Calogero (Lillo) Mannino

Calogero Mannino detto Lillo nasce ad Asmara (capitale dell’Eritrea) il 20 agosto del 1939.
Il papà Salvatore (nato a Randazzo il 3 novembre 1911) con  la mamma originaria di Sciacca, il 30 agosto 1938 emigrano ad Asmara.
Nel 1950 rientrano a Randazzo rimanendovi alcuni mesi per trasferirsi definitivamente a Sciacca. Lillo è il primo di quattro figli – Marisa, Pasquale, Roberto – ha un figlio Salvatore ed è nonno di due bambine.

Laureatosi in Giurisprudenza e successivamente in Scienze Politiche diviene Assistente di Scienze delle Finanze presso l’Università di Torino.
  Nel 1960 inizia il suo impegno politico quando ad appena 21 anni viene eletto Consigliere Provinciale di Agrigento.
Deputato all’Assemblea Regionale Siciliana dal 1967 al 1976.
Assessore Regionale alle Finanze dal 1971 al 1976.

On.le Calogero Mannino

Nel 1976 viene eletto deputato al Parlamento Nazionale nella circoscrizione della Sicilia Occidentale facendo parte della Commissione Finanze e Tesoro della Camera. E’ il più giovane deputato della Camera allorquando  è relatore per la maggioranza del bilancio previsionale dello Stato.
Viene riconfermato deputato nelle elezioni del 1976, 1979, 1983, 1987, 1992 con la Dc, nel 2008 con l’Udc (partito col quale nel 2006 fu eletto al Senato).
In tutti questi anni ha ricoperto le seguenti cariche istituzionali:
Sottosegretario al Tesoro nel governo Forlani (1980-1981), ministro della Marina mercantile nello Spadolini I e II (1981-1982),ministro dell’Agricoltura nel Fanfani V (1982-1983) nel De Mita e nell’Andreotti VI (1988-1991), ministro  dei Trasporti nel Goria (1987-1988), ministro degli Interventi Straordinari nel Mezzogiorno nell’Andreotti VII (1991-1992). ( con il suo intervento viene sbloccata finalmente e definitivamente l’iter per la costruzione della scuola materna di via Dei Romano).

Nel  1994 inizia il suo calvario giudiziario.

Il 24 febbraio 1994 la Procura di Palermo avvia un’inchiesta nei suoi confronti con la notifica di un avviso di garanzia; viene arrestato il 13 febbraio 1995  con l’accusa di concorso esterno in associazione mafiosa: secondo l’accusa, poi rivelatasi insussistente, Mannino avrebbe stretto un patto con la mafia per avere voti in cambio di favori.
Dopo un periodo di detenzione (nove mesi di carcere e tredici di arresti domiciliari), durante il quale si mette in moto un’ampia mobilitazione sostenuta anche da una raccolta di firme per la scarcerazione motivate dalle sue precarie condizioni di salute, nel gennaio del 1997  viene rimesso in libertà per scadenza dei termini di custodia cautelare.

Ne2001 Mannino è assolto in primo grado perché il fatto non sussiste.

L’assoluzione viene impugnata dal pubblico ministero e la corte d’appello di Palermo, nel maggio 2003, lo riconosce colpevole di concorso esterno in associazione mafiosa fino al 1994, e condanna Mannino a 5 anni e 4 mesi di reclusione.

Nel 2005 la Corte di Cassazione annulla la sentenza di condanna riscontrando un difetto di motivazione, rinviando ad altra sezione della corte d’appello. Nell’occasione il Procuratore Generale presso la Corte di Cassazione, nel chiedere l’annullamento della sentenza di condanna, così si esprime:

        “ Nella sentenza di condanna di Mannino non c’è nulla. La sentenza torna ossessivamente sugli stessi concetti, ma non c’è nulla che si lasci apprezzare in termini rigorosi e tecnici, nulla che possa valere a sostanziare l’accusa di concorso esterno in associazione mafiosa. Questa sentenza costituisce un esempio negativo da mostrare agli uditori giudiziari, di come una sentenza non dovrebbe essere mai scritta…”.

Il 22 ottobre 2008 riprendendo la sentenza di primo grado, i giudici della seconda sezione della corte d’appello di Palermo assolvono Mannino perché il fatto non sussiste.
La procura generale di Palermo in seguito impugna l’assoluzione, facendo ricorso in Cassazione.

Il 14 gennaio2010 la Corte di Cassazione assolve definitivamente l’ex ministro democristiano, confermando le tesi contenute nella sentenza d’appello.

Ma non finisce qui.

È indagato nell’ambito della trattativa tra Stato e mafia. Il 24 luglio 2012la Procura di Palermo, con il Pm  Antonio Ingroia ha chiesto il rinvio a giudizio di Mannino e altri 11 indagati. In tale inchiesta Mannino è accusato di violenza o minaccia verso un corpo politico dello Stato.

Nel 2012 Mannino chiede e ottiene di procedere al processo tramite rito abbreviato.

Il 4 novembre 2015 il giudice dell’udienza preliminare di Palermo, Marina Petruzzella assolve Mannino dall’accusa a lui contestata per “non aver commesso il fatto”. . Per Mannino, unico imputato del processo a scegliere il rito abbreviato, la procura aveva chiesto 9 anni e l’interdizione perpetua dai pubblici uffici.
 «Sono talmente stanco che non provo più emozioni e non riesco neppure a parlare».  Si chiude un capitolo doloroso… «Già e io sono ancora qua, vivo, nonostante tutto» ha dichiarato Lillo  Mannino dopo la sentenza.

 Nel 2007 si dimise dalla presidenza del Cerisdi (Centro ricerche e studi direzionali della Regione Siciliana) a causa della sua vicenda giudiziaria (la Prefettura non gli rilasciò il certificato antimafia).

Calogero Mannino associa all’attività politica quella di produttore viti-vinicolo. A Pantelleria è titolare dell’azienda vinicola Abraxas, il cui prodotto principe è il passito naturale, che nel 1999 ha ricevuto la medaglia d’oro alla fiera Vinitaly. Nel dicembre 2012 l’azienda è fatta bersaglio di un attentato che provoca la perdita di 700 ettolitri di passito, in pratica le intere annate 2010-2011 e parte di quella 2012.

Lillo Mannino è un personaggio di primo piano nel panorama politico italiano, basti pensare che si era pensato a Lui quale Presidente del Consiglio dei Ministri in alternativa a l’on.le Giovanni Goria.
Preparato, serio, profondo conoscitore dei problemi del nostro Paese soprattutto della Sicilia, disponibile al dialogo e stato per lungo tempo, e lo è tuttora,  punto di riferimento per le sue analisi sociologiche e politiche. 

Per le sue attenzioni nei confronti della nostra Città il Consiglio Comunale nella seduta del 27 novembre 1989 gli conferisce la Cittadinanza Onoraria.
Il conferimento avviene durante una manifestazione nel gennaio del 1990 davanti ad un numerosissimo pubblico di cittadini e di autorevoli personalità del mondo politico,  economico ed istituzionale. Dopo la relazione del sindaco, l’avvocato Giuseppe Fisauli  presidente della CPC di Catania  traccia una breve biografia della famiglia Mannino e della carriera politica di Mannino.
Il ministro dell’Agricoltura  on,le Calogero Mannino nel prendere la parola, emozionatissimo, ringrazia la Città per non averlo dimenticato, fa una analisi della situazione economica della nostra Isola indicando alcune soluzione e auspica un  avvenire migliore per tutti noi.

    Per un approfondimento della personalità di Lillo Mannino e delle vicende che lo hanno profondamente segnato abbiamo riportato alcuni articoli di giornali.
     Non so se questo doveva essere il suo destino, ma so per certo che la nostra Terra non ha potuto utilizzare appieno uno dei suoi migliori figli.
  Francesco Rubbino

 

 

 

Il figlio Salvatore nel giorno delle nozze

 

L’INTERVISTA di Riccardo Lo Verso. ( LiveSicilia )

 Mannino contro tutti. Dai pm al giornalista “guitto”.

 

Più che un’intervista è uno sfogo. Sono durissime le parole dell’ex ministro Dc subito dopo l’assoluzione al processo sulla presunta trattativa Stato-mafia. Mannino contro Di Matteo: “Ha fatto condannare innocenti”.

Calogero Mannino

PALERMO – Calogero Mannino chiede un po’ di tempo per riordinare le idee. Per metabolizzare la notizia dell’assoluzione. Poi, scende dalla sua abitazione e attacca a testa bassa. Ce l’ha con i pubblici ministeri. È chiaro fin da subito: “Io spero che sia stata scritta la parola fine. Certamente è stata scritta su questo atto con una decisione coraggiosa che conferma il mio convincimento. Ho sempre avuto fiducia nella giustizia, non nei pm che rappresentano l’accusa, molte volte in maniera ostinatamente pregiudiziale”.

Sta dicendo che da parte della Procura ci sarebbe stato un accanimento nei suoi confronti?
“Non capisco perché lei parla di Procura della Repubblica, dovrebbe parlare di alcuni pubblici ministeri. Allora le dico di sì, c’è stato decisamente un accanimento. La tesi dell’accusa è fantasiosa, l’abbiamo dimostrato. Leggete l’atto di rinvio a giudizio del Gup, lo stesso Morosini (Piergiorgio Morosini, ndr) si poneva il problema delle prove e affidava ai pm l’incarico di dimostrarle. Non avevano prove, perché non ci sono fatti. In questa vicenda io sto da un’altra parte, ho sempre servito lo Stato e la Repubblica con lealtà. Senza la mia azione politica non ci sarebbero stati due fatti importantissimi: il sostegno politico all’iter complesso e travagliato del maxi processo e quello che ha portato Giovanni Falcone alla direzione generale degli Affari penali. Fu una scelta non personale ma di tutto il governo Andreotti, che fece propria la strategia di Falcone”.

Cos’è stato allora, un processo politico?
“No, tranne Ingroia che poi è fuggito, questi pm non hanno una dimensione politica, hanno dimostrato di avere delle debolezze, qualcuno per altro è assuefatto alla ostinazione accusatoria. Di Matteo è il pm che ha fatto condannare persone innocenti a Caltanissetta. E nessuno gli chiede conto e ragione di ciò, forse con la sua ostinazione voleva ripetere l’errore. I pm si sono dimostrati privi del senso comune, pensare che potessi condizionare tutti è ridicolo”.
Se accanimento c’è davvero stato, lei si sarà chiesto il perché
“Questa domanda va rivolta ai pm. La funzione dell’accusa non è esercitarsi liberamente, ma valutare se sono state trovato prove o meno”.

Lei è considerato l’ispiratore dei contatti fra ufficiali dei carabinieri e Cosa nostraIn pratica avrebbe dato il via alla Trattativa.
“È ridicolo. Chi conosce l’Arma dei carabinieri sa che è fedele nei secoli”.

La sua assoluzione rischia di minare il processo ancora in corso in Corte d’assise?
“È una una valutazione che non intendo fare. Per quel che mi riguarda sono stato assolto per non avere compiuto il fatto. Sono esterno ed estraneo ad ogni possibile Trattativa”.

La Trattativa ci fu o no?
“Ne dubito. Ci sono stati carabinieri che hanno fatto il loro mestiere”.

La Procura dice che impugnerà la sentenza?
“Male. In realtà non è la Procura ma un pm. Ha già annunciato che farà appello (il riferimento è ad Antonino Di Matteo, mentre il procuratore Francesco Lo Voi ha detto che prima bisognerà leggere le motivazioni per valutare cosa fare, ndr). È la prova dell’ostinazione che dovrebbe essere spiegata da questo pm (Di Matteo, contattato dall’Ansa, ha replicato che “non può rispondere alle dichiarazioni di un imputato).

Mannino si sente, dunque, vittima della giustizia?
“Non della giustizia, ma vittima di alcuni pm che continuano ha seguire la linea politica a loto impartita a cavallo dagli anni Novanta”.
Impartita da chi?
“In quella fase dalla convergenza di interesse fra una parte del Partito comunista e una parte della magistratura”.

Nella vicenda Trattativa sono stati coinvolti diversi politici. C’è stata pure la deposizione in aula dell’allora capo dello Stato, Giorgio Napolitano. Cosa ne pensa?
“È stato penoso. Si è portato Napolitano in un’aula giudiziaria senza avere riguardo per l’immagine dell’Italia nel mondo. Mantengo non pochi rapporti con rappresentanti di molti paesi e so benissimo che ha pesato negativamente. Ma questo non interessa a questi pm. A loro interessava lo spettacolo che un guitto ha fatto in alcune sale cinematografiche in cui impartiva loro gli indirizzi relativi al processo”.

Scusi, chi sarebbe il guitto?
“Un suo collega, un giornalista. (tra i cronisti c’è chi fa il nome di Marco Travaglio). Me lo sta dicendo lei, non confermo e non smentisco (sorride ndr)”.
È pensabile che un processo così delicato sia stato impostato su quello che lei definisce un guitto?
“No, ci ha fatto qualche libro e ci ha guadagnato un po’ di soldi”.

In questi tre anni ha mantenuto la fiducia nella giustizia?
“Ero sicuro della mia innocenza e poi vi sono moltissimi giudici, i più, che sono limpidi e sereni”.

Oggi come si sente?
“Sono contento soprattutto per mio figlio e per i mie nipoti. In questa vicenda non c’è spazio per un contributo dell’immaginazione. Nel 1991 l’esplosione della rabbia di Cosa nostra si è trovata coincidente con interessi politici interni al paese ed esterni che volevano la fine della Dc. È un dato di fatto, un obiettivo realizzato”.

Calogero Mannino intervistato dal “Foglio “

“Per me si conclude una venticinquennale tortura giudiziaria”, Calogero Mannino è seduto sulla poltrona nello studio biblioteca della sua casa palermitana di fronte a Villa Sperlinga.
A pochi metri c’è la moglie Giusi che lo guarda in silenzio e, di tanto in tanto, scuote il capo.
     “Questo calvario mi ha condannato a una vita agra, come il titolo del romanzo di Luciano Bianciardi”.
E se nel romanzo il protagonista si trasferisce dalla provincia a Milano, disorientato e scosso dalle conseguenze del boom economico degli anni Cinquanta, nella vita reale di Calogero Mannino il boom giudiziario lo obbliga a un mestiere nuovo.
“Difendersi è un lavoro che ti occupa la giornata intera. Vai a Roma, incontra gli avvocati, raccogli i ritagli di giornali, procùrati i documenti, nulla può essere lasciato al caso. Ho trascorso così gli ultimi venticinque anni. Che cos’è questa se non una persecuzione?”.
1991: per la prima volta un pentito tira in ballo il nome del referente della Dc siciliana, lo accusa di rapporti con la mafia, la procura di Trapani indaga ma nel giro di qualche mese il caso è archiviato.
1995: la procura di Palermo lo accusa di concorso esterno in associazione mafiosa, Mannino trascorre nove mesi dietro le sbarre e tredici ai domiciliari.
Nel 2010 è definitivamente assolto.
2008: Mannino è indagato per la presunta trattativa stato-mafia. Per l’accusa avrebbe ispirato e istigato un accordo volto a porre fine alla stagione stragista in cambio di un’attenuazione delle misure detentive previste dal 41bis.
Oggi il gup di Palermo Marina Petruzzella lo assolve per non aver commesso il fatto.

“Gli stessi pm che mi accusavano di essere socio esterno della mafia mi hanno imbarcato capricciosamente nel processo che mi vede assolto”, il riferimento non troppo velato è ai magistrati Antonio Ingroia e Vittorio Teresi. “Appena Giancarlo Caselli s’insediò a capo della procura palermitana, i due cominciarono a indagarmi.
Non sono riusciti ad ottenere una condanna.
In compenso Ingroia si è lanciato nella politica, ha fallito e non mi risulta che il suo libro abbia riscosso un gran successo di pubblico. Travaglio ha più fortuna”
.
Mannino ha passato gli ultimi venticinque anni a difendersi nei processi, come se il processo non fosse in sé una pena.
     “Difendersi dal processo è un diritto perché la difesa in un’aula di tribunale comporta una fatica immane. Varcare la soglia del palazzo di giustizia è un dolore. In questi anni mi è stato impedito di vivere. La nevrosi mi ha tolto il sonno, mi aggiro per casa alle due di notte, ingoio del pane per calmare l’ansia. Se mi avessero ucciso non avrei patito il medesimo travaglio”.

Ingroia, autore dell’impalcatura accusatoria sulla presunta trattativa stato-mafia, ha abbandonato il processo all’apertura del dibattimento.
     “Voleva evitarsi una brutta figura, e ha lasciato la patata bollente al collega Nino di Matteo”.
Il quale ha già annunciato che la pubblica accusa ricorrerà in Appello, sebbene il procuratore capo Francesco Lo Voi lo abbia poi corretto riservandosi di valutare il caso dopo il deposito della sentenza.
“Che credibilità può avere un pm che annuncia il ricorso senza aver letto le motivazioni?”, si domanda Mannino. “Lo sa che io mi muovevo con la scorta? Nel 1983 da commissario della Dc siciliana nel congresso di Agrigento misi fuori dal partito Vito Ciancimino, ben sapendo che ciò avrebbe generato risentimento nel suo milieu apertamente mafioso. Il maxiprocesso ha segnato una svolta, ed è stato un risultato dello stato. Dal gennaio del ’93 in poi i capi di Cosa nostra sono stati catturati”.
Per la mancata perquisizione del covo di Riina altri uomini dello Stato, l’allora capo del Ros Mario Mori e il carabiniere Sergio de Caprio, sono stati processati e assolti. 
     “E’ un’aberrazione tutta italiana: chi combatte concretamente la mafia si ritrova alla sbarra accanto ai mafiosi. Contro di noi hanno puntato il dito pm e criminali in una occasionale convergenza dei contrari. Questo processo, infarcito di errori di torsione cronologica, fa acqua da tutte le parti perché si basa su una suggestione buona forse per gli storiografi ma non per le aule di tribunale”.

Intervista al Foglio

 

Chi ridarà indietro 25 anni a Calogero Mannino?

 

di Gianluca Veneziani

On.le Calogero Mannino

Diteci chi restituirà adesso 25 anni di vita a Calogero Mannino, l’ex ministro Dc ieri assolto a Palermo dal gup Marina Petruzzella «per non aver commesso il fatto», dall’accusa di «violenza o minaccia a un corpo politico, amministrativo o giudiziario», ossia di avere dato l’input, facendo pressioni sugli alti ufficiali Mario Mori e Giuseppe De Donno, alla trattativa Stato-mafia (fine della stagione stragista in cambio di un alleggerimento del carcere duro per i mafiosi)..
Glieli restituiranno forse le procure siciliane che da oltre un ventennio lo perseguitano, prima per rapporti con uomini d’onore (indagine del 1991 del sostituto procuratore di Trapani subito archiviata), poi per concorso esterno in associazione mafiosa (inchiesta della Procura di Palermo finita a processo, costringendo Mannino a un calvario durato 16 anni, alla fine del quale è stato assolto in Cassazione perché «il fatto non sussiste»)? O magari glieli restituirà il pm Antonio Ingroia, che nel 2012 ha aperto una nuova indagine nei suoi confronti (poi portata avanti dai pm Nino Di Matteo, Vittorio Teresi, Francesco Del Bene e Roberto Tartaglia), indicandolo come primo ispiratore della trattativa dello Stato con la mafia, cioè come colui che avrebbe tramato per favorire addirittura Totò Riina, accettando le sue richieste contenute nel “papello”? O piuttosto glieli ridarà indietro Marco Travaglio, l’editorialista de Il fatto quotidiano, che da anni racconta la vicenda Mannino in articoli e in un recital poi confluito in un libro, sostenendo sempre la stessa tesi: cioè che il «patto di Mannino con la mafia sia accertato» e che in cambio l’ex ministro Dc si sia salvato la pellaccia, evitando la fine di Salvo Lima; e questo nonostante la sentenza del gup ora reciti il contrario, perché dopo tutto a Travaglio non interessano le verità giudiziarie ma le sue congetture personali, che lui ha la presunzione di definire “fatti”: «A me interessano poco i reati e molto i fatti», ha scritto ancora oggi in un fondo.
La verità è che quegli anni, quel pezzo di vita, un terzo della sua esistenza (ché oggi Mannino ne ha 76, di primavere) non glieli renderà nessuno.
Non glieli restituiranno neppure le sentenze dei tribunali, che ora paiono rendergli giustizia. Non glieli ridaranno le riabilitazioni postume dei media e magari della storia. E di certo non glieli concederanno i risarcimenti economici che Mannino ha già chiesto per ingiusta detenzione (è stato in carcere 9 mesi e 13 ai domiciliari tra 1995 e 1997 come misura cautelare per l’accusa di concorso esterno) e si è visto rifiutare dalla Corte d’appello di Palermo nel 2012.
Forse glieli ridarà indietro, ma solo simbolicamente, la sua nipotina che lui – come ha confessato a Il Foglio – ha subito chiamato dopo l’assoluzione, dicendole: «È tutto finito, il nonno non ha più pensieri». 
Qui non si valutano le responsabilità politiche dell’uomo Mannino, in una stagione complicata di passaggio tra la Prima e la Seconda Repubblica, in cui il vuoto di potere in Italia è stato spesso riempito da soggetti para-statali, di natura criminale; e in cui allo stesso tempo, insieme a una classe politica e alle bombe dei mafiosi, è esploso il fenomeno giustizialista all’italiana.
Qui si valutano le sue responsabilità penali che – esiti dei processi alla mano – sono nulle.
Da cui la rabbia nel vederlo costretto in aula, messo alla sbarra o dietro le sbarre da indagato, imputato e arrestato, e nel vederlo massacrato come “colpevole” dal giudizio superficiale dell’opinione pubblica, alimentato dalla convinzione di qualche pm e di qualche firma nota della stampa, quando invece (e una doppia sentenza lo ha ribadito) era innocente.