BEATO DOMENICO SPADAFORA

BEATO DOMENICO SPADAFORA

                                 Il Beato Domenico Spadafora                                                                                                                           (Randazzo 1450 – Montecerignone 1521)

 

La biografia – La famiglia – I luoghi – I tempi 

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Venetico Superiore (ME) – antichissimo ritratto del beato Domenico donato dalla famiglia Spadafora alla chiesa.

Domenico Spadafora discendeva da una nobile, antica famiglia, giunta in Sicilia da Costantinopoli probabilmente nell’XI secolo: capostipite fu Basilio Spadafora, capitano della guardia dell’imperatore Isauro Comneno.
I discendenti ricoprirono alte cariche sotto i Normanni e poi sotto gli Aragonesi. Secondo una delle tante interpretazioni, il nome “Spadafora” deriverebbe dal privilegio di poter portare, in pubblico, la spada sguainata davanti a sovrani e imperatori.
Questo casato diede al regno di Sicilia letterati, senatori, pretori, vescovi, giureconsulti, ebbe molti titoli e feudi: principi di Maletto, Mazzarà, Venetico, Spadafora, Carcaci, Cerami, Cutò, baroni di Roccella… Ma ebbe anche stretti legami con la città di Randazzo: qui aveva la tomba di famiglia nella chiesa di S. Francesco, e due case, il Palazzo del Duca, presso S. Nicola, e un’altra nota come Palazzo dei Conti di Gagliano dove oggi è la Piazza del Municipio.  

Gli storici parlano di due rami della famiglia, uno a Palermo e l’altro a Messina, da dove una propaggine si trasferì nel Val Demone, ed ebbe stretti legami con Randazzo, Roccella, Maletto.

Monumento del beato Spadafora al santuario.

Randazzo era allora città demaniale, ma avveniva spesso che gli aristocratici avessero la dimora nelle città demaniali, ed i possedimenti feudali altrove. Benché la città non fosse un feudo, gli Spadafora vi ebbero un ruolo importante, e vi ricoprirono sempre delle cariche, di giustizieri, capitani reggenti, capitani a guerra, sindaci… Pare che Randazzo per la sua posizione strategica e per motivi economici fosse molto ambita dagli Spadafora, che non potendo ottenerla in feudo, in quanto demaniale, riuscirono tuttavia ad ottenere il controllo del territorio con l’assegnazione di feudi nei centri vicini, esercitando però, di fatto, il potere in Randazzo, con l’aggiudicarsi le più importanti cariche pubbliche.  Così Ruggero Spatafora, per primo, ottenne il feudo di Roccella, e successivamente la famiglia si sarebbe assicurato quello di Maletto, sul versante opposto.

Alcuni nomi e alcune date per dimostrare quanto fosse rilevante la loro presenza a Randazzo:

L’urna con i resti del Santo.

15 febbraio 2005 – don Bialowas consegna alla basilica di Santa Maria le reliquia del beato Spadafora.

Nel 1282 Pietro e Damiano Spadafora furono due dei sei senatori che governarono la città nell’interregno dopo la guerra del Vespro, per conto di re Pietro I d’Aragona. Nel 1470  Ruggero Spadafora fa testamento in favore dell’Ospedale di Randazzo. L’anno 1479 Giovanni Spadafora, padre di Domenico, riceve l’investitura della baronia di Maletto.
Ancora, nel 1522,  Giovan Michele Spadafora, barone di Roccella, investito nel 1510, e nipote di Domenico, commissiona ad Antonello Gagini la statua marmorea di S. Nicola di Bari per l’ omonima chiesa di Randazzo, in qualità di fideiussore.
Infine, nel 1612 un principe di Spadafora fa dono alla chiesa dei PP. Cappuccini di Randazzo della tela con la Trasfigurazione, attribuita al Lanfranco.
Da Giovanni Spadafora (o Spatafora), barone di Maletto e signore di Casale, Castello e Tonnara, nasce a Randazzo, intorno al 1450, Domenico, e si vuole che sarebbe stato battezzato in S. Nicola.
Era il terzogenito, ma il secondo dei maschi, e non gli spettava pertanto nessuno dei feudi paterni, appannaggio esclusivo del primogenito Giovannello.

il “Conventino”, i resti della chiesa e del convento di Santa Maria delle Grazie, fondato dal beato Domenico.

Veduta di Montecerignone con la Rocca.

Presto fu inviato a Palermo, per compiere i suoi studi. Frequentò le scuole dei Frati Predicatori di S. Domenico, ma è certo che fece la professione e divenne novizio nel convento domenicano di S. Zita, che proprio in quel periodo viveva un clima di rinascita spirituale per opera del beato Pietro Geremia, che in Sicilia si era impegnato attivamente per ricondurre i conventi domenicani all’osservanza delle regole.
Domenico vi fece il noviziato, raggiungendo attraverso la preghiera, l’osservanza dei precetti ed i sacrifici, l’ideale del domenicano. Praticava digiuno e penitenza, portava cilici sotto le vesti, senza tralasciare di dedicarsi allo studio e alla scienza.
I superiori, nel 1477, dopo l’ordinazione sacerdotale, lo mandano a compiere gli studi a Perugia, e poi a Padova, dove Domenico conseguì nel 1479 il grado di Baccelliere in Sacra Teologia, “con aggregazione a quella Università ed ampia licenza di esercitare il suo ministero con l’insegnamento pubblico della Teologia”.
Richiamato a Palermo, sempre a S. Zita, vi rimane circa otto anni, proseguendo nella sua vita austera, e in un’intensa attività apostolica.
Nel 1487 fu indetto a Venezia, nella chiesa dei SS. Giovanni e Paolo, il Capitolo generale, per eleggere il nuovo Maestro Generale dell’Ordine,. Il Vicario generale, fra Giovacchino Torriani, aveva ricevuto dal papa la facoltà di nominare 12 Maestri in Sacra Teologia, dopo avere ascoltato le dispute.
Domenico prese parte al Capitolo, e il 7 giugno, tenne una disputa che riscosse grandi consensi, facendolo eleggere tra i 12 nuovi Maestri. Subito dopo, il Vicario Torriani lo volle come collaboratore presso di sé, nell’intento di circondarsi di uomini “saggi e prudenti”, che potessero dare il loro contributo nella restaurazione dell’Ordine.

Il Santuario del beato Spadafora.


Intanto gli abitanti di Monte Cerignone, nel Montefeltro, chiedevano al Maestro Generale di fondare una chiesa, in contrada Fontebuona, a mezzo miglio dal paese, dove esisteva una cappella della Madonna di cui erano particolarmente devoti, e un convento di frati.
Il Torriani pensò d’inviare proprio Domenico, con l’incarico di fondarvi una comunità riformata.
Questo potrebbe sembrare un misconoscimento delle doti di Domenico, da parte del Generale, ma la chiave di lettura di questa decisione è invece nella volontà di mandare una persona saggia, che evitasse conflitti e scissioni.
 Il beato vi giungeva il 15 settembre dell’anno 1491.
Per avere l’autorizzazione pontificia, Domenico si recò a piedi a Roma, dal papa Alessandro VI, tornando col Breve che autorizzava l’erezione del convento.
Con un atto del 1492, ratificato nel 1493 dal Vescovo di Montefeltro, Monte Cerignone cedeva a Domenico alcune terre.
 Completata la chiesa, S. Maria delle Grazie, con un solo compagno, si occupò della costruzione del convento e di richiamare i frati necessari al culto e alla predicazione. Instancabile, teneva sermoni, insegnava ai giovani di Montecerignone la Logica e le altre scienze, facendo affidamento sui legati e le elemosine.
Ultimato il convento, fu creata la comunità dei frati. Numerose seguirono le vocazioni.
Qui Domenico trascorse circa 30 anni, dedicandosi alla carità e alla direzione spirituale delle anime, amato e riverito da tutti, tenuto già in considerazione di Santo.


 Nella primavera del 1521, sentendosi venire meno le forze, scriveva al maestro Generale fra Garzia di Loagna, un’istanza per rimettere la carica di Vicario, ma l’istanza veniva rifiutata.

L’urna con i resti del beato.


Solo in un secondo tempo ottenne di associare P. Tommaso in qualità di Pro-Vicario.
Il 21 dicembre di quell’anno celebrò la Messa come di consueto, riunì i frati nel capitolo, e dopo avere loro raccomandato l’osservanza delle regole, la bontà e lo zelo, ed essersi scusato per i suoi difetti e per eventuali torti o dispiaceri arrecati loro, annunciò che sarebbe morto prima del tramonto.
Recatosi nella sua cella e ricevuti i sacramenti, rendeva l’anima a Dio.

 

  1. Tommaso di S. Marino, che gli era succeduto nella carica di Vicario, volle che Domenico non fosse seppellito nella fossa comune, ma nella chiesa. Nel 1545, quando i suoi resti furono traslati, durante deii lavori di ampliamento, furono trovati intatti. Aumentarono i prodigi e le guarigioni a lui attribuiti, e il culto attorno alla sua tomba.

Nel 1652 il convento di S. Maria delle Grazie venne chiuso per ordine di Innocenzo X, e la chiesa passò sotto la giurisdizione della Parrocchia di S. Maria in Reclauso.
L’urna con il corpo del beato Spadafora vi fu traslata il 3 ottobre dell’anno 1677. Il santuario fu ricostruito nel 1870, e nel 1874 ebbe luogo una nuova ricognizione del corpo, con relativo verbale.

 

Mancava solo il riconoscimento della Chiesa, fin quando, nel 1921, mons. Raffaele Santi, vescovo di Montefeltro, rivolse istanza al sommo pontefice Benedetto XV, corroborando così le sollecitazioni dell’Ordine, affinché a Domenico venisse riconosciuto il titolo di beato.
La sanzione ufficiale avveniva il 14 gennaio 1921, nel 4° centenario dalla sua morte, 7° dalla morte del fondatore, Domenico di Guzmàn.
 

Una preghiera ininterrotta

La vita terrena del Beato Domenico Spadafora si potrebbe compendiare nella mortificazione della volontà ed osservanza delle regole, che si adoperò incessantemente per ripristinare e riportare alla disciplina originaria.

Festa del beato – concelebrazione all’aperto.

Nato da nobile stirpe, avrebbe potuto far leva sulla sua posizione sociale per ottenere alte cariche e privilegi, in un tempo in cui il censo era fattore di forza e potere. Aveva parenti nelle più alte cariche dell’isola, influenti presso la casa d’Aragona, non potevano mancargli gloria, agi e vita facile, invece “si rinchiuse in un chiostro e si cinse di silenzio”.

La gente lo amava, i confratelli riconoscevano le sue eccezionali qualità, di cuore, di spirito e d’intelletto, i superiori gli conferivano titoli accademici e teologici, lo incitavano, gli davano stima e fiducia, eppure, lungi dall’aspirare a cariche ed onorificenze, si ritirò in un convento di montagna “piccolo coi piccoli”, accontentandosi di indicare la via del bene ai contadini e agli umili. “E sembra quasi che questa umiltà sia stata rispettata dalla storia – dice il suo biografo P. Diaccini – Quasi tutto infatti che si riferisce alla sua azione è scomparso e il silenzio circonda la sua figura”.

Smorzò con i digiuni, le veglie e le mortificazioni la sua indole impetuosa di siciliano, per trasformare la sua vita in una preghiera ininterrotta. Un continuo anelare alla perfezione e al bene. La città di Randazzo, che gli diede i natali può

Il santuario di S.Maria in Reclauso in Montecerignone.

 andare fiera di annoverare, tra i suoi figli più illustri, il nome del Beato Domenico Spadafora.

Il culto del beato Domenico, il gemellaggio e i rapporti tra le comunità di Randazzo e Montecerignone, inizio processo di canonizzazione, iniziative dell’O.P. 

L’altare del beato Domenico al santuario di S.Maria in Reclauso

Il culto del beato Spadafora, vivo sui luoghi dove visse e operò – basta notare la grande devozione attorno all’urna coi suoi resti mortali, e l’affluenza al santuario di S. Maria in Reclauso, a Montecerignone, specie la seconda domenica di settembre, in occasione della sua festa – e vivo anche fra i Domenicani, che ne fanno memoria il 3 ottobre, era caduto quasi nell’oblio proprio nei suoi luoghi di origine.
Qualcosa si risvegliò nel 2004, allorchè don Bialowas, rettore del santuario e poi postulatore della causa di santificazione, dopo aver visionato gli atti relativi alla beatificazione, e i documenti parrocchiali e diocesani, volle mettersi in contatto con il paese di origine, Randazzo. Iniziarono così e si cementarono anche i rapporti fra le due comunità, mentre da parte sua l’Ordine dei Predicatori si fece promotore di diverse iniziative religiose.
Proprio nel 2004 ad alcune visite a Randazzo di don Bialowas, per acquisire notizie e documentazioni, o alla testa di pellegrini cerignonesi, seguirono visite di delegazioni del comune di Montecerignone, giungendo così al gemellaggio tra le due città (Comune di Randazzo, Deliberazione consiliare n.11/2004).
Lo stesso anno un gruppo di circa 50 Randazzesi, con in testa l’Arciprete e il Sindaco, si recò per la prima volta in pellegrinaggio al santuario di S. Maria in Reclauso, partecipando alla festa del 12 settembre.
Il 20 ottobre i sindaci di Randazzo e Montecerignone, Agati e Giorgini, furono ricevuti a Roma da sua Santità Giovanni Paolo II; all’udienza furono presenti, fra gli altri, lo stesso don Bialowas e il principe Michele Spadafora, discendente del beato Domenico e allora attore della causa.

Il 13 febbraio 2005 don Bialowas offre alla città di Randazzo una reliquia del beato Domenico Spadafora, nel corso di una concelebrazione solenne nella basilica di S. Maria, alla presenza di autorità religiose, civili e militari.

Una data importante è quella del 10 settembre 2006: la Festa del beato Domenico Spadafora a Montecerignone, con massiccia partecipazione di pellegrini, coincideva con l’apertura del processo di canonizzazione.
Gli atti del processo diocesano saranno consegnati a Roma, alla Congregazione dei Santi, il 14 gennaio 2009.

Oltre ai vari scambi di visite e delegazioni, e al riacceso interesse per la figura del beato Domenico nella sua terra d’origine (non è un caso se negli ultimi anni sono state realizzate su di lui 4 o 5 tesi di laurea all’Università di Catania), oltre alle celebrazioni nelle varie ricorrenze e anniversari, una importante iniziativa, patrocinata dall’Ordine dei Domenicani, sono state le  “celebrazioni itineranti” , svoltesi dal 2006 al 2012, il 3 ottobre, giorno in cui l’O.P. fa memoria del beato, nei centri che furono legati alla famiglia Spadafora: Randazzo, Venetico Superiore (ME), Maletto (CT), Spadafora (ME), Roccella Valdemone (ME), con conclusione nella chiesa di S. Domenico a Catania, concelebrazioni che hanno visto la partecipazione dei parroci, del clero, dei sindaci ed autorità dei centri interessati, e di numerosi fedeli.

 

Maristella Dilettoso

 

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