’attual Campanile di questo Tempio riconosce un’Epoca posteriore a quella dei rimanenti, e loro sua costruzione.
La di Lui Architettura, sembra, che sia Opera dè Normanni, come è da vedersi dalla Sua Figura, che si annette.

DON NINO FRANCO

Nato a Randazzo (CT) il 16 agosto 1948

Ordinato Sacerdote il 21 aprile 1974 in Randazzo da mons. Ignazio Cannavò

Ha conseguito la laurea in filosofia presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore a Milano, l’8 novembre 1976, discutendo la tesi “Le riflessioni sul metodo sapienziale di Alfonso Gratry.

Ha conseguito la licenza in teologia, con specializzazione in teologia fondamentale, presso la Facoltà Teologica dell’Italia settentrionale a Milano, il 15 febbraio 1984. Titolo della tesi Fede e Teologia nel pensiero di M.- D. Chenu.

Ministeri Ecclesiastici

Assistente Spirituale presso l’Università Cattolica S. Cuore Milano – 1974- 1979

Assistente Ecclesiastico FUCI 1974- 1979 Presso l’Università Cattolica del S. Cuore Milano

Vicario “In missione di Studio” presso la Parrocchia Saint Séverin –  Paris V, – ottobre 1979- ottobre 1980

Cappellano del Pensionato Universitario Femminile “Casa della Studente” delle Suore di Maria Bambina- Milano, dal 31 ottobre 1980 al 30 ottobre 1984

Assistente del Prof. Don Giuseppe Cristaldi alla Cattedra di “Introduzione alla Teologia” presso l’Università Cattolica del S. Cuore Milano – ottobre 1980 – ottobre 1984.

Assistente Ecclesiastico FUCI dal 1984-  al 2010 – Diocesi di Acireale

Docente invitato di Teologia Fondamentale e Filosofia- Studio Teologico S. Paolo Catania – ottobre 1984- ottobre 1992

Direttore dell’Istituto di Scienze Religiose – Acireale, dal 1987 al 2004

Docente part Time di Religione Cattolica presso il Liceo Classico “ Gulli e Pennisi” di Acireale, dal 1987 al  2010

Docente Incaricato presso lo Studio Teologico S. Paolo – Catania dall’ 1992- a oggi (2014)

Membro del Consiglio Presbiterale dal 1987- al 2011.

Segretario del Consiglio Presbiterale Dal 1990- al 4 giugno 2008

Assistente Spirituale delle Missionarie dell’Opera della Regalità di Cristo dal 1997- 2003

Nominato Canonico della Cattedrale di Acireale il 31 ottobre 2003

Nominato membro del Collegio dei Consultori dal 2003- 2008; e dal 2008- 2013

Direttore Spirituale del Seminario diocesano di Acireale, dal 2 settembre 2004 al 2006.

 

PUBBLICAZIONI DI DON NINO FRANCO

Scritti su Padre Marie-Dominique Chenu

La teologìa de M.- D. Chenu: itinérario historico- cultural, in Ciencia tomista, 76(1985)235-265.

Realismo tomista e rinnovamento della teologia nell’opera di M-D Chenu, in Synaxis 4(1986) 183- 233.

L’epistemologia teologica di M- D Chenu. Itinerario e prospettive, in Synaxis 5(1987), 7- 71.

Teologia scienza della fede, in Vita e Pensiero, 5(1987)389-393.

Il realismo della fede. La testimonianza di p. Marie Dominique Chenu, in Vita e Pensiero 6 (1990) 448-455.

I segni dei tempi nella riflessione teologica di M.D. Chenu, in Rassegna di Teologia, 41(2000)119-125.

Marie- Dominique Chenu, “Novecento Teologico” 9, Morcelliana, Brescia 2003.

Padre Marie- Dominique Chenu. Un teologo al Concilio, in Dialoghi XII (2012) n.1, 110- 118.

 

Scritti su Alphonse GRATRY

Il problema della conoscenza di Dio nella filosofia di A. Gratry, in Synaxis 7(1989) 181-234.

 Etica e dialettica, i presupposti etici della teodicea, in Synaxis 10(1992)125-152.

Il problema della conoscenza di Dio in A. Gratry. La filosofia come logica vivente e metodo sapienziale, in Synaxis13/2(1995)319-349.

***
Gesù Cristo verità dell’uomo, in ZETESIS 5 (1989)121-128.

Prospettive etiche nel pensiero post-moderno, in AA.VV. Prospettive etiche nella postmodernità, Ed. S. Paolo, Cinisiello Balsamo 1994, 9-16.

La Chiesa sacramento di Cristo e mistero di salvezza, in Il Concilio davanti a noi, Ed. Ave, Roma 2005, 15- 25.

La dimensione spirituale dello studio, in Notiziario dell’Ufficio Nazionale per l’Educazione, la Scuola e l’Università, 5(2005), 79- 89

Don Nino con l’Arciprete Vincenzo Mancini

 Il dinamismo fede- ragione nell’opera di Giuseppe Cristaldi, in Studium 6 (2008) 933- 953.

 Il dinamismo fede- ragione nell’opera di Giuseppe Cristaldi, in Credere Pensando, Vita e Pensiero, Milano 2009, 109- 129

 La dimensione sapienziale della ricerca, in Credere Pensando, L’itinerario filosofico- teologico di Giuseppe Cristaldi, Vita e Pensiero, Milano 2009, 115- 119.

Giuseppe Cristaldi, in Dizionario dei teologi e dei filosofi di Sicilia

 Tradizione ricordo del Signore e mistero dello Spirito Santo, in Rivista Diocesana di Siracusa, 2 (2013), 176- 190.

 Recensione

Giovinezza del Concilio. Il Vaticano II, vent’anni dopo, Ed. Civiltà Cattolica, Roma 1986, in Vita e Pensiero, 1(1987) 73- 74.

Don Nino con il Cardinale Karol Wojtyla.

Don Nino con suo padre Paolo

Don Nino con i giovani della FUCI

Don Nino con il Cardinale Karol Wojtyla

L’Ultima Pubblicazione di don Nino Franco.


 

L’uomo che spingeva a guardare lontano

  • Lettere e incontri con il domenicano M.-D. Chenu ·

23 novembre 2018

Chi è Dio? «Non un concetto, delle proposizioni, un sistema di pensiero, ma Colui nel quale riconosco il tutto della mia vita, l’oggetto beatificante della mia felicità», rispondeva Marie-Dominique Chenu, il grande domenicano che possiamo oggi riscoprire nelle pagine di La teologia è sapienza. Conversazioni e lettere (Brescia, Morcelliana, 2018, pagine 265, euro 21), dove il teologo di Acireale Antonio Franco rende pubbliche le conversazioni e gli scambi epistolari con l’indimenticato maestro.

Padre M.-D.Chenu

Il volume è prezioso, semplice e rigoroso come ha da esser la buona teologia: un servizio alla fede che, raccogliendo le sfide contemporanee, libera le energie della Parola e della Tradizione. In particolare, attraverso Chenu, Franco ci fa gustare san Tommaso, manifestandone l’insuperabilità pur senza renderlo un totem né un feticcio, come quando si brandiscono gli autori del passato per rimuovere la responsabilità di pensare al presente.

Storico della teologia e docente all’Istituto teologico domenicano francese Le Saulchoir, padre Chenu (1895-1990) è stato uno dei teologi ispiratori del Concilio Vaticano II, con un ruolo centrale nell’approvazione della Costituzione pastorale Gaudium et spes. Innamorato dell’Aquinate, Yves Congar scrisse che per lui la teologia è fede che opera all’interno dell’intelligenza discorsiva umana. Ed effettivamente nelle pagine curate da Franco è dirompente «l’appetito di intelligibilità» che, con Tommaso, Chenu sostiene essere strutturale alla fede stessa: cercare con tutte le risorse del conoscere le ragioni dell’operato di Dio e ottenere così un’intelligenza “dall’interno” del suo mistero. Fides in statu scientiae.

Eppure non è tutto: «È il primo Chenu», dice di sé il maestro. E il discepolo: «Ma lei cosa pensa di questo primo Chenu, esiste ancora oggi?». Risposta: «Sì, ma un po’ relativizzato. Perché oggi colloco questa fides in statu scientiae in intrinseca relazione con l’attualità della parola di Dio, di modo che, anziché analizzarla assolutamente, la pongo in riferimento alla Chiesa di oggi. Ciò introduce un certo relativismo. Io sono un po’ più relativista riguardo alle forme dogmatiche».

Affermazioni che fecero e fanno tremare qualcuno. Confidenze private, debolezze di un pensatore cristiano? O piuttosto avanzamento, approfondimento, consolidamento nel dato rivelato? «Ho introdotto la storicità», dice Chenu. Nel primo momento «la ragione teologica operava sui principi, pervenendo a delle conclusioni, utilizzando il sillogismo. Essa procedeva in maniera intemporale; la forza dell’attualità non giocava alcun ruolo. Prenderla in conto ha conferito un nuovo equilibrio alla mia riflessione teologica».

Osserva Franco: «Lei scrive che l’oggetto della fede e quindi della teologia ci viene proposto in proposizioni dogmatiche, ma in quanto esse veicolano la percezione mistica della realtà di Dio». E Chenu scongela l’idea di dottrina, collocandosi ormai dentro la viva fede del popolo di Dio, per cui «nel misticismo c’è realismo. Al contrario, se non c’è misticismo il dato — le verità di fede — sono delle enunciazioni vere ma astratte». Qui misticismo significa fede storicamente e intimamente vissuta, nella Chiesa: «I tomisti, a volte, si sono orientati verso un intellettualismo piuttosto sommario, ma bisogna sottolineare che in san Tommaso l’intelletto è un intelletto trasformato dalla volontà e dall’amore». Il dogma è quindi «un’espressione particolare della fede, la fede è più radicale del dogma; il dogma è un enunciato — enuntiabilis. La percezione in comunione con la parola di Dio nell’atto della fede è preliminare».

Nel libro, così, amore diviene parola fondamentale, senza cedimenti spiritualistici o sentimentali. Per il domenicano l’amore «satura», «spinge», «sollecita» le facoltà umane, «tende verso la speranza» e quindi mobilita, libera, rende audaci. «Poiché l’amore è più grande, non è soltanto un eccitante, ma entra nella conoscenza come una transustanziazione psicologica». Esso imprime nella conoscenza un’insaziabile tensione verso l’oggetto amato: «Il riflusso nell’intelligenza di questo amore, insoddisfatto perché non ha raggiunto tutta la realtà dell’amato, innalza la luce della fede verso una apprensione dell’Ineffabile». E audace divenne, in effetti, Tommaso d’Aquino: «Era certo paradossale per la sensibilità cristiana ricorrere a una filosofia che non considerava il trascendente come oggetto. Ma la decisione aristotelica di san Tommaso veniva a servire, nella sua teologia», un vangelo «nel quale l’incarnazione è la via di accesso all’intimità di Dio». Realismo, terrestrità: «Non c’è la creazione, e poi al di sopra l’incarnazione. L’incarnazione è all’interno della creazione. La creazione trova la sua realizzazione per il fatto che Dio stesso, avendoci fatto con questa autonomia, viene anche lui dentro come uomo».

Il teologo è allora «colui che osa dire umanamente la Parola di Dio. Avendo ascoltato questa Parola, egli la possiede. Diciamo più esattamente: essa lo possiede, a tal punto che egli penserà per essa e in essa». È un’operazione sempre in corso, mai ripetitiva, irriducibile a una scuola o a un’epoca idealizzata: «Io sono tomista? Sono tomista ma ci sono altri mondi. Relativizzo il tomismo». Quando, infatti, la vita di Dio «si fissa mediante un radicamento nel tessuto stesso del nostro spirito» — incarnazione della verità divina in noi, habitus — allora sia il vivere sia il pensare divengono liberi, limpidi. «Questo è molto importante. La parola latina habitus è molto forte». Chenu confida al discepolo: «Il punto dove mi separo un po’ da san Tommaso è che sempre più, specialmente negli ultimi scritti, pongo la praxis fidei come luogo teologico. L’esperienza, la vita concreta, la fede vissuta nella vita quotidiana è il luogo teologico».

Nel libro è evidente quanto Antonio Franco avverta la pertinenza di questa svolta. Il secondo Chenu, a quasi trent’anni dalla morte, ha predisposto le chiavi teologiche per un risveglio della nostra presenza missionaria e per un ritorno della Chiesa alle proprie origini. Temi cruciali nel cambio d’epoca. Osserva l’autore, rilanciando il Concilio: «Per Chenu, l’incarnazione del Verbo deve continuare nel tempo per la testimonianza della Chiesa, che non deve mirare a costruire una società cristiana: essa è chiamata a discendere e ad accogliere i valori presenti nella realtà terrestre, nel loro spessore immanente, perché le loro aperture alla verità (…) incontrando la luce del vangelo si realizzino pienamente».

Ciò significa che «non è solo in politica che bisogna dare a Cesare quel che è di Cesare: è in ogni settore dell’intelligenza e delle attività umane. Dappertutto la grazia perfeziona la natura, cioè lungi dall’alienarla, la ridona a se stessa e al gioco delle sue energie». La teologia — spiega Chenu — al tempo di Marx insisteva tanto sulla dipendenza dall’Essere supremo, e l’uomo era solo uno strumento nelle mani di Dio: il deismo. «Al contrario io affermo che Dio, in quanto creatore, può far sì che un altro sia, in un certo modo, se stesso e autonomo rispetto a Lui. E questo è il mistero della creazione (…). Sono autonomo nella gestione dei doni ricevuti. Sono tanto autonomo che la dipendenza crea in me l’iniziativa di progettare la mia vita. Io stesso sono provvidenza della mia vita. Sono io la mia provvidenza e al tempo stesso la provvidenza di Dio. La provvidenza di Dio non esiste se non è la mia». Qui si fonda la responsabilità del teologo, del cristiano e, ultimamente, di ogni essere umano.

Secondo Franco, questo dunque è stato Chenu per chi l’ha incontrato e conosciuto: un uomo che incoraggiava «a guardare lontano, con gli occhi grandi della fede».

di Sergio Massironi

 

Francesco Finocchiaro

 Il dottor Francesco Finocchiaro (nato a Randazzo il 23 luglio 1864, morto il 19 ottobre 1938), “chimico e farmacista”, conduceva la sua farmacia nella prima metà del secolo scorso sulla via Umberto, nei pressi di San Martino: era la tipica farmacia d’una volta, con vasi e alambicchi allineati sugli scaffali, dove lo speziale preparava con le sue mani rimedi e antidoti per ogni infermità, una farmacia come quelle descritte da Giovanni Verga o da Vitaliano  Brancati, una sorta di Circolo Cittadino, frequentata alla sera da amici e conoscenti, dove confluivano tutte le notizie e le chiacchiere del paese, si progettavano scherzi memorabili, si leggevano le composizioni più salaci destinate a pochi intimi.
Pare che il dottor Francesco Finocchiaro fosse piuttosto bravo nella preparazione di sciroppi e per qualche suo preparato aveva anche ottenuto il brevetto.
Nella attività lo affiancava il fratello Gabriele (nato l’11 settembre 1870), che coltivava un animo d’artista: dipingeva,

Francesco Ciccio Finocchiaro

realizzava caricature e vignette umoristiche, intrecciava canestri e all’occasione praticava anche la tassidermia (imbalsamazione di animali).
Sarebbe scomparso il 7 agosto 1943, durante i bombardamenti cui aveva sperato di sottrarsi rifugiandosi, come tanti altri, nella chiesa di S. Martino, ritenendola un luogo sicuro. 
In tempi, come quelli, di scarsa alfabetizzazione, i pochi “uomini di penna” godevano di una certa fiducia e considerazione, al momento di dovere scrivere una lettera, un contratto, richieste  queste che il farmacista soddisfaceva sempre, e spesso in versi. 
I due fratelli, spiriti arguti, dalla penna sciolta e la rima facile, poetavano su tutto e tutti. 
Non esiste purtroppo una raccolta organica dei loro scritti, se n’è potuta avere memoria frammentariamente, e solo attraverso fonti orali, ormai estinte, di “discepoli” e frequentatori, pagine di vecchi giornali e trascrizioni.
La loro poesia era spesso estemporanea, ma mai illetterata, tanto in lingua che in dialetto, nel pieno rispetto della metrica, una poesia dal fraseggio sciolto, disseminata di doppi sensi, finissime allusioni, citazioni dagli autori classici.
I farmacisti seguivano attentamente la vita politica locale e nazionale, le loro composizioni trovavano spazio su fogli satirici dell’epoca, quali “ U trabanti” di Bronte,” L ei è la rio ” di Catania, e altri ancora, firmate spesso con lo pseudonimo di Turi Raspa, dove trattavano tutti i problemi della Randazzo del tempo: acqua, illuminazione, ferrovia, ospedale, igiene pubblica… Purtroppo a chi legge adesso, potranno sfuggire tanti riferimenti a fatti e personaggi distanti parecchi decenni non conoscendone il contesto, ma nonostante ciò la loro poesia ed i temi trattati si rivelano attuali e piacevoli ancora oggi.

Maristella Dilettoso  dal libro  “POETI RANDAZZESI DEL PASSATO” IX Rassegna di Poesie Dialettali e in italiano :“Versi e parole nelle parlate galloitaliche di Sicilia” –  2013  edito dalla Pro Loco di Randazzo.

 

  1. SALVATORE RASPANTE DETTO “TURI RASPA”. 

Da un vecchio cassetto è sbucato fuori un antico opuscoletto di poesie dialettali dal titolo Poesie Siciliane” di Turi Raspa che ci rappresenta una situazione politico-sociale dei primi del Novecento, ci è sembrato opportuno presentarvene una nella versione originale.

 

A Franciscu Vitu Gasparazzu:

(Notizi supra a situazioni politica a

Rannazzu: “Arriva l’acqua ri Pietri Janchi?”

Sta’ vota a Gasparazzu mi presentu

ccu la facci cascata e ccu la cuda

a ‘mmienzu li gammi e triemu ri spaventu

ri aviri fatta ‘na cazziata cruda…

si non cci scrissi nun fu curpa mia,

ma tutta di la nostra Ferrovia-

La nostra Ferrovia , lu sannu tutti

ogni dui e tri cummina sti frittati,

di li giusti pretisi si nni frega….

ma pagatili .ppi favuri ,l’impiegati!

E viditi cca cessanu ‘ntra nenti

vuci, minazzi,scioperi e lamenti.

Ma st’argumentu a nui nn’importa pocu,

e parrari di “ l’acqua” nni cunvieni,

giusta comu vi dissi: a tempu e locu

diremu di la nivi cosi ameni,

rimannannu a la prossima simana

li fattarelli ri la gna’ Bastiana.

“L’acqua” ,vi dissi vieni, ri Muntuni

evi chiara frisca e trasparenti,

si arrivati a tastarini un buccuni,

viditi chi vi stronanu li denti.

Ma l’acqua non verrà ‘nta lu paisi

s’evi guvirnatu ri li Rannazzisi.

Già un cunsigghieri ,ri li cchiù arraggiati,

di chilli chi v’aggiustanu lu munnu,

ccu quattru scarabocchi e du’ parrati,

a la questioni cci tuccau lu funnu,
cu stu’ discursu fattu tempu arreri

avanti nauntri setti cunsigghieri.

Si ‘i Vaiasinni avissuru a chianari,

st’acqua a Rannazzu nun cci vieni mai;

si turnassi Pulizzi a guvirnari

dici chi st’acqua costa troppu assai.

I pupulari vincinu ? E allura

Muntuni evi chiusu ‘nda ‘na sipultura!

Pinsari ad autra acqua evi ‘na fissaria

chilla ri Vaiasinni evi ‘nsufficienti…

-Cunsidirati chilla De Maria…

Gugliermu non cunchiuri; finalmenti

resta Muntuni, e alluri evi necessariu

cca ristassi tru nui lu Commissariu.

 

L’acqua detta di “Pietre Bianche” proviene dalle sorgenti di Portale o Pietre Bianche, Tortorici (ME) a circa 1350mt. sul livello del mare, portata acqua circa 7 litri al secondo. Sorgente di Montone-territorio di Randazzo circa 1275 mt.sul livello del mare, (portata:  1 litro/sec). La condotta che raccoglie l’acqua  delle due sorgenti arriva al Serbatoio dei  Cappuccini, dopo avere attraversato alcune  zone, tra cui  Roccabellia e Murazorotto.
E’  il 1° acquedotto costruito a Randazzo (1906/1907). sindaco pro- tempore  Gualtiero Fisauli. Acque eccellenti e saluberrime sono definite dalla ” Relazione a cura del Prof.Eugenio Di Mattei-Università di Catania”.

A cura di Silvia Vagliasindi  dal libro  “POETI RANDAZZESI DEL PASSATO”  IX Rassegna di Poesie Dialettali e in italiano :
“Versi e parole nelle parlate galloitaliche di Sicilia” –  2013  edito dalla Pro Loco di Randazzo

 

Un originalissimo contratto di affitto di una abitazione scritto in versi dal dr. Francesco Finocchiaro  gentilmente concesso da Pippo Dilettoso.

CONTRATTO DI LOCAZIONE 

L’anno di grazia novecentoquindici

Fatta in Randazzo il 29 Giugno

Avanti i testi che si rendon vindici

E sottoscrivon con il proprio pugno,

Si convien quanto appresso sarà detto

E quanto infine poi sarà riletto.
 

Zingali Santo cede in locazione

A Ciccio Garagozzo fu Bastiano

Una bottega per abitazione

La qual sarà pagata mano a mano,

Come suol dirsi a terzo anticipato

E come meglio qui sarà spiegato,

 

Il primo terzo all’ultima di Agosto

Ed il secondo il primo di gennaio

L’ultimo terzo sarà corrisposto

Il primo Maggio, ed è evidente, chiaro

Che lo Zingali lascerà quietanza

Di nulla più a pretender della stanza.

 

Il Garagozzo s’obbliga osservare

Alla sua volta i patti tali e quali

La bottega non può subaffittare

Se non dietro permesso del Zingali

S’obbliga infine di non far rumore

Giusta le leggi urbane oggi in vigore.

 

Ciò non vuoi dire che durante il giorno

Non possa fare chiavi, serrature,

Maniglie, saliscendi o qualche adorno,

Purché la notte non dia seccature.

Né si potrà lagnare il vicinato

Se esercita il mestiere a cui è portato

 

Il prezzo convenuto è lire trenta

Da ripartirsi come sopra è detto

Zingali dal suo lato si accontenta,

mentre l’accordo al Garagozzo è accetto

Dietro tai patti espliciti ed asciutti

Contenti loro due contenti tutti

L’affitto ha sol di un anno la durata

E col trentuno Agosto avrà scadenza

Può venir questa scritta rinnovata

Se le parti ci trovan convenienza

In questo caso basta solamente

Scrivere un cenno in calce alla presente.

 

S’obbliga Garagozzo custodire

La casa da buon padre di famiglia,

Usarla con decoro e pria di uscire

Riconsegnarla tale e qual la piglia

non occorre concedo perché è patto

Che il termine suddetto val di sfratto.

 

Vien la presente in doppio originale

firmata per comune garanzia

Ed è inutile dire che essa vale

Come se da Notar redatta sia,

Cautela non pregiudica, io dico,

Come diceva pure il motto antico,

 

Qualora si dovesse registrare

La scrittura privata qui presente,

Tutte le spese si dovrà addossare

Chi trasgredisce i patti o se ne pente.

Stabilite cosi le condizioni

Alla firma si vien dei testimoni.

   

 

 

 

Santina Gullotto

 

Santina Gullotto nata a Randazzo, paese magnifico ai piedi del maestoso Etna, situato nella valle dell’Alcantara tra i Nebrodi e i verdeggianti paesi Etnei, come un giardino fiorito i suoi panorami non deludono mai. Cittadina medievale ricca di storia e di chiese antiche, chiamata una volta il paese dalle cento chiese, alcune di esse costruite dai Saraceni con enormi blocchi di pietra lavica tagliata a mano, visitata da turisti di tutto il mondo. 
Con la passione di sempre per la pittura, ho riempito le pareti della mia casa, con dei miei dipinti olio su tela che rappresentano i vari paesaggi che mi circondano. 
Nei miei dipinti fa da protagonista la natura in tutte le sue infinite sfumature, L’Etna, il vulcano che sovrasta il mio paese nella sua maestosità con le sue eruzioni continue, è la mia musa ispiratrice sia dei miei quadri sia dei miei scritti, lei rappresenta la forza della natura pericolosa ma anche buona …con il suo materiale lavico rende fertili i terreni intorno dove ci sono vigneti e ulivi…
Amo la lettura e la poesia. Ho cominciato a scrivere alcune poesie all’età di trent’anni, il maggior numero in questi ultimi anni molto dolorosi della mia già travagliata vita.
Fino l’età di diciotto anni ho vissuto a Randazzo, Mi sono sposata con Franco Amato. Dopo di che mi sono trasferita per nove anni a Catania dove lavorava mio marito, lì sono nati i miei tre figli, Davide, Cinzia e Alessandro.
Sono tornata ad abitare a Randazzo nella stessa casa dove abitavo da ragazza e vi abito tutt’ora con la famiglia e la mia unica nipotina Miriam.
Ho svolto il mio lavoro di sarta sempre in casa, per seguire meglio la famiglia, ho confezionato abiti personalizzati disegnati da me anche da uomo e da sposa.
Amo cucinare e la buona cucina realizzando  alcune ricette e rivisitando le ricette della nonna modernizzandole.
La mia poesia nasce dalla mia vita intensa e piena di non poche sofferenze, che come un fiume in piena mi hanno travolto ma non mi hanno distrutto e che la fede in Dio mi ha fatto sempre superare; ho trasformato il mio dolore in versi senza perdere mai la speranza e l’ottimismo. 
Il mio percorso di scrittrice inizia circa 13 anni fa, dopo un grave incidente subito dal più piccolo dei miei figli. Il dolore provato in quella circostanza ha provocato in me il bisogno di esternare i miei sentimenti per meglio esorcizzare il dolore. Da quei giorni interminabili del Gennaio 2005, come travolta da un fiume in piena,  la mente comincia ad aprire quei cassetti della memoria che fino allora immersi nella nebbia sonnecchiavano senza accorgersi dell’impronta che avevano lasciato …come un nastro di un antico proiettore si riavvolge per tornare poi ad essere proiettato sul telo della vita che ti sta passando accanto….
Tutto quello che nella vita ci succede ha un senso anche se non umanamente spiegabile. 
La fede che mi accompagna da sempre e che nella più dura prova quando stavo per perdere mio figlio diviene più salda, è per me fonte di vita, ancora di salvezza, sostegno insostituibile…. la mia più grande ricompensa alla fatica (se così si può definire) del mio lavoro di scrittrice è stata quella che ha fatto si che io potessi con le mie parole trasmettere fede e speranza ad altre persone ….molti di quelli che hanno letto quello che scrivo mi hanno dato la conferma che la mia fede non è vana. 
In me c’è sempre stata la voglia di vivere e non di sopravvivere, con questo pensiero mi sono sempre creata un lavoro piacevole che mi desse soddisfazione, mi sono sempre creata degli spazi per non tralasciare le mie passioni che mi hanno riempito la vita con la prepotenza di chi non vuole soccombere nemmeno di fronte all’evidenza,
Apprezzo molto Pascoli e Carducci facendo  tesoro del loro insegnamento su argomentazioni come l’amore per la vita e la natura. 


Sin dalla mia giovane età ho letto la Sacra Bibbia ed ho fatto della fede la mia ancora di salvezza e della preghiera mezzo fondamentale per superare tribolazioni e sofferenze.
La mia poesia comprende versi dedicati alla gioia, molto importante per vivere dignitosamente, come nella poesia “Il profumo della felicità” che mitiga il dolore di una vita vissuta per il bene;
la speranza che quasi mai manca, “Nel lago incantato” e “La vita comunque germoglia”;
la nostalgia degli anni andati e della fanciullezza, “La fontanella della mia strada”;
i sogni ai quali non bisogna rinunciare “Limpido e azzurro”, “E ti sogno”;
il quadro completo della lotta e la rivalsa sulla sofferenza nei versi “Quei pezzi di vita”  e “L’immensa forza della vita” 
 dedicati alla natura come nella poesia “Un cuore a metà” , “Vorrei sentire la primavera”, “Il sapore della vita vera”, “Incendio nel cielo”.
Versi dedicati alla dedizione verso il prossimo nella poesia “Come il petalo di un papavero”.

Pubblicazioni e premi.
La prima pubblicazione è stata con tre poesie, passando la selezione di un concorso “VERSI PER UN TERRITORIO” della GB editoria Roma

Aderendo a delle iniziative editoriali ha partecipato alla realizzazione di antologie come “ATTIMI” “Poeti contemporanei” della casa editrice “PAGINE” della stessa, sono state pubblicate diverse poesie tra gli otto Poeti scelti dallo scrittore  “ELIO PECORA” sulla rivista mensile “POETI E POESIA”

Con ALETTI EDITORE ha pubblicato per selezione delle poesie per diversi volumi, autori vari.

Ha partecipato alla realizzazione di una trilogia “CIO CHE CAINO NON SA” con poesie e brani, per la sensibilizzazione della lotta contro la violenza sulla donna ma anche in generale. Partecipazione anche nel volume “La poesia contro il femminicidio” Realizzata per La macina Onulus Editore

La poesia “MI RIFUGIO NEL SILENZIO” premiata con targa d’argento e pubblicata sull’antologia  “ALDA NEL CUORE” nell’omonimo concorso con la Casa editrice URSINI EDIZIONI

La poesia “IN OGNI DOVE” Vince il primo premio assoluto nel concorso Premio nazionale “OASI” MOTTA S. ANASTASIA, nello stesso concorso per la poesia dialettale il premio speciale poesia “STU NOSRU MARI”

Ha pubblicato sei sillogi di poesie in lingua italiana un libro di dialettali “Vernacolo”e tre libri di narrativa… un libro di favole e aforismi.

 

Michele Mangione, Angelo Manitta ,Antonino Portaro, Tina Sgroi, Santina Gullotto e Franco Amato.

 

2018 Premio Mediterraneo Oasy  VI edizione con la poesia “GUARDANNU ATTORNU” Premio Arte e poesie con la poesia “VA COL PENSIERO”

La poesia “CHE NE SAI “ Premiata Aci Castello Da “OMIA ARTE” Nel concorso Castelli di versi

DEDICA

Dedico questa silloge (raccolta) di poesie dialettali alla Sicilia perla del mediterraneo e ai siciliani che la amano e che non facilmente la lasceranno…
al fuoco dell’Etna che sta nel cuore della gran parte di noi …
a chi non dimentica di lottare ogni giorno per le proprie radici…
al mio paese anche se i miei concittadini non sempre apprezzano l’arte e il valore del proprio paese…
grazie di cuore Orgogliosa di essere Randazzese, Siciliana.
 

Santina Gullotto.

 

Sinossi ( riassunto della mia opera letteraria).
Scrivo le mie dialettali in Randazzese così come lo parlavano i miei genitori e mio nonno.
Il nostro dialetto ha delle origini storiche molto antiche, fa parte delle parlate Galloitaliche. Sono stata spesso apostrofata per errori a parere di chi conosce bene la grammatica della lingua Siciliana. Nei gruppi del social, troppo fiscali, non pubblico le mie dialettali perchè alcuni non accettano che chiami, nelle mie poesie, la Sicilia “Siciria”, così come è in uso nel mio paese tutt’oggi (Sicilia = Siciria).
Credo che quello che conti maggiormente sia il sentimento che si mette in quello che si scrive e nel parlare ancora in dialetto così come eravamo abituati… e poi alla poesia si perdona la forma che a volte anche se non perfetta nella sua imperfezione trasmette il senso…. figuriamoci nelle Dialettali ….. credo che se si svegliasse mio nonno amerebbe le mie dialettali e quelle di tutti quei siciliani che scrivono col cuore…

 

       Alcune belle poesie di Santina Gullotto.

” A VARA “

Si sta vara ‘no ci fussi

ogni agustu a Rannazzu

ri stu iornu ogni annu

no sappimu chi si facissi…

Stu paisi sempri chiù suru

chi nò cangia anzi peggiora

chi campa tantu pi no muoriri

e no si sappi dari ri verzu

pi turnari o so vecchiu splinturi…

Quannu campava me nonnu

c’era tanta povertà

ma u paisi ri Rannazzu

si dava aiutu e da sti feste

si facivuni tanti ri li cosi

pi fari sempri chiù bella figura

cu li forestieri chi rivavanu ri tutti li parti..

Cu passari ri li anni quannu

rivau allu splinduri

sempri arrieri si turnau….

ma sta vara sempri splendenti

ndo cuori ri ogni ranniazzisi

u so postu sempri avi….

 

Traduzione

Se questa vara non ci fosse ogni Agosto a Randazzo, di questo giorno ogni anno non si sa cosa si farebbe …Questo paese sempre più solo che non cambia anzi peggiora che vive tanto per non morire e non si sa dare da fare per tornare al suo vecchio splendore… Quando viveva mio nonno c’era tanta povertà …ma il paese di Randazzo si dava d’animo e in queste feste si facevano tante di quelle cose per fare bella figura con i forestieri che arrivavano da tutte le parti.. Col passare degli anni quando è arrivato allo splendore sempre indietro si è tornati… ma questa vara sempre splendente nel cuore di ogni randazzese un suo posto sempre ha…

 

 

 

STU RANNAZZU SCURU SCURU.

Stà Rannazzu sutta a muntagna …
‘nta vallata ri l’arcantara …
ri lu sciummi ca a lattu ci scurri…
chi cantannu scenni e scenni…
stu Rannazzu mi ricordu …
riccu ri frumentu e ri ligumi…
pi li srati i sciccarelli …
cu condadinu passavunu a mattinata….
E lu suri u luminava,
u codiava l’amuri ra genti….
erunu tutti comu i frati e suoru…
si iutavanu e si capivunu ….
u paisi ri Rannazzu … avanti si purtava …
Prestu vinni u progressu
chi purtau i commorità …
i cristiani tutti spirtinu,
lunu e lautru si supraniau..
E si campa ri superbia …
i ricchizzi ormai si mirau si pirdinu i principi…
e lu Rannazzu paisi magnificu
scuru scuru divintau…
E paria un giardinu fioritu
chi ormai non pari chiui….

 

SOLA E MUTA, di Santina Gullotto

Dalla silloge “VERSI RIFLESSI”
nella foto un mio quadro olio su tela

SOLA E MUTA
Sola e muta…
la casetta dell’ulivo verdeggiante…
non si senton più le voci
di allegri commensali…
Ne vocii di bambini
che si contenton l’altalena…
Sola e muta, senza fumo il suo cammino
di quel forno che sfornava pane caldo
espandendo un buon profumo
tra il boschetto delle querce…
Il tempo cambia ogni cosa
muta il percorso della vita
nel progresso che trasforma
e distrugge quel che resta
di un tempo ormai passato…
Sola e muta, in una domenica
che si veste di speranza la mattina
per finire con il sole
lì tra i monti che declina…

——————————

L’ultima fatica della signora SANTINA GULLOTO

 

 Dalla silloge ” NUVOLE DI POESIA ”
 Avanza il vento

Avanza il vento lì nella radura

scuotendo i rami tra le foglie si fa strada

E mentre il cielo chiude le sue finestre

un lampo squarcia le nubi grigie e buie…

Gocce di pioggia pesanti più del mondo

battono forte sulla terra nera

piegan al suo voler teneri germogli

e falciano l’erba tenera e fiori lì nel prato…

Calma la furia e riprende fiato

avanza il vento rallenta la sua corsa

le nubi grigie schiariscono e si diradano

e l’azzurro riapre le sue finestre

passa quel raggio di sole a riscaldare

il freddo brivido della furia andata

ancora qualche goccia a scender come lacrima

piange sommesso il cielo sul distrutto prato…

Così come il terrore che percorre le giornate

di una vita che subito s’infuria

sotto il peso del male che come l’uragano

distrugge al suo passaggio la fragile esistenza…

 

 

LA V EDIZIONE DEL PREMIO OASI A MOTTA S. ANASTASIA

Il premio “OASI” di poesia sul tema della psiche e dell’uomo, giunto alla quinta edizione, rinnova la sua esclusiva tradizione.

 

Il dr. Sollima e i componenti della giuria

Il Premio Nazionale “Oasi” di Poesia sul Tema della Psiche e dell’Uomo, giunto alla sua quinta edizione, rinnova la tradizione di essere un evento culturale suggestivo ed esclusivo, atteso e vissuto in ambito territoriale per la forza espressiva delle voci poetiche, interpreti di un mondo della sofferenza, che s’interroga e non demorde e si pone come riferimento di un confronto umano e fonte di dialogo.

La rassegna poetica biennale, si è svolta al C.T.A. “Oasi Regina Pacis” di Motta S. Anastasia, che opera da tanti anni con impegno e competenza sul territorio proponendo esperienze nell’ambito delle attività e terapie espressive, diventando una strategia e strumento d’ascolto attivo e premiante di una comunità terapeutica e riabilitativa per pazienti psichiatrici.

Il “Tema della Psiche e dell’Uomo”, elemento caratterizzante del Premio, ideato e condotto con abilità e professionalità artistica dallo psichiatra, scrittore e poeta Giovanni Sollima, si propone e si apre ad ogni poeta che invita a partecipare, creando da parte della commissione giudicatrice, un’importante attività percettiva e risolutiva.

La maggior parte dei contributi poetici giunti hanno sviluppato riflessioni e immagini sui grandi e attuali argomenti dell’Immigrazione e della Pace, secondo tematica indotta dall’istituzione del Premio Speciale “Mediterraneo”.

Trattando di poesia, risuonano sempre, come sottolinea Sollima, con forza atmosferica le parole di Pablo Neruda: La poesia è un atto di pace. La pace costituisce il poeta come la farina il pane”. Il riconoscimento speciale “Mediterraneo” è andato al poeta tunisino Mohamed Larbi Maadi con il componimento “Il mare di Karim”, ispirati e degni della più illuminante sintesi politica i versi finali della poesia: “Ma il mare è uno specchio: / date luce alla mia terra / e la mia terra porterà luce al mare. / Passerà il bisogno di scappare.

Il dott. G. Sollima, la poetessa Santina Gullotto, vincitrice del Premio OASI 2016, e la Prof.ssa S. Fiorito, componente della giuria.

Premio assoluto della rassegna “sul Tema della Psiche e dell’Uomo” è stato assegnato alla brava e sensibile poetessa randazzese Santina Gullotto con l’opera poetica “In ogni dove”; secondo premio a Lidia La Biunda per il componimento “Fede sommersa”; terzo ad Anna Maria Cosenza per “Es-senza”.

Valore aggiunto della manifestazione il conferimento del Premio “Poetica dell’Insegnamento – Diorama Educativo”, dedicato alla figura di Anna Maria Mogavero Sollima, una personalità che si è distinta per meriti psicopedagogici nel campo dell’insegnamento e nell’ambito dell’impegno civile. Per la seconda edizione è stato conferito a Carla Sarra, maestra in congedo e autrice dello scritto inedito “Il giardino più bello”, che è, come afferma la stessa autrice, “un diario semiserio di un felice quinquennio di scuola elementare”. Il sagace e interessante scritto si rivela uno scrigno di linde esperienze, appassionate percezioni e preziosi riferimenti didattici.

La magistrale performance in concerto del Gruppo Vocale Polifonico “Armosaico”, ha coronato e arricchito la kermesse che volutamente si proietta per l’interessante tematica di sensibilizzazione con la “Giornata mondiale della diversità culturale per il dialogo e lo sviluppo”, proclamata, sin dal 2002 dalle Nazioni Unite, guardando attraverso il riconoscimento estetico e di confronto al mondo e al futuro. La serata per lo spessore ieratico e il linguaggio tra stridulo, sbieco e umano si configura in un cammino esotico dedicando alla Musa del Cuore, padrona di casa che appaga e fa riflettere i canti poetici pieni di bellezza e fraseggi musicali.
di Lella Battiato | 11/08/2016

Pubblicazioni 

 

La voce dell’anima.

 

 I libri si possono trovare oltre che in libreria anche su Amazon.

a cura di Francesco Rubbino

   

Pietro Paolo Vagliasindi

Pietro Paolo Vagliasindi (1889-1961)

Pietro Paolo Vagliasindi

Il 21 settembre 1889, il militare nacque a Bergamo(Lombardia, Italia), una spia fascista, e poi ambiguo combattente antifascista Pietro Paolo Vagliasindi, noto come Pablo 
I loro genitori si chiamavano Casimiro Vagliasindi, divisione generale dell’esercito italiano, e Marina Battisti.
Continuò con la tradizione di famiglia e nel 1911, durante il servizio militare, divenne ufficiale, prendendo parte alla Grande Guerra.
 Nel 1917, con Luigi Freguglia, Giovanni Messe e Cristoforo Baseggio, fu uno dei creatori degli “Arditi” della fanteria armata dell’Armata Reale Italiana.
 Come ispettore di fanteria con il più alto grado, ho seguito Gabriele D’Annunzio nell’avventura dello stato libero di Fiume (1920-1924) e sono diventato un famoso aviatore.
 Si stabilì poi a Milano (Lombardia, Italia), dove visse in modo borghese e collegato direttamente con la famiglia reale, con la gerarchia fascista e con Benito Mussolini stesso.
 Tuttavia, in disaccordo con l’omicidio socialista del 1924, Giacomo Matteotti, decise di allontanarsi dall’Italia e di partire per l’Africa orientale come pioniere.
 Dopo diversi interventi nell’Arabia occidentale, dal luglio del 1924, svolse missioni di informazione in Francia, dove si avvicinò ai circoli fascisti dissidenti, nonché ai gruppi garibaldini, frequentando casinò e sale giochi.
 Nel 1925 rimase a Montecarlo (Monaco) e a Parigi (Francia), dove, attraverso il commissario di polizia Sabbatini, il barone Romano Avezzana, ambasciatore d’Italia, commissionò la missione politica di sondare le intenzioni del dissidente Carlo Bazzi, una missione che ha accettato con riserva.
 Nel maggio del 1925 partecipò, con Gabriele D’Annunzio ed Eugenio Casagrande, a un volo con due idrovolanti tra l’Italia e l’Argentina. 
Nel 1925 fu nominato tenente colonnello, ma un’investigazione disciplinare gli venne contro, che lo fece diventare un nemico di Mussolini. A partire dal 1927, a Bruxelles (Belgio), iniziò ad allontanarsi dagli ambienti fascisti e si allineò con il console italiano Giuriati, che era dalla sua parte.
 Il 10 febbraio 1927 fu espulso dalla Francia accusato di “spionaggio militare”.
 Il 28 luglio 1928 le autorità fasciste ordinarono la  cattura dei “sovversivi” e nel 1929  P.P.Vagliasindi  fu degradato a  semplice soldato di fanteria per “indisciplina”.
 Alla fine, a causa delle sue “divergenze di opinioni con Mussolini”, andò in esilio in Belgio.
 Tra il dicembre 1929 e il gennaio 1930 progettò una grande campagna stampa contro Mussolini, ma si limitò a pubblicare sul quotidiano Le Soir di Bruxelles una serie di articoli scritti dal dissidente fascista Carlo Bazzi
Nel 1931, la Francia accettò di riceverlo di nuovo e due o tre volte alla settimana effettuò prove di volo con un idrovolante ad Argenteuil (Ile de France, Francia).
 A quel tempo, sembra aver promosso la creazione di un’associazione di aviatori antifascisti italiani ed è stato costantemente osservato dalla polizia italiana che considerava antifascista.
 Nell’aprile del 1933 ha marciato a Barcellona (Catalogna), dove si relaziona con il personale della compagnia aerea italiana «Genova-Barcellona», interessato alle caratteristiche dei dispositivi.
 Nel 1934 visse con una contessa belga in una villa a Sitges (Garraf, Catalogna) e fece soldi vendendo una collezione di francobolli ai filatelici. In questo periodo catalano, ha tenuto strani contatti con il consolato italiano e pur essendo imparentato con repubblicani e anti-repubblicani, è diventato chiaro che ha giocato il doppio gioco.
 Durante il colpo di stato militare fascista del luglio 1936, si arruolò nelle milizie antifasciste catalane. Camillo Berneri lo accusò di essere una spia, ma un’inchiesta condotta dagli anarchici finì negativamente. Ha collaborato come tecnico militare sul fronte di Casp (Saragozza, Aragona, Spagna) con l’anarchico Bruno Castaldi, comandante della sezione italiana della “Colonna Durruti”.
 Durante l’estate del 1937 fu arrestato dal Servizio militare comunista (SIM) e chiuso a Montjuïc e Sogorb (Alto Palancia, Valencia). 
Successivamente, il 24 marzo 1938, dopo la caduta di Aragona in mani fasciste, fu arrestato nei pressi di Girona (Gironès, Catalogna) e poco prima dell’occupazione di questa città da parte delle truppe franchiste, nel  gennaio 1939, attraversò, con altri detenuti politici, i Pirenei e si stabilì  a Banys i Palaldà (Vallespir, nel nord della Catalogna). 
Decise, tuttavia, di tornare nella Penisola e passò il confine per i Pertús (Vallespir, nel nord della Catalogna), riconosciuto, fu detenuto a febbraio o aprile 1939 a Girona e imprigionato dalle truppe di Franco che avevano appena occupato la Catalogna.
 Il 29 marzo 1940 fu processato e condannato all’ergastolo per “aver aiutato come tecnico e consigliere la” Colonna Durruti “e aver preso parte ad attività sul fronte dell’Aragona tra l’agosto 1936 e il febbraio 1937” e per «Lavoro per due mesi nella produzione di pompe a mano con il polacco Vladimir Zaglowa a beneficio dell’Armata Rossa». 
All’inizio del 1941 la sentenza passò a quella di 20 anni di prigione e fu rinchiuso nella prigione modello di Barcellona per motivi politici. 
Più tardi, sembra essere stato trasferito in una prigione spagnola (Salamanca, Guadalajara, Alcalá de Henares) e si persero le sue traccia, anche se sappiamo che morì nel 1961.
Sembra che Pietro Paolo Vagliasindi fosse una spia fascista.  Alla fine sono caduto in confusione .


Gabriele D’Annunzio gli dedica questa poesia dopo l’impresa di Fiume:

Il padre di Pietro Paolo Vagliasindi fu il Maggiore Generale Casimiro Vagliasindi  figlio del Barone Giuseppe Vagliasindi. Durante la prima guerra mondiale comandò la Divisione di Messina del Corpo di Fanteria.
Ufficiale valoroso fu insignito di una medaglia di bronzo.

 

Qui di seguito un articolo su  ADMIN che mette in luce un aspetto  inquietante del nostro Vagliasindi, ma in ogni caso sempre personaggio di straordinario spessore politico e militare. Si ha anche motivo di ritenere che abbia avuto una qualche parte nell’uccisione di Giacomo Matteotti.

 
Pietro Paolo Vagliasindi, l’improbabile anarchico 

Trovo i personaggi ambigui molto più interessanti, quelli che non si adattano bene al loro momento storico e che seguono coerentemente o inconsciamente il loro percorso. Navigando attraverso il fondo 545, i file Comintern dedicati alle Brigate Internazionali che sono custoditi a Mosca (e che sono stati digitalizzati qui ) ho trovato un paio di storie che vale la pena di raccontare. Non sono vite esemplari, ma le trovo commovibilmente umane nel bel mezzo del tifone di guerra, e questo mi va bene.

1- Il compagno Pablo.

Bujaraloz, 1936, l’estate indiana dell’anarchismo spagnolo. Da sinistra a destra, Vagliasindi insieme al compagno di Lucio Ruano, lo stesso Ruano, Antonio Caba e Pedro Campón Rodríguez. (Fonte di questa foto qui ) 
Tra i suoi compagni della Colonna Durruti quell’italiano era conosciuto semplicemente come “Pablo”. Con i suoi quarantotto anni all’inizio era stato accolto con sarcasmo: il nonno vuole fare la guerra, glielo diranno quando gli consegnerà la mauser e il distintivo rosso e nero. Tuttavia, mentre si muovevano attraverso l’Aragona di fronte alla resistenza sempre più determinata degli insorti, iniziarono a cambiare idea. Più che coraggioso “Pablo” era spericolato, con una particolare predilezione per le manette. Sapeva come assalire le trincee nemiche durante la notte, formando in piccoli gruppi e con un uso liberale di bombe a mano. Aveva fatto la guerra, di questo non c’erano dubbi e, dal momento che non c’erano molti compagni con esperienza militare, fu presto promosso a una posizione di responsabilità. 
“Pablo”, inoltre, è andato bene: estroverso, affettuoso, civettuolo e con una punta di spavalderia, non ha esitato a mescolarsi con l’eterogenea umanità che componeva la colonna. Tuttavia, le sue mani accurate tradivano un’ascesa borghese di cui non parlava mai. L’unica foto dell’epoca, che lo ritrae nella giacca di pelle di rigore tra gli anarchici combattenti, rafforza l’impressione di un tipo quasi aristocratico. Un bel giorno viene denunciato come “spia fascista”. Registrano i loro beni e si ritrovano con un ritratto del re d’Italia, Vittorio Emanuele III dedicato personalmente. Stanno per sparargli, ma intervengono i suoi compagni che lo rilasciano dopo un’indagine sommaria.
 Dopo la morte di Durruti, Lucio Ruano è responsabile della colonna e nominerà il consigliere militare “Pablo” (uno dei gradi più alti di un esercito, l’anarchico, che non ha riconosciuto più gradi di coraggio e impegno).

2 – Il sospetto Pietro Paolo.

L’estate anarchica durerà fino al maggio del 1937. Nel mezzo della crisi interna della Repubblica, che scoppia a Barcellona con una guerra civile all’interno della guerra civile tra anarchici e comunisti, un italiano di nome Pietro Paolo Vagliasindi appare nella delegazione delle Brigate internazionali , che si trova in Calle Consell del Cent 303. Vuole arruolarsi e combattere: compila il modulo corrispondente dichiarandosi un soldato in carriera, tenente colonnello nell’esercito italiano, niente di meno.Nell’appartenenza politica, afferma semplicemente: “antifascista” e, come raccomandazione, presenta la sua esperienza con la colonna di Durruti.

Domanda di ammissione di Pietro Paolo Vagliasindi nelle Brigate Internazionali. Barcellona, ​​29 maggio 1937. RGASPI, f. 545

Certo, questa strana biografia attiva tutti gli allarmi. Il servizio di informazione militare repubblicano, controllato a distanza dalla sezione locale del NKVD sovietico, è in uno stato di totale paranoia e più preoccupato di fermare i troscisti, gli anarchici o gli antifascisti critici nei confronti dell’URSS che combattere efficacemente il fascismo. Vagliasindi viene immediatamente arrestato e sottoposto a un interrogatorio che stupisce le persone incallite responsabili di ciò. La sua perplessità risuona anche, a 80 anni di distanza, nei documenti d’archivio e non è per meno. Chi è Pietro Paolo Vagliasindi, alias socio Paolo?

3- Eroe di guerra, aviatore … e fascista.

Vagliasindi con divisa di maggiore degli Arditi, verso il 1919.

Vagliasindi nacque a Bergamo nel 1889, nel seno di una famiglia della nobiltà militare siciliana. Suo padre, il generale Casimirio Vagliasindi, comanderà la 47a divisione di fanteria “Bari” durante la prima guerra mondiale. Pietro Paolo segue i passi paterni: si prepara nel 1911 e come ufficiale di combattimento nella grande guerra. Non è un militare da usare, tutt’altro: vince diversi premi per il valore (ricorda l’aggettivo “sconsiderato”) ed è uno dei fondatori degli “Arditi”, l’equivalente italiano dello Sturmtruppen tedesco: un corpo shock concepito per rompere il sanguinoso impasse della guerra di trincea con le manette effettuate da piccoli gruppi di soldati che si infiltrano nelle linee nemiche. 
Nel 1919 Vagliasindi è uno dei primi fascisti in Italia, nel senso letterale del termine: è tra i firmatari del programma Sansepolcro, con la sua strana mescolanza di misure rivoluzionarie e fasciste. Accompagna il poeta-aviatore Gabriele D’Annunzio nell’avventura di Fiume, la città fino ad allora austriaca che diventa un piccolo stato indipendente governato da fascisti, futuristi e avventurieri.
 Per le persone, insomma, come Vagliasindi. Non tutti i piloti sono fascisti, ma molti fascisti sono piloti: dopo la prima guerra mondiale l’aviazione è l’epitome del nuovo uomo, il dominatore della tecnologia che si erge sui sanguinosi campi di battaglia dell’Europa come un nuovo cavaliere errante .
 Vagliasindi non fa eccezione e, dopo aver imparato a volare, parteciperà ad una delle innumerevoli incursioni del tempo: nel 1925 parte in un idroelettrico S-55 con Eugenio Casagrande con lo scopo di attraversare l’Atlantico.
 Non passano da Casablanca, ma Vagliasindi continuerà ad essere considerato, soprattutto, un pilota, al punto che nel 1937 il modulo di iscrizione delle Brigate verrà definito “aviatore”.

4- L’esilio (o meno).

Vagliasindi ha tutto per diventare uno dei magnati fascisti. Conosce personalmente Mussolini ed è solitamente associato alla casa reale, oltre ad avere eccellenti relazioni all’interno dell’esercito. 
Tuttavia, nel 1924, sbatté la porta e lasciò l’Italia. Spiegherà il suo disaccordo con l’assassinio del deputato socialista Giacomo Matteotti, ma è probabile che la vera causa della sua partenza abbia a che fare con la conversione del fascismo in uno strumento di governo e la sua successiva burocratizzazione.
 Vagliasindi appartiene a quel primo gruppo di fascisti “romantici”, violenti e prepotenti, addestrati alla guerra e che vivono la vita come un eterno parco dei divertimenti, in cui i quattro anni di Fiume sono il numero principale.
 Vagliasindi vuole agire e, di conseguenza, va in Africa orientale come un “pioniere”. 
Poi va in Yemen con una spedizione di armi per i nativi che combattono per la loro indipendenza, ma l’intervento britannico rallenta anche questa avventura.
 Non tornerà in Italia.
 Il dossier sul suo caso parla di alcune lettere scritte a Mussolini in un “tono molto duro”.
 Continua a interagire con la sua famiglia, in particolare con i suoi genitori e suo fratello, che dopo aver lasciato l’esercito diventa un direttore della Banca di Milano.
 Due dei suoi cugini diventano prevaricatori fascisti siciliani, ma li disprezza. 
Dà l’impressione che Vagliasindi sia tollerato da Mussolini come un vecchio compagno eccentrico, eccessivo e non troppo intelligente.
 Ha ancora la pensione come tenente colonnello e durante la sua permanenza in Francia interagisce con i servizi segreti dell’ambasciata italiana a Parigi.
 Infatti, nel 1930 viene espulso dal paese gallico accusato di “spionaggio”, anche se si difenderà sostenendo di essere stato vittima di una trappola imposta dall’Ovra, la polizia politica fascista.
 Dopo aver attraversato il Belgio (dove ha allestito una sala da gioco), si è trasferito a Sitges nel 1933, conducendo una vita in pensione, alternandosi con donne e andando una volta al mese al consolato italiano per riscuotere la pensione.
 Nel luglio del 1936 apparve al centro di reclutamento della CNT e divenne un miliziano: è una spia? Potrebbe essere.
 O forse, semplicemente, Vagliasindi si annoia e vuole provare di nuovo l’adrenalina del combattimento.
 In ogni caso, quando gli chiedono di spiegare in dettaglio quale sia la sua posizione politica, la sua risposta non può essere più D’Annunziana: “I ne frego! “ (Non me ne frega un cazzo, dai).
Dopo il suo ritorno a Barcellona (in coincidenza con la conversione delle colonne anarchiche nella 26a, 27a e 28a divisione dell’Esercito Popolare Repubblicano), ha assemblato una fabbrica di pompe manuali fatte a mano con un polacco: Vagliasindi non per la pace.

5- Il prigioniero Vagliasindi.

Con antecedenti simili, la cosa miracolosa è che gli organi di sicurezza repubblicani non sparano a Vagliasindi proprio lì. Le conclusioni tratte dalla sua personalità sono rivelatrici: “è un uomo coraggioso, ma non è un buon stratega: non pensa prima di agire”. “È fedele, di questo non c’è dubbio: fedele al re d’Italia, fedele a D’Annunzio e ora fedele ai” suoi anarchici “, ai quali dice di aver preso affetto”.

Traduzione del rapporto preparato dalla SIM. L’originale è in tedesco, il che suggerisce che l’apparato di sicurezza degli Internazionali ha preso molto sul serio la questione (gran parte del servizio di intelligence delle Brigate era nelle mani del KPD tedesco). Alcuni dei suoi investigatori hanno poi applicato ciò che hanno appreso nella Stasi della Germania Est). L’ultimo paragrafo sulla sua infedeltà nei confronti delle donne in contrasto con quello che mostra ai suoi ex compagni non ha prezzo.(RGASPI, Fondo 545)

Propone agli interrogatori della SIM (in realtà, pagherebbe per vedere i loro volti in quel momento) montare un’unità di operazioni speciali sul modello degli Arditi. 
Nessuna decisione definitiva viene presa sul suo caso e passa di prigione in carcere (Barcellona, ​​Segorbe, Girona).
 Alla fine, nel gennaio del 1939, con il crollo del fronte catalano, attraversò il confine con un gruppo di prigionieri e fu rilasciato in Francia.
 Cosa fa Vagliasindi ?   Perché né il breve né il pigro attraversano il confine di nuovo da Le Perthus e vanno a Girona, dove, nel 39 aprile, con la guerra appena finita e nel mezzo di una feroce repressione, viene fermato dalle truppe franchiste.
Ora arriva il bello: fino ad ora, tutto poteva far pensare che Vagliasindi fosse una spia italiana, un po ‘eccentrica, ma alla fine spia. 
E in quanto tale la cosa logica sarebbe sperare che i vincitori diano un accordo di conseguenza.
 Tuttavia accade il contrario: Vagliasindi è sottoposto a un sommario consiglio di guerra, accusato di aver combattuto con la colonna di Durruti e di aver aiutato lo sforzo bellico repubblicano (sembra che le sue granate fatte in casa funzionino bene). 
Non è condannato a morte perché è quello che è, ma viene condannato all’ergastolo, abbassato pochi mesi dopo a 20 anni di carcere.
 È un duro dolore contro il quale Mussolini non muove un dito
Vagliasindi è imprigionato nel modello di Barcellona, ​​Salamanca, Guadalajara e Alcalá de Henares almeno fino al 1943. Scrive regolarmente con suo padre, il vecchio generale Casimiro Vagliasindi, che scrive cartoline ordinate dalla sua natia Catania. Ci sono tentativi da parte di circoli militari (ex compagni delle sue braccia e di suo padre) in modo che Mussolini interceda nella sua liberazione, ma questi non danno risultati.
 Il suo nome compare nella causa generale come uno dei “responsabili” delle operazioni militari a Sitges.

Vagliasindi è unguento sin dal primo momento. Causa generale (File: 1603 Caso: 1 Esp.: 6 Folio: 65)

6- Finale.

L’unica informazione ulteriore su Pietro Paolo Vagliasindi è che morì nel 1961.
Possiamo supporre che fu rilasciato dopo la caduta di Mussolini: la sua famiglia, ben collegata alla monarchia, avrebbe potuto far valere davanti al governo Badoglio la condizione di antifascista Pietro Paolo e che il governo di Franco, in vista del corso che stava prendendo la guerra, non resistette troppo al suo rilascio (e quello di altri prigionieri italiani).
E cosa è successo a Vagliasindi nei suoi ultimi anni? La cosa più logica sarebbe quella di assumere una vita tranquilla nella sua Sicilia natia, sopravvivere comodamente con la sua pensione militare e anche con l’eroico antifascista vitola, sempre donnaiolo e probabilmente eccessivo. O no È anche perfettamente possibile che Vagliasindi non sia in grado di adattarsi alla vita tranquilla di un borghese in pensione e che, nonostante i suoi cinquant’anni, abbia deciso di continuare a cercare l’avventura. 
E se fosse emigrato in America Latina? È così assurdo immaginare di scendere nel porto di Montevideo, alla fine degli anni ’40, un uomo alto, tarchiato, italiano, dal portamento inconfondibilmente militare, pronto a iniziare una nuova vita a L’America?
Tutto è possibile con un personaggio come Vagliasindi: il meglio e il peggio e questo mi fa sentire bene, nonostante tutto, quindi chiuderemo questa storia con un lieto fine, come avrebbe voluto, scomparendo mentre volava su un aereo l’Amazzonia, con una bellissima contessa come copilota, durante una tempesta tropicale. 
Non merita di meno.
PUBBLICATO SU 2018/01/24 DA ADMIN

 a cura di Francesco Rubbino

 

Baronessa Giovannella De Quatris

 

La Baronessa Giovannella De Quadro

Giovannella De Quadro, conosciuta oggi come De Quatris (1444 – 15 luglio 1529, ma nonostante le documentazioni, non tutti gli studiosi concordano spostando la morte al 16 luglio o all’anno 1519) fu una nobile Baronessa che visse nell’arco della sua vita prima a Catania e poi a Randazzo, dove acquisì un ruolo di primo piano. 
Le origini della famiglia De Quadro furono scoperte solo di recente, il padre della Baronessa si chiamava Giovanni De Quadro e invece suo nonno si chiamava Gomes De Guadro (detto anche Gometro, Gomezio, Gomecio, Gomecii e Gomecium come riportano alcuni documenti storici), catalano giunto in Sicilia, ebbe un ruolo di primo piano nella città di Catania dove sposò la figlia del nobile Raimondo Capitano di Giustizia della città, alla presenza anche dell’infante Pietro fratello del re e del fratellastro Federico d’Aragona conte di Luna e successivamente divenne anche Patrizio di Catania. 
Il nonno della Baronessa conobbe sicuramente il Governatore di Malta Gonsalvo Monroi (detto anche Gondisalvo Monroy o Murroi) che gli cedette i feudi detti “Flascino, Flaxio o Frascino e Briemi o Brieni” oggi Flascio e Brieni. 
Il cognome della famiglia fu modificato da Giovanni suo padre, che nel suo giuramento di fedeltà al re riportava: “Giovanni De Quadro figlio di Gomes De Guadro”, si trattava quasi sicuramente di una traduzione voluta forse per nascondere le origini catalane o per favorirne la pronuncia nell’idioma volgare dell’epoca.  Da questo momento in poi De Quadro diventa il cognome della famiglia, ma con la Baronessa fu poi nuovamente mutato da Quadro a Quattro, Quattris, Quadris fino all’attuale De Quatris che poi fu adottato da tutti, anche dai diversi studiosi. 
Tuttavia De Quatris è più un soprannome come riporta l’iscrizione nel suo monumento funebre in cui si specifica “detta De Quatris” a sottolinearne quasi la non originalità di questo cognome. 
Giovannella De Quadro ebbe nel corso della sua lunga vita due mariti; si sposa  la prima volta con Pietro Rizzari (??-1512), discendente probabilmente dallo stesso Pietro Rizzari che anni prima fondò l’Università di Catania e che aveva conoscenza presso il re Alfonso. (Infatti secondo diverse fonti, una Tarsia Rizzari fu la concubina del re Martino I e gli diede anche un figlio il futuro Federico Conte Di Luna, di cui re Alfonso era per l’appunto il fratellastro.I siciliani volevano incoronare re proprio Federico, ma gli spagnoli nonostante Federico fosse stato educato in Aragona si opposero giustificandosi contro i suoi natali illegittimi e scegliendo quindi Alfonso). 
La Baronessa, non ebbe figli da questo matrimonio e prima della morte del marito fece testamento (nel 1506 ma per quanto riguarda questo testamento pare che forse ci siano altre copie redatte in date differenti, poiché alcune fonti riportano le seguenti date: il 5 marzo 1506, il 23 marzo 1506 e il 28 aprile 1506) affinché con il ricavato delle sue proprietà fosse conclusa la costruzione della chiesa di Santa Maria (oggi Basilica di Santa Maria Assunta) mantenendo l’usufrutto per lei e il marito.
Morto il marito quando ella aveva 68 anni, si sposò la seconda volta con Andrea Santangelo discendente probabilmente dai baroni del Cattaino e secondo le fonti esso prese investitura dei feudi solo nel gennaio del 1517. Non fu ovviamente un matrimonio per avere dei figli, vista l’età avanzata, ma sicuramente di comodo o come azzarda qualche studioso per ragioni patrimoniali, oppure perché si suppone che Andrea Santangelo rivendicasse i feudi appartenuti ancora prima di Monroi dai suoi avi.
Andrea Santangelo entrò quindi come usufruttuario e secondo le fonti, ostacolò non poco gli ecclesiastici di Santa Maria nella costruzione della chiesa, ma finché la Baronessa era in vita tutto fu fatto secondo quanto da lei disposto.
Alla morte della Baronessa (morì all’età di 85 anni) nacquero infatti diverse questioni e furono promulgate persino scomuniche papali affinché nessuno potesse ostacolare quanto da lei disposto. Le due parti coinvolte erano la chiesa e il comune che a nome della comunità dovevano preservare gli interessi della nuova “Opera Pia” e di cui numerosi studiosi si sono documentati, anche schierandosi delle volte apertamente per l’una o per l’altra parte, fino a quando le ultime sentenze che ne definirono l’assetto oggi vincolante dell’Opera Pia della Baronessa Giovannella De Quatris la divisero fra le parti coinvolte.
Il testamento diventò presto una questione complessa, che divise il paese per molti anni circa 3 secoli; infatti esso dichiarava che la Baronessa non aveva parenti oltre ad un nipote figlio illegittimo di un Francesco De Quadro chiamato Cosma o Comisso, ma alcuni studiosi riportano anche di una sorella della Baronessa (una certa Tuccia) che dopo la sua morte reclamava una parte dell’eredità e si suppone che tale Francesco De Quadro potesse essere un fratello della Baronessa deceduto all’epoca del testamento, così da giustificarne sia il grado di parentela con Cosma e sia la dichiarazione di non aver più parenti in vita, ma a tal proposito non sono state trovate fonti sufficienti per dissipare ogni dubbio e confermare quanto supposto.

In sintesi il testamento prevedeva che le onze ricavate dai feudi Flascio e Brieni servivano per:

1-La “Maramma” o “Fabbriceria” della chiesa di Santa Maria
2-Al completamento della chiesa, doveva costruirsi un Ospedale per i pellegrini 
3-8 onze a vita venivano disposte per Cosma De Quadro
4-10 onze da destinare il 14 Agosto di ogni anno per matrimonio o ordine sacro alle giovani di famiglia nobile decaduta.
5-Per vigilare su quanto chiesto istituisce dei “Procuratori” laici eletti dai componenti della parrocchia e dal clero a condizione che siano persone oneste e di provata fede.
6-I feudi non potevano essere venduti o trasformati, ma dovevano servire solo per la causa testamentaria espressa.
7- I Procuratori trasgressori della sua volontà dovevano rendere conto ai “Giurati”.

Con gli anni le rendite aumentarono e le disposizioni iniziali divennero poi ricordo al completamento di quanto stabilito e così secondo alcune fonti, furono poi distorte per altri fini come: ai canonici per servire messa, all’organista o per altro scopo che fecero seguito a continue dispute tra il comune che intendeva amministrare per sé l’Opera e la Chiesa che ne richiamava diritto.
Con il ricavato dei suoi feudi inoltre è stato realizzato anche l’altare della Chiesa di Santa Maria e lo ricorda anche il suo stemma nobiliare posto in cima e poi altre diverse e numerose opere, anche su disposizione del Vescovo di Messina che ottenne parte delle rendite per il completamento del Seminario diocesano, tuttavia queste opere che studiosi si sono chiesti se legittime, hanno forse dato ancor più valore alla grandezza della Baronessa, anche dopo la sua morte, perché portano tutte il suo nome e la sua generosità testamentaria.
Nel corso degli anni alla Baronessa le fu attribuita anche la proprietà di un libretto in avorio, ma indagini hanno constato la presenza di questo già nell’Archivio dei Beni della Chiesa nel 1477, cioè già da quando la Baronessa aveva 33 anni e che forse invece rappresenterebbe una donazione fatta alla chiesa di Santa Maria da qualsiasi devoto, ma attribuitele forse per dare un maggiore riconoscimento al valore del manufatto.
Intorno al 1790 inoltre la tomba della Baronessa fu aperta per via di un trasloco e il “Decano Canonico” di allora  Antonino Vagliasindi, dichiarò in una lettera, che la Baronessa fu trovata intatta e che con lei vi era solo una corona di rosario in ambra che però gli prese per mandarla con altri suoi abiti e il libretto (nonostante non fosse con lei sepolto, a suo dire era appartenuto alla Baronessa), ad un ritrattista e ad uno scultore di Palermo, che quindi inventarono secondo la descrizione scritta del Decano il viso della Baronessa, avendo come indicazioni perfino i nei del viso.
Il ritratto e il busto custoditi oggi nella Chiesa di Santa Maria, non corrispondono quindi al vero, ma più che altro alle fantasie dei loro creatori, secondo le disposizioni del Decano che voleva omaggiare la Baronessa per via della sua preziosa donazione, che con gli anni aumentava di profitti.
La Baronessa Giovannella De Quadro è stata ed è ancora oggi una figura importante per la storia e la cultura di Randazzo, lo testimonia il suo atto di generosità a disposizione dei randazzesi.
I diversi misteri che riguardano la sua vita, hanno sicuramente contribuito a darle una maggiore riconoscenza e un maggiore interesse, ancor oggi avvertiti con curiosità da parte di tutta la città di Randazzo.

Emanuele Mollica

Per ulteriori informazioni si rimanda al libro  “De Quadro – Una storia prende vita”  di Emanuele Mollica

 

 

Giovannella De Quatris, una grande baronessa

La  storia del nostro paese non è grande solo grazie a uomini, ma anche a donne: un ruolo importante sicuramente l’ha avuto la baronessa Giovannella De Quatris.
Non è certa la data della sua nascita, ma si può stabilire intorno al 1444 a Catania, perché nel sarcofago è presente la seguente frase:
“Vixit annos LXXXV”  cioè “visse 85 anni” e  la data della sua morte, 1529.
Il cognome ne rivela le origini  aragonesi. Trasferitasi a Randazzo, in seguito al matrimonio con Pietro Rizzari, non riuscì mai a realizzare il sogno di avere figli.
Vivendo e pregando nella chiesa di S. Maria, con gli abitanti di Randazzo, aveva potuto constatare la povertà e la miseria in cui molti vivevano e proprio per questo motivo decise di donare, con atto del 23 marzo 1506,  alla chiesa che tanto amava,  due feudi, Flascio e Brieni nel territorio di Randazzo, affinchè ne venisse realizzato il completamento.
Tale chiesa era stata  luogo molto importante per la baronessa perché vi aveva potuto esercitare la fede in Dio con grande devozione.
Alla chiesa donò anche suppellettili vari, per l’abbellimento della stessa, come  il famoso libretto scolpito in avorio, all’interno del quale si trovano foglietti in pergamena con delle miniature che rappresentano i misteri della passione  di Cristo e le preghiere da lei recitate, descritte attraverso immagini, in quanto la Baronessa non sapeva leggere, essendo negato alle donne dell’epoca l’apprendimento attraverso la lettura.
La generosità di Giovannella è evidenziata dal fatto che la sua eredità si estende non solo alla Chiesa, ma anche alla vita di giovani donne; infatti con il testamento dispose che le giovani nobili decadute usufruissero di lasciti (10 onze il 14 Agosto di ogni anno) per la dote del matrimonio o di monacazione.
Un vitalizio di 8 onze all’anno fu lasciato anche al figlio illegittimo del padre.
Morto il marito Pietro Rizzari, Giovannella a distanza di un anno si risposò con Andrea Santangelo.
Grazie al suo lascito, nella Chiesa di S.Maria, nonostante le controversie con l’ultimo marito, che usufruì del feudo  di Brieni fino alla morte (1560), furono molti i lavori e gli abbellimenti fatti.
La chiesa man mano assunse una forma decorosa e monumentale, per le snelle colonne gotiche, i capitelli floreali stilizzati, gli archi acuti, solenni e agili, e infine per l’immagine della bella Madonna di fattura bizantina posta sull’altare. La chiesa fu dotata di altri ornamenti, come nel 1567 l’imponete Ostensorio processionale, in argento dorato, che tuttora fa parte del suo tesoro.
Grazie all’eredità della baronessa De Quatris, quindi, si è potuta realizzare la bella Basilica di S.Maria, simbolo del nostro paese.

Anna Bagiante   (Liceo Classico “Don Cavina” Randazzo ).

 

” a Vara”  dedicata all’Assunta, è una suggestiva tradizione che dal 1500 è giunta fino ad oggi.
La storia non lo afferma con sicurezza ma, da scritti dell’epoca, da leggende e dalla memoria popolare, si fa risalire l’istituzione della festa alla baronessa Giovannella De Quatris. Sotto il suo patrocinio bravissimi artisti, artefici realizzarono il “Carro Trionfale” detto nel gergo popolare ” ‘A Vara ” la stessa nobile Giovannella, si dice abbia lasciato l’incarico alla Chiesa di S. Maria, oggi Basilica Pontificia, di tramandare ai posteri la manifestazione, dotandola all’uopo anche di mezzi finanziari, oggi sostenuta dalle amministrazioni comunali e dai cittadini.
“‘A Vara “ viene allestita non perdendo nulla della originaria magnificenza e dei simbolismo primitivo.
Il sostegno centrale, un grosso tronco dei diametro di 40 cm., non è fisso, ma compie un movimento rotatorio continuo, che ha per immediata conseguenza la rotazione di tutto l’apparato, comprese le persone e le due grandi ruote già per se stessa mobili in altro senso. Dalla base al vertice dell’enorme ” simbolo ” si inseguono centinaia di figurine ornamentali in rilievo, nuvole d’argento, specchi a profusione delle dimensioni più svariate, una miriade di scaglie d’oro, argento, smeraldo, arancio, zaffiro.
 Il brillìo gioioso di tanta ricca veste, i barbagli vivissimi che gli specchi lanciano colpiti dai raggi solari bastano da soli a sottolineare l’apoteosi della Vergine che accede al Trono dell’Eterno.
Il carro base ha un’ area di 1 8 mq. e ospita oltre al tronco centrale, un altarino con la reliquia della Madonna. Attorno all’ara trovano posto sacerdoti e chierici. Il complesso misura da terra al sommo vertice quasi venti metri.

     Padre Luigi Magro  da Randazzo, al secolo Santo Magro (1881-1951), dei Frati Minori Cappuccini nel suo libro ” Cenni Storici della Città di Randazzo”  tratta molto dettagliatamente la questione della donazione della baronessa Giovannella De Quatris e di tutte le conseguenze che da essa derivarono.
Per un maggiore approfondimento vi rimando al suddetto libro ( cap.9  pag.258 )  che puoi trovare nel profilo di Padre Luigi Magro.

Onofrio Gabrieli

 

GABRIELI, Onofrio

GABRIELI (Gabriele, Gabrielli, Gabriello), Onofrio. – Nacque il 2 aprile  1619 nel villaggio di Gesso, (ME), da Giovanni, giurista e medico, e da Francesca Sardo.
A detta del Susinno – che nel Settecento gli dedicò una lunga e circostanziata biografia, arricchita di gustose notazioni aneddotiche – il Gabrieli  fu indirizzato, secondo le intenzioni del padre, verso la carriera giuridica, ma con scarsi risultati. Mostrando invece una particolare inclinazione per la pittura
Frequentò per sei anni la bottega di Antonino Alberti, detto il Barbalonga, che intorno al 1634 era tornato da Roma a Messina dopo una felice stagione di collaborazione con il Domenichino.
Poco prima del 1640 soggiornò a Sant’Eufemia, in Calabria, dove, grazie all’aiuto di un suo parente, eseguì un dipinto per la chiesa parrocchiale, oggi disperso. Successivamente, dopo una breve tappa a Napoli, si stabilì a Roma dove, sempre secondo il Susinno (1724, p. 263), conobbe Nicolas Poussin ed “entrò nella famosa scuola di Pietro da Cortona”.
Dalle avare indicazioni delle fonti si evince che intorno al 1641 Onofrio Gabrieli  si recò a Venezia. Qui incontrò un altro pittore messinese, Domenico Marolì, dal quale apprese “il cattivo metodo di colorire… ma non il suo stile” (Lanzi, 1808).
Onofrio Gabrieli  si fermò nel Veneto per circa nove anni, a Venezia ma soprattutto a Padova, entrando al servizio del conte Antonio Maria Borromeo, in qualità di maestro di pittura dei suoi figli.
Per ragioni stilistiche si fa risalire a questo periodo la tela con Elia fa scendere dal cielo il fuoco miracoloso alla presenza di Achabdella chiesa di S. Maria del Carmine a Padova.
Tra il 1650 e il 1651 Gabrieli  tornò a Messina, dando inizio così a un lungo periodo di intensa attività. È curioso che il Susinno citi soltanto, con dovizia di particolari, lo Sposalizio mistico di s. Caterina – eseguito intorno al 1664 per la chiesa delle monache di S. Paolo (distrutto nel terremoto del 1908 e noto attraverso una fotografia) – e i numerosi dipinti realizzati per la chiesa di S. Francesco di Paola (perduti, a eccezione della Madonna del Soccorso, firmata e datata 1664, ora nei depositi del Museo regionale di Messina), senza menzionare tutte le altre opere del Gabrieli  a Messina o per altri centri della Sicilia, che sono riferibili con certezza agli anni Sessanta e ai primi anni Settanta del Seicento.
Si tratta, in particolare, dei seguenti dipinti:
il Martirio di s. Margherita nella chiesa parrocchiale Stella Maris di Minissale (Messina);
la Madonna della Lettera nella chiesa del monastero di S. Maria di Siracusa;
l’Assunzione della Vergine, S. Lucia e S. Caterina d’AlessandriaDio Padre e La bottega di s. Giuseppe nella chiesa dei cappuccini di Milazzo;
il S. Giorgio e il drago e il S. Francesco di Paola e gli angeli, rispettivamente nella chiesa madre e in quella di S. Francesco di Paola di Monforte San Giorgio.

Infine, il nutrito gruppo di tele conservate a Randazzo:

 – la Resurrezione di Lazzaro nella chiesa di S. Martino, dove era anche un Angelo custode oggi perduto;
 – il Martirio di S. Lorenzo e il Martirio di S. Agata nella chiesa di S. Maria, con chiare derivazioni cortonesche e vaghe influenze della pittura veneta seicentesca, di cui sono noti i pagamenti negli anni 1669-70;
 – l’Allegoria della Redenzione nella chiesa di S. Nicola;
 –  la Madonna del Rosario nella chiesa della Ss. Annunziata;
 –  il S. Antonio da Padova nella chiesa di Cristo Re a Montelaguardia.

Nel settimo decennio il Gabrieli lavorò come ingegniere per il Senato di Messina, elaborando un sofisticato progetto per la deviazione dei torrenti Boccetta e Portalegni, pubblicato in un raro opuscolo dal titolo Breve discorso sopra il vero modo d’ovviare al danno notabilissimo, che riceve il meraviglioso porto della nobilissima ed esemplare città di Messina dal torrente della Bozzetta, stampato nel 1668 a Monteleone (Messina, Biblioteca regionale).
Tali lavori furono interrotti a causa della rivolta antispagnola di Messina del 1674-78. Negli stessi anni al Gabrieli  venne pure affidato l’incarico di fortificare il bastione di S. Giacomo, detto porta Reale, e di rendere inaccessibili i passaggi attraverso i colli di S. Rizzo.
A causa della dura repressione spagnola seguita alle guerre civili, Onofrio Gabrieli, che era dichiaratamente filofrancese, fu costretto a lasciare Messina (il suo nome compare infatti nelle liste degli esuli del 1678-79); fuggito nel 1678 affrontò una dura stagione di ininterrotte peregrinazioni che dalla Francia lo condussero in Italia, con varie tappe ad Ancona, Padova, Mantova, Venezia e Roma, “lasciando da per tutto… memorie del suo pennello” (Susinno, 1724, p. 272).
Allo stato attuale delle ricerche, le uniche tracce di un così lungo periodo sono una lettera del 1687 di Margherita d’Este, duchessa vedova di Guastalla, e un’altra del 1694 di Anna Isabella Gonzaga sua figlia, duchessa di Mantova, entrambe indirizzate al G. e trascritte integralmente dal Susinno, e alcuni dipinti a Padova e a Montagnana che sono certamente da assegnare a questo suo secondo soggiorno veneto.
A questi anni possono essere riferite la Merlettaia con la maestra (Padova, Museo civico); la grande tela con S. Tommaso di Canterbury dinanzi a Cristo nella chiesa padovana di S. Tommaso dei Filippini (che presenta larghe aggiunte settecentesche di Francesco Zanoni di Cittadella); il Giuseppe ebreo che abbraccia il padre Giacobbe eseguito per il duomo di Montagnana; gli affreschi con Storie di Giuseppe ebreo nella villa Borromeo di Sarmeola, nei pressi di Padova.
Nel 1701, grazie all’indulto di Filippo V, Onofrio Gabrieli  rientrò a Messina. Ormai vecchio e del tutto estraneo all’ambiente artistico locale, lavorò ancora qualche anno: si fa risalire alla sua tarda attività la tela con Gesù, Maria e le anime del purgatorio della chiesa madre di Gesso, mentre l’ultima sua opera citata dal Susinno è la perduta pala d’altare raffigurante S. Anna, la Vergine col Bambino, s. Giuseppe e s. Gioacchino per la parrocchia di S. Leonardo.

Onofrio Gabrieli  morì a Gesso il 26 settembre  1706 e fu sepolto nella chiesa del convento di S. Francesco di Paola.

Perduta ogni traccia della prima attività, con l’eccezione del quadro in S. Maria del Carmine di Padova, le opere note si presentano con caratteri stilistici ben definiti, codificati in una cifra espressiva personalissima che si mantiene pressoché immutata nel corso della sua vicenda artistica.
Nei dipinti del G. affiorano reminiscenze dello stile dell’Alberti, con accenti di vago sapore classicista, e soluzioni formali di generica matrice cortonesca.
Tali riferimenti vengono tuttavia superati, e per certi versi stravolti, da quel suo stile “tutto soavità, tutto leggiadria, tutto bizzarria di accessori, nastri, gioielli, merletti” (Susinno, 1724), che risolve tutto in formule decorative rese attraverso una materia pittorica liquida e vaporosa, sino a raggiungere in molti casi effetti di grande eleganza.
Perduti i quadri di genere (l’unica prova superstite, di buon livello qualitativo, è la Merlettaia con la maestra), come anche i ritratti e i dipinti satirici e allegorici citati dalle fonti (Ritratto della figlia del conte Borromeo fra i diavoliRitratto della famiglia del conte Borromeo con autoritratto del pittoreLa Virtù con la Fama, la Fortuna, l’Invidia, il Volgo e la Nobiltà), la conoscenza del Gabrieli  resta affidata esclusivamente alle opere di soggetto religioso, in gran parte databili tra il 1660 e il 1674. Per l’attenzione costante agli elementi decorativi e per certe morbidezze coloristiche, lo stile di Onofrio Grabieli,  considerati gli scarsi agganci con la cultura artistica locale di quei decenni, in qualche modo costituisce un precedente del filone arcadico della pittura messinese di primo Settecento, quale anticipo delle aggraziate figure di Giovanni Tuccari e delle vaporosità dorate dei fratelli Filocamo.

di Gioacchino Barbera – Dizionario Biografico degli Italiani – Volume 51 (1998)

 

 

Le Antilopi

Storia fotografica de ” Le Antilopi”  complesso musicale nato negli anni 60 del novecento. Ebbero molto successo e si esibirono in molte sale:
l’Arlecchino ( di Arturo Facondo), la Trottola ( della famiglia Ragaglia) , la Sala del Municipio ecc… 

Salvatore Mascali, Santo Caggegi, Pippo Proietto, Saro Rapisarda, Biagio Belfiore, Salvatore Alfonso.

 

…………. Rosario Foti, Biagio Belfiore, Santo Caggegi, Pippo Proietto, Salvatore Alfonso, Salvatore Mascali.