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Le Statue di Padre Pio

Guerra Santa per Padre Pio 

 

C’era una volta… C’era una volta, ai piedi dell’Etna, una città fortificata, dal clima salubre, circondata da monti, fiumi e vallate, ricca di monumenti e un tempo prediletta e frequentata da re e regine, ma… questa città era divisa in tre quartieri, fondati da tre genti diverse, lombardi, greci e latini, che vi avevano eretto tre chiese, e che con le loro rivalità, con le loro lotte per la preminenza, funestarono per secoli la storia della gloriosa cittadina, tirando in causa governatori, viceré, re, vescovi e pontefici.
A tal punto si spinsero le gelosie, che nel XV secolo ciascuna delle tre chiese a turno, per un anno, faceva da cattedrale e sede dell’arciprete, e, nel 1824, alla morte di Ferdinando I, la messa funebre si dovette celebrare in “San Nicola, perché in quell’anno funzionava da cattedrale, San Martino come cattedrale subentrante, e Santa Maria come uscente”. Così Federico de Roberto (Randazzo e la Valle dell’Alcantara, Bergamo 1909).
Eppure quella città aveva profonde e radicate tradizioni religiose, vantava un tempo ben 11 conventi e 99 chiese…
C’era una volta… e c’è ancora.
All’alba del terzo millennio questa città si ridesta, con un accanimento, una passione degni dei fasti dei secoli andati, rispolvera le sue ancestrali e mai sopite tradizioni, per cimentarsi in una lotta senza quartiere, o fra quartieri, se preferiamo.
Vero è che i nostri paesi erano adusi alle guerre di santi, dove, attorno a due culti antagonisti, si polarizzava tutta la vita sociale della comunità: addirittura, nell’omonima novella del Verga, persino un fidanzamento andava a monte per l’esacerbarsi dei contrasti fra la due fazioni. Ma nel nostro caso il bello, anzi il brutto, è che i contendenti non sono San Rocco e San Pasquale, ma un Santo solo, il Beato Padre Pio da Pietralcina, al secolo Francesco Forgione.
Non è il caso di descrivere minutamente i fatti, né la cronaca di tutte le battaglie di cui è fatta questa guerra, già abbastanza se n’è parlato, scritto e dibattuto, rinnovando ogni volta, dopo l’iniziale ilarità, un profondo senso di tristezza.
A illuminare i lettori, basti quanto segue.
In quella città, ch’è anche la nostra, in ossequio ad una consuetudine dilagante, si pensò un giorno di erigere un monumento a Padre Pio. Non sappiamo chi, per primo, abbia avuto l’idea, e a questo punto, forse, è irrilevante saperlo.
Come avvenne – in ambito però del tutto profano – per l’invenzione del telefono, attribuita alternativamente all’americano Bell e all’italiano Meucci, da una parte si ritenne di affidare l’esecuzione ad un bravo artista del posto, dall’altra di procedere ad una raccolta di fondi per realizzare l’opera.
E, quando già le iniziative si erano spinte abbastanza in là, si scopre che, in quell’unica città, si stavano per erigere ben due statue di Padre Pio, l’una in una piazzola di sosta lungo la scalinata che conduce al convento dei PP. Cappuccini (proprio dirimpetto all’abitazione dell’artista), l’altra nel giardinetto annesso alla chiesa di Maria SS. Annunziata.
Ironia della sorte vuole che la saggezza popolare, che da secoli si manifesta attraverso motti e proverbi, quando ci sia da definire un contegno ambiguo, di compromesso, ricorra all’espressione  mangiari ‘e Cappuccini e dormiri a’ Nunziata.
Tornando invece ai nostri giorni, pare che i tentativi di mediazione messi in atto, e volti ad unificare le due iniziative, sì da erigere un solo monumento, siano andati a vuoto per l’irriducibilità delle due parti, e che ciascuna abbia deciso di proseguire.
Nel settembre scorso, intanto, con una solenne inaugurazione, la prima statua ha trovato dimora lungo la scalinata dei Cappuccini, luogo ritenuto idoneo quant’altri mai dal momento che il Beato Padre Pio fu in vita un frate francescano.
Nel frattempo proseguivano i lavori per l’installazione dell’altra statua, inaugurata con altra solenne cerimonia lo scorso 23 marzo.
Inutili sono stati gli interventi delle Autorità ecclesiastiche locali e diocesane, inutili le esortazioni affinché si addivenisse a più miti consigli.  Niente.

Statua di Padre Pio nel giardinetto annesso alla chiesa di Maria SS. Annunziata

La statua di Padre Pio nella scalinata del convento dei Cappuccini realizzata e donata da Santino Papotto.


I due gruppi di preghiera, che si sono nel frattempo costituiti, fermi e irriducibili, pregano e recano fiori ciascuno per conto proprio, poco ci manca che ciascuno rivendichi: “Il nostro è l’unico vero Padre Pio, diffidate dalle imitazioni!”, ma c’è di più.
Qualcuno paventa che, da qui a poco tempo, ogni quartiere della città potrebbe volersi intestare l’erezione di un’altra statua.
Basta così. Lungi dalle nostre intenzioni voler essere irriverenti, e tanto meno verso Padre Pio che in vita fu uomo esemplare, timorato, obbediente e pacifico – soprattutto! – di santa vita, e che per i suoi meriti il prossimo 16 giugno si appresta a diventare Santo.
Qualche, anzi molte perplessità, invece, sul fatto che in nome della devozione, della pietas religiosa, si sia scatenata un’assurda querelle, nutrita di puntigliosità, schermaglie, intransigenze, che sarebbero sicuramente dispiaciuti all’umile frate di Pietralcina, una contesa che riporta Randazzo alle forse non sopite rivalità tra quartieri dei tempi andati.
Già, perché si trattava di Randazzo, forse c’eravamo dimenticati di dirlo.

(Maristella Dilettoso)

(articolo pubblicato sul Gazzettino di Giarre n. 13 del 2002)
n.b. : il testo è stato redatto in data anteriore alla canonizzazione di San Pio da Pietralcina, ed è per tale ragione che vi si adopera ancora l’espressione “Padre Pio”.

 

La Croce di ferro che i Padri Passionisti posero nel 1934 e la statua di padre Pio.  Notate qualcosa di strano !!??   (ndr)

 

Il Castello-Carcere

 

 

Mazza Desiree

 

Desiree Mazza, nata a Bronte il 12 ottobre del 2005, vive a Randazzo con i genitori Gianluca e Angela Gullotto e il fratello Giuseppe, frequenta la classe terza della scuola secondaria di primo grado dell’istituto comprensivo Edmondo De Amicis.
Sin da piccola la sua voglia di conoscenza l’ha spinta verso la lettura e lo studio dove ottiene ottimi risultati. Studia danza e il venerdì pomeriggio mette da parte le scarpette da ballo per correre alle prove di musica un altra sua passione infatti studia musica dall’età di nove anni, suona il clarinetto nel complesso bandistico “Erasmo Marotta” di Randazzo.
Studia la lingua inglese dall’età di sette anni dove da poco ha conseguito la certificazione B1 Preliminary for schools, of Cambridge.
Ama il teatro e visitare luoghi d’arte. Sempre pronta a lavorare e a buttarsi in qualsiasi progetto trova il tempo anche per leggere e scrivere racconti e poesie.
All’etá di 10 anni, scrisse una lettera a Papa Francesco su iniziativa di don Santino Spartà che con la raccolta dei lavori dei bambini ne ricavò un libro “Meno male che c’è Francesco”, la lettere di Desiree non solo venne pubblicata nel libro, insieme ai lavori dei suoi coetanei, ma ottenne la pubblicazione sul settimanale “NUOVO “.
Nell’anno 2018 nell’ottava edizione del Premio Themis concorso indetto dall’Associazione Culturale Orizzonti Liberi, si classificò terza nella sezione opere artistiche, categoria scuola media inferiori, con l’opera dal titolo “Le leggi del cuore”  il cui tema del concorso era “la famiglia“.
Quest’anno nella nona edizione del Premio Themis, il cui tema erano i “legami”,con il racconto “Grazie, lo devo a te”si è classificata prima nella categoria scuola media inferiore.
La sua sensibilità d’animo, i valori in cui crede l’hanno portata a scrivere un racconto pieno di sani principi. Desiree,con il suo impegno costante e i suoi lavori ci porta a smentire l’idea che ci siamo fatti sui giovani d’oggi ritenuti superficiali, poco propensi allo studio e a qualsiasi attività che li porti a una crescita culturale.

Caro Papa Francesco
Mi chiamò Mazza Desiree, sono una bambina di dieci anni e frequento la Scuola Primaria.
La maestra di religione mi ha chiesto di scriverti una lettera, ma io, a dirti la verità, in un primo momento non avevo idea su cosa scrivere. Ho pensato: “Scrivere una lettera al Papa non è come scrivere una lettera a un amico, o a mamma e papà per Natale”. Ma poi, riflettendoci su, le idee sono affiorate nella mia mente.
Per prima cosa volevo chiederti come stai in salute, nelle ultime settimane ho sentito pareri diversi. C’erano persone in televisione che affermavano che hai una grave malattia, altre che smentivano la notizia. Certo che ricoprire una carica importante come la tua ti mette al centro di discussioni e di mille problematiche.
Ma io Ti rivedo in televisione, Ti leggo su internet e sui giornali e da quello che dici capisco che sei un uomo buono e umile. Ed è per questo che quando sei stato eletto Papa hai scelto il nome Francesco, in onore di San Francesco d’Assisi , l’uomo della povertà e della pace.
Forse il mondo aveva bisogno di un uomo come te per guida, un Papà attento alla sofferenza degli ultimi, che dia speranza per il futuro, un padre a cui affidare i nostri cuori in questo periodo difficile.
Io sono solo una bambina. Ma credo che se noi tutti unissimo le nostre forze in un’unica, grande preghiera da innalzare a Dio, se tutti gli uomini si rispettassero, tendendo la mano a chi ne ha bisogno, se, come dici tu “costruissimo non muri, ma ponti “, se non avessimo paura della bontà e della tenerezza, perché esse non sono le virtù del debole, ma, al 
contrario, denotano forza d’animo, capacità di attenzione e compassione, di vera apertura all’altro, forse il mondo sarebbe diverso, migliore.
Papa Francesco, ti chiedo di pregare Dio insieme a me, affinché si fermino l’odio tra uomini, le guerre, la miseria. Per colpa di tutto questo nel mondo ci sono bambini che non hanno un tozzo di pane, che non hanno vestiti, costretti a fuggire dal proprio paese, dalla propria casa e dai legami affettivi.

Preghiamo Dio affinché nell’uomo nasca la bontà.
Sperando che, per mezzo di te, questa mia preghiera giunga al più presto all’orecchio di Dio, ti saluto e ti mando un immenso abbraccio.

Desiree

 

TU CHE RENDI BELLO OGNI MIO GIORNO
E di sorrisi così se ne vedono tanti, ma così belli mai, così allegri mai.
Di occhi grandi così se ne vedono tanti ma così gioiosi mai.
Di un viso furbetto come il tuo ne è pieno il mondo ma per me è il viso più bello.
Una voce come la tua si è udita tante volte ma per me è la più armoniosa, mi rallegra il cuore.
Cresci con me, mio compagno di giochi e di mille avventure,
delusioni, gioie, dolori, quante ne condivideremo e ne affronteremo insieme ?
C’è tanta bellezza nella vita, nel cielo, in un prato, in un tramonto, nelle stelle ,
ma la vera bellezza è l’amore.
Stringi la mia mano nella tua, ne sento il calore, è forte, ha una stretta salda.
Salto io salti tu.
La vita è bella da quando sei arrivato tu nella nostra famiglia.

 

EMOZIONI
Sorge il sole su dolci colline,
l’erba verde ondeggia al soffio di una leggera brezza.
Brillanti i colori dei prati vivaci
con fiori profumati bianchi gialli e vermigli.
Fluisce rapida l’acqua del fiume
come uno specchio pieno di vita
e nell’aria si spande il suo suono scrosciante.
Batuffoli di nuvole solcano il cielo azzurro
mentre stormi d’uccelli si librano in volo.
Trabocca di gioia il cuore.

 

LEGAMI  

  Legami ritrovo in un album di foto ingiallite
in un fiore appassito tra le pagine di un libro
in una scatola dimenticata in soffitta
nelle pagine di un vecchio diario
in una maglia accantonata impregnata di storie.
Legami ritrovo in uno sguardo
in un profumo in un sorriso sincero
perfezionato da un abbraccio
  in un gelato tra vecchi amici che ritornano bambini.
Legami ritrovo tra i ricordi
sbiaditi fuori dal tempo
tra le memorie vaghe in fondo al cuore.
Legami che profumano di vita, di emozioni, di passioni.

 

 

          Grazie, lo devo a te    (con questo racconto Desiree ha vinto il primo premio THEMIS  – 2019)

Don, don. Ecco, i rintocchi della campana della chiesa vicina mi dicono di alzarmi e di iniziare una nuova giornata.
Non amo alzarmi presto e così resto un altro po’ a letto, un altro quarto d’ora, fin quando la campana non suonerà di nuovo. Ha sempre scandito le mie giornate fin dalla primissima infanzia.
“Anna è ora di andare all’asilo! Hai sentito la campana? Sono le nove”, mi diceva mia madre. Imparai presto che la questione tempo per lei era molto importante. Lei, affaccendata tra i suoi mille impegni quotidiani, non dimenticava mai i miei, inoltre, c’era sempre il campanile a scandire con i suoi rintocchi il passare del tempo: l’ora della merenda, l’ora di lasciare i giochi per correre a danza, per andare in piscina o in un dei tanti corsi in cui i miei genitori mi impegnavano. Andavo volentieri, ricordo di non essermi mai ribellata alle loro decisioni.
Figlia della fine del XX secolo, misi presto da parte i balocchi e con loro la mia infanzia, impegnata come ero tra lezioni di musica e corsi d’inglese. Pensavo che tutto questo era normale, d’altronde tutti i bambini, chi più e chi meno, frequentavano corsi, campeggi ed altro.
Don, don. Come sempre i rintocchi della campana mi dicono di alzarmi. Oggi è un giorno speciale, tra poche ore prenderò l’aereo e dopo tanto tempo riabbraccerò il mio caro amico Sef che mi ha invitato alla sua laurea.
Ricordo ancora il giorno in cui Sef arrivò nella nostra classe, fu a metà anno della prima media, durante l’ora di spagnolo. Bussarono alla porta e si presentò un ragazzo di colore, alto, smilzo con

due occhi grandi ed espressivi. Con voce tremante e con fare impacciato si presentò alla classe e il professore gli disse di accomodarsi nell’unico banco vuoto. Questo nuovo compagno, umile e silenzioso dai modi molto educati, nonostante non parlasse bene la nostra lingua cercava di integrarsi.
I suoi modi rispettosi e quello che, dopo, ci raccontò della sua vita mi incuriosirono e mi attirarono come un’ape al miele; almeno così era per me e credo anche per qualche altro compagno.
Un giorno la professoressa di italiano, forse per aiutarlo e farlo sentire parte della nostra comunità, gli chiese di parlarci un po’ di lui. Ci disse che era arrivato in Italia grazie all’aiuto di una famiglia che aveva conosciuto in Gambia e che si sarebbe presa cura di lui, qui nel nostro paese.
Parlò degli affetti che aveva lasciato. Ultimo di otto figli, aveva perso entrambi i genitori. Mentre proseguiva nel racconto la sua voce si incrinò e i suoi occhi si riempirono di lacrime. Frugò nello zaino, tirò fuori e mostrò alla classe delle foto dei suoi fratelli, delle sue sorelle, dei suoi cognati e anche dei suoi nipoti.
Grosse lacrime gli rigavano il viso. In quel momento mi ritenni una persona molto fortunata.
Io ogni giorno tornavo a casa da scuola, pranzavo con i miei genitori, andavo a dormire dopo aver ricevuto il loro bacio della buonanotte e la mattina la voce di mia mamma ed una sua carezza mi svegliava.
Ero davvero fortunata eppure sentivo un vuoto dentro di me.
Sef guardò per un’ ultima volta le foto e poi le mise via come una reliquia. Erano l’unico legame con le persone a lui più care, erano i ricordi del suo paese, della sua vita vissuta lì. Questo ragazzo aveva affrontato un lungo viaggio che l’aveva portato lontano da casa in mezzo a persone di lingua, cultura, religione diverse dalle sue. Dato che la mia vita era sempre stata scandita da impegni, programmata in ogni minuto, ora mi chiedevo se avessi mai avuto il coraggio di affrontare ciò che lui stava vivendo.
Io che, da ragazza timida e riservata qual ero, non riuscivo a stringere amicizia con nessuno questa volta con Sef cercavo di superare la mia timidezza. Spesso a scuola mi fermavo a parlare con lui, cercavo di insegnargli la nostra lingua e devo dire che egli si impegnava e riusciva ad imparare benissimo.Mi ascoltava con attenzione e notavo in lui una grande forza di volontà.
Con il tempo capii che per lui l’istruzione e la cultura erano importanti perché l’avrebbero aiutato a riscattare la sua vita, ad essere una persona libera e a farsi accettare in un mondo dove ancora oggi, purtroppo, lo straniero non è ben accetto.
Ricordo che mi citò una frase di Nelson Mandela: “L’istruzione è l’arma più potente che puoi usare per cambiare il mondo” e mi disse che l’aveva letta quando viveva ancora nel suo paese e che l’aveva fatta sua.
Un giorno lo invitai a casa, per aiutarlo un po’ in grammatica. Si presentò puntuale, con i suoi soliti modi semplici e con i suoi grandi occhi espressivi. All’inizio mi sembrò un po’ nervoso, come se avesse paura di muoversi. Noi abitavamo in un modesto appartamento in una piccola cittadina medievale, non vivevamo nel lusso. Mia madre, ossessionata dalla pulizia, teneva la casa ordinata e splendente.
Credo che tutto quell’ordine mettesse a disagio Sef, sicuramente si sentiva come un elefante in un negozio di cristalli.
L’indomani all’interrogazione di grammatica fece una bella figura, la professoressa si complimentò con lui e mentre ritornava al suo banco guardandomi mi disse: “Grazie, lo devo a te”.
Ciò mi rese felice e soddisfatta. In uno dei tanti pomeriggi in cui veniva a studiare a casa mia, mi chiese di andare a fare un giro in bici, così mandai un messaggio a mia madre, che era a lavoro e uscimmo prendendo una strada che ci portò fuori città
Sef iniziò a pedalare velocemente, prese la discesa, lasciò il manubrio e aprì le braccia, non era più l’elefante ora era un’aquila. Io cercavo di stargli dietro, nonostante la mia paura per la velocità. Provai l’ebbrezza del vento che mi accarezzava il viso e mi scompigliava i capelli. Poi Sef ,alla vista di una radura, si fermò, io lo raggiunsi e gli dissi che

ci eravamo allontanati troppo e che, se lo avessero saputo i miei, si sarebbero di certo arrabbiati.
Lui portandosi l’indice davanti alle labbra mi indicò di fare silenzio e mi disse di ascoltare.
Quel pomeriggio scoprii i suoni della natura, il ronzio delle api, il cinguettio degli uccelli, il frinire delle cicale. Da quel giorno appena potevamo io e Sef pedalavamo fin a quella radura e lì rimanevamo incantati a guardare le sfumature di un tramonto o semplicemente a passeggiare a piedi nudi sull’erba. Grazie a Sef iniziai a scoprire e ad assaporare le bellezze della natura, lui mi mostrava e mi parlava dei mille esseri viventi che popolano un prato, del perché un’ape viene attratta dal colore e dal profumo di un fiore.
Abbandonai qualche corso che frequentavo il pomeriggio e andavo a fare delle escursioni con lui o insieme giocavamo con la palla, con la play station oppure ascoltavamo musica. I miei genitori interpretarono i cambiamenti che avvenivano in me come una ribellione dovuta al periodo adolescenziale, non si rendevano conto che io stavo cambiando e che questo cambiamento non era dovuto alla crescita ma era in fondo quello che avevo sempre desiderato: una vita alla scoperta di qualcosa di nuovo, una vita diversa da quella che mi era stata imposta e che mi faceva crescere timida e riservata.
Avevo voglia di vivere la mia adolescenza e in fondo al mio cuore avevo sempre desiderato di urlare al mondo ciò che sentivo: nostalgia, solidarietà, amicizia, stupore nello scoprire le bellezze del mondo che ci circonda, della natura.
Tutti questi sentimenti sopiti dentro di me, proprio grazie a Sef, iniziai a provarli uno per uno: il desiderio di una vita piena di scoperte, la voglia di conoscere il mondo, la solidarietà verso un compagno straniero e infine il sentimento più grande al mondo, “l’amicizia”, quella vera, quella con la A maiuscola, quella fatta di risate ma anche di pianti, perché quando stai male ed hai un amico vicino non si piange da soli ma in due, ci si asciuga le lacrime insieme e si riparte più forti di prima.
Ormai poco mi importava se alle volte, mentre attraversavo i corridoi della scuola, qualcuno bisbigliava che ero amica di un “negro”.
In seconda media accadde un fatto che cambiò la mia personalità e da quella ragazzina paurosa uscì fuori un grande coraggio che portò a crearmi molte amicizie. Una mattina arrivai a scuola prima del solito e già dal corridoio sentivo dei strani rumori, come dei tonfi. Aprii la porta della classe e vidi alcuni ragazzi del terzo anno dare calci all’armadio dal quale provenivano dei lamenti, come un pianto. Mi feci coraggio e chiesi chi ci fosse all’interno, i ragazzi scoppiarono a ridere, qualcuno mi disse di stare alla larga. Capii che avevano rinchiuso Tommaso, il ragazzo autistico. Lo chiamai e gli dissi di stare tranquillo, che l’avrei fatto uscire. Uno dei ragazzi mi intimò di stare zitta e mi chiamò amica dei negri.
Non ci vidi più dalla rabbia e mentre cercavo di avvicinarmi all’armadio uno di quei ragazzi, da dietro, mi prese per le spalle e mi tirò via.
Intanto il pianto nell’armadio si faceva più forte. Proprio in quel momento entrò Sef in classe, capì la situazione e si diresse verso l’armadio. Uno dei ragazzi gli si parò davanti gridandogli di tornarsene al suo paese e chiamandolo “ sporco negro”.
Io dalla rabbia, non so come, diedi con tutta la mia forza un calcio ad uno dei ragazzi e Federico, un altro ragazzo, cercò di colpirmi ma Sef intervenne in mio aiuto. Finirono col litigare, durante la rissa caddero a terra fra urla d’incitazione e io ne approfittai per far uscire Tommaso dall’armadio.
In quel momento entrarono i miei compagni che trovandosi di fronte quella situazione dissero che avrebbero chiamato l’insegnante. Non ce ne fu bisogno, il professore stava arrivando in aula e i ragazzi accorgendosene se la diedero a gambe levate.
Tommaso era impaurito e sconvolto. Il professore cercò di calmarlo, lo portò in infermeria e chiamò i genitori. Poco dopo tornò in classe, ci chiese cosa fosse successo e come mai il nostro compagno fosse ridotto in quello stato. Io mi alzai in piedi, iniziai a raccontare, ma il ricordo di quell’istante fece tornare in me la paura e la rabbia, scoppiai a piangere e tra i singhiozzi dissi che se non fosse arrivato Sef in tempo chissà come

sarebbe andata a finire.
Ci pensò il mio amico, che intervenendo, finì di raccontare. Il professore volle sapere i nomi dei ragazzi di terza e dopo si allontanò dalla classe. Prima dell’uscita di scuola venimmo a sapere che i ragazzi erano stati sospesi. Nel pomeriggio mentre stavo studiando nella mia camera, mia madre mi chiamò e mi disse che c’erano delle visite. Entrai in salotto e vidi seduti sul divano i genitori di Tommaso, quando li salutai, la mamma di Tommaso si alzò e mi venne ad abbracciare. Erano venuti a ringraziarmi per aver difeso il figlio in classe, io dissi a loro che a difenderlo non ero stata solo io ma tutta la classe.
I genitori di Tommaso se ne andarono via dicendo che il loro figliolo era fortunato ad avere degli amici che si prendevano cura di lui.
Quel pomeriggio ricevetti delle telefonate da alcuni compagni che si complimentarono con me per il coraggio avuto e qualcuno mi invitò ad uscire nel week-end. La fine dell’anno scolastico arrivò presto, ormai l’estate era nell’aria e noi ragazzi non vedevamo l’ora di mettere da parte i libri per goderci le vacanze.
Arrivò il giorno della cerimonia dei diplomi, l’aula magna era gremita di persone, io lasciai i miei genitori nei posti assegnati a loro e raggiunsi la mia classe. Durante la cerimonia i ragazzi del coro della scuola intonarono “L’inno alla gioia”, altri lessero delle poesie e una ragazza di terza lesse il suo discorso agli studenti. A cerimonia quasi ultimata la parola passò al preside, che ringraziò i colleghi professori per il lavoro svolto durante l’anno, porse un saluto e un augurio ai ragazzi che avrebbero intrapreso una nuova carriera scolastica, ringraziò i genitori e gli alunni presenti. Infine disse che sarebbe stata assegnata una onorificenza agli alunni che si erano distinti in modo particolare per la loro umiltà, gentilezza, amicizia, qualità che rendono grande una persona e che questa grandezza non è dettata dall’uso della forza e della prepotenza ma da un cuore semplice e generoso.
Io nel frattempo cercavo di capire a chi potesse andare quel riconoscimento, nella mia mente scorrevano i nomi e i volti dei ragazzi della scuola.
Il preside continuò dicendo che lo studente si era distinto in modo particolare per la sua umiltà, per aver aiutato ad integrarsi il compagno straniero e per aver affrontato con coraggio un momento di difficoltà nell’aiutare un compagno di classe. “É con grande orgoglio che consegno la medaglia allo studente che con umiltà e gentilezza ha fatto riscoprire il grande valore dell’amicizia, Anna Rossi”.
La gente iniziò ad applaudire, io non credevo alle mie orecchie, con gambe tremanti salii sul palco, vidi lo sguardo orgoglioso dei miei genitori, ringraziai il preside, i miei insegnanti e dissi che quella medaglia la volevo condividere con coloro che mi avevano fatto scoprire il vero senso dell’amicizia, con Sef soprattutto, ma anche con tutta la classe.
Il preside a questo punto invitò il resto della classe a raggiungerci sul palco e fu una grande festa di applausi, di abbracci e di sorrisi.
Ci salutammo con un augurio di buone vacanze e con un arrivederci a settembre in terza.
Dentro di me non sentivo più il vuoto, era pervasa da un profondo sentimento: l’Amicizia. Sef, Tommaso, Eleonora, Luca, Gianluca, Francesco, Isabella, Rachele, Giuseppe, Angela, Fabio e Salvatore furono gli amici con cui trascorsi i più bei giorni della mia adolescenza.
Con qualcuno di loro, finita la scuola media, non ho avuto più il modo di frequentarli in modo assiduo, ma quando potevamo facevamo delle rimpatriate, con altri ancora oggi ho un buon rapporto.
Sef per altri cinque anni rimase il mio compagno di classe ed è il mio migliore amico. Alla fine delle scuole superiori nonostante si fosse trasferito a Milano per frequentare l’università che aveva scelto, il nostro rapporto di amicizia non finì, perché l’amicizia non conosce confini.
E così oggi mi ritrovo qui ad applaudire alla sua laurea con il cuore colmo di gioia, ripensando ai pomeriggi trascorsi insieme, a quando l’aiutavo con i compiti di grammatica o quando gli insegnavo la nostra lingua, alle corse in bicicletta, alle passeggiate in campagna.
Ricordo ancora il

ragazzo che quella mattina di metà anno scolastico, durante l’ora di spagnolo, entrò in classe, alto, smilzo, con due grandi occhi espressivi, con voce tremante e oggi faccio fatica a paragonarlo all’uomo che con voce sicura discute la sua tesi.
Mentre applaudiamo Sef si gira, mi guarda, mi sorride, fa un gesto e mi dice: “Grazie, lo devo a te”. Io ricambio il sorriso.
L’unica persona, però, che Sef deve ringraziare è se stesso, la sua buona volontà, la sua tenacia, la voglia di essere un uomo migliore, qualità che nessuno può dare e trasmettere.
Io gli ho solo dato la mia amicizia che lui ha ricambiato.
Ciò che ci unisce non è quello che ci accomuna ma ciò che ci rende diversi, perché l’uno completa l’altro.

La cerimonia della consegna dei premi THEMIS  (art. di Live Sicilia)

 

Luciano Fioretto

 Luciano Fioretto, nato a Catania il 11/12/1989

Fin dalla giovane età, grazie anche alle attività parrocchiali dell’epoca, si ritrova sempre su un palcoscenico. Dalle tavole del palchetto del salone dell’Opera De Quatris nasce la sua passione per il teatro, tanto da fargli intraprendere, dopo studi accademici, il percorso di attore professionista.

 

Teatro Degli Specchi di CT

Dopo essersi diplomato al Liceo Scientifico Michele Amari di Linguaglossa (Ct) nel 2009, Luciano Fioretto si accosta per la prima volta al teatro professionistico grazie al “Laboratorio di avviamento al Teatro” del Teatro degli Specchi di Catania, diretto all’epoca dal drammaturgo Aldo Lo Castro e dall’attore Marco Tringali.

Qui il suo debutto tra i palcoscenici del capoluogo etneo e non solo:

2010: “Sogno Di Una Notte Di Mezza Estate”, di William Shakespeare; regia di MARCO TRINGALI; “Festival Nazionale Di Regia Fantasio” Teatro Dell’Orologio di Roma; prod.Teatro Degli Specchi di Catania.

2011: “Bastardi A Cena”, di Salvo Giorgio; regia di MARCO TRINGALI; Magazzini Sonori di Catania, Gatto Blu-sala Harpago di Catania; prod. Teatro Degli Specchi di Catania.

2011: “Shakespearean Love Dream”, di Salvo Giorgio; regia di MARCO TRINGALI; TEATRO COMUNALE LEONARDO SCIASCIA DI ACI BONACCORSI (Ct); prod. Teatro Degli Specchi di Catania.

 

Classe triennio 2012/2015 Accademia d’Arte Drammatica Umberto Spadaro Teatro Stabile di CT

Dopo aver concluso il biennio di studi previsto dal Laboratorio del Teatro degli Specchi e dopo aver superato le tre fasi di selezione previste, Luciano Fioretto nel 2012 rientra tra gli allievi che formeranno il corso del triennio 2012-2015 dell’Accademia D’Arte Drammatica Umberto Spadaro del Teatro Stabile di Catania.

Qui si trova a seguire le lezioni di validi professionisti del settore quali:

Giuseppe Dipasquale, Ezio Donato, Mario Incudine, Filippo Brazzaventre, Donatella Capraro, Gioacchino Palumbo, Rita Gari e workshop con artisti del calibro di Vincenzo Pirrotta e Mariano Rigillo.

Il debutto artistico con lo Stabile di Catania avviene nel 2014 :

“Foemina Ridens”, di Giuseppe Fava; regia di GIOVANNI ANFUSO; musiche di MARIO INCUDINE; TEATRO A. MUSCO DI CATANIA, TEATRO COMUNALE DI TRECASTAGNI (CT); prod. Teatro Stabile di Catania, con protagonisti GUIA JELO e MIKO MAGISTRO.

Nel 2015, dopo aver concluso il percorso didattico e aver ricevuto il diploma, fa parte del cast dei seguenti spettacoli:

 

La volata di Calò con Mimmo Mignemi e Luciano Fioretto.

“La Volata Di Calò”, di Gaetano Savatteri; regia di FABIO GROSSI; TEATRO A. MUSCO DI CATANIA; prod. Teatro Stabile di Catania. Protagonista della pièce teatrale MIMMO MIGNEMI.

Trainspotting regia di GiamPaolo Romania

“Trainspotting”, di Irvine Welsh; regia di GIAMPAOLO ROMANIA; TEATRO SPAZIO NASELLI DI COMISO (RG), TEATRO A. MUSCO DI CATANIA, TEATRO DELL’ORCA DI CALTAGIRONE (CT); prod. Teatro Stabile di Catania e Spazio Naselli di Comiso.

 

Una Solitudine Troppo Rumorosa con Stefano Onofri

“Una Solitudine Troppo Rumorosa”, di Filippo Arriva liberamente tratto dal romanzo di Bohumil Hrabal; regia di FRANCESCO RANDAZZO; musiche di MARIO MODESTINI; TEATRO A. MUSCO DI CATANIA, TEATRO COMUNALE DI TRECASTAGNI (CT); prod. Teatro Stabile di Catania con protagonista STEFANO ONOFRI.

 

Il Giardino dei Ciliegi regia di Giuseppe Dipasquale – Mosca

La stagione 2015 si conclude con una trasferta dello Stabile di Catania a Mosca, portando in scena al FESTIVAL INTERNAZIONALE “YOUR CHANCHE” 2015 DEL TEATRO DI MOSCA “NA STASNOM”, “Il Giardino Dei Ciliegi” di Anton Cechov; regia di GIUSEPPE DIPASQUALE; musiche di GERMANO MAZZOCCHETTI; ruolo: ERMOLAJ ALEKSEEVIÈ LOPACHIN (protagonista); prod. Teatro Stabile di Catania.

Di ritorno dalla fortunata trasferta russa, nel 2016 Luciano Fioretto si ritrova a far parte del cast dello spettacolo:

 

La Cagnotte con Pippo Patavina e Vittorio Viviani

“La Cagnotte”, di Eugène Labiche; regia di WALTER PAGLIARO; musiche di GERMANO MAZZOCCHETTI; TEATRO G. VERGA DI CATANIA; prod. Teatro Stabile di Catania. Protagonisti della vicenda attori del calibro di PIPPO PATTAVINA e VITTORIO VIVIANI.

 

Sempre nel 2016 avviene l’incontro con il regista Antonello Capodici. Quest’incontro porterà Luciano Fioretto a entrare nel cast della tournée annuale regionale dello spettacolo:

“Orlando Pazzo”, commedia musicale in 3 atti di Turi Mancuso; regia di ANTONELLO CAPODICI; musiche di TURI MANCUSO; ruolo: NINO MARTOGLIO poi MEDORO (coprotagonista); Tournée regionale; prod. Teatro ABC di Catania.

Nel 2017, a conclusione della tournée regionale, fa parte degli spettacoli:

“Troppu trafficu ppi nenti”, adattamento di Andrea Camilleri e Giuseppe Dipasquale; regia di GIUSEPPE DIPASQUALE; TEATRO SILVANO TOTI GLOBE THEATRE DI ROMA diretto da GIGI PROIETTI; prod. Politeama srl in coproduzione con Teatro Della Città di Catania con: RUBEN RIGILLO, VALERIA CONTADINO, CARLOTTA PROIETTI e MIMMO MIGNEMI.

 

Toppu Trafifcu pi nienti _ Globe Theatre di Roma

Toppu Trafifcu pi nienti _ Globe Theatre di Roma

 

“Jeli il pastore”, adattamento di Lorenzo Muscoso; regia di LORENZO MUSCOSO; FESTIVAL VERGHIANO presso TEATRO CUNZIRIA di Vizzini (Ct); prod. Dreamworld Pictures.

 

Nel Tempo della Lontananza con Mariano Riggillo, Anna Teresa Rossini e Luciano Fioretto.

“Nel tempo della lontananza” La figura e l’opera di Luigi Pirandello nel 150° della nascita; regia di MARIANO RIGILLO; musiche di MATTEO MUSUMECI; Chiesa di San Francesco Borgia di Catania; iniziativa direttamente promossa da SOPRINTENDENZA PER I BENI CULTURALI E AMBIENTALI DI CATANIA con: MARIANO RIGILLO e ANNA TERESA ROSSINI.

Nel 2018, Luciano Fioretto fa parte del cast degli spettacoli:

“In attesa di giudizio”, di Roberto Andò da “Il mistero del processo” di Salvatore Satta; regia di ROBERTO ANDÒ; TEATRO G. VERGA DI CATANIA; prod. Teatro Stabile di Catania in collaborazione con Fondazione Campania dei Festival, Napoli Teatro Festival Italia e il Nuovo Teatro di Marco Balsamo. Protagonisti della pièce teatrale FAUSTO RUSSO ALESI e FILIPPO LUNA.

 

L’Inferno di Dante – Luciano Fioretto

 
 

L’Inferno di Dante – Luciano Fioretto

 

 

L’Inferno di Dante – Gole dell’Alcantara

 

L’Inferno di Dante – Luciano Fioretto

 

“L’Inferno Di Dante”, di Giovanni Anfuso da “Divina Commedia” di Dante Alighieri; regia di GIOVANNI ANFUSO; musiche di NELLO TOSCANO; presso GOLE DELL’ALCANTARA; prod. Vision Sicily & Buongiorno Sicilia.

 

Filippo Mancuso e Don Lollò con Pippo Patavina, Tuccio Musumeci e Luciano Fioretto

“Filippo Mancuso e Don Lollò”, di Andrea Camilleri e Giuseppe Dipasquale; regia di GIUSEPPE DIPASQUALE; musiche di MATTEO MUSUMECI; ruolo: BERTO MANCUSO; Tournée regionale; prod. Teatro Della Città di Catania. Protagonisti della vicenda la coppia PIPPO PATTAVINA e TUCCIO MUSUMECI.

 

Filippo Mancuso e Don Lollò con Pippo Patavina e Luciano Fioretto

 

Sempre nel 2018 arriva il primo cortometraggio con:

“Magic Show”, di Andrea Traina, Ornella Sgroi e Davide Vigore; regia di ANDREA TRAINA; ruolo: GIOVANE ULISSE POIDOMANI (protagonista da giovane); prod. Onirica S.r.l. con la collaborazione di Studio Riva. Protagonista NINO FRASSICA.

Il 2019 si apre con tre tournèe regionali:

“L’aria Del Continente”, di Nino Martoglio; regia GIUSEPPE PATTAVINA; Tournée regionale. A ricoprire i panni di Don Cola Duscio, protagonista della commedia, è lo stesso PIPPO PATTAVINA.

“Il Figlio Maschio” , di Massimo Leggio da “Il Bell’Antonio” di Vitaliano Brancati; regia MASSIMO LEGGIO; ruolo: VINCENZO CAVALLARO (Antonio Magnano); Tournée regionale; prod. Brigata D’Arte Sicilia. Protagonista MIKO MAGISTRO.

Attualmente, Luciano Fioretto si trova impegnato con la ripresa con tournèe regionale dello spettacolo:

“L’Inferno Di Dante”, di Giovanni Anfuso da “Divina Commedia” di Dante Alighieri; regia di GIOVANNI ANFUSO; musiche di NELLO TOSCANO; Tournée regionale; prod. Vision Sicily & Buongiorno Sicilia.

Fernando Mainenti – La Sicilia dei Castelli

Nino Di Stefano

 

Un randazzese girovago, Antonino Di Stefano. Oltre che nella città natale (dove ha studiato al collegio salesiano San Basilio), è vissuto a Messina, Napoli, Taranto, Perugia. Oggi, all’età di 67 anni, vive a Tradate, in provincia di Varese. Felice pensionato cura – insieme con la cara moglie Emma – i nipotini, il suo bel giardino, i suoi animaletti domestici.
Giornalista pubblicista, iscritto all’albo dal 1983, è specializzato in economia e finanza, aerospazio, Istituzioni europee. Oltre che “grillo parlante” su facebook, collabora con “RemoContro” del giornalista RAI Ennio Remondino e con “PaeseItaliapress”
 di Messina, diretto da Mimma Cucinotta. Fa parte dell’AGE, Associazione giornalisti europei, sezione italiana dell’AEJ, Association of European Journalists.

 

Nino Di Stefano con la moglie Emma

 

Di Randazzo conserva con gratitudine le radici, il ricordo di una infanzia felice, dei genitori Giuseppe e Maria Catena e della carissima nonna Paola. I suoi paesaggi, insieme dolci ed aspri, sono immagini indelebili.                                                   

Ha seguito studi di economia (non completati) presso l’Università Federico II di Napoli. Ha seguito corsi di specializzazione in comunicazione. Ha partecipato a migliaia di convegni di studio, in tutta Europa, principalmente in veste di giornalista.
Parla inglese e francese.
E’ stato consigliere nazionale dell’AGE, ex dirigente nazionale (commissione di accreditamento soci) della FERPI, Federazione relazioni pubbliche italiana, organismo che raggruppa gli operatori della comunicazione.
E’ stato Tesoriere dell’UGAI, Unione giornalisti aerospaziali, associazione per la quale ha organizzato convegni di studio specialistici.
Uguale incarico ha ricoperto presso la società sportiva di pallanuoto, ed il circolo nautico,  “Rari Nantes Napoli”.
Free lance, ha collaborato, tra gli altri, con i quotidiani e periodici: Napolinotte, Il Mattino di Napoli (supplemento economico “Lettera Sud”), Il Giornale di Napoli, Corriere di Napoli, Milano Finanza, Capitale Sud, L’Industria Meridionale (periodico dell’Unione Industriali di Napoli), Il Denaro, Roma, Napoli City, agenzia di stampa ASCA.
Funzionario di direzione del Banco di Napoli, per circa venti anni ha lavorato presso l’ufficio studi della banca come coordinatore di gruppi di lavoro nei settori: ufficio stampa e rapporti con i media; comunicazione interna (principalmente con la preparazione dell’house organ  “Nuove Frontiere Banco di Napoli” e la collaborazione al periodico “Dossier Unione Europea”); credito ed economia reale, con la redazione di studi e ricerche sull’andamento dei settori economici e del credito, in particolare per quanto riguarda l’area meridionale del Paese.
E’ stato anche dirigente sindacale regionale della UIL credito ed assicurazioni, sindacato per il quale ha curato il periodico “Casa Uilca”.

Autore, insieme con Matteo Paone, dello studio -pubblicato a cura della Camera di commercio di Napoli e del Centro studi Cresl- sulla “Evoluzione del sistema bancario e il Sud”, menzione speciale del premio internazionale  Guido Dorso nel 2006.

Per saperne di più e leggere suoi  articoli di economia e finanza  clicca qui

Grazie Nino, auguri a Te e alla Tua signora. Non dimenticare di venirci a trovare e di seguire il sito.

 

 

Alfio Mannino

Le congratulazioni di Tutti Noi. 

Randazzo in Fiore – 2019

 

 

Cappuccini

 

 

 Porta San Giuseppe  (Associazione UNITRE)

 Via Dei Lanza

 

 Via Sciacca

 

 

Artisti ed Espositori

 

 

Clicca per vedere Corso Umberto e Piazza Municipio 

: http://www.randazzo.blog/2019/06/19/randazzo-in-fior…piazza-municipio/

Davide Cristaldi – L’Aquila Marmorea del Castello di Randazzo

Vito La Mantia

 

LA MANTIA, Vito. – Nacque il 6 nov. 1822 a Cerda, piccolo comune del Palermitano, da Francesco e da Rosa Arcara, entrambi appartenenti a famiglie dell’agiata borghesia terriera. Compiuti gli studi superiori a Termini Imerese, si trasferì a Palermo per iscriversi alla facoltà giuridica, dove ebbe tra i suoi maestri E. Amari e B. D’Acquisto.

Negli anni di studi universitari fu insignito del premio Angioino per l’economia politica e del premio Di Giovanni in lingua greca e latina, storia sacra e storia di Sicilia. A uno di tali premi è legata la sua prima pubblicazione, Sul modo di procurare la ricchezza e la civiltà delle nazioni (Palermo 1843), in cui il L. professava un’incondizionata adesione al liberismo economico, pur differenziando le proprie posizioni da quelle della scuola degli economisti siciliani di matrice autonomistica e liberale, quali R. Busacca e F. Ferrara.

Dopo qualche anno di pratica legale presso lo studio di P. Calvi, nel febbraio 1846 conseguì la laurea in giurisprudenza, dedicandosi, dopo un vano tentativo di ottenere un incarico universitario, all’avvocatura.

Antinapoletano convinto e prudente sostenitore del movimento liberale siciliano, restò tuttavia estraneo all’esperienza rivoluzionaria e costituzionale del 1848 e, di conseguenza, all’ondata di persecuzioni successive al ritorno dei Borbone. Fino all’Unità, continuò a esercitare la professione di avvocato. Risalgono a questo periodo diverse memorie difensive e il progetto di dotare il foro siciliano di una rivista di legislazione e giurisprudenza, gli Annali di legislazione e giurisprudenza patria e straniera: nel 1858 ne pubblicò il primo (e unico) volume, seguito dalla raccolta di Decisioni della Corte suprema di Sicilia (Palermo 1858), relativa al primo decennio di attività della Suprema Corte siciliana (1819-29).

Nel 1856, il L. sposò Antonina Salemi, sorella del democratico-radicale G. Salemi-Oddo. Dalla loro unione nacquero quattro figli, Francesco Giuseppe, Giuseppe – futuri collaboratori del padre e autori anch’essi di numerosi lavori storico-giuridici -, Rosa e Maria Concetta.

In un contesto culturale impoverito dalla fuga di cervelli causata dalla repressione borbonica, il L. avviò il primo nucleo di studi di storia dell’antico diritto siciliano. Nell’opuscolo Discorso sulle basi della legislazione seguito da un progetto di storia del diritto civile e penale in Sicilia (Palermo 1853), presentò l’ambizioso disegno che, con qualche modifica resasi ancor più necessaria a seguito dell’unificazione territoriale e legislativa del Regno d’Italia, avrebbe preso corpo con la pubblicazione della Storia della legislazione civile e criminale di Sicilia (I-IV, ibid. 1858-74). L’opera, che gli avrebbe dato ampia notorietà, è ancora oggi punto di riferimento per gli studi di storia del diritto siciliano.

Articolata su due grandi aree temporali (dai tempi primitivi all’espulsione degli Arabi dall’isola e dalla conquista normanna sino ai suoi giorni), la Storia della legislazione, dopo i primi due volumi pubblicati nel 1858 e nel 1859, fu completata dopo l’Unità d’Italia (Palermo 1866 [ma 1868] e 1874), finendo per costituire una sorta di testimonianza dell’impatto con il processo di unificazione e codificazione nazionale.

Il 6 agosto 1860 il L. fu nominato giudice del tribunale civile di Palermo, entrando così a far parte della rinnovata magistratura siciliana. Nei trentacinque anni di attività giudiziaria, il L. continuò a coltivare gli studi di storia del diritto, spesso anteponendoli a interessanti prospettive di carriera e affrontando con rigore la difficoltà di conciliarli con i doveri del suo ufficio. All’età di 73 anni, pressato dal carico di lavoro connesso ai compiti di consigliere di Corte di cassazione, chiese l’anticipato collocamento a riposo, per dedicarsi totalmente alla ricerca storico-giuridica e, in particolare, ai lavori sulle consuetudini siciliane.

Vito La Mantia

La dimensione praticistica dei suoi studi, sollecitati sin dagli anni giovanili anche da esigenze di natura professionale, trovò alimento nell’attività di magistrato: le indagini per risolvere le controversie sottoposte alla sua cognizione si associavano alla ricerca storica sulle fonti, ritenuta necessaria per dominare un sistema giuridico di tipo codicistico, ma con vaste influenze dell’antico sistema giurisprudenziale del diritto comune. Rivelavano interferenze tra il lavoro di giudice e l’impegno di storico del diritto i numerosi approfondimenti su argomenti presi in esame in ragione del suo ufficio.

Si ricordano, in proposito, le ricerche in tema di prescrizione centenaria, di diritti del Pubblico Demanio sulle spiagge e terreni adiacenti, di decime siciliane e di tonnare. Su quest’ultimo argomento il L. pubblicò la monografia Le tonnare in Sicilia (Palermo 1901), che riprendeva una nota alla sentenza della Corte di cassazione di Palermo del 22 marzo 1890, di cui era stato estensore. Lo studio ricostruiva, con ampio corredo di fonti documentarie e normative, la regolamentazione giuridica delle tonnare siciliane, ripercorrendone le tappe: dal sistema della libertà della pesca, riconosciuto dal diritto romano, alle concessioni di età normanna, sveva, angioina e aragonese, fino alla normativa di età borbonica e alla vigente legislazione unitaria. Un esame già effettuato in occasione del giudizio di cassazione, non per gusto antiquario ma per ragioni processuali, poiché, pur nel vigore della normativa nazionale, il caso concreto esigeva, per accertare il titolo del possesso, un’indagine storica sulle fonti.

Riconducibili ai suoi percorsi di carriera furono anche le ricerche sugli statuti di Roma, primo passo verso l’ambizioso progetto, rimasto incompiuto, di scrivere una storia della legislazione italiana. Il L. iniziò questo filone di studi quando, nel 1877, trasferito a Perugia in seguito alla promozione a consigliere di corte d’appello, fu costretto ad allontanarsi dagli archivi siciliani e quindi a sospendere le ricerche da tempo intraprese sulle consuetudini delle città di Sicilia. Avviate in occasione del rinvenimento di un codice membranaceo custodito nell’Archivio segreto Vaticano, le indagini sfociarono in un breve saggio intitolato Statuti di Roma: cenni storici (Roma 1877), che costituì il primo lavoro critico intorno agli statuti romani di età medievale. L’illustre Eugène de Rozière elogiò il lavoro, conferendo al L. notorietà e consensi negli ambienti storico-giuridici e letterari d’Oltralpe e consacrandolo come l’iniziatore di quegli studi. Affrontato in un più articolato saggio dal titolo Origini e vicende degli statuti di Roma (Firenze 1879), il tema sarebbe stato successivamente ripreso e sviluppato nella memoria I Comuni dello Stato romano nel Medio Evo (s.l. 1884) e, quindi, nella più vasta opera Storia della legislazione italiana, I, Roma e Stato romano (Torino 1884). A questo volume fu riservata, però, un’inattesa, negativa accoglienza da parte della intelligencija accademica.

Se la parte relativa alla ricostruzione delle fonti – la cosiddetta “storia esterna” – fu unanimemente apprezzata, il metodo storico-sistematico, con il quale il L. seguì cronologicamente l’evoluzione del diritto, degli studi giuridici e della giurisprudenza per aree politico-geografiche differenziate, suscitò aspri giudizi. Il tentativo di passare da una dimensione localistica a una storia del diritto nazionale produceva una somma di storie regionali che prendevano in sostanza le mosse dall’età comunale. Scelta infelice in anni in cui proprio alla storia del diritto italiano e al diritto romano si affidava il compito di saldare i nessi dell’unità culturale della nazione italiana, all’insegna della continuità tra l’antica Roma e l’ottocentesco Regno d’Italia.

Forse in conseguenza di quelle critiche, il L. archiviò il progetto di una storia generale del diritto italiano e tornò a dedicarsi agli studi sull’antico diritto siciliano e, soprattutto, ai lavori sulle consuetudini delle città di Sicilia, che suscitarono interesse e approvazione tra i contemporanei e ai quali ancora oggi è in gran parte legata la sua notorietà.

Avviati intorno agli anni Sessanta, con la pubblicazione di una raccolta di Consuetudini delle città di Sicilia (Palermo 1862) in cui si limitava a includere i capitoli di diritto civile ritenuti utili per risolvere questioni pendenti in giudizio, gli studi sulla legislazione cittadina sarebbero stati da lui approfonditi in successivi lavori: Notizie e documenti su le consuetudini delle città di Sicilia, monografia pubblicata a puntate nell’Archivio storico italiano, poi raccolta in estratto (Firenze 1888); le Consuetudini siciliane in lingua volgare, in Il Propugnatore, XVI (1883), pp. 3-73; Leggi civili del Regno di Sicilia: 1130-1816 (Palermo 1895). Seguirono altri saggi che confluirono nell’ampia silloge Antiche consuetudini delle città di Sicilia (ibid. 1900), comprensiva non solo dei testi delle consuetudini in senso stretto, ma di gran parte dello ius proprium, costituito da privilegi, capitoli, ordinationes ecc. Una scelta apprezzata, che avrebbe consentito di registrare in modo organico l’estensione delle libertates vantate, in tempi diversi, dalle varie città siciliane.

Socio dell’Accademia di scienze, lettere e arti di Palermo e della Società siciliana per la storia patria, il L. fu anche assiduo collaboratore del più originale tra i cenacoli culturali palermitani, il Circolo giuridico, editore dell’omonimo periodico (dopo la morte del fondatore, Circolo giuridico Luigi Sampolo), fra le cui pagine pubblicò, a puntate, dal 1883 al 1894, il saggio Diritto civile siciliano esposto secondo l’ordine del codice italiano. Il lavoro, in cui ripercorreva la tradizione giuridica isolana in aderenza con la sistematica del codice civile del 1865, fu poi dato alle stampe, nella redazione completa, nel citato volume Leggi civili del Regno di Sicilia.

Protagonista di vivaci polemiche con storici del diritto italiani e stranieri (particolarmente aspre quelle con O. Hartwig, A. Del Vecchio, A. Todaro della Galia), che rivelavano l’intransigenza e la spigolosità del carattere, fu peraltro legato da rapporti di amicizia e cooperazione con illustri esponenti della cultura giuridica nazionale, da F. Sclopis a P.S. Mancini, su invito del quale scrisse diverse voci dell’Enciclopedia giuridica italiana. Collaboratore di prestigiose riviste storiche e giuridiche nazionali, il L. pubblicò, tra monografie, saggi, memorie, recensioni e scritti polemici, oltre cento lavori.

Coadiuvato dai figli il L. completò altri lavori originali in materia di diritto consuetudinario, come quelli sulle Consuetudini di Paternò (Palermo 1903) e le Consuetudini di Randazzo il testo originale e completo lo puoi trovare nella pagina “Libreria” del sito –   (ibid.1903), riproponendosi di dare alle stampe in tempi brevi un volume conclusivo sulla legislazione cittadina siciliana di età medievale e moderna.

Il progetto non si realizzò. Vito La Mantia morì a Palermo, dopo breve malattia, il 16 giugno 1904.

Apparve postumo, per cura dei figli, il volume L’Inquisizione in Sicilia. Serie dei rilasciati al braccio secolare, 1487-1732. Documenti su l’abolizione dell’Inquisizione 1782 (Palermo 1904), che completava il suo precedente lavoro sull’Inquisizione siciliana (Origine e vicende dell’Inquisizione in Sicilia, ibid. 1886). Si tratta di un’opera ricca di documenti inediti, capace di suggerire interessanti itinerari di ricerca, e in grado di offrire agli studiosi un prezioso materiale per indagini ancora passibili di sviluppi.

Fonti e Bibl.: Arch. di Stato di Palermo, Commissione Pubblica Istruzione, bb. 198, 325; Palermo, Arch. stor. dell’Università, Premi Angioini, a. 1840; Premi Di GiovanniAtti diversi1845-52, b. 129; Ibid., Biblioteca centrale della Regione siciliana, Autografi, LVII.4421; Ibid., Biblioteca comunale, 2.Qq.C.248, n. 1; 5.Qq.D.351, nn. 1, 2; 5.Qq.D.101, n. 19; Ibid., Società siciliana per la storia patria, La Mantia, cart. I, b. 41: Raccolta di dati e documenti riguardanti Giuseppe La Mantia per la sua biografia – fatta da sé stesso; cart. I, b. 42: Scritti e documenti vari riguardanti la famiglia La Mantia e discendenti; cart. VII, b. 87: Storia di Cerda; cart. VIII, b. 99: Vendita fondi, gabelle famiglia Oddo-La Mantia dal 1801 al 1819; cart. XIII, b. 175: Donazione alla R. Accademia d’Italia; Roma, Arch. centr. dello Stato, Ministero di Grazia e Giustizia, Uff. superiore del personale, ff. personali dei magistrati, I vers., b. 215, f. 36.630: V. L.; Ibid., Museo centr. del Risorgimento, Carte Mancini, bb. 753, n. 5 (1 e 18); 753, n. 8 (2, 3 e 14); 871, n. 107.

Necrologi e commemorazioni: G. Lodi, Seduta sociale del 14 ag. 1904 (breve commemorazione del socio V. L.), in Arch. stor. siciliano, XXIX (1904), p. 460; L. Sampolo, V. L., in Circolo giuridico, XXXV (1904), pp. 164 s.; Riv. stor. italiana, XXI (1904), p. 380; L’Illustrazione italiana, 3 luglio 1904, p. 14; L’Araldo italiano – The Italian Herald, 10 luglio 1904; G. Graziano, Nel primo centenario dalla nascita di V. L.: discorso del cav. G. G., sindaco di Cerda pronunziato a 6 nov. 1922, Palermo 1922 (poi in F. Russo, Il cuore di Cerda. Piazza Vito La Mantia, Cerda 1988); A. Sansone, Mezzo secolo di vita intellettuale della Società siciliana per la storia patria (1873-1923), Palermo 1923, pp. 218 ss. Sulla figura di storico del diritto: A. Solmi, La storia del diritto italiano, Roma 1922, pp. 5, 18, 23; P. Del Giudice, Storia del diritto italiano, II, Fonti, Legislazione e scienza giuridica dal secolo decimosesto ai giorni nostri, Milano 1923, pp. 383-385; F. Patetta, Storia del diritto italiano. Introduzione, a cura di L. Bulferetti, Torino 1946, pp. 185 s.; C. Avella, Bibliografia delle opere di V. L., tesi di laurea, Univ. degli studi di Palermo, facoltà di lettere, a.a. 1948-49; B. Paradisi, Gli studi di storia del diritto italiano dal 1896 al 1946, in Id., Apologia della storia giuridica, Bologna 1973, pp. 108 s., 116; M.S. Guccione, Per una biografia di V. L., in Il Tommaso Natale, III (1975), pp. 224-234; M. Bellomo, Problemi e tendenze della storiografia giuridica siciliana tra Ottocento e Novecento, in La presenza della Sicilia nella cultura degli ultimi cento anni, II, Palermo 1977, pp. 989-1004; A. Romano, V. L. e le fonti della legislazione cittadina siciliana medievale. Prefazione alla rist. anast. di V. La Mantia, Antiche consuetudini delle città di Sicilia, Messina 1993, pp. V*-XXVII*; M.A. Cocchiara, V. L. e gli studi storico-giuridici nella Sicilia dell’Ottocento, Milano 1999 (contiene la bibliogr. completa degli scritti del L.); P. De Salvo, La cultura delle riviste giuridiche siciliane dell’Ottocento, Milano 2002, pp. 56-60; A. De Gubernatis, Diz. biogr. degli scrittori contemporanei, I, Firenze 1879, pp. 605 s.; G.M. Mira, Bibliogr. siciliana…, II, Palermo 1881, pp. 32 s.; Novissimo Digesto italiano, IX, Torino 1963, p. 444

Alcune pubblicazioni di Vito La Mantia

 

 

 

Vera Guidotto

 

BIOGRAFIA.

Era  una  notte  di settembre, quando i coniugi Guidotto si recarono alla clinica “Santo Bambino” di Catania, per dare alla luce il primo frutto del loro amore, così, il venerdì del 10/9/76 nascevo io, Vera Guidotto. Il parto fu un pò difficile, infatti io nacqui leggermente cianotica in viso, ma dopo poco tempo, il mio viso riacquistò il suo colore normale.
            Indubbiamente quella fu una notte lieta per i miei genitori, ma soli sei mesi dopo, forse  in seguito ad una forte febbre, qualcosa smise  di andare per il verso giusto, i miei movimenti non erano più come prima, erano diventati tutto ad un tratto involontari e scoordinati. Diagnosi: Tetraparesi spastica, qualcosa aveva per sempre danneggiato quella parte del cervello che permette al corpo di muoversi correttamente, lasciando per fortuna illesa la parte cognitiva e tutti i cinque sensi.
I medici hanno  subito tranquillizzato i miei, affermando che iniziando a fare un pò di fisioterapia, avrei avuto buone probabilità di un miglioramento motorio, ma le cose andarono diversamente. Le mie condizioni motorie, purtroppo, rimasero invariate, ma col tempo, grazie alla tecnologia, la qualità della mia vita è migliorata moltissimo. Infatti, io ho sempre fatto davvero tutto, proprio come una bambina, una ragazzina e  una donna come le altre.

            La mia infanzia è stata davvero il periodo più bello, felice e spensierato della mia vita.

Quando iniziai le scuole elementari, non trovai solo una classe che mi accolse bene, ma quasi una famiglia, una meravigliosa famiglia formata ovviamente dalla mia cara maestra,  per me, una seconda mamma, e dai miei compagni, che in me non videro mai nulla di strano. Eravamo tutti  bambini con la voglia solo di giocare, ridere, scherzare e stare insieme. Quello era il periodo in cui non c’erano ancora quelle stupide barriere mentali, in quanto si sa, i bambini non si creano il problema di come parlare e giocare con un disabile; si parla, si scherza, si gioca con quella semplicità e spontaneità che solo i bambini sanno avere.  Quei tempi non posso che ricordarli con molta gioia e con un pizzico di dolce nostalgia, proprio perché erano tempi, che una volta finiti, non sarebbero mai più tornati, momenti unici ed indimenticabili.
            All’inizio l’approccio con la scuola media non è stato affatto facile, non avevo più i miei compagni e Veri Amici e neanche la mia cara maestra, ma più professori: dovevo ora più che mai rimboccarmi le maniche e studiare davvero, per farmi conoscere per quella che ero e non solo come apparivo.
            Nel 1988 andando a Milano, in un centro che vendeva ausili per disabili, io ed i  miei  genitori, scoprimmo che grazie ad un computer ed un caschetto  con davanti un’asta per digitare i tasti del computer, potevo scrivere autonomamente. Poi, davvero per caso, mi sono accorta di possedere un piccolo, ma per me importante dono: il dono della poesia, potevo esprimere finalmente tutti quei sentimenti, che fin d’allora erano da me inespressi, e dagli altri ignorati.
            Finite le medie, vista la mia predisposizione per le materie umanistiche, e la mia passione per lo scrivere, mi inscrissi al Classico,  infatti, fu proprio al liceo che incominciai inevitabilmente ad innamorarmi sul serio di un ragazzo, amore ovviamente mai  ricambiato. In questa fase della mia vita, trovai nello scrivere, un ottimo alleato per non impazzire.
            Nel 1998, dopo essermi diplomata, pubblicai il mio primo libro dal titolo “Il diverso non esiste”,  ( a cura di Armando Siciliano editore e con il contributo del comune di Randazzo). Una raccolta di poesie sull’amore che provavo in quel periodo, sull’amicizia che desideravo avere proprio come quando ero alle mie amate scuole elementari, e  lettere sociali, nelle quali mettevo ben in evidenza, se pur con molto garbo, tutte quelle cose che impedivano la piena integrazione della persona disabile nella società.
            Intanto proseguii per la mia strada inscrivendomi così all’università nella facoltà di lettere moderne, riuscendo a darmi purtroppo solo una materia (psicologia dello sviluppo), in quanto dovetti abbandonarla dopo solo un anno, per l’impossibilità di scendere spesso a Catania. Tuttavia conservo ancora la speranza di continuare gli studi universitari, magari con una facoltà online, o, in alternativa trovare un lavoro idoneo alle mie possibilità.
Vera Guidotto 
                                                                                                                                                                                                                                                       Randazzo 21/09/2013
                                                                                  Alcuni articoli e riflessioni 

 

COS’È IL TEMPO ?

 

È strano come a volte noi diamo per scontato alcune cose, non attribuendole il giusto valore e l’esatto significato.

È facile dire frasi del tipo: “Ci vuole tempo” “Dai tempo al tempo”, “Col tempo tutto passa, “Ho bisogno di tempo” “Prenditi il tempo che ti serve”, ma cos’è realmente il Tempo? E soprattutto il Tempo è davvero nostro?

L’essere umano è convinto che il tempo appartiene solo a sé, come anche la vita, che può e deve poter gestire come meglio crede, dimenticando una cosa essenziale, ossia che la vita, ed il suo evolversi, non è di nostra esclusiva proprietà. Infatti, se facciamo entrare in noi Dio, il suo Amore, la sua Misericordia infinita, ci rendiamo conto di come il tempo in cui stiamo sulla terra non è nostro, esso in realtà ci viene donato da Dio, dandoci il libero arbitrio sulle  nostre azioni, non facendoci però mancare le giuste direttive, i giusti consigli che Egli stesso ci da attraverso i Dieci Comandamenti, che altro non sono che delle sane regole per vivere una vita in perfetta fraternità con il nostro prossimo.

Cristo ha impiegato il suo tempo sulla terra, per consolare gli afflitti, per sfamare gli affamati, per lavare con lo Spirito Santo i nostri peccati attraverso la nostra conversione, così a sua volta il vero Cristiano è chiamato a fare un corretto e sano uso del proprio Tempo, impiegato nel servizio e nell’amore per Cristo e per i più  piccoli dei suoi figli, considerando il tempo come un Tempo di grazia, un Tempo per guardarsi dentro nel silenzio eloquente della preghiera, con umiltà d’animo, condizione ideale per trovare e per percorrere quella  strada molto spesso ripida, piena di erbacce e  sassi pericolanti, che porta però ad un’autentica e sincera  conversione.

Il Tempo, unito alla vera Fede, è un ottimo cicatrizzante, rimargina ogni ferita morale, infatti, ogni persona ha un proprio modo, ed un proprio Tempo di vivere, di metabolizzare ed accettare il dolore trasformandolo magari in qualcosa di positivo.
Sembra quasi un paradosso pirandelliano, ma a volte, il nostro dolore, se accettato e maturato, può benissimo tramutarsi in gioia e speranza per gli altri, semplicemente perché solo chi è stato segnato da un profondo ed intenso dolore, può capire ed alleviare le sofferenze del prossimo, aiutandolo a reagire, a riemergere, diventando così uomini con un cuore di carne, che  sia in grado di amare davvero tutti senza riserva, ma al tempo stesso forte e combattivo per contrastare le avversità della  vita e le lusinghe del male.

Da quanto appena finito di dire, è facilmente comprensibile come il Tempo non sia concepito solo come una questione di spazio-temporale da calcolare e verificare  con l’orologio, andando sempre  di corsa, quasi come se volessimo ad ogni costo fermare per un attimo le lancette, per avere magari il tempo di gustarci quel momento a noi tanto prezioso, oppure per rimediare ad una  nostra mancanza. Dio sa guardare molto più lontano di noi, Lui sa quello che fa, ed è per tale motivo che i suoi Tempi non coincidono con i nostri, e c’è sempre una ragione per cui ogni cosa accade quando deve accadere e  non quando lo desideriamo noi.

 La mente umana è troppo piccola per capire i disegni di Dio, ma Lui tra gli altri doni, ci da il dono del Tempo, che è natura, tutto matura dall’incontro con Cristo, dando veri frutti di saggezza che noi con la vera Fede e con pazienza, dobbiamo saper cogliere al momento giusto, non facendoli perdere, ma prendercene amorevole cura, solo così un giorno potremmo vedere i frutti del nostro operato, non ci è dato sapere né quando, né come, ma se semineremo prima o dopo raccoglieremo, è una regola di natura questa, che tutti conosciamo, è che molto spesso ci dimentichiamo di chi c’è dietro a tutto questo, ci dimentichiamo dell’unico vero artefice di tutto, ossia di Dio.

Vorrei concludere con una domanda che mi pongo io stessa: “Vivendo in una società così frenetica e caotica, dove anche se a fatica troviamo bene o male il tempo per tutto, siamo in grado di ritagliare un pò del nostro tempo per Cristo? E soprattutto, abbiamo mai anche solo lontanamente immaginato al Tempo in questi termini? Io sinceramente non ci avevo mai pensato prima di questo momento, da questo scaturisce in me la logica deduzione che c’è un Tempo per ogni cosa, ed evidentemente io dovevo essere spinta da un’amica ad affrontare questo argomento per rendermi conto, almeno in parte, di cosa sia il Tempo, che generalmente è visto come una cosa astratta, quando invece è una delle cose più concrete che esiste sulla terra, ed adesso lo so.
Vera Guidotto

                                                                                                                                                                                                                                                                             Randazzo lì 04/07/2007

                                                                                           IL SERVIZIO.

Il Servizio: quante volte abbiamo sentito questa parola, e quante volte l’abbiamo pronunziata? Ma cos’è esso? Ci siamo mai soffermati a chiedercelo? Può una parola così semplice e piccola  racchiudere un significato così grande? Ebbene se ci fermiamo semplicemente su tale termine  e ci poniamo in maniera distratta ad esso,  la prima cosa che ci salta in  mente è il verbo servire, un verbo che schiavizza, costringe a fare una cosa che magari noi non vorremmo.

Tutto cambia però se pensiamo al gesto di Gesù fatto nell’ultima cena, Egli  infatti, donando tutto se stesso con il suo corpo per sfamarci ed il suo sangue  per dissetarci, si è donato totalmente ora ai dodici apostoli, ora all’intera umanità.

Ma Egli ci fece anche un altro  dono nella sua ultima  cena,  il dono dell’Umiltà, infatti, Egli ha fatto un profondo gesto d’amore e di donazione quando lavò i piedi a Simon Pietro, un gesto servile, umile, ma pieno d’amore, quindi, se lo stesso Gesù si è abbassato a  fare un così grande gesto d’amore, perché mai noi, dovremo  non farlo? Chi siamo noi per sentirci superiori ad un nostro fratello? La nostra sottosezione, pur essendo costituita  da laici, segue perfettamente l’esempio di Cristo donatosi a  noi per amore.

            Alla domanda: Cos’è l’U.N.I.T.S.I? Rispondo semplicemente: “Una famiglia che: Ama, accoglie chiunque in un caloroso abbraccio fraterno, camminando con il suo  prossimo per sempre, sostenendolo e guidandolo con gesti semplici ma concreti, senza mai aspettarsi né un  grazie né degli elogi, gioendo solo dei sorrisi e delle manifestazioni d’affetto da parte delle persone che con tanta cura e premura si accingono ad aiutare.

Questo è il Servizio, una piccola parola che si trasforma in veri atti di profondo ed autentico amore, amore che dilaga, amore che si espande, amore che arriva dappertutto, insomma, un amore che investe di dolci attenzioni anche i cuori più duri, piegati magari dai dolori  più terribili e li risana.

Concludendo vorrei ricordare: tutti coloro che in passato si sono prodigati con cuore umile e sincero a mettere e mantenere in piedi la nostra sottosezione, come per esempio il Dottore Zappia, la cara Graziella e a quanti, con il loro impegno e devozione, hanno fatto la storia della sottosezione di Bronte, rammaricandomi di non averli conosciuti se non che dai vostri racconti.

 Un mio pensiero e un grazie va a Spadaro, che, anche se da lontano, l’ho sempre osservato ed apprezzato molto e a tutti coloro che purtroppo non ho avuto l’onore di conoscere o non ricordo, ma so che hanno speso gran parte della loro vita per l’Unitalsi facendone la storia. Un sentito e doveroso grazie va ovviamente al personale che conosco e stimo moltissimo, il quale con immenso affetto e pazienza mi ha supportata fin dal mio primo ingresso in questa grande famiglia, facendomi crescere davvero in tutti i sensi, dico un grazie globale per paura di dimenticare a qualcuno che omai fa parte della mia vita.

Seguendo il loro esempio, mi auguro di vero cuore che questa grande famiglia, cresca sempre più nell’amore e nel rispetto reciproco, senza mai dimenticare quel umile gesto che Gesù ha compiuto per noi.

Sulle orme di quel magnifico dono che Lui ha compiuto, non posso che augurarmi di continuare per molto, molto tempo ancora, il mio cammino di Fede e di vera vita con voi, insomma se non l’avete ancora capito, non vi libererete tanto facilmente di me, si era capito no? La vostra

Vera Guidotto

                                                                                                                                                                                                                                                                                        Randazzo lì 17/07/2008

 

                                                                                                                     IL LAVORO

 

            Per trattare come si deve il tema del lavoro, bisogna innanzitutto tenere ben presente come viene definito dal punto di  vista giuridico.

            Infatti, come cita l’articolo 1 della nostra Costituzione: L’Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro. Inoltre secondo l’articolo 3 della stessa, è compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che limitando dl fatto la libertà e l’uguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese.              Da questo si evince come il lavoro, sia uno dei più importante diritti dell’uomo, diritto che dovrebbe essere rivalutato e valorizzato come merita, ricordando  che, come dice un vecchio ma sempre attuale detto, ossia: “Il  lavoro nobilita l’uomo”,  esso è l’unico strumento che dovrebbe servire al soddisfacimento morale e materiale dell’uomo.

            L’inserimento nel mondo  del lavoro è per tutti un argomento assai spinoso, prendiamo ad esempio i giovani, che dopo anni ed  anni di studio, faticano a trovare un impiego, questo succede principalmente per tre motivi che al mio avviso vanno di pari passo: Il primo è il cattivo comportamento di chi si trova al potere, il quale fa nascere e progredire una classe privilegiata precisamente quella dei raccomandati che a discapito dei meritevoli si impossessa dei migliori lavori anche se priva di capacità professionali ed attitudine personale, ciò con grande danno per l’intera società;

            secondo l’incapacità da parte delle scuole di impartire ai giovani informazioni utili e concreti atti ad un buon inserimento nel mondo del lavoro, il terzo,  non meno importante è senz’altro i tempi lunghi e farraginosi che i ragazzi sono costretti a passare sopra i libri, avendo magari un alto bagaglio culturale a livello nozionistico, senza però avere la più pallida idea su come approcciarsi su un terreno sconosciuto ed il più delle volte minato quale è l’ambito lavorativo.

            Indubbiamente le scuole di ogni ordine e grado dovrebbero preparare i giovani come in pratica e realmente debbano avvicinarsi nel mondo del lavoro. Vero è che le scuole tecniche come  l’agraria e l’alberghiero  turistico offrono forse maggiore possibilità di lavoro, poiché insegnano materie decisamente più pratiche, ma anche qui si riscontra una pecca, ad  esempio i docenti delle scuole agrarie oltre alla teoria, dovrebbero puntare più sulla pratica, facendo realmente vedere e  capire direttamente sul campo come si coltiva la terra, toccando con mano i prodotti per capirne il  metodo di coltivazione, i tempi, i macchinari più idonei per produrre di più e magari lavorare di meno, come far fronte alle malattie delle piante, insomma studiare e lavorare direttamente sul campo, facendo  capire ai giovani che tutto quello di cui ci nutriamo viene dalla terra, ritornando un pò alle nostre origini, quando  il contadino aspettava pazientemente la crescita del proprio raccolto sperando in un risultato concreto la sera ritornava stanco ma soddisfatto e sereno, perché fiero del proprio lavoro.

            Oggi è chiaro che i tempi sono decisamente cambiati, è cambiato anche il modo di coltivare la terra, adesso è la tecnologia che  porta avanti il raccolto, infatti, abbiamo tutto e subito in tutte le stagioni, e se questo da un lato ci facilita di molto il compito, riducendo i tempi di attesa, entrando più velocemente nel mercato, con maggiori possibilità di guadagno, dall’altro però spesso  ci  fa perdere e dimenticare, il sapore della genuinità.

            L’ambito lavorativo, qualunque esso sia, come  giusta regola dovrebbe essere motivo di scambio culturale, ove ogni lavoratore, seppure nel proprio campo, può e deve interagire con i colleghi, esprimendo liberamente le proprie idee, dando per quanto è possibile dei suggerimenti utili al buon funzionamento e quindi al raggiungimento di un risultato finale positivo sia per l’azienda o l’ente di appartenenza che per tutti i lavoratori e soprattutto per i fruitori finali che sono i veri portatori di interesse.

            Questo è ciò che dovrebbe essere il lavoro, fare sentire il lavoratore appagato sia professionalmente che economicamente, ma la realtà purtroppo è ben diversa in quanto oggi spesso il lavoratore si trova costretto a svolgere una attività lavorativa non solo precaria ma anche poco remunerata e non adeguate alle proprie capacità ed aspettative professionali.

            Quanto sopra, dipende principalmente dal mancato equilibrio tra domanda ed offerta lavorativa, in parole povere, c’è oggi poco lavoro e male remunerato, infatti, la combinazione di questi due fattori costringe i componenti di ogni famiglia in età lavorativa a rimboccarsi le maniche e cercare disperatamente una fonte di guadagno che per gli onesti non può essere altro che il lavoro.

            Qui purtroppo entra in gioco, nonostante anni ed anni di continue lotte e battaglie sulle Pari Opportunità, il mancato raggiungimento della vera parità dei diritti tra uomo e donna. Infatti, poche sono le donne in politica e molto svantaggiati sono le donne che lavorano, e soprattutto dimenticato da tutti è il lavoro domestico, che peraltro è il  più  faticoso rispetto a molte altre attività lavorative.

            Infatti, quando ambo i genitori lavorano in genere è la madre, che segue passo passo  l’istruzione e l’educazione dei figli, aiutandogli a fare i  compiti, chiarendo i  loro dubbi e placando le loro paure, è sempre la madre, che, con la sua saggezza e delicatezza, ad aprire un dialogo sincero e completo con i figli, spiegando loro come va la vita e come fare a viverla in modo sano e cristiano.

            Tutto questo a tempo dovuto e non rimandato, certo, per la  donna che lavora diventa molto più difficile, ma ciò non significa che non possa adempiere in modo esemplare il proprio ruolo, tutto però sta a mio avviso, in una buona organizzazione della coppia.

            È sempre lei dunque, che ascoltando e facendo propri i problemi presenti nel nucleo, consiglia ed incoraggia contribuendo validamente a prendere le decisioni finali riguardanti la famiglia ed i suoi contorni, una sorta di psicologo a tempo pieno, il lavoro più pesante e gravoso che una donna possa mai fare, mestiere non riconosciuto e mai retribuito.  

             Quindi, il lavoro per la donna che ben venga, ma bisogna anche valorizzare ed agevolare il difficile ruolo della casalinga, che purtroppo ancora è troppo sottovalutato.

            Ad onore del vero, si può in effetti dire, che oggi alcune cose stanno cambiando, infatti, vediamo come sempre più uomini si prendono amorevolmente cura della prole, basta sapersi dividere le mansioni, usufruendo con il dovuto buon senso, delle leggi che tutelano la famiglia e la donna.  

            Da quanto si è ampiamente espresso, risulta evidente come il lavoro sia l’unica risorsa di sostentamento dell’uomo e di come esso andrebbe tutelato e valorizzato, non dimenticandosi neanche dei diversamente abili, categoria ancora da integrare pienamente nella società, integrazione che raggiunge il suo culmine proprio in un impiego che risponda sia all’esigenza che alle attitudini del singolo individuo.
                                                                                                                                                                                                                                                                                       Randazzo lì 06/09/2007
Vera Guidotto

                                                                                                                   IL MIRACOLO DEL NATALE.

 

In una serata fredda  e nevosa, alla vigilia del Santo Natale, a Randazzo, un paesino di 12000 abitanti, una giovane  donna in carriera, essendo presa dai propri affari, e facendo una  vita molto frenetica e caotica, sia sul piano professionale che, soprattutto su quello personale, tornando a casa, si stende sul divano e cadendo in un sonno profondo, ma alquanto agitato,  fa uno strano sogno.

       La nostra protagonista sogna infatti di fare un lungo viaggio tra i vari quartieri del paese, con una guida d’eccezione, strana a vedersi, ma pacifica e soave, quasi come se fosse un angelo.

Nel suo sogno, lei, con questa figura angelica, si incammina tra i vari quartieri di Randazzo, in uno dei quali vede un bambino di nome Luca intento a fare il suo bel  pupazzo di neve; una volta finitolo, si reca a cercare il suo  amico del cuore, per fargli vedere il suo capolavoro,Luca infatti si precipita a casa di Massimo esclamando gioiosamente e con orgoglio: “Dai vieni! Esci, vieni a vedere”! Massimo assonnato strofinandosi gli occhi per svegliarsi un po’, disse: “Che cosa c’è Luca!” Luca ribadisce: “Ho fatto una cosa che voglio farti vedere dai! È bellissimo vedrai” “Ma cos’è?” Chiede Massimo, l’amico risponde: “Ho fatto un pupazzo di neve,” “E chi ti ha aiutato a farlo?” Risponde Luca: “l’ho fatto io da solo ed è venuto benissimo, vieni a vederlo, dai, ci giochiamo assieme” “Ok aspetta, fammi vestire e scendo subito” Luca risponde “Ok fai presto! Ti aspetto qui”.
Dopo pochi minuti, Massimo scende  “Eccomi qui, andiamo”. I due bambini corrono verso casa di Luca, Massimo dice stupefatto: “Ma è stupendo! Sembra vero! Come hai fatto a farlo?” Luca gli risponde: “Stavo giocando con la neve, mi arrotolavo su di essa, facevo delle palle di neve tipo questa vedi?” Mentre lo diceva, gliene ha gettata una in faccia, Massimo replica: “Ah si! Vuoi la guerra! E guerra sia! E cominciarono a giocare allegramente per parecchie ore.

 La donna, ancora presa dalle sue cose, non capisce il senso di tutto ciò e chiede in maniera un pò scontrosa al suo strano accompagnatore: “Ma perché siamo qui? E poi tu chi sei? Io voglio solo dormire, domani ho una riunione importantissima, la quale potrebbe fruttarmi un sacco di quattrini, non ho tempo di guardare quattro mocciosi che giocano, dai! Portami subito dov’ero! Capito?” Disse con un tono decisamente aspro ed alterato.
L’angelo replica con voce pacata ma decisa: “Io ti conosco meglio di te stessa, tu non sei così in realtà, rilassati e per una volta, apri il tuo cuore all’amore”. La donna con un sorriso di chi non vuole scoprirsi, ma nascondere la sua reale natura, perché forse troppa dolorosa, ribadisce: “Ma che puoi saperne tu di me? Di come sono fatta? Figurati! Non sai neanche chi sono!! Andiamo forza!” L’angelo le parla ancora: “D’accordo, vuoi andare?” La giovane donna risponde “Oh finalmente! Si, andiamo!” Ed immergendosi in una fitta nebbia, si trovano dinnanzi una casa un pò malandata con una donna vedova ed una bambina di otto anni da crescere, i cui unici amici erano: il caminetto acceso, un piccolo alberello che la bambina si accingeva ad addobbare unicamente con della carta colorata ed una stella in cima, con piccoli batuffoli di lana bianca per fare la neve, e della musica natalizia.

La bambina, dopo aver addobbato con cura il suo albero con l’aiuto della mamma, felice di come era venuto, si mette vicino al caminetto acceso, ed ammirando la candida neve coprire tutti i tetti, le strade, le auto e gli alberi, canta allegramente le canzoni natalizie, con il cuore sereno e colmo di gioia, avendo la certezza che il suo papà dall’alto dei cieli sta cantando come lei, infatti, cantate le prime canzoni, chiede alla madre: “Mamma, tu che pensi, papà ci vede? Mi starà ascoltando?” Risponde la madre: “Certo piccola mia, il tuo papà starà di certo canticchiando con te e ne è felice, canta ancora figlia mia.” La bambina, rincuorata di tali parole, continua a cantare, osservando, fiocco a fiocco, lieve, lieve, la candida neve.

A questo punto, dopo una lunga contemplazione, accompagnata da un fitto silenzio verbale, la giovane donna, improvvisamente avvertì un tonfo al cuore, un misto di pena, rabbia, tristezza, dolore e tenerezza, in forte contrasto con i sentimenti provati fino adesso, come: freddezza, intolleranza, ostilità, avidità, e il suo essere calcolatrice. Facendo appello a tutta la sua forza interiore, disse a voce alta, come un segno d’ammissione e colpevolezza: “Ma che razza di donna sono? Cosa ho fatto della mia vita? Nulla! Proprio nulla!” Lasciandosi finalmente andare in un pianto sincero e liberatorio, l’angelo appoggiandole la mano sulla spalla, le disse: “Buon Natale ragazza mia, adesso si che è Natale, sii felice” e dandole un bacio in fronte, scomparve lentamente circondato da una luce bianca.

Dopo  queste ultime parole, la donna si svegliò in lacrime di gioia, con la voglia di vivere una nuova vita, amando e rispettando il prossimo, scrollandosi per sempre di dosso quella maschera che l’aveva sempre accompagnata, e  telefonò per la prima volta a parenti ed amici, a partire dalla madre per gli auguri di Buon Natale, persino ai condomini, alla gente che passava e che non aveva mai salutato, augurava Buon Natale.

Camminando camminando, fece mentalmente una profonda considerazione; “Si può essere ricchi, si può essere famosi, puoi possedere case, azioni, yacht,  ma se in qualunque cosa che fai o dici, se nella tua bravura, nel tuo potere, e nella tua notorietà, non ci metti un pò d’amor e generosità, nella vita sarai sempre una nullità ed è proprio questa la vera strada per andare incontro alla vera felicità”. 

Italiano: Buon Natale! Inglese: Merry Christmas! Francese: Bon Noel! Tedesco: Freve Wainachten! Spagnolo:  Bueno Navidad!

  Vera Guidotto

                                                                                                                                                                                                                                                                                                Randazzo lì 02/11/03              

 

                                                                                   INFINITAMENTE PICCOLI.

 

In uno dei miei pellegrinaggi a Siracusa, mi colpì molto l’argomento trattato in quei  giorni, ossia la Roccia, che simboleggiava la nostra Fede e le pietre che ovviamente siamo noi uomini.
Infatti, siamo noi, semplici pietre, che nutrendoci ogni giorno della parola di Dio, costruiamo passo dopo passo, la nostra Roccia, ovvero la  vera Fede, basando la nostra vita su di essa, anziché sulle false lusinghe che ogni giorno ci vengono prospettati come modelli  da imitare.
Lo stesso paragone lo si può senz’altro fare con dei semplici mattoni, spesso neanche visti e considerati perché sotterrati, che in se per se considerati piccoli ed insignificanti, ma che hanno un’importanza davvero notevole se solo noi ci pensassimo un pò su.
 Infatti, senza dei semplici mattoni, come si costruirebbero le case?
 La medesima domanda può essere posta anche in un altro modo: Senza Dio, che senso avrebbe la nostra esistenza?
Lui  è il nostro mattone, e ci invita a sua volta ad essere mattoni solidi e veri costruttori di pace, gioia, amore e bontà così come fa Egli con il più piccolo dei suoi figli.
Nella storia del Cristianesimo, vi sono sempre stati degli uomini e delle donne che hanno fatto della loro povertà materiale una grandissima ricchezza spirituale, donandosi anima e  corpo a Dio e ai suoi figli, senza riserve: Un esempio più che tangibile ci è stato  dato da Madre Teresa di Calcutta, oggi Beata agli onori  dell’Altare,  la quale abbracciando sorella povertà, visse giorno dopo giorno quasi nell’anonimato, ma che con la sua preghiera umile ma viva e con le  sue opere cristiane ed umanitarie, ha riscosso un baccano negli animi della gente, tale da riuscire a sciogliere anche i cuori più freddi, piegando l’odio solo con la forza dell’amore, lo stesso amore umano e cristiano che la spingeva quotidianamente a curare i lebbrosi, alleviando il più possibile le ferite dell’anima assieme a quelle del corpo.
Madre Teresa, come anche Papa Giovanni Paolo II, fu solo una piccola donna che decise di essere povera tra i poveri, decise cioè di essere l’ultima, proprio come quel mattone sotterrato che non si vede, ma c’è.
Essere dei veri Cristiani significa proprio questo, essere umili e riconoscere che ciascuno di noi, di fronte al creato, è poco meno che nulla, se nel cuore non ha la vera Fede, e non parlo di certo  della  fede per convenienza che diciamo di avere ogni qualvolta la vita ci mette a dura prova con i nostri piccoli o grandi problemi, bensì la Fede che ad un certo punto della nostra vita, entra in punta di piedi nel nostro cuore e ci fa fare magari cose che prima erano per noi inimmaginabili, ma fatti con un’autentica Fede diventano naturali e spontanei come i gesti affettuosi dei bambini.
I bambini per  l’appunto, come diceva Giovanni Paolo II, sono fiori, bellissimi e delicati, infatti, chi impedisce ad un bambino di venire al  mondo, o peggio ancora, negargli una vita serena e dignitosa, commette uno dei reati più gravi, è come se si calpestasse un bel  prato di fiori, è come dire  no all’amore, no alla  vita che Dio  ci dona, è  come dire no al futuro stesso, visto  che i bambini di oggi, saranno gli uomini di domani, quindi la nostra speranza per l’avvenire.
 Madre Teresa e Giovanni Paolo II, si sono fatti strumento di Dio Padre, affidandosi anche alla Madre Celeste, facendosi guidare dal suo amore Misericordioso, consolando i più piccoli dei piccoli,  che con la loro umiltà possono davvero cambiare il mondo, a differenza dei superbi, che con la loro mania di falsa grandezza, perdono facilmente di vista i veri valori della vita.
Giovanni Paolo II è stato per  me un Papa davvero straordinario, che durante il suo lungo pontificato, non si è fatto mai prendere la mano dal suo potere, anzi, è sempre stato un uomo sensibile alle vere problematiche dell’umanità, avendo una parola di conforto per ogni singolo individuo, sia esso povero, ricco, sano o sofferente, difendendo anche i diritti dei lavoratori, i diritti delle donne, con consigli concreti, parole dunque no di pietismo, ma di reale comprensione, donando a chiunque più dignità e la forza necessaria per far fronte a quel determinato problema.
Naturalmente ci sono stati e ci sono tutt’oggi molti altri uomini e  donne che nella loro vita hanno lasciato o lasceranno senza  dubbio la loro impronta con le proprie opere di carità ed amore, ma se ci troviamo oggi a  parlare di Madre Teresa e di Papa Giovanni Paolo II, non è di certo per sminuire gli altri grandi uomini di fede, ma semplicemente perché sono stati personaggi recenti il cui ricordo è ancora molto vivo e caro nei nostri cuori, prendiamo dunque esempio da loro! Diventiamo anche noi mattoni semplici ed umili! Uniamoci tra di noi e ad altri, diventiamo anche noi mattoni infinitamente piccoli ma solidi, e costruiamo la nostra casa, ossia la nostra vera Fede! 

Vera Guidotto

                                                                                                                                                                                                                                                                                       Randazzo lì 02/07/2006

                                                                                                        LE STAGIONI DELLA VITA.

 

Ogni vegetale,  ogni animale, ogni essere umano, proprio perché è nella sua natura, attraversa vari stadi nella propria esistenza: nascita, crescita, riproduzione, maturità e morte.
Se paragoniamo le varie fasi della vita al ciclo biologico ed esistenziale, potremo benissimo constatare che l’uomo, così come gli animali o le piante, non esiste così, per caso, egli infatti, segue il suo ciclo naturale, dapprima inconsapevole e se vogliamo involontario, come appunto la nascita, momento apparentemente meraviglioso, ed in effetti, la nascita di un bambino è sempre un evento  gioioso, perché esso è il  frutto benedetto di un amore, è dunque il completamento di un sogno di ogni donna, ma per un bambino cos’è la nascita?
Se un neonato potesse parlare sin dal momento stesso della nascita, direbbe “Che  succede? E tu camice bianco fai piano! Faccio già tanta fatica ad uscire! E  non mi tirare così! ma dove mi portate? Qui sto così bene!” Inizia dunque a vivere, o meglio, inizia la dura lotta per la sopravvivenza, perché fino a qualche  istante prima, il bambino era in un luogo protetto, sicuro, dove poteva alimentarsi autonomamente, mentre adesso avrà bisogno sempre di qualcuno per soddisfare ogni sua piccola ma grande necessità. La nascita è dunque paragonabile alla primavera, quando i fiori  sbocciano di una fantasia multicolore da far brillar gli occhi, con quel profumo che emanano nell’aria. La primavera è la stagione più vitale, dinamica e piena di prosperità.
Non a caso è proprio la primavera la stagione degli amori per alcuni animali, inizia infatti l’accoppiamento, non privo di fatiche e pericoli, è tempo quindi per certi esemplari di darsi da fare, prima per procurarsi il cibo, le provviste, poi per riprodursi portando avanti la specie, così come il bambino divenuto ormai ragazzino, dovrà affrontare una fase tanto bella, quanto delicata e difficile, inizia così l’età scolare, nella quale sarà chiamato ad imparare nozioni utili alla propria crescita culturale,  sociale e morale.
Inoltre questa, è la fase in cui il ragazzino comincia a trovare un certo interesse per l’altro sesso, scoprendo a proprie spese le prime gioie e dolori dell’amore, entrando così nella fase adolescenziale, la quale tutto sommato si può definire il passaggio tra la primavera ed un’altra bellissima stagione, l’estate.
Così come l’estate, stagione molto feconda per tanti altri esemplari animali, e la terra molto fertile, producendo finalmente i tanti attesi frutti, per cui si era tanto lavorato nella stagione precedente, così il ragazzino, divenuto ormai più grande, da libero sfogo, tanto alla sua voglia  di riposo, dopo il duro e noioso anno scolastico, quanto al suo desiderio di divertirsi, facendo nuove ed eccitanti esperienze, stavolta però un po’ più consapevole, inizia finalmente a lottare per qualcosa in cui crede veramente, cercando di dare forma ai suoi desideri, e questo lo si nota soprattutto dal modo in  cui si approccia con l’altro sesso, egli appare infatti molto più sicuro di sé, malgrado gli innumerevoli ed inevitabili fallimenti sia sul campo sentimentale, che su quello socio-lavorativo, ricevendo per l’appunto le classiche batoste della dura e fredda società.
Ora si, che prende davvero coscienza del fatto che deve necessariamente cavarsela con le proprie forze, perché adesso può contare su pochissime persone dato che sono tutti seriamente impegnati a seguire, così come lui, chi i loro sogni, chi le loro ambizioni socio-lavorative,  chi i loro progetti per il futuro, cercando magari di formarsi una famiglia solida ed unita, impresa di certo molto ardua e purtroppo non sempre realizzabile.
Trascorrono inesorabili i giorni, i mesi e gli anni, e senza quasi accorgersene è già arrivato l’autunno, i frutti ormai maturi cadono già dagli alberi, come anche le foglie. È  tempo  di raccogliere ciò che si  era seminato.
L’uva ormai matura aspetta d’essere raccolta, poiché pronta per produrre dell’ottimo vino, e l’uomo, vivendo anch’egli il proprio autunno, si prepara con l’ormai acquisita saggezza, donatagli e dall’età, e dall’esperienza, a mettere nel cassetto i propri sogni che un tempo erano l’unica sua ragione di vita, per aiutare magari a realizzare quelli dei suoi figli, i quali rappresentano ora più che mai l’unico suo vero bastone della vecchiaia.
E anche l’autunno è ormai tramontato, la natura si assopisce, le giornate si accorciano sempre più, è l’inizio della stagione finale. Il gelido e tempestoso inverno, che,  con la candida e gelida sorella neve ricopre la terra omai stanca, accompagnandola nel suo  lungo e beato sonno, comincia sin da  adesso a fertilizzarla, mettendole i piccoli semi i quali, col passare dei mesi, produrranno nuovi frutti.
 Così l’ormai anziano e saggio nonnino, ricordando i bei tempi passati, aspetta sereno sorella morte corporale, mentre forse chissà, proprio di là, nell’altra stanza, una giovane donna sta dando alla luce una  nuova vita, un piccolo ma prezioso bocciolo, che segnerà la fine di un ciclo, di  una stagione, di un anno, e perché no, la fine di un’Era, per darne spazio ad un’altra, la quale, seppure con le medesime caratteristiche di quella appena trascorsa, è del tutto diversa nel modo di compiersi.
Perché, si sa, tutti nasciamo allo stesso modo, ma cambiano i tempi, gli usi, i costumi, così come cambia la vita di ciascun individuo ed il suo evolversi nel corso dei giorni, dei mesi, degli anni, e dei secoli avvenire, facendo di ogni essere, sia esso vegetale, animale, o umano, un essere speciale, raro, anzi no, unico. È proprio per questo penso che la vita andrebbe maggiormente valorizzata, apprezzata e rispettata, e questo credo sia una verità  che mette tutti d’accordo, dai credenti e non, dai naturalisti, dai poeti, scrittori, filosofi e gente comune.  
 

Vera Guidotto                                                                                                                                                                                                                                                               Randazzo 28/01/2004 

 

 

                                                                                                 LE BARRIERE DELL’AMORE.

 

LA TRAMA

Una ragazzina disabile, entrata  da poco  nel gruppo dell’Unitalsi per  evadere un po’ da quella  vita che tanto le  stava stretta, stretta  non perché non facesse una  vita normale, anzi, tutt’altro, ma stretta perché le  mancava un  amore da  vivere, cercando all’interno dell’associazione la forza di emergere, timida, chiusa in  sé, con un sorriso bello, raggiante, ma aimè finto.

Fiamma,  cosi si chiamava la ragazza, dopo una decina d’anni, è maturata parecchio raggiungendo un buon equilibrio psico-fisico, diventando finalmente spigliata e socievole, uscendo fuori anche il suo umorismo, insomma adesso Fiamma è forte, adesso sa o meglio, crede di aver capito come non farsi fregare da eventuali cotte.

 Passano 4 anni e conosce Angelo, un nuovo barelliere, il  ragazzo è un tipo attivo e dinamico, e si mostra disinvolto  con  lei, ma Fiamma prova nei suoi confronti un’immediata antipatia  a pelle, antipatia peraltro immotivata ed inspiegabile, antipatia molto forte, e lo ignora. Angelo da buon  barelliere, invece, la tratta normalmente, ignaro di questa  antipatia che la ragazza nutre  nei suoi confronti. I due giovani  facendo lo stesso cammino all’interno della sottosezione, frequentandosi per le attività unitalsiane, stanno spesso  a stretto contatto, lei inizia finalmente a sciogliersi  guardandolo con occhi diversi, non con amore, ma almeno abbassa la  guardia, iniziando a stimarlo sia come  volontario  che come  amico, cominciano pian piano a  comunicare ed a scherzare come si  fa tra amici, i  due sembrano  aver raggiunto una discreta  sintonia, ma dopo quattro anni o poco più, partecipando ad un ritiro fuori paese, chiaramente con la propria sottosezione, una sera si  trovano  a parlare di loro stessi, come mai avevano fatto.

DIALOGO REALE TRA  FIAMMA ED  ANGELO.

 Fiamma  per  rompere il ghiaccio dice: “Sai Angelo, poco fa, ripensando all’imminente carnevale, mi è venuto in mente che sarebbe  carino se  quest’anno ci inventassimo qualcosa di attuale” Angelo rispose: “Tipo? Dai dimmi!” Fiamma replica: “Dunque io pensavo alla sanità, pensa che bello, potremo mettere in risalto la  mala sanità, mizzica oh per fare un  lastra  dobbiamo  aspettare  sei mesi! È  assurdo! E per non parlare poi di come sono combinate le strutture  ospedaliere,  che le persone entrano  con qualche problemino ed ascono stecchiti,  ricordi  quella donna morta dopo essersi operata di appendicite, solo perché i medici  attenti come sono, avevano dimenticato una garza nello suo stomaco? È davvero  il colmo!” Angelo disse: “Si, ricordo quell’episodio, siamo proprio nelle mani di nessuno  ormai, anzi,  siamo nelle mani Dio!
Il tema sarebbe  ottimo, però sinceramente non so se un carro simile sarebbe tanto facile da realizzare con voi in carrozzina, ci  vorrebbe qualcosa di più semplice, capisci?” Fiamma  parla ancora: “Si in effetti  è un po’ complicato, va  beh dai fatti  venire un’idea tu, io la mia l’ho sparata! Qualcosa  ti verrà in mente di sicuro”, Angelo ribatte: “Ma si certo, qualcosa ci verrà in mente!  Ma dimmi, tu che stai facendo di bello  in  questo  periodo?” Fiamma una volta essersi rilassata, gli apre un po’ il suo cuore,  dicendo: “Io che faccio di bello? Purtroppo in questo periodo  spreco  il  mio tempo a chattare,  cercando nel  virtuale quello che non riesco a trovare nella vita reale, capisci?”dice un po’ imbarazzata. Angelo rispose: “Si ho capito”  non aggiungendo altro.

Fiamma, per  cambiare argomento dice: “Chiamiamo a Giada? Dai la stuzzichiamo un po’ che dici?” Il ragazzo rispose: “E va beh chiamiamoci a sta Giada!” Risponde Fiamma: “Che sei fino! Meno male  che è la tua ragazza, la galanteria non si chiama uomo!” Disse con un tono scherzoso e sorridendo, Angelo ribatte: “Le sto chiamando visto?” Fiamma rispose: “Bravo, così si fa” Angelo; “Pronto, ciao Giada, sono qui con  Fiamma e abbiamo  pensato  di chiamarti,o meglio Fiamma  ha pensato di chiamarti!” Giada dall’altra parte del telefono risponde: “Ci credo, se fosse stato per te, buonanotte! Ma come va lì?”Angelo le risponde facendo un po’il  buffone:”O ma qui va alla  grande! C’è un sacco  di gente, un  sacco di belle ragazze!”Mentre diceva ciò, fingeva di salutare e parlare con i passanti,”Ei  ciao, si, arrivo  subito” mentre continuava a parlare al cellulare con Giada, “Visto mi stanno aspettando” e continuò così per un po’. Fiamma divertita dalla pagliacciata  a cui stava assistendo,  disse a  voce alta,in modo che Giada sentisse, “Non credere a questo pagliaccio, non c’è un cane! Dai Angelo, passamela, fammela salutare,” tirandogli  il cellulare delle mani, continuo a parlare con l’amica: “Ohi Giada ciao, non credere  ad Angelo, vuole fare  il malandrino” Giada rispose: “Si, l’avevo capito” Fiamma replica: “Qui non c’è niente da pescare né per Angelo, né per me, per me poi! Che  ci deve essere? Figurati!” disse ridendo, rispose l’amica: “Uffa Fiamma, non fare la melodrammatica come al solito tuo, perché ti  chiudo il telefono in faccia, devi metterti in testa  che se è destino, anche  tu troverai l’amore” Fiamma risponde umoristicamente: “Io troverò i gelsi, altro che le more! Giada replico: ahah molto divertente! Che  spirito di patate  che hai! Comunque io sono sicura che lo troverai” Fiamma ribatte: “Se lo dici  tu! Io figurati, sono qui  che aspetto, ok Giada, adesso ti passo il  tuo boy friend a presto, ciao” Giada: “Ok Fiamma, però ti voglio su di morale, ok?” Fiamma rispose: “Ok, caso mai mi farò sollevare  da Angelo, che fra l’altro sto scivolando davvero! Aiutoooo! Disse con un  tono spaventato ma divertito e restituì subito il telefonino all’amico, il quale disse: “Scusa  Giada, devo chiudere, Fiamma sta  scivolando davvero!”  E chiuse aiutando Fiamma a  mettersi bene sulla sedia, Angelo: “Oplà! Ok?” Fiamma lo rassicurò, “Si, si, grazie, tutto a posto, stavo leggermente scivolando!” Replicò Angelo: “Guarda,  non l’aveva capito  nessuno! Ma proprio nessuno  sai?” La  ragazza disse: “Che vuoi, io faccio le cose alla luce del sole, anzi  no scusami,  al chiarore della luna!”  Il ragazzo  le  disse:  “Andiamo  va! Andiamo a berci  qualcosa” Lei disse: “Dai Angelo, non mi sono spaventata così  tanto!” Angelo le disse: “Mica ti porto al  bar  per questo! Non posso  offrirti qualcosa? Dai, il bar è qui” e si recarono al  bar li vicino, Angelo disse: “Io prendo una red bull”  Fiamma:”No, io vorrei qualcosa di dissetante, mi  basta un po’ d’acqua tonica” Angelo disse: “ok”e ordinò da bere.

Una volta arrivate le bibite, il ragazzo da buon barelliere porge  l’acqua tonica  a Fiamma, la  quale esclamò con voce carina: “Oh grazie  mio baldo cavaliere!” Angelo rispose con  altrettanta gentilezza: “Ma prego  signorina” e mentre consumavano le  bevande, parlano  ancora, Angelo dice: “Bene, adesso possiamo andare a letto” poi aggiunse  con tono malizioso ed a bassa voce: “Insieme intendo” Fiamma gli rispose, cercando di non scomporsi: “Si come no, così io vengo pugnalata e tu vieni difettato, penso  che ancora il gioiellino ti serva ancora!” Lui risponde: “E mica glielo dobbiamo dire” Fiamma replica:”Si, si, va beh!” Mentre diceva ciò, rideva, ma nella sua mente le balenò un pensiero galeotto: “Ma magari Dio qualcuno si decidesse! È che nessuno mi vede così, figurati tu!” Dopo questo pensiero, ritornò subito in sé, non perdendo il suo ormai noto autocontrollo e disse: “Torniamo  alla base?” Rispose Angelo: “Che c’è, hai sonno? Non è da te andare a letto presto” Fiamma rispose: “Si, hai ragione, è che stanotte non ho dormito bene” l’amico chiese: “Pensieri molesti?” La ragazza rispose sorridendo e grattandosi  la testa: “Già,  a  volte capita” Angelo: “Ok andiamo” e facendo ritorno si sedettero ancora un po’ a solito posto, chiacchierando ancora: Fiamma disse: “Giovanni  dov’è?” Angelo risponde con la sua voce squillante: Giovanni? Quello è da tre ore che dorme!” Risponde  lei: “Davvero? È a letto? Boh è troppo strano, da quando si è  sposato  è cambiato  troppo, prima  era allegro, vivace, ora è  apatico, quasi spento” Angelo rispose: “E si, è vero” Fiamma domandò ancora: “E  gli atri dove sono finiti? Paolo, Nino, Padre Samuele e Stefano?”  Angelo le rispose: “Beh, loro dovresti  immaginarlo, sono usciti, Giro Turistico!” La ragazza replicò: “Li  conosco i loro Giri  Turistici, a  quest’ora saranno a rimorchiare, che non lo so? I  cretini siamo noi che  siamo qua”  disse sorridendo.

FINE DIALOGO TRA FIAMMA ED ANGELO.

 

ENTRATA IN SCENA  DI UNA DAMA.

Bianca, una delle dame della loro sottosezione, rivolgendosi a Fiamma  con tono  normale: “Allora  signorina, che si  fa  ora?” Fiamma come  solo rare  volte faceva: “Si Bianca,  andiamo a  letto, stasera  non oppongo resistenza” e salutato  Angelo si ritirò in camera, dopo aver aiutato  la ragazza a coricarsi, Bianca  le disse: “Apposto? Ascolta, manco solo un minuto, vado a fare un peccatuccio” La ragazza rispose: “Sigaretta eh!” Bianca rispose: E già” Fiamma  disse sorridendo: “Vai tranquilla,  io sono  apposto”.

INIZIO CONSIDERAZIONI DI  FIAMMA

La ragazza si sente stranamente appagata, contenta, e prima di addormentarsi, ripercorre mentalmente  la serata  appena conclusasi, guardando la porta pensa: “E se venisse ora?  Magari! Si va beh, quello starà pensando a me, si, figuriamoci!” quando  ad un tratto si dice ad alta voce: “ E dai! Fiamma basta! Spegni il cervello adesso e dormi, su  basta pensare” e dopo un po’ si  addormentò.Il  giorno  seguente , dopo una breve permanenza  li, ritornarono tutti a casa.

INNAMORAMENTO  DI FIAMMA.

 Tornando a casa, la ragazza, ripensa  più volte a  quella  sera, ed  inizia a vedere Angelo con occhi ben diversi. Capisce molto bene di starsi innamorando per l’ennesima volta, ma  non lo accetta, facendo finta di nulla, si  comporta quindi normalmente, almeno così  fa apparire, ancora una  volta è costretta a camuffare i propri sentimenti,  facendo  di tutto per non far  trapelare nulla, la sua spontaneità è adesso molto verosimile, ma non è più reale.
La giovane donna, una  notte  fa un bellissimo sogno, praticamente il sogno più bello della sua vita,  sogno che avrebbe  voluto tanto vedere realizzato.
 In questo sogno succede la seguente:
IL SOGNO.

Angelo un giorno va a trovare Fiamma: “Salve signor Pappalardo, come sta?” Dice stringendo la mano del padre della Ragazza, il signor Michele lo saluta con piacere: “Ciao Angelo, bene grazie, cerchi mia figlia?” Angelo risponde: “Si, vorrei parlarle” il signor Pappalardo replica: “Beh, che aspetti? È in camera sua, vai pure” Angelo ringraziandolo va subito da Fiamma.  La ragazza, essendo al computer, appena lo sente chiude subito la chat  e  si mettono a parlare:  Angelo con molta disinvoltura: “ Ciao Fiamma, come stai?” Lei:  “Ehi ciao, chi  ti porta da queste parti?” Lui risponde: “ Scusa non posso venire a trovare un’amica?”E le siede accanto, lei con una voce triste, e accennando un sospiro, dice: “Già un’amica!”  Angelo ribatte: “Beh? Cos’è questo tono triste? Cos’era quel sospiro?” Mentre dice ciò, accenna una tenera carezza sul viso, lei cercando di non scomporsi, sdrammatizza: “Ma dai scemo! Niente! Mi è venuto così,  capita no?” Mentre lo dice, gli fa un bel sorriso, Angelo: “Ecco, così va già molto meglio,sei così bella quando sorridi” Fiamma: “Bella io? Ma dai non farmi ridere! Eheheh” Fiamma ride per  evitare d’arrossire, Angelo con tono spiritoso le dice: “Ehi ragazza che fai, ti prendi gioco di me? Non ti permettere sai!” Fiamma con la stessa  risata parla ancora: “No, scusa Angelo, non rido di te, non mi permetterei mai” dice con tono spiritoso e chiede: “E a Giada dove l’hai lasciata?” Angelo, risponde grattandosi la tasta: “Ti riferisci a Giada Giada?” Fiamma ribatte: “Si, Giada, ehi! Sveglia! Hai presente la tua ragazza? La mia migliore amica? Perché non è venuta con te? Mi avrebbe fatto piacere vederla” dice come se si volesse auto convincere di non amarlo, mettendo a tacere il suo cuore, ed il desiderio di digli tutto, Angelo le risponde a fatica ma con la voglia di confessarle che forse si è innamorato di lei, alzandosi in piedi, mettendosi dietro di lei, appoggiandole le mani sulle spalle in segno d’affetto, e tenta di  risponderle: “Vedi, io e Giada”…….. e sospende un attimo di parlare, e spostando un po’ lo sguardo sulla stampante, avvista qualcosa, un foglio, legge il titolo: “Il treno sbagliato” e dice: “E questa? Una nuova poesia?” Fiamma che si era dimenticata di averla stampata e si agita dicendo: “No, non è niente, lasciala perdere,non è  nulla davvero, poi aggiunge, non leggerla ti prego, non voglio!” Ma lui la legge comunque, la povera Fiamma disperata lo rimprovera: “Ma come osi ficcare il naso tra le mie cose?” Cercando di strappagliela dalle mani  senza riuscirci, Angelo continua a leggere, man mano che legge è sempre più felice, appena ebbe finito le siede nuovamente accanto  dicendo: “Fiammetta, ma allora tu mi ami?” Ma Fiamma risponde: “Ma piantala! Certo che no, dai, vai a fatti una doccia fredda e vai da Giada e non dire più queste cretinate!” Angelo le parla ancora: “Cara Fiamma, ho lasciato Giada” Fiamma lo interrompe bruscamente: “Cosa? Tu e Giada vi siete lasciati? Perché? Ma siete impazziti?” Angelo risponde: “Basta Fiamma, è giunta l’ora che ci togliamo queste stupidissime maschere, io ti amo, si. Ti amo, a Giada l’ho amata, ma non è lei la donna della mia vita,il mio posto è con te mio vero amore” Fiamma risponde agitata, emozionata, confusa: “No no caro mio, tu non mi prendi in giro, no, troppe volte mi sono innamorata di un sogno,no, non mi farò ferire da te! Ma poi, io  che vita potrei offrirti! Cosa diranno gli altri? Mio Dio, poi c’è Giada, la mia migliore amica! Sei pazzo! Angelo oh! Torna in te!” Angelo risponde: “Hai finito di sparare minchiate? Ora ascoltami bene, non voglio illuderti né farti del male, non chiedimi come caspita sia successo perché non lo so,forse quella sera o poco dopo,non lo so, so solo che mi sono innamorato come un baccalà di te, io vedo te,il tuo cuore i tuoi occhi, non mi interessa dei giudizi o pregiudizi degli altri, chi ci capirà bene chi ci volterà le spalle peggio per loro, io non vedo la tua sedia,ma è te che vedo” Fiamma lo guarda in lacrime e dice: “Brutto stronzo, mi ami davvero, davvero?” Angelo se l’abbraccia tutta e dice: “Si, questo stronzo ti ama davvero, ma dimmi, con i tuoi genitori come siamo messi?” Fiamma risponde con gioia: “Angelo, ti amo anch’io, è una vita che ti aspetto, ti amo, ti amo,non lasciarmi mai,dovremo lottare  contro tutti, ma non contro i miei genitori, loro saranno più felici di noi, sempre se questo è possibile!” Angelo parla ancora: “Hai visto che non siamo soli?” Accarezzandole ancora il viso con amore, ed aggiunge ancora: “Ce la faremo vedrai!” mentre sono abbracciati, arriva la signora Eleonora, madre di Fiamma, e appena li vede, sussulta di gioia esclamando: “Ragazzi miei! Non mi dite che voi?” non riuscendo a finire la frase per la forte commozione. Fiamma esclama felice: “Mamma, si, è proprio come pensi, è un miracolo, il mio Angelo mi ama, adesso si, che sono davvero felice, non so dirvi quanto!” La madre corre subito ad abbracciarseli, dicendo: “Ragazzi siate felici! Che Dio  vi benedica, sempre!”

FINE DEL  SOGNO.
 Fiamma una volta svegliatasi, ancora una volta nella sua realtà, pianse per l’ennesima volta lacrime amare, non riuscendo  a trattenersi e  dopo essersi sistema  un po’  aspettò  di essere sola per scrivere una lettera ad Angelo, lettera che non avrebbe avuto il  coraggio di spedire, o forse  chissà, avrebbe  voluto essere scoperta, anche indirettamente,  solo da  lui però.

LETTERA PER  ANGELO.
Carissimo Angelo, scrivere queste righe mi fa male, molto male, è successo ancora, mi sono innamorata, e di chi poi! Proprio dell’unico uomo che non posso avere, non dovrebbe essere  una novità per me, ho passato tutta la vita ad innamorarmi di ragazzi che non mi hanno considerata nemmeno una donna, ma per lo meno però erano dei cretini e soprattutto non erano fidanzati con la mia migliore amica, si, hai capito bene, mi sono innamorata di te.

 Stavo così  bene prima! Si, ho sempre cercato e desiderato l’amore, ma non ero mai scesa così in basso, innamorarmi del ragazzo della mia migliore amica, o mio Dio no! Questo no! Ho mentito a tutti, a te, a Giada, a tutti, ma come sempre ho provato, e credimi mi sono impegnata molto, ho mentito soprattutto a me stessa, ancora una volta volevo auto convincermi di non amarti, ma adesso non ce la faccio più, io ti amo, ti amo! Se solo tu fossi fidanzato con una qualunque  altra, troverei il  coraggio di dirti che ti amo, ma così no, no potrei mai, o meglio se tu mi avresti dato anche solo un segno, troverei il coraggio di dichiararmi, e la cosa peggiore è proprio questa, cioè se tu per assurdo mi amassi, tra il tuo amore e l’amicizia di Giada, sceglierei purtroppo il tuo amore, dico purtroppo perché in genere gli uomini passano, gli amori vanno e vengono  mentre le vere amicizie restano  e questo è vero, ma se io rinunciassi all’amore se pur per una bella e sincera amicizia, rischierei forse di buttar via l’unica occasione d’essere felice, ecco perché non avrei dubbi a scegliere te, ma visto come stanno le cose,  l’unica cosa che voglio fare adesso, è cancellare questo mio sentimento per te, peraltro nato davvero dal nulla, non so  nemmeno io perché proprio tu, infondo non abbiamo mai avuto nulla in comune a parte il  nostro umorismo, quindi perché tu? Perché CASPITA TI AMO? Credimi,  non lo capisco, forse il mio cuore, dopo tanti anni di buona condotta, si è stancato di fare il bravo bambino mettendosi a  fare lo scemo con l’uomo sbagliato, e sai qual è il colmo? È che tu all’inizio mi eri addirittura antipatico, certo che la vita è proprio strana eh! Infondo l’amore è un sentimento  del  tutto irrazionale e così è successo di nuovo,  ma ora basta! Devo assolutamente dimenticarti, con la speranza che la prossima volta che mi innamorerò sarà per lo meno per  un uomo libero, anche se dubito  che mi capiterà l’uomo giusto.
Ciao carissimo Angelo, amare significa anche lasciare liberi, lasciare andare via le  persone che più amiamo, io ti  amo, ma devo lasciarti spiccare il volo, ti prego, sii felice con la  tua Giada, è  la donna giusta per te,  ma se per caso un giorno dovessi avere  dei dubbi, o per un motivo o per un  altro, non ti dovesse rendere felice, ti prego, cercami, vieni da me,  io sono qui. Non posso darti nulla ma il mio amore si. Tua Fiamma.

PS

Scusa se Ti Amo!

Finito di  scrivere, la  ragazza ormai sfinita e demoralizzata,  ancora  con le lacrime agli occhi, tenendo stretta in mano la  lettera, si appoggiò  sulla scrivania e si addormentò.

ENTRATA  DI  UNO STRANO PERSONAGGIO.

            Mentre  Fiamma  prova a riposare,  ecco che  dal  nulla spunta un’anziana signora, dall’aspetto simpatico e  buono, stende con dolcezza la propria mano sul capo di Fiamma,  dicendo: “Povera piccola mia, un’altra volta il cuore a pezzi!” Poi rivolgendosi al  pubblico disse: “Oh scusate, non mi sono presentata! Sono  Giuseppina, la nonna  di Fiamma, il Signore ad  un certo punto mi ha chiamata a sé, ma non spaventatevi vi prego, non sono un comune fantasma, sono solo la nonna di Fiamma e ho chiesto al Nostro Signore un permesso speciale per dirvi la mia su questa storia.

 Non voglio imporvi nulla, il Signore ci ha lasciati liberi di vivere la nostra vita come meglio crediamo, ed è giusto così, ma se posso esprimere la mia  opinione, vorrei dire che i disabili sono persone  come voi e come me, il fatto che non camminino non significa che non debbano innamorasi, o non debbano vivere i propri sentimenti, c’è  purtroppo ancora troppa ignoranza su questo tema. Questa volta  mia nipote si  è davvero  innamorata dell’uomo sbagliato come ha detto lei, la  definizione di “sbagliato”  Fiamma la usa perché il suo Angelo è un ragazzo già fidanzato e si sente in colpa nei  confronti dell’amica, si ma tutte le altre volte che si è innamorata perché non è stata  ricambiata? È lei a sbagliare o siamo noi, che non consideriamo il disabile  una persona  “normale”, non capace d’amare in  tutti i sensi?

E poi, è inutile che stiamo qui a raccontarci favole, perché se questo Angelo non fosse stato fidanzato, purtroppo non sarebbe cambiato niente, perché è la mentalità ad essere totalmente sbagliata, io non credo che nessuno abbia mai trovato Fiamma carina o simpatica, allora è la sedia a rotelle che rende tutti impotenti in quel senso? In paradiso mi sono aggiornata sapete? E vi parlo come una giovane affinché voi mi capiate,  visto  che italiano! Però voglio che capiate la morale della favola, anzi no, facciamo così, io vi dico la mia versione, poi chiaramente ciascuno di voi, secondo coscienza, scavando nel proprio cuore, trae la propria morale, ok?

Allora, secondo me, nel mondo esistono davvero questi due personaggi, esiste una Fiamma ed un Angelo,con nomi e storie diversi è chiaro, anche invertendo i sessi e le condizioni, quindi se qualcuno di voi si dovesse in qualche modo specchiare in questa situazione, anziché scappare, rifiutare la situazione, l’affronti con normalità, con più tranquillità, mi spiego meglio: Se tra di voi si cela un Angelo, che poi si può chiamare: Topolino, Paperino, Qui, o Quo o Qua, e dovesse scoprire grazie a questa storia che nella propria vita, ci potrebbe essere una Fiamma, la quale si potrebbe chiamare: Minni, Paperina o  che so magari Headi o Clara, per favore non esiti a  cercarla, non esiti a parlarle, non esiti cioè a scoprirla, insomma Vivetela, e chissà se è proprio quella  la persona della vostra vita, perché escluderlo a priori? Insomma ragazzi miei, io voglio che il finale di questa storia siate voi a scriverlo, fate conto che la storia non sia finita, manca il finale, o meglio la storia è in stallo, avete due possibilità: O farla finire così, come purtroppo fanno la maggior parte delle persone, oppure uscire dal branco e decidere un finale diverso, mettete voi i lieto fine, e si ragazzi miei,adesso dipende tutto da  voi e chissà se un giorno la mia Fiamma non  troverà il suo Angelo, chiunque egli sia, purché l’ami, altrimenti, lo vedete questo bastone,  vero?” Mentre diceva ciò, alzava il  suo bastone in segno di  dolce minaccia e replicò: “Afferrato il  concetto,  vero?” E girandosi ancora una volta verso la nipote  dormiente, le sussurrò: “Dici che hanno capito? I maschi  sono un po’ di  coccio ti avverto, io ci ho provato, speriamo bene!” E dandole un bacio le sussurrò ancora: “Ti voglio bene piccola  mia, non ti abbattere ok?” e dandole  una pacca nella spalla, scomparve nel nulla.   THE END.

   Vera Guidotto                                                                                                                                                                                                                                           Randazzo lì 29/11/2009                                            

 

                                                                                           PUOI NON CREDERCI…. PERÒ  FA RIDERE  !!!!!!

 

            In un bel castello enorme, lussuoso e sfarzoso, vi regnava un Re molto autoritario, avaro e potente, il quale  amava solo divertirsi, giocare sia d’azzardo, ove poteva sperperare come meglio credeva il suo denaro, e sia inventare giochi popolari anche a costo di mettere a repentaglio la vita dei suoi sudditi, inoltre amava fare delle bellissime feste, grandissime abbuffate con cibi prelibati e  vini doc, circondandosi sempre di belle donne, ordinando loro di stare sempre con lui e compiacerlo, ma stranamente ogni sera era sempre triste, anzi, più feste, svaghi e giochi si  concedeva e più era giù di corda e non si spiegava il perché.

      Un bel giorno dal nulla gli comparve uno ometto, grasso ma variopinto ed allegro, il quale giocava solo con piccoli, anzi piccolissimi pezzettini di carta colorata, cantando canzoni popolari ed allegre, fece tante feste che il Re, in una risata scoppiò, “ Ma chi sei? Il re domandò, rispose l’omino, “Carnevale e chi se no!” l’omino disse “ Maestà, mi concede l‘onore di comporre una canzone insieme? Il Re rispose “ Ma io suonar non so, come farò?” Replica l’omino “ Io un’idea ce l’ho!”  il Re “ O sentiamo”! L’omino risponde “Ok inizio io, sua maestà mi venga dietro, proviamo?” “Ok” replicò il Re.
L’omino iniziò a cantare così “ Evviva carnevale che viene e va, a tutti porta felicità,”  il Re dopo averci pensato un pò iniziò a canticchiare così “ Evviva carnevale che per un pò i musi lunghi si porta via,” l’omino compiaciuto continuò,  “Coriandoli, costumi ed allegria, ed è subito festa si fa,” a questo punto il Re ci prese gusto e si scatenò così “ E per chi ancora triste ti sembrerà, tu questa storia puoi raccontar; una volta tanti anni fa, c’era un Re che non rideva mai, era sempre triste così, non sapeva proprio perché, un bel giorno gli capitò per caso, un ometto grasso così” disse indicandolo con una pacca affettuosa continuando in questo modo “ Fece tante feste che il Re, in un tratto, in una risata scoppiò, ma chi sei il Re domandò, carnevale e chi se no!” i due conclusero la loro performance dandosi un  bel cinque, dicendo in coro “ olle!
        

                                                                                                                                     LA  FORZA  DELL’AMICIZIA.. 

 

Era una fredda giornata di dicembre, fredda dal punto di vista atmosferico, ma calda nei cuori dalla gente, in particolare nella  comunità degli “Amici Per Sempre” nella quale, in attesa del Santo Natale, arano tutti felicemente impegnati a fare chi il bel presepe, chi l’albero di Natale.

Tuttavia c’era una ragazza tanto bella quanto triste, che se ne stava con il suo amichetto del cuore, Laura disse “ sai Fabio, sono davvero felice di avere un amico come te, con te mi sento serena” Fabio risponde,” Per me è la stessa cosa, sei una cara amica” Laura sedendosi, fece un gran sospiro angosciato, Fabio le chiese “perché sei triste? Cos’hai?” Laura rispose, “Ieri ci sono rimasta male quando ti ho visto parlare e scherzare con Angela, le vuoi bene?” Fabio “Si certo, le voglio bene, ma perché?” Laura chiese ancora, “ Ma a chi vuoi più bene a me o a lei?” Fabio replica, “ Dai, che centra? Siete tutti e due amiche mie” Risponde Laura un po’ arrabbiata, “ No! Non è vero! Tu con lei ti diverti di più! Quindi vai da lei!” dicendo queste parole, si alzo di botto e corse via in lacrime, Fabio nel tentativo di fermarla corse verso di lei dicendo, “ Dai fermati! Non fare così! Siamo amici no?” malgrado le parole di Fabio, Laura presa dalla tristezza non volle sentire ragione e si nascose in un angolino rannicchiata continuando a piangere. 
Dopo un po’ di tempo, venne Luca, il responsabile dalla comunità, vestito da Babbo Natale, con tanti regali per tutti, esclamando “Ehi bambini! Guardate un po’ chi c’è! E quanti regali! Guardate, prendete su e ve li distribuite  con calma, siete contenti?” Tutti i bambini esclamarono in coro “ Siiii grazie Luca!!” finiti gli schiamazzi, Luca sentì che qualcuno piangeva, ed andò a vedere, disse stupito “ Laura! Piccola mia! E tu? Cosa fai tutta sola soletta qui? Ed accarezzandole dolcemente la testa replicò “Allora? Perché nascondi i tuoi bei occhioni? Guardami, ti va di parlare un po’ con me?” Laura rispose singhiozzando “ Si, sono una stupita, credevo che Fabio mi volesse bene, ed invece no, vuole più bene ad Angela non a me” Luca le parla ancora “ Laura? Tu sai quanto è grande il nostro cuore?” Laura rispose “No, quanto è grande?” Luca le risponde, “ I medici dicono che sia grande quanto un pugno, ma  io invece penso che sia infinito come l’azzurro cielo, che copre ampiamente le nostre teste, così come è immenso ed infinito l’amore di chi lo ha creato cioè Dio, quindi il cuore di Fabio è abbastanza grande da contenere amore ed affetto per tutti noi, capito piccola mia? Su corri da lui e  fate pace, ti starà aspettando con ansia” Laura disse felice “ Ok vado subito da Fabio a chiedergli scusa, tu pensi mi perdonerà?” Lui rispose “ Ma certo! Ha il cuore grande ricordi?” Laura esclamò “ Già vero!” e si precipitò subito da Fabio, il quale la stava aspettando, Laura “ Fabio! Fabio! Dove sei? Fabio le venne subito incontro dicendo “Laura! Finalmente! Mi hai fatto preoccupare!” Laura disse “scusami, prima  non capivo, ora so  che mi vuoi bene, perdonami”, detto ciò, i due ragazzi si abbracciarono in segno di pace, scambiandosi gli auguri di Buon Natale.
Vera Guidotto

                                                                                                                                                                                                                                         Randazzo lì 26/11/2004
POESIE

AMORE SEMPRE SOFFOCATO

Solo come sempre è il mio cuore

che  vorrebbe soltanto un po’

di comprensione ed un po’d’amore,

sola in questo momento

io mi  sento

quando nessuno sembra capire

il mio reale sentimento,

tutti azzardano ottime ipotesi,

ma nessuno osa andare

mai del problema infondo,

o perché per troppi molto scomodo

o sono io  che camuffo sempre

tutto così maledettamente bene,

infatti, mentre la mia mente e la bocca sua

imbattibile complice tutto camuffa,

il cuore siccome povero

scemo non sa mentire

 e irrimediabilmente

amareggiato, soffre  e sbuffa.

Quando finirà questo continuo

tiro e molla morale e sentimentale?

E mi ritrovo sempre qui,

davanti al PC,

a confidagli i segreti

più intimi del mio

cuore

che parlano con

voce silenziosa

e strozzata d’amore,

un amore che nessuno vuole,

nessuno ricambia,

mai nessuno che

legga il mio dolore

e lo conforti anche

solo con un dolce bacio,

o con la tenerezza

di una carezza,

una carezza piccola

che parli però

d’amore,

amore lungo o

breve che sia,

che riscaldi e

faccia vivere

anche solo per

un attimo l’anima mia.

Voglio solo vivere ed amare

e non soltanto sognare o

ad occhi aperti fantasticare,

cosa diavolo c’è di così

sbagliato in questo?

Mai che becchi quello giusto!

Cos’è  che  non va in me?

La mia sedia?

Il mo handicap

È così terribile?

Il mio aspetto

è così orribile?

È una vita che:

m’innamoro,

camuffo

e quel benedetto

o maledetto momento

aspetto!

Possibile che nessuno mi veda?

Sono tutti sordi e ciechi

o con me tutti fanno finta?

Finta di non vedere,

finta di non capire,

di non sapere cosa

c’è nel mio cuore

fanno tutti finta?

E mi chiedo sempre, ma perché?

Aspettando una risposta

che mai c’è.

Qualcuno può dire:

“molto bella ed ottimista è

questa poesia”!

Nulla  ci posso far,

è ciò che sente

l’anima mia

che più non trova

l’ormai smarrita

diretta via.

Randazzo lì 9/07/2008

********************************

IL TRENO SBAGLIATO.

A chi potrò mai confessare

i segreti del mio cuore,

sempre così voglioso

di cotanto amore?

Perché ancora

una volta

sono così

smaniosa,

triste ed

ansiosa?

Ancora una

volta ho  

sbagliato

il treno,

ne ho preso

uno pericoloso

per me,

esso è infatti

un bel

treno,

ma è già

pieno,

non c’è dunque

posto per me,

per questo il

 treno giusto non è.

Ma perché devo

voler salire

sempre sul vagone sbagliato?

Perché desidero giacere

su una cuccetta già occupata,

da tempo prenotata?

È sempre così,

la solita storia,

che si ripete in modo

 continuo,

insistentemente,

freneticamente,

ma davvero

involontariamente,

senza con la ragione volerlo,

ma ahimè col cuore desiderarlo.

È forse il mio cuore sbagliato?

Il mio pensiero malato?

Perché non prendo mai

il giusto treno?

Scrivo così frasi

senza senso,

parole buttati al vento,

che porta con se via

non svelando mai a

quel qualcuno

cosa realmente sento,

ma spero per lo meno

servono ad alleggerire

 un pò l’anima mia,

sperando che il

pensiero ritrovi

presto la retta via.

Perché deve sempre

esserci questo conflitto

tra mente e cuore,

tra ragione ed amore?

Se solo nel mio

cammino

incrociarsi

per caso

il treno giusto,

allora si che

potrei assaporare

la vita con più gusto.

Da tempo mi chiedo ormai:

“una cuccetta

libera

la troverò mai?

Una cuccetta

che di nessuno sia,

ma solo mia”?

Randazzo lì 30/10/2007

APATIA

Stasera mi sento apatica,

tanto da apparire

scorbutica ed antipatica.

Voglio dunque essere

   con tutti voi del  tutto  franca,

di ogni cosa  sono troppo stanca,

stanca di tutto e di niente.

Stanco è il mio

 povero cuore,

di aspettare

il grande amore.

Stanca è la  mia mente

di troppo sognare

per poi ottenere il niente.

Ho voglia dunque di una

 bella novità,

che mi regali,

non dico la felicità,

ma quanto meno

 un pò di gioia

e  di serenità.

L’apatia è per me

un abito stretto da

infilare,

scomodo

da indossare.

Essere apatica non è da me,

ma l’apatia di colpo mi ha preso

e non capisco il perché,

la vivo infatti come un peso.

Ho voglia di cambiare,

ho voglia di ricevere

una lieta novella,

purché non sia un bluff,

purché non sia

 la solita caramella,

ma voglio la verità,

una verità che per una

volta nella vita,

non sia brutta ma bella.

Randazzo lì 11/03/2006

********************************

DONACI LA VERA LUCE

Grande Papa,

che ti sei fatto piccolo

per noi,

per meglio parlare ai nostri cuori

sordi dal grande frastuono

che è la vita.

Tu che hai dato luce

alle nostre misere menti,

troppo cieche per vedere

accanto  a noi il bene,

troppo occupate

a pianificare il male,

rimanendo così,

soli,

in compagnia solo

del nostro niente.

Sordi sono i cuori

e cieca è la mente.

 Si è vero,

spesso  vediamo

tutto nero,

non trovando la

vera luce,

quella luce

nascosta dentro

di noi,

quella piccola,

ma preziosa

lampadina che

si chiama Pace.

Generoso Papa,

ancora oggi mito

per i giovani,

è dunque ora di

donarci un

nuovo cuore,

che serva solo a

dare all’umanità

un sincero e disinteressato

amore,

si,

è di questo che c’è bisogno  ora,

di fare un’autentica fraternità,

che non  si fermi  in questo

preciso istante,

bensì duri per l’eternità.

Randazzo  lì 08/07/2006

********************************

LA  VITA È.

La vita è, così bella, quasi come

fosse  una piccola stella,

vista di notte, come se

ti augurasse una serena

buonanotte.

La vita è, come una dolce sinfonia,

da ascoltare con allegria, ed in

piacevole  compagnia.

La vita può essere davvero molto bella,

se al tuo fianco hai un’amica

che ti sta vicino proprio come  una sorella.

La vita è davvero  meravigliosa, se

 un ragazzo ti regala una rosa e ti

chiede così di diventare sua sposa.

La vita il più delle volte è complicata

se, quando meno te lo aspetti,

 ti arriva una terribile stangata,

ma basta prenderla con molta filosofia

per trasformarla in una dolce poesia,

anche se di filosofia ce ne vuole

proprio tanta,

non so neppure io quanta.

La vita è così imprevedibile

che non fai in tempo a

dire “Ma dai, è incredibile!”

perché forse non sai che

nulla, davanti a Dio. è

impossibile.

La vita è ricca di sentimenti

confusi e contrastanti,

capaci di fare a pugni

con i nostri cuori

e con le nostre menti,

un pò come guardare

cani e gatti

sopra i tetti,

giocare e litigare.

La vita sembra essere solo

 un buffo gioco,

un gioco di parole che

a volte fa ridere,

ed invece a volte ferisce come pallottole

 uscite dalle pistole,

ma se sono dette

con dolcezza ed amore,

 hanno un altro sapore,

 ed un inestimabile valore,

poiché dette con il giusto tatto

e calore arrivano dritto al

cuore.

La vita non è come un romantico

film in bianco e  

nero,

da guardare così,

a cuor

leggero,

 nella vita è purtroppo tutto

 vero,

 da prendere molto sul

serio.

La vita è sentire una forte nostalgia

che può trasformarsi in malinconia

se ti manca una, a te  

gradita ed importante compagnia,

sentire la mancanza per una cosa o di

una persona che non hai più,

 ed è per questo che molto spesso,

o quasi sempre,

 ti senti così giù,

e delle volte talmente giù ti senti,

che per andare avanti

devi stringere forte i denti

e nascondere così i tuoi

reali e più profondi sentimenti.

Come avete capito,

 la vita è un continuo minestrone,

fatto di cose brutte e di altre buone,

che bisogna sapere

sempre assaporare

con gusto,

anche se molte volte esclamiamo

 “Uffa, questo non è

affatto giusto!”

Randazzo lì 14/11/2005

 

IL MIO CIAO

Ma com’è questa caspita di vita?

Sempre così confusa e cattiva,

altrochè  armoniosa e saporita

come la buona pizza margherita.

Che razza di vita è questa?

Di sicuro non molto giusta,

anzi molto, ma molto guasta.

Non è mai come nelle belle canzoni,

ognuna delle quali capaci di regalarti

le più diverse e dolci emozioni.

Siamo tutti dei cuccioli d’uomo,

non facciamo in tempo a nascere,

ad assaporare le gioie della vita,

che un giorno esaliamo il nostro

 ultimo respiro,

e per chi resta?

Solo un grande vuoto nel cuore ed

un grande cerchio alla testa,

ad un tratto

sparisce la voglia di far festa,

e per cosa poi?

Se  non hai più ciò che vuoi,

se la persona amata

per sempre se ne è andata,

tuttavia so che non mi

ha abbandonata.

La dolce voce di mia

 zia più non udirò,

le sue parole,

i suoi saluti

non toccheranno più

le mie orecchie,

ma chiudendo gli occhi,

nel silenzio del mio cuore,

sono certa che la rivedrò.

Ciao cara zia,

adesso riposa in pace,

tanto lo sai,

tu vivrai per sempre

nell’anima mia,

che non ti lascerà

mai andar via.

È vero,

il tempo cancella ogni cosa,

ogni ferita,

ogni dolore,

ma una cosa resterà

sempre intatta nel

mio cuore,

tu,

la tua dolcezza

ed il tuo amore.

È proprio per tale

 motivo che, con

questa mia poesia,

desidero

dirti ancora

una volta,

“Ciao cara zia”.

Randazzo lì 11/06/2007

********************************

L’ANIMA IN GABBIA

Ho come l’anima in gabbia,

come se dentro me

ci fosse un fritto misto:

ansia, angoscia, tristezza e rabbia.

Provo un tal nodo in gola,

tanto da soffocare.

Il mio spirito per

adesso è a terra,

infatti più non vola,

senza saperne i perché.

Mi sembra quasi d’essere

 una candela spenta, che

luce più non fa,

è come se l’anima  mia

 più gioia non ha,

poiché a stare accesa stenta,

non trovando il giusto

tepore  che

riscaldi ogni

cuore.

È penoso per me

dire tutto ciò,

ma è proprio questo

che per il momento

 nel cuore ho.

Mi chiedo se sia il caso

di esprimere tal

mio sentimento,

forse  mi sto solo rendendo

ridicola con questa poesia,

ma non ho altri modi

per dar voce

a ciò che sente

in questo momento

l’anima mia.

Randazzo lì 08/10/2006

********************************

SANTA VERGINE

O Santa Vergine,

Tu che sei stata                                  

di San Giuseppe                       

devota sposa,

Tu che consideri ogni

persona preziosa,                                        

Tu che sei                                                

Madre amabile e

generosa,                                        

Madre gioiosa e                                        

nel medesimo                                            

tempo inconsolabile.

Tu che pronunciando

quel Si,

ti sei fatta piena di grazia

poiché portatrice

 di un infinito  amore,

capace  di consolare

e sanare ogni cuore

afflitto dal più

terribile  dolore.

Dona all’umanità

Pace e Serenità.

Fai dunque in

 modo che

nel mondo ci sia

una sana allegria,

e si  faccia fra gli

uomini più fraternità,

unica vera strada

per andare incontro

ad una più vera

ed autentica felicità.

O Santa Vergine,

Tu che accogliesti

 nel tuo grembo immacolato

una piccola  ma

 grande creatura,

mille volte più grande,

forte e  benigna

della stessa natura,

una piccola  vita

che sapevi già non

 appartenerti del tutto,

poiché generata da te,

ma di un altro amore infinito

 e cosmico era frutto,

creatura che sarebbe

presto tornata alla casa

del Padre,

voglia tu vegliare su tutti

coloro  che prematuramente

lasciano la vita terrena,

fai in modo che la loro

anima sia davvero serena,

fai in modo che per loro non cali  mai la sera,

e se calar deve,

per lo meno,

fai  che non  sia  troppo  buia o nera.

Randazzo lì 11/07/2006

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NATALE È GIÀ PASSATO

Natale è già passato,

 il bambinello è gia nato,

è caduta fiocco a fiocco,

 lieve, lieve

la candida neve.

  Il vecchio anno se ne è andato,

 con esso speriamo anche

 tutte le avversità,

ed un nuovo anno è già arrivato,

portando a tutti un pò di Gioia,

Amore e Bontà,

così che l’umanità,

più felice e serena sarà.

Buone Feste a te e famiglia,

che la befana vi porti

 solo stupore e meraviglia.

Randazzo lì 28/12/03

 

 

CARO CUORE.

Caro cuore, è a te che sono rivolte queste

mie parole, non continuare a battere più

così senza freno, anche se sei così

d’amore pieno,

cessa una buona volta,

dai! Ti prego!

Tu vuoi amare, amare sul serio,

ma sai che non puoi, non davvero, il perché non

si sa è ancora un mistero.

Basta, basta, finisci di sognare, è venuto

invece il tempo di dimenticare,

dimentica lui, l’amore e tutto il resto,

perché forse per te è ancora troppo

presto,sperando però che il vero

ostacolo alla tua

felicità sia soltanto questo.

 

 

 

“CUORE RIBELLE”

Oh caro cuore, che ti ribelli e ti agiti continuamente
 con tanta furia dentro il petto,
per il tuo stato di non amore,
per un destino a te avverso,
per qualche privilegio a te mancato
e per un muro non abbattibile,
che non vuoi,
né sai accettare più
e né tanto meno
ignorare come facevi da bambina,
quando,ancora ignara d’ogni cosa,
e priva d’ogni piccola pena,
eri entusiasta e felice per un nulla.

Oh cuore indomabile,
che scalpiti senza un attimo di tregua
 nel mio petto,
come un giovane puledro irrequieto
 che non esita a correre
 dopo averlo fatto già,
poiché spinto dalla vita.
Si, quella stessa vita
che spinge ognuno di noi,
nonostante gli ostacoli,
ad amarci liberamente l’un l’altro,
senza più catene,
né impedimenti,
e né barriere interne.

Come uno scrigno a sorpresa sei tu
oh giovane cuore ribelle,
che custodisci dentro,
tanta forza,
tanta energia e soprattutto.
tanto amore,
che vorresti poter sprigionare un giorno,
donandoli magari a chi come te,
sta aspettando una nuova
possibilità,
con quello stato di umile solitudine
che solo un vero innamorato ha,
in attesa di una nuova occasione
che cambi definitivamente
la tua vita,
facendo di te una vera donna
felice e appagata,
ma sai purtroppo che
qualcosa non finirà mai di impedirtelo,
un qualcosa di misterioso,
di non bene definibile,
di non spiegabile,
un misto cioè di stupide paure
e di sciocche idee,
appena impercettibili per i più,
ma irrimediabilmente in corso,
che cerchi tuttavia di combattere sperando
in qualche modo di vincerle.

Ed ecco in te,
un putiferio di idee strane ronzare
sempre più insistentemente
nella tua mente,
che riesci a mala pena
a dominare
con il lume della ragione,
contro la moltitudine
di sensazioni che senza
sentir ragioni,
sovrastano come signori,
quel tuo cuore
così stanco e inerme.      

   Questa poesia è una delle poesie dal contenuto abbastanza forte, scritta nella primavera del 1995,

“ESSERE AMICI”

Un amico è raro averlo,

è quasi come trovare un bel fiore

con un fragrante profumo e d’un

delicato colore, in una tundra

ghiacciata completamente

disabitata.

O come intravedere in un deserto

arido e secco,

quasi come in un miraggio,

una sorgente,

sgorgante dell’acqua viva,

fresca e pura.

Trovare oggi un vero amico

è dunque un’impresa ardua,

sennonché il più delle volte

impossibile,

ma solo chi l’ha trovato,

lo ha assaporato e soprattutto

chi ha saputo accettarlo

per quello che è,

con molta dolcezza

e umiltà d’animo,

sa spiegare cosa sia

effettivamente un amico,

un vero amico.

Solo chi ha vissuto

una sincera amicizia

cercando veramente

di dare tutto quello può,

senza mai aspettarsi nulla in cambio,

sa dire cosa significhi essere

un vero amico

per qualcuno.  

Vera Guidotto

Randazzo lì 1994

 

“LA BELLA SIGNORA”

 

C’è una bella signora

di un bianco  candido,

come è candido il velo

d’una sposina sul punto di

emettere il suo si decisivo,

che unirà per sempre la

propria esistenza,

il proprio destino,

il proprio presente,

passato e futuro all’amato,

col cuore pieno di gioia e

di bontà.

Puro e semplice

come la bianca neve che

col suo manto bianco

spazza via tutte le impurità

del mondo e ridona all’uomo

la sua vera ed originaria

identità di essere umano

con l’animo colmo di bontà

e d’amore.

“L’AMORE”

     L’Amore è come un dolce fiore,

che nasce infondo al cuore, e

se non lo innaffi muore.

Nulla ci puoi far, viverlo

con dignità, perché esso

non è affatto da ignorar

e tanto meno da gettar

via come se nulla sia,

ma merita lo stesso

un sacco, un sacco

d’affetto.

Scritta nel 90

 

                                                                                         “NÈ DONNA NÉ BAMBINA”

Tale poesia, scritta sul finire del 1993, è un componimento poetico un po’ più complesso rispetto alle precedenti, poesie, quali: “L’Amore”, “Un Amico”, “La felicità” e “La leggiadra fanciulletta”, in quanto come si può notare già da una prima lettura, il tema comincia a cambiare.
Io stessa mi sto accorgendo di stare cambiando, ed è un cambiamento non solo fisico, ma psichico il mio, è come se in me, ci fossero all’improvviso due cuori, due modi di essere, di voler essere, due volontà diverse fortemente in contrasto tra loro insomma: quella della bambina che cerca di aggrapparsi con tutta se stessa al desiderio di rimanere sempre tale, perché la sua infanzia è stata una delle più felici e spensierata che potesse mai desiderare, in quanto, come bambina aveva avuto tutto l’amore, il calore e il grande affetto che nutrivano non solo i suoi parenti, che questo nel corso degli anni non è cambiato, anzi, ma anche quello della maestra e dei compagni della scuola elementare, che l’hanno accolta con immenso affetto e serenità.
Quello era il suo mondo incantato, aveva legato talmente tanto con loro, che puntualmente ogni anno, arrivati all’ultimo giorno di scuola, lei scoppiava a piangere, contrariamente a tutti gli altri bambini, che ovviamente non vedevano l’ora che finisse la scuola per poter giocare in pace, ma per quella bambina, quando arrivava quel momento era come se le togliessero qualcosa di veramente grande a cui non voleva, non poteva rinunciare  assolutamente, fino a quando arrivò l’ora x.
Era solo l’ultimo giorno di scuola della 5° elementare, per me per molto tempo non ci fu cosa peggiore, non volevo accettare l’idea di crescere; in quel momento, non so come, sapevo che la mia vita dal punto di vista affettivo non sarebbe mai stata più la stessa; infatti, non mi sbagliavo, perché crescendo anno dopo anno incominciavo a desiderare si, un amico, o un’amica sincera, ma nel mio cuore stava entrando una persona nuova, una donna, che tuttavia respingevo con tutte le mie forse; ma ormai era troppo tardi, mi stavo innamorando per la seconda volta di un ragazzo conosciuto al liceo, con il quale ho fatto solo il biennio, in quanto io a causa di una insegnante di sostegno che ha fatto tutto tranne che aiutarmi, sono stata bocciata, e quindi anche se eravamo nella stessa scuola, il nostro rapporto si è andato sempre più deteriorando e di questo avevo paura, perché mi era già successo in passato e non volevo soffrire più, ma nello stesso tempo non riuscivo ad impedire al mio cuore di battere di nuovo per un altro.
La poesia già nei primi versi, denota una sorta di crisi esistenziale, non so più quasi chi sono, né so con certezza chi voglio essere, se desidero essere finalmente una donna e quindi essere libera d’amare, anche se in realtà non lo sono assolutamente, oppure cercare di trattenere, pur con la forza quella bambina allegra e felice di un tempo.

Qui si nota soprattutto il profondo desiderio d’amare e di essere amata, ma nello stesso tempo la paura soffrire di nuovo, di conseguenza il forte bisogno di tornare indietro col tempo, quando ero libera di esprimere ciò che sentivo, senza la paura di dichiararlo apertamente, con la certezza di essere sempre e comunque amata; cosa che non poteva mai fare la donna che stava entrando in me, che non sa spiegarsi il perché di così tanti dubbi, paure, incertezze e timore regnino in quel suo piccolo grande cuore.         

A questo punto si può notare la raffinata similitudine tra la rosa che “sta incominciando a sbocciare di un delicato e fresco profumo di petali gentili,  così come delicato e gentile, ma timoroso, è il tuo dolce amore che comincia involontariamente a riscaldare il tuo povero buon cuore”.
Questi sono gli ultimi versi della poesia, tratti testualmente, sono versi che si commentano da sé, quindi non credo che necessitano di ulteriore spiegazione, giacché il finale è un po’ il sunto di tutta la poesia.       

Ad ispirarmi tale poesia, cioè a darmi in qualche maniera l’ispirazione giusta, o meglio l’imput per iniziare a scrivere, oltre a quelle naturalmente sopra descritte, fu stranamente una canzone cantata da una delle ragazze di una trasmissione televisiva più o meno stupida che  parò a me all’epoca piaceva molto, perché era condotta da ragazze che facevano in qualche modo spettacolo, con giochi, musica e interviste, si chiamata NON E’ LA RAI, peccato che però con tempo si è andata rovinando, infatti, era diventata sciocca e vuota, l’unica cosa che ricordo davvero con vero piacere è appunto quella famosa canzone, che forse ad alcuni sarà sembrata insignificante, ma in tanto a me, è servita per scrivere questa poesia, infatti, il tutolo dalla mia poesia è proprio quello della stessa canzone, le uniche parole che mi sono rimaste impresse sono proprio quelle con cui incomincia la mia poesia, anche se molto, ma molto personalizzate, e sono: “I sogni tuoi di prima, solo che adesso non vuoi” e poi ovviamente il resto della poesia l’ho scritta secondo la mia reale esperienza.

NÉ DONNA NÉ BAMBINA.

Chi sei tu? Né donna né bambina, che

cerchi disperatamente nel tuo piccolo

grande cuore, i sogni tuoi di prima,

solo che adesso non vuoi, chi senti

di essere? E chi vorresti essere?

L’una o l’altra? Oh come era bello

quel tuo cuoricino bambino, sempre

pronto a veder in ogni piccola cosa

la felicità, in ogni piccolo gesto la bontà.

Ancora incapace di mentire per paura,

perché sapevi che sempre, in ogni caso

 saresti stato amato, e perché

  tanti dubbi ora? Ora che stai finalmente

crescendo, perché tante paure?

Tante incertezze? E tanto timore

regna in quel tuo piccolo grande cuore?

Ancora fresco come una rosa che sta

Incominciando a sbocciare di un delicato

E fresco profumo di petali gentili, così 

come delicato e gentile, ma timoroso,

è il tuo dolce amore che comincia

involontariamente a riscaldare

il tuo buon cuore.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

                                                                                                                         

Gesualdo De Luca

Gesualdo De Luca, al secolo Giuseppe Ignazio, nasce a Cesarò nell’agosto del 1814. Sicuramente avrà studiato al Real Collegio Capizzi di Bronte e dopo aver superato gli esami nel 1829  si trasferisce a Castelbuono per indossare la veste di cappuccino ed assumere il nome di Gesualdo.
Con questo nome firma tutte le sue opere letterarie. Fu ordinato sacerdote il 23 settembre 1837. Dopo essere stato nominato segretario del  Procuratore generale dell’Ordine di Messina si trasferisce a Roma e nel 1848 segue a Gaeta il Papa Pio IX  che aveva abbandonato Roma.
Nel 1849 fa ritorno a Bronte  dove è nominato Lettore di Teologia Dogmatica e Morale delle scuole dell’Ordine.
Scrive più di cento opere (il più famoso ” Storia della Città di Bronte “).
A seguito della legge legge 3036 del 7 luglio 1866,che sopprime gli Ordini Religiosi,  diviene un “pericolo pubblico “. 
 Il 22 settembre 1866 padre Gesualdo fu arrestato per le sue idee filo borboniche e dopo 14 giorni di prigione messo in libertà. Dopo alcuni anni di girovagare nel 1870 si trasferisce definitivamente a Bronte dove muore il 26 febbraio 1892.
Nel 1859 pubblica presso l’editore Galàtola di Ct : “ Elogio funebre per Sua Maestà Ferdinando II Re delle due Sicilie detto in San Martino di Randazzo chiesa collegiata parrochiale a turno matrice “ che puoi leggere qui di seguito.

Abbiamo inserito anche  “La Storia della Città di Bronte” per meglio conoscere l’Autore.

Raimondo Diaccini – Vita del Beato Domenico Spadafora

Giuseppe Plumari – Lettere Autografe 1822

Federico De Roberto – CATANIA con 152 Illustrazioni

Antonio Agostini

Antonio Agostini nato a Siracusa nel 1976.
Si laurea in Lettere moderne presso l’Università degli Studi di Catania, nell’ambito della cattedra di Storia dell’arte medievale diretta dalla prof.ssa Claudia Guastella, con tesi sulle arti minori.
Presso lo stesso Ateneo consegue il Diploma di Specializzazione per l’Insegnamento Secondario in Storia dell’arte e da anni collabora alla campagna di catalogazione dei beni culturali mobili della Diocesi di Acireale, città nella quale vive.

Ad Acireale è il presidente dell’Associazione ” Cento Campanili ” che si occupa di valorizzare le nostre opere artistiche per un turismo culturale.

Nel 2014 presso Bonanno Editore ha pubblicato il saggio: 

 

Sei secoli di oreficerie. Artisti e committente internazionali e isolane nell’etnea Randazzo

 

in due volumi di 824 pagine e 324 figure avente per soggetto: : Architettura e Arte Religiosa,Design,Oreficeria (Argento, Gemme, Gioielli, Oro),Pittura.
Un commento al primo volume:
Il
libro presenta uno studio sistematico sulle oreficerie custodite nelle chiese dell’antica città demaniale di Randazzo (Catania).
Partendo da un profilo storico del centro etneo, protagonista nei secoli XIV e XV delle vicende della storia siciliana, viene affrontato cronologicamente il percorso che portò alla realizzazione di oggetti cultuali in materiale prezioso nelle tre maggiori chiese, antiche rivali nella ostentazione del “potere”.
Un commento al secondo volume:
                L’opera presenta un’indagine sistematica sulla suppellettile appartenenti agli edifici religiosi della città di Randazzo, in provincia di Catania, con particolare riguardo alle tre maggiori chiese cittadine.
Partendo dal profilo storico del centro etneo, protagonista nei secoli XIV e XV delle vicende siciliane grazie al ruolo di sede estiva della corte regia, vengono descritte le tappe salienti che portarono alla realizzazione delle oreficerie.
Lo studio individua caratteri internazionali per le suppellettili medievali, svelando provenienze francesi, toscane, veneziane e nord italiane.
Nel periodo che va dal XVI al XIX secolo, la concentrazione di materiale che giunge dai due maggiori centri di produzione siciliana quali Messina e Palermo, unitamente alla presenza degli argentieri di Acireale e Catania, permette di acquisire un valido campionario di marchiature.
La seconda parte è dedicata all’illustrazione e alla descrizione dei singoli oggetti, con lo specifico compito di rilevare la particolare cifra stilistica voluta dalla committenza delle diverse collezioni che, nel loro insieme, costituisce una delle più cospicue raccolte di oreficeria sacra all’interno del panorama isolano.

 

Antonio Agostini

 

 

 

 a cura di Francesco Rubbino

Stefano Bottari

 

Nato a Fiumedinisi il 6 marzo 1907 ma fu sempre molto legato al vicino paese di Itala (ME) dove aveva gli affetti ed aveva intrapreso un’importante attività di ricerca e studio.
Iniziò la propria attività di studio con un corso di architettura presso l’
Università degli studi di Messina. Iscrittosi al corso di laurea in presso l’Università degli Studi di Catania conseguì il diploma il 5 novembre del 1931 discutendo una tesi sulle rime di Michelangelo.

Iniziò la docenza nel 1935 quando ottenne l’incarico di professore di Storia dell’arte medioevale e moderna presso l’ateneo messinese.
Nel successivo 
1937 ottenne il medesimo incarico alla facoltà di Lettere dell’Università di Catania e nel 1939 ebbe l’incarico di docente di storia dell’arte medioevale e moderna a Messina.
Dopo un ulteriore periodo di docenza a Catania dal 
1957 ottenne una prestigiosa cattedra all’Università degli studi di Bologna.
Nella sua attività si occupò anche di catalogazione e restauro d’opere d’arte (si ricorda soprattutto la sua consulenza per la 
Pinacoteca Zelantea di Acireale[2]) e di divulgazione con la rivista «Arte critica e Moderna».
Noi  ricordiamo  questo illustre critico d’arte per aver scritto un pregevole libretto: ” LE OREFICERIE DI RANDAZZO “, dove non si limita soltanto a parlare dei tesori delle nostre tre chiese, ma traccia un profilo della Città veramente ragguardevole.
Si spense a 
Bologna l’11 febbraio 1967

Banda Musicale

 

 

 

Foto Tony Trazzera

 

Banda Musicale – Erasmo Marotta

 

Foto Nunzio Zappalà

 

foto Tony Trazzera

 

foto Tony Trazzera

 

Banda-Musicale-di-Noto-e-di-Randazzo-14-agosto-1952-foto-Carmelo-Venezia.

foto Tony Trazzera

1955 – Banda Musicale. foto Carmelo Venezia

 

foto Nunzio Zappalà

 

 

 

1899 – Banda Musicale. foto Vincenzo Rotella

 

foto Tony Trazzera

 

foto Carmelo Venezia

 

25 nov.2017 – Massimo Greco e la Banda Musicale

 

 

25.nov.2017 Massimo Greco e la Banda Musicale

foto Tony Trazzera

 

foto Tony Trazzera

 

foto Tony Trazzera

 

Concerto – 2018

 

Giacomo Rosa (1472/1548) – Francescano

Angela Militi

Angela Militi ricostruendo la storia de : La Chiesa e il Convento di San Francesco dei Frati Minori Conventuali a Randazzo, si imbatte in un francescano randazzese  Padre Giacomo Rosa molto famoso ai suoi tempi per la sua eloquenza e sepolto addirittura nel chiostro del Noviziato della basilica di Sant’Antonio a Padova.
Qui di seguito la storia.

Per coloro che volessero approfondire la storia del nostro Convento basta cliccare sul titolo per accedere al sito ” Randazzo Segreta” di Angela Militi che ringraziamo di cuore per averci raccontato questa storia.

 

 

Nino Grasso – Parco Sciarone: la Madonna di Fatima una Storia di Devozione


 

 

MARIA PIA RISA

                   
                       Maria Pia Risa risiede a Randazzo e opera nel settore della formazione.


Giornalista, ha collaborato con la cattedra di Sociologia generale della Facoltà di Scienze

 della Formazione presso l’Università degli studi di Catania, per la quale ha pubblicato il volume “Prometeo al cibermondo” (Bonanno editore, 2010), e ha contribuito nel collettaneo “L’agonia di Apollo” di M. Calandra (Bonanno, 2008). Scrive per “La Voce dell’Jonio”, “La rivista dell’arma”, “Bioetica e cultura”. Ha relazionato in un convegno internazionale sulla criminalistica tenutosi a Montecitorio.
 Nel 2016 pubblica il volume “Poesie-preghiere da San Francesco ad oggi”  presentato in Vaticano il 13 aprile 2016 dai relatori: Raffaele Luise (vaticanista della Rai), S. Ecc. Mons. Emery Kabongo (segretario particolare di San Giovanni Paolo II), Giuseppe Vecchio (giornalista), Don Santino Spartà (professore), modera l’incontro Rosanna Vaudetti, (presentatrice Rai). L’incontro è stato arricchito dalla declamazione cantata di alcune Poesie-preghiere del compositore e chitarrista Gesuele Sciacca, accompagnato dagli artisti: M. Leonardi (viola) F. Pulvirenti (fisarmonica), F. Sciacca (pianoforte), E. Cavallaro (basso) e dalle voci soliste: D. Greco, S. Cannata, A. Ardizzone e I. Sciacca.

 

 

 

              “Poesie-preghiere da San Francesco ad oggi” di Maria Pia Risa: la presentazione in Vaticano

 

         Il volume sarà presentato – alla presenza dell’autrice – dal vaticanista Rai Raffaele Luise, dal giornalista Giuseppe Vecchio e dal professore don Santino Spartá.
Sarà presentato mercoledì 13 aprile alle ore 17:30, nella sala del Buon consiglio all’interno della parrocchia di Sant’Anna in Vaticano, il volume “Poesie-preghiere da San Francesco ad oggi” (editoriale Agorà), curato dalla siciliana Maria Pia Risa. Si tratta di un’antologia di poesie-preghiere scritte dal ‘200 ai giorni nostri – particolare nel suo genere all’interno del panorama letterario – che contiene 209 poesie-preghiere di 58 autori diversi, per un totale di 360 pagine.
L’opera esordisce con San Francesco d’Assisi per giungere ai contemporanei, passando per figure prestigiose come Dante Alighieri e Giovanni Paolo II.

Poesie-preghiere di Maria Pia Risa

Da segnalare la presenza di poeti dichiaratamente lontani dal Cristianesimo, come Leopardi, D’Annunzio e Montale.
“Questa ricerca – spiega la curatrice nella sua premessa – trae ispirazione da un incontro culturale con don Santino Spartà (saggista e critico letterario dall’intensa attività poetico-culturale), che mi erudì sulla sottile, ma nodale differenza fra poesia-religiosa e poesia-preghiera”.
Solo la seconda, infatti, contiene un’invocazione, e non è stato un lavoro da poco individuare i testi che rispondessero a queste caratteristiche.
È nella Biblioteca Apostolica Vaticana di Roma, luogo maestoso e di indescrivibile bellezza, che la curatrice ha svolto, quasi esclusivamente, la sua paziente opera di ricerca.
L’opera si distingue per il contenuto e la monumentalità. Per il contenuto, in quanto raccoglie esclusivamente poesie-preghiere, abbracciando oltre otto secoli.
Per la monumentalità, perché contiene poesie-preghiere composte in un lungo arco temporale, da quelle in volgare scritte da San Francesco d’Assisi a quelle in lingua corrente.
I testi sono raccolti in rigoroso ordine cronologico, mantenendo la trascrizione originale. Per agevolare il lettore, ogni autore è accompagnato da una breve biografia, mentre le note esplicative non sono concentrate alla fine del libro, ma poste a piè di pagina.
L’antologia “Poesie-preghiere da San Francesco ad oggi” è arricchita da un’introduzione di don Santino Spartà e da una prefazione di Antonino Blandini,giornalista e dottore in Diritto canonico.
In copertina reca uno scatto di Gabriele Roncati e Gianni Caggegi.
“Poesia e preghiera sono sorelle, e non mi meraviglio che i poeti continuino a comporre le più belle orazioni”, scrive don Spartà, che traccia un ricco excursus sulle definizioni di “poesia” e di “preghiera” nei secoli, rammentando che “i poeti sono i portavoce dell’eternità nel tempo, le sentinelle sempre vigili tra terra e cielo, i sacerdoti laici, candidati a trasformare in preghiera l’alfabeto intimo dell’uomo”.
Il lavoro della Risa ambisce a porsi controcorrente: in un periodo storico in cui la poesia è sempre più negletta, la rilettura di questi testi immortali può essere di aiuto per rifugiarsi con profitto nell’interiorità del proprio essere.
Non solo: può rappresentare un valido sussidio divulgativo e didattico, specie per le nuove generazioni. 
      “Agli studenti di oggi è praticamente negata dalle antologie letterarie ‘ufficiali’ dei cosiddetti ‘libri di testo’ la conoscenza dei candidi fiori di preghiere-poesie espresse dai nostri grandi letterati, ormai classificati in categorie intoccabili e mummificate“, fa notare Blandini nella prefazione.
“Da qui scaturisce l’opportunità, anzi la necessità, di leggere, meditare, studiare per il bene dello spirito e della mente la presente antologia ‘orazionale’, una formidabile ‘catechesi poetica’, accessibile, godibile, leggibile e intellegibile a tutti coloro che apprezzano le geniali intuizioni poetiche contenute in tante preghiere che arricchiscono la storia della prestigiosa letteratura italiana”.
Il volume sarà presentato – alla presenza dell’autrice – dal vaticanista Rai Raffaele Luise, dal giornalista Giuseppe Vecchio e dal professore don Santino Spartá.
L’incontro – moderato dall’annunciatrice Rai Rosanna Vaudetti – sarà arricchito dalla declamazione cantata di alcune poesie-preghiere contenute nel libro, musicate dal compositore e medico Gesuele Sciacca.
Sciacca canterà e suonerà alla chitarra accompagnato dalla sua band composta da: Mariodavide Leonardi alla viola, Franco Pulvirenti alla fisarmonica, Francesca Sciacca al pianoforte, Ettore Cavallaro al basso.
Voci coriste: Daniela Greco, Sebastiana Cannata, Angelo Ardizzone e Isidora Sciacca. Fonico: Giuseppe Pandolfo.
fonte Catania Today

 
PARLANO DI MARIA PIA RISA

           

Libri: presentato nella parrocchia di Sant’Anna in Vaticano “Poesie-preghiere da San Francesco ad oggi”

“L’incontro fra poesia e religione non è scontato. Eppure nel dinamismo della poesia autentica c’è sempre un’interrogazione profonda al mistero della creatura”, ha detto il vaticanista Rai, Raffaele Luise, intervenendo ieri sera nella parrocchia di Sant’Anna in Vaticano alla presentazione del libro “Poesie-preghiere da San Francesco ad oggi”, curato dalla siciliana Maria Pia Risa.
Luise si è soffermato sul Cantico delle creature di San Francesco d’Assisi, che apre il florilegio, “un testo profetico, continua fonte di ispirazione pure per il nostro Pontefice”.
“Il libro curato da Maria Pia Risa merita di essere conosciuto per il suo argomento profondo e per la sua grande validità educativa – ha aggiunto il giornalista Giuseppe Vecchio –, considerando, inoltre, il coraggio di concepirlo in Sicilia, dove le difficoltà di fare cultura sono rilevanti”.

Papa Francesco con Maria Pia Risa


“Realizzare questa raccolta è stato come tessere una tela – ha spiegato la curatrice – tenendo ben presente nella selezione dei testi la sottile, ma nodale differenza fra poesia preghiera e poesia religiosa, in cui solo la prima contiene un’invocazione”.
“Non si prega solo frequentando le celebrazioni religiose; si può pregare anche facendo poesia, a volte senza accorgersene, utilizzando il linguaggio poetico quale cassa di risonanza per gli interrogativi che da sempre attanagliano l’uomo”, ha puntualizzato Maria Pia Risa.
La presentazione dell’antologia – moderata dall’annunciatrice Rai Rosanna Vaudetti – è stata arricchita dalla declamazione cantata di alcune poesie-preghiere musicate dal maestro Gesuele Sciacca, accompagnato dalla sua band.
fonte AgenSir

 

CITTÀ DEL VATICANO

Presentato il libro di Maria Pia Risa “Poesie-preghiere da San Francesco ad oggi”

Un libro che sonda religiosamente le varie epoche della letteratura italiana, evidenziando i poeti che si candidano a portavoce dell’eternità”: con queste parole il saggista e critico letterario don Santino Spartà ha introdotto nella parrocchia di Sant’Anna in Vaticano la presentazione del libro “Poesie-preghiere da San Francesco ad oggi (editoriale Agorà), curato dalla siciliana Maria Pia Risa.
Il volume raccoglie 209 poesie-preghiere scritte dal Duecento ai giorni nostri, attribuite complessivamente a 58 autori.
L’opera esordisce con San Francesco d’Assisi per giungere ai contemporanei passando per figure prestigiose come Dante Aligheri e San Giovanni Paolo II.

Monsignor Emery Kabongo e Maria Pia Risa

Le loro orazioni sono state selezionate con un paziente lavoro di ricerca, svolto quasi esclusivamente nella Biblioteca Apostolica Vaticana di Roma.
Tutti gli autori – ha aggiunto don Spartà, che ha curato l’introduzione dell’antologia – hanno affidato stilisticamente all’Altissimo gioie intime e problematiche esistenziali tramite le loro appassionate invocazioni. Ecco quindi sfilare tra le pagine le figure di santi, beati, preti, suore, laici, ma anche nomi dichiaratamente lontani dal Cristianesimo, tra cui Leopardi, D’Annunzio e Montale, che la curatrice ha individuato quali autori di poesie-preghiere”. 

Monsignor Emery Kabongo, che fu per sette anni segretario particolare di San Giovanni Paolo II, intervenendo alla presentazione ha raccontato alcuni aneddoti della sua collaborazione con il Papa polacco, ricordandone il grande amore per l’arte poetica.

 “La poesia si può realmente definire un dono di Dio – ha osservato il prelato – è un veicolo che ci aiuta a riflettere e a rendere migliore la società in cui viviamo, oltre ad essere una formidabile modalità di preghiera”. “L’incontro fra poesia e religione non è scontato”, ha aggiunto il vaticanista Rai Raffaele Luise. “Eppure nel dinamismo della poesia autentica c’è sempre un’interrogazione profonda al mistero della creatura, che rappresenta il vero fil rouge dell’antologia di Maria Pia Risa”. Luise si è soffermato sul “Cantico di Frate Sole” di san Francesco d’Assisi, che apre il florilegio, “un testo profetico, continua fonte di ispirazione per il nostro Pontefice, come dimostra l’enciclicaLaudato si’”. “In un tempo in cui si assiste alla crisi dell’invocazione – ha concluso il vaticanista Rai – il volume che presentiamo oggi ci dona una memoria viva, capace di fecondare il deserto in cui viviamo”. 

Il libro curato da Maria Pia Risa merita di essere conosciuto per il suo argomento profondo e per la sua grande validità formativa ed educativa, specie per le nuove generazioni”, ha aggiunto il giornalista Giuseppe Vecchio. Un ulteriore merito va alla caparbietà e al coraggio di concepirlo in Sicilia, dove le difficoltà di fare cultura sono rilevanti, specie nell’ambito della carta stampata”. “Realizzare questa raccolta è stato come tessere una tela”, ha spiegato la curatrice Maria Pia Risa. “Nel cercare un filo conduttore fra i diversi autori e selezionare i testi, ho tenuto ben presente la sottile, ma nodale differenza fra poesia-preghiera e poesia-religiosa: solo la prima, infatti, contiene un’invocazione”. “È importante ricordare che non si prega solo frequentando le celebrazioni religiose; si può pregare anche facendo poesia, a volte senza accorgersene. Il linguaggio poetico diventa così una cassa di risonanza per gli interrogativi che da sempre attanagliano l’uomo”, ha puntualizzato la Risa. 

La presentazione dell’antologia – moderata dall’annunciatrice Rai, Rosanna Vaudetti – è stata arricchita dalla declamazione cantata di alcune poesie-preghiere musicate dal maestro Gesuele Sciacca, accompagnato dalla sua band. Tra le liriche eseguite ci sono il “Cantico di Frate Sole” di san Francesco d’Assisi, “Infondi la saggezza della pace” di san Giovanni Paolo II, “A filo di cielo” di Angelo Barile, “Non senti Tu, o Signore” di Luca Ghiselli, “Tu navighi sul fiume” di David Maria Turoldo, e due testi di Giuseppe Ungaretti: “La madre” e “Dannazione”“Poesie-preghiere da San Francesco ad oggi”.
fonte Filo Diretto

In Vaticano si presenta il volume curato da Maria Pia Risa

Il volume, un’antologia di poesie-preghiere scritte da 58 diversi autori dal ‘200 ai giorni nostri, sarà presentato il 13 aprile nella parrocchia di Sant’Anna. 

         Sarà presentato mercoledì 13 aprile alle ore 17:30, nella sala del Buon consiglio all’interno della parrocchia di Sant’Anna in Vaticano, il volume “Poesie-preghiere da San Francesco ad oggi” (editoriale Agorà), curato dalla siciliana Maria Pia Risa.

Si tratta di un’antologia di poesie-preghiere scritte dal ‘200 ai giorni nostri – particolare nel suo genere all’interno del panorama letterario – che contiene 209 poesie-preghiere di 58 autori diversi, per un totale di 360 pagine. L’opera esordisce con San Francesco d’Assisi per giungere ai contemporanei, passando per figure prestigiose come Dante Alighieri e Giovanni Paolo II. Da segnalare la presenza di poeti dichiaratamente lontani dal Cristianesimo,come Leopardi, D’Annunzio e Montale.

Rosanna Vaudetti e Maria Pia Risa.

“Questa ricerca – spiega la curatrice nella sua premessa – trae ispirazione da un incontro culturale con don Santino Spartà (saggista e critico letterario dall’intensa attività poetico-culturale), che mi erudì sulla sottile, ma nodale differenza fra poesia-religiosa e poesia-preghiera”. Solo la seconda, infatti, contiene un’invocazione, e non è stato un lavoro da poco individuare i testi che rispondessero a queste caratteristiche.

È nella Biblioteca Apostolica Vaticana di Roma, luogo maestoso e di indescrivibile bellezza, che la curatrice ha svolto, quasi esclusivamente, la sua paziente opera di ricerca. L’opera si distingue per il contenuto e la monumentalità. Per il contenuto, in quanto raccoglie esclusivamente poesie-preghiere, abbracciando oltre otto secoli. Per la monumentalità, perché contiene poesie-preghiere composte in un lungo arco temporale, da quelle in volgare scritte da San Francesco d’Assisi a quelle in lingua corrente.

I testi sono raccolti in rigoroso ordine cronologico, mantenendo la trascrizione originale. Per agevolare il lettore, ogni autore è accompagnato da una breve biografia, mentre le note esplicative non sono concentrate alla fine del libro, ma poste a piè di pagina.

L’antologia “Poesie-preghiere da San Francesco ad oggi” è arricchita da un’introduzione di don Santino Spartà e da una prefazione di Antonino Blandini,giornalista e dottore in Diritto canonico. In copertina reca uno scatto di Gabriele Roncati e Gianni Caggegi.

“Poesia e preghiera sono sorelle, e non mi meraviglio che i poeti continuino a comporre le più belle orazioni”, scrive don Spartà, che traccia un ricco excursus sulle definizioni di “poesia” e di “preghiera” nei secoli, rammentando che “i poeti sono i portavoce dell’eternità nel tempo, le sentinelle sempre vigili tra terra e cielo, i sacerdoti laici, candidati a trasformare in preghiera l’alfabeto intimo dell’uomo”.

Raffaele Luise e Maria Pia Risa.

Il lavoro della Risa ambisce a porsi controcorrente: in un periodo storico in cui la poesia è sempre più negletta, la rilettura di questi testi immortali può essere di aiuto per rifugiarsi con profitto nell’interiorità del proprio essere. Non solo: può rappresentare un valido sussidio divulgativo e didattico, specie per le nuove generazioni.
 “Agli studenti di oggi è praticamente negata dalle antologie letterarie ‘ufficiali’ dei cosiddetti ‘libri di testo’ la conoscenza dei candidi fiori di preghiere-poesie espresse dai nostri grandi letterati, ormai classificati in categorie intoccabili e mummificate“, fa notare Blandini nella prefazione.
“Da qui scaturisce l’opportunità, anzi la necessità, di leggere, meditare, studiare per il bene dello spirito e della mente la presente antologia ‘orazionale’, una formidabile ‘catechesi poetica’, accessibile, godibile, leggibile e intellegibile a tutti coloro che apprezzano le geniali intuizioni poetiche contenute in tante preghiere che arricchiscono la storia della prestigiosa letteratura italiana”.
Il volume sarà presentato, alla presenza dell’autrice, dal vaticanista Rai Raffaele Luise, dal giornalista Giuseppe Vecchio e dal professore don Santino Spartá. L’incontro – moderato dall’annunciatrice Rai Rosanna Vaudetti – sarà arricchito dalla declamazione cantata di alcune poesie-preghiere contenute nel libro, musicate dal compositore e medico Gesuele Sciacca.
Sciacca canterà e suonerà alla chitarra accompagnato dalla sua band composta da: Mariodavide Leonardi alla viola, Franco Pulvirenti alla fisarmonica, Francesca Sciacca al pianoforte, Ettore Cavallaro al basso. Voci coriste: Daniela Greco, Sebastiana Cannata, Angelo Ardizzone e Isidora Sciacca. Fonico: Giuseppe Pandolfo.
fonte Paese Italia Press.it

Poesie-preghiere”, presentato al convento il libro di Maria Pia Risa 

l convento “San Francesco”, secondo appuntamento della rassegna letteraria “Stilografiche di primavera”, promossa dall’associazione “Luigi Sturzo” di Biancavilla.

Un pubblico numeroso e attento ha seguito, venerdì scorso nella chiesa del convento di San Francesco a Biancavilla, la presentazione dell’antologia di poesie-preghiere curata da Maria Pia Risa, operatrice della formazione e giornalista. Era il secondo appuntamento della rassegna letteraria “Stilografiche di primavera”, organizzata nell’ambito della “Settimana del libro” dall’associazione “Don Luigi Sturzo” di Biancavilla.

L’incontro è stato impreziosito dal maestro Gesuele Sciacca – medico e compositore che musica le poesie – e dalla sua band, i quali hanno suonato, declamato e cantato sette delle poesie contenute nella raccolta.

Una serata sobria e intensa, introdotta, in omaggio alla comunità ospitante, dall’esecuzione del “Cantico di Frate Sole” che apre la raccolta. A dare i saluti iniziali sono stati frate Antonio Vitanza, guardiano del convento, e Ada Vasta, presidente dell’associazione “Sturzo”. Il primo ha ricordato come il contenuto dell’antologia ben si sposi con lo spirito francescano e come questo porti al piacere-dovere dell’ospitalità. La seconda che l’opera, perfettamente inquadrata nella rassegna in corso, contribuisce alla crescita culturale della comunità locale anche stimolando il piacere della lettura.

Il giornalista Giuseppe Vecchio, direttore della testata cattolica “La Voce dell’Jonio” di Acireale, con la quale collabora la curatrice dell’antologia, ha sottolineato l’importanza dell’opera, realizzata grazie al contributo di un gruppo di operatori culturali tutti siciliani: da don Santino Spartà, che ha ispirato e guidato la Risa e ha scritto l’introduzione in cui spiega l’originalità della poesia-preghiera, al prof. Nino Blandini, giornalista e saggista, curatore della dotta prefazione che lega perfettamente tutti gli autori. E ancora, l’editore Santo Bella, che ha coraggiosamente creduto nell’opera, e il maestro Gesuele Sciacca con la sua band, composta in questa occasione da Franco Pulvirenti alla fisarmonica e dalle voci di Daniela Greco, Sebastiana Cannata, Isidora Sciacca e Angelo Ardizzone.

Maria Pia Risa ha illustrato al pubblico presente il suo lavoro, dal colloquio con don Spartà alla ricerca, effettuata soprattutto nella Biblioteca Apostolica Vaticana; ha parlato della “scoperta” di autori di poesie-preghiere come Leopardi, D’Annunzio e Montale, conosciuti dai più come laici ben lontani dalla religiosità, e quindi anche di poeti che, pur non credenti praticanti, dimostrano un atteggiamento di confidenza con il “loro” Dio.
La curatrice ha ricordato che l’opera consta di 209 poesie-preghiere di 58 autori diversi, scritte dal Duecento ai nostri giorni. Ha anche sfatato la diceria diffusa secondo cui la frequentazione della Biblioteca Vaticana sia riservata soltanto a religiosi, se non addirittura a sacerdoti.
“In effetti – ha spiegato – per frequentare la biblioteca bisogna dimostrare di entrare per motivi di studio e/o di ricerca. Io ha incontrato quasi esclusivamente laici”. E ha rivelato come sia rimasta spiritualmente colpita dal lavoro di ricerca svolto.
La presentazione di “Poesie-preghiere da San Francesco a oggi” è stata arricchita dagli interventi liberi di due biancavillesi, Giosuè Rubino, musicologo, e Annarita Nicolosi, ricercatrice e componente dell’associazione “Sturzo”, oltre che dagli intermezzi poetico-musical-canori di Gesuele Sciacca e la sua band, che hanno chiuso la serata con la riproposizione, richiesta ed applaudita, del “Cantico di Frate Sole”.
fonte : www.biancavillaoggi.it

  

 

 Rossella Janello  ” La Sicilia ”  12 aprile 2016.

 

 

“Poesie-preghiere da San Francesco ad oggi” di Maria Pia Risa: la presentazione in Vaticano

Il volume sarà presentato – alla presenza dell’autrice – dal vaticanista Rai Raffaele Luise, dal giornalista Giuseppe Vecchio e dal professore don Santino Spartá.
Sarà presentato mercoledì 13 aprile alle ore 17:30, nella sala del Buon consiglio all’interno della parrocchia di Sant’Anna in Vaticano, il volume “Poesie-preghiere da San Francesco ad oggi” (editoriale Agorà), curato dalla siciliana Maria Pia Risa.
Si tratta di un’antologia di poesie-preghiere scritte dal ‘200 ai giorni nostri – particolare nel suo genere all’interno del panorama letterario – che contiene 209 poesie-preghiere di 58 autori diversi, per un totale di 360 pagine.
L’opera esordisce con San Francesco d’Assisi per giungere ai contemporanei, passando per figure prestigiose come Dante Alighieri e Giovanni Paolo II.
Da segnalare la presenza di poeti dichiaratamente lontani dal Cristianesimo, come Leopardi, D’Annunzio e Montale.
 
“Questa ricerca – spiega la curatrice nella sua premessa – trae ispirazione da un incontro culturale con don Santino Spartà (saggista e critico letterario dall’intensa attività poetico-culturale), che mi erudì sulla sottile, ma nodale differenza fra poesia-religiosa e poesia-preghiera”.

Solo la seconda, infatti, contiene un’invocazione, e non è stato un lavoro da poco individuare i testi che rispondessero a queste caratteristiche.
È nella Biblioteca Apostolica Vaticana di Roma, luogo maestoso e di indescrivibile bellezza, che la curatrice ha svolto, quasi esclusivamente, la sua paziente opera di ricerca.
L’opera si distingue per il contenuto e la monumentalità.
 Per il contenuto, in quanto raccoglie esclusivamente poesie-preghiere, abbracciando oltre otto secoli.
Per la monumentalità, perché contiene poesie-preghiere composte in un lungo arco temporale, da quelle in volgare scritte da San Francesco d’Assisi a quelle in lingua corrente.
I testi sono raccolti in rigoroso ordine cronologico, mantenendo la trascrizione originale. Per agevolare il lettore, ogni autore è accompagnato da una breve biografia, mentre le note esplicative non sono concentrate alla fine del libro, ma poste a piè di pagina.
L’antologia “Poesie-preghiere da San Francesco ad oggi” è arricchita da un’introduzione di don Santino Spartà e da una prefazione di Antonino Blandini,giornalista e dottore in Diritto canonico.
In copertina reca uno scatto di Gabriele Roncati e Gianni Caggegi.

          “Poesia e preghiera sono sorelle, e non mi meraviglio che i poeti continuino a comporre le più belle orazioni”, scrive don Spartà, che traccia un ricco excursus sulle definizioni di “poesia” e di “preghiera” nei secoli, rammentando che “i poeti sono i portavoce dell’eternità nel tempo, le sentinelle sempre vigili tra terra e cielo, i sacerdoti laici, candidati a trasformare in preghiera l’alfabeto intimo dell’uomo”.

Maria Pia Risa

Il lavoro della Risa ambisce a porsi controcorrente: in un periodo storico in cui la poesia è sempre più negletta, la rilettura di questi testi immortali può essere di aiuto per rifugiarsi con profitto nell’interiorità del proprio essere. Non solo: può rappresentare un valido sussidio divulgativo e didattico, specie per le nuove generazioni.
“Agli studenti di oggi è praticamente negata dalle antologie letterarie ‘ufficiali’ dei cosiddetti ‘libri di testo’ la conoscenza dei candidi fiori di preghiere-poesie espresse dai nostri grandi letterati, ormai classificati in categorie intoccabili e mummificate“, fa notare Blandini nella prefazione.
“Da qui scaturisce l’opportunità, anzi la necessità, di leggere, meditare, studiare per il bene dello spirito e della mente la presente antologia ‘orazionale’, una formidabile ‘catechesi poetica’, accessibile, godibile, leggibile e intellegibile a tutti coloro che apprezzano le geniali intuizioni poetiche contenute in tante preghiere che arricchiscono la storia della prestigiosa letteratura italiana”.
Il volume sarà presentato – alla presenza dell’autrice – dal vaticanista Rai Raffaele Luise, dal giornalista Giuseppe Vecchio e dal professore don Santino Spartá. L’incontro – moderato dall’annunciatrice Rai Rosanna Vaudetti – sarà arricchito dalla declamazione cantata di alcune poesie-preghiere contenute nel libro, musicate dal compositore e medico Gesuele Sciacca.
Sciacca canterà e suonerà alla chitarra accompagnato dalla sua band composta da: Mariodavide Leonardi alla viola, Franco Pulvirenti alla fisarmonica, Francesca Sciacca al pianoforte, Ettore Cavallaro al basso. Voci coriste: Daniela Greco, Sebastiana Cannata, Angelo Ardizzone e Isidora Sciacca. Fonico: Giuseppe Pandolfo.

 

L’AUTRICE  Maria Pia Risa risiede a Randazzo (in provincia di Catania) e opera nel settore della formazione.

Giornalista, ha collaborato con la cattedra di Sociologia generale della Facoltà di Scienze della Formazione presso l’Università degli studi di Catania, per la quale ha pubblicato il volume “Prometeo al cibermondo” (Bonanno editore, 2010), e ha contribuito nel collettaneo “L’agonia di Apollo” di M. Calandra (Bonanno, 2008). Scrive per “La Voce dell’Jonio”, “La rivista dell’arma”, “Bioetica e cultura”.
Ha relazionato in un convegno internazionale sulla criminalistica tenutosi a Montecitorio.
 

 Prometeo al Cibermondo

Questo testo, quale ricerca per la cattedra di sociologia, non si pone come analisi epidemiologica, ma una visione di quanto succede in una società del tutto subalterna a scienza e tecnologia e come questo si rifletta sulla collettività, che avvicenda astio e affetto, apprezzamento e discredito, affidamento e incertezza! Si esamina quindi il tessuto comunitario della “seconda modernità”(società dell’informazione, postfordista), laddove affiora una evidente traccia di scienza e tecnica, che nel loro armonioso rincorrersi definiscono le mutazioni in itinere, captando nella globalizzazione la loro connaturale misura.

Si riscontra in  ciò l’idea di società del rischio confluendo in una indagine verso la società dell’incertezza e su come essa ripennelli le nostre esistenze puntando sul suo futuro.
Prometeo, che aveva dato il fuoco agli uomini, trasgredendo alle norme imposte da Giove.
Fantasia, miti che esprimono deliri ed allucinazioni in cui svolgono un ruolo determinante i processi inconsci dei rapporti umani con le norme regolatrici dell’esistenza.
Prometeo, un modello che coinvolge la complessità costitutiva dell’uomo, sia negli aspetti percettivi che in quelli elaborativi dell’insanire.
Prometeo è nel cibermondo, uomo e macchina sono costitutivi del processo cibernetico, è un continuo avvicendarsi tra macchina e uomo.
Il fuoco stesso brucerà i saperi passati, e dalle loro ceneri emergeranno i nuovi saperi, i nuovi dolori, i parti della scienza.
Maria Pia Risa

 

 

Presentazione del Prometeo al Cibermondo nell’aula consiliare “Falcone-Borsellino” di Randazzo

 

 

Monsignore Emery Kabongo già segretario di Giovanni Paolo II accompagnato da Maria Pia Risa e da Salvatore Restivo, suo accompagnatore,  visita il Parco Sciarone.

 

FISIATRIA, “PREZIOSO ALLEATO” DI UNA BUONA QUALITA’ DI VITA

               Negli ultimi anni la fisiatria si è conquistata sempre maggiori spazi sia in campo prettamente medico sia in quello della comunicazione e, quindi, nell’opinione pubblica. Ma in effetti poche persone sanno realmente cos’è e di che cosa si occupa questa branca della medicina; tanto che si fa anche molta confusione già tra fisiatria e fisioterapia e, quindi, tra il medico specialista e il terapista della riabilitazione. Su questi argomenti abbiamo chiesto lumi a uno dei maggiori esperti siciliani in materia, il dott. Salvatore Grassi, primario fisiatra emerito, decano dei primari fisiatri di Sicilia, già vice presidente nazionale della “Società italiana di Medicina fisica e riabilitativa” con delega per i rapporti con le Università.

Lo abbiamo incontrato nel Presidio di Fisiatria in Giarre, del quale è direttore sanitario.

 Dottore Grassi, cos’è la fisiatria e cosa cura? «La fisiatria è la disciplina medica che si occupa della cura e della riabilitazione di quei pazienti che, a causa di malattie che portano a limitazioni funzionali, talvolta anche gravi, quali paralisi motorie secondarie a ictus, a eventi traumatici, a malattie degenerative del sistema nervoso centrale e periferico hanno perso parte delle capacità motorie. Quindi, la fisiatria, con le sue metodiche riabilitative, assicura a tali pazienti una buona qualità della vita, soprattutto evitando loro la perdita dell’autonomia personale e mantenendo movimenti corporei adatti per una buona deambulazione e per tutto quello che richiede l’espletamento delle attività quotidiane. “Inoltre, la fisiatria, grazie all’allungamento dell’aspettativa di vita, è sempre più impegnata ad operare su pazienti che, oggi sempre più numerosi, raggiungono età ragguardevoli. Per cui, se è un vero bene che, grazie alle grandi scoperte della medicina, si vive di più, la fisiatria diventa preziosa perché riesce a mantenere anche in soggetti molti anziani un tenore di vita accettabile in tutti i sensi».

Quali sono i consigli da dare, a prescindere dalle cure specifiche, per mantenersi in buona salute fino a tarda età? «Premesso che la buona salute si deve acquisire durante gli anni verdi della nostra età con un tenore di vita regolare, evitando tutto ciò che può danneggiare il nostro organismo e abbassare le nostre difese immunitarie, bisogna mantenere sempre attivo il nostro cervello mediante il continuo interesse per ciò che ci circonda. Allenare il cervello con letture, anche di poesie da ricordare, meravigliarsi delle cose belle che ci offre la natura. Mantenere attivi i rapporti interpersonali. Cito a tal proposito il Premio Nobel Rita Levi Montalcini: Il cervello se lo coltivi funziona. Se lo lasci andare e lo metti in pensione, si indebolisce. Evitare la vita sedentaria e prediligere il movimento».
 Ci può dire un settore in cui la fisiatria ha trovato sorprendenti applicazioni negli ultimi anni? «La fisiatria ha fatto grandi passi in avanti per la cura di particolari patologie, specie quelle determinate da malattie dovute a fattori degenerativi del sistema nervoso centrale e periferico. Per esempio: nei pazienti affetti da morbo di Parkinson si è riusciti a fermare i movimenti alterati nei quali si ottiene a volte di abolire o attenuare il tremore, che è il sintomo più evidente in questi malati. Nei pazienti affetti da sclerosi multipla, grazie alle metodiche della riabilitazione funzionale, si hanno rallentamenti notevoli sul decorso della malattia anche per lungo tempo». «Negli ultimi anni la fisiatria si è dimostrata preziosa anche in età prenatale, riuscendo ad individuare, grazie alle tecniche moderne, movimenti atipici nel nascituro già nell’utero materno. Si conferma così che la fisiatria segue l’uomo per tutto il suo ciclo vitale». 

Infine, una domanda “obbligatoria”: quale evoluzione avrà la fisiatria? «La fisiatria, come tutte le branche specialistiche mediche, segue i progressi della ricerca scientifica. In particolare, la fisiatria attenziona i risultati delle ricerche sull’utilizzo delle cellule staminali, le quali hanno dimostrato la capacità di riparare alcuni tessuti corporei danneggiati da varie malattie. Se, in un futuro prossimo, si arriverà a usare queste cellule, specie nelle lesioni del sistema nervoso centrale e periferico, la fisiatria e la riabilitazione potranno raggiungere progressi e risultati che ad oggi sono soltanto un roseo auspicio».
Maria Pia Risa Fonte “La Sicilia” del 31-08-2019

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Rassegna stampa del libro “Poesie-preghiere da San Francesco ad oggi”

di Maria Pia Risa

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ACIREALE: LA VOCE DELL’ JONIO E I RAGAZZI DEL PENITENZIARIO

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Libri / “Poesie-preghiere da San Francesco ad oggi”, recensione di Anna Bella

https://www.acistampa.com/story/poesie-preghiere-da-san-francesco-ad-oggi-il-libro-dei-poeti-delleternita-3115

http://www.paeseitaliapress.it/news_2794_Presentato-in-Vaticano-Poesiepreghiere-da-San-Francesco-ad-oggiquot-a-cura-di-Maria-Pia-Risa.html

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Acireale / L’antologia di Maria Pia Risa “Poesie preghiere da San Francesco ad oggi” presentata al “San Michele” in occasione della rinascita dell’Uciim

https://www.sicilymag.it/la-poesia-come-preghiera-nell-opera-a-cura-di-maria-pia-risa.htm

Antologia di poesie religiose di Maria Pia Risa: presentazione il 13 al Vaticano

“Poesie-preghiere”, presentato al convento il libro di Maria Pia Risa

http://www.filodirettonews.info/notizia.asp?id_news=3997&categoria=8&t=Presentato+il+libro+di+Maria+Pia+Risa+%93Poesie%2Dpreghiere+da+San+Francesco+ad+oggi%94

Presentazione a Catania del libro “Poesie-preghiere da San Francesco ad oggi” curato dalla siciliana Maria Pia Risa

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“Poesie-preghiere da San Francesco ad oggi”. In Vaticano si presenta il volume curato da Maria Pia Risa

MARIA PIA RISA

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Biancavilla, per la rassegna “Stilografiche di primavera” spazio alle poesie-preghiere con il libro di Maria Pia Risa  

https://www.comune.catania.it/informazioni/news/cultura/biblioteche/biblioteca-livatino/2016/default.aspx?news=55337

Rinasce ad Acireale l’UCIIM e trova sede nell’Istituto San Michele

Libri: Luise (vaticanista), “l’incontro fra poesia e religione non è scontato”

http://www.santuariodellavena.it/il-giubileo-a-vena/39-e-festa-al-santuario-di-vena.html

http://www.editorialeagora.it/libreria/libri.asp

https://it.geosnews.com/p/it/sicilia/biancavilla-presentazione-del-libro-poesie-preghiere-da-san-francesco-a-oggi_10956525

https://www.ebay.it/sch/i.html?_from=R40&_trksid=m570.l1313&_nkw=maria+pia+risa&_sacat=11431

Biancavilla, primo appuntamento della rassegna “Stilografiche di Primavera”

POESIE-PREGHIERE DA SAN FRANCESCO AD OGGI

http://www.prospettiveonline.it/sites/default/files/repository/pdf/Prospettive%2010-04-2016.pdf

https://www.romasette.it/archivio_pdf/2016/2016_04_10.pdf

https://www.hoepli.it/libro/poesie-preghiere-da-san-francesco-ad-oggi/9788889930342.html

https://www.amazon.it/Poesie-preghiere-san-Francesco-ad-oggi/dp/8889930349

Acireale / L’antologia di Maria Pia Risa “Poesie preghiere da San Francesco ad oggi” presentata al “San Michele” in occasione della rinascita dell’Uciim

Libri / L’antologia di Poesie-preghiere di Maria Pia Risa sarà presentata il 22 luglio a Santa Venerina

Biancavilla: Per la rassegna “Stilografiche di primavera” presentazione del libro di Maria Pia Risa

http://www.siciliafelix.it/rubriche/poesie-e-paesaggi-dellanima/presentato-in-vaticano-il-libro-poesie-preghiere-da-san-francesco-ad-oggi-della-scrittrice-siciliana-maria-pia-risa/

http://www.psallite.net/news.php?month.201604

http://www.carabinieri-unione.it/unac/convegni_detail.php?id_conv=83

http://www.ilfattoweb.it/?s=maria+pia+risa&submit=Search

http://www.santuariodellavena.it/il-giubileo-a-vena/39-e-festa-al-santuario-di-vena.html

“POESIE-PREGHIERE DA SAN FRANCESCO A OGGI”

Poesie-preghiere da S.Francesco ad oggi in Vaticano si presenta il volume curato dalla siciliana Maria Pia Risa

https://picclick.it/Prometeo-al-cibermondo-Risa-M-Pia-361265189164.html

https://www.ibs.it/poesie-preghiere-da-san-francesco-libro-generic-contributors/e/9788889930342

“Poesie-preghiere”, presentato al convento il libro di Maria Pia Risa

https://www.libreriadelsanto.it/libri/9788889930342/poesie-preghiere-da-san-francesco-ad-oggi.html

http://www.vdj.it/author/maria-pia/page/9/

https://www.yvii24.it/biancavilla-primo-appuntamento-della-rassegna-stilografiche-di-primavera/?cn-reloaded=1

http://www.vdj.it/tag/maria-pia-risa/

 

 
 

 

Giovanni Lo Castro

Giovanni Lo Castro è un pittore poco noto a Randazzo in quanto ha vissuto quasi sempre a Firenze. I suoi parenti sono i D’Antonio che abitarono a Crocitta nella via Gulloto in alto. Per chì se la ricorda era il fratello della signora Maria che tutti nel quartiere la chiamavano “donna Maria a irata ” ( nel senso di gelata). Avendo fatto una lunga ricerca ed interpellato diverse gallerie d’arte Luca Sforzini mi ha inviato questa lettera.

Gentile Signor Rubbino,

con preghiera di citare la fonte Luca Sforzini Arte Le indico quanto segue :

Giovanni Lo Castro, nato a Randazzo il 20 giugno 1897, visse a Firenze ove morì nel 1973.

Fu allievo del Massani e del Rossi, ed iniziò la sua attività espositiva nel 1924.

Partecipò ad importanti rassegne, tra cui spicca la Biennale di Venezia del 1926.

Sue opere figurano in rilevanti collezioni private e pubbliche, tra cui la Galleria d’Arte Moderna di Firenze (“La mendica” e “Natura morta”),
e la Galleria degli Uffizi (il suo Autoritratto).

Con i migliori auguri, e cari saluti alla bella Randazzo e alla zona attorno all’Etna che conosco ed amo.

Luca Sforzini

 

Giovanni Lo Castro – Dipinto ad olio – Decoratore di vasi – 1931

Lo Castro Giovanni olio su tela 1930 Mestieri antico quadro olio su tela design


Lo Castro è abbastanza ben quotato difatti ” il decoratore di vasi ” è quotato 1.800,00 euro mentre “Mestieri ” 3.800,00 euro.

a cura di Francesco Rubbino

Rappresentazioni di Randazzo

Citta’ medievale crocevia di tre province siciliane

 

Una Giornata da turista

 

Leonardo Sciascia:  Guardare e riscoprire la Sicilia attraverso gli scatti di Federico De Roberto. 

 

Visita a Randazzo ed Acireale degli alunni della Scuola secondaria di primo grado di Messina.

 

Stefano Bottari – Le Oreficerie di Randazzo

Stefano Bottari

Pietro Silvio Rivetta detto Toddi – La Città del TRE

 

                                    LA CITTA’ DEL 3

 

Un laghetto periodico – La prediletta dell’Etna – Un parente di Ernani Involami – Le viventi statue digiune – il tempo è relativo.  

Randazzo, febbraio 1934, XII.

    Se – come afferma un detto latino non aureo ma secolare – omne trinum est perfectum – la città della perfezione è sulle pendici settentrionali dell’Etna: Randazzo.
    Una locale tradizione vuole che Randazzo sia << città >> a causa di una illusione ottica di Carlo V: l’Imperatore, vedendo da lontano tre merlati campanili, li prese per  importanti castelli e domandò:
    – Come si chiama questa città che ha tre si dei castelli?

   I notabili randazzesi, gongolanti per l’abbiglio preso dall’Imperatore, acciuffarono la bella occasione e ringraziarono Sua Maestà Cesarea per il titolo di << città >> che egli si era compiaciuto di conferire a Randazzo. 
    Ciò sarebbe avvenuto, secondo la tradizione, presso quel bizzarro lago di Gurrida il quale esiste solamente una parte dell’anno: in estate si asciuga e diventa pascolo. 
    Per trovare un altro lago periodico dobbiamo recarci all’estrema frontiera orientale d’Italia, nella Venezia Giulia, oltre Postumia, ove il lago Circonio è periodico anch’esso: il grande lago – che sol per un piccolo lembo è in territorio italiano, e gran parete in Jugoslavia – d’estate è coltivato a grano, chè le acque sono scomparse, inghiottite da caverne e pozzi. 
    Ma l’episodio di Carlo V sulle periodiche sponde del laghetto di Gurrida è pura leggenda: una delle tantissime che fioriscono qui: sgorgano e si solidificano come i getti di lava i quali nereggiano, a larghe strisce paurose.
    Randazzo è la città più vicina al cratere dell’Etna: ne dista appena 15 chilometri. L’audacia di queste case medievali, ricamate di bifore e solide nelle mura massicce, non ha irritato il vulcano, il quale ha sempre risparmiato Randazzo, inerpicata a mezza costa da epoca remotissima.
    Era certamente già << città >> – con onori ed oneri – nell’epoca in cui sarebbe avvenuto l’episodio di Carlo V.
Negandolo, sicchè, non le si toglie nulla: anzi!

    Che Randazzo sia di origine assai antica è fuori dubbio: che tutto il vicinato sia regione ricchissima di cimeli attici, sicelioti, italioti, è documentato dalla mirabile collezione del Museo Vagliasindi: ma la bella fantasia linguistica si è sbizzarita nelle più stravaganti filiazioni per stabilire la paternità del nome di Randazzo. 
    E’ vero che la temerità etimologica non ha confini: e non si basa su una calunnia l’epigramma del cavalier Jacques de Cailly contro Gilles Mènage:

Alfana vient d’equus san doute:

                                                             mais il faut avouer aussi

                                                             qu’en venant de là jusqu’ici

                                                             il a bien changè sur la route!

    Se il pedante maestro di Madame de Sèvignè riusci a far discendere alfana da equus, non c’è da stupirsi che si sia voluto far derivare Randazzo del Tiracium di cui parla Plinio (III, 91).
    Tra questa e altre etimologie – elleniche, latine o bizantine, collegate a nomi geografici o personaggi – assai sensata ci sembra l’opinione popolare:
randazzu, in dialetto locale, non significa forse << grande, grandioso >>?
    Ebbene: Randazzo è randazzu.
La grandiosità, Randazzo la conserva ancor oggi, pur semidiruta com’è, mentre si avvia a risurrezione per un intelligente piano regolatore, una bella strada che abborderà l’Etna per congiungersi a quella che ascende da Catania.
    Saran messi in valore tutti quei gioielli d’arte che qui si incontrano ad ogni angolo: bifore, colonnine agili, rosoni, palazzi maestosi che han l’aspetto di maniero, portali ingenui di botteghe medievali.
    La Vòlta di S. Nicolò, o via degli Archi degli Uffizi, è – pur cosi com’è ora – un idillio storico-pittoresco: quattro archi allineati su la viuzza stretta, in pietra cupa allineata da ciuffi vegetali: a sommo di una bifora ad esile colonnina tòrtile, forma giocondo irsuto pennacchio pallido un’acrobatica agave in cerca di sole.    Randazzo è << la città del tre >>. Cosi può chiamarsi questa bizzara cittadina in cui, ancor oggi, prosperano tre cattedrali.

    Tutta la storia di Randazzo è, fondamentalmente, la storia della rivalità tra chiese: Santa Maria, S, Nicola, S. Martino.

    Aspetto austero, esternamente, conserva la trecentesca Santa Maria, dalla poderosa struttura in lava: una lapide nella sacrestia che la costruzione cominciò nel 1215:
    mille duecento decem quinque septena fluebant

    tempora post Genitum Sanctae deVirgine…

    Il resto della lapide è enigmatico o addirittura enigmistico e menziona, come artefice, un Leo Cumier del quale non si ha notizia.

    Probabilmente questo Leo Cumier non è mai esistito: fu un Leo non meglio identificabile, chè, invece Cumier, va letto culmine….

   Il Leo Culmier menzionato autorevolmente da alcuni storici sarebbe sicchè un personaggio simile al Re Tappella o ad Ernani Involami.

    All’altro estremo della città, presso il palazzo Ducale, è la chiesa di S. Martino, troppo rimaneggiata in varie epoche, ma che ha, salvo, un meraviglioso merlato campanile trecentesco in lava, con bifore e trifore che la lava e la pietra calcare pallida zèbrano graziosamente.
    Fra le due chiese, nel centro della città, è la << statua di Randazzo vecchia >>, bizzarra figura umana che la compagnia di un’aquila, un serpente e un leone rendono sibillina.
    Sono ancora tre curiosi simboli, in questa strana città ove domina il numero 3.
    Chi sa con quali argomenti reconditi, si vuole che la statua sia la veridica effigie del ciclope Pyracmon. Del resto anche Virgilio ci fornisce pochi connotati di lui: ci dice (Eneide, VIII, 425) che fosse nudus: e questo Pirammone è nudo. Il pudore delle autorità randazzesi gli ha donato una metallica foglia.
   Non ci fu modo, attraverso secoli, di conciliare con un compromesso qualsiasi le tre chiese, si che una sola- come ovunque altrove . fosse la cattedrale. Perciò anche oggi le cattedrali sono tre: ognuna per un triennio, a turno.
    E nessuna delle tre cede all’altra, nemmeno come primato artistico: ognuna possiede una ricca mazza pastorale, tre copie dello stesso lavoro. E cosi per i calici ed altri oggetti dei tre tesori.
   Poco più che un secolo fa, nel 1824, alla morte di Ferdinando I, la chiesa di S. Nicola – che funzionava da cattedrale del triennio – celebrò solenne funerale: ma, dato il caso specialissimo, anche le altre due chiese vollero celebrare ciascuno il suo: e i funerali furono tre.
    Questa tripartizione, corrispondente a tre rioni, si connette con l’origine di Randazzo, città composta da tre diverse popolazioni che, siano al XVI secolo, parlavano ancora tre dialetti diversi. 

Oenochoe il mito dei Boreadi Museo Vagliasindi Randazzo

 Non c’è da stupirsi che avessero tre cattedrali, tre vescovi…
    Unica, però, è la bara, strano appellativo – che nulla ha di funebre – di un singolare altissimo trofeo recato in processione nella festa dell’Assunzione: l’armatura, di legno e ferro, alta 20 metri e rivestita di cartone variopinto, sorregge figure simboliche viventi: sono fanciulli vestiti da pretoriani, martiri o angeli, legati a un grosso tamburo rotante.
    I ragazzi – martiri tutti, anche se vestiti da pretoriani – dovrebbero soffrire di mal di mare, per il rotar del tamburo cui son legati: ma non c’è pericolo: per un paio di giorni sono stati tenuti prudentemente a digiuno.
   Se la Randazzo medievale lascia un ricordo indimenticabile, una visita al Museo Vagliasindi desta  una impressione non meno forte, diversa.
   L’archeologo, con occhi cùpidi, ammira quella ricca collezione di vasi, tra i quali la celebre oenochoe raffigura il mito dei Boreadi che liberano Fineo, re di Salmidesso, dalle Arpie.

 

Intatto e perfettamente conversato, nella vernice neppur screpolata, è questo recipiente con cui si attingeva il vino dal kratèr per versarlo nel bicchiere, ventiquattro secoli or sono. Nel mondo d’oggi non ne son rimasti che tre, raffiguranti questo mito finèide: ma la pittura della oenochoe Vagliasindi supera le altre per bellezza.
   Superano anche, in finezza di fattura i gioielli di qualunque museo di Europa quelli che son racchinosi nelle vetrine, qui, presso la finestra che si apre sulla valle dell’Alcàntara, la quale custodisce ancora chi sa quanti altri tesori
Il proprietario del Museo, (Vincenzo Vagliasindi figlio di Paolo ndr) podestà di Randazzo, ti mostra con legittimo orgoglio pithi e olpe, aryballi e trulle, helike e anelli: grossi recipienti di argilla, con coperchi a chiusura perfetta quanto quelli dei modernissimi thermos.
   Ma soprattutto ti commuovono i piccoli vasi che ornarono la tavola di toletta delle belle dame, più che duemilaquattrocento anni or sono. Insinuando le dita nell’ansa graziosa, questa ti sembra ancor tepida, per il calore della mano giovane e bella che la teneva.
    Le teorie einsteiniane affermano che il tempo è una nozione << relativa >>. Oltre Einstein lo dice, con più efficacia, anche la storia, quando la storia diventa bellezza e poesia.

   Pietro Silvio Rivetta in arte TODDI 

 

   Randazzo, febbraio 1934, XII.

   

 

 

 

 

Enzo Crimi – RANDAZZO E LA DRAMMATICA ERUZIONE DEL 1981

 

CHI NON HA MEMORIA NON HA FUTURO: RANDAZZO E LA DRAMMATICA ERUZIONE DEL 1981 

 – Il vulcano Etna nelle sue straordinarie manifestazione eruttive, a volte,  pretende la sua quota di territorio florido. Infatti, nella parte orientale etnea di Randazzo, il terreno produttivo si è fortemente ridotto a causa del passaggio a più riprese di imponenti colate laviche in epoche preistoriche, tuttavia, una particolare data storica rimane nella mente della popolazione randazzese: il 1981.
Fu proprio in quell’anno che due straordinarie colate laviche sconvolsero queste terre e scesero a valle piuttosto rapidamente, seminando distruzione.
Le cronache di quei terribili momenti che hanno preceduto il tragico evento, ci rammentano che sono stati giorni spaventosi per la popolazione randazzese. In quelle drammatiche ore, si avvertiva nell’aria come un odore acre, ricordano gli anziani che gli animali domestici erano inquieti e nervosi, la sensibilità degli uomini percepiva come un grande scoramento che col passare del tempo si tramutava in angoscia, quasi a prevedere l’imminente pericolo.
Di lì a poco, una grande paura cosmica avvolse le loro menti e li rese piccoli e indifesi verso la potenza della natura che si manifestava con la furia del vulcano.
Dapprima si udì come il forte stridìo del vento, poi come il brontolio del tuono a cui seguirono dei continui boati. D’un tratto tutto si mise in movimento, il terreno incominciò a tremare e, nei pressi di monte Spagnolo, tra 2.625 e 2.526 metri s.l.m., a sud di Randazzo, una coltre fumosa si alzò dal suolo pronto ad esplodere, l’odore di zolfo si spandeva nell’aria acre e cupa e soffocava qualsiasi cosa si trovasse lungo la sua scia.
Il pomeriggio del 17 marzo 1981, preceduto da uno pauroso sciame sismico e da una inaudita manifestazione esplosiva con emissione di gas e materiale piroclastico, l’Etna, il signore del fuoco, palesava tutta la sua possanza, infatti, da una fessura apertasi sul versante settentrionale del vulcano, a poche centinaia di metri dal monte Spagnolo, iniziò l’evento eruttivo.
Come a volere dimostrare agli umani la sua energica sovranità, l’Etna, palesava il suo vigore e faceva calare il suo manto fiammeggiante lungo le sue pendici ricche di vita animale e vegetale. Un fiume di fuoco scaturì dalle viscere della terra, distruggendo con veemenza quanto si trovava sul suo passaggio, scese con grande furia e velocità verso valle, a causa dell’elevato tasso di emissione e della sua straordinaria fluidità, superò alcune strade e ferrovie e, dopo circa 40 ore, terminava la sua spaventosa corsa nell’alveo del fiume Alcantara a circa 600 metri s.l.m.. Successivamente alla prima frattura, si aprirono nuove spaccature e si verificarono anche esplosioni con lanci di blocchi solidi e frammenti di roccia.
Un’altra colata lavica, seguendo come una preordinata direttiva e facendo scempio di aree forestali, agricole e di ameni paesaggi rurali, scendeva minacciosa verso il centro urbano di Randazzo e fortunatamente si fermava a meno di due chilometri dalle prime case. Le esplosioni continuarono sempre più deboli nella parte inferiore della seconda frattura fino alla sera del 23 marzo, quando l’eruzione si concluse, dopo avere invaso complessivamente oltre 4 km² di terreno di cui almeno 100 ettari di territorio boscato incontaminato.
Queste aree, seppur non particolarmente omogenee tra loro dal punto di vista orografico, presentavano in modo uniforme delle straordinarie peculiarità di carattere paesaggistico e vegetazionale, tanto da essere considerate dagli appassionati come santuari della natura.
Le colate, hanno travolto centenarie piante di faggi … maestosi faggi rivolti al cielo come a volere supplicare e suffragare la loro salvezza, sono stati annientati dal creato dalla furia del vulcano. Poi ancora, nella sua triste discesa verso valle, il manto di fuoco è calato su altre specie quali querce, castagni, pioppi, ginestre e su strutture e infrastrutture rurali, arrecando grande turbamento ed apprensione nella popolazione randazzese, pronta per l’immediata evacuazione del paese con i camion militari predisposti in Piazza Loreto.

 


Dopo avere fatto scempio di questi rigogliosi boschi, la lava ha proseguito in pianura il suo percorso di distruzione, invadendo il “cuore agricolo D.O.C. di Randazzo”. Questa vasta area raccoglieva tra i più belli rustici agresti, fiorenti frutteti e generosi vigneti che tanto orgoglio e sostentamento davano alla gente di Randazzo. Le colate, oltre a creare paura e angoscia alla popolazione randazzese, hanno contribuito ad allargare la grave ferita che pende sulla modesta economia agricola di questa cittadina e ad apportare una straordinaria modificazione all’orografia e al patrimonio boschivo dell’area.
Nelle aree più a monte restarono inceneriti e sepolti in eterno almeno 112.000 piante di castagno, 37.500 di faggio, 36.000 di quercia e circa 12.500 di pioppo. Ci vorranno secoli per rivedere dei rigogliosi boschi come quelli distrutti. Oggi è ancora tutto perso; la madre natura ha ritenuto di stendere un triste velo nero su queste terre per consegnarle nei secoli alla infecondità, come mesto monito per tutti, a testimonianza perenne della sua potenza, dalla quale si percepisce che la natura crea la bellezza e a volte la modifica a suo piacimento.
I danni materiali che la lava ha causato all’ambiente ed alla vegetazione boschiva e agraria, nell’immediato non sono facilmente quantificabili, tuttavia, nel tempo, essi apporteranno certamente una modificazione naturale all’ecosistema dell’area che possiamo considerare come una rara nicchia naturalistica per certi versi ancora integra con grosse potenzialità paesaggistiche e panoramiche con capacità di offrire riparo agli animali e di concorrere all’equilibrio idrogeologico e al mantenimento ottimale del clima di questo comprensorio.
Oggi, fermo restando nella forte perdita economica che ha subìto la società randazzese in ragione di aree coltivate, strutture e infrastrutture, possiamo soltanto avere una rappresentazione visiva dell’accaduto che se analizzata in forma corretta e obiettiva, può farci capire quanto sia elevata la lesione alla dotazione naturale e paesaggistica della collettività, la quale archiviato il momento storico dell’evento e tirato un sospiro di sollievo per lo scampato pericolo, ha classificato tale perdita come tributo fatidico alle forze della natura che a volte dispensano benessere, a volte tormento.
Tutti abbiamo la consapevolezza che il danno è stato inevitabile e non può certamente essere adotto a qualcuno. Sappiamo anche che ogni albero andato distrutto dalla lava è una boccata d’ossigeno in meno per i nostri figli. Per questo dobbiamo essere vigili a mantenere la perdita stabile e impegnarci nell’immediato futuro affinché il perduto possa essere quanto prima ricostituito.
A commemorazione di quei terribili giorni del 1981, è stata eretta sopra il colle San Pietro a Randazzo, una statua di San Giuseppe, patrono della cittadina, opera dello scultore randazzese Gaetano Arrigo, come ringraziamento al Santo per lo scampato pericolo.
        Enzo Crimi

Gaetano Basile

Il dottor commendatore Gaetano Basile nacque a Randazzo nel 1864 e mori nel 1952. Fu  uno fra i più illustri personaggi della nostra Città e non solo. 
 Medico provinciale a Ravenna, Trapani e Catania

Nel 1930 fu designato dal ministro per l’Interno, Pietro Parini,  Direttore Generale della Sanità Pubblica (1930-35) , in seguito divenne Direttore dell’Istituto Superiore di Sanità (1934-35), Cavaliere di Gran Croce e Gran Cordone dell’Ordine della Corona d’Italia.
E’ giusto anche ricordare che Gaetano Basile fu il più illustre discendente di Don Antonino Basile e Gemellaro che nel 1760 comprò l’ufficio di Mastro Notaro della Corte Civile di Randazzo. Sia lui che i suoi discendenti si imparentarono con nobili famiglie locali (Marotta, Vaccaro, Fisauli) e di paesi limitrofi (Salleo di Sinagra, Sardo di Castiglione, Caldarera di Sant’Angelo).
Gli ultimi anni della sua vita li passò presso l’abitazione delle sorelle ( i signurini Basile) che si trovava  alla fine della via Galliano ai confini della contrada “Scimonetta”.
Le persone più anziane si ricordano ancora oggi  il lunghissimo corteo funebre dove parteciparono le più alte cariche provinciali della Sanità, della Politica e della Religione oltre a tantissimi cittadini, che lo accompagnarono in chiesa e dopo al cimitero.

Il Consiglio Comunale di allora gli dedicò la più bella, la più lunga e la più larga via della “nuova” Randazzo:
Via Gaetano Basile.

Recentemente il ponte dell’ex FF.SS. è stato rimesso a nuovo grazie alla generosità  signor Paolo Maio in ricordo della tragica morte di suo zio Francesco.

a cura di Francesco Rubbino

Foto di Gruppo

In questa pagina sono pubblicate foto  di gruppo di Randazzesi. Se sei  in possesso di foto antiche di Randazzesi o della Città e desidera vederli pubblicati, può inviarli al seguente indirizzo e-mail: info@randazzo.blog.

 

 

 

 

foto di Mimmo Campione –

 

 

foto di Mimmo Campione – I Barbieri di Randazzo

 

 

foto di Santino Camarata

foto di Santino Camarata

 

Classe V elementare 1957. Maestro Sangrigoli – foto di Mimmo Campione

 

Gita a Messina – 1957

 

Padre Ragusa, il maestro  Sangrigoli  con la V elementare 1957

 

 

Alfio Petrullo – La Umana Commedia

Un grazie di cuore a Maurizio Damiano che ci ha fatto avere questo libro scritto da suo zio che pubblichiamo.

 

Angela Militi – Emblematica Sacra e Alchimia

Il patrimonio culturale della nostra Città si arricchisce di un altro pregevole libro di Angela Militi.


 

Il vecchio coro ligneo della chiesa di Santa Maria in Randazzo: connubio tra Religione e Alchimia

Pubblicato il 21 marzo 2019 da angela-militi     Qui di seguito alcune pagine significative.

Tra le tante opere d’arte che la chiesa di Santa Maria gelosamente conserva, senza dubbio un posto di assoluto rilievo lo occupa il vecchio coro ligneo.

     Figura 1: Parte del vecchio coro ligneo adattato alla nuova sede

L’opera risale alla fase di rinnovamento e abbellimento degli interni della chiesa, avviati nella seconda metà del XVIII secolo, per adeguare la struttura alle esigenze stilistiche e decorative del momento.
Nel mese dicembre del 1767, il procuratore locale dell’Opera de Quatris, Michele Blandini, volendo dotare la chiesa di un nuovo coro, indiceva un bando, con il quale si invitavano gli eventuali offerenti a presentare le proprie offerte. Ad aggiudicarsi i lavori fu il maestro Tommaso Spitaleri di Troina – già noto in città per aver realizzato nel 1763 il coro ligneo della chiesa di San Nicola – per la somma di onze 99,28 (la somma comprendeva anche la realizzazione delle tre porte della facciata) e il 16 gennaio 1768 sottoscrisse il contratto insieme ai maestri Giuseppe Puglisi e Serafino Abbate di Novara di Sicilia.

     Figura 2: Particolare del coro ligneo della chiesa di San Nicola, 1763

Nell’atto di commissione del lavoro si stabiliva che il coro doveva essere realizzato secondo il progetto presentato dallo Spitaleri, maestro principale dell’opera, ossia composto di due ordini, con 22 stalli nell’ordine superiore.
Spitaleri portò a termine l’opera nel mese di dicembre dello stesso anno, con ben sei mesi di anticipo sulla data stabilita.
Tuttavia dopo circa un anno e mezzo sorse un’accesa e lunga controversia tra il maestro Spitaleri e committenti, giacché questi ultimi avanzarono critiche sulla composizione dell’opera lignea che si concluse a sfavore del magister, tant’è che dovette impegnarsi a rifare il coro sacrificando quattro stalli.
L’utilizzo del coro ligneo da parte dei canonici ebbe, però, breve durata: a distanza di mezzo secolo circa dalla sua installazione, in occasione del completo ammodernamento della chiesa (1790-1820), esso fu smontato e trasferito in sedi provvisorie e, infine nel 1823 fu ricomposto nella forma attuale e collocato del corpo della sacrestia, giungendo così fino ai nostri giorni.
Il preciso e dettagliato programma iconografico dei pannelli del postergale, definito dai Canonici, al quale il magister si dovette necessariamente attenere, non lasciava nulla al caso.
La decorazione dei diciotto pannelli è caratterizzata da figure allegoriche, sole o accompagnate da cartigli con citazioni bibliche, incorniciate da volute fogliacee e fiori.

     Figura 3: Un Pannello del postergale

Tale struttura compositiva è tipica dell’emblematica, genere letterario di cui fu antesignano il giureconsulto milanese Andrea Alciati (o Alciato), che nel 1531 formulò la prima serie di emblemi costituiti da un titolo o motto (inscriptio), un’immagine a carattere simbolico-allegorico (pictura) e un epigramma o breve testo in prosa (subscriptio).

     Figura 4Emblematum Liber, Emblema “In astrologos

Trattasi di un piccolo corpus di emblematica sacra, che conobbe il suo massimo sviluppo nel Seicento, in quanto i Canonici ripresero gli emblemi principalmente dal volume del gesuita Henricus Engelgrave, Lucis Evangelicae, e dal volume del frate certosino Nicolás de la Iglesia, Flores de Miraflores.

                                         

Per approfondire: Angela Militi,  EMBLEMATICA SACRA E ALCHIMIA.  Gli “emblemi” del vecchio coro ligneo della chiesa di Santa Maria in Randazzo, Venezia, 2019

Il Libro di 393 pagine con 170 figure oltre che nelle librerie lo puoi trovare anche in edicola.

Francesca Passalacqua – 1787/1805 L’intervento di Giuseppe Venanzio Marvuglia nella fabbrica di Santa Maria Randazzo

1787 – 1805 L’intervento di Giuseppe Venanzio Marvuglia nella fabbrica di Santa Maria a Randazzo

 

Parco Sciarone

 CONCESSIONE DELL’INDULGENZA PLENARIA AL PARCO SCIARONE

 

La Sacra Penitenzieria Apostolica della Santa Sede, il 9 marzo 2019, ha emanato due DECRETI di concessione dell’Indulgenza Plenaria per il Parco Sciarone:
DECRETO 
     Viene concessa l’indulgenza plenaria a chi partecipa giorno 18 marzo 2019 alla solenne benedizione della Via Crucis e del Calvario, edificati dietro la Cappella di Nostra Signora di Fatima.
II DECRETO 
     Viene concessa per i prossimi 7 anni l’indulgenza plenaria nelle celebrazioni religiose annuali al Parco Sciarone:

13 Maggio festa della Madonna di Fatima

14 Agosto vigilia dell’Assunzione di Maria al Cielo (anniversario dell’inaugurazione della Cappella)

Ogni qual volta si celebra ufficialmente la Via Crucis.

Per lucrare l’indulgenza plenaria bisogna confessarsi, fare la Comunione e pregare secondo le intenzioni del Santo Padre.

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Articolo del Prof. Nino Grasso sulla Via Crucis e il Calvario realizzato al Parco Sciarone con il programma della manifestazione del 18 marzo 2019.

 

 
 
 

Domenico Ventura – Uno sfortunato capomastro randazzese nella Sicilia del ‘600

 

Corale Polifonica – Foto

Giuseppe Plumari – Orazione Funebre per Ferdinando I Re del Regno delle Due Sicilie.

Albino Rubbino

Albino Rubbino nasce a Randazzo il 16 dicembre 1945 da Carmelo e La Piana Carmela. Secondo di quattro figli.
Nel quartiere della Crocitta è il bambino più conosciuto per la sua simpatia e generosità.
A dodici anni, all’improviso,  decide di andare a studiare al seminario di Acireale per intraprendere la vita sacerdotale. A 17 anni pensa di averne abbastanza e ritorna a casa. Si presenta da esterno all’Istituto magistrale di Acireale e consegue la maturità magistrale.
Si guarda intorno e capisce che Randazzo gli sta stretto.
Con Concetta la sorella maggiore, parte per Cislago (Va) e poi a Milano dove riesce ad entrare alla Fabbri Editore prima come correttore di bozze e poi  come collaboratore amministrativo seguendo come responsabile le edizioni delle Enciclopedie.
La sua vis polemica, siamo nei primi anni settanta del secolo scorso, lo porta a diventare sindacalista e viene eletto segretario aziendale della CISL dei Cartai e dopo segretario provinciale.
Dopo aver conosciuto la Sua compagna decidono di ritirarsi a Garda. Si licenzia dalla Fabbri e pensa di poter finalmente liberare il suo estro artistico.

 

 

 

Apre un negozio di ceramica che chiama “La Bottega del Sole” ed espone solo opere create da lui e da Giovanni De Simone  (il ceramista palermitano) di cui diviene amico.
Il paese di Garda – sul lago omonimo – vive di turismo e accoglie di buon grado Artisti che possono renderlo più vivo.
Un giorno recatosi sul lungolago a fare colazione in un chiosco al momento di pagare il gestore  gli chiede se è Lui il proprietario del negozio di ceramica artistica , alla risposta affermativa gli dice: “se permette offro io non solo ora, ma tutte le volte che vorrà perché lei con la sua bottega ha reso il mio paese più bello”.
Piccole soddisfazioni.  Questo tipo di lavoro gli permette di avere l’autunno e l’inverno libero e quindi gli consente di girare il mondo, altra sua grande passione, permettendogli di acquisire conoscenze ed ispirazioni per il lavoro di ceramista.
La sua ceramica rappresenta la Sicilia – all’ingresso del negozio posiziona una grande ruota di un carretto siciliano ridipinto da lui – con la sua magia, i suoi colori, le sue luci, i suoi sapori e viene molto apprezzata la sua vena artistica da una clientela sempre più numerosa. Una certa clientela fissa rimane veramente affascinata anche dalla sua personalità, dal suo modo di porsi, dalle sue eccentricità. Quando pensa, però, di essere riuscito a raggiungere una certa “notorietà” ecco che tutto precipita.

Nel 1991 incomincia il Suo “calvario” che durerà cinque anni.

Nel 1994  (la malattia ormai era in uno stato molto avanzato)  scrive questa lettera a una Sua nipote: 

Negarine 20.02.1994

            Ciao …………   Scusami il lungo ritardo; sono stato in un luogo ove ogni cosa diventa bianca, i pensieri, l’inchiostro, la memoria, i vestiti, gli amori,le parole, tutto insomma. Mi turbava tanto non riuscire a trovare le parole per chiamare il sole, e il povero era allo stremo delle forze. Qui ho combattuto contro gli Elfi Bianchi, una volta miei alleati ora invece al soldo dei loro nemici i piccoli e cattivi Topazzi .
Ho ripercorso strade un tempo gioiose per portare tristezza e lutto !
Abbiamo perso.  Ti sembrerà strano, ma sono contento. In fondo io sono sempre stato un Elfo delle Rocce ed ho convissuto con il popolo Buco della Lava.
Che gente buffa il popolo Buco della Lava !  Basta un pò di vento perché cantino lunghe nenie d’amore. Basta avvicinare la mano vicino a loro perché incominciano a ridere, soffrono il solletico ! 
Ma ora non voglio annoiarti parlandoti di me, se vorrai, Ti racconterò quando ci incontriamo (speriamo presto!):
Io volevo qui dirti che la Tua lettera mi ha molto commosso. Grazie………… arrivederci a presto, così se vorrai Ti farò conoscere i miei amici: gli Elfi delle Rocce ! 
Ciao Tuo Albino
 

Torna a Randazzo nel gennaio del 1996 e serenamente si spegne il 27 aprile del 1996.

 

Alcune produzioni:

 

Ritratto di suo padre.

 a cura di Lucio Rubbino

Maurizio Damiano – Antico Egitto

http://www.randazzo.blog/2017/09/04/maurizio-damiano/
       Per
conoscere meglio l’Egitto e la sua storia.
     Questa splendida pubblicazione di duecento pagine con centinaia di foto. 

Il libro è stato diviso in quattro parti:   PARTE 1      Parte 2    Parte 3       Parte 4 

 

Vigili Urbani – Foto

I Comandanti dei Vigili Urbani 

Alfio Lanza

 

Antonino Farina

 

Salvatore Munforte nasce a Randazzo il 25 maggio del 1946, dopo la scuola dell’obbligo consegue il diploma di Perito Meccanico a Giarre. Presta servizio militare a Milano nella sezione Comando degli Autieri. Risiederà a Milano, per motivi di lavoro, sino al 1975.
Si sposa con  Carmela Silvestro il 6 settembre 1972 con la quale avrà due figlie, Lara e Silvia, oggi avvocato l’una e psicologa l’altra.
A seguito concorso pubblico viene assunto dal Comune di Randazzo con la qualifica di Vigile Urbano. Nel 1983 diventa sottufficiale e, dopo, con concorso pubblico, Vice Comandante col grado di Tenente:. Dopo il pensionamento del Capitano Antonino Farina, viene nominato Comandante. 
Carica che ricoprirà sino a dicembre del 2008 anno del suo pensionamento:

 

Gaetano Cullurà

VV.UU. dal dopo guerra ad oggi.

Daniele Palermo – La rivolta del 1647 a Randazzo

Daniele Palermo nato a Palermo 07/06/1971 Laureato in Lettere Moderne nel dicembre 1999 con il massimo dei voti e lode.  Dal luglio 2006 è ricercatore del settore M-STO/02-Storia moderna presso la Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università di Palermo, dove per l’anno accademico 2007-2008 tiene in affidamento la disciplina “Storia moderna” (sede di Agrigento). Studioso delle rivolte di “antico regime” ha dedicato buona parte dei suoi lavori agli avvenimenti siciliani del biennio 1647-48.

 

Antonio Petrullo

 

Antonio Petrullo

Tutti noi conosciamo Randazzo: paese piccolo, ma dalla storia antica. In epoca moderna ingrandito e anche colpito, come tutti i paesi d’Italia e del mondo, da devastazioni edilizie, ma capace di conservare un cuore architettonico medioevale (e, scavando qua e là, tracce di un passato romano, greco, preistorico…).
Non molto popoloso (oggi meno di un tempo) ma, come tutti i paesi al mondo, capace di donare i natali tanto a persone che hanno vissuto senza lasciare tracce evidenti ma che, nel silenzio, hanno contribuito alla sua vita, alla sua storia, quanto a persone che hanno lasciato nel paesello o in qualche punto del mondo qualche traccia, piccola o grande che sia.
Questa breve nota riguarda uno di questi personaggi, che ho avuto la fortuna di avere (sin troppo poco, ahimè) per nonno materno.
Quell’uomo, nato a Randazzo alla fine del XIX secolo, si chiamava Antonio Petrullo; aveva avuto la fortuna – non comune all’epoca – dell’agiatezza, poiché il padre, Salvatore Petrullo, fu benestante, proprietario di terre e case, nonché amministratore presso un’importante famiglia del paese.
L’infanzia di Antonio è passata in famiglia, con il padre, la madre Carmela (Lo Presti), e vari fratelli e sorelle (uno di questi, Alfio, è fra quelli che hanno lasciato traccia di sé). Fra le altre cose, per diversi anni ha avuto problemi di salute che hanno fatto temere per la sua vita ma che furono superati grazie ai medici e a una ferrea forza di volontà, a un tenace e gioioso amore per la vita che lo hanno contraddistinto lungo tutto il suo percorso.
I suoi studi lo hanno portato al diploma di ragioniere, che però non fu mai impiegato per esercitare quella professione: divenne un imprenditore portando a termine lavori importanti, soprattutto in Sicilia.
Ha costruito acquedotti in piccoli centri dove ancora non esisteva acqua corrente, e molte strade e piazze, alcune delle quali ancora esistenti in vari paesi e realizzate “a regola d’arte”, alla “maniera antica”, ossia senza la necessità successiva di manutenzione, né di ricostruzione.
Era il buon vecchio orgoglio del lavoro ben fatto, e fatto per durare.
Ma il suo lavoro non si è fermato alla nostra splendida terra di Sicilia. Antonio Petrullo ha viaggiato molto, e realizzato opere in paesi lontani.
Ma ci arriveremo; per il momento vediamo Antonio crescere, divenire un uomo, e creare una famiglia.
Sposa una lontana cugina, Nunziata Mavica, nata da un agricoltore e piccolo proprietario terriero, Giuseppe Mavica, e da Paola Petrullo.
Nunziata fu all’epoca (ricordiamo che si parla di persone, e donne, nate alla fine dell’800) una delle rare donne che sia riuscita a trasferirsi a Catania per compiere i suoi studi, diplomarsi come insegnante e iniziare il suo lavoro, portandolo avanti per diversi anni in Lucania (Oliveto Lucano, poi Accettura, entrambi in provincia di Matera).
Rientrata a Randazzo, sposò Antonio, da cui ebbe tre figli: Alfredo, Mario e Lina.
I primi anni di matrimonio trascorsero a Catania, e più tardi a Randazzo.
Padre affettuoso, era figlio dei suoi giorni e, secondo la mentalità dell’epoca (si era nel Ventennio), ha unito alla dolcezza genitoriale il rigore morale; a tal fine i due figli maschi furono messi in collegio, il S. Basilio di Randazzo, gestito dai Salesiani, dove la loro educazione veniva completata sia sotto il profilo culturale che formativo. La figlia Lina invece era in casa con i genitori.
È sempre difficile descrivere le persone, anche sé stessi, perché non ci si conosce mai abbastanza, e ancor meno gli altri. Ciò che si può fare è solo rendere testimonianza nei ricordi propri e degli altri. Chi ha conosciuto Antonio lo ricorda come una persona gioiosa, cordiale, dall’inesauribile gioia di vita e dal sorriso aperto. Sul lavoro sempre molto attivo e rigoroso, ciò che lo ha portato ai traguardi di cui parleremo.
Poi ci sono i ricordi dei familiari. Antonio, nelle memorie della figlia Lina, viene descritto come “un padre meraviglioso, affettuoso, sensibile, delicato e molto attento alla salute dei figli”; lo era anche la madre, “ma lui arrivava a fare quasi l’impossibile … per quel che riguardava la salute”.
E la figlia, cresciuta in casa, iniziò ad andare a scuola nel 1934, e fu sempre circondata dall’amore genitoriale, ma mai viziata; Antonio soleva dirle:
non sempre, ma ogni tanto, bisogna saper rinunciare a qualcosa o al realizzarsi di qualche desiderio; bisogna essere pronti a qualsiasi evenienza, poiché la vita, a volte, può sottoporci a prove durissime quando meno ce lo aspettiamo”.
E queste parole dovevano rivelarsi terribilmente vere, con le vicende della guerra.
Quegli anni, gli anni ’30, non erano facili: allora dominava il fascismo, ma inizialmente in paese non vi furono estremismi.
Un esempio è proprio la famiglia di Antonio: lui, pur diffidando del governo degli uomini (di Mussolini, come del Re e degli altri), vedeva nelle prime idee del fascismo una strada per una società più sana, affidata alla dirittura morale sia dei singoli governanti che sociale.
Non vedeva ancora lo spettro della dittatura, al punto da scrivere e pubblicare nel 1934 un volume:La legge morale del fascismo”. (ed. Rinnovamento 1934)  
Parlavo di mancanza di estremismi e di esempio di ciò in famiglia, perché accanto ad Antonio viveva la moglie Nunziata che lungi dall’essere fascista, era di idee socialiste.
Eppure, questa differenza non fu mai un problema fra marito e moglie, né fu mai stata osteggiata od ostacolata nel suo lavoro o nella vita, né non fu mai perseguitata, per queste sue idee, di cui non faceva assolutamente mistero.
Antonio Petrullo parte per l’Eritrea nel 1935, come direttore di un’importante ditta ad Asmara e poi impiantandovi una florida impresa che si occupa, come già aveva fatto in Italia, di costruire strade e piazze; lo seguono nell’avventura africana alcune persone di famiglia e altri del paese.
Dopo circa un anno di lavoro in Eritrea, in seguito all’ingresso dell’esercito italiano ad Addis Abeba, il 5 maggio 1936, Antonio si trasferisce con la sua impresa edile in Etiopia, stabilendo la sua base operativa (e poi la sua casa) ad Addis Abeba, dove amplia l’iniziale impresa di costruzioni stradali trasformandola su invito del governo in impresa edile per la costruzione della nuova Addis Abeba.
Vi aggiunge anche un’immensa segheria (la maggiore macchina, una sega a nastro, era “
la più grande dell’Impero”) e poi dà avvio ai suoi sogni, che divenivano sempre più progetti: inizia a esplorare il territorio in avventurosi viaggi sempre più distanti dalla capitale, alla ricerca della terra che gli permetta di realizzare ciò che ha in mente.
E infine la generosa Africa gli svela un’area selvaggia che ai suoi occhi appare come il paradiso che da tempo sognava: grandi falesie calcaree per produrre la calce di cui ha bisogno la nuova capitale, la foresta per la produzione del legname, acqua in abbondanza da sorgenti e fiumi, e terreno fertile per vastissime distese di terreno da coltivare. Il “suo” paradiso è Guder, oggi una cittadina 140 chilometri a occidente di Addis Abeba.
Non mi dilungherò qui sugli anni difficili, avventurosi, meravigliosi, terribili trascorsi in Etiopia. Li ha descritti lui stesso in un romanzo di cui parlerò più avanti.
Qui mi limiterò ai fatti salienti e più personali: si fa raggiungere dalla famiglia ad Addis Abeba all’inizio del 1938: erano passati quasi tre anni dalla sua partenza; nella capitale ormai le sue attività sono molto ben avviate, come in tutta l’area sino a Guder: dalla costruzione delle strade a quella dei palazzi della città nascente, dalla produzione e lavorazione del legname, alla fabbrica di mattoni, all’agricoltura.
Quando ero bambino mi raccontava dello stupore nel vedere i prodotti coltivati in quella terra vergine: dai finocchi grandi come teste aimeloncini di Guder Petrullo (le papaie) a mille altre cose dalle dimensioni e qualità straordinarie. Lo ascoltavo con occhi meravigliati, ma non so quanto potessi crederci o davvero immaginare finché, giovane uomo, non andai io stesso in Africa, rimanendo a mia volta sbalordito nel guardare i banchi dei mercati, e ripensando alle parole di mio nonno.
Il ricordo degli anni africani della figlia Lina sono meravigliosi, pensando a quella straordinaria città che univa tratti di modernità ed eleganza italiana alla meraviglia da paradiso terrestre della boscaglia fra un quartiere e l’altro, una casa e l’altra (andava a scuola a cavallo, attraversando ampi tratti di boscaglia); e del padre dice che ha donato anni felici alla famiglia, in Etiopia, perché “con la sua intelligenza e la sua grande abilità, unita anche ad una profonda onestà e dirittura morale, aveva costruito un Impero nell’Impero.
La figlia Lina ricorda i due anni successivi come i più belli della sua vita.
Unica ombra, un episodio che avrà un tragico peso qualche anno più tardi: il fratello maggiore, Alfredo, curioso di conoscere usi e costumi locali, e di aiutare come poteva, si recava spesso presso le abitazioni degli indigeni: una di queste volte fu punto dall’insetto responsabile e veicolo della Ricketsia Mooseri, contraendo il tifo esantematico. Malattia gravissima che portava quasi sempre alla morte.
Oggi questa malattia si può curare con antibiotici e sulfamidici, ma allora questi prodotti, anche se erano stati scoperti, non erano stati isolati, e quindi non erano disponibili. Alla fine comunque Alfredo si salvò e si riprese, ma il fisico era stato minato, con conseguenze che avranno il loro peso qualche anno dopo. Intanto, ripresosi, verso l’inizio del 1939, d’accordo coi genitori, scelse di tornare in Italia per entrare al Collegio Navale della G.I.L. di Venezia (oggi Collegio Navale Francesco Morosini).
Intanto, la visione di Antonio sulla situazione italiana era profondamente cambiata: se si sentiva sempre, profondamente e fieramente italiano, era deluso dal fascismo, che tradiva tutte le promesse di libertà e rettitudine (la realtà di Stato era ben lontana quella “legge morale” di cui lui aveva scritto e in cui continuava a credere).
In effetti, mentre in Italia la propaganda (e la paura) condizionavano la vita e le menti, nella lontana Etiopia (o Eritrea, Somalia, Libia) gli italiani si trovavano ad affrontare da soli i problemi; a parte la presenza militare, lo Stato era qualcosa di astratto e lontano, e la costruzione “dell’Impero” era lasciata nelle loro mani; le roboanti parole di Mussolini lì arrivavano come un’eco lontana e puerile, una sorta di teatrino criminale, anche perché i capi militari si macchiavano di crimini che ben poco avevano a che fare con la fama di “italiani brava gente”; e questo, per i civili era dolosamente chiaro.
Tuttavia c’era l’orgoglio del costruire qualcosa in cui credevano: concetti come quelli odierni di occupazione, diritti dei nativi, ecc. erano ancora inesistenti, e si aveva la presunzione di “portare la civiltà” (non richiesta) e di dover essere ringraziati.
A ciò si aggiunga il fatto che nel caso dell’Etiopia la presenza ufficiale dello Stato era rappresentata dal Viceré Amedeo di Savoia-Aosta, uno dei rari esponenti della casata ad aver dimostrato dirittura morale e senso del dovere, tanto da recarsi da Addis-Abeba a Roma per parlare con Mussolini e con Galeazzo Ciano per cercare di convincerli che una guerra, in particolare in Etiopia, non sarebbe stata affatto opportuna.
Con Mussolini non riuscì a parlare da solo perché glielo impedirono. Ciononostante parlò chiaramente al Duce: una guerra nell’impero sarebbe stata insostenibile ed impossibile. Non esisteva la preparazione necessaria; in particolare per mancanza di armamenti sia in cielo che a terra. Ma non fu ascoltato. I fatti hanno dato pienamente ragione al Viceré che pagò personalmente e molto dolorosamente i gravi errori della II Guerra Mondiale.
Comunque, questi fatti storici non sono il tema di queste pagine, ma qui ne vediamo i risvolti per Antonio Petrullo.
I venti di guerra gli suggerirono di far rientrare in Italia la famiglia (si pensava che a Randazzo sarebbero stati più al sicuro) mentre lui rimaneva in Etiopia per portare avanti il lavoro.
Lo scoppio della guerra il 10 giugno 1940, come sappiamo, portò infine, in Etiopia, alla sconfitta degli italiani da parte britannica, nel novembre del 1941. Occupata Addis Abeba, gli Inglesi catturarono Antonio, ma gli proposero di rimanere al suo posto, conservando privilegi e proprietà, senza far nulla contro la sua patria, purché portasse avanti i lavori di produzione e costruzione.
Unica condizione, svelare se e dove avessero nascosto le armi. In effetti, all’approssimarsi degli Inglesi, Antonio aveva fatto nascondere armi nella speranza di un contrattacco italiano, in modo da poter combattere i britannici dall’interno della città.
Come sappiamo, non ci fu mai nessun contrattacco. Comunque, né le lusinghe né le torture lo convinsero a parlare (“io sono un Italiano!”) e le armi rimasero (o sono ancora???) nascoste dove lui le aveva fatte mettere: sepolte sotto l’immensa sega a nastro. Alla fine gli inglesi gli offrirono una bella passeggiata, di più di 1200 chilometri, da Addis Abeba sino a Ol Dònyo Sàbouk, ridente località nel verde del Kenya ove si trovava uno dei loro campi di concentramento; poco distante dal campo per i prigionieri comuni, come mio nonno, si trovava la villetta in cui era prigioniero Amedeo D’Aosta.
In questo campo si lega un particolare ricordo di mio nonno che diede origine a una piccola “leggenda familiare”: da bambino io volevo sempre mangiare con un cucchiaio in particolare, l’unico diverso, pezzo unico fra quelli dei servizi da tavola.
Cucchiaio umile, di metallo comune e non particolarmente bello ma lo volevo perché aveva dietro una corona; era, ovviamente, la corona britannica; si trattava di una posata portata da mio nonno dal campo di prigionia. Ma non l’aveva certo presa per quei tristi ricordi, bensì per una particolare ragione che mi raccontò quando avevo circa sei anni e gli chiesi cos’erano quei numeri graffiti dietro, sul manico, sotto la corona. Li aveva incisi lui, ed erano la ragione per cui aveva portato con sé il cucchiaio.
Si riferiscono a qualcosa che è più dominio del mistero, qualcosa che si può credere o non credere, e dunque la racconterò così com’è nata.
Torniamo a quel campo di concentramento in cui mio nonno fu “ospitato” dagli inglesi. Vi stette dal 1941 al 1946; ma quello che ci interessa riguarda il 1943. Anno particolarmente infausto per Randazzo, perché fu l’anno dei bombardamenti, ogni giorno, per quasi un mese consecutivo; i bombardamenti si susseguirono con una tale frequenza che un giorno se ne contarono ben 23. La notte tra il 15 e il 16 luglio del 1943 fu particolarmente cruenta; chi era scappato verso l’alto, sull’Etna, ricorda che alla fine del bombardamento vide verso il paese solo fiamme e sfacelo”.

 

13 luglio 1943 – Gli alleati entrano a Randazzo bombardata. Corso Umberto con la chiesa di San Martino.


Pensiamo solo un attimo al fatto che Randazzo, con la sua cinta muraria intatta e le 12 porte, racchiudeva in seno alle mura quello che dagli esperti medievisti veniva considerato “il più bel paese medioevale di Sicilia”.
Dopo il passaggio degli eroici americani, che bombardarono, solo perché “in posizione strategica”, un paese inerme, privo di qualsiasi difesa contraerea, rimanevano “solo fiamme e sfacelo”.
Le uniche due vittime gli Alleati se le fecero da soli: poiché non si accontentavano di bombardare, ma si accanirono mitragliando anche i civili in fuga sulla montagna, due caccia, facendo una picchiata si scontrarono, quasi sulla basilica (nell’area del ponte), precipitando a breve distanza.
Tutto questo fa parte della storia di famiglia perché nell’incubo dei bombardamenti mio zio Alfredo, che era da tempo rientrato da Venezia, si prodigava per andare in paese sotto le bombe e cercare viveri per la sorella, la madre e gli anziani, le donne e i bambini del gruppo di fuggiaschi, sempre tenendo per sé il minimo per la sopravvivenza, se mai lo teneva.
Quando finalmente i bombardamenti cessarono, Alfredo non riuscì più a tornare sull’Etna dai familiari. Era rimasto a letto con la febbre alta. In un primo momento si pensò che si trattasse solo di una febbre dovuta alle fatiche sostenute; ma quando la madre e la sorella tornarono a casa le aspettava la dura e tristissima realtà della malattia di Alfredo. La privazione per troppi giorni, gli stenti, gli sforzi per portare il cibo a chi non ne aveva, uniti all’indebolimento fisico della malattia che aveva contratto in Africa, lo portarono a debilitarsi troppo; un ufficiale medico disse che ci volevano quegli antibiotici che ormai si trovavano in America ma che in Italia non erano ancora arrivati.
La notte tra il 21 e il 22 novembre del 1943 Alfredo si aggravò ulteriormente; ormai alla fine, con una tristezza infinita, ad un certo punto raccolse le sue ultime forze, si alzò a sedere e disse, quasi urlando: “Papuccio mio, non ti vedrò mai più”, poi crollò sul letto ed esalò il suo ultimo respiro. Ma perché mai racconto questo episodio?
Perché nello stesso istante, a Ol Dònyo Sàbouk, a circa 5000 chilometri di distanza, mio nonno si svegliò di soprassalto con la sensazione di qualcosa di tremendo. La sensazione era così forte, e strana, e unica, che incise quella data su quel cucchiaio della mia infanzia.
Dovevano passare due anni perché Antonio sapesse cos’era accaduto in quell’istante di quella notte del ’43.
Solo alla fine del 1945 fu possibile uno scambio di notizie fra il campo di prigionia e la famiglia; e Antonio apprese della perdita del figlio. Si doveva ancora arrivare alla primavera del 1946 perché potesse tornare a Randazzo. Il suo ritorno, tanto atteso, lenì il dolore delle tante ferite che la guerra aveva procurato e consolò dei grandi dolori subiti, anche se Antonio ne era stato colpito tanto quanto la moglie e la figlia.
Antonio possedeva ancora dei doni preziosi: il suo carattere, la forza e l’ottimismo, l’amore per la vita e per la famiglia; e aveva parecchie possibilità, nonostante il crollo provocato dalla guerra.
Poco dopo il suo rientro, potè avvalersi dei reti del suo “impero” economico perso nella guerra; in effetti, il suo vecchio amico e socio d’Etiopia, l’avvocato Colitto, di rara onestà, era stato rimpatriato prima per ragioni di salute, e negli anni aveva potuto preservare a Roma qualcosa dal disastro bellico; grazie a quei fondi Antonio poté dare avvio a un nuovo inizio, creando quindi delle industrie anche a Randazzo (produzione di calce, mattoni, ecc.).
Gradatamente la famiglia ricominciò a prendere respiro, nonostante la ferita dovuta alla perdita del figlio primogenito fosse ancora molto viva.
Gli anni successivi furono quelli del dopo guerra, della ricostruzione, e di tutti gli esseri umani, di tutte le famiglie: lo scorrere degli anni, il lavoro, la crescita dei figli, i matrimoni, l’arrivo dei nipoti.
La figlia Lina uscì di casa per iscriversi in Medicina e Chirurgia, cosa rarissima per le donne, all’epoca; all’università di Messina incontrerà un collega, quel Paolo Damiano che sposerà e con cui andrà a vivere a Randazzo.
Quel Paolo Damiano che mi fu padre e che creò l’ospedale del paese con vent’anni di lavoro.
Dopo la sua partenza per Milano purtroppo la struttura declinò sino alla sua fine.
L’altro figlio di Antonio Petrullo, Mario, divenuto geometra, andò a lavorare per molti anni in Somalia.
La vita a Randazzo scorreva tranquilla: la casa alla fine del paese, a Crocitta, aveva intorno campi e, in fondo, le fornaci per la calce.
Per me quella casa e qui campi, quelle fornaci e la terra intorno sono l’infanzia, e tratteggiarne qualche immagine aiuta a conoscere alcuni aspetti di Antonio Petrullo come nonno: ho passato più anni con i miei nonni che con i miei genitori.
Forse dovrei dire “con mio nonno” perché la nonna è una figura quasi indistinta: sempre gentile e amorevole, era però circondata da un alone di eterna tristezza, con le sue vesti nere e il buio nell’anima: non si riprese mai dalla morte dell’amatissimo Alfredo; sorrideva del suo sorriso triste solo quando ero vicino a lei e mi chiamava “Alfredo, Alfreduccio” (che volle come mio secondo nome).
La casa dei miei nonni è per me ricordo di libertà in quegli ampi spazi e delle esplorazioni nella sciara infinita dietro casa; le chiacchierate e i giochi con mio nonno, le lunghe serate nel suo studio, accanto a lui, chino sui suoi scritti alla scrivania, mentre io seduto per terra divoravo libri su libri della sua biblioteca.
Era lui che ci portava, me e le cugine, con la Topolino, a Taormina; è lui che a tre anni mi insegnò a nuotare; ed era lui che sapeva trasformare in magia rituale le cose più semplici, facendoci sognare con un sorso d’acqua o una semplice aia.
Due esempi, due ricordi per tutti: quando, al rientro dal mare, facevamo troppo chiasso (com’è d’obbligo per una piccola banda di pargoli in una Topolino) non una voce si levava da lui, non un rimprovero; anzi! Era lì che iniziava la magia: con la voce del bravo narratore di favole ci diceva: “se fate i bravi, c’è per voi una sorpresa…”. Ovviamente, la sorpresa non era tale, e sapevamo benissimo quale fosse, e l’aspettavamo con gli occhi colmi di magia. Giocattoli? Caramelle? Gelati? Qualsiasi altra cosa comprata col denaro? Assolutamente no! Era rituale e magia. Era solo acqua pura, cristallina. Ma era l’acqua di un rituale magico: “quella” fontanella di pietra (a Piedimonte), di “quella” piazzetta, con “quel” bicchiere. Era uno di quei bicchieri da campo, pieghevoli, d’alluminio: con le mosse eleganti ed elaborate delle mani di un prestidigitatore che ammalia il pubblico scopriva la scatoletta del bicchiere, lo apriva, lo lavava dentro e fuori con la solennità di un antico sacerdote egizio, e poi il sospirato premio dei sorsi di acqua favolosa nel bicchiere magico. Non bevevamo l’acqua, ma la magia dell’amore di quel nonno straordinario. 
L’altro esempio? Se facevamo i bravi durante la settimana, in via del tutto eccezionale (dovevamo guadagnarcelo!) ci portava nel magico “tondo-tondo” che non era altro che l’aia che si trova ancora sulla strada di Santa Domenica Vittoria davanti alla piazzola che allora ospitava una cabina elettrica. 
E passavamo delle ore a rincorrerci felici.
Possedeva un’arte perduta, nonno Antonio: l’arte di creare la magia in noi, di saper stimolare la fantasia che è in ogni bambino.
E, come questi, molti altri ricordi mi riportano a quell’uomo fuori dal comune.
Gli anni della pensione non furono mai inattivi, ma presi dagli affari (tra cui le briciole dei rimborsi dei danni di guerra da un governo di Roma che stentava a rispettare la legge), ma soprattutto della scrittura dei suoi ricordi d’Africa, trasformati in romanzi; solo uno vide la luce: il suo romanzo storico/autobiografico “Nei giorni del crollo”, pubblicato nel 1970, considerato come “effemeride storica” e che gli valse l’accoglienza fra i membri dell’Accademia Tiberina di Roma.
Stava lavorando alla correzione delle bozze del secondo quando sopraggiunsero i pesi delle catene del tempo.
Il lavoro si fermò per il deterioramento della vista sino alla cecità, e un po’ della mente che iniziava a perdersi, ma solo a causa del buio dei suoi occhi.
Ricordo che un giorno disse alla persona che si occupava di lui (e di cui parlerò sotto): “ragazzo, preparami delle uova al bacon, per la colazione”; e quando il “ragazzo”, ridendo, rispose “certo, signore”, Antonio riconobbe la voce e ripiombò nell’assoluta lucidità del presente e del luogo.
Semplicemente, nella cecità, quando ricordava i suoi tanti viaggi, poteva capitare di continuare nella visione; ma bastava qualcosa come la voce per riportarlo alla realtà. In quel caso, ridendo, raccontò che stava pensando ai giorni di Londra e ridendo disse: “scusa, Paolo”.
Già, perché il “ragazzo” era Paolo, mio padre, suo genero.
Quegli ultimi due anni furono tristi e meravigliosi a un tempo per entrambi, perché mio padre, che col matrimonio trovò in Antonio il padre che lo aveva lasciato morendo quando lui aveva 19 anni, poté accudirlo come non poté fare con suo padre; e Antonio trovava il figlio più amorevole che potesse sognare.
Mio padre, che lavorava all’ospedale, aveva anche la condotta di Passopisciaro, Solicchiata, Rovittello e Verzella; Paolo Damiano, che aiutava la moglie medico nel suo ambulatorio e nelle visite, aveva la forza di accudire il suocero andandoci almeno tre volte al giorno, per portargli il cibo, aiutarlo a lavarsi e vestirsi, e fargli compagnia.
Avevamo provato a portarlo a casa nostra ma dopo pochi giorni volle tornare a casa sua perché le poche, vaghe ombre che vedeva gli impedivano di muoversi in casa nostra mentre in casa sua era libero comunque di spostarsi per le stanze.
Questi furono gli ultimi due, tristi anni in cui, come ogni essere umano che arrivi a tarda età, dobbiamo pagare il tributo a Kronos l’implacabile. 
Il 23 luglio 1973 Antonio Petrullo si spegneva nella notte, serenamente, nel suo ultimo sogno e, chissà, forse tornando col suo perduto e amato figlio in quell’Africa dei giorni felici.

Maurizio Damiano  

     Il romanzo ” Nei giorni del crollo ” dopo una breve prefazione di Arnaldo Di Serio, inizia con questa bellissima poesia:

Giuseppe Plumari – La Felicità Politico-Cristiana.

Omelie recitate dall’Autore nella Basilica di Santa Maria il 12 gennaio 1801 e il 12 gennaio 1821.

 

SEBASTIANO GRASSO

 

Figlio naturale di un generale-medico (1903-1985) e della marchesa Giuseppina Camardi Polizzi ( Castiglione di Sicilia 1916-1966), figlia a sua volta di Camardi Antonino e di Polizzi Soccorsa (nata a Randazzo nel 1890) . Sebastiano Grasso è nato in Sicilia il 24 novembre del  1947. 
Ha conosciuto la madre a dodici anni e il padre a diciannove anni. 
Studia al collegio San Michele di Acireale, dei Padri Filippini.  Si dedica anche alla scherma, canto e musica (abbandonata dopo la morte della madre, eccellente pianista).
Appena laureato, insegna per un paio d’anni Letteratura Italiana all’università.
Il suo primo libro “ Orizzonti lontani ” esce nel 1964, quindi ” Plaquette “(1968, prefazione di Carlo Bo),”  Poesie fuori stagione ” (1970, introduzione di Diego Valeri) , Il giuoco della memoria (1973, prefazione di Mario Luzi e disegni di Cantatore, Kodra, Mignecoe Sassu), tradotto in Spagna (1977) nella celebre « Co- leccién Adonais»; La stagione del clown (1978, presentazione di Riccardo Bacchelli); “ I poeta e il fantasma” (1980, introduzione di Carlo Bo);
Nel 1970 dirige per l’editore Giannotta di Catania la collana di letterature straniere “Mondo”.
Si dedica a traduzioni di Apollinaire, Baudelaire, Senghor, Valery, Cendras, Machado, Jìmenez, Neruda, Alberti, Lorca.
Dal 1971 vive a Milano dove  ha lavorato al Corriere della Sera come inviato speciale e responsabile della pagina dell’Arte.
Dal marzo 2007 è presidente del Pen Club Italia.
Ha pubblicato una ventina di libri di poesia.
 Fondamentale l’incontro con la donna che gli ispirerà la trilogia:
 – nel 2000 “Il tuo pube nero befferà la morte” con un saggio critico di Carlo Bo e sei disegni di Renzo Vespignani,
 –  nel 2002  “Sul monte di Venere” ,presentato da Mario Luzi,
 –  nel 2004 “La preghiera di una vergine”.
La sua vena poetica continua con:
 –  nel 2006 esce “Il talco sotto le ballerine”, (Premio Lerici Pea),
 –  nel 2007 “La cenere ringrazia della brace e della favilla”,
 –  nel 2009 “Tu in agguato sotto le palpebre”.
E’ tradotto in Spagna, Russia, Polonia, Francia, Svezia, Inghilterra, Macedonia.

Ha curato : 
 il Teatro breve di Federico Garcia Lorca  (1970, testimonianza di Rafael Alberti e disegni di Corrado Cagli);
Ritorni del vivo lontano di Rafael  Alberti (1976);
 Spade come labbra di Vicente Aleixandre (1977);
Dalì di Ramén Gémez dela Serna (1978 e 2002);
Cancion del amor herido di Alberti (1979);
Montale, lettere a Quasimodo (1981, prologo di Maria Corti);
Donna Rosita la zitella di Garcia Lorca (1987, testi di Rafael Alberti e Carlo Bo);
Vedute di Roma di Giovan Battista Piranesi (1991);
Ballate gitane di Garcia Lorca (1993, conscritti di Rafael  Alberti e Carlo Bo e disegni di Migneco);
Il  bicchiere di giada (2001, con Stella Ku Pan, incisioni di Hsiao Chin);
I piaceri proibiti di Luis Cernuda (2002, con Margherita Alverà);
Destino Espagnia: la Spagna vista dal « Corriere della Sera » (2002, con Marina Cotelli).

Sebastiano Grasso – il poeta italiano, ospite d’onore alla Fiera del Libro, Tirana 2011

Sebastiano Grasso

La poesia assomiglia ai giorni, che sembrano gli stessi senza mai esserlo. Cosa già detta da Eraclito paragonando il tempo con l’acqua. Il paragone in se stesso è anche poesia.
L’acqua non è sempre la stessa e, così, le sue forme. Infatti nel momento in cui esse si ripetono, sono sempre nuove come i giorni, anzi ognuna di esse è unica. Riviverle è esattamente lo stesso.
Questa sensazione è rafforzata dal poeta italiano Sebastiano Grasso, che nei suoi versi trattiene il tempo e l’acqua – la memoria di entrambi – ma, soprattutto, materia d’amore che è l’amore stesso.
La sua poesia, simile ad altre, è totalmente sua, come la sua vita. Perché è possibile dividere le pene con un’altra persona, così come la gioia – come si divide una stanza – ma non si può mai soddisfare la sete per un altro. La poesia non può essere trapiantata.
Sebastiano Grasso scrive come se prima di lui non fossero vissuti altri poeti, come se con lui iniziasse tutto; è come se egli cercasse di (ri)scoprire l’amore dopo averlo osservato, toccato, gustato, lasciato, fatto impazzire, deluso.
Che cosa importa se altri prima di lui hanno espresso le proprie sensazioni. Importa solo quello che il poeta scopre da sé.

Ma il dolore non è un capriccio, non si placa l’insonnia.

Ecco una raccomandazione misteriosa, che il poeta tira fuori da sé: per sé e per gli altri. La parola poeta, (che in latino è poéta e in greco antico poiétés e che deriva da poeíéín), vuole dire “fare”, “produrre”. Che cosa? Sentimenti, oppure emozioni. Inventarli, raccontarli o provocarli? Raccontare l’attimo che è eternità e l’eternità che diventa attimo. Qui c’è una sorta di nodo che non va mai sciolto. Tutto ciò si vede anche nel poeta Grasso.

Di quanti enigmi si compone la nostra storia;
di quante magie […]
Il dialogo interrotto ricomincia: sogno
un tempo che non era nel sogno.

Senza alcun complesso, disincantato dell’incanto, in modo naturale, egli ripercorre – con una specie di sentimento sublime, segreto, primitivo – la giornata di una persona. Sole, pioggia, vento, le stagioni dell’età con incontri, separazioni, timori, cambiamenti e amori ovunque ed in ogni cosa.
Ogni cosa diventa il ricordo di un amore, vi si identifica.
Talvolta il ricordo è più forte della realtà. Ecco il sogno dell’amore.

L’amore si serve di tutto: treni, macchine, passi, ascensori, balconi, piante rampicanti, bicchieri di vino, divani, posacenere con sigarette che ancora emettono fumo, fogli scritti – e, soprattutto fogli non scritti -, viaggi improvvisi, ritorni, letti disfatti e vuoti, ecc.
Ma nessuno può ripetere te; così come tu non puoi ripetere gli altri.
Siamo la stesso uomo, quello di Borges, con la stessa poesia, ma infinitamente diversa.

Scrive Grasso:
Cambiamo abitudini: poche partenze, troppi arrivi.
Il poeta si allontana senza allontanarsi. Solo fra la gente, tende a scoprire l’anima: ovunque, soprattutto nella parola, nella quale crede. E sembra che dica: “Altri poeti dentro di me, così come io ero dentro di loro”: Anche la pioggia ha la sua voce… Questo insieme di uomo-natura e di natura-uomo, rimasto nelle parole che non riusciamo ad inventare, ha il potere di inventarci di nuovo, ti rendeva l’immortalità per un altro giorno.
Ancora un giorno in più per essere immortali.
Ed ancora:
I nostri angeli sono 
altrove, in alto mare, come uccelli migratori. 
Le notti si gonfiano, diventano bolle di ricordi
ma non riescono a scoppiare. Dio!, il nostro
destino è un tormento perenne. Ed è proprio qui,
dici, il crepuscolo della vita, il nostro inferno.
Si scopre con ritardo che abbiamo amato poco,
o peggio ancora, che non abbiamo saputo amare?

Siamo davanti a versi di una chiarezza straordinaria. Probabilmente ciò è dovuto al lavoro del poeta, che fa il giornalista al Corriere della Sera, il maggiore quotidiano italiano, dove hanno lavorato anche Eugenio Montale e Dino Buzzati (di cui Grasso ha “ereditato” la pagina dell’Arte). Il giornalista deve scrivere chiaro, per farsi capire da tutti. Ed ecco che la maniera di scrivere si trasferisce dall’articolo al verso.
Grasso ha scritto anche del nostro Ibrahim Kodra, del quale era molto amico. Anch’io divenni loro amico durante la mia permanenza a Milano. In entrambi c’era qualcosa di affascinante: l’uno lo trasformava in colore; l’altro, in parole. Ma tutti e due lo facevano in maniera poetica.
Grasso è nato nell’estremità più meridionale dell’Italia, in Sicilia. A sedici anni ha pubblicato il suo primo libro.
Dopo la laurea in Lettere moderne, ha insegnato all’università letteratura italiana per un paio d’anni. Poi, nel ’71, il trasferimento a Milano, al Corriere della Sera, dove attualmente è inviato speciale e responsabile dell’Arte. Dal 2007, Grasso è anche presidente del Pen club Italia.
Dal 1964 al 1980, oltre ad alcuni libri di traduzioni da francese e spagnolo, ha pubblicato le raccolte di versi Orizzonti lontani, Plaquette, Poesie fuori stagione, Il giuoco della memoria, Pour Marie-Hélène, Il poeta e il fantasma. Segue un silenzio durato vent’anni.
Poi, nel 2000, l’esplosione. Il poeta incontra Giuliana ed escono Il tuo pube nero bufferà la morte, Sul monte di Venere, La preghiera di una vergine, Il talco sotto le ballerine. Uno di essi ottiene il Premio LericiPea (assieme all’americano della “Beat generation”, Lawrence Ferlinghetti), e’ stato asdssegnato a Ismail Kadare. Alcuni di questi libri – singoli o come antologie – vengono tradotti in Spagna (prefazione del premio Nobel José Saramago), Russia (prologo di Evgenij Evtushenko), Polonia, Svezia (introduzione di Jesper Svenbro), Siria (presentazione di Adonis, il più grande poeta arabo vivente).
L’ultima raccolta, uscita in Italia nel 2009, si intitola Tu, in agguato sotto le palpebre; ed è quella che adesso presentiamo in albanese, una lingua fra le più antiche e preziose del mondo. Nella traduzione ho cercato di conservare il ritmo dei venti, delle onde e l’eco di quelle conchiglie che racchiudono singolarmente una stella. Spero, anche se in parte, di esserci riuscito.

A Sebastiano Grasso è stato assegnato il ” Premio Montale Fuori di casa “ con la seguente motivazione:  

         “ per la sua poesia d’amore erede della grande tradizione erotica classica che da Catullo giunge sino a Raphael Alberti e Adonis, per la sua attività di         giornalista-inviato speciale e critico d’arte svolta al Corriere della Sera e la sua opera di intellettuale attento a quanto dalla cultura europea e mondiale emerge nella nostra epoca “.

Alcune pubblicazioni di Sebastiano Grasso.

 

 

Sebastiano Grasso e il suo castello da sogno a Piacenza 

Quella che segue è la storia di un sogno che si realizza. In un periodo in cui tutto sembra più complicato del dovuto e il fenomeno della mediocrità morale sembra dilagare, c’è ancora qualcuno che crede nella cultura e nell’importanza dei desideri. Più difficile è realizzare un castello in aria e più è grande la soddisfazione quando ci si riesce, anche se ci vuole molto tempo.  La realizzazione di un sogno.  A proposito di castelli, Sebastiano Grasso, critico e articolista del Corriere della Sera, uno tra i più importanti quotidiani nazionali, ha deciso, a settant’anni, di realizzare un sogno coltivato da quando era solo un bambino.
 Il poeta e scrittore, responsabile per oltre trent’anni della pagina dell’arte, ha acquistato un castello nella provincia di Piacenza, sulle sponde del fiume Nure, pensandolo come luogo ideale in cui continuare a portare avanti ciò che lo ha appassionato per tutta la vita.
Grasso ha spiegato a Ville&Casali che quando era molto piccolo, la nonna decise di donare il suo castello al Comune, ma l’acquisto del maniero di Riva, del diciottesimo secolo, sembra avergli fatto recuperare parte della sua infanzia.
La regale proprietà si trova nel paese di Ponte dell’Olio, in una terra ricca di altre strutture medievali di un tempo appartenute all’alto bordo e soprattutto di prelibatezze gastronomiche. 
Questo grande desiderio di tornare a possedere il maniero, Grasso, l’aveva già espresso alla sua amica Rita Zanardi Rivalta, anch’essa proprietaria del castello vicino e che gli ha segnalato la messa in vendita del complesso immobiliare della famiglia Fioruzzi.
A seguito di numerose trattative, il giornalista ha concluso l’acquisto, prendendosi l’onere di ristrutturare e consolidare l’intera struttura, in particolar modo la torre principale e la villa collegata al castello.
L’ambizione di Sebastiano Grasso era quella di creare un punto di riferimento per tutti gli intellettuali e gli artisti e spiega a Ville& Casali:

CONFERENZE, SPETTACOLI TEATRALI E MUSICALI E, UNA VOLTA ALL’ANNO, UNA MOSTRA ALL’APERTO DEDICATA A UNO SCULTORE CONSACRATO E A DEI GIOVANI ARTISTI. TUTTO SARÀ GRATUITO.

La Torre principale del castello, appoggiata a una roccia, sarà la sede della biblioteca principale e accoglierà circa trentamila volumi di arte e letture giornalistiche.
Con un progetto di questa levatura, il sindaco di Ponte dell’Olio, Sergio Coppelli, ha accolto il giornalista a braccia aperte, offrendogli la massima collaborazione, soprattutto per favorire il turismo dell’area di Valnure.
Quello di Ponte dell’Olio, infatti, è il primo comune piacentino a essere stato introdotto nel piano di tutela sui paesaggi naturali protetti.
Dal mese di agosto, quando il nuovo castellano si è insediato insieme ai suoi collaboratori, sono stati ripuliti tutti i locali, ridipinti porte e cancelli e ricostruiti tutti i merli crollati.
A breve lo stemma della precedente famiglia proprietaria, verrà sostituito da quello della casata del giornalista e verrà posto all’ingresso, proprio sopra al grande portone, dove una volta scorrevano le catene del ponte levatoio.

Purtroppo anche Sebastiano Grasso è finito sotto gli strali oltraggiosi di Vittorio Sgarbi, ma gli è andata bene !!!!

Sgarbi condannato per ingiurie al giornalista del Corriere Sebastiano Grasso

Contrariato da un articolo sul Corriere della Sera che criticava il Padiglione Italia della Biennale di Venezia del 2011, da lui curato, il critico d’arte e politico Vittorio Sgarbi, oggi assessore ai Beni culturali della Sicilia, ma in odore di rinuncia per candidarsi al Senato grazie ad un “posto sicuro” in lista, offerto da Berlusconi, prima ha iniziato a scrivere sms con parolacce e offese all’autore del pezzo pubblicato, il giornalista Sebastiano Grasso e poi in un articolo su Il Giornale, ha usato nei confronti del recensore considerazioni da lui ritenute diffamatorie.Ora il Tribunale di Milano, giudice Nicola Di Plotti, in sede civile, lo ha condannato a una pena pecuniaria per ingiuria e diffamazione a mezzo stampa. E inoltre alla pubblicazione, a proprie spese, di un estratto della sentenza sul Corriere della Sera. La notizia è stata resa nota dall’avvocato Biagio Cartillone, patrocinante di Grasso già responsabile delle pagine dell’arte sul quotidiano di via Solferino, che ha prodotto integralmente la sentenza. (Ansa)
22 gennaio 2018  

Noi ci permettiamo di rivolgere un invito al dr.Sebastiano Grasso ed è quello di venire a Randazzo e rivederla con gli occhi della sua maturata esperienza  nella Poesia, nell’Arte, nella Letteratura e nella Cultura in genere ( pensare di fare un museo del libro e realizzarlo in un bellissimo Castello  e sicuramente una cosa veramente notevole. Complimenti !!).
a cura di Francesco Rubbino

Vito La Mantia – Consuetudini di Randazzo

http://www.randazzo.blog/2019/05/18/vito-la-mantia-2/Parte Prima


Parte Seconda

a cura di Angela Militi

Olga Foti – (due belle novelle) La baronessa di Carini – L’Amante

 

LA  BARONESSA  DI  CARINI

In Italia l’abrogazione del delitto d’onore è solo del 1981: 5 agosto 1981. La mala accoppiata delitto-onore ha resistito per secoli, e mariti-fratelli-padri padroni hanno potuto ammazzare sicuri della quasi completa impunità.
Un passato che non passa, e i maschi di famiglia si arrogano ancora il diritto di decidere come devono vivere le “loro” donne e di punirle.
Una globale sottocultura che si perpetua e aggiunge ai delitti di ieri quelli di oggi: la ragazza pachistana uccisa dal padre, la donna di Messina accoltellata dal fratello, mogli ed ex-mogli, fidanzate ed ex fidanzate ammazzate quasi giornalmente. 
Certo, tanti parrucconi della Corte di Cassazione, questa sottocultura l’hanno ben alimentata affermando, in barba alla Costituzione che sancisce la parità fra i sessi, che l’adulterio della moglie è ben più grave di quello del marito (1961), che “le botte maritali” non raffigurano maltrattamenti” (1996), per non parlare della jus corrigendi che regna fino all’approvazione del Nuovo diritto di famiglia (1975).

Questi assurdi parrucconi ancora oggi assolvono stupratori in nome della verginità o dei jeans. Ma, per fortuna, tutto il mondo ride di loro.

Era affacciata ‘inta lu so balcuni
E vidi arrivari a cavalleria:
“Chistu è me patri chi vieni pi mia.”

La vecchia strada a zig-zag tutta in ombra e i pipistrelli che piombavano dall’alto, oscillando, sembravano una premonizione.
Davanti al castello l’uomo scese da cavallo con un salto, toccò terra davanti alla grande porta di quercia rinforzata con lamine di ferro, cominciò a camminare lentamente, a passi pesanti.
Serrava e disserrava i pugni percotendoli l’uno contro l’altro, e a tratti guardava verso il balcone ora vuoto. La luce del tramonto metteva in risalto la sfera del suo viso e i neri mustacchi che accentuavano la piega della bocca contratta dalla collera. Restò qualche istante fermo, immobile come un giustiziere, poi fece un segno d’intesa ai suoi soldati e entrò da solo nel castello.

La baronessa gli venne incontro:

“Signuri patri chi vinisti a fari?”
“Signura figghia, vi vinni ammazzari”

 

Con un’aria quasi cortese il padre le annunciava la decisione di ucciderla.

Cinque anni prima le aveva annunciato allo stesso modo la sua volontà di maritarla.
“Balia, hai saputo, mi vogliono maritare.” 
“Tutti si maritano, figlia, e tu hai già quattordici anni. Non puoi più venire a raccogliere babalucci con me nei campi.
Gli uccelli di Gesù becchettavano nel prato non più impregnato d’acqua e non ancora duro e secco come in agosto, la balia prese il bracciale che la ragazza le porgeva, lo tenne nel palmo della mano, lo soppesò, lo rigirò  come fosse un pesce prelibato che non aveva ancora deciso come cucinare.
“E’ di gran valore questo bracciale, almeno due onze, un gioiello degno della futura baronessa di Carini.”
“Sì balia, ma lui, il mio futuro marito, a te come sembra?”
“Gli uomini sono tutti uguali, figlia, quasi tutti, puzzano di stalla e di cavalli e nelle vene hanno per metà sangue, per metà vino.”
Tutti uguali. E pensò al padre e al fratello del padre, il signor zio, e al marchese cugino che abitava a Palermo. Avevano uno sguardo così deciso che quando parlavano nessuno si permetteva di verificare se dicevano cose sensate o no.
La moglie del signor zio era morta in circostanze sospette, schiacciata sotto una trave. Lei l’aveva sempre vista  paziente, esangue, e anche da morta sembrava chiedere scusa per il disturbo.
Con il bracciale in mano la balia guardava l’albero di carrubo pieno di carrube e di uccelli che cantavano, un canto bellicoso a minaccia degli invasori della privata proprietà.
Anche lei, la balia, sapeva di carrube ed era grande e serena, dava sicurezza…
Balia, avrebbe voluto dirle, non voglio sposarmi, andiamo via, io e te, andiamo a Licunisi.
Invece disse: “Balia, ricordi quando siamo stati a Licunisi? Io giravo con un vecchio cappello da mietitore sulla testa, e tu ti toglievi le scarpe per non sciuparle sui sassi, le legavi e te le appendevi alla cintura. Cercavamo babalucci. Niesci niesci babalucci, chi l’acquata listiu e lu suli riluci.
L’aveva davanti agli occhi quei campi con alberi in piena fioritura malgrado dai rami pendessero ancora baccelli dell’anno prima, e la casa della balia. La stalla era crollata e  nello spazio vuoto crescevano papaveri rossi e ortiche gigantesche.

“Abbiamo anche ballato una sera…”
Si festeggiava non sapeva più cosa, ma ricordava le sottane della balia che roteavano sull’aia liscia e dura come fosse di marmo.
“Com’era bello quel posto, balia!”
C’era nata e si era maritata in quel posto maledetto, casupole e carrubi, vespe e capre, gli uomini nei campi con la zappa, le donne al fiume a lavare, tutti con il loro diavolo. E le estati senza un filo d’acqua nei torrenti, non un’ombra per miglia e miglia, la terra spaccata dal sole, le vespe, le mosche, il pane che non bastava mai e il bastone.
Ma l’aveva preso lei quel giorno il bastone e al primo colpo gli aveva spezzato il naso, al bastardo, doveva sopportarsi le corna, la fame e le botte, secondo lui.
Il marito era rimasto imbesuito, col naso che penzolava, senza muoversi, senza nemmeno gridare, e lei si era messa a cantare mentre faceva un fagotto dei suoi pochi stracci.
 “Balia, oh balia, cosa fai, canti?” 
Aveva alzato gli occhi mostrando di non sapere che stava cantando e si era diretta verso la grande cucina con le Madonne e i Sacri cuori di Gesù alle pareti.
Doveva raccomandare loro la bambina che andava sposa.

“Signuri patri chi vinisti a fari?”
“Signura figghia, vi vinni ammazzari.”

Sentì come un pugno alla bocca dello stomaco e cominciò a correre sulle assi di legno del corridoio quasi buio, malgrado il vestito lungo l’impacciasse, le cordelle del busto la stringessero. Il corridoio sembrava interminabile, la porta della foresteria così lontana, mentre l’uomo era sempre più vicino, più vicino, con il suo puzzo di stalla e di sudore.
Stridi di uccelli notturni trafissero l’aria all’improvviso, affondarono nel crepuscolo, lo lacerarono, e il fiato dell’inseguitore le fu sul collo, le  mani quasi l’afferrarono.

Terrorizzata urlò.

E l’uomo inciampò, perse l’equilibrio, gridò a sua volta, di collera e di scorno.

La baronessa continuò a correre, raggiunse la foresteria, spinse la porta, la richiuse facendola sbattere con forza alle sue spalle.
“Carinisi, gente di Carini…!”

Affacciata alla finestra chiedeva aiuto, e altre finestre si aprirono, porte di casupole, la gente venne fuori armata di bastoni ma davanti al castello trovò i soldati con le spade.
“Gente di Carini, aiutatemi…”
Il rumore della porta che cedeva, lo schianto, un grido acuto subito strozzato.

Lu primu colpu la donna cariu
l’appressu colpu la donna muriu

E poi più niente. L’uomo uscì dalla stanza, ripercorse il corridoio buio, attraversò un piccolo cortile dove i resti di un’armatura sanguinavano ruggine in una pozzanghera.

Ciumi, muntagni, arburi, cianciti
Pi la bella barunissa chi pirditi
Chianci Palermu, chianci Siracusa
A Carini c’è lu luttu in
ogni casa

Seduti davanti il porticciolo i pescatori cantavano per i villeggianti come avevano sentito fare ai cantastorie.
“Una notte” disse il più vecchio “c’era  la luna, luna piena, e  ho visto la baronessa passeggiare sulla spiaggia. Era uscita dall’acqua e aveva i vestiti asciutti, e anche un ombrellino, il parasole.”
Il Vecchio amava raccontare ma amava anche la bottiglia, si sapeva, e a quell’ora doveva averne scolate più di una. Tutti sapevano però che la storia della baronessa era una storia vera, esistevano ancora i documenti, e il castello, a pochi chilometri, nel borgo di Carini.
Là era stata uccisa Laura Lanza, il 5 dicembre del 1563.
E in dicembre, nel bosco di Carini, mentre il vento soffia si sente ancora il lamento della baronessa perché il suo assassinio non era mai stato punito. Delitto d’onore, aveva spiegato il padre in tribunale, la figlia tradiva il marito.
 I pescatori ora tacevano. C’era la luna, luna piena, e non sembrava impossibile che la baronessa potesse uscire dal mare e passeggiare sulla spiaggia.
Anche i villeggianti tacevano, qualcuno pensava alla madre della baronessa costretta a vivere accanto all’assassino di sua figlia.
Di lei nessuno aveva mai parlato, nemmeno i cantastorie.
  Olga Foti

 

L’AMANTE

                                   

 L’Amante aveva le unghie laccate di rosso.
Anche un brillante, grosso come una nocciola, e avrebbe voluto darlo a mia madre se le avesse assicurato il pane – solo il pane – aveva precisato, per il tempo che restavamo sfollati.
Eravamo sull’Etna, la Montagna, c’era la guerra.
L’Amante era arrivata dalla città con un uomo che si chiamava anche lui l’Amante, gli adulti dicevano che le aveva dato un mucchio di soldi ed era tornato in tutta fretta dalla moglie.
Strano che un uomo avesse il nome da femmina o forse era L’Amante con le unghie laccate che aveva un nome da maschio. Certo è che con il brillante e tutti quei soldi faceva la fame. Le piccole mele selvatiche che cercava di raccogliere sugli alberi stenti erano davvero troppo acerbe, troppo dure, immangiabili, e mia madre non poteva assicurarle il pane, né per carità cristiana né per amore del brillante. Ho due bambine, le aveva detto, e non sappiamo quanto tempo si deve restare qua.
C’era la guerra. Quella di Elio Vittorini era stata una bella guerra, la mia, bellissima, una straordinaria meravigliosa vacanza.
Non avevamo acqua, quella del pozzo doveva servire per bere e cucinare, non ce n’era per lavarsi e  quindi non ci lavavamo. Si dormiva nella paglia, vestiti, e appena svegli, di corsa nei prati senza la solita perdita di tempo, compresa quella della colazione al tavolo di cucina.
Qui non c’era né tavolo né cucina, solo un enorme fienile, un’aia, un pozzo e una distesa senza fine di terreni brulli e boscaglia. Tornavamo stanchi e affamati e per noi c’era pane e latte di capra e poi, nella giornata senza orari, formaggio, minestra di lenticchie o di fagioli, anche cosce di pollo.
Con i bambini, avevano detto gli adulti, non ci possiamo permettere di perdere la testa, e prima di andar via, sotto la pioggia colorata dei volantini americani che invitavano a lasciare il paese,  avevano caricato le mule con sacchi di farina, legumi secchi, polli e conigli nelle gabbie. Quindi il cibo non ci mancava. 
L’Amante, invece, prima aveva cercato di comprarlo, il cibo, con quel mucchio di carta che poteva servire solo ad accendere il fuoco e con il brillante grosso come una nocciola, poi si era rassegnata e se non fosse stato per il buon cuore delle donne che di nascosto dei mariti le davano qualcosa, sarebbe davvero morta di fame.
Noi bambini sempre in giro a far la guerra. Io ero il generale, tutti gli altri ufficiali, e non fu mai possibile trovare un soldato. Esploravamo il territorio in cerca di nidi vuoti, piante sconosciute, fiumi o  ruscelli.
Non per l’acqua ma per i ranocchi. Per questo avevo bocciato la proposta di un ufficiale di raggiungere il mare: lì i ranocchi non si trovavano.
Spesso incontravamo l’Amante che raccoglieva qualche pannocchia inselvatichita di granturco, mezza marcia, apprezzata solo dagli uccelli, e in uno di quegli incontri, educatamente, (ce lo ripetevano sempre: prima si saluta, e se si chiede qualcosa si dice “per piacere”) quindi io, dopo averla salutata, le chiesi:
Per piacere, perché hai un nome da maschio?
Da maschio…? Io mi chiamo Marinella, non è un nome da maschio.
Non ti chiami l’Amante?
Mi guardò, prima stupita, poi rise fino alle lacrime e mi fece una carezza con quella mano bianca con le unghie rosse.
Quindi il suo nome non era l’Amante. Mi sembrò giusto informare gli adulti.
Cosa c’era da ridere?  E invece anche loro risero fino alle lacrime.
Hai sentito?, si ripetevano, Marinella si chiama, non l’Amante, e continuavano a ridere. Ma una donna arrivata per ultima col padre e le zie e che dormiva in un angolo del fienile, mi regalò un uovo piccolino, il primo della sua pollastrella, disse.
Proprio me lo meritavo.
Solitamente con gli adulti ci stavamo poco, solo un mattino siamo rimasti con loro perché quello che chiamavamo zio Peppino, anche se non era lo zio di nessuno, aveva cercato di rubare un secchio d’acqua.
Non era nemmeno mezzo secchio, protestava lui debolmente, smarrito, maldestro, volevo lavarmi. Puzzo!
E quelle parole caddero pesanti come sassi davanti il grande pozzo. Ci fu un momento di silenzio,  lungo più dell’eternità, poi un uomo disse: mi dispiace, zio Peppino, con l’acqua dobbiamo bere e dar da bere agli animali e gli voltò le spalle per entrare nel fienile.
Ritornò con un grosso catenaccio mezzo arrugginito e da quel giorno il pozzo rimase chiuso. Si apriva solo al mattino per il rito della distribuzione dell’acqua, e allora si vedeva l’Amante, in fila assieme agli altri, con in mano il pentolino che le aveva regalato mia madre.
A volte veniva a trovarci il baronello, sfollato con la famiglia in una sua proprietà non lontana, e portava anche notizie del paese. Parlava e poi chiedeva un bicchiere d’acqua che a volte diventavano due e anche tre. Nella loro grande tenuta con casa e palmento il pozzo era quasi vuoto. Ma la cosa che suscitò l’indignazione di molti fu il fatto che il baronello un giorno si versò un po’ d’acqua sul palmo della mano per lasciarla leccare al cane. Cose da pazzi, anche al suo cane dovevamo dar da bere!
Io segretamente parteggiavo per il baronello e quel povero cane morto di sete ma allora i bambini non avevano il diritto di esprimere la propria opinione.
Non potevamo permetterci di scialacquare l’acqua, decretarono molti adulti, e appena vedevano arrivare il baronello gli uomini se la squagliavano. Lui era troppo educato e non si sarebbe permesso di restare con le donne se gli uomini di famiglia non erano presenti. Ma una volta, il signore del lucchetto al pozzo, non fece in tempo ad andar via e si trovò il baronello proprio di fronte.
Un momento di silenzio, di imbarazzo, e poi: Abbia pazienza barone, noi qui non abbiamo acqua da sprecare.
Il baronello non si vide più.
Tutti erano certi che gli Americani avrebbero distrutto il paese perché: non avevamo il mare, né un porto, e nemmeno fabbriche d’armi, ma c’era il ponte che collegava la provincia di Catania a quella di Messina, e per quel ponte quante bombe avrebbero buttato?
E in quelle parole anche noi bambini potevamo intravedere della guerra un volto fino a quel momento sconosciuto, quello di Guernica che non conoscevo ancora, ma che apparve, inconfondibile, quando il paese bruciò.
Illuminato a giorno nel buio della notte, fiamme che si levavano verso il cielo, altissime, e noi in quell’aia davanti il fienile, adulti e bambini, un mucchio di teste con lo sguardo verso il paese lontano. Il nostro paese. Sapevamo dov’era, oltre il bosco di castagni, ma in basso, molto più in basso, sotto la Valle del Bove, e si capiva come le bombe incendiarie si stavano accanendo su quel che restava ancora delle case. Tacevamo e il silenzio era peggio di tutti i pianti, di tutte le grida.
Ma non avrei potuto immaginare che al ritorno, quella distruzione sarebbe stata ai miei occhi la cosa più  affascinante vista in vita mia.
Mucchi di macerie come colline, montagne di calcinacci che si dovevano scalare per poter entrare – dai balconi e dalle finestre – in quel che era rimasto delle case. Persino sul terrazzo della signora Carmeni dove c’era ancora il bellissimo glicine ormai sfiorito potevo arrivarci direttamente dalla strada senza chiedere permessi a nessuno.
E potevamo entrare nelle case di persone che conoscevamo ma che non erano parenti né amici, nelle loro cucine senza tetto dove nelle crepe dei muri crescevano violacciocche o qualche uccello aveva fatto il nido. Ma la scoperta straordinaria, l’esplorazione che dava i brividi, soprattutto all’imbrunire, era quella delle chiese.
In piedi ne erano rimaste ben poche (il nostro era il paese delle chiese) e quelle crollate avevano fatto venir fuori crani e scheletri. Scheletri di preti, pensavamo, forse di vescovi. Anche di Papi, era possibile?
Restavamo nel dubbio, agli adulti non si poteva chiedere, lo capivamo da soli, va bene la guerra e quella straordinaria libertà, va bene tutto, ma andare a scovare gli scheletri nelle chiese era troppo davvero.
Un giorno, però, mentre esploravamo il convento mezzo distrutto delle monache, davanti a un teschio che doveva essere per forza di donna visto che là c’erano state sempre monache, quello che era stato un mio ufficiale disse all’improvviso: E l’Amante, forse è morta ed è diventata così?
Nessuno di noi l’aveva più nominata, forse l’avevamo dimenticata, ma lui, che s’incantava quando l’incontravamo nella boscaglia, che non osava salutarla ma non le levava gli occhi di dosso fino a quando lei non si vedeva più, davanti a quei teschi aveva detto: E l’Amante, forse è morta ed è diventata cosi?
Nessuna risposta ma qualcosa che assomigliava alla paura circolò fra di noi anche se non era l’imbrunire, anche se il sole splendeva come gli altri giorni.
Gli adulti parlavano soprattutto dei furti subiti, anche le radio erano state rubate eppure erano grandi come mobili, rubate da gente del paese, certo, che le teneva ben nascoste. A nessuno piaceva passare per ladro.
C’era già stato il caso di donna Anna, la lavandaia, con i carabinieri che le avevano fatto “il sopralluogo”.
La figlia di donna Anna, una ragazzina di tredici anni, si vantava con le amiche :
“Quando mi sposo mia mamma mi dà il corredo a dodici.”
“Come sarebbe a dire?”
“Vuol dire: dodici lenzuoli, dodici tovaglie da tavola, dodici coperte.”
Donna Anna, povera che più povera non si può? O erano vanterie senza capo né coda oppure…
Quando la vecchietta andò dalla baronessa madre a riferire quel che aveva sentito con le sue orecchie: così, così, e così, la baronessa non voleva crederci, scemenze di ragazzina, e poi donna Anna era la sua lavandaia da sempre, quasi una di famiglia, la baronessa in inverno diceva alle serve di riscaldarle l’acqua. Certo, anche perché con l’acqua calda la biancheria viene meglio.
I carabinieri comunque glieli mandò ma era sicura che non avrebbero trovato niente.
Invece trovarono, altro che se trovarono! Dodici paia di lenzuoli, dodici tovaglie… Il corredo della baronessina ricamato dalle suore del convento di clausura.
Comunque da noi la guerra era finita, gli Americani erano sbarcati in santa pace, si erano messi d’accordo con i “Don”, quelli potenti, i capi dei capi, dicevano gli adulti, e la contraerea non aveva sparato un colpo, i soldati si erano subito arresi, le armi consegnate col sorriso sulle labbra.
In Continente però non era così e c’erano i Partigiani, non era chiaro chi fossero, non se ne sapeva molto, i giornali non arrivavano e le radio erano state rubate.
Noi bambini correvamo ancora da una parte all’altra del paese con pentole e padelle che gli adulti chiedevano o davano in prestito perché quelle in rame erano sparite, altre erano sfondate, e la maggior parte dei tegami in coccio erano ridotti in mille pezzi.
Il sapone si faceva sempre in casa con la cenere e il grasso di pecora, bambine giocavano ancora sulle macerie con vestitini di broccato ricavati da pezzi di tende rimaste miracolosamente intatte o con vestiti ricavati da pezzi di lenzuoli non ancora completamente lisi, ma la nostra bellissima guerra era finita.
Infatti, anche se dai soffitti delle aule cadevano sulle nostre teste i calcinacci, si erano riaperte le scuole.
E l’Amante?
Uno di noi aveva chiesto una volta a un gruppo di adulti che si raccontavano di quando eravamo sfollati, ma la risposta infastidita era stata: Che amante?
Non gradivano interventi nei loro discorsi, sciò, sciò, ci dicevano come si faceva con le galline per allontanarle e noi non ci pensammo più.
Poi cominciarono a tornare gli uomini che avevano fatto la guerra. Per primi due avanzi di galera partiti volontari, poi uno che aveva ucciso la moglie buttandola giù per le scale “E’ caduta…” ma lui andava a combattere e non si poteva indagare.
Del resto molte donne cadevano dalle scale e restavano sciancate o segnate per tutta la vita, erano deboli di gambe o di testa, soggette a capogiri.
Poi stranamente il fenomeno cessò per riprendere quando gli uomini tornarono dalla guerra.
Olga Foti

 

 

Collegio Salesiano San Basilio Randazzo 1879-1979

Antonio Pallante

Il 14 luglio del 1948 accadde un fatto terribile e spettacolare ( non penso certamente a Gino Bartali che vince il Tour de France, anche se poi avrà un suo ruolo) l’attentato al segretario politico del PCI Palmiro Togliatti. Ma il fatto più stupefacente per noi è che l’attentatore è un giovane studente di Randazzo:  Antonio Pallante.
I randazzesi rimangono molto stupiti ed increduli. Molti conoscono la famiglia Pallante ed anche Antonio. Giovane molto impegnato in politica , anche se con idee confuse e contraddittorie,ma nessuno poteva immaginare che potesse diventare addirittura un attentatore.
Antonio Pallante e figlio di Carmine e di Meloro Maddalena, nato a Bagnoli Irpino il 3 agosto del 1923. Il padre abruzzese lavora nel Corpo Forestale ed era una persona molto rigida e severa soprattutto nei confronti dei tre figli, anche se durante un comizio di Antonio ad un certo Proietti che lo contestava gli dà un pugno che lo scaraventa a terra.
Da giovane era religioso,spinto pure dal padre che lo voleva sacerdote, ed entra nel seminario di Cassano allo Jonio in Calabria. Finita la vocazione prende la licenzia ginnasiale a Castrovillari, poi la maturità classica in Sicilia al prestigioso Real  Collegio Capizzi di Bronte, quindi si iscrive a giurisprudenza a Catania».
Per anni fa “finta” di dare esami  ingannando il padre che per mantenerlo agli studi aveva venduto un terreno di famiglia per duecentomila lire.
Ai primi di luglio del 1948 saluta i genitori, parenti e amici, raccoglie da loro tremilacinquecento lire e dice che sarebbe andato a Catania per la tesi di laurea.
A Catania ci passa  solo per acquistare una pistola la Smith calibro 38 al mercato nero per 250 lire e per 25 lire acquista in armeria cinque proiettili. e  parte per Roma.

Di seguito alcuni articoli di giornali, interviste e di recente un libro scritto dal giornalista  Stefano Zurlo inviato de “Il Giornale” –  Quattro colpi per Togliatti. Antonio Pallante e l’attentato che sconvolse l’Italia (Baldini+Castoldi, pagine 254, euro 17,00) , che spiegheranno bene e da diversi punti di vista cosa successe in quei terribili giorni.

 

Andrea Velardi per il Messaggero

La mattina del 14 luglio del 1948, anno della Costituzione e delle prime elezioni repubblicane, l’ Italia sfiora il baratro della guerra civile quando, davanti a Montecitorio, il giovane studente siciliano Antonino Pallante ferisce gravemente Palmiro Togliatti, segretario del Partito Comunista Italiano.
La reazione del Migliore fa subito capire che quella del comunismo italiano sarà una vera anomalia, destinata a non reiterare gli scenari cruenti che la storia recente ha confermato essere assai realizzabili. 
A 70 anni da quell’ attentato si può considerare come tutta la storia del Partito comunista sia contenuta in nuce in questo evento così decisivo. Lo conferma il libro ricco e inusuale costruito da Salvatore Sechi mettendo insieme la sua lunga di intellettuale liberale di sinistra e la breve parentesi della sua consulenza presso la Commissione Mitrokhin, il cui lavoro viene giudicato fallimentare, a causa della censura nella accessibilità degli archivi e dei documenti, dei reciproci interessi partitici, del giornalismo petulante e sensazionalistico.

L’apparato para-militare del PCI e lo spionaggio del KGB sulle nostre imprese. Una storia di omissis fornisce, offre una tesi storiografica complessa e forte, restituendo la cornice di un’ identità del Partito comunista la cui matrice è in Togliatti e che si mantiene continua nonostante le virate e le mutazioni strategico-politiche del Novecento.

Il Pci ha perseguito due direttive contradditorie che in qualche modo hanno però realizzato la sua unicità con un equilibrio paradossale ma efficace. Da una parte l’ avversione esplicita per la socialdemocrazia, l’ influenza del Pcus e del Kgb nella politica italiana tra spionaggio industriale e tentativi di infiltrazione.
Dall’ altra l’ impossibilità di ridurre il comunismo italiano al Kgb e all’ immagine marziale del Partito così come venne espressa dall’ ampio dossier sulla organizzazione paramilitare dei comunisti italiani confezionato dal Sifar negli anni Cinquanta a cui si è appiattita tutta la vulgata storica e di cui bisogna attenuare la portata visto che una certa militarizzazione post-bellica era comune a partiti di diversa vocazione, col risultato dell’ esistenza di una Gladio bianca accanto ad una Gladio rossa.
LO SCENARIO.  Questo scenario riprende due linee adottate con grande efficacia da Togliatti.
L’ intuizione del dicembre del 1947 di non radicalizzare lo scontro armato sostenendo nella Direzione del partito la «possibilità di intreccio di lotte legali e di massa extralegali», pur non escludendo che si potesse essere costretti ad uscire dalla legalità, cioè ad abbandonare quelle che gli jugoslavi e gli stessi sovietici chiamavano «illusioni parlamentaristiche».
Vi è poi lo sforzo strumentale, ma geniale di Togliatti medesimo di agganciare la tradizione comunista a quella più risorgimentale e liberale, dissimulando in tutti i modi il reale e tremendo volto stalinista e bolscevico del Partito, con l’ effetto di italianizzare il comunismo (formula secondo Sechi poi fin troppo abusata), radicandolo inscindibilmente nella nostra tradizione sociale, istituzionale e costituzionale così da consolidare nei decenni successivi, soprattutto dopo la mutazione solo parziale dell’ era Berlinguer, una impermeabilità dei dirigenti di Botteghe Oscure alle stesse influenze sovietiche, impedendo nei fatti una infiltrazione massiccia dell’ Urss nel tessuto della nostra democrazia. 
Si dovrebbe così all’ input togliattiano se Berlinguer potrà con coraggio «non assecondare supinamente le decisioni e gli orientamenti dall’ Unione Sovietica» e insieme a Longo, Rodano e gli altri mantenere l’ ambiguità togliattiana della radicalità e dell’ enfasi della retorica della unicità storica della rivoluzione di Ottobre e della creazione dell’ Urss, nonché della contrapposizione tra comunismo sovietico e democrazie individualiste occidentali, minimizzando sulla repressione dei diritti civili come nella famosa intervista a Nuovi Argomenti nel giugno 1956 .

Palmiro Togliatti in ospedale dopo l’attentato

IL SOSTEGNO DELL’ URSS.  Senza coltivarne l’ immagine marziale, Sechi, che lasciò il Partito negli anni Settanta, non nasconde però quanto sia stato massiccio il sostegno economico sotto traccia del Kgb e quanto la storia del comunismo italiano sia sostanzialmente illiberale e totalitaria con buona pace di chi ha cercato di voler conciliare in tutti i modi la Rivoluzione liberale di Gobetti con il comunismo occidentalizzato, non leninista, ma certamente non pluralista, di Antonio Gramsci. 
L’ esperienza deludente della Commissione Mitrokhin e la disavventura di una infondatissima causa per diffamazione intentatagli da un ex parlamentare comunista non hanno permesso che si confermasse l’ amara conclusione di Sechi secondo cui «coltivare la speranza di ripensare la storia del comunismo è ormai impossibile». 
L’ occasione dell’ anniversario dell’ attentato a Togliatti e questo libro così denso ci fanno capire che lo sguardo dello storico può viaggiare alto al di là delle limitazioni documentarie e delle prospettive ristrette e faziose dei partiti e dei mass media.

 

LA DOMENICA DI REPUBBLICA: DOMENICA 29 APRILE 2007

La memoria:Storia d’Italia

Il 14 luglio 1948, in un periodo di estrema tensione politica, lo studente siciliano Antonio Pallante sparò da breve distanza quattro colpi di rivoltella contro il segretario del Partito comunista, che rimase ferito ma si salvò.

Abbiamo ritrovato negli archivi l’incartamento del processo che ne seguì e documenti rimasti sepolti per sessant’anni.

Antonio Pallante – arrestato

ROMA «Anche se in una cella del Regina Coeli, caro Paolo, io sono sempre quell’Antonio buono, affettuoso, e ponderato!». Era il 23 agosto del 1948 quando Antonio Pallante, da una cella d’isolamento del carcere romano, scrisse queste parole dirette al suo amico d’infanzia Paolo Marrone.
Poco più d’un mese prima, il 14 luglio, in piazza Montecitorio, quel ragazzo di Randazzo, provincia di Catania, che si definiva «buono e ponderato», all’epoca appena venticinquenne, aveva sparato a bruciapelo quattro colpi di rivoltella contro Palmiro Togliatti, ferendolo gravemente. 
E scatenando al Nord un moto insurrezionale che costò la vita a decine di persone. Quasi sessant’anni dopo, il fascicolo giudiziario di “Pallante Antonio” è diventato pubblico, custodito nell’Archivio di Stato, sezione di Galla Placidia.
Bisogna slegare sei o sette cordicelle per aprire il faldone quasi imbozzolito che contiene un migliaio di fogli ingialliti. 
Le pagine più toccanti che spuntano da quel fascicolo dimenticato sono le lettere inedite che Pallante scrisse a Regina Coeli e che la censura sequestrò.
Da quei manoscritti 
emerge il ritratto di un giovane fortemente condizionato da una ideologia intrisa di fascismo, che arrivò a Roma con un solo libro, Mein Kampf di Hitler. 
Il fascicolo giudiziario inizia con la testimonianza di “Iotti Romilde fu Egidio nata a Reggio Emilia, deputato al parlamento”, interrogata dal procuratore di Roma due ore dopo la sparatoria.
Stando 
a questa testimonianza di Nilde Iotti, che vide Togliatti «abbattersi al suolo», mentre «quel giovane pallido in viso si abbassava sul ferito e gli sparava a bruciapelo al fianco sinistro», e che fu la prima a gridare ai carabinieri «arrestatelo, arrestatelo», diventa difficile immaginare che il Migliore, quel drammatico frangente, possa aver pronunciato la fatidica frase che gli viene attribuita: «Non perdete la calma».
Dopo quello della Iotti, c’è l’interrogatorio 
dello stesso Togliatti del 22 novembre, quando, ormai guarito, pone fine alla tesi del complotto agitata a lungo dall’Unità e da esponenti del Pci. «Non sono in grado di fornire alcun elemento in merito a responsabilità di altre persone —dichiara, lapidario, ai giudici — non essendomi curato di fare indagini, né mi è stato riferito da altri alcun elemento al riguardo». 
Così il forestale Carmine Pallante descriveva il figlio. «Ha un carattere mite e ubbidiente, però un po’ nervoso, si adirava quando era contrariato anche nelle più piccole cose. Ha una certa ripugnanza per le armi. Durante il passato regime era appartenuto alla Gioventù italiana littoria».  
 
Pallante, ambizioso quanto confuso, passò dai liberali all’Uomo qualunque, e manifestò l’intenzione sia di scrivere per l’Unità, che di iscriversi all’Msi.
Ecco come 
descrisse se stesso alla polizia che lo aveva appena arrestato. «Nel ‘44 mi sono iscritto al Partito liberale, diventandone dirigente della sezione di Randazzo. Lo lasciai perché a mio giudizio troppo conservatore. Nel mio paese sono conosciuto come un fascista perché il mio noto anticomunismo viene a torto giudicato fascismo ». Ed ecco come spiegò il movente del suo gesto. «Ho sempre pensato che in Togliatti si debba ravvisare l’elemento più pericoloso alla vita politica italiana.

 

 

 

 

Repubblica Nazionale

Tra il febbraio e il luglio del 1948 la giovane democrazia italiana è sottoposta a tensioni durissime, che in più di un momento sono a un passo dal metterla in discussione. Esclusi socialisti e comunisti nel giugno 1947 dal terzo governo De Gasperi, l’Assemblea costituente è ancora riuscita, superando divisioni politiche sempre più profonde, a dare al paese la sua nuova Costituzione.
Ma la carta fondamentale della Repubblica appare più la testimonianza 
estrema di un momento irripetibile, maturato nel clima di unità del dopoguerra e presto svanito, che il fondamento riconosciuto di una nuova convivenza civile.
La Guerra fredda è diventata ormai una realtà.
Il risultato delle elezioni del 
primo Parlamento repubblicano italiano, convocate per il 18 aprile, rappresenta una posta altissima per le due superpotenze, che si dimostrano tutt’altro che disposte ad accettarlo a scatola chiusa: George  Kennan, autorevole consigliere del segretario di Stato americano, prospetta l’ipotesi di «mettere fuori legge il Partito comunista e condurre un’energica azione contro di esso prima delle elezioni» per provocarlo alla guerra civile, e fornire così il pretesto alla rioccupazione militare del Paese.
Togliatti informa l’ambasciatore sovietico 
Kostylev che il Pci è pronto a reagire ad un’eventualità del genere con un’insurrezione armata nel Nord del paese.



Strutture paramilitari clandestine sono apprestate non solo dai comunisti, ma, come è ora ampiamente documentato,

anche dai cattolici, in vista di uno show down ritenuto inevitabile nel caso che gli avversari non accettino un responso sfavorevole delle urne.
Il clima è avvelenato da una situazione sociale esplosiva. La politica di risanamento economico e finanziario inaugurata da Einaudi e proseguita da Pella ha aumentato i livelli di una disoccupazione già estesissima.
La Confindustria 
attribuisce il dilagare degli scioperi a un piano preciso del Pci e invita le imprese associate a non concedere nulla sul fronte della contrattazione.
La 
campagna elettorale si apre così in un clima di contrapposizione esasperata, in cui la situazione dell’ordine pubblico sembra sul punto di sfuggire di mano.
La Chiesa e i comitati civici si mobilitano nella lotta contro «l’Anticristo».
Gli emigrati americani scrivono alle loro famiglie in Italia che in caso di vittoria del Fronte gli aiuti del Piano Marshall cesseranno, e sarà la fame.
I partiti 
del Fronte popolare, apparentemente sicuri della vittoria, plaudono al colpo di forza con cui i comunisti, in Cecoslovacchia, si sono sbarazzati degli alleati di governo, e evocano minacciosi scenari di resa dei conti finale.
I toni della 
propaganda si fanno via via più accesi, rappresentando due Italie irriducibilmente nemiche.
La vittoria della Democrazia Cristiana, netta oltre ogni previsione, non smorza la tensione.
Nelle settimane successive al voto l’attenzione del Parlamento 
è polarizzata dalla ratifica dell’accordo con gli Stati Uniti sul Piano Marshall.
Nella discussione alla Camera, il 10 luglio, Togliatti denuncia in quell’accordo una subordinazione «alla politica dei gruppi dirigenti imperialisti degli Stati Uniti» e ammonisce che se il Paese dovesse essere trascinato in una guerra, «noi conosciamo qual è il nostro dovere. Alla guerra imperialista si risponde oggi con la rivolta, con la insurrezione per la difesa della pace, della indipendenza,dell’avvenire del proprio Paese!».

Tre giorni dopo un editoriale del quotidiano socialdemocratico, siglato dal suo direttore Carlo Andreoni, bollando la «jattanza con la quale il russo Togliatti parla di rivolta», esprime la certezza che «il governo della Repubblica e la maggioranza degli italiani avranno il coraggio, l’energia, la decisione sufficiente per inchiodare al muro del loro tradimento Togliatti e i suoi complici. E per inchiodarveli non metaforicamente».
Questa prosa virulenta può essere qui matura il gesto di Pallante il 14 luglio. 
Sia la Direzione del Pci sia la Cgil sono colte di sorpresa dall’imponenza di una risposta di massa, disarticolata e in gran parte spontanea, in cui confluiscono la frustrazione per la sconfitta elettorale del 18 aprile, lo sdegno per l’attentato alla vita di un dirigente amatissimo dai militanti, la diffusa attesa per una .
Non è mai stato provato che dietro questo movimento tumultuoso ci fossero una trama organizzativa e una leadership politico-militare del Pci, come sosterrà più tardi il ministro Scelba.
È probabile piuttosto che scattino quei 
meccanismi di difesa che il partito ha predisposto per l’ipotesi di una «provocazione» e di un colpo di Stato, e che in qualche caso questi meccanismi sfuggano di mano, soprattutto per l’intervento degli ex-partigiani, a chi li aveva ideati.
Per tre giorni, paralizzata dallo sciopero generale, l’Italia sembra sull’orlo 
della rivoluzione.
Restano sul terreno almeno quindici morti, equamente 
divisi fra agenti delle forze dell’ordine e dimostranti, mentre vengono operati migliaia di arresti. 
Eppure in quel momento decisivo ciascuna delle parti che si fronteggiano compie un passo indietro sull’orlo del baratro: i comunisti frenano, evitano che il moto si trasformi in insurrezione, e presto lasciano cadere anche la richiesta di dimissioni del governo. 
Questo a sua volta non cede alla tentazione 
di mettere al bando il Pci. La guerra di movimento dei caldi mesi di febbraio-luglio si trasforma lentamente in guerra di posizione. 
Le appartenenze separate,
benché abbiano messo radici profonde e destinate a durare, non cancellano del tutto il senso di una cittadinanza comune e il rispetto di una serie di regole sia pure a malincuore condivise.
La democrazia, malgrado tutto, tiene.

 

Storia. Pallante, cronaca di un delitto mancato

 

Un libro-intervista di Zurlo chiude la bocca alle dicerie e ad ogni dietrologia sul tentato assassinio di Palmiro Togliatti. Settant’anni dopo il “mistero” svelato dal 95enne “ex attentatore” catanese.

Roma, 14 luglio 1948, l’attentato al leader del Partito Comunista Italiano Palmiro Togliatti che ferito gravemente viene trasportato in ospedale, si salverà

Antonio Pallante – Oggi. (95 anni)

Antonio Pallante? Ma quel Pallante… l’attentatore di Palmiro Togliatti? Ma è una storia di settant’anni fa, possibile che sia ancora vivo? Questa la conversazione avuta con amici e colleghi, anche ferrati in storia patria, subito dopo la sorprendente scoperta: quell’Antonio Pallante che attentò alla vita del “Migliore”, il leader massimo del Partito Comunista Italiano, è ancora vivo e lotta per sé, e alla veneranda età di 95 anni risiede nella sua Catania.
 A testimoniarlo è il bel libro Quattro colpi per Togliatti. Antonio Pallante e l’attentato che sconvolse l’Italia(Baldini+Castoldi, pagine 254, euro 17,00) scritto dall’inviato de “Il Giornale” Stefano Zurlo.
Un lavoro paziente quello di Zurlo – mesi d’attesa per essere ricevuto da Pallante, stanco solo di difendersi dai rigurgiti storiografici e caduto volontariamente nell’oblio – quanto certosino nella ricostruzione dei fatti che si innestano in un momento in cui il nostro Paese sembrava sull’orlo della guerra civile.
 «Era il14 luglio, giornata caldissima e anniversario della presa della Bastiglia, un caso naturalmente, ma sì sa le coincidenze sono terreno fertile per giornalisti, storici, dietrologi…», racconta Pallante a Zurlo, fidandosi dell’esperto giornalista affinché una volta per tutte sgombri il campo dai falsi storici e dalla perniciosa pratica dietrologica che dal dopoguerra in poi ha fatto dell’Italia il Paese dei misteri.
Pallante si confessa, e il ritratto che ne esce è quello dell’idealista formatosi e partito con la sua pericolosa idea reazionaria da un piccolo paese siciliano, Randazzo.
Un borgo del catanese che, in quei giorni di “semimoti” di un altro ’48, era assurto agli onori delle cronache per il suo gesto estremo che ferì, ma non uccise, né Togliatti e tanto meno l’odiato Pci.
 L’allora 24enne studente in Giurisprudenza (era iscritto all’Università di Catania) racconta a Zurlo di essere «stato afferrato dal demone della politica».
 Il circolo «demoliberalqualunquista che aveva fondato a Randazzo era un coacervo di pensatori più o meno liberi, di simpatizzanti liberali, monarchici e adepti del neonato Fronte dell’Uomo Qualunque, nato nel 1946 dall’idea del giornalista Guglielmo Giannini.
Il buon Antonio tra un esame e l’altro («poi non mi sono più laureato») in quel microcosmo provinciale, fatto di lunghe “conversazioni siciliane” a tavolino e di infinite partite a dama e baccarà, si scaldava in comizi vulcanici e alla stesura di elzeviri monarchici (ero diventato corrispondente de “La Voce dell’Isola”, periodico monarchico di Catania) in cui si scagliava puntualmente contro «i comunisti asserviti a Mosca.
Non sopportavo – dice – i separatisti che volevano staccare l’Isola dalla mia Italia». Le elezioni del 18 aprile 1948 divennero la grande ossessione per quel ragazzo “ultrarisorgimentale”, per certi versi letterario, «un Vitaliano Brancati senza i baffi», che respirava i venti tempestosi dello scontro tra le destre postfasciste e la Democrazia Cristiana di Alcide De Gasperi: forze in cui credeva e che dovevano arginare la deriva insurrezionale lanciata dal filosovietico Togliatti.
Nonostante la batosta rimediata alle urne dal Pci, per mesi Antonio il caldo aveva un solo pensiero in testa: «Dovevo essere il vendicatore degli italiani traditi dal Pci». Il “Migliore” per lui era la peggiore espressione politica, un nemico da eliminare in fretta e furia, prima che l’Italia potesse diventare un nazione soggiogata dallo stalinismo e quindi si ponesse fine al Piano Marshall (con il relativo sostegno economico degli Stati Uniti) e ancor peggio alla strategia di De Gasperi che «spingeva per inserire il nostro Paese nel Patto Atlantico, l’ombrello che avrebbe garantito il nostro benessere».
Togliatti, con il suo discorso incendiario pronunciato alla Camera, il 10 luglio, aveva tuonato: «Alla guerra imperialista, si risponde oggi con la rivolta, con la insurrezione per la difesa della pace, dell’indipendenza, dell’avventura del proprio Paese». Lo spauracchio delle masse operaie e contadine, guidate dagli intellettuali estremisti, pronti a mettere a ferro e fuoco il Paese, fecero accelerare il piano di esecuzione di Pallante. L’11 luglio del ’48 in treno era salito a Roma, armato (una pistola Hopkins&Allen calibro 38 acquista al mercato nero di Catania) e deciso ad estirpare il «Male».

L’attentatore catanese Antonio Pallante, classe 1923

Dopo giorni di “studio” della sua vittima, con ingannevole astuzia riuscì a convincere l’onorevole Francesco Turnaturi che cedendo all’insistenza del compaesano gli rilasciò il pass d’ingresso per il Parlamento.
Il povero Turnaturi aveva introdotto la “serpe” in seno a Montecitorio e quella si rivelò la vipera velenosa di Togliatti.
 Il leader comunista, quel pomeriggio afoso del 14 luglio si fece prendere dalla tentazione di un gelato da Giolitti e mentre si recava al noto bar romano assieme alla compagna di lotte e di vita, Nilde Iotti, in via della Missione venne raggiunto da quattro colpi di pistola sparati da Pallante.
La ricostruzione di quegli attimi cruciali sono degni della miglior trama di un noir. Il giovane catanese a quel punto si ritrovò stordito, con un’arma in mano, e a salvarlo dal linciaggio intervenne, celere, il capitano dei carabinieri Antonio Perenze che «due anni dopo sarà il protagonista della misteriosa uccisione del bandito Giuliano».
Sbattendolo dentro la jeep che schizzò via al carcere di Regina Coeli, Pallante ebbe salva la vita e lì iniziò la sua seconda esistenza.
Una seconda vita non macchiata dalla morte di Togliatti, salvo per miracolo (morì nel 1964), e da una guerra civile scongiurata (secondo i “gazzettieri” anche grazie alla straordinaria impresa compiuta da Gino Bartali che vinse il Tour de France) ma che comunque ferì il “Drago rosso”.
Tra il 14 e il 15 luglio sul campo di battaglia, da nord a sud, rimasero 30 morti, 800 feriti. Oltre 7 mila le persone arrestate con danni quantificati in 50 miliardi di vecchie lire. 
Notizie filtrate arrivavano a Pallante dietro le sbarre in cui, con i giorni, cominciò a delinearsi la sua doppia immagine pubblica: quella del “carnefice” anticomunista e di contro, l’eroe di tutti coloro che lo ringraziavano per lo scampato pericolo della rivoluzione rossa.
Durante la detenzione, che proseguì al carcere di Noto, ricevette centinaia di lettere di encomio e doni, anche in denaro, persino dall’eroina d’Argentina Evita Perón che «spedì «tanti pesos, forse l’equivalente di 25mila euro di oggi», esaltando il combattente anticomunista Pallante.
Difeso da un principe del foro come l’avvocato Giuseppe Bucciante, in Cassazione la pena gli venne ridotta a 6 anni (per effetto dell’amnistia tornò a casa il Natale del 1953) ma una volta fuori continuò la scia insopportabile delle illazioni che mistificavano quella grande Storia in cui, con ingenuità, furore e orgoglio giovanile, era stato ascritto.
 La diceria degli untori lo voleva braccio armato del complottismo e della nuova spirale fascista. Ma Pallante non era mai stato fascista, neanche sotto il regime, come dimostra il suo «quinto colpo di pistola», quello sparato a Bronte. 
Il tiro mancino esploso dal moschetto del liceale: fracassò la centralina elettrica che garantiva i collegamenti «fra Roma e Tripoli, fra Mussolini e i suoi generali… Ero spacciato».
Ma anche allora dal cielo si calò l’ancora della salvezza: il direttore delle poste di Bronte, caro amico del padre, fece sparire la documentazione sul “caso Pallante”.
 In seguito, il tenente americano Charles Poletti sbarcato in Italia, per liberarla, con la VII armata, volle incontrare quel «bravo italiano» e donargli mille lire di premio. «Non ho più saputo nulla di Poletti (poi noto avvocato a New York, morto a 99 anni, nel 2002) e non so se gli giunse in America l’eco di quello che poi ho combinato…», si chiede oggi Pallante che, prima di ritirarsi a una vita privata, quasi anonima (impiegato alla Regione Sicilia fino alla pensione, sposato con due figli) ha dovuto difendersi dalle accuse più disparate.
Ora grazie al saggio-intervista di Zurlo la verità finalmente trionfa.
 Pallante nell’attentato a Togliatti ha agito da solo, senza complici. «Sono solo uno studente e agisco per la libertà», disse allora e conferma oggi, concludendo: «Mi sono preso responsabilità pesanti e me le sono tenute strette, per tutta la vita».
Massimiliano Castellani martedì 22 gennaio 2019

 

L’attentato a Togliatti: Pallante un separatista vicino ad Antonio Canepa?

Cosa ha spinto l’uomo che nel 1948 sparo’ al leader del pci? veniva da Randazzo e aveva studiato con il leader dei separatisti siciliani. C’e un nesso tra l’attentato e la causa indipendentista? l’interrogativo nell’affascinante libro di Salvatore Grillo Morasutti che ricostruisce gli anni del dopoguerra in Sicilia: dall’assassinio di Canepa, al ruolo del pci, fino a quello di don Sturzo e delle potenze alleate.

Chi è veramente l’uomo che  il 14 luglio 1948 sparò quattro colpi di calibro 38 a Palmiro Togliatti, segretario del Partito comunista italiano? Era davvero, ai tempi dell’attentato, un esponente di estrema destra- cosa peraltro da lui sempre negata- così come venne dipinto dai media?
IL mistero di Antonio Pallante, ancora oggi, rimane insoluto.  Ma, una nuova ipotesi comincia a prendere corpo. Una ipotesi che affonda le sue radici a Randazzo, città dalla quale partì per Roma con l’idea di uccidere Togliatti.

Città che, insieme con tutta la provincia di Catania, in quegli anni era la culla del separatismo siciliano  e in cui, nel 1945, venne ucciso il Professor Antonio Canepa, leader dell’Evis, l’Esercito dei Volontari per l’Indipendenza Siciliana. 
Di Canepa, Pallante era stato  alunno alla Facoltà di Giurisprudenza di Catania. E  lui stesso in una intervista del 1972  trasmessa da Rai Storia (sotto il link al video) conferma che negli anni in cui era studente, in Sicilia il dibattito politico era animato dal fuoco separatista. 
C’è dunque un nesso tra la sua decisione di attentare alla vita di Togliatti e la causa indipendentista siciliana?L’interrogativo, declinato in tutti i suoi dettagli, è contenuto in un nuovo affascinante libro sugli anni che seguirono la Seconda Guerra Mondiale. Si intitola ‘Il delitto Sicilia- Operazione Vulcano’ di Salvatore Grillo Morasutti, edito da Bonfirraro (18.90euro – distribuito anche dalle librerie Mondadori), che verrà ufficialmente presentato Sabato 12 Luglio a Caltagirone. 
Il testo, scritto sotto forma di romanzo storico – che lo rende di facile lettura anche ai neofiti – ripercorre le tappe principali della politica internazionale che all’indomani del conflitto ridisegnò stati e confini.
A questo disegno, ovviamente,  non sfuggì la Sicilia, unica regione in cui gli alleati imposero un governo provvisorio (Amgot) che dovette fronteggiare le istanze separatiste (nel 1945 il Movimento separatista aveva 500mila iscritti, gli altri partiti poche migliaia).
Nel libro di Grillo Morasutti, che pubblica documenti ufficiali dell’Intelligence inglese e americana, si evince chiaramente come le Grandi potenze straniere, all’inizio, avessero avuto un atteggiamento del tutto  conciliante nei confronti di una Sicilia indipendente. Poi tutto cambia. Una Sicilia libera, infatti, avrebbe richiesto una contropartita troppo grande  in favore dei russi (ad esempio, l’annessione di quella che oggi chiamiamo Padania all’Iugoslavia di Tito). 
Da qui sarebbe nata, secondo quanto leggiamo in questa interessante ricostruzione storica, l’Operazione Vulcano, ovvero la decisione di uccidere Antonio Canepa, che mai avrebbe accettato quella sorta di compromesso (rivelatosi alquanto fasullo) che poi ha portato all’Autonomia siciliana e alla sepoltura  dell’idea separatista.
L’influenza negativa della Russia rispetto alle istanze separatiste  e il ruolo di Togliatti nel ‘sacrificio’ della Sicilia, secondo la tesi del libro, potrebbero avere contribuito a spingere Pallante fino a Roma per uccidere il segretario del Pci. 
L’autore del libro ricorda, tra l’altro, che Canepa aveva aderito al Partito Comunista fino al 1944, quando a Firenze aveva fondato il Partito dei lavoratori in polemica con le scelte fatte dai vertici sulla Sicilia. Siamo ad Ottobre. Otto mesi dopo, Canepa verrà ucciso dai Carabinieri  nell’ambito dell’Operazione Vulcano, decisa dagli Alleati e dal Governo italiano.  Al tempo dell’uccisione del leader dell’EVIS, Togliatti era il Vice Presidente del Consiglio. Difficile che non sapesse cosa si stava decidendo per l’Italia e per la Sicilia.

E’ possibile dunque che Pallante avesse voluto vendicare Canepa?

Certo è che il trattamento da lui subito dopo l’attentato a Togliatti è molto singolare. Lo Stato, stranamente, si mostrò molto clemente con lui. Fu condannato, per un reato così  grave, a soli sette anni, dei quali solo due effettivamente scontati. Una volta scarcerato, fu assunto alla Forestale: un impiego pubblico.
Un premio per cosa? Il silenzio sulle reali motivazioni che lo avevano spinto ad attentare alla vita di Togliatti? Un altro contributo a quella propaganda ufficiale che ha voluto fare dimenticare ai siciliani parte della loro storia?
Nel libro, non mancano ( e non poteva essere diversamente) interrogativi anche sul ruolo di Don Sturzo, non solo sulla causa separatista (solo nel 1947 si dichiarò contrario, mentre uomini a lui molto vicini erano di sicura fede indipendentista) ma anche sullo sbarco degli alleati, organizzato mentre il prete calatino era esule negli Usa. Difficile, anche in questo caso, escludere un suo coinvolgimento. 
Nel testo di Grillo Morasutti-  320 pagine da leggere tutto ad un fiato per la ricchezza di documenti storici citati e per  lo stile romanzesco che rende il tutto scorrevole- si sfogliano le pagine della storia dell’Isola, del suo incanto, delle sue speranze e dei suoi drammi. Ma, soprattutto, si apprendono fatti che gettano non poche ombre sulla già oscure prime ore della vita dell’Italia Repubblicana.
ANTONELLA SFERRAZZA 8 LUGLIO 2014

 

         Pallante, l’ uomo che vuol farsi dimenticare.

Catania – Ci sono uomini che fanno di tutto per farsi dimenticare. Con il passare del tempo, a volte ci riescono. Con un atto di volontà provano a seppellire la loro storia, cancellano in un solo colpo la vecchia vita, violentano sentimenti e ideali pur di diventare invisibili agli occhi del mondo. Così, alla fine spariscono.
Dati quasi per morti, questi uomini possono vivere con un po’ di pace la loro nuova esistenza.
Come? Come fa l’ anonimo amministratore di un silenzioso condominio di Catania, quartiere borghese, i palazzi anneriti dai fumi del vulcano, gli alberi bruciati dalle ultime folate di scirocco.
Si chiama Antonio Pallante, l’ amministratore del condominio al numero civico 2 di piazza Beato Angelico.
C’ è qualcuno che si ricorda più di lui, in Italia? Cinquant’ anni fa era partito una notte dalla Sicilia perché credeva di avere una missione da compiere, il giorno dopo arrivò a Roma. Nella valigia aveva una copia di Mein Kampf, nella mano destra stringeva la pistola a tamburo appena comprata al mercato nero per 1500 lire.
Chi si ricorda più di lui? Chi si ricorda più di Antonio Pallante, l’ uomo che il 14 luglio del ‘ 48 cercò di uccidere il Migliore? Siamo andati a cercarlo “l’ attentatore”, l’ altro giorno. Non era a casa. Non era in campagna. Non era al solito posto al mare. E non era a casa né in campagna né al solito posto al mare nemmeno sua moglie Nunziatina. Siamo andati ad Acireale a parlare con suo fratello Guido.
Siamo andati a Randazzo per incontrare suo cognato Alfredo. Abbiamo telefonato a sua sorella Concettina che abita a Mirabella Imbaccari. Niente, loro non sapevano dov’ era Antonio. “Quello fa la sua vita e noi facciamo la nostra, ci sentiamo solo per le feste, Natale e Pasqua“, ci hanno risposto.
Parole pesate con cura, un certo fastidio mascherato dalla fredda cortesia, nessuna voglia di rinvangare il passato più lontano.
E poi il silenzio. Un silenzio lungo come mezzo secolo. Il tempo per diventare un altro uomo e farsi inghiottire dal nulla, per disperdere il suo nome e il suo volto nei labirinti della memoria. Per scoprire chi è oggi – e chi è stato per almeno quattro decenni – il “nuovo” Antonio Pallante, abbiamo inseguito tante vie. Abbiamo parlato con il suo amico Francesco Puglisi, che dal 1956 ha la macelleria all’ Orto dei Limoni a Catania.
Abbiamo provato a risvegliare qualche ricordo al vecchio capocronista de La Sicilia Turi Musumeci, che per primo intervistò “l’ attentatore” nel 1954. Abbiamo chiacchierato con i suoi vicini di piazza Beato Angelico, la signora Sebastiana Turrisi, l’ avvocato Santi Terranova, la signora Fina Toscano.
Abbiamo incontrato i suoi ex colleghi del Corpo Forestale, dove lui lavorava fino a dieci anni fa. Abbiamo parlato con il custode del lido alla Plaja dove Antonio, di tanto in tanto, passa qualche pomeriggio al mare con il nipotino.
Abbiamo chiesto notizie sul suo conto al giornalaio, al fioraio e al salumiere che vede ogni mattina quando scende a fare la spesa al Borgo.
Sull’ anonimo amministratore del condominio di piazza Beato Angelico numero 2, ciascuno di loro ci ha raccontato tutto ciò che sapeva.
Tutto ciò che sapevano era niente. E’ riuscito a farsi dimenticare l’ uomo che con la sua Smith & Wesson sparò a Togliatti.
Di lui – anche i suoi amici più intimi conoscono solo quello che lui ha voluto far loro conoscere. Che Antonio compirà 75 anni il prossimo 3 agosto. Che gli sono sempre piaciute le Vespe. Che è molto contento della laurea in Giurisprudenza presa da sua figlia Magda e che stravede per il piccolo Antonio, il figlio di suo figlio Carmelo.
Dicono che sia un uomo dai modi molto garbati. Amministratore di condominio scrupoloso. Mai una parola in più e mai una parola in meno con gli occasionali interlocutori. Religiosissimo. Tutto casa e chiesa.
E poi? Poi nulla. Nulla da dire. Nulla da raccontare. Tranne una sorta di leggenda metropolitana che gira negli ambienti musicali di Catania. La voce racconta che lui – “l’ attentatore” – sia il proprietario (insieme a un uomo misterioso) di una grande e famosissima azienda di corde per chitarre fondata nel 1958 a Saint Louis, Stati Uniti d’ America. L’ ultima intervista l’ ha rilasciata – ne concede una ogni dieci anni e sempre alla vigilia del 14 luglio – qualche settimana fa a una rivista. E’ l’ unico cedimento che gli si conosce sul suo passato. L’ ultima intervista era comunque la fotocopia di quella che aveva fatto nel 1988 e anche di quella che aveva fatto nel 1978.
Non rinnega nulla Antonio Pallante. Non si pente di nulla Antonio Pallante. Le poche volte che parla, dice sempre le stesse cose: “Io mi misi in testa un’ idea molto precisa: se Togliatti fosse morto, l’ Italia si sarebbe salvata. Pensavo che quello fosse l’ unico modo di evitare l’ invasione dei sovietici, dovevo farlo e l’ ho fatto”. 

Da quel giorno non mi sono mai più occupato di politica”. Quel giorno, suo fratello Guido aveva 16 anni. Ricorda poco. Ricorda soltanto le parole di suo padre: “Ci disse che non avremmo potuto incontrare Antonio per molto tempo…furono quasi sei anni…”. I quasi sei anni passati da Antonio Pallante in carcere. Condanna a 13 anni e 3 mesi in primo grado. Condanna a 7 anni in Appello. Condanna a 6 anni meno qualche settimana in Cassazione. Una volta libero, “l’ attentatore” tornò in Sicilia per cominciare un’ altra vita.
Il concorso al Corpo Forestale, il matrimonio con Nunziatina, i due figli, il condominio silenzioso di Catania, la tranquilla esistenza di un uomo qualunque che si confonde con gli altri.
ATTILIO BOLZONI -14 luglio 1998 Repubblica.it 

 

Alcune immagini della vita privata di Antonio Pallante

Alcune curiosità:

 L’Attentato a Togliatti
 del cantastorie Marino Piazza

«Alle ore undici del quattordici luglio
dalla Camera usciva Togliatti,
quattro colpi gli furono sparati
da uno studente vile e senza cuor.
(…)
L’assassino è stato arrestato
dai carabinieri di Montecitorio
e davanti all’interrogatorio
ha confessato dicendo così:

“«Già da tempo io meditavo
di riuscire a questo delitto,
appartengo a nessun partito,
è uno scopo mio personal”».

 

L’intervista di Mara Venier al giornalista Stefano Zurlo

Nella puntata di ‘Domenica In‘, trasmessa il 20 gennaio, Mara Venier ha ospitato Stefano Zurlo. Il giornalista ha presentato il suo libro ‘Quattro colpi per Togliatti – Antonio Pallante e l’attentato che sconvolse l’Italia’. Zurlo ha intervistato l’uomo che il 14 luglio 1948 tentò, senza riuscirci, di uccidere il segretario del Partito Comunista Palmiro Togliatti:
“Sono riuscito a intervistare colui che 71 anni fa sparò a Togliatti. È ancora in giro, è ancora vivo, ha quasi 100 anni. Antonio Pallante finalmente si è convinto, a 96 anni d’età, a raccontarmi come arrivò a quella decisione. Lui, studente universitario, si era messo in testa che Togliatti fosse il nemico dell’Italia. Prese la pistola, dalla sua città Catania andò a Roma. Si piazzò davanti a Montecitorio per sparare a Togliatti. Realizzò l’attentato ma dato che erano pallottole comprate al mercato nero, per fortuna molto scarse e spuntate, Togliatti ha potuto raccontare quello che è successo perché è sopravvissuto all’attentato ed è vissuto a lungo. È morto nel 64”.

Mara Venier intervista Stefano Zurlo

Il commento di Mara Venier poi le scuse.

Mara Venier, allora, ha pensato di salutare Antonio Pallante: “Noi lo salutiamo perché lui forse ci sta guardando. Perciò salutiamo Antonio Pallante e grazie a Stefano Zurlo”. Il gesto di riguardo nei confronti di un uomo che all’età di 25 anni ha acquistato un’arma, ha esploso quattro colpi contro Togliatti e ha portato a termine (per fortuna senza successo) un attentato, ha suscitato grandi polemiche. La conduttrice, raggiunta da AdnKronos, si è scusata:
“Io ho soltanto salutato una persona molto anziana, di 99 anni. Chiedo scusa se qualcuno si è risentito. Sono molto dispiaciuta, ma vorrei fosse chiaro che la politica non c’entra nulla. Sono una persona spontanea, ma davvero non era mia intenzione prendere una qualsivoglia posizione”.
L’indignazione di Rita Borioni 
Dopo essere venuta a conoscenza dell’accaduto, la consigliera d’amministrazione della Rai Rita Borioni, ha espresso il proprio disappunto sui social: “Apprendo: a ‘Domenica In’ su Rai1, la conduttrice, al termine della presentazione di un libro sull’attentato a Togliatti avvenuto nel 1948, manda un ‘saluto a Antonio Pallante (l’attentatore n.d.r.) che ci segue da casa’. È sconcertante. È sconcertante che non si sappia che Togliatti rischiò di morire, che l’Italia rischiò la guerra civile e che fu solo per la responsabilità dello stesso Togliatti che si evitarono disordini. È sconcertante come si scelga di buttare tutto ‘in caciara’ e come un attentatore e potenziale assassino sia salutato come se fosse un simpatico telespettatore qualsiasi. Sono molto preoccupata per quello che sta succedendo in Rai. Molto preoccupata”.
Francesco Verducci parla di “pagina miserevole”. 
Repubblica.it riporta le dichiarazioni di Francesco Verducci, senatore Pd e membro della Vigilanza Rai, che richiede un intervento del cda per chiarire “come sia avvenuta una tale scempiaggine”: “Pallante è simbolo e artefice di una delle più drammatiche vicende della nostra Repubblica.
Vederlo ‘sdoganare’ da Rai1 nel contenitore nazionalpopolare per eccellenza è una pagina miserevole per il servizio pubblico e per il nostro Paese.
Chiediamo alla direttrice di Rai1 Teresa De Santis, all’amministratore delegato Fabrizio Salini e al cda di intervenire per chiarire come sia potuta avvenire una tale enormità e scempiaggine, per riparare questo torto e chiedere scusa agli italiani”.
Emiliano Minnucci reputa l’accaduto “vergognoso”

Emiliano Minnucci, consigliere regionale PD del Lazio, ha chiarito di reputare “vergognoso” quanto accaduto a ‘Domenica In’: “Quello che è accaduto questo pomeriggio nel corso della trasmissione ‘Domenica In’ ha dell’incredibile anzi, del vergognoso.
Mara Venier, a seguito della presentazione del libro di Stefano Zurlo, si è tranquillamente permessa di salutare il fascista Antonio Pallante. Un fatto di gravità inaudita soprattutto perché si è consumato nella rete di punta della nostra tv di stato. Mi auguro che i vertici Rai prendano immediatamente le distanze condannando l’accaduto in maniera seria e determinata. Stiamo parlando di un fascista che nel ’48 attentò alla vita di Togliatti, trascinando l’Italia sull’orlo della guerra civile con manifestazioni violente in tutto il Paese che portarono alla morte di decine di persone. La TV di stato non può essere questo”.

Alcune considerazioni vere o/e presunte su questo tragico avvenimento:
  –  Antonio Pallante non era fascista, ma sicuramente anticomunista.
  –  Agi da solo ?!  Sicuramente fu il braccio armato. In paese circolava voce che un gruppetto  di amici avente tutti lo stesso obbiettivo (uccidere Togliatti e così liberare l’Italia dal comunismo)  tirarono a sorte chi doveva farlo.
  –  Il giovane universitario Pallante aveva ingannato i propri genitori in quanto aveva dato pochi esami e conoscendo il carattere del padre (per mantenerlo agli studi aveva venduto un podere per duecentomila lire) era molto preoccupato e si sentiva in colpa. Forse anche questo fatto ebbe un suo peso. 
  – Antonio Canepa e il separatismo. Canepa muore a Randazzo il 17 giugno del 1945 vittima di un conflitto a fuoco con le forze dell’ordine in contrada Murazzo Rotto. Questa è la storia ufficiale. Storia che non convinse tutti. Si dice che furono alcuni giovani comunisti di Randazzo appostati sopra il vigneto (era di proprietà del salesiano Don Mondio) che si trova di fronte dove ora vi è il monumento a Canepa e da lì fecero fuoco. Se questa è la verità il giovane Pallante, come si è detto molto attivo politicamente, non poteva non sapere e con Lui i suoi amici. Da qui a quello che poi successe il passo non dovrebbe essere lungo.  
  –  L’ultima considerazione: abbiamo riportato quanto dichiarato da alcuni rappresentanti delle nostre Istituzioni al saluto di Mara Venier nella trasmissione televisiva……. ma siamo veramente combinati così male ? ! ? !
 

 

 

continua su: https://tv.fanpage.it/a-domenica-in-mara-venier-saluta-antonio-pallante-attentatore-di-palmiro-togliatti-e-polemica/

http://tv.fanpage.it/  

Una intervista, su Rai Storia, ad Antonio Pallante

Pietro Virgilio – Randazzo e il Museo Vagliasindi

Lidia Petrullo

Lidia Petrullo nata, non importa in che periodo,  nella bella cittadina medievale di Randazzo, sita ai piedi della ns vulcanessa(mi piace chiamarla così)  Etna.
La mia infanzia, fino agli otto anni, l’ho trascorsa al paesello.
In seguito mi sono trasferita assieme alla sorella maggiore in Calabria ed a 11 anni a Messina dove ho continuato i miei studi fino al diploma magistrale . Ritornata a Randazzo,  sono rimasta per quattro anni, per poi ripartire  alla volta della Svizzera,con mio marito che lavorava li. 

Lidia Petrullo Pubblicazione REELS

Dopo pochi mesi abbiamo preferito ritornare in Italia, in quanto mio marito  aveva vinto un concorso ed era stato assunto alle Poste di Torino,
Dopo un anno sono stata assunta  come insegnante di scuola primaria, e… proprio  a Torino è nata la mia unica figlia, che mi ha reso nonna di due nipotine, che sono la mia gioia…la continuità della vita…
Ah…stavo dimenticando di dire che  mi piace molto viaggiare, seguendo il motto”Viaggiare  è vivere” perché si va alla scoperta di culture e tradizioni diverse dalle nostre, che ti arricchiscono interiormente e ti aprono la mente…
Ho cominciato a scrivere i miei primi versi dopo i vent’anni e le mie” emozioni” , come io le definisco, si sono dislocate lungo l’arco della mia vita,con qualche pausa.
Per circa trent’anni, ho deciso di tenere le mie emozioni in un cassetto… Poi ho pensato di renderle pubbliche, per la prima volta, partecipando  alla rassegna di poesia organizzata dalla PRO LOCO di Randazzo  Rassegna di Poesie Dialettali e in italiano :“Versi e parole nelle parlate galloitaliche di Sicilia” – nelle pubblicazioni degli anni 2011 – 2012 – 2013 – 2014 .-2015 – 2016 – 2017  2018 
-Ho partecipato anche,  a vari concorsi  a livello nazionale , riuscendo ad ottenere, per segnalazione di merito, la pubblicazione di diverse mie poesie sia sul Web che in formato cartaceo.
Con la casa editrice” Pagine” diretta da Elio Pecora, ho ottenuto la pubblicazione, insieme ad altri autori, di nove poesie in e-book, dal titolo “ Pensieri di versi” e su youtube  con il video della poesia “Riflessione”.

Altre poesie sono state pubblicate sul sito dell’Accademia Internazionale “Il Convivio” che mi ha insignita del titolo di accademico.
Sempre il Convivio mi ha conferito una segnalazione di merito per la poesia “Le perle della vita”.
Ho anche ottenuto delle Menzioni d’Onore  al Premio Nazionale di Poesia “POETINSIEME” 

Recentemente la Casa Editrice Aletti mi ha inserita con 15 mie poesie in una” collana “insieme ad altri  cinque autori.

Un mio sogno che spero si avveri presto è quello di pubblicare  un libro di poesie  tutte mie.

 

Alcune poesie:

Nel grembo

Leggera, luminosa

Avvolta da un fascino misterioso

Vieni fuori all’improvviso!

Un gemito t’accoglie!

Sei tu bimba mia

Che t’affacci alla vita,

dal grembo materno

e…l’accogli con gioia!

 Ti stringo al mio seno

e i nostri cuori fremono

all’’unisono in un battito d’amore …

quell’amore che, ogni madre, darà sempre

finchè un alito di vita avrà!

 

 La mezza luna

Cosa abbiamo in comune stasera

io e la mezza luna?

Ma certo: lo stesso volto!

Il tuo luminoso

color arancio

mi desta

infinite sensazioni

e delle vibrazioni

che arrivano

in fondo all’animo

e lo scavano

in un’assoluta nullità

disegnata d’intensità

nell’attesa dell’immensità!

Rialzo il mio sguardo

verso il cielo!

Luna, ora ti sei celata

dietro una nuvola

e…la mia allegria

si trasforma

in malinconia…

 

Riflessione

Il sole splende

sulla mia Etna

ammantata di neve.

Un lieve venticello

scompiglia i miei capelli

sussurrandomi all’orecchio

parole d’amore,

di speranza…

e … la certezza

della brevità della vita

che non lasci spazio

ad inutili rancori,

ma ad un’eterna

unione d’anime!

E allora Tu, Vento,

continua a soffiare!

Emana         

 Il tuo alito vitale

e stringi l’Universo

in un abbraccio

totale d’umanità.

 

I miei passi

Scandiscono i miei passi

 sulle scale senza tempo

della vita.

Vita … affannata

Corro… per andare…

non so dove…

Forse all’impazzata ricerca

di quell’ emozione nascosta

che dia  QUEL brivido

alla mia vita ribelle…

Ormai… ormai sono qui

con la mia mente avvolta nei ricordi

passati e più presenti… come ora

in quest’istante…

Vorrei che tu

fossi qui a scompigliare i miei

pensieri per immergerli nei tuoi

come il sole s’immerge

nell’azzurro mare

in quel Tramonto: il mio!

I miei passi


 

Basilica Santa Maria – Dipinti

 

 

 

 

 

 

 

 

La Pentecoste di Ignoto sec. XVI

 

 

Dormizione, Assunzione e Incoronazione di Maria -Giovanni Caniglia 1548

 

 


Maria Teresa Magro – Arte e Natura nei musei civici di Randazzo

Arte e Natura nei musei civici di Randazzo

Oratorio Salesiano – Campionati di Calcio

 

foto di Rosario Foti

 

foto di Nino Finocchiaro

 

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Carmelino Luca, Franco Salanitri, Pietro Mannino, Renzo Cessati, Arturo Vecchio, Zino Zuccarello, Sarino Foti, Pippo Cuco.

 

Pippo Cucco, Zino Zuccarello, Pietro Mannino, Albino Rubbino, Franco Salanitri, Saro Foti, Carmelino Luca

 


 

Douglas Sladen

 

Sladen, Douglas Brooke (1856-1947)

 

DOUGLAS SLADEN: ritratto di Frank Beresford – National Gallery of Victoria

Douglas Brooke Wheelton Sladen (1856-1947), autore, è nato il 5 febbraio 1856 a Londra, figlio di Douglas Brooke Sladen, procuratore legale, e di sua moglie Mary, nata Wheelton.
 Ha ricevuto una severa educazione evangelica, contro la quale in seguito ha reagito. Educato al Cheltenham College, era uno studioso del Trinity College, Oxford (BA, 1879), giocava a calcio per l’università, leggeva la storia invece dei classici e sviluppava il suo talento per l’amicizia con persone interessanti. La sua riluttanza per una vita stabile come avvocato lo portò a Victoria, dove suo zio, Sir Charles Sladen , era stato premier.
Sladen fu presto accettato nella società di Melbourne della classe superiore e nel 1880 sposò Margaret Isibella Muirhead, figlia di un abusivo del Distretto Occidentale; lei gli partorì un figlio.
Ha frequentato l’Università di Melbourne (LL.B., 1882) con l’intenzione di andare al bar e alla fine della politica, ma l’influenza dello zio stava calando e non aveva alcun entusiasmo per la legge. Ha iniziato lunghe amicizie con George Morrison e (Sir) John Monash , sulle cui vittorie australiane in Francia nel 1918 (Londra, 1920) ha fatto alcuni ritocchi. 
Nel 1883 Sladen si trasferì nel Nuovo Galles del Sud e fu nominato primo docente di storia moderna all’Università di Sydney.
 Ha tenuto conferenze sulla storia costituzionale alla moda di Oxford, ma il suo argomento non aveva uno status regolare nel curriculum e ha avuto un impatto minimo.
 Nel 1883 fu membro fondatore della sezione New South Wales della Australian Geographic Society.
La morte di suo zio e l’antipatia per il lavoro accademico coloniale lo portarono a dimettersi e nel 1884 lasciò l’Australia con sua moglie.
A Melbourne Sladen aveva contribuito con una lunga poesia, “Frithjof e Ingebjorg” alla Rivista vittoriana ; completato da pezzi più brevi, fu pubblicato a Londra nel 1882. Altri versi, prima stampati su giornali coloniali, furono pubblicati come testi australiani (Melbourne, 1883) e A Poetry of Exiles e Other Poems (Sydney, 1883).
 Il lavoro di Sladen era inglese di tono e di qualità indistinguibile, ma sviluppò un vivo interesse per la poesia scritta in Australia, e specialmente nel lavoro di Adam Lindsay Gordon . 
Dopo il suo ritorno in Inghilterra, Sladen fu incaricato di preparare un’antologia, Australian Ballads and Rhymes (Londra, 1888); la sua popolarità portò al suo allargamento quell’anno come A Century of Australian Song e un’ulteriore collezione, Australian Poets, 1788-1888 . La sua scelta era conservativa; anche nelle ballate preferiva il versetto “corretto” con un minimo di immaginario australiano, ma le sue antologie, con le loro introduzioni, erano importanti per stimolare l’interesse per il lavoro australiano.
Sladen ha scritto molti libri di viaggio, romanzi e antologie.

 


 Nel 1897 ha iniziato a modificare Who’s Who e ha ampliato la sua copertura di personaggi di spicco. Clubbable, era un ospite pronto e conversatore che si muoveva facilmente in ambienti artistici e teatrali e viaggiava molto.Non ha mai rivisitato l’Australia, confessando di avere tutto in Australia ma l’Australia è stata esiliata per me “. 
Connessioni australiane sono state preservate dalla sua edizione degli opuscoli e discorsi di Billy Hughes , da Boundary Rider al Primo Ministro … (Londra, 1916), e da due romanzi, Fair Inez: A Romance of Australia (1918), ambientato in Australia nel 2000 AD, e Paul’s Wife: O “The Ostriches” (1919), che mostrava un immaginario Alfred Deakin (che Sladen aveva conosciuto a Melbourne) in pensione in Inghilterra.
 Il copyright aveva tenuto la maggior parte della poesia di Gordon fuori dalle antologie di Sladen ma nel 1912 fu in grado di pubblicare un’edizione di Gordon e, con E. Humphris, Adam Lindsay Gordon e i suoi amici in Inghilterra e Australia (1912), che chiarirono lo sfondo inglese del poeta.
Sladen corrispondeva agli ammiratori australiani di Gordon e fu segretario del comitato commemorativo che collocò il suo busto nell’Abbazia di Westminster nel 1934. Produsse Adam Lindsay Gordon: La vita e le migliori poesie del poeta australiano (1934) per celebrare l’occasione.
La prima moglie di Sladen era morta il 15 giugno 1919 e sposò Dorothea Duthie il 31 luglio 1930.
Morì a Hove il 12 febbraio 1947.
Un ritratto di Frank Beresford è nella National Gallery of Victoria. I biografi hanno fatto molto affidamento sui suoi libri, Twenty Years of My Life(Londra, 1915) e My Long Life (Londra, 1939).

di  KJ Cable

Questo articolo è stato pubblicato su Australian Dictionary of Biography , Volume 6, (MUP), 1976

          Douglas Sladen nel 1907  pubblica a New York una guida turistica della Sicilia. Deve aver visitato Randazzo,  Maniace e Bronte nel 1904. L’autore consiglia al viaggiatore che si reca in Sicilia un itinerario in trentasette giorni ed al decimo ed undicesimo giorno la visita riguarda Bronte, Randazzo e Maniace.
Bronte è descritta come una cittadina di ventimila abitanti, “che sono considerati la gente più scellerata in Sicilia”. Chissà perché poi questo severo giudizio non suffragato da prove.

Se si desidera leggere la pubblicazione – “Sicily – The New Resort an Encyclopedia of Sicily by Douglas Sladen”  che ci riguarda in quanto nella II parte del libro da pag. 462 a pag. 468 si parla di Randazzo impreziosito da belle foto puoi andare nella “libreria” del sito oppure cliccare sul titolo.
  a cura di Lucio Rubbino

 

DOUGLAS SLADEN – SICILY – The New Winter Resort by

L’Autore ha descritto, in lingua inglese,  più di 50 Paesi della Sicilia: Randazzo si trova nella II parte da  pag.462 a pag.468 con belle foto d’epoca”.
Data di pubblicazione  1907   parte  I

parte  II


Maristella Dilettoso

 Maristella Dilettoso è nata e vive a Randazzo. Ha studiato a Randazzo, Bronte e Catania, dove ha conseguire la Laurea in Lettere Moderne nel 1976, discutendo la Tesi “Il fascino della distanza: due fiabe moderne presentate ai ragazzi”, relatore il Ch.mo Prof. Gino Corallo.

Dopo qualche breve esperienza di insegnamento, dal 1978 fino al 2011 ha diretto la Biblioteca civica della sua città. Tra i suoi interessi principali la pittura, la letteratura, il giornalismo, la storia e le tradizioni locali.

Nella pittura predilige il genere figurativo, i suoi soggetti sono paesaggi, nature morte, ma soprattutto angoli, monumenti e vie della sua città. Ha partecipato nel passato a diverse estemporanee e mostre collettive di pittura, aggiudicandosi un 1° posto (Maletto, 1980), ed altri riconoscimenti, ha tenuto una mostra personale a Bronte nel 1982; si è inoltre classificata al 1° posto nel Concorso indetto dal Comune di Maniace nel 1984 per il progetto dello stemma e del gonfalone.

 Ha redatto il testo della Guida turistica Randazzo città d’arte nel 1994, e, assieme ad altri, il testo della Guida alla Città di Randazzo nel 2002.
Ha pubblicato, assieme a don Cristoforo Bialowas, il volume Un beato che unisce : Randazzo e Montecerignone, nell’anno 2006, sulla vita e sul culto del beato Domenico Spadafora da Randazzo.
Nel 2008 ha pubblicato il volume Detti, sentenze, proverbi, storielle, modi di dire, aneddoti e usanze siciliane: un viaggio nell’universo randazzese. Per questa pubblicazione le è stato conferito nel 2008 il “Premio Bianca Lancia” nel corso delle manifestazioni di Medievalia a Brolo (ME), e nel 2009 il premio speciale della giuria per la sezione “Libro edito – Saggio”, nel concorso “Poesia, prosa e arti figurative 2009” indetto dall’Accademia Internazionale Il Convivio.

Maristella Dilettoso

Come giornalista ha firmato, fino ad ora, oltre 400 articoli, su argomenti vari: d’opinione, di cronaca, cultura, costumi e tradizioni, biografie, interviste, racconti, recensioni letterarie, collaborando a diverse testate, quali il Gazzettino di Giarre, Il Sette, il bollettino del Comune di Randazzo, Randazzo notizie, Famiglia domenicana (periodico dell’O.P.), il giornale della Diocesi di Acireale La Voce dell’Jonio (anche nella versione online, ed alla rivista Il Convivio, suoi scritti sono apparsi sul Giornale di Sicilia, La voce dell’isola, e su Prospettive.

È stata relatrice in alcune presentazioni di libri, conferenze e tavole rotonde, come una conferenza per la sezione l’Unitre di Randazzo sul tema “Le leggende di Randazzo” (2006) e una tavola rotonda su “Federico De Roberto a Randazzo” per l’Associazione RIS (2014), collabora occasionalmente con emittenti locali, ha fatto spesso parte di giurie in occasione di concorsi artistici e letterari.

Libro di Maristella Dilettoso

 

 

Produzione Letteraria

 Produzione artistica

 

 

Parlano di Maristella

Collana Etnografia

Titolo: Detti, sentenze, proverbi, storielle, modi di dire, aneddoti e usanze sicilane

Autore: Maristella Dilettoso  

Descrizione – Detti, sentenze, proverbi, storielle, modi di dire, aneddoti e usanze sicilane

«… si può con sicurezza affermare che la Dilettoso ha raccolto, illustrato e confrontato il mondo variegato delle tradizioni randazzesi da lasciare ben poco ad altri da spigolare nel vastissimo campo.
E pur avendo sottolineato nella sua introduzione di aver voluto circoscrivere il suo studio all’ambiente randazzese … e considerata una così grande importanza storica della città, questo ricco patrimonio culturale, regalatoci dall’ardua fatica della Dilettoso, non può restare circoscritto ad un ambiente delimitato al quale ha peraltro intrecciato una splendida corona, ma ha diritto di superare i ristretti confini geografici, di essere conosciuto, studiato e di far parte del prezioso tesoro delle tradizioni po­polari siciliane.
Di conseguenza, il volume merita di stare accanto alla produzione demologica dei grandi e meno grandi folkloristi dell’Isola, anche perché ricco di opportune annotazioni, con la finalità di agevolare l’intelligenza dei vocaboli e del senso della pregevole scelta dei proverbi.
E, inoltre, il volume mette in risalto una vasta erudizione, un’abilità non comune, una grande vivacità di fantasia, discernimen­to critico e un’arte singolare di descrivere della ricercatrice: proprio così, Mari­stel­la Dilettoso ha conservato uno dei più bei monumenti della nostra città e ha collocato un magnifico gioiello nel forziere nel quale vengono conser­vati i tesori della cultura popolare» (dalla Prefazione di Salvatore Agati).

L’Autore – Maristella Dilettoso

Maristella Dilettoso, nata a Randazzo nel 1951, laureata in Let­tere moderne all’Università  degli Studi di Catania, dopo brevi esperienze di insegnamento, dal 1978 dirige la Biblioteca comunale della sua città.
Si è occupata di pittura e disegno,  giornalista pubblicista, ha scritto articoli di cronaca, storia, arte, cultura locale, re­cen­sioni lette­rarie, collaborando a varie testate giornalistiche siciliane.
Ha pubblicato:
la Guida turistica ” Randazzo città d’arte” (1994), e con altri autori,
una Guida storico-turistica di Randazzo (2002) 
la monografia:  Un beato che unisce: Randazzo e Montecerignone (2006).

 

Randazzo / La parrocchia di S. Martino vive l’Anno Giubilare del seicentesco “crocefisso della pioggia” |

La voce dell’Jonio  19 maggio 2016

“Crocifisso della pioggia” di S. Martino, – Randazzo

La Parrocchia di San Martino in Randazzo celebra quest’anno il 475° anniversario della presenza del Crocifisso del Matinati, con un Anno Giubilare straordinario indetto da Papa Francesco.
Le celebrazioni del Giubileo, che si sono aperte il 13 settembre e si concluderanno il 20 settembre 2015 con una grande festa in onore del Crocifisso, si articoleranno per un anno intero attraverso celebrazioni parrocchiali, pellegrinaggi, concessioni di indulgenze, nel corso delle varie ricorrenze e festività previste dall’anno liturgico.  

In apertura, la sera del sabato 13, per desiderio del parroco, padre Emanuele Nicotra, durante la Messa serale, è stato inaugurato un nuovo quadro, realizzato dall’artista Giuseppe Giuffrida e offerto alla chiesa di S. Martino da due parrocchiani che hanno preferito restare anonimi: l’opera si riferisce a un momento particolare dell’eruzione dell’Etna del marzo 1981 – quella che distrusse molte case e terreni del territorio di Randazzo, e minacciò seriamente l’abitato – e rappresenta S. Giuseppe, patrono della città, che intercede per la sua salvezza. La celebrazione  eucaristica è stata presieduta dall’arciprete Domenico Massimino, parroco del Duomo di Giarre.

Domenica 14 settembre, sempre in S. Martino, è stato inaugurato ufficialmente l’anno giubilare per i 475 anni dall’arrivo del Crocifisso a Randazzo con una messa celebrata dal vescovo della Diocesi di Acireale Mons. Antonino Raspanti, e la partecipazione di tutto il clero della città. Nel corso della celebrazione il Vescovo ha consacrato il nuovo altare.

Vale la pena di ricordare brevemente, a questo punto, la leggenda cui è legato il “Crocifisso della pioggia” di S. Martino, chiamato comunemente dai randazzesi ‘u Signuri ‘i l’acqua:  opera pregevole di uno dei Matinati, famiglia di “crocifissari” rinomata in tutta la Sicilia, probabilmente Giovanni Antonio,  è una scultura dallo stile contenuto e dalle armoniche proporzioni.
Vuole la tradizione che, in una sera di settembre del 1540, alcuni uomini trasportavano il Crocifisso verso un paese dell’interno, cui era destinato; giunti a Randazzo, o perché sorpresi da un acquazzone, o semplicemente per il sopraggiungere delle tenebre, chiesero ricovero per il simulacro nella chiesa di San Martino. 
All’indomani, venuto il momento di riprendere il viaggio, non appena giunti sulla porta della chiesa, un violento temporale li costrinse a rimandare la partenza, e così per tre giorni di seguito, finché, interpretando il prodigio come una manifesta volontà del Signore di rimanere a Randazzo, il clero della chiesa non ne  formalizzò l’acquisto.
L’immagine, ritenuta miracolosa, è stata ne corso dei secoli oggetto di grande venerazione da parte dei randazzesi, che in passato, durante i periodi di siccità e carestia, si rivolgevano a lei per impetrare la pioggia, con digiuni, preghiere e processioni.

Maristella Dilettoso

 

Randazzo / Riconoscimento filiale per mons. Mancini. A dieci anni dalla morte, il Comune gli dedica una piazza.

 

Lo scorso 29 aprile 2016 , giorno del 10° anniversario della scomparsa di mons. Vincenzo Mancini,  la città di Randazzo ha voluto dedicargli una piazza con una cerimonia che ha visto la partecipazione di autorità religiose, civili, militari, parrocchiani e numerosi altri cittadini.
Mons. Vincenzo Mancini era nato a Randazzo il 26 agosto 1921. Seguendo una vocazione manifestatasi fin dall’infanzia, ricevette l’Ordine Sacro il 4 marzo 1944, dopo gli studi compiuti presso il Seminario vescovile di Acireale.
Erano gli anni tristi della guerra (solo pochi mesi prima il fratello maggiore, Alessandro, era perito in mare durante l’affondamento della corazzata Roma), Randazzo non si era ancora completamente destata dall’incubo dei bombardamenti e dell’invasione, dovunque vi erano macerie, lutti, fame e distruzione, e il clero dovette molto impegnarsi a dare assistenza e sostegno.
Fin dall’inizio del suo ministero, il neo sacerdote fu assegnato alla Basilica di S. Maria, e da allora la sua vita è rimasta legata strettamente, inscindibilmente, a questa chiesa, uno splendido tempio che affonda le sue origini nella leggenda, che si è arricchito nei secoli di tante opere d’arte, grazie anche al mecenatismo degli arcipreti che vi si sono succeduti, che ha accolto la comunità randazzese nei momenti più luminosi come in quelli più bui, superando, magnifica e indenne, terremoti, eruzioni e guerre.
Di questa chiesa mons. Vincenzo Mancini è stato, per ben 62 anni, custode e guida, dal 1° dicembre 1966, quando ne divenne arciprete e parroco, succedendo a mons. Giovanni Birelli.
La successiva nomina di vicario foraneo, da parte del vescovo di Acireale, gli conferiva un ruolo pastorale, oltre che giuridico e amministrativo, che si estendeva ben oltre i confini della parrocchia e della città di Randazzo, comprendendo anche Linguaglossa e Castiglione di Sicilia, ruolo di grande importanza, che lo promuoveva tra i più vicini collaboratori del vescovo, e che mons. Mancini ha svolto sempre con grande dignità e competenza, grazie a quella prudenza e innata saggezza, diplomazia, capacità di mediazione e autorevolezza, che lo hanno sempre contraddistinto.
Il suo impegno non restò circoscritto all’attività parrocchiale, ma si era esteso anche al mondo della scuola, con l’insegnamento presso il liceo classico “Don Cavina”, e all’assistenza agli anziani, perseguita e realizzata particolarmente attraverso la casa di riposo “Paolo Vagliasindi del Castello”.
L’istituzione, fondata nel 1929, e in un primo tempo aggregata all’ospedale civile, dal 1964 collocata in una struttura autonoma e dignitosa, lo ebbe nel 1956 commissario prefettizio, e dopo alcuni mesi presidente, carica, questa, che padre Mancini ricoprì, salvo brevi interruzioni, fino alla fine, e nella quale investì energie e impegno, promuovendo ampliamenti e ristrutturazioni dell’edificio, al fine di assicurare una vecchiaia e un’assistenza dignitosa e adeguata a tanti anziani di Randazzo e del circondario. Rimase attivo e presente nella vita parrocchiale, anche quando il fardello dell’età e degli acciacchi aveva cominciato a rallentare il suo passo, e nonostante il peso dei gravi lutti familiari che gli era toccato di affrontare negli ultimi anni. Si spense a 84 anni, il 29 aprile 2006.

L’Amministrazione comunale di Randazzo, considerato lo spessore del sacerdote e dell’uomo, e quanto mons. Mancini sia stato, nel corso del suo lungo mandato, un punto di riferimento, per tanti giovani, adesso cresciuti, per tanti anziani, per il clero locale, per la comunità parrocchiale e per la città tutta di Randazzo, con deliberazione di Giunta. n. 19 del 19.02.2016, stabiliva di dedicargli un’area cittadina.
La manifestazione del 29 aprile scorso, iniziata con una concelebrazione nella Basilica di S. Maria, presieduta dal vescovo della Diocesi di Acireale, mons. Antonino Raspanti, con la partecipazione dell’arciprete don Domenico Massimino e degli esponenti del clero di Randazzo, è proseguita con l’intitolazione dello spiazzo antistante il lato nord della chiesa e la sacrestia (‘a Tribonia), che si affaccia sul fiume Alcantara, e che da oggi, a ricordo di chi in quei luoghi ha operato per lunghi anni, si chiamerà “Largo mons. Vincenzo Mancini”.

 | La Voce dell’Jonio 4 maggio 2016 – Maristella Dilettoso 

 

la chiesa nera
Recensito 23 maggio 2016

La basilica di Santa Maria è la più famosa di Randazzo, e ha sempre costituito un’attrazione per turisti e visitatori. Interamente costruita in pietra lavica, la sua origine si perde nella leggenda. L’edificio, per come lo vediamo oggi, è il risutato di diverse fasi costruttive, fuse armonicamente. La parte absidale, la più antica, risale al XIII secolo.
All’esterno la costruzione è realizzata in blocchi squadrati di nero basalto, che non lasciano intravedere la malta tra le connessure. Oltre alle tre absidi merlate, dove si può vedere lo stemma di Randazzo, il leone rampante su uno scudo di marmo bianco, molto interessanti i due portali della facciata nord e sud, il campanile neogotico, costruito al centro della facciata nella seconda metà del XIX sec. sullo schema di quello originario, con tre ordini di finestre bifore e trifore, che alterna pietre bianche e nere, crendo con la sua bicromia un insieme artistico armonioso e suggestivo.
All’interno, una fuga di colonne in pietra lavica, alcune delle quali monolitiche, numerosi dipinti e oggetti preziosi.
Ricordiamo la Madonna di Pietro Vanni (1886) sull’altare maggiore, l’affresco con la Madonna del Pileri, sulla porta nord, legato alle leggendarie origini della chiesa, 6 tele del palermitno Giuseppe Velasco (sec. XIX), tra cui spiccano un’Annunciazione e il Martirio di S. Andrea, la Crocifissione del fiammingo Van Houmbracken (sec. XVII), la tavoletta di Girolamo Alibrandi sec. XVI) con La Madonna che salva Randazzo dalla lava, il Martirio di S. Lorenzo e di S. Agata, entrambi di Onofrio Gabrieli e il Martirio di S. Sebastiano di Daniele Monteleone, tutti del sec. XVII, la Pentecoste (sec. XVI), la tavola di Giovanni Caniglia (1548) cui s’ispira la Vara, il Battesimo di Gesù del randazzese F. Paolo Finocchiaro (1894), e un Crocifisso scolpito da frate Umile da Petralia.

 

 

 Articoli di Maristella

Padre Luigi Magro – Cenni storici della Città di Randazzo.

Federico De Roberto – Randazzo e la Valle dell’Alcantara

 

CAMERATA GIROLAMO – ” Trattato dell’honor vero, et del vero dishonore”.

” Trattato dell’honor vero, et del vero dishonore. Con tre questioni qual meriti più honore, ò la donna, ò l’huomo. O’ il soldato, ò il letterato. O’ l’artista, ò il leggista “

 

Trattato dell'onor vero di

CAMERATA GIROLAMO

Camerata Girolamo,  meglio identificato in Cammarata Girolamo dalla Biblioteca Centrale della Regione Siciliana ” A. Bombace “, scrive questo : 

” Trattato dell’honor vero, et del vero dishonore. Con tre questioni qual meriti più honore, ò la donna, ò l’huomo. O’ il soldato, ò il letterato. O’ l’artista, ò il leggista ” nel 1567 presso l’editore Alessandro Benacci.

 Nulla siamo riusciti a sapere della sua vita privata e letteraria. Semplicementa viene citato in due pagine nel libro di Vanna Gentili 
” Trasgressione Tragica E Norma Domestica “ 

Il libro del Camerata e qui di seguito pubblicato per chi ha il piacere anche di sfogliare questi testi antichi. E, come dice “Striscia la notizia” se qualcuno ha qualcosa da dire, Noi siamo qui.
Francesco Rubbino

Trattato dell'onor vero di

ANGELO GIORDANO

   Angelo Giordano nasce a Randazzo il 2 giugno 1946.
Fin da piccolo ha la passione per il cucito e difatti va  a lavorare  presso una sartoria per imparare questo mestiere. 
Allora molti giovani andavano “ o mastru ” in qualche sartoria soprattutto nel periodo estivo.
Raggiunta la maggiore età sposa Emilia Romano.  Purtroppo, nonostante tutta la buona volontà  di entrambi,  si rendono conto che non è facile tirare avanti, proprio in quel periodo si impone il mercato della confezione degli abiti, e decidono di partire per l’America.
Era il 29 dicembre del 1968. Allora partire non è come ora, non vi erano i mezzi che abbiamo ora ed andare in un altro Continente significava  abbandonare la famiglia, gli amici, le proprie radici.
Sbarca in America e va ad abitarea Boston dove lavora come operaio in una fabbrica. Ma Lui vuole fare il sarto e per due anni frequenta a New York una scuola di designer ( disegnatore di moda) .
Contemporaneamente va a lavorare in una fabbrica di confezione di vestiti con la qualifica di assistente designer .
Dopo cinque anni diventa capo designer dirigendo ben 5 assistenti con la responsabilità della progettualità delle confezioni dei vestiti.
Dopo diciotto anni si trasferisce a Chicago dove diventa Vice Presidente di una società tra le più importanti in fatto di moda.
Viaggia molto e non solo negli USA a causa di questo nuovo e prestigioso incarico di lavoro.
 

 

Boston

 

Chicago

 Due volte l’anno ritorna in Italia soprattutto a Firenze per le sfilate di moda di Pitti Uomo non dimenticando di fare una capatina a Randazzo per salutare i parenti e gli amici.
La foto con  il Presidente Barack Obama testimonia la considerazione che ha per Lui la Comunità della sua città, ma soprattutto, partendo da un piccolo paese alle falde dell’Etna, essere arrivato a diventare uno fra i più prestigiosi designer di moda maschile negli USA.
Nel settembre del 2018 dopo 33 anni di lavoro a Chicago più 18 a Boston va in pensione. 
Angelo con la signora Emilia  hanno due figlie:
Vanessa che sta a Chicago. Laureata, lavora presso una agenzia di collocamento per giovani talenti. Sposata ha due figli, Vincenzo (13 anni) e Amilia (19 anni).
Alessandra lavora come parrucchiera presso uno studio televisivo di Boston . E’ Sposata con  Antonio Marcella di origine calabrese e  hanno due gemelli : Mike e Alissa di 10 anni.
    Caro Angelo Ti facciamo tanti auguri affinchè con la Tua signora possiate godervi la meritata pensione, i vostri figli e soprattutto i nipoti

a cura di Francesco Rubbino 

 

FOTO FEDERICO DE ROBERTO