Museo Archeologico Paolo Vagliasindi

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IL CASTELLO SVEVO 

 

Teresa Magro Archeologa curatrice Museo Vagliasindi – Randazzo

Al centro di Randazzo, di fronte allo splendido campanile della chiesa di San Martino, sorge il cosiddetto castello-carcere di età normanna,vestigia delle mura che circondavano la città e degno contenitore della collezione archeologica .fig1
Il castello in realtà era la torre più poderosa, il cosidetto maschio, delle mura che circondavano per circa tre km la città di Randazzo raggiungendo l’altezza di tre metri con dodici porte e sette torri, adesso visibili a tratti ed inserite nelle strutture moderne. Le mura di cinta furono costruite durante il regno di Federico II che dimorò nella città insieme alla giovane regina per qualche mese nel 1210 per sfuggire alla peste che imperversava a Palermo, insieme al Palazzo Reale e alla Chiesa di San Martino.
Nel 1282 le mura e probabilmente anche

Castello Svevo e campanile d San Martino – Randazzo

il Castello furono restaurate quando si stanziò in contrada Re con le sue truppe Pietro I D’Aragona nella lotta contro gli Angioini .
Una delle storie più interessanti che si svolsero a Randazzo è l’arrivo il 3 giugno del 1411 della Regina Bianca di Navarra, vedova di Re Martino . Proprio re Martino nel 1406 avevano ordinato che le mura di Randazzo fossero rimesse in piedi e la Vicaria Bianca con il suo corteo le attraversò per entrare nella città che aveva scelto come sede del Parlamento Generale affinchè la Sicilia potesse scegliere autonomamente il suo re. Tale avvenimento è rievocato ogni anno con un corteo fastoso di dame e cavalieri con sontuosi abiti e ha il suo nucleo all’ombra del Campanile di San Martino ed in tutto il quartiere attorno alla piazza con feste e musica che immergono il.paese in un clima di altri tempi.fig2
Il 17 ottobre 1535 dall’arco della porta di San Martino entrava a Randazzo l’imperatore Carlo V con un corteo solenne accolto festosamente dalla popolazione e da che soggiornò nel Palazzo Reale dalla cui finestra proclamò tutti cittadini di Randazzo cavalieri del regno.fig 3
Il Castello divenne Carcere della città sotto il regno di Filippo II ma divenne Palazzo ducale sotto il Vicerè Conte di Melle che lo restaurò e lo trasformò, nel 1630 fu venduto alla famiglia Romeo che lo trasformatono in fortezza prendendo il nome di Baroni del Castello , un secolo dopo venduto dagli stessi alla famigia Vagliasindi , che a loro volta lo affittarono al Municipio per essere trasformato in carcere . Lo scrittore Leonardo Vigo lo descrive come luogo spaventevole e tetro, citando la stanza dei teschi ( o meglio di li crozzi), i pozzi dove erano dimenticati i prigionieri e le teste mozzate dei giustiziati appese alla torre centrale .

Figura 1

Sede del Museo Vagliasindi – Randazzo

IL MUSEO

 

Il museo è dedicato a Paolo Vagliasindi , proprietario del fondo, dove alla fine dell’Ottocento furono rinvenuti i reperti che fanno parte della collezione Vagliasindi, tutt’ora di proprietà privata , concessi al Comune di Randazzo dagli eredi affinchè fossero esposti per essere conosciuti e ammirati dai visitatori .
I reperti della collezione, in numero di mille, furono spostati dalle due sale della Casa di riposo per anziani, dove erano stati custoditi dal 1967, ed esposti nel piano superiore del Castello nel 1998, dopo un lungo lavoro di catalogazione e ricomposizione, voluto dal Comune di Randazzo in collaborazione con la Soprintendenza di Catania.
Il Museo si svolge nelle sale superiori del castello, diviso in cinque sale secondo una esposizione tipologica del materiale, diviso per classi ed epoche,in quanto non è stato possibile ricostruire i corredi tombali. Disegno museo
Nella prima sala centrale è esposto l’ esemplare piu’ pregevoli della collezione: la splendida Oinochoe a figure rosse con il mito dei Boreadi, mito poco conosciuto e rappresentato dai ceramisti greci .
Sul lato sinistro della vetrina sono esposti degli oggetti di oreficeria : si tratta di due coppie ad elice in lamina d’oro ornate con teste di ariete alle estremità a cui si aggiunge un medaglione in lamina d’oro raffigurante la testa di Eracle con la leontè e un cammeo in sardonica con la raffigurazione di un satiro che suona la cetra. 
Dall’altra parte della vetrina è esposta la base di una statua, di cui rimangono solamente i piedi.

Oinochoe – Museo Vagliasindi Randazzo

Le due vetrine ai lati della sala contengono numerosi oggetti di bronzo appartenenti alla collezione, nella vetrina di sinistra sono conservate due anse orizzontali decorate da due teste di cigno appartenenti ad una grande hydria di bronzo purtroppo perduta, foto anse allo stesso vaso apparteneva un’altra ansa verticale decorata da protomi leonine, da confrontarsi con una pregevole hydria proveniente da Randazzo e conservata allo Staatlische Museum diBerlino dove giunse tramite il mercato dell’ottocento. Altri oggetti sempre di bronzo conservati sono un colum ed uno strigile.
La vetrina contiene anche la ricca raccolta numismatica raccolta dal Barone Vagliasindi e costituita nell’ordine da monete greche e romane d’argento, monete greche di bronzo delle piu’ importanti colonie siceliote e delle città greche, monete di bronzo romane dal periodo della repubblica a quella imperiale, monete bizantine e arabe d’oro, monete arabe in vetro, monete medievali e moderne fin quasi al secolo scorso che mostrano il carattere antiquario del collezionista.
E’ possibile che il nucleo piu’ antico di età greca fosse costituito da un tesoretto rinvenuto nel feudo del Vagliasindi.
Sull’altro lato della sala sono raccolte in una vetrina altri oggetti in bronzo di uso quotidiano come grattugie , applique di mobili , specchi , ami da pesca di eta’ greca e oggetti di eta’ medievale come una statuetta di soldato che fungeva da manico , fibbie , grattugie.
Il percorso museale continua nelle due sale a destra, la prima contiene i reperti piu’ antichi della collezione costituite dalle importazioni corinzie e ioniche.
La prima vetrina contiene gli esemplari piu’ famosi della collezione costituiti dal gruppo di balsamari configurati a corpo di animali come il ratto, il delfino e il cavallo , decorati con tralci di foglie d’edera in vernice nera sul colore dell’argilla.
Tra i balsamari spicca il cosiddetto centauro che presenta l’inserzione di un busto umano.
Nello spazio successivo è esposto il gruppo delle importazioni di fabbrica corinzia datati al Corinzio Recente costituiti da kotylai miniaturistiche, oinochoai , aryballoi , pissidi cilindriche e hydrie miniaturistiche e ancora dopo le importazioni ioniche costituite da coppe ioniche, gli stamnoi e un’anforisko. Da notare sono certamente le importazioni fenicie costituite da una collana di trentatre vaghi in faience ed un aryballos in faience , unico esemplare rimasto di un gruppo numeroso attestato nella collezione .L’ultima parte della vetrina contiene alcuni esemplari di ceramica indigena evidentemente rinvenuti insieme ai reperti di importazione , tra le forme presenti possiamo citare l’oinochoe a bocca trilobata .
La sala successiva contiene i numerosi esemplari di fabbrica attica coperti interamente da vernice nera, divisi per tipologie vascolari. La sala presenta un aspetto particolarmente affollato ma al momento dell’esposizione si è scelto di esporre tutto il materiale della collezione affinché il visitatore potesse avere un’idea anche numerica della consistenza dei ritrovamenti . Le forme presenti sono costituite dagli skyphoi che presentano un excursus cronologico dagli inizi del V secolo a.c. al IV secolo a.c., le pissidi con coperchio, i gutti , le coppette sia su alto piede che basso , gli attingiti monoansati ed infine le lucerne normalmente presenti nelle tombe greche .In un incavo del muro è stata ricavata un piccola vetrina in cui sono esposte forme meno presenti numericamente come un askos configurato ad astragalo, un askos ad anello e alcune oinochoai di bella fattura interamente coperte da vernice nera.
Il percorso prevede che si ritorni nella sala centrale per visitare l’altra parte del Museo costituito da altre due sale dedicate alla ceramica attica figurata e alla ceramica di produzione ellenistica. La sala in fondo al corridoio presenta una notevole rassegna di esemplari decorati nelle due tecniche a figure nere e a figure rosse. La prima vetrina presenta le due belle oinochoai a configurate a testa femminile purtroppo mutile databili al 480 a.c. di indubbio valore artistico. Tra le lekythoi a figure rosse sono da citare la lekythos decorata con il suonatore alato di cetra e la lekythos con una fanciulla coperta da chitone che volge indietro la testa.Nella stessa vetrina sono esposte due lekythoi purtroppo mutile di maggiori dimensioni, la cui vasca è coperta da un fondo bianco farinoso e con una decorazione sovra-dipinta in colore paonazzo per lo piu’ scomparsa ; tale classe di esemplari, rinvenuti in contesti strettamente tombali, fa ipotizzare la presenza nel centro di Randazzo di un gruppo di immigrati ateniesi di una certa rilevanza sociale che hanno conservato le usanze funerarie tipiche della madrepatria.
Al centro della vetrina è esposto un gruppo di vasi di notevoli dimensioni e particolare raffinatezza , si tratta di un gruppo di quattro pissidi coperte da una bella vernice lucida interrotta solamente da una fascia di fitto puntinato, che dovrebbero appartenere alla stesso corredo tombale . Le ultime due vetrine sono riempite degli esemplari di lekythoi di piu’ piccole dimensioni. , Nella prima sono esposti gli esemplari decorati a figure nere, che presentano una decorazione meno raffinata di quelle a figure rosse e di tipo piu’ corrente con la raffigurazione del corteo dionisiaco o la scena di partenza di un giovane armato , nell’altra sono esposte le lekythoi decorate solamente da motivi vegetali. In una piccola vetrinetta laterale sono conservate alcuni esemplari di statuette, tra cui le statuette di pithos di età greca con iscrizione offerenti ed altri esemplari di coroplastica del V sec. a.C.
La quarta sala è dedicata alla ceramica della fine del V sec. e di età ellenistica che sono presenti nella collezione con esemplari di squisita fattura. La prima vetrina presenta dei reperti di grandi dimensioni come l’hydria della II metà del V secolo a.C. in cui campeggiano al centro della vasca due grandi figure appartenenti ad una scena mitologica , insieme ad altri reperti dello stesso ambiente in parte frammentari. Nella vetrina successiva sono esposte delle pissidi con coperchio anch’esse decorate con scene figurate . E’ da notare la pisside decorata con una scena legata al mondo femminile, in cui un eros alato offre un piatto rituale ad una donna elegantemente abbigliata, sia per l’accesa policromia che per le scena è stato attribuita al pittore di Lipari .Un altro gruppo della stessa tipologia vascolare presenta una decorazione costituita da teste femminili ,appartenente al cosiddetto Gruppo dell’Etna. Nella stessa sala sono esposti reperti appartenenti alla stesso periodo ma di produzione piu’ corrente come le lekythoi dette Pagensteicher decorate con piccoli animali e numerosi esempi di pissidi strigliate coperte da vernice nera. Anche in questa sala in una piccola vetrina laterale sono esposti alcuni esempi di coroplastica ellenistica appartenenti al mondo della commedia come la statuetta di satiro stante , insieme ad altri oggetti della vita quotidiana.

Ritornando nella sala centrale è possibile visitare la sala superiore dove sono esposti altri reperti appartenenti alla collezione, che, per il loro stato frammentario, sono stati considerati quasi una seconda scelta .Come si è già accennato, lo stato frammentario dei reperti è stato causato da avvenimenti recenti della nostra storia e, in alcuni casi, non è stato possibile ricomporre i numerosi frammenti conservati dopo i bombardamenti della seconda guerra mondiale, cosicché, avendo a disposizione un altro spazio espositivo, è sembrato opportuno renderli comunque fruibili da parte del visitatore.

Le vetrine contengono gli stessi esemplari delle sale del piano inferiore ma fanno rendere conto anche dell’aspetto numerico dei ritrovamenti. In una vetrina laterale sono esposte numerose punte di lance di ferro particolarmente interessanti , purtroppo ancora in attesa di restauro .
Al piano terra la sala a destra, nota come la sala de li crozzi, è stata allestita nel luglio del 2012 per esporre il pithos di età preistorica rinvenuto in contrada Donna Bianca. A causa delle grandi dimensioni del reperto, del suo stato frammentario ma anche dei precedenti tentativi di incollaggio il restauro del grande contenitore è stato particolarmente complesso ed ha richiesto un lasso di tempo abbastanza prolungato. Accanto è stato esposto un altro pithos di minore dimensioni di età greca proveniente da contrada Feudo interessante per la presenza di un ‘ iscrizione in caratteri greci probabilmente del IV secolo.

Quadro dei siti d’interesse archeologico :

 

Salvatore Agati, il Maresciallo Fargnioli, il sindaco Francesco Rubbino, Salvatore D’Amico assistono al ritrovamento del pithos.

1)C.da Donna Bianca 
In questa contrada situata a circa 50 metri dall’odierno bivio di Santa Caterina nel giugno del 1972 durante i lavori di costruzione della strada denominata Quota Mille, che tagliando le pendici dell’Etna attraverso i boschi avrebbe unito i paesi del versante settentrionale etneo,emerse il bordo di un grande vaso.

Il grande pithos venne liberato dalla terra in stato frammentario e consegnato a Don Salvatore Calogero Virzì, fino alla sua ricomposizione e restauro avvenuto nel 2012 .
Nel luglio dello stesso anno è stato esposto nella sala inferiore del Museo Archeologico Paolo Vagliasindi .
Il pithos di età castellucciana probabilmente apparteneva ad un insediamento stabile o stagionale del quale non sappiamo nulla poiché non furono fatti scavi scientifici ma alcuni frammenti di ceramica dipinta della stessa epoca furono trovati nei dintorni del luogo di rinvenimento durante una ricognizione degli anni ottanta.

2)c.da Santa Anastasia fig
La più conosciuta in letteratura è contrada Santa Anastasia , a circa 6 km dal paese,nota anche come contrada Feudo ,dove è stata rinvenuta alla fine dell’ottocento una vasta necropoli di età greca . I sepolcri furono scavati senza alcuna tecnica scientifica ed i reperti divennero la collezione personale di Paolo Vagliasindi. , a cui segiurono scavi archeologici effettuati dalla Soprintendenza di Palermo che inviò l’architetto Patricolo nel luogo e in questa occasione vennero alla luce numerose tombe con ricchi corredi vascolari, conservati da allora presso il museo Antonio Salinas ed esposti solo in piccola parte. Infine, nel 1906, una terza campagna di scavi viene effettuata dalla Soprintendenza di Siracusa, che rinviene sessanta tombe, di cui viene data una breve comunicazione scientifica nelle Notizie degli scavi di Antichità da Paolo Orsi, ma i reperti sono tuttora conservati nei depositi del museo di Siracusa.

pithos di età greca con iscrizione

Dalla stessa contrada proviene probabilmente un’hydria bronzea con manico antropomorfo rinvenuta alla fine dell’ottocento e rivenduta tramite il mercato antiquario allo Staatliche Museum di Berlino (inv. 8467) ed uno splendido elmo bronzeo decorato a rilievo acquistato da Paolo Orsi conservato presso il Museo Archeologico di Siracusa ..fig
Altro rinvenimento casuale consiste in tesoretto monetale di età romana consegnato alla Soprintendenza di Catania nel 2005.
3) c.da Inbischi – Acquafredda fig
In questa contrada a metà tra il comune di Randazzo e quello di Castiglione sono stati effettuati degli scavi negli anni novanta a cura della Soprintendenza di Catania che mise in luce alcuni settori di abitato molto danneggiati da scavi clandestini . I saggi hanno accertato l’esistenza di un abitato regolare con almeno due fasi tra il IV e il III secolo a.C. La presenza di un sito di tale importanza fa ipotizzare che il sito sia legato ad un phrourion greco avamposto di Naxos, verso l’interno. Alla identificazione con Tissa citata da Cicerone, più recentemente è prevalsa l’ipotesi di Piakos o ancora meglio Callipolis
Nel 1980 fu rinvenuto da scavatori di frodo un tesoretto di monete comprendente 539 tetradrammi d’argento di Siracusa e Messina disperso nel mercato clandestini.

iscrizione nel pithos.

4) c.da Zita Vecchia –
Il toponimo ricorda nell’area un’antica città. La contrada, vicinissima al paese, è nota per i rinvenimenti archeologici di cui ci danno notizia gli scrittori locali tra cui il Plummari che vi localizzavano un’ipotetica Pentapoli . Oggetto di numerose ricognizioni in terreni privati di difficile accesso lungo le rive di Alcantara, mostra tutt’ora di essere interessata ad una vasta area di frammenti ceramici di età greca a vernice nera di V e IV secolo a. C. ma non è stata mai oggetto di scavi sistematici

 

5)c.da Ciarambelli
Altro toponimo legato alla presenza di una vasta area di frammenti ceramici detti ciarambelli nel linguaggio locale. Alcuni saggi sono stati compiuti dalla Soprintendenza di Catania i cui risultati sono in corso di studio.

 

c.da Donna Bianca foto n. 1

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

c.da Santa Anastasia foto n.3

 

c.da Imbischi foto n.4

c.da Ciarambelli foto n. 5

 

 

 

 

APPROFONDIMENTO

 

Il Pithos di contrada Donna Bianca

Il termine pithos si riferisce ai grandi contenitori di età greca in italiano chiamate “giare”.
Numerosi esmplari sono stati rinvenuti nei magazzini dei palazzi minoici e micenei, dove contenevano vino e olio, in Sicilia sono presenti dall’ Età del Bronzo, intorno al 2000 a. C. nella zona etnea .
La fabbricazione di un recipiente di così grandi dimensioni richiedeva una notevole capacità tecnica, forse legata all’opera di artigiani senza l’uso del tornio ma “alla colombina”, cioè per fasce di argilla sovrapposte. I cordoni orizzontali corrispondono alle giunture delle fasce. Come ulteriore rinforzo vi sono dei cordoni verticali. I pithoi così costruiti e decorati vengono detti “a reticolo” a cui si aggiungono, nell’esemplare proveniente da contrada Donna Bianca di Randazzo dei motivi decorativi, sempre a rilievo, a semicerchio o a ferro di cavallo.
Inoltre il grande contenitore ha tre robuste prese che, caso finora unico, presentano al di sopra un disco concavo che sembra fatto apposta per alloggiare recipienti per attingere (tazze, brocchette). Non sappiamo cosa contenesse sicuramente un liquido, data la presenza di un beccuccio presso il fondo,forse acqua, la cui assenza alle quote collinari dell’Etna ha sempre costituito una difficoltà per l’insediamento.
La zona etnea presenta un aumento di presenze umane dalla fine dell’età del Rame forse per un incremento dell’attività pascolativa.
Unico esempio di contenitore di così grandi dimensioni è costituito dal pithos provenienti dalla Grotta Spartivalli vicino Adrano .

 

 

 

 

Museo di Adrano pithos da contrada Spartivalli

 

 

Storia della scoperta della collezione Vagliasindi

Sulla riva sinistra del fiume Alcantara, vicino al paese di Randazzo, i frequenti rinvenimenti delle cosidette anticaglie da parte dei contadini sono tramandati dagli storici locali dell’ottocento. Anche il terreno di contrada Santa Anastasia era conosciuto da tempo per la presenza di frammenti ceramici sparsi, ma nel 1885, durante la raccolta delle nocciole, si racconta che una donna trovò un anellino d’oro che accese la curiosità e il desiderio collezionistico del barone Vagliasindi, padrone del fondo, che iniziò una campagna di scavi nel proprio terreno a proprie spese e mise in luce una serie di tombe che, sin dai primi rinvenimenti, si mostravano ricche di materiale archeologico.
Le attività di scavo dovettero essere lunghe e a quanto pare anche esose, a tal punto che si racconta che non potè continuare i lavori di costruzione del grande casale che oggi domina la vallata per la mancanza di fondi.
Secondo la moda dei collezionisti di antichità, espose la collezione nelle sale del suo palazzo a disposizione dei numerosi studiosi che vennero ad ammirarli.
Alla sua morte la collezione passò in eredita ai cinque figli in eguale parte rimanendo integra e visibile a chi volesse ammirarla, fin quando nel 1943 la città di Randazzo fu bombardata dal fuoco aereo americano e, insieme a numerosi monumenti medievali, fu colpito il palazzo Vagliasindi e la collezione archeologica in esso contenuta. Il danno fu irreparabile, numerosi pezzi di notevole pregio andarono dispersi o distrutti e numerosi furono resi in piccoli frammenti .
Raccolto in ceste ciò che rimaneva della collezione con l’aiuto dei frati cappuccini che cercarono tra le macerie i reperti, gli eredi la conservarono in un ammezzato per anni, fin quando decisero di esporla nella Casa di Riposo fondata dalla vedova di un erede la collezione fu oggetto delle cure del Comune di Randazzo e, con la collaborazione della Soprintendenza di Catania, è stata a restaurata e ricomposta ed infine esposta nella sede odierna .
Si può affermare dall’esame dei reperti della collezione, che l’anonimo centro ,che ebbe la massima fioritura dalla fine del VI secolo a.C. alla fine del IV –metà III secolo A.C., fu non solo all’interno di una ricca corrente commerciale che dalla costa faceva giungere delle opere di indubbia produzione artistica , ma addirittura che vi fosse una notevole componente greca della madrepatria come mostrano le tipologie vascolari

 

 

 

 

 

I personaggi

 

Paolo Vagliasindi

Discendente dalla nobile famiglia dei Vagliasindi , proprietari del terreno in contrada Feudo, per un periodo furono anche proprietari del Castello oggi sede del Museo .
Nato nel 1838 e morto nel 1913 , ebbe cinque figli.
Uomo di senso civico e religioso riscattò il convento dei Cappuccini confiscato dallo stato e lo restituì all’ordine .
Rappresenta la figura del collezionista di antichità nell’ottocento siciliano, in quanto con orgoglio mostrava ai visitatori le sale del suo palazzo dove erano esposti reperti archeologici. L’orgoglio per la sua collezione lo spinge a rifiutare le offerte da parte di istituzioni straniere per l’acquisto dell’oinochoe dei Boreadi .

 

Paolo Orsi

Nato a Rovereto nel 1859, muore 1935
Dal 1888 fu a Siracusa come vincitore del concorso per ispettore degli scavi e dei musei nel 1907 fu trasferito a Reggio Calabria come direttore della Soprintendenza, per ritornare a Siracusa nel 1924 prima coadiutore del Museo Archeologico e poi direttore . Costituisce il fulcro della ricerca archeologica in Sicilia dove apporta metodo stratigrafico moderno e rigore metodologico.
A lui si devono le ricerche sistematiche di numerosi centri archeologici della Sicilia orientale come la stessa Siracusa,Catania. A lui è dedicato il Museo Archeologico Regionale di Siracusa.

 

Antonio Salinas ( Palermo 1841- Roma 1914)
Professore di archeologia presso l’università di Palermo, direttore del museo Nazionale di Palermo e di numerosi scavi della Sicilia occidentale
A lui è dedicato il Museo Archeologico di Palermo

 

 

 

 

 

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La ceramica corinzia
La ceramica corinzia nella collezione Vagliasindi è rappresentata da 48 esemplari in prevalenza kotyliskos e oinochoai, altre forme presenti sono anche l’hydria, l’aryballos e la pisside a scatola.
La ceramica corinzia è contraddistinta da un’argilla color giallo pallido tendente al verdino , e dalla decorazione dipinta prima della cottura in colore bruno stesa sullo stessa base dell’argilla con sovra dipintura in colore paonazzo. I motivi decorativi usati dai ceramisti corinzi coprivano fittamente la superficie del vaso con figure di felini pesci volatili e animali mitologici , contornati da elementi decorativi di riempimento vegetali. La ceramica corinzia si diffonde in tutto i centri del Mediterraneo nella fase del Corinzio Medio ( 590-570) .
Nel Corinzio Tardo le officine corinzio producono per l’esportazione una classe più corrente di tipo miniaturistico decorata con motivi lineari con animali in corsa in silhouette, a cui appartengono i vasi della Collezione Vagliasindi (Corinzio Tardo II- 550-450)

hydria miniaturistica di fabbrica corinzia

pisside a scatola difa bbrica corinzia
La ceramica ionica
Con il termine di ceramica ionica si designano in generale le ceramiche provenienti dalla Grecia del’Est (coste dell’Asia Minore ed isole vicine ) caratterizzate una certa omogeneità di forme e decorazione. I centri di produzione più importanti , non sempre individuabili con certezza sono stati localizzati a Chios, Rodi Samo, Mileto, Efeso e Smirne; ad esse sembra verosimilmente aggiungere una fabbrica occidentale non ancora identificata. I
La produzione ionica raggiunge il massimo splendore nel VI secolo , quando viene esportata in tutto il bacino del Mediterraneo, in Etruria, Magna Grecia e Sicilia, in Spagna a Marsiglia, in Africa , fino al Mar nero. Le importazioni cominciano a diminuire a partire dalla seconda metà del VI secolo a.C., dalla prima metà del V secolo esse vengono de finitamente sostituite dalla ceramica attica, alla quale si affianca una produzione locale ad imitazione delle ceramiche ioniche.
La ceramica ionica è caratterizzata da un’argilla color rossastro tendente al rosato o giallino e da una vernice nera opaca che riveste il vaso ad eccezione delle zone destinate alla decorazione, i motivi decorativi utilizzati sono geometrici o vegetali , quali linee e fasce parallele, tralci e foglie d’edera dipinti in colore nero o paonazzo. Le officine producono principalmente coppe, piatti, unguentari, stamnoi, anforette, crateri, olpai ed oinochoai, pissidi, askoi e vasi plastici considerati come unguentari e balsamari .Le coppe costituiscono la classe più rappresentativa di questa produzione e in base alla forma e alla decorazione è possibile distinguere più gruppi databili al VI secolo a.C. A Randazzo sono presenti le coppe denominate B2 dalla classificazione fatta dagli studiosi francesi G.Vallet e F.Villard , caratterizzate da una semplice decorazione a fasce , e, il gruppo delle coppette decorate da tralci di foglie d’edera in vernice .
Un gruppo a parte è costituito dai cosidetti balsamari configurati ad animali. La collezione Vagliasindi annovera otto esemplari con la seguente configurazione: un delfino, due cavalli, il cosiddetto centauro ,tre topolini o porcellini decorati con foglie d’edera, due porcellini più semplici, uno acromo ed uno coperto da vernice nera ed infine una colomba.
Indipendentemente dall’animale rappresentato la forma del vaso è quella di un contenitore ovoidale allungato a cui vengono aggiunte le zampe , le orecchie e la coda per rendere l’animale e con l’aggiunta di due piccole appendici forate sul dorso e di un’apertura circolare che dimostra l’uso del vaso finalizzato a contenere dei liquidi .
Dalla necropoli di Santa Anastasia in realtà provenivano un numero ancora maggiore di esemplari, come dimostrano le attestazioni fotografiche antecedenti al bombardamento aereo del 1943, in numero almeno di dodici, a cui si aggiungono altri tre esemplari rinvenuti durante gli scavi del Salinas e conservati presso il Museo Archeologico Regionale di Palermo.
Gli esemplari presenti nella collezione sono divisibili in due gruppi , un gruppo caratterizzato dall’uso della decorazione in vernice nera sovra dipinta a foglie d’edera o di vite ed un secondo gruppo costituito da esemplari più semplici non decorati. il vaso configurato a topo presenta la decorazione sovra dipinta accurata sia per il rendimento anatomico degli occhi e del muso che per la decorazione vegetale sovra dipinta su un ingobbio lucido che lo contraddistingue nel gruppo degli altri vasi decorati. Di tipo diverso è il vaso plastico configurato a Centauro con l’inserimento del busto umano modellato a pieno nel recipiente di forma allungata . Il vaso, unico nel suo genere, mostra il tentativo dell’artigiano di rendere l’anatomia dei pettorali, le spalle sono piuttosto strette rispetto alla testa resa con la mandibola pronunciata e rivolta in avanti, il naso dalle grosse narici e la fronte bombata, e coperta da una corta capigliatura a riccioli sormontata da un piccolo petaso; le braccia ripiegate al gomito e tese in avanti non sono complete, ma si potrebbe ipotizzare che sostenessero un attributo.
Il balsamario configurato a colomba, ricomposto da numerosi frammenti al momento dell’inaugurazione del museo Civico nel 1996, probabilmente coperto a vernice nera di cui restano tracce , è da riconoscere l’animale caro ad Afrodite o anche a Persefone, . Molte raffigurazioni di colombe sono presenti nelle stele funerarie raffigurate in mano a bambini o giovani sia maschi o femmine, a ricordare il giocattolo preferito .
Tra le importazioni orientali sono da segnalare due esemplari di produzione cosidetta fenicia costituite da un piccolo aryballos in faience di colore blu e giallo e da una collana con 33 vaghi in pasta vitrea di colore blu, giallo, rosso e occhi di serpente .

stamnos di fabbrica ionica

askos di fabbrica ionica

 

 

 

coppa ionica

balsamario configurato a delfino

2balsamario configurato a topo

balsamario configurato a colomba

 

balsamario configurato a cavallo

balsamario configurato a centauro

 

La ceramica attica a figure nere
A partire dall’ultimo quarto del VII secolo a.c. contemporaneamente all’affermarsi della produzione di ceramica delle officine corinzie i ceramisti delle officine attiche decorano i vasi con figure di animali ma soprattutto con scene tratte dalla mitologia greca . Sulla superficie ancora umida del vaso, ricoperto da uno strato d’argilla diluita i pittori dipingono le sagome in vernice nera sul fondo risparmiato del vaso utilizzando la tecnica del graffito per i dettagli anatomici, per i panneggi e per gli elementi decorativi, sottolineando con ritocchi in bianco o in rosso violaceo.
La qualità della vernice caratterizzata da una brillantezza metallica e la bellezza della raffigurazioni determinano la fortuna di questa ceramica che durante il VI sec. a.c viene distribuita sui mercati dell’Africa, del’’Egeo, dell’Etruria, della Campania , della Magna Grecia e della Sicilia . Nella prima metà del V secolo la qualità e la produzione della ceramica a figure nere va progressivamente diminuendo e ad essa si sostituisce la tecnica a figure rosse.
La ceramica attica è caratterizzata da una grande varietà di forme destinate a specifiche funzioni ogni officina sembra essersi specializzata nella produzione di determinate forme.
Partendo dall’osservazione di certi particolari stilistici ( la resa del’occhio o dell’orecchio, il disegno del panneggio e dell’anatomia) è possibile individuare le officine e riconoscere l’opera di determinati pittori che vengono indicati con nomi convenzionali, spesso legati al luogo di rinvenimento o al museo o ancora alla resa di un dettaglio .
Nella collezione Vagliasindi la produzione a figure nere è rappresentata da lekythoi e oinochoai. La lekythos è una forma chiusa con un’ansa verticale e di uso strettamente funerario
Alcune lekythoi a figure nere decorate con congedo di armato o con scena dionisiaca sono attribuite all’opera del pittore di Haimon molto presente in Sicilia ed attivo nella prima metà del V secolo, altro gruppo presente è il cosidetto di Phanyllis caratterizzato dallo stile decorativo ma anche dalla forma particolare della lekythos che predilige .

 

 

lekythos a figure nere opera di Phanyllis con scena detta partenza del guerriero

 

3Altra lekythos a figure nene con la scena del congedo del guerriero

 

 

 

 

lekuthos a figure nere opera del piuttore Haimon con la raffigurazione di Dioniso e delle Menadi

 

La ceramica attica a vernice nera

Alle produzioni figurate si affiancano i prodotti delle officine attiche caratterizzate dalla vernice nera lucente ed uniforme che ricopre interamente la superficie del vaso che fu un traguardo notevole nell’evoluzione tecnica vascolare La vernice nera era composta da argilla molto fine ricca di ossidi di ferro che veniva applicata nell’intera superficie del vaso prima della cottura .
Il colore nero brillante quasi metallico era ottenuto dalla composizione chimica dell’argilla, dallo spessore dell’argilla applicata dalla temperatura di cottura e dall’intensità del processo di riduzione .Il procedimento di cottura avveniva in tre fasi con una prima fase con atmosfera ossidante con atmosfere molto alte , una fase riducente ed infine una fase di raffreddamento.
La produzione di ceramica attica a vernice nera inizia alla fine del VI secolo a.C. e raggiunge il massimo splendore alla metà del V secolo quando viene esportata in tutti gli empori del bacino del Mediterraneo fino al Mar Nero .Nell’ultimo venticinquennio del V secolo a.C. le importazioni cominciano a diminuire con l’affermarsi della produzione di officine locali che imitano la produzione attica.

La collezione Vagliasindi presenta un vasto repertorio di forme legate alla vita quotidiana e al simposio deposte come corredo funerario per accompagnare il defunto nella vita ultraterrena :
l’anfora ( contenitore per liquidi con due anse verticali ),
la pelike ( simile all’anfora,ma più piccole )destinata alla conservazione dell’olio profumato
l’hydria caratterizzata da due anse orizzontali e un’ansa verticale per contenere e trasportare l’acqua )
l’oinochoe , contenitore per versare liquidi probabilmente vino
il krateriskos ( piccolo cratere)
lo stamnos ,
la coppetta
lo skyphos ( con vasca molto profonda e due anse orizzontali usata per bere )
l’askos ( contenitore per unguenti) presente nella collezione conformato ad astragalo ( osso della gamba del bue usato dai greci come dadi da gioco) .
Il guttus caratterizzato da un lungo beccuccio interpretato come poppatoio , frequente nelle tombe infantili
La lekythos di uso strettamente funerario decorata da bande di meandro o da palmette.
La pisside skyphoide ( simile allo skyphos ma chiusa da coperchio ) e la pisside a scatola ( di forma circolare costituita da due contenitori di uguale forma perfettamente uguali) con una decorazione costituita da una fascia risparmiata dalla vernice e riempita da fitto puntinato .

 

anfora
pelike

 

 

 

 

cratere miniaturisticoi askos a paperella

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

La ceramica attica a figure rosse

 

Verso il 530 i ceramisti attici sperimentano la nuova tecnica a figure rosse, nella quale la superficie del vaso viene ricoperta da vernice nera e la silhouette delle figure viene risparmiata nel colore dell’argilla .I dettagli non sono più graffiti ma dipinti a vernice nera più o mena diluita, si ottengono così linee di diverso spessore per rendere il movimento della figura umana, il panneggio con le sue pieghe, l’espressione dei volti. La nuova tecnica viene realizzata da un gruppo di pittori che continuano a decorare anche nella tecnica a figure nere, detti bilingui, ma alla fine del primo venticinquennio del V secolo la produzione attica è rappresentata unicamente da vasi decorati nella tecnica a figure rosse. I vasi decorati nella nuova tecnica riscuotono molto successo nei centri del Mediterraneo ma nell’ultimo quarto del V secolo a.C. subiscono una forte contrazione ed anche uno scadimento nella produzione .
Sulla base della scelta delle scene rappresentate per lo più tratte dal mito e dai dettagli anatomici gli studiosi hanno potuto individuare i tratti distintivi di pittori o officine di pittori a cui sono stati dati nomi di fantasia o legati al luogo di rinvenimento dell’opera più importante o dal nome del museo che lo ospitano o ancora da un oggetto presente in molte delle opere del pittore identificato .
Nella Collezione Vagliasindi è stato possibile riconoscere l’opera di alcuni pittori operanti nella prima metà del V secolo a.C. di particolare pregio.:
– Pittore di Bowdoin, con la lekythos decorata con una Nike alta che regge una fiaccola
– Pittore di Icaro di cui sono presenti due esemplari di pregevole fattura , una la lekythos con la raffigurazione di una flautista posta di profilo con uno sgabello e d il fodero del flauto appeso alle sue spalle e la lekythos con un Eros alto che suona la lira
– Pittore della Phiale , pittore di particolare pregio ,la cui opera è rappresentata da un’ hydria con decorazione figurata costituita da due figure che campeggiano .
La figura maschile, vestita di clamide ornata da banda nell’orlo, porta ai piedi i calzari e sulle spalle il petaso ed è raffigurata nell’atto di attaccare con un lancia una donna che tiene nella mano destra un ramoscello mentre a terra è raffigurato un elemento circolare, probabilmente una palla, che la fanciulla ha fatto cadere.. La raffigurazione presenta due figure contrapposte, da una parte il giovane armato di lancia e nell’atto di attaccare , dall’altra la ragazza che si volge indietro e che mostra i simboli della giovane età, il ramoscello e la palla. Nel tentativo di una identificazione con una precisa scena del mito si riconosce nella figura maschile vestito da viandante Teseo, presente in molte opere del pittore e la figura femminile potrebbe essere identificata con la giovane Elena .
Infatti il mito racconta che Piritoo convinse Teseo, rimasto da poco vedovo in seguito al suicidio della moglie Fedra, a rapire Elena, figlia di Zeus e Leda e sorella dei Dioscuri. Entrambi miravano infatti a unirsi a lei in matrimonio, e convennero di estrarre a sorte colui tra loro due che l’avrebbe effettivamente sposata, e di rapire poi un’altra figlia di Zeus da assegnare all’altro. Essi dunque riuscirono a catturarla mentre compiva sacrifici fuori da Sparta e la sorte arrise a Teseo. Questi resosi però conto della sua giovanissima età la portò in Attica e la affidò alle cure dell’amico Afidno.

– Pittore di Christies a cui è stata attribuita un frammento di anfora con la raffigurazione di due donne affrontate di cui rimane solo parte superione, una di queste regge una cetra.
-Pittore di Cook a cui sono attribuite due oinochoai conformate a testa femminile di particolare pregio per la finezza della decorazione la sovra dipintura in colore bianco sulla sommità della testa
-Pittore del Canneto, pittore particolarmente pregevole e le cui opere sono piuttosto rare in Sicilia, designato come l’inventore della cosidetta linea funzionale che permette di raffigurare la figura in modo tridimensionale, presenta il caratteristico ingobbio bianco gessoso e la tecnica di contorno in colore rosso paonazzo che rende la terza dimensione . A Randazzo è presente una lekythos decorata con una scena tipicamente funeraria denominata Visita alla stele. Infatti al centro del recipiente è visibile una grande stele funeraria sormontata da foglie d’acanto ed una figura di giovane in piedi, vestito con chitone e mantello, trattenuto davanti da una fibbia, che tiene nella mano una canna, elemento tipico del pittore da cui deriva il nome, a cui appoggia la fronte dando un’impressione di profonda malinconia; per la figura a sinistra della stele si ipotizza, in quanto non ben visibile, la presenza di una figura avvolta in mantello, seduta di profilo su una bassa costruzione a gradini, forse una tomba, che sembra reggere in mano un corto bastone. Medesima tecnica presentano altre due lekythoi delle stesse dimensioni purtroppo in peggiore stato di conservazione con la perdita della decorazione figurata , ma che mostrano le tracce di decorazione a fondo bianco .
Di notevole pregio artistico è la lekythos con la raffigurazione di una fanciulla avvolta nell’himation raffigurata nell’atto incedere con la testa rivolta indietro nell’atto di fuggire il 475-425 a.C.. La fanciulla presenta la capigliatura raccolta in krobylos e decorata da una tenia, l’himation le copre totalmente le spalle e le braccia, lasciando scoperta la parte inferiore del chitone reso da fitte pieghe che rendono il movimento. La raffigurazione della fanciulla isolata è da interpretarsi come la versione ‘dimezzata’ di una scena di inseguimento erotico, che poteva essere completata dalla raffigurazione di vari personaggi presente in più vasi
Nella stessa età è da porsi il frammento di skyphos con la raffigurazione a figure rosse di un’Athena Promachos ( nell’atto di attaccare) riconoscibile dall’egida. Il vaso, sicuramente completo prima dei bombardamenti, probabilmente era decorato con una raffigurazione di gigante caduto nell’altro lato

pittore di Bowdoin
lekythos a figure rosse

pittore di Icaro

pittore di Icaro

pittore della Phiale

pittore di Christie

pittore del Canneto

 

 

La Ceramica Italiota e siceliota

Con tale termine si intende la produzione di ceramica di officine locali di Magna Grecia e Sicilia a partire dalla seconda metà del V secolo a.C e per tutto il IV secolo fino ai primi decenni del II secolo .Nell’ultimo quarto del V secolo la qualità delle produzioni attiche scade notevolmente e sopratutto nel IV secolo a.C. le esportazioni di questa ceramica subiscono una forte contrazione. Contemporaneamente , inizia la produzione di vasi figurati da parte delle officine locali probabilmente aperte dagli stessi artigiani ateniesi trasferiti in Magna Grecia durante la fondazione di Thuri nel 442 a.C. o giunti in Sicilia nella famosa e tragica spedizione attica contro Siracusa durante la guerra del Peloponneso.Probabilmente bisogna distinguere in questa produzione una prima fase legata all’opera dei pittori attici trasferiti in Sicilia, a cui appartengono opere di grande valenza artistica .
Probabilmente è da riconoscere in questi il Pittore dei Boreadi, come è stato chiamato l’artista che dipinse la complessa scena raffigurata nell’oinochoe Vagliasindi , opera che si tende a porre non come produzione di officine attiche ma di officine siceliote molto vicine alle produzioni attiche. Al centro del vaso è raffigurata una scena crudele e complessa, la punizione delle Arpie, che dopo essere state inviate dagli dei a punire il re Fineo, reso su un lato della scena, colpevole di essere capace di vedere il futuro ,sono a

 

 

loro volta punite dai Boreadi, compagni di Giasone e figli di Boreo ,il vento del nord . Alla novità della raffigurazione di un mito poco utilizzato dai pittori si aggiunge la scelta di raffigurare le Arpie come giovani fanciulle alate vestite da leggeri chitoni trasparenti piuttosto che come esseri fantastici con il corpo di uccello e la testa di donna come si ritrovano in altre raffigurazioni , così come i Boreadi sono raffigurati come giovani alati.

Altro pittore la cui opera è stata riconosciuta è il Pittore di Locri la cui produzione nasce in Sicilia alla fine del V secolo e si conclude a Locri nella metà del IV secolo, presente a Randazzo con due skyphoi a figure rosse .
Con la metà del IV secolo le forme dei vasi sono anch’esse imitate dalla produzione attica con la predilezione di alcune forme come la pisside schiphoide, la lekane , il lebete nuziale , lo skyphos e il vaso a bottiglia ed il repertorio figurativo cambia totalmente , in quanto scompaiono le scene di carattere mitologico o connesse con la tragedia o con la commedia e le scene dionisiache, mentre assumono una netta prevalenza le rappresentazioni di giovani donne , intente al lavoro e alla loro intimità nel gineceo , o alla preparazione delle nozze o figurazioni legata al culto di Afrodite a cui le giovani donne portano offerte o sacrificano sull’altare . Alla raffigurazione di scene di thiasos dionisiaco si sostituiscono le nozze di Afrodite con Dioniso e sono presenti raffigurazioni di Nike , non più al servizio di Ares ma di Afrodite ed Eroti , e compaiono le personificazioni come quella di Peitho , la persuasione.

La ceramica siceliota è caratterizzata dalla produzione di tre grandi gruppi di pittori : il gruppo di Lentini- Manfria , il gruppo di Lipari e il gruppo dell’Etna .
Nella collezione Vagliasindi si riconosce sia l’ opera del Pittore di Lentini- Manfria in uno skyphos ovoidale ( vaso di forma aperta ) decorato su due lati con una raffigurazione diversa, da una lato una donna scoperta nella parte superiore che tiene in mano un piatto in offerta , probabile scena di offerta al culto di Afrodite,dall’altro un erote che appoggia ad un bastone e tiene in mano un tamburello , sia l’opera del pittore appartenente al gruppo dell’Etna caratterizzato dalla decorazione sui coperchi delle lekanai di teste femminili poste di profilo che mostrano la capigliatura a chignon coperta da sakkos da cui fuoriescono i riccioli ai lati del volto e sono ornate da collana attorno al collo e diadema , di cui abbiamo numerosi esemplari.

 

 

Oinochoe a figure rosse con la raffigurazione della punizione delle Arpie da parte dei Boreadi

skyphoi a figure rosse del pittore di Locri

 

 

 

 

 

Gli ornamenti

 

Era usanza dei Greci porre nei sepolcreti oltre il corredo composta da vasi anche gli ornamenti che erano gli ornamenti che erano stati cari da vivi.
Della fine del VI secolo a.C. si pone la collana in pasta vitrea costituita da 33 vaghi di collana di forme diverse, dimensioni e colori, sia in blù e bianco, verdino, verde e decorazione in blù, azzurro, nero e giallo, marrone e giallo, verde e blù con decorazione ad occhi di serpente .
I vaghi di collana probabilmente provengono da sepolcri diversi e mancando i dati di scavo sono stati riuniti in un unico ornamento. Altri vaghi sono presenti nelle tombe scavate da Orsi e conservati presso i depositi del Museo Archeologico di Siracusa ..
Tra il V secolo a.C. ed il IV secolo di datano le due coppie di orecchini ad elice in lamina aurea che troviamo esposti al museo. Costituiscono una classe di oreficeria che sono presenti in numero limitato nelle necropoli siciliane e tarantino per il loro valore intrinseco e per la lavorazione raffinata. Nel caso di Randazzo oltre gli esemplari esposti al museo furono rinvenuti altri due esemplari esposti al Museo archeologico di Palermo.

Gli orecchini sono in lamina cava tubolare desinente a protome d’ariete fisse ottenute a stampo con collarino costituito da petali lisci bordati da filo attorcigliato . Un coppia di orecchini mostrano come l’inserzione nelle orecchie delle fanciulle di questi orecchini era possibile in quanto una delle protomi alle estremità era mobile.
Orecchini ad elice sono presenti nelle raffigurazioni della ninfa Aretusa nelle monete di Siracusa del V secolo e in statuette femminili rinvenute a Siracusa connesse con il culto di Artemide,. Secondo recenti ipotesi tali orecchini erano donati alle fanciulle nobili in occasione di cerimonie legate a riti “di passaggio” dalla pubertà ed indossati in questa occasione per rimanere stabilmente nel lobo .

Altri ornamenti rinvenuti nelle necropoli di Santa Anastasia sono un bell’anello d’oro con la decorazione di un fiore ed un pendente di collana che presenta la testa di una figura che si ipotizza che possa essere Demetra per la presenza di un esemplare simile ma il cattivo stato di conservazione non permette una e dotato nella parte superiore di un passante cilindrico orizzontale
Altro ornamento di pregevole fattura è un cammeo a rilievo raffigurante un satiro applicato su un medaglione di onice di forma ovale. Il satiro è raffigurato seduto su una roccia con il volto e il torso girati di tre quarti mentre le zampe caprine sono di profilo a sinistra,La figura in pasta vitrea è applicata su un tondello di onica incastonato in un ovale di argento con gancetto applicato all’estremità superiore.

 

 

La coroplastica
Gli esemplari di coroplastica provenienti dalla necropoli di Santa Anastasia di Randazzo non sono numerosi ma interessanti per le particolarità delle raffigurazioni.
Al V secolo, oltre a delle statuette di piccole dimensioni,appartiene un plinto rettangolare su cui poggiano due piedi di una statua probabilmente femminile spezzati alle caviglie .
Per il tipo di tecnica il frammento si può confrontare con la statua fittile di kore probabilmente funeraria proveniente da Paternò datata secondo quarto del V sec. a.C e ad un altro frammento di base con piedi di uguali dimensioni dell’esempio randazzese proveniente da Capodarso
Il nostro esemplare è sicuramente funerario e si potrebbe ipotizzare che appartenesse da una statua di donna con un panneggio che lasciasse scoperte le caviglie. Dalla posizione dei piedi non perfettamente accostati si percepisce un leggero movimento delle gambe.
Dello stesso periodo della base sono due statuette raffiguranti due offerenti :
una rappresenta una fanciulla che regge la raffigurazione di una divinità. La statuetta, ricomposta da due frammenti, presenta un impianto di tipo severo che contrasta con la raffigurazione della dea seduta, probabilmente Demetra, volutamente più arcaica, che regge sulla sulla spalla . La fanciulla portatrice, vestita di chitone de himation che la coprono interamente lasciando solamente i piedi scoperti, è raffigurata stante ma con un leggero movimento delle gambe ed i piedi divaricati che indicano il movimento del procedere.

L’altra statuetta rappresenta una fanciulla stante con il braccio sinistro sceso lungo il fianco e quello destro ripiegato all’altezza del gomito, con la mano destra regge un fiore . Il capo è coperto da himation che scende sino all’altezza del ginocchio destro lasciando scoperta la parte destra della figura, i capelli sono pettinati a ciocche verticali formanti una corona intorno alle tempie. Indossa il chitone stretto alla vita da una cintura..
Altro interessante esemplare è costituito da un busto di Demetra di buona fattura che ci riporta al culto della dea così come la melagrana fittile di forma globulare ripartita in cinque spicchi con fondo piatto fornito di piccolo foro con un calice forato applicato nella parte superiore base circolare.
Della coroplastica di età ellenistica citiamo la statuetta di satiro appoggiata al bastone che riporta al mondo della commedia .

 

 

 

 

 

 

 

Considerazioni sui vasi plastici siciliani presenti nella collezione Vagliasindi di Randazzo

Maria Teresa Magro

1I vasi plastici sono da considerarsi una classe fittile strettamente legata alla coroplastica. Di seguito si vuole proporre alcune notazioni tipologiche su un gruppo di esemplari provenienti dalla necropoli di Santa Anastasia di Randazzo in provincia di Catania rinvenuti nel 1886.

La collezione Vagliasindi.

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2Il sito è conosciuto in letteratura sin dai primi del novecento, a seguito di una breve comunicazione di Paolo Orsi in Notizie degli scavi dell’Antichità del 1907, della campagna di scavi archeologici da parte della Soprintendenza Archeologica di Siracusa, un’altra campagna sotto la direzione dell’architetto Patricolo della Soprintendenza alle antichità di Palermo. I reperti, rinvenuti in occasione della prima campagna di scavo da Paolo Vagliasindi, rimasero di proprietà dello stesso proprietario del fondo ed erano esposti privatamente nel palazzo di sua proprietà fino al bombardamento aereo del 1943 che colpì il palazzo ed anche la collezione. Nel 1996 furono esposti nel Museo Civico di Randazzo intitolato al suo scopritore dopo un’accurato lavoro di assemblaggio e restauro, mentre una considerevole parte è stata divisa i tra i musei archeologici di Siracusa e di Palermo.

3Si deve a Barbara Heldring la coniazione del termine vaso plastico e la loro classificazione basata sulla distinzione delle caratteristiche vascolari e decorative, che la porta a suddividerli in tre gruppi. Il primo gruppo, il “ Syracuse group”, raccoglie gli esemplari dell’area sud est della Sicilia e per i quali propone come centro di produzione la stessa città. Il secondo gruppo raggruppa gli esemplari presenti nei centri del nordest della Sicilia e che denomina il “Randazzo group”, e il cui centro di produzione non sarebbe identificato. Infine il terzo gruppo, chiamato il “Selinunte group”, venivano prodotti in loco e con imitazioni nell’area circostante.

4Riguardo agli esemplari del Museo Vagliasindi, nel catalogo della Heldring risultano 13 esemplari tra interi e frammentari attribuiti al Randazzo group ed un esemplare attribuito al Syracuse group, a cui aggiunge un esemplare del Museo Salinas di Palermo proveniente dagli scavi nella stessa necropoli. Per i due gruppi la Heldring propone due datazioni diverse, tra la fine del VI secolo e gli inizi del V per il gruppo siracusano e la seconda metà del V secolo per il gruppo randazzese.

5Dopo i restauri e gli assemblaggi avvenuti prima della loro esposizione nel Museo Civico in realtà gli esemplari plastici risultano in numero di otto in quanto almeno tre frammenti indicati dalla Heldring sono stati ricomposti a formare un vaso configurato a colomba che presenta la testa rotonda con occhio di forma circolare applicato ed il becco appuntito. La vasca di forma allungata è desinente a ventaglio con il rendimento della coda con tratti a stecca, mostra la presenza di un beccuccio cilindrico di versamento sul un lato del dorso (Fig. 1).

Fig. 1

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6La tipologia dei vasi può essere divisa in due categorie in base alla forma del contenitore, in quanto un tipo si presenta come un contenitore ovoidale allungato a cui vengono aggiunte le zampe, le orecchie, e la coda, e con l’aggiunta di due piccole appendici forate sul dorso e di un’apertura circolare che dimostra l’uso del vaso finalizzato a contenere dei liquidi. In alcuni casi è aggiunto un beccuccio troncoconico simile a quello dei gutti impostato sul dorso, come nel caso del vaso configurato a topolino (Fig. 2),

Fig. 2

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o su un lato come nel caso della colomba, il secondo tipo, costituito da un askos con tre sostegni tubolari e con l’inserzione di una parte modellata a pieno, conservando comunque le appendici forate che permettevano di sospendere il vaso in posizione orizzontale tramite una cordicella e l’apertura circolare al centro (Fig. 3).

Fig. 3

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7All’interno di questi due gruppi si distinguono diverse tipologie decorative, che si differenziano : una prima tipologia con decorazione a motivo a tralci vegetali con foglie d’edera in vernice nera sovra dipinta sull’argilla che decora la parte superiore dell‘askos attorno all’apertura superiore e in sei esemplari (centauro, delfino, tre topolini), una seconda con la presenza di vernice nera che copre interamente la superficie (due topolini, due cavalli, e una colomba) che appare completa solo in un esemplare, mentre negli altri esemplari è visibile solo in parte (Fig. 4).

Fig. 4

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8Per il primo tipo si distinguono due diverse fatture sulla base del colore dell’argilla utilizzata e per la tipologia decorativa, in quanto la maggior parte degli esemplari presenta la decorazione sul fondo dell’argilla di colore rosa pallido con un disegno piuttosto “affrettato” delle foglie d’edera, come nel caso del vaso configurato a delfino (Fig. 5).

Fig. 5

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9Anche nel caso del vaso configurato a cavallo le briglie sono rese da piccole foglioline accostate, mentre nel caso di due vasi configurati forse a topolino (Figg. 6 e 7) la decorazione sovra dipinta vegetale è piuttosto accurata e a foglie perfettamente cuoriformi, così come il rendimento anatomico degli occhi e del muso reso da piccolo puntinato è stesa su un ingobbio lucido rossastro che lo contraddistingue.

Figg. 6 e 7

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10Di tipo diverso è il vaso plastico configurato a centauro (Figg. 8 e 9) che presenta l’aggiunta di un busto umano modellato a pieno impostato nel recipiente che mantiene le caratteristiche dell’ esemplare configurato a cavallo. Il busto è modellato con le spalle piuttosto strette ed i pettorali evidenziati da solchi resi con l’uso della stecca ed evidenziati dall’uso di colore nero. Le braccia, ripiegate al gomito e tese in avanti non complete, probabilmente sostenevano un attributo. La testa di forma allungata, con la mandibola pronunciata e rivolta in avanti, presenta un naso dalle grosse narici, una fronte bombata, occhi resi tramite profonde solcature oblique con il rendimento della pupilla, ed una corta capigliatura a riccioli che copre il capo sormontata da un piccolo copricapo di forma triangolare.

Figg. 8 e 9

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11Passando in rassegna gli esemplari di vasi plastici esposti nei musei siciliani è evidente che l’antropomorfizazione si presenta per lo più nella configurazione femminile, resa con l’inserimento della sola testa nell’askos come nel caso dell’esemplare proveniente da Santa Maria di Licodia del Museo Archeologico Regionale “Paolo Orsi” di Siracusa, mentre resta assolutamente sino adesso isolato l’esempio maschile costituito da nostro centauro. Resta non chiara la sua caratterizzazione, definito di tipo caricaturale dalla Heldring ma che definirei piuttosto volutamente mostruoso. Tra le raffigurazione di centauro presenti nel mondo greco, per citare i più noti, sia la statuetta da Lefkandi del Museo Archeologico di Eretria (Fig 10), che l’askos del Museo Archeologico di Cos (Fig. 11) mostrano la voluta diversità del personaggio tramite delle anomalie, come è il caso della presenza di sei dita.

Figg. 10 e 11

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12Il nostro centauro, che doveva probabilmente sostenere un ramo, come è consuetudine nelle raffigurazioni di centauri sui vasi, ma le cui braccia possono essere state volutamente rotte, e presenta anche un altro attributo, lo strano copricapo a piccole falde con tre punte che ricorda il petaso, è raffigurato in modo volutamente sgraziato e con un aspetto semi ferigno. È possibile tentare una identificazione del nostro centauro ? Un’ipotesi possibile che sia da identificarsi con chirone in quanto educatore di eroi, ma anche legato al mondo dei morti pertanto la sua collocazione in ambito funerario, sarebbe da considerarsi un messaggio implicito di educatore di fanciulli ma anche di accompagnatore o viaggiatore dell’oltretomba.

13Benchè per i vasi plastici di Santa Anastasia non si hanno i dati di scavo per poter identificare l’età e il sesso dell’inumato, in altri contesti si hanno attestazioni della loro presenza in sepolture infantili, probabilmente utilizzati in rituali funerari come vasi per versare. Ma si ipotizza anche durante i riti di passaggio e di iniziazioni giovanili che potrebbero motivare la scelta dei soggetti quali la colomba e il porcellino presenti nelle statuette femminili di offerenti e dunque legati alla sfera femminile e ed il cavallo per la maschile.

14Oltre ad un confronto stilistico sarebbe necessario effettuare delle analisi delle argille per l’indentificazione dei centri di produzione di questa classe ceramica che inizia a diffondersi con il declino delle importazione dai centri ionici di oggetti di lusso, quali i balsamari configurati probabilmente in connessione con gli avvenimenti politici del tempo, come la conquista persiana della Lidia e delle poleis greche d’Asia.

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List of illustrations

   
Title La collezione Vagliasindi.  
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Title Fig. 1  
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Title Fig. 2  
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Title Fig. 3  
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Title Fig. 4  
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Title Fig. 5  
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Title Figg. 6 e 7  
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Title Figg. 8 e 9  
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File image/jpeg, 340k  
       
Title Figg. 10 e 11  
URL http://acost.revues.org/docannexe/image/440/img-9.jpg  
File image/jpeg, 420k  

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References

Electronic reference

Maria Teresa Magro, « Considerazioni sui vasi plastici siciliani presenti nella collezione Vagliasindi di Randazzo  », Les Carnets de l’ACoSt [Online], 11 | 2014, Online since 13 July 2015, connection on 13 October 2017. URL : http://acost.revues.org/440 ; DOI : 10.4000/acost.440

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Maria Teresa Magro

mariateresa.magro@virgilio.it

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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