ENZO CRIMI

Enzo Crimi, Graziano Calanna

Vincenzo CRIMI, già Commissario Superiore del Corpo Forestale della Regione Siciliana, è nato a Randazzo (CT) ed è entrato a far parte del Corpo Forestale nel 1981.

Dopo avere frequentato la Scuola del Corpo Forestale dello Stato e il relativo corso di formazione  professionale, presso le sedi di Cittaducale (RI) e di Sabaudia (LT), il 01.03.82 viene immesso in ruolo presso il Distaccamento Forestale di Zafferana Etnea. In seguito dirige i Comandi dei Distaccamenti   Forestali di Linguaglossa e Randazzo e dall’1.6.2004, assume il  Comando del Distaccamento di Bronte che, unitamente a quello di Cesarò (ME), detiene sino al 31 marzo 2016, quando viene collocato in quiescenza.
Oltre all’attività d’Istituto, nel corso della propria carriera Vincenzo Crimi, arricchisce le proprie conoscenze professionali organizzando e partecipando direttamente a convegni di studio in Italia, Austria, Germania, Francia e Svizzera, con personale appartenente al Corpo Forestale di quelle nazioni.
Nel 2004 è in Amazzonia, dove partecipa ad un progetto internazionale  sulla salvaguardia di un’etnìa indios.
Viene proposto dalla commissione europea per l’ambiente come componente a gruppo di lavoro per il monitoraggio delle piogge acide nella Foresta Nera, in Germania e l’avifauna migratoria.
Nel 2002 in Giappone viene nominato uomo dell’anno in materia di ambiente.

Frequenta corsi di aggiornamento professionale  organizzati dalla Direzione del Corpo Forestale, presso la scuola del Corpo Forestale dello Stato di Rieti e Antrodoco (RI). Collabora organicamente con varie Università italiane e straniere. Contribuisce con grande passione a promuovere il prodotto ambiente, attraverso il periodico dell’Azienda Foreste Demaniali della Regione Siciliana, “Sicilia Foreste”,  sul quale  pubblica  argomenti quali, prevenzione e repressione  degli incendi boschivi, sistemazione idraulica forestale.
Si occupa e scrive di problematiche relative ai  dissesti idrogeologici, tutela e legislazione forestale, interventi di protezione civile relativamente a problematiche vulcaniche e sismiche, descrizione e studio di ecosistemi locali e loro rapporti socio-economici con la popolazione locale. Nel 2013 e 2014, é’ chiamato dal proprio Ufficio Superiore  a organizzare e svolgere docenza per i volontari di Protezione Civile  della provincia di Catania, di un corso  di aggiornamento di primo impiego in tema di “avvistamento incendi boschivi e di interfaccia”.
Collabora attivamente, sia istituzionalmente che personalmente con gli Enti Parco dell’Etna, dei Nebrodi e del Parco Fluviale del fiume Alcantara, allo scopo di promuovere l’immagine e le finalità delle aree protette, cercando di armonizzare i bisogni dell’ambiente e la  fruizione delle popolazioni locali.
Ha collaborato con il periodico “Etna Uomo Ambiente” e con il settimanale “Il Sette” per i quali ha scritto articoli tecnico-professionali.

Pubblicati dal Dipartimento Azienda Foreste Demaniali della Regione Siciliana, ha scritto i libri “Rahab: il bosco Ragabo di Linguaglossa” 1^ e 2^ volume,  – “Il territorio di Castiglione di Sicilia” e “Al Quàntarah”- la valle incantata”. I lavori, ricchi di argomentazioni tecnico-storiche di grande pregio, sono indirizzati verso i giovani delle scuole, affinché comincino a comprendere e a conoscere le realtà naturalistiche del territorio siciliano.  Pubblicato dall’Assessorato Regionale Agricoltura e Foreste – Corpo Forestale, ha scritto il volume “Tutela e Legislazione Forestale e Ambientale” prezioso contributo alla promozione della cultura ambientale attraverso la conoscenza di nozioni storiche e giuridiche armonizzate con la realtà legislativa del settore.Nel 2009 pubblica il volume “Flora, Fauna e aspetti naturalistici del territorio di Bronte”, rivolto agli studenti delle scuole di ogni ordine e grado di Bronte. Il 2010 è l’anno in cui pubblica “Flora, Fauna e Aspetti Naturalistici del territorio del Gal Etna”, rivolto principalmente, alle scuole e agli appassionati dell’ambiente, in modo da conoscere e valorizzare le potenzialità naturalistiche facenti parte dei comuni di Adrano –Bronte – Ragalna – Biancavilla – Santa Maria di Licodia e Maletto. 

Il 2017 é l’anno del libro “Randazzo e il suo territorio: storia, arte, turismo, paesaggio e natura incontaminata” che vuole essere un intrigante viaggio attraverso il territorio naturalistico di Randazzo, passando per i tesori artistici e culturali che esso custodisce. Un modesto contributo alla promozione e valorizzazione del territorio di Randazzo, uno degli ambienti naturali siciliani, ancora oggi, per un certo verso e in certi luoghi, veramente integro.
 
Web site: www.etnalcantara.it E-Mail:  vincenzocrimi@libero.it Facebook: Enzo Crimi
 

INDICE

      •  

         Articoli:

         

        IL LAGO GURRIDA DI RANDAZZO : IN SILENZIO DOVE RIPOSANO GLI AIRONI (di Enzo Crimi)

        Lago Gurrida Randazzo

        Il lago Gurrida, realizzato artificialmente verso la fine degli anni sessanta e inizio settanta, ha una capienza di circa 400 mila metri cubi d’acqua.
        Sotto il profilo morfologico il territorio complessivo che include il lago, esteso per circa 300 Ha, é caratterizzato dalla presenza in affioramento di un consistente strato di suolo di natura agrario, originato dal disfacimento di ammassi detritici, con presenze calcaree frammiste ad argilla. Situato ad una quota di circa 835 m. s.l.m., all’estremo settore nord-occidentale del dominio vulcanico etneo e può considerarsi, dal punto di vista geo-strutturale, uno degli anelli di congiunzione tra i terreni vulcanici e quelli sedimentari posti a settentrione, caratterizzati geologicamente da argille variegate marnose e quarzarenitiche identificate in letteratura geologica con il nome di “Flysch Numidico”.
        La genesi geologica del sito ci fa pensare che questo comprensorio era in origine verosimilmente formato da una vasta vallata acquitrinosa generata ed alimentata dal fiume Flascio e che risentiva degli effetti delle eruzioni vulcaniche, dalle quali veniva spesso modificato.
        In seguito, a causa dell’imponente colata lavica che originò le lave di “Santa Venera”, secondo alcuni studiosi avvenuta tra il 1150-1170, secondo altri risalente al periodo preistorico, il fiume Flascio subì lo sbarramento e la deviazione verso il fiume Alcantara, attraverso un percorso sotto le mura sud della cittadina di Randazzo, dove prendeva il nome di fiume Piccolo.
        In seguito, l’assetto idrogeologico del fiume Flascio venne mutato nuovamente a causa di un’altra eruzione vulcanica. Infatti, nel 1536 una colata lavica proveniente dal Monte Pomiciaro, posto a sud-ovest di monte Spagnolo, ha nuovamente sbarrato il corso del fiume Flascio, determinando così l’odierno bacino che compone il noto lago, mentre un’ampia parte esterna allo specchio d’acqua, di proprietà del Demanio Forestale Regionale, in realtà può essere definita un acquitrino nel periodo invernale che si asciuga quasi del tutto nel periodo estivo, quando il flusso idrico viene spesso a diminuire.
        A seguito di questo fenomeno di abbassamento del livello, l’acqua stagnante su tutto il comprensorio in parte si disperde, attraverso buche, fessurazioni e inghiottitoi naturali (pirituri), per immettersi nelle falde acquifere che vanno ad alimentare il fiume Simeto, attraverso le sorgenti delle “Favare” di Magiasarde (nome proveniente dall’arabo al-fawwāra, “la sorgente”) e il fiume Alcantara, attraverso il torrente “Annunziata”.
        Nei mesi invernali, quando maggiori sono le precipitazioni meteoriche e la portata idrica del torrente Flascio e delle sorgenti sotterranee, il lago esonda e causa l’allagamento delle zone circostanti, compresi vigneti e frutteti, un tempo fiori all’occhiello dell’agricoltura locale.

        Lago Gurrida – Randazzo

        I vigneti limitrofi al lago, coltivati con vitigni di grenache o alicante, sono originari dei Pirenei e furono introdotti in questo territorio nel 1868 da un enologo della ducea Nelson per contrastare la filossera che è una malattia delle viti, attraverso la loro sommersione nell’acqua.
        Questi insoliti vigneti, generano nobili uve da vino, dalle quali si produce un corposo vino color rubino, molto ricercato dal mercato. Diviene complicato comprendere quali siano le vere motivazioni di questa meraviglia naturale.
        Guardando questi vigneti immerse quasi completamente nelle acque, si potrebbe pensare a qualcosa di suggestivo e irreale, tuttavia, è anche un buon motivo per riflettere sulla genialità della natura che ha voluto esprimere questo patrimonio, da salvaguardare per la grande capacità di questa vite di adattarsi. Per tali caratteristiche, questo vitigno costituisce un’autentica unicità.
        Gli aspetti vegetazionali del lago Gurrida, esprimono una grande suggestione in tutte le stagioni, per la presenza di una ricca vegetazione arborea rappresentata da salici e pioppi e una rigogliosa vegetazione minore arbustiva, tra la quale emerge la canna acquatica, l’oleandro, l’ampelodesma, la ginestra di Spagna, il tamerice, il sambuco, e l’euforbia.
        Altre piccole piante come la menta, la canapa acquatica, il cardo cretico, il sedano d’acqua, la veronica acquatica, il ranuncolo, la lenticchia d’acqua, a volte si associano alla folta vegetazione igrofita che si abbina ai muschi, alle felci, alla florida vegetazione erbacea che nei tratti inondabili, finisce periodicamente per essere sempre spazzata via dall’esondazione delle acque per poi ritornare in particolare in primavera quando è la festa grande della natura che si risveglia, quando i prati che si affacciano sul lago, si vestono di verde. In questo periodo sono moltitudini di fiori che si fecondano e si propagano per mezzo delle correnti, dell’aria e degli insetti.
        Nel lago Gurrida hanno riparo numerosissime specie di animali acquatici e uccelli migratori, data la sua ottimale posizione geografica lungo una direttrice di migrazione, che assicura un persistente richiamo per l’avifauna.
        La protezione di queste aree è utile e necessaria ai fini dell’equilibrio ecologico dei nostri territori: Aironi cenerini, Cavalieri d’Italia, Pavoncelle, Pivieri, Pettegole, Combattenti, Piovanelli, Anatre, Marzaiole, Beccaccini, Gallinelle d’acqua, Codoni, Fischioni, Tuffetti, Folaghe, Canapiglie, Mestoloni, senza dimenticare le tantissime altre specie di uccelli minori, le quali, seppur meno appariscenti o meno noti di quelli sopra indicati, certamente, in concorso con tutte le specie floristiche, contribuiscono, in forma paritaria, al mantenimento dell’equilibrio naturalistico di questo sistema lacustre.
        La Cicogna bianca è un esempio alquanto tangibile della integrità di quest’area, infatti era quasi scomparsa dal panorama faunistico di questo territorio ma da qualche anno è ritornata a nidificare. Il ritorno e la permanenza delle cicogne confermano ancora una volta come questo territorio presenti alcuni aspetti indicatori di grande salubrità dell’ecosistema che consentono la vita di alcune sensibilissime specie di avifauna di grande interesse scientifico e naturalistico.

        Enzo Crimi – Randazzo

        Anche le acque del lago sono ricche di vita: Anfibi quali il Rospo comune, la Rana esculenta, il Discoglosso e i pesci come le Carpe e Tinche, rappresentano le specie più comuni di fauna ittica presenti nel lago. Il bacino costituisce, in ogni caso, una risorsa insostituibile per tutta l’area circostante e per la fauna stanziale che vi alloggia: Volpi, Gatti selvatici, donnole, Ghiri, Istrici, conigli, Martore e altre specie.
        Alcuni rapaci diurni come le Poiane e i Falchi, abili volatori, sono capaci di volteggiare a lungo sfruttando le correnti calde ascensionali alla ricerca di prede come conigli, roditori, rettili ed altri piccoli uccelli presenti all’interno di questo vasto territorio.
        I rapaci hanno sempre rappresentato per i loro studiosi come un indicatore naturale di quello che è l’equilibrio biologico di un ecosistema, in quanto essi, a seconda della particolare integrità, riescono ad adattarsi ad un ambiente in modo stanziale, oppure, seguendo le naturali rotte migratorie, riescono a percorrere anche migliaia di chilometri pur di raggiungere mete ben conservate e quindi più idonei alla loro sopravvivenza che segue l’avvicendarsi delle stagioni.
        Un altro universo animale, presente nell’area, completa l’interazione biologica con le altre varie componenti: il mondo dei rettili.
        La Natrice o biscia del collare è considerato il rettile d’eccellenza presente lungo il fiume, l’innocuo Biacco è invece il rettile più comune dell’area. Inoltre, in questo sito vivono una grande quantità di altre specie minori, come numerose luscengole, lucertole, gongili, ramarri, gechi ed emidattili, sono anche presenti la testuggine comune e la testuggine palustre siciliana.
        La presenza di questa straordinaria biodiversità, oltre ad arricchire il paesaggio di tonalità, rappresenta una delle costituenti biologiche più minacciate dalla degradazione o dalla riduzione a ritmo sempre più alto di questi biotopi.
        Pertanto,
          queste presenze animali,  mantengono uno profondo legame di reciproca dipendenza con questo ambiente naturale, quasi a volere significare per certi versi che la loro presenza in queste aree è rigorosamente dipendente dalla integrità biologica che il territorio saprà conservare nel tempo.

        Risultato immagine per lago gurrida etna
        lago Gurrida

         Il lago Gurrida, rappresenta un connotato naturalistico che ha dell’eccezionale, non a torto, può considerarsi come una delle poche aree umide presenti in Sicilia, ben inserito all’interno di un circuito di turismo naturalistico, da cui gli abitanti di questo territorio si attendono molto, sottoforma di ricaduta economica che tarda sempre ad arrivare.
        Purtroppo, in questo preciso momento storico, il lago Gurrida, che è di proprietà privata, ma anche una gran parte del nostro territorio isolano pubblico,
          esprime una violenta forma di smobilitazione e abbandono, e tutto sembra avvolto in un’immensa ombra, quasi tenebrosa.
        Insomma, questo territorio è oramai lasciato all’oblio, e non c’è scusa neppure rispetto alla durata di questo processo di abbandono che io oramai percepisco da anni.
        . Questo fenomeno è stato trascurato oramai con tempi di accumulo difficilmente recuperabili.
        Scorrendo i ricordi della mia decennale frequentazione di questo territorio, posso cogliere i segni indelebili di un “Amarcord” vissuto con molta intensità e difficile da dimenticare, a contatto con una natura viva e difesa, che per restare tale oggi, ha bisogno di grande protezione.
          I ricordi sono dunque ciò che ci resta? Forse, certamente sono le tracce di esperienze naturalistiche passate sul territorio, che hanno impresso la mia memoria attraverso le sensazioni e le emozioni che hanno colpito i miei sensi estremamente ricettivi verso questo “pezzo” di territorio etneo.
        Quante volte ho dovuto pensare che alcune circostanze o accadimenti non sono in linea con le dotazioni culturali di un paese civile? Ho anche pensato: che futuro ha un popolo che non rispetta il suo ambiente naturale?
            

        lago Gurrida – Etna

          L’amore per la natura deve essere una battaglia continua con chi è privo di intelligenza naturalistica, ognuno di noi deve operare per il bene dei valori naturalistici che esprime il territorio, in particolare quanto questo è capitolato all’abbandono, pur nella consapevolezza che non tutte le persone detengono una sensibilità naturalistica e allora, i sintomi sono i rifiuti, gli incendi, i sentieri danneggiati, la dimenticanza, insomma, la mancanza di rispetto e l’ambiente ne risente.
        E’ difficile interagire con chi è privo di cultura dell’ambiente che faccia comprendere la vera importanza del nostro patrimonio naturale.
        Certe problematiche non possono essere affrontate da sodalizi e associazioni naturalistiche di volontariato o addetti alla vigilanza generalizzata, ancor più nelle aree private come il lago Gurrida, dove per entrare bisogna bussare, è lo Stato che potrebbe (dovrebbe) sostituirsi al privato, ma quale Stato, quali Istituzioni, in alcuni casi lo Stato (o chi lo rappresenta) diventa debole e ha paura di avere coraggio nel prendere delle decisioni impopolari e limitanti il diritto alla proprietà, anche quando un territorio volge alla noncuranza e all’oblio.
        Non bisogna certo avere una mente eccelsa per comprendere che l’interesse del legislatore verso la natura e l’ambiente, sembra oramai una foto sbiadita, che tende a scomparire definitivamente dalle tematiche politico-sociali che si discutono oggi, e allora, come in un gioco onirico, il nostro animo contemplativo, molte volte, si infrange sugli irti scogli dell’indifferenza che i “nostri” politici nutrono verso i beni naturalistici del creato. Pertanto la configurabilità dell’ambiente come bene giuridico non può essere ignorata dall’uomo attraverso tagli continui alle risorse finanziarie. Eppure, il legislatore con la sua mente piccola, non ha ancora la piena consapevolezza della gravissima crisi ambientale che noi uomini con l’intelligenza naturalistica, figli di questa terra splendida ma martoriata dalla ipocrisia dei “senza anima” stiamo vivendo.
        L’assenza di antropizzazione, a volte, rende un territorio apprezzabile e in alcuni casi ricco di particolare integrità per quanto riguarda gli aspetti naturalistici e paesaggistici.
        Di contro, non può non amareggiare e suscitare un senso di vuoto e di tristezza l’abbandono di un territorio, che per le sue condizioni, nel tempo porta ad un processo di dissolvimento degli stessi valori naturalistici, che consentono la vita degli animali, delle piante, dell’uomo stesso.
        Seguendo questo ragionamento, l’importanza di ricordare si affianca a quella della dimenticanza che non significa cancellare il passato ma prendere distanza da esso attraverso la sua comprensione e accettazione, che ne attenua il potere di provocare in noi emozioni di grande portata che ci hanno segnato e che possono pesare in noi come se appartenessero al presente.
        Chiudo questa mia riflessione con un pizzico di auspicabile ottimismo, augurandomi che qualcuno, chi deve decidere, si accorga dei suoi errori ed arrivi il momento in cui si renda conto che l’inestimabile valore ambientale è meritevole di grande attenzione e tutela….andiamo avanti !!!

        Enzo Crimi

         

         Il MONTE SPAGNOLO 

         Nella parte sommitale dell’Etna, a sud di Monte Spagnolo, a pochi metri dalla “bottoniera” eruttiva del 1981 e all’interno della nota faggeta di Randazzo, la mano dell’uomo, complice un ambiente ancora incontaminato, ha saputo realizzare un manufatto di grande attrattiva. Infatti, incastonato in un pianoro naturale a oltre 1400 metri di quota, troviamo il “Rifugio di Monte Spagnolo”, luogo di sosta obbligata per tutti gli escursionisti appassionati di questo territorio montano etneo, che trovano in esso un punto base per una semplice immersione nella natura incontaminata, oppure, per le passeggiate di alta quota che portano verso l’estremo limite di vegetazione arborea del vulcano più alto d’Europa e la famosa “Grotta del gelo”, nome dovuto alla sua caratteristica di mantenere una gran massa di ghiaccio al suo interno per quasi tutto il periodo dell’anno.
        Questo rifugio, per la sua posizione geografica, per la pregevole fattura della struttura, per la sua ubicazione all’interno di una zona boschiva ben conservata, ma anche per le sensazioni intime ed indescrivibili che offre al gitante, da tanti anni rappresenta come un punto di riferimento per i viandanti che vogliono godere del paesaggio etneo e può senza dubbio definirsi come massima espressione del connubio natura – uomo. Il rifugio di “Monte Spagnolo”, è aperto e libero a tutti coloro che lo rispettano e lo sanno apprezzare e visitarlo è una sensazione unica che resterà impressa a lungo nell’anima del visitatore.
        Ci sono mille motivi per salire fin lassù e visitarlo, ma soprattutto, per scappare dalla vita caotica e frenetica della città, in cerca di scenari naturali e autentici.

        Monte Spagnolo – Randazzo

         
        Quando sarete lassù a passare la notte, sappiate che è un rifugio semplice e spartano, non cercate le comodità cittadine, non siate troppo pigri da non alzarvi e perdere così un’alba che dopo aver inondato di luce Monte Spagnolo, s’infila quasi di striscio tra gli alberi di faggio, la sera non siate troppo stanchi e affamati da restare seduti dentro a tavola ma godetevi il calar del sole e il dolce passaggio dal giorno alla notte. Se sarete fortunati, forse potrete incontrare anche qualche piccolo animale selvatico abitante del luogo, infatti in questa zona, non è difficile fare la conoscenza diretta di conigli, lepri e volpi.
        Se incontrate il cattivo tempo, non perdetevi il temporale montano estivo, fatto di un composto caos, tra rumori assordanti e mille luci, per poi come d’incanto veder apparire il sole e poter respirare quell’aria fresca di “Madre terra” che vi laverà dentro… Anche solo per uno di questi momenti vale la pena di salire al rifugio di Monte Spagnolo.
        Dopo aver vissuto queste sensazioni, tornerete un po’ più ricchi a valle, pensando che in fondo tutti salgono sull’Etna e poi, dopo poco o magari dopo giorni, quando sarete scesi, vi verrà la voglia di tornare ancora lassù, per scoprire un altro rifugio, così da rubare ancora alla montagna una nuova e indimenticabile emozione!
        ENZO CRIMI 

         

         

        Eruzione dell’Etna – Randazzo

         

         

         

         

        LA GROTTA DEL GELO  

        Grotta del Gelo – Randazzo

        La Grotta del Gelo, la cavità di origine vulcanica più conosciuta dell’Etna, si è formata a circa 2040 metri slm, sul versante nord-occidentale dell’Etna, in territorio di Randazzo, ed ha uno sviluppo di circa 125 metri e un dislivello di metri 30 circa.
        Anticamente utilizzata dai pastori per abbeverare il gregge, oggi è meta ambita dell’escursionismo etneo. Infatti, l’affascinante spettacolo offerto dalla visione di un piccolo ghiacciaio rappresentato da un consistente deposito naturale perenne di neve ghiacciata, ha stimolato da sempre la curiosità degli escursionisti che ritengono la grotta, certamente una delle più note delle oltre 300 presenti sull’Etna.
        Sin dall’alba del mondo, sappiamo che le grotte hanno sempre rappresentato dei veri e propri misteri e la storia antica e recente dell’uomo è ricca di fatti inspiegabili e non comuni legati alle grotte.
        Forme di paure ancestrali dell’irreale collettivo, rappresentate da demoni e spiriti maligni, abitanti delle viscere della terra, si sono intrecciate con le fantasiose storie leggendarie di maghi, divinità, esseri demoniaci, tesori nascosti (truvature) e briganti, i quali, sono stati i veri soggetti di fantastiche vicende.
        Nelle leggende a sfondo religioso, le grotte divengono teatro di eventi prodigiosi o straordinario ricettacolo che protegge manufatti e sacre immagini, preziose apportatrici di grazia divina.
        Quindi, nelle menti arcaiche e meno evolute, le grotte erano considerate luoghi sacri e al loro interno poteva avvenire una crescita sia contemplativa e spirituale che fisica o anche la maturazione della saggezza e della consapevolezza.
        Gli uomini primitivi, al loro interno, alla luce delle torce e, ancora prima, sperimentando e approfondendo il loro rapporto sacro e liturgico con il fuoco, trascorrevano la loro esistenza ed organizzavano la loro vita sociale, in particolare nelle ore notturne, quando praticavano i loro riti tribali e i loro banchetti.
        Le grotte sono anche delle aperture misteriose in un mondo oscuro e silenzioso e per l’uomo del neolitico, esse rappresentavano una porta d’accesso all’aldilà, ma non era un’aldilà come lo intendiamo oggi, era un mondo spirituale incastonato ed influente nel tessuto della realtà quotidiana.
        Quando si entrava in questo aldilà, si incontravano strani esseri, si vivevano esperienze particolari e mistiche, era un luogo che ispirava una potente energia, ecco perché spesso le grotte venivano usate anche come luoghi di preghiera arcaica e non di rado, al loro interno si celebravano rituali di sepoltura.
        Le grotte, quindi, non soltanto sono luogo di ricovero per animali selvatici o ispiratori di miti e leggende, esse sono anche permanenti e gelose guardiane della cultura e delle tradizioni popolari degli uomini antichi.
        Dunque, seppur non possiamo considerarla molto antica, sin dalla sua formazione, la Grotta del Gelo ha rappresentato un intrecciato motivo di studio antropico, storico ed anche geologico, dell’intrigante mondo ipogeo e del suo lento ed incessante scorrere del tempo.
        Un affascinante ed inconsueto viaggio all’interno delle recondite profondità, immersi in un silenzio magico, laddove in piena estate il ghiaccio cede il posto ad incantate ombre che si incontrano e si confondono in un gioco sempre nuovo ma occulto, che profuma di misterioso e arcano, ma che ogni piccola disattenzione può trasformarsi in rischiosa trappola.

        Grotta del Gelo – Etna Randazzo

        Il suo nome è la sua notorietà, sono dovuti alla sua caratteristica di mantenere una gran massa di ghiaccio al suo interno per quasi tutto il periodo dell’anno, ciò dovuto alla neve che viene spinta dal vento al suo interno facilitata dalla lieve inclinazione del suolo, alle infiltrazioni dell’acqua che si congela per le temperature fredde e al difficile scambio termico con l’ambiente esterno.
        Con queste condizioni climatiche, la massa glaciale, trovando condizioni di temperatura più favorevoli, ha eseguito una traslazione sul fondo della grotta dove mantiene il suo spessore, rendendo a periodi impraticabile il cunicolo finale.

        Per visitarla in primavera, si procede con l’utilizzo di attrezzatura alpinistica tra cumuli di neve presenti sin dall’inizio della galleria e attraverso stallatiti di ghiaccio pendenti dalla volta e un scivoloso strato di ghiaccio, si arriva ad un piccolo ambiente pianeggiante coperto da uno tappeto di ghiaccio cristallino, dal quale traspaiono grossi massi incastonati al suo interno.
        Da questo si dipartono due gallerie “rivestite” dal ghiaccio invernale: la prima diventa quasi subito impraticabile a causa della gran massa di ghiaccio, la seconda, più ampia, si sviluppa interamente all’interno del ghiacciaio direzione sud e verso l’uscita.
        La Grotta del Gelo rappresenta un caratteristico esempio di cavità ipogea originata da meccanismi eruttivi, essendo stata prodotta dal parziale svuotamento di una colata lavica, ed è abbastanza singolare per la notevole ampiezza che supera quella media delle comuni grotte laviche.
        Essa si apre a monte e precisamente nella parte iniziale delle famose “lave dei dammusi” che costituiscono il prodotto dell’eruzione che in diverse fasi e per 10 anni circa (1614-1624) interessò il versante settentrionale dell’Etna. Si tratta di una grotta di scorrimento lavico che segue un processo evolutivo che ha origine dalle colate laviche, le quali scorrendo lungo le pendici del vulcano, alle volte si creano dei percorsi per così dire paralleli.
        La parte esterna, in quanto a contatto con l’atmosfera, tende a raffreddarsi e a solidificarsi prima,

        mentre il flusso lavico all’interno della colata mantiene il suo calore e continua a scorrere come in una galleria, sino a quando viene alimentato.
        Quando la colata incomincia ad estinguersi e pertanto il flusso non riceve più propulsione, la condotta si svuota e lascia il posto ad una grotta di scorrimento lavico.
        Attualmente la Grotta del Gelo non gode di ottima salute. Infatti, mentre all’inizio della sua formazione avvenuta verosimilmente verso la prima metà del XVII secolo, cioè qualche decina di anni dopo la fine dell’eruzione all’interno della quale si formò, il ghiaccio della cavità raggiungeva uno spessore di circa 2 metri, in questi ultimi anni il ghiaccio al suo interno si assottiglia sempre di più, tanto che a estate inoltrata ne rimane pochissimo e pertanto, essa perde il suo fascino.
        Ciò è dovuto probabilmente alle variazioni climatiche che stanno interessando il nostro pianeta, alle temperature meno rigide e nevicate sempre meno abbondanti, ai numerosi movimenti sismici del terreno che creano infiltrazioni d’aria che indeboliscono le proprietà coibenti della grotta e non ultimo, al disordinato afflusso dei visitatori che certamente andrebbe regolamentato.

        ENZO CRIMI

         

         

        TITTY,  LA VOLPE (di E. Crimi)

        Titty è un’amabile volpe (vulpes vulpes) che vive con la sua famigliola tra i pulvini di Astragalo e gli arbusti di Ginepro emisferico, all’interno del bellissimo betuleto dei Monti Sartorius, tra i comuni di Piedimonte Etneo e Linguaglossa.
        La nostra amicizia dura oramai da almeno 10 anni, mi ricordo che la incontrai per la prima volta durante un’escursione didattica con una scolaresca e lei attratta dal vociare dei bambini, si avvicinò a noi in modo furtivo ma senza paura.
        Da allora, anno dopo anno, rafforzammo la nostra amicizia e reciproca fiducia.
        Ella sembra oramai abituata alla mia voce e alla mia presenza, ogni volta che torno a trovarla, sembra aspettarmi con apprensione e con qualche abbaio di gioia.
        Spero di trovarla per molto tempo ancora, anche se sono consapevole che questa amicizia non potrà durare a lungo, dato che la durata della vita delle volpi non supera in media i 12 anni.
        Ad ogni modo io andrò a trovarla lo stesso, nella convinzione che troverò almeno i suoi piccoli che non ho avuto ancora modo di conoscere personalmente.
        Infatti, le volpi, per protezione, tendono sempre a celare i propri cuccioli e quando si recano a caccia o a gironzolare per il territorio, li tengono ben al riparo all’interno di sicure tane.
        Non porto mai del cibo con me, al massimo qualche frutto, perché gli animali selvatici devono procurarselo, pertanto, consiglio a tutti voi che leggete, se vi capitasse di incontrare sulla vostra strada un animale selvatico, non date mai da mangiare, se non volete che esso si prenda l’abitudine di ottenere cibo facile dall’uomo e scordi come cacciare le sue prede, ciò è contro natura e lo porterebbe sicuramente a morire di fame, quando l’uomo non lo rifornirà più.
        La catena alimentare è una gerarchia, una piramide spietata soccombono i più deboli, forse ciò é crudele ma certamente necessario e inevitabile, può anche non piacere ma é la natura che si autoseleziona.
        Come tutte le volpi, Titty è posizionata ai primi posti della catena alimentare del nostro territorio, che è quell’insieme di rapporti di nutrizione e predazione, all’interno di un ecosistema.
        Le sue straordinarie capacità di adattamento, le permettono la colonizzazione di ampi territori pedemontani ostici, che potrebbero risultare scomodi per altri animali selvatici.

        Come ho potuto notare da alcuni resti di prede, Titty, oltre a cibarsi di uccelli, piccoli mammiferi come conigli e roditori, non disdegna altresì una dieta a base di frutta, bacche e verdura selvatica, dunque, la volpe può considerarsi un animale onnivoro.
        Quando questo cibo manca, sotto lo sguardo incuriosito dei gitanti, riesce a procurarsi il cibo raggiungendo l’area turistica di Piano Provenzano, dove “fa provvista” di frutta, rimanenze di cibo dei ristoranti e persino di qualche malcapitato animale domestico… poi via verso la sua tana dove i cuccioli aspettano.
        La volpe ha l’abitudine di fare scorta di cibo nei periodi di abbondanza, seppellendolo in tante piccole buche, per utilizzarlo in seguito nei periodi di ristrettezze.
        Le volpi hanno una lunghezza testa-corpo tra i 60-70 cm, la coda è lunga circa 40-50 cm, un’altezza di 35-45 cm e un peso che a volte sfiora i 10 kg.
        Il colore predominante è il fulvo tendente al rossastro che copre quasi interamente il corpo dell’animale, con una caratteristica macchia biancastra presente sulla gola e sul petto, il carattere distintivo per eccellenza invece è la coda con pelame folto.
        Come dicevamo sopra, il regime alimentare della volpe, che caccia in modo solitario, è molto vario ma anche utilissimo ai fini della selezione naturale, ai fini del controllo della diffusione di specie dannose per l’agricoltura e per il mantenimento in buona salute di varietà oggetto di predazione, contribuendo a frenare il diffondersi di epidemie infettive.
        Infatti, recenti studi hanno permesso di appurare che le volpi si nutrono anche di selvaggina morta, malata o difettosa e persino di topi, cavallette e altri insetti, dannosissimi per l’agricoltura.
        L’habitat naturale della Volpe è rappresentato da superfici boscose dove può trovare rifugio, ma non disdegna zone vicino ai coltivi, i centri abitati e persino alle abitazioni dove non ci sia forte disturbo.
        La volpe non attacca mai e solo se disturbata dalla presenza dell’uomo reagisce primariamente con la fuga.
        La volpe è attiva prevalentemente nelle ore notturne, mentre nelle ore diurne riposa nella sua tana che costruisce nei fitti cespugli, tronchi o all’interno di vecchie tane di altri animali.
        Durante il periodo degli amori, maschio e femmina si ricercano attraverso segnali olfattivi e abbai.
        Il periodo degli accoppiamenti va da gennaio a marzo e la gestazione dura circa 60 gg. I piccoli vengono alla luce in aprile-maggio in numero di 3-8 e l’emancipazione si ha intorno a 3-4 mesi di vita.

         

        APPUNTI DI VIAGGIO:LE GOLE DI TIBERIO DEL FIUME POLLINA (di E. Crimi)

        _______________________________________________________________________________________

        Lungo il corso del fiume Pollina, all’interno del territorio di San Mauro Castelverde (PA), in un luogo naturalisticamente integro, madre natura, interagendo in un connubio inscindibile con i processi evolutivi geologici naturali del tempo e il potere erosivo delle acque del fiume, ha saputo progettare, incidere profondamente sulla roccia calcarea e far sorgere, un imponente complesso di architettura naturale, meta di tantissimi escursionisti italiani e stranieri, conosciuto con il nome di “Gole di Tiberio”. Nel suo continuo e plurimillenario defluire alla riconquista del suo spazio naturale, in questo tratto, il fiume si trascina quieto all’appuntamento con il mare, scorre silenzioso, si insinua nelle pareti di roccia calcarea levigandole e contrassegnando l’orografia e il panorama del luogo. In alcuni punti dà origine a suggestivi giochi di luce ed acqua, plasma e modella gole, strapiombanti forre e spettacolari canyon naturali. Crea piccoli laghetti, cascatelle e anse naturali, che danno figura ad un paesaggio quasi selvaggio, di grande rilevanza geomorfologica ed effetto visivo, che pone la sua conformazione a simbolo di grandezza della natura stessa, così benevola e fenomenale nel progettare questa piccola ma straordinaria opera architettonica e consegnarla agli uomini. Fanno da cornice a questo straordinario geosito, anfratti e grotte oramai vacue, che offrirono riparo alle belve, ai primi uomini preistorici, contadini, armenti e pastori dei nostri tempi. Tutti questi elementi tangibili che compongono questo territorio, corrono anche sul filo di altre voci, meno reali ma diffuse e legate al luogo come antiche leggende: presenze arcane, truvature, mostri e briganti, il tutto alimentato da mille incertezze, improbabili realtà e immaginazioni, che sanno di incanto e di meraviglia umana. Insomma, un luogo di grande suggestione, dove tutto sembra incantato, dove l’ambiente altamente contemplativo è ideale per trasformare le leggende in realtà. Le Gole di Tiberio, si formarono nel triassico superiore, poco più di 200 milioni di anni fa, quando verosimilmente la Terra era formata da un unico grande continente e circondata da un unico grande oceano. Le gole, che sono lunghe circa 250 metri e alte poco più di 50 metri, per le loro peculiarità geologiche, dal 2001 fanno parte del Madonie Geopark ( www.geoparks.it ), riconosciuto e preservato dall’Unesco per il suo particolare valore paesaggistico, scientifico culturale e etno-antropologico. Il sito si presta all’attività escursionistica e in alcuni tratti del fiume, all’attraversata in gommone e al nuoto, ma con estrema diligenza, perché il bagno nel fiume può nascondere delle insidie, in quanto si tratta di un ambiente naturale ben differente dalle piscine dove solitamente nuotiamo: infatti non sono rari gli incidenti nelle nuotate nei fiumi. Ad esempio, un tuffo può risultare spesso molto pericoloso a causa della bassa altezza dell’acqua o di massi nascosti e non visibili. Entrando in queste gelide acque si riesce quasi a sentire un piacere proibito che scuote il corpo e la mente. Visitando questo incantevole sito, si ha l’opportunità di potere ammirare le variegate tonalità delle endemiche formazioni di vegetazione igrofita e una discreta presenza di avifauna, e fauna mediterranea acquatica e terrestre.

         

         

        IL SOLSTIZIO D’ESTATE DEL 21 GIUGNO: TRA LEGGENDA, STORIA, NATURA, SIMBOLOGIA E MAGIA (di E. Crimi)

        _______________________________________________________________________________________

        Enzo Crimi nel sito di Stonehenge in Inghilterra.

        Il solstizio d’estate è l’inizio della stagione calda ed è sempre stato avvolto da una sfumatura di mistero, leggenda e magia, basti pensare ai misteriosi siti preistorici megalitici sull’altipiano dell’Agrimusco, in comune di Montalbano Elicona, in provincia di Messina e al simbolo fallico della fertilita’ in roccia megalitica arenaria, situato nel bassipiano di Orgale, nei pressi di Castiglione di Sicilia a pochi passi dalla sponda sinistra del fiume Alcantara.
        Da sempre sappiamo che i Megaliti all’interno di questi siti sparsi per il mondo, siano essi di origine naturale o artificiale, hanno rappresentato dei veri e propri misteri e la storia antica dell’uomo è ricca di fatti inspiegabili e non comuni.
        Il sito di Stonehenge in Inghilterra, verosimilmente luogo degli imponenti ruderi di un tempio druidico, è uno dei monumenti preistorici più famosi del mondo, che consiste in due cerchi concentrici di monoliti che raggiungono le 50 tonnellate, poste in posizione eretta; sormontate da massicce lastre orizzontali di roccia e ornate dalle più piccole pietre blu originari dal Galles occidentale.
        Le ipotesi riguardo questi straordinari “monumenti rupestri”, conosciuti anche con il nome di “Menhir o Sarsen“, sono diverse, come differenti sono le discordanze anche tra gli studiosi, molti di essi sostengono che si tratta di manufatti riconducibili a consuetudini religiose con riti primordiali collegati alla simbologia fallica propiziatoria della fertilità.
        Alcuni ricercatori li accostano a miti e fantastiche leggende di giganti che si dedicavano alla pastorizia, ma anche storie umane, arcaiche ma reali, dove la vita delle sue creature ha seguito il suo percorso di naturale straordinarietà pari solo a se stessa.
        Altri studiosi sostengono un significato con finalità archeo-astronomiche, in quanto orientati e collegati con i punti cardinali, ai quali riconoscere una funzione antesignana di osservazione degli astri, dei cicli delle stagioni, equinozi e solstizi, da sempre date mistiche e venerate dalle antiche civiltà sparse in tutto il mondo conosciuto.
        Pare che alcune combinazioni tra i macigni e il sole, permettessero, tra l’altro, di prevedere le maree e le eclissi di Luna e di Sole. I giorni solstiziali includono alcune fra le celebrazioni più popolari dell’Occidente e le antiche tradizioni mettevano in relazione questo periodo dell’anno con un gran numero di usanze e di piccoli rituali ancora oggi vivi in tutta Europa.
        Il solstizio estivo del 21 giugno, carico di mistero e spiritualità, è lo scenario ideale in cui poter collocare sogni e realtà, ed è forse per questo che resta uno dei periodi più amati e profondamente intessuti nella cultura popolare, che periodicamente viene messa in atto anche dai popoli moderni. Fuochi e danze intorno ai falò, astronomia, musiche, teatro, canti e poesie.

        Stonehenge


        Sembra che antichissimi popoli festeggiassero il solstizio d’estate tra il sacro e il profano e ancora oggi, esso, seppur offuscato di magia e mistero, viene celebrato in molte parti del mondo, ciò dovuto al fatto che l’uomo, forse deluso dalla realtà quotidiana, si affida alle cose inaspettate dell’arcano.
        Pertanto, sin dalla notte dei tempi un intrigante intreccio tra l’uomo arcaico e queste costruzioni che gli uomini del neolitico, credevano intrise di poteri soprannaturali.
        Oggi questi spazi sacri, impreziosiscono il panorama delle nostre terre, come gioielli abbandonati e incastonati nel paesaggio. Ma qual’è il loro reale segreto e da quali credenze erano animate le persone che li hanno costruiti, quali strani rituali si celebravano in questi siti e cos’è che ha portato l’antico popolo di queste terre a modificare la propria religione, ad abbandonare questi antichi templi e a venerare altre divinità “moderne”? Dunque, questi luoghi, ritenuti sacri per gli uomini arcaici, oggi fanno da sfondo a suggestive epopee della mente e nascondono i segni di un passato impregnato di grandi eventi da sembrare quasi di natura divina.
        Sappiamo ben poco, sia sul senso o funzione dell’esistenza di questi grandiosi blocchi arenari e ancor meno notizie abbiamo riguardo i loro creatori, che potrebbero essere stati ispirati da vocazioni mitologiche.
        Lasciando l’opinabile ai sognatori, nella realtà indiscutibile, queste formazioni rocciose sono particolari monumenti costituiti da grandi blocchi di roccia arenaria, grossolanamente squadrati dagli eventi del tempo o dall’uomo, piantate nel suolo la cui area di diffusione è molto ampia in tutto il mondo, a rappresentare le testimonianze più antiche dell’architettura preistorica.
        Queste maestose sculture, hanno sempre attratto l’interesse di ricercatori e la curiosità di semplici escursionisti, impegnati nella ricerca continua di testimonianze del passato, di natura antropologica e naturalistica, dalle quali potere risalire alle epoche di utilizzo, all’uso che si è fatto da parte dei vari frequentatori ed alle particolari condizioni ambientali di una determinata area.
        Insomma, da sempre questi megaliti hanno rappresentato un intrecciato motivo di studio storico ed anche geologico di maestosi scenari della storia, di suggestive reliquie, di antiche e maestose sculture cesellate nella dura roccia, dell’intrigante prodigio dell’erosione naturale, dell’azione modellante del vento e della natura geologica del terreno, frutto e testimonianza dell’opera di primitive platee di popolazioni preistoriche di cui si è persa ogni traccia, nel lento ed incessante scorrere del tempo.
        Dunque, chi non crede all’incomprensibile non può fare a meno di restare altresì stupito e meravigliato nell’ammirare queste straordinarie costruzione neolitiche, statiche nella loro maestosità, sin da quando memoria umana ricordi.
        Pertanto, nessun mistero ascetico ma solo tracce del passaggio in vita e frutto dell’opera manuale di popolazioni arcaiche, che oggi ci descrivono la spiritualità che solo una suggestiva e seducente opera architettonica può elargire ai suoi visitatori. Oltre ai loro manufatti, di queste genti, rimangono solo pochi resti di figure antropomorfe lavorate sulla pietra e cellette funerarie (gruttitti) che servivano per la sepoltura dei loro defunti.
        L’archeologia moderna potrà nel tempo rispondere ad alcuni dei quesiti fondamentali su questi siti e i loro rapporti con l’uomo primitivo: come è quando vennero costruiti, chi li costruì e forse anche alla domanda più difficile, ovvero perché furono costruiti.
        Ma anche i fatti che l’archeologia e la scienza riusciranno ad accertare, non potranno chiarire completamente il mistero del solstizio d’estate, che sarà gelosamente conservato per sempre nella spiritualità della gente.

        Enzo Crimi

         

         

        ETICA NICOMACHEA: LA CULTURA DEL NULLA (di E. Crimi)

        _______________________________________________________________________________________

        Come ho scritto altre volte, secondo me se si dovesse definire con un’etichetta l’epoca in cui viviamo, essa andrebbe indubbiamente archiviata con l’appellativo di epoca della dissacrazione e dell’effimero.
        Stiamo assistendo impassibili alla sconfitta della società civile e le cause sono sotto gli occhi di tutti. Stiamo vivendo un contesto socio-economico di grande conflittualità e insicurezza sul futuro, di mancanza di valori forti e di punti di riferimento stabili ed autorevoli, la condizione sociale generale e quella giovanile in particolare, non possono che esprimere un chiaro disagio, che, se ripreso e ben gestito da chi ne ha responsabilità, conduce ad una reale consapevolezza di quanto importante sia la moderatezza sociale.
        Ma se non saputo gestire, sfocia invece in decadentismo culturale più o meno grave, che a volte non si può porre rimedio, o comunque non a breve termine. Numerosi sono infatti i valori, come ad esempio l’amicizia, la religione, la morigeratezza, nei quali i nostri padri credevano, oggi contestati e messi definitivamente in crisi.
        Che dire della famiglia, un tempo ritenuta il nucleo della società e cardine dell’esistenza umana, oggi vive una crisi profonda, ha perso persino alcuni valori educativi e affettivi fondamentali.
        Oggi la famiglia si occupa sempre meno dei figli, presa da altre problematiche, più delle volte effimere: non è certamente normale, come capitato in questi giorni in provincia di Arezzo, che una mamma “dimentichi” in auto e fa morire sotto il sole la propria figlia di un anno e mezzo.
        Ma anche l’insubordinazione dei figli e un’educazione consumistica ed effimera, sta riducendo la nostra società a un deserto culturale.
        Non parliamo del teatrino della politica, priva di etica e valori, tutto è diventato spettacolo, finzione, ipocrisia, effimero, ben rappresentato in queste ore dalla politica nazionale, in cerca di accordi di potere, che pongano attenzione solo ai propri interessi e a quelli della casta, l’intoccabile casta che prende e mai dà.
        Questa formazione intellettuale, ci rende tutti culturalmente e socialmente, un pò più poveri nello spirito e nell’anima. Oggi ci propongono dei modelli, noi viviamo oggi dei modelli.
        I modelli di vita squilibrati, la rincorsa al successo economico da ottenere senza troppe remore etiche e la vita vissuta all’insegna del divertimento sfrenato, portano l’uomo moderno allo sfinimento, a provare penosi sentimenti di solitudine, di noia, di insicurezza, di vuoto esistenziale, di profondo disorientamento morale, di abbandono dei valori umani per cedere il posto alla cultura del Dio denaro.
        Questo fatto è paradossalmente acuito, anziché lenito, dalla libertà di cui gode l’uomo contemporaneo, dalla molteplicità di opzioni fra cui è chiamato a scegliere, in assoluta solitudine, senza riferimenti certi, senza guide che non siano il profitto economico e l’interesse personale.
        Dunque, un vortice decadentista e chi crede ancora nei sani valori, non si trova pienamente a suo agio in questa società del nulla, priva di regole e dove il durevole diventa labile e il fugace quasi incontrovertibile.
        Invero, in ognuno di noi, a volte, emergono delle forme comportamentali non necessariamente illegali, che una volta poste in essere, creano disagio perché contrari alla liceità di un’etica formalizzata che lascia spazio alla soggettività dell’individuo.
        Per recuperare la speranza e il rapporto con la propria identità esistenziale, l’uomo deve fare un poderoso tentativo di risvegliare le coscienze addormentate di una società sottomessa all’apatìa che si è installata nelle nostre menti, prendendone possesso assoluto. Ad ogni modo, nulla è irreversibile e ciascuno ha la sua parte in questa nostra società contemporanea… un grande e gravoso compito di pervenire ad un modello di vita equilibrato e incentrato sul rispetto dei veri valori etici.
        Tuttavia, nessun cambiamento radicale è privo di sofferenza ed a volte dolore ma la capacità di sostenere obiettivi di alto profilo, anche al costo di sofferenze è ciò che rende l’Uomo realmente nobile.
        La foto allegata rappresenta i due principali filosofi dell’antichità, Platone che regge il suo libro “Timeo” e solleva il dito in alto, ad indicare il bene (sinistra ) e Aristotele, che regge il suo libro “Etica Nicomachea”, ad indicare l’etica, come realtà più vicina all’ideale dell’uomo (destra), raffigurati in una delle opere pittoriche più rilevanti dello Stato della Città del Vaticano, visitabile all’interno del percorso dei Musei Vaticani, il famoso affresco “Scuola di Atene”, di Raffaello Sanzio, databile 1509-1511.

        Enzo Crimi 

         

         

         

         

        TAORMINA – ALCANTARA – RANDAZZO:  LA LINEA FERROVIARIA DIMENTICATA – (di Enzo Crimi)

         La mancanza di meccanizzazione rurale sul nostro territorio, per effetto del terreno vulcanico etneo abbastanza accidentato,  sul quale cresce la vite,  il magro reddito ricavato, particolarmente in passsato, da tutte le attività agricole, ciclicamente  diedero avvio al triste fenomeno dell’emigrazione dalle campagne verso i grandi centri metropolitani alla ricerca di un tenore di vita più consono alle aspettative delle popolazioni rurali. Il malinconico fenomeno dell’abbandono, paradossalmente, ha fiaccato anche alcuni tentativi di valorizzazione e sviluppo di questo territorio, rappresentati, tra l’altro, dalla realizzazione di una importante tratta ferroviaria. L’idea progettuale della linea ferroviaria dello Stato denominata Alcantara – Randazzo (Enna), nacque all’inizio del “900.  In quegli anni di fermento socio-culturale, dopo varie e complicate traversie, finalmente il 4 giugno del 1959 avvenne il primo viaggio inaugurale della “littorina”, che doveva rappresentare il riscatto socio-economico di queste terre etnee e della valle dell’Alcantara.
        La tratta ferroviaria dello Stato, attraverso un suggestivo percorso che si sviluppava per tutta la valle dell’Alcantara alle estreme propaggini dell’edificio vulcanico, passando per Francavilla di Sicilia, il territorio di Castiglione di Sicilia e approdando infine a Randazzo, nel versante nord-ovest dell’Etna.
        La ferrovia dello Stato, oltre alle semplici finalità di collegamento ferroviario, era infatti considerata quale occasione di sviluppo dell’intero comprensorio e motivo di orgoglio delle popolazioni locali.
        Quindi la ferrovia non rappresentava soltanto un mezzo di trasporto, ma qualcosa di più importante che riguardava anche la fierezza e l’aspetto dignitoso della gente della valle che si era battuta tenacemente per ottenerla
        Per molti anni tutto sembrò funzionare, gli uomini e le merci transitavano per la valle attraverso un percorso alquanto suggestivo e ricco di spunti naturalistici.
        La ferrovia era il normale sbocco dei paesi montani  al canterini e etnei verso il mare e viceversa, nonchè l’itinerario obbligato del flusso turistico che dal mare si portava sino a Randazzo per poter, poi in seguito, proseguire sin all’interno dell’isola, dato che, come da progetto, la linea doveva spingersi sino ad Enna. Purtroppo, come sappiamo, a testimonianza di una malefica sorte, dopo circa un trentennio venne abbandonata.
         Il modo di vivere e di spostarsi delle popolazioni, la ricerca del profitto a tutti i costi e i tagli alla politica sociale, hanno decretato la chiusura di questo tratto ferroviario, in quanto considerato “ramo secco” antieconomico e non più sopportabile per le risorse finanziarie dello Stato. È stato come ritornare  indietro  di un secolo: le richieste e le lotte legittime dei nostri padri per la costruzione della tratta, il senso della presenza dello Stato, tutto finito. La linea nel 1994 è stata sospesa dal servizio per lavori di ammodernamento i quali, materialmente, erano stati tutti eseguiti.
        Mai tutelata dalle Istituzioni, con un provvedimento governativo miope, la tratta venne dismessa definitivamente nel 2011; il personale addetto fu trasferito ad altri incarichi, le strutture e infrastrutture lasciate all’incuria e le popolazioni interessate, dopo tante promesse di riapertura, quasi in balìa di una sorda rassegnazione.
        Nel corso del tempo, furono attivati vari tentativi per ripristinare la linea ferrata; si è pensato vanamente persino di effettuare un collegamento di interscambio con la Ferrovia Circumetnea, per attivare un circuito turistico, ma senza alcun effetto. In atto si sta discutendo nel Parlamento Italiano una bozza di legge riferita a “Disposizioni per l’istituzione di ferrovie turistiche mediante il reimpiego di linee in disuso o in corso di dismissione situate in aree di particolare pregio naturalistico o archeologico”. Insomma, la sorte di questa tratta ferroviaria non può certamente concludersi nell’indifferenza della gente. Alla chiusura deve seguire, invece, la riscoperta e la rinascita turistica che viene favorita dall’unicità del territorio attraversato da quei binari oggi divorati dalle erbe infestanti, dall’occupazione abusiva e dalla desolazione. Spazi che ancora oggi si possono riscoprire in modo ecologico e silenzioso, attraverso la realizzazione di un circuito ferroviario che non alteri i suoni e i profumi della natura. I servizi pubblici di trasporto, non possono sottostare alle esigenze di mercato, sempre alla ricerca del profitto immediato, anche perché, se un servizio pubblico è efficiente, trova da sè il suo mercato diventando anche economicamente vantaggioso e trainante per il passaggio all’utilizzo massivo del mezzo pubblico. Dunque, bisognerebbe essere ostinati e promuovere un intervento di riconversione globale di questo tracciato, cercando di coalizzare tutte le forze in campo che hanno a cuore la tratta, sia per affettuoso attaccamento, sia per creazione di una Greenway o altro, ciò non fosse altro per la tristezza che esprime il suo abbandono, e soprattutto per il rispetto che dobbiamo a chi prima di noi ha guerreggiato per la sua realizzazione.
        Per come avviene nei paesi realmente evoluti, la politica, la popolazione, l’Ente Parco Fluviale dell’Alcantara, le Istituzioni, le Associazioni, ognuno per le proprie competenze, ma in sinergia congiunta, dovranno studiare, progettare e realizzare concretamente qualsiasi iniziativa di utilizzo di mercato economicamente profittevole (bici-trenino-cavalli-trekking ?) ritenuta valida alla conservazione, riconversione e rivalutazione della ferrovia che certamente rappresenta le nostre tradizioni, la memoria dei nostri padri e i sogni dei più giovani, per i quali nessuno è stato delegato di consegnare all’oblìo più profondo.
        Alla luce del nuovo modo di gestire il territorio, queste straordinarie aree, vanno valorizzate e, con la massima attenzione, concesse alla fruizione delle popolazioni locali, per le quali potrebbero rappresentare lo sbocco e l’avviamento di un progetto turistico con finalità naturalistiche riguardose dell’ambiente, che può dare una decisiva spinta e far decollare le richieste e le aspettative di sviluppo sostenibile socio-economico a medio e lungo termine.

         

         

         

         

        GLI ALBERI SONO IL SOSTEGNO DEL CIELO, SE LI ABBATTIAMO INDISCRIMINATAMENTE, IL FIRMAMENTO CADRÀ SOPRA DI NOI – (di E. Crimi) –

        Gli alberi, sono le componenti costitutive più evidenti delle foreste, perchè sono parti strutturali fondamentali nel loro profilo esistenziale.
        Secondo un approfondito studio condotto a Yale da un gruppo di ricercatori della “Yale School of Forestry and Environmental Studies”, gli alberi sulla Terra sarebbero pari a 3.040 miliardi, corrispondenti a 422 alberi per ciascuno degli attuali 7,2 miliardi di abitanti del Pianeta.
        Sul territorio italiano, rispetto al 2005, il patrimonio complessivo forestale italiano è aumentato di circa 600.000 ettari, raggiungendo oltre 10 milioni e 900 mila ettari di superficie (erano 10.345.282 nel 2005).
        Con un totale complessivo di oltre 12 miliardi di alberi, ovvero, circa 200 per ogni italiano e pari a circa 1360 per ettaro, gli alberi ricoprono un terzo dell’intero territorio nazionale, per come certificato nel Rapporto ufficiale relativo all’Inventario Nazionale delle Emissioni pubblicato sul sito della Convenzione Quadro delle Nazioni Unite sul Cambiamento Climatico (Unfccc), curato dal Corpo Forestale.

        A voler stilare una graduatoria, possiamo affermare che l’Emilia Romagna è la regione più verde con circa 1816 alberi per ettaro, segue l’Umbria con 1815 alberi per ettaro, le Marche con 1779 per ettaro. Le regioni meno popolate di alberi sono la Valle D’Aosta con 708 alberi per ettaro e la Sicilia con 760.
        La pianta più diffusa in Italia è il faggio, definita dagli esperti la pianta “madre”, ovvero, una delle essenze forestali caducifoglie più importanti presenti nel panorama naturalistico nazionale.
        In Sicilia ha il proprio estremo limite meridionale e occupa le quote più elevate delle stazioni presenti in Europa, riuscendo addirittura a vegetare sull’Etna sino a circa 2200 metri di altitudine.
        Gli alberi, anche quelli più rari e in via d’estinzione, sono esseri viventi, si muovono e camminano, sentono, pensano e parlano, con i loro sensi, ovviamente, diversi da quelli dell’uomo.
        Essi sono certamente gli elementi più appariscenti del mondo vivente, in quanto assumono, in alcuni casi, carattere di monumento o sacralità tangibile.
        Maestosi, plurisecolari o colossali verdi “patriarchi della natura”, gli alberi che oggi possiamo ammirare, sono stati tramandati ai giorni nostri da decine di generazioni precedenti.

        Per la loro centenaria età, alcuni alberi potrebbero raccontare le storie antiche e recenti dei territori dove vegetano, i doviziosi intrecci con le popolazioni locali e testimoniare il passaggio di tante tradizioni, culture e civiltà che hanno contraddistinto in passato queste terre che si specchiano nella storia del mondo.
        In passato venivano considerati la manifestazione più immediata e concreta del divino: ad essi gli uomini si rivolgevano per chiedere protezione e conforto, intorno agli alberi fiorivano miti straordinari, a ciascuna specie o ad ogni singolo albero, venivano attribuite virtù e funzioni particolari.
        In quasi tutte le religioni del passato si trovano tracce più o meno evidenti della sacralità e del culto rivolto ad alcune specie di alberi.
        Ognuno di essi racchiude parte della nostra esistenza, rievoca ricordi, gioie e emozioni che vanno dalla nostra prima infanzia ad oggi.
        Gli alberi sacri sono santuari, chi sa parlare con loro, chi li sa ascoltare, conosce la verità’ e abbatterne uno, è come strappare un pezzo di cuore alla nostra immensa Natura.
        Olivastro di Santu Baltolu, territorio di Luras, prov. di Olbia/Tempio, Sardegna, età 3000 anni circa.

        Identificato come l’albero più antico in Italia. In Sicilia l’albero più antico é il castagno dei cento cavalli, in quanto ha un’età stimata di oltre 2000 anni.
        Si trova nei pressi del centro abitato di Sant’Alfio, a circa 10 chilometri da Linguaglossa verso Zafferana Etnea.
        Enzo Crimi

         

        ALLA SCOPERTA DEI TEMPI PERDUTI : LA VENDEMMIA (di E. Crimi)

        La vendemmia, che in giro per il mondo sta ad indicare quel momento dell’anno in cui si raccolgono le uve per fare il vino, nel nostro territorio era sempre una festa popolare, che assumeva un significato che affonda le proprie radici nella culla dell’antica civiltà contadina. Nel periodo tra la fine dell’estate e l’inizio dell’autunno, i contadini locali lavoravano nei vigneti per raccogliere i grappoli e prepararli al processo di spremitura, che avveniva rigorosamente manuale e in vecchio stile, attraverso la pigiatura con i piedi, come a rappresentazione del connubio inscindibile terra-uomo.
        Quando si vendemmiava, nei vigneti dei latifondisti, come nei vigneti padronali, era una festa, dove principale protagonista era come un piccolo esercito di uomini e donne, grandi e piccoli, ricchi e poveri, che si sparpagliavano fra le viti ad alberello e cominciavano a staccare e raccogliere i grappoli con colpi rapidi e netti dei loro coltelli, molati per l’occasione.
        L’uva veniva riposta dentro apposite ceste, le quali, appena piene, venivano portate sulle spalle sino al palmento, dove attraverso un’apposita finestra sopraelevata, venivano scaricate all’interno del sobrìo locale di pigiatura, sul ruvido pavimentato a lastroni di legno o pietra lavica, dove i pigiatori, tra allegri canti e briose manovre di pigiata, abbozzando a delle improbabili piroette da ballo, che ricordavano come un culto tribale, cominciavano a schiacciare l’uva, dalla quale, schizzava fuori il mosto che aspergeva di rosso rubino il sito, i pigiatori e tutto ciò che era intorno, come una benedizione della Madre Terra.
        Attraverso un sistema di condutture in pietra lavica e un artifizio di filtraggio, composto con maestrìa contadina da appropriati raspi di tranci delle viti, il mosto sgorgava nei tini e spandeva nell’aria il suo fresco e frizzante effluvio di fermentazione, che a respirarlo intensamente, procurava un senso di ebbrezza. 
        Nell’immediatezza della pigiatura, attingendo ad antiche e segrete ricette degli anziani, il mosto veniva elaborato per la produzione della mostarda e altri sfiziosi dolciumi del luogo, che davano forme espressive a colori, profumi e gusti tipici locali.
        Dunque, un rito che univa tutti i partecipanti in qualcosa di stupefacente che immancabilmente si concludeva con una grande festa con canti, balli, giochi, inframmezzati dalle succulente specialità culinarie offerte dal proprietario del vigneto, il tutto in attesa di completare la spremitura.
        Infatti, l’uva già pigiata e trasformata in “amalgama” molle e succoso, veniva ammassata sotto un grosso e biforcuto legno chiamato localmente “chianca”, alla cui estremità era agganciato a mezzo di un altro legno a vite, un grosso blocco di roccia, prevalentemente rotondo o quadrangolare.
        Man mano che la vite entrava in avvitamento, il grosso blocco di roccia si caricava sull’impasto di uva, in modo da spremerlo poderosamente e farne fuoriuscire il residuo di mosto rimasto dopo la prima pigiatura.
        Oggi non si vedono più queste “chianche” andate perse, in quanto le operazioni di spremitura avvengono con l’utilizzo di moderni macchine elettriche di spremitura e Torchi idraulici. Dopo l’ultima spremitura, con l’utilizzo della “quartara”, il mosto veniva prelevato dal tino, versato dentro degli otri in pelle di animali, adatti sia a conservare che a trasportare il mosto che successivamente veniva trasferito nelle botti che si trovavano nelle cantine.
        Trascorso un anno dalla precedente vendemmia, la vigna rimaneva tristemente trascurata sino alle prime coltivazioni che iniziavano all’inizio dell’anno successivo.
        Dopo un anno di intensi lavori, restavano per terra solo i residui di lavorazione, composti dalle vecchie foglie, piccoli grappoli e acini d’uva.
        In questi tempi nostri, abbiamo banalizzato e archiviato queste memorie, dimenticandoci di quanto le tradizioni tramandate da chi ci ha preceduto abbiano influenzato così tanto quello che oggi noi siamo.
        Siamo tutti consapevoli che il rapporto con la terra è la base della nostra vita e quindi il nostro futuro, tuttavia, trascinati dalle logiche di mercato, abbiamo abbandonato le vecchie tradizioni, per effettuare la vendemmia, quasi in forma industriale, con attrezzi meccanizzati, fermentazione artificiale e uso di bisolfiti.

        Enzo Crimi 

         

                         Randazzo:  la città del Fiume e la chiesa di Santa Maria.

        Chiesa di Santa Maria – Randazzo
        Chiesa di Santa Maria – Randazzo

        In Piazza Santa Maria, s’innalza al cielo la basilica dedicata alla Madonna, straordinario modello d’architettura religiosa che affonda le proprie radici molto indietro nel tempo, tanto da confondersi con la leggenda.
        Si narra, infatti, che la chiesa di Santa Maria di Randazzo, oltre a nascondere incalcolabili tesori, fu eretta anticamente nel luogo dove un pastorello scoprì, all’interno di una grotta, una fiammella ardente davanti all’immagine della Madonna che nessuno aveva visto prima.
        Il ritrovamento suscitò tanto entusiasmo che sulla grotta si costruì prima un altare e poi una chiesetta in legno.
        La Vergine divenne così la protettrice del paese che andava sempre più ingrandendosi.
        Da quì ebbe inizio la storia della chiesa di Santa Maria di Randazzo, dove, ci ricorda lo storico Antonio Filoteo degli Omodei, vi dimorava il “Dio di Randazzo”, una pregevolissima opera d’arte che rappresentava la crocefissione di Gesù, ma che oggi ne rimane solo una piccola parte, mentre per il resto é andata persa nel tempo.
        Si può facilmente affermare che la chiesa di Santa Maria si inserisce in quella corrente stilistica del gotico federiciano, con influenze francesi ed islamiche, tutte fusesi nella corrente normanna predominante in quell’epoca in Sicilia: un gotico sobrio e, solo apparentemente, discontinuo.
        La sua struttura muraria è costituita da conci in pietra lavica, di grossa pezzatura e rigorosamente squadrati, dalle cui connessure, con grande maestria, non affiora alcuna traccia di malta.
        Nella Basilica di Santa Maria, costruita tra il 1217 e il 1239, sono contenuti sette secoli di interventi, con contributi di scuole diverse, che oggi la fanno apparire un tutt’uno armonico, pur se non omogeneo nello stile, dal quale è possibile verificare il fervore delle attività artigianali, espresso sotto gli aspetti più disparati: imponente costruzione a conci ben squadrati, neri, tutti in pietra lavica, con colonne monolitiche possenti ed alte, con semplici finestre a decorazioni varie.
        La pietra arenaria, che appare sulla torre campanaria a rompere la monotonia del nero della pietra lavica, con figure e rappresentazioni della nostra flora e fauna, centinaia di piccoli capitelli, diversi l’uno dall’altro, giocano con luci e con immagini che esprimono un inno innalzato alla nostra terra: tutto ciò ancora oggi ci trasmette lo squisito senso estetico dei maestri scalpellini di allora.

         

         

        IL TESORO DELLA CHIESA DI SANTA MARIA IN RANDAZZO: TRA LEGGENDA E ILLUSORIO (di E. Crimi)

        – Uno degli argomenti più intriganti nelle tradizioni popolari, esasperato dalla fervida fantasia che pervade gli spiriti semplici e i bambini, è la tendenza a ricercare lo straordinario che si discosta dalle certezze del razionale. Ogni città, lo si sa, nasconde dei segreti che non tutti riescono a scoprire. Si tratta di storie, fatti, racconti, o testimonianze più o meno leggendarie ma mai provate.

         Molti sono i presunti tesori incantati, celati all’interno di misteriosi siti, piuttosto che nei meandri delle menti dei creduloni e dei sognatori.

        Si narra, che sotto la chiesa di Santa Maria, giace incantato un tesoro le cui immense ricchezze sono custodite da una chioccia con la sua numerosa covata di pulcini di oro massiccio tempestati di pietre preziose e brillanti.
        Essi giacciono in una stanza segreta anch’essa piena di ogni ricchezza.
        Chi volesse impadronirsi di questi beni, dovrebbe penetrare nella stanza segreta attraverso un cunicolo scavato nella roccia lavica che dovrebbe avere la sua imboccatura sulle balze del fiume Alcantara, sotto il vecchio monastero di San Giorgio.
        Narra la leggenda che l’unico momento utile a penetrare nei sotterranei della chiesa e ad uscire, è la notte di Natale, durante l’elevazione della Santa Messa di mezzanotte che si celebra nella chiesa.
        Infatti, nella celebrazione della messa, solo durante quei pochi minuti in cui il celebrante, subito dopo le parole della consacrazione, mostra ai fedeli, innalzandoli, l’ostia e il calice consacrati, le sette porte ferrate, guardate da mostri terribili, possono essere aperte.
        Chi non riuscisse ad entrare ed uscire in questi brevi momenti, rimarrebbe vittima di un incantesimo nel punto in cui si trova alla fine dell’elevazione.
        La leggenda racconta che tanti spregiudicati nel passato tentarono di rubare il tesoro della chiesa di Santa Maria, ma non riuscirono nell’impresa e rimasero impietriti.
        Chi non crede alle leggende non può fare a meno di restare altresì stupito e meravigliato nell’ammirare questa straordinaria opera architettonica costruita tra il 1217 e il 1239 e costituita da grossi conci in pietra lavica, con eleganti intrecci di pietra arenaria, che adornano la torre campanaria a rompere la monotonia del nero della pietra lavica.
        Nella leggenda del tesoro di Santa Maria non ci sono oscuri e inquietanti arcan

        i o significati ermetici collegati alla simbologia attinente mondi sconosciuti, insomma, la Chiesa di Santa Maria di Randazzo, non è da considerare luogo di incantesimi e sortilegi, sito del mistero e delle potenze divine.
        Sono soltanto leggende popolari antiche che si intrecciano con le vicissitudini stesse dell’uomo antico, ricco di ingenua immaginazione che lo rendeva rispettoso dell’ignoto, considerato come espressione primaria del malessere che allora persisteva.
        Forme di paure ancestrali dell’immaginario collettivo, rappresentate da demoni e spiriti maligni, si sono intrecciate con le fantasiose storie leggendarie di fantasmi e di immancabili tesori nascosti (truvature) i quali sono stati i veri soggetti di fantastiche vicende.
        Sappiamo che questa storia ha sempre rappresentato un vero e proprio mistero, comunque, è sempre la stessa storia dell’uomo antico e della sua mente corta, che lo rendeva piccolo e indifeso verso la potenza dell’incerto, della sua mente corta che è stata sempre ricca di fatti inspiegabili e non comuni, o addirittura sottomessa ad altre intelligenze più raffinate.
        Dunque, accontentiamoci dei tesori d’arte conservati all’interno della chiesa, catalogati e visibili a tutti. Infatti, il vero tesoro racchiuso nella chiesa di Santa Maria, non è l’oro ma il sapere storico, ovvero, la cultura universale rappresentata da antiche pergamene, mappe, libri, quadri e tutte le opere d’arte che costituiscono le incalcolabili vere ricchezze materiali, testimonianze di un periodo di grande splendore e fecondità, frutto di otto secoli di storia.

         


        Ad ogni modo, chi crede alle leggende, può continuare a considerare questa epopea antica con un pizzico di romanticismo, che in fondo rende più agevole la complicata vita contemporanea, chissà che oltre agli oggetti preziosi catalogati e visibili, forse il grande e mitico tesoro di Santa Maria esiste davvero, forse nascosto nelle narrazioni popolari e introvabile nelle vicende reali.
        Basterebbe solo scoprire come rompere l’incantesimo, sarà cosa difficile e al contempo inverosimile, tuttavia,  chissà se qualcuno un giorno lo troverà e forse solo allora se ne parlerà tanto e lo si potrà ammirare.
        Questa é la leggenda del tesoro di Santa Maria, scritta nella memoria della gente semplice e tramandata con grande mistero sino ai giorni nostri, intanto accontentiamoci di ammirare “i tesori artistici e architettonici “ della nostra città che, ahimè, sono ben visibili sotto gli occhi di tutti, eppure non valorizzati, perché non é certo vero che ciò che si guarda é visto dagli occhi dei noncuranti e insensibili d’animo.
        Enzo Crimi

         

        RANDAZZO: LE TRE CHIESE (di Enzo Crimi) : 

        Randazzo è la prima antica città che troviamo tra la valle del fiume Alcantara e l’Etna, il grande “signore del fuoco”.
        Il nome dopo tantissimi secoli, sa ancora di mistero e varie sono le ipotesi a cui va ascritta la sua origine.


        Tuttavia, senza addentrarci in una ricerca storica alquanto intricata e lasciando il dilemma agli studiosi del settore, ci piace condividere la tesi di alcuni antichi ricercatori, secondo i quali, Randazzo era chiamata Trincala, a richiamare l’antica e leggendaria città greca il cui nome significa “dotata di tre virtù”, questa circostanza viene sostenuta forse per il fatto che tre sono stati i popoli che per un lungo periodo si sono contesi questa città e che forse hanno compartecipato alla sua fondazione: i Greci, insediati nel quartiere di San Nicola, i latini stanziati attorno alla chiesa di Santa Maria ed infine i Lombardi, venuti al seguito dei Normanni stabiliti nel rione intorno alla chiesa di San Martino.
         Sembra che la convivenza tra queste popolazioni, non fosse molto collaborativa, infatti, gli storici evidenziano una forte rivalità sino agli anni sessanta e scrivono che tutta la storia antica di Randazzo, è intrecciata di fatti e accadimenti dove emerge sempre un forte antagonismo, tra le popolazioni che abitavano i tre quartieri.


        Prova ne è, per cui le tre chiese, ognuna a rappresentazione del proprio rione, vicendevolmente nel tempo, dovevano fungere da matrice e vani sono stati i tentativi di intesa e unificazione fatti da personalità autorevoli e stimate e da saggi cittadini, perché ogni stirpe era gelosa dei propri elementi distintivi.
        Quindi una composizione trittica insediatesi attorno alle tre chiese, che racchiude tre popoli, tre lingue, e persino tre strade che tagliano il paese da oriente ad occidente: la strada Soprana, la strada Sottana e la strada Esterna che accostandosi sotto le mura di cinta a sud del centro abitato, arriva sino alla porta medievale di levante.
        Dunque, i tre principali quartieri della cittadina, sono fortemente rappresentati dalle loro chiese.

                    • LA CHIESA DI SAN NICOLA si trova al centro della cittadina e dell’originario quartiere greco, dove verosimilmente si sarebbero insediati gli antichi cittadini di Trincala, antica e leggendaria città greca.
                      Chiesa di San Nicola – Randazzo


                      San Nicola è la più grande chiesa di Randazzo e della Diocesi, tanto da essere elevata anticamente a sede vescovile, caratteristica questa per la quale Re Federico II di Svevia le elargì il privilegio di fare da sede ai raduni delle Civiche Assemblee Generali.
                      Le parti più antiche risalgono al sec. XIII e la sua struttura originaria era in stile normanno-svevo. Come ci ricorda la lapide infissa sul lato sud della chiesa, venne ristrutturata una prima volta nel 1589 e, successivamente nel 1605.
                      Il Campanile ricostruito nell’anno 1783 e tuttora incompleto, sostituì l’incantevole torre campanaria 1300 distrutta dal grande terremoto del 1693.
                      Le robuste absidi poligonali del XIII sec. e il sistema di merlatura, fanno pensare ad un’organismo  fortificato, più che a una costruzione religiosa.
                      Gravemente danneggiata strutturalmente nel corso dei bombardamenti anglo-americani del luglio-agosto 1943, la chiesa di San Nicola fu privata di tantissimi tesori d’arte in essa custoditi, andati distrutti.

                    • La chiesa si presenta oggi come un complesso architettonico imponente con soprastrutture di epoche e stili diversi che le danno un tono davvero variegato.
                      Rannazzu Vecchiu – Randazzo


                      Al suo interno conserva preziosi ori quadri e argenti di arte religiosa, straordinari reperti scampati ai bombardamenti.

                      Chiesa di San Nicola – Randazzo


                      Oltre a questi numerosi beni artistici e religiosi, la chiesa conserva anche un mistero mai svelato vecchio di tanti secoli: la leggendaria costola del saraceno.
                      Davanti alla parrocchia di San Nicolò, si apre la sua armoniosa piazza dove spicca la poderosa statua in marmo del gigante Piracmone, conosciuto con il nome di “Ranazzu Vecchiu”.
                      Alla statua, che raffigura un nudo maschile circondato da un’aquila, un leone e due serpenti, sono stati attribuiti diversi significati più o meno verosimili; in particolare, come accennavamo sopra, il simbolo di un’improbabile unione delle tre antiche etnie presenti a Randazzo: i latini, i greci e i lombardi.
                      Si affaccia sulla piazza il sobrio palazzo Russo, un’antico edificio nobiliare del XIV sec., la Via degli Archi o Uffizi e  la deliziosa chiesetta di Santa Maria della Volta, risalente al sec. XIV e restaurata verso la metà degli anni 80, verosimilmente apparteneva ad una famiglia  nobiliare di quei tempi, e trasferita in seguito ad una comunità di suore e ancora dopo ad una Confraternita che ne portava il nome.

         

                    • LA CHIESA DI SANTA MARIA – Da fonti storiche apprendiamo che per sfuggire alle incursioni musulmane, che dalla costa ionica si spingevano verso l’interno della Sicilia risalendo lungo il fiume Alcantara, gran parte degli abitanti di queste contrade dovettero necessariamente abbandonare i loro villaggi per trovare maggior sicurezza spostandosi verso ponente, e precisamente laddove oggi si trova la città di Randazzo.
                      Chiesa di Santa Maria – Randazzo


                      Questa zona dava maggiori garanzie di sicurezza, in quanto era ben protetta da un alto banco lavico preistorico, dal fiume Alcantara e da una grande palude arcaica ad ovest, che oggi identifichiamo nella nota area umida di Gurrida
                      . Ad una di queste scorribande è strettamente collegata la storia, intrecciata con una conosciuta leggenda, della nascita dell’attuale Basilica di Santa Maria: la basilica dedicata alla Madonna del Pileri, straordinario modello d’architettura religiosa che affonda le proprie radici molto indietro nel tempo, tanto da confondersi con la leggenda.
                      La chiesa s’innalza al cielo in Piazza Santa Maria in pieno centro cittadino e la leggenda narra che, nel territorio dove ora sorge il quartiere di Santa Maria, prima ancora dell’esistenza della chiesa, fosse fiorente nei tempi antichi, una comunità di cristiani i quali avevano una singolare pietà verso la Madre di Dio, di cui veneravano una bellissima icona.
                      Temendo l’arrivo dei musulmani e non volendo che una venerata immagine della Madonna venisse profanata dagli infedeli, prima di scappare via la chiusero in una grotta sulle balze del fiume Alcantara e, come ultimo atto di amore, accesero un lumicino, quasi a simboleggiare il loro amore e la loro fede.

        Per alcuni secoli non si seppe più nulla di questo epico racconto, sino a quando un pastorello, intento ad accudire al proprio gregge, fu improvvisamente attratto dall’intermittente brillare di una fioca luce che traspariva da una anfrattuosità della roccia lavica. Incuriosito, egli si avvicinò e, con grande meraviglia, vide una fiammella ardente davanti all’immagine della Madonna appoggiata ad un pilastro di roccia,  che nessuno aveva visto prima. Da quel giorno l’immagine fu chiamata “Madonna del Pileri” cioè, del pilastro.
        Secondo l’immaginario popolare di allora, l’immagine della Vergine era la stessa che, secoli prima, gli  antichi buoni cristiani avevano lasciato dentro quella grotta.
        Il ritrovamento  suscitò molto entusiasmo e si gridò al miracolo, tanto che i fedeli vollero costruire, sulla grotta, prima un altare e poi una chiesetta in legno, successivamente ampliata nel corso dei secoli fino a diventare quel magnifico e ricco tempio che possiamo  ammirare ancora oggi: la Basilica di Santa Maria; la Vergine divenne così la protettrice del paese che andava sempre più ingrandendosi.
        L’affresco della Madonna del Pileri ritrovato nella grotta, è di difficile datazione, tuttavia, sembra che sia il dipinto più antico della città. Non si conosce l’autore dell’affresco che il tempo aveva deteriorato, restaurato nel 1962 è oggi collocato al di sopra della porta settentrionale della chiesa.

          Da qui ebbe inizio la storia reale della chiesa di Santa Maria di Randazzo, dove, come ci ricorda nel ‘500 Antonio Filoteo degli Omodei, si trovava il “Dio di Randazzo”, una pregevolissima opera d’arte che rappresentava la crocifissione di Gesù di cui oggi rimane solo una piccola parte, mentre per il resto é andata persa nel tempo.
        Gli studiosi accostano la chiesa di Santa Maria a quella corrente stilistica del gotico federiciano, con influenze francesi ed islamiche, tutte fusesi nella corrente normanna predominante in quell’epoca in Sicilia, che esprimeva un gotico sobrio e solo apparentemente discontinuo.
        La struttura muraria della chiesa, costruita tra il 1217 e il 1239, è costituita da conci in pietra lavica, di grossa pezzatura e rigorosamente squadrati, dalle cui giunture, con grande maestria, non affiora alcuna traccia di malta.
        Nella Basilica di Santa Maria sono contenuti tesori artistici incalcolabili, frutto di sette secoli di interventi, con contributi di scuole diverse, che oggi la fanno apparire un tutt’uno armonico, pur se non omogeneo nello stile, dal quale è possibile constatare la passione delle maestranze artigianali di quei tempi nel realizzare l’opera monumentale.
        Questa arte si esprimeva sotto gli aspetti più disparati che esprimevano un’imponente costruzione a conci ben squadrati, neri, tutti in pietra lavica, con colonne monolitiche possenti ed alte, con semplici finestre a  decorazioni varie.
        Eleganti intrecci di pietra arenaria adornano la torre campanaria, ad interrompere l’uniformità del nero della pietra lavica, con figure e rappresentazioni della nostra flora e fauna e una moltitudine di piccoli capitelli multiformi, che  manifestano la padronanza del senso estetico dei maestri scalpellini e l’appartenenza alla nostra terra vulcanica e arenaria.
        Oltre agli oggetti preziosi catalogati e visibili, si narra che nei sotterranei della chiesa di Santa Maria giace incantato un tesoro le cui immense ricchezze sono custodite da una chioccia con la sua numerosa covata di pulcini di oro massiccio tempestati di pietre preziose e brillanti.

        .  La chiesa di Santa Maria, è legata alla festa di Ferragosto con “a Vara”, una delle tradizioni più vive e sentite di Randazzo, quindi degna di menzione, che    annualmente, da oltre 400 anni, si celebra in modo solenne il 15 agosto, in occasione della festa dell’Assunta.
        “A Vara” è un maestoso carro trionfale in ferro e  legno, tirato con grosse funi da decine di persone, che assume grande rilievo a   metà tra misticismo e folklore.

         

                    • LA CHIESA DI SAN MARTINO – Nella chiesa di San Martino, ancora oggi, come sostenuto dagli studiosi, si erge il più bel campanile medievale di Sicilia, sublime espressione del gotico siciliano del 1300, corredato di raffinate finestre bifore e trifore, realizzate con pietre bianche arenarie e nere laviche che danno alla struttura una piacevole visione cromatica di rilevante fascino.
                      Chiesa di San Martino e il Castello Svevo – Randazzo

                      Il campanile è composto da quattro piani sovrapposti di stili diversi, che risalgono ad un arco di tempo che va dal XII al XIII secolo.
                      La facciata di stile barocco, si presenta ancora oggi imponente, leggera e sobria, disegnata in conci lavici squadrati e finemente lavorati.
                      Il piano terra è in conci lavici, di media pezzatura, minuziosamente squadrati.
                      Al secondo e terzo piano si aprono delle incantevoli monofore binate ad arco acuto con colonnine a bande bicrome.
                      Al quarto piano la cella campanaria è ornata sui quattro lati da trifore in pietra bianca. 
                      Diverse e pregevoli sono le opere d’arte che la chiesa detiene,  pregne di grande spiritualità: il fonte battesimale in marmo rosso, una statua della Madonna in marmo bianco attribuita a Vincenzo Gagini,  il prezioso e leggendario  “Crocifisso della pioggia”, scultura  in legno, realizzata dal messinese  A. Matinati, un Ciborio di marmo traforato in stile gotico,  una tavoletta con la Pietà del XV secolo e un polittico del XV secolo attribuito ad Antonello de Saliba.
                      Un altro esclusivo pezzo storico  è  il  “Libro Rosso”, un preziosissimo reperto del 1500 sul quale venivano registrati minuziosamente gli avvenimenti importanti che interessavano la comunità randazzese, come ad esempio il passaggio da Randazzo dell’imperatore Carlo V, avvenuto il 17 ottobre 1535.
                      Sembra che la chiesa di San Martino, sia stata fondata ed edificata, almeno nel primo periodo, dai lombardi molto devoti al Santo e  venuti al seguito dei Normanni.
                      San Martino, patrono dei mendicanti, oltre all’11 novembre liturgico, data della sua sepoltura, lo ricordiamo per il suo gesto misericordioso di tagliare in due con la spada  il suo mantello per offrirne metà a un povero infreddolito.
                      Nel 361 aveva fondato a Ligugé in Francia, una comunità di asceti e il primo  monastero in ordine di tempo in Europa.
                      Nel 371 viene eletto vescovo di Tours, una cittadina francese, dove il Santo è sepolto.

        Crocifisso della pioggia Chiesa di San Martino – Randazzo

        Presentazione del libro: 

                            “Randazzo e il suo Territorio; Storia, Arte, Turismo, Paesaggio e Natura Incontaminata”.

         

              


             Alla presenza di numerose autorità locali e dei paesi limitrofi e con la grande adesione di pubblico, presso il Chiostro del Palazzo Comunale di Randazzo, si é svolta la presentazione del  libro di Vincenzo Crimi
             “Randazzo e il suo territorio: storia, arte, turismo, paesaggio e natura incontaminata”.

        Enzo Crimi – Randazzo

             Hanno partecipato alla manifestazione gli artisti Daniela Caggegi e Maurizio Salerno, che hanno rallegrato la serata con melodie musicali e interpretazioni canore.
            La realizzazione del volume, presentato magistralmente dal Dr. Carmelo Di Vincenzo, già comandante del Corpo Forestale di Messina e introdotto dal sindaco di Randazzo Prof. Michele Mangione, riprende un percorso oramai consolidato da 7 precedenti pubblicazioni in materia naturalistica scritti dall’autore, che aspirano ad essere un valido contributo alla piena valorizzazione e promozione del territorio naturalistico isolano.
             Il libro, descrive dettagliatamente il territorio naturale di Randazzo, dove la natura ha voluto manifestare tutta la sua straordinaria magnificenza e dove l’uomo si muove ancora oggi in punta di piedi, consapevole che la propria esistenza dipende in grandissima parte dalla tutela e salvaguardia di tutte le componenti naturalistiche, orografiche, vegetazionali, faunistiche, culturali e antropologiche che questa vasta area detiene e riesce ad esprimere.
             Inoltre, il libro traccia un percorso culturale, che  effettua delle brevi soste all’interno delle antiche mura della cittadina, per rendere omaggio sommariamente, ai preziosi beni artistici e architettonici ben presenti, che nella loro splendente staticità, attendono da secoli un loro riscatto, senza tuttavia,  perdere di vista che la tematica principale in discussione è esclusivamente di natura ambientale.
             Dunque, la conoscenza del territorio, come virtù fondamentale che agisce da stimolo nell’uomo, così da farne accrescere la cultura e quindi l’amore per la propria terra, condizione essenziale per pervenire alla salvaguardia e tutela del territorio stesso.
             Tutti i partecipanti alla manifestazione, hanno ricevuto in omaggio una copia del libro.

        Agosto 2017 

         

         

         

         

         

         

        IL RIFUGIO FORESTALE DI SANTA MARIA DEL BOSCO SUI MONTI NEBRODI (di E. Crimi) :

        Oggi visiteremo una perla dei Nebrodi…. chi ama viaggiare senza fretta e in punta di piedi, dotato solamente di animo contemplativo, all’interno del territorio di Randazzo, trova il giusto equilibrio tra rumori e silenzi, tra inquietudine e distensione, emozioni uniche che solo da queste parti la natura può elargire a chi di essa ne ama le sue essenze più pure. Raggiungere il rifugio di Santa Maria del bosco è alquanto semplice. Questo percorso inizia dal centro abitato di Randazzo e attraverso l’estrema propaggine sud-orientale dei Nebrodi, si spinge sino alle sorgenti del fiume Alcantara, in pieno territorio di Floresta. Lasciando il centro abitato di Randazzo attraverso l’antica porta Aragonese, si imbocca la SS. 116 (Randazzo – Capo d’Orlando), da qui, dopo avere oltrepassato il suggestivo ponte in pietra lavica sul fiume Alcantara, a circa 700 metri, seguendo le istruzioni di un cartello in legno, si svolta a sinistra e ci si immette su un percorso dal quale non ci si può esimere nel restare straordinariamente colpiti dalla visione del paese di Randazzo che, “difeso” dai balzi lavici e dalle sue mura medievali, si specchia nelle acque del fiume Alcantara e offre al visitatore l’imponente visione dell’Etna che dall’alto della sua possanza sta a guardare lo scorrere dl tempo.
        Il percorso risale come per rincorrere a ritroso il corso del fiume, che inizia a scorrere ancora molto più a monte. Dopo avere potuto godere di un paesaggio semplice ma ricco di attrattiva naturalistica, si giunge all’ingresso dell’area boscata demaniale di Santa Maria dei Bosco. Ancora qualche chilometro e ci si potrà dissetare con acqua di sorgente presso l’area attrezzata omonima gestita dall’Ufficio Provinciale del Territorio di Catania, ex Azienda Foreste Demaniali della Regione Siciliana. Qui ci si sofferma piacevolmente in un’antica masseria, corredata da tavoli, panche, piani di cottura e persino servizi igienici e qualche gioco per bambini, che rendono la sosta, anche di qualche giorno, ancora più confortevole. Una piccola stanza della masseria, è stata ristrutturata e adibità a luogo di culto religioso, per come probabilmente lo era in origine e in un’altra stanza, è stato allestito un piccolo museo dell’arte e tradizione contadina. Insomma, ne vale davvero la pena visitarlo.

        IL RIFUGIO FORESTALE DI SANTA MARIA DEL BOSCO SUI MONTI NEBRODI – Randazzo

        Questo luogo, consentito al transito delle autovetture soltanto previa autorizzazione dell’autorità forestale, si presta molto per il pernottamento di gruppi scouts e scolaresche, numerosissimi nel periodo estivo e soprattutto in primavera. Inoltre, l’area si può utilizzare come punto base per escursioni a piedi, in mountain-bike e a cavallo, verso un altro gioiello di questo territorio, il rifugio montano di “Pomarazzita”, oppure, il versante sommitale dei monti Nebrodi e le sorgenti del fiume Alcantara. In questo posto, non è difficile fare la conoscenza diretta della variegata fauna dei Nebrodi. Ci sono mille motivi per salire fin al rifugio forestale di Santa Maria del bosco, tra questi è soprattutto, per scappare dalla vita caotica e frenetica delle città, in cerca di scenari naturali e autentici, e quando il visitatore è lassù a passare la notte, sappia che è un rifugio semplice e spartano, non cerchi le comodità cittadine, non sia troppo pigro da non alzarsi e perdere così un’alba che dopo aver innondato di luce questa parte dei Nebrodi, s’infila quasi di striscio tra gli alberi di querce e conifere per dare luce al fiume Alcantara che scorre a valle del rifugio. La sera non sia troppo stanco e affamato da restare seduto dentro a tavola ma si goda il calar del sole e il dolce passaggio dal giorno alla notte.
        Se incontra il cattivo tempo, non si perda il temporale montano estivo, fatto di un composto caos, tra rumori assordanti e mille luci, per poi come d’incanto veder apparire il sole e poter respirare quell’aria fresca di “Madre terra” che lo laverà dentro. Anche solo per uno di questi momenti vale la pena di salire al rifugio di Santa Maria del bosco. Dopo che il visitatore avrà goduto di questo ambiente e vissuto queste sensazioni naturalistiche, tornerà in città con l’animo più ricco, pensando che in fondo tante persone vanno a visitare questo rifugio e poi, dopo poco o magari dopo giorni, quando saranno scese, gli verrà la voglia di ritornare ancora lassù sui Nebrodi, per scoprire un altro rifugio, così da rubare ancora a questo straordinario territorio un nuovo e indimenticabile ricordo!

         

        PATTO PER IL TERRITORIO

        (Tratto dal libro di Vincnzo Crimi: Randazzo e il suo territorio:storia, arte, turismo, paesaggio e natura incontaminata)

        Per gli amministratori comunali, che oggi sono pressati dalle richieste di  lavoro provenienti da ampi settori della società amministrata contemporanea, non può essere possibile avanzare serie ipotesi di sviluppo nel settore turistico senza un’accurata e programmata valorizzazione del proprio patrimonio antropologico, culturale e naturale, così da poter inserirsi nelle nuove prospettive turistico-culturali e ambientali del circuito settoriale isolano. Tale circostanza suggerisce che oggi si deve pensare e programmare in grande: ad iniziare dai valori naturalistici, non si può certamente concepire di tenere bloccato o addirittura considerare  “res nullius” un territorio, in gran parte pubblico e chiuso alla fruizione, che per le sue straordinarie  caratteristiche può fornire, se idoneamente controllate, ampie occasioni di sviluppo economico alle popolazioni.

        L‘agricoltura ha sempre rappresentato l’elemento primario nel tessuto socio-economico della comunità randazzese, tuttavia, l’interesse degli investitori esterni che, per certi versi, stanno valorizzando l’agricoltura ed in particolare il settore vitivinicolo, abbinato all’attività di alcuni impianti agro-ricreativi, certamente può favorire delle ottime occasioni di sviluppo socio-economico dell’intero comprensorio, ma non può bastare[1].
         Il turismo verde svolge, ormai da tempo, un ruolo importante nell’economia dei territori montani, compreso il comprensorio di Randazzo e l’avvertito bisogno di potere godere del paesaggio e insieme dell’ambiente, unitamente all’esigenza ricreativa, porta la collettività alla ricerca di appropriati siti dove potere trascorrere momenti di sereno svago.


        La realtà ha bisogno, oggi più che mai, di ricollocare la propria dimensione turistica in ambiti più consoni ed adeguati. Dall’esterno si avverte infatti la necessità di migliorare l’offerta turistica, rimasta arretrata rispetto a quella di altre località concorrenti che hanno saputo aumentare e diversificare il proprio potenziale turistico. A partire dagli anni Sessanta-Settanta, quando la gente incominciava a muoversi diversamente, con maggiori risorse e più voglia di vivere, cresceva il   benessere della cosiddetta società dei consumi; con esso, chiusasi definitivamente l’epoca del bisogno, cresceva il desiderio, da parte un po’ di tutti, d’utilizzare  diversamente il tempo: si apriva ed è ancora in corso, una stagione diversa, quella della partecipazione anche alla gioia e allo svago. Ecco che si svela la fragilità del territorio, l’impotenza degli strumenti di governo, l’assenza di strategie di fondo e iniziative. Insomma, non basta più godere di una identità climatico-ambientale dalle caratteristiche ottimali, né è  sufficiente il vantaggio della vicinanza alle stupende spiagge isolane ed alle grandi perle del turismo mondiale: bisogna dar vita ad un turismo in sintonia con le esigenze emergenti che chiedono sempre innovazione ed inventiva.

        Il turismo naturalistico, coniugato ad obiettivi di efficacia economica, è diventato l’asse strategico di tutte le politiche economico-ambientali ed assume un ruolo prioritario nella valutazione della fattibilità e delle ricadute sociali ed economiche, sia in termini di domanda che di offerta. Lo sviluppo cammina sulle gambe degli uomini e gli uomini si devono affidare alle proprie idee, attraverso il metodo della progettazione integrata, cioè mediante un approccio allo sviluppo economico basato sul consolidato concetto di sistema locale: un complesso di interventi intersettoriali, strettamente coerenti e collegati tra loro, che convergano verso il conseguimento di un comune obiettivo di sviluppo interterritoriale di rete. Dunque, oltre ai prodotti tipici agricoli-caseari e l’artigianato, l’economia locale del nostro territorio, dovrebbe essere affidata alla promozione dei Beni Culturali e dell’Ambiente Naturale, che oltre a rappresentare occasione di sviluppo e rafforzamento dell’attività turistica, costituiscono dei beni primari che se saputi idoneamente governare, dal punto di vista della gestione territoriale ecocompatibile e dell’escursionismo naturalistico, potranno dare ottimi risultati e proficue ricadute economiche per la collettività. Pertanto, nasce la necessità di regolarizzare e incentivare il flusso antropico, e dare alla popolazione, dei siti opportunamente strutturati e corredati per tale compito. Bisogna valorizzare e ampliare  la  rete locale delle aree attrezzate, in modo  da  attuare, sul   territorio  di  Randazzo,  un  servizio  sociale e  di  fruizione,  nel pieno  rispetto della natura  e dell’ambiente.

        La ristrutturazione o realizzazione di alcuni “gioielli” di grande richiamo sul territorio di Randazzo, curata dalle Istituzioni, ha riavvicinato l’uomo all’ambiente naturale. Mi riferisco alle note aree attrezzate come Santa Maria del Bosco, Cammisa, Tre Arie, Zarbate, Sciarone. Queste infrastrutture sono integrate dalla presenza dei classici rifugi montani forestali, sparsi un po’ ovunque sull’Etna e sui monti Nebrodi. Una volta dotazione delle proprietà latifondiste e oggi acquisite dal Demanio Regionale, queste costruzioni sono in parte fruibili e in parte ancora in fase di riattivazione. Sull’Etna sono fruibili: Case Pirao, Rifugio Iazzito, Case Mercurio, Cisternazza, i rifugi Saletti, Monte Santa Maria, Monte Spagnolo, le Case Giusa. Sui monti   Nebrodi, oltre alle confortevoli aree attrezzate, vi è un’altra discreta rete di fabbricati non in perfette condizioni statiche ma utili per un semplice bivacco: case Baiardo, rifugio di monte Colla, masseria Zarbate e altre ancora, sia pubbliche che di proprietà privata. Alcune di queste strutture, a vederle, non sembrano molto affidabili, tuttavia al bisogno possono assicurare una concreta protezione dalle intemperie. Altre sono realizzate in modo spartano, ma sono comunque in grado di assicurare una accettabile permanenza, anche notturna, e consentire agli escursionisti un momento di relax di grande impatto nella sensibilità ambientalista dell’uomo, il quale, dovrà impegnarsi a rispettarle e difenderle dalle azioni inconsulte e dai danni che si possono causare. Dunque, sono rifugi per l’utilizzo al bisogno, in parte precari; non ci sono guardiani né addetti alle pulizie e tutto viene lasciato alla discrezione dei propri fruitori, nella buona osservanza di norme di civile convivenza, magari non scritte ma sempre utili nell’interesse comune: in sintesi, i beneficiari trovano e lasciano pulito.

        Purtroppo, non si intravedono solo luci in questo settore, il vuoto della pianificazione sui temi dello sviluppo del territorio, non pare dovuto ad una leggerezza culturale e del sapere tecnico-scientifico  quanto piuttosto sembra trattarsi di una aporìa etica e di una debolezza strategica, tipiche della modernità. Alla base del nuovo modo di gestire il territorio, vi è la convinzione che certamente oggi, dopo vari decenni di interesse prettamente paesaggistico, sono cambiate le esigenze e le finalità delle aree pubbliche demaniali etnee e nebroidee  gestite dall’Azienda Forestale Regionale e ricadenti all’interno delle aree protette[2].  Le funzioni del territorio collegate all’evoluzione delle moderne condizioni di vita, che oggi prediligono la fruizione dell’ambiente cosiddetto fuori porta si caratterizza per un modesta presenza di gitanti che poggia sulla valorizzazione dei beni artistici e culturali locali e dell’escursionismo verde, in particolare nelle aree montane pubbliche demaniali che ricadono all’interno dei comprensori territoriali dei tre Parchi Naturali Regionali che pertanto entrano a pieno titolo come componenti primari della rete di Aree Protette e aspiranti naturali alla valorizzazione e sviluppo del territorio. Di fatto, oltre alla funzione strettamente idrogeologico-paesaggistica e alla modesta ricaduta economica relativa all’impiego delle maestranze forestali, questi ampi territori demaniali sono chiamati ad espletare un forte ruolo di ricreazione e svago e ci rendono consapevoli della grande importanza che essi rivestono nel panorama del turismo naturalistico del comprensorio. Oggi in massima parte interdetti al grande pubblico, vanno valorizzati e, con la massima attenzione, concessi alla fruizione delle popolazioni locali, per le quali potrebbero rappresentare lo sbocco e l’avviamento di un progetto turistico con finalità naturalistiche rispettose dell’ambiente: ciò può contribuire a dare una decisiva spinta e a far decollare 

        le richieste e le aspettative di sviluppo socio-economico della collettività.  I tempi sono cambiati e la cultura ambientale della gente si è rafforzata, la popolazione ha preso piena consapevolezza che il territorio va goduto, ma ancor più  rispettato. Tuttavia, nell’affrontare le problematiche relative allo sviluppo sostenibile di questo territorio e della sua popolazione, emergono sempre con grande evidenza le difficoltà di collegare, fare rete e attivare un circuito virtuoso di valorizzazione dei beni naturalistici del territorio e dei beni artistici  e  culturali che esso  detiene, fuori e dentro le sue mura cittadine. Appare palese che le difficoltà ad avviare questo connubio sono dovute alla mancanza di un’idonea pianificazione e programmazione degli interventi appropriati da porre in essere. Programmare e attivare appropriati interventi di fruizione, seppur eco-compatibili, su queste aree, non sarà cosa semplice, in quanto si dovrà lottare tenacemente contro un arcaico retaggio di emarginazione antropica del territorio, proposto sotto forma di protezione e rappresentato dalle associazioni ambientalistiche estreme e da chi lo gestisce ai fini ambientali (Enti Parco) e di proprietà (Dipartimento Regionale Sviluppo Rurale e Territoriale – Palermo – ex Azienda Forestale), trascurando che trattasi di bene pubblico da valorizzare e di cui beneficiare, in particolare in questo momento storico di grande bisogno di occasioni di lavoro.

        Questo territorio è oggi un ambiente a circuito chiuso, in quanto le aree demaniali, ancor più se ricadenti all’interno di Parchi, sono aperte solo a chi fa trekking. Agli anziani e soggetti fisicamente precari o portatori di handicap, in mancanza di adeguati mezzi  di  locomozione vietati all’interno di tali aree, il godimento di questi spazi resta interdetto. Bisogna essere consapevoli che valorizzare un territorio in modo da creare sviluppo non è cosa semplice, per i motivi sopra espressi, ma anche quando manca la capacità gestionale di adattarsi alle nuove e moderne esigenze di governance, anche attraverso la semplificazione procedurale burocratica ritenuta fondamentale, ovviamente nel rispetto delle norme regolamentari giuridiche. Il ritualismo burocratico, infatti, spesso si traduce in “rigidità” che rende difficile l’adattamento a situazioni ed esigenze particolari di un territorio e delle sue popolazioni. Insomma, quando le regole diventano ad un certo punto simboliche e frenanti piuttosto che strettamente funzionali ed efficienti, l’uomo si scoraggia e si allontana dal  territorio, smarrendo la cultura dell’ambiente.

        Bisogna evitare che la ritualità dell’azione  burocratica, fine a se stessa e tipicamente italica, divenga rigida, statica ed incapace di adeguare le norme al mutamento sociale. Pertanto, è necessario abbandonare la staticità della cultura e delle competenze per incoraggiare le innovazioni tecnico-scientifiche e soprattutto mentali, in modo da cambiare pratiche comportamentali erroneamente consolidate nel tempo. Chi opera nel servizio pubblico, non deve perdere di vista il proprio agire a servizio della collettività,  deve perseguire l’impegno del  fare, nell’interesse del bene comune, come vero e utile servizio alle comunità presenti sul territorio. Infatti, i valori naturalistici, sebbene non siano misurabili, esistono e devono andare incontro ai bisogni  della gente, indipendentemente dalla percezione e dal punto di vista soggettivo umano.

        L’impressione è che non si veda di buon occhio una benché minima pressione antropica che non sia la solita occasionale escursione all’aperto a piedi,   riservata solamente a chi ha buona cognizione del territorio e ottime attitudini fisiche. Si presume che non sarebbero facilmente sostenuti eventuali interventi di rivalutazione e valorizzazione del territorio, temendo pregiudizialmente che ciò snaturerebbe l’intera architettura naturalistica tipica delle aree protette.

        Ancor più, si ha timore per la perdita delle velleitarie opzioni di egemonia gestionale sul territorio, abituati da sempre a gestirlo in modo soggettivo e a mal sopportare, a ragione o a torto, le interferenze che vengono  avanzate dalla popolazione locale; essa invece, attraverso gli uffici comunali,  dovrebbe compartecipare nella gestione ecocompatibile del territorio, ovviamente di concerto con gli altri vari Enti che ne abbiano titolo e competenze.

        Si badi, tale soggettiva valutazione non intende legittimare qualsiasi intervento sul territorio: è ovvio che ogni azione dovrà  essere attentamente studiata nel dettaglio e non potrà in nessun caso prevedere alcuna concretizzazione di nuovi   incontrollati impianti, strutture e infrastrutture riconducibili ad insediamenti turistici  quali alberghi,  piste scioviarie, strade e/o altre fattispecie similari.  Invero, anche mediante la richiesta di norme giuridiche da proporre al legislatore regionale, si dovrà percorrere la via dell’esistente, attraverso la valorizzazione dell’escursionismo naturalistico, dei prodotti locali agro-gastronomici, del territorio e delle sue strutture e infrastrutture già disponibili e fruibili, anche con l’utilizzo di automezzi navetta lungo le piste già esistenti, tenendo presente che compito di tutti è di consolidare queste mentalità, affinché,  oltre ad un buon livello occupazionale, si possa lasciare alle generazioni future un patrimonio naturalistico fruibile e  inalterato.

        Tenere immobilizzato un territorio non serve a nessuno, men che meno allo stesso territorio, tantomeno, si può continuare a pensare di  valorizzare solo alcune determinate zone del territorio. Ad esempio, sino ad oggi sull’Etna ci si è occupati solo di sviluppo di  alcuni comprensori vocati al turismo invernale, senza tener conto della complessa struttura territoriale generale che col passare del tempo, tende sempre di più a squilibrarsi. I piani d’intervento all’interno delle aree protette, non hanno assunto come punto di partenza quello che oggi pare ovvio: bisogna indirizzare i processi di  sviluppo  in una prospettiva  di riequilibrio dinamico generale per l’intero territorio e non per alcune aree di esso, in modo da  governare e compensare tra loro i potenziali sbilanciamenti sia delle parti in sofferenza, meno prolifici e più marginali che delle  parti opposte, più produttive e redditizie.

        Bisognerebbe incentivare il cosiddetto “sviluppo sostenibile”, per far fronte alle esigenze della generazione attuale senza compromettere il benessere delle generazioni future: è questo un principio che, se attuato, può portare ad un migliore rapporto uomo-ambiente, può aiutare a consegnare nelle mani dei nostri figli e nipoti un mondo meno malato di quello che attualmente abbiamo, che ogni giorno soffre sempre più. Tuttavia, per concretizzare progettualmente e favorire la sua diffusione in vista dello sviluppo che si vuole acquisire, sono necessari degli strumenti volontari che coinvolgano consapevolmente i diversi attori che interagiscono sul territorio, nella sperimentazione di strumenti utili ad uno sviluppo socio-economico ambientalmente compatibile. Per intercettare queste potenzialità di sviluppo, ovviamente non bastano la valorizzazione del settore agro-gastronomico e dei beni naturalistici dei quali è dotato il territorio di Randazzo. Su questo territorio, oltre alle presenze naturalistiche, possediamo ampie conoscenze storiche e dotazioni artistiche e architettoniche, le contempliamo e le enfatizziamo, senza saperle valorizzare e farne rete turistica: ne rimaniamo ammirati per l’indiscutibile emozione che esse ci elargiscono quando li visitiamo, eppure li destiniamo all’abbandono.

        La storia archeologica di Randazzo ha sempre attratto l’interesse di ricercatori e la curiosità di semplici intenditori, impegnati nella ricerca continua di      testimonianze del passato, di natura antropologica e storica, dalle quali potere risalire alle epoche di utilizzo, all’uso che si è fatto da parte dei vari frequentatori ed alle particolari condizioni ambientali di una determinata area. Dunque, un interloquire con il passato e ricavare da esso in maniera storica ineccepibile, il massimo delle informazioni preziose ed utili ad inquadrare la presenza e l’influenza delle antiche civiltà nello sviluppo storico di questo territorio. Da sempre questi siti hanno rappresentato un intrecciato motivo di studio storico ed anche artistico dell’incessante pressione antropica, del nocivo decadimento  naturale, dell’azione deleteria degli eventi meteorici e dell’intrigante prodigio che rappresentano i maestosi scenari della storia, le affascinanti reliquie, le antiche e maestose sculture ce-sellate nella dura roccia. Preziosi frutti e testimonianza dell’opera di primitive platee di popolazioni di cui si è persa ogni traccia, nel  lento ed inesorabile trascorrere del tempo. La nostra non è certo la civiltà della  memoria: purtroppo, non sempre riusciamo a decifrare al meglio alcuni messaggi che i nostri predecessori ci hanno trasmesso nel moto costante dei tempi. Forse è tutto perso, insomma, ci sono pochi posti, in queste terre, in cui il passato è così presente come sul territorio di Randazzo, uno straordinario museo all’aperto dove basta guardarsi attorno per scoprire che ogni angolo, ogni strada, ogni piazza ci parla di un passato d’arte che ha pochi uguali; tutto ciò, se abbinato ad altre componenti di natura paesaggistica e naturalistica, potrebbe finalmente dare delle risposte concrete alle attese economiche ed occupazionali dell’intera collettività, più volte  rimasta come spettatrice rassegnata alla propria sorte, indifferente ad uno sviluppo inesistente che tarda sempre ad arrivare.

        L’idea forza è   il   “PATTO   PER   IL TERRITORIO”   ovvero,   un   metodo   di concertazione e condivisione, in modo da legare la governance e i portatori di interessi pubblici e privati   (Comune,   Enti   Parco,  Azienda   Foreste   Regionale,  e   altri)   in   una   rete,   anche intercomunale, di obblighi reciproci e progetti comuni. Ognuno per le proprie competenze, ma in sinergia congiunta, bisogna studiare, progettare e realizzare concretamente,  progetti di interventi eco-compatibili, su installazioni già esistenti, quali rete viaria, strutture e infrastrutture precarie ricettive. Tali progetti,  pregiudizialmente non  snaturerebbero l’intera architettura naturalistica tipica delle aree protette  ma certamente rivaluteranno la cultura del territorio, l’incentivazione, valorizzazione ed uso sostenibile delle sue risorse naturalistiche, archeologiche, architettoniche e culturali, il rafforzamento delle produzioni locali agro-casearie, artigianali-vivaistiche ed eno-gastronomiche, il miglioramento della ricettività alberghiera ed extralberghiera, intesa   come   ricettività   agrituristica   per     favorire   la   movimentazione   turistica   urbana   ed extraurbana.       

        La valorizzazione di questo ambiente deve essere percepita come la legittimazione delle doti dei territori che la cultura naturalistico-culturale dei giorni nostri definisce fornitori primari e permanenti di qualità ambientale, perché possono   rendere più sana e vivibile la qualità ambientale e socio-economico della collettività, attraverso il coinvolgimento di   tutte le parti interessate ivi operanti e la predisposizione comune di norme e regolamenti finalizzati non solo alla fruizione, ma anche alla conservazione delle risorse. Ciò avviene  mediante la coesione sociale e l’integrazione di azioni contemporanee e future che assicurino lo sviluppo sostenibile e, naturalmente, la tutela dell’ambiente e dei beni culturali.

        Le qualità ambientali e culturali, presenti e messe in rete nel comprensorio di Randazzo, possono essere considerate di rilevante interesse naturalistico e artistico, tanto da essere salvaguardate, sottratte al libero arbitrio umano e poste al riparo da alterazioni e manomissioni che possano comprometterne l’esistenza.

         

        Randazzo 14 gennaio 2018

         

        Vincenzo Crimi

        [1] L’Etna D.O.C., il prodotto di punta dei nuovi ed operosi produttori “esterni”  dell’agro randazzese, esprime e può imporre la propria identità qualitativa sui mercati  nazionali e internazionali e può contribuire in modo, certo modestamente, all’integrazione del reddito di parte della popolazione locale. Tutto ciò viene favorito per effetto di un crescente squilibrio tra domanda e offerta: infatti, pare che la domanda sia in forte crescita e comunque, superiore all’offerta, con picchi alquanto alti negli Stati emergenti dove, grazie ad un poderoso sviluppo economico, si sta moltiplicando la domanda di vino e altre materie agricole. Ma non tutto é luce, per essere competitivi sui mercati mondiali, non bisogna fermarsi solo sul vino come bevanda da bere. Bisogna accrescere la qualità e  fare emergere  davvero gli aspetti più belli e intriganti del vino, a partire dalla  componente emozionale, perché la bellezza del vino è in primo luogo estetica. E’  necessario raccontare  il romanticismo magico di questo nostro territorio etneo,  celebrato da poeti e viaggiatori del tempo, un territorio denso di bellezze artistiche, archeologiche  e naturalistiche e poi le vigne e il loro suggestivo paesaggio.

        Il vino è anche il linguaggio,  la cultura e la storia di un territorio,  è l’umile  gente che con appassionata dedizione  lavora le vigne e trasforma l’uva in vino, insomma, è un potentissimo ambasciatore di un territorio e quando viene  assaggiato, in qualsiasi parte del mondo, attraverso il suo sapore e il suo profumo,  esso  ci riporta sempre con la mente al suo luogo di produzione, è questo il fascino e la  potenza del vino. Insomma, fare ciò e recuperare il tempo perso,  in modo da    promuovere e approfondire la conoscenza sul vino e i suoi piaceri, in modo da    intercettare un pubblico molto vasto, al quale far capire che il vino è anche la ritualità e ricerca di  sapori e soprattutto odori che sono la componente più importante del vino, come si generano e si evolvono e come è possibile apprezzarli e goderne. Non è un caso che il vino è l’unico prodotto dell’agro-alimentare che prima di   essere portato alla bocca per sentirne il sapore, viene annusato per    percepirne il  respiro. Oltre alle abituali strategie di vendita, il mercato ha anche bisogno di essere entusiasmato attraverso  il piacere dello studio,  dell’approfondimento  e della lettura, in modo da superare lo scetticismo che a volte si distacca dalla chimica degli odori che marcano i nostri livelli olfattivi. 

        L’aumento della domanda, paradossalmente, pone delle problematiche di penuria e ricerca di terra coltivabile a D.O.C. appropriata alla produzione del vino, tanto da innescare una competizione tra imprenditori, per la sua acquisizione. Questo fenomeno pone inoltre degli interrogativi riguardo a potenziali mutazioni ambientali e sociali, a cui il territorio verrà sottoposto, in particolare a causa di un’eventuale massiccia meccanizzazione colturale.

        Con i buoni auspici delle Istituzioni, oltre al vino, occorre mettere in rete tutti i prodotti agro-caseari, attraverso la riqualificazione e la modernizzazione dei processi di trasformazione, conservazione e commercializzazione delle produzioni di nicchia come olio, vino e caseari, in modo da reagire all’isolamento produttivo. Per fare ciò occorre essere dotati di attitudine imprenditoriale, in grado di gestire le diverse fasi del processo produttivo agroalimentare e compartecipare a tutti i  vari passaggi, partendo dalla produzione e sino alla tavola dei consumatori. La globalizzazione ci fa capire che sarebbe opportuno  mettersi in discussione e avere il coraggio e la capacità di percepire i mutamenti, abbandonare   convinzioni e abitudini che non sono più adeguate ai tempi e all’ambiente in cui si  vive, in modo da attivare un mercato locale ed extra locale che sviluppi la filiera in prodotti lavorati finiti.

        Analizzando attentamente la tematica, appare doveroso fare una riflessione relativamente ad una singolare condizione di quasi assoluta assenza, dal panorama delle attività d’impresa randazzese, della figura di imprenditore agricolo puro.  Tutti i soggetti interessati, guardano all’agricoltura solo in forma hobbistica e nessuno dei potenziali agricoltori o piccoli proprietari terrieri è alla ricerca di attività evolutive e più progredite di coltivazione più o meno imprenditoriale. Infatti, una grossa fascia del bracciantato agricolo randazzese contemporaneo, preferisce    impiegarsi nell’attività agro-forestale, più sicura e rimunerata, rappresentata dalle giornate lavorative assicurate dall’Azienda Forestale Regionale, un’aliquota è alla ricerca del posto fisso, pochi altri soggetti costituiscono la manodopera giornaliera nel precariato agricolo locale e il resto è adibito ad altri lavori.

        Chi ha la vigna si limita in proprio ai soli ed essenziali lavori culturali, trattenendo il vino prodotto, oppure l’olio se trattasi di olive, solo per il fabbisogno familiare e la consegna dell’eccedente ad Aziende esterne di settore, nella maggior parte dei casi estranee al territorio e quindi al circuito economico locale, ma molto efficienti nel comprare il prodotto e addirittura anche i vigneti. Infatti, in un arco temporale che si può quantificare in qualche decennio,  una grossa percentuale di proprietari agricoli randazzesi, prima vendeva il vino come prodotto     finito, poi, in modo da ridurre il lavoro, vendeva il mosto e l’uva e infine ha venduto persino i vigneti. Oggi compra il vino dalle stesse aziende alle quali ha venduto i vigneti.

        Questo fenomeno sta riportando questo comprensorio ad un massiccio accorpamento territoriale e al ritorno ai grossi latifondi, una volta di proprietà dei baroni locali e adesso delle grosse aziende vinicole siciliane e del nord Italia, completamente estranee a questo territorio etneo, che certo assicurano un tantino di guadagno e occupazione a qualche maestranza lavorativa,  ma causano la perdita del presidio sul territorio e  delle memorie storiche agricole dei nostri avi che sono passati prima di noi su queste terre.

         

        [2] Le aree protette, sono aree geograficamente definite, individuate, istituite e gestite attraverso strumenti legali o altri mezzi riconosciuti per raggiungere obiettivi specifici di conservazione e mantenimento della biodiversità, delle  risorse naturali e di quelle culturali associate, attraverso norme legislative mirate  alla loro tutela e salvaguardia. Con tali provvedimenti legislativi, la Regione Siciliana, nell’ambito delle proprie competenze e nel perseguimento dell’obiettivo dello sviluppo sostenibile attraverso la tutela del territorio e delle risorse naturali, detta principi e norme per la formazione e la gestione del sistema regionale delle Aree protette e dei siti della Rete natura 2000 con le seguenti finalità: conservare, tutelare, ripristinare e incrementare gli ecosistemi, gli habitat, i paesaggi naturali e seminaturali; promuovere la padronanza e la fruizione conservativa dell’ambiente naturale, sia biotico che abiotico, e del paesaggio; conservare e valorizzare i luoghi, le identità storico-culturali delle popolazioni locali ed i loro prodotti tipici; incentivare e garantire un adeguato sviluppo economico sostenibile delle aree protette.